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  • Grotta di Prohodna, gli “Occhi di Dio” aperti nella volta del carso bulgaro
    Condividi Due grandi finestre naturali illuminano dall’alto una galleria lunga 262 metri nel complesso carsico di Karlukovo. La loro forma ha reso celebre la cavità, ma dietro l’immagine spettacolare c’è una lunga storia di erosione, crolli ed evoluzione del paesaggio sotterraneo Sembrano due grandi occhi rivolti verso chi entra nella grotta. Sono le aperture naturali nella volta della Grotta di Prohodna, in Bulgaria, divenute famose con il nome di “Occhi di Dio”. L’immagine è certamente s
     

Grotta di Prohodna, gli “Occhi di Dio” aperti nella volta del carso bulgaro

Október 20th 2026 at 05:00

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Due grandi finestre naturali illuminano dall’alto una galleria lunga 262 metri nel complesso carsico di Karlukovo. La loro forma ha reso celebre la cavità, ma dietro l’immagine spettacolare c’è una lunga storia di erosione, crolli ed evoluzione del paesaggio sotterraneo

Sembrano due grandi occhi rivolti verso chi entra nella grotta. Sono le aperture naturali nella volta della Grotta di Prohodna, in Bulgaria, divenute famose con il nome di “Occhi di Dio”.

L’immagine è certamente spettacolare, ma osservata con lo sguardo dello speleologo racconta soprattutto un’altra storia: quella dell’evoluzione di una grande cavità carsica progressivamente avvicinatasi alla superficie, nella quale l’erosione e il cedimento della copertura hanno aperto vere e proprie finestre verso il cielo.

Prohodna si trova nei pressi del villaggio di Karlukovo, nel comune di Lukovit, nella Bulgaria centro-settentrionale. È inserita in uno dei paesaggi carsici più importanti del Paese e fa parte del complesso carsico di Karlukovo, area protetta come monumento naturale.

Una grotta che attraversa la montagna

Il nome Prohodna può essere tradotto come grotta di passaggio. La ragione diventa evidente osservandone la morfologia: la cavità è costituita da un’enorme galleria che attraversa il rilievo per circa 262 metri, mettendo in comunicazione due ingressi contrapposti.

Il cosiddetto ingresso piccolo raggiunge circa 35 metri di altezza, mentre quello grande arriva a circa 45 metri. Dimensioni che fanno apparire minuscole le persone che percorrono il fondo della cavità.

La galleria è ampiamente illuminata dalla luce naturale che penetra dagli ingressi e, nella parte centrale, dalle due grandi aperture presenti nella volta.

Sono proprio queste ultime a rendere Prohodna immediatamente riconoscibile.

Cosa sono realmente gli “Occhi di Dio”

In bulgaro le aperture vengono indicate anche come Oknata, cioè “le finestre”.

Viste dal fondo della grotta, la loro forma allungata e la disposizione quasi simmetrica producono una sorprendente somiglianza con due occhi. Il cielo diventa così parte della parete della cavità e l’aspetto cambia continuamente con la luce, le nuvole e le condizioni meteorologiche.

Non occorre però ricorrere a spiegazioni misteriose.

Le aperture sono il risultato dell’evoluzione naturale della volta della cavità, interessata dai processi erosivi e dall’allargamento delle discontinuità della roccia fino all’apertura verso la superficie.

Dal punto di vista geomorfologico sono quindi particolarmente interessanti perché permettono di osservare un momento dell’evoluzione di un sistema carsico nel quale il confine tra ambiente sotterraneo e superficie diventa sempre più sottile.

Il processo che crea una grotta non termina infatti quando una cavità si è formata. Acqua, fratturazione della roccia, gravità, erosione e crolli continuano lentamente a modificarne forma e dimensioni.

Gli “Occhi” sono una manifestazione molto evidente di questa trasformazione.

Un frammento sopravvissuto di un sistema più antico

Prohodna può essere letta anche come ciò che rimane di un’antica cavità progressivamente intercettata dall’abbassamento e dall’evoluzione della superficie esterna.

Gli enormi ingressi, la galleria aperta da un versante all’altro e le finestre nella volta mostrano un paesaggio carsico in una fase molto avanzata della propria evoluzione.

È una situazione particolarmente efficace anche dal punto di vista divulgativo: permette di comprendere che le grotte non sono strutture immutabili, ma elementi di un paesaggio che nasce, si sviluppa e può infine essere progressivamente smantellato dall’erosione.

Il carso di Karlukovo

La cavità non è isolata: il territorio circostante è caratterizzato da un esteso paesaggio carsico nel quale sono conosciute numerose grotte e forme superficiali. Il registro ufficiale bulgaro delle aree protette comprende Prohodna nel complesso carsico di Karlukovo, insieme alle grotte Temnata Dupka, Svirchovitsa, Bankovitsa e Haydushka.

La protezione dell’area risale al 1962.

A poca distanza da Prohodna si trova inoltre il Centro Speleologico Nazionale “Petar Tranteev”, storico punto di riferimento per la speleologia bulgara. Secondo il Comune di Lukovit, nell’area circostante sono presenti oltre 150 grotte e formazioni rocciose.

Un contesto che spiega perché Karlukovo sia strettamente legata alla storia e alle attività della speleologia del Paese.

Una grotta frequentata anche nella preistoria

La storia di Prohodna non riguarda soltanto la geologia.

Nella cavità sono state documentate tracce di frequentazione umana preistorica, attribuite al Neolitico e al Calcolitico, a testimonianza di un rapporto con questo grande ambiente naturale iniziato migliaia di anni fa.

Intorno agli “Occhi di Dio” sono nate nel tempo anche interpretazioni simboliche e racconti legati alla particolare forma delle aperture. È opportuno però distinguere questi aspetti dalla documentazione archeologica: la frequentazione preistorica della grotta è attestata, mentre diverse interpretazioni rituali associate alle aperture appartengono al campo delle ipotesi e delle tradizioni.

Due finestre per leggere l’evoluzione di una grotta

La popolarità degli “Occhi di Dio” ha trasformato Prohodna in una delle cavità più fotografate della Bulgaria: quelle due aperture attirano migliaia di visitatori. Tuttavia, possono diventare uno strumento per raccontare qualcosa di molto più ampio.

Guardandole dal basso si osserva, oltre al curioso gioco della natura, anche il punto in cui superficie e sottosuolo cominciano a incontrarsi, mentre una cavità formatasi nella roccia calcarea continua lentamente la propria evoluzione: il lato di maggiore interesse della Grotta di Prohodna, al di là dello spunto che ha dato il via all’articolo.

Didascalia foto

Gli “Occhi di Dio” visti dall’interno della Grotta di Prohodna, nel complesso carsico di Karlukovo, in Bulgaria. Le due grandi finestre naturali mettono in comunicazione la volta della cavità con la superficie. Foto Franz Maurano.

Fonti

https://eea.government.bg/zpo/en/area.jsp?NEM_Partition=1&areaID=27&categoryID=3

https://www.lukovit.bg/en/national-speleology-center-petar-tranteev

https://visitbulgaria.com/bg/%D0%BF%D0%B5%D1%89%D0%B5%D1%80%D0%B0-%D0%BF%D1%80%D0%BE%D1%85%D0%BE%D0%B4%D0%BD%D0%B0

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  • Soccorso Alpino e Speleologico Umbria: aperte le selezioni per nuovi volontari
    Condividi Candidature fino al 10 novembre 2026 per persone tra 18 e 45 anni con esperienza nelle attività di montagna. Il SASU punta a rafforzare le squadre territoriali, con particolare attenzione alle aree interne della regione Il Soccorso Alpino e Speleologico Umbria (SASU) ha aperto le selezioni per nuovi volontari da inserire nelle proprie squadre territoriali. L’invito è rivolto a persone che praticano alpinismo, speleologia, canyoning e altre attività in ambiente montano e che inten
     

Soccorso Alpino e Speleologico Umbria: aperte le selezioni per nuovi volontari

Október 19th 2026 at 05:00

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Candidature fino al 10 novembre 2026 per persone tra 18 e 45 anni con esperienza nelle attività di montagna. Il SASU punta a rafforzare le squadre territoriali, con particolare attenzione alle aree interne della regione

Il Soccorso Alpino e Speleologico Umbria (SASU) ha aperto le selezioni per nuovi volontari da inserire nelle proprie squadre territoriali.

L’invito è rivolto a persone che praticano alpinismo, speleologia, canyoning e altre attività in ambiente montano e che intendono mettere la propria esperienza a disposizione del sistema di soccorso.

Le candidature sono aperte in tutta l’Umbria e dovranno essere presentate entro il 10 novembre 2026.

I requisiti richiesti

Le selezioni sono rivolte a persone di età compresa tra 18 e 45 anni che possiedano già esperienza e autonomia nella frequentazione dell’ambiente montano.

Tra i requisiti indicati figurano:

  • buona preparazione fisica e resistenza allo sforzo in montagna;
  • sicurezza e autonomia nella progressione su terreno impervio e su tratti esposti;
  • capacità di affrontare semplici passaggi di arrampicata;
  • capacità di effettuare calate in corda doppia;
  • conoscenza e corretto utilizzo dell’attrezzatura individuale di sicurezza;
  • conoscenza del territorio montano umbro;
  • equilibrio e consapevolezza nella valutazione del rischio;
  • attitudine al lavoro di squadra.

A queste capacità tecniche si aggiungono motivazione, disponibilità ad apprendere e soprattutto la possibilità di dedicare tempo alla formazione, all’addestramento e alle attività di soccorso.

Una particolare attenzione alle aree interne

Le candidature possono essere presentate da tutta la regione, ma il SASU ha indicato alcune aree nelle quali è particolarmente importante rafforzare la presenza dei volontari.

Avranno priorità le persone residenti, domiciliate o stabilmente presenti per motivi di lavoro nelle zone del Monte Cucco, del comprensorio eugubino-gualdese e territori limitrofi; Norcia, Cascia e Valnerina; aree interne del Ternano; Media Valle del Tevere.

La presenza di soccorritori che conoscono direttamente questi territori assume particolare importanza negli interventi in zone montane, impervie o difficilmente raggiungibili.

Nel 2025 soccorse e recuperate 225 persone

Il SASU è il servizio regionale umbro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e interviene nelle operazioni di soccorso in ambiente montano, impervio e ipogeo.

Tecnici, operatori e personale sanitario – medici e infermieri – garantiscono l’operatività del servizio 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno.

Nel corso del 2025 le squadre del SASU hanno soccorso e recuperato 225 persone nelle aree interne dell’Umbria.

Un’attività che richiede non soltanto preparazione tecnica individuale, ma capacità di operare all’interno di squadre organizzate e disponibilità a mantenere nel tempo un elevato livello di formazione e addestramento.

Come presentare la candidatura

Gli interessati devono inviare la domanda di candidatura accompagnata dal curriculum delle attività svolte in montagna all’indirizzo: selezioni@sasu.it

Il termine per la presentazione delle candidature è fissato al 10 novembre 2026.

Fonti

Soccorso Alpino e Speleologico Umbria – comunicazione sulle selezioni 2026, ripresa dagli enti territoriali umbri.

Comune di Castel Giorgio – Diventa volontario del Soccorso Alpino e Speleologico Umbria: aperte le selezioni per nuovi volontari

https://www.comune.castelgiorgio.tr.it/notizie/2026-selezioni-sasu.html

ANSA Umbria – Il Soccorso alpino e speleologico dell’Umbria cerca nuovi volontari

https://www.ansa.it/umbria/notizie/2026/10/09/il-soccorso-alpino-e-speleologico-dellumbria-cerca-nuovi-volontari_47bd3392-f371-47bc-b168-efbbae511cc8.html

Ed ecco un quadro delle selezioni annunciate pubblicamente, di cui abbiamo parlato fino a d oggi: non pretende di essere esaustivo delle procedure eventualmente attivate dalle singole strutture territoriali del CNSAS.

RegioneTipoData selezioniScadenza candidature
LiguriaSoccorso Speleologico7-8 novembre 202631 ottobre 2026
SiciliaSoccorso Speleologico14-15 novembre 20266 novembre 2026
UmbriaSoccorso Alpino e Speleologicosecondo convocazione10 novembre 2026
Friuli Venezia GiuliaSoccorso Speleologico6-7 febbraio 202710 gennaio 2027

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  • Le ferite della Grotta di Shanidar: Neanderthal in Iraq
    Condividi Una nuova analisi dei resti di un Neanderthal rinvenuto nella cavità del Kurdistan iracheno documenta un trauma penetrante alla scapola: si riapre anche il tema delle deposizioni intenzionali nella grotta Una lesione nella scapola di un Neanderthal vissuto circa 75.000 anni fa potrebbe essere stata provocata da una lancia di legno. È quanto emerge dallo studio di Shanidar A, uno degli individui rinvenuti nella Grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno. La ricerca, coordinata
     

Le ferite della Grotta di Shanidar: Neanderthal in Iraq

Október 18th 2026 at 06:00

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Una nuova analisi dei resti di un Neanderthal rinvenuto nella cavità del Kurdistan iracheno documenta un trauma penetrante alla scapola: si riapre anche il tema delle deposizioni intenzionali nella grotta


Una lesione nella scapola di un Neanderthal vissuto circa 75.000 anni fa potrebbe essere stata provocata da una lancia di legno.

È quanto emerge dallo studio di Shanidar A, uno degli individui rinvenuti nella Grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno.

La ricerca, coordinata da Emma Pomeroy dell’Università di Cambridge e pubblicata il 15 ottobre 2026 su Scientific Reports, ha analizzato una perforazione quasi circolare, larga circa 15 millimetri, presente sulla scapola sinistra.

Le caratteristiche della frattura indicano che il trauma avvenne quando l’osso era ancora fresco.

La traiettoria ricostruita suggerisce inoltre che l’oggetto fosse penetrato dalla parte anteriore del torace verso la schiena prima di raggiungere la scapola.

La perforazione individuata sulla scapola sinistra di Shanidar A. Le analisi macroscopiche, microscopiche e µCT indicano un trauma penetrante avvenuto intorno al momento della morte, compatibile con l’impatto di una lancia di legno. Immagine: A. Pantoja-Pérez e N. Sala, da Pomeroy et al., Scientific Reports (2026) – CC BY 4.0.

Una possibile arma di legno
La forma della lesione è stata confrontata con dati sperimentali relativi all’impiego di lance.

Secondo i ricercatori, risulta compatibile con la penetrazione di una punta lignea dalla sezione arrotondata.

Una ferita di questo tipo avrebbe potuto interessare il polmone e importanti vasi sanguigni ed essere quindi letale.
Lo studio non permette però di stabilire le circostanze dell’episodio.

Gli autori considerano possibile un atto di violenza interpersonale, ma non escludono un incidente durante una battuta di caccia.
La lesione è una possibile testimonianza indiretta dell’impiego di armi interamente in legno, materiali che solo eccezionalmente riescono a conservarsi per periodi così lunghi.

Una precedente ferita al volto
Le analisi di Shanidar A hanno evidenziato anche un trauma più antico.
Un incisivo inferiore è gravemente danneggiato e altri elementi dentari mostrano alterazioni riconducibili a un forte trauma al volto.

La presenza di tartaro sulla superficie danneggiata indica che l’individuo era sopravvissuto per un certo periodo dopo la ferita.

Secondo gli studiosi, questo dato potrebbe indicare assistenza da parte degli altri membri del gruppo, come già ipotizzato per altri Neanderthal rinvenuti nella stessa grotta.


Più individui nello stesso settore della grotta
Shanidar A proviene da un piccolo settore della cavità, posto dietro un grande masso, nel quale sono stati identificati i resti di almeno cinque Neanderthal: quattro adulti e un bambino.
Le analisi stratigrafiche indicano che gli individui non furono deposti contemporaneamente. Il luogo sarebbe stato utilizzato in momenti diversi, forse nell’arco di anni o decenni.
Questo elemento contribuisce al dibattito sulla possibilità che i Neanderthal deponessero intenzionalmente i propri morti in luoghi determinati, anche se l’interpretazione dei comportamenti funerari neanderthaliani continua a essere oggetto di discussione scientifica.


Le nuove ricerche a Shanidar
La Grotta di Shanidar, sui monti Zagros, è uno dei principali siti per lo studio dei Neanderthal del Vicino Oriente.
Gli scavi condotti da Ralph Solecki tra il 1951 e il 1960 portarono alla scoperta dei resti di numerosi individui, alcuni dei quali presentavano patologie e traumi sopravvissuti a lungo.

Le ricerche sono riprese nel 2015, con un progetto diretto da Graeme Barker dell’Università di Cambridge. L’applicazione delle moderne tecniche di scavo e analisi sta permettendo di ricostruire con maggiore precisione la posizione dei resti e la successione degli eventi avvenuti nella cavità.


Il caso di Shanidar A aggiunge ora un nuovo elemento: una ferita penetrante compatibile con una lancia di legno, senza che sia ancora possibile stabilire se sia stata provocata intenzionalmente o accidentalmente.


Fonti


Pomeroy E., Hunt C.O., López-Polín L. et al., Evidence for funerary behaviour and lethal trauma in a new Neanderthal individual from Shanidar Cave, Scientific Reports, 2026.

https://www.nature.com/articles/s41598-026-69193-z


DOI
?https://doi.org/10.1038/s41598-026-69193-z


University of Cambridge, 15 ottobre 2026
?https://www.cam.ac.uk/stories/neanderthal-spear-wound-shanidar-cave


BBC News

https://www.bbc.com/news/articles/c6jrwn3y3xe9o
?

Foto di copertina: grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno, uno dei principali siti per lo studio dei Neanderthal nel Vicino Oriente. Qui sono stati rinvenuti anche i resti di Shanidar A, oggetto del nuovo studio pubblicato su Scientific Reports. Foto: Osama Shukir Muhammed Amin FRCP(Glasg) / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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  • Soccorso Speleologico CNSAS Friuli Venezia Giulia: aperte le selezioni per nuovi aspiranti volontari
    Condividi Le prove si svolgeranno il 6 e 7 febbraio 2027. Candidature entro il 10 gennaio: richieste esperienza speleologica, capacità di attrezzamento, autosoccorso e competenze di progressione in ambiente verticale e invernale Sono aperte in Friuli Venezia Giulia le selezioni per gli aspiranti volontari del Soccorso Speleologico del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS). Le selezioni della II Delegazione – Friuli Venezia Giulia per l’anno 2027 si svolgeranno nelle giorna
     

Soccorso Speleologico CNSAS Friuli Venezia Giulia: aperte le selezioni per nuovi aspiranti volontari

Október 18th 2026 at 05:00

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Le prove si svolgeranno il 6 e 7 febbraio 2027. Candidature entro il 10 gennaio: richieste esperienza speleologica, capacità di attrezzamento, autosoccorso e competenze di progressione in ambiente verticale e invernale

Sono aperte in Friuli Venezia Giulia le selezioni per gli aspiranti volontari del Soccorso Speleologico del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).

Le selezioni della II Delegazione – Friuli Venezia Giulia per l’anno 2027 si svolgeranno nelle giornate di sabato 6 e domenica 7 febbraio 2027.

Gli interessati in possesso dei requisiti richiesti dovranno presentare la domanda e la relativa documentazione entro il 10 gennaio 2027.

I requisiti per accedere alle selezioni

L’accesso al percorso richiede una preparazione speleologica già consolidata. Non si tratta infatti di un corso per avvicinarsi alla speleologia, ma di una selezione rivolta a persone che possiedono già autonomia ed esperienza nella progressione in ambiente ipogeo.

I candidati devono avere un’età compresa tra 18 e 45 anni ed essere soci del Club Alpino Italiano.

Tra le competenze richieste figurano:

  • ottima capacità di progressione in grotta;
  • ottime capacità di attrezzamento;
  • conoscenza delle tecniche di autosoccorso di base;
  • capacità di progressione in corda doppia;
  • padronanza delle tecniche di arrampicata libera fino al IV grado UIAA;
  • padronanza delle tecniche di arrampicata artificiale;
  • capacità di progressione e avvicinamento in ambiente invernale utilizzando attrezzature adeguate.

Il quadro dei requisiti evidenzia la preparazione tecnica richiesta a chi intende intraprendere il percorso per diventare volontario del Soccorso Speleologico.

Dalla speleologia al soccorso

L’attività del Soccorso Speleologico si svolge in ambienti nei quali le normali operazioni di emergenza diventano particolarmente complesse.

Pozzi, meandri, strettoie, corsi d’acqua sotterranei, grandi verticali e lunghi percorsi lontani dall’ingresso possono rendere necessario trasportare una persona infortunata per molte ore, talvolta per giorni.

Alle competenze proprie dello speleologo devono quindi aggiungersi una formazione specifica nelle tecniche di soccorso, la capacità di operare all’interno di squadre organizzate e un’attività costante di addestramento.

Le selezioni rappresentano il primo passaggio di questo percorso e servono a verificare che gli aspiranti possiedano le basi tecniche necessarie per affrontare la successiva formazione.

Informazioni e documentazione

Per informazioni sulle selezioni e per ottenere la documentazione necessaria è possibile contattare Stefano Gobessi, responsabile della Scuola regionale: tel. 348 3861322 – e-mail: stefano.gobessi@cnasas.it

Le candidature dovranno essere presentate entro e non oltre il 10 gennaio 2027.

Le selezioni degli aspiranti volontari del Soccorso Speleologico CNSAS del Friuli Venezia Giulia si svolgeranno sabato 6 e domenica 7 febbraio 2027.

Fonte

Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia APS – Selezione aspiranti soccorso speleologico CNSAS FVG ODV – 6-7 febbraio 2027

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  • Grotta delle Veneri, la geofisica individua possibili cavità ancora inesplorate nel sottosuolo di Parabita (Lecce)
    Condividi Georadar e tomografia elettrica rivelano anomalie compatibili con vuoti sotterranei nei pressi dell’importante sito preistorico salentino: potrebbero appartenere a settori sconosciuti della grotta, ma servono indagini dirette per la conferma Grotta delle Veneri, la geofisica individua possibili cavità ancora inesplorate nel sottosuolo di Parabita Il sottosuolo intorno alla Grotta delle Veneri di Parabita, in provincia di Lecce, potrebbe nascondere cavità finora inesplorate. A in
     

Grotta delle Veneri, la geofisica individua possibili cavità ancora inesplorate nel sottosuolo di Parabita (Lecce)

Október 17th 2026 at 05:00

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Georadar e tomografia elettrica rivelano anomalie compatibili con vuoti sotterranei nei pressi dell’importante sito preistorico salentino: potrebbero appartenere a settori sconosciuti della grotta, ma servono indagini dirette per la conferma

Grotta delle Veneri, la geofisica individua possibili cavità ancora inesplorate nel sottosuolo di Parabita

Il sottosuolo intorno alla Grotta delle Veneri di Parabita, in provincia di Lecce, potrebbe nascondere cavità finora inesplorate. A indicarlo sono nuove indagini geofisiche condotte attraverso georadar e tomografia elettrica, i cui risultati sono stati pubblicati nel 2026 sulla rivista scientifica Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage

Lo studio, firmato da Dora Francesca Barbolla, Chiara Torre, Lara De Giorgi e Giovanni Leucci, aveva un obiettivo preciso: verificare la possibile presenza di ulteriori vuoti sotterranei collegati alla cavità conosciuta.

Due tecniche per guardare nel sottosuolo senza scavare

I ricercatori hanno utilizzato due metodologie geofisiche complementari: il Ground Penetrating Radar (GPR), o georadar, e la Electrical Resistivity Tomography (ERT), la tomografia di resistività elettrica.

Il primo permette di individuare discontinuità nel sottosuolo attraverso la propagazione e la riflessione di onde elettromagnetiche. La seconda ricostruisce invece le variazioni della resistività elettrica dei materiali attraversati.

L’impiego congiunto delle due tecniche è particolarmente utile negli ambienti carsici, dove fratture, zone alterate, riempimenti e cavità possono produrre segnali complessi. La corrispondenza tra anomalie rilevate con metodologie basate su differenti proprietà fisiche permette di rendere più robusta l’interpretazione dei dati.

Nel caso della Grotta delle Veneri, la morfologia accidentata del terreno e la presenza di alberi e vegetazione hanno impedito di estendere le acquisizioni tridimensionali all’intera area. Le indagini sono state quindi concentrate nei settori ritenuti più significativi.

Anomalie compatibili con cavità

I risultati hanno evidenziato diverse zone caratterizzate contemporaneamente da elevata resistività e forti riflessioni delle onde elettromagnetiche.

Gli autori interpretano alcune di queste anomalie come compatibili con la presenza di cavità. Altre sembrano invece associate a settori fortemente fratturati e potenzialmente instabili.

L’integrazione dei dati GPR ed ERT ha permesso di elaborare modelli bidimensionali e tridimensionali del sottosuolo e di individuare quelle che potrebbero essere prosecuzioni ancora sconosciute del sistema ipogeo.

Si tratta di un risultato di particolare interesse speleologico e archeologico, ma che richiede prudenza nell’interpretazione.

Non sono ancora nuove sale esplorate

Le indagini geofisiche non equivalgono infatti alla scoperta e all’esplorazione diretta di nuovi ambienti sotterranei.

Quello che è stato individuato sono segnali geofisici interpretati come cavità o zone carsificate, alcune delle quali potrebbero essere collegate alla Grotta delle Veneri. La loro effettiva natura potrà essere stabilita soltanto attraverso successive verifiche dirette.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dello studio: i modelli ottenuti forniscono indicazioni sulla posizione, sulla profondità e sui volumi delle anomalie, offrendo agli archeologi gli elementi necessari per progettare future indagini mirate.

La geofisica diventa così uno strumento per orientare la ricerca riducendo, almeno nelle prime fasi, la necessità di interventi invasivi in un sito archeologico particolarmente delicato.

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212054826000676

Una grotta fondamentale per la preistoria del Salento

La Grotta delle Veneri è una cavità naturale di origine carsica situata nel territorio di Parabita. Lo sviluppo conosciuto supera il centinaio di metri ed è articolato in un settore esterno, interessato nel tempo da crolli della volta, e in una grotta interna con un ambiente centrale e cunicoli diretti verso nord e verso ovest.

Il sito è considerato tra i più importanti complessi preistorici dell’Italia meridionale.

Le campagne di scavo condotte dall’Università di Pisa tra il 1966 e il 1972 misero in evidenza una lunga sequenza di frequentazione, dal Paleolitico medio fino all’età del Bronzo. Le ricerche portarono inoltre alla scoperta di una sepoltura bisoma (vale a dire contenente i resti di due individui) del Paleolitico superiore e di numerosi reperti.

La grotta deve però il proprio nome soprattutto alle celebri Veneri di Parabita, due piccole figure femminili scolpite nell’osso e attribuite al Paleolitico superiore, oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

La maggiore misura circa nove centimetri e presenta le braccia raccolte sotto il ventre; la seconda, più piccola, misura poco più di sei centimetri. Sono tra le testimonianze di arte paleolitica più significative provenienti dall’Italia meridionale.

Le ricerche sono riprese nel 2021

Dopo le storiche campagne del Novecento, nel 2021 sono riprese le ricerche archeologiche alla Grotta delle Veneri, nell’ambito di un progetto coordinato dal Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze, con la collaborazione del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria, dell’Università del Salento e dell’Università di Siena e con il supporto dell’amministrazione comunale di Parabita.

Il progetto non riguarda soltanto la ricerca scientifica, ma anche la valorizzazione del sito e il recupero dei percorsi destinati alla sua fruizione.

In questo contesto le nuove indagini geofisiche aggiungono un elemento particolarmente suggestivo: la Grotta delle Veneri conosciuta oggi potrebbe non essere tutta la Grotta delle Veneri.

Sotto il terreno potrebbero esistere altri ambienti, forse appartenenti allo stesso sistema carsico e potenzialmente capaci di conservare nuovi dati sulla sua evoluzione naturale e sulla frequentazione umana del sito.

La geofisica ne ha indicato la possibile presenza. Il passo successivo sarà verificare che cosa corrisponda realmente a quelle anomalie e, soprattutto, se esista un modo scientificamente e archeologicamente sostenibile per raggiungerle e studiarle.

Fonti

Dora Francesca Barbolla, Chiara Torre, Lara De Giorgi, Giovanni Leucci, New data about Grotta delle Veneri by GPR and ERT surveys, Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage, Volume 42, 2026, e00560.
https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212054826000676

DOI dello studio scientifico:
https://doi.org/10.1016/j.daach.2026.e00560

Focus, Salento, camere nascoste nella Grotta delle Veneri? Il radar svela anomalie nel sottosuolo pugliese:
https://www.focus.it/cultura/storia/salento-camere-nascoste-nella-grotta-delle-veneri-il-radar-svela-anomalie-nel-sottosuolo-pugliese

Museo Archeologico Nazionale di Taranto – Veneri di Parabita:
https://museotaranto.cultura.gov.it/it/reperto/veneri-di-parabita/

Museo Fiorentino di Preistoria – Scavi in corso: Grotta delle Veneri:
https://www.museofiorentinopreistoria.it/it/scavi-in-corso

Comune di Parabita – Cenni storici:
https://www.comune.parabita.le.it/it/page/cenni-storici-8fe80d34-9b97-4318-841c-2f9646bf8d0a

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  • Abisso Dolly, le esplorazioni continuano: tre chilometri di grotte sotto il Mondolè
    Condividi Le ricerche dello Speleo Club Tanaro, avviate nel 2024 anche con speleologi del Gruppo Speleologico Martel di Genova, hanno portato alla scoperta di nuove grandi gallerie e pozzi. Il sistema raggiunge ora circa tre chilometri di sviluppo, mentre forti correnti d’aria indicano possibili prosecuzioni ancora da esplorare Quando alla fine di agosto avevamo raccontato su Scintilena le nuove esplorazioni all’Abisso Dolly, avevamo scelto di aspettare che fossero gli stessi speleologi a for
     

Abisso Dolly, le esplorazioni continuano: tre chilometri di grotte sotto il Mondolè

Október 16th 2026 at 06:00

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Le ricerche dello Speleo Club Tanaro, avviate nel 2024 anche con speleologi del Gruppo Speleologico Martel di Genova, hanno portato alla scoperta di nuove grandi gallerie e pozzi. Il sistema raggiunge ora circa tre chilometri di sviluppo, mentre forti correnti d’aria indicano possibili prosecuzioni ancora da esplorare

Quando alla fine di agosto avevamo raccontato su Scintilena le nuove esplorazioni all’Abisso Dolly, avevamo scelto di aspettare che fossero gli stessi speleologi a fornire un quadro più completo delle scoperte.

Quel momento è arrivato.

Le esplorazioni condotte sotto il massiccio del Mondolè, nelle Alpi Liguri piemontesi, hanno portato lo sviluppo rilevato dell’Abisso Dolly a circa tre chilometri, con grandi gallerie, nuovi pozzi e diverse prosecuzioni ancora aperte.

I risultati sono emersi soprattutto durante il campo organizzato nell’agosto 2026 dallo Speleo Club Tanaro nella zona del Lago delle Scalette, nei pressi del rifugio della Balma.

«Una settimana di campo dello SCT – Speleo Club Tanaro ci ha regalato tante emozioni e più di 800 metri di esplorazione in una grotta conosciuta da tempo, l’Abisso Dolly. Dietro uno stretto passaggio si sono svelati a noi ambienti inaspettati, grandi e affascinanti. Una settimana di convivialità sana con belle persone accomunate dalla stessa passione. Esplorare e rilevare, quanto mi mancavi grotta!!»

Una storia esplorativa ripresa nel 2024

L’Abisso Dolly non è una nuova cavità. Conosciuto ed esplorato fin dalla fine degli anni Settanta, aveva uno sviluppo noto di circa 1.400 metri e raggiungeva una profondità nell’ordine dei 270 metri.

Nel 2024 lo Speleo Club Tanaro, insieme ad alcuni componenti del Gruppo Speleologico Martel di Genova, ha ripreso le esplorazioni, effettuando un nuovo rilievo topografico e individuando nuove gallerie nelle parti profonde della cavità.

Un lavoro proseguito negli anni successivi e che nell’estate 2026 ha prodotto risultati ben superiori alle aspettative iniziali.

Le discese di agosto erano infatti programmate anche per completare il rilievo. Durante le esplorazioni, una facile arrampicata ha però consentito di raggiungere un passaggio sconosciuto e, oltre questo, una successione di gallerie di grandi dimensioni e pozzi.

Le nuove diramazioni sembrano svilupparsi in direzioni differenti: alcune verso la punta del Mondolè, altre verso cima Losera.

Un pozzo di 80 metri e molta aria

Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse.

Gli speleologi hanno raggiunto il fondo di un pozzo di circa 80 metri, mentre altre arrampicate hanno permesso di intravedere ulteriori gallerie ancora da percorrere.

Particolarmente interessante è la presenza, nei nuovi settori, di una forte circolazione d’aria.

Per gli speleologi l’aria è spesso uno degli indizi più importanti nella ricerca delle prosecuzioni: una corrente significativa può indicare collegamenti con altri ambienti, ingressi sconosciuti o comunque l’esistenza di un sistema sotterraneo più articolato rispetto a quello già percorso.

Non permette naturalmente di prevedere quanto proseguirà una grotta, ma rappresenta un segnale che invita a continuare le ricerche.

Il rilievo dell’Abisso Dolly raggiunge attualmente circa tre chilometri di sviluppo, mentre il nuovo fondo è indicato a -275 metri.

Le acque sotterranee del Mondolè

La Dolly è interessante anche dal punto di vista idrogeologico.

All’interno della cavità scorrono due corsi d’acqua sotterranei. Esperimenti effettuati in passato mediante traccianti hanno dimostrato il collegamento di uno di questi con la sorgente di Artesina, utilizzata per l’approvvigionamento idropotabile del centro turistico.

Le nuove esplorazioni possono quindi contribuire non soltanto alla conoscenza speleologica del massiccio, ma anche alla ricostruzione della circolazione delle acque all’interno del sistema carsico compreso fra il Mondolè e le sorgenti del torrente Maudagna.

Un campo con speleologi di diversi gruppi

Al campo esplorativo dell’agosto 2026 hanno partecipato circa quindici speleologi. Oltre allo Speleo Club Tanaro, sono stati coinvolti speleologi del Gruppo Speleologico Alpi Marittime e del Gruppo Speleologico Valsesiano, nonché alcuni componenti del Gruppo Speleologico Martel di Genova. Nella ripresa delle esplorazioni della Dolly, iniziata nel 2024, il Martel aveva lanciato il sasso e ritrovato l’ingresso della Dolly!

Il Comune di Frabosa Sottana ha sostenuto logisticamente le attività mettendo a disposizione degli speleologi, per una decina di giorni, la casera nei pressi del Lago delle Scalette, utilizzata come deposito per i materiali e punto d’appoggio.

Non soltanto Dolly: il ghiaccio che arretra sotto il Mondolè

Il campo ha interessato anche altre cavità del massiccio.

Nei pressi della grande depressione del Bacino del Mondolè è stata scesa e rilevata una grotta profonda circa 75 metri, nella quale sono presenti importanti depositi di neve e ghiaccio anche durante l’estate.

Ma proprio il confronto con le osservazioni del passato sta mostrando trasformazioni rilevanti.

In un’altra cavità verticale esplorata nel 1988, il deposito di neve ghiacciata iniziava allora a una decina di metri dall’ingresso e proseguiva per oltre 90 metri di profondità. Oggi il ghiaccio compare soltanto intorno ai 25 metri dall’ingresso, con una riduzione superiore a 15 metri dello spessore osservato in passato.

La Balma ghiacciata perde il suo ghiaccio estivo

Ancora più significativo è quanto sta accadendo alla storica Balma ghiacciata del Mondolè, oggetto dal 2022 di studi condotti da ARPA Piemonte e Politecnico di Torino.

La cavità è conosciuta da secoli: una sua descrizione compare già nel 1788, nel lavoro di Nallino Il corso del Fiume Ellero.

Per lungo tempo uno dei suoi elementi caratteristici è stato il ghiaccio, che riusciva a conservarsi negli ambienti prossimi all’ingresso anche durante l’estate.

Secondo quanto riferito dal professor Bartolomeo Vigna, negli ultimi due anni i depositi sono invece scomparsi completamente già nel mese di giugno.

Le misurazioni effettuate con termometri ad alta precisione, installati per registrare la temperatura dell’aria e della roccia, mostrano un aumento delle temperature, particolarmente significativo durante l’inverno. A questo si associa la diminuzione delle precipitazioni nevose.

Il meccanismo che consentiva alla cavità di accumulare aria fredda durante la stagione invernale e conservare il ghiaccio nei mesi successivi sta quindi modificandosi.

Un Mondolè ancora da esplorare

Sotto il Mondolè emergono così due storie apparentemente diverse ma strettamente legate alla conoscenza dell’ambiente sotterraneo.

Da una parte l’Abisso Dolly continua ad allungarsi sulle carte degli speleologi: da circa 1.400 metri conosciuti a un rilievo che oggi raggiunge i tre chilometri, con pozzi, gallerie e correnti d’aria che indicano che l’esplorazione non è terminata.

Dall’altra, le cavità ghiacciate conservano la memoria di condizioni climatiche che stanno cambiando rapidamente.

Nel sottosuolo del Mondolè, dunque, gli speleologi non stanno soltanto cercando nuovi passaggi. Stanno raccogliendo informazioni sulla circolazione delle acque, sull’evoluzione del carsismo e sulle trasformazioni ambientali di un massiccio che, nonostante decenni di esplorazioni, ha ancora molto da raccontare.

Fonti

Unione Monregalese, Mattia Clerico, 15 ottobre 2026 https://www.unionemonregalese.it/news/territorio/319201/scoperto-un-nuovo-mondo-sotterraneo-3-chilometri-di-grotte-sotto-il-mondole.html

Scintilena, Abisso Dolly, oltre 800 metri di nuove esplorazioni 25 agosto 2026

L'articolo Abisso Dolly, le esplorazioni continuano: tre chilometri di grotte sotto il Mondolè proviene da Scintilena.

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  • Tina Jama, una piccola grotta del Carso custodisce un accampamento organizzato di 8.000 anni fa
    Condividi Nella cavità di Sgonico/Zgonik, lunga appena 5,5 metri, gli archeologi hanno raggiunto i livelli del Mesolitico recente: un’ascia in corno di cervo, armi, ornamenti, ocra e il dente da latte di un bambino raccontano le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Adriatico nord-orientale Scintilena ha già dato notizia nei giorni scorsi dei nuovi ritrovamenti nella grotta Tina Jama, sul Carso triestino. Torniamo ora sulla scoperta con un approfondimento dedicato alla cavità, alla
     

Tina Jama, una piccola grotta del Carso custodisce un accampamento organizzato di 8.000 anni fa

Október 15th 2026 at 05:00

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Nella cavità di Sgonico/Zgonik, lunga appena 5,5 metri, gli archeologi hanno raggiunto i livelli del Mesolitico recente: un’ascia in corno di cervo, armi, ornamenti, ocra e il dente da latte di un bambino raccontano le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Adriatico nord-orientale

Scintilena ha già dato notizia nei giorni scorsi dei nuovi ritrovamenti nella grotta Tina Jama, sul Carso triestino. Torniamo ora sulla scoperta con un approfondimento dedicato alla cavità, alla sua lunga stratigrafia archeologica e alle testimonianze lasciate dalle comunità che la frequentarono migliaia di anni fa.

Non occorre una grande grotta per conservare una grande storia. La Tina Jama, sul Carso triestino nel territorio di Sgonico/Zgonik, è una cavità di dimensioni modeste: secondo il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia ha uno sviluppo planimetrico di appena 5,5 metri, una profondità di 1,2 metri e l’ingresso a 473 metri di quota.

Eppure il deposito accumulato al suo interno sta restituendo una delle sequenze archeologiche più interessanti per comprendere la preistoria dell’Adriatico nord-orientale.

La quarta campagna di scavo, condotta nel 2026, ha raggiunto ricchi livelli attribuiti al Mesolitico recente, immediatamente precedenti alle testimonianze dei primi gruppi neolitici.

Tra i reperti spicca una rara ascia realizzata in corno di cervo, sulla quale è ancora visibile una perforazione rimasta incompleta. Manufatti confrontabili sono conosciuti soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, mentre in Italia esempi analoghi risultano estremamente rari.

Accanto all’ascia sono comparsi piccoli manufatti in pietra, elementi trapezoidali impiegati nelle armature delle frecce e scarti prodotti durante la loro lavorazione, oltre a punte in osso.

Un secondo oggetto in corno di cervo, lungo circa 11 centimetri e attraversato da perforazioni, potrebbe essere stato utilizzato per raddrizzare le aste delle frecce, anche se la sua funzione dovrà essere verificata attraverso ulteriori studi.

Ornamenti, ocra e strumenti di caccia

Il deposito racconta molto più della tecnologia utilizzata per la caccia.

Sono stati recuperati ornamenti ricavati da conchiglie marine e d’acqua dolce e canini atrofici di cervo perforati per essere utilizzati come pendagli. Uno di questi conserva tracce di ocra.

La stessa sostanza è stata individuata in diversi punti dello scavo e, in alcuni casi, è associata a residui di adesivi ancora presenti sugli strumenti in selce.

Sono tracce minuscole, ma capaci di fornire informazioni sulle tecniche di lavorazione degli utensili e, più in generale, sulla vita quotidiana delle comunità che utilizzarono la cavità.

Il dente di un bambino

Tra i ritrovamenti più significativi c’è anche un dente umano da latte.

Un reperto piccolissimo, ma potenzialmente molto importante. Il suo studio potrebbe fornire nuove informazioni sulle popolazioni che frequentavano il Carso alla fine del Mesolitico, una fase ancora scarsamente documentata nell’area.

La presenza del dente aggiunge inoltre un elemento umano particolarmente suggestivo al quadro ricostruito dagli archeologi: nella grotta non sono rimasti soltanto gli strumenti della caccia e della vita quotidiana, ma anche una traccia diretta delle persone che vi trovarono riparo quasi ottomila anni fa.

Un accampamento dentro la grotta

Una parte dei reperti proviene da quella che gli archeologi interpretano come la traccia di un vero accampamento mesolitico.

L’area era organizzata attorno a un focolare nella zona più protetta della cavità e risultava delimitata, verso l’ingresso, da pietre e blocchi.

La possibilità di leggere non soltanto singoli oggetti, ma anche l’organizzazione dello spazio occupato dagli uomini preistorici, rende Tina Jama particolarmente interessante per lo studio delle ultime comunità di cacciatori-raccoglitori del Caput Adriae.

La ricerca riguarda infatti una fase cruciale della preistoria europea: il passaggio dal mondo dei cacciatori-raccoglitori a quello delle comunità che praticavano agricoltura e allevamento.

Secondo gli studiosi, i primi gruppi neolitici raggiunsero il Carso seguendo la costa dalmata e istriana circa 7.500 anni fa.

Proprio le ultime comunità mesolitiche potrebbero aver avuto un ruolo importante nei cambiamenti che accompagnarono questo processo, ma le loro tracce nel Carso e in Istria sono spesso discontinue o disturbate.

Tina Jama conserva invece una sequenza archeologica particolarmente ricca.

Una cavità frequentata per millenni

Gli scavi degli anni precedenti avevano già mostrato quanto lunga fosse la storia umana della grotta.

Le ricerche hanno infatti documentato diversi momenti di frequentazione preistorica. Tra i reperti più noti emersi dalle campagne precedenti figura anche un raro pugnale in rame di oltre 4.000 anni fa, riferibile alla seconda metà del III millennio a.C.

Strato dopo strato, le indagini stanno quindi ricostruendo una storia che attraversa millenni, dalle frequentazioni mesolitiche alle successive fasi neolitiche, eneolitiche e dell’età dei metalli.

Tina Jama e la speleologia

Anche la storia speleologica della cavità presenta alcuni elementi curiosi.

La Tina Jama è registrata nel Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 6479 e la sigla locale 6189 VG.

La grotta era stata segnalata negli anni Settanta, ma con una posizione largamente errata. Fu rintracciata nuovamente negli anni Novanta da Elio Polli.

Il Catasto descrive una cavità costituita da un unico vano con fondo terroso, un tempo più ampia e utilizzata in passato anche come ricovero per gli ovini.

Una cavità apparentemente modesta che, grazie alle ricerche archeologiche, si sta invece rivelando un archivio straordinariamente complesso.

Tracce di caccia, tecnologia, alimentazione, ornamento e presenza umana permettono oggi di ricostruire il momento in cui, sul Carso, stava cambiando radicalmente il modo di vivere e di utilizzare il territorio.

Le indagini sono condotte dall’Università Ca’ Foscari Venezia, su concessione del Ministero della Cultura, in collaborazione con l’Institute of Archaeology dello ZRC SAZU di Lubiana, l’Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics, l’Università degli Studi di Siena e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia.

Fonti:

  • Il Piccolo
  • Università Ca’ Foscari Venezia
  • Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia
  • Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia

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  • “Stillicidio” arriva al numero 4: il Gruppo Triestino Speleologi narra esplorazioni, memoria e cultura speleologica
    Condividi Nel numero di ottobre 2026 del notiziario del GTS trovano spazio attività sul Carso e fuori regione, esplorazioni, incontri, pubblicazioni e documenti d’archivio È online il numero 4 – ottobre 2026 di “Stillicidio – Idee che scavano la roccia”, il notiziario del Gruppo Triestino Speleologi APS. Trentatré pagine che restituiscono un quadro molto ampio dell’attività del gruppo e, allo stesso tempo, mostrano quanto possa essere importante in speleologia raccontare e conservare ciò che
     

“Stillicidio” arriva al numero 4: il Gruppo Triestino Speleologi narra esplorazioni, memoria e cultura speleologica

Október 13th 2026 at 05:30

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Nel numero di ottobre 2026 del notiziario del GTS trovano spazio attività sul Carso e fuori regione, esplorazioni, incontri, pubblicazioni e documenti d’archivio

È online il numero 4 – ottobre 2026 di “Stillicidio – Idee che scavano la roccia”, il notiziario del Gruppo Triestino Speleologi APS. Trentatré pagine che restituiscono un quadro molto ampio dell’attività del gruppo e, allo stesso tempo, mostrano quanto possa essere importante in speleologia raccontare e conservare ciò che viene fatto sul terreno.

Si parte proprio con una riflessione sul valore delle pubblicazioni. Nell’editoriale, significativamente intitolato “Informarsi e informare, scrivere e raccogliere”, il GTS richiama l’importanza di far circolare bollettini e riviste, conservarli nelle biblioteche e renderli disponibili alla consultazione. Scrivere, raccogliere, conservare e condividere vengono indicati come aspetti diversi di uno stesso obiettivo: far circolare la conoscenza.

Il tema trova subito applicazione nella presentazione del XXIII volume del Bollettino del Gruppo Triestino Speleologi, la pubblicazione storica che Stillicidio affianca con una formula più agile e fortemente illustrata.

Gran parte del nuovo numero è naturalmente dedicata all’attività sul campo. Le pagine documentano lavori ed esplorazioni in cavità carsiche, con rilievi, fotografie degli ambienti sotterranei e immagini delle operazioni condotte dagli speleologi. Tra i contributi compaiono attività sul Monte Canin, una ricognizione alla Pivarna jama/Grotta presso Sesana, in Slovenia, e altre uscite nelle grotte del territorio.

Si scandaglia l’area triestina. Il fascicolo racconta anche un workshop sul Dvernice Grotte, svoltosi a Trieste nel settembre scorso, e dedica spazio alla partecipazione del gruppo ad appuntamenti e incontri nei quali esplorazione, ricerca e divulgazione si intrecciano.

Il numero permette anche di seguire la normale vita di gruppo speleologico, quella che raramente emerge dai grandi resoconti esplorativi: sopralluoghi, rilievi, lavori nelle cavità, incontri, assemblee, collaborazioni e momenti di confronto. Sono le attività, documentate con numerose fotografie, a far vivere nel lettore il senso della continuità del lavoro associativo.

Particolarmente interessante è la presenza delle pagine dedicate alla memoria storica della speleologia. Documenti dattiloscritti, fotografie d’epoca, vecchie pubblicazioni e materiali provenienti dagli archivi riportano il lettore a esperienze e testimonianze del passato: una scelta coerente con l’editoriale.

Completano il fascicolo contributi sulla divulgazione e sugli incontri pubblici, immagini di concrezioni e ambienti sotterranei, notizie sull’attività sociale e una rassegna di libri e pubblicazioni. Ne risulta un notiziario che racconta le esplorazioni e, la trama di attività, persone e documenti sulla quale si costruisce nel tempo la storia di un gruppo.

Al Gruppo Triestino Speleologi va quindi un sincero complimento. In un periodo nel quale molta comunicazione speleologica rischia di disperdersi rapidamente nei social network, scegliere di ordinare fotografie, rilievi, resoconti e documenti in una pubblicazione significa lasciare una traccia consultabile anche domani. Una formula semplice ma preziosa: raccontare ciò che si fa, conservarne memoria e metterlo a disposizione degli altri.

Stillicidio numero 4/2026 è disponibile qui, per lettura e download: https://gtspeleo.it/stillicidio-numero-4-2026/ : buona lettura!

Fonte: Gruppo Triestino Speleologi APS, Stillicidio – Idee che scavano la roccia, n. 4, ottobre 2026, 33 pp.;

Gruppo Triestino Speleologi APS, pagina di presentazione di Stillicidio n. 4/2026.

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  • Basovizza apre al pubblico la Caverna III: viaggio nel sottosuolo del Carso
    Condividi Sabato 24 ottobre 2026 visite gratuite con gli speleologi del Club Alpinistico Triestino: viaggio alla scoperta della fauna ipogea e delle testimonianze naturali Il Club Alpinistico Triestino APS propone per sabato 24 ottobre 2026 un’apertura straordinaria della Caverna III ad Est di Basovizza, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo. Basovizza apre al pubblico Accompagnati dagli istruttori di tecnica speleologica e dal
     

Basovizza apre al pubblico la Caverna III: viaggio nel sottosuolo del Carso

Október 13th 2026 at 05:00

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Sabato 24 ottobre 2026 visite gratuite con gli speleologi del Club Alpinistico Triestino: viaggio alla scoperta della fauna ipogea e delle testimonianze naturali

Il Club Alpinistico Triestino APS propone per sabato 24 ottobre 2026 un’apertura straordinaria della Caverna III ad Est di Basovizza, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo. Basovizza apre al pubblico

Accompagnati dagli istruttori di tecnica speleologica e dal naturalista Sergio Dolce, i partecipanti potranno conoscere da vicino l’ambiente sotterraneo carsico, la sua fauna e alcune testimonianze del suo passato, tra cui il calco del cranio di un orso delle caverne.


Pubblichiamo di seguito integralmente il comunicato di Alessandra Ressa, del Club Alpinistico Triestino per Basovizza apre al pubblico.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

COMUNICATO STAMPA

Alla scoperta del mondo sotterraneo: la Caverna III di Basovizza apre al pubblico

Sabato 24 ottobre un’occasione speciale per entrare nel sottosuolo del Carso e scoprire, accompagnati dagli speleologi, un ambiente che custodisce testimonianze della vita animale e della storia naturale del territorio

C’è un mondo che comincia pochi metri sotto i nostri piedi, invisibile a chi percorre ogni giorno il Carso in superficie, ma capace di raccontare una storia antichissima fatta di acqua, roccia, animali e uomini. È il mondo sotterraneo, un patrimonio naturale spesso nascosto e proprio per questo ancora più affascinante, che sabato 24 ottobre sarà possibile conoscere da vicino grazie all’apertura straordinaria al pubblico della Caverna III ad Est di Basovizza, organizzata dal Club Alpinistico Triestino. L’appuntamento fa parte della serie di eventi organizzati dal CAT dedicati alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo.

La giornata, istituita per la prima volta il 13 settembre 2026 su iniziativa dell’UNESCO e dell’UIS, Unione Internazionale di Speleologia, offre l’occasione per avvicinarsi alla speleologia non soltanto come disciplina dedicata all’esplorazione delle grotte, ma anche come strumento per conoscere e comprendere un ambiente fragile e ricco di testimonianze del passato.

Per l’occasione, la Caverna III ad Est di Basovizza sarà aperta ai visitatori, che potranno percorrerla accompagnati in sicurezza dagli Istruttori di Tecnica Speleologica del Club Alpinistico Triestino. La cavità, caratterizzata da uno sviluppo prevalentemente orizzontale e da un accesso relativamente agevole, permette anche a chi non ha mai avuto esperienza del mondo sotterraneo di compiere un primo viaggio nell’ambiente ipogeo, scoprendone caratteristiche, curiosità e peculiarità.

Ad accompagnare la visita ci sarà il dottor Sergio Dolce, già Direttore del Museo di Storia Naturale di Trieste, che illustrerà ai partecipanti alcuni degli aspetti più interessanti legati alla flora e alla fauna ipogea, permettendo di comprendere come la vita riesca ad adattarsi a condizioni ambientali completamente diverse da quelle della superficie.

La visita sarà inoltre un’occasione per fare un salto indietro nel tempo attraverso le testimonianze degli animali che un tempo popolavano le cavità carsiche. Per l’occasione sarà infatti esposto il calco del cranio di un orso delle caverne, grande mammifero preistorico che frequentò le grotte europee fino a circa 25.000 anni fa, insieme ad altri manufatti che contribuiranno a raccontare la lunga storia naturale del sottosuolo carsico.

L’iniziativa è gratuita e prevede due turni di visita, dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 16. Le iscrizioni saranno aperte dall’8 al 24 ottobre 2026 e potranno essere effettuate presso la sede del Club Alpinistico Triestino, in via Raffaele Abro 5/A a Trieste, il martedì dalle 21 alle 23, oppure scaricando il modulo dal sito www.cat.ts.it e inviandolo, una volta compilato, all’indirizzo cat@cat.ts.it. Per ulteriori informazioni è possibile contattare il Club Alpinistico Triestino anche tramite WhatsApp al 327 8461635.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

Via R. Abro, 5/A
34144 Trieste
cell.: 348 5164550
codice fiscale: 80016650329
e-mail:cat@cat.ts.it
pec:cat.trieste@pec.csvfvg.it
http://www.cat.ts.it

Ufficio Stampa: Alessandra Ressa +39 348 3515270

Il 24 ottobre si apriranno le porte su un mondo insieme nuovo e antichissimo, quello del sottosuolo carsico, da scoprire passo dopo passo accompagnati da chi lo conosce, lo esplora e lo studia.

Scintilena – https://www.scintilena.com/caverna-iii-di-basovizza-il-24-ottobre-visite-gratuite-nel-sottosuolo-del-carso/10/08/

http://www.cat.ts.it

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  • Grotte di Pastena, cento anni di esplorazioni nel cuore carsico del Basso Lazio
    Condividi A un secolo dalle esplorazioni del 1926, il grande sistema carsico dei Monti Ausoni racconta la storia dell’acqua, della speleologia e delle rocce mesozoiche in cui si sviluppano oltre tre chilometri di ambienti sotterranei. Nel cuore dei Monti Ausoni, in provincia di Frosinone, le Grotte di Pastena rappresentano uno dei sistemi carsici più conosciuti del Lazio. Nel 2026 il complesso sotterraneo celebra un anniversario particolarmente significativo: cento anni dalle esplorazioni
     

Grotte di Pastena, cento anni di esplorazioni nel cuore carsico del Basso Lazio

Október 12th 2026 at 05:00

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A un secolo dalle esplorazioni del 1926, il grande sistema carsico dei Monti Ausoni racconta la storia dell’acqua, della speleologia e delle rocce mesozoiche in cui si sviluppano oltre tre chilometri di ambienti sotterranei.

Nel cuore dei Monti Ausoni, in provincia di Frosinone, le Grotte di Pastena rappresentano uno dei sistemi carsici più conosciuti del Lazio.

Nel 2026 il complesso sotterraneo celebra un anniversario particolarmente significativo: cento anni dalle esplorazioni del 1926, ricordate lo scorso 22 settembre con una giornata organizzata dal Comune di Pastena, dalla Regione Lazio e da LAZIOcrea.

L’anniversario offre l’occasione per guardare alle grotte non soltanto come attrazione turistica, ma come un sistema naturale nel quale si intrecciano geologia, idrologia e storia della speleologia italiana.

Le rocce hanno decine di milioni di anni, la grotta una storia diversa

Un aspetto merita una precisazione. Le Grotte di Pastena vengono spesso presentate come cavità vecchie di “80 milioni di anni”.

Più correttamente, questa età è riferibile alle rocce carbonatiche mesozoiche nelle quali il sistema carsico si è sviluppato, indicate dalle fonti locali in un intervallo compreso indicativamente tra 80 e 50 milioni di anni.

La formazione e l’evoluzione delle cavità sono invece il risultato di processi carsici successivi, legati alla circolazione e all’azione dissolutiva delle acque nel massiccio calcareo.

Pastena si trova infatti ai margini di un antico polje carsico, il cui drenaggio converge verso l’inghiottitoio della grotta.

Una grotta di attraversamento

Una delle caratteristiche più interessanti di Pastena è la sua natura di grotta di attraversamento.

Le acque del Fosso Mastro penetrano nel sottosuolo attraverso l’inghiottitoio e percorrono il ramo attivo inferiore.

Il corso d’acqua prosegue per circa 2.200 metri e riemerge nel territorio di Falvaterra con il nome di Rio Obaco, dopo aver ricevuto l’apporto di sorgenti sotterranee perenni.

Al ramo attivo si affianca il ramo fossile superiore, ormai abbandonato dalla normale circolazione delle acque e caratterizzato da un ricco concrezionamento. Il percorso attraversa sale con stalattiti, stalagmiti, colonne, drappeggi di calcite e altre forme legate all’evoluzione carsica del sistema.

Fra gli ambienti più noti si trova la Sala del Lago Blu, dove una cascata di circa dieci metri raggiunge un piccolo bacino alimentato anche da sorgenti perenni.

La temperatura dell’acqua è indicata intorno ai 14-15 °C e l’umidità relativa raggiunge valori prossimi al 95-98 per cento.

Dalle esplorazioni del 1926 al ramo attivo

L’ingresso della grotta era naturalmente conosciuto dalla popolazione locale da molto tempo, ma la storia dell’esplorazione speleologica moderna di Pastena prende avvio nel 1926 con Carlo Franchetti e altri speleologi. L’anno successivo, nel 1927, le grotte furono già aperte alle visite turistiche.

L’esplorazione del sistema non terminò però con la sistemazione turistica.

Un passaggio decisivo avvenne nel 1966, quando il geologo e speleosub Lamberto Ferri Ricchi affrontò il ramo attivo, superando i sette sifoni che allora interrompevano la progressione e contribuendo a chiarire la complessa struttura idrologica della cavità. In seguito diversi sifoni furono eliminati o bypassati; il tratto sotterraneo rimane oggi un itinerario propriamente speleologico, distinto dal percorso attrezzato per il pubblico.

Cento anni di rapporto tra uomini e sottosuolo

La storia di Pastena non è solamente quella delle esplorazioni. L’ampio ingresso conserva testimonianze della frequentazione umana fin dalla preistoria e, durante la Seconda guerra mondiale, gli ambienti sotterranei furono utilizzati come rifugio dalla popolazione in fuga dai bombardamenti e dai combattimenti che interessavano il territorio del basso Lazio.

A cento anni dalle esplorazioni del 1926, oggi come allora (e molto tempo prima), le Grotte di Pastena mostrano le diverse dimensioni del mondo sotterraneo: laboratorio naturale per comprendere il carsismo, luogo di esplorazione speleologica, archivio della presenza umana e ambiente da proteggere e conoscere.

23 giugno 2019: Diversamente Speleo a Pastena

Nel 2019 le Grotte di Pastena hanno ospitato un’iniziativa di Diversamente Speleo, alla quale ha partecipato anche Fabrizio Toso, amico e coordinatore della Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della SSI ETS.

Il racconto di quella giornata, corredato da numerose fotografie, è disponibile sul blog Aggrottiamoci, qui: https://aggrottiamoci.com/2019/07/02/pastena-diversamente-speleo-23-06-2019/

Foto Fabrizio Toso

Foto Fabrizio Toso

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  • Grotta di Denisova, il DNA rivela una linea estinta di bovini finora sconosciuta
    Condividi L’analisi del DNA antico recuperato da frammenti ossei della celebre cavità siberiana e di altri siti degli Altai ha identificato lo “yak X”, una linea genetica finora sconosciuta, sopravvissuta nella regione per circa 200 mila anni nella Grotta di Denisova a Grotta di Denisova, celebre per le straordinarie scoperte sull’evoluzione umana, si conferma anche un eccezionale archivio della biodiversità del Pleistocene. L’analisi del DNA antico conservato in frammenti ossei provenienti d
     

Grotta di Denisova, il DNA rivela una linea estinta di bovini finora sconosciuta

Október 11th 2026 at 05:00

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L’analisi del DNA antico recuperato da frammenti ossei della celebre cavità siberiana e di altri siti degli Altai ha identificato lo “yak X”, una linea genetica finora sconosciuta, sopravvissuta nella regione per circa 200 mila anni nella Grotta di Denisova

a Grotta di Denisova, celebre per le straordinarie scoperte sull’evoluzione umana, si conferma anche un eccezionale archivio della biodiversità del Pleistocene. L’analisi del DNA antico conservato in frammenti ossei provenienti dalla cavità e da altri siti della Siberia ha infatti permesso di individuare una linea di bovini finora sconosciuta, strettamente imparentata con gli yak.

I ricercatori l’hanno denominata “yak X”. Non si tratta, almeno per il momento, della descrizione formale di una nuova specie, ma di una linea mitocondriale profondamente divergente rispetto a tutte quelle conosciute negli yak antichi e moderni.

La scoperta emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Genome Biology and Evolution, dedicato alla diversità dei bovini vissuti nell’Asia delle medie latitudini durante il Pleistocene.

Il DNA nascosto nelle ossa della grotta

I ricercatori hanno analizzato 63 frammenti ossei di bovini, 57 dei quali provenienti dalla Grotta di Denisova e sei da altri siti della Siberia occidentale e meridionale.

Molti dei reperti erano troppo frammentari per consentire una precisa identificazione sulla base della sola morfologia. Le ossa provenienti da Denisova erano state precedentemente attribuite alla sottofamiglia dei bovini attraverso analisi paleoproteomiche.

L’estrazione e il sequenziamento del DNA antico hanno permesso di andare molto oltre.

Le analisi genetiche hanno identificato uri (Bos primigenius), bisonti e numerosi individui appartenenti al gruppo degli yak. All’interno di questi ultimi è comparsa una linea mitocondriale mai documentata prima.

È lo yak X, una linea sorella rispetto alla diversità genetica conosciuta degli yak, ma nettamente distinta da essa.

Una presenza durata circa 200 mila anni

I dati indicano che questa linea non rappresentò una presenza occasionale negli Altai.

Lo yak X sembra essere rimasto nella regione per un arco temporale eccezionalmente lungo, attraversando importanti oscillazioni climatiche del Pleistocene.

Le datazioni e la stratigrafia documentano la sua presenza per circa 200 mila anni. Nella Grotta di Denisova la continuità della linea è attestata, secondo gli autori, approssimativamente da 203 mila fino a 18 mila anni fa.

Il risultato modifica anche l’immagine tradizionale della fauna degli Altai. Gli yak erano stati precedentemente considerati presenze relativamente rare nella regione, mentre le nuove analisi genetiche indicano che bovini con un mitogenoma simile a quello dello yak erano fra gli abitanti più comuni dell’area.

Non sappiamo ancora esattamente che animale fosse

Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda proprio l’identità dello yak X.

Gli autori ipotizzano che la linea genetica possa corrispondere allo yak del Baikal (Bos mutus baikalensis), conosciuto attraverso precedenti osservazioni paleontologiche negli Altai.

Ma si tratta, per ora, soltanto di un’ipotesi.

Per verificarla saranno necessari altri reperti identificabili dal punto di vista morfologico e ulteriori analisi genetiche.

Gli stessi ricercatori sottolineano inoltre che lo studio si basa soprattutto sul DNA mitocondriale. L’ottenimento di genomi nucleari permetterà di comprendere meglio i rapporti evolutivi dello yak X con gli yak e con gli altri bovini.

Una grotta, molti abitanti scomparsi

La scoperta assume un significato particolare proprio perché arriva dalla Grotta di Denisova.

La cavità dei monti Altai è diventata uno dei luoghi simbolo della paleogenetica mondiale dopo l’identificazione dei Denisoviani, una popolazione umana arcaica riconosciuta inizialmente grazie al DNA ricavato da pochissimi resti fossili.

Nella stessa regione vissero anche Neanderthal e, successivamente, esseri umani moderni.

Ora le analisi mostrano che qualcosa di simile accadde anche per la fauna: negli Altai erano presenti linee di bovini profondamente divergenti che non sono sopravvissute nelle popolazioni attuali.

Oltre allo yak X, lo studio documenta infatti antiche linee di bisonti e la presenza, più rara, dell’uro.

Gli autori descrivono così gli Altai come un vero hotspot di diversità, tanto per gli ominini quanto per i grandi bovini.

Reperti litici e resti faunistici provenienti dalla Grotta di Denisova, nei monti Altai. Foto: Thilo Parg / Wikimedia Commons – Licenza CC BY-SA 4.0

Le grotte come archivi della biodiversità perduta

Una grande quantità di materiale proveniente dai depositi di grotta è costituita da frammenti ossei difficilmente identificabili con i metodi tradizionali. L’integrazione tra stratigrafia, paleoproteomica e DNA antico permette oggi di ottenere informazioni anche da questi reperti apparentemente anonimi.

Nel caso di Denisova, la forte frammentazione di parte delle ossa potrebbe essere collegata anche all’attività di predatori e necrofagi, in particolare delle iene delle caverne, la cui presenza emerge dalle analisi effettuate sui reperti.

Da frammenti che a prima vista avrebbero potuto raccontare molto poco è stato così possibile ricostruire una parte della biodiversità scomparsa degli Altai.

Non smetteremo mai di scriverlo: le grotte – in questo caso la grotta di Denisova – confermano sempre che i depositi sotterranei possono funzionare come archivi biologici del tempo profondo, conservando ossa, manufatti e tracce genetiche, in grado di rivelare popolazioni animali e umane delle quali, altrimenti, si conoscerebbe poco o nulla.

Fonti

Scienze Notizie, Un misterioso animale estinto scoperto nella grotta Denisova nel cuore della Siberia, 6 ottobre 2026 – https://www.scienzenotizie.it/2026/10/06/un-misterioso-animale-estinto-scoperto-nella-grotta-denisova-nel-cuore-della-siberia-43128566

“Paleogenomics Reveals a Loss of Bovine Lineages in Mid-latitude Asia Over the Last 200,000 Years”, pubblicato su Genome Biology and Evolution, volume 17, numero 11 – DOI: 10.1093/gbe/evaf206

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  • CNSAS Liguria cerca nuovi volontari: selezioni per il Soccorso Speleologico il 7 e 8 novembre 2026
    Condividi La XIII Zona Speleologica apre le candidature per entrare nella squadra del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Richieste esperienza in grotta, iscrizione CAI, certificato medico e curriculum speleologico Il Soccorso Speleologico ligure cerca nuovi volontari. Sabato 7 e domenica 8 novembre 2026 si svolgeranno le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e mettere la propria esperienza in grotta al serviz
     

CNSAS Liguria cerca nuovi volontari: selezioni per il Soccorso Speleologico il 7 e 8 novembre 2026

Október 10th 2026 at 05:00

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La XIII Zona Speleologica apre le candidature per entrare nella squadra del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Richieste esperienza in grotta, iscrizione CAI, certificato medico e curriculum speleologico

Il Soccorso Speleologico ligure cerca nuovi volontari. Sabato 7 e domenica 8 novembre 2026 si svolgeranno le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e mettere la propria esperienza in grotta al servizio delle operazioni di soccorso.

“Condividi la passione per la grotta. Unisciti alla nostra squadra: entra nel CNSAS” è l’invito rivolto agli speleologi nella campagna della XIII Zona Speleologica – Liguria.

Non un corso di speleologia, ma l’ingresso nel percorso del Soccorso

Le selezioni sono rivolte a persone che possiedono già esperienza speleologica. Entrare nel CNSAS non significa infatti iniziare a praticare speleologia, ma mettere una preparazione già acquisita a disposizione di un’organizzazione specializzata nel soccorso in ambiente ipogeo.

Il candidato deve avere familiarità con la progressione in grotta e con le tecniche speleologiche.

L’ammissione apre poi la strada allo specifico percorso di formazione e addestramento del CNSAS.

Il Soccorso Speleologico opera in condizioni spesso estremamente complesse, dove il recupero di una persona può richiedere molte ore o giorni e il coinvolgimento di numerose squadre. Per questo la preparazione tecnica, la capacità di lavorare in gruppo e l’addestramento continuo costituiscono elementi fondamentali dell’attività.

Il CNSAS dispone di una propria struttura nazionale dedicata alla formazione dei tecnici speleologici, con l’obiettivo di uniformare tecniche e procedure e permettere a soccorritori provenienti da diverse regioni di operare insieme durante gli interventi più complessi.

I requisiti per candidarsi

La locandina del CNSAS indica tra i documenti necessario da inviare per partecipare alle selezioni del 7 e 8 novembre 2026:

  • iscrizione al Club Alpino Italiano (CAI);
  • certificato medico agonistico;
  • curriculum vitae speleologico.

Per l’ammissione ordinaria come socio tecnico CNSAS è inoltre necessario essere maggiorenni e non aver superato il 45° anno di età, fermo restando che lo Statuto contempla la possibilità di deroghe motivate deliberate dalle strutture regionali o provinciali competenti.

Accanto ai soci tecnici, il CNSAS prevede anche la figura del socio collaboratore, che può mettere a disposizione particolari competenze gestionali, amministrative o logistiche e svolgere attività di supporto senza essere impiegato nella progressione speleologica e nelle manovre tecniche proprie dei soccorritori operativi.

Il Soccorso Speleologico in Liguria

La Liguria costituisce la XIII Zona Speleologica del CNSAS, inserita nell’organizzazione nazionale del Soccorso Speleologico.

Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico è una sezione nazionale del Club Alpino Italiano e svolge un servizio di pubblica utilità. Tra i suoi compiti rientrano il soccorso, la ricerca, il recupero e il trasporto sanitario degli infortunati e delle persone in pericolo negli ambienti montani, ipogei e impervi.

Nel caso della speleologia, l’ambiente sotterraneo impone problematiche particolari: verticali, strettoie, meandri, corsi d’acqua, basse temperature e grande distanza dall’esterno possono rendere estremamente impegnativo anche il trasporto di un singolo infortunato.

È proprio per affrontare scenari di questo tipo che il Soccorso Speleologico necessita di volontari già abituati all’ambiente di grotta e disponibili a intraprendere un percorso di formazione specialistica e di addestramento continuo.

Come presentare la candidatura

Gli interessati alle selezioni del 7 e 8 novembre 2026 possono contattare il delegato Gianmarco De Astis al numero 3357271943, oppure scrivere all’indirizzo cnsasliguria.speleo@gmail.com.

Per informazioni relative alla logistica delle giornate, agli orari, al luogo di ritrovo e al materiale necessario, è opportuno fare riferimento direttamente agli organizzatori.

Le selezioni rappresentano una grande opportunità e un vero atto di servizio e buona volontà: gli speleologi che vogliono compiere un bel passo avanti, possono trasformare l’esperienza maturata nell’esplorazione delle grotte in competenza al servizio di chi, proprio in quell’ambiente, può trovarsi in difficoltà.

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  • A Verona non solo Romeo e Giulietta: una serata sul rilievo in grotta l’8 ottobre 2026
    Condividi Verona, una serata dedicata al rilievo in grotta con Giorgio Annichini Giovedì 8 ottobre 2026 il Gruppo Speleologico CAI Verona propone una serata divulgativa dedicata al rilievo in grotta, uno degli strumenti fondamentali per trasformare l’esplorazione speleologica in conoscenza e documentazione del mondo sotterraneo. Come si costruisce la carta di una grotta? Come si passa da una successione di pozzi, meandri e sale percorse sottoterra a una rappresentazione planimetrica e trid
     

A Verona non solo Romeo e Giulietta: una serata sul rilievo in grotta l’8 ottobre 2026

Október 8th 2026 at 07:00

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Verona, una serata dedicata al rilievo in grotta con Giorgio Annichini

Giovedì 8 ottobre 2026 il Gruppo Speleologico CAI Verona propone una serata divulgativa dedicata al rilievo in grotta, uno degli strumenti fondamentali per trasformare l’esplorazione speleologica in conoscenza e documentazione del mondo sotterraneo.

Come si costruisce la carta di una grotta? Come si passa da una successione di pozzi, meandri e sale percorse sottoterra a una rappresentazione planimetrica e tridimensionale utilizzabile per l’esplorazione, la ricerca e il catasto?

A questi temi sarà dedicata la serata “Rilievo in grotta”, in programma giovedì 8 ottobre 2026 alle ore 21:00 presso la sede del CAI Verona, organizzata dal Gruppo Speleologico CAI Verona.

A condurre l’incontro sarà Giorgio Annichini, responsabile del Catasto Speleologico Veronese. Il suo nome è legato da molti anni alla documentazione delle cavità del territorio veronese e non solo: speleologo dal 1998, laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio e istruttore di tecnica della Società Speleologica Italiana, Annichini ha partecipato a esplorazioni e campagne di rilievo in Italia e all’estero. Tra i lavori più significativi figura anche l’aggiornamento del rilievo della Spluga della Preta, al quale è dedicato un suo contributo specifico nella monografia sulla celebre cavità del Corno d’Aquilio.

Il tema della serata assume particolare interesse anche alla luce dell’evoluzione recente del Catasto delle Grotte del Veneto. Con la versione 3.0.0 del database e del Geoportale WISH è stata completata la digitalizzazione dei dati cartacei: il catasto riporta oggi 8.984 cavità naturali censite e 10.294 rilievi topografici, comprendenti anche i primi rilievi tridimensionali ottenuti con tecnologia LIDAR.

Il rilievo costituisce infatti uno degli elementi essenziali della documentazione speleologica. Nel sistema catastale vengono registrati, tra gli altri dati, sviluppo spaziale e dislivelli della cavità, localizzazione e gruppi che hanno effettuato il rilievo. Il passaggio dalle vecchie misure effettuate con bussola, clinometro e strumenti analogici ai sistemi digitali, GPS e rilievi tridimensionali ha inoltre consentito di aumentare notevolmente precisione e possibilità di elaborazione dei dati.

L’appuntamento si inserisce nell’attività divulgativa del Gruppo Speleologico CAI Verona: una realtà speleologica importante, che nel 2025 ha celebrato i cento anni dalle prime esperienze, avviate nel 1925 con le discese nella Spluga della Preta e dalla nascita del gruppo all’interno della sezione veronese del Club Alpino Italiano.

L’appuntamento è per giovedì 8 ottobre 2026 alle ore 21:00 presso la sede del CAI Verona, in Via Porto San Pancrazio 83, a Verona.

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  • Grotte di Castellana, il mondo sotterraneo può diventare rifugio climatico contro il caldo estremo
    Condividi Durante le ondate di calore la Grave, con una temperatura intorno ai 16 °C, ha accolto anziani e persone fragili Il complesso carsico pugliese sperimenta una nuova funzione sociale, mentre cresce l’attenzione per accessibilità, sostenibilità e nuove forme di fruizione Le Grotte di Castellana, uno dei più importanti complessi carsici turistici italiani, durante l’estate 2026 hanno assunto anche una funzione insolita e particolarmente attuale: quella di rifugio climatico nelle gior
     

Grotte di Castellana, il mondo sotterraneo può diventare rifugio climatico contro il caldo estremo

Október 8th 2026 at 05:00

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Durante le ondate di calore la Grave, con una temperatura intorno ai 16 °C, ha accolto anziani e persone fragili

Il complesso carsico pugliese sperimenta una nuova funzione sociale, mentre cresce l’attenzione per accessibilità, sostenibilità e nuove forme di fruizione

Le Grotte di Castellana, uno dei più importanti complessi carsici turistici italiani, durante l’estate 2026 hanno assunto anche una funzione insolita e particolarmente attuale: quella di rifugio climatico nelle giornate caratterizzate dalle temperature più elevate.

L’iniziativa è stata sperimentata nel mese di luglio, quando la Grave, la grande cavità d’ingresso del sistema sotterraneo, è stata aperta per alcune ore ad anziani, bambini e persone fragili, offrendo loro un ambiente naturalmente fresco nel quale trascorrere parte della giornata. Nel sottosuolo di Castellana la temperatura si mantiene infatti attorno ai 16-16,5 °C per tutto l’anno.

Secondo quanto documentato il 18 luglio dalla TGR Puglia, nella Grave sono state organizzate anche attività di socializzazione e intrattenimento. L’iniziativa non era riservata ai soli abitanti di Castellana Grotte, ma era rivolta anche a persone provenienti dai comuni vicini e dall’area barese. La società di gestione aveva inoltre annunciato la possibilità di riattivare il servizio in occasione di successive ondate di calore.

Il sottosuolo come risposta alle temperature estreme

L’esperienza di Castellana introduce un tema destinato probabilmente ad assumere un interesse crescente: il ruolo degli ambienti sotterranei in presenza di condizioni climatiche estreme.

Le cavità naturali possiedono un microclima molto più stabile rispetto all’ambiente esterno. Nel caso delle Grotte di Castellana, il complesso si sviluppa per oltre tre chilometri e presenta temperature interne sostanzialmente costanti durante l’anno. Una caratteristica normalmente associata alla visita turistica che, durante le giornate di caldo eccezionale, può acquisire anche un valore sociale.

L’esperimento dell’estate è tornato all’attenzione nei giorni scorsi grazie a un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 3 ottobre, dedicato alle trasformazioni in corso intorno al sito carsico pugliese. Il direttore artistico Giuseppe Savino ha ricordato che, durante l’estate particolarmente calda, le grotte sono state aperte alla cittadinanza nelle ore di maggiore afa proprio con la funzione di rifugio climatico.

Si tratta di un utilizzo che non modifica la destinazione principale delle Grotte di Castellana, ma mette in evidenza come un ambiente naturale ipogeo possa entrare, con le necessarie cautele e valutazioni, anche nelle strategie locali di adattamento alle temperature estreme.

Accessibilità e nuove modalità di conoscenza delle grotte

L’attenzione alla funzione sociale del complesso si accompagna ad altre iniziative rivolte ad ampliare le possibilità di fruizione. Il progetto “Grotte 100% Accessibili”, ad esempio, prevede visite dedicate anche a persone con disabilità fisiche, sensoriali, psichiche e intellettivo-relazionali, con modalità organizzative specifiche e una preventiva valutazione della compatibilità con il microclima e con le caratteristiche dell’ambiente sotterraneo.

Accanto alla visita turistica tradizionale vengono inoltre proposte esperienze che cercano di avvicinare il pubblico alla dimensione esplorativa della grotta.

Con SpeleoFamily, rivolta alle famiglie, parte del percorso viene effettuata al buio e con modalità che richiamano le prime esplorazioni del complesso. L’itinerario comprende anche una deviazione dal normale tracciato turistico verso la Caverna delle Concrezioni Coralline.

SpeleoNight propone invece un percorso di circa tre chilometri che comprende l’esplorazione di un tratto non normalmente inserito nella visita turistica e il passaggio individuale nel Corridoio del Deserto, sfruttando oscurità e silenzio come elementi dell’esperienza sotterranea.

Sono modalità di fruizione molto diverse dalla speleologia esplorativa propriamente detta, ma testimoniano il tentativo di comunicare al grande pubblico aspetti della grotta che vanno oltre la semplice contemplazione delle concrezioni.

Dalla scoperta del 1938 alle nuove funzioni del mondo sotterraneo

La storia moderna delle Grotte di Castellana è legata alla discesa di Franco Anelli nella Grave il 23 gennaio 1938 e alle successive esplorazioni condotte insieme a Vito Matarrese. Fu poi Matarrese, proseguendo le ricerche, a raggiungere nel 1939 la Grotta Bianca, uno degli ambienti più conosciuti del complesso.

A quasi novant’anni dall’inizio di quelle esplorazioni, Castellana mostra così un’altra possibile relazione tra comunità e sottosuolo. La grotta resta innanzitutto un ambiente naturale delicato, da conoscere e tutelare, ma la stabilità del suo microclima mette oggi in evidenza anche una funzione che difficilmente sarebbe stata immaginata dai primi esploratori.

In estati sempre più segnate da episodi di caldo intenso, l’esperienza pugliese offre quindi uno spunto che va oltre il singolo sito turistico: le cavità naturali possono diventare anche luoghi nei quali riflettere concretamente sul rapporto fra ambiente sotterraneo, comunità e adattamento ai cambiamenti climatici, purché ogni utilizzo sia compatibile con la conservazione del sistema carsico e con la sicurezza delle persone.

Fonti: Corriere della Sera, 3 ottobre 2026; Rai TGR Puglia, 18 luglio 2026; Grotte di Castellana Srl, sito istituzionale

Foto: Grave delle Grotte di Castellana – Boboseiptu / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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  • Sotto il Carso comincia l’avventura: a Trieste il 44° corso di speleologia del CAT
    Condividi Dal 3 novembre al 1° dicembre 2026 la Scuola di Speleologia Ennio Gherlizza del Club Alpinistico Triestino propone il 44° corso di primo livello, con lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche nelle grotte del Carso RIESTE – Imparare a muoversi in grotta, conoscere il carsismo, osservare la vita sotterranea e avvicinarsi alla speleologia con attenzione alla sicurezza e alla tutela dell’ambiente ipogeo. È questo il percorso proposto dal 44° Corso di Speleologia di primo livello organ
     

Sotto il Carso comincia l’avventura: a Trieste il 44° corso di speleologia del CAT

Október 7th 2026 at 05:00

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Dal 3 novembre al 1° dicembre 2026 la Scuola di Speleologia Ennio Gherlizza del Club Alpinistico Triestino propone il 44° corso di primo livello, con lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche nelle grotte del Carso

RIESTE – Imparare a muoversi in grotta, conoscere il carsismo, osservare la vita sotterranea e avvicinarsi alla speleologia con attenzione alla sicurezza e alla tutela dell’ambiente ipogeo. È questo il percorso proposto dal 44° Corso di Speleologia di primo livello organizzato dalla Scuola di Speleologia Ennio Gherlizza del Club Alpinistico Triestino APS.

Il corso prenderà il via il 3 novembre 2026 e proseguirà fino al 1° dicembre, alternando incontri teorici nella sede del CAT di Trieste ed esercitazioni pratiche in cava e nelle grotte del Carso. L’iniziativa è rivolta anche a chi non ha precedenti esperienze speleologiche e vuole scoprire, con l’accompagnamento degli istruttori, tecniche, conoscenze e aspetti scientifici dell’esplorazione sotterranea.

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato del Club Alpinistico Triestino.

La parola ad Alessandra Ressa.

COMUNICATO STAMPA con preghiera di pubblicazione

Scendere nel buio per scoprire un mondo nuovo: al via il nuovo corso di speleologia del Club Alpinistico Triestino

Non serve essere esperti alpinisti, né avere già messo piede in una grotta. Servono curiosità, voglia di mettersi alla prova e il desiderio di scoprire un mondo che, a pochi metri dalla superficie, cambia completamente le proprie regole. Il Club Alpinistico Triestino apre le iscrizioni al nuovo corso di primo livello di introduzione alla speleologia, un percorso pensato per chi vuole avvicinarsi al mondo sotterraneo imparando a conoscerlo, rispettarlo e viverlo in sicurezza.

C’è un momento, quando si entra per la prima volta in una grotta, in cui la luce del giorno scompare alle spalle e tutto ciò che sembrava familiare cambia improvvisamente. Il rumore dell’acqua diventa più vicino, le pareti assumono forme inattese, il buio non è più semplicemente assenza di luce e anche il proprio corpo comincia a percepire lo spazio in maniera diversa. È proprio da quella soglia che può cominciare un’avventura destinata a cambiare il modo di guardare il territorio.

Il nuovo corso di primo livello organizzato dalla Scuola di Speleologia Ennio Gherlizza del Club Alpinistico Triestino nasce per accompagnare passo dopo passo chi desidera compiere questo primo ingresso nel mondo sotterraneo. Non sarà soltanto un corso sulle tecniche necessarie per muoversi in grotta, ma un vero viaggio alla scoperta dell’ambiente ipogeo, delle sue origini, delle forme di vita che lo abitano, delle tracce lasciate dall’uomo e delle straordinarie caratteristiche geologiche del Carso.

La Scuola di Speleologia del CAT vanta una storia che risale al 1975 e dal 1983 organizza corsi di primo livello secondo gli standard della Società Speleologica Italiana. Nel corso degli anni la formazione si è sviluppata affiancando alle lezioni teoriche l’insegnamento delle tecniche di progressione, comprese quelle necessarie per muoversi su corda. Oggi la scuola dispone di un gruppo di istruttori e aiuto istruttori con competenze diverse e complementari, in grado di offrire agli allievi una formazione che unisce esperienza sul campo, preparazione tecnica e conoscenza scientifica.

Ed è proprio la qualità degli istruttori uno degli elementi che caratterizza il corso. Accanto agli istruttori nazionali certificati dalla Società Speleologica Italiana figurano infatti speleologi con una lunga esperienza di esplorazione e di didattica e professionisti impegnati anche nel Soccorso Alpino e Speleologico del Friuli Venezia Giulia.

Per chi si avvicina per la prima volta alla speleologia, questo significa poter imparare direttamente da persone abituate ad affrontare situazioni molto diverse in ambiente sotterraneo e a trasmettere agli altri non soltanto la tecnica, ma soprattutto il concetto fondamentale che sta alla base di ogni esplorazione: in grotta l’avventura comincia dalla conoscenza e dalla sicurezza.

Durante il corso si scoprirà innanzitutto come nasce una grotta. Si parlerà di carsismo, di acqua e di roccia, dei processi che nel corso di migliaia e talvolta milioni di anni hanno scavato condotti, pozzi, gallerie e grandi sale nel sottosuolo. Ma la geologia sarà soltanto il punto di partenza, perché una grotta è un ambiente complesso nel quale si incontrano fenomeni naturali, biodiversità, storia e tracce della presenza umana.

Gli allievi impareranno a riconoscere le principali morfologie e concrezioni che si possono incontrare sottoterra, comprendendo come si sono formate e perché alcune cavità presentano caratteristiche completamente diverse da altre. Si parlerà della fauna cavernicola e degli organismi che hanno sviluppato straordinarie strategie per vivere in un ambiente privo di luce, ma anche dell’importanza della tutela di un patrimonio fragile, che può essere danneggiato in modo irreversibile da comportamenti superficiali o semplicemente inconsapevoli.

Una parte importante sarà dedicata alla tecnica di progressione in grotta. Non si tratta semplicemente di imparare a camminare in un ambiente accidentato: una grotta può richiedere di superare passaggi tecnici nei quali è necessario utilizzare correttamente il corpo e l’attrezzatura. Gli allievi saranno accompagnati nell’apprendimento delle tecniche fondamentali, affrontando progressivamente le diverse situazioni che possono presentarsi durante un’uscita.

Ma la preparazione di uno speleologo non è soltanto fisica. Muoversi sottoterra significa anche imparare a gestire la fatica, la concentrazione e le proprie reazioni davanti a situazioni nuove. Per questo il corso affronterà anche aspetti legati alla gestione della paura e della fatica, aiutando gli allievi a comprendere come affrontare con lucidità le normali difficoltà che possono emergere durante una progressione. Imparare a riconoscere i propri limiti, mantenere la calma e affrontare un passaggio con metodo fa parte della formazione tanto quanto imparare una manovra tecnica.

E poi ci sarà la parte forse più affascinante: quella che porta a capire che sotto i nostri piedi esiste un vero archivio della storia del territorio. Nel corso si parlerà infatti di archeologia in grotta, delle tracce lasciate da uomini e animali che hanno frequentato le cavità nel corso dei secoli e dei millenni, dei reperti e delle testimonianze che possono trasformare una grotta in una preziosa fonte di informazioni sul passato. La speleologia non consiste soltanto nell’entrare in una cavità, ma anche nel saper osservare ciò che si incontra e nel comprendere il valore scientifico, naturalistico e storico di quell’ambiente.

Le lezioni teoriche, ospitate nella sede del Club Alpinistico Triestino di via Raffaele Abro 5/A a Trieste, permetteranno di acquisire le conoscenze necessarie prima di affrontare le uscite pratiche. Saranno proprio queste ultime a trasformare le nozioni apprese in aula in esperienza concreta, accompagnando gli allievi nelle prime esplorazioni e permettendo loro di prendere confidenza con l’ambiente ipogeo e con le tecniche di progressione.

Le lezioni teoriche sono in programma in orario serale dal 3 novembre al 1 dicembre ogni martedì e giovedì, mentre le uscite pratiche si svolgeranno ogni domenica dall’8 al 29 novembre 2026. Per informazioni e iscrizioni scrivere a cat@cat.ts.it

(foto a cura del Club Alpinistico Triestino)

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

Via R. Abro, 5/A
34144 Trieste
cell.: 348 5164550
codice fiscale: 80016650329
e-mail:cat@cat.ts.it

Il corso sarà la porta d’ingresso verso un territorio che a Trieste e dintorni è parte del paesaggio, della storia e dell’identità stessa della città, ma che continua a custodire sotto la superficie spazi e storie ancora da conoscere.

Per chi non è mai entrato in una grotta, può essere l’occasione per scoprire la speleologia: tecnica, corde e passaggi nel buio, ma soprattutto curiosità, osservazione, conoscenza e rispetto per un ambiente straordinariamente fragile.

Basta scendere pochi metri sotto i nostri piedi per cominciare a guardare con occhi diversi anche quello che è in superficie.

Programma del 44° Corso di Speleologia

  • Martedì 3 novembre, ore 20:30 – Presentazione; ambiente ipogeo; organizzazione della speleologia; Catasto Grotte
  • Giovedì 5 novembre, ore 20:30 – Equipaggiamento individuale
  • Domenica 8 novembre – Esercitazione pratica in cava a Rupinpiccolo
  • Martedì 10 novembre, ore 20:30 – Carsismo e speleogenesi
  • Giovedì 12 novembre, ore 20:30 – Speleobiologia
  • Domenica 15 novembre – Esercitazione pratica in Grotta Ternovizza
  • Martedì 17 novembre, ore 20:30 – Cartografia e rilevamento
  • Giovedì 19 novembre, ore 20:30 – Equipaggiamento collettivo e armo
  • Domenica 22 novembre – Esercitazione pratica in Grotta Natale
  • Martedì 24 novembre, ore 20:30 – Prevenzione e primo soccorso
  • Giovedì 26 novembre, ore 20:30 – Archeologia
  • Domenica 29 novembre – Esercitazione pratica in Grotta Ercole
  • Martedì 1° dicembre, ore 20:30 – Geologia; gestione della paura e della fatica; chiusura del corso

Quota di partecipazione: 150 euro
Età minima: 14 anni
Chiusura iscrizioni: martedì 27 ottobre 2026, ore 20:30
Informazioni e iscrizioni: cat@cat.ts.it – WhatsApp 349 5128401 (Clarissa)

Fonte notizia e immagini: Alessandra Ressa

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  • Grecia, a Salonicco il 16° seminario di speleologia del Proteas
    Condividi Il gruppo speleologico Proteas – Speleologia di Salonicco organizza la sedicesima edizione del corso dedicato alla formazione di nuovi speleologi. Tecniche di progressione, sicurezza, conoscenza dell’ambiente sotterraneo e, nella tradizione formativa dell’associazione, anche rilievo delle cavità. La speleologia greca è organizzata, come quella italiana, in una rete di gruppi che collaborano nelle esplorazioni, nella ricerca e nella tutela dell’ambiente sotterraneo, con frequenti
     

Grecia, a Salonicco il 16° seminario di speleologia del Proteas

Október 6th 2026 at 05:00

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Il gruppo speleologico Proteas – Speleologia di Salonicco organizza la sedicesima edizione del corso dedicato alla formazione di nuovi speleologi. Tecniche di progressione, sicurezza, conoscenza dell’ambiente sotterraneo e, nella tradizione formativa dell’associazione, anche rilievo delle cavità.

La speleologia greca è organizzata, come quella italiana, in una rete di gruppi che collaborano nelle esplorazioni, nella ricerca e nella tutela dell’ambiente sotterraneo, con frequenti scambi e collaborazioni internazionali, avendo grande cura della formazione.

Un esempio: a Salonicco, in Grecia, prenderà il via il 13 ottobre 2026 la sedicesima edizione del Seminario di Speleologia e Speleo-esplorazione organizzato dal gruppo Proteas – Speleologia di Salonicco

L’iniziativa è rivolta anche a persone senza precedente esperienza e combina lezioni teoriche e attività pratiche, con l’obiettivo di fornire le conoscenze di base per muoversi in grotta in sicurezza e partecipare successivamente alle escursioni e alle spedizioni organizzate dall’associazione durante l’anno.

Il programma di questa edizione pone l’attenzione sull’attrezzatura, sulle tecniche speleologiche, sulla sicurezza e sul comportamento responsabile nell’ambiente sotterraneo.

La formazione proposta da Proteas si inserisce però in un’attività didattica ormai consolidata. Nei programmi pubblicati dall’associazione per i seminari degli anni precedenti compaiono, oltre alle tecniche di progressione e alla geologia, anche organizzazione delle spedizioni, prevenzione degli incidenti, soccorso speleologico e cartografia delle grotte. In alcune edizioni gli allievi hanno effettuato esercitazioni pratiche di rilievo e fotografia direttamente nelle cavità.

Il rilievo costituisce del resto una componente importante dell’attività esplorativa del gruppo di Salonicco. Nella documentazione pubblicata da Proteas sono presenti rilievi realizzati con strumenti digitali DistoX e DistoX2, utilizzati sia per la documentazione di singole cavità sia nell’ambito di spedizioni esplorative.

Il sito dell’associazione ospita inoltre un archivio delle grotte esplorate e documentate dal gruppo, con indicazioni relative a sviluppo, profondità e autori o anni dei rilievi.

Il 16° Seminario di Speleologia e Speleo-esplorazione è articolato su 20 appuntamenti, dal 13 ottobre al 19 novembre 2026: 13, 15, 17, 18, 20, 22, 24, 25, 27, 29 e 31 ottobre; 1, 3, 5, 7, 8, 10, 12, 16 e 19 novembre 2026.

Le lezione teoriche, che avranno inizio alle h 20 e durata di circa due ore, come nella precedente edizione verteranno su:

  • materiali e attrezzatura speleologica;
  • elementi di geologia;
  • nodi e ancoraggi;
  • teoria dell’armo;
  • organizzazione delle spedizioni;
  • cartografia/rilievo delle grotte (????????????);
  • incidenti, prevenzione e soccorso speleologico.

A queste si aggiungevano esercitazioni pratiche in grotte e palestre tecniche della Grecia settentrionale.

Il primo incontro è previsto martedì 13 ottobre 2026, alle ore 20, nella sede di Proteas, in Grigoriou Lampraki 7, a Salonicco.

I posti disponibili sono limitati e l’organizzazione ha predisposto un modulo online per le iscrizioni:

Fonti: Voria – Grecia – https://www.voria.gr/article/thessaloniki-proteas-launches-16th-speleology-seminar-underground-exploration

Informazioni: Gruppo Proteas – Speleologia di Salonicco https://proteascave.gr/seminaria/ – http://proteascave.gr/contact/

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  • PANGAEA 2026 nel nome di Riccardo Pozzobon: dieci anni di geologia, esplorazione e amicizia
    Condividi Dalle Dolomiti ai crateri da impatto e ai paesaggi vulcanici di Lanzarote, il lavoro di Riccardo Pozzobon continua a vivere nella preparazione delle future missioni sulla Luna e su Marte L’ESA dedica il corso di addestramento geologico per astronauti al ricercatore scomparso nel 2025 PANGAEA 2026 nel nome di Riccardo Pozzobon: si è conclusa nei giorni scorsi. Un’edizione speciale, quella 2026, di PANGAEA – Planetary ANalogue Geological and Astrobiological Exercise for Astrona
     

PANGAEA 2026 nel nome di Riccardo Pozzobon: dieci anni di geologia, esplorazione e amicizia

Október 5th 2026 at 07:00

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Dalle Dolomiti ai crateri da impatto e ai paesaggi vulcanici di Lanzarote, il lavoro di Riccardo Pozzobon continua a vivere nella preparazione delle future missioni sulla Luna e su Marte

L’ESA dedica il corso di addestramento geologico per astronauti al ricercatore scomparso nel 2025

PANGAEA 2026 nel nome di Riccardo Pozzobon: si è conclusa nei giorni scorsi.

Un’edizione speciale, quella 2026, di PANGAEA – Planetary ANalogue Geological and Astrobiological Exercise for Astronauts, il programma dell’Agenzia Spaziale Europea dedicato alla formazione geologica degli astronauti destinati alle future missioni di esplorazione della Luna e di Marte.

Nel decimo anniversario dalla nascita del corso, l’intera edizione è stata dedicata alla memoria di Riccardo Pozzobon, giovane geologo planetario e ricercatore dell’Università di Padova, scomparso nel settembre 2025.

Un omaggio che ha avuto un significato particolare per chi, con Riccardo, PANGAEA lo aveva costruito e fatto crescere fin dalle prime edizioni.

Lo ha raccontato anche Francesco Sauro, tra gli istruttori e i protagonisti del programma, ricordando sui social le attività appena concluse:

«Per noi che nei giorni scorsi svolgevamo le lezioni, guidavamo i traversi geologici, curavamo la logistica, era come se lui fosse onnipresente, sempre con noi».

Una bella immagine dal post di Framcesco Sauro

Poi il ricordo di dieci anni trascorsi fra vulcani, tubi lavici, canyon dolomitici, antichi fondali marini e crateri formati dall’impatto di giganteschi asteroidi, ma soprattutto di dieci anni di risate, passioni condivise e amicizia fraterna, anche nei momenti più difficili.

All’edizione 2026 hanno partecipato astronauti di diverse agenzie spaziali, impegnati per tre settimane in attività teoriche e sul terreno in alcuni dei principali ambienti terrestri utilizzati come analoghi dei paesaggi planetari.

Il percorso di PANGAEA porta infatti gli astronauti a confrontarsi con contesti geologici molto diversi: dalle Dolomiti ai grandi crateri da impatto, fino agli ambienti vulcanici di Lanzarote.

Qui osservazione, descrizione, documentazione e campionamento delle rocce vengono trasformati in procedure operative simili a quelle che potranno essere utilizzate durante future missioni extraterrestri.

Riccardo Pozzobon aveva partecipato a PANGAEA praticamente fin dall’inizio, contribuendo in particolare alla lettura del territorio attraverso immagini orbitali, carte geologiche e modelli tridimensionali. Il suo lavoro permetteva di collegare ciò che gli astronauti osservavano direttamente sul terreno con le strutture geologiche riconoscibili dall’alto e dallo spazio.

Remote sensing, modellazione tridimensionale, geologia planetaria e pianificazione dell’esplorazione erano alcuni dei campi nei quali aveva portato il proprio contributo al programma ESA.

Per il mondo speleologico, il nome di Riccardo Pozzobon è strettamente legato allo studio delle cavità planetarie e dei tubi lavici.

Nel 2024, insieme a Leonardo Carrer, Francesco Sauro e altri ricercatori, aveva firmato su Nature Astronomy lo studio che ha fornito nuove evidenze dell’esistenza di un condotto sotterraneo accessibile dal Mare Tranquillitatis Pit, sulla Luna.

L’analisi dei dati radar acquisiti dal Lunar Reconnaissance Orbiter ha indicato la possibile presenza di una cavità che prosegue lateralmente al di sotto della superficie lunare. Pozzobon aveva contribuito alla modellazione tridimensionale del pozzo e della struttura sotterranea e all’interpretazione geologica dei risultati.

Anche in questo caso gli analoghi terrestri hanno avuto un ruolo fondamentale. Le cavità vulcaniche di Lanzarote sono state utilizzate per confrontare le caratteristiche radar dei tubi lavici terrestri con quelle osservate sulla Luna.

È uno dei punti nei quali speleologia, geologia planetaria e astronautica si incontrano in modo più evidente: studiare e comprendere una cavità terrestre significa anche sviluppare metodi e strumenti che potrebbero un giorno permettere di riconoscere, raggiungere ed esplorare grotte sulla Luna o su Marte.

L’edizione 2026 di PANGAEA è stata un corso di formazione e un lungo ricordo condiviso.

«Abbiamo rivissuto 10 anni di avventure, in compagnia di persone straordinarie, camminando tra vulcani, tubi lavici, canyon dolomitici, antichi fondali marini, esplorando crateri formati dall’impatto di giganteschi asteroidi», ha scritto Francesco Sauro. «Ma soprattutto sono stati 10 anni di risate, di passioni condivise, di amicizia fraterna, anche e soprattutto nei momenti più difficili. Riccardo, non ti ringrazieremo mai abbastanza per quei momenti insieme».

Fonte:

  • Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova; ESA – PANGAEA/CAVES; Nature Astronomy;
  • post social di Francesco Sauro

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  • Luigi Bernabò Brea, a 25 anni dalla scomparsa: le Arene Candide e le nuove ricerche sul Mesolitico ligure
    Condividi Pubblicati gli Atti della Giornata di Studi dedicata all’archeologo Fabio Negrino, archeologo e docente di Preistoria e Protostoria all’Università di Genova, ha annunciato con un post social la pubblicazione degli Atti della Giornata di Studi dedicata a Luigi Bernabò Brea, tenutasi a Chiavari il 10 ottobre 2024. Riportiamo integralmente il suo testo. “LUIGI BERNABÒ BREA, A 25 ANNI DALLA SCOMPARSA Sono usciti gli Atti della Giornata di Studi dedicata a Luigi Bernabò Brea, te
     

Luigi Bernabò Brea, a 25 anni dalla scomparsa: le Arene Candide e le nuove ricerche sul Mesolitico ligure

Október 5th 2026 at 06:00

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Pubblicati gli Atti della Giornata di Studi dedicata all’archeologo

Fabio Negrino, archeologo e docente di Preistoria e Protostoria all’Università di Genova, ha annunciato con un post social la pubblicazione degli Atti della Giornata di Studi dedicata a Luigi Bernabò Brea, tenutasi a Chiavari il 10 ottobre 2024.

Riportiamo integralmente il suo testo.

“LUIGI BERNABÒ BREA, A 25 ANNI DALLA SCOMPARSA

Sono usciti gli Atti della Giornata di Studi dedicata a Luigi Bernabò Brea, tenutasi a Chiavari il 10 ottobre 2024 e recentemente pubblicati in un numero speciale della Rivista di Studi Liguri, a cura di Maria Bernabò Brea, Roberto Maggi e Daniela Gandolfi.

Il volume raccoglie i contributi di Maria Bernabò Brea, Roberto Maggi, Fabio Negrino, Piera Melli, Daniela Gandolfi, Massimo Cultraro, Michel Gras, Maria Clara Martinelli, Umberto Spigo, Donatella Failla e Nino Ragusi, dedicati alla figura e all’opera di uno dei grandi protagonisti dell’archeologia italiana del Novecento, spaziando dalla preistoria ligure alla Sicilia e al Mediterraneo, fino alla museografia, alla cultura figurativa e ai suoi interessi per l’arte orientale.

Tra questi, appunto, anche un mio lavoro, “Oltre il paradosso: popolamento e visibilità archeologica tra Mesolitico e primo Neolitico in Liguria”, nel quale riprendo il problema della presenza dei cacciatori-raccoglitori mesolitici nel territorio ligure alla luce delle ricerche e delle scoperte più recenti.

Un tema che si lega direttamente anche alla storia delle ricerche di Luigi Bernabò Brea. Negli anni Quaranta, insieme a Luigi Cardini, scavò alla Caverna delle Arene Candide (Finale Ligure, SV), dove le evanescenti tracce delle frequentazioni del primo Olocene sarebbero state riconosciute e comprese pienamente solo molti decenni più tardi.

Il quadro che emerge oggi è quello di una presenza mesolitica probabilmente meno “invisibile” di quanto a lungo si sia pensato, la cui leggibilità archeologica è stata fortemente condizionata dalla geologia, dalla conservazione dei siti e dalle differenti strategie di insediamento e di sfruttamento delle risorse.

Giovedì 3 dicembre il volume sarà presentato nell’Aula Magna di Via Balbi 2 (DAFIST – Università di Genova). Condividerò più avanti il programma completo dell’incontro.

“Luigi Bernabò Brea a 25 anni dalla scomparsa”, Atti della Giornata di Studi, Chiavari, 10 ottobre 2024, numero speciale della Rivista di Studi Liguri, a cura di Maria Bernabò Brea, Roberto Maggi e Daniela Gandolfi.

Un’occasione per ricordare Luigi Bernabò Brea e, soprattutto, per riflettere su quanto le sue ricerche continuino ancora oggi a dialogare con le nuove scoperte e le nuove domande che emergono dalla ricerca archeologica.”

Fonte: post social di Fabio Negrino.

Luigi Bernabò Brea

Luigi Bernabò Brea nacque a Genova nel 1910 e morì a Lipari nel 1999. È stato una delle figure centrali dell’archeologia preistorica italiana del Novecento.

Dopo la laurea all’Università di Roma e la formazione presso la Scuola Archeologica Italiana di Atene, entrò nell’amministrazione delle antichità. Dal 1939 al 1941 fu alla guida della Soprintendenza alle Antichità della Liguria; successivamente operò in Sicilia orientale, dove svolse per oltre trent’anni attività di ricerca, tutela e organizzazione museale.

La sua attività scientifica interessò numerosi siti italiani e mediterranei, dalla Liguria alla Sicilia, dalle isole Eolie al Mediterraneo orientale.

In Liguria il suo nome è legato soprattutto alle ricerche nella Caverna delle Arene Candide, nel Finalese, uno dei principali giacimenti preistorici italiani.

Negli anni Quaranta Bernabò Brea condusse nella cavità importanti campagne di scavo insieme a Luigi Cardini. Le ricerche permisero di documentare una lunga e complessa successione stratigrafica, fondamentale per lo studio della preistoria ligure e italiana.

I risultati furono pubblicati anche nei due volumi dedicati agli scavi nella Caverna delle Arene Candide, apparsi nel 1946 e nel 1956.

Le Arene Candide e il Mesolitico

Il contributo di Fabio Negrino pubblicato nei nuovi Atti riprende uno degli aspetti che ancora oggi interessano la ricerca sulle Arene Candide: la presenza umana durante il Mesolitico e il primo Olocene.

Come sottolinea Negrino, le tracce mesolitiche individuate nella cavità erano estremamente deboli. La loro interpretazione è maturata nel corso dei decenni grazie all’evoluzione delle conoscenze, delle metodologie di scavo e delle tecniche di analisi.

Il problema non riguarda soltanto le Arene Candide.

La relativa scarsità di siti mesolitici individuati in Liguria può essere influenzata da numerosi fattori. La geologia del territorio, l’erosione, la sedimentazione, la conservazione dei depositi e le modalità con cui i gruppi umani utilizzavano e attraversavano il territorio possono incidere profondamente sulla possibilità di riconoscerne oggi le tracce.

La presenza di testimonianze archeologiche poco consistenti non implica quindi necessariamente una scarsa presenza umana.

Anche le strategie di insediamento e la mobilità dei gruppi di cacciatori-raccoglitori possono aver prodotto depositi archeologici meno evidenti rispetto a quelli lasciati da comunità più stabili.

Il tema della “visibilità archeologica” è particolarmente significativo. Una cavità non è un ambiente immutabile: nel corso di migliaia di anni può essere interessata da sedimentazione, erosione, circolazione delle acque, crolli, concrezionamento, attività animale e successive frequentazioni umane.

Questi processi possono conservare, spostare, modificare o eliminare parte delle testimonianze archeologiche.

Lo studio di una grotta richiede quindi di ricostruire non soltanto le attività umane che vi si sono svolte, ma anche la storia naturale dei depositi che hanno conservato quelle tracce.

Le Arene Candide rappresentano un esempio particolarmente significativo. La cavità è stata studiata da diverse generazioni di archeologi e le sue stratigrafie sono state progressivamente rilette attraverso nuovi metodi e nuove domande di ricerca.

La pubblicazione degli Atti dedicati a Luigi Bernabò Brea mette così in relazione la storia delle ricerche archeologiche con gli studi più recenti sulla preistoria ligure.

Il volume sarà presentato giovedì 3 dicembre nell’Aula Magna di Via Balbi 2, presso il DAFIST – Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia dell’Università di Genova.

FONTI

Fabio Negrino, post social sulla pubblicazione degli Atti “Luigi Bernabò Brea a 25 anni dalla scomparsa”.

Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, voce “Luigi Bernabò Brea”.

Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, programma della Giornata di Studi “Luigi Bernabò Brea a 25 anni dalla scomparsa”.

DIDASCALIE

Foto 1 – Copertina degli Atti della Giornata di Studi “Luigi Bernabò Brea a 25 anni dalla sua scomparsa”, Chiavari, 10 ottobre 2024.

Foto 2 – Caverna delle Arene Candide, Finale Ligure (Savona). La cavità è uno dei principali siti preistorici italiani e fu oggetto, negli anni Quaranta, delle ricerche di Luigi Bernabò Brea e Luigi Cardini.

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  • Brienno, in arrivo un nuovo volume racconta le grotte e il territorio lariano
    Condividi Luana Aimar e Antonio Premazzi tornano a raccontare il territorio dopo anni di ricerche, esplorazioni e documentazione, insieme a Leda Monza e Franco Malacrida Un nuovo volume è in arrivo dedicato a Brienno e al suo territorio, sul Lago di Como. A lasciarlo intuire – ma neppure troppo, visto che la copertina è già comparsa sui social – è un post pubblicato da Luana Aimar. Attraverso una serie di “si sussurra”, Luana conduce il lettore tra il paese di pietra, l’entroterra, le trac
     

Brienno, in arrivo un nuovo volume racconta le grotte e il territorio lariano

Október 5th 2026 at 05:00

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Luana Aimar e Antonio Premazzi tornano a raccontare il territorio dopo anni di ricerche, esplorazioni e documentazione, insieme a Leda Monza e Franco Malacrida

Un nuovo volume è in arrivo dedicato a Brienno e al suo territorio, sul Lago di Como.

A lasciarlo intuire – ma neppure troppo, visto che la copertina è già comparsa sui social – è un post pubblicato da Luana Aimar. Attraverso una serie di “si sussurra”, Luana conduce il lettore tra il paese di pietra, l’entroterra, le tracce lasciate dall’uomo nella montagna e le grotte che si aprono alle sue spalle.

Dietro poche righe volutamente allusive c’è un lavoro concreto, svolto in anni e anni di frequentazione del territorio, esplorazioni, ricerca sul campo, raccolta di documentazione e ricostruzione delle vicende locali.

L’impegno di Luana Aimar e Antonio Premazzi, dello Speleo Club CAI Erba, è ben conosciuto nell’ambiente speleologico: alla ricerca nelle cavità affiancano da tempo l’attenzione per il paesaggio, le testimonianze storiche e le opere realizzate dall’uomo, cercando di restituire una lettura complessiva di un territorio nel quale ambiente naturale e storia sono strettamente intrecciati.

Con loro sono impegnati Leda Monza e Franco Malacrida, del Gruppo Grotte CAI Busto Arsizio.

La copertina diffusa insieme al post anticipa anche il titolo, “Grotte soe la strada de Brienn”, e i nomi dei quattro autori. Restano invece ancora da scoprire nel dettaglio i contenuti del volume e le informazioni sulla sua uscita.

Gli indizi disseminati da Luana parlano di un entroterra sottratto pazientemente alla vegetazione, di testimonianze lasciate dall’uomo nella montagna, di una galleria legata alla difesa del territorio e, naturalmente, di grotte di particolare interesse.

Quanto basta, per ora, per capire che Brienno e il suo sottosuolo saranno nuovamente al centro di un lavoro nato da una lunga attività di ricerca e documentazione.

Come scrive Aimar, «vox populi, vox dei».

Per il resto, ci fermiamo ai sussurri.

Fonte: post social di Luana Aimar

Le pubblicazioni

Nel 2024, Luana Aimar e Antonio Premazzi hanno pubblicato Panorami sotterranei. Viaggio nelle grotte del Campo dei Fiori, volume fotografico di 144 pagine dedicato alle cavità del massiccio varesino e alla storia delle loro esplorazioni; le fotografie del libro sono di Luana.

Nel 2025, Luana ha contribuito con le sue immagini a Del Buco del Piombo e di altre storie, opera collettiva dello Speleo Club CAI Erba, realizzata per i cinquant’anni del gruppo e dedicata al complesso carsico dell’Alpe del Viceré.

Ora il nuovo lavoro, ancora in itinere, su Brienno, realizzato insieme ad Antonio Premazzi, Leda Monza e Franco Malacrida, aggiungerà un altro tassello al percorso di Luana Aimar di documentazione del territorio e del mondo sotterraneo.

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  • Armo sostenibile, a Spelaion 2026 un corso sugli ancoraggi per la speleologia
    Condividi Il 5 e 6 dicembre a Bari un corso tecnico-pratico dedicato agli ancoraggi di nuova “vecchia” generazione. L’iniziativa si inserisce nel programma di Spelaion 2026, dedicato quest’anno al tema “Sostenibilità in profondità” In occasione di Spelaion 2026, in programma a Bari dal 4 al 6 dicembre, si terrà il Corso di Armo Sostenibile, un appuntamento tecnico-pratico dedicato agli ancoraggi e alle modalità di attrezzamento delle grotte. Il corso si svolgerà nelle giornate del 5 e 6 di
     

Armo sostenibile, a Spelaion 2026 un corso sugli ancoraggi per la speleologia

Október 4th 2026 at 06:00

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Il 5 e 6 dicembre a Bari un corso tecnico-pratico dedicato agli ancoraggi di nuova “vecchia” generazione. L’iniziativa si inserisce nel programma di Spelaion 2026, dedicato quest’anno al tema “Sostenibilità in profondità”

In occasione di Spelaion 2026, in programma a Bari dal 4 al 6 dicembre, si terrà il Corso di Armo Sostenibile, un appuntamento tecnico-pratico dedicato agli ancoraggi e alle modalità di attrezzamento delle grotte.

Il corso si svolgerà nelle giornate del 5 e 6 dicembre 2026 ed è presentato dagli organizzatori come un percorso sugli “ancoraggi di nuova (vecchia) generazione”, espressione che richiama il recupero e la rilettura di soluzioni già conosciute alla luce delle attuali esigenze di sicurezza, efficacia e sostenibilità.

L’iniziativa è indicata come corso omologato CAI e SSI di II livello. La direzione è affidata all’IT SSI S. Sterchele e all’IS SNS CAI D’Adduzio.

Armo e sostenibilità degli ambienti sotterranei

13-09-2026 Auronzo di Cadore Buse del Socento Marmarole: “Speleo Team sempre al lavoro. Oggi dopo aver vagato tra mughi e versanti quasi impraticabili, finalmente abbiamo raggiunto una delle risorgenze dei Lastoni delle Marmarole. Non sappiamo quantificare la portata, ma è davvero tanta. Vedere quell’acqua uscire con tanta pressione da una fessura nella roccia è stato incredibile. Le Marmarole“

Il tema si inserisce pienamente nel filo conduttore scelto per Spelaion 2026: “Sostenibilità in profondità”.

L’incontro regionale della speleologia pugliese vuole infatti porre l’attenzione non soltanto sull’esplorazione, ma anche sulla responsabilità degli speleologi nella conoscenza, documentazione e protezione degli ambienti carsici.

In questo contesto, parlare di armo sostenibile significa aprire una riflessione anche sul modo in cui vengono attrezzate e frequentate le cavità, sull’impiego degli ancoraggi e sull’impatto che le attività speleologiche possono avere nel tempo sulle pareti e sugli ambienti sotterranei.

Il corso offrirà quindi un’occasione di formazione e confronto tecnico su un aspetto fondamentale della progressione speleologica.

Dalle esplorazioni nelle Marmarole a Spelaion

Al corso parteciperà anche lo SpeleoTeam di Conegliano, che presenterà l’esperienza maturata durante il campo esplorativo svolto nell’agosto 2026 nelle Marmarole, sulle Dolomiti bellunesi. Le attività hanno riportato il gruppo nell’Abisso Tiziano, cavità dei Lastoni delle Marmarole ancora in esplorazione, dove sono stati raggiunti ambienti fino a circa 150 metri di profondità, con possibili prosecuzioni ancora da indagare. Ne abbiamo già parlato: metto sotto il link.

Nelle settimane successive lo SpeleoTeam ha proseguito le ricognizioni nell’area, raggiungendo anche una delle risorgenze dei Lastoni delle Marmarole, dalla quale è stata osservata una consistente fuoriuscita d’acqua. Le nuove osservazioni confermano l’interesse del gruppo per la comprensione della circolazione idrica sotterranea e per le possibili prosecuzioni del sistema.

A Spelaion lo SpeleoTeam anticipa inoltre la presentazione di una novità che consentirà, secondo il gruppo, di «osservare le grotte con occhi nuovi». I dettagli saranno illustrati durante l’appuntamento di Bari.

Il Corso di Armo Sostenibile è uno degli appuntamenti tecnici di Spelaion 2026, manifestazione organizzata dal Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari, in collaborazione con la Federazione Speleologica Pugliese e con il patrocinio del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico – Puglia.

L’edizione di quest’anno avrà inoltre un significato particolare: sarà l’occasione per celebrare il 50° anniversario della fondazione del Gruppo Speleologico Vespertilio di Bari, affiancando alla memoria di mezzo secolo di attività una riflessione sulle tecniche e sulle responsabilità della speleologia contemporanea: ne parleremo!

Informazioni

Corso di Armo Sostenibile
Date: 5–6 dicembre 2026
Luogo: Bari, nell’ambito di Spelaion 2026
Tipologia: corso tecnico-pratico sugli ancoraggi di nuova “vecchia” generazione
Corso: omologato CAI e SSI – II livello
Direttori: S. Sterchele (IT SSI) e V. D’Adduzio (IS SNS CAI)
Informazioni e iscrizioni: info@vespertilio.it

Fonti e approfondimenti

Programma e informazioni ufficiali di Spelaion 2026 – Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari https://vespertilio.it/spelaion-2026

Post SpeleoTeam Corso di Armo Sostenibile

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