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    Condividi Nuovo straordinario risultato della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda: completato il rilievo di S7 e raggiunti grandi ambienti asciutti, mentre una forte corrente d’aria indica possibili prosecuzioni ancora tutte da esplorare Un entusiasta messaggio di Davide Godani della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda sulla lista Speleo-it annuncia un grande risultato. Il Settimo Sifone di Sa Rutta ’e S’Edera si è finalmente arreso
     

Sa Rutta ’e S’Edera, il Settimo Sifone si arrende dopo 485 metri: oltre l’acqua appare un enorme lago

September 22nd 2026 at 07:00

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Nuovo straordinario risultato della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda: completato il rilievo di S7 e raggiunti grandi ambienti asciutti, mentre una forte corrente d’aria indica possibili prosecuzioni ancora tutte da esplorare

Un entusiasta messaggio di Davide Godani della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda sulla lista Speleo-it annuncia un grande risultato.

Il Settimo Sifone di Sa Rutta ’e S’Edera si è finalmente arreso!

Dopo 485 metri di immersione, gli speleosub della Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda sono riemersi dall’altra parte, trovandosi davanti a uno scenario che supera le aspettative: nuovi ambienti asciutti e, soprattutto, un lago sotterraneo di proporzioni eccezionali.

È un risultato davvero straordinario, che premia la preparazione, la tenacia e il grande lavoro collettivo sostenuto nel Supramonte di Urzulei.

Le prime immagini esplorative riuscivano soltanto in parte a restituire la vastità dell’ambiente. È stato il rilievo, completato una volta tornati all’esterno, a rivelarne la reale dimensione: la superficie del lago viene stimata in circa 2.000 metri quadrati.

Per rendere immediatamente comprensibile la sua ampiezza, la Commissione ha sovrapposto il rilievo del nuovo lago a quello del Lago di Su Palu. Il confronto cartografico parla da solo e mostra quanto sia imponente lo spazio incontrato oltre S7.

Oltre il sifone, la grotta continua

La scoperta non si limita al grande specchio d’acqua.

Oltre la riemersione, la squadra ha raggiunto e percorso nuovi ambienti asciutti, proseguendo fino a una risalita. Da quel punto proviene un’eco impressionante, apparentemente generata da volumi di grandi dimensioni, accompagnata da una forte circolazione d’aria.

Due segnali che alimentano le speranze per il seguito dell’esplorazione.

È proprio in corrispondenza della risalita che, per questa volta, gli esploratori hanno deciso di arrestarsi. Non si tratta però di una conclusione: tutto lascia pensare che l’“assalto finale” annunciato dalla Commissione possa aprire un nuovo capitolo nella conoscenza di Sa Rutta ’e S’Edera.

Un risultato costruito nel tempo

Il nuovo avanzamento rappresenta un’ulteriore tappa del progetto esplorativo dedicato al grande sistema sotterraneo del Supramonte.

Nei mesi precedenti le squadre avevano raggiunto e superato il limite storico del Settimo Sifone, entrando in ambienti asciutti ancora da esaminare. Ora il rilievo fissa in 485 metri la lunghezza di S7 e permette di comprendere meglio le dimensioni degli spazi scoperti al di là dell’ostacolo sommerso.

Dietro questi numeri ci sono immersioni impegnative, trasporto di materiali, rilievi, documentazione e un’organizzazione collettiva indispensabile per operare in un contesto tanto complesso e remoto.

Alla Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda e a tutte le persone coinvolte va il più caloroso plauso. Raggiungere questi ambienti richiede capacità tecniche eccezionali, prudenza, determinazione e una collaborazione solidissima.

Dopo 485 metri sott’acqua, S’Edera ha restituito alla superficie i suoi esploratori e ha mostrato loro un nuovo, enorme spazio sotterraneo. Ma l’eco e l’aria che arrivano dall’alto sembrano suggerire che la grotta abbia ancora molto da raccontare.

Ora lasciamo la parola agli Esploratori:

GRANDI AMBIENTI OLTRE IL SETTIMO SIFONE

Dopo 485 metri di immersione, S7 si è finalmente arreso.

A poche decine di metri dall’ultima legatura, il sifone ci ha restituito alla superficie.

Ad attendeci poco oltre UN LAGO ENORME.

Le prime immagini esplorative riuscivano solo in parte a raccontarne le proporzioni. 
È stato il rilievo, una volta tornati fuori, a darci la reale dimensione di ciò che avevamo davanti.

Per renderla comprensibile abbiamo provato a fare qualcosa di molto semplice: sovrapporlo al Lago di Su Palu.

Il risultato parla da solo.

S’Edera aveva però ancora sorprese da riservarci per l’ASSALTO FINALE

Abbiamo raggiunto e percorso nuovi ambienti asciutti, fino a una risalita. 
Sopra di noi, un eco impressionante sembra provenire da ambienti di grandi dimensioni, accompagnato da forte circolazione d’aria.

Ed è lì che, questa volta, abbiamo deciso di fermarci.

Dopo quattro anni di esplorazioni, chilometri percorsi, immersioni, trasporti e centinaia di persone coinvolte, S’Edera ha ancora una volta spostato il suo limite.

Questa volta il punto interrogativo davanti a noi è ancora più grande! 

La storia di S’Edera non è finita.

È appena riemersa.

La ComSub

Complimenti davvero a tutta la squadra: un’impresa entusiasmante e un nuovo, magnifico risultato per la speleologia sarda e italiana!

Fonte e immagini: Commissione Speleosubacquea della Federazione Speleologica Sarda

Commissione Speleosubacquea del FSS con Davide Godani, Enrico Sedda e Floris Fedee

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  • Premio Adriatico alla memoria di Tony Vincelli, già presidente dell’associazione Speleopop
    Condividi Il riconoscimento sarà conferito il 10 ottobre 2026 all’Auditorium comunale di Termoli, durante l’ottava edizione della manifestazione “Un mare che unisce” TERMOLI. Un premio alla memoria di Tony Vincelli per ricordarne l’impegno, la passione per la speleologia e l’instancabile attività di divulgazione del mondo sotterraneo. Il riconoscimento sarà conferito nell’ambito dell’ottava edizione del Premio Adriatico “Un mare che unisce”, in programma sabato 10 ottobre 2026 all’Auditorium
     

Premio Adriatico alla memoria di Tony Vincelli, già presidente dell’associazione Speleopop

September 22nd 2026 at 06:00

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Il riconoscimento sarà conferito il 10 ottobre 2026 all’Auditorium comunale di Termoli, durante l’ottava edizione della manifestazione “Un mare che unisce”

TERMOLI. Un premio alla memoria di Tony Vincelli per ricordarne l’impegno, la passione per la speleologia e l’instancabile attività di divulgazione del mondo sotterraneo. Il riconoscimento sarà conferito nell’ambito dell’ottava edizione del Premio Adriatico “Un mare che unisce”, in programma sabato 10 ottobre 2026 all’Auditorium comunale di Termoli.

Particolarmente commosse le parole del fratello Luca, che ha affidato ai social il proprio pensiero dopo aver appreso la notizia:

«Vi lascio immaginare la mia reazione appena ho saputo della notizia… E sono sicuro che anche tu sei felicissimo per questo premio. Un abbraccio fin lassù, fratellone. Manchi tantissimo a tutti».

Tony Vincelli, presidente dell’associazione Speleopop, è scomparso nel luglio 2025 in seguito a un incidente stradale sulla Bifernina. La sua vita è stata profondamente legata all’esplorazione e alla conoscenza del sottosuolo, ma soprattutto al desiderio di condividere con gli altri quanto appreso durante anni di attività.

“Noi non siamo superficiali”, motto dell’associazione Speleopop, riassumeva bene il suo modo di pensare e di agire: andare oltre ciò che appare, conoscere le formazioni carsiche e gessose, osservare i minerali e comprendere il percorso dell’acqua che alimenta le sorgenti. Un patrimonio di conoscenze che Tony trasmetteva con entusiasmo a quanti avevano il coraggio e la curiosità di seguirlo nel mondo ipogeo.

Tra le esperienze più significative da lui promosse figura il laboratorio didattico “Le pietre di Tony”, un metodo interattivo basato sul contatto diretto con rocce magmatiche, sedimentarie e metamorfiche e con numerosi minerali. Un’attività capace di coinvolgere gli studenti e di trasformarli da semplici osservatori in partecipanti attivi, incoraggiando collaborazione, confronto e discussione.

Il laboratorio continuerà a vivere grazie all’impegno di Nicola Petrella, esperto di mineralogia e studioso del suolo e del sottosuolo, insieme ai soci di Speleopop. Non mancheranno gli strumenti utilizzati da Tony e dai suoi compagni di esplorazione, affinché nuove generazioni possano avvicinarsi alla conoscenza del mondo sotterraneo.

Il Premio Adriatico rappresenta dunque non soltanto un riconoscimento alla memoria, ma anche un modo per mantenere vivo il lavoro di Tony Vincelli e il segno profondo lasciato nella comunità, tra gli amici, gli speleologi e tutte le persone che hanno condiviso con lui la passione per la natura e l’esplorazione.

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  • Due grotte, mille indizi: a Como il corso nazionale di geologia speleologica
    Condividi Dal 25 al 27 settembre 2026 il Gruppo Speleologico Comasco propone tre giornate dedicate a imparare a leggere la storia delle grotte attraverso forme, rocce, riempimenti e strutture geologiche. Il corso nazionale sarà preceduto da due lezioni online e unirà teoria e osservazioni direttamente sul campo Le registrazione all’evento appaiono chiuse, ma l’evento è tanto interessante che vale la pena comunque parlarne: gli interessati possono sempre chiedere informazioni su una riedizione
     

Due grotte, mille indizi: a Como il corso nazionale di geologia speleologica

September 21st 2026 at 05:00

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Dal 25 al 27 settembre 2026 il Gruppo Speleologico Comasco propone tre giornate dedicate a imparare a leggere la storia delle grotte attraverso forme, rocce, riempimenti e strutture geologiche. Il corso nazionale sarà preceduto da due lezioni online e unirà teoria e osservazioni direttamente sul campo

Le registrazione all’evento appaiono chiuse, ma l’evento è tanto interessante che vale la pena comunque parlarne: gli interessati possono sempre chiedere informazioni su una riedizione del corso

Non basta percorrere una grotta per conoscerla. Pareti, sedimenti, fratture, forme di erosione e riempimenti possono conservare gli indizi di una storia iniziata molto prima dell’arrivo degli speleologi.

È proprio questa capacità di “leggere” una grotta al centro del Corso nazionale di geologia speleologica “Due grotte, mille indizi”, organizzato dal Gruppo Speleologico Comasco, gruppo di attività della Sezione CAI di Como, in programma dal 25 al 27 settembre 2026.

Dalla carta geologica alla grotta

Il percorso formativo prevede due lezioni preliminari a distanza e tre giornate in presenza.

La parte introduttiva è dedicata all’inquadramento geologico e geomorfologico dell’area, alla lettura delle carte geologiche e all’utilizzo di C-Survey, software impiegato per lavorare con i dati dei rilievi delle grotte.

Durante le giornate in presenza teoria e attività sul terreno si alterneranno per affrontare la storia geologica del territorio, i processi speleogenetici, cioè i fenomeni che portano alla formazione e all’evoluzione delle grotte, e le trasformazioni avvenute nel Neogene e nel Quaternario.

Un’attenzione particolare sarà dedicata anche all’acquisizione dei dati strutturali e alla loro rappresentazione, mettendo subito in pratica in grotta quanto appreso durante le lezioni.

Imparare a riconoscere gli indizi

L’obiettivo non è soltanto acquisire nozioni di geologia, ma soprattutto imparare un metodo di osservazione.

Morfologie, depositi e strutture possono infatti raccontare fasi diverse della vita di una cavità. Durante il corso i partecipanti saranno guidati a collegare ciò che osservano a fenomeni come il carsismo, la tettonica, i movimenti gravitativi e le successive fasi di riempimento.

Mettendo insieme questi indizi diventa possibile ricostruire, almeno in parte, la successione degli eventi che hanno modellato una grotta e collegarla alla più ampia storia geologica del territorio.

Le attività sul campo

Il corso avrà sede presso l’Oratorio della Parrocchia di San Cassiano, in località Breccia a Como, mentre le attività sul terreno interesseranno il Parco Campo dei Fiori e Grotta Volpe.

Per partecipare è necessario essere soci CAI in regola con il tesseramento 2026 e avere almeno 15 anni; per i minorenni è richiesta l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale. È inoltre necessario disporre dell’equipaggiamento adatto alle escursioni e alla progressione in grotte suborizzontali, compresi casco omologato, illuminazione principale e di riserva e calzature adeguate.

Il corso è riconosciuto anche come aggiornamento tematico per gli Istruttori titolati e qualificati di Speleologia.

Iscrizioni chiuse

La quota prevista era di 160 euro, comprendente pasti, materiale didattico digitale e coperture assicurative CAI. La scadenza per le iscrizioni era fissata al 6 settembre 2026 e la pagina della Scuola Nazionale di Speleologia indica attualmente che le registrazioni sono chiuse.

Per informazioni resta disponibile l’indirizzo speleologia@caicomo.it; il referente organizzativo indicato è Mario Noseda Pedraglio.

Programma e informazioni sulla pagina ufficiale SNS-CAI

Scintilena ne aveva già parlato

Scintilena aveva presentato “Due grotte, mille indizi” il 14 giugno 2026, raccontando l’impostazione particolare di un corso pensato per trasformare la geologia speleologica in un’esperienza concreta sul campo. Con l’avvicinarsi dell’appuntamento, torniamo a segnalarlo sulla base delle informazioni pubblicate dalla Scuola Nazionale di Speleologia del CAI.

Due grotte, mille indizi: il precedente articolo di Scintilena

Fonte: Scuola Nazionale di Speleologia – Club Alpino Italiano https://www.sns-cai.it/evento/corso-nazionale-di-geologia-speleologica-lombardia-gs-comasco-2026

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  • Etna, a ottobre il corso nazionale di speleologia in ambiente vulcanico
    Condividi Dall’8 all’11 ottobre 2026 sull’Etna il corso nazionale di aggiornamento dedicato alla vulcanospeleologia, organizzato dalla Sezione dell’Etna del CAI. Conferenze, grotte laviche, crateri sommitali, rilievo 3D ed escursioni sul campo per conoscere uno degli ambienti sotterranei più particolari d’Italia. Si avvicina l’appuntamento con il corso nazionale “La Speleologia in ambiente vulcanico”, in programma dall’8 all’11 ottobre 2026 sulle pendici dell’Etna, con sede logistica nel terr
     

Etna, a ottobre il corso nazionale di speleologia in ambiente vulcanico

September 20th 2026 at 06:00

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Dall’8 all’11 ottobre 2026 sull’Etna il corso nazionale di aggiornamento dedicato alla vulcanospeleologia, organizzato dalla Sezione dell’Etna del CAI. Conferenze, grotte laviche, crateri sommitali, rilievo 3D ed escursioni sul campo per conoscere uno degli ambienti sotterranei più particolari d’Italia.

Si avvicina l’appuntamento con il corso nazionale “La Speleologia in ambiente vulcanico”, in programma dall’8 all’11 ottobre 2026 sulle pendici dell’Etna, con sede logistica nel territorio di Milo, in provincia di Catania.

Organizzato dalla Sezione dell’Etna del Club Alpino Italiano, il corso è un aggiornamento culturale valido per Titolati e Qualificati di Speleologia del CAI ed è aperto anche agli speleologi in possesso dei requisiti tecnici richiesti.

Prima la teoria, poi l’Etna

Il percorso formativo comincerà ancora prima dell’arrivo in Sicilia, con due conferenze in FAD, cioè a distanza: la prima il 29 settembre, dedicata al vulcanismo e agli aspetti petrografici, e la seconda il 6 ottobre, dedicata agli aspetti morfologici. Entrambi gli incontri sono previsti alle ore 21.

Dall’8 ottobre ci si sposterà invece direttamente sull’Etna, alternando lezioni ed escursioni.

Il programma affronta il vulcanismo etneo, la vulcanospeleogenesi, cioè i processi attraverso i quali si formano le cavità in ambiente vulcanico, la flora e la fauna delle grotte laviche e le tecniche di rilevamento topografico, comprese quelle tridimensionali.

Dentro le grotte vulcaniche dell’Etna

Una parte importante del corso sarà naturalmente dedicata alle attività sul terreno.

Sono previste escursioni ai crateri sommitali dell’Etna, alle gallerie di scorrimento lavico della Grotta di KTM e della Grotta dei Tre Livelli, ai basalti colonnari dell’Alcantara e alle cavità legate alle fratture eruttive, tra cui la Grotta delle Palombe e i Pozzi dell’Eruzione del 1923.

Il programma comprende anche un’uscita in battello lungo la costa, da Catania a Santa Maria la Scala, per osservare le testimonianze delle eruzioni sottomarine e costiere.

L’alternanza fra teoria e osservazione diretta consentirà quindi di affrontare la vulcanospeleologia da diversi punti di vista: dalla genesi delle cavità alla loro morfologia, fino agli aspetti biologici e alle moderne tecniche utilizzate per documentarle.

Chi può partecipare

Per partecipare è necessario avere almeno 18 anni, essere soci CAI con tessera in corso di validità ed essere in grado di procedere autonomamente su sola corda. È richiesto inoltre il certificato medico previsto per l’attività sportiva.

La priorità è riservata agli istruttori della Scuola Nazionale di Speleologia CAI — INS, IS e ISS — ma il corso è aperto anche agli altri speleologi che possiedono i requisiti richiesti.

Il numero massimo indicato è di 20 partecipanti non residenti.

Quota, alloggio e organizzazione

La quota di partecipazione è di 150 euro, comprensiva di vitto, alloggio e materiale didattico.

La sede sarà una struttura riservata sulle pendici dell’Etna, nel territorio di Milo, dotata di posti letto, servizi e docce. I pasti saranno preparati e serviti nella struttura.

Per chi raggiungerà Catania con i mezzi pubblici è prevista la possibilità di organizzare un servizio navetta, contattando preventivamente la segreteria. Gli spostamenti durante le escursioni saranno effettuati con mezzi dell’organizzazione.

Per informazioni è possibile contattare Giuseppe Priolo al 347 603 0335 (giuseppe.priolo@sns-cai.it) oppure Giovanni Fichera al 338 843 0763 (giovanni.fichera@sns-cai.it). La segreteria del Gruppo Grotte Catania risponde all’indirizzo segreteria@gruppogrottecatania.it.

Programma completo, iscrizioni e informazioni sul sito SNS-CAI

Scintilena aveva già presentato il corso lo scorso 18 febbraio, quando era stato diffuso il primo programma dell’iniziativa. Ora, con l’avvicinarsi delle date, torniamo a segnalarlo facendo riferimento alle informazioni pubblicate sulla pagina ufficiale della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI : Etna 2026, speleologia in ambiente vulcanico – il precedente articolo di Scintilena

Fonte: Scuola Nazionale di Speleologia – Club Alpino Italianohttps://www.sns-cai.it/evento/corso-la-speleologia-in-ambiente-vulcanico-sicilia-ggc-ottobre-2026/

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  • Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube
    Condividi Sui Monti Lessini è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale telecamera panoramica progettata per scendere nei grandi pozzi della Luna e ricostruirne le pareti in tre dimensioni. Dopo i test nei tunnel lavici di Lanzarote, in futuro le prove potrebbero continuare nelle grotte dell’Etna. Prima di scendere in una grotta sulla Luna, meglio fare qualche prova sulla Terra: è quello che stanno facendo i ricercatori impegnati nello sviluppo di DaedalusCam, un sistema di telecamere prog
     

Dalle cave del Vicentino alle grotte della Luna: una telecamera per esplorare i lava tube

September 20th 2026 at 05:00

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Sui Monti Lessini è stata sperimentata DaedalusCam, una speciale telecamera panoramica progettata per scendere nei grandi pozzi della Luna e ricostruirne le pareti in tre dimensioni. Dopo i test nei tunnel lavici di Lanzarote, in futuro le prove potrebbero continuare nelle grotte dell’Etna.

Prima di scendere in una grotta sulla Luna, meglio fare qualche prova sulla Terra: è quello che stanno facendo i ricercatori impegnati nello sviluppo di DaedalusCam, un sistema di telecamere progettato per esplorare i lava tube lunari: grandi cavità di origine vulcanica che si trovano sotto la superficie della Luna.

La scorsa estate lo strumento è stato provato sui Monti Lessini, nel Vicentino. Per il test è stata scelta la Cava Bertocchi, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, dove il tipo di basalto presente è considerato un buon equivalente terrestre delle rocce vulcaniche che la missione potrebbe incontrare sulla Luna.

Questa volta DaedalusCam non è stata calata in una grotta: è stata montata sotto un drone e fatta volare sopra la cava. L’obiettivo era verificare se le immagini raccolte dalle sue quattro telecamere potessero essere utilizzate per ricostruire in tre dimensioni un ambiente roccioso complesso.

Il risultato, secondo i ricercatori, è stato positivo.

Le grotte della Luna

Quando parliamo di grotte lunari non dobbiamo immaginare cavità scavate dall’acqua come molte delle grotte che conosciamo sulla Terra: sono soprattutto tunnel di lava, o lava tube.

Il principio è quello che conosciamo anche nei territori vulcanici terrestri: durante un’eruzione, la parte superficiale di una colata può raffreddarsi e solidificarsi mentre al di sotto la lava continua a scorrere. Quando il flusso termina, può rimanere un condotto vuoto: una vera e propria grotta vulcanica.

Sulla Luna sono stati individuati grandi pozzi che sembrano costituire l’accesso a sistemi sotterranei molto più estesi. Secondo quanto spiegato da Emanuele Simioni, ricercatore dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica, il principale ente pubblico italiano dedicato alla ricerca in astronomia e astrofisica) di Padova, alcune di queste strutture potrebbero proseguire per decine di chilometri sotto la superficie lunare. È proprio lì sotto che vorremmo riuscire a guardare.

Andare sottoterra sulla Luna

Le grotte lunari interessano i geologi, naturalmente, ma sono considerate importanti anche pensando a una futura presenza umana sulla Luna. Il motivo è abbastanza intuitivo: la roccia sopra la testa è un ottimo tetto.

All’interno dei lava tube la temperatura potrebbe essere più stabile rispetto alla superficie e la copertura rocciosa offrirebbe protezione dai meteoriti, dai raggi cosmici e dalle radiazioni. Inoltre queste cavità sono considerate interessanti anche per la possibile presenza di ghiaccio d’acqua.

Con il “piccolo” problema che si conosce l’esistenza di alcuni ingressi, ma non si sa praticamente nulla di ciò che si trova sotto.

Da qui nasce Daedalus, il progetto dell’Agenzia spaziale europea (ESA) per mandare un robot dove un astronauta, almeno per ora, non potrebbe andare.

Un robot appeso a una corda sopra un pozzo lunare

L’idea di Daedalus ha qualcosa di sorprendentemente familiare per uno speleologo.

Un rover, cioè un veicolo robotico capace di muoversi sulla superficie lunare, dovrebbe raggiungere il bordo di uno dei grandi pozzi che danno accesso alle cavità sotterranee. Da lì, un robot di forma sferica verrebbe calato nel vuoto mediante un cavo, un po’ come una sonda che scende in un pozzo.

Il cavo avrebbe due funzioni fondamentali: fornire energia e permettere la trasmissione dei dati.

La discesa prevista è di circa 50 metri. Durante questo tratto le telecamere fotograferebbero continuamente le pareti, permettendo di ricostruire la forma del pozzo e di osservare come cambiano gli strati geologici con la profondità. Poi dovrebbe accadere qualcosa di ancora più interessante: arrivato in fondo, il robot potrebbe sganciarsi dal cavo e proseguire da solo nella grotta.

Non è previsto che torni indietro. Una volta staccato dal cavo e addentratosi nel buio, le telecamere non potrebbero più essere utilizzate, perché il sistema non dispone di una propria illuminazione. L’esplorazione proseguirebbe quindi con gli altri sensori del robot.

L’obiettivo: un pozzo di 50 metri sulla Luna

Uno dei siti scelti come possibile obiettivo di Daedalus si trova nella regione dei Marius Hills, nell’Oceanus Procellarum, vicino all’equatore lunare. L’ingresso ha un diametro di circa 50 metri e soprattutto presenta una caratteristica che rende l’esplorazione tutt’altro che semplice: è praticamente verticale.

In altre parole, prima ancora di esplorare la grotta bisogna riuscire a superarne il pozzo d’ingresso: qui entra in gioco DaedalusCam.

Quattro occhi per vedere quasi tutto

Il nome può sembrare complicato, ma il principio di DaedalusCam è abbastanza semplice.

Lo strumento è composto da quattro PanCam. PanCam significa sostanzialmente panoramic camera, cioè camera panoramica.

Ognuna possiede un campo visivo enorme, ancora più ampio di quello dei comuni obiettivi fisheye. Riesce quindi a vedere non soltanto ciò che ha davanti, ma anche molto di ciò che si trova lateralmente.

Mettendo insieme quattro di queste camere, il robot può avere una visione praticamente completa di ciò che lo circonda.

Avere tanti “occhi” serve: se un particolare della parete viene fotografato da più posizioni e angolazioni, un computer può confrontare le immagini e ricavarne la posizione nello spazio. In questo modo una serie di fotografie può diventare un modello tridimensionale della grotta. In sostanza, è fotogrammetria, un termine non nuovo per chi frequenta le grotte: fotografie parzialmente sovrapposte dello stesso ambiente possono essere utilizzate per ricostruirne digitalmente forme e dimensioni.

Le PanCam hanno inoltre una zona centrale capace di riprendere con una risoluzione circa tre volte maggiore rispetto alla parte panoramica: una sorta di “vista d’aquila” destinata a osservare in dettaglio particolari delle pareti. Con appositi filtri potrà fornire anche informazioni sulla loro composizione.

Come fa il computer a capire dove si trova? Qui compare una di quelle sigle che fanno sembrare tutto molto più difficile di quanto sia: SLAM. Significa Simultaneous Localization and Mapping: più o meno, localizzarsi e costruire contemporaneamente una mappa.

Immaginiamo di entrare in una grotta che nessuno ha mai rilevato. Mentre avanziamo dobbiamo fare due cose nello stesso momento: capire dove ci troviamo rispetto al punto da cui siamo partiti e costruire progressivamente la mappa dell’ambiente che stiamo attraversando.

Un algoritmo SLAM cerca di farlo automaticamente. Il computer osserva le immagini, riconosce punti e forme già incontrati – uno spigolo, una roccia, una particolare geometria della parete – e li utilizza come riferimenti. Dal modo in cui questi elementi cambiano posizione da un’immagine alla successiva può ricostruire sia il movimento della telecamera sia la geometria dell’ambiente.

Sono tecniche utilizzate anche dai robot e nei sistemi di navigazione autonoma.

Nel caso di DaedalusCam servono quindi a prendere una quantità enorme di fotografie panoramiche e rimetterle al posto giusto, fino a ricostruire digitalmente la cavità.

La prova nella cava dei Monti Lessini

Il test nel Vicentino era importante perché per la prima volta sono state utilizzate tutte e quattro le PanCam insieme.

Il Politecnico di Milano ha realizzato la parte meccanica necessaria per montare DaedalusCam su un drone, che è stato quindi fatto volare sopra la cava.

La campagna è durata due giorni: uno dedicato alla preparazione e alla programmazione e uno alle operazioni vere e proprie.

Al lavoro hanno partecipato il Dipartimento di Geologia, il Politecnico di Milano, Planetek, l’Agenzia spaziale italiana e l’INAF, con ricercatori di Padova e Napoli.

Anche fotografare una cava, però, si è rivelato meno semplice del previsto.

na telecamera che vede quasi dappertutto ha un evidente vantaggio, ma anche un inconveniente: rischia di vedere anche il Sole. E avere il Sole direttamente nell’inquadratura non è la condizione ideale per ottenere fotografie utilizzabili.

Durante il test è stato quindi necessario studiare attentamente il percorso e l’orientamento del drone per evitare che la luce solare entrasse direttamente nel campo visivo delle quattro camere: le immagini sono state comunque acquisite con successo e successivamente elaborate per ottenere un modello tridimensionale della cava.

Ora arriverà una verifica importante: confrontare questa ricostruzione con misure indipendenti dell’intera cava ottenute mediante un laser altimetro. In questo modo sarà possibile capire quanto il modello costruito utilizzando soltanto le immagini corrisponda alla realtà.

Prima della Luna, le grotte della Terra

La cava vicentina non è il primo ambiente terrestre utilizzato per mettere alla prova questa tecnologia.

Le singole PanCam erano già state sperimentate nei tunnel lavici di Lanzarote, alle Isole Canarie. In quel caso si trattava di vere grotte accessibili alle persone e la camera era stata trasportata direttamente all’interno delle cavità.

Tunnel lavico nella Cueva de los Verdes, Lanzarote (Isole Canarie), dove sono stati effettuati precedenti test delle PanCam. Foto: Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) – Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Sui Monti Lessini si è fatto un passo diverso: utilizzare per la prima volta le quattro camere insieme, montate su un drone, e verificare la capacità dell’intero sistema di ricostruire un ambiente delle dimensioni paragonabili a quelle del pozzo lunare scelto come obiettivo. Il prossimo esperimento potrebbe interessare molto da vicino gli speleologi italiani.

Il gruppo sta infatti valutando una futura campagna di test nelle grotte vulcaniche dell’Etna. Resta da stabilire quale sia la stagione migliore per effettuarla.

E ora viene da chiedersi quando entreremo davvero in una grotta lunare, ma occorre frenare un po’ l’entusiasmo.

Nelle prime fasi del progetto si era parlato del 2033 per la missione Daedalus. Quella data, però, non è mai stata confermata. Le indicazioni successive hanno spostato l’orizzonte oltre il 2033 e al momento non esiste una data di lancio definitiva.

La tecnologia, intanto, continua a essere sviluppata e provata sulla Terra, aspetto ugualmente affascinante, soprattutto per gli speleologi.

Per esplorare per la prima volta una cavità di un altro corpo celeste bisogna affrontare problemi che, nella loro essenza, sono sorprendentemente familiari: come scendere in un pozzo, come vedere nel buio, come capire dove ci troviamo e come costruire una mappa di un ambiente nel quale nessuno è mai entrato.

Cambiano la gravità, la tecnologia e – parecchio – la distanza da casa.

Il problema di partenza, però, resta il solito, quello di ogni esplorazione speleologica: c’è un buco, e vogliamo sapere cosa c’è sotto.

Fonte: Valentina Guglielmo, “Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna”, Media INAF, 14 settembre 2026. L’articolo originale è pubblicato con licenza CC BY-NC-SA 4.0https://www.media.inaf.it/2026/09/14/dalle-cave-del-vicentino-alle-grotte-sulla-luna/

NB: non ho una mente scientifica e ho cercato di raccontare tutto questo nel modo più semplice possibile, prima di tutto per capirlo io. Se ho commesso errori o imprecisioni, vi chiedo di segnalarli: correggerò volentieri.

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  • Soccorritore ligure cade durante un addestramento in Trentino, elitrasportato a Trento
    Condividi L’incidente durante un’esercitazione del gruppo Forre del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino a Passo San Giovanni. Il soccorritore, classe 1961, è caduto per circa sei metri Un soccorritore ligure, classe 1961, è rimasto ferito nella tarda mattinata di venerdì 18 settembre durante un addestramento del gruppo Forre del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino, in una falesia nei pressi di Passo San Giovanni, nel territorio di Nago-Torbole. Secondo quanto presente sul sito e su
     

Soccorritore ligure cade durante un addestramento in Trentino, elitrasportato a Trento

September 19th 2026 at 07:00

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L’incidente durante un’esercitazione del gruppo Forre del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino a Passo San Giovanni. Il soccorritore, classe 1961, è caduto per circa sei metri

Un soccorritore ligure, classe 1961, è rimasto ferito nella tarda mattinata di venerdì 18 settembre durante un addestramento del gruppo Forre del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino, in una falesia nei pressi di Passo San Giovanni, nel territorio di Nago-Torbole.

Secondo quanto presente sul sito e sui social del Soccorso Alpino trentino, l’uomo è caduto per circa sei metri, battendo la schiena. I primi soccorsi sono stati prestati immediatamente dai corsisti e dagli istruttori presenti all’esercitazione, insieme al personale sanitario intervenuto sul posto.

La chiamata al Numero Unico di Emergenza 112 è arrivata intorno alle 11.40. La Centrale Unica di Emergenza ha quindi attivato l’elisoccorso. Dopo la valutazione e le prime cure, il soccorritore è stato recuperato con il verricello dal tecnico di elisoccorso e trasportato in elicottero all’ospedale Santa Chiara di Trento per ulteriori accertamenti.

In base alle prime informazioni, l’uomo per fortuna non sembrerebbe aver riportato gravi conseguenze. Meglio così!

E, in tutti i casi, in bocca al lupo e guarisci presto!

L’intervento si è concluso intorno alle 12.30.

Fonte: Soccorso Alpino e Speleologico Trentino https://soccorsoalpinotrentino.it/2026/09/18/caduta-in-falesia-durante-unesercitazione-soccorritore-elitrasportato-a-trento/?fbclid=IwY2xjawUaFrhwZG9mAWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6s3XlKZCoPf_BfsocImGTkD2mKvFbfDJrh3ijB8v-ZG5jUNeAdZIms67Vv8g_aem_KVyAsGnRazaW-wT-cIkDgQ

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  • GIS avanzato per speleologia e torrentismo: corso nazionale a Treviso
    Condividi Tre lezioni online e un fine settimana di attività in presenza per approfondire QGIS, QField, cartografia digitale, modelli 3D, nuvole di punti, droni e fotogrammetria. Il corso nazionale si terrà tra settembre e ottobre 2026 ed è rivolto ai soci CAI e SSI. Iscrizioni entro il 20 settembre, per un massimo di 20 partecipanti. Dalla gestione del catasto delle grotte alla documentazione delle cavità, passando per cartografia digitale, rilievi tridimensionali, droni e fotogrammetria: so
     

GIS avanzato per speleologia e torrentismo: corso nazionale a Treviso

September 19th 2026 at 06:00

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Tre lezioni online e un fine settimana di attività in presenza per approfondire QGIS, QField, cartografia digitale, modelli 3D, nuvole di punti, droni e fotogrammetria. Il corso nazionale si terrà tra settembre e ottobre 2026 ed è rivolto ai soci CAI e SSI. Iscrizioni entro il 20 settembre, per un massimo di 20 partecipanti.

Dalla gestione del catasto delle grotte alla documentazione delle cavità, passando per cartografia digitale, rilievi tridimensionali, droni e fotogrammetria: sono numerose le applicazioni che i GIS, i sistemi informativi geografici, possono avere oggi nell’attività speleologica e torrentistica.

A questi strumenti è dedicato il Corso nazionale GIS avanzato Treviso 2026, organizzato con il coinvolgimento della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI (SNS), della Scuola Nazionale di Torrentismo (SNT), della Società Speleologica Italiana (SSI) e del Gruppo Grotte Associazione XXX Ottobre.

Il percorso inizierà con tre lezioni online, in programma nelle serate di lunedì 28 settembre, mercoledì 30 settembre e lunedì 5 ottobre 2026. Questa prima parte servirà ad allineare le conoscenze dei partecipanti su GIS e cartografia, datum geodetici e sistemi di proiezione, software e plugin, tabelle, join e utilizzo di QField.

Dalla cartografia alle nuvole di punti

Il cuore del corso sarà poi il fine settimana in presenza a Treviso, durante il quale si entrerà nelle applicazioni più avanzate di QGIS e QField.

Il programma comprende il posizionamento dei rilievi 2D e 3D, l’utilizzo delle Carte Tecniche Regionali (CTR) e dei servizi cartografici WMS/WMFS, la georeferenziazione delle immagini raster e l’analisi dei DEM, i modelli digitali che descrivono l’andamento altimetrico del terreno.

Si lavorerà inoltre sulle elaborazioni altimetriche e sulla gestione di mesh e nuvole di punti, strumenti ormai fondamentali quando si vogliono rappresentare digitalmente ambienti e superfici complesse.

Uno spazio specifico sarà riservato a droni e fotogrammetria e all’utilizzo sul terreno degli strumenti GIS per il catasto delle grotte e la documentazione delle cavità.

Strumenti professionali applicati alla speleologia

L’obiettivo dichiarato è aumentare le competenze dei partecipanti nella gestione dei sistemi informativi territoriali, utilizzando strumenti e metodologie impiegati anche in ambito accademico e professionale, ma adattandoli alle esigenze concrete della speleologia e del torrentismo.

Il corso vuole essere anche un’occasione di confronto tra partecipanti provenienti da realtà e territori differenti, mettendo in comune soluzioni utili non soltanto all’esplorazione, ma anche alla didattica, alla divulgazione e all’analisi delle aree carsiche.

Il corso a Treviso

La sede delle attività in presenza sarà il Parco dello Storga a Treviso, presso la sede del Gruppo Grotte Treviso, in via Cal di Breda 132.

La struttura dispone di aula con proiettore, cucina e foresteria ed è prevista la possibilità di pernottare in camerata. Ai partecipanti viene richiesto di portare il proprio computer portatile e uno smartphone con i programmi utilizzati durante il corso già installati.

Possono partecipare i soci CAI o SSI in regola con il tesseramento 2026, con più di 15 anni e conoscenze di base di cartografia. Per i minorenni è necessaria l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale.

Iscrizioni entro il 20 settembre

La quota di partecipazione è di 180,00 euro e comprende l’alloggio, i materiali didattici e i pasti indicati nel programma, dalla cena del venerdì al pranzo della domenica.

Le iscrizioni dovranno essere effettuate entro il 20 settembre 2026 e sono disponibili al massimo 20 posti.

Il corso ha inoltre valore formativo per entrambe le realtà coinvolte: è valido come aggiornamento per titolati e qualificati SNS e SNT del CAI ed è omologato come corso di II livello SSI e valido come aggiornamento CNSS. L’iniziativa è patrocinata dalla Federazione Speleologica Veneta.

Per informazioni è possibile scrivere ad Annamaria Dalla Valle all’indirizzo annamaria.dallavalle@sns-cai.it.

Segreteria del corso:gruppogrottetreviso@gmail.com

Programma e informazioni sul sito SNS-CAI

Modulo online per l’iscrizione

Locandina: https://www.sns-cai.it/wp-content/uploads/2026/06/Corso-Nazionale-GIS-Avanzato-per-Speleologi-e-Torrentisti_2026.pdf

Fonte: Scuola Nazionale di Speleologia CAIhttps://www.sns-cai.it/evento/corso-nazionale-gis-avanzato-treviso-2026/

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  • Cavità artificiali, nuovo corso della Federazione Speleologica Toscana: teoria online e uscite sul campo
    Condividi Dal 4 novembre al 12 dicembre 2026 nove appuntamenti dedicati alla conoscenza e alla classificazione delle cavità artificiali. Le lezioni teoriche saranno aperte gratuitamente a tutti online, mentre per il corso completo sono previste tre uscite a Vitozza, alle Miniere del Frigido e ai Bottini di Siena Continua l’intensa attività di formazione e divulgazione della Federazione Speleologica Toscana APS, che per l’autunno propone un nuovo percorso dedicato questa volta alle cavità arti
     

Cavità artificiali, nuovo corso della Federazione Speleologica Toscana: teoria online e uscite sul campo

September 19th 2026 at 05:00

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Dal 4 novembre al 12 dicembre 2026 nove appuntamenti dedicati alla conoscenza e alla classificazione delle cavità artificiali. Le lezioni teoriche saranno aperte gratuitamente a tutti online, mentre per il corso completo sono previste tre uscite a Vitozza, alle Miniere del Frigido e ai Bottini di Siena

Continua l’intensa attività di formazione e divulgazione della Federazione Speleologica Toscana APS, che per l’autunno propone un nuovo percorso dedicato questa volta alle cavità artificiali, un settore della speleologia che permette di leggere il territorio anche attraverso le opere realizzate dall’uomo nel corso dei secoli.

Il Corso di Tipologie e Classificazione delle Cavità Artificiali 2026 si svolgerà dal 4 novembre al 12 dicembre, articolandosi in nove appuntamenti tra lezioni teoriche online e attività sul campo.

È un’altra iniziativa che testimonia l’attenzione della Federazione Toscana alla formazione continua degli speleologi, ma anche alla diffusione della cultura speleologica al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori. Una scelta particolarmente significativa è infatti quella di rendere le lezioni teoriche gratuite e liberamente accessibili in diretta sul canale YouTube della Federazione, anche a chi non prenderà parte al corso completo.

Dalle abitazioni rupestri agli acquedotti

Il programma consentirà di conoscere le principali tipologie di cavità artificiali e i criteri utilizzati per classificarle. Si parlerà degli insediamenti abitativi rupestri di Vitozza, delle opere estrattive e delle miniere e degli acquedotti.

Alla teoria si affiancheranno tre uscite che porteranno i partecipanti a osservare direttamente realtà molto diverse fra loro: Vitozza, nel territorio di Sorano, le Miniere del Frigido a Massa e i Bottini di Siena. Tre luoghi che permetteranno di mettere in pratica quanto appreso durante le lezioni e di confrontarsi con differenti forme di cavità create dall’uomo.

A tenere gli incontri saranno esperti provenienti dalla Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana ETS, dalla Scuola Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali, dall’Università degli Studi di Firenze e dall’Università di Urbino.

Iscrizioni entro il 25 ottobre 2026

Il corso completo, comprendente lezioni e attività in presenza, costa 30 euro. Il numero massimo è di 15 partecipanti, con priorità ai soci dei gruppi aderenti alla Federazione Speleologica Toscana che abbiano frequentato almeno un corso di introduzione alla speleologia. Le iscrizioni devono pervenire entro il 25 ottobre 2026.

Il corso è inoltre riconosciuto come aggiornamento per i qualificati ISS OTTO CAI e per i qualificati AI e IT SNS SSI.

Per chi invece desidera semplicemente approfondire l’argomento, resta la possibilità di seguire gratuitamente tutte le lezioni teoriche online: un modo concreto per mettere conoscenze e competenze a disposizione dell’intera comunità speleologica e di chiunque sia curioso di conoscere il mondo, spesso poco visibile, delle cavità artificiali.

Programma di massima:

Il corso si svolgerà dal 4 novembre al 12 dicembre 2026, secondo i seguenti appuntamenti:
1 – mercoledì 4/11 lezione teorica online, “Classificazione e tipologie delle cavità artificiali, parte prima”.
Relatrice Carla Galeazzi, membro del Centro Ricerche Sotterranee Egeria di Roma e della Commissione
Nazionale Cavità Artificiali (CNCA) della Società Speleologica Italiana.
2 – mercoledì 11/11 lezione teorica online, “Classificazione e tipologie delle cavità artificiali, parte seconda”.
Relatrice Carla Galeazzi, membro del Centro Ricerche Sotterranee Egeria di Roma e della Commissione
Nazionale Cavità Artificiali (CNCA) della Società Speleologica Italiana.
3 – mercoledì 18/11 lezione teorica online, “Gli insediamenti abitativi rupestri di Vitozza, San Quirico di
Sorano (GR)”. Relatrice Carmela Crescenzi, professore associato presso il Dipartimento di Architettura
dell’Università degli Studi di Firenze.
4 – sabato 21 e domenica 22/11 escursione all’insediamento abitativo di Vitozza, San Quirico di Sorano
(GR).
5 – mercoledì 25/11 lezione teorica online, “Opere estrattive, prima parte”. Relatori Maria Luisa Garberi,
membro della Commissione Nazionale Cavità Artificiali (CNCA) della Società Speleologica Italiana, e
Giovanni Belvederi, direttore della Scuola Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali (SNSCA) della Società
Speleologica Italiana.
6 – mercoledì 2/12 lezione teorica online, “Opere estrattive, seconda parte”. Relatori Maria Luisa Garberi,
membro della Commissione Nazionale Cavità Artificiali (CNCA) della Società Speleologica Italiana, e
Giovanni Belvederi, direttore della Scuola Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali (SNSCA) della Società
Speleologica Italiana.
7 – sabato 5/12 escursione alle Miniere del Frigido, Massa (MS).
8 – mercoledì 9/12 lezione teorica online, “Gli acquedotti”. Relatore Michele Betti, biologo e professore
presso l’Università degli Studi di Urbino, coordinatore della Commissione Nazionale Cavità Artificiali (CNCA)
della Società Speleologica Italiana.
9 – sabato 12/12 escursione ai Bottini di Siena (SI).

Le lezioni online potranno essere fruite liberamente da tutti gli interessati.


Numero massimo dei partecipanti (lezioni teoriche online ed escursioni): 15 speleologi, con priorità ai soci
dei Gruppi grotte aderenti alla Federazione Speleologica Toscana aps e che abbiano frequentato almeno un
corso di introduzione alla speleologia.

I partecipanti all’escursione alle Miniere del Frigido dovranno utilizzare
la propria attrezzatura di progressione omologata e in corso di validità.

Programma, modulo di iscrizione e tutte le informazioni sul sito della Federazione Speleologica Toscana

Canale YouTube: https://www.youtube.com/@speleotoscana

Fonte: Federazione Speleologica Toscana APS

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  • Il Timavo svela due specie di proteo e un record: un esemplare da 100 grammi
    Condividi ‘Signora sarebbero 96 grammi, facciamo un etto?’ Finalmente è ufficiale, anche se ci sono voluti ben tre secoli di ricerche per confermare ciò che alcuni ricercatori del passato avevano già intuito. Alcuni recenti studi, pubblicati negli ultimi giorni, hanno stabilito che quello che finora era stato considerato un’unica specie, il Proteo, è in realtà un insieme di addirittura nove specie diverse, distribuite dal Carso Giuliano fino alla Bosnia. Ma facciamo un passo indietro, a
     

Il Timavo svela due specie di proteo e un record: un esemplare da 100 grammi

September 18th 2026 at 11:00

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‘Signora sarebbero 96 grammi, facciamo un etto?’

Finalmente è ufficiale, anche se ci sono voluti ben tre secoli di ricerche per confermare ciò che alcuni ricercatori del passato avevano già intuito.

Alcuni recenti studi, pubblicati negli ultimi giorni, hanno stabilito che quello che finora era stato considerato un’unica specie, il Proteo, è in realtà un insieme di addirittura nove specie diverse, distribuite dal Carso Giuliano fino alla Bosnia.

Ma facciamo un passo indietro, al 1762.

Fu Scopoli il primo ricercatore a trovare, in alcune sorgenti esterne alle grotte, degli strani animali allora completamente sconosciuti. Non poteva ancora sapere che stava osservando quello che, di lì a poco, sarebbe diventato uno degli animali più iconici e affascinanti del sottosuolo.

Laurenti, comprendendo l’importanza della scoperta, nel 1768 assegnò a quell’animale il nome di Proteo, facendo però, di fatto, un torto a Scopoli, al quale sfumò così la paternità della scoperta.

Una volta scoperto il Proteo e iniziate le ricerche nelle grotte, gli studiosi che si susseguirono nel tempo notarono alcune differenze tra le varie popolazioni, intuendo che potessero appartenere a specie differenti.

Alcune di queste differenze erano molto evidenti, altre decisamente più difficili da individuare. Proprio questa variabilità ha rallentato per molto tempo la possibilità di suddividere le diverse popolazioni di Proteo in specie distinte.

“Finalmente, grazie alle moderne tecniche di indagini genetiche e scheletriche operate dei colleghi dell’Università di Lubiana, diamo un’identità alle notevoli differenze, sempre osservate da tutti noi che incontriamo i protei nei nostri fiumi carsici”, afferma Nicola Bressi , coature del lavoro e curatore del Museo di Storia Naturale di Trieste.

Dopo le analisi genetiche, scheletriche e morfologiche, si è quindi arrivati alla definizione di queste nuove specie e una di queste, per dar giustizia a un torto di secoli fa, sarebbe bello possa essere dedicata a Scopoli.

Ma non finisce qui.

Nel nostro Timavo, a circa 300 metri sotto la superficie, le indagini condotte dai ricercatori sloveni, insieme alle più recenti ricerche dell’Università di Trieste, hanno evidenziato un fatto davvero straordinario: nelle acque del fiume sotterraneo sono presenti ben due specie di Proteo. Una tipica del Carso italiano, e un’altra che arriva dalla Slovenia ma che ha popolazioni stabili anche in alcuni siti italiani.

Una scoperta che aggiunge un altro tassello alla conoscenza di uno degli ecosistemi sotterranei più affascinanti e misteriosi del nostro territorio.

Marco Restaino della Società Adriatica di Speleologia aggiunge: “ora possiamo dire che, un anno fa, il Proteo da record documentato nella Grotta Luftloch appartiene alla specie propria del Carso Giuliano.
Ma il vero colpo di scena delle ultime settimane è stato quello di aver trovato un altro esemplare da record, appartenente questa volta alla specie proveniente dalla Slovenia.
Quest’ultimo esemplare, é ancora più grande del precedente e con un peso effettivo di 100 grammi, spaccati al decimo!
Possiamo dire che il Timavo oggi custodisce il record di grandezza e peso di ambedue le specie!”

Dal punto di vista morfologico, i due esemplari che sono stati documentati di concerto con l’Università di Trieste, presentano differenze molto marcate, tanto da far ritenere già da tempo che appartenessero a due specie distinte. Per avere però una conferma scientifica definitiva, attendevamo i risultati delle analisi e le conclusioni degli studiosi che da molti anni si occupano della sistematica e della biologia del Proteo.

“Oggi questi risultati ci permettono finalmente di dare un significato preciso a differenze che avevamo osservato sul campo e di comprendere quanto sia ancora più complessa e articolata la biodiversità del nostro ambiente carsico” , afferma Chiara Manfrin , ricercatrice al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, che ha presentato alla prima giornata internazionale del carsismo svoltasi a Postumia, i primi risultati completi di un lavoro promosso dalla Regione FVG, riguardanti la distribuzione del Proteo in Italia.

Ancora una volta è il nostro Carso, con il Timavo e il suo mondo nascosto, a ricordarci quanto poco conosciamo delle meraviglie che scorrono proprio sotto i nostri piedi.

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  • Medaglia bronzea della Città di Trieste allo speleologo Pino Guidi
    Condividi Riconoscimento civico a Giuseppe “Pino” Guidi, speleologo del Carso e già direttore del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, coautore dei volumi sull’infortunistica speleologica in Italia Pino Guidi, storico protagonista della speleologia italiana, ha ricevuto la Medaglia bronzea della Città di Trieste, un riconoscimento civico che valorizza decenni di esplorazioni, ricerca e impegno nel Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia.Il conferimento della Medaglia bronzea della
     

Medaglia bronzea della Città di Trieste allo speleologo Pino Guidi

September 18th 2026 at 10:00

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Riconoscimento civico a Giuseppe “Pino” Guidi, speleologo del Carso e già direttore del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, coautore dei volumi sull’infortunistica speleologica in Italia

Pino Guidi, storico protagonista della speleologia italiana, ha ricevuto la Medaglia bronzea della Città di Trieste, un riconoscimento civico che valorizza decenni di esplorazioni, ricerca e impegno nel Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia.
Il conferimento della Medaglia bronzea della Città di Trieste a Giuseppe “Pino” Guidi lega ancora di più la sua figura alla storia del Carso, della speleologia e del soccorso in grotta.

Scrive Roberto Dipiazza sindaco di Trieste sulla sua pagina Facebook: ‘Questa mattina, nel corso di una cerimonia nel Salotto Azzurro Municipale, ho conferito la Medaglia bronzea della Città di Trieste allo speleologo Giuseppe “Pino” Guidi. Al conferimento erano presenti il vicesindaco Serena Tonel e il presidente della Società Alpina delle Giulie – Sezione CAI di Trieste Massimiliano Reiter, oltre a un nutrito gruppo di parenti e amici dello speleologo.
Mi sono complimentato con Guidi per il suo straordinario percorso. Il vicesindaco Tonel, dopo aver ringraziato lo speleologo per aver portato in alto il nome del capoluogo giuliano fuori dal perimetro della città, ha poi sottolineato come il conferimento celebri “la vera essenza della triestinità e l’amore profondo per il Carso”.
Giuseppe “Pino” Guidi (Venezia, 1938), trasferitosi a Trieste nel primissimo dopoguerra, è una delle figure più importanti della speleologia italiana, disciplina a cui ha dedicato oltre sessant’anni di vita coniugando l’esplorazione geografica al rigore scientifico e all’impegno civile. Lo scorso giugno ha ricevuto la Medaglia d’Oro del Club Alpino Italiano. La sua giovinezza è segnata dalle drammatiche tensioni sul confine orientale: nel novembre del 1953 partecipa ai moti per l’italianità di Trieste sotto il Governo Militare Alleato, rimanendo ferito e subendo la reclusione. In quel contesto stringe una fraterna amicizia con Mario Bussani, insieme al quale inizia l’attività speleologica prima nei sotterranei urbani e poi nel GEST (Gruppo Escursionisti Speleologi Triestini). In quel clima post-bellico, l’attività in grotta sul Carso si trasforma da subito in una missione civile dolorosa e necessaria: la ricerca e il recupero dei resti degli infoibati all’interno delle grandi voragini verticali, un impegno volto a restituire dignità e memoria alle vittime dei conflitti di frontiera.
Iscritto dal 1962 alla prestigiosa Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, di cui custodisce l’Archivio Storico dal 1965, Guidi ha firmato personalmente i rilievi topografici di oltre 400 cavità (principalmente in Friuli Venezia Giulia) e ha guidato importanti campagne sul massiccio del Canin e in tutta Italia. Nel 1977 è stato protagonista della storica spedizione della “Boegan” in Iran, dove ha rilevato 17 grotte e gettato le basi per il primo catasto speleologico nazionale iraniano.
Figura cardine del soccorso sotterraneo, ha ricoperto il ruolo di Direttore del Soccorso Speleologico del Friuli Venezia Giulia per il CNSAS, firmando come coautore il volume statistico ufficiale “Cinquant’anni di infortunistica speleologica in Italia”. Autore di una monumentale opera documentaria di quasi 1400 scritti tra studi scientifici, storici e bibliografici, ha contribuito in modo determinante alla rinascita del Catasto Speleologico regionale.
Ricevendo l’onorificenza dalle mani del Primo Cittadino, Guidi ha dichiarato: “Accetto con cuore questo riconoscimento a nome di tutti i grottisti triestini. Quello che ho fatto è merito di tutto l’ambiente “grottistico” triestino e regionale”.

Cerimonia per la Medaglia bronzea della Città di Trieste

La Medaglia bronzea della Città di Trieste è stata conferita allo speleologo Pino Guidi nel Salotto Azzurro del Municipio, nel corso di una cerimonia ufficiale presieduta dal sindaco Roberto Dipiazza.

Alla consegna della Medaglia bronzea della Città di Trieste erano presenti la vicesindaca Serena Tonel, il presidente della Società Alpina delle Giulie – sezione CAI di Trieste – Massimiliano Reiter e numerosi parenti, amici e grottisti.


La vicesindaca ha collegato la Medaglia bronzea della Città di Trieste alla “vera essenza della triestinità” e all’amore per il Carso, richiamando il lungo rapporto tra la città, la speleologia e il paesaggio ipogeo.

Speleologo Pino Guidi, una biografia intrecciata con Trieste

Giuseppe “Pino” Guidi nasce a Venezia nel 1938 e si trasferisce a Trieste nel primissimo dopoguerra, inserendosi in un contesto segnato dalle tensioni del confine orientale.


Nel novembre 1953 partecipa ai moti per l’italianità di Trieste sotto il Governo Militare Alleato, viene ferito, incarcerato e in quel periodo stringe la fraterna amicizia con Mario Bussani, futuro compagno di esplorazioni sotterranee.


Per la comunità speleologica, lo speleologo Pino Guidi è oggi ricordato come una figura che ha saputo collegare vicende storiche complesse, pratica esplorativa e costruzione di strumenti di memoria.

Dal Carso triestino alla Commissione Grotte “Eugenio Boegan”

L’attività dello speleologo Pino Guidi comincia nei sotterranei urbani triestini e prosegue nel Gest, Gruppo Escursionisti Speleologi Triestini, in un periodo in cui il Carso è anche luogo di ricerche sui resti degli infoibati.
Le esplorazioni nelle grandi voragini verticali assumono da subito una dimensione civile: recuperare i resti delle vittime e restituire loro dignità e memoria, integrando speleologia e impegno sociale.
Dal 1962 Guidi è socio della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” della Società Alpina delle Giulie e dal 1965 ne custodisce l’Archivio Storico, firmando personalmente rilievi topografici di oltre 400 cavità, soprattutto in Friuli Venezia Giulia.
Questa attività sistematica di rilievo e catalogazione ha contribuito in modo diretto alla costruzione del catasto speleologico regionale, rendendo la produzione di Guidi un riferimento per generazioni di speleologi.

Esplorazioni internazionali e catasto speleologico in Iran

Nel 1977 lo speleologo Pino Guidi partecipa alla storica spedizione della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” in Iran, durante la quale vengono rilevate 17 grotte e si gettano le basi per il primo catasto speleologico nazionale iraniano.
In quell’occasione, metodi di rilievo e documentazione sviluppati sul Carso triestino vengono applicati in un contesto nuovo, mostrando come la speleologia possa contribuire alla costruzione di strumenti di conoscenza del territorio anche su scala internazionale.
L’esperienza iraniana conferma il ruolo del lavoro di Guidi nel promuovere l’idea di un catasto speleologico strutturato, fondato su dati verificati e rilievi accurati, elemento oggi centrale in molte regioni carsiche.

Direttore del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia e studio dell’infortunistica speleologica

Giuseppe “Pino” Guidi è stato Direttore del Soccorso Speleologico del Friuli Venezia Giulia per il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), collocandosi al centro della costruzione delle strutture di soccorso in grotta nella regione.
Nel quadro delle attività del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, Guidi firma come coautore il volume statistico ufficiale “Cinquant’anni di infortunistica speleologica in Italia (1947–1997); torrentismo: 12 anni di infortunistica (1985–1997)”, pubblicato nel 2000 nella collana dei manuali tecnici del CNSAS.[10][4]
Il volume sull’infortunistica speleologica analizza 674 incidenti in grotta tra il 1947 e il 1997, con 1039 speleologi coinvolti e 74 deceduti, oltre a 52 incidenti di torrentismo registrati tra il 1985 e il 1997, con 108 coinvolti e 6 morti.[11][4]
Questi dati sull’infortunistica speleologica contribuiscono a definire linee di prevenzione, formazione e gestione del rischio, rendendo il lavoro di Guidi e dei suoi coautori uno strumento ancora oggi citato nei contesti tecnici e didattici.[12][4]

Produzione scientifica, storia associativa e memoria dei grottisti

Oltre alla direzione del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, lo speleologo Pino Guidi è autore di una vasta opera documentaria composta da circa 1400 scritti tra studi scientifici, storici e bibliografici sulla speleologia e sul Carso.[6][1]
Tra questi si contano volumi dedicati agli incidenti speleologici di specifici decenni, aggiornamenti sull’infortunistica speleologica e lavori sulla storia delle associazioni speleologiche del Friuli Venezia Giulia.[11][12][8]
Una parte consistente dei suoi contributi è stata pubblicata attraverso la Commissione Grotte “Eugenio Boegan” e la rete speleologica regionale, rendendo la figura di Guidi centrale anche per la memoria delle strutture associative e dei gruppi grotte.[7][8]

Medaglia d’Oro del CAI e altri riconoscimenti

La Medaglia bronzea della Città di Trieste giunge pochi mesi dopo la Medaglia d’Oro del Club Alpino Italiano, massima benemerenza del sodalizio, conferita a Pino Guidi l’8 giugno 2026 presso la Sala Proiezioni della Società Alpina delle Giulie.[3][5][6]
Nella motivazione della Medaglia d’Oro del CAI si ricordano oltre 415 rilievi topografici e circa 1400 pubblicazioni, che hanno contribuito a migliorare la comprensione del mondo sotterraneo dalle Alpi Giulie al Carso triestino.[5][3]
In passato la città ha già assegnato riconoscimenti a figure di spicco della speleologia triestina, come il Sigillo Trecentesco o la medaglia di bronzo provinciale, segnando una continuità tra il conferimento della Medaglia bronzea della Città di Trieste a Pino Guidi e una tradizione di attenzione verso i grottisti.[13][14]

Il significato della Medaglia bronzea per la comunità speleologica

Ricevendo la Medaglia bronzea della Città di Trieste, Pino Guidi ha dichiarato di accettare il riconoscimento “a nome di tutti i grottisti triestini”, attribuendo il merito al complesso ambiente speleologico cittadino e regionale.[2][1]
Per la speleologia italiana e per il Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, la Medaglia bronzea della Città di Trieste rappresenta un segnale di attenzione istituzionale verso un lavoro che ha unito esplorazione, sicurezza e conservazione della memoria.[9][1]
La storia di Guidi mostra come la speleologia possa dialogare con le amministrazioni e con la società civile, attraverso strumenti come il catasto delle cavità, gli studi sull’infortunistica speleologica e le strutture di soccorso in grotta, contribuendo alla tutela del patrimonio ipogeo e alla gestione del rischio.[4][1]


Fonti

Fonti
[1] Dal drammatico recupero dei resti degli infoibati alle missioni in Iran e ai 1400 scritti pubblicati: premiato lo speleologo Giuseppe ”Pino” Guidi https://www.ildolomiti.it/societa/2026/dal-drammatico-recupero-dei-resti-degli-infoibati-alle-missioni-in-iran-e-ai-1400-scritti-pubblicati-premiato-lo-speleologo-giuseppe-pino-guidi
[2] Il Sindaco ha conferito la Medaglia bronzea della Città di … https://www.comune.trieste.it/it/novita-227102/comunicati-227104/il-sindaco-ha-conferito-la-medaglia-bronzea-della-citta-di-trieste-allo-speleologo-giuseppe-pino-guidi-327445
[3] Medaglia d’Oro del CAI a Pino Guidi, lo speleologo che ha mappato … https://www.scintilena.com/medaglia-doro-del-cai-a-pino-guidi-lo-speleologo-che-ha-mappato-il-carso-e-fondato-il-soccorso-in-grotta/06/06/
[4] [PDF] del CORPO NAZIONALE SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO https://www.sasc.it/pdf/pubblicazioni-CNSAS/CNSAS-nr17-dic-2000.pdf
[5] Medaglia d’oro del Cai all’esploratore degli abissi: Pino Guidi entra nella storia https://www.ilpiccolo.it/cronaca/speleologia-medaglia-oro-cai-pino-guidi-trieste-foefm59y
[6] Pino Guidi, medaglia d’oro del Cai allo storico esploratore … https://www.ildolomiti.it/cronaca/2026/pino-guidi-medaglia-doro-del-cai-allo-storico-esploratore-degli-abissi-cambiano-i-materiali-cambia-la-tecnica-ma-i-pericoli-della-grotta-sono-sempre-gli-stessi
[7] Trieste, in uscita la rivista “Atti e Memorie”, vol.48 – Scintilena https://www.scintilena.com/trieste-in-uscita-la-rivista-atti-e-memorie-vol-48/02/19/
[8] Storia della speleologia e del soccorso https://www.boegan.it/2012/02/storia/
[9] BILANCIO SOCIALE 2024 https://cnsas-fvg.it/images/documents/Bilanci/Bilancio_sociale_2024_Last.pdf
[10] Libri (ordinati per titolo) https://www.gsags.it/wp-content/uploads/LIBRI-ord-x-TITOLO-17042019.pdf
[11] Speleo-incidenti-1981-1990.pdf https://www.boegan.it/wp-content/uploads/2020/03/Speleo-incidenti-1981-1990.pdf
[12] novembre2003 https://www.sasc.it/pdf/pubblicazioni-CNSAS/CNSAS-nr27-dic-2003.pdf
[13] COMMISSIONE http://www.boegan.it/wp-content/uploads/2017/08/Progressione_059.pdf
[14] Articoli correlati https://www.boegan.it/2015/06/m-radacich/
[15] Un Anno di Scoperte e Ricerca con l’ultimo numero on line – Scintilena https://www.scintilena.com/cronache-ipogee-un-anno-di-scoperte-e-ricerca-con-lultimo-numero-on-line/01/03/
[16] [PDF] Raccolta Agosto 2019 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2019_8_Raccolta_Scintilena_Agosto.pdf
[17] Scintilena – il giornale quotidiano della speleologia italiana – Scintilena https://www.scintilena.com/category/0/page/723/?/wp-admin/install_php&wpmp_switcher=desktop
[18] [PDF] Raccolta Gennaio 2015 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2015_1_Raccolta_Scintilena_Gennaio.pdf
[19] [PDF] Raccolta Luglio 2019 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2019_7_Raccolta_Scintilena_Luglio.pdf
[20] Pagina 21 di 2372 – Una luce nel buio – il giornale … – Scintilena https://www.scintilena.com/page/21/?wpmp_switcher=desktop
[21] E’ morto Fabio Forti, l’ultimo carsologo. Il ricordo di Pino Guidi – Scintilena https://www.scintilena.com/e-morto-fabio-forti-lultimo-carsologo-il-ricordo-di-pino-guidi/09/17/
[22] Selezioni per Aspiranti Volontari del Soccorso … – Scintilena https://www.scintilena.com/selezioni-per-aspiranti-volontari-del-soccorso-speleologico-in-friuli-venezia-giulia/12/06/
[23] Incidenti in speleologia subacquea: il libro di Michel Ribera analizza decenni di dati e svela i meccanismi fatali – Scintilena https://www.scintilena.com/incidenti-in-speleologia-subacquea-il-libro-di-michel-ribera-analizza-decenni-di-dati-e-svela-i-meccanismi-fatali/02/21/
[24] [PDF] Indice Articoli 2014 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2014_Indice_articoli_Scintilena.pdf
[25] Pubblicata l’edizione inglese di Study of Cave Diving Accidents https://www.scintilena.com/pubblicata-ledizione-inglese-di-study-of-cave-diving-accidents/12/30/
[26] Aperte le Selezioni per Aspiranti Volontari del Soccorso Speleologico – Scintilena https://www.scintilena.com/aperte-le-selezioni-per-aspiranti-volontari-del-soccorso-speleologico/10/13/
[27] [PDF] Raccolta Maggio 2013 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2013_05_Raccolta_Scintilena_Maggio.pdf
[28] Evoluzione della Speleologia in Italia – Scintilena https://www.scintilena.com/evoluzione-della-speleologia-in-italia-dalle-origini-al-riconoscimento-internazionale-xix-secolo-2009/01/26/
[29] redazione — Trieste Cafe https://www.triestecafe.it/autore/login-redazione
[30] Evacuazione di parapendista http://www.cnsas.it/wp-content/uploads/2016/09/luglio-2016.pdf-1.pdf
[31] Categoria: Attualità – NordestNews | https://www.nordestnews.it/category/attualita/
[32] [PDF] Soccorso speleologico https://www.sasc.it/pdf/pubblicazioni-CNSAS/CNSAS-supplemento-nr-65-novembre-2016.pdf
[33] Biblioteca al 12-04.-2022.xlsx https://www.valloverticale.it/openbiblio/opac/catalogo.pdf
[34] Speleo https://www.cnsas.it/soccorso-speleologico/
[35] JK http://www.speleo.it/site/images/speleologia/Speleologia_39_Dic_1998%20OCR.pdf
[36] Elenco libri per sito cai 2003 https://www.cairimini.it/wp-content/uploads/2016/11/Elenco_libri_per_sito_CAI_Rimini_aggiornato_al_21_11_2016.pdf
[37] Cronache Ipogee: Le Ultime Novità dalla Speleologia del Friuli Venezia Giulia – Scintilena https://www.scintilena.com/cronache-ipogee-le-ultime-novita-dalla-speleologia-del-friuli-venezia-giulia/02/06/
[38] Trieste speleologi premiati in Regione per la scoperta della Grotta … https://www.scintilena.com/trieste-speleologi-premiati-in-regione-per-la-scoperta-della-grotta-luftloch/04/08/
[39] [PDF] Raccolta Giugno 2011 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2011_06_Raccolta_Scintilena_Giugno.pdf
[40] Programma XXI Congresso Nazionale di Speleologia (2-5 giugno, Trieste) – Scintilena https://www.scintilena.com/programma-xxi-congresso-nazinale-di-speleologia-2-5-giugno-trieste/05/04/
[41] [PDF] Raccolta Settembre 2016 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2016_09_Raccolta_Scintilena_Settembre.pdf
[42] [PDF] Raccolta Maggio 2012 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2012_05_Raccolta_Scintilena_Maggio.pdf
[43] Grotte Preistoriche del Friuli Venezia Giulia: Un Viaggio nel Patrimonio Speleologico Regionale – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-preistoriche-del-friuli-venezia-giulia-un-viaggio-nel-patrimonio-speleologico-regionale/01/17/
[44] Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica https://www.scintilena.com/feed/
[45] [PDF] Raccolta Aprile 2006 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2006_4_Raccolta_Scintilena_Aprile.pdf
[46] Archeologia e speleologia insieme per la ricerca e la tutela … https://www.scintilena.com/archeologia-e-speleologia-insieme-per-la-ricerca-e-la-tutela-del-patrimonio-ipogeo-si-parte-con-il-cat-trieste/09/23/
[47] Cavit https://www.scintilena.com/cavit/01/11/
[48] “‘i https://www.boegan.it/wp-content/uploads/2021/05/GUIDI-Pino-2000-Le-associazioni-speleologiche-del-Friuli-Venezia-Giulia-dagli-inizi-al-2000.-Saggio-cronologico_web.pdf
[49] Sitemap – Il Meridiano https://www.il-meridiano.it/sitemap.html
[50] NordEstNews.com: Home https://www.nordestnews.com/
[51] RassegnaStampa2014LugDic https://www.legambientetrieste.it/RassegnaStampa2014LugDic.htm
[52] [PDF] FEBBRAIO 2012 – Federico Guidi https://www.guidifederico.it/newsletter/FEBBRAIO_2012.pdf

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  • Bat box a Pavia: Tutela Pipistrelli tra recupero faunistico e informazione
    Condividi Bat box a Pavia e tutela dei pipistrelli al centro dell’incontro «Ali nella notte», annunciato con conferenza a Palazzo Mezzabarba e liberazione nel cortile di Palazzo Saglio. L’incontro annunciato a Pavia Una bat box a Pavia come punto di partenza per parlare di fauna urbana, recupero dei chirotteri e corretta informazione. È il tema dell’iniziativa «Ali nella notte – I pipistrelli tra scienza e leggenda», annunciata da Tutela Pipistrelli APS. Secondo la comunicazione dell’a
     

Bat box a Pavia: Tutela Pipistrelli tra recupero faunistico e informazione

September 18th 2026 at 08:00

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Bat box a Pavia e tutela dei pipistrelli al centro dell’incontro «Ali nella notte», annunciato con conferenza a Palazzo Mezzabarba e liberazione nel cortile di Palazzo Saglio.

L’incontro annunciato a Pavia

Una bat box a Pavia come punto di partenza per parlare di fauna urbana, recupero dei chirotteri e corretta informazione. È il tema dell’iniziativa «Ali nella notte – I pipistrelli tra scienza e leggenda», annunciata da Tutela Pipistrelli APS.

Secondo la comunicazione dell’associazione, il Comune di Pavia ha invitato la realtà romana a intervenire come relatrice in un appuntamento collegato alla posa di una bat box. L’installazione farebbe parte di un più ampio progetto comunale dedicato alla salvaguardia della fauna selvatica.

L’incontro è indicato per il 18 settembre alle 19 nella Sala Consiglio di Palazzo Mezzabarba. Il programma annunciato prevede una conferenza stampa e, in seguito, la liberazione di pipistrelli nel cortile di Palazzo Saglio.

Al momento della verifica non è stata rintracciata una pagina istituzionale del Comune di Pavia indicizzata che riporti il programma completo. Restano quindi da attribuire all’annuncio di Tutela Pipistrelli la data, gli orari, l’esatta collocazione della bat box, le specie coinvolte nel rilascio e gli aspetti autorizzativi dell’operazione. Questa distinzione è utile per descrivere con precisione un’iniziativa che riguarda specie protette e attività specialistiche.

Il titolo scelto ha un precedente rilevante nel contesto cittadino. Il museo Kosmos dell’Università di Pavia ha dedicato nel 2021-2022 una mostra a pipistrelli, biologia, immaginario e conservazione. L’appuntamento annunciato riprende quindi un tema già presente nella divulgazione scientifica pavese.

Tutela Pipistrelli APS e il recupero dei chirotteri

Tutela Pipistrelli APS è nata a Roma nel dicembre 2012. Il sito dell’associazione indica la sede legale in via Valeria Moriconi 52 e una voliera presso Parsec Flor, in via della Marcigliana 532. Tra le finalità pubblicate figurano il raccordo fra ricercatori, mondo scientifico e pubblico, la divulgazione di informazioni corrette sui chirotteri e il dialogo con istituzioni, privati e Centri di recupero animali selvatici.

L’attività descritta non riguarda solo la comunicazione. L’associazione indica anche il primo soccorso, la gestione in cattività, la riabilitazione e il successivo rilascio degli individui idonei. Per gli animali non liberabili sono previste strutture di gestione adeguate. In questo quadro, una liberazione pubblica non va letta come un atto simbolico isolato. Se effettuata con le autorizzazioni richieste e dopo la valutazione sanitaria e comportamentale, rappresenta l’ultima fase di un percorso di recupero.

La presenza di operatori preparati ha anche un valore pratico per i cittadini. Un pipistrello trovato a terra, ferito o in difficoltà non dovrebbe essere raccolto e gestito in modo improvvisato. Le indicazioni vanno richieste ai soggetti competenti sul territorio, così da limitare lo stress per l’animale e adottare procedure corrette.

Bat box a Pavia: utilità, condizioni e monitoraggio

La prospettiva di una bat box a Pavia merita una lettura realistica. Una bat box è un rifugio artificiale. Non è un nido e non assicura che i pipistrelli la occupino subito. Può offrire cavità alternative dove gli habitat disponibili sono pochi, oltre ad avere una funzione educativa per chi vive e frequenta la città.

La sintesi di Conservation Evidence classifica la posa di rifugi artificiali per pipistrelli come intervento «likely to be beneficial», cioè probabilmente benefico. La valutazione riunisce 44 studi. Gli esiti non sono uniformi perché entrano in gioco disegno del manufatto, microclima, specie presenti, supporto, esposizione, paesaggio circostante e durata del controllo.

Un caso italiano riportato nella stessa raccolta aiuta a evitare promesse semplicistiche. In uno studio svolto dal 2007 al 2009, l’uso delle cassette variava dal 12 al 21% nel primo anno, saliva al 26-35% nel secondo e raggiungeva il 40% nel terzo. La frequenza d’uso aumentava con il tempo dalla posa e con l’altezza della cassetta. Si tratta di un risultato utile, non di una previsione automatica per ogni sito.

La revisione di Nathalie Ruegger, basata su 109 pubblicazioni, sottolinea che le cassette vanno programmate per il lungo periodo. Materiali durevoli, più modelli, diverse esposizioni e microclimi, installazioni in gruppi e manutenzione sono elementi da valutare. La stessa revisione richiama un punto essenziale: le bat box non possono diventare una giustificazione per rimuovere alberi con cavità potenzialmente utilizzabili dai chirotteri.

Per questo la bat box a Pavia avrebbe maggiore efficacia se accompagnata da monitoraggi non invasivi e da una strategia più ampia. Conservare alberi maturi e cavità, valutare i rifugi negli edifici, proteggere le aree di foraggiamento, limitare il disturbo e usare con prudenza l’illuminazione notturna sono azioni complementari. Nei siti sotterranei, inoltre, il Centro Regionale Chirotteri raccomanda di minimizzare rumore, fumo e altre fonti di disturbo.

Convivenza urbana e interesse speleologico

La bat box a Pavia collega un gesto visibile a una questione più ampia: la convivenza tra persone e chirotteri. In ambito urbano i conflitti possono nascere dalla presenza di colonie nei fabbricati o dal rinvenimento di giovani esemplari nel periodo estivo. Interventi frettolosi sui rifugi possono creare problemi agli animali e non risolvere la situazione nel tempo.

L’informazione scientifica serve a sostituire paure e leggende con comportamenti verificabili. In questo senso, l’incontro annunciato può mettere in relazione la cura del singolo animale, il rispetto dei rifugi e la gestione degli habitat cittadini. Anche per il pubblico speleologico il tema è vicino: grotte, cavità artificiali ed edifici storici possono ospitare chirotteri in periodi sensibili del loro ciclo biologico. La frequentazione e gli interventi devono quindi essere programmati con attenzione.

Rimangono alcuni dati da chiarire per definire l’iniziativa nel dettaglio: il modello e la posizione della bat box, il soggetto incaricato della manutenzione, le specie e il numero degli animali eventualmente liberati, la loro provenienza e la struttura che coordina le autorizzazioni. La disponibilità di queste informazioni consentirebbe di valutare nel tempo i risultati della bat box a Pavia e di collocarla in un programma urbano di tutela misurabile.

Fonti

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  • CRYOSPHERE IN MOTION, il CNR invita a raccontare la criosfera anche attraverso la speleologia
    Condividi Video amatoriali sulla montagna, la ricerca e le trasformazioni di ghiaccio, neve e permafrost: candidature entro le ore 12 del 15 ottobre 2026 Il Consiglio Nazionale delle Ricerche apre la selezione CRYOSPHERE IN MOTION, un video contest promosso dal Dipartimento di Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente, il DSSTTA-CNR, insieme al Gruppo di Lavoro Montagne. L’iniziativa ha finalità divulgative e culturali, non commerciali, e mira a raccogliere contributi audiovis
     

CRYOSPHERE IN MOTION, il CNR invita a raccontare la criosfera anche attraverso la speleologia

September 17th 2026 at 08:00

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Video amatoriali sulla montagna, la ricerca e le trasformazioni di ghiaccio, neve e permafrost: candidature entro le ore 12 del 15 ottobre 2026

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche apre la selezione CRYOSPHERE IN MOTION, un video contest promosso dal Dipartimento di Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente, il DSSTTA-CNR, insieme al Gruppo di Lavoro Montagne.

L’iniziativa ha finalità divulgative e culturali, non commerciali, e mira a raccogliere contributi audiovisivi capaci di spiegare al pubblico le trasformazioni della criosfera e il rapporto tra scienza, ambiente e società. [web:2][web:14]

La scadenza è fissata alle ore 12:00 del 15 ottobre 2026. La candidatura sarà completa solo quando saranno stati inviati i documenti richiesti, compilato il modulo online e caricato il video attraverso il link personale trasmesso dal sistema. [web:2]

Criosfera e cambiamenti climatici nelle aree montane

Con il termine criosfera si indicano le componenti del sistema Terra che contengono acqua allo stato solido.

La definizione comprende neve, ghiacciai, calotte e piattaforme glaciali, ghiaccio marino, ghiaccio lacustre e fluviale, permafrost e suoli stagionalmente congelati. Il permafrost, in particolare, è il terreno che rimane a una temperatura uguale o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi. [web:22][web:34]

Nelle montagne la criosfera svolge un ruolo diretto nel ciclo dell’acqua. Neve e ghiaccio alimentano torrenti e sorgenti durante la fusione stagionale. Le variazioni della loro estensione e della loro durata possono influire sulle risorse idriche, sugli ecosistemi, sulla stabilità dei versanti e sulla sicurezza delle attività in quota.

Il Gruppo di Lavoro Montagne del DSSTTA affronta questi temi attraverso osservazioni, analisi degli impatti, scenari futuri e attività di formazione e comunicazione. Tra gli ambiti indicati dal gruppo figurano anche le ricostruzioni paleoclimatiche ottenute tramite carote di ghiaccio, sedimenti, torbiere e speleotemi. [web:48]

Tre categorie per raccontare la criosfera

Il bando prevede tre tematiche. La prima, “Vivere la Criosfera – Sperimentare i cambiamenti della criosfera”, è rivolta alle esperienze delle comunità montane, dei professionisti e delle persone che frequentano la montagna.

Un video può concentrarsi su un cambiamento osservato in un luogo preciso, come la durata dell’innevamento, la disponibilità d’acqua o l’accessibilità di un itinerario.

La seconda categoria, “Science in action – Storie di ricerca sulla criosfera”, riguarda il lavoro di scienziati e studenti. Il racconto può mostrare strumenti, misure, sopralluoghi, campionamenti e discussioni sull’interpretazione dei dati. L’attenzione è posta sul processo della ricerca, compresi i suoi limiti e le sue incertezze.

La terza categoria, “Sguardi creativi – Reimmaginare la criosfera attraverso il video”, accoglie interpretazioni artistiche e innovative. Sono possibili materiali d’archivio, montaggi comparativi, animazioni e paesaggi sonori. Restano necessari il rispetto dei diritti e la chiarezza delle eventuali informazioni scientifiche utilizzate. [web:2]

La glaciospeleologia come possibile chiave narrativa

La comunità speleologica può collegarsi al contest attraverso la glaciospeleologia, la disciplina che studia le cavità presenti nei ghiacciai. Le grotte glaciali sono modellate soprattutto dall’acqua di fusione. Fratture, pozzi e gallerie possono svilupparsi rapidamente e modificarsi nel corso di una stagione. [web:44][web:55]

Il tema è distinto da quello delle grotte in roccia che contengono ghiaccio perenne, spesso chiamate ice cave. In Italia sono state censite numerose cavità con neve, firn o ghiaccio pluriennale. Questi ambienti possono offrire informazioni sulla circolazione dell’acqua, sulle condizioni termiche sotterranee e sulla risposta degli ecosistemi alle variazioni climatiche. [web:42][web:56]

Un video speleologico sarà pertinente solo se il legame con la criosfera è dimostrato. Una grotta non diventa automaticamente un soggetto criosferico perché si trova in montagna. Il nesso può essere documentato attraverso il ghiaccio sotterraneo, l’acqua di fusione, il permafrost, la ricerca sul microclima o il confronto tra immagini realizzate in periodi diversi.

Anche gli speleotemi possono contribuire a un racconto scientifico. Le loro caratteristiche chimiche e isotopiche vengono utilizzate in studi paleoclimatici, pur richiedendo metodi di datazione, interpretazione e controllo delle incertezze. Il file di riferimento sulla storia e sull’introduzione alla speleologia richiama il valore delle grotte come ambienti di ricerca e documenta l’interesse della disciplina per il ghiaccio antartico, le cavità glaciali e gli archivi ambientali sotterranei. [file:1][web:23][web:48]

Requisiti e procedura di candidatura

Possono partecipare persone fisiche maggiorenni, singolarmente o in gruppo. Ogni partecipante può presentare un solo video e scegliere una sola tematica. Il filmato deve avere una durata massima di cinque minuti, essere in formato MOV, MP4, AVI o MKV, e utilizzare l’italiano o l’inglese. Deve inoltre essere originale e non violare diritti di terzi. [web:2]

La procedura prevede quattro adempimenti principali:

  • invio a gdl.montagne@cnr.it della Manifestazione di interesse, compilata e firmata, insieme a un documento di identità valido;
  • trasmissione di eventuali permessi per droni, del modulo SIAE per musiche acquistate con diritti d’autore e delle altre autorizzazioni pertinenti;
  • compilazione del modulo online, con indicazione della categoria e una relazione illustrativa di massimo 4.000 caratteri;
  • caricamento del video tramite il link personale ricevuto via e-mail dopo la compilazione del modulo.

L’avviso non indica un limite temporale per la realizzazione dei video. Un filmato d’archivio può quindi essere valutato in linea di principio, se è originale, utilizzabile dal punto di vista dei diritti e coerente con una delle tre categorie. La precedente pubblicazione non sostituisce la verifica della titolarità delle immagini, delle musiche, delle liberatorie e delle autorizzazioni sui luoghi ripresi.

Valutazione e presentazione dei video selezionati

Un Comitato di valutazione composto da cinque membri esaminerà i contributi. Nel comitato potranno essere presenti esperti di scienze della criosfera, comunicazione e divulgazione, produzione audiovisiva e rappresentanti del Gruppo di Lavoro Montagne. I criteri sono la coerenza con la tematica e il valore scientifico, l’originalità e la creatività del messaggio, oltre alla qualità tecnica e artistica. [web:2][web:14]

Saranno scelti tre video vincitori, uno per categoria. A ciascun vincitore sarà assegnato materiale tecnico per attività in ambiente montano, con un valore indicativo di 1.000 euro. La proclamazione e la presentazione dei contributi selezionati sono previste l’11 dicembre 2026, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, presso la sede centrale del CNR di Roma, in Piazzale Aldo Moro 7. [web:14]

Indicazioni per le riprese in grotta

Per le proposte speleologiche è importante distinguere sempre tra osservazioni dirette, interpretazioni e dati pubblicati. Le fonti scientifiche possono essere indicate nella relazione illustrativa o nei titoli di coda. Il racconto deve inoltre rispettare le condizioni di sicurezza e le regole di tutela dei siti.

Le riprese non devono favorire l’accesso improprio a cavità vulnerabili. Coordinate e dettagli sensibili possono essere omessi quando la loro diffusione espone il sito a danneggiamenti o disturbo. In presenza di chirotteri, la pianificazione deve evitare stress e interferenze durante i periodi più delicati del ciclo biologico. Sono necessarie anche le liberatorie delle persone riconoscibili e le autorizzazioni di proprietari, gestori, aree protette o autorità competenti, quando richieste.

Per la speleologia, CRYOSPHERE IN MOTION offre quindi uno spazio per raccontare il ghiaccio sotterraneo, l’acqua di fusione, la ricerca in grotta e il rapporto tra ambienti ipogei e cambiamenti della montagna. La solidità della candidatura dipenderà dalla coerenza scientifica del soggetto e dalla completezza della procedura, oltre che dalla qualità delle immagini.

Fonti

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  • Grotte glaciali, un mondo che scompare: Monti Sorgenti 2026 apre alla glaciospeleologia
    Condividi La serata del 29 settembre al CAI Lecco racconta le cavità effimere dei ghiacciai alpini Lecco, settembre 2026 — Si terrà martedì 29 settembre 2026, alle ore 21.00, il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, dedicato quest’anno al tema “Grotte glaciali, un mondo che scompare“. L’incontro si svolgerà nella sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, a ingresso libero, e propone al pubblico un viaggio dentro ambienti nascosti e spettacolari della c
     

Grotte glaciali, un mondo che scompare: Monti Sorgenti 2026 apre alla glaciospeleologia

September 16th 2026 at 12:00

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La serata del 29 settembre al CAI Lecco racconta le cavità effimere dei ghiacciai alpini

Lecco, settembre 2026 — Si terrà martedì 29 settembre 2026, alle ore 21.00, il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, dedicato quest’anno al tema “Grotte glaciali, un mondo che scompare“. L’incontro si svolgerà nella sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, a ingresso libero, e propone al pubblico un viaggio dentro ambienti nascosti e spettacolari della criosfera alpina, oggi sempre più fragili e destinati a trasformarsi o scomparire in tempi rapidissimi.

Protagonisti della serata saranno Mauro Inglese e Paola Tognini, del Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, e Andrea Ferrario, del Gruppo Grotte Saronno CAI-SSI. Tutti e tre sono da anni impegnati nel Progetto Speleologia Glaciale (PSG), attivo dal 2008, che coordina esplorazioni e monitoraggi di cavità glaciali in diversi ghiacciai dell’arco alpino. Durante l’incontro verranno presentate immagini di esplorazioni, racconti di campagne sul campo e osservazioni dirette su morfologia, dinamica e fragilità delle cavità endoglaciali e subglaciali.

Glaciospeleologia: che cos’è e perché studiare le grotte glaciali

La glaciospeleologia, o speleologia glaciale, è la branca della speleologia che studia ed esplora le cavità presenti nei ghiacciai. A differenza delle grotte in roccia, le grotte glaciali sono ambienti dinamici, effimeri e mutevoli nel tempo. Si formano e si evolvono rapidamente, spesso nell’arco di una singola stagione estiva, e molte strutture collassano o scompaiono in pochi mesi o anni. Questi ambienti sono fortemente condizionati dall’acqua di fusione, che scolpisce nel ghiaccio tunnel, pozzi, saloni e sistemi di drenaggio complessi.

Le grotte glaciali offrono uno sguardo privilegiato sulla morfologia interna del ghiacciaio, sui processi idrologici subglaciali ed endoglaciali e sulle interazioni tra ghiaccio, roccia e acqua. Per questo la glaciospeleologia è considerata un laboratorio accelerato di processi carsici: ciò che in roccia richiede millenni, nel ghiaccio avviene in settimane o stagioni. Studiare queste cavità significa quindi comprendere meglio la dinamica dei ghiacciai e i loro cambiamenti in un contesto di clima che si modifica.

Classificazione delle cavità glaciali: endoglaciali, subglaciali e di contatto

Il Progetto Speleologia Glaciale e la letteratura specialistica distinguono principalmente tre categorie di cavità glaciali. Le grotte di contatto si sviluppano all’interfaccia tra ghiaccio e roccia, spesso alla fronte o ai fianchi del ghiacciaio. Le grotte endoglaciali sono interamente scavate nella massa di ghiaccio, per azione dell’acqua di fusione e di correnti interne. Le grotte subglaciali si formano alla base del ghiacciaio, lungo il bedrock, e possono essere molto stabili se guidate da strutture rocciose.

A queste si aggiungono i mulini glaciali (pozzi di assorbimento) e le bé»»diè»»res (alvei superficiali), morfologie analoghe a quelle carsiche ma modellate da processi fisici diversi. Le grotte endoglaciali “vivono” soltanto durante la fase estiva, nel periodo di ablazione, e si richiudono durante il periodo invernale. Le grotte subglaciali possono invece perdurare più a lungo e sono considerate indicatori di una situazione di fragilità»» del ghiacciaio. Questa classificazione è utile per interpretare sia l’evoluzione del ghiacciaio sia i rischi legati all’esplorazione.

Il Progetto Speleologia Glaciale: storia, obiettivi e ghiacciai studiati

Il Progetto Speleologia Glaciale (PSG) nasce nel 2008 dalla collaborazione tra il Gruppo Speleologico CAI Varallo, il Gruppo Grotte Milano CAI-SEM e il Gruppo Grotte CAI Saronno, e coinvolge nel tempo altri gruppi e singoli ricercatori. Obiettivi principali del PSG sono esplorare e documentare cavità»» endoglaciali e subglaciali in ghiacciai alpini italiani e transfrontalieri, effettuare monitoraggi ripetuti per registrare cambiamenti morfologici e idrologici, e produrre rilievi topografici, fotografie, dati e pubblicazioni scientifiche e divulgative.

Attualmente al PSG aderiscono più di 50 speleologi provenienti da una dozzina di gruppi di varie regioni italiane. In questi anni sono state effettuate attività sui ghiacciai lombardi dei Forni, del Ventina, dello Scalino, e sui ghiacciai del Gorner, dell’Aletsch, del Morteratsch e del Pers in Svizzera. Il PSG ha anche organizzato campi glaciospeleologici nazionali nel 2011 e nel 2012, contributi a convegni nazionali e internazionali, e collaborazioni con la Federazione Speleologica Lombarda e con la comunità scientifica internazionale.

Perché le grotte glaciali sono “un mondo che scompare”

Le grotte glaciali sono strettamente legate allo stato di salute dei ghiacciai. Con il ritiro glaciale in atto nelle Alpi, molte cavità di contatto e endoglaciali si riducono o collassano. Alcune strutture subglaciali diventano accessibili solo per brevi periodi, prima che il fronte retroceda o che il sistema di drenaggio cambi. Interi sistemi esplorati pochi anni fa oggi non esistono più o sono radicalmente trasformati. Questo rende la documentazione glaciospeleologica urgente e necessaria.

Ogni esplorazione è anche un atto di conservazione della memoria di un ambiente in rapida scomparsa. I dati raccolti contribuiscono a comprendere meglio gli effetti del cambiamento climatico sulla criosfera alpina. Come sintetizzano alcuni protagonisti del settore, visitare una grotta glaciale e vederla scomparire poco dopo “riporta tutto alla giusta scala” e ricorda la fragilità di ciò che appare solido. La glaciospeleologia diventa quindi anche un modo per documentare la trasformazione degli ambienti di alta quota.

Esperienze recenti: esempi di esplorazioni in Pitzaler Gletscher e Gepatschferner

Alcuni resoconti recenti aiutano a capire la concretezza di questo lavoro. Sul Pitzaler Gletscher in Austria, nel 2025, una squadra guidata da Paolo Testa ha esplorato e documentato una grande grotta di contatto alla fronte del ghiacciaio, con saloni spettacolari, vasche glaciali e tratti pericolosi per crolli di ghiaccio. Parte della cavità era già isolata e destinata a vita breve. Sul Gepatschferner, nelle Alpi Venoste sul versante austriaco, esplorazioni ripetute hanno mostrato un forte ritiro della lingua glaciale e la persistenza di condotte subglaciali guidate da strutture rocciose.

Questi casi illustrano bene il duplice valore della glaciospeleologia: scientifico, per il monitoraggio di processi idrologici e morfologici, e culturale e documentario, per la testimonianza di ambienti effimeri. Le esplorazioni richiedono attrezzature specifiche, come mute e corde, e una buona conoscenza dei rischi legati ai crolli di ghiaccio e alle variazioni rapide delle strutture. Ogni campagna sul campo produce dati utili per la ricerca e per la comprensione della dinamica glaciale.

Contesto scientifico e convegnistico: IWIC e incontri nazionali di glaciospeleologia

La glaciospeleologia italiana si inserisce in un contesto internazionale attivo. La serie di workshop biennali IWIC – International Workshop on Ice Caves è dedicata alle grotte di ghiaccio. L’edizione italiana, IWIC V, si è tenuta nel 2012 in Lombardia, sulla Grigna, con forte coinvolgimento del PSG. La prossima edizione, IWIC XI, è prevista per febbraio 2026 in Romania. In Italia si sono svolti diversi incontri nazionali, tra cui “Vuoti e ghiaccio” a Novara nel 2018, “Dentro un pozzo di cielo” a Finalborgo nel 2019, e il 3 ° Incontro di Speleologia Glaciale a Bergamo nel 2023.

Questi momenti hanno consolidato una rete di ricercatori, speleologi e appassionati che condividono metodi, dati e riflessioni sulla crisi della criosfera alpina. Conferenze regionali su glaciologia ipogea e cambiamento climatico si sono tenute in Trentino-Alto Adige nel 2025. La Federazione Speleologica Lombarda e la Commissione Scientifica del CAI sostengono da anni queste attività, riconoscendo il valore scientifico e divulgativo della glaciospeleologia. Il contesto convegnistico offre opportunità di confronto e di aggiornamento per tutti gli operatori del settore.

Monti Sorgenti 2026: una rassegna per approfondire la montagna e i suoi ambienti

La serata del 29 settembre è il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, promossa dal CAI Lecco, dalla Fondazione Cassin e dal Gruppo Ragni della Grignetta per approfondire temi legati all’ambiente montano attraverso esperienze, studi e testimonianze. La rassegna propone incontri su rifugi d’alta quota, innovazione e sostenibilità, e ora anche sulle grotte glaciali. L’obiettivo è far entrare il pubblico in un “mondo nascosto e spettacolare”, ma anche far comprendere le trasformazioni in atto negli ambienti di alta quota.

L’ingresso è libero e la serata rappresenta un’occasione per avvicinarsi a un tema di nicchia ma di grande attualità»», come la glaciospeleologia. I relatori porteranno immagini e racconti diretti, rendendo accessibili al pubblico contenuti normalmente riservati agli addetti ai lavori. La sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, ospiterà»» l’incontro dalle ore 21.00. Per informazioni è possibile contattare la sede sezionale, aperta nei consueti orari di segreteria.


Fonti

Glaciospeleologia

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    Condividi Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam. Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei. La campagna si è svo
     

Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D

September 16th 2026 at 10:00

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Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari

Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam.

Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei.

La campagna si è svolta a Cava Bertocchi, gestita dalla Vaccari Antonio Giulio S.p.A. Il sito è stato scelto per la presenza di basalto, una roccia magmatica che offre un analogo utile per alcune caratteristiche delle superfici lunari.

L’analogia resta parziale. Sulla Luna mancano atmosfera e acqua liquida, la gravità è molto più bassa e le condizioni di illuminazione, temperatura e radiazione sono diverse.

Il test ha riunito competenze di geologia, ottica, fotogrammetria, robotica e operazioni con droni. Vi hanno partecipato gruppi dell’INAF, del Politecnico di Milano, dell’Università di Padova, Planetek Italia e dell’Agenzia spaziale italiana.

La campagna ha rappresentato il primo impiego delle quattro camere PanCam montate insieme nella configurazione prevista per DaedalusCam. [web:9][file:2]

DaedalusCam e la visione panoramica iperemisferica

DaedalusCam non è una singola fotocamera. È composta da quattro camere dotate di lenti bifocali panoramiche, disposte in una configurazione incrociata.

Ogni lente combina un campo panoramico di circa 360 gradi in azimut e 100 gradi in elevazione con una regione frontale circolare più ristretta, ma a maggiore risoluzione.

La copertura molto ampia serve a osservare pareti, fondo, soffitto e traiettoria durante la discesa nella cavità. La configurazione consente inoltre una visione stereoscopica ridondante. Secondo la documentazione tecnica del progetto, ogni punto dello spazio circostante dovrebbe essere osservato da almeno due camere, mentre alcune aree possono essere viste da tre o quattro sistemi.

L’aggettivo iperemisferica indica un campo di vista più esteso rispetto a quello di un obiettivo fisheye convenzionale. La caratteristica riduce le zone cieche, ma rende più complessa la calibrazione geometrica. La parte centrale ad alta risoluzione può essere utilizzata anche con filtri a banda stretta, per ottenere indicazioni sulla composizione delle pareti. L’interpretazione spettrometrica dovrà considerare illuminazione, polvere, angolo di osservazione e calibrazione radiometrica. [web:15]

Fotogrammetria e modello tridimensionale

Il compito principale di DaedalusCam è documentare la geometria della skylight e della discesa. Le immagini non producono automaticamente una mappa 3D. Prima devono essere calibrate, corrette dalla distorsione e allineate tra loro.

La catena di elaborazione comprende la trasformazione delle immagini, la registrazione dei punti omologhi, la stima del movimento e la fusione dei dati provenienti dalle quattro camere. Gli algoritmi SLAM possono contribuire a ricostruire nello stesso momento la traiettoria della piattaforma e la forma dell’ambiente.

Il risultato può essere una nuvola di punti, una mesh o un Digital Terrain Model. La qualità del prodotto deve essere verificata con misure indipendenti. Nel caso della Cava Bertocchi, il modello fotogrammetrico sarà confrontato con un rilievo ottenuto tramite laser altimetro. Il confronto consentirà di stimare l’errore sulle quote, la deriva della traiettoria e la capacità di ricostruire pareti verticali e superfici con poca tessitura.

Per un’applicazione planetaria è importante distinguere una superficie visivamente coerente da una misura geometrica affidabile. La validazione quantitativa sarà quindi una delle fasi centrali dello sviluppo.

La missione Daedalus verso Marius Hills

Il concetto Daedalus è stato sviluppato nell’ambito degli studi ESA SysNova e di una successiva attività Concurrent Design Facility. Il principale obiettivo è l’esplorazione della Marius Hills Hole, una depressione verticale situata nell’Oceanus Procellarum, nella regione equatoriale della Luna.

La cavità è stata individuata grazie alle osservazioni della missione giapponese SELENE-Kaguya. Le immagini hanno mostrato un’apertura verticale con dimensioni stimate nell’ordine di alcune decine di metri e una profondità di circa 80-90 metri. Dati successivi di altre missioni hanno rafforzato l’interesse per la possibile presenza di vuoti sotterranei. La continuità e lo sviluppo effettivo del lava tube non sono ancora stati verificati direttamente da un robot. [web:5][web:15]

La sequenza operativa ipotizzata prevede l’arrivo di un rover sul bordo della skylight. Un sistema di calata dovrebbe abbassare la sfera robotica lungo il pozzo. Durante la discesa, prevista per circa 50 metri nel progetto descritto da INAF, il cavo potrebbe fornire energia e trasmettere dati.

Una volta raggiunta la parte inferiore, Daedalus potrebbe sganciarsi e procedere autonomamente. Il robot non è concepito per tornare in superficie. La fase profonda dovrebbe basarsi soprattutto su lidar e sensori ambientali, perché non è prevista un’illuminazione artificiale per le camere ottiche.

Perché studiare le cavità lunari

I lava tube si formano quando la parte esterna di una colata lavica si raffredda, mentre il materiale interno continua a scorrere. L’esaurimento del flusso può lasciare un condotto vuoto. Il crollo parziale del tetto può generare una skylight, cioè un’apertura che collega la superficie al sistema sotterraneo.

Le cavità lunari interessano la ricerca per la loro possibile funzione di schermatura. La roccia sovrastante può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni rispetto alla superficie. L’ambiente sotterraneo potrebbe anche presentare variazioni termiche più contenute. Queste condizioni spiegano l’interesse per future missioni robotiche e, in prospettiva, per l’esplorazione umana.

Si tratta di potenzialità, non di condizioni già dimostrate per ogni cavità. Non è ancora noto se la Marius Hills Hole conduca a un ambiente ampio, stabile e percorribile. Restano da valutare accesso, comunicazioni, polvere, regolite, ostacoli, stabilità delle pareti e disponibilità energetica.

Un collegamento con la speleologia terrestre

Il progetto richiama diversi metodi della speleologia. Anche in una grotta terrestre il rilievo serve a trasformare osservazioni parziali in una rappresentazione spaziale. Sono importanti la ridondanza delle misure, la valutazione dell’incertezza e l’individuazione delle zone non osservate.

Le condizioni operative restano molto diverse. Una grotta terrestre può essere raggiunta da persone o robot, dispone di atmosfera e può essere illuminata artificialmente. Un lava tube lunare richiede invece sistemi autonomi, collegamenti radio, gestione della polvere e strumenti capaci di operare nel vuoto e in condizioni termiche difficili.

Il confronto è utile soprattutto sul piano metodologico. Prima di discutere la possibilità di una base, la cavità dovrà essere misurata, mappata e interpretata. DaedalusCam è pensata per la prima parte di questo percorso: osservare l’ingresso, documentare la discesa e produrre un modello tridimensionale delle pareti.

Prossimi sviluppi della tecnologia

La campagna sui Monti Lessini ha mostrato la possibilità di utilizzare la configurazione completa a quattro camere durante un volo con drone. Il gruppo dovrà ora completare l’elaborazione delle immagini e verificare la precisione del modello rispetto al rilievo laser.

Tra le criticità da affrontare ci sono la gestione della luce solare, la differenza di esposizione tra le camere, la distorsione ottica e la quantità di dati da elaborare. Un campo di vista così ampio aumenta la copertura, ma può introdurre saturazione, riflessi e perdita di contrasto quando la sorgente luminosa entra nell’inquadratura.

Sono allo studio ulteriori test in ambienti vulcanici naturali, comprese possibili campagne nelle grotte dell’Etna. Un simile passaggio permetterebbe di avvicinare la sperimentazione alle condizioni di una cavità, mantenendo la possibilità di intervento diretto degli operatori.

La data del 2033, citata nelle prime fasi del progetto Daedalus, non risulta confermata. Le informazioni più recenti riportano un orizzonte successivo al 2033 e non indicano ancora un lancio operativo definito. DaedalusCam rappresenta quindi una tecnologia in sviluppo all’interno di un concetto di missione, non uno strumento già inserito in una missione lunare finanziata e programmata.

Fonti

Dedalus

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Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard

September 16th 2026 at 09:00

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Studio approfondito per divulgazione scientifica

Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che le acque di fusione di 19 ghiacciai vallivi della Svalbard trasportano metano in concentrazioni superiori all’equilibrio atmosferico. Il metano è in gran parte di origine geologica e termogenica, non semplicemente prodotto dai microbi sotto il ghiaccio. La mobilizzazione è maggiore quando coincidono due condizioni: un substrato ricco di shale organico e un letto glaciale temperato, cioè non congelato, umido e attraversato da acqua.

Il risultato non significa che ogni aumento della fusione determini automaticamente un aumento proporzionale delle emissioni atmosferiche. Indica però un meccanismo plausibile di feedback climatico: più acqua di fusione può raggiungere il letto del ghiacciaio e favorire il trasporto verso valle di metano antico accumulato nella roccia o nei sistemi di fratture. La quantità effettivamente emessa in atmosfera dipende poi da degassamento, turbolenza, ossidazione microbica, tempi di permanenza e condizioni idrologiche.

La ricerca del 2026

Domanda scientifica

Il lavoro di Gabrielle E. Kleber, Erik Schytt Mannerfelt e colleghi studia come la geologia subglaciale e il regime termico basale regolino la presenza di metano nelle acque di fusione. Gli autori hanno cercato di superare una limitazione degli studi precedenti: la difficoltà di distinguere il ruolo della geologia da quello delle condizioni fisiche del ghiacciaio.

Area e campionamento

La ricerca ha interessato 19 fiumi alimentati da ghiacciai nella Svalbard centrale. Secondo il resoconto dello studio, sono stati raccolti 148 campioni d’acqua. Tutti i corsi d’acqua analizzati risultavano sovrasaturi di metano rispetto all’equilibrio con l’atmosfera; le concentrazioni massime arrivavano a circa 425 volte il valore di equilibrio atmosferico. [web:7]

Metodi principali

Gli autori hanno combinato:

  • analisi delle concentrazioni di metano disciolto;
  • composizione isotopica del carbonio del metano, espressa come ?¹³C-CH?;
  • ricerca di etano e propano, idrocarburi associati a gas naturali termogenici;
  • caratterizzazione della geologia sottostante i bacini glaciali;
  • rilievi radar a penetrazione del suolo, o GPR, per stimare la distribuzione del ghiaccio temperato e del ghiaccio freddo alla base dei ghiacciai.

La forza dell’impostazione sta nell’analisi congiunta della chimica dell’acqua e della struttura fisico-termica del ghiaccio. Un’elevata concentrazione di metano, da sola, non dimostra infatti né l’origine del gas né il percorso seguito prima del campionamento.

Da dove proviene il metano

Metano microbico e metano termogenico

Il metano può avere origini diverse.

Il metano microbico, o biogenico, si forma quando microrganismi degradano materia organica in ambienti poveri di ossigeno, come sedimenti saturi o il letto di un ghiacciaio. È stato documentato in diversi ambienti glaciali, compreso il margine della Groenlandia.

Il metano termogenico, invece, deriva dalla trasformazione geologica di materia organica sepolta. Pressione e temperatura, agendo per tempi geologici, trasformano il materiale organico in idrocarburi. Il gas può migrare attraverso fratture e livelli permeabili della roccia, oppure rimanere intrappolato sotto una copertura relativamente impermeabile.

Gli indicatori utilizzati

Nel caso delle Svalbard, la firma isotopica del metano e la presenza di etano e propano indicano che il gas è prevalentemente geologico e termogenico. La presenza di idrocarburi più pesanti è importante perché il metano prodotto esclusivamente da processi microbici tende ad avere una composizione diversa e, in genere, non è accompagnato dalle stesse proporzioni di etano e propano.

La formulazione corretta è tuttavia “in gran parte termogenico”: l’analisi non implica necessariamente l’assenza totale di produzione microbica. In un sistema subglaciale possono coesistere sorgenti differenti e i processi biologici possono modificare, consumare o diluire il segnale originario.

Il ruolo della geologia

Shale ricchi di materia organica

Le concentrazioni più elevate sono associate ai ghiacciai il cui letto si trova sopra formazioni ricche di shale organico. Gli shale sono rocce sedimentarie fini, spesso ricche di materia organica, che in determinate condizioni possono funzionare da rocce madri per idrocarburi.

Nel contesto delle Svalbard, la Formazione Carolinefjellet è un esempio rilevante di successione cretacica con shale e arenarie ricche di materia organica. Uno studio precedente sul bacino di Vallåkrabreen ha descritto questa unità come una roccia sorgente petrolifera associata a gas termogenici C1-C4. [web:5]

Geologia come controllo della disponibilità

La geologia non produce necessariamente metano nuovo durante ogni stagione di fusione. Più spesso determina la disponibilità di un serbatoio antico e le vie attraverso cui il gas può migrare. La fusione agisce quindi soprattutto come processo di mobilizzazione e trasporto:

  1. l’acqua di fusione penetra nelle crepacciature e nei condotti del ghiaccio;
  2. raggiunge il letto del ghiacciaio;
  3. entra in contatto con sedimenti, fratture e rocce organiche;
  4. dissolve o trascina il metano presente nei pori e nei fluidi sotterranei;
  5. convoglia il gas disciolto verso il portale glaciale e il fiume proglaciale;
  6. il metano passa all’atmosfera per degassamento, soprattutto nei tratti turbolenti.

Il ruolo della temperatura basale

Ghiaccio freddo e ghiaccio temperato

Un ghiacciaio con letto congelato è relativamente poco connesso al substrato attraverso acqua liquida continua. L’acqua può comunque circolare localmente, ma il contatto idrologico con la roccia è più limitato.

Un letto temperato è invece prossimo al punto di fusione e contiene acqua liquida. Le pressioni elevate, la deformazione del ghiaccio, la presenza di sedimenti e la rete di drenaggio subglaciale possono favorire un contatto più efficace tra acqua e substrato.

Il GPR ha permesso di valutare l’estensione del ghiaccio temperato alla base dei ghiacciai. Il risultato centrale è che il regime termico non è un semplice dettaglio: modifica la capacità del ghiacciaio di intercettare e trasferire metano dalla base verso il sistema fluviale.

Il modello concettuale

La maggiore mobilizzazione si verifica quando coesistono:

  • roccia o sedimento ricco di materia organica e gas geologico;
  • letto glaciale temperato;
  • drenaggio subglaciale attivo;
  • sufficiente produzione di acqua di fusione;
  • vie di deflusso che collegano il letto al fiume proglaciale.

Se manca il substrato favorevole, l’acqua può circolare senza acquisire molto metano. Se il substrato è ricco di gas ma il letto è congelato, il contatto idrologico può essere insufficiente. L’emissione è quindi il prodotto dell’interazione tra geologia, temperatura e idrologia.

Risultati quantitativi e contesto

Il nuovo studio riporta sovrasaturazioni fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico nelle acque di fusione. Una stima complessiva citata nel materiale di comunicazione associato alla ricerca colloca il trasporto annuo dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard nell’intervallo 182-368 tonnellate di metano. Si tratta di una stima di trasporto o potenziale emissione e non equivale necessariamente alla quantità che raggiunge effettivamente l’atmosfera. [web:7]

Un lavoro precedente, condotto su un singolo bacino glaciale centrato su Vallåkrabreen, aveva misurato fino a 3170 nM di metano nel fiume glaciale, quasi 800 volte l’equilibrio atmosferico. Per l’intera stagione di fusione del 2021 gli autori avevano stimato circa 616 kg di potenziale emissione dal fiume, con un intervallo di 484-766 kg. [web:5]

Questi numeri non sono direttamente intercambiabili: il primo studio riguarda un singolo bacino e una particolare stagione, mentre il lavoro del 2026 amplia il campionamento a 19 ghiacciai. Differenze di metodo, scala spaziale, condizioni meteorologiche, periodo di campionamento e definizione di “emissione” possono produrre valori diversi.

Perché il metano può sfuggire all’atmosfera

Degassamento fisico

Il metano è poco solubile in acqua. Quando l’acqua passa da condizioni confinate e pressurizzate a un fiume aperto, la riduzione di pressione facilita la fuoriuscita del gas. La turbolenza aumenta enormemente lo scambio acqua-atmosfera.

Nel bacino di Vallåkrabreen, il lavoro precedente ha osservato una perdita rapida di metano lungo il fiume: circa il 76% in un tratto di 650 metri. Questo dato illustra perché le concentrazioni misurate vicino al portale glaciale e quelle misurate più a valle possono essere molto diverse. [web:5]

Ossidazione microbica

Il metano non degassato immediatamente può essere consumato da microrganismi metanotrofi nelle acque e nei sedimenti proglaciali. Questo processo può attenuare la quota emessa in atmosfera.

Uno studio su sistemi glaciali islandesi ha trovato che l’ossidazione in un fiume proglaciale poteva ridurre le emissioni atmosferiche stimate fino al 53%, pur sottolineando che l’effetto dipende dalla concentrazione iniziale, dal tempo di permanenza e dalla turbolenza. [web:10]

Per questo motivo, una concentrazione elevata di metano nell’acqua non deve essere tradotta automaticamente in un flusso atmosferico equivalente. Sono necessarie misure dirette o bilanci completi che considerino degassamento e ossidazione.

Feedback climatico: quanto è solido?

Il meccanismo plausibile

Il possibile feedback è il seguente:

  1. il riscaldamento aumenta la fusione superficiale;
  2. una maggiore quantità d’acqua raggiunge il letto glaciale;
  3. il drenaggio subglaciale entra in contatto con substrati ricchi di gas;
  4. il metano viene trasportato verso i fiumi proglaciali;
  5. una parte del gas degassa nell’atmosfera;
  6. il metano aumenta il forzante radiativo e contribuisce al riscaldamento.

Il nuovo studio fornisce un meccanismo e identifica le condizioni geologiche e termiche che lo rendono più probabile. Non dimostra però che l’intero sistema glaciale sia destinato a emettere sempre più metano in modo lineare.

Perché la risposta può essere non lineare

La fusione può inizialmente aumentare il trasporto di metano, ma l’evoluzione successiva dipende dalla dinamica del ghiacciaio:

  • un aumento dell’acqua può aprire vie di drenaggio più efficienti e accelerare il flushing;
  • la diluizione può ridurre le concentrazioni, anche se il carico totale aumenta;
  • la turbolenza può aumentare il degassamento;
  • l’ossidazione microbica può sottrarre metano prima dello scambio con l’atmosfera;
  • il ritiro può esporre nuove sorgenti di acque sotterranee nella zona proglaciale;
  • in alcuni ghiacciai, cambiamenti del bilancio termico possono ridurre l’estensione del letto temperato e quindi il contatto acqua-roccia.

La formulazione più prudente è quindi: l’aumento della fusione può amplificare la mobilizzazione del metano dove sussistono le condizioni geologiche e termiche adatte, ma l’effetto netto sulle emissioni atmosferiche deve essere quantificato caso per caso.

Collegamento con gli studi precedenti

Sorgenti di acque sotterranee nei forefield

Nel 2023 Kleber e colleghi hanno studiato sorgenti di acque sotterranee formatesi nei forefield lasciati liberi dal ritiro glaciale. Su 78 ghiacciai con terminazione terrestre nella Svalbard centrale, le acque erano sovrasature fino a 600.000 volte rispetto all’equilibrio atmosferico. Gli autori stimavano fino a 2,31 kt di metano annue dalle acque sotterranee proglaciali dell’arcipelago. [web:13]

Questo percorso è distinto dal trasporto diretto attraverso il fiume di fusione, ma appartiene allo stesso quadro: la perdita della copertura criosferica rende accessibili serbatoi geologici prima isolati.

Confronto con la Groenlandia

Sotto la calotta groenlandese è stata documentata una componente microbica importante, associata a sedimenti anossici e carbonio organico subglaciale. Alle Svalbard, invece, gli isotopi e gli idrocarburi associati indicano una prevalenza di metano geologico termogenico.

La differenza è scientificamente rilevante: non esiste un’unica “firma del metano glaciale”. Il bilancio dipende dall’età e dalla natura del carbonio, dalla litologia del substrato, dalla disponibilità di acqua e dall’attività biologica.

Limiti e cautele interpretative

Sovrasaturazione non significa flusso atmosferico diretto

La sovrasaturazione indica che l’acqua contiene più metano di quanto potrebbe mantenere in equilibrio con l’atmosfera. È un indicatore di potenziale degassamento, non una misura automatica del flusso atmosferico. Per calcolare il flusso servono portata, concentrazione, geometria del corso d’acqua, turbolenza, velocità di trasferimento e, idealmente, misure eddy covariance o camere di flusso.

Campionamento stagionale

Le concentrazioni possono essere molto elevate all’inizio della stagione perché il metano si accumula durante l’inverno sotto il ghiaccio e viene rilasciato quando riparte il drenaggio. Campioni raccolti solo durante il picco di portata giornaliero possono inoltre essere diluiti dall’acqua superficiale e sottostimare le concentrazioni nei periodi di magra.

Upscaling

Trasferire una stima da 19 ghiacciai a tutto l’arcipelago richiede cautela. Servono informazioni sulla distribuzione delle litologie, sull’estensione del ghiaccio temperato, sulla portata stagionale, sull’evoluzione dei sistemi di drenaggio e sulla quota di metano che viene ossidata o degassata.

Terminologia

È preferibile distinguere tra:

  • concentrazione di metano nell’acqua;
  • trasporto fluviale di metano;
  • potenziale emissione, cioè metano eccedente l’equilibrio atmosferico;
  • emissione atmosferica effettivamente misurata;
  • origine termogenica del gas;
  • mobilizzazione di un serbatoio antico;
  • produzione contemporanea di nuovo metano.

Implicazioni per l’Artico e per altri ghiacciai

Il meccanismo potrebbe essere rilevante anche fuori dalle Svalbard dove ghiaccio e substrati organici ricchi di idrocarburi entrano in contatto. Le analogie più immediate riguardano altre regioni artiche, ma il trasferimento del risultato ad aree come Himalaya, Alpi o Antartide deve essere verificato geologicamente.

Non basta sapere quanto rapidamente si ritira un ghiacciaio. Occorre conoscere cosa c’è sotto il ghiaccio: shale, carbone, sedimenti organici, rocce madri, faglie, fratture, permafrost e possibili accumuli di gas. La stessa perdita di massa glaciale può quindi produrre risposte molto diverse in bacini con substrati differenti.

Proposta di monitoraggio

Un programma efficace dovrebbe integrare:

  1. cartografia geologica e geomorfologica dei bacini;
  2. rilievi GPR e, dove possibile, metodi elettromagnetici o sismici per il regime basale;
  3. monitoraggio continuo della portata e della temperatura dell’acqua;
  4. campionamenti ad alta frequenza durante l’intera stagione di fusione;
  5. concentrazioni di CH?, CO?, etano e propano;
  6. isotopi del carbonio e dell’idrogeno del metano;
  7. misure di ossigeno disciolto e attività metanotrofica;
  8. misure dirette del flusso aria-acqua nei tratti fluviali;
  9. telerilevamento del bilancio di massa e dell’evoluzione del reticolo di drenaggio;
  10. bilanci separati per portale glaciale, fiume proglaciale, sorgenti e falde.

L’esperienza degli acquiferi carsici offre un’analogia metodologica utile: acqua, fratture e condotti possono trasferire rapidamente sostanze dal substrato alla superficie, mentre la struttura del sistema controlla tempi di residenza, diluizione e attenuazione. Il parallelismo non implica che ghiacciai e acquiferi carsici siano sistemi equivalenti, ma suggerisce l’importanza di studiare il sottosuolo come rete di vie preferenziali e non come semplice serbatoio omogeneo. [file:2]

Valutazione complessiva

La ricerca di Kleber e colleghi compie un passo importante perché trasforma un’osservazione locale — metano nelle acque di fusione — in un modello meccanicistico verificabile. La mobilizzazione dipende dalla coincidenza tra una sorgente geologica ricca di materia organica e un letto glaciale temperato capace di sostenere il contatto acqua-roccia.

Il messaggio divulgativo “più fusione, più metano” è utile ma deve essere qualificato. La fusione può favorire la mobilizzazione, soprattutto nelle fasi iniziali e nei bacini predisposti; non è però sufficiente da sola a determinare il bilancio atmosferico. Degassamento, ossidazione, stagionalità, idrologia e trasformazioni termiche del ghiacciaio possono attenuare, amplificare o invertire la risposta.

Il significato più ampio dello studio è che il cambiamento climatico non agisce soltanto sulla quantità di ghiaccio, ma anche sulla connettività tra atmosfera, acqua, ghiaccio e geologia profonda. I ghiacciai possono funzionare come coperture criosferiche che isolano serbatoi di gas; quando cambiano, possono diventare anche vie di trasferimento per carbonio antico.

Scheda rapida per articolo

Titolo consigliato: Metano antico sotto i ghiacciai: alle Svalbard contano shale e temperatura del letto glaciale

Sottotitolo: Le acque di fusione di 19 ghiacciai risultano sovrasature di metano, in gran parte termogenico. Il rilascio è maggiore dove il ghiaccio temperato entra in contatto con rocce ricche di materia organica.

Dati chiave:

  • 19 ghiacciai vallivi studiati;
  • 148 campioni d’acqua, secondo il resoconto associato alla ricerca;
  • sovrasaturazione fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico;
  • firma isotopica e presenza di etano e propano compatibili con origine termogenica;
  • ruolo decisivo della presenza di letto glaciale temperato;
  • stima di 182-368 tonnellate annue trasportate dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard;
  • emissione atmosferica reale probabilmente inferiore o diversa dal semplice trasporto, a seconda di degassamento e ossidazione.

Frase da evitare: “Lo scioglimento dei ghiacciai libererà certamente enormi quantità di metano.”

Frase consigliata: “L’aumento della fusione può intensificare la mobilizzazione di metano geologico sotto i ghiacciai, ma l’entità dell’emissione atmosferica dipende dalla geologia, dal regime termico basale e dai processi di degassamento e ossidazione.”

Fonti principali

  • Kleber, G. E. et al. (2026), “Subglacial geology and thermal conditions regulate methane emissions from Svalbard glaciers”, Nature Communications, vol. 17, articolo 9347, DOI: 10.1038/s41467-026-77190-z.
  • Kleber, G. E. et al. (2025), “Proglacial methane emissions driven by meltwater and groundwater flushing in a high-Arctic glacial catchment”, Biogeosciences, 22, 659-674. [web:5]
  • Kleber, G. E. et al. (2023), “Groundwater springs formed during glacial retreat are a large source of methane in the high Arctic”, Nature Geoscience. [web:13]
  • Strock, K. E. et al. (2024), “Oxidation is a potentially significant methane sink in land-terminating glacial runoff”. [web:10]
  • Phys.org, “Melting Svalbard glaciers may flush ancient methane from rocks beneath the ice”, 8 settembre 2026. [web:7]

Fonte: https://www.nature.com/articles/s41467-026-77190-z

L'articolo Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard proviene da Scintilena.

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  • Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio
    Condividi La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico Una revisione cambia il quadro del proteo Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel
     

Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio

September 16th 2026 at 07:00

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La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico

Una revisione cambia il quadro del proteo

Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel genere Proteus.

Lo studio, firmato da Christophe Dufresnes e collaboratori, integra dati genomici e filogeografici, morfologia, distribuzione, modellistica ambientale, valutazioni del rischio e analisi nomenclaturale. Il risultato non indica la comparsa improvvisa di nove animali distinti. Rende visibile una diversità evolutiva già suggerita da precedenti ricerche genetiche.

La revisione descrive il proteo come un esempio di microendemismo sotterraneo. Le nove specie occupano areali molto ristretti nel Carso dinarico, tra Italia nord-orientale, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Il nuovo quadro modifica anche le priorità di conservazione.

Proteo, un anfibio stigionte del Carso dinarico

Il proteo è una salamandra acquatica. Vive in acquiferi, fiumi e laghi sotterranei, sorgenti carsiche e zone di contatto tra ambiente ipogeo ed epigeo. È uno stigionte, cioè un organismo strettamente associato alle acque sotterranee.

Il corpo allungato, la riduzione degli occhi, la pigmentazione generalmente scarsa e le branchie esterne persistenti sono adattamenti alla vita nel buio. La pedamorfosi consente all’animale adulto di conservare caratteri larvali. Il proteo vive e si riproduce in acqua senza completare la metamorfosi terrestre tipica di molte salamandre.

Il nome popolare “pesce delle caverne” è quindi improprio. La denominazione riflette l’aspetto e la vita acquatica, ma non la posizione sistematica dell’animale. Anche il dato sulla longevità, spesso indicata oltre il secolo, va riferito alla letteratura sul complesso storico di P. anguinus. Non può essere trasferito automaticamente a tutte le specie riconosciute nel 2026.

Nove specie e tre nuove descrizioni

La revisione riconosce nove specie di Proteus. Sei corrispondono a nomi già disponibili nella letteratura zoologica. Tre sono descritte formalmente nel nuovo lavoro.

Le specie riconosciute sono:

  • Proteus anguinus.
  • Proteus xanthostictus.
  • Proteus freyeri.
  • Proteus carrarae.
  • Proteus croaticus.
  • Proteus parkelj.
  • Proteus ikae.
  • Proteus bosniensis.
  • Proteus maurii.

Il proteo nero sloveno, Proteus parkelj, viene trattato come specie autonoma. La forma è caratterizzata da pigmentazione più marcata e da occhi maggiormente sviluppati rispetto alle forme bianche troglomorfe.

Le tre specie nuove sono P. ikae, associata all’Istria, P. bosniensis, riferita alla Bosnia nord-occidentale, e P. maurii, legata al Carso Classico. Il lavoro sottolinea che sei nomi erano già disponibili e sono stati recuperati attraverso una verifica storica della nomenclatura.

Proteus maurii, il proteo del Carso Classico

La nuova specie italiana è Proteus maurii. Il suo areale comprende le popolazioni del Carso Classico, nell’area del bacino sotterraneo del Timavo-Reka tra Italia e Slovenia. Il nome specifico rende omaggio al naturalista Edgardo Mauri, impegnato per anni nello studio e nella conservazione del proteo.

La diagnosi non dipende soltanto dall’aspetto esterno. Nel Carso Classico sono stati osservati individui bianchi e longilinei in grotta, ma anche esemplari più robusti e con tonalità dorate presso ambienti superficiali. La variazione fenotipica può dipendere dall’habitat e non basta a identificare una specie.

La delimitazione di Proteus maurii deriva dalla convergenza di più evidenze. I ricercatori hanno considerato la differenziazione genetica, la distribuzione geografica, la morfologia, l’ecologia e la storia dei nomi zoologici. È questo il principio della tassonomia integrativa.

Speciazione e acquiferi carsici isolati

Nel sottosuolo carsico, la continuità apparente del paesaggio non coincide con la connessione delle acque. Fratture, condotti, sifoni, cavità e sorgenti formano reti complesse. La riorganizzazione dei drenaggi, le catture fluviali e le variazioni del livello di base possono interrompere il flusso tra bacini diversi.

Il percorso evolutivo può essere ricostruito in modo semplice. Una popolazione ancestrale occupa le acque sotterranee. Un cambiamento del reticolo carsico isola alcuni gruppi. Il flusso genetico diminuisce. Deriva genetica, selezione e tempo producono lignaggi indipendenti.

Le grotte visitabili sono finestre su acquiferi più ampi. Due cavità vicine in superficie non sono necessariamente collegate in profondità. Due sorgenti lontane possono invece appartenere allo stesso sistema idrogeologico. Questa cautela è essenziale per interpretare la distribuzione del proteo.

Microendemismo e rischio di estinzione

L’abbandono del modello di una sola specie ampiamente distribuita ha conseguenze concrete. Quando tutte le popolazioni erano incluse in P. anguinus, la perdita di una sorgente poteva apparire come un declino locale. Se quella popolazione appartiene a una specie autonoma, lo stesso evento può rappresentare una perdita globale per il taxon.

L’abstract dello studio afferma che le nove specie sono in immediato pericolo di estinzione. La pubblicazione associa alla delimitazione tassonomica anche valutazioni di Lista Rossa e modelli di distribuzione. L’obiettivo è fornire una base per la gestione della conservazione a scala di specie.

Il caso di P. parkelj mostra la fragilità delle distribuzioni minime. Per il proteo nero sloveno viene indicata un’estensione di presenza di circa 3 chilometri quadrati, compatibile con una valutazione di In Pericolo Critico. P. bosniensis è riferito ai bacini superiori di Una e Sana, nella Bosnia nord-occidentale, con un’area occupata molto più piccola dell’estensione complessiva stimata.

Acquiferi carsici e pressioni ambientali

Il proteo dipende dalla qualità dell’acqua sotterranea. Gli acquiferi carsici sono vulnerabili perché l’acqua può infiltrarsi rapidamente attraverso fessure e inghiottitoi. I contaminanti possono transitare lungo i condotti e raggiungere sorgenti e habitat sotterranei con limitata filtrazione naturale.

Le pressioni principali includono nitrati, pesticidi, reflui civili, scarichi industriali, idrocarburi e rifiuti. Si aggiungono captazioni, emungimenti, cave, infrastrutture e cambiamenti nell’uso del suolo. Siccità e variazioni della ricarica possono modificare portate, livelli di falda e temperatura dell’acqua.

La tutela del proteo non può limitarsi al punto in cui viene osservato. Deve comprendere il bacino di ricarica, le connessioni idrogeologiche e le attività svolte in superficie. La documentazione sul progetto SOS Proteus richiama la necessità di integrare il monitoraggio chimico con quello ecologico delle acque sotterranee.

Monitoraggio e ruolo della speleologia

La conservazione richiede dati affidabili e raccolti con metodi a basso impatto. L’eDNA può rilevare tracce genetiche nell’acqua senza catturare direttamente gli animali. Le osservazioni standardizzate alle sorgenti, le fototrappole a infrarossi e il monitoraggio idrochimico possono completare il quadro.

La speleologia può contribuire alla conoscenza delle connessioni tra cavità, sorgenti e sistemi di drenaggio. Il lavoro sul campo deve rispettare protocolli rigorosi. Manipolazioni non necessarie, contaminazione delle attrezzature e divulgazione indiscriminata di località sensibili possono aumentare i rischi.

La gestione dovrebbe coinvolgere speleologi, idrogeologi, zoologi, enti gestori, laboratori genetici e comunità locali. Nessuna disciplina osserva da sola l’intero acquifero. La nuova tassonomia rende necessario coordinare le informazioni biologiche con la cartografia delle falde.

Una nuova scala per la conservazione

La revisione del 2026 modifica il modo di leggere il proteo. Non si tratta più soltanto di una specie simbolo del Carso dinarico, ma di un insieme di linee evolutive legate a sistemi sotterranei distinti. Proteus maurii porta questa revisione direttamente nel Carso Classico italiano.

Il punto centrale riguarda il rapporto tra specie e habitat. Una linea evolutiva isolata in un acquifero piccolo richiede una tutela commisurata alla sua distribuzione reale. La protezione della sorgente è importante, ma deve essere accompagnata dalla salvaguardia del bacino di ricarica e delle acque che lo alimentano.

Per la speleologia, il proteo conferma il valore scientifico delle cavità e delle sorgenti carsiche. Per la conservazione, mostra quanto la diversità sotterranea possa rimanere nascosta fino a quando genetica, idrogeologia e ricerca sul campo non vengono integrate.

Fonti

  1. Dufresnes, C. et al. (2026), Olm sweet olm: unearthing nine species of Proteus hidden beneath the Dinaric Karst, Amphibia-Reptilia, DOI 10.1163/15685381-bja10266. URL: https://orbi.uliege.be/handle/2268/347905
  2. Brill, Amphibia-Reptilia, articolo scientifico. URL: https://brill.com/view/journals/amre/aop/article-10.1163/15685381-bja10266/article-10.1163/15685381-bja10266.xml
  3. Università degli Studi di Milano, “Il proteo non è una sola specie: una ricerca ne riconosce nove, tra cui una italiana”. URL: https://lastatalenews.unimi.it/proteo-non-sola-specie-ricerca-ne-riconosce-nove-cui-italiana
  4. La Scintilena, “Il proteo non è più solo: nove specie nelle acque sotterranee dei Balcani”. URL: https://www.scintilena.com/il-proteo-non-e-piu-solo-nove-specie-nelle-acque-sotterranee-dei-balcani/08/17/
  5. Trontelj, P. et al. (2026), “Four new species of the genus Proteus (Amphibia: Proteidae)”, Natura Sloveniae. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/view/29865
  6. Society for Cave Biology, SOS Proteus, “Implementation of monitoring and practical actions”. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/download/16745/14135/51729
  7. Tular Cave Laboratory, “With Proteus we share dependence on groundwater”. URL: https://www.tular.si/images/pdf/Threats_on_Proteus_and_groundwater.pdf
  8. Materiale di progetto, file di riferimento.txt, sezione “Biologia & grotte”.

https://rivistanatura.com/il-pesce-delle-caverne-non-e-piu-il-solo/

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  • Cryosphere in Motion: manca un mese alla scadenza
    Condividi Laura Sanna ricorda su Speleo-it il videocontest in itinere Al video contest promosso dal CNR possono partecipare anche filmati non realizzati di recente La precisazione può essere di particolare interesse per la comunità speleologica, che può candidare immagini già presenti negli archivi relative a grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca, monitoraggio e lavoro sul campo in ambienti innevati e d’alta quota. La scadenza per le candidature è fissata al 15
     

Cryosphere in Motion: manca un mese alla scadenza

September 16th 2026 at 05:30

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Laura Sanna ricorda su Speleo-it il videocontest in itinere

Al video contest promosso dal CNR possono partecipare anche filmati non realizzati di recente

La precisazione può essere di particolare interesse per la comunità speleologica, che può candidare immagini già presenti negli archivi relative a grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca, monitoraggio e lavoro sul campo in ambienti innevati e d’alta quota.

La scadenza per le candidature è fissata al 15 ottobre 2026.

Il contest prevede tre categorie e tre premi in materiale tecnico. La premiazione si terrà l’11 dicembre 2026 presso la sede centrale del CNR a Roma.

Avete negli archivi immagini di grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca o monitoraggio in ambienti innevati e d’alta quota? Potrebbe essere l’occasione giusta per valorizzarle.

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  • Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido
    Condividi Gigi Casati prosegue l’esplorazione subacquea del sifone a monte: raggiunti gli 81 metri di profondità e risalita fino a -39. Il sistema di gallerie allagate conosciute supera ora i 700 metri di sviluppo Nuovi importanti risultati esplorativi nelle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, dove nel corso della campagna speleosubacquea 2026 Gigi Casati, del Gruppo Speleologico Lecchese, ha proseguito l’esplorazione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido. L’attività, organ
     

Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido

September 16th 2026 at 05:00

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Gigi Casati prosegue l’esplorazione subacquea del sifone a monte: raggiunti gli 81 metri di profondità e risalita fino a -39. Il sistema di gallerie allagate conosciute supera ora i 700 metri di sviluppo

Nuovi importanti risultati esplorativi nelle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, dove nel corso della campagna speleosubacquea 2026 Gigi Casati, del Gruppo Speleologico Lecchese, ha proseguito l’esplorazione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.

L’attività, organizzata dal Gruppo Speleologico Natura Esplora (GSNE), ha richiesto un notevole impegno logistico e il coinvolgimento di speleologi provenienti da numerosi gruppi italiani.

L’obiettivo principale della campagna era la prosecuzione dell’esplorazione subacquea iniziata negli anni precedenti.

Nel corso delle operazioni Casati ha effettuato complessivamente quattro immersioni: la prima per il posizionamento delle bombole di emergenza, la seconda per ripristinare il filo guida nelle condotte forzate, dove si era interrotto, la terza dedicata all’esplorazione vera e propria e la quarta per il recupero dei materiali.

Nella galleria a -60m

Le condizioni ambientali si sono rivelate migliori rispetto alla campagna dello scorso anno. La qualità dell’aria nei settori interessati dall’esplorazione ha consentito di operare senza particolari problemi, mentre la temperatura della grotta oscillava tra i 14 e i 15 °C.

Nella condotta forzata a -80m

In acqua, le condizioni sono state ancora una volta eccezionali dal punto di vista della visibilità, risultata perfetta, con una temperatura di circa 11 °C.

Nel restringimento

180 metri di nuova esplorazione

Nella gallerie si alternano sale e sul fango i ripples son ben visibili

Il risultato della campagna è particolarmente significativo: 180 metri di nuova esplorazione subacquea, raggiungendo una profondità massima di -81 metri e risalendo successivamente fino alla quota di -39 metri.

Di nuovo ambienti di ridotte dimensioni

Un risultato molto gratificante, nonostante se il mitico speleoGigi abbia accennato a proprie condizioni fisiche non ottimali durante la spedizione.

Con le nuove scoperte, il sistema delle gallerie allagate dei Pozzi dell’Orrido supera ora i 700 metri di sviluppo conosciuto, confermando l’importanza e la complessità del settore sommerso delle Grotte di Castelcivita.

Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse. L’intenzione è quella di tornare nel 2027 per proseguire le ricerche sia a monte sia a valle, cercando di comprendere ulteriormente l’estensione e l’andamento di questo articolato sistema carsico sommerso.

Un grande lavoro di squadra

Dietro ai risultati dell’esplorazione speleosubacquea c’è stato un importante lavoro collettivo. Durante la campagna è stata infatti movimentata una notevole quantità di materiali, con numerosi speleologi impegnati nella preparazione della discesa nel pozzo e nel trasporto delle attrezzature necessarie alle immersioni.

Di seguito pubblichiamo il racconto di Gigi Casati, protagonista dell’esplorazione speleosubacquea nei Pozzi dell’Orrido, con il resoconto diretto delle immersioni, delle difficoltà affrontate e dei risultati raggiunti durante la campagna 2026 alle Grotte di Castelcivita.

Grotte di Castelcivita 2026
Il mio obiettivo di quest’anno in compagnia del GSNE che ha organizzato la logistica era la prosecuzione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.
Abbiamo avuto la possibilità di fare 4 immersioni: una per posare le bombole di emergenza, una per sistemare il filo nelle condotte forzate che si era rotto, una per l’esplorazione e una per sbaraccare i materiali. Le condizioni dell’aria erano nettamente migliori dello scorso anno, si respirava bene, la temperatura nella grotta varia dai 15 ai 14 gradi. In acqua come al solito la visibilità era perfetta e la temperatura di 11 gradi. Il risultato finale considerando che le mie condizioni fisiche non erano perfette è stato gratificante, 180m di nuova esplorazione e risalito fino a -39m dai -81m di profondità massima. Ora il sistema delle gallerie allagate nei Pozzi dell’Orrido supera i 700m. Il prossimo anno ci daremo da fare per continuare sia a monte che a valle a esplorare questo incredibile sistema.
Quest’anno abbiamo movimentato molti materiali e il ringraziamento va a tutti gli amici speleologi che ci hanno aiutato nel preparare la discesa nel pozzo e nel trasportare le attrezzature.
Non è mancato l’indispensabile supporto del Comune di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Forziati e della Società delle Grotte di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Gigliello nonché le storiche guide Giuseppe Ricciardella e Pietro Costantino
Gruppo Speleologico Natura Esplora organizzatore dell’evento: Amalio Schiavo, Benedetta De Francesco, Berardino Bocchino, Enza Finelli, Francesca De Sio, Ivan Giorgetti, Rossana D’Arienzo e Vito Vairo
Gruppo Speleo Alpinistico Vallo di Diano: Vladimir Cuellar
Gruppo Speleo Cudinipuli: Vittorio Platì, Bahija El Malki e Amal El Alam
Gruppo Speleologico la Grave di Verzino: Quinzia Palazzo
Gruppo Grotte Grottaglie: Domenico Cimarrusti, Donato Barletta, Ester Stante, Gianna Freuli, Massimiliano de Marco, Rocco De Icco e Silvia Marrone
Gruppo Speleologico Lecchese: Gigi Casati
Gruppo Grotte Melphicta Kalipè: Giuseppe Dileo e Alessandro Smaldino.
Gruppo Speleo Tricase: Antonio Creti e Valeria Cazzetta
Roberto De Cave

La campagna 2026 aggiunge così un nuovo importante tassello alla conoscenza delle Grotte di Castelcivita.

Soprattutto, lascia aperta una prospettiva particolarmente interessante: oltre gli attuali limiti esplorativi, il sistema sommerso dei Pozzi dell’Orrido continua.

Il gruppone di fine spedizione

Fotografie e notizia di Gigi Casati

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  • Duemila Grotte, oggi a Trieste il centenario: un workshop guarda a cento anni di speleologia
    Condividi Alla Sala Luttazzi del Magazzino 26 l’incontro aperto al pubblico dedicato allo storico volume di Bertarelli e Boegan, considerato il primo esempio organico di catalogazione delle grotte Oggi, martedì 15 settembre 2026, Trieste celebra i cento anni di Duemila Grotte, una delle opere fondamentali nella storia della speleologia. A partire dalle ore 17.30, alla Sala Luttazzi del Magazzino 26, si terrà un workshop aperto a tutti dedicato al volume pubblicato nel 1926 da Luigi Vittori
     

Duemila Grotte, oggi a Trieste il centenario: un workshop guarda a cento anni di speleologia

September 15th 2026 at 06:00

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Alla Sala Luttazzi del Magazzino 26 l’incontro aperto al pubblico dedicato allo storico volume di Bertarelli e Boegan, considerato il primo esempio organico di catalogazione delle grotte

Oggi, martedì 15 settembre 2026, Trieste celebra i cento anni di Duemila Grotte, una delle opere fondamentali nella storia della speleologia.

A partire dalle ore 17.30, alla Sala Luttazzi del Magazzino 26, si terrà un workshop aperto a tutti dedicato al volume pubblicato nel 1926 da Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan.

Duemila Grotte ha accompagnato generazioni di speleologi ed è considerato il primo esempio di catalogazione organica delle cavità naturali, un’opera che rappresentò per l’epoca un’esperienza pionieristica anche nel panorama internazionale.

Scintilena aveva già approfondito il significato storico del centenario nell’articolo “Duemila Grotte 1926-2026: a Trieste il centenario del grande catasto speleologico”, pubblicato lo scorso 20 agosto.

Un documento per leggere un secolo di speleologia

A cent’anni dalla pubblicazione, il valore di Duemila Grotte non è soltanto storico: il volume costituisce infatti un documento eccezionale per confrontare lo stato della speleologia del primo Novecento con l’evoluzione tecnica, scientifica ed esplorativa sviluppatasi nel corso del secolo successivo.

Rilievi, descrizioni e catalogazione delle cavità restituiscono l’immagine di una speleologia che stava costruendo i propri strumenti e il proprio metodo. Molte delle pratiche oggi considerate fondamentali — esplorare, rilevare, documentare, confrontare e conservare i dati — trovano le proprie radici proprio in quel grande inventario delle cavità naturali del Carso.

Gli strumenti sono cambiati profondamente, ma il principio resta lo stesso: trasformare l’esplorazione in conoscenza condivisa e duratura.

Dal catasto cartaceo alle nuove tecnologie

Ai rilievi eseguiti con gli strumenti dell’epoca si sono oggi affiancati sistemi GNSS, GIS, rilievi digitali, laser scanner, fotogrammetria e banche dati capaci di integrare informazioni topografiche, geologiche, idrologiche e ambientali.

Proprio il confronto tra il 1926 e il 2026 sarà uno degli elementi più interessanti dell’incontro triestino: osservare quanto siano cambiate tecniche, obiettivi e possibilità della speleologia partendo da un’opera che, cento anni fa, tentò per la prima volta di organizzare in modo sistematico la conoscenza del sottosuolo carsico.

La Commissione Grotte Eugenio Boegan

Tra i relatori del workshop saranno presenti numerosi soci della Commissione Grotte Eugenio Boegan, gruppo speleologico della Società Alpina delle Giulie e realtà profondamente legata alla storia dell’esplorazione e dello studio del Carso.

Una presenza particolarmente significativa proprio in occasione del centenario di un’opera che porta il nome di Eugenio Boegan e che continua a rappresentare uno dei riferimenti della speleologia triestina.

L’appuntamento di oggi

Il workshop si terrà oggi, martedì 15 settembre 2026, a partire dalle ore 17.30, presso la Sala Luttazzi del Magazzino 26 di Trieste.

L’incontro è aperto a tutti.

Informazioni sull’incontro di Trieste

  • Evento: Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo
  • Data: martedì 15 settembre 2026
  • Luogo: Sala Luttazzi, Magazzino 26, Trieste
  • Apertura al pubblico: ore 17.00
  • Inizio: ore 17.30
  • Iscrizioni: entro le ore 23.59 di lunedì 14 settembre 2026

Fonti

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  • Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica
    Condividi Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento La parola a Giampaolo Pinto La tutela delle grotte e della fauna che le abita è un obiettivo condiviso da tutta la comunità speleologica. Proprio per questo il nuovo disciplinare adottato dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha aperto un confronto sul modo più efficace di coniugare conservazione, ricerca, esplorazione e sicurezza. Il tema coinvolge direttamente le realtà che da decenni opera
     

Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

September 15th 2026 at 05:00

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Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

La parola a Giampaolo Pinto

La tutela delle grotte e della fauna che le abita è un obiettivo condiviso da tutta la comunità speleologica. Proprio per questo il nuovo disciplinare adottato dal Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha aperto un confronto sul modo più efficace di coniugare conservazione, ricerca, esplorazione e sicurezza.

Il tema coinvolge direttamente le realtà che da decenni operano per la conoscenza e la tutela del patrimonio ipogeo – dalla Società Speleologica Italiana (SSI ETS) al Club Alpino Italiano (CAI), attraverso le organizzazioni e i gruppi speleologici, fino alle associazioni e ai ricercatori impegnati sul territorio – chiamate a collaborare con l’Ente Parco per costruire strumenti di gestione realmente efficaci e condivisi.

Cerchio delle fate – foto Giampaolo Pinto

La parola a Giampaolo Pinto!

Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica

Criticità e proposte sul nuovo disciplinare del Parco del Cilento

Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni ha recentemente approvato un nuovo disciplinare finalizzato a regolamentare l’accesso alle grotte non turistiche (habitat 8310 della Rete Natura 2000) e la tutela dei chirotteri.

Le finalità dell’Ente Parco sono pienamente condivisibili: proteggere ecosistemi fragili, salvaguardare la biodiversità e preservare la fauna ipogea durante le fasi più delicate del suo ciclo biologico. Un’analisi del disciplinare sotto il profilo scientifico, speleologico e dell’efficacia amministrativa evidenzia, tuttavia, alcune criticità che meritano un confronto. Il rischio è che misure nate con una corretta finalità di conservazione finiscano per limitare in modo eccessivamente generalizzato proprio le attività di studio, monitoraggio e conoscenza del mondo sotterraneo svolte da decenni dalla comunità speleologica.

  1. Il principio di precauzione e la necessità di un approccio puntuale

Una prima criticità riguarda l’applicazione generalizzata delle restrizioni temporali.

Il disciplinare prevede la chiusura delle cavità in due finestre temporali:

  • Dal 15 novembre al 15 marzo, per il periodo di letargo invernale.
  • Dal 15 maggio al 15 agosto, per il periodo di riproduzione e svezzamento.

Nel complesso, l’accesso alle grotte risulta quindi precluso per circa sette mesi all’anno. L’aspetto che merita maggiore approfondimento è che le limitazioni vengono applicate non soltanto alle cavità nelle quali sia accertata la presenza di chirotteri, ma, secondo quanto previsto dal disciplinare, anche agli ambienti ipogei censiti o non ancora censiti, in applicazione del principio di precauzione.

Dal punto di vista biologico e speleologico, un’impostazione così estesa presenta alcune criticità:

  • Biologia dei chirotteri. I pipistrelli selezionano i rifugi sulla base di specifiche caratteristiche ambientali e microclimatiche, quali temperatura, umidità, circolazione dell’aria e morfologia degli accessi. Ne consegue che non tutte le cavità presentano necessariamente caratteristiche idonee alla presenza di colonie nelle diverse fasi del ciclo biologico.
  • Attività esplorativa e conoscenza. Limitare preventivamente l’accesso anche a cavità inesplorate o non censite può rendere più difficile proprio l’acquisizione delle informazioni necessarie a verificare l’eventuale presenza di specie o habitat da tutelare. La conoscenza del territorio ipogeo costituisce infatti uno dei presupposti della sua stessa conservazione.

2. Il nodo burocratico: preavviso e valutazioni specialistiche

Per accedere alle cavità nei soli 4 mesi rimasti disponibili il disciplinare impone alle figure accreditate la richiesta di un’autorizzazione preventiva tramite PEC con almeno 2 giorni di anticipo, a volte vincolata all’acquisizione del parere di un tecnico naturalista mediante la redazione della Valutazione di Incidenza Ambientale (VIncA).

Un’impostazione di questo tipo può risultare difficilmente conciliabile con alcune modalità operative della ricerca e della prevenzione sul campo:

  • Condizioni meteorologiche e idrologiche. La speleologia esplorativa e scientifica è fortemente condizionata dalle condizioni meteorologiche e dai livelli idrici. Anche una programmazione effettuata con anticipo può dover essere modificata rapidamente: precipitazioni improvvise possono rendere pericolosa una cavità, mentre particolari condizioni di secca possono creare finestre esplorative di breve durata.
  • Proporzionalità dell’iter. L’applicazione di procedure complesse anche alle attività scientifiche, esplorative o di monitoraggio svolte da associazioni specializzate rischia di determinare un aggravio sia per gli operatori sia per gli uffici del Parco. Potrebbe quindi essere utile distinguere le procedure in funzione della natura, della durata e dell’effettivo impatto delle attività.

3. Sicurezza, addestramento e formazione

Il disciplinare esenta opportunamente dalle limitazioni le attività del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) in caso di intervento di emergenza.

Sotto il profilo della prevenzione, tuttavia, è opportuno considerare che la capacità di operare e soccorrere in ambiente ipogeo deriva da addestramento continuo, esercitazioni sul campo e formazione tecnica. Una forte riduzione delle occasioni di attività sul territorio potrebbe quindi incidere, indirettamente, sulla continuità della formazione e sulla conoscenza operativa delle cavità. Sarebbe utile che il disciplinare tenesse conto anche di questa esigenza, individuando modalità compatibili con gli obiettivi di conservazione.

4. Il ruolo della comunità speleologica nella tutela del territorio

La comunità speleologica, dalla Società Speleologica Italiana e dal Club Alpino Italiano (CAI) alle organizzazioni e ai gruppi speleologici locali, contribuisce storicamente alla conoscenza del patrimonio ipogeo attraverso attività di esplorazione, documentazione, aggiornamento dei catasti, segnalazione di criticità ambientali e collaborazione con la ricerca scientifica.

Una riduzione molto ampia della presenza qualificata sul territorio potrebbe avere anche effetti non intenzionali. Gli speleologi rappresentano infatti un presidio volontario diffuso, capace di osservare e segnalare situazioni di degrado, inquinamento o frequentazione impropria. La tutela potrebbe quindi essere rafforzata non soltanto attraverso limitazioni, ma anche valorizzando forme strutturate di collaborazione tra l’Ente Parco e i soggetti speleologici riconosciuti.

Conclusioni: proposte per una tutela efficace e condivisa

L’efficacia di una politica di conservazione dipende non soltanto dal rigore delle misure adottate, ma anche dalla loro proporzionalità, applicabilità e capacità di produrre risultati concreti.

Per coniugare la tutela dei chirotteri con la ricerca, la conoscenza del territorio e la sicurezza, sarebbe auspicabile avviare un confronto tra l’Ente Parco, le organizzazioni speleologiche e le competenze scientifiche interessate, prendendo in considerazione alcuni possibili strumenti:

  • Catasto dinamico e vincoli puntuali. Rafforzare progressivamente la mappatura delle cavità e, sulla base dei dati disponibili, modulare i periodi di rispetto in relazione alla presenza accertata delle colonie e alle caratteristiche dei singoli siti.
  • Protocolli d’intesa con i soggetti accreditati. Valutare convenzioni o protocolli annuali con i gruppi speleologici riconosciuti, accompagnati da obblighi di rendicontazione, condivisione dei dati e collaborazione nelle attività di monitoraggio.
  • Flessibilità procedurale per le attività esplorative. Prevedere procedure semplificate per le battute di ricerca e per le cavità di nuova scoperta, così da consentire l’acquisizione delle conoscenze necessarie alla successiva definizione delle misure di tutela.

La conservazione del patrimonio naturale richiede collaborazione, competenza e realismo operativo. L’obiettivo comune dovrebbe essere costruire un sistema nel quale tutela e conoscenza non siano percepite come esigenze contrapposte, ma come parti dello stesso processo. La comunità speleologica può offrire al Parco esperienza, presenza sul territorio e dati: trasformare questo patrimonio di competenze in una collaborazione strutturata potrebbe rendere la tutela del mondo ipogeo del Cilento più efficace, condivisa e duratura.

Trasformare il mondo ipogeo del Cilento in una fortezza burocratica inaccessibile non aiuterà i pipistrelli, ma rischia soltanto di spegnere la luce della conoscenza e della ricerca speleologica sul territorio.

foto Giampaolo Pinto

Ringraziamo moltissimo Giampaolo Pinto per questo contributo. Un confronto aperto tra Parco, mondo speleologico, comunità scientifica e le altre realtà coinvolte nella tutela del territorio può essere il passo decisivo per trasformare le criticità in un’occasione di collaborazione e tutela condivisa.

foto Giampaolo Pinto

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