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PICOS 2026, 1.024 metri di rilievi nel carsismo di Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

September 20th 2026 at 07:00

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La campagna estiva nei Picos de Europa amplia le conoscenze del settore e riporta l’attenzione su Moñas, sulle correnti d’aria e sul monitoraggio delle cavità con neve e ghiaccio

La campagna PICOS 2026 si è svolta dal 1° al 21 agosto nel settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello del Macizo Central dei Picos de Europa, nelle Asturie. Secondo il resoconto di Zape Speleo riportato nel dossier di campagna, hanno partecipato 26 speleologi. Il lavoro ha aggiunto 1.024 metri di nuovi rilievi.

Il totale topografato nei settori indicati supera ora i 39 chilometri. È un dato di campagna che dovrà essere consolidato negli archivi topografici e nelle successive pubblicazioni tecniche. PICOS 2026 conferma comunque che l’area conserva numerosi obiettivi esplorativi aperti.

PICOS 2026 e le prosecuzioni nel settore Moñas

Il settore di Moñas è indicato come il fronte più promettente della campagna PICOS 2026. Le cavità M-15, M-3 e M-101 presentano prosecuzioni ancora aperte. Le squadre hanno inoltre segnalato correnti d’aria, nuovi pozzi e meandri da sviluppare.

In questo tipo di esplorazione l’aria è un indicatore operativo importante. La documentazione storica di Zape Speleo ricorda che, d’estate, una cavità alpina tende in genere a richiamare aria verso l’interno. Una bocca che soffia con temperature esterne elevate può quindi indicare un collegamento con aperture poste a quota maggiore. È una lettura utile per orientare la ricerca, non una dimostrazione di connessione tra due sistemi.

L’interpretazione delle correnti richiede misure ripetute. Direzione, velocità, temperatura esterna e interna, pressione e condizioni meteorologiche vanno registrate nello stesso punto e con protocolli comparabili. Solo così i segnali osservati durante PICOS 2026 potranno essere valutati nel tempo.

Torca del Valle del Agua e i dati del rilievo

La VA-1, Torca del Valle del Agua, è indicata con 9.797 metri di sviluppo ed è la cavità più estesa nella lista di campagna. Il confronto con il valore di 4.414 metri pubblicato dalla stessa realtà esplorativa nel 2009 mostra quanto sia cresciuta la porzione conosciuta e rilevata nel tempo.

Il confronto non descrive necessariamente un’espansione lineare della grotta. Può riflettere nuove vie, ricongiungimenti, riscoperta di rami, revisione dei dati e miglioramento della copertura topografica. La pagina storica di Zape Speleo riferisce anche una rete di tubi freatici alla quota di circa -900 metri, elemento che distingue questa cavità nel quadro di esplorazioni molto verticali.

PICOS 2026 si inserisce quindi in una ricerca di lungo periodo. La revisione di cavità già note resta parte centrale del metodo. Passaggi trascurati, deviazioni non percorse e modifiche delle condizioni interne possono riaprire obiettivi che in precedenza sembravano conclusi.

Carsismo dei Picos de Europa e grandi verticali

La prevalenza di pozzi profondi nei Picos de Europa ha una base geologica e idrogeologica precisa. I calcari carboniferi molto potenti costituiscono il principale acquifero carsico. Il loro spessore supera i 2 chilometri nella sintesi idrogeologica del Parco; altri studi richiamano un impilamento verticale di oltre 3 chilometri in alcuni assetti strutturali.

Conta anche il dislivello. Tra le cime e le incisioni dei fiumi possono esserci fino a 2.300 metri. Fratture, faglie e piani di sovrascorrimento guidano la circolazione sotterranea. Le intercalazioni silicoclastiche, meno permeabili, compartimentano l’acquifero. Limitano molti sviluppi orizzontali e favoriscono l’organizzazione verticale delle simas.

Nel Parco nazionale la ricarica avviene soprattutto per infiltrazione diretta ed è influenzata dalla neve. Le barriere silicoclastiche condizionano la direzione dei flussi, orientati in prevalenza verso nord. Questo inquadramento aiuta a leggere i risultati di PICOS 2026 senza trasformare ipotesi locali in conclusioni generali.

Farfáu de la Viña, neve e ghiaccio nelle cavità

Il dossier richiama l’ipotesi di drenaggio verso la sorgente del Farfáu de la Viña, nel bacino del Cares. La fonte storica del gruppo segnala una colorazione positiva delle acque del settore Castil alla sorgente, posta a circa 8 chilometri in linea d’aria. Per altre cavità e sifoni vengono invece avanzate connessioni per prossimità, quote e lettura delle topografie.

La distinzione è essenziale. Una colorazione positiva fornisce un’evidenza diretta del collegamento idrologico tra il punto immesso e la risorgenza. La continuità ipotizzata per sistemi vicini resta un modello da sottoporre a nuove prove con traccianti, misure di portata e confronto tra eventi idrologici.

Durante PICOS 2026 sono state osservate minore disponibilità d’acqua, ritiro di neve e ghiaccio e ampliamento di sale glaciali. Queste osservazioni meritano attenzione. Le grotte ghiacciate dei Picos sono sensibili ai regimi termici e alle precipitazioni nivali. Studi sul clima della Spagna riportano perdite di masse di ghiaccio in cavità dei Picos e collegano il fenomeno a temperature più alte, minore neve e variazioni degli eventi piovosi.

Una sola campagna non basta per dimostrare una tendenza climatica. Servono serie di misure. Un programma essenziale dovrebbe prevedere fotografie da capisaldi fissi, rilievi periodici di neve e ghiaccio, datalogger di temperatura e umidità, misure della portata alle sorgenti e annotazione delle condizioni meteorologiche. PICOS 2026 può così offrire una base utile per un monitoraggio ripetibile.

Dati da verificare e prossime attività

I 1.024 metri di nuovi rilievi, gli oltre 39 chilometri complessivi e i dati di ogni singola cavità vanno attribuiti al resoconto PICOS 2026. La loro verifica richiederà il deposito o la consultazione delle topografie aggiornate. Anche il dato della VA-1 andrà letto insieme alla data di aggiornamento, al perimetro considerato e alle eventuali connessioni incluse.

Le priorità emerse sono chiare: avanzare nelle prosecuzioni di Moñas, controllare il valore di profondità della M-3, documentare le condizioni microclimatiche delle cavità e rafforzare le verifiche idrologiche nel bacino del Cares. Il settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello resta un laboratorio di esplorazione e di ricerca sul carsismo profondo dei Picos de Europa.

Fonti

PICOS 2026 — Dossier di ricerca

Campagna nel Macizo Central dei Picos de Europa: Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

Oggetto. Analisi critica del resoconto di campagna 1–21 agosto 2026, con inquadramento geomorfologico, idrogeologico e conservazionistico.

Fonti e metodo. Il nucleo dei dati 2026 è il resoconto fornito dall’utente, attribuito alla pagina Picos General del blog Zape Speleo. La pagina ricostruisce anche la logica esplorativa storica del settore: esplorazione prevalentemente verticale, ricerca e interpretazione delle correnti d’aria, revisioni di vecchie vie e modello di drenaggio verso il Farfáu de la Viña. Il contesto scientifico è verificato con lavori di Università di Oviedo/IGME e guida IGME del Parco. I dati 2026, salvo dove indicato, sono quindi dati di campagna da considerare provvisori fino a pubblicazione di rilievi e catasto aggiornati.


1. Sintesi esecutiva

La campagna ha prodotto 1.024 m di nuovo rilievo topografico e ha portato il patrimonio documentato nei settori Castil–Tortorios–Moñas–Urriello a oltre 39 km di condotti. Hanno partecipato 26 speleologi, in periodi frazionati dal 1° al 21 agosto, provenienti da 11 gruppi di Spagna, Portogallo e Francia.

Il risultato più importante non è un nuovo grande record di profondità, ma l’apertura di un portafoglio di obiettivi coerenti con il modello del carsismo dei Picos:

  1. Moñas è il settore più dinamico. M-15 e M-3 restano apertamente in esplorazione; M-101 aggiunge una nuova verticale attiva; sei nuove entrate incrementano il potenziale di connessioni.
  2. Le correnti d’aria guidano le decisioni. La perdita, l’inversione o la riapparizione dell’aria viene usata per scegliere tra meandri, risalite, finestre e bypass di blocchi.
  3. Ghiaccio e neve sono una variabile esplorativa e ambientale. Assenza di nevai presso il campo, minore portata della Fuente del Valle del Agua e revisione di cavità storicamente ostruite da ghiaccio sono segnali osservativi rilevanti, ma non costituiscono da soli una serie climatica.
  4. La topografia modifica anche i valori “noti”. Il caso CZ-1/2, cresciuto da 319 a 589 m e da -169 a -191 m senza nuove prosecuzioni, mostra quanto bocche, precisione strumentale e chiusure topografiche possano cambiare il dato catastale.
  5. L’interesse idrogeologico resta alto. Il modello storico del gruppo mette in relazione Castil-Carbonal, Valle del Agua, Carnizoso, Piedras Verdes e Urriello con la sorgente del Farfáu de la Viña; questa è un’ipotesi sostenuta per parte del settore da colorazioni e coerenza topografica, ma le nuove connessioni non sono ancora dimostrate.

2. Contesto del Macizo Central

Perché i Picos producono simas così profonde

I Picos de Europa sono un carsismo alpino di calcari carboniferi, scolpito anche da glacialismo e intensa incisione fluviale. Nel Parco sono state riconosciute migliaia di cavità e centinaia di chilometri di condotti. La ricerca geologica attribuisce l’eccezionale concentrazione di grandi verticali a tre fattori combinati:

  • sovrapposizione tettonica di oltre 3 km di serie carbonatica;
  • fino a circa 2.300 m di dislivello tra le quote alte e gli alvei profondamente incisi;
  • decenni di documentazione speleologica sistematica.

Gli acquitardi silicoclastici, spesso molto inclinati o subverticali, compartimentano lateralmente l’acquifero carsico. Ne risulta una forte continuità verticale, favorevole a pozzi e simas profonde, ma una continuità laterale più limitata: per questo molti sistemi sono verticalmente spettacolari senza raggiungere gli sviluppi orizzontali di alcuni grandi carsismi alpini o cantabrici.

Cosa significa per la campagna 2026

Nel lessico operativo del rapporto:

  • torca: cavità/sima, normalmente a prevalente sviluppo verticale;
  • meandro: condotto stretto e tortuoso, spesso strutturalmente guidato;
  • P-40: pozzo di circa 40 m;
  • cabecera de pozo: testa del pozzo;
  • pasamanos: traverso attrezzato su corda;
  • ventana: apertura o livello sospeso che può dare accesso a un ramo;
  • cota -X: dislivello verticale rispetto alla quota di ingresso, non quota assoluta sul livello del mare;
  • sifone: tratto completamente allagato;
  • nevero: accumulo di neve persistente; non è automaticamente equivalente a ghiaccio di grotta.

La strategia descritta da Zape Speleo è tecnicamente coerente con questo ambiente: le fratture e i pozzi offrono accessi verticali; i meandri, le finestre e i punti d’aria sono i luoghi in cui cercare la continuità di rete. La revisione di vie date per chiuse è altrettanto importante della prospezione di nuove bocche.


3. Risultati per settore

Moñas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione

M-15, Torca del Coterón de Moñas sviluppo 551 ? 617 m (+66 m); nuovi rami fino a -139 m; via storica a -146 m Una sequenza di pozzi conduce alla base di una grande verticale/chimenea >60 m. Il meandro di fondo pareva terminale, ma un passaggio superiore scoperto nell’ultimo giorno riapre l’esplorazione in un reticolo labirintico con flussi d’aria aspiranti ed espiranti. Ipotesi dichiarata: possibile collegamento a CT-1, con sistema potenziale di circa -999 m; non dimostrato.

M-3, Torca de las Moñas sviluppo totale 1.485 m; profondità massima -385 m; rami a -200, -281 e ramo attuale a circa -343 m La stretta prosecuzione bassa è stata superata da un “equipo mini”, che ha percorso ~100 m di meandro fino a una testa di pozzo. Finestre e traversi verso altri rami non hanno dato prosecuzioni. Una via storica è stata spinta a circa -281 m. È il principale target di profondità del settore Moñas.

M-101, Torca de la Jorcadina de las Moñas145 m di sviluppo; -108 m Forte corrente d’aria iniziale, temporaneamente persa in un tappo di blocchi e fango. Superato il tappo, nuovi pozzi portano a una sala con due opzioni: condotto discendente instabile e diaclasi diagonale alta percorribile con lavoro. Ramo genuinamente aperto.

M-103 non quantificato Bocca nota dal 2025, saggiata nel 2026; aria e qualche sviluppo.

M80 circa -30 m Pozzo nascosto con aria espirante che diventa aspirante al fondo. Le piccole bocche vicine con aria possono essere indizi di un sistema di interconnessioni superficiali.

Lettura speleogenetica. M-15 e M-3 non sono solo “cavità che continuano”: sono nodi in un’area dove l’aria suggerisce comunicazioni tra ingressi e quote diverse. In estate, secondo l’impostazione presentata dal gruppo, una bocca che espira con temperatura esterna elevata può comportarsi da ingresso basso connesso a aperture superiori; è un criterio euristico utile, da verificare con temperatura, pressione e morfologia, non una prova di connessione.

Jou de Castil e laderas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione PC-31 nessuna nuova prosecuzione Riesaminata l’ultima incognita lasciata nel 2024; cavità disattrezzata. È un esempio di chiusura metodica di un obiettivo. PC-3 profondità raggiunta -63 m Riscoperta una cavità con importante tappo di ghiaccio. Un meandro sospeso, con forte aria, conduce a un P-40; l’aria si perde alla testa del pozzo. Risalite e traversi sopra, a metà e alla base non hanno ancora restituito una prosecuzione. Il fondo esplorato è sotto la quota del ghiaccio, stimata attorno a -40 m.

Significato. PC-3 segnala sia un potenziale di esplorazione oltre la barriera glaciale sia una vulnerabilità: in ambienti glacio-carsici, l’arretramento del ghiaccio può rendere fisicamente accessibili spazi prima ostruiti, ma può anche destabilizzare blocchi e sedimenti e trasformare il regime idrico e termico della cavità.

Valle del Agua e Carnizoso

Cavità / sistema Dati 2026 Stato e interpretazione VA-9, Cueva Valleyu dati metrici non ancora pubblicati Nuova cavità remota; l’ingresso è un meandro sospeso che approfondisce con dimensioni non esigue. Obiettivo appena avviato. CZ-1 e CZ-2 sviluppo 319 ? 589 m (+270 m); profondità -169 ? -191 m (+22 m) Riesplorazione di cavità con neve/ghiaccio interno in diminuzione. Le sale profonde di ghiaccio risultano ampliate, ma non sono state trovate nuove prosecuzioni. Il rapporto attribuisce prudenzialmente il salto di dati anche a differenze tra bocche e al rilievo elettronico: non va letto automaticamente come 270 m di nuova scoperta.


4. Sistemi principali e scala dei dati

Quadro dichiarato nel rapporto 2026

Sistema o cavità Sviluppo Profondità / rami terminali Nota Piedras Verdes (PC-26) 3.043 m -1.165 m; sifone -22 m, quindi -1.187 m Uno dei grandi obiettivi verticali del settore. Sistema Castil–Carbonal (PC-15–CT-14) 4.786 m -1.019 m; sifone -9 m, quindi -1.028 m Sistema idrogeologicamente centrale nel modello del gruppo. Torca del Valle del Agua (VA-1) 9.797 m rami a -468, -906, -925, -974 m Il maggiore sviluppo nella lista di campagna. Torca de la Pared de Carbonal (CT-1) 7.781 m rami a -331, -378, -993, -956 m Possibile riferimento per M-15; nessuna connessione confermata. Sistema de Carnizoso (CZ-3–VA-5) 4.130 m -687 m Sistema distinto da CZ-1/2. Torca de las Moñas (M-3) 1.485 m -385 m; rami a -200, -281 e ~-343 m in esplorazione Il valore “-3343 m” nel testo fornito è manifestamente un refuso: contesto e frase precedente indicano circa -343 m. Torca del Coterón de Moñas (M-15) 617 m -146 e -139 m In esplorazione.

La somma dei soli sette sistemi elencati è 31.639 m. Il totale di “oltre 39 km” per i settori comprende quindi almeno 7.361 m ulteriori di cavità minori, rami e sistemi non inclusi nella lista sintetica. Questa differenza è normale in un inventario di settore e non è un’incoerenza.

Cosa dicono i confronti storici

Il sito Zape Speleo registra per VA-1, nel 2009, 4.414 m di sviluppo a -900 m e ricorda la presenza di una rete di tubi freatici attorno a -900 m. Il dato 2026 di 9.797 m mostra quindi, sul lungo periodo, più del raddoppio della lunghezza topografata. Il confronto è utile per misurare la crescita esplorativa, non per desumere automaticamente un aumento della cavità fisica: la grotta non “si è allungata”, è aumentata la sua parte conosciuta e rilevata.

La letteratura scientifica colloca il contesto in una delle maggiori concentrazioni mondiali di simas profonde. Uno studio del 2017 riporta che, nei Picos, il 14% delle simas oltre 1 km allora considerate a scala mondiale ricadeva nel massiccio; il dato è storico e non va trasformato in una classifica attuale senza un aggiornamento globale omogeneo.


5. Idrogeologia: aria, acqua e possibili connessioni

Il modello Farfáu de la Viña

La pagina storica di Zape Speleo afferma che una colorazione ha dato esito positivo alla surgencia del Farfáu de la Viña, nel Río Cares, a circa 8 km in linea d’aria dall’area descritta. Il gruppo propone che Sistema Castil–Carbonal, Carnizoso, Piedras Verdes, Valle del Agua e Torca Urriello drenino, totalmente o in parte, verso quell’asse di recapito.

Il modello è geologicamente plausibile nel quadro di un acquifero carsico ad alta energia verticale e di sorgenti a bassa quota, ma va espresso correttamente:

  • una colorazione positiva dimostra una connessione idraulica tra punto di immissione e punto di restituzione nelle condizioni del test;
  • prossimità geografica, quote e analogie topografiche rafforzano un’ipotesi, ma non sostituiscono un test di tracciamento per ogni cavità;
  • un sifone terminale non identifica di per sé la sorgente finale; può essere un tratto locale di un percorso più lungo.

Correnti d’aria: valore e limiti

L’aria è il “tracciante” operativo più immediato della campagna. Il rapporto usa tre segnali:

  1. aria forte in un ingresso o meandro: priorità esplorativa;
  2. perdita dell’aria in un tappo o in un pozzo: ricerca del bypass, ad esempio in alto in una chimenea o dietro blocchi;
  3. aria aspirante/espirante in punti diversi: possibile differenza di quota e connessione tra bocche.

L’interpretazione deve però incorporare meteo, ciclo diurno, temperatura esterna, volume della cavità e geometria delle aperture. Per trasformare un indizio in dato robusto sarebbero utili serie di temperatura, umidità, pressione e velocità/direzione dell’aria alle bocche, correlate con la meteorologia esterna.


6. Ghiaccio, neve e cambiamento ambientale

Il resoconto 2026 registra tre osservazioni dirette:

  • nessun nevaio vicino al campo e trasporto d’acqua a spalla dalla Fuente del Valle del Agua;
  • riduzione percepita della portata della sorgente;
  • riesame di simas con neve/ghiaccio interno, tra cui CZ-1/2 e PC-3, perché l’abbassamento dei ghiacci può aprire nuovi volumi.

Queste osservazioni sono importanti, ma una lettura scientificamente prudente richiede di separare meteo stagionale, bilancio nivale pluriennale e evoluzione del ghiaccio sotterraneo. Le cavità glaciali dei Picos sono oggetto di ricerca specifica e sono considerate archivi climatici fragili; una pubblicazione del 2025 tratta esplicitamente i loro cambiamenti negli ultimi quindici anni. Il dato di una singola campagna non consente tuttavia di quantificare un trend climatico locale né di attribuirne la causa.

Protocollo utile per le prossime campagne

  • Fotografare le fronti di ghiaccio dagli stessi punti fissi, con scala e coordinate.
  • Rilevare periodicamente quota e morfologia della superficie del ghiaccio con distanziometro/laser scanner o fotogrammetria.
  • Installare datalogger in aria e, dove appropriato, nel ghiaccio: temperatura, umidità e pressione.
  • Misurare la portata della Fuente del Valle del Agua con metodo replicabile e annotare data, precipitazioni, fusione nivale e ora.
  • Tenere separati in catasto: nuova prosecuzione, disostruzione di passaggio preesistente, correzione strumentale e revisione di collegamento tra bocche.
  • Valutare la stabilità di blocchi e sedimenti dopo il ritiro del ghiaccio prima di riattrezzare le vie.

7. Valutazione critica dei risultati

Punti forti

  • Esplorazione multi-obiettivo. La campagna non concentra risorse su un solo fondo: combina nuove bocche, grandi sistemi, revisioni e verifiche di ghiaccio.
  • Capacità di revisione. M-15, M-3 e PC-3 mostrano che una chiusura apparente può dipendere dalla prospettiva, dalla taglia del team, dall’attrezzatura o dalla lettura dell’aria.
  • Rilievo come risultato scientifico. I 1.024 m topografati sono un prodotto durevole, fondamentale per la comparazione interannuale e il modello idrogeologico.
  • Logistica cooperativa. L’uso di elicottero e la disponibilità delle strutture di Casa Cipriano hanno ridotto il peso dei trasporti; ciò permette di dedicare più tempo alle attività sotterranee, pur richiedendo gestione rigorosa dell’impatto ambientale.

Limiti e cautele

  • Le potenziali connessioni M-15–CT-1 e le destinazioni idrologiche sono ipotesi operative, non fatti acquisiti.
  • La profondità dei rami va riferita sempre alla singola bocca e alla topografia chiusa; una connessione non implica automaticamente il valore di profondità prospettato senza calcolare quote assolute e percorso del sistema.
  • Il dato CZ-1/2 include dichiaratamente possibili differenze dovute a bocche e tecnica di misura; non deve essere presentato come nuova esplorazione netta di 270 m.
  • La diminuzione di neve, ghiaccio o portata osservata nel 2026 è un segnale da documentare, non una prova autonoma di causalità climatica.

8. Domande d’esame / flashcard

  1. Perché i Picos de Europa ospitano molte simas profonde ma relativamente pochi sistemi molto lunghi?
    Per la potente serie calcarea e il grande dislivello topografico, che favoriscono lo sviluppo verticale, mentre acquitardi subverticali compartimentano lateralmente l’acquifero e limitano la continuità orizzontale.
  2. Che cosa indica una corrente d’aria in una cavità alpina?
    Può indicare una comunicazione con altri volumi o bocche e guidare la ricerca di prosecuzioni; da sola non dimostra una connessione né la direzione del drenaggio idrico.
  3. Qual è il risultato numerico principale della campagna 2026?
    1.024 m di nuovi rilievi e oltre 39 km complessivi topografati nei settori considerati.
  4. Quali sono i principali obiettivi aperti a Moñas?
    M-15, M-3 e M-101, oltre alle nuove bocche M-103 e M80.
  5. Perché CZ-1/2 richiede prudenza nell’interpretazione?
    L’aumento di sviluppo e profondità è associato al ritiro del ghiaccio, ma il rapporto segnala anche differenze tra bocche e maggiore precisione del rilievo elettronico, senza nuove prosecuzioni trovate.
  6. Che cosa rende importante la sorgente del Farfáu de la Viña?
    È il recapito indicato da una colorazione per parte delle acque del settore ed è centrale nel modello di drenaggio verso il Río Cares.
  7. Quale cavità ha il maggior sviluppo nella lista 2026?
    Torca del Valle del Agua (VA-1), con 9.797 m.
  8. Che errore editoriale è presente nel testo fornito?
    Il valore “-3343 m” attribuito al ramo in esplorazione di M-3 è incoerente con il testo e va letto con ogni probabilità come “circa -343 m”.

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  • Túnel de la Atlántida: il tubo lavico sommerso di Lanzarote racconta 21 mila anni di mare e clima
    Condividi Un nuovo studio su Túnel de la Atlántida ricostruisce le trasformazioni del livello marino relativo e degli ambienti costieri dal Tardo Pleistocene all’Olocene Il Túnel de la Atlántida, il lungo tratto sommerso del sistema lavico di La Corona a Lanzarote, viene proposto come archivio geologico delle variazioni marine e ambientali avvenute tra la fine del Pleistocene e l’Olocene. Lo indica uno studio pubblicato nel 2026 su Geologica Acta, firmato da Javier Lario e da un gruppo di ric
     

Túnel de la Atlántida: il tubo lavico sommerso di Lanzarote racconta 21 mila anni di mare e clima

September 19th 2026 at 12:00

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Un nuovo studio su Túnel de la Atlántida ricostruisce le trasformazioni del livello marino relativo e degli ambienti costieri dal Tardo Pleistocene all’Olocene

Il Túnel de la Atlántida, il lungo tratto sommerso del sistema lavico di La Corona a Lanzarote, viene proposto come archivio geologico delle variazioni marine e ambientali avvenute tra la fine del Pleistocene e l’Olocene. Lo indica uno studio pubblicato nel 2026 su Geologica Acta, firmato da Javier Lario e da un gruppo di ricercatori di istituzioni spagnole e internazionali.

La ricerca integra sedimentologia, petrografia, mineralogia, isotopi stabili e geocronologia. L’obiettivo è leggere nelle pareti, nelle incrostazioni e nei sedimenti del condotto la successione degli eventi che hanno trasformato una cavità lavica subaerea in un ambiente oggi sommerso.

Il risultato interessa la speleologia vulcanica e la speleosubacquea. Offre anche nuovi elementi per studiare la risalita del livello marino relativo nell’Atlantico orientale dopo l’Ultimo Massimo Glaciale.

Túnel de la Atlántida e tubo lavico La Corona

Il Túnel de la Atlántida non è una grotta scavata dal moto ondoso. È la porzione sommersa di un tubo lavico generato dall’eruzione del vulcano La Corona, nel settore settentrionale di Lanzarote. Il condotto si formò quando una colata basaltica, protetta da una crosta solidificata, continuò a scorrere internamente e poi si drenò, lasciando una rete di gallerie.

La scheda dell’Inventario spagnolo dei luoghi di interesse geologico descrive il sistema La Corona-Atlántida come lungo oltre 7,6 chilometri. Gli ultimi 1,6 chilometri risultano oggi sotto il livello del mare. Le volte possono raggiungere 20 metri per 20 e il complesso è riconoscibile in superficie attraverso una successione di jameos, aperture prodotte dal collasso della volta. [web:13]

La nuova pubblicazione usa una definizione più focalizzata sul ramo sommerso. Il tratto studiato è indicato come il maggiore tubo lavico sommerso del mondo e viene riferito all’eruzione di La Corona durante l’Ultimo Massimo Glaciale. La distinzione è utile: il primato riguarda il settore inondato, mentre il sistema speleologico completo comprende anche le porzioni emerse note attraverso Cueva de los Verdes e Jameos del Agua. [web:7]

La cronologia della formazione del tubo resta un elemento centrale. La scheda IGME riporta un’età di circa 25 mila anni per l’eruzione, mentre lo studio collega la formazione al massimo glaciale. Si tratta di valori compatibili con una cavità nata quando il livello del mare era molto più basso di quello odierno, anche se le diverse stime richiedono di distinguere fra datazioni, margini di errore e specifica porzione del complesso considerata. [web:7][web:13]

Livello marino relativo nel Túnel de la Atlántida

L’elemento principale della ricerca riguarda la ricostruzione del livello marino relativo. Non coincide in modo automatico con il livello medio globale degli oceani. Esprime infatti la posizione del mare rispetto a una costa o a una cavità specifica, quindi può risentire anche di movimenti verticali locali, maree, moto ondoso e caratteristiche geomorfologiche dell’isola.

Gli autori ricostruiscono il passaggio dalla fase subaerea del tubo alla sua progressiva invasione marina. Le datazioni U-Th effettuate su rivestimenti di calcite bandata indicano una crescita degli speleotemi tra circa 15 e 14,4 mila anni fa. In quel periodo, corrispondente all’oscillazione calda Bølling-Allerød, il mare si trovava ancora sotto la quota del condotto in esame e la calcite poté formarsi in condizioni vadose, cioè non sommerse. [web:7]

Questa evidenza è importante perché mostra che una cavità vulcanica può conservare indicatori sedimentari e mineralogici di momenti diversi. Le forme primarie raccontano la dinamica della lava. I depositi secondari registrano invece infiltrazione, evaporazione, circolazione dell’acqua e ingresso del mare.

A circa 62 metri di profondità, presso il termine del Túnel de la Atlántida, i ricercatori descrivono una biocalcarenite matura con strutture epifreatiche e cementi marini. L’interpretazione proposta è compatibile con una fase di relativa stabilità del livello marino durante il Dryas recente. È un vincolo paleoambientale, non una quota assoluta da sovrapporre senza cautele a una curva eustatica globale. [web:7]

Sedimenti, incrostazioni e minerali

Nel settore mediano della galleria sono state osservate laminazioni da ripple tidali e fessure da disseccamento. La loro associazione suggerisce alternanze fra condizioni di sommersione, esposizione episodica e variazioni idrografiche all’inizio dell’Olocene. Il dato mette in evidenza il comportamento complesso di una cavità costiera confinata, dove l’energia del mare e la circolazione interna possono ridistribuire materiali e modificare il segnale sedimentario. [web:7]

Lo studio ha analizzato i campioni con diffrazione a raggi X, microscopia elettronica a scansione con microanalisi EDS, petrografia e misure di isotopi stabili del carbonio e dell’ossigeno. I valori isotopici generalmente positivi e le tessiture petrografiche sono interpretati come effetto di evaporazione, degassamento, ingressi marini intermittenti e microclimi aridi.

Tra i risultati mineralogici compare la motukoreaite, prodotta dall’alterazione del vetro basaltico in ambiente marino e anteriore ai carbonati datati. Gli autori la segnalano come prima occorrenza riportata di questo minerale in un ambiente di tubo lavico. [web:7]

Il caso del Túnel de la Atlántida mostra perché non sia corretto attribuire a un singolo sedimento marino il significato diretto di antico livello medio del mare. Una sabbia, un bioclasto o un deposito grossolano possono essere stati trasportati durante eventi energetici. La ricostruzione diventa più solida quando facies sedimentaria, posizione altimetrica, contesto geomorfologico, età del campione e indicatore biologico o mineralogico convergono.

Speleologia vulcanica e tutela del sito

Per la speleologia, il Túnel de la Atlántida conferma il valore dei tubi lavici come archivi geologici complessi. Nelle grotte carsiche la ricerca paleoclimatica ricorre spesso agli speleotemi carbonatici. In un sistema basaltico costiero, invece, il quadro include la morfologia della colata, il detrito vulcanico, le incrostazioni secondarie, gli apporti del mare e la biodiversità degli ambienti anquialini.

L’IGME attribuisce al geosito La Corona-Atlántida un valore scientifico molto alto. La scheda indica anche un’elevata suscettibilità al degrado antropico e una priorità di protezione alta. Il complesso ricade nel Monumento Naturale del Malpaís de La Corona e comprende il Sito di Interesse Scientifico di Jameos del Agua. [web:13]

Questi aspetti rendono necessario un approccio prudente. Le attività di rilievo e campionamento in un tubo sommerso devono documentare con precisione la posizione dei prelievi e limitare l’alterazione di sedimenti, croste e resti biologici. Fotogrammetria, rilievi tridimensionali e microcampionamenti possono contribuire a conservare il contesto stratigrafico che dà valore ai dati.

La ricerca amplia quindi il ruolo del Túnel de la Atlántida. La cavità non è soltanto una testimonianza della vulcanologia di Lanzarote. Diventa un luogo in cui la speleogenesi lavica, la deglaciazione, la dinamica marina e i cambiamenti paleoambientali possono essere letti nello stesso archivio sotterraneo.

Fonti

https://www.facebook.com/share/19WvQ9RBB9/?mibextid=wwXIfr

  • Lario, J.; Cheng, H.; Sánchez-Moral, S.; Martín-Pozas, T.; Fernández-Cortés, Á.; Cuezva, S.; Martín-González, E.; Pérez-Mejías, C.; Cañaveras, J. C. (2026), The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene-Holocene sea-level and paleoenvironments changes inside the world largest underwater lava tube, Geologica Acta, vol. 24, pp. 1-26, DOI: 10.1344/GeologicaActa2026.24.12. URL: https://ddd.uab.cat/record/329300/
  • Geologica Acta, pagina dell’articolo. URL: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979
  • Instituto Geológico y Minero de España, Inventario Español de Lugares de Interés Geológico, IC1011: Tubo volcánico pleistoceno del volcán de La Corona-La Atlántida. URL: https://info.igme.es/ielig/liginfo.aspx?codigo=ic1011
  • Lario, J. et al. (2023), Geomorphological and sedimentary features of an underwater lava tube: the Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Spain), EGU General Assembly, abstract EGU23-6059. URL: https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2023EGUGA..25.6059L/abstract

Dossier di studio

The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene–Holocene sea-level and paleoenvironmental changes inside the world’s largest underwater lava tube

Oggetto: lettura critica, contesto geologico e guida allo studio dell’articolo segnalato
Rivista: Geologica Acta, vol. 23 (2025)
Accesso indicato: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979/47259
Stato dell’analisi: il testo del PDF non è stato tecnicamente indicizzato/estratto dal portale durante questa ricerca. Questo dossier separa quindi con rigore: (a) ciò che è esplicitamente dichiarato dal titolo e dalla sede editoriale, (b) il contesto scientifico verificabile, (c) le domande, i proxy e le interpretazioni che vanno controllati nelle sezioni Metodi–Risultati–Discussione del paper. Non attribuire agli autori risultati quantitativi che non sono qui direttamente verificati.


1. In breve: perché questo studio è importante

Il lavoro propone di usare il Túnel de la Atlántida, presso Lanzarote, come archivio naturale per ricostruire le variazioni del livello marino e dell’ambiente costiero tra Tardo Pleistocene e Olocene. Il valore della cavità è nella sua duplice natura: è un tubo lavico subaereo formatosi durante un’eruzione basaltica e, in seguito, un condotto il cui tratto terminale è stato invaso dal mare. In un sistema del genere, posizione, composizione, geometria e cronologia dei depositi possono registrare la trasgressione postglaciale, fasi di stazionamento del mare e modifiche delle condizioni marine costiere.

Non è dunque una “grotta marina” scavata dalle onde. È un paleocondotto lavico che ha interagito con il mare soltanto dopo la sua formazione. Questa distinzione è decisiva: la quota dei depositi e delle incrostazioni non equivale automaticamente alla quota del livello eustatico globale. Prima di ricavare una curva del mare occorre considerare età del tubo, quota attuale, battente d’acqua, moto ondoso, marea, possibile deformazione verticale locale e significato sedimentologico del deposito.

Il periodico che ospita il contributo, Geologica Acta, è una rivista internazionale di scienze della Terra in diamond open access, senza costi né per pubblicare né per leggere; il suo archivio identifica il fascicolo annuale 2025 come volume 23. La copertina del volume è inoltre dedicata a una scena lavica del Parco Nazionale di Timanfaya, a Lanzarote: un contesto insulare vulcanico particolarmente adatto a integrare speleologia lavica, geomorfologia costiera e Quaternario.


2. Il sito nel suo contesto

2.1 Lanzarote: un laboratorio vulcanico e costiero

Lanzarote è la più orientale delle Canarie e presenta un paesaggio costruito da vulcanismo basaltico, superfici relativamente aride e coste esposte all’Atlantico. A nord-est dell’isola, il complesso vulcanico del Monte Corona ha emesso colate che hanno sviluppato un sistema di tubi lavici. La parte emersa comprende la celebre Cueva de los Verdes; il proseguimento verso la costa e sotto il mare è noto come Túnel de la Atlántida.

L’espressione “largest underwater lava tube” nel titolo va letta con precisione: si riferisce alla grandezza del tratto di tubo lavico oggi sommerso/esplorabile sott’acqua, non necessariamente al più lungo sistema di grotte laviche complessivo del pianeta. Per confronto metodologico, il sistema della Cueva del Viento a Tenerife viene descritto in letteratura come lungo 18,5 km e formato circa 27.000 anni fa; ciò mostra quanto possano essere estesi e complessi i condotti lavici canari, ma non sostituisce i dati geometrici e cronologici specifici del Túnel de la Atlántida.

2.2 Genesi di un tubo lavico

Un tubo lavico si sviluppa quando una colata basaltica incanala il flusso sotto una crosta raffreddata. Il lava stream continua a scorrere isolato termicamente; quando l’eruzione diminuisce o termina, il drenaggio lascia una galleria. La morfologia interna può includere:

  • volta e pareti di basalto massivo o con croste di accrezione;
  • banconi laterali o terrazzi di lava;
  • colate di riflusso, lavacicles e gocce solidificate;
  • restringimenti, collassi locali, diramazioni e skylight;
  • sedimenti secondari introdotti dopo la genesi del tubo.

La cavità conserva quindi due tempi geologici diversi: il tempo vulcanico, scritto nelle pareti e nelle forme primarie, e il tempo post-vulcanico, scritto da gravità, alterazione, infiltrazione, organismi, vento e mare.

2.3 Dal condotto subaereo alla cavità sommersa

Dopo la formazione del tubo, un innalzamento relativo del livello del mare può raggiungere l’imbocco costiero e penetrare nella galleria. Se la quota del mare cambia, cambia anche il limite tra settori dominati da processi continentali/aerati e settori dominati da processi marini. Nel tubo possono quindi accumularsi, o essere rimaneggiati:

  • sabbie e ghiaie marine, con granuli basaltici, bioclasti o frammenti carbonatici;
  • livelli di tempesta e depositi di surge/onda, spesso più grossolani o caotici;
  • fanghi e sedimenti fini in zone a energia più bassa;
  • incrostazioni carbonatiche o biocostruzioni marine;
  • guano, detrito eolico o colluviale nei tratti rimasti asciutti;
  • resti biologici utili alla ricostruzione ambientale.

3. Domanda scientifica e modello concettuale

3.1 La domanda centrale

Il titolo indica un obiettivo composto: ricostruire sea-level e paleoenvironmental changes dal Tardo Pleistocene all’Olocene. Per riuscirci gli autori devono connettere una successione interna alla cavità con un quadro esterno di oscillazioni marine e cambiamenti ambientali. La catena inferenziale ideale è:

[
\text{facies/deposito} + \text{quota} + \text{età} + \text{indicatore ambientale}
\rightarrow \text{livello marino relativo e ambiente locale}
]

L’espressione corretta è soprattutto livello marino relativo (RSL, relative sea level): quello osservabile rispetto alla grotta e all’isola. Per trasformarlo in una stima del livello eustatico/globale occorre valutare e correggere eventuali movimenti verticali locali e contributi glacio-isostatici.

3.2 Finestra temporale

  • Tardo Pleistocene: fase finale dell’ultima epoca glaciale, comprensiva dell’Ultimo Massimo Glaciale e della successiva deglaciazione. In generale, grandi volumi d’acqua erano immagazzinati nelle calotte e il livello marino globale era molto più basso dell’attuale.
  • Transizione Pleistocene–Olocene: riscaldamento e fusione delle grandi calotte, con rapida risalita marina e possibile riorganizzazione degli ambienti litorali.
  • Olocene: l’interglaciale in corso; dopo l’innalzamento principale, il livello del mare si avvicina alla quota attuale ma può mostrare variazioni regionali e locali di minore ampiezza.

Per Lanzarote, un tubo che oggi è connesso al mare può conservare la soglia fisica della trasgressione: non il mare “globale” direttamente, bensì la storia della sua invasione in un particolare ambiente vulcanico costiero.

3.3 Ipotesi operativa da verificare nel paper

Un’ipotesi ragionevole, da controllare contro i risultati pubblicati, è che il passaggio da facies non marine o subaeree a facies marine e la loro posizione altimetrica documentino l’avanzata del mare nella cavità durante la deglaciazione e l’Olocene. Sequenze di erosione, rimaneggiamento o discontinuità possono indicare fasi di maggiore energia, oscillazioni del battente o hiatus deposizionali.

Attenzione: anche se un deposito è marino, non indica automaticamente il livello medio del mare. Un deposito di tempesta può essere trasportato ben al di sopra della linea di battigia, mentre un fango può accumularsi sotto il livello idrico in posizione protetta. Il paper dovrebbe pertanto esplicitare il suo indicative meaning: l’intervallo verticale rispetto al livello di marea che ciascun indicatore rappresenta.


4. Quali evidenze servono davvero

4.1 Rilievo e riferimento altimetrico

La robustezza della ricostruzione dipende innanzitutto dal rilievo. Occorrono planimetria e profilo longitudinale del tubo, sezioni trasversali, posizione degli ingressi, profondità del tratto sommerso e quota di ogni campione/deposito rispetto a un datum verticale noto. In un tubo sommerso, la quota deve includere incertezza strumentale e condizione di marea al momento della misura.

Una tabella critica da cercare nel paper è questa: Elemento Informazione necessaria Perché conta Punto di campionamento Coordinate/settore del tubo Ricostruisce l’ordine spaziale della successione Quota o profondità Datum, precisione, correzione marea Trasforma il deposito in indicatore RSL Tipo di deposito Facies, tessitura, strutture Separa alta energia, calma, origine marina/non marina Età Metodo, campione, errore Colloca l’evento nel tempo Interpretazione Intervallo verticale e processo Evita equivalenze indebite con il livello medio del mare

4.2 Sedimentologia e microfacies

Le chiavi per distinguere origine e ambiente comprendono granulometria, selezione, arrotondamento, composizione dei clasti, strutture sedimentarie e contatti fra livelli. In particolare:

  • un sedimento ben selezionato con componenti bioclastici può suggerire un apporto marino costiero;
  • livelli a ciottoli, conchiglie rotte o clasti eterometrici possono rispecchiare trasporto a energia elevata, incluse tempeste;
  • laminazioni fini e fauna bentonica compatibile con acque tranquille possono indicare una zona sommersa e riparata;
  • cenere, polvere eolica, guano o detrito basaltico angolare segnalano apporti non marini, ma non escludono rimaneggiamenti successivi;
  • superfici erosive e depositi poligenici possono registrare riattivazioni della dinamica marina.

In un ambiente basaltico è fondamentale separare il sedimento autoctono derivato dal disfacimento della volta da quello realmente introdotto dal mare. La semplice presenza di sabbia nera non prova una provenienza marina; servono contesto, distribuzione, strutture e componenti biologici/mineralogici.

4.3 Proxy paleoambientali

A seconda di ciò che il lavoro ha effettivamente analizzato, i principali proxy possibili sono: Proxy Informazione potenziale Limite da discutere Molluschi e altri macroresti marini Salinità, energia, habitat costiero Trasporto e rimaneggiamento post-mortem Foraminiferi/ostracodi Condizioni marine, profondità/energia relative Preservazione selettiva e provenienza alloctona Diatomee o microalghe Acque marine, salmastre o dolci Dissoluzione e contaminazione Granulometria Energia e modalità di trasporto Non è univoca senza facies e geometria Geochimica/mineralogia Origine del sedimento, alterazione, componente biogenica Segnale composito in ambiente basaltico DNA sedimentario o microfossili Comunità passate e condizioni ecologiche Estrema sensibilità a contaminazione e rimaneggiamento Tracce di erosione/incrostazioni Permanenza dell’acqua, circolazione, bioerosione Difficile traduzione in quota RSL puntuale

4.4 Cronologia: la parte che decide l’interpretazione

Il rapporto fra quota e data è il cuore del problema. Metodi plausibili, da verificare nel testo, sono:

  • radiocarbonio (AMS 14C): adatto a materiale organico, gusci carbonatici o altri campioni abbastanza giovani; richiede calibrazione e, per materiale marino, correzione dell’effetto serbatoio locale;
  • U–Th: potenzialmente adatto a carbonati secondari idonei, non al basalto in sé;
  • OSL/IRSL: può datare l’ultima esposizione alla luce di sedimenti quarzosi/feldspatici, se presenti e se il bleached signal è affidabile;
  • tefrocronologia o datazioni delle lave: delimitano l’età del condotto e forniscono vincoli stratigrafici, ma non datano automaticamente il momento dell’invasione marina;
  • correlazioni biostratigrafiche o paleoecologiche: utili come supporto, raramente risolutive da sole.

Un’età di un campione non coincide necessariamente con l’età della deposizione: conchiglie rimaneggiate, carbonio “vecchio”, materiale trasportato e ricristallizzazione sono rischi reali. Nel commento dell’articolo vanno cercati i controlli di qualità, gli intervalli di errore e l’eventuale modello età-profondità.


5. Come leggere risultati e figure

5.1 Checklist di lettura del paper

  1. Localizzazione e nomenclatura. Il sistema è trattato come unica cavità, come segmento sommerso della Cueva de los Verdes o come unità distinta? Quali tratti sono accessibili e campionati?
  2. Età del tubo. Quale cronologia del vulcanismo del Monte Corona viene adottata? È un dato nuovo o tratto da letteratura precedente?
  3. Rilievo. Le quote sono riferite al livello medio marino, a una marea istantanea, a un datum nazionale o a una profondità subacquea?
  4. Facies. Le unità sedimentarie sono descritte con una colonna stratigrafica? Esistono foto, sezioni e contatti chiari?
  5. Campioni. Quali materiali sono stati datati? Per quale ragione questi materiali sono ritenuti in situ?
  6. Calibrazione. Per 14C marino: quale curva e quale reservoir correction sono stati usati? Per OSL: come viene trattato il bleaching?
  7. Significato altimetrico. Gli autori forniscono un range, non un solo valore, per la quota del paleo-livello marino?
  8. Confronto regionale. I dati sono messi in relazione con terrazzi marini, beachrock, paleodune, altri archivi canari o curve RSL dell’Atlantico nord-orientale?
  9. Incertezze. Sono propagati gli errori di quota, età, ambiente deposizionale e deformazione verticale?
  10. Conclusione. La ricostruzione parla di livelli, intervalli, eventi di energia o tendenze? Una formulazione prudente è indice di buona inferenza.

5.2 Come leggere un diagramma età–quota

Se il paper mostra punti datati su un grafico con tempo sull’asse orizzontale e quota/profondità sull’asse verticale, ogni punto dovrebbe essere letto come un vincolo, non come una misura assoluta di eustasia. Per esempio, un organismo marino datato in situ a una quota definita può delimitare l’esistenza di acqua marina in un certo intervallo verticale a quella data. Non dimostra necessariamente che il livello medio del mare coincidesse esattamente con quel punto.

Un risultato convincente richiede convergenza: facies compatibile, indicatore ecologico con range noto, campione non rimaneggiato, quota ben rilevata e data robusta. Più linee di evidenza indipendenti concordano, più stretta può essere la ricostruzione.

5.3 Formula concettuale delle incertezze

Una semplificazione utile è:

[
\sigma_{RSL}^2 \approx \sigma_{quota}^2 + \sigma_{indicatore}^2 + \sigma_{marea/onda}^2 + \sigma_{movimento\ verticale}^2
]

Non è necessariamente la formula applicata dagli autori, ma ricorda che l’incertezza finale non deriva soltanto dal GPS o dal profondimetro. Il contributo dell’indicative range e delle condizioni idrodinamiche può essere dominante in una cavità costiera.


6. Questioni interpretative specifiche del Túnel

6.1 Vantaggi dell’archivio sotterraneo

  • Protezione relativa dai processi erosivi che cancellano molti indicatori costieri a cielo aperto.
  • Geometria confinata: il tubo può intrappolare e preservare sedimentazione marina o transizioni nette.
  • Possibilità di correlare le quote lungo una galleria con morfologia primaria ben riconoscibile.
  • Potenziale continuità tra settore subaereo, zona di battente e tratto sommerso.
  • Valore per ricostruire insieme geologia, idrodinamica e paleoecologia in un microambiente definito.

6.2 Limiti e possibili bias

  • Il tubo non è una vasca immobile: onde, maree, surge e correnti possono trasportare sedimento lontano dall’ingresso.
  • Le cavità vulcaniche possono produrre grandi quantità di detrito basaltico locale, confondendo i segnali clastici.
  • Eventi estremi possono lasciare depositi ad alta quota senza rappresentare il livello medio del mare.
  • La disponibilità di organismi databili e il loro stato tafonomico condizionano fortemente la cronologia.
  • La subsidenza o il sollevamento dell’isola, anche se modesti, diventano rilevanti su scale pleistoceniche.
  • L’accesso speleosubacqueo limita densità e ripetibilità del campionamento, imponendo protocolli rigorosi.

6.3 Cosa renderebbe il contributo particolarmente innovativo

Il paper sarebbe metodologicamente molto forte se combinasse: rilievo 3D ad alta precisione; stratigrafia delle facies; analisi microfaunistiche/mineralogiche; più metodi di datazione; e un modello quantitativo di RSL con incertezze esplicite. L’innovazione non consisterebbe solo nell’ambientazione spettacolare, ma nel dimostrare che un tubo lavico sommerso può essere un archivio calibrabile delle trasformazioni costiere quaternarie.


7. Connessioni con speleologia e conservazione

7.1 Speleologia vulcanica

Questo caso amplia la nozione di cavità come archivio ambientale. Nelle grotte carsiche le registrazioni paleoclimatiche sono spesso affidate a speleotemi e sedimenti clastici; nei tubi lavici, la litologia basaltica e l’assenza di grandi sistemi carbonatici spostano l’attenzione su morfologie vulcaniche, materiale introdotto dall’esterno e interazioni costa–mare. La lettura speleogenetica resta indispensabile: soltanto conoscendo la genesi primaria si distingue ciò che è originario della colata da ciò che è sedimentato molto dopo.

7.2 Speleosubacquea e qualità del dato

Un’indagine in un tubo sommerso presenta problemi particolari: sicurezza, navigazione in ambiente confinato, torbidità generata dal passaggio, documentazione fotografica/scansione, precisione di profondità e campionamento minimamente invasivo. La qualità scientifica dipende anche dal protocollo di campo: una traccia topografica non georeferenziata, una quota riferita a marea incerta o un campione prelevato senza osservazione del contesto perdono gran parte del loro potere interpretativo.

7.3 Tutela

Sedimenti, incrostazioni e resti biologici di una cavità sommersa sono risorse finite. Il prelievo deve essere proporzionato alla domanda scientifica, completamente documentato e, se possibile, integrato con tecniche non distruttive: fotogrammetria, sonar/scansione, microcampionamento e monitoraggio. La divulgazione dovrebbe evitare di trasformare il primato dimensionale in un invito a frequentazioni non regolamentate: il valore vero del sito è la sua integrità stratigrafica.


8. Glossario essenziale

Termine Definizione operativa Tubo lavico Condotto lasciato dal drenaggio di una colata lavica incanalata sotto una crosta solidificata Trasgressione marina Avanzata relativa del mare sulla terraferma, spesso associata a innalzamento del RSL Regressione marina Arretramento relativo del mare, per abbassamento del RSL o sollevamento della terra RSL Livello del mare relativo a una specifica costa/sito, influenzato da eustasia e movimenti verticali locali Eustasia Variazione globale del livello del mare, principalmente legata a volume dell’acqua oceanica e bacini Indicative meaning Relazione nota tra un indicatore e una fascia verticale rispetto al livello di marea Facies Insieme delle caratteristiche di un deposito che ne indica processo e ambiente di formazione Tafonomia Studio dei processi che alterano e trasferiscono resti biologici dal momento della morte al ritrovamento Rimaneggiamento Erosione e rideposizione di materiale più antico in un deposito più giovane Effetto serbatoio marino Apparente invecchiamento delle età radiocarboniche di organismi marini rispetto all’atmosfera


9. Domande per ripasso o journal club

  1. Perché il Túnel de la Atlántida non deve essere interpretato come una grotta marina di abrasione?
  2. Quali passaggi servono per passare da un deposito marino datato a una stima di livello marino relativo?
  3. Che differenza c’è tra quota di un livello di tempesta e quota del livello medio del mare?
  4. Perché l’età di una conchiglia può non coincidere con l’età di deposizione del sedimento che la contiene?
  5. Quali componenti dell’incertezza RSL dovrebbero essere dichiarati in uno studio di questo tipo?
  6. In che modo la geometria confinata di un tubo lavico è al tempo stesso un vantaggio e una fonte di bias?
  7. Quali osservazioni permettono di distinguere detrito di volta basaltico da apporto marino?
  8. Quali dati sono indispensabili per confrontare il record del tubo con una curva regionale di livello marino?
  9. Perché per il radiocarbonio di un campione marino è importante l’effetto serbatoio?
  10. Quali strategie di tutela sono compatibili con la necessità di campionamento scientifico?

10. Flashcard

D: Che cos’è il Túnel de la Atlántida?
R: Il tratto sommerso di un sistema di tubo lavico basaltico costiero di Lanzarote, usato come potenziale archivio delle interazioni tra cavità e mare.

D: Qual è la differenza fondamentale fra tubo lavico e grotta marina?
R: Il primo nasce dal drenaggio della lava; la seconda è principalmente scavata dall’azione marina. Nel Túnel il mare modifica/riempie un condotto preesistente.

D: Che cosa significa RSL?
R: Relative sea level: quota del mare rispetto a una determinata costa o sito, non il solo livello globale.

D: Qual è la catena inferenziale dello studio?
R: Deposito e facies + quota + età + indicatore ecologico ? vincolo sul livello marino relativo e sull’ambiente.

D: Perché un deposito marino non indica sempre il livello medio del mare?
R: Può derivare da onde, tempeste o trasporto in ambiente confinato, e quindi registrare una fascia idrodinamica diversa dal livello medio.

D: Quale errore bisogna evitare con un 14C su conchiglia?
R: Trattarla automaticamente come data di deposizione senza valutare rimaneggiamento ed effetto serbatoio marino.

D: Qual è il vantaggio del tubo come archivio?
R: Può proteggere e intrappolare sedimenti costieri in una geometria confinata, potenzialmente meglio di una costa esposta.

D: Qual è il principale limite?
R: Il sedimento può essere redistribuito da dinamica marina e confuso con detrito vulcanico locale.


11. Fonti e verifica

Fonte primaria da leggere

  • Articolo segnalato: The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene-Holocene sea-level and paleoenvironmental changes inside the world´s largest underwater lava tube, PDF open access: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979/47259

Fonti di contesto consultate

  • Archivio ufficiale di Geologica Acta: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/issue/archive — identifica il volume 23 come annata 2025 e descrive la rivista come diamond open access.
  • Pagina ufficiale della rivista: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA — definisce il periodico una rivista internazionale di scienze della Terra e presenta la copertina 2025 riferita a Timanfaya, Lanzarote.
  • Díez et al. (2024), Microbiological exploration of the Cueva del Viento lava tube system in Tenerife, Canary Islands, Environmental Microbiology Reports: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11033209/ — usata esclusivamente per il confronto generale sui grandi tubi lavici canari (Cueva del Viento: 18.500 m; età indicata circa 27 ka).
  • Carracedo et al. (2017), Assessing qualitative long-term volcanic hazards at Lanzarote Island (Canary Islands), Natural Hazards and Earth System Sciences: https://www.nat-hazards-earth-syst-sci.net/17/1145/2017/nhess-17-1145-2017.pdf — contesto sul vulcanismo storico e attivo di Lanzarote.

Nota finale di metodo

Per trasformare questo dossier in una vera scheda bibliografica dell’articolo è necessario estrarre dal PDF: autori, DOI, area e schema di campionamento, metodi analitici, risultati datati, quote di riferimento, figure e conclusioni. Fino a tale verifica, cifre, età e ricostruzioni specifiche non vanno citate come risultati del paper.

L'articolo Túnel de la Atlántida: il tubo lavico sommerso di Lanzarote racconta 21 mila anni di mare e clima proviene da Scintilena.

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  • Spedizione Kosovo 2026, un nuovo abisso raggiunge i 200 metri nelle montagne di Hajla
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Spedizione Kosovo 2026, un nuovo abisso raggiunge i 200 metri nelle montagne di Hajla

September 19th 2026 at 09:00

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La spedizione Kosovo 2026 bulgaro-kosovara ha individuato una cavità verticale che, allo stato delle esplorazioni, risulta la più profonda del Paese per dislivello negativo. Le attività si sono concluse davanti a un grande meandro ancora da percorrere.

La spedizione Kosovo 2026 ha aperto un nuovo capitolo nella conoscenza delle cavità verticali del Paese balcanico. Una squadra congiunta bulgaro-kosovara ha esplorato una nuova grotta nel massiccio di Hajla, nelle Bjeshkët e Nemuna, fino alla profondità di 200 metri.

La notizia è emersa su Facebook attraverso gli aggiornamenti diffusi dai partecipanti. Il primo dato comunicato indicava il raggiungimento di -150 metri. L’esplorazione è poi proseguita. Al termine della campagna, svolta dal 12 al 16 settembre 2026, gli speleologi hanno attestato la progressione a -200 metri, sul ciglio di un grande meandro che prosegue oltre il punto raggiunto.

L’esplorazione non risulta esaurita. La mancanza di corde sufficienti e il tempo disponibile hanno imposto lo stop delle operazioni. L’équipe ha quindi programmato di riprendere l’esplorazione in una prossima spedizione.

In base alle informazioni rese note, il nuovo abisso rappresenta al momento la cavità più profonda del Kosovo per dislivello negativo. Il dato dovrà essere consolidato con il rilievo completo e con la prosecuzione delle verifiche sul terreno.

Spedizione Kosovo 2026, dal massiccio Hajla al nuovo abisso

La spedizione Kosovo 2026 era la quinta campagna speleologica realizzata con la partecipazione di gruppi bulgari e kosovari.

Il programma iniziale indicava la ricerca di cavità verticali nei rilievi settentrionali e nord-occidentali del Kosovo, in prossimità dei confini montani.

Il lavoro è iniziato nel massiccio di Hajla, chiamato Hajlë in albanese. L’area appartiene al sistema delle Bjeshkët e Nemuna, noto anche come Prokletije o Alpi Albanesi.

La montagna si trova lungo il confine tra Kosovo e Montenegro e culmina a 2.403 metri. Il rilievo è formato da un lungo crinale e presenta, nelle quote elevate, estesi affioramenti calcarei alternati a settori con rocce vulcaniche.

Questo quadro geologico rende il territorio interessante per la ricerca speleologica.

Nei calcari, l’acqua può infiltrarsi lungo fratture e discontinuità, ampliandole nel tempo e dando origine a pozzi, meandri e sistemi sotterranei.

Non tutte le depressioni o ingressi conducono a cavità profonde. Per questo la ricognizione, l’attrezzamento e il rilievo sono passaggi indispensabili.

Nella prima fase sul massiccio, la squadra ha cartografato una grotta orizzontale e un pozzo d’alta quota profondo 45 metri. Queste attività hanno preceduto l’individuazione e l’attrezzamento della nuova cavità verticale. La scoperta del pozzo da -200 metri è il risultato più rilevante della spedizione Kosovo 2026.

Hajla e Bjeshkët e Nemuna, il contesto carsico della ricerca

Hajla occupa una posizione di confine tra Kosovo e Montenegro. Sul versante meridionale, le acque drenano verso la Pe?ka Bistrica, il corso d’acqua che ha inciso la gola di Rugova. Sul lato settentrionale si trova invece l’area sorgentizia dell’Ibar. La presenza di differenti bacini idrografici e di grandi masse calcaree rende utile studiare con attenzione le possibili vie di assorbimento e circolazione sotterranea.

La nuova esplorazione non permette ancora di definire il collegamento idrologico della cavità. Non sono stati diffusi dati sullo sviluppo, sulle quote dell’ingresso, sulla presenza di acqua o sulle caratteristiche del meandro terminale. Sono informazioni che potranno arrivare solo con il rilievo speleologico e con future discese.

Il termine “più profonda” va quindi letto nel suo significato tecnico. Si riferisce al dislivello negativo misurato dal punto di ingresso verso il basso. Non indica automaticamente la grotta con il maggiore sviluppo planimetrico, né esclude che altre cavità kosovare possano fornire dati diversi dopo nuove esplorazioni o revisioni catastali.

Il grande meandro individuato a -200 metri rende prematuro stabilire la profondità finale. I meandri sono condotti spesso stretti e sinuosi, modellati dal flusso dell’acqua o dalla dissoluzione lungo fratture. Possono interrompersi rapidamente oppure condurre a nuovi pozzi, gallerie e livelli di drenaggio. La ripresa della spedizione Kosovo 2026 servirà proprio a chiarire questa continuità.

Mokna e la continuità del programma speleologico in Kosovo

Dopo la fase operativa sul massiccio di Hajla, il gruppo si è trasferito nella montagna di Mokna, o Mokra, dove era previsto il lavoro nella cavità denominata “I Gemelli”. La scelta delle aree conferma un’impostazione basata sulla ricerca di ingressi verticali e sulla verifica di sistemi poco documentati.

La collaborazione tra la Bulgarian Caving Society e le istituzioni kosovare non nasce con questa campagna. Il programma di ricerca sul carsismo del Kosovo è iniziato nel 2016 con una licenza pluriennale. Prima della spedizione Kosovo 2026 erano state svolte quattro campagne, nel 2017, 2018, 2019 e 2022. Le ricerche precedenti hanno interessato varie aree del Paese e hanno prodotto dati su cavità, rilievi e fauna sotterranea.

Nel 2017, per esempio, una squadra di otto speleologi ha esplorato e rilevato cinque grotte nell’area di Zatriq, sul Monte Akovan. Le cinque cavità totalizzavano 199,72 metri di sviluppo planimetrico e 99,72 metri di dislivello complessivo. La ricerca aveva incluso anche il prelievo di campioni di fauna cavernicola. Nel 2022, una spedizione nei monti Mokna ha documentato tre abissi per complessivi 198 metri di profondità e una grotta orizzontale di 55 metri.

Questi precedenti aiutano a inquadrare il nuovo risultato. L’abisso di Hajla, raggiunto a -200 metri e ancora aperto alla prosecuzione, supera il livello delle profondità rese note per le cavità esplorate durante la precedente campagna di Mokna. La verifica definitiva richiederà una documentazione tecnica completa e il confronto con l’inventario nazionale delle grotte.

Rilievo speleologico e prossime verifiche della nuova cavità

Per la nuova cavità di Hajla restano aperte diverse domande. La prima riguarda la prosecuzione del meandro. La seconda riguarda l’eventuale presenza di ulteriori verticali, che potrebbe modificare in modo significativo il dislivello totale. La terza riguarda il rilievo: profondità, sviluppo, morfologia e posizione dell’ingresso devono essere restituiti con dati misurati e rappresentazioni cartografiche.

Il rilievo non è un passaggio formale. Serve a rendere confrontabili i risultati e a valutare le relazioni tra la grotta, la geologia locale e la rete idrica sotterranea. È utile anche per la sicurezza delle esplorazioni successive, perché registra pozzi, ancoraggi, strettoie, punti di diramazione e zone potenzialmente instabili.

La spedizione Kosovo 2026 lascia quindi un risultato provvisorio, ma concreto: un nuovo abisso esplorato fino a -200 metri in un settore carsico ancora poco conosciuto. La prosecuzione della ricerca potrà chiarire se il grande meandro terminale conduce a nuovi livelli della cavità e quale sarà la profondità definitiva del sistema.

Fonti

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  • Soccorso speleologico francese a Saint-Sauveur: ricerche in corso per un sub disperso nella risorgenza di Calès
    Condividi La Prefettura del Lot attiva l’ORSEC per il soccorso speleologico francese; lo Spéléo Secours Français coordina le operazioni sotterranee nella zona profonda della cavità Soccorso speleologico francese alla risorgenza di Saint-Sauveur Un’operazione di soccorso speleologico francese è in corso dalla serata di venerdì 18 settembre alla risorgenza di Saint-Sauveur, nel comune di Calès, dipartimento del Lot. Le ricerche riguardano un subacqueo straniero che si era diretto verso la zo
     

Soccorso speleologico francese a Saint-Sauveur: ricerche in corso per un sub disperso nella risorgenza di Calès

September 19th 2026 at 08:00

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La Prefettura del Lot attiva l’ORSEC per il soccorso speleologico francese; lo Spéléo Secours Français coordina le operazioni sotterranee nella zona profonda della cavità

Soccorso speleologico francese alla risorgenza di Saint-Sauveur

Un’operazione di soccorso speleologico francese è in corso dalla serata di venerdì 18 settembre alla risorgenza di Saint-Sauveur, nel comune di Calès, dipartimento del Lot. Le ricerche riguardano un subacqueo straniero che si era diretto verso la zona profonda della cavità e che non ha fatto ritorno.

La notizia è stata diffusa dallo Spéléo Secours Français, la struttura di soccorso degli speleologi francesi. L’organizzazione comunica che sul posto opera il nucleo dipartimentale del Lot, incaricato di dirigere gli interventi nell’ambiente sotterraneo.

La Prefettura del Lot ha attivato la disposizione specifica ORSEC per il soccorso in ambiente sotterraneo. Si tratta della procedura che consente di organizzare e coordinare le risorse necessarie in un’emergenza complessa. In questo caso, le operazioni devono confrontarsi con un sistema sommerso e con le difficoltà proprie della speleosubacquea profonda.

Al momento dell’ultimo aggiornamento pubblico non sono state comunicate informazioni sull’identità del disperso, sulla sua posizione precisa né sull’esito delle ricerche. Ogni ricostruzione ulteriore resta quindi prematura.

Saint-Sauveur di Calès e il sifone profondo

La risorgenza di Saint-Sauveur si trova nel territorio di Calès, nel settore nord-occidentale del dipartimento del Lot. È una sorgente carsica collegata al sistema idrogeologico dell’Ouysse. L’acqua riaffiora in una vasca e alimenta uno dei rami del corso d’acqua.

Per la speleosubacquea francese, Saint-Sauveur è un sito noto da tempo. Il condotto sommerso presenta infatti uno sviluppo e una profondità che richiedono pianificazione, attrezzature specialistiche e lunghi tempi di permanenza. Le informazioni storiche diffuse dai vigili del fuoco del Lot descrivono un primo tratto in discesa fino a circa 70 metri di profondità, seguito da un tratto pressoché orizzontale di circa 550 metri. Il sifone prosegue poi verso quote prossime o superiori a 180 metri di profondità.

Questi dati aiutano a comprendere il contesto dell’attuale soccorso speleologico francese. La profondità non è il solo elemento critico. In un ambiente allagato incidono anche la lunghezza della penetrazione, la necessità di gestire gas respiratori adeguati, le tappe di decompressione, il possibile deterioramento della visibilità e la complessità delle comunicazioni con l’esterno.

ORSEC e comando delle operazioni sotterranee

L’attivazione della disposizione ORSEC riconosce formalmente la specificità dell’emergenza. Il dispositivo mette in relazione l’autorità prefettizia, i servizi di soccorso pubblici, le squadre specializzate e le competenze speleologiche necessarie per intervenire nel sottosuolo.

Nel comunicato disponibile, lo Spéléo Secours Français del Lot viene indicato come soggetto responsabile della direzione dei soccorsi sotterranei. Questa funzione è essenziale perché la valutazione di un sifone profondo non coincide con un normale intervento subacqueo in acque libere. Occorre definire la progressione, la sicurezza delle squadre, la logistica delle bombole e dei rebreather, le comunicazioni e l’eventuale recupero.

Il soccorso speleologico francese si fonda anche sulla collaborazione tra speleologi formati e servizi istituzionali. Lo stesso Spéléo Secours Français presenta le proprie squadre come volontari provenienti dalla Fédération Française de Spéléologie, impegnati sia nella prevenzione sia nel salvataggio in ambiente sotterraneo.

Precedenti a Calès e cautela sulle informazioni

Saint-Sauveur ha già richiesto interventi di emergenza. Nell’agosto 2020 i Sapeurs-Pompiers del Lot soccorsero un subacqueo riemerso senza rispettare le previste tappe di decompressione dopo un problema tecnico. La persona, cosciente ma in condizioni gravi, fu trasferita con urgenza verso un centro dotato di camera iperbarica. Quel precedente riguarda un episodio distinto dall’operazione odierna e non permette di dedurre cause o dinamiche della scomparsa attuale.

Nel caso in corso, la priorità rimane la localizzazione del subacqueo e la sicurezza dei soccorritori. Il soccorso speleologico francese procede quindi in un contesto che richiede tempi tecnici e valutazioni progressive. Le prossime comunicazioni ufficiali della Prefettura del Lot e dello Spéléo Secours Français saranno necessarie per conoscere l’evoluzione dell’intervento.

Fonti

  • Spéléo Secours Français, “Opération secours plongée”, aggiornamento sulle operazioni in corso: https://www.speleo-secours.fr/category/s-secours/encours/
  • Spéléo Secours Français, pagina istituzionale e notizie di intervento: https://www.speleo-secours.fr/
  • Sapeurs-Pompiers du Lot, “Accident de plongée spéléo à Calès”, precedente intervento e descrizione del sito: https://www.pompiersdulot.fr/actualites/interventions/accident-de-plongee-speleo-a-cales

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  • Malpasset 1959, quando cede la roccia
    Condividi La storia dell’acqua – Terzo capitolo. Il 2 dicembre 1959 crolla la diga ad arco sul Reyran, nell’entroterra di Fréjus. Per comprendere una delle più gravi catastrofi francesi bisogna guardare sotto il cemento, nelle fratture della montagna e nell’acqua che vi penetra Nomen omen, dicevano i latini: nel nome, il destino. E nel caso di Malpasset il nome sembra quasi una premonizione. L’antico toponimo indicava infatti un luogo di difficile passaggio, un “cattivo passaggio”, una
     

Malpasset 1959, quando cede la roccia

September 18th 2026 at 05:00

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La storia dell’acqua – Terzo capitolo. Il 2 dicembre 1959 crolla la diga ad arco sul Reyran, nell’entroterra di Fréjus. Per comprendere una delle più gravi catastrofi francesi bisogna guardare sotto il cemento, nelle fratture della montagna e nell’acqua che vi penetra

Nomen omen, dicevano i latini: nel nome, il destino.

E nel caso di Malpasset il nome sembra quasi una premonizione.

L’antico toponimo indicava infatti un luogo di difficile passaggio, un “cattivo passaggio”, una zona impervia nella quale, secondo la tradizione locale, i viaggiatori potevano anche rischiare di essere assaliti dai briganti.

Secoli dopo quel nome rimane legato a un’altra terribile storia.

È qui, in una stretta valle attraversata dal Reyran, nell’entroterra di Fréjus, che continua la nostra storia dell’acqua.

Dopo Gleno e Molare siamo ormai vicinissimi alla Liguria.

Ma questa volta, per comprendere ciò che accade, non basta guardare l’acqua.

Non basta neppure guardare la diga.

Bisogna guardare dentro la montagna.

Una diga per l’acqua

Nel dopoguerra la costa del Var cresce rapidamente. Servono acqua per la popolazione, per l’agricoltura e per un territorio nel quale si sta sviluppando anche il turismo.

Nel 1950 viene approvata la costruzione di una diga sul Reyran, torrente quasi asciutto per gran parte dell’anno ma capace di piene violente.

Nasce una grande diga a volta sottile, alta circa 60 metri.

È una struttura elegante: la pressione dell’acqua non viene contrastata soltanto dal peso del cemento, ma trasferita attraverso la volta alle pareti rocciose della valle.

Ed è proprio qui che si nasconde il punto debole.

Ed è proprio qui che si nasconde il punto debole.

La diga e la montagna

Per una diga ad arco il terreno di fondazione non è semplicemente il luogo sul quale costruire.

Fa parte della struttura.

La spinta dell’acqua viene trasferita attraverso la volta agli appoggi laterali. La sicurezza dell’opera dipende quindi anche dalla resistenza delle pareti della valle, dalla disposizione delle fratture, dalle discontinuità e dalla circolazione dell’acqua.

A Malpasset il calcestruzzo della diga risulterà di buona qualità.

Il problema è nelle fondazioni.

L’acqua penetra nelle fratture e genera pressioni, mentre l’aumento delle sollecitazioni modifica il comportamento dell’ammasso sul quale poggia lo sbarramento.

Sono fenomeni di meccanica delle rocce che all’epoca non sono ancora adeguatamente conosciuti.

Qui la nostra storia diventa anche storia dell’acqua sotterranea.

Quella che non vediamo.

2 dicembre 1959

Da giorni piove intensamente.

Il livello del bacino continua a salire. Il 2 dicembre l’acqua raggiunge quote mai toccate prima e, nel tardo pomeriggio, viene ordinata l’apertura dello scarico.

Ma ormai la situazione è critica.

Poco dopo le 21.10, la diga cede.

Circa 50 milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle del Reyran.

In pochi istanti una massa enorme di acqua, fango e detriti si mette in movimento verso Fréjus.

L’onda travolge tutto ciò che incontra: abitazioni, strade, ponti, campi e infrastrutture.

Quando raggiunge la pianura, la sua forza è ancora devastante.

Il bilancio è terribile: 423 morti e dispersi.

Cercare sotto terra

C’è un particolare della storia di Malpasset che interessa particolarmente chi si occupa di sottosuolo.

Durante la costruzione non viene realizzata la consueta galleria provvisoria di deviazione del torrente, anche perché il Reyran rimane asciutto per gran parte dell’anno.

Le analisi successive metteranno in evidenza un elemento sorprendente: una galleria scavata nella sponda interessata avrebbe potuto attraversare una delle principali discontinuità geologiche coinvolte nel cedimento.

Non possiamo sapere se questo avrebbe evitato la tragedia.

Ma quello scavo avrebbe consentito di osservare dall’interno la struttura geologica e avrebbe potuto fornire informazioni preziose.

Per chi esplora grotte e cavità artificiali è un concetto familiare: il sottosuolo può mostrare ciò che la superficie nasconde.

Fratture, faglie e infiltrazioni diventano leggibili quando è possibile osservarle direttamente.

A Malpasset, ciò che non si vede diventa determinante.

Dopo Malpasset

Le indagini sulla catastrofe durano anni.

La giustizia francese non individua responsabilità penali dei costruttori. Gli studi tecnici concentrano invece l’attenzione sulle condizioni delle fondazioni, sulle pressioni generate dall’acqua e sull’assetto geologico della sponda sinistra.

Malpasset diventa così un caso fondamentale per lo sviluppo della moderna meccanica delle rocce applicata alle grandi dighe.

La tragedia contribuisce anche a modificare il sistema francese di controllo delle grandi opere idrauliche, rafforzando le verifiche sui progetti, sulla geologia dei siti e sulla sorveglianza degli sbarramenti.

La lezione è chiara: una grande opera non può essere separata dalla conoscenza profonda del territorio nel quale viene inserita.

Le rovine

Oggi Malpasset è ancora lì.

Non una diga ricostruita, ma una diga spezzata.

Una parte della volta rimane aggrappata alla parete della valle, mentre enormi blocchi di calcestruzzo giacciono sul fondo, alcuni trascinati lontano dalla violenza dell’acqua.

Camminare tra quelle rovine significa leggere ciò che è accaduto.

I frammenti dello sbarramento e i massi disseminati lungo il Reyran raccontano ancora fisicamente la potenza dell’onda.

Quek che resta della diga di Malpasset nella valle del Reyran. Foto: Bonho1962 / Wikimedia Commons – pubblico dominio

È archeologia industriale, geologia e memoria nello stesso luogo.

Dopo Gleno e Molare, Malpasset aggiunge così un nuovo elemento alla nostra storia.

Non basta conoscere l’acqua che vediamo.

Bisogna comprendere anche quella che non vediamo, capace di penetrare nelle fratture ed esercitare pressioni profonde.

La storia dell’acqua continua

Passano appena quattro anni.

È il 9 ottobre 1963.

Torniamo in Italia, in una stretta valle tra Veneto e Friuli.

Davanti a noi c’è una diga ancora più alta.

Ma al Vajont la diga non crolla.

Rimane in piedi.

Questa volta sarà la montagna a entrare nell’acqua.

E comincerà un nuovo, terribile capitolo della nostra storia.

Le rovine di Malpasset e, sulla destra, la zona del “dièdre” interessata dall’asportazione della massa rocciosa durante il cedimento. Foto: 5053PM / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Capitolo 0: Glori Castellaro https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/

Capitolo 1 Gleno, la Diga spezzata https://www.scintilena.com/gleno-la-diga-spezzata/09/01/

Capitolo 2 Molare 1935, quando l’acqua trovò un’altra strada https://www.scintilena.com/molare-1935-quando-lacqua-trovo-unaltra-strada/09/08/

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  • Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: scoperti 7,7 chilometri tra grotte e miniere di stagno
    Condividi La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha documentato dieci cavità della Nakawan Range, in un paesaggio carsico dove rilievo speleologico, storia mineraria, acque sotterranee e tutela della biodiversità richiedono una lettura comune. La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha rilevato 7,7 chilometri di sviluppo complessivo in dieci grotte del nord della Malaysia peninsulare. Il dato è contenuto nel report della campagna svolta dal 24 gennaio al 3 febbraio 2026 nell’area di Kaki
     

Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: scoperti 7,7 chilometri tra grotte e miniere di stagno

September 17th 2026 at 09:00

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La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha documentato dieci cavità della Nakawan Range, in un paesaggio carsico dove rilievo speleologico, storia mineraria, acque sotterranee e tutela della biodiversità richiedono una lettura comune.

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha rilevato 7,7 chilometri di sviluppo complessivo in dieci grotte del nord della Malaysia peninsulare. Il dato è contenuto nel report della campagna svolta dal 24 gennaio al 3 febbraio 2026 nell’area di Kaki Bukit–Wang Mu, sul margine orientale della Nakawan Range.

La missione ha riunito il Department of Geology dell’Universiti Malaya, la Malaysian Cave and Karst Conservancy e la Swiss Speleological Society. Hanno partecipato anche realtà locali, guide della comunità di Kaki Bukit e il Perlis Forestry Department. L’iniziativa è stata annunciata dalla European Speleological Federation fra gli EuroSpeleo Projects del 2026.

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha un valore che va oltre la somma delle nuove poligonali. Le cavità esplorate sono state infatti trasformate in più fasi dall’estrazione dello stagno. Condotti naturali, camere di dissoluzione, gallerie artificiali, pozzi, ponti di legno degradati e laghi minerari formano oggi un unico paesaggio sotterraneo. Rilevarlo significa documentare insieme carsismo e archeologia industriale.

Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: i rilievi del 2026

Secondo il report della spedizione, Gua Kelam 2 rappresenta il sistema più esteso della campagna, con circa 3,8 chilometri rilevati. Seguono Wang Mu, con 1,3 chilometri, e Fai Soo Long, con 1,2 chilometri. Per Foh Thye viene segnalato il ritrovamento dell’accesso al pozzo di superficie e la discesa del pozzo principale. Il documento menziona inoltre pozzi superiori a 140 metri, senza associare nel sommario ogni valore a una cavità e senza fornire la profondità finale dei sistemi.

Questi numeri vanno attribuiti con precisione al report di spedizione. Per una piena confrontabilità tecnica serviranno tavole di rilievo, datum cartografico, accuratezza degli strumenti, poligonali, coordinate degli ingressi e una legenda capace di separare i tratti naturali dalle gallerie minerarie e dai passaggi artificialmente ampliati.

Il confronto con la letteratura storica mostra un elemento interessante. Liz Price ha pubblicato per Gua Kelam 2 uno sviluppo di 3.748 metri e quattro ingressi. Il valore dichiarato nel 2026 appare quindi vicino alla documentazione già nota. La nuova campagna può offrire un aggiornamento utile, soprattutto se il materiale cartografico verrà reso consultabile e confrontato con i diari delle esplorazioni precedenti.

Carsismo della Nakawan Range e Setul Formation

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis si è svolta in una catena di rilievi che corre lungo il confine fra lo Stato malese del Perlis e la provincia thailandese di Satun. La Nakawan Range è riconosciuta come Key Biodiversity Area. La sua superficie è di 126,33 chilometri quadrati e la copertura di aree protette indicata nella scheda è del 39,83 per cento.

La parte meridionale dell’area di Wang Mu è costituita dal calcare grigio scuro della Setul Formation. Si tratta di una successione compresa tra Ordoviciano e Devoniano inferiore, considerata la più antica formazione calcarea della penisola malese. Nella catena sono presenti grotte, concrezioni e corsi d’acqua sotterranei permanenti.

Il contesto geologico aiuta a leggere la distribuzione delle cavità. Le rocce carbonatiche favoriscono la dissoluzione e lo sviluppo di condotti. Gli assetti strutturali, le fratture e il gradiente idraulico guidano la circolazione sotterranea. Il rilievo delle grotte può quindi contribuire alla ricostruzione dell’idrologia locale, ma per dimostrare collegamenti tra sistemi diversi servono misure ripetute e test con traccianti autorizzati.

Stagno nelle grotte del Perlis: il paesaggio minerario

La particolarità delle cavità di Kaki Bukit è legata alla cassiterite, il principale minerale dello stagno, con formula SnO?. Le acque hanno concentrato questo minerale pesante nei depositi alluvionali. Una quota dei sedimenti è stata intrappolata in condotti e sale delle grotte calcaree.

Nel XX secolo i depositi furono estratti in modo esteso. Price descrive il caso del Perlis come eccezionale per ampiezza dell’estrazione di stagno da profonde cavità calcaree. I minatori seguirono vuoti naturali e realizzarono accessi, allargamenti e infrastrutture per la movimentazione e il lavaggio dei sedimenti.

La conseguenza è leggibile ancora oggi. Alcuni percorsi sono naturali. Altri sono gallerie scavate. In altri punti, l’attività mineraria ha collegato settori prima separati o ha alterato i riempimenti sedimentari. La lunghezza totale di una cavità ex mineraria richiede quindi una descrizione qualitativa oltre al dato metrico. Questa distinzione serve alla speleogenesi, alla sicurezza e alla corretta comunicazione del patrimonio.

Biodiversità e protezione delle grotte del Perlis

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha operato in un’area di rilevanza naturalistica. La scheda della Nakawan Range segnala oltre 215 specie vegetali in 65 famiglie associate agli habitat calcarei. Il 22 per cento risulta endemico della Malaysia e otto specie sono indicate come endemiche del Perlis.

Le cavità ospitano anche importanti popolazioni di pipistrelli, comprese Hipposideros diadema e Hipposideros larvatus. La presenza di fauna in grotta impone modalità di lavoro prudenti. Il passaggio delle squadre, la fotografia, l’uso di luci e ogni eventuale campionamento devono limitare il disturbo ai rifugi e agli ambienti acquatici.

Il report della campagna cita osservazioni di pipistrelli, invertebrati, pesci, rettili e resti ossei. Si tratta di indicazioni preliminari. Non equivalgono a un censimento biologico o a determinazioni paleontologiche definitive. Per trasformarle in dati pubblicabili occorrono metodo di osservazione, georeferenziazione, documentazione fotografica, identificazioni specialistiche e, quando necessario, autorizzazioni per ogni prelievo.

Anche il turismo speleologico richiede cautela. La raccolta illegale di concrezioni e uno sviluppo turistico non adeguato sono segnalati fra le minacce per il Perlis State Park. Le cavità minerarie aggiungono rischi specifici: instabilità delle strutture, vuoti non visibili, materiali degradati, acqua profonda e possibili modifiche rapide delle condizioni idrologiche.

Dati da pubblicare dopo la spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis

Il risultato di 7,7 chilometri in dieci grotte costituisce una base di lavoro significativa. Il suo valore scientifico crescerà con la pubblicazione di una cartografia completa e di metadati tecnici. La priorità riguarda le planimetrie e le sezioni, l’elenco univoco delle cavità, le coordinate, i criteri di classificazione dei tratti e le informazioni sulla precisione del rilievo.

Sarebbe utile anche un inventario georeferenziato delle strutture minerarie. Binari, passerelle, tubazioni, paratie, fronti di scavo e zone allagate possono essere registrati come elementi distinti. Questo lavoro renderebbe più chiaro il rapporto tra morfologia naturale e trasformazioni antropiche.

La componente idrologica merita un programma dedicato. Misure stagionali di portata, temperatura, conducibilità, pH, torbidità e principali ioni possono definire meglio le acque sotterranee della Nakawan Range. Solo in seguito, con un protocollo ambientale e i necessari permessi, eventuali prove con traccianti potrebbero verificare le connessioni ipotizzate fra Foh Thye, Fai Soo Long, Wang Mu e gli altri settori.

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis riporta così l’attenzione su un settore in cui la conoscenza speleologica è strettamente connessa alla gestione del territorio. Le nuove mappe possono sostenere la ricerca, la prevenzione dei rischi, la tutela della fauna e la conservazione della memoria mineraria. Il passaggio decisivo sarà rendere i dati verificabili e utilizzabili da speleologi, geologi, biologi, enti del parco e comunità locali.

Fonti

Spedizione Eurospeleo

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  • Arte rupestre paleolitica nei Paesi Baschi: gli animali nelle grotte seguivano uno schema preciso
    Condividi Uno studio su 500 figure di nove grotte dei Paesi Baschi individua relazioni ricorrenti tra specie, posizione e orientamento degli animali. Secondo il ricercatore Inaki Intxaurbe, dietro le composizioni potrebbe esserci una vera e propria “sintassi grafica”. Le figure animali dipinte e incise nelle grotte paleolitiche non sarebbero state collocate casualmente sulle pareti. Bisonti, cavalli e caprini sembrano occupare posizioni precise all’interno delle composizioni e persino la dire
     

Arte rupestre paleolitica nei Paesi Baschi: gli animali nelle grotte seguivano uno schema preciso

September 17th 2026 at 05:00

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Uno studio su 500 figure di nove grotte dei Paesi Baschi individua relazioni ricorrenti tra specie, posizione e orientamento degli animali. Secondo il ricercatore Inaki Intxaurbe, dietro le composizioni potrebbe esserci una vera e propria “sintassi grafica”.

Le figure animali dipinte e incise nelle grotte paleolitiche non sarebbero state collocate casualmente sulle pareti. Bisonti, cavalli e caprini sembrano occupare posizioni precise all’interno delle composizioni e persino la direzione verso cui sono rivolti mostra regolarità statisticamente significative.

È quanto emerge da una ricerca condotta da Iñaki Intxaurbe, ricercatore post-dottorato dell’Università dei Paesi Baschi (EHU), pubblicata sul Journal of Archaeological Method and Theory.

Lo studio ha preso in esame circa 500 motivi grafici appartenenti a nove grotte dei Paesi Baschi, datati approssimativamente tra 16.000 e 14.000 anni fa. Utilizzando analisi statistiche multivariate e tecniche di network analysis, Intxaurbe ha cercato di verificare se le associazioni tra le diverse figure fossero casuali oppure rispondessero a regole ricorrenti.

Bisonti, cavalli e caprini al centro delle composizioni

Dall’analisi emerge una struttura nella quale tre categorie di animali – bisonti, cavalli e caprini – assumono un ruolo centrale, mentre le altre specie tendono a distribuirsi in relazione a esse.

Un elemento particolarmente interessante riguarda l’orientamento delle figure.

I bisonti e numerosi altri animali risultano prevalentemente rivolti verso sinistra, mentre i cavalli mostrano una tendenza statisticamente significativa a essere rappresentati verso destra.

Esistono inoltre alcuni casi nei quali questo schema si inverte: i cavalli sono rivolti a sinistra e gli altri animali a destra. Proprio queste inversioni, secondo il ricercatore, rafforzerebbero l’ipotesi dell’esistenza di una regola compositiva, piuttosto che di una semplice preferenza grafica degli autori.

Il risultato mette anche in discussione una vecchia spiegazione secondo la quale la prevalenza di animali rivolti verso sinistra sarebbe stata conseguenza della maggiore diffusione della mano destra tra gli artisti paleolitici. Se si trattasse soltanto di una questione ergonomica, infatti, sarebbe più difficile spiegare il comportamento differente e ricorrente delle figure di cavallo.

Una “sintassi” sulle pareti delle grotte?

Intxaurbe propone di leggere queste relazioni utilizzando un concetto preso in prestito dalla linguistica: quello di sintassi.

Non significa che le pitture costituissero necessariamente una lingua nel senso moderno del termine. L’ipotesi è che le figure fossero organizzate secondo regole condivise, capaci di stabilire quali elementi potessero essere associati e in quale relazione reciproca.

Mappa delle grotte e datazioni. Sono utilizzati dati GADM e dati propri; il grafico delle datazioni è stato prodotto con OxCal e modificato dall’autore

In questa prospettiva, la parete decorata della grotta non sarebbe quindi semplicemente una raccolta di immagini indipendenti, ma un sistema grafico strutturato.

L’idea che le associazioni tra animali nell’arte paleolitica non siano casuali non è nuova. Già nel Novecento diversi studiosi avevano cercato di individuare regolarità nella distribuzione delle specie e nell’organizzazione delle composizioni.

La novità di questo lavoro risiede soprattutto nell’applicazione di strumenti quantitativi e dell’analisi delle reti di co-occorrenza, utilizzate per verificare statisticamente le relazioni tra i diversi motivi.

Un codice che ancora non sappiamo leggere

Il risultato più suggestivo dello studio è anche quello che richiede maggiore cautela.

Individuare una struttura non significa infatti averne decifrato il significato.

Le analisi mostrano che determinate figure e determinati orientamenti ricorrono secondo schemi riconoscibili, ma non permettono di stabilire che cosa questi schemi significassero per le comunità paleolitiche.

Non sappiamo quindi se fossero collegati a racconti, pratiche rituali, classificazioni del mondo animale, sistemi di memoria, identità sociali o ad altre forme di comunicazione simbolica.

Lo stesso Intxaurbe sottolinea questa distinzione: ciò che la ricerca permette di sostenere è l’esistenza di un’organizzazione; il messaggio eventualmente contenuto in quell’organizzazione rimane invece sconosciuto.

Non tutte le grotte venivano decorate

Un’altra osservazione riguarda la scelta stessa delle cavità.

Le manifestazioni artistiche paleolitiche non compaiono indistintamente in tutte le grotte frequentate dall’uomo. Solo alcune cavità, e spesso determinati settori al loro interno, furono scelti per ospitare pitture e incisioni.

Ricostruzione geoarcheologica e spaziale della Chamber of Paintings di Santimamiñe. Cartografie e modelli 3D sono stati prodotti dall’autore

Questo carattere selettivo rafforza l’idea che la produzione delle immagini avesse un’importanza specifica per le comunità che le realizzarono.

Alla scelta della grotta e della parete potrebbe dunque essersi aggiunta una scelta altrettanto precisa riguardo a quali animali rappresentare, come associarli e verso quale direzione orientarli.

La comprensione di questi sistemi non può quindi prescindere dal contesto sotterraneo nel quale le immagini furono create.

Dati e metodologia disponibili per nuove ricerche

Un aspetto importante del lavoro è la scelta di rendere disponibili la metodologia e il database utilizzato per l’analisi.

Questo permetterà di applicare lo stesso metodo ad altri complessi di arte paleolitica e verificare se le regolarità individuate nei Paesi Baschi compaiano anche nelle grotte della Francia, di altre regioni della Penisola Iberica o in contesti differenti.

L’ampliamento del campione sarà particolarmente importante per capire se la struttura individuata rappresenti una caratteristica locale, regionale oppure un fenomeno più ampio dell’arte paleolitica europea.

La metodologia basata sulle co-occorrenze potrebbe inoltre trovare applicazione nello studio di altri sistemi grafici e di scritture non ancora pienamente comprese.

Per l’archeologia delle grotte, la ricerca apre soprattutto una prospettiva affascinante: le pareti decorate potrebbero conservare non soltanto immagini, ma tracce dell’ordine con cui gli uomini del Paleolitico organizzavano e mettevano in relazione quelle immagini.

La struttura sembra cominciare a emergere. Comprenderne il significato resta una sfida aperta.

Riferimento scientifico
Iñaki Intxaurbe, Mapping the Symbolic Structure of Palaeolithic Rock Art Using Co-occurrence Network Analysis, Journal of Archaeological Method and Theory, 2026.
DOI: 10.1007/s10816-026-09796-y

Fonte: Università dei Paesi Baschi – EHU

Fotografie: Da Intxaurbe I. (2026), Mapping the Symbolic Structure of Palaeolithic Rock Art Using Co-occurrence Network Analysis, Journal of Archaeological Method and Theory, CC BY 4.0 – DOI: 10.1007/s10816-026-09796-y.

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Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard

September 16th 2026 at 09:00

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Studio approfondito per divulgazione scientifica

Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che le acque di fusione di 19 ghiacciai vallivi della Svalbard trasportano metano in concentrazioni superiori all’equilibrio atmosferico. Il metano è in gran parte di origine geologica e termogenica, non semplicemente prodotto dai microbi sotto il ghiaccio. La mobilizzazione è maggiore quando coincidono due condizioni: un substrato ricco di shale organico e un letto glaciale temperato, cioè non congelato, umido e attraversato da acqua.

Il risultato non significa che ogni aumento della fusione determini automaticamente un aumento proporzionale delle emissioni atmosferiche. Indica però un meccanismo plausibile di feedback climatico: più acqua di fusione può raggiungere il letto del ghiacciaio e favorire il trasporto verso valle di metano antico accumulato nella roccia o nei sistemi di fratture. La quantità effettivamente emessa in atmosfera dipende poi da degassamento, turbolenza, ossidazione microbica, tempi di permanenza e condizioni idrologiche.

La ricerca del 2026

Domanda scientifica

Il lavoro di Gabrielle E. Kleber, Erik Schytt Mannerfelt e colleghi studia come la geologia subglaciale e il regime termico basale regolino la presenza di metano nelle acque di fusione. Gli autori hanno cercato di superare una limitazione degli studi precedenti: la difficoltà di distinguere il ruolo della geologia da quello delle condizioni fisiche del ghiacciaio.

Area e campionamento

La ricerca ha interessato 19 fiumi alimentati da ghiacciai nella Svalbard centrale. Secondo il resoconto dello studio, sono stati raccolti 148 campioni d’acqua. Tutti i corsi d’acqua analizzati risultavano sovrasaturi di metano rispetto all’equilibrio con l’atmosfera; le concentrazioni massime arrivavano a circa 425 volte il valore di equilibrio atmosferico. [web:7]

Metodi principali

Gli autori hanno combinato:

  • analisi delle concentrazioni di metano disciolto;
  • composizione isotopica del carbonio del metano, espressa come ?¹³C-CH?;
  • ricerca di etano e propano, idrocarburi associati a gas naturali termogenici;
  • caratterizzazione della geologia sottostante i bacini glaciali;
  • rilievi radar a penetrazione del suolo, o GPR, per stimare la distribuzione del ghiaccio temperato e del ghiaccio freddo alla base dei ghiacciai.

La forza dell’impostazione sta nell’analisi congiunta della chimica dell’acqua e della struttura fisico-termica del ghiaccio. Un’elevata concentrazione di metano, da sola, non dimostra infatti né l’origine del gas né il percorso seguito prima del campionamento.

Da dove proviene il metano

Metano microbico e metano termogenico

Il metano può avere origini diverse.

Il metano microbico, o biogenico, si forma quando microrganismi degradano materia organica in ambienti poveri di ossigeno, come sedimenti saturi o il letto di un ghiacciaio. È stato documentato in diversi ambienti glaciali, compreso il margine della Groenlandia.

Il metano termogenico, invece, deriva dalla trasformazione geologica di materia organica sepolta. Pressione e temperatura, agendo per tempi geologici, trasformano il materiale organico in idrocarburi. Il gas può migrare attraverso fratture e livelli permeabili della roccia, oppure rimanere intrappolato sotto una copertura relativamente impermeabile.

Gli indicatori utilizzati

Nel caso delle Svalbard, la firma isotopica del metano e la presenza di etano e propano indicano che il gas è prevalentemente geologico e termogenico. La presenza di idrocarburi più pesanti è importante perché il metano prodotto esclusivamente da processi microbici tende ad avere una composizione diversa e, in genere, non è accompagnato dalle stesse proporzioni di etano e propano.

La formulazione corretta è tuttavia “in gran parte termogenico”: l’analisi non implica necessariamente l’assenza totale di produzione microbica. In un sistema subglaciale possono coesistere sorgenti differenti e i processi biologici possono modificare, consumare o diluire il segnale originario.

Il ruolo della geologia

Shale ricchi di materia organica

Le concentrazioni più elevate sono associate ai ghiacciai il cui letto si trova sopra formazioni ricche di shale organico. Gli shale sono rocce sedimentarie fini, spesso ricche di materia organica, che in determinate condizioni possono funzionare da rocce madri per idrocarburi.

Nel contesto delle Svalbard, la Formazione Carolinefjellet è un esempio rilevante di successione cretacica con shale e arenarie ricche di materia organica. Uno studio precedente sul bacino di Vallåkrabreen ha descritto questa unità come una roccia sorgente petrolifera associata a gas termogenici C1-C4. [web:5]

Geologia come controllo della disponibilità

La geologia non produce necessariamente metano nuovo durante ogni stagione di fusione. Più spesso determina la disponibilità di un serbatoio antico e le vie attraverso cui il gas può migrare. La fusione agisce quindi soprattutto come processo di mobilizzazione e trasporto:

  1. l’acqua di fusione penetra nelle crepacciature e nei condotti del ghiaccio;
  2. raggiunge il letto del ghiacciaio;
  3. entra in contatto con sedimenti, fratture e rocce organiche;
  4. dissolve o trascina il metano presente nei pori e nei fluidi sotterranei;
  5. convoglia il gas disciolto verso il portale glaciale e il fiume proglaciale;
  6. il metano passa all’atmosfera per degassamento, soprattutto nei tratti turbolenti.

Il ruolo della temperatura basale

Ghiaccio freddo e ghiaccio temperato

Un ghiacciaio con letto congelato è relativamente poco connesso al substrato attraverso acqua liquida continua. L’acqua può comunque circolare localmente, ma il contatto idrologico con la roccia è più limitato.

Un letto temperato è invece prossimo al punto di fusione e contiene acqua liquida. Le pressioni elevate, la deformazione del ghiaccio, la presenza di sedimenti e la rete di drenaggio subglaciale possono favorire un contatto più efficace tra acqua e substrato.

Il GPR ha permesso di valutare l’estensione del ghiaccio temperato alla base dei ghiacciai. Il risultato centrale è che il regime termico non è un semplice dettaglio: modifica la capacità del ghiacciaio di intercettare e trasferire metano dalla base verso il sistema fluviale.

Il modello concettuale

La maggiore mobilizzazione si verifica quando coesistono:

  • roccia o sedimento ricco di materia organica e gas geologico;
  • letto glaciale temperato;
  • drenaggio subglaciale attivo;
  • sufficiente produzione di acqua di fusione;
  • vie di deflusso che collegano il letto al fiume proglaciale.

Se manca il substrato favorevole, l’acqua può circolare senza acquisire molto metano. Se il substrato è ricco di gas ma il letto è congelato, il contatto idrologico può essere insufficiente. L’emissione è quindi il prodotto dell’interazione tra geologia, temperatura e idrologia.

Risultati quantitativi e contesto

Il nuovo studio riporta sovrasaturazioni fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico nelle acque di fusione. Una stima complessiva citata nel materiale di comunicazione associato alla ricerca colloca il trasporto annuo dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard nell’intervallo 182-368 tonnellate di metano. Si tratta di una stima di trasporto o potenziale emissione e non equivale necessariamente alla quantità che raggiunge effettivamente l’atmosfera. [web:7]

Un lavoro precedente, condotto su un singolo bacino glaciale centrato su Vallåkrabreen, aveva misurato fino a 3170 nM di metano nel fiume glaciale, quasi 800 volte l’equilibrio atmosferico. Per l’intera stagione di fusione del 2021 gli autori avevano stimato circa 616 kg di potenziale emissione dal fiume, con un intervallo di 484-766 kg. [web:5]

Questi numeri non sono direttamente intercambiabili: il primo studio riguarda un singolo bacino e una particolare stagione, mentre il lavoro del 2026 amplia il campionamento a 19 ghiacciai. Differenze di metodo, scala spaziale, condizioni meteorologiche, periodo di campionamento e definizione di “emissione” possono produrre valori diversi.

Perché il metano può sfuggire all’atmosfera

Degassamento fisico

Il metano è poco solubile in acqua. Quando l’acqua passa da condizioni confinate e pressurizzate a un fiume aperto, la riduzione di pressione facilita la fuoriuscita del gas. La turbolenza aumenta enormemente lo scambio acqua-atmosfera.

Nel bacino di Vallåkrabreen, il lavoro precedente ha osservato una perdita rapida di metano lungo il fiume: circa il 76% in un tratto di 650 metri. Questo dato illustra perché le concentrazioni misurate vicino al portale glaciale e quelle misurate più a valle possono essere molto diverse. [web:5]

Ossidazione microbica

Il metano non degassato immediatamente può essere consumato da microrganismi metanotrofi nelle acque e nei sedimenti proglaciali. Questo processo può attenuare la quota emessa in atmosfera.

Uno studio su sistemi glaciali islandesi ha trovato che l’ossidazione in un fiume proglaciale poteva ridurre le emissioni atmosferiche stimate fino al 53%, pur sottolineando che l’effetto dipende dalla concentrazione iniziale, dal tempo di permanenza e dalla turbolenza. [web:10]

Per questo motivo, una concentrazione elevata di metano nell’acqua non deve essere tradotta automaticamente in un flusso atmosferico equivalente. Sono necessarie misure dirette o bilanci completi che considerino degassamento e ossidazione.

Feedback climatico: quanto è solido?

Il meccanismo plausibile

Il possibile feedback è il seguente:

  1. il riscaldamento aumenta la fusione superficiale;
  2. una maggiore quantità d’acqua raggiunge il letto glaciale;
  3. il drenaggio subglaciale entra in contatto con substrati ricchi di gas;
  4. il metano viene trasportato verso i fiumi proglaciali;
  5. una parte del gas degassa nell’atmosfera;
  6. il metano aumenta il forzante radiativo e contribuisce al riscaldamento.

Il nuovo studio fornisce un meccanismo e identifica le condizioni geologiche e termiche che lo rendono più probabile. Non dimostra però che l’intero sistema glaciale sia destinato a emettere sempre più metano in modo lineare.

Perché la risposta può essere non lineare

La fusione può inizialmente aumentare il trasporto di metano, ma l’evoluzione successiva dipende dalla dinamica del ghiacciaio:

  • un aumento dell’acqua può aprire vie di drenaggio più efficienti e accelerare il flushing;
  • la diluizione può ridurre le concentrazioni, anche se il carico totale aumenta;
  • la turbolenza può aumentare il degassamento;
  • l’ossidazione microbica può sottrarre metano prima dello scambio con l’atmosfera;
  • il ritiro può esporre nuove sorgenti di acque sotterranee nella zona proglaciale;
  • in alcuni ghiacciai, cambiamenti del bilancio termico possono ridurre l’estensione del letto temperato e quindi il contatto acqua-roccia.

La formulazione più prudente è quindi: l’aumento della fusione può amplificare la mobilizzazione del metano dove sussistono le condizioni geologiche e termiche adatte, ma l’effetto netto sulle emissioni atmosferiche deve essere quantificato caso per caso.

Collegamento con gli studi precedenti

Sorgenti di acque sotterranee nei forefield

Nel 2023 Kleber e colleghi hanno studiato sorgenti di acque sotterranee formatesi nei forefield lasciati liberi dal ritiro glaciale. Su 78 ghiacciai con terminazione terrestre nella Svalbard centrale, le acque erano sovrasature fino a 600.000 volte rispetto all’equilibrio atmosferico. Gli autori stimavano fino a 2,31 kt di metano annue dalle acque sotterranee proglaciali dell’arcipelago. [web:13]

Questo percorso è distinto dal trasporto diretto attraverso il fiume di fusione, ma appartiene allo stesso quadro: la perdita della copertura criosferica rende accessibili serbatoi geologici prima isolati.

Confronto con la Groenlandia

Sotto la calotta groenlandese è stata documentata una componente microbica importante, associata a sedimenti anossici e carbonio organico subglaciale. Alle Svalbard, invece, gli isotopi e gli idrocarburi associati indicano una prevalenza di metano geologico termogenico.

La differenza è scientificamente rilevante: non esiste un’unica “firma del metano glaciale”. Il bilancio dipende dall’età e dalla natura del carbonio, dalla litologia del substrato, dalla disponibilità di acqua e dall’attività biologica.

Limiti e cautele interpretative

Sovrasaturazione non significa flusso atmosferico diretto

La sovrasaturazione indica che l’acqua contiene più metano di quanto potrebbe mantenere in equilibrio con l’atmosfera. È un indicatore di potenziale degassamento, non una misura automatica del flusso atmosferico. Per calcolare il flusso servono portata, concentrazione, geometria del corso d’acqua, turbolenza, velocità di trasferimento e, idealmente, misure eddy covariance o camere di flusso.

Campionamento stagionale

Le concentrazioni possono essere molto elevate all’inizio della stagione perché il metano si accumula durante l’inverno sotto il ghiaccio e viene rilasciato quando riparte il drenaggio. Campioni raccolti solo durante il picco di portata giornaliero possono inoltre essere diluiti dall’acqua superficiale e sottostimare le concentrazioni nei periodi di magra.

Upscaling

Trasferire una stima da 19 ghiacciai a tutto l’arcipelago richiede cautela. Servono informazioni sulla distribuzione delle litologie, sull’estensione del ghiaccio temperato, sulla portata stagionale, sull’evoluzione dei sistemi di drenaggio e sulla quota di metano che viene ossidata o degassata.

Terminologia

È preferibile distinguere tra:

  • concentrazione di metano nell’acqua;
  • trasporto fluviale di metano;
  • potenziale emissione, cioè metano eccedente l’equilibrio atmosferico;
  • emissione atmosferica effettivamente misurata;
  • origine termogenica del gas;
  • mobilizzazione di un serbatoio antico;
  • produzione contemporanea di nuovo metano.

Implicazioni per l’Artico e per altri ghiacciai

Il meccanismo potrebbe essere rilevante anche fuori dalle Svalbard dove ghiaccio e substrati organici ricchi di idrocarburi entrano in contatto. Le analogie più immediate riguardano altre regioni artiche, ma il trasferimento del risultato ad aree come Himalaya, Alpi o Antartide deve essere verificato geologicamente.

Non basta sapere quanto rapidamente si ritira un ghiacciaio. Occorre conoscere cosa c’è sotto il ghiaccio: shale, carbone, sedimenti organici, rocce madri, faglie, fratture, permafrost e possibili accumuli di gas. La stessa perdita di massa glaciale può quindi produrre risposte molto diverse in bacini con substrati differenti.

Proposta di monitoraggio

Un programma efficace dovrebbe integrare:

  1. cartografia geologica e geomorfologica dei bacini;
  2. rilievi GPR e, dove possibile, metodi elettromagnetici o sismici per il regime basale;
  3. monitoraggio continuo della portata e della temperatura dell’acqua;
  4. campionamenti ad alta frequenza durante l’intera stagione di fusione;
  5. concentrazioni di CH?, CO?, etano e propano;
  6. isotopi del carbonio e dell’idrogeno del metano;
  7. misure di ossigeno disciolto e attività metanotrofica;
  8. misure dirette del flusso aria-acqua nei tratti fluviali;
  9. telerilevamento del bilancio di massa e dell’evoluzione del reticolo di drenaggio;
  10. bilanci separati per portale glaciale, fiume proglaciale, sorgenti e falde.

L’esperienza degli acquiferi carsici offre un’analogia metodologica utile: acqua, fratture e condotti possono trasferire rapidamente sostanze dal substrato alla superficie, mentre la struttura del sistema controlla tempi di residenza, diluizione e attenuazione. Il parallelismo non implica che ghiacciai e acquiferi carsici siano sistemi equivalenti, ma suggerisce l’importanza di studiare il sottosuolo come rete di vie preferenziali e non come semplice serbatoio omogeneo. [file:2]

Valutazione complessiva

La ricerca di Kleber e colleghi compie un passo importante perché trasforma un’osservazione locale — metano nelle acque di fusione — in un modello meccanicistico verificabile. La mobilizzazione dipende dalla coincidenza tra una sorgente geologica ricca di materia organica e un letto glaciale temperato capace di sostenere il contatto acqua-roccia.

Il messaggio divulgativo “più fusione, più metano” è utile ma deve essere qualificato. La fusione può favorire la mobilizzazione, soprattutto nelle fasi iniziali e nei bacini predisposti; non è però sufficiente da sola a determinare il bilancio atmosferico. Degassamento, ossidazione, stagionalità, idrologia e trasformazioni termiche del ghiacciaio possono attenuare, amplificare o invertire la risposta.

Il significato più ampio dello studio è che il cambiamento climatico non agisce soltanto sulla quantità di ghiaccio, ma anche sulla connettività tra atmosfera, acqua, ghiaccio e geologia profonda. I ghiacciai possono funzionare come coperture criosferiche che isolano serbatoi di gas; quando cambiano, possono diventare anche vie di trasferimento per carbonio antico.

Scheda rapida per articolo

Titolo consigliato: Metano antico sotto i ghiacciai: alle Svalbard contano shale e temperatura del letto glaciale

Sottotitolo: Le acque di fusione di 19 ghiacciai risultano sovrasature di metano, in gran parte termogenico. Il rilascio è maggiore dove il ghiaccio temperato entra in contatto con rocce ricche di materia organica.

Dati chiave:

  • 19 ghiacciai vallivi studiati;
  • 148 campioni d’acqua, secondo il resoconto associato alla ricerca;
  • sovrasaturazione fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico;
  • firma isotopica e presenza di etano e propano compatibili con origine termogenica;
  • ruolo decisivo della presenza di letto glaciale temperato;
  • stima di 182-368 tonnellate annue trasportate dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard;
  • emissione atmosferica reale probabilmente inferiore o diversa dal semplice trasporto, a seconda di degassamento e ossidazione.

Frase da evitare: “Lo scioglimento dei ghiacciai libererà certamente enormi quantità di metano.”

Frase consigliata: “L’aumento della fusione può intensificare la mobilizzazione di metano geologico sotto i ghiacciai, ma l’entità dell’emissione atmosferica dipende dalla geologia, dal regime termico basale e dai processi di degassamento e ossidazione.”

Fonti principali

  • Kleber, G. E. et al. (2026), “Subglacial geology and thermal conditions regulate methane emissions from Svalbard glaciers”, Nature Communications, vol. 17, articolo 9347, DOI: 10.1038/s41467-026-77190-z.
  • Kleber, G. E. et al. (2025), “Proglacial methane emissions driven by meltwater and groundwater flushing in a high-Arctic glacial catchment”, Biogeosciences, 22, 659-674. [web:5]
  • Kleber, G. E. et al. (2023), “Groundwater springs formed during glacial retreat are a large source of methane in the high Arctic”, Nature Geoscience. [web:13]
  • Strock, K. E. et al. (2024), “Oxidation is a potentially significant methane sink in land-terminating glacial runoff”. [web:10]
  • Phys.org, “Melting Svalbard glaciers may flush ancient methane from rocks beneath the ice”, 8 settembre 2026. [web:7]

Fonte: https://www.nature.com/articles/s41467-026-77190-z

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  • Sistema Lizartza, nuove esplorazioni nel carso dei Paesi Baschi verso il collegamento con Gesaltza-Arrikrutz
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Sistema Lizartza, nuove esplorazioni nel carso dei Paesi Baschi verso il collegamento con Gesaltza-Arrikrutz

September 15th 2026 at 13:00

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La galleria Errekan gora aggiunge circa 730 metri al quadro esplorativo. Restano aperti il sifone a -475 metri, la zona del Lirón e la prospettiva di unire due grandi sistemi sotterranei della Gipuzkoa

Esplorazioni nel sistema Lizartza

Il sistema Lizartza, nel territorio di Oñati, in Gipuzkoa, è stato al centro delle 31. Giornate basche di speleologia. L’iniziativa si è svolta dal 2 al 6 aprile 2026, con il coordinamento della Unión de Espeleólogos Vascos (UEV-EEE) e la collaborazione del gruppo Aloña Mendi. L’obiettivo indicato era verificare le possibilità di collegamento tra Lizartza 1 e il sistema Gesaltza-Arrikrutz, distante circa 100 metri in proiezione orizzontale. Lizartza 1 supera i 4 chilometri di sviluppo e presenta un dislivello di circa 450 metri. [web:2]

Il lavoro si è svolto con uscite giornaliere dall’ingresso di Lizartza 1 e con un bivacco interno nella zona Kortakogain, a circa 415 metri di profondità. Per il secondo accesso è stata utilizzata la miniera di Atxuri. Questa organizzazione ha permesso di distribuire le squadre su obiettivi diversi, riducendo i tempi di trasferimento nelle parti profonde della cavità. [web:2]

Errekan gora e il nuovo rilievo topografico

Le attività successive, sostenute dal gruppo locale AMET, hanno concentrato l’attenzione sulla galleria Errekan gora. Il ramo è associato a uno dei corsi d’acqua più importanti del sistema. L’avanzamento ha evidenziato una prosecuzione verso monte articolata in due settori.

Il primo tratto è relativamente comodo e può essere percorso a piedi. Il secondo presenta piccoli salti. Per superarli sono necessarie corde brevi, con lunghezze comprese indicativamente tra 4 e 6 metri. Il rilievo ha registrato circa 500 metri verso est e 150 metri verso sud. Il nuovo sviluppo complessivo indicato per la galleria è di circa 730 metri, con un dislivello di 110 metri.

L’esplorazione si è fermata in prossimità di una scalata considerata accessibile. La prosecuzione richiederà nuovo materiale e una verifica delle condizioni della roccia. Il completamento del rilievo sarà importante per confrontare l’orientamento dei rami di Lizartza con quello delle gallerie di Gesaltza-Arrikrutz.

Il sifone terminale a 475 metri di profondità

Un altro obiettivo riguarda il sifone terminale individuato a quota speleologica di -475 metri. Il passaggio richiede tecniche di speleobuceo e una preparazione specifica. Durante l’uscita più recente è stato verificato un condotto allagato che precede il sifone.

Il tratto conserva acqua anche in condizioni di siccità e riceve un apporto continuo. Il dato rende probabile la presenza di acqua anche nel sifone terminale. Prima di programmare un’immersione sarà necessario valutare portata, visibilità, sicurezza degli ancoraggi e possibilità di individuare un bypass asciutto.

L’eventuale esplorazione subacquea dovrà essere affidata a una squadra qualificata. La gestione delle bombole, della linea guida, delle riserve e dei tempi di permanenza costituisce una parte essenziale della pianificazione. Per la stessa ragione, il monitoraggio delle portate potrà aiutare a scegliere il periodo con minore presenza d’acqua.

La zona del Lirón e il valore biologico

Nella zona denominata Lirón, termine collegato al muxarra, è stata predisposta un’installazione di corde in vista di una prossima uscita. Un passaggio attraverso una galleria stretta, lungo circa 50-100 metri, ha inoltre permesso di stabilire un collegamento con uno dei rami che conducono alla scalata del Lirón.

La presenza del piccolo mammifero richiede prudenza nell’interpretazione. Il ritrovamento non dimostra da solo l’esistenza di una colonia di pipistrelli né definisce il valore biologico dell’intero settore. Può però indicare una relazione tra ambiente esterno e cavità, soprattutto nei rami fossili o nelle zone con correnti d’aria.

Le osservazioni biologiche dovrebbero essere accompagnate da misure di temperatura, umidità e ventilazione. In presenza di chirotteri, le visite devono rispettare i periodi più delicati del ciclo annuale. Tutela Pipistrelli segnala come fasi sensibili il letargo, indicativamente tra novembre e marzo, e la nascita e lo svezzamento dei piccoli, soprattutto tra giugno e luglio. [web:11]

Il contesto carsico di Aizkorri-Aratz

Lizartza si trova in un territorio caratterizzato da una complessa evoluzione carsica. Il sistema Gesaltza-Arrikrutz raggiunge circa 14-15 chilometri di gallerie interconnesse, distribuite su sei livelli carsici sovrapposti. Il complesso è inserito nel massiccio di Aizkorri e costituisce la maggiore cavità della Gipuzkoa secondo la documentazione del parco naturale. [web:2][web:21]

La grotta di Arrikrutz si sviluppa in calcari del Cretacico inferiore, datati tra 154 e 96 milioni di anni fa. La rete comprende gallerie attive e fossili. Le prime sono interessate dalla circolazione idrica attuale. Le seconde testimoniano fasi precedenti dell’evoluzione del reticolo sotterraneo. [web:21]

Il sistema idrogeologico locale è alimentato dall’infiltrazione delle precipitazioni e dall’ingresso di acque superficiali attraverso i sumideri. Le acque possono riapparire più avanti attraverso sorgenti e risorgive. Il fiume Arantzazu mostra un comportamento variabile. In condizioni di magra può disperdersi o scomparire in alcuni tratti. Durante le piene raggiunge portate elevate e alimenta il complesso di Gesaltza. [web:21]

Una prospettiva di collegamento ancora da verificare

La distanza ridotta tra Lizartza 1 e Gesaltza-Arrikrutz rende il collegamento un obiettivo concreto, ma non ancora acquisito. La sola vicinanza in pianta non consente di dimostrare l’esistenza di un passaggio. Saranno necessari rilievi coerenti, quote confrontabili e una lettura integrata delle direzioni delle gallerie.

La prosecuzione di Errekan gora potrebbe fornire nuovi elementi. Anche la zona del Lirón può contribuire alla ricostruzione della rete. Il sifone profondo rappresenta un possibile punto di avanzamento, con difficoltà tecniche superiori rispetto ai rami asciutti.

Un eventuale collegamento modificherebbe la conoscenza del reticolo sotterraneo dell’area. I dati potrebbero essere utili per l’idrogeologia, la ricostruzione dell’evoluzione del carsismo e la gestione coordinata delle cavità. La priorità resta proseguire con rilievi verificabili e con una documentazione condivisa tra gruppi esplorativi e realtà locali.

Sicurezza e tutela dell’ambiente sotterraneo

Le prossime uscite dovranno distinguere gli obiettivi esplorativi. Errekan gora richiede corde brevi e materiale per completare la scalata. Il sifone a -475 metri richiede una squadra speleosubacquea e una valutazione specifica dei rischi. La zona del Lirón necessita di tempo per completare l’installazione e osservare le condizioni microclimatiche.

La frequentazione dovrà essere compatibile con la tutela della fauna. Nel caso di pipistrelli in letargo, Tutela Pipistrelli raccomanda di ridurre al minimo la permanenza, evitare di illuminare direttamente gli animali e non utilizzare il carburo. [web:8] La documentazione biologica deve quindi procedere senza contatto, raccolta o disturbo degli esemplari.

La ricerca nel sistema Lizartza prosegue così su più fronti: esplorazione, topografia, idrologia e biospeleologia. Il risultato più immediato è l’avanzamento di Errekan gora. Il nodo tecnico principale resta il sifone terminale. Sullo sfondo rimane la possibilità di collegare Lizartza 1 al complesso Gesaltza-Arrikrutz.

Fonti

Euskalespeleo https://euskalespeleo.com/lizartza-interklub-esplorazioa/

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  • Han-sur-Lesse e la fantômisation: il modello di Yves Quinif per leggere la nascita delle grotte
    Condividi Il sistema carsico belga come laboratorio geologico Il sistema carsico di Han-sur-Lesse, nelle Ardenne belghe, offre un esempio importante per comprendere come si formano le grotte e come il sottosuolo conservi le tracce dei cambiamenti ambientali. A guidare questa lettura è Yves Quinif, geologo e karstologo, professore emerito dell’Università di Mons e presidente del Geopark Famenne-Ardenne. La sua attività di ricerca si è concentrata sulla genesi delle cavità, sui depositi sotterr
     

Han-sur-Lesse e la fantômisation: il modello di Yves Quinif per leggere la nascita delle grotte

September 15th 2026 at 11:00

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Il sistema carsico belga come laboratorio geologico

Il sistema carsico di Han-sur-Lesse, nelle Ardenne belghe, offre un esempio importante per comprendere come si formano le grotte e come il sottosuolo conservi le tracce dei cambiamenti ambientali. A guidare questa lettura è Yves Quinif, geologo e karstologo, professore emerito dell’Università di Mons e presidente del Geopark Famenne-Ardenne. La sua attività di ricerca si è concentrata sulla genesi delle cavità, sui depositi sotterranei e sui rapporti tra tettonica, idrologia ed evoluzione del paesaggio. [web:29][web:25]

Quinif ha fondato il CERAK, Centro di studi e ricerche applicate al carsismo, e nel 2010 ha sistematizzato il modello della fantômisation nel volume Fantômes de roche et fantômisation. Il paradigma propone di affiancare alla spiegazione classica, basata sulla dissoluzione e sull’erosione progressiva, una sequenza di processi distinta in due fasi. [web:21][web:2]

Fantômisation e ghost rock: la formazione in due fasi

La fantômisation, o ghost-rock karstification, inizia quando l’acqua penetra nel calcare lungo fratture, giunti di stratificazione e faglie. La dissoluzione non asporta subito tutto il volume della roccia. I minerali più solubili passano in soluzione, mentre restano in posto particelle meno solubili e insolubili. Si forma così un’alterite residua, porosa e meccanicamente fragile, che conserva per un certo periodo il volume e la forma della roccia originaria. È il “fantasma di roccia”. [web:7][web:10]

Questa prima fase procede con un’energia idraulica ridotta. L’acqua altera la roccia, ma non dispone della forza necessaria per allontanare il residuo solido. Il massiccio appare ancora compatto, anche se la sua struttura interna è già indebolita.

La seconda fase si attiva quando cambiano le condizioni geomorfologiche. Il sollevamento dell’Ardenne e l’incisione delle valli modificano il livello di base e aumentano il potenziale idrodinamico. L’acqua acquisisce energia cinetica. Può quindi erodere e trasportare l’alterite, svuotando i volumi già predisposti. La grotta penetrabile nasce in questa fase, attraverso l’evacuazione meccanica del materiale residuo. [file:1][web:8]

Nel caso di Han-sur-Lesse, gli studi strutturali indicano anche una relazione tra le direzioni delle fratture e le diverse fasi tettoniche. Una prima organizzazione, attribuita al Mesozoico, segue direzioni comprese in generale tra N50°E e N65°E. Una fase cenozoica, associata alla surrezione dell’Ardenne e allo sviluppo del potenziale idraulico, avrebbe favorito direzioni tra N140°E e N150°E. [web:20]

La Lesse e il sistema perdita-risorgenza

La Lesse costituisce l’elemento idrologico centrale del sistema. Il fiume entra nel sottosuolo presso il Gouffre de Belvaux e percorre una rete di gallerie prima di riemergere nella zona di Han. Le perdite della Lesse non sono state sempre uguali. Il loro funzionamento varia in base alla portata e alle condizioni di piena. Il sistema attuale è quindi il risultato di una lunga evoluzione, nella quale l’idrologia superficiale e quella sotterranea si sono condizionate reciprocamente. [file:1][web:8]

Il Gouffre de Belvaux permette di osservare il passaggio tra paesaggio esterno e rete sotterranea. La perdita non rappresenta soltanto un punto geografico. È anche la chiave per comprendere il ruolo dell’acqua nella seconda fase della fantômisation, quando l’alterite viene mobilizzata e allontanata.

Sedimenti e speleotemi come archivi del Quaternario

Le grotte di Han conservano sedimenti detritici, come sabbie, argille, limi, ghiaie e blocchi di crollo. Sono presenti anche depositi chimici, tra cui stalattiti, stalagmiti e pavimenti stalagmitici. La successione di questi materiali registra le variazioni del clima, della portata fluviale, dell’erosione e della stabilità tettonica. [web:23]

I sedimenti detritici possono essere trasportati dalla Lesse oppure derivare dal collasso delle pareti e dalla componente insolubile del calcare. Le concrezioni crescono quando l’acqua deposita carbonato di calcio in condizioni favorevoli. Le loro stratificazioni possono essere datate con il radiocarbonio e con le serie dell’uranio, in particolare attraverso il disequilibrio U/Th. Questi metodi consentono di collegare i depositi a età espresse in anni BP e di costruire sequenze del Quaternario continentale. [web:23][web:18]

Nella Galerie des Verviétois, una sequenza del Pleistocene medio e superiore comprende depositi detritici sormontati da pavimenti stalagmitici. Le concrezioni spezzate o dislocate possono indicare movimenti del terreno. La grotta diventa così anche un registratore di eventi sismotettonici, purché le osservazioni siano integrate con datazioni e analisi strutturali. [web:2][web:8]

La Galerie des Petites Fontaines documenta invece l’evoluzione idrologica più recente. La morfologia e i riempimenti indicano che, durante il Tardiglaciale, la Lesse occupava il settore aval della grotta come una distesa d’acqua stagnante. Nell’Olocene si osserva una ripresa dell’erosione e l’incisione dei depositi. Questo passaggio collega la storia della cavità alle trasformazioni della valle esterna. [web:8]

Il programma del 20 settembre

L’attività del CNB Famenne-Ardenne dedicata alla conoscenza del carsismo prevede un itinerario centrato sul sistema di Han-sur-Lesse. L’appuntamento risulta indicato nell’agenda del gruppo per il 20 settembre. [web:27]

La Coupe des Petites Fontaines, presso l’uscita delle grotte di Han, consente di osservare una sezione nei sedimenti. Alternanze di depositi detritici e concrezioni mostrano come si ricostruiscono le fasi di riempimento, erosione e cambiamento del regime idrologico.

Il trasferimento verso il Gouffre de Belvaux porta al punto in cui la Lesse scompare nel sottosuolo. La visita scientifica al Trou du Salpêtre completa il percorso. Questa galleria conserva elementi utili per discutere i rapporti tra antichi passaggi d’acqua, depositi del Pleistocene e sviluppo dei pavimenti stalagmitici.

Perché il modello di Quinif è rilevante

La fantômisation modifica il modo di interpretare la nascita di molti sistemi carsici. La grotta non viene considerata soltanto come il risultato di una dissoluzione che amplia lentamente un vuoto. Prima della cavità può esistere un volume alterato, ancora pieno di materiale, che prepara la geometria futura della rete. L’erosione meccanica interviene dopo, quando l’evoluzione tettonica e fluviale fornisce all’acqua l’energia necessaria.

Il modello aiuta a spiegare la presenza di grandi sale, gallerie non uniformemente calibrate e collegamenti sotterranei che non seguono sempre una semplice struttura ad albero. A Han-sur-Lesse, la presenza di residui riconducibili a fantôme de roche in diversi settori della grotta sostiene l’applicazione del paradigma al sistema. [web:8]

Il valore scientifico del sito deriva anche dalla possibilità di collegare forme, sedimenti, concrezioni e idrologia. La grotta conserva una storia che attraversa centinaia di migliaia, e in alcuni casi milioni di anni. La ricerca speleologica permette di leggerla senza separare geologia, geomorfologia, clima e tettonica.

Fonti

Belgio

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  • Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More
    Condividi Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia. L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose duran
     

Spedizione UBSS in Montenegro: Hidden Earth 2026 racconta le esplorazioni speleologiche a Kameno More

September 14th 2026 at 11:00

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Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia.

L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose durante una sessione di 30 minuti. Il programma della conferenza si svolgerà dal 25 al 27 settembre 2026 al Llangollen Pavilion, nel Galles del Nord, organizzato dalla British Cave Research Association e dalla British Caving Association.

Hidden Earth 2026: la conferenza che ospita il racconto della spedizione UBSS

Hidden Earth rappresenta l’appuntamento di riferimento per la comunità speleologica britannica e internazionale. L’edizione 2026 conferma la presenza di relazioni dedicate a spedizioni in Asia, Sud America ed Europa, con un focus particolare sulle aree carsiche meno conosciute.

La sessione dedicata al Montenegro si inserisce in un programma ricco di workshop e lecture. Tra i temi trattati figurano il supporto ai leader di spedizione, le tecniche di rilievo topografico e le trasformazioni nelle organizzazioni speleologiche.

Il contributo UBSS non si limita ai dati esplorativi. La relazione affronta anche l’organizzazione pratica della missione: la scelta dell’area, la logistica, la composizione della squadra e le difficoltà incontrate da un gruppo giovane.

Kameno More: il “mare di pietra” che attira le esplorazioni speleologiche in Montenegro

Kameno More è un’area carsica montenegrina il cui nome significa letteralmente “mare di pietra”. Il paesaggio superficiale e le cavitಲ sotterranee costituiscono un campo di ricerca ancora aperto.

La regione ha già attirato spedizioni internazionali negli anni precedenti. Nell’agosto 2024 la spedizione Stone Sea aveva programmato ricognizioni e prosecuzioni delle ricerche in tre cavitಲ denominate Meandar, Dvestotka e PT4.

Il ritorno di una squadra britannica segna la ripresa di una presenza esplorativa britannica nella zona dopo un’interruzione che durava dal 2013. Questo elemento rende il resoconto UBSS rilevante oltre la cronaca delle cavitಲ visitate.

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro richiedono preparazione tecnica, lettura del territorio e capacità logistica. La collaborazione con le realtà locali rappresenta un fattore decisivo per il successo delle campagne sul campo.

Il contesto del carsismo montenegrino: Durmitor e Žijovo

Il Montenegro riunisce massicci calcarei di alta quota, zone fortemente fratturate e paesaggi modellati dall’azione congiunta dell’acqua e dei processi glaciali. In simili contesti, la ricerca può riguardare ingressi nuovi, pozzi, cavitಲ a sviluppo orizzontale e sistemi con ghiaccio sotterraneo.

Sul massiccio del Durmitor sono censite 415 cavità, esplorate integralmente o solo in parte. Una campagna svolta nel luglio 2026 da ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro ha riguardato Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina.

La Zelenovirska pecina raggiunge 830 metri di sviluppo esplorato. Questa grotta è rilevante perché le cavità a prevalente andamento orizzontale sono meno frequenti in un carsismo d’alta quota dominato da forme verticali.

La presenza italiana nelle esplorazioni speleologiche in Montenegro

Le esplorazioni speleologiche in Montenegro vedono da alcuni anni una presenza italiana articolata. Nel 2024 la Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste ha operato sullo Žijovo, nelle Ku?ke Planine, vicino al confine albanese.

Dopo ricognizioni preliminari svolte tra il 2022 e il 2023, sei partecipanti hanno esplorato e rilevato 15 grotte in sei giorni di attività. La missione ha utilizzato anche un drone con camera ad alta definizione per migliorare la lettura del terreno.

Tra le cavità descritte figurano l’Abisso Ledo, la Grotta Prepih e la Grotta Armada. Ledo presenta un pozzo superiore ai 100 metri, con pareti in larga parte ricoperte da ghiaccio. Sul fondo è stata misurata una temperatura dell’aria di 1,7 °C.

Un secondo filone italiano è quello del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia. Durante la Montenegro Speleo Expedition 2024, attiva tra il monte Pasjak e la cresta del Surdup nel sud-est del Paese, il gruppo ha scoperto, esplorato e rilevato 24 nuove grotte in dieci giorni.

Il progetto ha associato alla ricerca esplorativa misure fisiche dell’aria in cavità, comprendenti temperatura, acidità, anidride carbonica, radon e radioattività. La seconda spedizione Seppenhofer è partita il 4 luglio 2025 con l’obiettivo di proseguire lo studio di nuove cavità.

Ricerca, rilievo e tutela delle grotte nel Montenegro

La presenza di squadre britanniche, italiane, montenegrine e serbe mostra come le esplorazioni speleologiche in Montenegro siano oggi legate a una dimensione internazionale. Le attività sul campo producono dati utili per cartografia, geomorfologia, idrologia sotterranea, biologia e valutazione dei rischi.

Non ogni cavità è destinata alla frequentazione, e la documentazione può essere il primo strumento di tutela. Il caso della Ledena pecina nel Durmitor è indicativo. I ricercatori hanno segnalato condizioni di degrado e proposto di rimuovere corde danneggiate, delimitare l’area dell’ingresso e vietare chiaramente la discesa.

Il mantenimento delle formazioni di ghiaccio e del microclima richiede una gestione prudente. I Parchi nazionali del Montenegro hanno dichiarato che adotteranno misure nell’ambito delle loro competenze.

La conferenza di Hidden Earth 2026 si inserisce in questo contesto. Il resoconto UBSS su Kameno More potrà offrire un aggiornamento diretto su una campagna recente. La condivisione dei risultati resta una parte decisiva del lavoro per le esplorazioni speleologiche in Montenegro.

Fonti

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Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: dal Coahuila la proposta per riconoscere le cavità come zone umide sotterranee

September 14th 2026 at 07:00

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Nel primo appuntamento UNESCO del 13 settembre 2026, Mónica Ponce propone di leggere le grotte del Deserto Chihuahuense e del mondo come sistemi idrologici e corridoi biologici. Un’impostazione che richiama strumenti già previsti dalla Convenzione di Ramsar.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo e proposta dal Coahuila

Saltillo, nello Stato messicano di Coahuila, ha fatto da cornice a una proposta dedicata al ruolo ecologico delle cavità naturali. Il documento è stato diffuso il 13 settembre 2026, data della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo riconosciuta dall’UNESCO.

L’iniziativa è firmata da Mónica Ponce, presidente della Commissione Materiali e Tecniche dell’Unione Internazionale di Speleologia e presidente dell’Asociación Coahuilense de Espeleología. Il testo invita a considerare le grotte del Deserto Chihuahuense, e per estensione le cavità del pianeta, come “zone umide sotterranee” e come “corridoi biologici ponte”.

La proposta non chiede di applicare una semplice definizione simbolica. Punta a mettere in relazione tutela delle acque sotterranee, biodiversità ipogea, continuità ecologica e pianificazione territoriale. Il messaggio centrale è chiaro: l’acqua invisibile del sottosuolo sostiene processi naturali che producono effetti anche in superficie.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo è stata proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025. La ricorrenza mira a richiamare l’attenzione sulle cavità naturali, sulle risorse idriche e sui paesaggi geologici. La prima celebrazione internazionale si è svolta a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026.

Grotte come zone umide sotterranee e sistemi idrologici

Nel testo presentato da Ponce, la prima chiave di lettura è idrologica. Le grotte e i sistemi carsici raccolgono, trasferiscono, immagazzinano e restituiscono acqua. In molti casi sono collegati a falde, sorgenti, corsi d’acqua sotterranei e bacini di alimentazione posti in superficie.

La definizione di “zona umida sotterranea” ha anche un fondamento negli strumenti internazionali esistenti. La Risoluzione VI.5 della Convenzione sulle zone umide di Ramsar, adottata a Brisbane nel 1996, ha inserito i sistemi idrologici carsici e di grotta sotterranei nella classificazione Ramsar delle zone umide. Le linee guida successive sottolineano il legame stretto tra questi ambienti e le acque sotterranee.

Questo passaggio è rilevante per i territori aridi e semiaridi. La stessa documentazione Ramsar riconosce che alcuni sistemi carsici e di grotta sono risorse ecologiche, culturali e scientifiche. In molte aree possono costituire anche una fonte di acqua sotterranea per paesaggi altrimenti aridi.

La proposta dal Coahuila riprende questo quadro. Evidenzia che le cavità possono contribuire alla regolazione del ciclo dell’acqua e alla ricarica degli acquiferi. Ricorda anche le condizioni di elevata umidità e di relativa stabilità termica che caratterizzano molti ambienti ipogei. Ogni sistema va comunque valutato nel proprio contesto geologico e idrogeologico. Non tutte le grotte hanno infatti lo stesso regime delle acque, né la stessa capacità di immagazzinamento o trasferimento.

In questa prospettiva, la protezione di un ingresso o di una singola sala non è sempre sufficiente. Le pressioni esercitate nel bacino di alimentazione possono alterare qualità e quantità dell’acqua che raggiunge il sottosuolo. Ramsar indica perciò la necessità di definire confini e fasce di tutela capaci di mantenere le funzioni idrologiche dei siti.

Corridoi biologici delle grotte e biodiversità sotterranea

La seconda parte della proposta riguarda le grotte come “corridoi biologici ponte”. L’espressione descrive il ruolo di connessione tra superficie e sottosuolo. Una cavità non è un ambiente isolato. Gli apporti d’acqua, materia organica, aria e organismi la collegano a un sistema più ampio.

Le grotte ospitano comunità altamente specializzate. Vi si trovano specie cavernicole e, in alcune situazioni, organismi endemici adattati a condizioni di buio, umidità e disponibilità alimentare limitata. Le cavità possono inoltre offrire rifugio, siti di riproduzione o di sosta a specie che utilizzano anche gli ambienti esterni, compresi vari chirotteri.

La connettività richiamata nel documento non va intesa come un corridoio lineare valido in ogni circostanza. È una proposta di pianificazione. Significa considerare insieme la grotta, le aree di ricarica, le sorgenti, la copertura vegetale, gli habitat esterni e le rotte utilizzate dalla fauna. Significa anche includere microbiota e invertebrati meno visibili nei programmi di inventario e monitoraggio.

Le linee Ramsar per la selezione e la gestione dei siti chiedono di prendere in esame le componenti biologiche, fisiche e chimiche dell’ecosistema. Riconoscono inoltre che anche siti piccoli, o gruppi di siti idrologicamente collegati, possono avere valore elevato. Per gli ambienti carsici questo approccio di rete è particolarmente utile.

Tutela del carsismo, Ramsar e obiettivo 30×30

La proposta collega il riconoscimento delle grotte come zone umide sotterranee a più quadri internazionali. Tra questi figurano l’UNESCO, le attività di ricerca e divulgazione della UIS e l’azione della Convenzione di Ramsar. Viene richiamato anche il lavoro di identificazione e documentazione dei geositi svolto dal Servicio Geológico Mexicano.

Il riferimento alla strategia 30×30 richiede una precisazione. Il Target 3 del Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal prevede che entro il 2030 sia efficacemente conservato e gestito almeno il 30 per cento delle aree terrestri, delle acque interne, delle aree costiere e marine. Il testo del target non stabilisce una quota autonoma riservata al sottosuolo.

L’estensione del ragionamento alle cavità e ai sistemi carsici rappresenta quindi una lettura proposta dal documento di Saltillo. Essa è coerente con l’idea di conservare aree importanti per la biodiversità, le funzioni ecosistemiche e la connettività. Per tradurla in misure concrete servono inventari, dati idrogeologici, valutazioni della fauna e una governance che includa le comunità locali.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo può offrire un contesto utile per questo confronto. La UIS ha invitato associazioni, grotte turistiche, geoparchi, scuole e istituzioni a promuovere iniziative locali. Nel caso della proposta di Ponce, divulgazione e tutela vengono poste sullo stesso piano: far conoscere le cavità significa anche rendere visibili i servizi idrici ed ecologici che svolgono.

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: cosa implica la proposta

Definire le grotte come zone umide sotterranee e corridoi biologici non sostituisce gli strumenti di tutela già in vigore. Può però modificare la scala con cui vengono osservate. L’attenzione si sposta dalla cavità considerata come singolo luogo al sistema carsico nel suo complesso.

In termini operativi, l’impostazione suggerisce alcune priorità:

  • realizzare inventari delle cavità, delle acque sotterranee e delle specie associate;
  • individuare le aree di ricarica e le possibili fonti di inquinamento;
  • monitorare portate, qualità delle acque, temperatura, umidità e comunità biologiche;
  • progettare fasce di rispetto e misure di gestione che includano gli habitat esterni connessi;
  • integrare ricerca speleologica, tutela della biodiversità, pianificazione idrica e divulgazione.

Il valore della proposta consiste nel riunire temi spesso trattati separatamente. Carsismo, falde, habitat ipogei e specie di superficie fanno parte di reti interdipendenti. La ricorrenza UNESCO del 13 settembre richiama proprio questo carattere integrato.

Per il Deserto Chihuahuense, dove l’acqua rappresenta una risorsa particolarmente sensibile, la lettura proposta da Ponce assume un rilievo specifico. Per altri contesti carsici, compresi quelli italiani, il punto di partenza resta analogo: conoscere i collegamenti tra superficie e sottosuolo prima di intervenire. La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo porta così al centro della discussione una domanda concreta: quali parti del paesaggio devono essere considerate per proteggere davvero una grotta?

Fonti

Monica Ponce

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  • Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú
    Condividi A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.
     

Perù, una tomba rimasta intatta per 600 anni svela i segreti della civiltà Chimú

September 14th 2026 at 06:00

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A Chan Chan scoperta una piattaforma funeraria con i resti di 38 individui e preziosi corredi. Il contesto archeologico quasi indisturbato potrà fornire nuove informazioni sui rituali e sulla società che precedette l’espansione degli Inca

Una piattaforma funeraria rimasta pressoché intatta per oltre 600 anni è stata scoperta dagli archeologi a Chan Chan, sulla costa settentrionale del Perù, antica capitale del regno Chimú e una delle più importanti città dell’America preispanica.

Il ritrovamento è avvenuto nel complesso fortificato di Utzh An, conosciuto in passato come Palazzo Gran Chimú. All’interno della struttura sono stati individuati i resti di 38 persone, accompagnati da ornamenti, oggetti cerimoniali, armi ed emblemi metallici. Un individuo, rinvenuto nella camera principale insieme a manufatti in conchiglia e metallo, potrebbe essere appartenuto all’élite Chimú.

La piattaforma funeraria scoperta nel complesso archeologico di Chan Chan, in Perù. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Particolarmente interessanti sono le tracce di pigmentazione rossa osservate su alcuni resti e reperti. Potrebbero essere riconducibili al cinabro, minerale composto da solfuro di mercurio utilizzato come pigmento rosso in contesti funerari di alto rango nelle società andine. Saranno tuttavia le analisi di laboratorio a stabilirne con certezza la composizione.

Dal punto di vista scientifico, il valore della scoperta risiede soprattutto nell’eccezionale conservazione del contesto. Molte sepolture dell’élite Chimú conosciute dagli studiosi erano state saccheggiate in passato, separando i reperti dai luoghi e dagli individui ai quali appartenevano. Qui gli archeologi possono invece analizzare ossa, posizione dei corpi, oggetti, pigmenti e struttura funeraria nelle loro associazioni originarie, ricostruendo con maggiore precisione rituali e gerarchie sociali.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Un individuo presenta inoltre una deposizione insolita: il corpo era completamente disteso, mentre nelle sepolture Chimú sono più comuni posizioni flesse o sedute. Una differenza che apre interrogativi sul suo ruolo e sul significato del rituale funerario.

La civiltà Chimú prosperò sulla costa settentrionale del Perù prima dell’espansione incaica, con Chan Chan come grande centro politico. E il sito potrebbe conservare ancora moltissime sorprese: secondo il responsabile degli scavi Jorge Meneses, non più del 7% dell’intera area di Chan Chan è stato finora scavato.

Alcuni dei manufatti metallici rinvenuti nel contesto funerario di Chan Chan. Foto: Luis Puell / Agencia Andina

Fonti e approfondimenti

ANSA – Scoperta eccezionale in Perù, trovata una tomba pre-incaica di oltre 600 anni
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/09/10/scoperta-eccezionale-in-peru-trovata-una-tomba-pre-incaica-di-oltre-600_7df618f0-6cc4-454f-8bd2-66cc4735696d.html

El País – An intact tomb preserved for 600 years opens a window onto the world of the Chimú elite in Peru
https://english.elpais.com/culture/2026-09-10/an-intact-tomb-preserved-for-600-years-opens-a-window-onto-the-world-of-the-chimu-elite-in-peru.html

El Peruano – Hallazgo inédito en Chan Chan: descubren plataforma funeraria con 38 individuos de alto estatus
https://elperuano.pe/noticia/304310-hallazgo-inedito-en-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-con-38-individuos-de-alto-estatus

EFE – approfondimento sulla scoperta archeologica di Chan Chan
https://efe.com/cultura/2026-09-09/chan-chan-peru-chimu/

Chi erano i Chimú

La civiltà Chimú si sviluppò lungo la costa settentrionale dell’attuale Perù tra circa il IX e il XV secolo, prima della conquista da parte degli Inca. Il suo centro politico era Chan Chan, nei pressi dell’odierna Trujillo, una vastissima città costruita prevalentemente in terra cruda e oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale UNESCO. I Chimú crearono un potente regno costiero, basato su un’agricoltura sostenuta da sofisticati sistemi di irrigazione, e raggiunsero livelli notevoli nella lavorazione dei metalli, nei tessuti e nell’artigianato. Intorno al 1470 il regno di Chimor venne incorporato nell’Impero Inca, pochi decenni prima dell’arrivo degli Spagnoli.

Fotografie: Luis Puell – Agencia Andina©Editora Perú – – https://andina.pe/agencia/galeria-extraordinario-hallazgo-chan-chan-descubren-plataforma-funeraria-restos-38-individuos-alto-estatus-30392.aspx

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  • Speleologia subacquea e soccorso: esercitazione SSF al Peyraou de Chadouillet
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Speleologia subacquea e soccorso: esercitazione SSF al Peyraou de Chadouillet

September 13th 2026 at 14:00

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In Ardèche due scenari operativi simultanei hanno riunito 25 tecnici, tra cui 16 speleosub, per testare ricerca, assistenza alla vittima, comunicazioni ed evacuazione in ambiente sifonato.

Esercitazione SSF in Ardèche

I plongeurs dello Spéléo Secours Français si sono riuniti nel fine settimana in Ardèche per un’esercitazione di soccorso in grotta condotta all’event de Peyraou de Chadouillet, nel territorio di Saint-André-de-Cruzières. L’attività ha assunto la forma di un barnum, termine impiegato in Francia per indicare una simulazione complessa e organizzata come un intervento reale.

La giornata ha messo in campo 25 persone, delle quali 16 sommozzatori speleologi. Sono stati predisposti due scenari paralleli. La scelta di lavorare su più fronti ha permesso di verificare sia le procedure subacquee sia la capacità di assistenza e coordinamento lungo la parte asciutta e post-sifone della cavità.

Il Peyraou de Chadouillet non è una sede casuale. La cavità di Saint-André-de-Cruzières è nota nella storia della speleologia subacquea francese per le esplorazioni dei suoi rami allagati. Le pubblicazioni della Fédération Française de Spéléologie ricordano ricerche, lavori di attrezzamento e rilievo del sifone Nord, oltre a esplorazioni proseguite negli anni in condotti dalla morfologia complessa.

Soccorso in sifone: il primo scenario

Nel sifone aval, cioè nel ramo a valle, la simulazione prevedeva la ricerca di un subacqueo disperso nella zona dei 40 metri di profondità. Il ritrovamento della vittima, nello scenario, avveniva senza vita.

A quel punto le squadre hanno affrontato una sequenza che richiede metodo e divisione dei ruoli. Un primo gruppo è stato incaricato di documentare la situazione con immagini destinate agli accertamenti. Un secondo gruppo ha curato l’evacuazione della salma e dell’attrezzatura.

La speleologia subacquea opera in ambienti nei quali il collegamento con l’esterno può essere interrotto da lunghi tratti sommersi. La profondità, la distanza, la visibilità ridotta, le strettoie, la temperatura dell’acqua e la decompressione condizionano ogni manovra. Nel soccorso, questi fattori si aggiungono alla necessità di trasportare persone, materiali e informazioni lungo percorsi che non consentono improvvisazione.

Le indicazioni federali francesi per il soccorso in immersione speleologica richiamano proprio gli elementi essenziali da comunicare in caso di emergenza: cavità e comune, profilo della plongée, durata, profondità, distanza, autonomia, condizioni di visibilità e temperatura. Una profondità superiore a 40 metri è segnalata tra le condizioni particolari che incidono sulla valutazione dell’intervento.

Assistenza vittima oltre il terzo sifone

Il secondo scenario si è svolto nella branche amont, il ramo a monte. Un subacqueo non era rientrato per un problema all’attrezzatura. La squadra lo ha localizzato oltre il terzo sifone, dove attendeva i soccorsi.

È entrata quindi in azione l’équipe di assistenza alla vittima. Il compito non era limitato al recupero. I tecnici hanno simulato il riscaldamento della persona, la reidratazione, l’alimentazione e il sostegno psicologico. In un ambiente ipogeo, freddo e isolato, la stabilizzazione delle condizioni della vittima può essere decisiva prima che inizi il trasferimento.

In parallelo, una squadra trasmissioni ha predisposto i collegamenti fra la vittima e il posto di comando. Le comunicazioni sono un nodo operativo nei soccorsi sotterranei. Consentono di aggiornare la direzione dell’intervento sullo stato sanitario, sui tempi di avanzamento e sulle richieste di materiali, evitando che le informazioni dipendano soltanto da staffette umane.

La documentazione medica e operativa dello Spéléo Secours Français indica che, dopo il contatto con la vittima, occorre verificarne rapidamente coscienza, respirazione e circolazione. Prevede inoltre una presenza continuativa di soccorritori fino all’evacuazione. Riscaldamento, idratazione e alimentazione, quando possibili, rientrano nelle prime misure di assistenza.

Coordinamento tra tecnici e territorio

L’esercitazione ha coinvolto anche il coordinamento tra i Conseillers Techniques Départementaux del SSF dell’Ardèche, i tecnici referenti per la speleologia subacquea e i consiglieri tecnici nazionali. Questo passaggio è centrale: un soccorso in cavità allagata richiede competenze subacquee specialistiche, ma anche una catena di comando capace di dialogare con logistica, assistenza sanitaria, comunicazioni e istituzioni locali.

Il SSF nazionale ha ringraziato il SSF 07 per l’organizzazione e l’accoglienza, il Comune di Saint-André-de-Cruzières e il signor Rivière. La collaborazione con il territorio è parte della preparazione operativa. Accessi, spazi per il comando, gestione dei mezzi e conoscenza dell’area possono incidere in modo diretto sull’efficacia di un intervento.

Per le emergenze in ambiente sotterraneo, la Fédération Française de Spéléologie indica il numero verde nazionale 0800 121 123. Le procedure ricordano anche l’importanza di fornire dati precisi sulla cavità e sulle condizioni dell’incidente.

Speleologia subacquea e conoscenza del sottosuolo

La speleologia subacquea non riguarda soltanto il soccorso. È uno strumento di esplorazione e conoscenza del mondo sotterraneo. I sifoni sono spesso le soglie che separano i rami conosciuti di una grotta da prosecuzioni non ancora raggiunte. Superarli, con tecniche adeguate e in condizioni controllate, può consentire di collegare reti carsiche, individuare nuovi condotti e comprendere la circolazione delle acque.

Il contributo della speleologia subacquea è rilevante anche per l’idrogeologia. Rilievi, osservazioni morfologiche, misure di profondità e distanza, campionamenti e documentazione fotografica aiutano a ricostruire la struttura degli acquiferi carsici. Queste informazioni sono utili per studiare sorgenti, falde, vulnerabilità delle acque e dinamiche di piena.

Ogni esplorazione richiede prudenza. La speleologia subacquea unisce procedure di immersione, orientamento su filo guida, gestione del gas, controllo della decompressione e capacità di muoversi in grotta. Gli stessi saperi sono essenziali quando una squadra deve raggiungere una persona ferma oltre uno o più sifoni.

L’esercitazione dell’Ardèche mostra questo legame concreto. Addestrare squadre di speleologia subacquea significa prepararsi alla risposta alle emergenze e, nello stesso tempo, mantenere e sviluppare le competenze necessarie per esplorare, rilevare e proteggere gli ambienti carsici sommersi.

Fonti

Speleosub Francia

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Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo: Bellamar, Cuba, e una collaborazione speleologica che guarda alla tutela

September 13th 2026 at 13:00

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Foto di copertina di Antonio Danieli

Il 13 settembre segna la prima Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. Dalle cavità di Matanzas, il caso di Bellamar richiama il valore della ricerca condivisa, della documentazione e della protezione delle acque sotterranee.

La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo

Il 13 settembre 2026 si celebra per la prima volta la Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. La ricorrenza è stata proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2025. La proposta era stata avanzata dalla Slovenia su iniziativa dell’Unione Internazionale di Speleologia, che ha sede a Postojna.

La scelta della data porta per la prima volta il tema delle cavità naturali e dei paesaggi carsici nel calendario delle giornate internazionali UNESCO. Il messaggio non riguarda solo l’esplorazione. Riguarda soprattutto la conoscenza degli acquiferi, della biodiversità sotterranea, degli archivi geologici e delle tracce culturali conservate nel sottosuolo.

Secondo UNESCO, i paesaggi carsici e le grotte interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Sono ambienti fragili. Possono subire gli effetti dell’inquinamento, delle trasformazioni del suolo, delle estrazioni e di una fruizione non regolata.

La prima celebrazione internazionale è in programma a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. Il calendario comprende una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale. La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo diventa quindi anche un momento utile per collegare ricerca, educazione, gestione del territorio e tutela.

Grotte di Bellamar e carsismo di Matanzas

Nel quadro della Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo, le Cuevas de Bellamar, presso Matanzas, a Cuba, offrono un esempio concreto del rapporto tra grotte, patrimonio e comunità locali. Il complesso si trova nell’area carsica dell’altopiano di Bellamar, non lontano dalla baia di Matanzas.

La cavità turistica di Bellamar ha una lunga storia. Un resoconto speleologico internazionale ricorda che la prosecuzione della grotta fu individuata nel 1861 durante attività minerarie e che l’apertura al pubblico risale al 1862. Gli interventi di visita hanno lasciato segni materiali: scale, barriere, impianti e modifiche delle superfici mostrano quanto sia delicato conciliare accessibilità e conservazione.

Le Grotte di Bellamar sono note per le concrezioni di calcite e per l’interesse paleontologico, faunistico e archeologico richiamato nella documentazione del progetto. La crescita e la trasformazione delle forme minerali, in ambienti aerei, sommersi o misti, rendono questi spazi un laboratorio per lo studio dei processi carsici. La loro lettura deve comprendere anche la circolazione dell’acqua e gli scambi fra superficie e sottosuolo.

Antonio Núñez Jiménez e la speleologia cubana

Il percorso storico di Bellamar è legato ad Antonio Núñez Jiménez, figura centrale della speleologia cubana. La documentazione di spedizione lo indica come fondatore nel 1940 della Sociedad Espeleológica de Cuba. Le sue pubblicazioni contribuirono a far conoscere la varietà dei karst tropicali dell’isola e a consolidare l’attività speleologica nel Paese.

Il testo di riferimento segnala l’arrivo di Núñez Jiménez a Bellamar nel 1947 per ricerche universitarie. Ricorda inoltre il contributo di speleologi di Matanzas e l’attività del Grupo Espeleológico Félix Rodríguez de la Fuente, attivo dalla fine degli anni Ottanta in nuove esplorazioni. Questi elementi delineano una storia costruita da più generazioni, tra ricerca scientifica, esplorazione, rilievo e divulgazione.

La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo richiama proprio questa continuità. Una grotta non è un insieme di sale isolate. È parte di un sistema fisico e biologico. Ogni dato raccolto, dal rilievo topografico al monitoraggio delle acque, può contribuire alla sua gestione.

Proyecto Bellamar, Italia e Cuba

Dal 2003 il Proyecto Bellamar ha riunito il Gruppo Speleologico San Marco di Venezia, il Comité Espeleológico de Matanzas e altre realtà cubane, italiane e francesi. Il progetto ha avuto il patrocinio, tra gli altri, della Società Speleologica Italiana e della Sociedad Espeleológica de Cuba. Le attività hanno incluso esplorazioni, documentazione fotografica e audiovisiva 3D, comunicazione pubblica e azioni educative.

Il Gruppo Speleologico San Marco descrive un lavoro rivolto anche alla vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee. Nel 2014 è stato realizzato presso Bellamar un Centro polifunzionale di educazione ambientale dedicato a carsismo e permacultura. Inizi? quindi una collaborazione didattica tra l’IIS Levi Ponti di Mirano e l’Istituto Politécnico Ernest Telman di Matanzas. Nell’ambito del percorso fu predisposto un laboratorio per analisi chimico-fisiche delle acque carsiche.

Il progetto rappresenta un caso utile per la Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo. La tutela non si limita alla cavità visitabile. Richiede di osservare l’altopiano, le sorgenti, le falde, le pratiche agricole e gli insediamenti che insistono sul bacino di alimentazione.

Le immagini citate nel testo di partenza sono attribuite al Proyecto Bellamar e ad Antonio Danieli, Michel Renda ed Esteban Grau. Il loro uso documentario restituisce un aspetto spesso decisivo nella tutela: rendere visibili ambienti sotterranei che, per loro natura, restano nascosti alla maggior parte delle persone.

Ricerca, tutela e responsabilità

La Giornata Internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo invita a considerare il carsismo come un patrimonio naturale con ricadute dirette sulla vita delle comunità. La speleologia può offrire rilievi, osservazioni idrologiche, dati biologici e strumenti di comunicazione. Le istituzioni e i gestori del territorio possono trasformare queste conoscenze in misure di protezione.

Bellamar mostra anche l’importanza della cooperazione internazionale. La presenza di speleologi cubani, italiani, francesi e di altre provenienze ha prodotto documentazione e attività formative. Perché questo patrimonio resti leggibile nel tempo, ogni intervento dovrebbe basarsi su dati verificabili, monitoraggi ripetuti e valutazioni attente degli impatti.

In questa prospettiva, il 13 settembre non è soltanto una ricorrenza. È un richiamo alla responsabilità verso le cavità, le acque sotterranee e i paesaggi carsici da cui dipendono ecosistemi e persone.

Fonti

Cuba

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  • Documentazione dei fenomeni carsici superficiali: in Slovacchia un corso tra terreno e LiDAR
    Condividi A Horné Orešany due giornate per leggere doline, campi solcati, inghiottitoi e sorgenti. Il rilievo aereo LiDAR può rendere più completa la ricerca speleologica di superficie. La documentazione dei fenomeni carsici superficiali sarà al centro di un corso in programma il 24 e 25 ottobre 2026 a Majdánske, località del comune di Horné Orešany, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia. L’iniziativa, guidata da Alexander La?ný, propone un percorso concentrato in due giornate: una prima parte
     

Documentazione dei fenomeni carsici superficiali: in Slovacchia un corso tra terreno e LiDAR

September 13th 2026 at 10:00

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A Horné Orešany due giornate per leggere doline, campi solcati, inghiottitoi e sorgenti. Il rilievo aereo LiDAR può rendere più completa la ricerca speleologica di superficie.

La documentazione dei fenomeni carsici superficiali sarà al centro di un corso in programma il 24 e 25 ottobre 2026 a Majdánske, località del comune di Horné Orešany, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia. L’iniziativa, guidata da Alexander La?ný, propone un percorso concentrato in due giornate: una prima parte di lezioni e una successiva esercitazione sul terreno nel vicino Carso di Kuchy?a–Orešany.

L’appuntamento richiama un aspetto essenziale del lavoro speleologico. Il paesaggio esterno non è un semplice contorno delle grotte. Doline, campi solcati, inghiottitoi, sorgenti carsiche e depositi carbonatici possono registrare la circolazione delle acque, le discontinuità della roccia e l’evoluzione di un acquifero. Rilevarli con criteri chiari consente di mettere in relazione ciò che appare in superficie con cavità, pozzi e condotti sotterranei.

Corso di documentazione dei fenomeni carsici superficiali

Il programma inizierà sabato 24 ottobre con l’arrivo dei partecipanti alle 10. Le lezioni sono previste dalle 11 alle 18. I temi annunciati comprendono un quadro geologico di base per speleologi, la documentazione e lo studio delle doline, l’analisi degli škráp — termine slovacco che indica le forme di dissoluzione affioranti, assimilabili ai campi solcati — la genesi e la classificazione di calcari porosi e travertini, oltre a inghiottitoi e sorgenti.

Domenica 25 ottobre, dalle 9 alle 16, si svolgerà l’uscita dedicata alla documentazione dei fenomeni carsici superficiali nel Carso di Kuchy?a–Orešany. La parte pratica è significativa: permette di associare osservazione diretta, descrizione geomorfologica, posizione geografica, misure e fotografie. Questi dati possono poi confluire in schede di cavità, banche dati territoriali e cartografie tematiche.

Le iscrizioni sono aperte fino al 15 ottobre 2026 attraverso l’indirizzo sasol@speleott.sk. Il corso sarà avviato con almeno cinque partecipanti. Pernottamento e organizzazione dell’alloggio sono a carico dei partecipanti; tra le strutture segnalate figura U Kura?ka.

Carso di Kuchy?a–Orešany e forme di superficie

La sede scelta appartiene a un’area carsica situata nella porzione settentrionale dei Piccoli Carpazi, tra gli abitati di Kuchy?a e Horné Orešany. La letteratura locale la descrive come una zona in cui alternanze di livelli carbonatici e non carbonatici condizionano lo sviluppo del carsismo. Sono documentati, fra le forme di superficie, doline, inghiottitoi, sorgenti e campi solcati; il sottosuolo comprende grotte e voragini.

L’interesse scientifico non riguarda soltanto la catalogazione delle forme. Una dolina può indicare dissoluzione concentrata, cedimenti o il recapito di acque verso il sottosuolo. Un inghiottitoio segnala un tratto di drenaggio che scompare nella roccia. Una sorgente può fornire informazioni sul punto di restituzione dell’acquifero e sulla sua risposta stagionale. Anche le croste calcaree, i penovci e i travertini aiutano a interpretare condizioni di deposizione del carbonato di calcio e dinamiche idrologiche locali.

Per questo la documentazione dei fenomeni carsici superficiali richiede metodi confrontabili con quelli applicati in grotta. Servono coordinate controllate, scala delle osservazioni, fotografie orientate, misure delle dimensioni, note sul substrato e sulle condizioni idriche. La ripetizione dei rilievi nel tempo è utile per riconoscere modifiche naturali o indotte dalle attività umane.

LiDAR aereo nella ricerca speleologica

In questo quadro, il LiDAR aereo offre uno strumento importante per la ricerca speleologica. Il sistema misura distanze tramite impulsi laser e permette di costruire nuvole di punti e modelli digitali del terreno ad alta risoluzione. Da un volo con aeromobile o drone, dopo una corretta classificazione dei punti, è possibile rappresentare con maggiore chiarezza la morfologia del suolo anche in ambienti boscosi, dove fotografie aeree e immagini satellitari possono non mostrare le piccole depressioni.

I modelli digitali ottenuti dal LiDAR aereo non sostituiscono il sopralluogo. Rendono però più efficace la sua pianificazione. Ombreggiature del rilievo, pendenze, curvature e modelli di profondità delle depressioni possono aiutare a individuare doline poco evidenti, allineamenti strutturali, paleocanali, scarpate e possibili ingressi ostruiti. Una ricerca condotta nel Dinarico ha mostrato come dati LiDAR siano utili per misurare forma, profondità e distribuzione delle doline sotto copertura forestale. Un altro studio, dedicato a forme carsiche dell’Arizona, ha distinto migliaia di depressioni individuate dal LiDAR rispetto a un numero molto più ridotto di elementi riconosciuti attraverso il solo rilevamento fisico in superficie.

Per la documentazione dei fenomeni carsici superficiali, la sequenza più solida è quindi integrata. Prima si analizzano i dati aerei e le basi cartografiche. Poi si verifica sul terreno la natura delle anomalie. Infine si raccolgono dati geologici, idrologici e speleologici. L’uso congiunto di LiDAR, osservazioni dirette, GPS o GNSS, fotografie e rilievo tradizionale riduce il rischio di scambiare una depressione antropica o una forma erosiva per un elemento carsico.

Il collegamento tra superficie e sottosuolo può diventare ancora più informativo quando modelli topografici e rilievi delle grotte sono georeferenziati nello stesso sistema. In questo modo, aree di assorbimento, sorgenti, fratture e andamento dei condotti possono essere letti come parti di un unico sistema. L’approccio è utile per la ricerca, per la tutela delle acque sotterranee e per la valutazione delle aree vulnerabili a subsidenza o collasso.

Formazione e qualità dei dati

Il corso di Horné Orešany propone una base concreta per questo lavoro. Prima della tecnologia viene il riconoscimento della forma, della roccia e dei processi che l’hanno prodotta. Il LiDAR aereo amplia la capacità di osservazione su aree estese. La verifica speleologica sul campo resta il passaggio che attribuisce significato ai dati e trasforma una mappa di depressioni in conoscenza del carsismo.

La documentazione dei fenomeni carsici superficiali è quindi una pratica utile sia nelle aree già conosciute sia nei territori dove il patrimonio sotterraneo è ancora poco censito. Formazione, rilievi ripetibili e integrazione delle tecniche permettono di costruire archivi più affidabili e di collegare la lettura del paesaggio con l’esplorazione delle grotte.

Fonti

Lidar estero

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  • Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del Sud della Spagna
    Condividi La biospeleologia documenta quattro microcoleotteri troglobi, ciechi e privi di ali, in quattro aree carsiche andaluse. La scoperta amplia le conoscenze sulla biodiversità sotterranea e richiama l’esigenza di tutelare cavità, fratture e acquiferi. La biospeleologia aggiunge quattro nomi alla fauna cavernicola della Spagna meridionale. Francisco Javier Sánchez-Camacho e Pablo Barranco, dell’Università di Almería, hanno descritto quattro nuove specie del genere Tychobythinus, piccoli
     

Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del Sud della Spagna

September 13th 2026 at 09:00

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La biospeleologia documenta quattro microcoleotteri troglobi, ciechi e privi di ali, in quattro aree carsiche andaluse. La scoperta amplia le conoscenze sulla biodiversità sotterranea e richiama l’esigenza di tutelare cavità, fratture e acquiferi.

La biospeleologia aggiunge quattro nomi alla fauna cavernicola della Spagna meridionale. Francisco Javier Sánchez-Camacho e Pablo Barranco, dell’Università di Almería, hanno descritto quattro nuove specie del genere Tychobythinus, piccoli coleotteri pselafini appartenenti alla famiglia Staphylinidae.

Lo studio è stato pubblicato l’11 agosto 2026 sulla rivista zoologica Zootaxa. Le nuove entità sono Tychobythinus eca, Tychobythinus mayorali, Tychobythinus lacilbulensis e Tychobythinus elvirensis. Tutte sono troglobie, cioè strettamente legate alla vita sotterranea, e per ora sono note solo dalle rispettive località tipo.

La ricerca nasce dal lavoro congiunto di specialisti e speleologi impegnati in cavità di quattro distinti distretti carsici dell’Andalusia. Il risultato non si limita a incrementare un elenco faunistico. Offre anche nuovi dati sulla distribuzione, sull’evoluzione e sulla vulnerabilità degli invertebrati adattati al buio.

Quattro Tychobythinus nelle grotte dell’Andalusia

Le quattro specie occupano aree geografiche separate e cavità con caratteristiche proprie. Tychobythinus eca è stato rinvenuto in tre grotte del carsismo in gesso di Sorbas, nella provincia di Almería. Tychobythinus mayorali proviene invece da una cavità della Sierra de Gádor, presso Almócita, sempre nella provincia di Almería.

Le altre due specie ampliano il quadro verso occidente. Tychobythinus lacilbulensis è stato descritto dalla Cueva del Cacao, nella Sierra de Grazalema, in provincia di Cadice. Tychobythinus elvirensis proviene dalla Sierra Elvira, presso Atarfe, in provincia di Granada.

La separazione tra le aree di ritrovamento è un dato importante. Le specie sotterranee hanno spesso capacità di dispersione molto ridotte e possono restare isolate per tempi evolutivi lunghi. In questi contesti, ogni massiccio carsico, sistema di fratture o complesso di cavità può conservare popolazioni differenziate, talvolta endemiche di un settore molto ristretto.

Il lavoro di Sánchez-Camacho e Barranco affronta anche il quadro complessivo del genere. Gli autori organizzano le 110 specie e sottospecie di Tychobythinus allora conosciute distinguendo 80 taxa con una qualche forma di sviluppo oculare e 30 taxa anoftalmi. Le quattro nuove specie aumentano in modo rilevante il numero delle specie del genere note per l’Andalusia.

Microcoleotteri adattati al buio

I pselafini sono coleotteri di dimensioni ridotte. Gli esemplari descritti in Andalusia misurano poco più di un millimetro. Questa scala rende necessarie tecniche di raccolta, osservazione e studio tassonomico molto accurate.

Le nuove specie mostrano caratteri ricorrenti negli organismi adattati alla vita ipogea. Gli occhi sono assenti. Le ali mancano. Le zampe e le antenne risultano allungate e portano numerose strutture sensoriali. La colorazione bruna e la conformazione del corpo completano un insieme di caratteri che permette di riconoscere il legame con l’ambiente di grotta.

In assenza di luce, la visione non offre un vantaggio funzionale. Il contatto con il substrato e la percezione di segnali chimici e meccanici diventano invece centrali. Antenne e arti più lunghi possono quindi contribuire all’orientamento e alla ricerca delle risorse in spazi complessi, tra sedimenti, fessure e depositi organici.

Questi coleotteri sono predatori di piccola taglia. Nell’ecosistema sotterraneo possono alimentarsi di altri minuscoli artropodi, come acari e collemboli. Il loro studio aiuta quindi a ricostruire reti alimentari poco visibili, nelle quali la disponibilità di materia organica è limitata e i rapporti tra specie possono essere molto specializzati.

Biospeleologia e biodiversità sotterranea

La biospeleologia studia gli organismi che vivono nelle grotte, nelle acque sotterranee e negli altri ambienti ipogei. Il suo campo di osservazione non coincide solo con le gallerie accessibili alle persone. Comprende anche fessure, pori, sedimenti e reticoli sotterranei che connettono la superficie, le cavità e gli acquiferi.

Per questo la scoperta di nuove specie ha un valore che supera la descrizione formale. Un troglobio noto da una sola cavità o da un solo settore carsico può diventare un indicatore della specificità biologica di quel sistema. La sua presenza segnala anche che le condizioni ambientali necessarie alla sua sopravvivenza sono rimaste sufficientemente stabili.

La biospeleologia è essenziale per colmare lacune di conoscenza. Gli ecosistemi sotterranei sono difficili da esplorare e molte specie restano sconosciute o sono rappresentate da pochi reperti. Le ricerche integrano osservazioni dirette, campionamenti mirati, studi morfologici e analisi genetiche. Metodi come il DNA ambientale possono affiancare le indagini tradizionali, soprattutto nelle acque e nei sedimenti dove gli organismi sono ardui da individuare.

Conoscere la fauna significa anche migliorare le decisioni di conservazione. Le grotte non sono ambienti isolati. Il loro equilibrio dipende dalla qualità delle acque di infiltrazione, dai suoli, dalla copertura vegetale, dalla gestione del territorio e dalla continuità delle fratture nella roccia. Una protezione limitata al solo ingresso della cavità rischia di non considerare l’intero habitat della fauna ipogea.

Minacce e monitoraggio nelle aree carsiche

Le specie troglobie possono risentire in modo marcato delle alterazioni ambientali. L’inquinamento delle acque sotterranee, le modifiche del drenaggio, l’urbanizzazione nelle aree di ricarica, le attività estrattive e le visite non regolamentate possono cambiare condizioni fisiche e biologiche costruite nel tempo.

Nei sistemi carsici, l’acqua può muoversi rapidamente attraverso inghiottitoi, condotti e fratture. Questo rende gli acquiferi vulnerabili all’arrivo di contaminanti dalla superficie. Le conseguenze riguardano sia la fauna stygobia, legata alle acque sotterranee, sia le comunità terrestri di grotta dipendenti dagli apporti esterni.

La biospeleologia fornisce strumenti concreti per individuare queste criticità. Il monitoraggio delle specie, associato a misure di temperatura, umidità, portata, conducibilità e qualità dell’acqua, permette di costruire una base informativa utile nel tempo. Le informazioni raccolte da speleologi, ricercatori, enti gestori e amministrazioni possono orientare limiti di accesso, protezione delle aree di ricarica e valutazioni degli interventi sul territorio.

La cautela è necessaria anche durante la ricerca. Per organismi rari e localizzati, il prelievo deve essere ridotto allo stretto indispensabile e accompagnato da una documentazione precisa. La ricerca biospeleologica richiede quindi un equilibrio tra necessità di conoscere e responsabilità di non alterare habitat fragili.

Un inventario ancora aperto

Le quattro nuove specie andaluse mostrano quanto il patrimonio biologico sotterraneo resti in parte da documentare. Cavità note da tempo possono ancora ospitare fauna non descritta, mentre le reti di microfratture e gli acquiferi celano comunità quasi impossibili da osservare senza metodi specifici.

Per la speleologia, il dato rafforza il ruolo delle esplorazioni condotte con attenzione ambientale e in collaborazione con la ricerca. Ogni segnalazione faunistica ben documentata può contribuire a definire distribuzioni, periodi di attività e priorità di tutela. Ogni nuova specie ricorda anche che la biodiversità non si concentra solo nei paesaggi visibili.

La ricerca pubblicata su Zootaxa colloca l’Andalusia tra le aree di particolare interesse per lo studio dei pselafini cavernicoli. Allo stesso tempo, offre un esempio del valore operativo della biospeleologia: riconoscere la diversità nascosta, interpretare i legami tra cavità e territorio, e fornire dati necessari per proteggere sistemi sotterranei di cui si conosce ancora solo una parte.

Fonti

Biospeleologia

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  • Spravodaj SSS 2/2026: nuovi collegamenti, cantieri di ricerca e formazione nella speleologia slovacca
    Condividi Il nuovo Spravodaj SSS 2/2026 documenta il collegamento tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, il lavoro all’Eurotunnel della Jasky?a m?tvych netopierov e le attività 2026 della Società Speleologica Slovacca. La Slovenská speleologická spolo?nos? (SSS) ha pubblicato l’11 settembre il nuovo Spravodaj SSS 2/2026, numero 2 del 57° anno della propria rivista. Il fascicolo riunisce risultati di esplorazione, documentazione e ricerca in diversi distretti carsici de
     

Spravodaj SSS 2/2026: nuovi collegamenti, cantieri di ricerca e formazione nella speleologia slovacca

September 13th 2026 at 08:00

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Il nuovo Spravodaj SSS 2/2026 documenta il collegamento tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, il lavoro all’Eurotunnel della Jasky?a m?tvych netopierov e le attività 2026 della Società Speleologica Slovacca.

La Slovenská speleologická spolo?nos? (SSS) ha pubblicato l’11 settembre il nuovo Spravodaj SSS 2/2026, numero 2 del 57° anno della propria rivista.

Il fascicolo riunisce risultati di esplorazione, documentazione e ricerca in diversi distretti carsici della Slovacchia. Dedica ampio spazio anche alla formazione e agli appuntamenti che hanno segnato l’attività associativa nel 2026.

Lo Spravodaj SSS 2/2026 è disponibile in PDF ottimizzato per il web. Il sommario comprende contributi sulle grotte della Slovacchia, una ricostruzione storica della spedizione Monte Canin a cinquant’anni di distanza, un articolo sulla grotta di Areni in Armenia e notizie associative. Il numero conferma così la funzione del bollettino come archivio operativo della speleologia slovacca: un luogo in cui dati di rilievo, cronache di campo, interpretazioni carsologiche e vita dei gruppi vengono conservati e messi in circolazione.

Spravodaj SSS 2/2026 e il Sistema Stratenská

Il principale risultato illustrato nello Spravodaj SSS 2/2026 riguarda il collegamento fisico, conseguito il 24 agosto 2025, tra Rysia jasky?a e il Sistema della grotta di Stratenská, nel settore meridionale del Paradiso Slovacco. Rysia jasky?a è diventata il quarto elemento collegato del sistema, dopo Stratenská jasky?a, Psie diery e Du?a.

Secondo l’articolo di Jozef Váš, il sistema raggiunge ora 26,5 chilometri di sviluppo. Nel corso delle attività legate al collegamento sono stati scoperti oltre 1.300 metri di nuove gallerie. La sola Rysia jasky?a ha raggiunto 1.050 metri di sviluppo e 56 metri di dislivello.

Il risultato non è nato da un singolo intervento. Il gruppo dello Speleologický klub Slovenský raj ha seguito la ventilazione con una prova al mercaptano nel febbraio 2025. Poi sono arrivati la pulizia di passaggi tra blocchi instabili, discese in pozzi, traversi attrezzati e rilievi sistematici. Durante una fase di lavoro nel mese di agosto, le squadre hanno misurato 216 metri di nuovi ambienti. Il giorno del collegamento, ne sono stati rilevati altri 252.

Le nuove parti sono descritte come condotti stretti e molto alti, in alcuni punti fino a 20 metri. Seguono zone di faglia e mostrano andamenti a zig-zag. L’interpretazione proposta collega la loro formazione all’antico corso del torrente Ties?avy, in una fase di sollevamento più rapido del massiccio. Restano ambienti da esplorare e rilevare, inclusi tratti con concrezioni soffici, pareti oltre un traverso attrezzato e pozzi laterali.

Eurotunnel nella Jasky?a m?tvych netopierov

Un secondo nucleo dello Spravodaj SSS 2/2026 è dedicato alla Jasky?a m?tvych netopierov, la Grotta dei pipistrelli morti, nei Bassi Tatra. Milan Štéc ricostruisce gli effetti dell’apertura del cosiddetto Eurotunnel, nato dal superamento di un tratto precedentemente ostruito da sedimenti.

L’intervento chiude una storia di lavoro durata 27 anni in un sifone colmato. L’accesso verso il Bystrický dóm modifica l’organizzazione dell’esplorazione. Dal 2026 il grande salone viene indicato come nuova base per attività dirette verso più possibili prosecuzioni, sia sotto sia sopra il suo livello.

L’articolo non presenta il risultato come conclusivo. Al contrario, mette in evidenza questioni pratiche: la sicurezza, il trasporto di un eventuale infortunato, l’installazione di un bivacco e la necessità di programmare l’esplorazione in un settore vasto. Il Bystrický dóm viene quindi considerato un punto operativo dal quale verificare continuità verso est, verso le parti superiori e in direzione delle aree carsiche vicine.

Komberek e gli studi sul carsismo

Tra i contributi di ricerca compare il lavoro di Alexander La?ný sul fenomeno carsico di Komberek, nei Piccoli Carpazi. Il tema allarga lo sguardo del fascicolo oltre le grandi cavità note. La ricostruzione affronta la storia delle indagini speleologiche e gli elementi emersi più di recente.

Il numero include anche una nota sul sito di suffosione di Dielnice, nella regione collinare di Smre?any, rivisitato dopo vent’anni. Sono presenti inoltre la storia della Jazve?ia jasky?a e un profilo dedicato a Ottokár Kadi?, figura della speleologia internazionale. Questi contributi mostrano come il bollettino unisca l’avanzamento degli scavi e dei rilievi alla rilettura di archivi, biografie e siti minori.

Le attività 2026 della SSS

Le ultime attività della SSS riportate nello Spravodaj SSS 2/2026 iniziano dal XXI congresso generale, svolto il 20 marzo 2026 con 123 delegati. Martin Budaj è stato eletto presidente. Nel bilancio del precedente mandato, l’associazione indica 12.483 attività di lavoro e documentazione svolte in Slovacchia e all’estero, 5.763 diari tecnici, quasi 20 chilometri di cavità scoperti e oltre 28 chilometri documentati sul territorio nazionale.

Alla fine del 2025 la SSS contava 1.019 speleologi in 53 club, secondo il resoconto assembleare. Tra le priorità in corso figurano una tessera associativa digitale, la conservazione digitale dei dati sulle grotte e il contributo alla modernizzazione della banca dati nazionale. L’autorizzazione eccezionale per l’esplorazione è stata inoltre prorogata fino al 2035. Il confronto interno resta aperto sulla pubblicazione online delle posizioni degli ingressi, un tema che riguarda la tutela delle cavità e la gestione responsabile delle informazioni.

Il calendario 2026 ha compreso anche Speleomíting, ospitato a Liptovský Mikuláš presso lo SMOPaJ. Il resoconto pubblicato nel fascicolo registra 151 partecipanti adulti paganti, due ospiti e nove bambini. L’incontro ha messo insieme comunicazioni su scoperte recenti, tecnologie e attività dei gruppi, oltre al riconoscimento di risultati speleologici.

Nel numero trova spazio anche Speleoškola 2026. Il corso, articolato in quattro giorni, ha combinato lezioni ed escursioni sul terreno dedicate alla formazione del carsismo, alla tutela delle grotte e alle competenze di base per operare nell’ambiente sotterraneo. La presenza di un resoconto redatto da un partecipante sottolinea il valore della formazione come passaggio tra esperienza dei club e nuove generazioni.

Il fascicolo segnala infine le iniziative per la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, in programma dal 10 al 13 settembre 2026. In questo quadro, lo Spravodaj SSS 2/2026 offre una fotografia utile della speleologia slovacca: esplorazione di sistemi complessi, documentazione metodica, attenzione alla sicurezza e trasmissione delle conoscenze.

Fonti

Slovacchia

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Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo: a Bad Grund riflettori sulla grotta di Lichtenstein

September 12th 2026 at 14:00

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Il 13 settembre 2026 inaugura la ricorrenza UNESCO dedicata al mondo sotterraneo. Nel centro del Harz, il HöhlenErlebnisZentrum collega le iniziative locali alla ricerca sulla grotta funeraria dell’Età del Bronzo presso Osterode.

Il 13 settembre 2026 si celebra per la prima volta la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo. La ricorrenza, proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO nel novembre 2025, nasce per richiamare l’attenzione su ambienti fragili e spesso poco visibili: cavità naturali, acquiferi carsici, paesaggi modellati dalla dissoluzione delle rocce e patrimoni biologici, geologici e culturali conservati nel sottosuolo.

La prima celebrazione internazionale si svolge a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con un convegno scientifico e una cerimonia ufficiale. Parallelamente, associazioni, musei, geoparchi e gruppi speleologici propongono iniziative in diversi Paesi. In Germania il Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher, VdHK, ha invitato enti e cittadini a partecipare con attività divulgative.

Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo: acqua, biodiversità e paesaggi fragili

Le grotte sono cavità sotterranee naturali abbastanza grandi da poter essere esplorate dall’uomo. Il carsismo comprende invece le forme superficiali e sotterranee che si sviluppano soprattutto dove l’acqua scioglie rocce solubili, come calcari, dolomie, gessi e salgemma. Si tratta di sistemi collegati: ciò che avviene in superficie può raggiungere rapidamente fessure, inghiottitoi, falde e cavità.

L’UNESCO segnala che paesaggi carsici e grotte coprono quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a più di un miliardo di persone. Sono dati che collocano la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo anche nel dibattito sulla gestione dell’acqua. La tutela non riguarda solo l’accesso alle cavità. Riguarda l’uso del suolo, la qualità delle acque, le attività estrattive, l’inquinamento e la pianificazione territoriale.

Questi ambienti ospitano specie adattate al buio, all’umidità e alla stabilità climatica. Conservano inoltre sedimenti, speleotemi e tracce che permettono di studiare l’evoluzione dei paesaggi e del clima. L’UNESCO stima che fenomeni carsici e cavità siano presenti in circa il 15-25% dei siti complessivamente inclusi nelle sue reti di Geoparchi globali, Riserve della biosfera e Patrimoni mondiali.

Bad Grund e la grotta di Lichtenstein al centro delle iniziative nel Harz

Nel massiccio dell’Harz, il HöhlenErlebnisZentrum di Bad Grund dedica le giornate d’azione di settembre 2026 alla Höhle im Lichtenstein, la grotta di Lichtenstein presso Osterode. L’iniziativa si rivolge a visitatori, famiglie, scuole, studenti e persone interessate alla storia del territorio, alle cavità e alla cultura dell’Età del Bronzo.

Il centro di Bad Grund unisce la visita guidata alla Iberger Tropfsteinhöhle, la grotta concrezionata dell’Iberg, con un museo archeologico dedicato alla cavità di Lichtenstein. La grotta è presentata come una sepoltura in grotta di circa 3.000 anni fa. Le ricerche condotte sui resti umani hanno ricostruito legami di parentela riferibili a un gruppo dell’Età del Bronzo e costituiscono uno degli elementi centrali del percorso museale.

La distinzione tra la cavità archeologica di Lichtenstein e la grotta turistica dell’Iberg è importante. Il museo consente di raccontare il contesto di Lichtenstein attraverso reperti, riproduzioni e risultati della ricerca, senza trasformare un sito delicato in uno spazio di fruizione indiscriminata. La valorizzazione può quindi accompagnarsi alla conservazione.

Il HöhlenErlebnisZentrum informa che la Iberger Tropfsteinhöhle è visitabile solo con guide formate. La struttura è aperta da martedì a domenica, dalle 10 alle 17, mentre la programmazione delle iniziative di settembre è consultabile sul sito del centro.

Lange Nacht der Höhlen e rete tedesca per il carsismo

Le iniziative tedesche si estendono oltre Bad Grund. Sabato 12 settembre è prevista la “Lange Nacht der Höhlen”, la Lunga notte delle grotte, promossa nell’ambito della programmazione del VdHK. Il programma annunciato dall’associazione prevede la possibilità di seguire la serata dal vivo alla Heimkehle e in streaming attraverso il canale YouTube del VdHK.

La scelta della vigilia collega attività pubbliche e passaggio simbolico alla data del 13 settembre. Il messaggio adottato per la prima Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo è “Erforschen – Verstehen – Bewahren”: esplorare, comprendere, conservare. Sono tre passaggi che descrivono il lavoro speleologico contemporaneo.

L’esplorazione non consiste solo nell’avanzamento in ambienti ignoti. Comprende rilievo topografico, documentazione fotografica, osservazioni geologiche, monitoraggio ambientale e raccolta di dati condotta con metodi compatibili con la fragilità dei luoghi. La comprensione richiede il confronto tra speleologi, geologi, biologi, archeologi, idrogeologi e istituzioni. La conservazione dipende poi dalla qualità delle conoscenze disponibili e dalla loro traduzione in regole di tutela.

Speleologia e valorizzazione dei siti archeologici

La speleologia svolge un ruolo concreto nella valorizzazione dei siti archeologici in grotta. Prima di tutto rende leggibile il contesto fisico del ritrovamento. Un rilievo accurato individua ingressi, pozzi, strettoie, piani di calpestio, depositi e rapporti tra i reperti e la morfologia della cavità. Senza questa lettura, un oggetto archeologico rischia di essere separato dalla storia del luogo che lo ha conservato.

La documentazione speleologica aiuta anche a pianificare la tutela. Mappe, modelli tridimensionali e monitoraggi di temperatura, umidità e circolazione dell’aria permettono di valutare i rischi per pitture, ossa, manufatti e sedimenti. Possono servire a definire percorsi controllati, aree interdette e modalità di accesso per la ricerca. In molti casi, la fruizione museale, le repliche digitali e le ricostruzioni sono strumenti preferibili alla visita diretta.

La grotta di Lichtenstein mostra come il patrimonio ipogeo possa mettere in relazione archeologia, antropologia e divulgazione. La ricerca scientifica sul sito diventa contenuto per un museo e occasione per raccontare il rapporto tra comunità antiche e paesaggi sotterranei. Questa è una valorizzazione fondata sul contesto, non sulla semplice esposizione di reperti.

Anche in Italia, dove grotte e cavità artificiali custodiscono frequentazioni preistoriche, sepolture, culti, miniere e testimonianze storiche, la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo offre uno spunto per rafforzare collaborazioni tra gruppi speleologici, soprintendenze, parchi, musei e università. Il fine è conoscere meglio i siti, ridurre le alterazioni e rendere accessibile il loro significato al pubblico.

Dalla ricorrenza alla tutela quotidiana

La nuova giornata UNESCO non sostituisce le attività già svolte sul territorio. Offre una cornice internazionale per collegare ricerca, educazione e gestione responsabile. Per le realtà speleologiche, il 13 settembre può diventare un momento utile per presentare rilievi, monitoraggi, progetti di protezione delle acque, iniziative sulla fauna sotterranea e collaborazioni archeologiche.

Bad Grund propone in questo quadro un caso significativo. La storia della grotta di Lichtenstein viene comunicata insieme alla conoscenza dell’ambiente sotterraneo dell’Iberg. La rete tedesca del VdHK amplia il messaggio con eventi diffusi e una programmazione online. A Postumia, intanto, la prima celebrazione internazionale riunisce la dimensione scientifica e quella istituzionale.

La Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo richiama infine un principio essenziale: il sottosuolo non è una risorsa isolata. Acqua, biodiversità, geologia e tracce della storia umana appartengono allo stesso sistema. Studiare le grotte e il carsismo è quindi una condizione necessaria per conservarli e per valorizzarne con rigore il patrimonio archeologico.

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La lunga notte della speleologia

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    Condividi La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo apre un confronto su ricerca e tutela del Carso sloveno Postumia e il Carso sloveno ospitano dal 10 al 13 settembre 2026 il programma inaugurale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, nuova ricorrenza annuale fissata dall’UNESCO al 13 settembre. Il calendario riunisce conferenza scientifica, escursioni, incontri tra speleologi e una cerimonia istituzionale nella Grotta di Postumia, prevista per sabato 12 sett
     

Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: a Postumia la prima celebrazione UNESCO

September 12th 2026 at 11:00

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La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo apre un confronto su ricerca e tutela del Carso sloveno

Postumia e il Carso sloveno ospitano dal 10 al 13 settembre 2026 il programma inaugurale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, nuova ricorrenza annuale fissata dall’UNESCO al 13 settembre. Il calendario riunisce conferenza scientifica, escursioni, incontri tra speleologi e una cerimonia istituzionale nella Grotta di Postumia, prevista per sabato 12 settembre.

La ricorrenza nasce dalla proclamazione della Conferenza generale UNESCO del novembre 2025. La prima edizione pone la Slovenia al centro del dibattito internazionale, in un territorio dal quale deriva anche il termine scientifico “carsismo”. L’obiettivo è far conoscere il valore degli ambienti sotterranei e sostenere la loro protezione, lo studio e una gestione compatibile con la loro fragilità.

Conferenza di Postumia su grotte, carsismo e gestione sostenibile

Il programma scientifico porta il titolo Explore, Understand and Protect: Towards Sustainable Management of Caves and Karst. La conferenza internazionale si svolge a Postumia dal 10 al 13 settembre ed è dedicata alla ricerca sulle grotte e sul carsismo, alla conservazione e alle forme di gestione sostenibile.

La giornata di apertura è stata dedicata a un’escursione alle Grotte di Škocjan e ai laghi intermittenti di Pivka. Il percorso ha introdotto i partecipanti ai principali temi idrogeologici e geomorfologici del Carso classico. Nei giorni successivi sono previste relazioni scientifiche, presentazioni dei partecipanti, una proposta di visualizzazione 3D delle cavità e ulteriori attività sul terreno.

La cerimonia centrale nella Grotta di Postumia riunirà ricercatori, speleologi, rappresentanti dell’UNESCO, decisori pubblici e membri del corpo diplomatico. L’iniziativa si svolge con il patrocinio d’onore della presidente della Repubblica di Slovenia, Nataša Pirc Musar, e con la partecipazione di enti sloveni impegnati nella gestione del patrimonio carsico.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo non è quindi soltanto una ricorrenza celebrativa. Il suo impianto collega ricerca scientifica, formazione, conoscenza pubblica e responsabilità di chi amministra territori dove superficie e sottosuolo sono strettamente connessi.

Grotte di Skocjan, patrimonio UNESCO del Carso classico

Le Grotte di San Canziano sono state iscritte nella Lista del Patrimonio mondiale UNESCO nel 1986. Il sito conserva circa sei chilometri di gallerie sotterranee, con dislivelli superiori a 200 metri, doline di crollo, cascate e grandi ambienti ipogei modellati dal fiume Reka.

Il sistema rappresenta uno dei luoghi di riferimento per lo studio dei fenomeni carsici. L’UNESCO indica Škocjan come area fondamentale anche per l’origine di termini oggi internazionali, fra i quali “karst” e “dolina”. Il canyon sotterraneo della Reka, le cavità calcaree e le forme di contatto fra rocce permeabili e rocce impermeabili rendono il sito un caso di studio per geologi, idrogeologi e speleologi.

Il valore non è solo geologico. Il parco tutela habitat sotterranei e di dolina che ospitano specie rare, invertebrati e crostacei specializzati. Le ricerche archeologiche documentano inoltre una lunga frequentazione umana dell’area, dall’uso insediativo alle pratiche funerarie e rituali. La tutela di Škocjan richiede quindi una lettura congiunta di acqua, roccia, biodiversità e storia.

Speleologia e ricerca: conoscere il sottosuolo per proteggere le risorse

La speleologia è uno strumento essenziale per la ricerca perché permette di rilevare, descrivere e interpretare ambienti che spesso non sono osservabili dalla superficie. L’esplorazione e il rilievo delle cavità consentono di ricostruire percorsi idrici, individuare collegamenti fra inghiottitoi, falde e sorgenti, e raccogliere dati utili alla gestione delle acque sotterranee.

Il tema ha una dimensione globale. Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Una contaminazione in superficie può muoversi rapidamente nel sottosuolo carsico. Per questo la conoscenza speleologica è utile per prevenire rischi legati a scarichi, attività agricole, infrastrutture e trasformazioni del territorio.

Le cavità sono anche archivi naturali. Sedimenti, concrezioni, pollini, resti faunistici e tracce archeologiche aiutano a ricostruire condizioni ambientali, climi del passato e vicende delle comunità umane. La biospeleologia studia invece organismi adattati al buio e a condizioni molto stabili, spesso vulnerabili a variazioni minime di temperatura, umidità, qualità dell’acqua e pressione antropica.

Il materiale di riferimento allegato ricorda che la speleologia si colloca nell’ambito del carsismo e che la sua evoluzione scientifica ha coinvolto, tra gli altri, idrogeologia carsica, mineralogia e speleogenesi. Questa impostazione resta attuale: il lavoro in grotta richiede competenze tecniche, documentazione accurata e confronto con discipline diverse.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo come impegno continuativo

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo intende favorire una maggiore consapevolezza presso comunità locali, scuole, gestori, ricercatori e istituzioni. L’UNESCO collega la ricorrenza agli obiettivi relativi all’acqua, agli insediamenti, al clima e alla biodiversità.

La prima celebrazione di Postumia mette in evidenza una necessità concreta: le grotte non sono realtà isolate. Ogni cavità fa parte di un bacino, di un paesaggio e di una rete ecologica. La ricerca speleologica fornisce le informazioni necessarie per trasformare la tutela in scelte operative, dalla pianificazione territoriale al monitoraggio ambientale, fino alla corretta fruizione culturale e turistica.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo proseguirà ogni 13 settembre. L’appuntamento sloveno propone una base scientifica per questa nuova ricorrenza e richiama l’attenzione sul ruolo delle comunità speleologiche nella conoscenza e nella salvaguardia del patrimonio sotterraneo.

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Postumia

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