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    Condividi La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità. La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significa
     

Dalle Selci Neolitiche alle Miniere del Papa: a Narni Diecimila Anni di Vita Nascosta nelle Grotte di Santa Croce

Apríl 29th 2026 at 13:00

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La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità.


La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni

Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significative dell’Umbria: la Grotta dei Cocci. Il nome non lascia spazio a dubbi — frammenti di ceramica — e rivela già il contenuto di questa cavità scoperta nei primissimi anni Cinquanta del Novecento da un gruppo di scout narnesi, tra cui Irmo Ceccaroli e Paolo Ceccarelli, che segnalarono il ritrovamento al professor Carlo Castellani, Ispettore Onorario ai Monumenti dell’Umbria.

Nei decenni successivi, la grotta subì numerose razzie da parte di privati, perdendo parte del suo patrimonio prima di qualsiasi studio scientifico. Solo negli anni ’80 la cavità fu oggetto di una vera campagna di scavo, coordinata da Maria Cristina De Angelis della Soprintendenza, i cui risultati sono stati pubblicati in un volume monografico edito da All’Insegna del Giglio nel 2019.

I reperti restituiti dai sedimenti della grotta coprono un arco che va dal Neolitico antico finale fino all’età del Bronzo. Tra i materiali rinvenuti: utensili in selce, strumenti di osso, frammenti ceramici di diverse epoche, oggetti d’ornamento e resti funerari umani. Il dettaglio più eloquente è il focolare con strato di cenere e carboni di oltre un metro di spessore: una stratificazione che testimonia una frequentazione millenaria e continua. La grotta era probabilmente un luogo di rito, frequentata da genti provenienti da altri territori dell’Appennino, a conferma di una rete di scambi culturali già attiva in epoche molto remote. I reperti salvati dalle razzie sono oggi conservati in una sala del Museo di Palazzo Eroli a Narni.

La Grotta dei Cocci non è l’unica testimonianza preistorica del territorio narnese. La Grotta del Capraro, anch’essa in territorio narnese ma in località Cappuccini Selva Antica, ha restituito utensili in selce, frammenti ceramici e focolari analoghi. La Grotta d’Orlando, sulla Via Flaminia, conserva incisioni rupestri e la caratteristica “Sedia d’Orlando”, pur non essendo mai stata oggetto di scavi sistematici.


Stifone e le Grotte del Nera

Prima ancora dei monaci medievali e dei minatori pontifici, la zona delle Gole del Nera era frequentata per ragioni commerciali e militari. Il geografo greco Strabone (Geographia V, 2, 10) fu il primo a confermare la navigabilità del Nera nell’antichità, specificando che il fiume poteva essere percorso con imbarcazioni di piccole dimensioni. Il fiume risultava completamente navigabile solo all’uscita della Gola di Narni, circa 900 metri a valle di Stifone, nella zona denominata “Le Mole” per i numerosi mulini medievali presenti in loco.

Nel 20 d.C. il console Gneo Calpurnio Pisone, di ritorno dalla Dalmazia e narrato da Tacito negli Annales (III, 9), si imbarcò a Narni con un numeroso seguito per raggiungere Roma via fiume. Il dettaglio implica che al porto fluviale narnese fosse disponibile un numero sufficiente di imbarcazioni per il trasporto di persone e merci.

Le prime testimonianze scritte del porto risalgono al XVI secolo, quando il gesuita Fulvio Cardoli riconobbe le vestigia: “Esistono anc’oggi, passato il Castel di Taizzano, un tre miglia da Narni, alcune vestigia del porto, dove alfin la Nera incomincia a sostener le barche, ed ivi veggonsi pure i ferrei anelli impiombati nel vivo sasso, ai quali siccome a palo ferrato legavansi le barche”. Tali anelli di ferro, confermati nel 1879 dal marchese Giovanni Eroli, sono ancora parzialmente visibili nell’alveo del fiume. Il sito è ancora in stato di abbandono, di proprietà dell’ENEL, e non è mai stato oggetto di una vera campagna di scavi.


Gli Eremi Rupestri delle Gole del Nera: Monaci e Grotte nel Medioevo

Sul Monte Santa Croce, quasi a fare da sentinella sull’imbocco delle Gole del Nera, sorge l’Abbazia di San Cassiano, edificio di pietra con campanile visibile da Narni. Le sue origini monastiche risalgono alle guerre goto-bizantine del VI secolo: è probabile che il sito sorgesse come presidio territoriale, in analogia con altri monasteri della medesima epoca. L’abbazia è nominata con certezza per la prima volta in un documento dell’Abbazia di Farfa dell’1081, ma il ritrovamento di un’iscrizione su sarcofago romano — donato al primo abate dal nobile Crescenzio di Teodorada, morto nel 984 d.C. — suggerisce che l’edificio attuale sia da datarsi alla seconda metà del X secolo, al tempo del papa narnese Giovanni XIII (965–972). Il monastero era parte di una rete di presidi religiosi che vigilavano sul corridoio territoriale tra Roma e Ravenna.

Aggrappato a strapiombo sulle Gole del Nera, in uno dei punti più impervi del Monte Santa Croce, si trova invece l’Eremo di San Jago, conosciuto localmente come “grotta dell’Eremita” o “San Jago degli Schioppi” (scogli). Non si hanno notizie certe sulla fondazione, ma le murature esistenti sono databili al XIII secolo, con una probabile frequentazione eremitica precedente. La struttura sfrutta un’ampia grotta naturale come involucro, chiusa e articolata su tre livelli: al primo livello si riconoscono i resti di una piccola chiesa con porta architravata e croce scolpita; ai piani superiori si trovavano i rifugi per gli eremiti. Una narrazione trascritta da Orlando Colasanti nel 1941 ricorda che nel 1354 vi avrebbe soggiornato il nobile romano Evaldo Frangipane, ordinatosi sacerdote. L’eremo versa oggi in stato di abbandono, vittima di atti vandalici.

Gli speleologi dell’UTEC Narni hanno identificato nelle stesse gole anche quello che ritengono essere il perduto Monastero di San Giovanni, insediamento eremitico costruito presso una grotta preesistente. Come ha ricostruito Andrea Scatolini dell’UTEC, il rapporto tra grotta naturale e presidio religioso è costante lungo tutta la montagna: la montagna porta il nome di Santa Croce proprio da questa fitta rete di presidi religiosi costruiti nel corso del Medioevo.


Le Miniere di Ferro dello Stato Pontificio: Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste

I primi documenti certi sulle miniere di ferro di Narni risalgono al 1709: in una lettera di quell’anno, i priori di Narni scrivevano al Cardinale Sacripante ricordando espressamente le cave di ferro. La scelta del sito cadde su Stifone anche “per la vicinanza alla Madonna del Monte, dove si cava la miniera del ferro più abbondante”.

La Reverenda Camera Apostolica fu autorizzata a coltivare le miniere e a costruire una ferriera. La prima pietra fu posata il 15 aprile 1710 presso la villa di Stifone: la struttura comprendeva due edifici — grande e piccola ferriera — con forno e magli azionati dalla forza idraulica delle sorgenti locali. L’impianto fu inaugurato con la prima fusione del minerale il 21 ottobre 1721. La relazione del signor Bordoni del 1710, documento fondamentale per la storia industriale del territorio, descrive il sopralluogo personale del Monsignore Tesoriere nelle cave verso la fine del 1708.

L’impresa si rivelò più costosa del previsto: cunicoli lunghissimi, acqua insufficiente per i macchinari, vene di ferro meno abbondanti del previsto. La Camera Apostolica fu costretta ad abbandonare l’impresa, e seguirono 39 anni di abbandono completo. Nel 1760 l’architetto Giuseppe Pennini, incaricato dalla Camera Apostolica per una nuova valutazione, visitò le cave e le descrisse: alla prima cava trovò un cunicolo alto e largo 7 palmi che si internava in linea retta per 450 palmi. Il minerale estratto era una limonite pisolitica, capace di fornire dopo lavaggi dal 33 al 40 per cento di metallo. La nuova ferriera fu definitivamente abbandonata nel 1784.

Le tre principali cavità-miniera del comprensorio — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli e Grotta Celeste — sono state oggetto di sistematiche esplorazioni speleologiche da parte dell’UTEC Narni. Sulla base dei confronti con la relazione del Pennini, gli speleologi identificano la Grotta dello Svizzero con la cosiddetta “Cava di Zara” descritta nel 1760. Nelle grotte Celeste e dei Veli, durante una delle esplorazioni, gli speleologi trovarono due oggetti abbandonati in fondo alle antiche cave: un vecchio elmetto militare e una piccola piccozza. L’elmetto potrebbe rimandare alle due guerre mondiali; la piccozza è uno strumento tipico del lavoro minerario. Due oggetti che condensano in un’immagine la stratificazione della storia umana in questi luoghi.


Daniele Di Sisto e Filippo Sini: il Valore Umano dell’Esplorazione Speleologica

Il Gruppo Speleologico UTEC Narni, fondato nel 1977, ha esplorato, rilevato e censito oltre 17 grotte sul Monte Santa Croce nel corso di quasi quarant’anni di attività, con almeno altre 10 non ancora accatastate al Catasto Speleologico dell’Umbria. Le ricerche proseguono attivamente: nel 2025 e 2026 le esplorazioni si avvalgono di GPS, tecnologie LiDAR e sensori per la meteorologia ipogea.

Nel corso delle esplorazioni più recenti, l’UTEC ha scoperto due nuove cavità collocate su una faglia diretta nei pressi della Grotta dello Svizzero. I nomi scelti per queste grotte non sono tecnici né geografici: si chiamano Grotta Daniele Di Sisto e Grotta Filippo Sini. Sono i nomi di amici scomparsi.

Lo speleologo Virgilio Pendola ha spiegato il senso di questa pratica con parole dirette: “Lo spirito di amicizia e di fratellanza, in noi speleo, è molto sentito: in tanti momenti, a volte in condizioni di pericolo reale, dentro i cunicoli più stretti oppure su pozzi che sembrano non finire mai, di un nero inenarrabile, si può contare solo sulle capacità e sulla preparazione dei compagni-fratelli-amici intorno… ci fidiamo, sempre, ciecamente, sapendo che, nel bisogno, sapranno aiutarti e nessuno, mai, si tirerà indietro accada quello che accada”.

A Daniele Di Sisto e Filippo Sini si aggiungono Fausto Fortunati e Tullio Cecca, a cui gli speleologi dell’UTEC hanno dedicato altre grotte scoperte in territorio umbro. La toponomastica delle grotte diventa così un atto di memoria: ogni cavità porta il nome di chi quella montagna l’ha amata abbastanza da dedicarle una vita.


Dal Neolitico alle esplorazioni più recenti del 2025.

Il report approfondisce:

  • La Grotta dei Cocci — scavi 1989-2001 diretti da Maria Cristina De Angelis, focolare spesso oltre un metro, reperti dal Neolitico antico all’età del Bronzo, i saccheggi e il Museo Eroli
  • Stifone — la testimonianza di Strabone e Tacito sul console Pisone (20 d.C.), il canale di 280 metri con i 60 incavi, i reperti romani dall’alveo del Nera
  • Il labirinto dei monaci — le radici bizantine di Belisario (VI sec.), l’abbazia benedettina del X secolo di San Cassiano, l’Eremo di San Jago con murature databili al XIII secolo, il perduto monastero di San Giovanni ritrovato dall’UTEC
  • Le miniere del Papa — la lettera del 1709 ai priori di Narni, la ferriera inaugurata il 21 ottobre 1721, la relazione dell’architetto Pennini (1760), le identificazioni delle cave con la Grotta dello Svizzero (Cava di Zara) e le grotte Celeste e dei Veli
  • L’elmetto e la piccozza — i reperti inaspettati trovati nelle grotte-miniera dall’UTEC
  • Daniele Di Sisto e Filippo Sini — il valore umano dell’esplorazione e la pratica dell’UTEC di intitolare le grotte agli amici scomparsi

Fonti e Approfondimenti

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A Napoli riapre il Cimitero delle Fontanelle

Apríl 29th 2026 at 12:00

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Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026)

Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo 2020, il sito ha riaperto definitivamente al pubblico il 18 aprile 2026, diventando un polo culturale permanente gestito con un innovativo partenariato pubblico-privato.[1][2][3][4][5]


Contesto Geografico: Il Rione Sanità


Rione Sanità, Naples
Il Cimitero si trova all’estremità occidentale del vallone naturale della Sanità, uno dei rioni di Napoli più ricchi di storia e tradizioni, posto appena fuori dai confini della città greco-romana, nella zona scelta sin dall’antichità per la necropoli pagana e, successivamente, per i primi cimiteri cristiani. La zona è incisa da un sistema di impluvi naturali che dalle colline oggi chiamate Colli Aminei convergevano verso il basso, erodendo nel corso dei millenni i banchi tufacei e creando le condizioni ideali per l’estrazione della pietra da costruzione.[6][2][7]
Via Fontanelle, l’arteria che conduce all’ossario, ricalca il percorso del vecchio impluvio naturale, ai cui bordi si trovano numerose cave che fino al XX secolo hanno fornito tufo per le costruzioni cittadine. Il nome “Fontanelle” deriva dalla presenza, in tempi remoti, di sorgenti d’acqua nella zona.[6][2][8]


Origini e Geologia della Cavità

Le Cave di Tufo

La struttura fisica del cimitero è il risultato di millenni di attività estrattiva. Le cave di tufo giallo furono scavate a partire dal periodo aragonese (secoli XIV–XV), quando la città aveva un crescente bisogno di materiale da costruzione. Le gallerie risultanti — vere e proprie “navate” sotterranee — raggiungono un volume stimato di circa 30.000 m³ su una superficie di circa 3.000 m². La roccia tufacea, porosa e relativamente morbida, è facilmente lavorabile e conferisce agli ambienti la caratteristica umidità che, a sua volta, produce sulla superficie delle ossa gocce di condensa: un fenomeno naturale che nei secoli ha alimentato leggende sui “teschi sudati”.[2][8][9][10]

Dalle Cave all’Ossario

Prima del XVI secolo, i defunti venivano sepolti sotto le chiese. Quando lo spazio si esauriva, i cosiddetti “salmatari” — addetti alle esumazioni — disseppellivano di notte le ossa più antiche e le trasportavano nelle cave periferiche, compresa quella delle Fontanelle. La data di svolta che trasforma definitivamente la cava in camposanto è il 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste si abbatté su Napoli causando, secondo le stime, circa 200.000–250.000 vittime su una popolazione di 400.000 abitanti. Le autorità ordinarono di riaprire le cave delle Fontanelle per ospitare le salme, e da allora il sito non cessò mai la sua funzione funeraria.[6][4][11]


Storia Cronologica dell’Ossario

PeriodoEvento
Sec. XIV–XVScavo delle cave di tufo nel Rione Sanità
1656Epidemia di peste: il sito diventa cimitero collettivo
1764Grande carestia: nuovi depositi di salme (arch. Carlo Praus)[6]
1806–1815Decennio francese: le ossa dalle chiese vengono trasferite alle Fontanelle[4]
1836–1837Epidemia di colera: nuovi resti accolti nell’ossario[2][4]
Fine ‘800Padre Gaetano Barbati ordina e sistema le ossa in cataste ordinate[12][13]
1872Il Comune di Napoli apre ufficialmente il sito al pubblico[4][13]
1934Depositate le ossa ritrovate durante i lavori al Maschio Angioino[4][12]
Anni ’60La Chiesa proibisce il culto delle capuzzelle; il sito cade in abbandono[14]
2004Prima riapertura con lavori di risanamento statico (cavità C0096)[14]
2010Riapertura definitiva dopo occupazione pacifica degli abitanti del Rione[15]
2018–2019Chiusura per motivi di sicurezza strutturale[15]
Marzo 2020Chiusura ulteriore a causa del lockdown COVID-19[5]
2023La cooperativa La Paranza vince il bando del Comune per la valorizzazione[16]
18 aprile 2026Riapertura permanente con marcia di comunità[1][3]

Il Ruolo di Padre Gaetano Barbati

La figura che più ha segnato la configurazione attuale del cimitero è quella di padre Gaetano Barbati, il sacerdote che alla fine dell’Ottocento, guidato da una profonda pietà verso quei resti anonimi, organizzò la sistemazione delle migliaia di ossa in cataste ordinate: crani da un lato, tibie dall’altro, con le prime cappelle provvisorie. Da allora sorse in modo spontaneo e progressivo una devozione popolare straordinaria verso quei defunti anonimi, identificati dai fedeli come anime bisognose di cura e in grado di intercedere per i vivi. Una statua di Barbati si trova ancora oggi all’interno del cimitero, nella prima sala.[12][13]


Il Culto delle Anime Pezzentelle

Origini Teologiche e Culturali

Il culto delle anime pezzentelle affonda le radici nella tradizione cattolica della dottrina del Purgatorio e nella pratica della preghiera in suffragio dei defunti, particolarmente rafforzata dalla Controriforma nel XVII secolo. A Napoli, però, questa pratica religiosa si trasforma in qualcosa di più diretto, tangibile e reciproco: un patto tra i vivi e i morti. Il termine “pezzentelle” deriva dal latino petere — “chiedere per ottenere” — poiché queste anime, anonime e dimenticate, chiedono preghiere per alleviare la loro permanenza nel Purgatorio.[17][4]

Il Rito della Capuzzella


Il nucleo del culto è la cosiddetta “capuzzella” — diminutivo napoletano di “testa” — che designa il teschio anonimo adottato da un devoto. Il rito si articolava in fasi precise:[18][19]

  • Scelta del teschio: il devoto sceglieva un cranio tra quelli dell’ossario, spesso sulla base di un sogno o di un’intuizione
  • Pulitura e cura: il teschio veniva deterso con alcool e cotone, luciidato e adagiato su un cuscino ricamato all’interno di una teca lignea[18]
  • Offerte e preghiere: il devoto accendeva ceri, disponeva immagini sacre, offriva rosari e monete, e pregava regolarmente per l’anima della capuzzella[19][18]
  • Lo scambio: in cambio delle cure, l’anima pezzentella avrebbe interceduto a favore del devoto, comunicandogli grazie, protezione e — secondo la credenza popolare — i numeri del lotto da giocare[8][4]

Se la grazia era concessa, le cure si intensificavano; se il teschio non “rispondeva”, lo si abbandonava e se ne adottava un altro. La tradizione ammetteva anche che un teschio trascurato potesse “vendicarsi” portando sfortuna al devoto.[4][8]

Divieto Ecclesiastico e Decadenza

Il culto non fu mai pienamente accettato dalla Chiesa cattolica, che lo considerava ai limiti dell’idolatria e del paganesimo. Nel 1969, l’arcivescovo di Napoli Corrado Ursi lo proibì formalmente con un apposito decreto, considerandolo un rito pagano incompatibile con la dottrina cristiana. In seguito al divieto, il culto si attenuò progressivamente e il cimitero cadde in uno stato di progressivo abbandono durante gli anni ’70 e ’80 del Novecento.[14][4][20]


Le “Capuzzelle” Famose e le Leggende

Il Teschio del Capitano

Il più celebre tra i teschi del cimitero è quello del “Capitano”, tenuto in una teca di vetro per preservarlo dall’umidità: unico tra i crani dell’ossario ad essere esposto in vetrina, è considerato dai napoletani un’anima pia per le numerose intercessioni attribuitagli. La leggenda più famosa che lo riguarda è quella dei “due sposi”: una giovane fidanzata aveva profonda venerazione per questo teschio, ma il suo promesso sposo, scettico, un giorno lo sfidò infilando un bastone nell’orbita oculare e invitandolo scherzosamente al matrimonio. Il giorno delle nozze apparve tra gli invitati uno sconosciuto in divisa da carabiniere, che rivelò di essere il Capitano stesso. Alla sua visione, entrambi gli sposi morirono per il terrore. Si narra che i loro resti si trovino ancora oggi nel cimitero, sotto la statua di Barbati.[21]

Donna Concetta

Un’altra capuzzella celebre è quella chiamata Donna Concetta, particolarmente nota per la sua lumonosità: più brillante delle altre, cattura meglio l’umidità della cavità. La leggenda vuole che “sudi” per comunicare ai devoti l’avvenuto compimento di una grazia: se al tatto il teschio è umido, la grazia è stata esaudita.[4]

La Leggenda di Giacomo Leopardi

Una credenza popolare, non verificata storicamente, vuole che anche i resti del poeta Giacomo Leopardi — morto a Napoli durante l’epidemia di colera del 1837 — riposino alle Fontanelle. La storiografia ha chiarito che il poeta fu inumato nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma la leggenda persiste come segno del potere mitopoietico del sito.[4][12]


Struttura Fisica e Caratteristiche Speleologiche


L’ossario si sviluppa come una serie di grandi gallerie tufacee disposte alla maniera di navate, che si diramano dalla cavità principale. Le caratteristiche fisiche del sito sono rilevanti:[10]

  • Superficie: circa 3.000 m²[2][10]
  • Volume della cavità: circa 30.000 m³[2]
  • Collocazione: scavata nel banco di tufo giallo napoletano, a diversi metri sotto il livello stradale del Rione Sanità
  • Umidità: molto elevata, dovuta alla struttura porosa del tufo e alla prossimità con falde idriche superficiali
  • Temperature: costanti e fresche, tipiche delle cavità tufacee napoletane

La natura ipogea del sito lo rende di interesse anche per la speleologia urbana: il sottosuolo di Napoli conta, secondo un censimento del 1967, almeno 366 cavità artificiali, e il Cimitero delle Fontanelle è tra le più estese e significative dal punto di vista storico. Studi sulla stabilità statica della cavità (denominata C0096) hanno preceduto le riaperture del 2004 e del 2026, confermando la necessità di interventi di consolidamento strutturale per garantire la sicurezza dei visitatori.[14][22][23]

Le Vicende Recenti: Chiusure e Riapertura del 2026

Un Sito Tormentato

Il Cimitero delle Fontanelle ha avuto una storia recente travagliata. Dopo la riapertura del 2010 — ottenuta grazie a un’occupazione pacifica degli abitanti del Rione — la gestione rimase affidata alla municipalizzata Napoli Servizi con aperture discontinue e irregolari. Nel 2018–2019 il sito chiuse definitivamente per motivi di sicurezza strutturale: mancavano sistemi antincendio, servizi igienici e uscite di emergenza. Il lockdown del marzo 2020 sigillò definitivamente l’ingresso, dando avvio a una lunga interruzione che durò oltre cinque anni.[5][15][23]

Il Progetto di Valorizzazione

La svolta arrivò nel 2023 quando il Comune di Napoli bandì una gara pubblica per la valorizzazione culturale del sito, vinta dalla cooperativa La Paranza del Rione Sanità — già protagonista del rilancio delle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso. Il progetto si basa sui principi della Convenzione di Faro, che riconosce alle comunità locali un ruolo attivo nella cura del patrimonio culturale.[3][24][16]

Il quadro economico dell’intervento è stato:

FinanziatoreImporto
Comune di Napoli (messa in sicurezza)200.000 €
Fondazione Con il Sud320.000 €
Fondazione di Comunità San Gennaro320.000 €
Totale investimentocirca 840.000 €

La Riapertura del 18 Aprile 2026

L’inaugurazione del 18 aprile 2026 ha avuto un carattere fortemente comunitario: alle 9:00 una “marcia di comunità” è partita da Largo Totò — la piazza intitolata al grande attore napoletano, simbolo del Rione — con la partecipazione di organizzazioni del terzo settore, scuole, parrocchie e cittadini. Alla cerimonia hanno presenziato il sindaco Gaetano Manfredi e l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia. Il sito è rimasto aperto gratuitamente fino alle 18:00 nella giornata inaugurale, e dal 19 aprile è visitabile regolarmente su prenotazione.[1][25][3]

Modalità di Visita e Servizi (dal 19 Aprile 2026)

Il nuovo modello di gestione ha introdotto importanti miglioramenti rispetto al passato:[3][26]

  • Orari: lunedì–domenica, 10:00–18:00 (ultimo ingresso 17:15); chiusura il mercoledì e il 25 dicembre
  • Accesso: solo su prenotazione obbligatoria tramite il sito ufficiale www.cimiterodellefontanelle.it
  • Tariffe: visita con accompagnamento da 6 €; visita guidata da 8 €[1]
  • Ingresso per fedeli: lunedì e venerdì, dalle 9:00 alle 10:00, gratuito, riservato al culto[3]
  • Capienza: max 3 gruppi da 25 persone contemporaneamente, inclusa la guida[3]
  • Accessibilità: barriere architettoniche abbattute; percorsi per disabili; audioguide per non vedenti[26][3]

Il “Miracolo del Rione Sanità”: La Cooperativa La Paranza

La cooperativa La Paranza nasce nel 2006 con l’obiettivo di creare lavoro valorizzando il patrimonio culturale del Rione Sanità, storicamente uno dei quartieri più problematici di Napoli. I risultati ottenuti nelle Catacombe di San Gennaro — oltre 200.000 visitatori all’anno, più di 60 occupati prevalentemente under 30, 13.000 m² di patrimonio culturale recuperato — hanno consolidato la sua reputazione di modello virtuoso di sviluppo sociale e culturale.[16]

Con la vittoria della gara per il Cimitero delle Fontanelle, La Paranza ha già attivato 11 inserimenti lavorativi di giovani del quartiere prima ancora della riapertura, tramite il programma formativo “Scopri le Fontanelle”. Sono previsti altri interventi nel Rione, incluso il rifacimento delle strade e il miglioramento della rete di trasporti.[3]


Valore Culturale, Antropologico e Scientifico

Il Cimitero delle Fontanelle è studiato da storici, antropologi, etnologi e speleologi per la sua eccezionale stratificazione di significati:

  • Storico: testimonia secoli di catastrofi demografiche che hanno segnato Napoli, dalla peste al colera, dalle eruzioni vulcaniche alle carestie[6][27]
  • Antropologico: il culto delle capuzzelle è uno dei più rari esempi documentati al mondo di un sistema rituale basato su una relazione di reciprocità tra vivi e defunti anonimi[19][17]
  • Religioso: illustra la tensione tra religiosità popolare e ortodossia ecclesiastica, che ha portato al divieto del culto nel 1969 ma non alla sua estinzione[4][20]
  • Speleologico/Geologico: la cavità tufacea è un campione rappresentativo del sottosuolo napoletano, che conta centinaia di cavità artificiali di origine estrattiva[28][22]
  • Archivistico: i depositi umani dell’ossario rappresentano un archivio biologico delle popolazioni napoletane dei secoli XVII–XIX, di interesse per la paleodemografia e la paleopatologia[29]

Un Comitato Scientifico presieduto dalla dottoressa Francesca Amirante — storica dell’arte ed esperta in valorizzazione di beni culturali — sovraintende alle attività di ricerca e conservazione, in collaborazione con Europa Nostra e la rete europea Faro Convention Network.[3]


Conclusione

La riapertura permanente del Cimitero delle Fontanelle nell’aprile 2026 non è solo un evento turistico: è la restituzione alla città di uno spazio di memoria collettiva che, nelle sue stratificazioni storiche, custodisce la storia dei dimenticati — i poveri, gli appestati, gli anonimi — e il rapporto tutto napoletano con la morte come parte viva del tessuto culturale urbano. Il modello pubblico-privato adottato, con la comunità del Rione Sanità come protagonista attiva, rappresenta una delle esperienze più significative di valorizzazione partecipata del patrimonio culturale nel Mezzogiorno italiano.[3][23]

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Le Omics Rivoluzionano la Biologia Sotterranea: Grotte e Acquiferi Sotto la Lente Molecolare

Apríl 29th 2026 at 11:00

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Un gruppo internazionale di 18 ricercatori pubblica su Nature Reviews Biodiversity la prima rassegna sistematica sull’applicazione delle tecnologie omics agli ecosistemi sotterranei, aprendo nuove prospettive per la conservazione e la comprensione della vita ipogea.


La Vita Sotterranea Attende Ancora di Essere Scoperta

Le grotte, gli acquiferi e gli interstizi del sottosuolo ospitano oltre 50.000 specie animali e microbiche che vivono esclusivamente in questi ambienti. Troglobiti e stygobiti — organismi adattati all’oscurità permanente — rappresentano una delle frontiere biologiche meno esplorate del pianeta. Per decenni, la loro conoscenza è rimasta limitata da una barriera pratica: l’impossibilità di osservare, campionare e studiare sistematicamente ambienti fisicamente inaccessibili.scintilena

Nel 2026, una Review firmata da 18 ricercatori internazionali — tra cui Pau Balart-García, Helena Bilandžija, Stefano Mammola e Mattia Saccò — pubblicata su Nature Reviews Biodiversity cambia la prospettiva. Il tema centrale è l’applicazione delle tecnologie omics — genomica, trascrittomica, metagenomica, eDNA — agli ecosistemi sotterranei. Le omics sono metodologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente geni, RNA, proteine e metaboliti di un organismo o di un’intera comunità biologica, senza necessariamente catturare o coltivare gli organismi stessi.scintilena

Le prime applicazioni sistematiche di queste tecnologie al sottosuolo risalgono agli anni 2010. Da allora, i progressi tecnologici hanno abbassato i costi e aumentato la potenza di analisi, rendendo queste metodologie accessibili alla comunità scientifica speleologica e biologica.linkinghub.elsevier


Dal DNA Ambientale alla Diversità Criptica: Cosa Hanno Rivelato le Omics

Una delle scoperte più rilevanti riguarda la cosiddetta diversità criptica: specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, con acquiferi fisicamente isolati e fauna a mobilità ridotta, sono ambienti ideali per la speciazione silenziosa. Ciò che le tecniche tassonomiche tradizionali classificavano come un’unica specie a distribuzione ampia è spesso, alla luce del DNA, un insieme di specie distinte con areali molto più ristretti — con conseguenze dirette per le politiche di conservazione.aca.pensoft+1

Per il monitoraggio della fauna sotterranea senza intervento diretto, lo strumento oggi più promettente è il DNA ambientale (eDNA): frammenti di DNA libero isolati da campioni d’acqua o sedimento, senza alcuna cattura degli organismi. Il metabarcoding eDNA permette di stimare la ricchezza di specie in un acquifero analizzando pochi litri d’acqua.linkinghub.elsevier

Il progetto internazionale GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), presentato al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea a Cagliari nel settembre 2024, coinvolge oltre 70 ricercatori in tutto il mondo e punta alla prima valutazione sistematica globale della biodiversità degli acquiferi tramite metodologie molecolari standardizzate. Tra i coordinatori figura Mattia Saccò, coautore della Review su Nature Reviews Biodiversity.scintilena+1


Il Pesce Cieco e i Segreti dell’Adattamento Molecolare

Sul fronte della genomica evolutiva, il modello di riferimento è il pesce messicano Astyanax mexicanus, con popolazioni vedenti di superficie e oltre 29 popolazioni cavernicole cieche evolutesi in modo indipendente. Le omics hanno permesso di identificare la base genetica precisa di tratti come la perdita degli occhi, la depigmentazione e le modificazioni del metabolismo.evodevojournal.biomedcentral

Studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 nella regressione oculare. Un recentissimo screening CRISPR su larga scala ha identificato il gene fbln7 (fibulin-7) come regolatore della dimensione oculare in più stadi dello sviluppo. Una ricerca del 2026 basata su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni incrociate ha rivelato che la perdita degli occhi condivide circa il 43% dei loci genetici tra linee evolutive indipendenti, mentre tratti come la riduzione del sonno o le modificazioni metaboliche mostrano basi genetiche meno conservate tra le diverse popolazioni. Questi dati indicano che alcune traiettorie verso l’adattamento cavernicolo convergono a livello molecolare, anche quando avvengono in luoghi geograficamente lontani.onlinelibrary.wiley+2


Frasassi e Movile: Ecosistemi Chemioautotrofici sotto la Lente Metagenomics

La metagenomics — sequenziamento massiccio del DNA estratto direttamente dall’ambiente — ha trasformato la comprensione degli ecosistemi sotterranei privi di fotosintesi. Questi ambienti, alimentati dall’ossidazione di composti inorganici come H?S, Fe²? o NH??, sono tra le forme di vita più radicali del pianeta.

La Grotta di Movile (Romania), isolata da circa 5 milioni di anni e con 48 specie endemiche, è stata oggetto della prima analisi metagenomics genome-resolved dei suoi sedimenti: sono stati recuperati 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeali, con funzioni metaboliche che spaziano dalla fissazione della CO? alla metanotrofia.environmentalmicrobiome.biomedcentral+1

Le Grotte di Frasassi (Marche), uno degli ecosistemi sulfidici più studiati in Europa, continuano a produrre scoperte molecolari. Il ciclo dello zolfo è mediato da batteri come Sulfurovum, Thiofaba e Halothiobacillus, con la disproporzione dello zolfo elementare come processo chiave. Nel 2023, dalla grotta è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, nuova specie, nuovo genere e nuova famiglia batterica — Thiovibrionaceae — a testimonianza di quanto ancora sia ignota la diversità microbica di questi ambienti. L’analisi dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, incluse forme con adattamenti inusuali all’ambiente solfidroso.scintilena+2


Sfide Aperte: Database, Contaminazione e Integrazione Multi-Omics

La Review mette in evidenza le criticità ancora irrisolte. I database di riferimento per le specie sotterranee sono incompleti: molti taxa stygobionti e microbici cavernicoli non hanno sequenze depositate, rendendo difficile l’assegnazione tassonomica dei reads metagenomici. La contaminazione da DNA umano nelle grotte frequentate è un problema reale per studi metagenomici in ambienti visitati.bmcmicrobiol.biomedcentral+1

L’integrazione di più livelli omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica — rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni approccio cattura una dimensione diversa del sistema biologico; le pipeline per la loro integrazione coerente sono ancora in sviluppo, specialmente per organismi non-modello come quelli cavernicoli.onlinelibrary.wiley


Conservazione, Ciclo dell’Acqua e Cambiamento Climatico

Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei si sovrappone alla rete globale di aree protette. La Review sottolinea che le omics possono fornire le prove scientifiche mancanti per includere questi ambienti nelle politiche di conservazione internazionali. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative e valutare gli effetti della deriva genetica in popolazioni piccole e isolate.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Il monitoraggio eDNA standardizzato delle acque sotterranee ha le potenzialità per diventare uno strumento di compliance rispetto alla Direttiva Quadro Acque e alla Direttiva Acque Sotterranee dell’UE, fornendo dati di biodiversità a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali.onlinelibrary.wiley+1

Sul fronte globale, i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio e dell’azoto in modi ancora scarsamente quantificati. I metanotrofi cavernicoli sono risultati presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con grotte che agiscono come potenziali sink del metano atmosferico — un dato di rilievo per la comprensione del bilancio climatico globale.pmc.ncbi.nlm.nih


Il Ruolo dell’Italia e il Progetto DarCo

L’Italia è tra i protagonisti di questa stagione scientifica. Il CNR-IRSA di Verbania, con Stefano Mammola, coordina il progetto europeo DarCo (Biodiversa+), che raccoglie prove scientifiche per l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nei piani di conservazione europei, dalla Direttiva Habitat alla Strategia Biodiversità 2030. La comunità speleologica italiana ha nel 2024 tenuto il Convegno Nazionale di Biospeleologia, con iscrizioni riservate ai soci SSI, come ulteriore segnale di vitalità della ricerca di settore in Italia.scintilena+1


Review di Nature Reviews Biodiversity (2026).

Copre tutti i temi principali dell’articolo con ampio supporto da letteratura scientifica recente e casi studio italiani.

Il report esplora:

  • Contesto degli ecosistemi sotterranei — oltre 50.000 specie esclusive del sottosuolo, con solo il 6,9% protetto da aree naturali, e la fragilità degli acquiferi carsici all’inquinamento
  • Le tecnologie omics — dalla metagenomica all’eDNA, con la prima applicazione sistematica che risale agli anni 2010
  • Biodiversità criptica e eDNA — il progetto globale GReG (2025), con oltre 70 ricercatori internazionali inclusi i coautori Saccò e Guzik
  • Evoluzione molecolare — il modello Astyanax mexicanus, con ~43% di QTL condivisi tra linee indipendenti per la perdita degli occhi, e studi CRISPR sui geni rx3 e fbln7
  • Microbiologia chemioautotrofica — Grotta di Movile (106 MAGs metagenomici) e Grotte di Frasassi (Thiovibrio frasassiensis, nuova famiglia batterica)
  • Sfide metodologiche e frontiere — bioprospecting, astrobiologia, integrazione con IA e politiche ambientali UE

Omics negli Ecosistemi Sotterranei: Biodiversità, Evoluzione e Adattamento

Studio approfondito basato sulla Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity (2026)
Balart-García et al. (2026) — con contributi di Mammola, Bilandžija, Bista, Saccò e coautori


Executive Summary

La vita sotterranea — nelle grotte, negli acquiferi carsici, negli interstizi del suolo — è tra i fenomeni biologici più straordinari e meno compresi del pianeta. Oltre 50.000 specie vivono esclusivamente nel sottosuolo (troglobiti e stygobiti), molte delle quali microendemiche, ossia confinate a poche grotte o acquiferi vicini. Per decenni, la loro difficile accessibilità ha limitato la ricerca a tecniche morfologiche e tassonomiche tradizionali. La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 a firma di Balart-García, Bilandžija, Bista, Mammola, Saccò e altri 14 coautori fotografa una svolta: le tecnologie omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica, metagenomica, eDNA — stanno rivelandore segreti del sottosuolo un tempo fuori portata, aprendo nuove frontiere per la comprensione della biodiversità, dell’evoluzione e della conservazione di questi ambienti fragili.[1]


1. Ecosistemi Sotterranei: Contesto e Importanza

1.1 Tipologie e distribuzione

Gli ecosistemi sotterranei comprendono un’ampia gamma di ambienti fisicamente diversi ma accomunati da tre caratteristiche fondamentali: assenza totale di luce solare, scarsità di risorse trofiche e relativa stabilità termica e chimica. Le principali tipologie includono:

  • Grotte e cavità in rocce carbonatiche (carso), vulcaniche (tubi di lava) o in sale/gesso
  • Acque sotterranee — acquiferi carsici, sistemi iporheici (interfaccia acqua superficiale/sotterranea), falde freatiche
  • Interstizi del suolo (mesovoid shallow substratum, MSS)
  • Ecosistemi anchiialini — cavità marine costiere isolate dal mare aperto
  • Ambienti chemioautotrofici alimentati non dalla fotosintesi ma dall’ossidazione di composti inorganici (come H?S)[2]

Gli ecosistemi sotterranei sono tra i più diffusi sulla Terra in termini di volume e, paradossalmente, tra i meno esplorati. In Italia, il sistema carsico di Frasassi (Marche) rappresenta uno degli esempi più studiati di ecosistema chemioautotrofico, dove la microbiologia è il motore della produzione primaria.[3][4][5]

1.2 Vulnerabilità e conservazione

Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei noti si sovrappone alla rete globale di aree protette. Le specie sotterranee presentano caratteristiche biologiche che le rendono particolarmente vulnerabili: bassa fecondità, metabolismo ridotto, cicli riproduttivi lenti, distribuzione geografica ristrettissima (microendemismi), assenza di adattamenti difensivi contro predatori. La vulnerabilità è ulteriormente aggravata dalla permeabilità degli acquiferi carsici all’inquinamento chimico superficiale, con tempi di trasferimento degli inquinanti dalla superficie alle falde molto rapidi e scarsa capacità autodepurante del sistema.[6][7][8][1]

Nel 2019, Stefano Mammola (CNR, Italia) ha coordinato il “Scientists’ Warning on the Conservation of Subterranean Ecosystems” su BioScience, che ha evidenziato come questi ecosistemi siano sistematicamente trascurati nelle politiche di conservazione globali, nonostante la loro rilevanza ecologica per il ciclo idrico e la biodiversità. Il progetto europeo DarCo (Biodiversa+) ha avviato una raccolta di dati scientifici per promuovere l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei e negli obiettivi della Strategia UE per la Biodiversità 2030.[9][1]


2. Le Tecnologie Omics: Panoramica

Il termine “omics” designa l’insieme delle tecnologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente l’intero repertorio di molecole (geni, RNA, proteine, metaboliti) di un organismo o di una comunità biologica. Rispetto alle tecniche tradizionali, le omics offrono tre vantaggi cruciali per la biologia sotterranea: non richiedono necessariamente l’isolamento/coltura degli organismi, consentono l’analisi di comunità intere (non solo singole specie) e forniscono informazioni su funzione, adattamento ed evoluzione in parallelo alla semplice catalogazione.

TecnologiaOggetto di studioApplicazione primaria in subterraneo
GenomicaSequenza del DNA genomicoEvoluzione, adattamento, filogenesi
TrascrittomicaRNA messaggero (espressione genica)Adattamenti fenotipici, risposte ambientali
ProteomicaProteine espresseFunzione molecolare, metabolismo
MetabolomicaMetaboliti a basso peso molecolareFisiologia, cicli biogeochimici
MetagenomicaDNA totale da campioni ambientaliDiversità e funzione microbica
MetatrascrittomicaRNA totale da campioni ambientaliAttività microbica in situ
eDNADNA libero in acqua/sedimentoBiomonitoraggio, rilevamento specie

La prima applicazione sistematica delle omics agli ecosistemi sotterranei risale agli anni 2010, ma è solo nell’ultimo decennio che i progressi tecnologici — sequenziamento di terza generazione (Nanopore, PacBio), riduzione dei costi, bioinformatica avanzata — hanno reso queste metodologie accessibili alla comunità dei biologi sotterranei.[10]


3. Biodiversità Criptica e Rivelazione della Diversità Nascosta

3.1 Il problema della diversità criptica nel sottosuolo

Uno dei contributi più rilevanti delle omics alla biologia sotterranea è la rivelazione di diversità criptica — specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, caratterizzati da ambienti fisicamente simili ma geograficamente isolati, sono terreno particolarmente fertile per la speciazione criptica. L’elevata frammentazione degli acquiferi sotterranei e la bassa mobilità degli organismi stygobionti favoriscono la divergenza genetica anche tra popolazioni prossime geograficamente.[11]

Il DNA barcoding e la filogeografia molecolare hanno ripetutamente dimostrato che ciò che appariva come una singola specie a distribuzione ampia è spesso un complesso di specie distinte con areali molto più ristretti. Questo ha conseguenze dirette per la conservazione: le stime tradizionali di biodiversità sono probabilmente sottostime significative, e alcune “specie” ritenute comuni potrebbero in realtà essere aggregati di taxa rari o vulnerabili.[12]

Un esempio illustrativo: lo studio della lumaca terrestre cavernicola Helicodiscus barri ha rivelato, attraverso l’analisi di marcatori mitocondriali e nucleari, che la sua distribuzione a mosaico è incompatibile con lo status di singola specie — indicando la presenza di diversità criptica non rilevata dalla tassonomia morfologica.[11]

3.2 eDNA: il monitoraggio non invasivo degli ecosistemi sotterranei

Il DNA ambientale (eDNA) — DNA libero isolato da campioni di acqua, sedimento o aria senza catturare gli organismi — rappresenta forse la rivoluzione più pratica per il monitoraggio della fauna sotterranea. Le acque sotterranee pongono sfide specifiche per l’eDNA rispetto agli ambienti di superficie: diluizione in acquiferi aperti, degradazione accelerata in acque povere di nutrienti, difficoltà di campionamento. Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato la fattibilità del metabarcoding eDNA per la stima della ricchezza di specie stygofaunal in acquiferi.[10]

Il progetto GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), lanciato nel giugno 2025 con oltre 70 ricercatori internazionali (tra cui Mattia Saccò, Michelle Guzik, Kathryn Korbel), rappresenta il primo studio sistematico su scala mondiale degli ecosistemi ipogeici attraverso metodologie molecolari avanzate. La prima proposta è stata presentata al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea tenutosi a Cagliari nel settembre 2024. Il progetto mira a superare l’inerzia nella conservazione globale degli ecosistemi delle acque sotterranee, fornendo dati molecolari standardizzati a scala mondiale.[13][14]

3.3 Metagenomica e diversità microbica

La metagenomica ha radicalmente trasformato la comprensione della diversità microbica sotterranea. Studi shotgun metagenomic in grotte di tutto il mondo hanno rivelato comunità batteriche e archeali altamente diverse e spesso uniche. Nella Grotta di Manao-Pee (Thailandia), la metagenomica shotgun ha rivelato che Actinobacteria (51,2%) e Gammaproteobacteria (24,4%) dominano la comunità batterica, con geni funzionali correlati alla fosforilazione ossidativa prominenti nel metabolismo energetico.[15]

La metagenomica ha anche permesso di indagare il microbioma degli speleotemi (stalattiti, stalagmiti), rivelando comunità microbiche caratteristiche associate alle superfici minerali delle concrezioni calcaree. Nelle grotte carsiche del Karso, studi di metagenomics amplicon-based su sedimenti alluvionali e depositi paleofluviali hanno dimostrato che l’età dei sedimenti agisce come filtro geochimico sulla diversità microbica, con siti periodicamente inondati che mostrano la massima versatilità metabolica.[16][17]


4. Evoluzione Molecolare e Adattamento al Sottosuolo

4.1 Il modello Astyanax mexicanus: genomi dell’adattamento cavernicolo

Il pesce messicano Astyanax mexicanus — con popolazioni epigee vedenti e oltre 29 popolazioni cavefish cieche evolutisi indipendentemente — è diventato il modello vertebrato di riferimento per la genetica dell’adattamento cavernicolo. Le omics hanno permesso di caratterizzare in dettaglio la base genetica di tratti troglomorfi come:[18]

  • Regressione oculare: studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 (retinal homeobox 3) nello sviluppo oculare e nella sua perdita nelle popolazioni cavernicole. Uno screening CRISPR su larga scala ha identificato multipli geni candidati, tra cui fibulin-7 (fbln7), che influisce sulla dimensione oculare in più stadi dello sviluppo.[19][20]
  • Perdita di pigmentazione: correlata con mutazioni in pathway di segnalazione melanogenetica
  • Riduzione del sonno: condivisa tra più popolazioni di cavefish, ma con base genetica meno conservata rispetto alla perdita degli occhi
  • Metabolismo energetico: accumulo di grasso e modificazioni del metabolismo che permettono di sopravvivere in ambienti oligotrofici

Uno studio del 2026 basato su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni cave×surface F2 ha rivelato che la perdita degli occhi mostra la maggiore “ripetibilità genetica” con circa il 43% di QTL condivisi tra linee evolutive indipendenti — molto superiore al 25-33% per la perdita del sonno e i tratti metabolici. Uno studio sulla pangenomica ha ulteriormente esplorato il ruolo delle delezioni genomiche nell’evoluzione convergente. Questo dimostra che alcune traiettorie evolutive verso l’adattamento cavernicolo hanno basi molecolari parzialmente convergenti, anche se non identiche.[21][22]

4.2 Troglomorfismo: la base genetica e transcrittomica

La trascrittomica comparativa tra forme epigee e cavernicole di diverse specie ha rivelato pattern consistenti di modificazione dell’espressione genica legati all’adattamento al buio: downregulation di geni visivi e del ritmo circadiano, upregulation di geni sensoriali non visivi (chemiocettori, meccanorecettori), modificazioni nei pathway ormonali (cortisolo, serotonina) e metabolici.[23]

L’analisi single-nucleus RNA-sequencing in A. mexicanus ha rivelato che i geni candidati per la perdita degli occhi sono espressi in molteplici tipi cellulari durante lo sviluppo, evidenziando la complessità regolatoria di questi tratti. In studi sugli isopodi cavernicoli romeni (Leiodidae, Duvalius), l’analisi del microbioma intestinale tramite 16S amplicon metagenomics ha suggerito un possibile coinvolgimento del microbiota intestinale nell’adattamento al sottosuolo, con il batterio Vagococcus presente nel microbioma di specie di entrambe le famiglie.[24][20]

4.3 Proteo anguinus e la genomica degli anfibi sotterranei

Il proteo (Proteus anguinus), unico vertebrato esclusivamente cavernicolo d’Europa, è diventato oggetto di crescente attenzione scientifica. La conferenza SOS Proteus (Kranj, Slovenia, dicembre 2024) ha evidenziato come studi molecolari e genetici stiano rivelando notevole variabilità morfogenetica tra popolazioni dei diversi bacini idrografici del Carso Dinarico — una diversità che le tecniche morfologiche tradizionali avevano sottostimato. Ricerche recenti nel sistema carsico dell’Italia nord-orientale hanno analizzato 76 esemplari attraverso tecniche ecologiche avanzate, mostrando che gli individui nelle sorgenti presentano condizioni fisiche migliori rispetto a quelli in grotta, sfidando l’assunzione che le grotte siano l’habitat ottimale per questa specie. Un parassita tipico dei pesci d’acqua dolce, Acanthocephalus anguillae, è stato recentemente trovato nell’intestino del proteo nelle Grotte di Postumia-Planina, aprendo domande sui cicli biologici sotterranei rivelabili solo con approcci molecolari.[25][26][27]


5. Microbiologia Sotterranea: Dagli Ecosistemi Chemioautotrofici alla Biogeochimica

5.1 Ecosistemi chemioautotrofici: un’altra forma di vita primaria

Alcuni ecosistemi sotterranei, isolati da qualsiasi input fotosintetico, dipendono interamente dalla chemioautotrofia — la produzione di materia organica attraverso l’ossidazione di composti inorganici come H?S, NH??, Fe²?. I due esempi più studiati sono:

  • Grotta di Movile (Romania): alimentata da acqua sotterranea ricca di H?S, ospita almeno 48 specie invertebrate adattate in isolamento per ~5 milioni di anni. La prima metagenomica genome-resolved dei sedimenti della grotta ha recuperato 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) da 7 metagenomi, appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeal. L’analisi funzionale ha rivelato la presenza di fissazione della CO?, metanotrofia, ossidazione dello zolfo e dell’ammoniaca. I modelli metabolici su scala genomica (Species Metabolic Coupling Analysis) hanno rivelato le più alte interazioni competizione-cooperazione nei sedimenti distanti dall’acqua solfidrosa.[28][2]
  • Grotte di Frasassi (Marche, Italia): ambiente sulfidico dove acqua sotterranea ricca di solfuri si mescola con acque meteoriche ossigenate. Il ciclo dello zolfo è dominato da batteri come Sulfurovum, Halothiobacillus, Thiofaba, con la disproporzione dello zolfo elementare mediata da Desulfocapsa e Sulfurovum (12-26% della comunità microbica). Nel 2023 è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, un nuovo genere e famiglia batterica (Thiovibrionaceae) isolato nei sedimenti solfurei. Lo studio dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, con adattamenti unici all’ambiente chimiolitotrofico.[4][5][3]

5.2 Il microbioma delle grotte “ordinarie”

Nelle grotte prive di apporto solfidroso, le comunità microbiche sono più diversificate ma dipendono principalmente da fonti di carbonio organico alloctone. Gli studi metagenomic-resolved in grotte speleotematiche rivelano comunità dominate da Actinobacteria, Proteobacteria e Firmicutes, con un elevato potenziale per la produzione di composti biosintetici secondari (biosynthetic gene clusters, BGC) — inclusi potenziali antibiotici e composti bioattivi di interesse farmaceutico. Le grotte sono state storicamente fonte di microrganismi produttori di antibiotici, e la metagenomica sta sistematicamente rivelando la vastità di questo potenziale bioprospettico.[16]

I metanotrofi sono presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con i ceppi del clade USC-? come dominanti; la loro abbondanza relativa è correlata positivamente con la concentrazione di CH? nell’aria della grotta, suggerendo che le grotte siano un importante sink del metano atmosferico — un risultato con implicazioni per la comprensione del ciclo del carbonio globale.[29]

5.3 Multi-omics e cicli biogeochimici

L’integrazione di metabolomica e metagenomics sta rivelando come specifici microbi sotterranei contribuiscano ai cicli del carbonio e dell’azoto in sistemi carsici. Uno studio multi-omics e idrochimico su fiumi carsici ha identificato batteri critici per il sequestro del carbonio attraverso l’analisi integrata di dati molecolari e fisicochimici. Questo ha implicazioni dirette per capire il ruolo degli ecosistemi carsici nel bilancio globale del carbonio, in un’epoca di accelerato cambiamento climatico.[30]


6. Sfide Tecniche e Metodologiche

Le tecnologie omics applicate agli ecosistemi sotterranei incontrano sfide specifiche che limitano la loro applicazione corrente e definiscono l’agenda della ricerca futura.

6.1 Sfide legate all’accessibilità e al campionamento

Gli ecosistemi sotterranei sono fisicamente difficili da raggiungere e campionare. Le biomasse sono spesso molto basse (ambienti oligotrofici), rendendo difficile ottenere quantità sufficienti di DNA/RNA/proteine per le analisi. Le acque sotterranee diluiscono il segnale di eDNA, e la degradazione molecolare in acqua povera di nutrienti può essere accelerata. Il campionamento ripetuto nel tempo (necessario per studi di communità e monitoraggio) è logisticamente impegnativo.[10]

6.2 Bias metodologici e lacune nei database di riferimento

La metagenomica e il metabarcoding dipendono criticamente dalla qualità dei database di referenza. Per gli ecosistemi sotterranei, questi database sono spesso incompleti: molte specie stygobionti non hanno sequenze di referenza depositate; molti taxa microbici sotterranei sono fillogeneticamente distanti dai taxa rappresentati nei database standard. Questo porta a classificazioni errate o al’impossibilità di assegnare taxa a molti reads. La costruzione di database di referenza dedicati alla biodiversità sotterranea è un’esigenza prioritaria identificata dalla Review.[15]

6.3 Sequenziamento di piccole biomasse e contaminazione

La contaminazione con DNA umano (introdotto dagli speleologi che accedono alle grotte) è un problema reale per studi metagenomic in ambienti sotterranei visitati. L’assemblaggio di genomi da campioni con biomassa ultra-bassa richiede sequenziamento di terza generazione (long-read: Nanopore, PacBio) e pipeline bioinformatiche specializzate. La bassa complessità di alcune comunità microbiche cavernicole può facilitare gli assemblaggi, ma la presenza di diversità rara rimane difficile da catturare.[10]

6.4 Integrazione multi-omics

L’integrazione di dati genomici, trascrittomici, proteomici e metabolomici rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni livello omics cattura una dimensione diversa del sistema biologico, ma le pipeline per l’integrazione coerente di questi dati sono ancora in sviluppo, specialmente per sistemi non-modello come gli organismi cavernicoli.[31]


7. Frontiere e Applicazioni Future

7.1 Omics e conservazione molecolare

Le omics forniscono strumenti rivoluzionari per la conservazione degli organismi sotterranei. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative (ESU), valutare l’impatto della deriva genetica e dell’endogamia in popolazioni piccole e isolate. La metagenomica di monitoraggio permette di rilevare specie rare senza catturarle, cruciale per organismi come il Proteus e le diverse specie stygofaunali.[32][10]

Il progetto GReG, con la sua rete globale di eDNA in acque sotterranee, è destinato a produrre la prima stima standardizzata globale della biodiversità degli acquiferi — dati che potrebbero finalmente giustificare l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nelle politiche di conservazione internazionali.[13]

7.2 Bioprospecting e biotecnologia

I microbi sotterranei, adattatisi a condizioni estreme di oligotrofia, oscurità e spesso pressione chimica inusuale, sono serbatoi di enzimi e composti bioattivi con potenziali applicazioni industriali e farmaceutiche. I cluster biosintetici (BGC) scoperti via metagenomica in speleotemi e sedimenti cavernicoli includono potenziali nuovi antibiotici, enzimi termostabili e composti antivirali. La bioprospecting sotterranea è ancora in fase embrionale ma rappresenta una frontiera economicamente e scientificamente significativa.[33][16]

7.3 Modelli per l’astrobiologia

Le grotte chemioautotrofiche prive di luce, in particolare quelle alimentate da H?S come Movile e Frasassi, sono usate dalla NASA e dalle agenzie spaziali come analoghe di possibili habitat extraterrestri su Marte o nelle lune ghiacciate di Giove ed Encelado. Lo studio dei microbi cavernicoli che sopravvivono senza luce solare in ambienti chimicamente riducenti fornisce indicazioni su quali bio-segnature cercare nella ricerca di vita extraterrestre.[34]

7.4 Integrazione con discipline complementari

La Review di Balart-García et al. (2026) enfatizza come il futuro della biologia sotterranea stia nell’integrazione interdisciplinare:

  • Omics + isotopi stabili: per tracciare flussi di carbonio e nutrienti nelle reti trofiche sotterranee
  • Omics + modellizzazione distributiva delle specie: per proiettare impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità sotterranea
  • Omics + remote sensing: per correlare la superficie carsica con la biodiversità sotterranea
  • Omics + intelligenza artificiale: per accelerare il processamento di enormi dataset molecolari e automatizzare la scoperta di nuovi taxa[33]

La connessione con cicli globali è particolarmente rilevante: i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio, azoto e zolfo in modi ancora scarsamente quantificati. La comprensione di questi processi è urgente in un contesto di accelerato cambiamento climatico e crescente pressione sulle risorse idriche sotterranee.[35]


8. Il Contesto Italiano: Eccellenza e Casi Studio

L’Italia ospita alcuni dei più ricchi e studiati ecosistemi sotterranei d’Europa, con contributi scientifici di livello internazionale.

  • Grotte di Frasassi (Marche): ecosistema chemioautotrofico tra i più studiati al mondo per microbiologia, con la scoperta di Thiovibrio frasassiensis e studi pionieri sul ciclo dello zolfo e della comunità microbica[5][36][3][4]
  • Sistema carsico del Carso Dinarico (Friuli/Slovenia): habitat del proteo (Proteus anguinus), con studi molecolari sulla variabilità interpopolazionale e recenti ricerche eco-etologiche[26][27]
  • Grotte pugliesi e sarde: oggetto di studi sulla stygofauna e sulla diversità criptica degli invertebrati acquatici sotterranei
  • CNR-IRSA (Verbania): sede di Stefano Mammola, tra i massimi esperti mondiali di conservazione della biodiversità sotterranea e coordinatore del progetto DarCo[9][1]
  • Biodiversa+ DarCo: consorzio europeo per la raccolta di prove scientifiche per l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei (Direttiva Habitat, Direttiva Quadro Acque, Strategia Biodiversità 2030)[9]

9. Implicazioni per la Conservazione e la Politica Ambientale

9.1 Lacune conoscitive e urgenza

Le omics hanno dimostrato che la biodiversità sotterranea è molto maggiore di quanto stimato con tecniche tradizionali. Questo implica che le valutazioni di impatto ambientale e i piani di gestione basati sulla tassonomia morfologica sottostimano sistematicamente il valore naturalistico degli ecosistemi sotterranei. La rapida degradazione degli acquiferi carsici per inquinamento chimico, sovrasfruttamento idrico e cambiamento climatico minaccia specie ancora non descritte.[7][6]

9.2 eDNA come strumento di policy

Il monitoraggio eDNA delle acque sotterranee ha il potenziale di diventare uno standard di biomonitoraggio per il rispetto della Direttiva Quadro Acque (WFD) e della Direttiva Figlia sulle Acque Sotterranee dell’UE. Metodologie standardizzate di eDNA metabarcoding potrebbero fornire dati di biodiversità sotterranea a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali, facilitando il monitoraggio sistematico richiesto dalle normative ambientali.[13][10]

9.3 Roadmap di conservazione

Una “conservation roadmap for the subterranean biome” pubblicata su Conservation Letters (2021) identifica cinque aree concettuali chiave: (1) colmare lacune scientifiche e di gestione dei dati; (2) affrontare i fattori di stress antropici; (3) analisi socioeconomica e risoluzione dei conflitti; (4) educazione ambientale; (5) politiche nazionali e accordi multilaterali. Le omics contribuiscono primariamente al punto 1, ma supportano anche il punto 4-5 fornendo prove scientifiche per advocacy politica.[8]


Conclusioni

La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 segna un punto di svolta nella biologia sotterranea. Le tecnologie omics non sono più strumenti esotici ma una cassetta degli attrezzi sempre più accessibile che sta trasformando la comprensione della vita sotterranea a tutti i livelli: dalla scoperta di nuove specie (diversità criptica rivelata da genomica) all’identificazione dei meccanismi molecolari dell’adattamento cavernicolo (Astyanax, Proteus), dalla microbiologia degli ecosistemi chemioautotrofici (Movile, Frasassi) al biomonitoraggio non invasivo tramite eDNA (progetto GReG).

Le sfide rimangono considerevoli — database di riferimento incompleti, biomasse basse, difficoltà di accesso, integrazione multi-omics — ma la traiettoria è chiara. L’integrazione delle omics con discipline complementari (ecologia, geologia, remote sensing, intelligenza artificiale) promette di illuminare non solo la vita nelle grotte ma processi globali come il ciclo del carbonio e dell’acqua, in un momento in cui la crisi climatica e idrica rende questa comprensione più urgente che mai.

Per la comunità speleologica italiana e internazionale, la Review rappresenta sia un inventario delle conquiste recenti sia un manifesto per la ricerca futura: gli ecosistemi sotterranei sono straordinari, vulnerabili e ancora in gran parte inesplorati — e le omics sono la chiave per svelarne i segreti.

Fonti consultate

L'articolo Le Omics Rivoluzionano la Biologia Sotterranea: Grotte e Acquiferi Sotto la Lente Molecolare proviene da Scintilena.

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  • Il Grand Canyon nasceva da un lago: nuove prove riscrivono la storia della più famosa gola al mondo
    Condividi Cristalli di zircone e depositi di spiaggia fossile indicano che 6,6 milioni di anni fa il fiume Colorado riempì il bacino Bidahochi fino a farlo tracimare sul Kaibab Plateau Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede. Il Grand Canyon e il dibattit
     

Il Grand Canyon nasceva da un lago: nuove prove riscrivono la storia della più famosa gola al mondo

Apríl 29th 2026 at 10:00

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Cristalli di zircone e depositi di spiaggia fossile indicano che 6,6 milioni di anni fa il fiume Colorado riempì il bacino Bidahochi fino a farlo tracimare sul Kaibab Plateau


Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.

Il Grand Canyon e il dibattito millenario sulla sua origine

Il Grand Canyon è una delle formazioni geologiche più studiate al mondo, eppure la domanda su come si sia formato continua ad alimentare un acceso dibattito nella comunità scientifica. Uno studio pubblicato il 16 aprile 2026 sulla rivista Science porta nuove evidenze a sostegno del modello del “fill and spill”, ovvero del riempimento e tracimazione di un antico lago.vulnerabilità aree carsiche.txt

La questione centrale è sempre stata la stessa da quando il geologo John Wesley Powell esplorò per primo il canyon nel 1869: come ha fatto il fiume Colorado a scavalcare il Kaibab Plateau, la zona più elevata dell’intera regione del Colorado Plateau, scorrendo verso ovest?vulnerabilità aree carsiche.txt

È noto che il Colorado ha scolpito il Grand Canyon nella sua forma attuale. I sedimenti del fiume compaiono a valle del canyon già 4,8 milioni di anni fa. Alcuni settori del canyon, però, sarebbero molto più antichi — scavati da fiumi precedenti fino a 70 milioni di anni fa, nell’era dei dinosauri.vulnerabilità aree carsiche.txt


Il bacino Bidahochi e il modello lacustre della formazione del Grand Canyon

Il protagonista del nuovo studio è il bacino Bidahochi, una grande depressione situata a est del Kaibab Plateau. L’ipotesi è che il Colorado abbia alimentato questo bacino, riempiendolo come una vasca, finché le acque non abbiano tracimato verso ovest scavando la gola.vulnerabilità aree carsiche.txt

In passato questa ipotesi era già stata presa in considerazione, ma mancava la prova che il Colorado alimentasse effettivamente il Bidahochi. Inoltre, i marcatori dell’antico livello lacustre sembravano troppo bassi per raggiungere la quota necessaria a scavalcare il plateau.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il nuovo studio cambia questo quadro. I geologi John Douglass del Paradise Valley Community College e Brian Gootee dell’Arizona Geological Survey hanno identificato affioramenti di beachrock — depositi costieri fossilizzati — a una quota di 2.250 metri sul bordo del paleo-lago. Questa quota si avvicina sensibilmente a quella necessaria per superare il Kaibab.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt


La datazione degli zirconi: l’impronta digitale del Colorado River

La prova più solida arriva dalla datazione radiometrica degli zirconi, i cristalli di minerale che si formano nelle rocce e che intrappolano l’uranio al momento della loro cristallizzazione. Il decadimento dell’uranio in piombo permette di stabilire l’età del cristallo con grande precisione.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il geologo Ryan Crow dell’U.S. Geological Survey e i suoi colleghi hanno prelevato campioni di arenaria del Bidahochi in 19 siti diversi. Hanno datato circa 3.600 cristalli di zircone estratti dalle rocce sedimentarie del bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt

Ogni fiume ha una composizione mineralogica caratteristica che riflette le rocce del suo bacino idrografico a monte — una sorta di “impronta digitale” geochimica. Circa 6,6 milioni di anni fa, questa impronta nelle arenarie del Bidahochi cambia bruscamente.vulnerabilità aree carsiche.txt

La nuova firma corrisponde a quella del Colorado. Nello stesso periodo, la quantità di sabbia che arriva nel bacino aumenta in modo marcato. Per Crow, si tratta di “prove chiare che il lago esisteva ed era alimentato dal fiume Colorado” e che “il lago ha dovuto svolgere un ruolo fondamentale nella formazione del Grand Canyon”.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt


Le alternative al modello del Grand Canyon per tracimazione lacustre

Nonostante le nuove evidenze, la comunità scientifica non ha ancora raggiunto un consenso. Rebecca Flowers, geocronologa dell’Università del Colorado di Boulder, riconosce che i ricercatori “presentano un caso ragionevole”, ma osserva che i dati potrebbero essere compatibili anche con altri percorsi seguiti dall’acqua.vulnerabilità aree carsiche.txt

Tra le ipotesi alternative ancora in campo vi sono il piping sotterraneo — l’acqua del lago che scorreva sotto il plateau attraverso fratture — e l’erosione remontante, cioè un fiume situato a ovest del Kaibab che avanzava verso est erodendolo gradualmente.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il geocronologo Matthew Heizler del New Mexico Institute of Mining and Technology contesta che gli affioramenti identificati nel Bidahochi rappresentino davvero una spiaggia fossile. Assieme ai suoi colleghi, Heizler sta per pubblicare un nuovo studio che collega però il bacino al canyon attraverso i minerali ritrovati nei depositi fluviali a valle: questi materiali mostrano che le sabbie del Bidahochi sono entrate nel fiume già 4,8 milioni di anni fa. “È il miglior indizio che abbia visto finora per stabilire questo collegamento”, afferma Heizler.vulnerabilità aree carsiche.txt


Il gap di 2 milioni di anni e il percorso precedente del Colorado

Resta aperta una domanda fondamentale: cosa è successo nei quasi 2 milioni di anni che separano il riempimento del bacino Bidahochi (6,6 Ma) dalla prima comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma)? Nessuno dei gruppi di ricerca coinvolti sa ancora rispondere con certezza.vulnerabilità aree carsiche.txt

Un altro interrogativo riguarda la storia precedente del Colorado. Il geologo Jon Spencer dell’Università dell’Arizona segnala che i fossili di pesci trovati nel bacino Bidahochi assomigliano a specie dell’antico Lago Idaho. Questo suggerisce che il fiume potrebbe aver drenato originariamente verso nord, nel sistema del fiume Snake, dirigendosi verso il Pacifico nordoccidentale.vulnerabilità aree carsiche.txt

Solo in seguito, l’attività vulcanica legata allo hotspot di Yellowstone avrebbe deviato il corso del Colorado verso sud, indirizzandolo verso il bacino Bidahochi e ponendo le premesse per la formazione del canyon.vulnerabilità aree carsiche.txt


Un’opportunità per comunicare la geologia al grande pubblico

Per Ryan Crow, primo autore dello studio, la ricerca sull’origine del Grand Canyon rappresenta anche un ritorno alle origini personali. Prima di diventare scienziato, aveva lavorato all’Università del Colorado creando exhibit interattivi per il pubblico, tra cui uno dedicato proprio al Grand Canyon. Fu un’escursione in barca lungo il canyon a spingerlo verso la geologia.vulnerabilità aree carsiche.txt

Crow auspica che le nuove scoperte possano essere condivise con i visitatori del canyon. “La gente sembra essere interessata alla geologia quando si trova davanti al Grand Canyon”, osserva. “È un momento in cui si può insegnare qualcosa.”vulnerabilità aree carsiche.txt


Ecco una guida di studio strutturata sull’articolo pubblicato su Science il 16 aprile 2026 riguardante l’origine del Grand Canyon.


?? Guida di Studio: Origine del Grand Canyon — Nuove Evidenze (2026)


? Concetto Chiave

Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.vulnerabilità aree carsiche.txt


? Contesto Geologico

ElementoDettagli
FiumeColorado River
OstacoloKaibab Plateau (zona più alta del Colorado Plateau)
Bacino chiaveBidahochi Basin (a est del Kaibab)
Età moderna canyonSedimenti a valle già 4,8 milioni di anni fa
Parti più anticheFino a 70 milioni di anni fa (era dei dinosauri)

? Metodologia della Ricerca

  1. Beachrock (roccia di spiaggia): Identificati depositi di riva fossilizzata a 2.250 m di quota sul bordo del paleo-lago — abbastanza vicini all’altitudine necessaria per scavalcare il Kaibab.vulnerabilità aree carsiche.txt
  2. Datazione Zirconi (U-Pb): Campionati ~3.600 cristalli di zircone da 19 siti nelle arenarie del Bidahochi. La radioattività dell’uranio che decade in piombo fornisce l’età dei grani.vulnerabilità aree carsiche.txt
  3. Impronta digitale fluviale: L’età degli zirconi cambia bruscamente ~6,6 Ma fa, corrispondendo all’impronta geogeochimica del Colorado — prova che il fiume alimentava il bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt

? Definizioni Essenziali

  • Zircone: Minerale resistente che intrappola uranio durante la cristallizzazione; il decadimento U?Pb permette la datazione radiometrica.
  • Beachrock: Sedimento costiero cementato, indicatore dell’antico livello del lago.
  • Fill and Spill: Modello in cui l’acqua si accumula in un bacino fino a tracimarne il bordo, avanzando da est a ovest.
  • Bacino Bidahochi: Depressione a est del Kaibab, sede dell’antico lago protagonista dello studio.

? Modelli in Dibattito

ModelloDescrizioneStato
Cattura retrogradaUn fiume occidentale erodeva a ritroso fino a catturare il ColoradoMesso in discussione
Fill and SpillAvanzamento est?ovest per tracimazione di laghi successiviSupportato dal nuovo studio
Piping sotterraneoL’acqua del lago filtrava sotto il plateauAncora possibile
Erosione remontanteUn fiume a ovest avanzava verso est attraverso il plateauAncora possibile

?? Limiti e Questioni Aperte

  • Gap di ~2 milioni di anni tra il riempimento del Bidahochi (6,6 Ma) e la comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma) — non ancora spiegato.vulnerabilità aree carsiche.txt
  • Non è provato che il Colorado arrivasse al Bidahochi dall’alto (potrebbe aver percorso altre vie).
  • I ricercatori Heizler et al. sostengono che intagli nel Kaibab avrebbero permesso all’acqua di passare a quota inferiore a quella stimata da Crow et al..vulnerabilità aree carsiche.txt
  • Prima di raggiungere il Bidahochi, il Colorado potrebbe aver drenato verso nord, nel sistema del fiume Snake (verso il Pacifico nordoccidentale), prima che l’attività vulcanica dello hotspot di Yellowstone lo deviasse verso sud.vulnerabilità aree carsiche.txt

? Domande di Autovalutazione

  1. Cos’è il “fill and spill” e come si applica al Grand Canyon?
  2. Perché la datazione degli zirconi è considerata una “impronta digitale” del fiume Colorado?
  3. Qual è la quota critica che le acque del Bidahochi avrebbero dovuto raggiungere per scavalcare il Kaibab?
  4. Quali sono le due evidenze principali presentate dal team di Crow a supporto del modello lacustre?
  5. Perché rimane ancora un “gap” di ~2 milioni di anni da spiegare?
  6. Cosa suggeriscono i fossili di pesci nel bacino Bidahochi sul percorso originale del Colorado?

?? Flashcard Rapide

DomandaRisposta
DomandaRisposta
Età di svolta del Colorado nel Bidahochi~6,6 milioni di anni fa
Prima comparsa sedimenti a valle~4,8 milioni di anni fa
Quota beachrock ritrovata2.250 m
Tecnica datazione usataU-Pb su zirconi
N° cristalli di zircone datati~3.600
N° siti campionati19
Autore principale (USGS)Ryan Crow
Rivista di pubblicazioneScience (Vol. 392, Issue 6795)

Fonte: Paul Voosen, “Grand Canyon’s origin resolved? Ancient lake’s flood may have etched famed gorge”, Science, 16 aprile 2026.

Fonti:

  1. Paul Voosen, “Grand Canyon’s origin resolved? Ancient lake’s flood may have etched famed gorge”, Science, Vol. 392, Issue 6795, 16 aprile 2026 — https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz6826
  2. Douglass J., Gootee B., “Balakai Mesa: Implications for the Bidahochi Formation and the overflow origin of the Grand Canyon”, Arizona Geological Survey — https://data.azgs.arizona.edu/api/v1/collections/AOFR-1722894082455-437/DouglassGooteeBidahochi_OFR_24_02.pdf
  3. Douglass J. et al., “Evidence for the overflow origin of the Grand Canyon”, Elsevier/Geomorphology, 2020 — https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0169555X20303342linkinghub.elsevier
  4. Semantic Scholar — abstract: “Balakai Mesa: Implications for the Bidahochi Formation”https://www.semanticscholar.org/paper/bba2b9e10e53062d04f1ebb8f47c8359d409e1desemanticscholar

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  • I ponti per pipistrelli non funzionano: 2 milioni di sterline spesi invano sulle strade britanniche
    Condividi Strutture metalliche progettate per guidare i chirotteri, ma i dati scientifici confermano il fallimento dell’intervento Ponti per pipistrelli: un’idea nata per proteggere i chirotteri dalle strade Nel 2014 il governo britannico autorizzò la costruzione di 15 strutture metalliche lungo le principali arterie stradali del paese, dalla Cumbria alla Cornovaglia. L’obiettivo era chiaro: guidare i pipistrelli a volare a quote più elevate, riducendo il rischio di collisione con i ve
     

I ponti per pipistrelli non funzionano: 2 milioni di sterline spesi invano sulle strade britanniche

Apríl 29th 2026 at 09:00

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Strutture metalliche progettate per guidare i chirotteri, ma i dati scientifici confermano il fallimento dell’intervento


Ponti per pipistrelli: un’idea nata per proteggere i chirotteri dalle strade

Nel 2014 il governo britannico autorizzò la costruzione di 15 strutture metalliche lungo le principali arterie stradali del paese, dalla Cumbria alla Cornovaglia. L’obiettivo era chiaro: guidare i pipistrelli a volare a quote più elevate, riducendo il rischio di collisione con i veicoli in transito. Il costo complessivo dell’operazione raggiunse i 2 milioni di sterline, con un costo unitario superiore a 140.000 sterline per struttura.linkedin+1

L’idea di base si fondava su un principio etologico semplice. I pipistrelli seguono le linee delle siepi e dei filari di alberi per orientarsi durante il volo. Quando incontrano una barriera naturale, tendono a sollevarsi in quota per superarla. Una struttura metallica — un gantry di fili e sfere di plastica — avrebbe dovuto simulare questo ostacolo, inducendo i chirotteri a volare al di sopra del traffico invece di attraversare la carreggiata a bassa quota.wikipedia+1


I dati dell’Università di Cambridge: i pipistrelli ignorano i ponti metallici

Il gruppo di ricerca sulla scienza della conservazione dell’Università di Cambridge, coordinato dal professor William Sutherland, ha analizzato il comportamento dei pipistrelli prima e dopo l’installazione di sette strutture lungo la strada A11 nel Norfolk, nel tratto della Broadland Northway (ex Norwich Northern Distributor Road).highwaysmagazine.co

I risultati non lasciano spazio a interpretazioni. Tra le specie monitorate — dalla pipistrella comune (Pipistrellus pipistrellus) alla nottola comune (Nyctalus noctula) — nessuna ha modificato le proprie abitudini di volo in risposta alla presenza dei ponti per pipistrelli. Le strutture vengono ignorate. I chirotteri continuano a percorrere le rotte tradizionali, attraversando la strada a bassa quota.gbnews

Le cifre sono eloquenti: soltanto dall’1 all’11% dei pipistrelli monitorati ha utilizzato le strutture per attraversare la carreggiata a quota sicura, mentre dal 17 all’84% ha continuato a volare all’altezza del traffico. Un ponte ben consolidato, installato nove anni prima e a soli 15 metri dalla rotta di volo originale interrotta, è stato comunque ignorato dai pipistrelli.leeds.ac+1

“I ponti per pipistrelli non hanno funzionato”, ha dichiarato Sutherland. La ricercatrice Anna Berthinussen, esperta di chirotteri, ha aggiunto: “L’evidenza suggerisce che queste strutture non sono efficaci, non raggiungono il loro scopo.”gbnews+1


Il caso della Broadland Northway: 1 milione speso, risultati deludenti

Lungo la Broadland Northway nel Norfolk, sette strutture di attraversamento per i chirotteri sono state costruite per un costo di circa 1 milione di sterline, con l’obiettivo specifico di proteggere popolazioni di barbastello (Barbastella barbastellus), specie classificata come rara nel Regno Unito.highwaysmagazine.co

Una valutazione commissionata dalla contea di Norfolk e realizzata da Mott McDonald nel settembre 2019 — a un anno dall’apertura della strada — ha rilevato che il 58% dei pipistrelli attraversava a quote sicure, ma solo il 48% lo faceva in prossimità dei gantry (entro 5 metri). Restringendo il margine a 2 metri, la percentuale scende al 32%. Sei delle sette strutture risultavano utilizzate, ma in misura insufficiente a garantire una protezione reale. Berthinussen ha osservato che il numero esiguo di pipistrelli nei punti di attraversamento era “quasi certamente dovuto all’impatto della strada stessa”, aggiungendo che i chirotteri potrebbero stare evitando l’area o essere stati allontanati dal disturbo acustico.highwaysmagazine.co+1


La conservazione senza prove: un problema sistematico

Il caso dei ponti per pipistrelli non è episodico. Il team di Sutherland ha documentato sistematicamente come numerosi interventi di conservazione siano stati implementati su larga scala in assenza di evidenze scientifiche preliminari adeguate.cambridge

Il National Conservation Evidence Database, costruito dall’Università di Cambridge, raccoglie prove sia positive che negative sugli interventi di conservazione della natura, con l’obiettivo di orientare le future decisioni di policy. “Il piano si basava più sulla credenza che sui dati scientifici”, ha osservato Sutherland. Il professore ha sottolineato la necessità di testare le misure prima di adottarle su scala nazionale, un principio che nel caso dei gantry per chirotteri non è stato applicato.gbnews

La ricercatrice Berthinussen è anche autrice, insieme a Olivia C. Richardson e John D. Altringham, del volume Bat Conservation: Global Evidence for the Effects of Interventions, pubblicato dall’Università di Cambridge, che sintetizza le evidenze globali sull’efficacia degli interventi di conservazione dei chirotteri.conservationevidence


Lincolnshire 2025: la storia si ripete con 4,3 milioni di sterline

Nel 2025 il dibattito sui ponti per pipistrelli è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Il Lincolnshire County Council ha ricevuto l’obbligo di costruire un bat bridge da 3 milioni di sterline a South Hykeham e un bat tunnel da 1,3 milioni a Waddington, come misure di mitigazione ambientale per la North Hykeham Relief Road, una nuova carreggiata doppia da 218 milioni di sterline che completerà il raccordo anulare di Lincoln collegando la A46 alla A15.bbc

Le strutture sono imposte per proteggere il barbastello, specie protetta dalla legislazione britannica ed europea, identificata nell’area durante la fase di pianificazione. Il leader del consiglio, Sean Matthews (Reform), ha definito la spesa “una farsa assoluta” e ha scritto anche al Primo Ministro britannico per contestare l’obbligo, pur riconoscendo che procedere è necessario per non accumulare ulteriori ritardi.news.yahoo+1

La cerimonia di inaugurazione del cantiere si è svolta nel marzo 2026. La road è attesa per il 2029. I lavori preliminari sono iniziati nel settembre 2025, con l’avvio del cantiere principale a febbraio 2026.lincolnshire+1


Il dibattito aperto: infrastrutture stradali e conservazione dei chirotteri

La questione non riguarda l’opportunità di proteggere i pipistrelli. Le strade riducono significativamente l’attività dei chirotteri: uno studio ha documentato come l’attività dei pipistrelli nelle immediate vicinanze di grandi arterie sia circa la metà rispetto a quella registrata a 300 metri di distanza. I rischi di collisione con i veicoli sono reali, e le normative europee impongono agli Stati di non arrecare danni alle popolazioni di specie protette.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Il nodo centrale è un altro. La ricerca accumulata in oltre un decennio indica che i ponti per pipistrelli nella loro configurazione attuale — fili metallici con sfere di plastica — non producono i risultati attesi. Una progettazione migliore, con strutture più vicine alle rotte di volo originali e meglio integrate nel paesaggio, potrebbe migliorare i risultati. Le alternative scientificamente validate restano però ancora da individuare e testare su larga scala, mentre i cantieri avanzano e i fondi pubblici continuano a essere destinati a soluzioni la cui efficacia rimane in discussione.linkedin+1

Ecco le fonti utilizzate per l’articolo:

  1. LinkedIn / MotorBuzzUK’s £2M Bat Bridges Fail to Guide Bats Safely Across Motorwayslinkedin
    https://www.linkedin.com/posts/motorbuzz_bat-bridges-the-2-million-wire-structures-activity-7411178674957369344-PmfI
  2. GB NewsGovernment wastes £2m of taxpayers’ money on bat bridges which don’t work, scientists saygbnews
    https://www.gbnews.com/news/government-wastes-2m-of-taxpayers-money-on-bat-bridges-which-dont-work-scientists-say/174058
  3. WikipediaBat bridgewikipedia
    https://en.wikipedia.org/wiki/Bat_bridge
  4. Highways MagazineBat bridges on £205m Broadland Northway ‘don’t work’highwaysmagazine.co+1
    https://www.highwaysmagazine.co.uk/news/local-road-network/bat-bridges-205m-broadland-northway-dont
  5. University of Leeds / PLOS ONEDo Bat Gantries and Underpasses Help Bats Cross Roads Safely? (Berthinussen & Altringham, 2012)leeds.ac
    https://www.leeds.ac.uk/news-environment/news/article/3253/bat-bridges-don-t-work
  6. BBC NewsBat bridge plan for North Hykeham relief road to go aheadbbc
    https://www.bbc.com/news/articles/cvgleeg8v2jo
  7. Yahoo News / Lincolnshire LiveUncertainty over £4m bat bridge as relief road given approvalnews.yahoo
    https://uk.news.yahoo.com/uncertainty-over-4m-bat-bridge-130510235.html
  8. Lincolnshire County CouncilLincolnshire’s bat bridge fight continueslincolnshire
    https://www.lincolnshire.gov.uk/news/article/2483/lincolnshire-s-bat-bridge-fight-continues
  9. Cambridge University PressGenerating, collating and using evidence for conservation (Sutherland et al.)cambridge
    https://www.cambridge.org/core/books/conservation-research-policy-and-practice/generating-collating-and-using-evidence-for-conservation
  10. Conservation Evidence / CambridgeBat Conservation Synopsis 2019conservationevidence
    https://www.conservationevidence.com/synopsis/pdf/27
  11. PubMed Central / PLOS ONELarge Roads Reduce Bat Activity across Multiple Speciespmc.ncbi.nlm.nih
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4019470/

L'articolo I ponti per pipistrelli non funzionano: 2 milioni di sterline spesi invano sulle strade britanniche proviene da Scintilena.

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  • Neve, rocce fratturate e droni: così si studia l’acqua nascosta dell’Appennino
    Condividi Un gruppo di ricerca ha indagato il bacino dell’Ussita con tecniche integrate per capire come gli acquiferi carbonatici si ricaricano e dove le acque sotterranee emergono nei torrenti di montagna Acquiferi di montagna sotto la lente della scienza Nel cuore dei Monti Sibillini, lungo le pendici che disegnano il bacino del torrente Ussita, l’acqua non segue soltanto il percorso visibile dei canali di superficie. Una parte rilevante del flusso che alimenta il torrente provie
     

Neve, rocce fratturate e droni: così si studia l’acqua nascosta dell’Appennino

Apríl 29th 2026 at 08:00

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Un gruppo di ricerca ha indagato il bacino dell’Ussita con tecniche integrate per capire come gli acquiferi carbonatici si ricaricano e dove le acque sotterranee emergono nei torrenti di montagna


Acquiferi di montagna sotto la lente della scienza

Nel cuore dei Monti Sibillini, lungo le pendici che disegnano il bacino del torrente Ussita, l’acqua non segue soltanto il percorso visibile dei canali di superficie. Una parte rilevante del flusso che alimenta il torrente proviene dal sottosuolo, dove circola lentamente attraverso le fratture delle rocce carbonatiche che costituiscono l’ossatura dell’Appennino centrale.

Un gruppo di ricerca ha pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences (aprile 2026) uno studio dedicato alle interazioni tra acque sotterranee e acque superficiali in questo bacino di 44 km², sviluppando un approccio metodologico integrato che combina misure di portata, analisi chimico-isotopiche e rilievi con droni termici. I risultati forniscono dati quantitativi sulla ricarica degli acquiferi e aprono la strada a ricerche analoghe in altri bacini montani della penisola.

Gli autori dello studio sono: Ortenzi S., Di Matteo L., Valigi D., Donnini M., Dionigi M., Fronzi D., Geris J., Guadagnano F., Marchesini I., Filippucci P., Avanzi F., Penna D. e Massari C.


Il bacino dell’Ussita: un laboratorio naturale nell’Appennino centrale

Il bacino del torrente Ussita si trova all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con una quota media di circa 1.315 m s.l.m. e un massimo di oltre 2.256 m. La scarsità di attività umane nell’area e l’assenza di prelievi idrici significativi lo rendono un sito ideale per studiare i processi idrologici naturali senza interferenze antropiche.

Il substrato geologico appartiene alla Successione Umbro-Marchigiana, una sequenza di formazioni carbonatiche con permeabilità molto differenti. Il Complesso del Calcare Basale (Calcare Massiccio e Corniola) e il Complesso Maiolica sono gli acquiferi principali, ad alta permeabilità per fratturazione e, in parte, per fenomeni carsici. Le Marne a Fucoidi, formazione impermeabile, fungono da limite idrogeologico e concentrano le emergenze delle acque sotterranee nel torrente.

La tettonica ha giocato un ruolo rilevante: il sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi a est e il sistema di faglie normali Vettore-Bove hanno creato una geometria idrogeologica complessa. Il terremoto di Mw 6.5 del 30 ottobre 2016, con epicentro a circa 15 km da Ussita, aveva temporaneamente alterato le condizioni idrauliche degli acquiferi. Secondo i ricercatori, le condizioni pre-sismiche risultavano sostanzialmente ripristinate già a partire dal 2019, anno da cui sono state avviate le misure di portata continue che alimentano lo studio.


Quattro metodi, una risposta integrata

Il punto di forza della ricerca è la combinazione sistematica di quattro approcci che si completano reciprocamente.

Il primo è la misura della portata lungo il profilo longitudinale del torrente. Due sezioni strumentate con idrometri continui (al paese di Ussita e alla Madonna dell’Uccelletto) sono affiancate da tre sezioni con misure puntuali con strumento OTT MF Pro. Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, gennaio 2024) ha validato le misure.

Dal flusso totale è stata estratta la componente di baseflow (apporto continuo delle acque sotterranee) tramite filtro digitale di Lyne-Hollick. Il Base Flow Index risultante è 0,80 nella sezione centrale e 0,90 in quella inferiore del bacino: in media oltre l’80% del deflusso del torrente proviene dagli acquiferi sotterranei.

Il secondo approccio è il budget idrico multi-scenario: per chiudere il bilancio tra precipitazioni, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio, i ricercatori hanno elaborato 35 combinazioni diverse di dati pluviometrici e di evapotraspirazione, quest’ultima derivata sia da misure a terra sia da prodotti satellitari (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS). Questo ha permesso di stimare l’area di ricarica dell’acquifero con la sua incertezza associata.

Il terzo approccio è l’analisi idrochimica e isotopica: campionamenti mensili da novembre 2023 a marzo 2025 in sei punti del bacino hanno misurato la composizione in ioni maggiori, deuterio e ossigeno-18. Dalla firma isotopica è stata ricavata la quota di ricarica isotopica (CIRE), che indica da quale altitudine provengono le acque che alimentano il torrente: i valori ottenuti oscillano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben oltre l’altitudine media del bacino (1.315 m). Questo dato dimostra che la ricarica degli acquiferi avviene prevalentemente nelle fasce sommitali, dove d’inverno e in primavera si accumula la neve.

Il quarto approccio è il rilievo con drone termico. Il principio è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura pressoché costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente. Dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea un’anomalia termica misurabile dall’alto. Il drone DJI Mavic 2 Enterprise Dual, con sensore termico ad alta risoluzione (640×480 pixel), ha sorvolato un tratto di 1.100 m del torrente a 90 m di quota in due campagne (gennaio e luglio 2025). Le anomalie termiche rilevate (1–2°C) hanno localizzato con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee, in perfetta corrispondenza con i guadagni di portata misurati a terra.


Scioglimento della neve: il 18% della ricarica degli acquiferi

Tra i risultati quantitativi più rilevanti dello studio emerge il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica degli acquiferi: circa il 18% nell’arco di studio (2019–2023).

Questo valore è stato ottenuto integrando nel budget idrico le stime di Snow Water Equivalent (SWE) derivate dal dataset IT-SNOW, una ranalisi nivologica per l’Italia con risoluzione spaziale di circa 500 m, che combina modellazione numerica, dati in situ e immagini satellitari.

La distinzione tra apporti piovosi e apporto nivale è metodologicamente importante. Senza includere lo scioglimento della neve nel bilancio idrico, il modello tende a sovrastimare gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino, attribuendo a flussi laterali profondi una quota che in realtà è interna e legata alla stagionalità della neve. Con lo snowmelt incluso, l’area di ricarica stimata converge a 42,97 ± 4,09 km², praticamente coincidente con il bacino topografico di 44 km², chiudendo in modo coerente il bilancio idrico.

La firma chimica delle acque sotterranee offre un’ulteriore chiave interpretativa. Le acque mostrano una composizione bicarbonatico-calcica tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte inferiore del bacino. Questo segnale è attribuito alla circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche sepolte sotto la sequenza carbonatica, un fenomeno già documentato in altri sistemi idrogeologici dell’Appennino centrale.


Cambiamento climatico, gestione dell’acqua e rischi per le comunità di montagna

I risultati dello studio hanno implicazioni dirette per la gestione delle risorse idriche in un contesto di cambiamento climatico.

Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale sono la principale fonte di approvvigionamento idrico per ampie aree dell’Italia peninsulare. Le comunità di montagna e di fondovalle dipendono da queste falde per l’acqua potabile, l’irrigazione e la produzione di energia idroelettrica.

Se lo scioglimento della neve contribuisce per il 18% alla ricarica degli acquiferi, una riduzione sistematica della copertura nevosa — scenario già in corso nell’area, come mostrano i dati del dataset IT-SNOW — si traduce in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica durante le stagioni secche estive. La neve che si accumula in inverno e in primavera funziona da riserva naturale che rilascia acqua lentamente, sostenendo il deflusso del torrente nei mesi in cui le piogge scarseggiano. Meno neve significa meno baseflow estivo, ovvero meno acqua disponibile proprio quando la domanda è più alta.

Lo studio fornisce anche dati utili per la stima dei flussi ecologici minimi, cioè la portata che deve essere garantita nel torrente per preservare gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione la componente di baseflow è un prerequisito per questo calcolo.


Un approccio replicabile per altri bacini montani

Gli autori sottolineano che il metodo sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattato ad altri bacini montani carbonatici, anche in contesti con scarsità di dati storici.

La sequenza logica proposta prevede: l’installazione di stazioni di misura della portata (o l’utilizzo di dati esistenti), la separazione del baseflow con filtri calibrati sulla curva di recessione, il calcolo del budget idrico con più scenari di dati meteorologici da telerilevamento, campagne di campionamento idrochimico-isotopico mensile per 12–18 mesi, almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra, e infine l’integrazione dei tre dataset per localizzare e quantificare gli apporti sotterranei.

Questo schema, applicato in modo sistematico, può guidare la pianificazione delle campagne di campo, ottimizzare le risorse disponibili e migliorare la comprensione dei sistemi idrici montani che sono tra i più vulnerabili ai cambiamenti climatici in corso.


Lo studio di Ortenzi et al. (2026)

Lo studio di Ortenzi et al. (2026) pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences è un lavoro pionieristico sull’idrogeologia di montagna nell’Appennino centrale. Di seguito i punti salienti.

Il bacino sperimentale dell’Ussita

Il bacino dell’Ussita (44 km², quota media ~1.315 m s.l.m.) si trova nei Monti Sibillini ed è caratterizzato da una sequenza carbonatica della Successione Umbro-Marchigiana con acquiferi a permeabilità molto differente: il Complesso del Calcare Basale (BLC) e il Complesso Maiolica (MAC) ad alta permeabilità per fratturazione e carsismo, separati da formazioni impermeabili come le Marne a Fucoidi (MFC). La tettonica attiva (sistema di faglie Vettore-Bove, sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi) complica ulteriormente i percorsi di circolazione idrica sotterranea.

Quattro tecniche integrate

La forza dello studio risiede nella combinazione sistematica di approcci complementari:

  • Misure di portata continue e puntuali (OTT MF Pro + tracciante fluorescina) con separazione del baseflow tramite filtro digitale di Lyne-Hollick: il BFI sale da 0.80 alla sezione S2 a 0.90 alla sezione S5, confermando il dominio degli apporti sotterranei
  • Budget idrico multi-scenario (35 combinazioni di precipitazione da telerilevamento e ET) con stima dell’area di ricarica tramite analisi di recessione
  • Analisi idrochimiche e isotopiche mensili (?D, ?¹?O, ioni maggiori) che hanno rivelato quote di ricarica isotopica (CIRE) tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben superiori all’altitudine media del bacino
  • Drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise, risoluzione a terra ~0.12 m): ha localizzato le zone di emergenza delle acque sotterranee con anomalie termiche di 1–2°C lungo 1.100 m di alveo

Il contributo dello scioglimento della neve: 18%

Utilizzando il dataset IT-SNOW, gli autori hanno quantificato che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero. Includere questa componente nella chiusura del budget idrico è essenziale: senza di essa, il modello sovrastima gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino. In un contesto di cambiamento climatico che riduce sistematicamente la copertura nevosa appenninica, questa quota di ricarica è a rischio.

Implicazioni gestionali

Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale alimentano le sorgenti da cui dipende l’acqua potabile di circa 12 milioni di persone in Italia. La riduzione della neve, la definizione dei flussi ecologici minimi per i torrenti e la gestione del rischio idrico per le comunità montane e di fondovalle sono tutti temi che beneficiano direttamente dall’approccio metodologico sviluppato per l’Ussita.

Studio idrogeologico integrato nel bacino dell’Ussita (Appennino centrale)

Interazioni acque sotterranee-superficiali, scioglimento della neve e ricarica degli acquiferi in un sistema montano fratturato

Basato su: Ortenzi, S. et al. (2026). “Exploring groundwater-surface water interactions and recharge in fractured mountain systems: an integrated approach.” Hydrol. Earth Syst. Sci., 30, 1755–1778. https://doi.org/10.5194/hess-30-1755-2026


Sintesi esecutiva

Lo studio condotto nel bacino del torrente Ussita (Appennino centrale) rappresenta uno dei lavori più completi mai realizzati in Italia sull’interazione tra acque sotterranee e acque superficiali in un contesto carbonatico montano di media quota. Il gruppo di ricerca ha combinato misure idrologiche tradizionali, analisi chimico-isotopiche e indagini con droni termici per rispondere a due domande fondamentali: dove e quanto le acque sotterranee alimentano il torrente, e quale sia il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica dell’acquifero.[1]

I risultati dimostrano che il torrente Ussita è alimentato in modo determinante da acquiferi carbonatici fratturati e che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero, una quota rilevante ai fini della disponibilità idrica futura in un clima che tende a modificare profondamente i regimi nevosi.[1]


1. Il bacino dell’Ussita: contesto geologico e idrogeologico

1.1 Inquadramento geografico

Il bacino del torrente Ussita (44 km²) è situato lungo la dorsale appenninica dell’Italia centrale, interamente all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. L’altitudine media è circa 1.315 m s.l.m., con un massimo di circa 2.256 m e un minimo di 645 m. Il bacino è scarsamente antropizzato, con prelievi idrici e deviazioni del corso d’acqua trascurabili, il che ne fa un sito ideale per studiare i processi idrogeologici naturali senza interferenze antropiche significative.[1]

Il torrente Ussita è un affluente del fiume Nera e il suo bacino idrografico è stato utilizzato come catchment sperimentale in cui strumentazione continua si affianca a campagne di misura discrete, costituendo un laboratorio naturale aperto per l’idrologia montana.[1]

1.2 Struttura geologica e complessità degli acquiferi

La sequenza carbonatica appartiene alla successione Umbro-Marchigiana e comprende formazioni con permeabilità molto diverse:[1]

ComplessoComposizionePermeabilitàRuolo idrogeologico
BLC – Calcare Basale (Calcare Massiccio + Corniola)Calcari massiviAlta (fratturazione + carsismo)Acquifero principale
MAC – Complesso MaiolicaCalcari pelagiciAlta (fratturazione)Secondo acquifero importante
CSMC – Complesso Calcareo-Siliceo-MarnosoMarne, Rosso AmmoniticoRelativa bassaLivello separatore
MFC – Marne a FucoidiMarneBassaLimite impermeabile
SCC – Scaglia CalcareaScaglia Rossa e BiancaModerataAcquifero secondario
TUC – Unità TerrigeneFormazione della Laga, SchlierBassa-moderataMargine del sistema

La tettonica ha giocato un ruolo cruciale: la Sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi (PTV) nel settore orientale e il sistema di faglie normali Vettore-Bove (VBF) hanno creato una geometria idrogeologica complessa con scambi idrici tra bacini contigui.[2][1]

1.3 Eredità sismica del 2016

Il 30 ottobre 2016 un terremoto di Mw 6.5 ha colpito l’area a circa 15 km a sud del paese di Ussita, con rottura di diversi segmenti del sistema di faglie Vettore-Bove. Questo evento ha modificato transitoriamente le proprietà idrogeologiche degli acquiferi, con effetti co-sismici quali rilascio di fluidi crostali, variazioni di pressione idraulica e cambiamento della permeabilità per la creazione di micro-fratture. Secondo Di Matteo et al. (2021), dal 2019 le condizioni pre-sismiche sono sostanzialmente recuperate, permettendo agli autori di analizzare il flusso fluviale nel contesto dei soli processi meteo-climatici che regolano le interazioni GW-SW.[3][1]


2. Metodologia integrata: i quattro pilastri dell’approccio

La novità principale dello studio è la combinazione sistematica di tecniche complementari, ognuna in grado di rispondere a domande che le altre da sole non possono risolvere.[1]

2.1 Misure di portata e separazione del baseflow

La rete di monitoraggio prevede due sezioni con idrometri continui (S2 al paese di Ussita, S5 alla Madonna dell’Uccelletto) con serie storiche rispettivamente dal 2022 e dal 2019, affiancate da misure puntuali con misuratore OTT MF Pro in altre tre sezioni (S1, S3, S4).[1]

Per separare la componente di baseflow (BF) dalla portata totale è stato utilizzato il filtro digitale ricorsivo di Lyne e Hollick (1979), con il parametro k derivato dal coefficiente di recessione ? della Master Recession Curve tramite la relazione (k = e^{-\alpha t}). Il Base Flow Index (BFI) così calcolato risulta pari a 0.80 alla sezione S2 e 0.90 alla sezione S5, confermando che la quota di baseflow è dominante in entrambe le sezioni del bacino.[1]

Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, Na-Fluorescein) condotto nel gennaio 2024 ha permesso la validazione delle misure di portata per confronto incrociato. Le masse di tracciante iniettate variavano da 0.7 g (a S3) a 1.9 g (a S5), monitorate con sonda fluorimetrica PME Cyclops-7 a intervalli di 5 secondi.[1]

2.2 Budget idrico e stima dell’area di ricarica

Il budget idrico per il periodo 2019–2023 è stato calcolato mediante la formula:

[P_{rain} + P_{snow} + Q_{in}^{gw} = ET + Q + Q_{out}^{gw} + \Delta S]

dove il termine sconosciuto ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})) è ottenuto come residuo, conoscendo precipitazione, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio. Quest’ultimo termine è stato stimato tramite analisi di recessione (metodo di Korkmaz), essendo impossibile installare piezometri nel Parco Nazionale.[1]

L’evapotraspirazione è stata stimata con due metodi paralleli: il metodo Thornthwaite-Mather da dati meteorologici a terra e prodotti da telerilevamento (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS), in modo da quantificare l’incertezza associata. Complessivamente sono stati considerati 35 scenari diversi di combinazione precipitazione-ET per stimare l’area di ricarica.[1]

Il rapporto Q/WS > 1 indica che il bacino è “importatore netto di acque sotterranee”: la portata osservata in S5 supera il surplus idrico calcolato sul solo bacino topografico, il che implica apporti da sistemi acquiferi contigui. Includendo lo snowmelt, l’area di ricarica stimata è 42.97 ± 4.09 km², essenzialmente coincidente con il bacino topografico di 44 km², una convergenza che aumenta la solidità del modello idrogeologico.[1]

2.3 Analisi idrochimiche e isotopiche

Da novembre 2023 a marzo 2025 sono state condotte campagne mensili per il prelievo di campioni d’acqua in sei punti (S1, S2, S3, S5, I1, I2) per l’analisi di:

  • Ioni maggiori: Ca²?, Mg²?, Na?, K?, SO?²?, Cl?, HCO??
  • Isotopi stabili dell’acqua: ?D e ?¹?O[1]

La Retta Meteoric Locale (LMWL) è stata derivata da campionamenti di precipitazione in quattro stazioni a diverse quote, integrati con dati di Tazioli et al. (2024) raccolti a circa 1.800 m s.l.m. a pochi chilometri a sud del bacino. Questa retta è stata utilizzata per calcolare:

  • Il lc-excess (line-conditioned excess), secondo la formula (lc\text{-}excess = \delta D – a \cdot \delta^{18}O – b), dove a e b sono la pendenza e l’intercetta della LMWL. Valori positivi indicano assenza di evaporazione e rapida infiltrazione.[1]
  • La quota di ricarica isotopica (CIRE), ovvero la quota media di caduta delle precipitazioni che alimentano i punti di campionamento, calcolata sfruttando la relazione lineare tra ?¹?O e quota. I valori di CIRE ottenuti per le acque del torrente Ussita variano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., confermando che la ricarica proviene prevalentemente dalle zone sommitali.[1]

Dal punto di vista geochimico, le acque mostrano chimica bicarbonatico-calcica, tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte più bassa del bacino (conducibilità elettrica 210–310 µS/cm), attribuibile all’interazione con le evaporiti triassiche sepolte al di sotto della sequenza carbonatica, non affioranti nell’area ma idraulicamente collegate. Questa firma chimica è coerente con quanto osservato in altri acquiferi carbonatici profondi dell’Appennino centrale.[4][5][1]

2.4 Indagine con drone termico

L’applicazione più innovativa dello studio è l’uso di un drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise Dual) per la mappatura delle zone di apporti di acque sotterranee al torrente. Il principio fisico sfruttato è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente; dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea quindi un’anomalia termica misurabile dall’alto.[1]

I parametri tecnici del rilievo:

  • Quota di volo: 90 m, risoluzione a terra ~0.12 m
  • Sensore termico: 640×480 pixel, passo del pixel 12 µm, banda spettrale 8–14 µm
  • Sovrapposizione frontale e laterale: 85%
  • Emissività dell’acqua calibrata in situ: 0.935
  • Due campagne: 30 gennaio 2025 (condizioni invernali) e 31 luglio 2025 (condizioni estive)[1]

I rilievi su un tratto di 1.100 m tra le sezioni S3 e S5 hanno permesso di localizzare con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee (I1 in sponda sinistra, I2 in sponda destra), con anomalie termiche di 1–2°C rispetto all’acqua del torrente, coerenti con le misure di portata che mostrano un significativo incremento in quel tratto.[1]


3. Risultati principali

3.1 Contributi degli acquiferi al deflusso del torrente

Le misure puntuali di portata lungo il profilo longitudinale del torrente mostrano un guadagno idrico netto progressivo dall’alto verso il basso del bacino. La portata media nelle misure puntuali effettuate in condizioni di baseflow (0.70–1.18 m³/s) cresce significativamente tra S1 e S5:[1]

  • Il tratto superiore (fino a S2) è principalmente alimentato dalla sorgente Val di Panico (VDP) con una portata media di circa 220 L/s, proveniente dal complesso Maiolica (MAC)
  • Il tratto inferiore (S3–S5) mostra i guadagni più importanti dagli acquiferi del Calcare Massiccio-Corniola (BLC), con emergenze concentrate nei punti I1 e I2
  • Il BFI cresce da 0.80 (S2) a 0.90 (S5), riflettendo l’aumento proporzionale degli apporti sotterranei verso valle[1]

La coincidenza spaziale tra i guadagni di portata, le anomalie termiche rilevate dal drone e le sorgenti cartografate sul campo (I1, I2) fornisce una triplice validazione indipendente della localizzazione degli apporti sotterranei, dimostrando l’efficacia dell’approccio integrato.[1]

3.2 Il ruolo dello scioglimento della neve: 18% della ricarica

L’analisi del dataset IT-SNOW (reanalisi nivologica per l’Italia 2010–2021, risoluzione ~500 m, basata su modellazione + dati in situ + immagini satellitari) ha permesso di stimare la Snow Water Equivalent (SWE) su base giornaliera e cellula per cellula nel bacino MDU. La procedura di separazione è stata la seguente: quando SWE = 0, tutta la precipitazione è pioggia diretta (P_rain); quando la neve è presente e ?SWE < 0 rispetto al giorno precedente, si assume avvenga scioglimento (P_snow).[6][1]

Dai calcoli del budget idrico su scala idrologica annuale (2019–2023):

  • Lo scioglimento della neve contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero[1]
  • Omettere questo termine (Caso I senza P_snow) porta a sovrastimare il termine ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})), ovvero a interpretare erroneamente apporti dall’esterno che in realtà sono apporti nivali interni al bacino
  • Includendo lo snowmelt (Caso II), l’area di ricarica stimata converge alla superficie del bacino topografico, chiudendo il bilancio idrico[1]

Questo risultato si inserisce in un quadro più ampio: studi con isotopi stabili in numerosi acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale dimostrano che la quota di ricarica isotopica è sempre più alta rispetto all’ipsometria del bacino, suggerendo che la neve in quota sia effettivamente il principale vettore di ricarica delle falde. In un contesto alpino-dolomitico, studi analoghi hanno dimostrato che in primavera e inizio estate lo scioglimento nivale alimenta soprattutto l’acquifero poroso, mentre nei mesi caldi il rilascio costante proviene dalla rete di fratture carsiche.[7][8]

3.3 Chimica isotopica: la firma dell’alta quota

I valori di lc-excess positivi riscontrati nelle acque del torrente Ussita indicano che le acque infiltrate non hanno subito significativa evaporazione prima di raggiungere l’acquifero, coerentemente con una ricarica rapida attraverso le fratture delle rocce carbonatiche.[9][1]

La quota di ricarica isotopica (CIRE) calcolata per le acque campionate, compresa tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., è nettamente superiore all’altitudine media del bacino (~1.315 m s.l.m.), confermando che la ricarica avviene prevalentemente nelle fasce altimetriche più elevate (>2.000 m), dove d’inverno e in primavera permane una significativa copertura nevosa. Questo dato è in linea con i risultati di studi isotopici su acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale, che hanno identificato quattro diverse relazioni tra le caratteristiche della copertura nevosa e le quote di ricarica calcolate isotopicamente per 17 sorgenti campionate nel 2016.[8][1]


4. Interpretazione idrogeologica

4.1 Schema concettuale del sistema

Il sistema idrogeologico del bacino dell’Ussita può essere schematizzato come segue:

  1. Ricarica diffusa nelle zone di affioramento dei carbonati ad alta permeabilità (BLC e MAC) alle quote più elevate, con input sia pluviale che nivale
  2. Circolazione profonda negli acquiferi carbonatici fratturati (BLC principale, MAC secondario), guidata dalla struttura tettonica (faglie normali, sovrascorrimento PTV)
  3. Scambi con bacini idrogeologici adiacenti attraverso il sistema di faglie: il bacino topografico (44 km²) non coincide perfettamente con il bacino idrogeologico, con apporti laterali o perdite verso sistemi contigui
  4. Emergenza nel torrente per via di sorgenti puntiformi (VDP, I1, I2) e per flusso diffuso attraverso il letto del torrente, con la frangia impermeabile delle Marne a Fucoidi (MFC) che funge da limite impermeabile e causa le principali concentrazioni di apporti[1]

4.2 Il ruolo delle strutture tettoniche

La complessità tettonica dell’area (sovrascorrimento PTV a est, sistema di faglie normali VBF a NNW-SSE) influenza direttamente i percorsi di circolazione idrica sotterranea. Le faglie normali del Quaternario, ancora attive, creano discontinuità idrauliche che possono indirizzare il flusso in modo non intuitivo rispetto al bacino topografico. L’arricchimento in solfati rilevato nella parte inferiore del sistema è coerente con la circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche (anidrite e dolomia) al di sotto della sequenza carbonatica, un fenomeno osservato anche in altri sistemi appenninici profondi.[5][4][2][1]


5. Implicazioni per la gestione delle risorse idriche e il rischio climatico

5.1 Acquiferi appenninici come risorsa strategica

Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale riforniscono di acqua potabile circa 12 milioni di persone in Italia, con la quasi totalità (92%) dell’approvvigionamento idrico di alcune province dipendente da sorgenti alimentate da questi sistemi. La loro vulnerabilità al cambiamento climatico è pertanto una questione di interesse pubblico primario.[10][1]

5.2 Cambiamento climatico e riduzione della copertura nevosa

Il Mediterraneo è identificato come uno dei principali “hotspot” globali del cambiamento climatico, con proiezioni di siccità più severe, frequenti e prolungate nei prossimi decenni. Per gli acquiferi montani come quello dell’Ussita, la riduzione della copertura nevosa ha un impatto diretto sulla ricarica:[1]

  • La neve che si accumula in inverno-primavera funge da “cisterna naturale” che rilascia acqua lentamente durante la stagione asciutta, sostenendo il baseflow nei periodi di assenza di piogge
  • Se il 18% della ricarica attualmente dipende dallo snowmelt, una riduzione sistematica della neve (come già osservata nel trend 2016–2024 nell’area di studio) si tradurrà in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica
  • Le comunità di montagna e di fondovalle che dipendono da queste sorgenti potrebbero trovarsi a fronteggiare carenze idriche durante le stagioni secche[8][1]

5.3 Flussi ecologici e tutela degli ecosistemi acquatici

Una parte rilevante delle implicazioni gestionali riguarda la stima dei flussi ecologici (ecological flows), ovvero la portata minima che deve essere garantita nel torrente per mantenere gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione quale frazione del deflusso deriva dagli acquiferi (e non da run-off diretto) è fondamentale per questo calcolo: il baseflow garantisce la continuità del flusso durante le magre estive, quando il run-off superficiale è assente.[1]


6. Trasferibilità del metodo e applicazioni future

6.1 Un framework replicabile

Gli autori sottolineano che il framework metodologico sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattabile ad altri bacini montani carbonatici con scarsità di dati. La sequenza logica proposta è:

  1. Identificare punti di monitoraggio continuo (o installarne) e completare con misure puntuali di portata
  2. Separare il baseflow con filtri digitali calibrati sulla curva di recessione
  3. Calcolare il budget idrico con più scenari di P ed ET da prodotti da telerilevamento
  4. Effettuare campagne idrogeochimiche-isotopiche mensili per 12-18 mesi
  5. Condurre almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra
  6. Integrare i tre set di dati per localizzare e quantificare gli apporti GW[1]

6.2 Affinità con altri studi italiani

L’approccio si inserisce in una tradizione metodologica in crescita negli acquiferi carbonatici italiani. Studi sui Monti Sibillini hanno già prodotto carte idrogeologiche dettagliate (scala 1:50.000) della sequenza carbonatica pre-sismica. L’idrogeologia isotopica viene applicata sistematicamente anche a sorgenti in Appennino meridionale per la comprensione dei percorsi di circolazione profonda. La speleologia applicata contribuisce dati non ottenibili con metodi di superficie, soprattutto per sistemi carsici con condotti ben sviluppati.[11][9][2]

L’integrazione di telerilevamento (GRACE, MODIS, Sentinel) con dati in situ è identificata come la frontiera principale, sebbene i prodotti satellitari attuali soffrano di risoluzione spaziale insufficiente per bacini di piccole dimensioni come l’Ussita (44 km²).[1]


7. Domande di studio e verifica

Le seguenti domande sono utili per verificare la comprensione del contenuto dello studio.

Comprensione dei metodi:

  1. Perché il filtro digitale di Lyne e Hollick è preferito per la separazione del baseflow in sistemi carsici? Qual è il significato del parametro k?
  2. Che cosa misura il lc-excess e perché i valori positivi nelle acque dell’Ussita indicano ricarica rapida?
  3. Quale principio fisico permette a un drone termico di individuare le zone di apporto di acque sotterranee in un torrente?
  4. Come è stata stimata la Snow Water Equivalent (SWE) a scala di bacino in assenza di stazioni nivometriche affidabili?
  5. Perché il rapporto Q/WS > 1 implica che il bacino sia un “importatore” di acque sotterranee?

Comprensione dei risultati:

  1. In quale tratto del torrente Ussita si concentrano i principali apporti di acque sotterranee e da quale acquifero provengono?
  2. Che cosa rivela il valore di CIRE (quota di ricarica isotopica) compreso tra 1.855 e 2.193 m s.l.m. riguardo alla provenienza delle acque?
  3. Come si spiega l’arricchimento in solfati nelle acque della parte inferiore del bacino?
  4. Cosa implica per la disponibilità idrica futura il fatto che lo snowmelt contribuisca per il 18% alla ricarica dell’acquifero?
  5. Come il terremoto del 2016 ha influenzato il sistema idrogeologico dell’Ussita e come questa perturbazione è stata gestita nell’analisi?

Comprensione delle implicazioni:

  1. Perché la conoscenza precisa del baseflow è importante per la definizione dei flussi ecologici?
  2. In quale modo l’approccio integrato sviluppato per l’Ussita può essere trasferito ad altri bacini montani con scarsa strumentazione?

Glossario dei termini chiave

TermineDefinizione
Baseflow (BF)Componente del deflusso fluviale derivante dagli apporti lenti e continui delle acque sotterranee
BFI (Base Flow Index)Rapporto tra baseflow medio annuo e portata media annua totale
CIREQuota di Ricarica Isotopica: altitudine media stimata dell’area di ricarica tramite il gradiente altitudinale del ?¹?O
GW-SWGroundwater – Surface Water: interazione tra acque sotterranee e superficiali
lc-excessEccesso lineare condizionato: deviazione dalla Retta Meteoric Locale; positivo = assenza di evaporazione
LMWLLocal Meteoric Water Line: retta di regressione ?D–?¹?O per le precipitazioni locali
Master Recession CurveCurva di recessione media che descrive il decadimento esponenziale della portata durante la stagione secca
SWESnow Water Equivalent: equivalente in acqua dello strato di neve, misura la quantità d’acqua contenuta nella neve
IT-SNOWDataset di ranalisi nivologica per l’Italia (2010–2021), ~500 m di risoluzione
Snowmelt (P_snow)Contributo idrico derivante dallo scioglimento della neve
MFCMarne a Fucoidi: formazione impermeabile che funge da limite idrogeologico nel bacino dell’Ussita
BLCBasal Limestones Complex: Calcare Massiccio + Corniola; acquifero principale ad alta permeabilità
MACMaiolica Complex: secondo acquifero importante del bacino

Fonti e riferimenti

L'articolo Neve, rocce fratturate e droni: così si studia l’acqua nascosta dell’Appennino proviene da Scintilena.

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  • Acquedotto romano di Albintimilium: speleologi e archeologi lo riscoprono nel XXI secolo
    Condividi Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’
     

Acquedotto romano di Albintimilium: speleologi e archeologi lo riscoprono nel XXI secolo

Apríl 29th 2026 at 07:41

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Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure


Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento

Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri.

Il tema scelto per questo appuntamento è tra i più articolati dell’intero programma: “L’acquedotto di Albintimilium. Dalla prima descrizione alle riscoperte del XXI secolo”.[1][2]

Il ciclo, avviato nel novembre 2025 e accolto con ampia partecipazione di pubblico, intende guidare i presenti alla scoperta di itinerari meno noti del Ponente ligure estremo.

L’idea del ciclo era nata inizialmente per approfondire un singolo sito, la Tana Bertrand di Badalucco, ma si è poi espansa fino ad abbracciare un ampio ventaglio di cavità naturali e artificiali, tra cui la diga di Glori e proprio l’acquedotto romano di Albintimilium.[2][3]


Albintimilium e il suo acquedotto: archeologia e ingegneria idrica romana nel Ponente ligure

Albintimilium è il sito archeologico di epoca romana che sorge a Nervia, frazione di Ventimiglia, ed era la capitale del popolo degli Intemelii.

La città raggiunse una notevole espansione in età imperiale: dopo essere stata devastata nel 68 d.C. dalle truppe di Otone, fu ricostruita dall’imperatore Vespasiano, che la dotò di un vasto edificio termale.

In coincidenza con i restauri della via consolare, nei secoli II e III d.C., avvenne anche il raddoppio dell’acquedotto, a testimonianza della prosperità raggiunta dalla città.[4][5]

Le terme di Albintimilium furono costruite nella seconda metà del I secolo d.C. e raggiunsero il loro apice tra il II e il III secolo, per poi essere progressivamente abbandonate a partire dal V secolo.

L’approvvigionamento idrico di questo imponente complesso era garantito dall’acquedotto, che attingeva le acque del torrente Seborrino, affluente del Nervia. Il sistema prevedeva anche una galleria di captazione: un tunnel lungo circa 40 metri con copertura a volta in calcestruzzo e pareti scavate nella roccia, ancora parzialmente rintracciabile nei pressi di Camporosso.[6][7][8][9]


Da Barocelli alle riscoperte del XXI secolo: la storia delle indagini sull’acquedotto romano

L’acquedotto di Albintimilium è noto agli studiosi già dalla prima metà del Novecento. Pietro Barocelli fu tra i primi a condurre scavi sistematici sull’area di Albintimilium, tra il 1914 e il 1918, rinvenendo importanti strutture della città romana, dalle mura al teatro, dalle insulae alle tombe. I ricercatori Rossi e Barocelli avevano già ipotizzato che il Rio Seborrino costituisse la sorgente principale degli acquedotti di Ventimiglia romana.[4][6][10]

Le indagini recenti hanno permesso di identificare nuovi resti. Nel 2013 furono rintracciate nuove tracce dell’acquedotto. Studi successivi hanno localizzato in modo più preciso il primo tratto dell’acquedotto romano, nei pressi delle sorgenti del torrente Seborrino nel comune di Camporosso. Le tracce sopravvissute sono però frammentarie: spesso nascoste dalla vegetazione, alterate da fenomeni franosi, o demolite nel corso dei secoli dai ripascimenti agricoli che hanno interessato le aree lungo il tracciato.[6][11][12]


I tre relatori: archeologia, musei e speleologia a confronto per l’acquedotto di Albintimilium

L’incontro vedrà la partecipazione congiunta di tre specialisti. Stefano Costa, archeologo e funzionario della Soprintendenza per la Liguria, è esperto del periodo tardo antico e ha condotto diversi sopralluoghi mirati all’identificazione dei resti dell’acquedotto. Il suo contributo inquadra la struttura nel contesto dell’archeologia ligure, fornendo un confronto puntuale con la documentazione d’archivio.

Giulio Montinari, archeologo in servizio presso la Direzione Regionale Musei Liguria, ha sviluppato ricerche che spaziano dall’età dei metalli al periodo romano, con particolare attenzione ai percorsi di crinale che collegavano Liguria e Piemonte.

Alessandro Pastorelli, attivo nella speleologia dal 1992, è coordinatore dello Speleo Club CAI Sanremo — un gruppo che collabora da anni con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri nelle attività di esplorazione e documentazione del territorio — ed è referente del Catasto Speleologico Ligure per la provincia di Imperia.[2][13]


Ricostruire il tracciato e la portata idrica dell’acquedotto romano di Albintimilium

L’obiettivo dell’incontro va oltre la semplice narrazione storica. Attraverso immagini, dati di campo e ricostruzioni grafiche, i relatori propongono di ricostruire non solo il tracciato dell’acquedotto ma anche la sua portata idrica originaria, offrendo così un quadro concreto sulla vita quotidiana degli antichi Intemelii. Si tratta di un approccio multidisciplinare che unisce l’indagine speleologica — con l’esplorazione diretta delle gallerie di captazione lungo il Rio Seborrino — alla lettura stratigrafica dei depositi calcarei lasciati dallo scorrere delle acque nel tempo.[6][8]

Il sito di Albintimilium è stato oggetto nel 2020 di una visita guidata promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali, che aveva portato un pubblico di appassionati a percorrere il tracciato dell’acquedotto fino alle terme occidentali, dove una conduttura ancora visibile attraversa il complesso termale. L’incontro del 29 aprile riprende e approfondisce quel percorso con le acquisizioni più recenti della ricerca.[14]


Il programma prosegue: le prossime tappe del viaggio sotterraneo nel Ponente ligure

Il ciclo “Viaggio al centro della terra” non si esaurisce con questo appuntamento. I prossimi incontri previsti nel programma dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri porteranno il pubblico a esplorare altri siti del Ponente, tra cui le grotte dei Balzi Rossi, uno dei siti preistorici più noti del Mediterraneo nord-occidentale. Ogni conferenza si tiene al Museo Civico di Sanremo, con ingresso aperto a tutti e avvio alle ore 16.[2]

L’iniziativa si inserisce in un solco culturale consolidato: la sezione sanremese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri organizza da anni attività che intrecciano storia locale, preistoria e archeologia, avvalendosi della collaborazione dei gruppi speleologici del CAI. Il ciclo in corso conferma questa impostazione, allargando lo sguardo dalle cavità naturali alle opere sotterranee di costruzione umana, come appunto l’acquedotto romano di Albintimilium.[1][2]

Fonti
[1] Sanremo, al Museo Civico al via il ciclo dell’IISL sulle grotte della … https://www.rivieratime.news/sanremo-al-museo-civico-al-via-il-ciclo-delliisl-sulle-grotte-della-valle-argentina/
[2] Il Museo Civico di Sanremo presenta: “Viaggio al centro della Terra” https://www.rivieratime.news/museo-civico-sanremo-viaggio-centro-terra/
[3] Sanremo, viaggio nella storia sotterranea: incontro sull’acquedotto … https://www.sanremonews.it/2026/04/28/leggi-notizia/argomenti/sanremo-ospedaletti/articolo/sanremo-viaggio-nella-storia-sotterranea-incontro-sullacquedotto-romano-di-albintimilium-al-mus.html
[4] Albintimilium – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Albintimilium
[5] Area archeologica di Albintimilium e Antiquarium http://musei.beniculturali.it/musei?mid=5026&nome=area-archeologica-di-albintimilium-e-antiquarium
[6] Oltre Collasgarba… sino al Rio Seborrino e agli Acquedotti di … https://liguriaponente.wordpress.com/2016/06/10/oltre-collasgarba-sino-al-rio-seborrino-e-agli-acquedotti-di-ventimiglia-romana/
[7] Viaggio nelle antiche Terme romane di Ventimiglia – Riviera Time https://www.rivieratime.news/viaggio-nelle-antiche-terme-romane-di-ventimiglia/
[8] Acquedotti romani a Ventimiglia – Cultura-Barocca http://www.cultura-barocca.com/imperia/SEBO.HTM
[9] Area archeologica di Nervia – Ventimiglia https://ventimiglia.it/esplora/storia-e-cultura/siti-storici-e-giardini/area-archeologica-di-nervia/
[10] Ricordando l’Archeologo Pietro Barocelli: Un Convegno a Genova … https://www.scintilena.com/ricordando-larcheologo-pietro-barocelli-un-convegno-a-genova-in-celebrazione-del-centenario-di-albintimilium/12/01/
[11] [PDF] la città romana ed altomedievale di albintimilium – Universität zu Köln https://kups.ub.uni-koeln.de/74326/1/A_Paonessa-Albintimilium-Archive.pdf
[12] Nuove tracce dell’acquedotto romano di Albintimilium. – ArcheoNervia http://archeonervia.blogspot.com/2013/10/nuove-tracce-dellacquedotto-romano-di.html
[13] Corso di tecniche di attrezzamento in forra e grotta – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-tecniche-di-attrezzamento-in-forra-e-grotta/10/08/
[14] Alla scoperta dell’acquedotto di Albintimilium https://nervia.cultura.gov.it/evento/alla-scoperta-dellacquedotto-di-albintimilium/
[15] Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable (1).pdf https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/aac47009-36b6-414c-a17d-a894fd324d3c/Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable-1.pdf
[16] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[17] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[18] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
[19] a Civitavecchia la conferenza di Mario Mazzoli sulla speleologia … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-nelle-grotte-sommerse-a-civitavecchia-la-conferenza-di-mario-mazzoli-sulla-speleologia-subacquea/02/26/
[20] L’ACQUEDOTTO DEL SERINO COMPIE DUEMILA ANNI! https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-compie-duemila-anni/12/15/
[21] Il 75° Corso di Introduzione alla Speleologia del Gruppo Grotte Milano https://www.scintilena.com/il-75-corso-di-introduzione-alla-speleologia-del-gruppo-grotte-milano-una-tradizione-plurisecolare-di-esplorazione-e-formazione/01/27/
[22] L’acquedotto del Serino: Un Pilastro dell’Ingegneria … https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-un-pilastro-dellingegneria-augustea/02/08/
[23] Scoperta Archeologica dalla Leggenda alla Realtà https://www.scintilena.com/scoperta-archeologica-dalla-leggenda-alla-realta-lacquedotto-dei-casoni-riportato-alla-luce/02/04/
[24] Elenco dei raduni di speleologia per anno – Scintilena https://www.scintilena.com/elenco-dei-raduni-di-speleologia-per-anno/06/30/
[25] Acquae Imperatorum: dieci anni di esplorazioni speleosubacquee … https://www.scintilena.com/acquae-imperatorum-dieci-anni-di-esplorazioni-speleosubacquee-svelano-il-sistema-idrico-nascosto-di-roma/03/02/
[26] Raduno Regionale di Speleologia 2026 a Malonno – Scintilena https://www.scintilena.com/raduno-regionale-di-speleologia-2026-a-malonno-la-federazione-speleologica-lombarda-si-ritrova-in-valle-camonica/03/11/
[27] Individuati i resti di un acquedotto romano a Salisano – Scintilena https://www.scintilena.com/individuati-i-resti-di-un-acquedotto-romano-a-salisano/08/03/
[28] Programma corsi CAI 2016 https://www.scintilena.com/programma-corsi-cai-2016/12/26/
[29] Scoperto l’acquedotto dell’antico centro romano di Forum … https://www.scintilena.com/scoperto-lacquedotto-dellantico-centro-romano-di-forum-novum/10/24/
[30] Grande Successo per il Raduno Internazionale di Speleologia Siphonia 2024 – Scintilena https://www.scintilena.com/grande-successo-per-il-raduno-internazionale-di-speleologia-siphonia-2024/11/04/
[31] Aqua Alsietina: nuove scoperte speleologiche. – Scintilena https://www.scintilena.com/aqua-alsietina-nuove-scoperte-speleologiche/11/17/
[32] Palaeomagnetic results from an archaeological site near Rome (Italy): new insights for tectonic rotation during the last 0.5 Myr https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/download/3366/3412
[33] La Carta idrografica d’Italia come fonte per la storia degli opifici idraulici alla fine dell’Ottocento. Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924
[34] Anforette a fondo piatto con anse rimontanti da Altino: una possibile produzione locale? https://edizionicafoscari.unive.it/libri/978-88-6969-390-8/anforette-a-fondo-piatto-con-anse-rimontanti-da-al/
[35] Aqua Traiana, a Roman Infrastructure Embedded in the Present: The Mineralogical Perspective https://www.mdpi.com/2075-163X/11/7/703/pdf
[36] Acquedotti, Romani, Albintimilium, Rio, Seborrino, Galleria … http://www.cultura-barocca.com/ABCZETA/CASTELUM2.HTM
[37] Corso di Speleologia a Sanremo – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-speleologia-a-sanremo-2/03/01/
[38] Speleo Club CAI Sanremo | Facebook https://www.facebook.com/groups/161620974007387/

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  • Isotopi come Bussola per le Acque Sotterranee dell’Appennino Centrale
    Condividi Uno studio sugli acquiferi di Genzana–Greco, Morrone e Marsicano mostra come la firma chimica dell’acqua riveli percorsi, tempi di circolazione e zone di ricarica dei sistemi carsici abruzzesi Tracciare l’Acqua Invisibile con i Segni che Porta con Sé Dove nasce l’acqua che emerge da una sorgente appenninica? Da quale quota si è infiltrata? Quanto tempo ha impiegato a percorrere il sottosuolo prima di affiorare? Queste domande, centrali per la gestione delle risorse idrich
     

Isotopi come Bussola per le Acque Sotterranee dell’Appennino Centrale

Apríl 29th 2026 at 07:00

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Uno studio sugli acquiferi di Genzana–Greco, Morrone e Marsicano mostra come la firma chimica dell’acqua riveli percorsi, tempi di circolazione e zone di ricarica dei sistemi carsici abruzzesi


Tracciare l’Acqua Invisibile con i Segni che Porta con Sé

Dove nasce l’acqua che emerge da una sorgente appenninica? Da quale quota si è infiltrata? Quanto tempo ha impiegato a percorrere il sottosuolo prima di affiorare? Queste domande, centrali per la gestione delle risorse idriche, trovano risposta in un nuovo studio pubblicato ad aprile 2026 sulla rivista scientifica Hydrology (MDPI).mdpi

I ricercatori Alessia Di Giovanni e Sergio Rusi hanno analizzato tre sistemi acquiferi carbonatici dell’Abruzzo — Monti Genzana–Greco, Monte Morrone e Monti Marsicano — combinando la lettura degli isotopi naturali dell’acqua con misure idrologiche dirette sul campo. Il titolo dello studio è The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines.mdpi

L’idea di fondo è semplice nella logica, ma sofisticata nella pratica. L’acqua piovana che cade in quota porta con sé una “firma” chimica diversa da quella che cade in pianura. Le molecole d’acqua più leggere — quelle con ossigeno-16 e idrogeno ordinario — evaporano più facilmente e dunque raggiungono le quote alte, dove cadono come pioggia o neve. Le molecole con ossigeno-18 e deuterio (idrogeno pesante) precipitano prima, a quote più basse. Misurando queste proporzioni nell’acqua di una sorgente, i ricercatori risalgono alla quota media da cui si è ricaricato l’acquifero.mdpi+1


Tre Acquiferi Carbonatici sotto la Lente degli Isotopi

L’Appennino centrale abruzzese ospita alcuni degli acquiferi carbonatici più produttivi d’Italia. Le rocce calcaree mesozoiche, intensamente fratturate dalla tettonica e percorse da condotti carsici, accumulano grandi volumi d’acqua e li rilasciano attraverso sorgenti che alimentano fiumi, acquedotti e riserve idriche regionali. Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale.scintilena+2

Nel caso dei Monti Genzana–Greco, lo studio ha messo a confronto due sorgenti: l’Acquachiara e la Germina, quest’ultima non documentata in letteratura precedente. L’analisi isotopica ha stabilito che la sorgente Acquachiara si ricarica dalle aree carbonatiche di alta quota del massiccio, escludendo contributi dai depositi alluvionali della piana sottostante. La sorgente Germina, invece, condivide la stessa area di ricarica della sorgente Capolaia, rivelando una connessione idraulica sotterranea tra le due emergenze.mdpi

Per il Monte Morrone, la ricerca ha quantificato gli scambi tra l’acquifero carbonatico e il fiume Pescara nelle Gole di Popoli. I dati isotopici confermano che la ricarica avviene nel settore centro-meridionale del massiccio, a quote medie ed elevate, e che la sorgente Giardino rappresenta il punto di scarico basale principale. I guadagni di portata del Pescara lungo le Gole sono un’emergenza diretta dell’acquifero, non un contributo superficiale.mdpi

Il terzo caso riguarda i Monti Marsicano e la presenza del Lago di Scanno, un grande lago di sbarramento immerso nei carbonati. Lo studio ha chiarito il ruolo del lago nell’equilibrio idrico locale, distinguendo le acque lacustri — che subiscono evaporazione e si arricchiscono in isotopi pesanti — dalle acque di infiltrazione diretta delle precipitazioni.mdpi


Ossigeno-18, Deuterio, Trizio: Cosa Racconta Ogni Isotopo

Gli isotopi stabili dell’acqua (ossigeno-18 e deuterio) indicano dove si è ricaricato l’acquifero, sfruttando il gradiente altimetrico delle precipitazioni. Negli Appennini, il valore di ?¹?O diminuisce di circa 0.15–0.25 per mille ogni 100 metri di quota guadagnati. Conoscere la firma isotopica di una sorgente equivale dunque a leggere la quota da cui proviene la sua acqua.downloads.hindawi

Il trizio (³H) è invece un isotopo radioattivo dell’idrogeno, con un’emivita di circa 12,3 anni. Entra nel ciclo idrologico attraverso le precipitazioni e decade nel tempo. La sua concentrazione nell’acqua di una sorgente permette di stimare il tempo medio di transito — cioè quanto a lungo l’acqua è rimasta nel sottosuolo prima di emergere. Acque con trizio elevato sono giovani, di ricarica recente. Acque con trizio basso o assente indicano circuiti lunghi, di decenni o più.scintilena

Combinando i due strumenti con le misure di portata, i ricercatori ottengono un quadro completo: sapere dove si ricarica l’acqua, da quanto tempo circola e quanto contribuisce al bilancio idrico di ciascuna sorgente.mdpi


Bacino Superficiale e Bacino Sotterraneo Non Coincidono Mai

Uno dei messaggi più rilevanti dello studio riguarda la frequente divergenza tra il bacino idrografico superficiale — quello che si delimita su una carta topografica seguendo i crinali — e il bacino di alimentazione sotterraneo reale. Nei sistemi carbonatici fratturati, l’acqua può percorrere percorsi sotterranei che attraversano discontinuità tettoniche, passando sotto crinali apparenti e riemergendo in vallate adiacenti.scintilena+1

Questa divergenza ha implicazioni concrete per la gestione delle risorse idriche. Delimitare correttamente le zone di protezione di una sorgente richiede di conoscere il bacino idrogeologico reale, non quello morfologico. Le normative europee in materia — Direttiva 2000/60/CE e Direttiva 2006/118/CE — impongono la definizione di zone di protezione attorno alle sorgenti captate, ma la loro efficacia dipende dalla qualità delle informazioni disponibili sulla circolazione sotterranea.vulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena


Un Metodo Non Invasivo per Sistemi Difficili da Monitorare

I sistemi carsici dell’Appennino sono notoriamente difficili da investigare con metodi tradizionali. Le prove di pompaggio incontrano la variabilità locale della permeabilità. I traccianti artificiali richiedono autorizzazioni, attrezzature e tempi lunghi. Le sorgenti stesse presentano regimi di portata molto irregolari, con variazioni di ordini di grandezza tra magra e piena.scintilena

Gli isotopi naturali rappresentano uno strumento non invasivo e relativamente accessibile. Non richiedono l’immissione di sostanze esterne nel sistema, sono già presenti nell’acqua e registrano la storia idrologica della molecola d’acqua stessa. La metodologia adottata da Di Giovanni e Rusi è replicabile su altri acquiferi carbonatici dell’Appennino e delle catene montuose italiane, contribuendo a costruire una base conoscitiva più solida per la gestione delle risorse idriche in aree dove l’acqua sotterranea è una risorsa strategica.mdpi


Cambiamento Climatico e Ricarica degli Acquiferi

L’interesse per questi studi cresce in un contesto segnato dal cambiamento climatico. La riduzione del manto nevoso sulle quote appenninine e la variazione del regime pluviometrico incidono direttamente sulle modalità e sull’entità della ricarica degli acquiferi carbonatici. Le nevicate tardive e la loro fusione lenta in primavera rappresentano tradizionalmente un momento chiave per la ricarica degli acquiferi di alta quota.scintilena

Disporre di dati isotopici aggiornati su dove e quando avviene la ricarica permette di costruire modelli predittivi più accurati sull’evoluzione futura della disponibilità idrica. Per le sorgenti che alimentano gli acquedotti di centri abitati, conoscere i tempi di transito e la vulnerabilità del bacino di ricarica è una premessa indispensabile per decisioni gestionali tempestive.


Riferimento bibliografico
Di Giovanni, A.; Rusi, S. The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines. Hydrology 2026, 13, 109. https://doi.org/10.3390/hydrology13040109


Lo studio di Di Giovanni & Rusi (2026).

Lo studio originale analizza tre acquiferi carbonatici abruzzesi utilizzando isotopi naturali (¹?O, deuterio, trizio) integrati con misure idrologiche. I principali risultati per ciascun caso:

  • Monti Genzana–Greco: gli isotopi stabili rivelano che la sorgente Acquachiara si ricarica dalle aree carbonatiche d’alta quota (escludendo i depositi alluvionali locali), mentre la sorgente Germina e la sorgente Capolaia condividono un settore di ricarica comune.
  • Monte Morrone: la firma isotopica e il trizio confermano la ricarica nel settore centro-meridionale del massiccio e quantificano i guadagni sotterranei del fiume Pescara nelle Gole di Popoli, identificando la sorgente Giardino come punto di scarico basale principale.
  • Monti Marsicano: viene chiarito il ruolo idrologico del Lago di Scanno nell’equilibrio idrico dell’acquifero.

Cosa rende prezioso l’approccio isotopico: gli isotopi stabili (?¹?O, ?D) tracciano la quota di ricarica sfruttando l’effetto altimetrico delle precipitazioni, il trizio stima il tempo di circolazione sotterranea, mentre le misure di portata quantificano i flussi. Questa combinazione risolve ambiguità che nessun singolo metodo può sciogliere, compresi i frequenti casi in cui il bacino idrogeologico sotterraneo non coincide con quello superficiale.

Come si Muove l’Acqua negli Acquiferi Carbonatici dell’Appennino Centrale

Studio approfondito basato su Di Giovanni, A.; Rusi, S. — Hydrology 2026, 13, 109


Sintesi

Un nuovo studio scientifico pubblicato sulla rivista Hydrology (MDPI) ad aprile 2026 affronta con rigore metodologico una delle domande fondamentali dell’idrogeologia appenninica: dove si ricaricano gli acquiferi carbonatici dell’Appennino centrale, quanto tempo ci impiega l’acqua a percorrere il sottosuolo e come raggiunge infine le sorgenti? I ricercatori Alessia Di Giovanni e Sergio Rusi combinano analisi degli isotopi naturali dell’acqua (ossigeno-18, deuterio, trizio) con misure idrologiche di campo su tre sistemi acquiferi dell’Abruzzo: i Monti Genzana–Greco, il Monte Morrone e i Monti Marsicano. I risultati, caso per caso, ridisegnano la comprensione di questi sistemi idrici regionali e offrono uno schema interpretativo esportabile ad altri contesti carbonatici complessi.[1]


Il Contesto: Gli Acquiferi Carbonatici dell’Appennino Centrale

Struttura geologica e idrostrutturale

L’Appennino centrale, e in particolare la regione abruzzese, è caratterizzato da imponenti massicci carbonatici mesozoici — calcari e dolomie del Cretacico e del Giurassico — organizzati in falde di sovrascorrimento. Questi rilievi costituiscono i principali acquiferi dell’Italia centrale, la cui permeabilità è di natura secondaria: deriva cioè non dalla porosità della roccia, bensì dalla fitta rete di fratture tettoniche e dai condotti di dissoluzione carsica sviluppatisi nel corso di milioni di anni.[2][3][4]

La struttura tipica di un acquifero carbonatico appenninico prevede una zona insatura (o vadosa) superiore, dove l’acqua percorre vie prevalentemente verticali attraverso fratture e condotti parzialmente riempiti d’aria, e una zona satura inferiore, dove tutti i vuoti sono pieni d’acqua e la circolazione è principalmente orizzontale verso i punti di emergenza. In Abruzzo le aree carsiche occupano oltre il 35% del territorio regionale e i grandi massicci carbonatici — Gran Sasso, Maiella, Morrone, Velino-Sirente, Marsicano, Monte Greco — alimentano alcune delle sorgenti più importanti d’Italia.[5][6][2]

Importanza idrica regionale e nazionale

Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale. Il patrimonio idrico carsico italiano è stimato intorno a 410 milioni di metri cubi all’anno. In Abruzzo, lungo i margini basali dei massicci carbonatici, emergono numerose sorgenti molto produttive: le Sorgenti del Pescara ai piedi del Monte Morrone, le Sorgenti del Verde a Fara San Martino sul versante orientale della Maiella, le Sorgenti del Tirino alimentate dal Gran Sasso. La corretta identificazione delle zone di ricarica, dei percorsi sotterranei e dei tempi di circolazione è quindi essenziale non solo per la ricerca scientifica, ma per la gestione sostenibile di risorse idriche strategiche.[7][8][6][2]


Metodologia: Isotopi Naturali come Traccianti dell’Acqua

Il principio degli isotopi stabili (?¹?O e ?D)

L’acqua è composta da molecole che possono contenere isotopi pesanti o leggeri dell’ossigeno e dell’idrogeno. Le molecole leggere (con ossigeno-16 e idrogeno ordinario) evaporano più facilmente, mentre le molecole pesanti (con ossigeno-18 e deuterio, ²H) tendono a precipitare prima. Questo comportamento genera un effetto altimetrico sistematico: le precipitazioni che cadono ad alta quota, dove le nuvole si sono già impoverite di isotopi pesanti, hanno composizioni isotopiche più impoverite (valori di ?¹?O e ?D più negativi) rispetto a quelle di pianura. Ogni sorgente, quindi, porta la “firma” isotopica dell’altitudine media della propria zona di ricarica.[9][10]

Misurando la composizione isotopica dell’acqua alle sorgenti e conoscendo il gradiente altimetrico locale (tipicamente tra –0.15 e –0.25 ‰ per 100 m per il ?¹?O negli Appennini), è possibile risalire alla quota media di ricarica dell’acquifero. Questo approccio, consolidato nella letteratura internazionale, diventa particolarmente potente quando la firma isotopica delle acque sotterranee è confrontata con quella delle precipitazioni locali e delle acque superficiali.[11][10][12]

Il trizio (³H) come indicatore del tempo di circolazione

Il trizio è un isotopo radioattivo dell’idrogeno (³H, emivita ? 12,3 anni) prodotto naturalmente in atmosfera e immesso nelle precipitazioni. La sua concentrazione nelle acque sotterranee diminuisce in funzione del tempo trascorso dall’infiltrazione: acque giovani, che si sono ricaricate pochi anni fa, mostrano concentrazioni di trizio relativamente elevate, mentre acque più “vecchie” presentano concentrazioni decrescenti. L’analisi del trizio permette quindi di stimare il tempo medio di residenza o tempo di transito medio dell’acqua nell’acquifero — un’informazione critica per valutare la vulnerabilità alle contaminazioni e la capacità di rinnovamento della risorsa idrica.[13]

L’approccio integrato dello studio

La forza dello studio di Di Giovanni e Rusi risiede nell’integrazione tra dati isotopici e misure idrologiche dirette sul campo. I soli isotopi stabili indicano dove si ricarica l’acqua, il trizio indica da quanto tempo è in circolazione, mentre le misure di portata delle sorgenti e dei fiumi quantificano quanto contribuisce ciascuna componente al bilancio idrico complessivo. Questo approccio multiparametrico risolve ambiguità che i singoli metodi, presi separatamente, non potrebbero chiarire.[1]


I Tre Casi di Studio

1. Acquifero dei Monti Genzana–Greco: Attribuire le Sorgenti

L’acquifero dei Monti Genzana–Greco, nella parte meridionale dell’Abruzzo, è stato esaminato per chiarire le fonti di alimentazione di due sorgenti: la sorgente Acquachiara e la sorgente Germina, quest’ultima non precedentemente documentata in letteratura.[1]

La domanda centrale dello studio in questo caso era se la ricarica di queste sorgenti avvenga a livello locale — ad esempio da depositi alluvionali di bassa quota nelle piane intermontane adiacenti — oppure dal massiccio carbonatico vero e proprio, a quote più elevate. L’analisi isotopica ha fornito una risposta articolata:

  • La sorgente Germina, insieme alla già nota sorgente Capolaia, mostra una composizione isotopica coerente con un settore di ricarica comune, situato a quota intermedia sul massiccio. Questo implica una connessione idraulica tra le due sorgenti attraverso il sistema fratturato dei carbonati.[1]
  • La sorgente Acquachiara presenta invece una firma isotopica significativamente più impoverita, corrispondente a quote di ricarica più elevate — le parti centrali e alte del massiccio carbonatico — escludendo contributi significativi dai depositi alluvionali di bassa quota.[1]

Questo risultato ha implicazioni pratiche dirette: la protezione della sorgente Acquachiara deve estendersi alle aree di ricarica d’alta quota, non liminarsi alla piana circostante.

2. Acquifero del Monte Morrone: Quantificare le Perdite nel Pescara

Il Monte Morrone, che si eleva fino a oltre 2.000 m s.l.m. a est di Sulmona, è uno dei massicci carbonatici più studiati dell’Appennino centrale. Le Sorgenti del Pescara a Popoli rappresentano uno dei punti di emergenza principali di questo acquifero, ma la quantificazione dei contributi sotterranei al fiume Pescara lungo le Gole di Popoli era rimasta incerta.[2][1]

Lo studio ha affrontato due questioni:

  1. Quantificare i guadagni di portata del fiume Pescara lungo le Gole di Popoli, dove il fiume scorre a diretto contatto con i carbonati del Morrone.
  2. Confrontare la composizione isotopica delle sorgenti distribuite lungo il massiccio con quella della sorgente basale principale — la sorgente Giardino — per delimitare il bacino di alimentazione sotterraneo.

I risultati isotopici (isotopi stabili e trizio) confermano che la ricarica dell’acquifero avviene prevalentemente nel settore centro-meridionale del massiccio, a quote medio-alte. La firma isotopica della sorgente Giardino e delle sorgenti minori è compatibile con quote di ricarica elevate, escludendo apporti significativi dalle acque superficiali del Pescara. I guadagni di portata lungo le Gole di Popoli risultano essere un punto di emergenza primario dell’acquifero, confermando che la comunicazione tra il carbonato e il fiume è diretta e quantitativamente rilevante.[1]

3. Acquifero dei Monti Marsicano: Il Ruolo del Lago di Scanno

Il terzo caso di studio affronta un tema di particolare complessità per la presenza del Lago di Scanno, un grande lago di sbarramento localizzato nel cuore dei Monti Marsicano, in una delle zone paesaggisticamente più suggestive dell’Abruzzo interno. La domanda scientifica era: in che modo il lago interagisce con l’acquifero carbonatico circostante? Il lago perde acqua verso il sottosuolo, oppure riceve apporti dall’acquifero? E qual è la composizione isotopica delle acque sotterranee circostanti rispetto a quelle lacustri?[1]

L’analisi isotopica degli isotopi stabili permette di distinguere le acque lacustri — che subiscono evaporazione e si arricchiscono in isotopi pesanti — dalle acque di infiltrazione diretta delle precipitazioni, che non subiscono tale arricchimento. Il trizio consente di confrontare la “giovinezza” delle diverse componenti idriche. I risultati dello studio chiariscono il ruolo idrologico del lago nell’equilibrio idrico locale e nella circolazione sotterranea dei Marsicano, un’informazione fondamentale per la gestione di un ecosistema lacustre e acquifero strettamente interconnessi.[1]


Il Significato degli Isotopi: Approfondimento Metodologico

Diagramma ?¹?O–?D e retta meteorica mondiale

Le analisi isotopiche degli acquiferi vengono tradizionalmente rappresentate su un diagramma in cui sull’asse x si riporta il ?¹?O e sull’asse y il ?D (?deuterio). Le acque meteoriche globali si distribuiscono lungo la cosiddetta Retta Meteorica Mondiale (GMWL: ?D = 8 × ?¹?O + 10), definita da Craig nel 1961. Le acque sotterranee degli acquiferi carbonatici ben ricaricati da precipitazioni si dispongono generalmente lungo questa retta o vicino ad essa, a meno che non subiscano processi di evaporazione, miscelazione con acque di diversa origine o interazione con rocce evaporitiche.[14][12]

Scostamenti dalla retta meteorica indicano:

  • Arricchimento isotopico (valori di ?¹?O e ?D più positivi del previsto): indice di evaporazione superficiale delle acque prima o durante l’infiltrazione.
  • Impoverimento anomalo: potrebbe indicare contributi di acque di quota molto elevata o di acque di fusione nivale.
  • Allineamento su rette di miscelazione: segnala la mescolanza tra acque di due o più componenti con firme isotopiche diverse.

La “quota di ricarica” come strumento diagnostico

Il gradiente isotopico altitudinale nelle precipitazioni appennine è tipicamente compreso tra –0.15 e –0.25 ‰ per 100 m di quota per il ?¹?O. Misurando la composizione isotopica di una sorgente e conoscendo il gradiente locale ricavato da stazioni pluviometriche campionate a diverse quote, si può stimare la quota media di ricarica secondo la formula:[10]

[ h_{\text{ricarica}} = h_{\text{rif}} + \frac{\delta^{18}O_{\text{sorgente}} – \delta^{18}O_{\text{rif}}}{\nabla_{\delta^{18}O}} ]

dove ( \nabla_{\delta^{18}O} ) è il gradiente altitudinale locale (‰/100 m) e ( h_{\text{rif}} ) è la quota di riferimento. Questa stima fornisce la quota media ponderata della zona di ricarica, che può differire significativamente dal bacino imbrifero superficiale.

Trizio e modelli di transito

Il trizio entra nel ciclo idrologico attraverso le precipitazioni. La concentrazione tritio in un’acqua sotterranea può essere modellata attraverso diversi modelli di flusso:[13]

  • Modello a pistoni (piston flow): tutta l’acqua ha lo stesso tempo di transito. Applicabile a sistemi semplici e acquiferi a flusso laminare.
  • Modello a miscelazione (exponential mixing): il sistema è un serbatoio ben miscelato. Comune negli acquiferi carsici fratturati con ampie zone sature.
  • Modelli ibridi: combinano le due componenti e sono spesso i più realistici per gli acquiferi carbonatici complessi, dove coesistono una componente rapida (nei condotti) e una lenta (nella matrice fessurata).

La concentrazione attuale di trizio nelle precipitazioni italiane è vicina ai valori pre-atomici (1–3 UT), dopo il picco degli anni ’60 causato dai test nucleari atmosferici. Le acque con trizio molto basso o assente possono essere “vecchie” (> 50 anni di transito), mentre acque con trizio moderato indicano tempi medi di qualche decennio.[13]


Perché i Carbonati Appenninici sono Sistemi Così Complessi

Dualità della permeabilità

Gli acquiferi carbonatici dell’Appennino centrale presentano una duplicità strutturale che li rende particolarmente difficili da modellare. Da un lato, la matrice rocciosa è sostanzialmente impermeabile, ma la rete di fratture e i condotti di dissoluzione (spesso non esplorabili, ma idraulicamente significativi) creano percorsi preferenziali per il flusso rapido. Dall’altro lato, nelle zone meno fratturate, l’acqua si muove lentamente attraverso piccole discontinuità, formando una componente di flusso lento o “baseflow”. Questa duplicità si riflette nel comportamento delle sorgenti: alcune mostrano regime estremamente regolare durante tutto l’anno (sorgenti di base, baseflow springs), mentre altre rispondono rapidamente alle piogge con picchi di portata anche di ordini di grandezza superiori.[15][16][17][6]

Il ruolo della struttura tettonica

L’Appennino centrale è caratterizzato da una storia tettonica complessa: una catena a pieghe e sovrascorrimenti che oggi è interessata da un regime estensionale attivo con faglie normali quaternarie. Queste strutture non sono passate — condizionano attivamente la circolazione idrica sotterranea, creando zone preferenziali di flusso (in corrispondenza delle faglie permeabili) o barriere idrauliche (in corrispondenza di faglie chiuse da materiale argillitico o di sovrascorrimenti su unità impermeabili). La comprensione della struttura tettonica è quindi imprescindibile per costruire un modello idrogeologico attendibile.[18][16]

Acquiferi confinati e sistemi di sovrascorrimento

Nei massicci appenninici, le unità carbonatiche più permeabili (Calcare Massiccio, Calcari e Marne a Fucoidi, Scaglia Rossa e Bianca) sono spesso intercalate a livelli a bassa permeabilità (marne, argille, evaporiti). Questa alternanza crea sistemi multistrato dove acquiferi a quote diverse possono essere idraulicamente separati o parzialmente collegati. La stessa sorgente può ricevere contributi da acquiferi a quote differenti, rendendo l’interpretazione della firma isotopica non banale.[16][17]


Ricadute Scientifiche e Applicative

Risoluzione dell’attribuzione delle sorgenti

Uno dei contributi più pratici dello studio è la capacità degli isotopi di risolvere ambiguità nell’attribuzione delle sorgenti al relativo bacino di alimentazione. Nei sistemi carsici, la mancata corrispondenza tra bacino imbrifero superficiale e bacino idrogeologico sotterraneo è la norma, non l’eccezione. Una sorgente può ricevere contributi da un massiccio visivamente lontano, attraverso percorsi sotterranei che attraversano discontinuità tettoniche. Gli isotopi, confrontando la firma delle sorgenti con quella delle precipitazioni a diverse quote, permettono di identificare queste connessioni nascoste senza ricorrere a traccianti artificiali o a prove di pompaggio invasive.[6][1]

Stima del bilancio idrico e dei tempi di rinnovamento

La combinazione di isotopi stabili, trizio e misure di portata permette di stimare:

  • La ripartizione tra componente di flusso rapido (circuito breve, pochi mesi-anni) e componente di flusso lento (circuito profondo, decenni).
  • Il tempo medio di transito delle acque sotterranee, parametro critico per valutare la resistenza dell’acquifero a variazioni climatiche o eventi di siccità prolungata.
  • L’entità degli scambi tra acque sotterranee e corsi d’acqua superficiali (fiumi, laghi), come nel caso delle Gole di Popoli per il Pescara.[1]

Questi dati sono fondamentali per una gestione adattativa delle risorse idriche in scenari di cambiamento climatico, dove la riduzione delle precipitazioni e l’aumento dell’evapotraspirazione possono ridurre significativamente la ricarica degli acquiferi.[19]

Definizione delle zone di protezione

La normativa europea sulla tutela delle acque sotterranee (Direttiva 2000/60/CE e Direttiva 2006/118/CE) richiede la definizione di zone di protezione (ZP0, ZP1, ZP2) attorno alle sorgenti captate per uso idropotabile. La corretta delimitazione di queste zone dipende dalla conoscenza del bacino di alimentazione sotterraneo, dei tempi di transito e dei percorsi dell’acqua. I risultati isotopici dello studio forniscono basi quantitative per stabilire tali zone, superando le stime puramente topografiche che spesso sottostimano l’ampiezza reale del bacino di ricarica sotterraneo.[5][6]


Confronto con Altri Sistemi Carbonatici Italiani

Lo studio si inserisce in un filone di ricerca idrogeologica attivo su vari massicci carbonatici italiani, con i quali è possibile tracciare utili paralleli:

Massiccio / AreaApproccio metodologicoCaratteristica principaleRiferimento
Gran Sasso (Abruzzo)Isotopi, pompaggi, tracciantiAcquifero più produttivo degli Appennini; ~1.000 km²[3][4]
Monte Morrone (Abruzzo)Isotopi, misure portataRicarica centro-meridionale; sorgenti Pescara[1]
Umbria-Marche AppenninoRecessione idrologica, serie storicheRegime stagionale regolare; flusso diffuso predominante[17]
Matese (Campania-Molise)GPS/InSAR, idrogeologiaDeformazione del suolo legata alle variazioni della falda[20]
Gargano (Puglia)Idrogeochimica, isotopiInterfaccia acqua dolce-acqua salata; intrusione marina[21]
Alpi PiemontesiMonitoraggio chimico-fisicoTre modelli distinti di circolazione carsica[15]

Questa prospettiva comparata evidenzia come ogni massiccio abbia caratteristiche idrogeologiche proprie, legate alla struttura tettonica, alla litologia, al clima locale e alla geometria del sistema. Non esiste un modello universale: gli isotopi offrono uno strumento adattabile a ciascun contesto.


Il Ciclo Idrologico negli Acquiferi Carbonatici: Schema Concettuale

La circolazione dell’acqua in un acquifero carbonatico appenninico segue idealmente il seguente schema:[6][5][2]

  1. Precipitazioni sulle zone di alta quota (1.200–2.200 m s.l.m.) come piogge autunnali-invernali e fusione della neve in primavera. Le precipitazioni si infiltrano attraverso doline, inghiottitoi, fratture e suoli poco sviluppati.
  2. Percorso nella zona insatura (vadosa): l’acqua scende verticalmente attraverso una rete di fratture, talvolta convogliandosi in condotti principali. I tempi di percorrenza variano da ore (condotti carsici principali) a mesi (fratture minori nella matrice).
  3. Accumulo nella zona satura: l’acqua raggiunge la falda e si muove orizzontalmente verso le zone di emergenza, seguendo il gradiente piezometrico. La zona satura può estendersi a grande profondità (centinaia di metri) nel cuore dei massicci.
  4. Emergenza alle sorgenti: l’acqua emerge alle quote di base, spesso in corrispondenza di discontinuità litologiche (contatto con unità impermeabili) o strutturali (faglie, contatti tettonici). Le portate variano stagionalmente e seguono le precipitazioni con un ritardo che dipende dalle caratteristiche dell’acquifero.
  5. Scambi con i corsi d’acqua: i fiumi che attraversano le zone di affioramento carbonatico (come il Pescara nelle Gole di Popoli) possono ricevere contributi sotterranei (fiumi gaining) o, più raramente, cedere acqua all’acquifero.

Gli isotopi naturali tracciano e quantificano ciascuno di questi passaggi, rivelando connessioni e trasferimenti che i soli metodi idrologici tradizionali non permetterebbero di identificare.


Domande di Ricerca Aperte

Nonostante i progressi dello studio, alcune questioni rimangono aperte e costituiscono sfide per la ricerca futura:

  • Variabilità stagionale delle firme isotopiche: le sorgenti campionate in poche occasioni potrebbero non catturare la variabilità stagionale, specialmente nei sistemi a doppia porosità dove la proporzione tra flusso rapido e lento varia nel tempo.
  • Effetti del cambiamento climatico sulla ricarica: la riduzione del manto nevoso in quota e le variazioni nel regime pluviometrico modificheranno le zone e le stagioni di ricarica privilegiata; i modelli isotopici dovranno essere aggiornati con serie storiche più lunghe.
  • Connessioni idrauliche profonde: in alcuni massicci appenninici, faglie profonde possono mettere in comunicazione acquiferi separati o consentire l’ascesa di acque termali o mineralizzate; questi apporti “esogeni” potrebbero alterare la firma isotopica delle sorgenti.[18]
  • Interazione con le acque di lago: il caso del Lago di Scanno richiama l’attenzione sulle zone di interfaccia tra sistemi lacustri e acquiferi, dove processi di evaporazione ed evapotraspirazione modificano le firme isotopiche in modo non banale.[1]

Conclusioni

Lo studio di Di Giovanni e Rusi (2026) rappresenta un contributo metodologico e conoscitivo di rilievo per l’idrogeologia dell’Appennino centrale. Integrando isotopi naturali dell’acqua con misure idrologiche su tre acquiferi carbonatici dell’Abruzzo, lo studio:[1]

  • Chiarisce l’origine delle acque alle sorgenti, distinguendo tra contributi da alta quota e da depositi alluvionali locali (caso Genzana–Greco).[1]
  • Quantifica gli scambi tra acquifero carbonatico e fiume Pescara nelle Gole di Popoli, identificando le sorgenti basali come punti di scarico primari (caso Morrone).[1]
  • Definisce il ruolo idrologico del Lago di Scanno nell’equilibrio idrico dei Monti Marsicano (caso Marsicano).[1]

In un contesto di crescente pressione sulle risorse idriche — amplificata dai cambiamenti climatici e dalla “bancarotta idrica globale” già rilevata a livello planetario — la conoscenza approfondita degli acquiferi carbonatici appenninici non è un esercizio accademico, ma una necessità operativa per la gestione e la protezione di risorse che dissetano milioni di persone.[19]


Riferimento Bibliografico

Di Giovanni, A.; Rusi, S. The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines. Hydrology 2026, 13, 109. https://doi.org/10.3390/hydrology13040109[1]

Fonti consultate

L'articolo Isotopi come Bussola per le Acque Sotterranee dell’Appennino Centrale proviene da Scintilena.

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  • La BCT lancia la prima guida tecnica completa sulle Night Vision Aids per il monitoraggio dei pipistrelli
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La BCT lancia la prima guida tecnica completa sulle Night Vision Aids per il monitoraggio dei pipistrelli

Apríl 29th 2026 at 06:00

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Il Bat Conservation Trust pubblica il manuale dedicato agli ecologi professionisti che usano dispositivi a visione notturna nei survey di emergenza


BCT e Night Vision Aids: arriva la guida tecnica dedicata agli emergence survey

Il 23 aprile 2026 la Bat Conservation Trust (BCT) ha pubblicato in formato digitale la guida tecnica Bat Emergence Surveys with Night Vision Aids, la prima pubblicazione interamente dedicata all’utilizzo dei dispositivi a visione notturna (NVA) nei survey di emergenza dei pipistrelli . Il documento è indirizzato agli ecologi professionisti e ai volontari bat workers che operano nel monitoraggio dei roost in Gran Bretagna e Irlanda del Nord .

Per presentare il lavoro al pubblico degli specialisti, la BCT ha organizzato un webinar di lancio in programma per il 30 aprile 2026, dalle ore 12:00 alle 13:00 BST, con sessione live di domande e risposte riservata al pubblico e la partecipazione dell’editor, degli autori e dei collaboratori che hanno contribuito alla stesura della guida .


Il percorso normativo che ha portato alla guida: dalle linee guida BCT al requisito obbligatorio

Le Night Vision Aids non sono uno strumento nuovo nel campo del bat survey. La loro storia normativa in Gran Bretagna si articola in tappe documentate. Nella terza edizione delle Bat Surveys for Professional Ecologists Good Practice Guidelines (2016), le NVA erano citate come tecnica complementare e opzionale .

La svolta arriva nel maggio 2022, quando la BCT pubblica un’Interim Guidance Note che eleva le NVA a requisito operativo per tutti i survey professionali. Da quel momento, il mancato utilizzo deve essere motivato per iscritto nel report finale . La quarta edizione delle linee guida BCT, uscita nel settembre 2023, integra formalmente questo requisito e ridimensiona il ruolo dei dawn re-entry survey, non più raccomandati di routine .

La nuova guida tecnica del 2026 va oltre, fornendo istruzioni dettagliate che le linee guida generali non potevano garantire .


Tre tipologie di NVA per i survey di emergenza notturna

La guida tecnica affronta nel dettaglio le tre categorie principali di dispositivi NVA impiegati negli emergence survey:

  • Telecamere a infrarosso (IR): rilevano la luce riflessa da illuminatori attivi. Sono economicamente accessibili e producono video con dettaglio morfologico elevato, ma risultano meno efficaci in ambienti con vegetazione densa .
  • Termocamere (FLIR/termico): rilevano la firma termica corporea del pipistrello senza necessità di luce esterna. Permettono il tracciamento del percorso di volo fino alla singola apertura del roost. Il parametro tecnico chiave è il NETD (Noise Equivalent Temperature Difference): un valore inferiore a 50 mK garantisce prestazioni affidabili anche in condizioni di alta umidità .
  • Visori notturni attivi (gen. 1-3): amplificano la luce ambiente. Sono la tecnologia storicamente più diffusa in campo portatile, ma presentano limiti nelle condizioni di buio totale .

Le termocamere di nuova generazione consentono di coprire ampie facciate di edifici con obiettivi wide-angle, equivalenti a tre o quattro scope tradizionali, con la possibilità di analisi radiometrica automatizzata del video post-survey .


I vantaggi operativi documentati dalla ricerca

L’adozione delle NVA nei survey di emergenza è supportata da evidenze raccolte nel campo. Un’analisi su cento roost alberati noti, condotta tra il 2013 e il 2019 su otto specie, ha dimostrato che il 26% dei survey tradizionali non rilevava la presenza dei pipistrelli né visivamente né con NVA . Le specie a eccolocalizzazione silenziosa o con exit point in ombra risultavano sistematicamente sottostimate.

Le NVA permettono inoltre di ridurre il numero di notti necessarie per completare un survey completo, passando da 9–12 notti a sole 3 notti, con un risparmio significativo in termini di risorse . La qualità del rilievo al crepuscolo, potenziata dalle NVA, compensa la perdita informativa derivante dall’eliminazione dei dawn re-entry survey .


Il quadro normativo in Irlanda del Nord e Irlanda

Nel febbraio 2026 la DAERA (Department of Agriculture, Environment and Rural Affairs) dell’Irlanda del Nord ha pubblicato uno specifico documento di orientamento obbligatorio sulle NVA per tutti gli ecologi che conducono bat survey in quella giurisdizione . Anche in Irlanda, le linee guida professionali citano le NVA come requisito e non come opzione, con obbligo di giustificare le eventuali omissioni .

In Inghilterra, le linee guida BCT 4ª edizione restano il riferimento standard richiesto da Natural England per i survey validi ai fini pianificatori .


Due fasce di accesso alla guida e al webinar

La BCT ha previsto due livelli di prezzo per agevolare sia i professionisti sia i volontari. Per il webinar live del 30 aprile 2026 è disponibile un biglietto d’ingresso acquistabile attraverso la piattaforma Tickettailor . Per chi non può partecipare in diretta, è possibile acquistare la guida con la registrazione del webinar oppure la sola guida tecnica senza il webinar, attraverso la piattaforma di e-learning BCT .


Ho ora raccolto informazioni sufficienti per produrre una guida studio approfondita sull’argomento. Lasciatemi organizzare tutti i dati trovati.


Bat Emergence Surveys con Night Vision Aids – Guida Tecnica e Webinar di Lancio BCT 2026

Scheda Evento

CampoDettagli
TitoloBat Emergence Surveys with Night Vision Aids – Technical Guide and Launch Webinar
OrganizzatoreBat Conservation Trust (BCT)
Webinar liveGiovedì 30 aprile 2026, ore 12:00–13:00 BST (13:00–14:00 CEST), Zoom
Pubblicazione guida23 aprile 2026 (digitale)
Acquisto guida + webinar£43 learn.bats
Acquisto guida + registrazione£43 (link: learn.bats.org.uk/courses/NVAs-guide-and-webinar)
Guida sola£28 (link: learn.bats.org.uk/courses/NVA-technical-guide-only) learn.bats
DestinatariEcologi professionisti (CPD) e volontari bat workers

Contesto: L’Evoluzione delle Linee Guida BCT

Il percorso che ha portato alla pubblicazione di questa guida tecnica dedicata alle NVA (Night Vision Aids) si articola in tappe progressive documentate dalla stessa BCT.

Da strumento facoltativo a requisito standard

Nelle Bat Surveys for Professional Ecologists Good Practice Guidelines 3ª edizione (2016), le NVA erano descritte solo come tecnica complementare opzionale agli survey di emergenza notturna . La situazione è cambiata radicalmente in tre passaggi:

  1. Maggio 2022 – Interim Guidance Note (IGN): La BCT pubblica una nota intermedia che eleva le NVA a requisito per tutti i survey professionali, richiedendo una giustificazione scritta nel report in caso di mancato utilizzo. La nota consentiva anche di ridurre i dawn re-entry surveys grazie alla migliore qualità rilevata a dusk con le NVA .
  2. Settembre 2023 – 4ª edizione delle linee guida BCT: La nuova edizione completa integra formalmente le NVA come requisito nelle emergenze survey, aggiunge nuovi capitoli su biosecurity, tree surveys e auto-identificazione acustica. I dawn re-entry surveys non sono più raccomandati di routine .
  3. Aprile 2026 – Guida Tecnica dedicata alle NVA: Prima pubblicazione interamente dedicata alle NVA per gli ecologi professionisti, più dettagliata delle linee guida generali .

Cos’è un Bat Emergence Survey?

Un bat emergence survey (o BERS – Bat Emergence and Re-entry Survey) è un’indagine condotta durante il periodo di attività primaverile-estiva, con l’obiettivo di documentare l’uscita dei pipistrelli dai roost . I punti chiave del protocollo attuale secondo la 4ª edizione BCT:

  • Il survey inizia 15 minuti prima del tramonto e prosegue per 1,5–2 ore dopo il tramonto
  • Si monitorano le Potential Roost Features (PRFs) identificate durante la ricognizione diurna preliminare (Preliminary Roost Assessment – PRA)
  • Si usano bat detector acustici, NVA e, dove necessario, telecamere fisse o su treppiede
  • L’intervallo minimo tra survey consecutivi è aumentato da 2 a 3 settimane nella 4ª edizione
  • Obiettivi: determinare presenza/assenza, specie, numero di individui, punti d’accesso e tipologia di roost

Le Night Vision Aids (NVA): Tipologie e Funzionamento

Sono tre le categorie principali di dispositivi NVA utilizzati negli emergence survey:

TipoPrincipioVantaggiLimiti
Telecamere infrarosso (IR)Rilevano la luce riflessa da illuminatori IREconomiche, risoluzione dettagliata, video registrabileRichiedono illuminatori attivi; meno efficaci in ambienti complessi (vegetazione)
Termico (FLIR)Rilevano la firma termica corporea del pipistrelloNon richiedono luce esterna; identificano i pipistrelli anche nel buio totale; tracciamento del percorso di volo; copertura ampia fino a 95°Costo più elevato; può mancare dettagli morfologici
Night vision attivo (gen. 1-3)Amplificano la luce ambiente con intensificazioneStorica tecnologia portatilePrestazioni calanti con buio totale; lag time problematico

La specifica tecnica più critica per il termico in contesto survey è il NETD (Noise Equivalent Temperature Difference): un valore inferiore a 50 mK garantisce rilevamento affidabile anche in condizioni di elevata umidità . Il campo visivo (FoV) è l’altro parametro chiave: un FoV ampio (es. 32°) permette di monitorare più PRF simultaneamente .


Perché le NVA sono Diventate Indispensabili?

La ricerca che ha motivato la transizione è riassumibile nei seguenti punti documentati:

  • Un’analisi su 100 roost alberati noti (condotta tra 2013 e 2019, con 8 specie) ha dimostrato che il 26% dei survey non rilevava bats né visivamente né con NVA; senza NVA, le specie a eccolocalizzazione silenziosa o con exit point in ombra risultavano sistematicamente sottostimate .
  • Molti pipistrelli rientrano al roost presto, prima dell’alba, rendendo i dawn re-entry surveys spesso inaffidabili: le NVA dusk di qualità elevata possono compensare l’assenza del survey all’alba .
  • Le NVA termiche consentono di tracciare il percorso esatto del pipistrello fino alla singola tegola o fessura da cui emerge, rendendo la documentazione evidenziale molto più precisa e difendibile nella reportistica a clienti e enti .
  • Con le NVA, la copertura richiesta può ridursi da 9–12 notti a 3 notti di survey, ottimizzando risorse e limitando il lavoro notturno per gli ecologi .

Il Webinar di Lancio del 30 Aprile 2026

Il webinar BCT del 30 aprile rappresenta l’evento pubblico ufficiale di presentazione della guida tecnica, con opportunità di Q&A con editor, autori e contributori . È strutturato su due fasce di prezzo per rispondere alle diverse esigenze:

  • Ecologi professionisti che utilizzeranno la guida nell’ambito del CPD (Continuing Professional Development)
  • Volontari bat workers che la usano esclusivamente per supportare la conservazione dei pipistrelli

La guida pubblicata il 23 aprile 2026 va oltre le linee guida BCT generali (4ª edizione 2023), fornendo istruzioni tecniche dettagliate sull’utilizzo delle NVA specificamente negli emergence survey .


Quadro Normativo e Rilevanza Professionale

Nel febbraio 2026, la DAERA (Northern Ireland) ha pubblicato uno specifico documento di orientamento obbligatorio sulle NVA per tutti gli ecologi che conducono bat survey in Irlanda del Nord . In Inghilterra, le linee guida BCT 4ª edizione (2023) sono il riferimento standard richiesto da Natural England e DAERA per survey validi ai fini pianificatori . Anche l’Irlanda (MKO, 2024) cita l’uso delle NVA come requisito, non opzione, negli emergence/re-entry survey, con obbligo di giustificare eventuali omissioni nel report .


Tecnologia Avanzata: Termico e Analisi Radiometrica

Una frontiera recente è l’utilizzo di dati radiometrici (temperature assolute per pixel) per automatizzare l’analisi video post-survey, riducendo drasticamente i tempi di revisione delle registrazioni . I kit come il Thermal Vision Ecology Kit permettono di:

  • Pre-pianificare il posizionamento delle telecamere e il campo visivo sulle PRF
  • Coprire ampie facciate di edifici con obiettivi wide-angle, equivalenti a 3–4 scope tradizionali
  • Tracciare automaticamente i percorsi di volo e collegare ogni pipistrello alla singola apertura del roost

Domande di Ripasso / Flashcard

D1: Cosa sono le NVA e quali tre tipologie principali esistono negli emergence survey?
R: Night Vision Aids: telecamere infrarosso (IR), termocamere (FLIR/termico), visori notturni attivi.

D2: Da quando le NVA sono diventate obbligatorie (non facoltative) nelle linee guida BCT?
R: Dal maggio 2022 con l’Interim Guidance Note, confermato nella 4ª edizione (settembre 2023).

D3: Perché i dawn re-entry surveys sono stati ridimensionati?
R: Ricerche dimostrano che molti pipistrelli rientrano al roost presto, prima dell’alba; le NVA di qualità elevata durante l’emergence survey dusk compensano questa perdita.

D4: Qual è il valore NETD consigliato per una termocamera da bat survey?
R: Inferiore a 50 mK (millikelvin).

D5: Qual è la durata standard di un dusk emergence survey secondo le linee guida BCT?
R: Da 15 minuti prima del tramonto a 1,5–2 ore dopo il tramonto.

D6: Qual organizzazione ha pubblicato il documento NVA obbligatorio per il Nord Irlanda nel febbraio 2026?
R: DAERA (Department of Agriculture, Environment and Rural Affairs).

D7: Che vantaggio operativo offrono le NVA rispetto ai survey tradizionali, in termini di numero di notti necessarie?
R: La riduzione può arrivare da 9–12 notti a 3 notti di survey completo.


Questa scheda di studio copre l’evento BCT del 30 aprile 2026 e tutto il background tecnico-normativo delle NVA per bat emergence survey. La guida tecnica pubblicata il 23 aprile costituisce il primo documento interamente dedicato al tema per ecologi professionisti nel contesto delle linee guida BCT; il webinar offre accesso diretto agli autori tramite sessione Q&A .

If you wish to buy just the technical guide with the webinar recording rather than attending the live event, click here: https://learn.bats.org.uk/courses/NVAs-guide-and-webinar

If you wish to buy just the technical guide without the webinar, click here: https://learn.bats.org.uk/courses/NVA-technical-guide-only

Fonti consultate

L'articolo La BCT lancia la prima guida tecnica completa sulle Night Vision Aids per il monitoraggio dei pipistrelli proviene da Scintilena.

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  • Abisso Mattarelli: nuove esplorazioni e sviluppo oltre i 7 km
    Condividi Gli speleologi del GSV CAI Varese annunciano sui social nuove scoperte alla Grotta Mattarelli, esplorata per oltre un chilometro nelle ultime uscite tra marzo e aprile 2026. La cavità raggiunge ora 7203 metri di sviluppo e resta al centro dell’attività esplorativa al Campo dei Fiori, con importanti potenzialità ancora da indagare. Nel 2023, dopo 8 anni di ricerche e fatiche, gli speleologi del Gruppo Speleologico CAI Varese (GSV) avevano raggiunto un grande obiettivo: il secondo ing
     

Abisso Mattarelli: nuove esplorazioni e sviluppo oltre i 7 km

Apríl 29th 2026 at 05:00

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Gli speleologi del GSV CAI Varese annunciano sui social nuove scoperte alla Grotta Mattarelli, esplorata per oltre un chilometro nelle ultime uscite tra marzo e aprile 2026. La cavità raggiunge ora 7203 metri di sviluppo e resta al centro dell’attività esplorativa al Campo dei Fiori, con importanti potenzialità ancora da indagare.

Nel 2023, dopo 8 anni di ricerche e fatiche, gli speleologi del Gruppo Speleologico CAI Varese (GSV) avevano raggiunto un grande obiettivo: il secondo ingresso all’Abisso Mattarelli (anche Grotta dei Mattarelli). Il nuovo accesso si trova alla stessa quota di quello precedente, ma consente di evitare i pozzi in frana che caratterizzano il primo tratto della cavità. E’ un punto di partenza strategico che ha consentito di proseguire la risalita verso la cima della montagna, dove molti obiettivi – tra cui Shangai – attendono gli speleologi più determinati.

In questi giorni arriva un nuovo importante aggiornamento da parte degli speleologi varesini, che sulla loro pagina Facebook annunciano un ulteriore successo, frutto di un’esplorazione condotta tra fine marzo e inizio aprile 2026, con la partecipazione di nuove e “vecchie” glorie.

dalla pagina FB del GS CAI VArese

Riportiamo il post con fedeltà:

“Ecco le ultime scoperte nella grotta dei Mattarelli, dove a 5 ore dalla superficie, si è esplorato oltre 1 km tra gallerie e ambienti mozzafiato….
La grotta raggiunge uno sviluppo di 7203m, e i fronti esplorazione sono ancora aperti!”

Il risultato conferma il grande potenziale della cavità e la continuità dell’impegno esplorativo sul massiccio del Campo dei Fiori, già protagonista negli anni recenti di importanti scoperte, insieme ad altre aree come lo Stelvio, di cui si è parlato anche al Raduno Lombardo di Malonno.

Dieci anni dall’inizio dell’avventura

La Grotta Mattarelli è stata scoperta nel 2016 dagli stessi speleologi varesini, segnando una nuova fase di interesse per il Campo dei Fiori dopo un lungo periodo di relativa inattività. L’ingresso si trova nel territorio comunale di Barasso, nella parte alta del versante meridionale del massiccio.

Verticalità – Grotta Mattarelli © Luana Aimar

Alcuni tratti della cavità si distinguono per la straordinaria ricchezza di concrezioni, con stalattiti e stalagmiti di varie forme, e un settore è caratterizzato da una presenza eccezionale di fossili, in particolare ammoniti e crinoidi, tanto da ricordare una vera e propria galleria di museo di storia naturale.

Il nuovo aggiornamento esplorativo conferma come l’Abisso Mattarelli (guardate le foto da Facebook! https://www.facebook.com/media/set/?vanity=GSVarese&set=a.1647621112145082)

@Peter Lindner – dalla pagina FB del GS CAI Varese

è tutt’altro che “chiuso”: i fronti restano aperti e le prospettive di sviluppo continuano a stimolare l’attività del gruppo.

Ed ecco il resoconto dettagliato delle esplorazioni, inviato da Sandro Uggeri sulla lista Speleo-it, che cita anche gli speleologi coinvolti, ai quali vanno i nostri complimenti per la perseveranza e i risultati raggiunti:

Le ultime informazioni scritte su Speleo-IT relative alla Grotta Mattarelli (M. Campo dei Fiori, Varese) risalgono all’inizio 2023, in occasione dell’apertura del secondo ingresso, scoperto utilizzando tecniche speleologiche (risalite e disostruzioni), topografiche, ARTVA, radioline e datalogger… Ingresso importante perché il primo è assai pericoloso per attraversamenti di frane verticali molto instabili.

Anche per sistemare il secondo ingresso, che si apre verticale nel centro di una valletta, c’è voluto il suo tempo. Idem per rendere il successivo percorso un minimo agevole, aprendo lo Stalinpass, che permette di evitare lo stretto e fangoso Ramo Ortomio, così denominato per le tante concrezioni a cavolfiore.

Finalmente sono stati guardati i rami in risalita presso il nuovo ingresso. 

Ripetuti test col Naso, abbinati a datalogger di temperatura, hanno accertato connessioni con le tre principali grotte soprastanti, Shanghai, Uno e Fulmini, ma per il momento da Mattarelli non è stata trovata la via giusta. Concentrandosi su Shanghai sono state fatte una decina di uscite, fino ad avere la meglio sulla strettoia detta “della tanica”, strumento utilizzato per allontanare il detrito. Oltre la strettoia, due saloni ed una galleria in discesa, fino ad una strettoia ventosa che rappresenta l’ attuale fondo, a circa -180, a 900 m dall’ ingresso, con percorrenza non banale. La distanza da Mattarelli è circa una quarantina di metri, non facili da superare perché in questo tratto le due grotte si sviluppano in parallelo.

Tornando a Mattarelli, la più importante scoperta ha luogo questo inverno: il ramo dedicato ad Andrea Gonzaga, speleologo varesino deceduto in autunno, quasi all’improvviso, lasciando un grande vuoto.

Il Ramo Andy inizia circa a -380, con una serie di camini per un’ottantina di metri di dislivello positivo. In cima intercettano una zona freatica antica: sono particolari i resti di un antico lago, ora testimoniato da profondi mud crack fossili, talvolta ricoperti da una sabbiolina costituita da ossicini di pipistrelli.

All’insù la zona freatica continua con la Galleria Controvento, ultima esplorazione domenica scorsa: finisce su camino ventoso e pozzo inesplorato. All’ingiù invece si sviluppa la Galleria Basilisco, un grosso freatico anch’esso fermo, da una settimana, su di un pozzo. Manca poco per superare in pianta ed in sezione il fondo di Mattarelli, -414. Qualche centinaio di metri più a sud si trova Nuovi Orizzonti, il freatico alla base del Campo dei Fiori, con i suoi 7300 metri di sviluppo.

Mattarelli misura al momento 7200 metri di sviluppo, di cui circa 1500 metri esplorati nel 2026. 

Come ormai d’uso (purtroppo) io scrivo ma partecipo solo marginalmente alle esplorazioni, spinte dai soci più giovani del GSV CAI Varese. Tra tutti vanno citati Simon Beatrice, Leopoldo Losa, Oliver Beatrice, Marco Bertoni, Giuseppe Gastaldi, Peter Beatrice, Massimo Loriato, Santo Vezzano ed il supporto fornito dal Gruppo Grotte le Nottole, dal GG Cai Gallarate e dall’ adrenalinico Corvo, ritornato per l’occasione nella sua culla speleologica”.

Le fotografie sono attinte dalla pagina social del Gruppo Speleologico CAI Varese (GSV) , eccetto lo scatto di @Luana Ajmar, tratto dalla pagina dello Scarpone del CAI.

dalla pagina FB del GS CAI Varese

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Milé deti a návštevníci pozývame vás na Deň detí a jaskýň do Važeckej jaskyne, ktorý sa uskutoční dňa 02.06.2026. V programe, ktorý sme pre vás pripravili bude prehliadka jaskyne, malé prezentácie o tom, čo sa v jaskyni deje, ručné aktivity ako výroba vlastného pravekého náhrdelníka, maľovanie netopierov, maľovanie na skaly, maľovanie na tvár, zopár hier a podobne. V prípade záujmu si spravte rezerváciu na telefónnom čísle: +421 44 529 41 71 alebo emaile: vazecj@ssj.sk Tešíme sa na Vás všetkých malých aj veľkých!



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  • Le “miniere” a km 0 dei costruttori romani: i Colli Euganei svelano il loro segreto
    Condividi Il progetto EuQuGeA dell’Università di Padova identifica l’antico distretto estrattivo che riforniva i grandi cantieri imperiali Cave romane nei Colli Euganei: una scoperta millenaria Gli antichi ingegneri romani sapevano dove cercare i materiali migliori senza percorrere centinaia di chilometri. Nei Colli Euganei, a pochi passi dai cantieri, avevano individuato una fonte di approvvigionamento di prim’ordine: la pozzolana euganea, una breccia di esplosione vulcanica dalle
     

Le “miniere” a km 0 dei costruttori romani: i Colli Euganei svelano il loro segreto

Apríl 28th 2026 at 14:00

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Il progetto EuQuGeA dell’Università di Padova identifica l’antico distretto estrattivo che riforniva i grandi cantieri imperiali


Cave romane nei Colli Euganei: una scoperta millenaria

Gli antichi ingegneri romani sapevano dove cercare i materiali migliori senza percorrere centinaia di chilometri. Nei Colli Euganei, a pochi passi dai cantieri, avevano individuato una fonte di approvvigionamento di prim’ordine: la pozzolana euganea, una breccia di esplosione vulcanica dalle eccezionali proprietà consolidanti, e la trachite, roccia lavica densa destinata a muri e pavimentazioni stradali.

A restituire alla storia questo sistema estrattivo dimenticato è il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization), promosso dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023.


Droni e laser per rileggere il paesaggio delle cave

La prima scoperta arriva dal cielo. Nello studio firmato da Josiah Olah, dottorando del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, droni equipaggiati con tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging) hanno sorvolato l’area dei Colli Euganei. I sensori laser hanno filtrato virtualmente la fitta vegetazione boschiva, restituendo un modello tridimensionale del terreno ad alta risoluzione.

Algoritmi di clustering morfometrico hanno poi classificato le forme del suolo rilevate, permettendo di distinguere le tracce di cavatura antica dalle concavità naturali del territorio.

Il risultato è stato la localizzazione di due siti estrattivi completamente abbandonati e assenti dalla memoria storica: uno nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme, l’altro in Via Scagliara a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri. Entrambi conservano segni inconfutabili di cavatura antica, precedente all’industrializzazione moderna.


La firma geochimica della pozzolana di Villa Draghi

Una volta identificato il “dove”, le analisi di laboratorio hanno chiarito il “cosa” e il “perché”. Il secondo studio, pubblicato su PLOS One e coordinato dal ricercatore Simone Dilaria, ha completato il quadro attraverso un protocollo di indagini petrografiche e geochimiche, confrontando i campioni prelevati dai fronti di cava con un ampio database di rocce euganee sviluppato dal team dell’Università di Padova.

Le analisi hanno dimostrato che dalla cava di Villa Draghi i Romani estraevano una specifica pozzolana euganea, impiegata per realizzare i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi, l’antica Montegrotto Terme. La stessa roccia veniva scelta per le sue proprietà consolidanti: mescolata nelle malte, ne migliorava nettamente le caratteristiche strutturali.

La firma geochimica di questo materiale è stata riconosciuta non solo nelle costruzioni locali, ma anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia. Il che dimostra che la pozzolana euganea non era una semplice risorsa di prossimità: era un prodotto considerato pregiato, commercializzato su medie e lunghe distanze.


L’alternativa locale alla Pozzolana Flegrea

Il progetto EuQuGeA si inserisce in un percorso di ricerca già avviato. Uno studio del 2024, coordinato dallo stesso team dell’Università di Padova in collaborazione con le Università Ca’ Foscari di Venezia e di Modena e Reggio Emilia, aveva evidenziato come per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia i Romani importassero via mare dalla Campania la celebre “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio, materiale costoso e proveniente da oltre un migliaio di chilometri.

I nuovi risultati di EuQuGeA mostrano un’immagine più articolata. Nei Colli Euganei, gli stessi ingegneri romani avevano individuato un’alternativa a km 0 di pari efficacia, sfruttando una conoscenza capillare delle georisorse locali. Un sapere tecnico di precisione che è poi andato perduto nel corso dei secoli.

Come sottolinea il professor Michele Secco, principal investigator del progetto, i risultati dimostrano «la conoscenza capillare e di incredibile dettaglio delle georisorse locali e della loro ottimizzazione nei cantieri: un sapere ingegneristico andato poi perduto nel corso dei secoli e oggi finalmente riscoperto grazie al progetto EuQuGeA».


Un team interdisciplinare per decifrare le rocce

Il progetto EuQuGeA ha coinvolto ricercatori di più dipartimenti e istituzioni. Per il Dipartimento dei Beni Culturali, i docenti Jacopo Bonetto, Caterina Previato e Jacopo Turchetto hanno curato l’inquadramento storico-archeologico, le analisi tecnico-costruttive e le ricognizioni topografiche. Il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, con il professor Claudio Mazzoli e i ricercatori Luigi Germinario e Jacopo Nava, ha fornito il contributo petrografico e geochimico per l’analisi delle rocce vulcaniche.

La validazione degli algoritmi di elaborazione dei dati da drone è stata garantita dai ricercatori Sebastiano Chiodini (Dip. Ingegneria Industriale) e Filippo Carraro (Dip. Ingegneria Civile, Edile e Ambientale). I voli LiDAR operativi sono stati condotti da Cristiano Miele della società padovana Archetipo s.r.l. Il progetto ha potuto contare anche sui contributi internazionali di Milo K. Pilgrim (University of Texas at Austin) e Matthew Tryc (WSP-Albuquerque).


Articolo di La Scintilena – Notiziario italiano di Speleologia
Fonte primaria: Università di Padova / Le Scienze, 24 aprile 2026


Scheda di studio completa

  • Concetti e definizioni dei materiali lapidei romani (Pozzolana Euganea, Trachite, Opus caementicium) e delle tecnologie usate (LiDAR, clustering morfometrico)
  • I due studi scientifici del progetto EuQuGeA con metodologie e risultati
  • Il team di ricerca completo con ruoli e affiliazioni
  • Il contesto storico dell’approvvigionamento edilizio romano e la strategia “km 0”
  • 6 domande di autoverifica con risposte
  • Flashcard rapide per memorizzazione veloce dei dati chiave

Le “miniere” edilizie a km 0 degli antichi Romani – Progetto EuQuGeA

Fonte: Università di Padova / Le Scienze – 24 aprile 2026


Panoramica

Il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization) dell’Università di Padova ha ricostruito per la prima volta il distretto estrattivo antico dei Colli Euganei, rivelando come gli ingegneri romani selezionassero con straordinaria precisione le risorse lapidee locali per le loro costruzioni, evitando costose importazioni a lunga distanza.


Concetti Chiave e Definizioni

TermineDefinizione
Pozzolana EuganeaBreccia di esplosione vulcanica estratta dai Colli Euganei; mescolata nelle malte, migliorava nettamente le proprietà strutturali dei calcestruzzi
Pozzolana FlegreaCenere vulcanica campana citata da Vitruvio; importata via mare per grandi infrastrutture come Aquileia; più costosa e proveniente da lunga distanza
TrachiteDensa roccia lavica estratta abbondantemente nei Colli Euganei; usata per la costruzione di muri e la pavimentazione delle strade
Opus caementiciumCalcestruzzo romano realizzato con aggregati vulcanici (pozzolana) e leganti; straordinariamente duraturo grazie alle reazioni pozzolaniche
LiDAR (Light Detection and Ranging)Tecnologia laser montata su drone che permette di mappare il terreno “filtrando” virtualmente la vegetazione e rilevando micromodificazioni del suolo
Clustering morfometricoAlgoritmo che classifica automaticamente le forme del terreno rilevate dal LiDAR, distinguendo cave artificiali da concavità naturali
Fons AponiNome romano dell’attuale Montegrotto Terme (PD); sede di importanti terme di epoca imperiale costruite con pozzolana estratta dalla cava di Villa Draghi

I Due Materiali Estratti

1. Pozzolana Euganea (aggregato pozzolanico)

  • Breccia di esplosione vulcanica che affiora solo in limitate porzioni del territorio euganeo
  • Estratta specificatamente dalla cava di Villa Draghi (Montegrotto Terme)
  • Utilizzata per i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi
  • La sua firma geochimica è stata riconosciuta anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia (Friuli-Venezia Giulia), prova di un commercio su medie e lunghe distanze
  • Alternativa locale di pari efficacia alla costosa Pozzolana Flegrea campana

2. Trachite

  • Roccia lavica densa, estratta in modo più diffuso nei Colli Euganei
  • Destinata a costruzione di muri e pavimentazione delle strade
  • Utilizzata dall’età preistorica fino ai giorni nostri[1]
  • La sua estrazione ha continuato fino all’era industriale, quando la produzione raggiunse quasi 6 milioni di tonnellate nel 1968[1]

Metodologie della Ricerca

Studio 1 – Mappatura LiDAR da Drone

Pubblicazione: Journal of Archaeological Science
Autore principale: Josiah Olah (Dip. Beni Culturali, UniPD)

Metodo:

  1. Droni equipaggiati con sensori LiDAR sorvolano i Colli Euganei
  2. La tecnologia penetra la vegetazione boschiva, acquisendo dati tridimensionali del suolo
  3. Algoritmi di clustering morfometrico analizzano le forme del terreno
  4. Cavità e fronti di cava antichi vengono distinti dalle modificazioni naturali del suolo

Risultati:

  • Identificati siti estrattivi totalmente dimenticati e abbandonati prima dell’industrializzazione moderna
  • Due siti di primaria importanza localizzati:
  • Cava di Villa Draghi – nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme
  • Via Scagliara – a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri

Studio 2 – Identificazione Archeometrica dei Materiali

Pubblicazione: PLOS One
Autore principale: Simone Dilaria (Dip. Beni Culturali, UniPD)

Metodo:

  1. Campionamento dei fronti di cava di Villa Draghi
  2. Analisi petrografiche (osservazione al microscopio della struttura della roccia)
  3. Analisi geochimiche (composizione chimica degli elementi)
  4. Confronto con il database di campioni di rocce euganee sviluppato dal team UniPD
  5. Confronto incrociato con le malte degli edifici termali antichi

Risultati:

  • Dimostrata la provenienza dei materiali delle terme di Fons Aponi dalla cava di Villa Draghi
  • Firma geochimica riconoscibile anche nelle malte di Aquileia ? prova di distribuzione commerciale

Team di Ricerca

NomeEnteRuolo
Michele Secco (P.I.)UniPD – Dip. Beni CulturaliCoordinamento generale, petrografia
Josiah OlahUniPD – Dip. Beni CulturaliRilievi LiDAR e clustering morfometrico
Simone DilariaUniPD – Dip. Beni CulturaliAnalisi archeometriche, malte
Jacopo Bonetto, Caterina Previato, Jacopo TurchettoUniPD – Dip. Beni CulturaliInquadramento storico-archeologico, topografia
Claudio Mazzoli, Luigi Germinario, Jacopo NavaUniPD – Dip. GeoscienzePetrografia e geochimica delle rocce
Sebastiano ChiodiniUniPD – Dip. Ingegneria IndustrialeValidazione algoritmi e dati LiDAR
Filippo CarraroUniPD – ICEAElaborazione dati territoriali da drone
Cristiano MieleArchetipo s.r.l. (Padova)Voli LiDAR operativi
Milo K. PilgrimUniversity of Texas at AustinContributo internazionale
Matthew TrycWSP-AlbuquerqueContributo internazionale

Finanziamento: Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – Bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023


Contesto Storico: Romani e Risorse Lapidee

Prima del Progetto EuQuGeA (studio 2024)

  • Per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia, i Romani importavano via mare dalla Campania la “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio
  • Si trattava di un materiale prezioso, costoso e proveniente da oltre 1.000 km di distanza

La Novità del Progetto EuQuGeA

  • I Romani avevano individuato nei Colli Euganei una alternativa locale di pari efficacia
  • Strategia “km 0”: approvvigionamento locale riducendo i costi di trasporto via mare
  • Dimostrazione di una conoscenza capillare delle georisorse del territorio
  • Tale sapere ingegneristico è poi andato perduto nei secoli successivi

Importanza per l’Archeologia

  • Le cave di Villa Draghi erano completamente dimenticate dalla memoria storica
  • Il LiDAR le ha “riscoperte” senza alcuno scavo invasivo
  • La firma geochimica permette di tracciare le rotte commerciali del materiale estratto

Domande di Autoverifica

  1. Che cos’è la “Pozzolana Euganea” e perché era preziosa per i Romani?
    (R: breccia di esplosione vulcanica estratta in aree limitate dei Colli Euganei; mescolata nelle malte migliorava le proprietà strutturali del calcestruzzo, sostituendo localmente la più costosa Pozzolana Flegrea campana)
  2. Qual è la differenza d’uso tra pozzolana e trachite nell’edilizia romana?
    (R: la pozzolana era usata come aggregato pozzolanico nei calcestruzzi delle terme; la trachite era destinata a muri e pavimentazioni stradali)
  3. Come ha permesso il LiDAR di individuare la cava di Villa Draghi?
    (R: i sensori laser montati su drone hanno filtrato la vegetazione boschiva e rilevato le modificazioni del suolo, poi classificate tramite algoritmi di clustering morfometrico per distinguere le tracce di cava dalle concavità naturali)
  4. Quali costruzioni sono state collegate con certezza alla cava di Villa Draghi?
    (R: le terme di Fons Aponi / Montegrotto Terme e, tramite firma geochimica, le terme tardo-antiche di Aquileia)
  5. Qual è la prova che la pozzolana euganea non era solo usata localmente?
    (R: la sua firma geochimica è stata riconosciuta nelle malte delle terme di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia, dimostrando una distribuzione commerciale su medie e lunghe distanze)
  6. Quale studio precedente (2024) aveva già avanzato ipotesi sull’approvvigionamento romano?
    (R: uno studio coordinato dallo stesso team UniPD con Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Modena e Reggio Emilia, che aveva dimostrato l’importazione via mare della Pozzolana Flegrea per Aquileia e la Laguna di Venezia)

Flashcard Rapide

DomandaRisposta
Acronimo del progettoEuQuGeA
Principal InvestigatorMichele Secco (UniPD)
Tecnologia per la mappaturaLiDAR su drone + clustering morfometrico
Rivista dello studio LiDARJournal of Archaeological Science
Rivista dello studio archeometricoPLOS One
Autore studio LiDARJosiah Olah
Autore studio archeometricoSimone Dilaria
Cava identificataVilla Draghi, Montegrotto Terme
Terme costruite con la pozzolana localeTerme di Fons Aponi (Montegrotto Terme)
Pozzolana alternativa (importata)Pozzolana Flegrea (Campania)
Altro sito estrattivo identificatoVia Scagliara, Turri (Monte Oliveto)
Distanza commerciale provataAquileia (Friuli-Venezia Giulia)
FinanziamentoFondazione CARIPARO – bando 2023

Fonti consultate

L'articolo Le “miniere” a km 0 dei costruttori romani: i Colli Euganei svelano il loro segreto proviene da Scintilena.

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  • Bracken Cave Preserve: al via la stagione 2026 per visitare la più grande colonia di pipistrelli al mondo
    Condividi A San Antonio, in Texas, si apre ogni anno uno degli spettacoli naturali più imponenti del pianeta: 15-20 milioni di pipistrelli messicani dalla coda libera emergono ogni sera da una singola grotta. I biglietti per la stagione 2026 sono disponibili dal 15 aprile. Bracken Cave Preserve è una grotta nella Contea di Comal (Texas), ufficialmente nel Guinness dei Primati come la più grande colonia di pipistrelli al mondo, con 15–20 milioni di esemplari di Tadarida brasiliensis (p
     

Bracken Cave Preserve: al via la stagione 2026 per visitare la più grande colonia di pipistrelli al mondo

Apríl 28th 2026 at 13:00

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A San Antonio, in Texas, si apre ogni anno uno degli spettacoli naturali più imponenti del pianeta: 15-20 milioni di pipistrelli messicani dalla coda libera emergono ogni sera da una singola grotta. I biglietti per la stagione 2026 sono disponibili dal 15 aprile.


Bracken Cave Preserve è una grotta nella Contea di Comal (Texas), ufficialmente nel Guinness dei Primati come la più grande colonia di pipistrelli al mondo, con 15–20 milioni di esemplari di Tadarida brasiliensis (pipistrello messicano dalla coda libera) presenti ogni estate.

Visit Bracken Cave Preserve – Bat Conservation International


La specie protagonista: Tadarida brasiliensis

La Tadarida brasiliensis è un chirottero piccolo (?12 g) ma straordinariamente capace:

  • Raggiunge velocità di oltre 96 km/h (max registrato vicino a 160 km/h)
  • Caccia a quote superiori ai 3.000 m intercettando falene migratorie
  • Produce chiamate di ecolocalizzazione tra 20 e 75 kHz
  • È l’unica specie documentata a disturbare il sonar dei propri conspecifici per sottrarre loro le prede (jamming acustico), vanificando fino all’85,9% dei tentativi avversari

Tadarida brasiliensis – Bat Conservation International

Ciclo biologico nella grotta

Le femmine gravide percorrono fino a 1.600 km dal Messico per arrivare a Bracken in marzo-aprile. A giugno partoriscono un unico cucciolo, lasciandolo su creches parietali così dense da raggiungere 400–500 cuccioli per piede quadrato. Al rientro dalla caccia, ogni madre riconosce il proprio piccolo tra milioni grazie a memoria spaziale, vocalizzazioni e olfatto. Il primo volo del cucciolo — nel buio totale, circondato da milioni di altri giovani — è un test di sopravvivenza critico: una caduta a terra significa essere consumati in pochi minuti dai coleotteri dermatidi che tappezzano il pavimento; almeno il 50% non sopravvive al primo anno.


Servizi ecosistemici

Ogni notte la colonia consuma tra 100 e 140 tonnellate di insetti, tra cui molti parassiti agricoli. Il risparmio quantificato per i soli coltivatori di cotone locali è di circa $741.000 l’anno, mentre il valore complessivo dei servizi di controllo biologico delle singole colonie supera mediamente $1 milione annuo.


Minacce e conservazione

MinacciaRisposta
Sviluppo urbano (3.500+ abitazioni previste sotto la rotta di volo)Accordo da $20,5 milioni nel 2017 tra 6 enti pubblici e privati; area dichiarata conservation easement permanente
White-nose Syndrome (fungo Pd rilevato nel 2019)Monitoraggio annuale BCI; la T. brasiliensis è considerata meno vulnerabile perché non iberna
Pressione sul Recharge Zone dell’Acquifero EdwardsLa riserva protegge l’acqua potabile per ~2 milioni di texani

Visite 2026

La stagione 2026 è aperta: i tour serali iniziano il 17 maggio 2026 con prenotazione obbligatoria online. I soci BCI ricevono uno sconto del 50% per fino a 8 persone. Il report contiene il calendario completo con le date di giugno 2026.

Il report allegato copre in dettaglio biologia, migrazione, storia del guano, conservazione del territorio carsico e il significato speleologico della grotta per la tutela delle aree carsiche italiane.

La grotta che ospita la più grande colonia di pipistrelli del mondo

Bracken Cave si trova nella Contea di Comal, Texas, a circa trenta chilometri a nord-est di San Antonio. Il suo ingresso è una fenditura a mezzaluna larga una trentina di metri, che si apre sul fondo di una dolina formatasi in seguito al crollo del soffitto di una cavità carsica sviluppata nel calcare della Edwards Plateau.wikipedia+1

Ogni anno, da marzo a ottobre, la grotta accoglie la più grande colonia di pipistrelli conosciuta al mondo. La specie protagonista è il pipistrello messicano dalla coda libera (Tadarida brasiliensis), presente con una popolazione stimata tra i 15 e i 20 milioni di individui. Nel 2023, il Bracken Cave Preserve è stato inserito ufficialmente nel Guinness dei Primati per questo primato.scintilena+1

La grotta è gestita da Bat Conservation International (BCI), organizzazione non profit con sede ad Austin, che nel 1992 acquistò la proprietà iniziale di circa 697 acri dalla famiglia Marbach. Oggi, grazie a successive acquisizioni e alla collaborazione con The Nature Conservancy, la riserva protegge complessivamente oltre 3.462 acri di paesaggio tipico della Texas Hill Country.batcon+1


La biologia del pipistrello messicano dalla coda libera

La Tadarida brasiliensis è un chirottero di piccola taglia, con un peso medio di circa 12 grammi. La coda si estende oltre la membrana interurale, caratteristica da cui deriva il nome comune. È uno dei mammiferi più veloci al mondo, con velocità medie di oltre 96 km/h e una velocità massima registrata prossima ai 160 km/h.batcon

Il sistema di ecolocalizzazione è sofisticato. Le chiamate di biosonar variano tra 20 e 75 kHz. Una ricerca ha documentato un fenomeno inatteso: i pipistrelli dalla coda libera emettono chiamate deliberatamente interferenti per disturbare il sonar dei propri conspecifici durante la competizione per una preda, vanificando fino all’85,9% dei tentativi di cattura avversari. È il primo caso documentato di jamming acustico sistematico tra animali ecolocalizzatori.sciencenews+1


Il ciclo riproduttivo nella grotta

In marzo e aprile, le femmine gravide rientrano dal Messico e dall’America Centrale percorrendo fino a 1.600 km. I maschi trascorrono la stagione in colonie più piccole altrove. A fine giugno ogni femmina partorisce un unico cucciolo.scintilena+1

I piccoli, nudi e ciechi, vengono lasciati sulle pareti della grotta in dense aggregazioni chiamate creches, con densità che raggiungono i 400–500 cuccioli per piede quadrato. Queste aggregazioni fungono da incubatori collettivi: la grotta raggiunge internamente temperature di 39-40°C. La femmina esce ogni sera per cacciare e al rientro individua il proprio cucciolo tra milioni di altri grazie a memoria spaziale, vocalizzazioni specifiche e olfatto.qualla+2

Quattro-cinque settimane dopo la nascita, i giovani si lanciano nel buio per il primo volo. Le condizioni sono estreme: buio totale, velocità minima di circa 6 m/s, necessità di eseguire una capriola quasi completa con millimetrica precisione per atterrare sulla parete. Una caduta a terra è letale: il suolo della grotta è popolato da milioni di coleotteri dermatidi carnivori capaci di ridurre un cucciolo a scheletro in pochi minuti. Si stima che almeno la metà dei cuccioli non sopravviva al primo anno.batcon+1


Uno spettacolo visibile anche sul radar meteorologico

L’emergenza serale dei pipistrelli produce un vortice visibile a occhio nudo per ore. Il suono prodotto dal volo di milioni di ali è stato descritto come simile alla pioggia battente. La colonna di animali che sale dalla dolina è così densa da essere registrata come anomalia sulle schermate del radar meteorologico Doppler del National Weather Service, dove appare simile a un temporale in formazione.scintilena+2

Ogni notte, la colonia consuma tra le 100 e le 140 tonnellate di insetti, prevalentemente falene e coleotteri di importanza agricola. Il risparmio calcolato per i soli coltivatori di cotone della regione è stimato in circa 741.000 dollari l’anno in termini di danni evitati e riduzione dei pesticidi.texashappens+1


Minacce: sviluppo urbano e sindrome del naso bianco

Negli anni 2010, il principale pericolo per la colonia fu un progetto immobiliare che prevedeva la costruzione di 3.500-4.500 abitazioni direttamente sotto la rotta di volo dei pipistrelli e sopra la Zona di Ricarica dell’Acquifero Edwards, che fornisce acqua potabile a circa due milioni di residenti del Texas centrale.sanantonioreport+2

Nel 2017 fu raggiunto un accordo da 20,5 milioni di dollari tra sei enti pubblici e privati — tra cui il Comune di San Antonio, The Nature Conservancy e BCI — che portò all’acquisizione dell’intera area e alla sua dichiarazione come conservation easement permanente.nature+1

Sul fronte sanitario, nel febbraio 2019 BCI ha annunciato il rilevamento del fungo Pseudogymnoascus destructans (agente causale della White-nose Syndrome) nella Bracken Cave Preserve, nell’ambito di un programma di sorveglianza sistematica. Al momento della rilevazione non erano presenti segni della malattia nei pipistrelli. La T. brasiliensis è considerata meno vulnerabile rispetto alle specie ibernanti, in quanto migra anziché trascorrere l’inverno in letargo nelle grotte. Il monitoraggio annuale prosegue in collaborazione con il Texas Parks and Wildlife Department.batcon+1


Come visitare Bracken Cave Preserve nel 2026

Bat Conservation International organizza tour guidati serali (e alcuni mattutini) durante tutta la stagione estiva. I biglietti per la stagione 2026 sono disponibili online con prenotazione obbligatoria: non vengono venduti all’ingresso.scintilena

  • Apertura prenotazioni per soci BCI: 1 aprile 2026scintilena
  • Apertura al pubblico generale: 15 aprile 2026scintilena
  • Prime visite serali: 17 maggio 2026scintilena
  • Prime visite mattutine: 14 giugno 2026scintilena

L’adesione annuale a BCI (45 dollari) garantisce uno sconto del 50% sui biglietti, valido per fino a 8 persone e per più visite nella stagione. I visitatori vengono accolti su piattaforme panoramiche all’orlo della dolina, dove assistono all’intera emergenza serale.scintilena

Per prenotare: batcon.simpletix.com — Per informazioni sui gruppi: bracken@batcon.org


Bracken Cave Preserve – La Più Grande Colonia di Pipistrelli al Mondo

Panoramica


Bracken Cave bat emergence
Bracken Cave è una grotta situata nella Contea di Comal, Texas, a circa 20-30 miglia a nord-est di San Antonio. Il suo ingresso è una fenditura a mezzaluna larga circa 30 metri, che si apre sul fondo di una dolina formatasi in seguito al crollo del tetto della cavità originale. Ogni anno, da marzo a ottobre, ospita la più grande colonia di pipistrelli conosciuta al mondo — stimata tra 15 e 20 milioni di esemplari di pipistrello messicano dalla coda libera (Tadarida brasiliensis) — rendendola al tempo stesso la più grande concentrazione di mammiferi del pianeta.[1][2][3]
La grotta è gestita da Bat Conservation International (BCI), organizzazione no-profit con sede ad Austin, che nel 1992 acquistò la proprietà iniziale di circa 697 acri dalla famiglia Marbach. Grazie a successive acquisizioni e alla collaborazione con The Nature Conservancy, oggi la riserva protegge complessivamente oltre 3.462 acri contigui di paesaggio tipico della Texas Hill Country.[4][3]


La Specie: Tadarida brasiliensis

Caratteristiche morfologiche


Brazilian free-tailed bat
Il pipistrello messicano dalla coda libera (chiamato anche pipistrello brasiliano) è un chirottero relativamente piccolo, del peso medio di circa 12 grammi. La caratteristica più evidente è la coda, che si estende oltre la membrana interurali (uropatagium), da cui deriva il nome comune. Il pelo è corto e denso, le orecchie ampie e tondeggianti, le labbra superiori rugose e carnose.[5]

Volo e velocità

La Tadarida brasiliensis è uno dei mammiferi più veloci al mondo: è capace di raggiungere velocità medie superiori alle 60 miglia orarie (circa 97 km/h) e ha una velocità massima registrata vicina alle 100 miglia orarie (160 km/h). Vola ad alta quota, spesso superando i 3.000 metri di altitudine, per intercettare le falene migratorie notturne.[5]

Ecolocalizzazione

Come tutti i chirotteri insettivori, questa specie caccia utilizzando un sofisticato sistema di biosonar. Le sue chiamate di ecolocalizzazione variano tra 20 e 75 kHz. Accanto alle chiamate sonar, produce un ricco repertorio di vocalizzazioni sociali — chiamate di isolamento, di implorazione, canti a più sillabe — fondamentali per la vita di colonia. Una ricerca sull’auditory cortex ha dimostrato che le frequenze comprese tra 20 e 30 kHz sono iperrappresentate nella corteccia uditiva, corrispondendo alle fasi di ricerca della preda.[6][5]

Un fenomeno particolarmente interessante è il jamming acustico competitivo: i pipistrelli dalla coda libera emettono chiamate interferenti per disturbare il sonar dei competitori nelle immediate vicinanze di una preda, rendendo vano fino all’85,9% dei tentativi di cattura avversari. Questo costituisce il primo esempio documentato di un animale ecolocalizzatore che jamming sistematicamente i propri conspecifici.[7]


La Colonia di Bracken Cave

Record mondiali e Guinness dei Primati

Nel 2023, il Bracken Cave Preserve è stato ufficialmente inserito nel Guinness dei Primati per ospitare la più grande colonia di pipistrelli al mondo. La colonia è talmente numerosa che la sua emergenza notturna è visibile sulle schermate del radar meteorologico Doppler del National Weather Service: la colonna di pipistrelli che sale dal suolo viene registrata come un’anomalia radar, simile a un temporale.[1][2]

Ciclo annuale della colonia

PeriodoEvento biologico
Marzo–AprileLe femmine gravide tornano dal Messico e dall’America Centrale[8]
Maggio–GiugnoNascita dei cuccioli (pups), la grotta raggiunge picchi di 20 milioni di individui[9]
Giugno–LuglioI piccoli, nudi e ciechi, si raggruppano in creches sulle pareti fino a 400-500 pups per piede quadrato[2][10]
Luglio–AgostoI giovani imparano a volare, si uniscono alle madri nelle uscite notturne[9]
Settembre–OttobreLa colonia migra verso sud, verso il Messico e l’America Centrale[11]

La nascita e l’allattamento

Ogni femmina partorisce un unico cucciolo a tarda giugno. I piccoli, nudi e privi di pelo, vengono abbandonati sulle pareti rocciose in dense aggregazioni dette creches, che servono come incubatori collettivi per mantenere il calore corporeo (la temperatura nella grotta raggiunge i 39-40°C). La femmina lascia il piccolo ogni sera per cacciare, e al ritorno è in grado di ritrovarlo tra milioni di altri cuccioli grazie a una straordinaria combinazione di memoria spaziale, vocalizzazioni e odorato.[8][10][2]

Il primo volo dei cuccioli

Quattro-cinque settimane dopo la nascita, i giovani si lanciano nel buio della caverna per il loro primo volo, affrontando condizioni estreme: buio totale, velocità di almeno 6 m/s, necessità di eseguire una capriola quasi completa con precisione millimetrica per agganciarsi alla parete. La densità degli altri giovani in volo crea un rischio di collisione continuo. Una caduta al suolo è letale: il pavimento della grotta è popolato da milioni di coleotteri dermatidi carnivori (dermestid beetles) in grado di ridurre un giovane pipistrello a scheletro in pochi minuti. Si stima che almeno la metà dei cuccioli non sopravviva al primo anno di vita.[8][10]


Servizi Ecosistemici

Controllo biologico degli insetti

La colonia di Bracken Cave consuma ogni notte tra le 100 e le 140 tonnellate di insetti, principalmente falene, coleotteri, formiche alate e altri artropodi volanti. Tra le prede principali vi sono specie di grande importanza agricola come la Helicoverpa zea (falena del cotone) e la Agrotis (noctua degli ortaggi), importanti parassiti delle colture di mais, cotone e sorgo del Texas.[9][5][10]

Uno studio specifico sulla colonia di Bracken ha quantificato un risparmio per i coltivatori di cotone della regione di circa $741.000 all’anno in termini di mancati danni e riduzione dell’uso di pesticidi. Una valutazione più ampia del valore dei servizi di pest control forniti da T. brasiliensis nel Texas meridionale ha stimato che singole colonie hanno un valore economico medio superiore a $1 milione l’anno.[10][12]

Il guano come risorsa storica e scientifica

Ogni anno, la colonia deposita circa 50 tonnellate di guano sul suolo della grotta. Antichi resoconti di minatori di guano attestano che in alcuni punti lo spessore raggiunge dai 9 ai 18 metri, senza toccare il fondo. Durante la Guerra Civile Americana, il guano di Bracken Cave fu estratto intensivamente per produrre polvere da sparo per la Confederazione.[10]

Dal punto di vista scientifico, il guano è un archivio biologico straordinario: l’analisi del carbonio radioattivo dei suoi strati potrebbe rivelare la dieta dei pipistrelli nei secoli passati e documentare se altre specie abbiano mai abitato la grotta. La BCI sta sviluppando tecniche di carotaggio sufficientemente lunghe da penetrare i livelli più profondi, stimati con impulsi elettrici ad almeno 18-27 metri.[10]


Migrazione e Fenologia

La Tadarida brasiliensis percorre fino a 1.600 km dal Messico al Texas per raggiungere Bracken Cave ogni primavera. Una ricerca scientifica basata su 23 anni di dati radar (1995–2017) ha analizzato la fenologia migratoria della specie a Bracken Cave, scoprendo che:[3]

  • La migrazione primaverile è influenzata principalmente dalle condizioni del vento nelle aree di svernamento e sosta in Messico, non dalla temperatura come ipotizzato inizialmente.[13]
  • La migrazione autunnale risponde a diversi driver climatici rispetto a quella primaverile.[13]
  • Si osservano cambiamenti temporali nella fenologia migratoria attribuibili ai cambiamenti climatici in corso.[14]

La Riserva Naturale e le Sfide alla Conservazione

Acquisizione e gestione del territorio

BCI acquistò il nucleo originale della grotta e circa 4,7 acri circostanti nel 1992 dalla famiglia Marbach. In tre decenni di successive acquisizioni, la riserva è cresciuta fino agli attuali 1.458 acri di proprietà diretta BCI, cui si aggiungono i 1.521 acri acquistati da The Nature Conservancy in una transazione del 2014-2017. L’intera area protetta di 3.462 acri si trova a soli 20 miglia dall’Interstate 35, uno dei corridoi di urbanizzazione più rapida degli Stati Uniti.[4][15][16]

La minaccia dello sviluppo urbano

A partire dagli anni 2010, il pericolo più immediato per la colonia fu rappresentato da un progetto immobiliare della società Galo Properties, che prevedeva la costruzione di un quartiere residenziale da 3.500-4.500 abitazioni su un’area di 1.500 acri direttamente sotto la rotta di volo dei pipistrelli e sopra la Zona di Ricarica dell’Acquifero Edwards. Scienziati, conservazionisti e cittadini si opposero duramente, poiché il progetto avrebbe disturbato la colonia e compromesso la qualità delle acque sotterranee che alimentano i pozzi di circa due milioni di residenti del Texas centrale.[15][17][16]

Nel 2014 e definitivamente nel 2017, fu raggiunto un accordo storico da 20,5 milioni di dollari tra sei enti pubblici e privati: il Comune di San Antonio ($10 milioni), la Contea di Bexar ($500.000), l’Edwards Aquifer Authority ($500.000), il Corpo dell’Esercito USA ($100.000), The Nature Conservancy e BCI ($9,4 milioni, in parte da donazioni private). Il Consigliere Ron Nirenberg definì l’operazione un modello di “conservation trifecta”: protezione della grotta, dell’acquifero e dell’habitat del Golden-cheeked Warbler (Setophaga chrysoparia), specie in pericolo secondo la legge federale USA.[17][16][15]

La minaccia della White-nose Syndrome (WNS)

La White-nose Syndrome (WNS) è una malattia fungina causata dal patogeno Pseudogymnoascus destructans (Pd), che ha sterminato milioni di chirotteri ibernanti in Nord America dalla sua prima comparsa nel 2006 nello stato di New York. In alcune caverne, la mortalità ha superato il 90% degli individui presenti.[18][19][20]

Nel febbraio 2019, BCI ha annunciato il rilevamento del fungo Pd alla Bracken Cave Preserve, nell’ambito di un programma statale di sorveglianza sistematica. È importante notare che, al momento della rilevazione, non vi erano segni della malattia nei pipistrelli — solo la presenza del fungo sull’ambiente. La T. brasiliensis è ritenuta meno vulnerabile al WNS rispetto alle specie ibernanti, poiché migra e non trascorre l’inverno in letargo profondo nelle grotte. Tuttavia, la BCI ha intensificato il monitoraggio annuale e collabora con il Texas Parks and Wildlife Department per sviluppare protocolli di risposta.[21][19]


Il Programma di Visite

Struttura delle visite 2026

Bat Conservation International organizza visite guidate serali (e alcune mattutine) alla Bracken Cave Preserve durante tutta la stagione estiva. Il programma 2026 prevede:

  • Accesso anticipato per i membri BCI: codici di sconto inviati il 18 marzo 2026; preregistrazione dall’1 aprile 2026[22]
  • Apertura al pubblico generale: dal 15 aprile 2026[22]
  • Visite serali (“Evening Bat Flights”): a partire dal 17 maggio 2026[22]
  • Visite mattutine (“Morning Bat Flights”): dal 14 giugno 2026[22]
  • I biglietti non vengono venduti sul posto: la prenotazione anticipata è obbligatoria[22]

Vantaggi per i soci BCI

L’adesione annuale a BCI (45 dollari/anno) include: tre numeri annui della rivista Bats, sconto del 50% sui biglietti per Bracken Cave (valido per fino a 8 persone per più voli nella stagione), accesso prioritario alla prenotazione.[22]

Esperienza sul campo

I visitatori sono accolti su piattaforme panoramiche all’orlo della dolina. L’emergenza inizia con un vortice di pipistrelli all’interno della grotta — un updraft naturale di energia termica e cinetica — che poi sgorga verso il cielo come un “tornado” di mammiferi alati, visibile per ore dopo il tramonto. Il suono del volo di milioni di ali è stato paragonato a pioggia battente.[8][23][10]


Importanza Scientifica e Culturale

Bracken Cave non è solo un record biologico: è un archivio di storia naturale e umana. La grotta esiste nella sua forma attuale da oltre 10.000 anni. La colonia di pipistrelli in essa stanziata ha plasmato la biodiversità di tutta la Texas Hill Country, fungendo da fonte alimentare per dozzine di specie di predatori — gufi, falchi, serpenti coachwhip, procioni, gatti inanellati — e da fornitrice di un servizio di pest control altrimenti insostituibile per l’agricoltura regionale.[23][10]

La ricerca scientifica condotta a Bracken riguarda campi diversissimi: fenologia della migrazione, bioacustica e jamming del sonar, epidemiologia del WNS, paleoecologia del guano e dinamiche demografiche. La grotta appare anche nella comunicazione scientifica mainstream — è stata inclusa nella serie World’s Weirdest di National Geographic e nel pilota originale di Dirty Jobs — rendendo Bracken Cave un potente strumento di educazione ambientale per il grande pubblico.[13][21][10][7][24][3]


Connessioni con la Speleologia e la Tutela delle Aree Carsiche

Dal punto di vista speleologico, Bracken Cave è un esempio emblematico di come le cavità carsiche costituiscano ecosistemi fragili di primario valore ecologico. L’ingresso a dolina si è formato per crollo del soffitto su una cavità sviluppata nel calcare della Edwards Plateau — la stessa formazione che alimenta l’Acquifero Edwards, che fornisce acqua potabile all’intera città di San Antonio. La protezione della grotta è dunque inseparabile dalla tutela idrogeologica del territorio carsico circostante, un principio centrale nella gestione sostenibile delle aree carsiche in tutto il mondo.[25][3][16]

Il caso Bracken Cave dimostra che la tutela di una cavità non può limitarsi alla grotta in sé, ma deve necessariamente estendersi al buffer territoriale superficiale che la sovrasta e circonda: vegetazione, suolo, drenaggio delle acque, distanza dai centri urbani. Si tratta di un modello concettuale valido anche per la gestione delle aree carsiche italiane, dove grotte importanti per fauna cavernicola protetta (pipistrelli compresi) si trovano frequentemente sotto pressione da urbanizzazione e attività agricole.

Fonti consultate

  1. Bat Conservation International – Bracken and its Bats: A Natural Wonder of the World
    https://www.batcon.org/bracken-and-its-bats-a-natural-wonder-of-the-world/
  2. Bat Conservation International – Tadarida brasiliensis
    https://www.batcon.org/bat/tadarida-brasiliensis/
  3. Bat Conservation International – Visit Bracken Cave Preserve
    https://www.batcon.org/experience-bats/bat-happenings/visit-bracken-cave-preserve/
  4. Bat Conservation International – Protect & Restore: Bracken Cave Preserve
    https://www.batcon.org/our-work/protect-restore-landscapes/bracken-cave-preserve/
  5. Bat Conservation International – White-nose Syndrome Fungus Found at Bracken Cave
    https://www.batcon.org/press/fungus-that-causes-bat-killing-disease-white-nose-syndrome-is-expanding-in-texas/
  6. Wikipedia – Bracken Cave
    https://en.wikipedia.org/wiki/Bracken_Cave
  7. Scintilena – Bracken Cave: il rifugio dei pipistrelli in Texas
    https://www.scintilena.com/bracken-cave-il-rifugio-dei-pipistrelli-in-texas-con-15-milioni-di-individui-e-il-piu-grande-del-mond
  8. Scintilena – Bracken Cave entra nel Guinness dei Primati
    https://www.scintilena.com/bracken-cave-la-colonia-di-pipistrelli-piu-grande-al-mondo-entra-nel-guinness-dei-primati/06/03/
  9. Scintilena – Visitate il Bracken Cave Preserve
    https://www.scintilena.com/visitate-il-bracken-cave-preserve-unesperienza-unica-per-osservare-i-pipistrelli-dal-vivo/03/07/
  10. San Antonio Report – City Acts to Protect Bracken Cave’s Bat Colony
    https://sanantonioreport.org/bracken-bat-cave-protected-by-conservation-easement/
  11. The Nature Conservancy – Protecting Bracken Bat Cave
    https://www.nature.org/en-us/about-us/where-we-work/united-states/texas/stories-in-texas/protecting-bracken-bat-cave/
  12. Texas Public Radio – Saving the Bracken Bat Cave
    https://www.tpr.org/environment/2014-10-17/saving-the-bracken-bat-cave
  13. Science News – Bats jam each other in echolocation battles for food
    https://www.sciencenews.org/article/bats-jam-each-other-echolocation-battles-food
  14. PMC – The Potential Impact of White-Nose Syndrome on the Conservation Status of T. brasiliensis
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4159351/
  15. Wiley – Climatic drivers of changes in bat migration phenology at Bracken Cave
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gcb.15433
  16. Texas Happens – Learn More About Bracken Cave and the World’s Largest Bat Colony
    https://texashappens.com/learn-more-about-bracken-cave-and-the-worlds-largest-bat-colony/
  17. Enter the Caves – Bracken Cave and the Largest Bat Colony in the World
    https://enterthecaves.com/bracken-cave/

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