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Strutture metalliche progettate per guidare i chirotteri, ma i dati scientifici confermano il fallimento dell’intervento
Ponti per pipistrelli: un’idea nata per proteggere i chirotteri dalle strade
Nel 2014 il governo britannico autorizzò la costruzione di 15 strutture metalliche lungo le principali arterie stradali del paese, dalla Cumbria alla Cornovaglia. L’obiettivo era chiaro: guidare i pipistrelli a volare a quote più elevate, riducendo il rischio di collisione con i ve
Strutture metalliche progettate per guidare i chirotteri, ma i dati scientifici confermano il fallimento dell’intervento
Ponti per pipistrelli: un’idea nata per proteggere i chirotteri dalle strade
Nel 2014 il governo britannico autorizzò la costruzione di 15 strutture metalliche lungo le principali arterie stradali del paese, dalla Cumbria alla Cornovaglia. L’obiettivo era chiaro: guidare i pipistrelli a volare a quote più elevate, riducendo il rischio di collisione con i veicoli in transito. Il costo complessivo dell’operazione raggiunse i 2 milioni di sterline, con un costo unitario superiore a 140.000 sterline per struttura.linkedin+1
L’idea di base si fondava su un principio etologico semplice. I pipistrelli seguono le linee delle siepi e dei filari di alberi per orientarsi durante il volo. Quando incontrano una barriera naturale, tendono a sollevarsi in quota per superarla. Una struttura metallica — un gantry di fili e sfere di plastica — avrebbe dovuto simulare questo ostacolo, inducendo i chirotteri a volare al di sopra del traffico invece di attraversare la carreggiata a bassa quota.wikipedia+1
I dati dell’Università di Cambridge: i pipistrelli ignorano i ponti metallici
Il gruppo di ricerca sulla scienza della conservazione dell’Università di Cambridge, coordinato dal professor William Sutherland, ha analizzato il comportamento dei pipistrelli prima e dopo l’installazione di sette strutture lungo la strada A11 nel Norfolk, nel tratto della Broadland Northway (ex Norwich Northern Distributor Road).highwaysmagazine.co
I risultati non lasciano spazio a interpretazioni. Tra le specie monitorate — dalla pipistrella comune (Pipistrellus pipistrellus) alla nottola comune (Nyctalus noctula) — nessuna ha modificato le proprie abitudini di volo in risposta alla presenza dei ponti per pipistrelli. Le strutture vengono ignorate. I chirotteri continuano a percorrere le rotte tradizionali, attraversando la strada a bassa quota.gbnews
Le cifre sono eloquenti: soltanto dall’1 all’11% dei pipistrelli monitorati ha utilizzato le strutture per attraversare la carreggiata a quota sicura, mentre dal 17 all’84% ha continuato a volare all’altezza del traffico. Un ponte ben consolidato, installato nove anni prima e a soli 15 metri dalla rotta di volo originale interrotta, è stato comunque ignorato dai pipistrelli.leeds.ac+1
“I ponti per pipistrelli non hanno funzionato”, ha dichiarato Sutherland. La ricercatrice Anna Berthinussen, esperta di chirotteri, ha aggiunto: “L’evidenza suggerisce che queste strutture non sono efficaci, non raggiungono il loro scopo.”gbnews+1
Il caso della Broadland Northway: 1 milione speso, risultati deludenti
Lungo la Broadland Northway nel Norfolk, sette strutture di attraversamento per i chirotteri sono state costruite per un costo di circa 1 milione di sterline, con l’obiettivo specifico di proteggere popolazioni di barbastello (Barbastella barbastellus), specie classificata come rara nel Regno Unito.highwaysmagazine.co
Una valutazione commissionata dalla contea di Norfolk e realizzata da Mott McDonald nel settembre 2019 — a un anno dall’apertura della strada — ha rilevato che il 58% dei pipistrelli attraversava a quote sicure, ma solo il 48% lo faceva in prossimità dei gantry (entro 5 metri). Restringendo il margine a 2 metri, la percentuale scende al 32%. Sei delle sette strutture risultavano utilizzate, ma in misura insufficiente a garantire una protezione reale. Berthinussen ha osservato che il numero esiguo di pipistrelli nei punti di attraversamento era “quasi certamente dovuto all’impatto della strada stessa”, aggiungendo che i chirotteri potrebbero stare evitando l’area o essere stati allontanati dal disturbo acustico.highwaysmagazine.co+1
La conservazione senza prove: un problema sistematico
Il caso dei ponti per pipistrelli non è episodico. Il team di Sutherland ha documentato sistematicamente come numerosi interventi di conservazione siano stati implementati su larga scala in assenza di evidenze scientifiche preliminari adeguate.cambridge
Il National Conservation Evidence Database, costruito dall’Università di Cambridge, raccoglie prove sia positive che negative sugli interventi di conservazione della natura, con l’obiettivo di orientare le future decisioni di policy. “Il piano si basava più sulla credenza che sui dati scientifici”, ha osservato Sutherland. Il professore ha sottolineato la necessità di testare le misure prima di adottarle su scala nazionale, un principio che nel caso dei gantry per chirotteri non è stato applicato.gbnews
La ricercatrice Berthinussen è anche autrice, insieme a Olivia C. Richardson e John D. Altringham, del volume Bat Conservation: Global Evidence for the Effects of Interventions, pubblicato dall’Università di Cambridge, che sintetizza le evidenze globali sull’efficacia degli interventi di conservazione dei chirotteri.conservationevidence
Lincolnshire 2025: la storia si ripete con 4,3 milioni di sterline
Nel 2025 il dibattito sui ponti per pipistrelli è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Il Lincolnshire County Council ha ricevuto l’obbligo di costruire un bat bridge da 3 milioni di sterline a South Hykeham e un bat tunnel da 1,3 milioni a Waddington, come misure di mitigazione ambientale per la North Hykeham Relief Road, una nuova carreggiata doppia da 218 milioni di sterline che completerà il raccordo anulare di Lincoln collegando la A46 alla A15.bbc
Le strutture sono imposte per proteggere il barbastello, specie protetta dalla legislazione britannica ed europea, identificata nell’area durante la fase di pianificazione. Il leader del consiglio, Sean Matthews (Reform), ha definito la spesa “una farsa assoluta” e ha scritto anche al Primo Ministro britannico per contestare l’obbligo, pur riconoscendo che procedere è necessario per non accumulare ulteriori ritardi.news.yahoo+1
La cerimonia di inaugurazione del cantiere si è svolta nel marzo 2026. La road è attesa per il 2029. I lavori preliminari sono iniziati nel settembre 2025, con l’avvio del cantiere principale a febbraio 2026.lincolnshire+1
Il dibattito aperto: infrastrutture stradali e conservazione dei chirotteri
La questione non riguarda l’opportunità di proteggere i pipistrelli. Le strade riducono significativamente l’attività dei chirotteri: uno studio ha documentato come l’attività dei pipistrelli nelle immediate vicinanze di grandi arterie sia circa la metà rispetto a quella registrata a 300 metri di distanza. I rischi di collisione con i veicoli sono reali, e le normative europee impongono agli Stati di non arrecare danni alle popolazioni di specie protette.pmc.ncbi.nlm.nih+1
Il nodo centrale è un altro. La ricerca accumulata in oltre un decennio indica che i ponti per pipistrelli nella loro configurazione attuale — fili metallici con sfere di plastica — non producono i risultati attesi. Una progettazione migliore, con strutture più vicine alle rotte di volo originali e meglio integrate nel paesaggio, potrebbe migliorare i risultati. Le alternative scientificamente validate restano però ancora da individuare e testare su larga scala, mentre i cantieri avanzano e i fondi pubblici continuano a essere destinati a soluzioni la cui efficacia rimane in discussione.linkedin+1
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Un gruppo di ricerca ha indagato il bacino dell’Ussita con tecniche integrate per capire come gli acquiferi carbonatici si ricaricano e dove le acque sotterranee emergono nei torrenti di montagna
Acquiferi di montagna sotto la lente della scienza
Nel cuore dei Monti Sibillini, lungo le pendici che disegnano il bacino del torrente Ussita, l’acqua non segue soltanto il percorso visibile dei canali di superficie. Una parte rilevante del flusso che alimenta il torrente provie
Un gruppo di ricerca ha indagato il bacino dell’Ussita con tecniche integrate per capire come gli acquiferi carbonatici si ricaricano e dove le acque sotterranee emergono nei torrenti di montagna
Acquiferi di montagna sotto la lente della scienza
Nel cuore dei Monti Sibillini, lungo le pendici che disegnano il bacino del torrente Ussita, l’acqua non segue soltanto il percorso visibile dei canali di superficie. Una parte rilevante del flusso che alimenta il torrente proviene dal sottosuolo, dove circola lentamente attraverso le fratture delle rocce carbonatiche che costituiscono l’ossatura dell’Appennino centrale.
Un gruppo di ricerca ha pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences (aprile 2026) uno studio dedicato alle interazioni tra acque sotterranee e acque superficiali in questo bacino di 44 km², sviluppando un approccio metodologico integrato che combina misure di portata, analisi chimico-isotopiche e rilievi con droni termici. I risultati forniscono dati quantitativi sulla ricarica degli acquiferi e aprono la strada a ricerche analoghe in altri bacini montani della penisola.
Gli autori dello studio sono: Ortenzi S., Di Matteo L., Valigi D., Donnini M., Dionigi M., Fronzi D., Geris J., Guadagnano F., Marchesini I., Filippucci P., Avanzi F., Penna D. e Massari C.
Il bacino dell’Ussita: un laboratorio naturale nell’Appennino centrale
Il bacino del torrente Ussita si trova all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con una quota media di circa 1.315 m s.l.m. e un massimo di oltre 2.256 m. La scarsità di attività umane nell’area e l’assenza di prelievi idrici significativi lo rendono un sito ideale per studiare i processi idrologici naturali senza interferenze antropiche.
Il substrato geologico appartiene alla Successione Umbro-Marchigiana, una sequenza di formazioni carbonatiche con permeabilità molto differenti. Il Complesso del Calcare Basale (Calcare Massiccio e Corniola) e il Complesso Maiolica sono gli acquiferi principali, ad alta permeabilità per fratturazione e, in parte, per fenomeni carsici. Le Marne a Fucoidi, formazione impermeabile, fungono da limite idrogeologico e concentrano le emergenze delle acque sotterranee nel torrente.
La tettonica ha giocato un ruolo rilevante: il sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi a est e il sistema di faglie normali Vettore-Bove hanno creato una geometria idrogeologica complessa. Il terremoto di Mw 6.5 del 30 ottobre 2016, con epicentro a circa 15 km da Ussita, aveva temporaneamente alterato le condizioni idrauliche degli acquiferi. Secondo i ricercatori, le condizioni pre-sismiche risultavano sostanzialmente ripristinate già a partire dal 2019, anno da cui sono state avviate le misure di portata continue che alimentano lo studio.
Quattro metodi, una risposta integrata
Il punto di forza della ricerca è la combinazione sistematica di quattro approcci che si completano reciprocamente.
Il primo è la misura della portata lungo il profilo longitudinale del torrente. Due sezioni strumentate con idrometri continui (al paese di Ussita e alla Madonna dell’Uccelletto) sono affiancate da tre sezioni con misure puntuali con strumento OTT MF Pro. Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, gennaio 2024) ha validato le misure.
Dal flusso totale è stata estratta la componente di baseflow (apporto continuo delle acque sotterranee) tramite filtro digitale di Lyne-Hollick. Il Base Flow Index risultante è 0,80 nella sezione centrale e 0,90 in quella inferiore del bacino: in media oltre l’80% del deflusso del torrente proviene dagli acquiferi sotterranei.
Il secondo approccio è il budget idrico multi-scenario: per chiudere il bilancio tra precipitazioni, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio, i ricercatori hanno elaborato 35 combinazioni diverse di dati pluviometrici e di evapotraspirazione, quest’ultima derivata sia da misure a terra sia da prodotti satellitari (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS). Questo ha permesso di stimare l’area di ricarica dell’acquifero con la sua incertezza associata.
Il terzo approccio è l’analisi idrochimica e isotopica: campionamenti mensili da novembre 2023 a marzo 2025 in sei punti del bacino hanno misurato la composizione in ioni maggiori, deuterio e ossigeno-18. Dalla firma isotopica è stata ricavata la quota di ricarica isotopica (CIRE), che indica da quale altitudine provengono le acque che alimentano il torrente: i valori ottenuti oscillano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben oltre l’altitudine media del bacino (1.315 m). Questo dato dimostra che la ricarica degli acquiferi avviene prevalentemente nelle fasce sommitali, dove d’inverno e in primavera si accumula la neve.
Il quarto approccio è il rilievo con drone termico. Il principio è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura pressoché costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente. Dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea un’anomalia termica misurabile dall’alto. Il drone DJI Mavic 2 Enterprise Dual, con sensore termico ad alta risoluzione (640×480 pixel), ha sorvolato un tratto di 1.100 m del torrente a 90 m di quota in due campagne (gennaio e luglio 2025). Le anomalie termiche rilevate (1–2°C) hanno localizzato con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee, in perfetta corrispondenza con i guadagni di portata misurati a terra.
Scioglimento della neve: il 18% della ricarica degli acquiferi
Tra i risultati quantitativi più rilevanti dello studio emerge il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica degli acquiferi: circa il 18% nell’arco di studio (2019–2023).
Questo valore è stato ottenuto integrando nel budget idrico le stime di Snow Water Equivalent (SWE) derivate dal dataset IT-SNOW, una ranalisi nivologica per l’Italia con risoluzione spaziale di circa 500 m, che combina modellazione numerica, dati in situ e immagini satellitari.
La distinzione tra apporti piovosi e apporto nivale è metodologicamente importante. Senza includere lo scioglimento della neve nel bilancio idrico, il modello tende a sovrastimare gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino, attribuendo a flussi laterali profondi una quota che in realtà è interna e legata alla stagionalità della neve. Con lo snowmelt incluso, l’area di ricarica stimata converge a 42,97 ± 4,09 km², praticamente coincidente con il bacino topografico di 44 km², chiudendo in modo coerente il bilancio idrico.
La firma chimica delle acque sotterranee offre un’ulteriore chiave interpretativa. Le acque mostrano una composizione bicarbonatico-calcica tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte inferiore del bacino. Questo segnale è attribuito alla circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche sepolte sotto la sequenza carbonatica, un fenomeno già documentato in altri sistemi idrogeologici dell’Appennino centrale.
Cambiamento climatico, gestione dell’acqua e rischi per le comunità di montagna
I risultati dello studio hanno implicazioni dirette per la gestione delle risorse idriche in un contesto di cambiamento climatico.
Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale sono la principale fonte di approvvigionamento idrico per ampie aree dell’Italia peninsulare. Le comunità di montagna e di fondovalle dipendono da queste falde per l’acqua potabile, l’irrigazione e la produzione di energia idroelettrica.
Se lo scioglimento della neve contribuisce per il 18% alla ricarica degli acquiferi, una riduzione sistematica della copertura nevosa — scenario già in corso nell’area, come mostrano i dati del dataset IT-SNOW — si traduce in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica durante le stagioni secche estive. La neve che si accumula in inverno e in primavera funziona da riserva naturale che rilascia acqua lentamente, sostenendo il deflusso del torrente nei mesi in cui le piogge scarseggiano. Meno neve significa meno baseflow estivo, ovvero meno acqua disponibile proprio quando la domanda è più alta.
Lo studio fornisce anche dati utili per la stima dei flussi ecologici minimi, cioè la portata che deve essere garantita nel torrente per preservare gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione la componente di baseflow è un prerequisito per questo calcolo.
Un approccio replicabile per altri bacini montani
Gli autori sottolineano che il metodo sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattato ad altri bacini montani carbonatici, anche in contesti con scarsità di dati storici.
La sequenza logica proposta prevede: l’installazione di stazioni di misura della portata (o l’utilizzo di dati esistenti), la separazione del baseflow con filtri calibrati sulla curva di recessione, il calcolo del budget idrico con più scenari di dati meteorologici da telerilevamento, campagne di campionamento idrochimico-isotopico mensile per 12–18 mesi, almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra, e infine l’integrazione dei tre dataset per localizzare e quantificare gli apporti sotterranei.
Questo schema, applicato in modo sistematico, può guidare la pianificazione delle campagne di campo, ottimizzare le risorse disponibili e migliorare la comprensione dei sistemi idrici montani che sono tra i più vulnerabili ai cambiamenti climatici in corso.
Lo studio di Ortenzi et al. (2026)
Lo studio di Ortenzi et al. (2026) pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences è un lavoro pionieristico sull’idrogeologia di montagna nell’Appennino centrale. Di seguito i punti salienti.
Il bacino sperimentale dell’Ussita
Il bacino dell’Ussita (44 km², quota media ~1.315 m s.l.m.) si trova nei Monti Sibillini ed è caratterizzato da una sequenza carbonatica della Successione Umbro-Marchigiana con acquiferi a permeabilità molto differente: il Complesso del Calcare Basale (BLC) e il Complesso Maiolica (MAC) ad alta permeabilità per fratturazione e carsismo, separati da formazioni impermeabili come le Marne a Fucoidi (MFC). La tettonica attiva (sistema di faglie Vettore-Bove, sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi) complica ulteriormente i percorsi di circolazione idrica sotterranea.
Quattro tecniche integrate
La forza dello studio risiede nella combinazione sistematica di approcci complementari:
Misure di portata continue e puntuali (OTT MF Pro + tracciante fluorescina) con separazione del baseflow tramite filtro digitale di Lyne-Hollick: il BFI sale da 0.80 alla sezione S2 a 0.90 alla sezione S5, confermando il dominio degli apporti sotterranei
Budget idrico multi-scenario (35 combinazioni di precipitazione da telerilevamento e ET) con stima dell’area di ricarica tramite analisi di recessione
Analisi idrochimiche e isotopiche mensili (?D, ?¹?O, ioni maggiori) che hanno rivelato quote di ricarica isotopica (CIRE) tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben superiori all’altitudine media del bacino
Drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise, risoluzione a terra ~0.12 m): ha localizzato le zone di emergenza delle acque sotterranee con anomalie termiche di 1–2°C lungo 1.100 m di alveo
Il contributo dello scioglimento della neve: 18%
Utilizzando il dataset IT-SNOW, gli autori hanno quantificato che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero. Includere questa componente nella chiusura del budget idrico è essenziale: senza di essa, il modello sovrastima gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino. In un contesto di cambiamento climatico che riduce sistematicamente la copertura nevosa appenninica, questa quota di ricarica è a rischio.
Implicazioni gestionali
Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale alimentano le sorgenti da cui dipende l’acqua potabile di circa 12 milioni di persone in Italia. La riduzione della neve, la definizione dei flussi ecologici minimi per i torrenti e la gestione del rischio idrico per le comunità montane e di fondovalle sono tutti temi che beneficiano direttamente dall’approccio metodologico sviluppato per l’Ussita.
Studio idrogeologico integrato nel bacino dell’Ussita (Appennino centrale)
Interazioni acque sotterranee-superficiali, scioglimento della neve e ricarica degli acquiferi in un sistema montano fratturato
Basato su: Ortenzi, S. et al. (2026). “Exploring groundwater-surface water interactions and recharge in fractured mountain systems: an integrated approach.” Hydrol. Earth Syst. Sci., 30, 1755–1778. https://doi.org/10.5194/hess-30-1755-2026
Sintesi esecutiva
Lo studio condotto nel bacino del torrente Ussita (Appennino centrale) rappresenta uno dei lavori più completi mai realizzati in Italia sull’interazione tra acque sotterranee e acque superficiali in un contesto carbonatico montano di media quota. Il gruppo di ricerca ha combinato misure idrologiche tradizionali, analisi chimico-isotopiche e indagini con droni termici per rispondere a due domande fondamentali: dove e quanto le acque sotterranee alimentano il torrente, e quale sia il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica dell’acquifero.[1]
I risultati dimostrano che il torrente Ussita è alimentato in modo determinante da acquiferi carbonatici fratturati e che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero, una quota rilevante ai fini della disponibilità idrica futura in un clima che tende a modificare profondamente i regimi nevosi.[1]
1. Il bacino dell’Ussita: contesto geologico e idrogeologico
1.1 Inquadramento geografico
Il bacino del torrente Ussita (44 km²) è situato lungo la dorsale appenninica dell’Italia centrale, interamente all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. L’altitudine media è circa 1.315 m s.l.m., con un massimo di circa 2.256 m e un minimo di 645 m. Il bacino è scarsamente antropizzato, con prelievi idrici e deviazioni del corso d’acqua trascurabili, il che ne fa un sito ideale per studiare i processi idrogeologici naturali senza interferenze antropiche significative.[1]
Il torrente Ussita è un affluente del fiume Nera e il suo bacino idrografico è stato utilizzato come catchment sperimentale in cui strumentazione continua si affianca a campagne di misura discrete, costituendo un laboratorio naturale aperto per l’idrologia montana.[1]
1.2 Struttura geologica e complessità degli acquiferi
La sequenza carbonatica appartiene alla successione Umbro-Marchigiana e comprende formazioni con permeabilità molto diverse:[1]
La tettonica ha giocato un ruolo cruciale: la Sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi (PTV) nel settore orientale e il sistema di faglie normali Vettore-Bove (VBF) hanno creato una geometria idrogeologica complessa con scambi idrici tra bacini contigui.[2][1]
1.3 Eredità sismica del 2016
Il 30 ottobre 2016 un terremoto di Mw 6.5 ha colpito l’area a circa 15 km a sud del paese di Ussita, con rottura di diversi segmenti del sistema di faglie Vettore-Bove. Questo evento ha modificato transitoriamente le proprietà idrogeologiche degli acquiferi, con effetti co-sismici quali rilascio di fluidi crostali, variazioni di pressione idraulica e cambiamento della permeabilità per la creazione di micro-fratture. Secondo Di Matteo et al. (2021), dal 2019 le condizioni pre-sismiche sono sostanzialmente recuperate, permettendo agli autori di analizzare il flusso fluviale nel contesto dei soli processi meteo-climatici che regolano le interazioni GW-SW.[3][1]
2. Metodologia integrata: i quattro pilastri dell’approccio
La novità principale dello studio è la combinazione sistematica di tecniche complementari, ognuna in grado di rispondere a domande che le altre da sole non possono risolvere.[1]
2.1 Misure di portata e separazione del baseflow
La rete di monitoraggio prevede due sezioni con idrometri continui (S2 al paese di Ussita, S5 alla Madonna dell’Uccelletto) con serie storiche rispettivamente dal 2022 e dal 2019, affiancate da misure puntuali con misuratore OTT MF Pro in altre tre sezioni (S1, S3, S4).[1]
Per separare la componente di baseflow (BF) dalla portata totale è stato utilizzato il filtro digitale ricorsivo di Lyne e Hollick (1979), con il parametro k derivato dal coefficiente di recessione ? della Master Recession Curve tramite la relazione (k = e^{-\alpha t}). Il Base Flow Index (BFI) così calcolato risulta pari a 0.80 alla sezione S2 e 0.90 alla sezione S5, confermando che la quota di baseflow è dominante in entrambe le sezioni del bacino.[1]
Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, Na-Fluorescein) condotto nel gennaio 2024 ha permesso la validazione delle misure di portata per confronto incrociato. Le masse di tracciante iniettate variavano da 0.7 g (a S3) a 1.9 g (a S5), monitorate con sonda fluorimetrica PME Cyclops-7 a intervalli di 5 secondi.[1]
2.2 Budget idrico e stima dell’area di ricarica
Il budget idrico per il periodo 2019–2023 è stato calcolato mediante la formula:
dove il termine sconosciuto ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})) è ottenuto come residuo, conoscendo precipitazione, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio. Quest’ultimo termine è stato stimato tramite analisi di recessione (metodo di Korkmaz), essendo impossibile installare piezometri nel Parco Nazionale.[1]
L’evapotraspirazione è stata stimata con due metodi paralleli: il metodo Thornthwaite-Mather da dati meteorologici a terra e prodotti da telerilevamento (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS), in modo da quantificare l’incertezza associata. Complessivamente sono stati considerati 35 scenari diversi di combinazione precipitazione-ET per stimare l’area di ricarica.[1]
Il rapporto Q/WS > 1 indica che il bacino è “importatore netto di acque sotterranee”: la portata osservata in S5 supera il surplus idrico calcolato sul solo bacino topografico, il che implica apporti da sistemi acquiferi contigui. Includendo lo snowmelt, l’area di ricarica stimata è 42.97 ± 4.09 km², essenzialmente coincidente con il bacino topografico di 44 km², una convergenza che aumenta la solidità del modello idrogeologico.[1]
2.3 Analisi idrochimiche e isotopiche
Da novembre 2023 a marzo 2025 sono state condotte campagne mensili per il prelievo di campioni d’acqua in sei punti (S1, S2, S3, S5, I1, I2) per l’analisi di:
La Retta Meteoric Locale (LMWL) è stata derivata da campionamenti di precipitazione in quattro stazioni a diverse quote, integrati con dati di Tazioli et al. (2024) raccolti a circa 1.800 m s.l.m. a pochi chilometri a sud del bacino. Questa retta è stata utilizzata per calcolare:
Il lc-excess (line-conditioned excess), secondo la formula (lc\text{-}excess = \delta D – a \cdot \delta^{18}O – b), dove a e b sono la pendenza e l’intercetta della LMWL. Valori positivi indicano assenza di evaporazione e rapida infiltrazione.[1]
La quota di ricarica isotopica (CIRE), ovvero la quota media di caduta delle precipitazioni che alimentano i punti di campionamento, calcolata sfruttando la relazione lineare tra ?¹?O e quota. I valori di CIRE ottenuti per le acque del torrente Ussita variano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., confermando che la ricarica proviene prevalentemente dalle zone sommitali.[1]
Dal punto di vista geochimico, le acque mostrano chimica bicarbonatico-calcica, tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte più bassa del bacino (conducibilità elettrica 210–310 µS/cm), attribuibile all’interazione con le evaporiti triassiche sepolte al di sotto della sequenza carbonatica, non affioranti nell’area ma idraulicamente collegate. Questa firma chimica è coerente con quanto osservato in altri acquiferi carbonatici profondi dell’Appennino centrale.[4][5][1]
2.4 Indagine con drone termico
L’applicazione più innovativa dello studio è l’uso di un drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise Dual) per la mappatura delle zone di apporti di acque sotterranee al torrente. Il principio fisico sfruttato è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente; dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea quindi un’anomalia termica misurabile dall’alto.[1]
I parametri tecnici del rilievo:
Quota di volo: 90 m, risoluzione a terra ~0.12 m
Sensore termico: 640×480 pixel, passo del pixel 12 µm, banda spettrale 8–14 µm
Sovrapposizione frontale e laterale: 85%
Emissività dell’acqua calibrata in situ: 0.935
Due campagne: 30 gennaio 2025 (condizioni invernali) e 31 luglio 2025 (condizioni estive)[1]
I rilievi su un tratto di 1.100 m tra le sezioni S3 e S5 hanno permesso di localizzare con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee (I1 in sponda sinistra, I2 in sponda destra), con anomalie termiche di 1–2°C rispetto all’acqua del torrente, coerenti con le misure di portata che mostrano un significativo incremento in quel tratto.[1]
3. Risultati principali
3.1 Contributi degli acquiferi al deflusso del torrente
Le misure puntuali di portata lungo il profilo longitudinale del torrente mostrano un guadagno idrico netto progressivo dall’alto verso il basso del bacino. La portata media nelle misure puntuali effettuate in condizioni di baseflow (0.70–1.18 m³/s) cresce significativamente tra S1 e S5:[1]
Il tratto superiore (fino a S2) è principalmente alimentato dalla sorgente Val di Panico (VDP) con una portata media di circa 220 L/s, proveniente dal complesso Maiolica (MAC)
Il tratto inferiore (S3–S5) mostra i guadagni più importanti dagli acquiferi del Calcare Massiccio-Corniola (BLC), con emergenze concentrate nei punti I1 e I2
Il BFI cresce da 0.80 (S2) a 0.90 (S5), riflettendo l’aumento proporzionale degli apporti sotterranei verso valle[1]
La coincidenza spaziale tra i guadagni di portata, le anomalie termiche rilevate dal drone e le sorgenti cartografate sul campo (I1, I2) fornisce una triplice validazione indipendente della localizzazione degli apporti sotterranei, dimostrando l’efficacia dell’approccio integrato.[1]
3.2 Il ruolo dello scioglimento della neve: 18% della ricarica
L’analisi del dataset IT-SNOW (reanalisi nivologica per l’Italia 2010–2021, risoluzione ~500 m, basata su modellazione + dati in situ + immagini satellitari) ha permesso di stimare la Snow Water Equivalent (SWE) su base giornaliera e cellula per cellula nel bacino MDU. La procedura di separazione è stata la seguente: quando SWE = 0, tutta la precipitazione è pioggia diretta (P_rain); quando la neve è presente e ?SWE < 0 rispetto al giorno precedente, si assume avvenga scioglimento (P_snow).[6][1]
Dai calcoli del budget idrico su scala idrologica annuale (2019–2023):
Lo scioglimento della neve contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero[1]
Omettere questo termine (Caso I senza P_snow) porta a sovrastimare il termine ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})), ovvero a interpretare erroneamente apporti dall’esterno che in realtà sono apporti nivali interni al bacino
Includendo lo snowmelt (Caso II), l’area di ricarica stimata converge alla superficie del bacino topografico, chiudendo il bilancio idrico[1]
Questo risultato si inserisce in un quadro più ampio: studi con isotopi stabili in numerosi acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale dimostrano che la quota di ricarica isotopica è sempre più alta rispetto all’ipsometria del bacino, suggerendo che la neve in quota sia effettivamente il principale vettore di ricarica delle falde. In un contesto alpino-dolomitico, studi analoghi hanno dimostrato che in primavera e inizio estate lo scioglimento nivale alimenta soprattutto l’acquifero poroso, mentre nei mesi caldi il rilascio costante proviene dalla rete di fratture carsiche.[7][8]
3.3 Chimica isotopica: la firma dell’alta quota
I valori di lc-excess positivi riscontrati nelle acque del torrente Ussita indicano che le acque infiltrate non hanno subito significativa evaporazione prima di raggiungere l’acquifero, coerentemente con una ricarica rapida attraverso le fratture delle rocce carbonatiche.[9][1]
La quota di ricarica isotopica (CIRE) calcolata per le acque campionate, compresa tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., è nettamente superiore all’altitudine media del bacino (~1.315 m s.l.m.), confermando che la ricarica avviene prevalentemente nelle fasce altimetriche più elevate (>2.000 m), dove d’inverno e in primavera permane una significativa copertura nevosa. Questo dato è in linea con i risultati di studi isotopici su acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale, che hanno identificato quattro diverse relazioni tra le caratteristiche della copertura nevosa e le quote di ricarica calcolate isotopicamente per 17 sorgenti campionate nel 2016.[8][1]
4. Interpretazione idrogeologica
4.1 Schema concettuale del sistema
Il sistema idrogeologico del bacino dell’Ussita può essere schematizzato come segue:
Ricarica diffusa nelle zone di affioramento dei carbonati ad alta permeabilità (BLC e MAC) alle quote più elevate, con input sia pluviale che nivale
Circolazione profonda negli acquiferi carbonatici fratturati (BLC principale, MAC secondario), guidata dalla struttura tettonica (faglie normali, sovrascorrimento PTV)
Scambi con bacini idrogeologici adiacenti attraverso il sistema di faglie: il bacino topografico (44 km²) non coincide perfettamente con il bacino idrogeologico, con apporti laterali o perdite verso sistemi contigui
Emergenza nel torrente per via di sorgenti puntiformi (VDP, I1, I2) e per flusso diffuso attraverso il letto del torrente, con la frangia impermeabile delle Marne a Fucoidi (MFC) che funge da limite impermeabile e causa le principali concentrazioni di apporti[1]
4.2 Il ruolo delle strutture tettoniche
La complessità tettonica dell’area (sovrascorrimento PTV a est, sistema di faglie normali VBF a NNW-SSE) influenza direttamente i percorsi di circolazione idrica sotterranea. Le faglie normali del Quaternario, ancora attive, creano discontinuità idrauliche che possono indirizzare il flusso in modo non intuitivo rispetto al bacino topografico. L’arricchimento in solfati rilevato nella parte inferiore del sistema è coerente con la circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche (anidrite e dolomia) al di sotto della sequenza carbonatica, un fenomeno osservato anche in altri sistemi appenninici profondi.[5][4][2][1]
5. Implicazioni per la gestione delle risorse idriche e il rischio climatico
5.1 Acquiferi appenninici come risorsa strategica
Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale riforniscono di acqua potabile circa 12 milioni di persone in Italia, con la quasi totalità (92%) dell’approvvigionamento idrico di alcune province dipendente da sorgenti alimentate da questi sistemi. La loro vulnerabilità al cambiamento climatico è pertanto una questione di interesse pubblico primario.[10][1]
5.2 Cambiamento climatico e riduzione della copertura nevosa
Il Mediterraneo è identificato come uno dei principali “hotspot” globali del cambiamento climatico, con proiezioni di siccità più severe, frequenti e prolungate nei prossimi decenni. Per gli acquiferi montani come quello dell’Ussita, la riduzione della copertura nevosa ha un impatto diretto sulla ricarica:[1]
La neve che si accumula in inverno-primavera funge da “cisterna naturale” che rilascia acqua lentamente durante la stagione asciutta, sostenendo il baseflow nei periodi di assenza di piogge
Se il 18% della ricarica attualmente dipende dallo snowmelt, una riduzione sistematica della neve (come già osservata nel trend 2016–2024 nell’area di studio) si tradurrà in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica
Le comunità di montagna e di fondovalle che dipendono da queste sorgenti potrebbero trovarsi a fronteggiare carenze idriche durante le stagioni secche[8][1]
5.3 Flussi ecologici e tutela degli ecosistemi acquatici
Una parte rilevante delle implicazioni gestionali riguarda la stima dei flussi ecologici (ecological flows), ovvero la portata minima che deve essere garantita nel torrente per mantenere gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione quale frazione del deflusso deriva dagli acquiferi (e non da run-off diretto) è fondamentale per questo calcolo: il baseflow garantisce la continuità del flusso durante le magre estive, quando il run-off superficiale è assente.[1]
6. Trasferibilità del metodo e applicazioni future
6.1 Un framework replicabile
Gli autori sottolineano che il framework metodologico sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattabile ad altri bacini montani carbonatici con scarsità di dati. La sequenza logica proposta è:
Identificare punti di monitoraggio continuo (o installarne) e completare con misure puntuali di portata
Separare il baseflow con filtri digitali calibrati sulla curva di recessione
Calcolare il budget idrico con più scenari di P ed ET da prodotti da telerilevamento
Effettuare campagne idrogeochimiche-isotopiche mensili per 12-18 mesi
Condurre almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra
Integrare i tre set di dati per localizzare e quantificare gli apporti GW[1]
6.2 Affinità con altri studi italiani
L’approccio si inserisce in una tradizione metodologica in crescita negli acquiferi carbonatici italiani. Studi sui Monti Sibillini hanno già prodotto carte idrogeologiche dettagliate (scala 1:50.000) della sequenza carbonatica pre-sismica. L’idrogeologia isotopica viene applicata sistematicamente anche a sorgenti in Appennino meridionale per la comprensione dei percorsi di circolazione profonda. La speleologia applicata contribuisce dati non ottenibili con metodi di superficie, soprattutto per sistemi carsici con condotti ben sviluppati.[11][9][2]
L’integrazione di telerilevamento (GRACE, MODIS, Sentinel) con dati in situ è identificata come la frontiera principale, sebbene i prodotti satellitari attuali soffrano di risoluzione spaziale insufficiente per bacini di piccole dimensioni come l’Ussita (44 km²).[1]
7. Domande di studio e verifica
Le seguenti domande sono utili per verificare la comprensione del contenuto dello studio.
Comprensione dei metodi:
Perché il filtro digitale di Lyne e Hollick è preferito per la separazione del baseflow in sistemi carsici? Qual è il significato del parametro k?
Che cosa misura il lc-excess e perché i valori positivi nelle acque dell’Ussita indicano ricarica rapida?
Quale principio fisico permette a un drone termico di individuare le zone di apporto di acque sotterranee in un torrente?
Come è stata stimata la Snow Water Equivalent (SWE) a scala di bacino in assenza di stazioni nivometriche affidabili?
Perché il rapporto Q/WS > 1 implica che il bacino sia un “importatore” di acque sotterranee?
Comprensione dei risultati:
In quale tratto del torrente Ussita si concentrano i principali apporti di acque sotterranee e da quale acquifero provengono?
Che cosa rivela il valore di CIRE (quota di ricarica isotopica) compreso tra 1.855 e 2.193 m s.l.m. riguardo alla provenienza delle acque?
Come si spiega l’arricchimento in solfati nelle acque della parte inferiore del bacino?
Cosa implica per la disponibilità idrica futura il fatto che lo snowmelt contribuisca per il 18% alla ricarica dell’acquifero?
Come il terremoto del 2016 ha influenzato il sistema idrogeologico dell’Ussita e come questa perturbazione è stata gestita nell’analisi?
Comprensione delle implicazioni:
Perché la conoscenza precisa del baseflow è importante per la definizione dei flussi ecologici?
In quale modo l’approccio integrato sviluppato per l’Ussita può essere trasferito ad altri bacini montani con scarsa strumentazione?
Glossario dei termini chiave
Termine
Definizione
Baseflow (BF)
Componente del deflusso fluviale derivante dagli apporti lenti e continui delle acque sotterranee
BFI (Base Flow Index)
Rapporto tra baseflow medio annuo e portata media annua totale
CIRE
Quota di Ricarica Isotopica: altitudine media stimata dell’area di ricarica tramite il gradiente altitudinale del ?¹?O
GW-SW
Groundwater – Surface Water: interazione tra acque sotterranee e superficiali
lc-excess
Eccesso lineare condizionato: deviazione dalla Retta Meteoric Locale; positivo = assenza di evaporazione
LMWL
Local Meteoric Water Line: retta di regressione ?D–?¹?O per le precipitazioni locali
Master Recession Curve
Curva di recessione media che descrive il decadimento esponenziale della portata durante la stagione secca
SWE
Snow Water Equivalent: equivalente in acqua dello strato di neve, misura la quantità d’acqua contenuta nella neve
IT-SNOW
Dataset di ranalisi nivologica per l’Italia (2010–2021), ~500 m di risoluzione
Snowmelt (P_snow)
Contributo idrico derivante dallo scioglimento della neve
MFC
Marne a Fucoidi: formazione impermeabile che funge da limite idrogeologico nel bacino dell’Ussita
BLC
Basal Limestones Complex: Calcare Massiccio + Corniola; acquifero principale ad alta permeabilità
MAC
Maiolica Complex: secondo acquifero importante del bacino
Fonti e riferimenti
Ortenzi S., Di Matteo L., Valigi D., Donnini M., Dionigi M., Fronzi D., Geris J., Guadagnano F., Marchesini I., Filippucci P., Avanzi F., Penna D., Massari C. (2026). Exploring groundwater-surface water interactions and recharge in fractured mountain systems: an integrated approach. Hydrology and Earth System Sciences, 30, 1755–1778. Licenza: CC BY 4.0. ? https://doi.org/10.5194/hess-30-1755-2026 ? https://hess.copernicus.org/articles/30/1755/2026/
Cervi F. et al. (2022). Determining recharge distribution in fractured carbonate aquifers in central Italy using environmental isotopes: snowpack cover as an indicator for future availability of groundwater resources. Hydrogeology Journal. ? https://link.springer.com/10.1007/s10040-022-02501-9
Fronzi D. et al. (2020). Earthquake-Induced Spring Discharge Modifications: The Pescara di Arquata Spring Reaction to the August–October 2016 Central Italy Earthquakes. Water, 12(3), 767. ? https://www.mdpi.com/2073-4441/12/3/767
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Sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo. Nessuno ha mai trovato da dove entrano
Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.
La Montagna di Santa Croce e le Gole del Nera: contesto geografico tra Stifone, Montoro e San Casciano
Sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo. Nessuno ha mai trovato da dove entrano
Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.
La Montagna di Santa Croce e le Gole del Nera: contesto geografico tra Stifone, Montoro e San Casciano
La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole: un canyon calcareo lungo circa sei chilometri tra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera.utecnarni.altervista
Il rilievo fa parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.utecnarni.altervista
Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose. Quelle acque conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto e rendono le Gole del Nera uno dei paesaggi naturalistici più riconoscibili dell’Umbria meridionale.instagram+1
Calcari massicci e fratture: perché la Montagna di Santa Croce è così poco carsificabile
La Montagna di Santa Croce è costruita sul Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale circa 200 milioni di anni fa. La sua struttura omogenea e priva di stratificazione continua è considerata, in teoria, la più carsificabile nell’intera serie sedimentaria appenninica.sgi.isprambiente+1
Sul versante di Stifone si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo. Eppure la montagna mostra uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani — alpini, appenninici meridionali e sardi. Il motivo risiede nella tettonica.scintilena
Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fratturazione fittissima ma disordinata. Il flusso idrico si disperde in mille percorsi capillari invece di concentrarsi in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”: dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata, senza erosione concentrata capace di aprire grotte percorribili.scintilena+1
La montagna non assomiglia al Gran Sasso, al Matese, agli altopiani dolomitici o all’acquifero carsico pugliese. Non ci sono ampi pianori dove l’acqua si raccoglie e penetra con forza nel sottosuolo. Il rilievo è morfologicamente modesto e fortemente inciso dalle valli. Le 17 grotte censite dall’UTEC — molte di ridottissimo sviluppo — testimoniano un carsismo che lavora in profondità, non in superficie.scintilena
Sorgenti carsiche di Stifone con portata record: 13.420 litri al secondo
Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari. Insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo), confermando le sorgenti di Stifone tra le maggiori sorgenti carsiche d’Italia per portata volumetrica.scintilena+2
Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno aggiornato il dato a 13,5 m³/s.idrogeologiaquantitativa
La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità. La corrente che sale dal fondo è così potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà.scintilena
Le acque presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm). Questo dato è incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, attraverso formazioni evaporitiche profonde e in presenza di fluidi crostali. Le acque non sono idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità.scintilena+1
Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus — un gamberetto troglobio privo di pigmentazione — mai osservata prima in Umbria. La sua presenza è un eccellente tracciante biologico per identificare connessioni tra acquiferi distanti.scintilena
L’acquifero regionale carsico dell’Umbria meridionale: il bacino idrogeologico da 1.000 km²
Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano uno studio idrogeologico fondamentale su Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140). Lo studio ricostruisce la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina in occasione della progettazione della galleria ferroviaria Santa Croce sulla linea Orte-Falconara.isprambiente+1
La conclusione è di quelle che non si dimenticano: i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del sistema sorgentizio. Per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km².rosa.uniroma1+2
In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri — Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina — e trasportandole lungo faglie, fratture e condotti profondi fino alle emergenze nell’alveo del Nera.idrogeologiaquantitativa+1
Studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) hanno aggiornato il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.rosa.uniroma1
Idrogeologia delle Gole del Nera: la galleria ferroviaria Santa Croce come finestra sul sottosuolo umbro
Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione della galleria Santa Croce evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria.scintilena
La galleria ferroviaria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce. In alcuni settori studi successivi hanno mostrato che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero naturalmente a Stifone.academia+1
Speleologi UTEC Narni alla ricerca del collegamento tra grotte alte e basse nel sistema carsico di Santa Croce
Durante il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito gruppo di lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse: in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).corrieredellumbria+1
Tra gli ingressi alti — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste — e quelli bassi — Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo” — esiste un dislivello di circa 250–300 metri su una distanza planimetrica massima di 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”: in inverno gli ingressi bassi aspirano aria fredda esterna mentre quelli alti soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta dello Svizzero). In estate si invertono i ruoli.corrieredellumbria+1
Questo comportamento è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. L’aria misurata a 9°C in estate alla Grotta Perduta è sensibilmente più fredda della temperatura media attesa per quella fascia altimetrica, e suggerisce scambi termici su volumi ipogei molto estesi.scintilena
Per trasformare queste osservazioni in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino capaci di rilevare concentrazioni di gas tracciante a livello di parti per milione. Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne con immissioni di gas tracciante (butano) agli ingressi alti e sensori posizionati agli ingressi bassi. Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi. Come sottolineano gli stessi ricercatori, questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici, dove tempi di transito lunghi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.scintilena+1
Parallelamente, proseguono scavi alla Grotta degli Archi e alla Grotta Sasha, e l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione. Per il 2026 sono previsti monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi e la ricerca attiva di nuove cavità — tra cui la Grotta Tagliata e la Grotta dei Cocci Superiore — come potenziali accessi al sistema profondo.scintilena
La domanda che guida la ricerca resta la stessa da quarant’anni: dove scende, nella montagna, l’acqua che riemerge a Stifone? La risposta potrebbe aprire uno dei sistemi carsici più inattesi dell’Italia centrale.
Non la grotta spettacolare che non c’è, ma l’acquifero regionale che sfida qualsiasi modello “locale”.
Geologia — Il Calcare Massiccio hettangiano-sinemuriano (?250 m sul versante di Stifone) è teoricamente la formazione più carsificabile dell’Appennino, ma una tettonica multifase con thrust e faglie dirette quaternarie ha prodotto una fratturazione così pervasiva e disordinata da generare carsismo “disperso” — acqua che scorre in mille piccole fratture invece di scavare grotte percorribili.
Il paradosso idrogeologico — I Monti di Amelia (la dorsale principale) contribuiscono per non più del 15% alla portata totale di Stifone. Per i 13,0–13,5 m³/s totali serve un bacino di ricarica ?1.000 km², che va cercato nei Monti di Narni, nelle Dorsali Martana e Sabina e probabilmente in strutture umbro-orientali ancora non identificate con certezza.
La chimica “sporca” — Acque solfato-alcalino-terrose con conducibilità fino a 3.500 µS/cm e tracce di fluidi profondi: non potabili, nonostante emergano da calcare puro. La firma geochimica denuncia percorsi sotterranei lunghissimi attraverso evaporiti e probabili apporti da faglie attive.
La galleria Santa Croce (1987) — Lo studio Chiocchini et al. commissionato per la linea Orte-Falconara è ancora oggi la pietra miliare dell’idrogeologia regionale. Il tracciato fu spostato a nord per evitare gli acquiferi principali.
UTEC 2025 — Tracciamento dell’aria con sensori NASO, LiDAR aereo, scavi e meteorologia ipogea su 350 m di dislivello. Nessun collegamento diretto dimostrato finora, ma anomalie termiche molto significative (aria a 9°C in estate) che indicano grandi vuoti profondi.
La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale
“Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.”
Cos’è la Montagna di Santa Croce e Dove si Trova
La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia come un gendarme silenzioso sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole, un canyon calcareo lungo circa sei chilometri fra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera. Il rilievo è parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce, nelle parole dei geologi, “l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino”, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.[1][2]
Le Gole del Nera si trovano tra il Monte Maggiore — su cui sorge Narni — e il Monte Santa Rosa, offrendo uno dei paesaggi naturalistici più sorprendenti dell’Umbria meridionale. Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato non solo dalla propria portata superficiale ma soprattutto da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose, che conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto. Il borgo di Stifone, con i resti del porto romano e dei cantieri navali augustei, si trova proprio al centro di questo sistema sorgentizio.[3][4]
La dorsale è delimitata a ovest dai bacini plio-pleistocenici del Paglia e del Tevere e a est dal complesso sistema montuoso dell’Appennino umbro-marchigiano-sabino, con i Monti Martani in primo piano. La massima elevazione dell’intera catena è Monte Cosce (1114 m), all’estremità meridionale, mentre a nord del Nera le quote scendono progressivamente fino ai 454 m di Monte Santa Croce.[5][2]
Geologia del Massiccio: Calcare Massiccio, Tettonica e Fratturazione
La Successione Stratigrafica
La Montagna di Santa Croce è costruita essenzialmente su Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale di acqua bassa — paragonabile alle attuali Bahamas — circa 200 milioni di anni fa, con barre oolitiche, associazioni di tipo clorozoan, alghe verdi e coralli. Il suo aspetto massivo, privo di stratificazione continua e con struttura omogenea a banconi, è all’origine del nome.[6][7]
Gli spessori affioranti del Calcare Massiccio nell’Appennino umbro-marchigiano variano fino a un massimo di 600 metri, ma sul versante SW di Monte Santa Croce — quello che guarda verso Stifone — si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo, considerata dal punto di vista teorico la formazione più carsificabile in assoluto nell’ambito della serie sedimentaria appenninica.[8]
Al Calcare Massiccio si sovrappongono, nella successione umbro-marchigiana, calcari diasprini e selciferi giurassici, poi marne, scisti argillosi e flysch miocenico. La struttura complessiva della Dorsale Narnese-Amerina include rocce meso-cenozoiche della Successione Umbro-Marchigiana, della Successione Umbro-Romagnola e delle Unità Toscane. Il tutto è impostato su depositi triassico-miocenici che poggiano su sedimenti plio-pleistocenici di origine fluvio-lacustre.[9][10]
Una recente carta geologica in scala 1:12.500 della parte centrale della Dorsale Narni-Amelia (ISPRA, 2019) ha rivelato calcareniti a grana fine di materiale neritico inaspettatamente incastrate nei depositi giurassici superiori del Pliensbachiano-Bajociano, dopo l’annegamento della piattaforma carbonatica del Calcare Massiccio, e ha documentato una fase distensiva del Cretacico inferiore nella parte meridionale della dorsale, dove le Marne a Fucoidi (Aptiano-Albiano) riposano in modo inconforme sui carbonati hettangiani.[10]
La Tettonica: Accavallamenti, Faglie e Conseguenze Idrogeologiche
L’assetto tettonico della dorsale è complesso e multifase. La struttura presenta un sistema di accavallamenti (thrust faults) eredità dell’orogenesi appenninica (Miocene-Pliocene) e una fitta rete di faglie dirette quaternarie che si sovrappongono alle strutture compressive. Studi strutturali degli anni ’90 (Bigi et al., 1997, 2000; Boncio et al., 1995) hanno documentato in dettaglio la cinematica del settore, riconoscendo un sovrascorrimento principale (il Sovrascorrimento di Narni, Calamita et al. 1995) e numerose faglie parallele e fratture perpendicolari.[11][12][9]
Le ricerche del Gruppo Speleologico UTEC Narni hanno permesso di osservare direttamente che diverse cavità importanti — inclusa la Grotta dello Svizzero — sono collocate lungo una faglia diretta significativa, probabilmente la stessa che convoglia e drena le acque che confluiscono dall’Umbria meridionale verso Stifone. Questa faglia funziona come corridoio preferenziale per la circolazione idrica profonda, dirigendo i flussi verso le emergenze sorgentizie nell’alveo del Nera.[8]
La tettonica distensiva ha sconvolto anche la fascia tra Amelia e Guardea (Dorsale Narnese-Amerina), con faglie parallele e fratture perpendicolari che solcano gli strati geologici per circa 5 km in direzione N-S, creando le condizioni per la formazione di doline di enormi dimensioni — voragini profonde fino a 80 metri e diametrali fino a 70 metri nei “Cannetti” di Cesa Fumetto e dello Spiego.[11]
Perché i Calcari Massicci di Santa Croce Sono Poco Carsificabili
Il Paradosso della “Roccia Più Carsificabile”
Il Calcare Massiccio è nominalmente la formazione carbonatica teoricamente più carsificabile dell’Appennino: purezza elevata, struttura massiva priva di intercalazioni marnose che fungerebbero da diaframmi impermeabili, grande spessore. Eppure, la Montagna di Santa Croce presenta uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani.[8]
La ragione va cercata in una combinazione di fattori strutturali e morfologici che si oppongono all’apertura di grandi condotti percorribili:
1. Fratturazione pervasiva ma non ordinata. Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fittissima rete di fratture di piccole dimensioni, orientate in modo disordinato, che disperdono il flusso idrico in mille percorsi capillari invece di concentrarlo in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”, caratterizzato da dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata piuttosto che da erosione concentrata. Le doline carsiche di superficie, presenti e documentate, testimoniano l’intensa dissoluzione in profondità, ma le cavità risultanti restano spesso anguste, farcite di sedimenti fini e inaccessibili.[1]
2. Assenza di zone di ricarica concentrate. A differenza dei grandi massicci appenninici come il Gran Sasso (~1.000 km²) o il Matese, oppure dei vasti altopiani carsici dell’Appennino meridionale e della Sardegna, la Montagna di Santa Croce offre una superficie di affioramento carbonatico molto limitata. Il rilievo è morfologicamente modesto (454 m s.l.m.) e fortemente inciso dalle valli, senza ampi pianori dove l’acqua possa raccogliersi e penetrare con forza nei condotti carsici.
3. Bassa acclività e sedimenti di copertura. La scarsa pendenza dei versanti setentrionali favorisce l’accumulo di suolo e residui di alterazione, che rallentano e diffondono la ricarica idrica impedendo la formazione di inghiottitoi di grandi dimensioni.[9]
4. Posizione strutturale “esposta”. Il massiccio è fortemente inciso dal Nera, che ha abbassato rapidamente il livello di base durante il Quaternario, “decapitando” i condotti carsici più antichi prima che potessero svilupparsi in grandi sistemi percorribili. Le cavità nate in condizioni di saturazione profonda sono rimaste sotto il livello freatico o colmate di depositi alluvionali.
Il Confronto con i Grandi Massicci
Questo contrasto con i massicci carbonatici alpini, appenninici meridionali e sardi non potrebbe essere più netto. La Piattaforma Carbonatica Apula in Puglia ospita calcari e dolomie del Cretacico spessi fino a 3.000 metri con un acquifero carsico di strategia nazionale. Il Carso Classico del Friuli-Venezia Giulia conta oltre 3.200 cavità nel solo tratto italiano con spessore carsificato fino a 500 m. L’Altopiano dei Sette Comuni in Veneto assorbe l’80-90% delle precipitazioni nelle grotte di Oliero. Il Gran Sasso sviluppa condotti carsici a scala decametrica e alimenta sorgenti potabili di decine di m³/s.[13][14]
La Montagna di Santa Croce, con le sue poche decine di grotte minori (17 censite dall’UTEC, molte di ridottissimo sviluppo), è invece una montagna che “non mostra” il suo carsismo in superficie: l’acqua scorre, ma in profondità, attraverso un reticolo fratturale non percorribile dall’uomo.[8]
13.000 Litri al Secondo: il Mistero delle Sorgenti di Stifone-Montoro
Una delle Maggiori Sorgenti d’Italia
Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge nell’incisione fluviale attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari che insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo). Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno confermato i 13,5 m³/s.[15][16][9]
Il gruppo sorgentizio rappresenta una delle maggiori emergenze carsiche d’Italia per portata volumetrica. A titolo di confronto, il fiume Nera a Terni ha una portata media annua di circa 60–80 m³/s: le sorgenti di Stifone-Montoro contribuiscono dunque con una quota significativa alla portata del corso d’acqua a valle.
La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità, con una corrente talmente potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà. A monte della diga di Recentino sono presenti altre sorgenti in alveo con una portata media misurata di circa 1,0–1,5 m³/s. L’acqua captata alla diga de La Morica viene turbinata alla centrale idroelettrica di Nera Montoro.[17][15]
La Chimica delle Acque: Un’Impronta di Profondità
Le acque del sistema sorgentizio di Stifone-Nera Montoro presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm) assolutamente incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. Queste acque presentano anche un lieve termalismo (circa 16–17°C) e un’elevata pressione parziale di CO?, attribuita all’apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie.[18]
La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, probabilmente attraverso formazioni evaporitiche profonde (gessi, anidriti) e in presenza di fluidi crostali. In ogni caso, sono non idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità. Questo è un fatto tanto paradossale quanto eclatante: la più grande sorgente carsica dell’Umbria produce acqua non potabile.[12][9]
Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus (gamberetto troglobio), mai osservata prima in Umbria. Il Niphargus, organismo adattato all’ambiente sotterraneo e privo di pigmentazione, costituisce un eccellente tracciante biologico per identificare la connessione tra acquiferi: trovarlo in altri acquiferi e analizzarne il DNA potrebbe rivelare quali strutture contribuiscono all’alimentazione di Stifone.[18]
Il Bacino Idrogeologico “Impossibile”: Perché l’Acqua di Mezza Umbria Esce a Stifone
Il Bilancio Idrogeologico di Chiocchini (1987) e Suoi Sviluppi
Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano sulla rivista Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140) uno studio idrogeologico fondamentale condotto in occasione della progettazione della galleria Santa Croce della linea ferroviaria Orte-Falconara. Lo studio ricostruisce in dettaglio la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina e giunge a una conclusione di straordinaria importanza: il bacino di alimentazione calcolato per le sorgenti di Stifone-Nera Montoro risulta insufficiente rispetto alle portate osservate.[19][20][12]
I calcoli del bilancio idrogeologico medio annuo mostrano che i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del gruppo sorgentizio. I pozzi e i piezometri perforati nella zona settentrionale dei Monti di Amelia indicano un flusso verso est con gradienti idraulici compresi tra 0,004 e 0,009, valori di una circolazione lenta e diffusa.[15][12][9]
La conclusione è lapidaria: per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km². Questa stima è confermata da studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) che aggiornano il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo.[12][9][15]
Da Dove Arriva l’Acqua?
Le zone di ricarica supplementari — quelle che “mancano” al bilancio locale — vanno ricercate in un arco di strutture carbonatiche assai ampio:[15][12]
Monti di Narni: la dorsale immediatamente a est e a sud
Dorsale Martana: struttura carbonatica giurassica a est della Valle del Nera
Dorsale Sabina: struttura laziale a sud-est
Zone meridionali dei Monti della Valnerina
Flusso regionale dalle strutture carbonatiche dell’Umbria nord-orientale (possibile contributo)
Monte Peglia: il contributo di questa struttura alle sorgenti di base di Stifone (portata max 0,5 m³/s) rimane ancora da chiarire[9][15]
In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri e trasportandole — lungo faglie, fratture e condotti profondi — fino alle emergenze nell’alveo del Nera. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.
La chimica delle acque (solfati elevati, salinità anomala, CO? profonda) è coerente con questo modello: le acque hanno tempi di residenza lunghissimi nel sottosuolo e percorrono formazioni evaporitiche profonde, arricchendosi in ioni che non potrebbero mai derivare dalla sola dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale.[21][18]
La Galleria Ferroviaria Santa Croce: una “Finestra” sul Sottosuolo Umbro
L’Opera e il Suo Contesto Idrogeologico
La linea ferroviaria Orte-Falconara — collegamento diretto tra Roma e la costa adriatica — attraversa la Dorsale Narnese-Amerina tramite la galleria Santa Croce, scavata proprio nel sottosuolo della montagna oggetto di questo studio. La costruzione di quest’opera ha costituito l’occasione per lo studio idrogeologico più sistematico mai realizzato sul sistema acquifero narnese-amerino: lo studio Chiocchini, Chiocchini e Manna del 1987 è stato direttamente commissionato per supportare la progettazione del tracciato.[22][1]
Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria. La galleria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture e cavità significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce.[1]
Impatti e Misure di Protezione
Lo studio del 1987 ha avuto un ruolo cruciale nel definire le misure di protezione dell’acquifero durante e dopo lo scavo. Tra le soluzioni adottate: drenaggi controllati per reindirizzare le acque intercettate verso il Nera senza alterare i percorsi naturali, sistemi di impermeabilizzazione nei tratti critici, e monitoraggio piezometrico continuo per verificare che i livelli di falda non subissero variazioni significative in prossimità delle sorgenti.[1]
Studi successivi (documentati in letteratura) hanno mostrato che in alcune situazioni la galleria ha comunque alterato il flusso sotterraneo regionale, con “percorsi di flusso che intersecano i crinali naturali, dimostrando che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo in alcuni settori”. Questo fenomeno rende la galleria stessa una sorta di “finestra permanente” sul sottosuolo umbro, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero a Stifone.[23]
Cosa Cercano gli Speleologi UTEC nel Ventre della Montagna
Il Progetto 2025: Tracciamento dell’Aria e Meteorologia Ipogea
Durante tutto il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica e metodica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito Gruppo di Lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è studiare la meteorologia ipogea del massiccio e individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse — in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).[24][1]
La geometria del problema è ben definita: tra gli ingressi alti (Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste) e quelli bassi (Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo”) esiste un dislivello di circa 250–300 metri con una distanza planimetrica massima di circa 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”:[24][1]
Stagione
Ingressi bassi
Ingressi alti
Inverno
Aspirano aria fredda esterna (T est. ~4°C)
Soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta Domine Svizzero)
Estate
Efflusso aria fredda (9–11°C)
Aspirano aria calda esterna
Il comportamento “a polmone” è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. Valori di temperatura dell’aria uscente straordinariamente bassi — 9°C in estate alla Grotta Perduta — risultano sensibilmente inferiori sia alla temperatura media annua attesa per quella fascia altimetrica sia alla temperatura dell’acqua delle sorgenti del Nera (16–17°C). Questo raffreddamento anomalo è interpretabile come effetto combinato di evaporazione e scambio termico su volumi ipogei molto estesi.[24][1]
Il Metodo NASO: Gas Traccianti per Seguire il Vento
Per trasformare queste osservazioni qualitative in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino e sensori catalitici di gas, in grado di rilevare concentrazioni di butano e propano a livelli di parti per milione. I sensori, autocostruiti da Giulio Foschi per l’UTEC seguendo il progetto open-source di Alessandro Vernassa di Genova, registrano su datalogger i dati di concentrazione di gas ogni pochi secondi.[25][1]
Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne di tracciamento: immissioni di gas tracciante (bombolette spray contenenti butano) agli ingressi alti (Grotta dello Svizzero in giugno e agosto) con sensori posizionati agli ingressi bassi ipotizzati (Grotta Perduta, Miniera di Montoro, Punto Freddo). Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi sui collegamenti diretti. Come sottolineano gli stessi ricercatori, “questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici”, dove tempi di transito lunghi, dispersione in volumi enormi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.[1]
LiDAR, Scavi e il Catasto delle Grotte
Parallelamente al monitoraggio dell’aria, durante il 2025 sono proseguiti esplorazioni e scavi: lavori alla Grotta degli Archi, scavi alla Grotta Sasha, e soprattutto l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione e verificare le cavità già note. Il modello digitale del terreno LiDAR ha rivelato morfologie di superficie (doline, depressioni lineari, scarpate) coerenti con la presenza di vuoti sepolti.[1]
Ad oggi sono state censite e accatastate al Catasto Grotte dell’Umbria oltre 17 grotte nella sola Montagna di Santa Croce (oltre ad altre 10 non catastale). La ricerca è attiva e sistematica, e per il 2026 prevede: ricerca della Grotta Tagliata e della Grotta dei Cocci Superiore, verifica delle correnti d’aria in Grotta di Piero, Grotta di Sisto, Grotta della Topa e Grotta Sini, e pianificazione di monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi.[8][1]
Nelle grotte di Montoro è presente anche una traccia biologica inattesa: nelle esplorazioni subacquee della Sorgente della Morica sono state rinvenute ossa animali incastrate nelle rocce del condotto sotterraneo, a profondità di 10 metri. La corrente è talmente forte da rendere impossibile che un animale sia entrato dal basso: le ossa devono provenire dall’interno della montagna, trascinate dalla corrente idrica da qualche punto di ingresso ancora sconosciuto più a monte. Una prova indiretta, ma potente, dell’esistenza di vie d’accesso al sistema sotterraneo ancora da scoprire.[17]
Il Quadro d’Insieme: Acquifero Regionale e Sistema Idrogeologico
Un Acquifero che “Beve” dall’Umbria e “Beve” dai Fluidi Profondi
Il sistema idrogeologico delle sorgenti di Stifone-Nera Montoro non è spiegabile con la sola circolazione superficiale nell’acquifero della Dorsale Narnese-Amerina. I dati convergono verso un modello a doppio contributo:
1. Acquifero regionale carbonatico (circolazione fredda superficiale): raccoglie le precipitazioni da un’area ?1.000 km² di affioramenti carbonatici (Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina, possibili contributi dall’Umbria nord-orientale) e le trasporta in profondità verso il livello di base regionale nell’alveo del Nera. I Monti di Amelia contribuiscono al massimo per il 15%.[12]
2. Contributo di fluidi profondi (circolazione calda-salata): la presenza di solfati elevati, CO? profonda, lieve termalismo e la salinità anomala nelle acque di Stifone suggerisce un apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie attive dell’Appennino centrale. Un’autostrada di acque calde e salate, simile a quella documentata per l’Appennino meridionale, potrebbe attraversare il sottosuolo umbro mescolando la propria firma geochimica alle acque di circolazione più superficiale.[21]
Questo doppio contributo spiegherebbe sia le portate eccezionali (impossibili con la sola ricarica meteoritica locale) sia la chimica “sporca” delle acque, che le rende non potabili pur provenendo da rocce carbonatiche teoricamente pulite.[9]
Un Paradosso Idrogeologico
Il sistema di Stifone rappresenta dunque un paradosso idrogeologico di primissimo ordine: una delle maggiori sorgenti d’Italia per portata volumetrica, ubicata in una montagna geologicamente modesta, alimentata da un bacino di ricarica enormemente più grande dell’area che si vede in superficie, con acque non potabili per via di una chimica profonda. E l’entrata di tutto questo fiume sotterraneo — il punto dove l’acqua scende nell’acquifero prima di emergere a Stifone — non è mai stata identificata con certezza.
La questione è ancora aperta dopo oltre 130 anni di osservazioni (dal rilievo di Zoppi del 1892) e 40 anni di studi sistematici (da Chiocchini et al. del 1987). Gli speleologi dell’UTEC, con i loro sensori NASO, i voli LiDAR e le campagne di scavo, continuano a cercare quella “buca dei sogni” nel versante SW di Monte Santa Croce, certi che — da qualche parte — i 200 e più metri di calcare massiccio possano essere penetrati e che le gallerie sotterranee che portano alle potenti falde di Stifone attendano ancora il loro primo esploratore umano.[8]
Domande Aperte e Linee di Ricerca Future
Le questioni scientifiche irrisolte intorno al sistema carsico di Santa Croce sono molteplici:
Il bacino di ricarica esatto: quali strutture carbonatiche contribuiscono alle sorgenti di Stifone e in quale percentuale? Il ruolo del Monte Peglia e dell’Umbria nord-orientale rimane da chiarire.[15][9]
L’origine della mineralizzazione: la firma solfatica è dovuta a circolazione in evaporiti profonde, a risalita di fluidi endogeni lungo faglie attive, o a entrambi? La ricerca biochimica sul Niphargus potrebbe fornire indicazioni indirette.[18]
Il collegamento tra ingressi alti e bassi: i tracciamenti NASO del 2025 non hanno dato risultati; il 2026 prevede monitoraggi più estesi e continuativi.[1]
La “Grotta Tagliata” e la Grotta dei Cocci Superiore: due cavità cercate attivamente dagli speleologi UTEC come potenziali accessi al sistema profondo.[1]
L’impatto della galleria ferroviaria: in che misura la galleria Santa Croce ha modificato la piezometria regionale e quale effetto ha avuto sulle portate delle sorgenti?[23]
La risposta a queste domande non è solo un esercizio accademico: la gestione sostenibile delle risorse idriche dell’Umbria meridionale dipende dalla comprensione di un acquifero che, pur non essendo potabile, è parte integrante dell’equilibrio idrologico regionale e alimenta una centrale idroelettrica.[15]
Fonti principali: Chiocchini U., Chiocchini M. & Manna F. (1987), Geologia Applicata e Idrogeologia 22:103–140; Di Matteo L., Dragoni W. & Valigi D. (2008), Università di Perugia; Boni C. (2000), Hydrogeologie; Gruppo Speleologico UTEC Narni, campagne 2024–2025; Boni C., Bono P. & Capelli G. (1986), Schema Idrogeologico dell’Italia Centrale.
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La dott.ssa Valentina Balestra presenta al 6° incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte i risultati di una ricerca multidisciplinare che documenta la contaminazione da microplastiche in fauna, sedimenti e acque delle grotte italiane
Il 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte
Il 29 aprile 2026, alle ore 20:30, il Gruppo di Ricerca Biologia Sotterranea Piemonte organizza il suo sesto incontro online gratuito. La protagonista della serata è la dott.ssa Val
La dott.ssa Valentina Balestra presenta al 6° incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte i risultati di una ricerca multidisciplinare che documenta la contaminazione da microplastiche in fauna, sedimenti e acque delle grotte italiane
Il 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte
Il 29 aprile 2026, alle ore 20:30, il Gruppo di Ricerca Biologia Sotterranea Piemonte organizza il suo sesto incontro online gratuito. La protagonista della serata è la dott.ssa Valentina Balestra, ricercatrice dell’Università di Torino, in collaborazione con il DISAFA dell’Università degli Studi di Torino.scintilena
Il tema è la contaminazione da microplastiche nei sistemi carsici, con un approccio volutamente multidisciplinare. L’incontro affronta il problema dell’inquinamento da tre angolazioni distinte: fauna stygobiotica, sedimenti e acque sotterranee. Il link per partecipare alla videochiamata è meet.google.com/hom-fxyy-vff.facebook
Balestra si occupa di microplastiche e microfibre in ambienti ipogei, marini, fluviali e glaciali dal 2020. La sua tesi di dottorato, completata nel 2025, rappresenta il primo approccio sistematico a questa forma di inquinamento negli ambienti sotterranei italiani.biennaletecnologia+1
Microplastiche nei Sistemi Carsici: Perché Preoccupa
Le microplastiche (MP) sono frammenti di plastica con dimensioni comprese tra 0,1 µm e 5 mm. Le microfibre (MF) comprendono filamenti sintetici (poliestere, nylon), naturali (cotone) e rigenerati (rayon/viscosa). Fungono da vettori di inquinanti secondari: bisfenolo A, pesticidi, metalli pesanti e ftalati si adsorbono sulla loro superficie.frontiersin+1
I sistemi carsici sono particolarmente vulnerabili. La struttura delle rocce carbonatiche — fratture, condotti e sifoni — trasporta l’acqua dalla superficie al sottosuolo senza filtrazione naturale. Nella Grotta di Bossea, il tempo di transito dalla superficie alla cavità è di soli 1–4 giorni durante le piene. Gli acquiferi carsici forniscono circa il 25% delle risorse idriche potabili mondiali e circa il 40% del fabbisogno idrico italiano.scintilena+1
Le fibre tessili dominano la contaminazione, rappresentando tra il 78 e il 94% delle particelle identificate nei siti studiati. Sono coerenti con il 60% della produzione tessile mondiale di tipo sintetico e con il rilascio di centinaia di migliaia di microfibre per ogni ciclo di lavaggio in lavatrice.scintilena
La Fauna Stygobiotica: una Scoperta Senza Precedenti
La scoperta più rilevante dell’intera ricerca riguarda la fauna stygobiotica. Gli invertebrati acquatici obbligatoriamente ipogei — depigmentati, privi di occhi, con popolazioni piccole e distribuzione molto ristretta — si trovano ora a vivere in acque contaminate.scintilena
Nella Grotta di Bossea (Piemonte) sono state trovate microplastiche nel sistema gastrico di Proasellus franciscoloi, crostaceo stygobiotico endemico. Nel campione analizzato, 191 microparticelle — prevalentemente perline (93%) — occupano circa l’1% del volume gastrico. È la prima documentazione mondiale di questa contaminazione in un invertebrato sotterraneo obbligato.scintilena
Uno studio pubblicato su Sustainability nel 2024 ha confermato la presenza di microplastiche in tutti i taxa di invertebrati acquatici sotterranei esaminati, con concentrazioni tra 18 e 911 particelle/L nelle acque dei siti analizzati. Il 91% delle particelle identificate negli organismi era di tipo fibroso.scintilena
Il Proteus anguinus — unico cordato esclusivamente cavernare d’Europa — frequenta siti del Carso friulano già risultati contaminati. Uno studio pubblicato su Journal of Environmental Management nel 2024 ha documentato la necessità di indagini urgenti negli habitat a stygobionti, avvertendo che le specie chiave più vulnerabili possono assimilare le microplastiche con effetti potenzialmente irreversibili sulla conservazione delle popolazioni.sciencedirect+1
Sedimenti Carsici: Archivi dell’Inquinamento
I sedimenti carsici accumulano le microplastiche nel tempo e diventano sorgenti di rilascio secondario. I dati delle grotte piemontesi e liguri mostrano concentrazioni significative:iris.polito
Nella Grotta di Bossea le aree turistiche presentano fino a 4.390 items/kg di sedimento secco. A Toirano e Borgio Verezzi (Liguria) i valori si attestano intorno a 1.000–1.100 items/kg sia nelle zone accessibili ai turisti sia nelle aree riservate agli speleologi. Le aree turistiche mostrano concentrazioni mediamente doppie rispetto alle aree non frequentate, ma la presenza di MP è ubiqua in entrambe le tipologie di zone.scintilena+1
Nel Carso Classico del Friuli-Venezia Giulia, uno studio dell’Università di Trieste (2026) ha analizzato tre grotte — Trebiciano, Caverna Maucci e Grotta Luftloch — trovando circa 94 particelle/kg di sedimento indipendentemente dal livello di frequentazione umana. I polimeri più rappresentati erano polipropilene (PP), polietilene (PE) e PET.arts.units+1
Un meccanismo chiave nell’accumulo è la cosiddetta slackwater retention: durante le piene, le microplastiche si depositano sui terrazzi sedimentari più elevati, mentre il fondo del letto idrico viene continuamente “ripulito” dalla corrente.scintilena
Acque Sotterranee e Microplastiche: i Dati
Le misurazioni nelle acque carsiche italiane documentano concentrazioni elevate. Nella Grotta di Bossea le acque contengono 164 items/L complessivi, con valori più alti nei sifoni interni (54 items/L) e nelle acque superficiali di alimentazione (23–29 items/L). Nel Carso di Trieste i valori si attestano tra 47 e 96 items/L. Persino gli acquiferi confinati profondi della provincia di Cuneo, in Piemonte, registrano la presenza di microplastiche fino a 97 items/L.iris.polito+1
Il fatto che le concentrazioni interne alle grotte risultino più elevate rispetto alle acque di alimentazione superficiali indica un effetto di concentrazione. Le microplastiche si sedimentano durante il transito e vengono poi rilasciate dai depositi in condizioni idrodinamiche variabili.scintilena
Le Grotte Vergini Già Contaminate
Lo studio condotto in grotte mai esplorate dell’Abruzzo — all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga — ha fornito uno dei risultati più significativi. I campioni sono stati raccolti durante le primissime fasi di accesso umano, in ambienti biologicamente incontaminati dal punto di vista esplorativo.scintilena
Microparticelle antropogeniche sono state trovate in tutte le grotte inesplorate esaminate. La stessa conclusione emerge dallo studio dell’Università di Trieste (2026): la Caverna Maucci (accessibile solo tramite speleosubacquea) e la Grotta Luftloch (scoperta nel 2024 e campionata nelle primissime ore) mostravano contaminazione comparabile a quella della grotta di Trebiciano, frequentata dall’uomo dal 1841.mountlive+3
L’infiltrazione dall’atmosfera e dalle precipitazioni precede qualsiasi esplorazione. Le sorgenti di contaminazione sono quindi principalmente atmosferiche e diffuse, non locali.scintilena
La Sottostima delle Microfibre Naturali
Un contributo metodologico rilevante della ricerca riguarda le microfibre naturali e rigenerate (cotone, rayon/viscosa). Nel Carso friulano rappresentano il 63% della contaminazione nei sedimenti carsici.scintilena
La maggior parte delle ricerche ambientali precedenti escludeva le fibre non-sintetiche, considerate biodegradabili. I dati di Balestra dimostrano che queste fibre persistono per mesi o decenni nell’ambiente, vengono processate industrialmente con additivi tossici e sono biodisponibili per la fauna stygobiotica analogamente alle fibre sintetiche. Gli inventari di contaminazione da microfibre risultano quindi sistematicamente sottostimati dalla letteratura pregressa.scintilena
Il Software MUPL e i Nuovi Strumenti Analitici
La ricerca ha sviluppato il software open-source MUPL (Microplastic Automated Particle Locator), basato su tecniche di image processing, che consente il conteggio automatico delle particelle fluorescenti su filtri. Lo strumento accelera significativamente l’analisi di campioni ambientali e può essere adottato da enti di monitoraggio e autorità ambientali regionali.scintilena+1
L’analisi delle tre matrici (sedimenti, acque, fauna) combina microscopia ottica, microscopia a fluorescenza UV e spettroscopia µFTIR-ATR, con risoluzione fino a 0,5 µm per i campioni biologici.scintilena
Il Programma degli Incontri 2025–2026
Il ciclo di seminari online di Biologia Sotterranea Piemonte prosegue con appuntamenti mensili su temi di biospeleologia e biologia sotterranea. Dopo l’incontro del 29 aprile dedicato alle microplastiche nei sistemi carsici, il prossimo appuntamento è fissato per il 12 maggio 2026 con Enrico Lana, che parlerà della biospeleologia in Piemonte.facebook
Gli incontri sono aperti gratuitamente a chiunque sia interessato alla biologia sotterranea e alle ricerche speleologiche, tramite piattaforma Google Meet.facebook
6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte.
In sintesi
Il report analizza la ricerca pionerisca della dott.ssa Valentina Balestra (Politecnico/Università di Torino) sulle microplastiche nei sistemi carsici, articolata attorno ai tre filoni dell’incontro del 29 aprile:
? Sedimenti — Le grotte turistiche italiane (Bossea, Toirano, Borgio Verezzi) mostrano concentrazioni fino a 4.390 items/kg di sedimento secco nelle aree ad alto flusso turistico; le grotte del sistema Timavo (Carso di Trieste) mostrano ~94 MP/kg anche in cavità mai toccate dall’uomo.
? Acque — Nella Grotta di Bossea sono stati misurati 164 items/L di microplastiche; persino acquiferi profondi confinati raggiungono 97 items/L. I sistemi carsici trasportano i contaminanti dalla superficie in soli 1–4 giorni durante le piene.
? Fauna — Per la prima volta al mondo, microplastiche sono state trovate nel sistema gastrico di Proasellus franciscoloi, crostaceo stygobiotico endemico della Grotta di Bossea. Il Proteus anguinus — unico vertebrato esclusivamente cavernare d’Europa — frequenta siti già contaminati nel Carso friulano.
La scoperta più inquietante: le grotte mai esplorate dall’uomo sono già contaminate, dimostrando che l’infiltrazione avviene dall’atmosfera e dalle precipitazioni, indipendentemente dalla presenza umana diretta.
Microplastiche nei Sistemi Carsici
Guida di Studio — 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte
Relatrice: Dott.ssa Valentina Balestra (Università degli Studi di Torino / Politecnico di Torino) 29 Aprile 2026, ore 20:30
Executive Summary
Le microplastiche (MP) e le microfibre (MF) antropogeniche hanno raggiunto persino le caverne più remote e inesplorate d’Italia, contaminando sedimenti, acque di infiltrazione e la fragile fauna stygobiotica endemica. La ricerca della dott.ssa Valentina Balestra, completata nel 2025 all’Università di Torino e oggetto del 6° incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte, rappresenta il primo approccio sistematico e multidisciplinare alla contaminazione da microparticelle negli ambienti carsici italiani, coprendo Piemonte, Liguria, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo. I risultati sono allarmanti: nella Grotta di Bossea le acque contengono 164 items/L di microplastiche; per la prima volta al mondo le MP sono state identificate nel sistema gastrico di crostacei stygobiotici endemici; e persino grotte vergini — mai esplorate dall’uomo — presentano già contaminazione significativa.[1]
1. Che Cosa Sono le Microplastiche
Le microplastiche (MP) sono frammenti di plastica con dimensioni comprese tra 0,1 µm e 5 mm, formatisi dalla frammentazione di oggetti plastici più grandi per processi chimici, fisici e biologici. Possono degradarsi ulteriormente in nanoplastiche (< 100 nm), le più insidiose per la loro capacità di attraversare le membrane biologiche.[2][3]
Le microfibre (MF) includono:
Fibre sintetiche (poliestere, nylon) — rilasciate dai lavaggi di capi d’abbigliamento
Fibre naturali (cotone) e rigenerate (rayon/viscosa) — spesso ignorate nelle ricerche tradizionali ma presenti in quantità rilevanti[1]
Le microplastiche fungono da vettori di inquinanti chimici secondari: bisfenolo A (BPA), pesticidi, metalli pesanti, ftalati e ritardanti di fiamma si adsorbono sulla loro superficie e possono essere rilasciati nell’ambiente o negli organismi che le ingeriscono.[4][5]
2. Perché i Sistemi Carsici Sono Particolarmente Vulnerabili
I sistemi carsici mostrano caratteristiche idrogeologiche intrinseche che li rendono più vulnerabili di qualsiasi altro acquifero alla contaminazione da superfice:[6]
Assenza di filtrazione naturale: l’acqua transita attraverso fratture, condotti e sifoni senza subire processi significativi di depurazione o adsorbimento da parte del suolo
Tempi di transito rapidissimi: nel caso della Grotta di Bossea, il tempo di percorrenza dalla superficie all’interno della cavità è di 1–4 giorni in condizioni di piena[1]
Connessione diretta superficie-sottosuolo: doline, inghiottitoi e fratture fungono da vie preferenziali per il trasporto di contaminanti
Scarsa capacità autodepurante: a differenza degli acquiferi porosi, i sistemi carsici hanno limitatissima capacità di attenuare o degradare i contaminanti introdotti
Gli acquiferi carsici forniscono circa il 25% delle risorse idriche potabili mondiali e circa il 40% del fabbisogno idrico italiano. La loro contaminazione ha implicazioni dirette per la salute pubblica.[7][1]
3. La Ricerca di Valentina Balestra: Approccio Multidisciplinare
3.1 Profilo della Ricercatrice
La dott.ssa Valentina Balestra afferisce all’Università di Torino. Dal 2020 si occupa di inquinamento da microplastiche e microfibre in ambienti ipogei, marini, fluviali e glaciali. La sua tesi di dottorato (2025) ha ricevuto riconoscimenti europei nell’ambito della ricerca speleologica.[8][9][10]
3.2 Metodologie Analitiche Innovative
La ricerca ha sviluppato e standardizzato protocolli per tre matrici principali:[1]
Pre-trattamento H?O?, filtrazione su vetro (poro 1,2 µm)
Microscopia a fluorescenza UV
Fauna stygobiotica
Digestione enzimatica, colorazione Nile Red
µFTIR ad alta risoluzione (fino a 0,5 µm)
Un risultato metodologico rilevante è lo sviluppo del software open-source MUPL (Microplastic Automated Particle Locator), basato su tecniche di image processing tradizionale (senza deep learning), che consente il conteggio automatico delle particelle fluorescenti e accelera significativamente l’analisi di campioni ambientali.[11][12]
4. I Tre Pilastri dell’Incontro: Fauna, Sedimenti, Acque
4.1 Fauna Stygobiotica: Una Minaccia Inedita
La fauna stygobiotica comprende invertebrati e vertebrati obbligatoriamente acquatici, adattati agli ambienti ipogei, con depigmentazione, perdita degli occhi e allungamento degli organi sensoriali. Questi organismi vivono in popolazioni piccole e isolate, con distribuzione molto ristretta e filogenesi antichissima.[4]
Prima scoperta mondiale nella Grotta di Bossea: microplastiche identificate nel sistema gastrico di Proasellus franciscoloi, crostaceo stygobiotico endemico. Nel campione analizzato sono state trovate 191 microparticelle, prevalentemente perline (93%), che occupano circa l’1% del volume gastrico.[1]
Uno studio pubblicato su Sustainability nel marzo 2024 ha confermato la presenza di microplastiche in tutti i taxa di invertebrati acquatici sotterranei esaminati (grotte di Bossea in Piemonte, Buca del Vasaio in Toscana e acquifero alluvionale toscano):[4]
91% di fibre tra le particelle identificate nelle acque
Concentrazioni tra 18 e 911 particelle/L nei siti esaminati
Cellulosa artificiale (65%) e PET (21%) tra i polimeri più rappresentati negli organismi
Uno studio parallelo pubblicato su Journal of Environmental Management (2024) ha documentato la necessità di indagini urgenti negli habitat a stygobionti, avvertendo che specie chiave vulnerabili possono consumare o assimilare le microplastiche con danni irreversibili per gli sforzi di conservazione.[13][14]
Il Proteus anguinus — unico cordato esclusivamente cavernare d’Europa e già minacciato di estinzione — frequenta siti carsici risultati contaminati nel Carso friulano. Analogamente, Troglocaris planinensis (gammaride specialista) è stato rilevato in ambienti inquinati.[1]
Rischi ecologici documentati:
Riduzione dell’alimentazione (sostituzione del cibo con particelle plastiche)
Stunted growth (ritardo della crescita)
Stress ossidativo
Interruzione dei servizi ecosistemici (riciclaggio del carbonio, ossigenazione dei sedimenti)[4]
4.2 Sedimenti: Accumulo a lungo termine
I sedimenti carsici fungono da archivi della contaminazione e da sorgenti di rilascio secondario. I principali risultati per i sedimenti nelle grotte italiane studiate sono:[12]
Sito
Area turistica
Area speleologica
Polimero dominante
Forma dominante
Bossea (Piemonte)
4.390 items/kg s.s.
1.600 items/kg s.s.
PE, PET, PP
Fibre (78%)
Toirano (Liguria)
1.060 items/kg s.s.
1.033 items/kg s.s.
PET, PP, EVA
Fibre (93,7%)
Borgio Verezzi (Liguria)
1.103 items/kg s.s.
667 items/kg s.s.
PA, PE, PET
Fibre (87,9%)
[1][15]
Il dato più rilevante: le aree turistiche mostrano concentrazioni circa doppie rispetto alle aree non visitate (in particolare a Bossea), ma la presenza di MP è ubiqua anche nelle aree non frequentate, confermando l’origine da infiltrazione superficiale.[15]
Nelle grotte del Carso Classico (Friuli-Venezia Giulia), studio dell’Università di Trieste (2026), i sedimenti di tre grotte — Trebiciano, Caverna Maucci e Grotta Luftloch — mostravano contaminazioni comparabili tra loro, con una media di circa 94 particelle/kg indipendentemente dal livello di frequentazione umana. I polimeri identificati erano PP (29–42%), PE (19–27%) e PET (33–46%).[16][17]
Meccanismo di accumulo nei sedimenti: durante le piene, il livello delle acque nel sistema carsico può salire di 100 metri. Le microplastiche si accumulano sui terrazzi sedimentari più alti con un fenomeno di slackwater retention, mentre i depositi vicini al letto del fiume vengono continuamente “ripuliti” dalla corrente.[16]
4.3 Acque: Il Vettore Principale
Le acque carsiche rappresentano sia il vettore di trasporto delle microplastiche sia la destinazione finale come risorsa idrica. I dati principali:[12]
Grotta di Bossea: 164 items/L totali; concentrazioni più alte nei sifoni interni (54 items/L); acque superficiali d’alimentazione (23–29 items/L)[1]
Carso di Trieste (studio preliminare 2023): concentrazioni nelle grotte tra 47,2 e 96 items/L; media 75,3 items/L; sorgente esterna 50,9 items/L[18]
Carso classico (sistema Postojna–Planina): fino a 60.000 MP/m³ nei sedimenti delle grotte del sistema Škocjan–Ka?na[19]
Sistema carsico cinese (letteratura): 2,33–9,50 MP/L nelle acque di base, con picchi fino a 81,3 items/L durante gli eventi di piena[9]
Acquiferi confinati profondi (Cuneo, Piemonte): presenza di microplastiche fino a 97 items/L anche in acque “antiche”[1]
Il fatto che le concentrazioni nelle acque interne alle grotte risultino più elevate rispetto alle acque superficiali di alimentazione suggerisce un effetto di concentrazione dovuto alla sedimentazione durante il transito e al successivo rilascio dai sedimenti in condizioni idrodinamiche variabili.[1]
5. La Scoperta Più Preoccupante: Grotte Vergini già Contaminate
Lo studio condotto in grotte mai esplorate dell’Abruzzo — all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (San Vito, Valle Castellana) — rappresenta la ricerca più pioneristico dell’intero progetto. I campioni sono stati raccolti durante le primissime fasi di accesso umano, in ambienti biologicamente “sterili” dal punto di vista esplorativo.[20]
Risultato: microparticelle antropogeniche (MP + MF) trovate in tutte le grotte inesplorate esaminate.[20]
Questo dimostra che:
L’infiltrazione da superficie avviene prima di qualsiasi esplorazione speleologica
Le sorgenti di contaminazione sono principalmente atmosferiche e da precipitazione/percolazione del suolo
Anche gli ecosistemi più remoti e fragili richiedono strategie di protezione urgenti, non locali ma globali[1]
La stessa conclusione emerge dallo studio UniTS (2026) sulle grotte del Timavo: la Caverna Maucci (accessibile solo tramite speleosubacquea) e la Grotta Luftloch (scoperta nel 2024 dopo 24 anni di esplorazioni e campionata nelle primissime ore) mostravano contaminazione comparabile alla grotta di Trebiciano, frequentata dal 1841.[16][21][22]
6. Scoperta delle Microfibre Naturali: Una Sottostima Sistematica
Un contributo metodologico fondamentale della ricerca riguarda le microfibre naturali e rigenerate (cotone, rayon/viscosa). Nel Carso friulano, le fibre naturali rappresentano il 63% della contaminazione nei sedimenti carsici.[1]
Poiché la maggior parte delle ricerche ambientali precedenti ignorava le fibre non-sintetiche (considerate biodegradabili), gli inventari di contaminazione da microfibre sono stati sistematicamente sottostimati. La ricerca dimostra che:[1]
Le fibre naturali e rigenerate persistono per mesi o decenni nell’ambiente
Vengono spesso processate industrialmente con additivi tossici
Sono biodisponibili per la fauna stygobiotica analogamente alle fibre sintetiche[1]
7. Polimeri Identificati: Origine delle Sorgenti di Inquinamento
Polimero
Fonte principale
Frequenza
Poliestere / PET
Tessuti sintetici, bottiglie
Molto alta
Polipropilene (PP)
Contenitori, tappi alimentari
Alta
Polietilene (PE)
Sacchetti, packaging
Alta
Poliammide (PA)
Fibre tessili, reti da pesca
Media
Cellulosa artificiale
Tessuti, carta
63% nei sedimenti del Carso[1]
Le fibre tessili dominano ovunque (78–94% della contaminazione), coerenti con il 60% della produzione tessile mondiale di tipo sintetico. I lavaggi in lavatrice rilasciano centinaia di migliaia di microfibre per ciclo; studi citati nella letteratura stimano che il 5–40% delle microfibre oceaniche provenga dal lavaggio domestico.[1]
8. Inquinamento da Microplastiche: Scala Globale e Italiana
La presenza di microplastiche nei sistemi carsici non è un fenomeno locale italiano. Studi internazionali documentano:
Slovenia (Postojna–Planina Cave System): fino a 444 MP/m³ nelle acque; il sistema Škocjan–Ka?na mostra fino a 60.000 MP/m³[19]
Bosnia-Erzegovina (sistema ponor Kova?i–izvor Re?ina): microplastiche e microfibre documentate per la prima volta in sedimenti di cinque grotte durante la spedizione scientifica 2022 del Politecnico di Torino[23]
UK: ricerche in corso in sistemi carsici mostrano “presenza significativa lungo tutto il sistema”[24]
Cina: acque sotterranee carsiche con 2,33–81,3 MP/L[9]
In Italia, il progetto PLASTICENTRO (coordinato dall’Autorità di Bacino dell’Appennino Centrale) ha avviato nel 2025 programmi sistematici di monitoraggio delle microplastiche nei corsi d’acqua regionali, con ARPA Lazio, ENEA e università partner.[25]
9. Il Gruppo Biologia Sotterranea Piemonte: Ciclo di Incontri 2025–2026
Il Gruppo di Ricerca Biologia Sotterranea Piemonte organizza una serie di seminari online aperti a tutti gli interessati, dedicati alla divulgazione scientifica della biologia sotterranea:[26]
N° Incontro
Data
Tema
Relatore
1°
Gen 2025
Pipistrelli: miti ed ecologia
Denise Trombin
2°
Feb 2025
Chirotteri del Piemonte e Valle d’Aosta
—
3°
Mar 2025
Dal guano ai biominerali
Prof.ssa Cristina Carbone; Dott. Yuri Galliano
4°
Apr 2025
Il Proteo: biologia, curiosità, ricerche
Prof. Raoul Manenti
5°
Gen 2026
Coleotteri sotterranei piemontesi
Pier Mauro Giachino
6°
29 Apr 2026
Microplastiche nei Sistemi Carsici
Dott.ssa Valentina Balestra
7° (annunciato)
12 Mag 2026
Biospeleologia in Piemonte
Enrico Lana
[27][28][29][30][31][26]
Il 6° incontro si distingue per il taglio multidisciplinare, toccando simultaneamente fauna, sedimenti e acque — le tre matrici analizzate nella tesi di dottorato di Balestra.[1]
10. Domande Aperte e Frontiere della Ricerca
Questioni ecologiche irrisolte
Effetti a lungo termine sulla fauna stygobiotica: mancano studi su biomagnificazione, effetti sulla riproduzione e intossicazione cronica per la maggioranza delle specie[1]
Trasferimento trofico: come le MP transitano attraverso la catena alimentare cavernare (detrito ? microrocrostacei ? vertebrati ciechi)[1]
Sinergie con altri contaminanti: la mobilizzazione del BPA adsorbito sulle MP in ambiente sotterraneo è documentata, ma i meccanismi di desorzione in condizioni ipogee rimangono poco chiari[1]
Nanoplastiche: il software MUPL e le tecniche FTIR-ATR non rilevano nanoplastiche (< 100 nm); l’inquinamento reale potrebbe essere sottostimato di 1–2 ordini di grandezza[1]
Limiti geografici
La ricerca sistematica copre prevalentemente il Nord e Nord-Est italiano (karst calcareo-dolomitico). Manca copertura del karst meridionale, dei sistemi in rocce carboniose e degli ambienti influenzati da attività estrattive.[1]
Irreversibilità della contaminazione
Nessuna tecnologia attualmente testata è in grado di rimuovere le microplastiche dagli acquiferi sotterranei. La cosiddetta “irreversibilità della contaminazione idrica sotterranea” documentata da UNESCO (2022) si applica verosimilmente anche alle MP.[1]
11. Implicazioni per la Conservazione e la Gestione
Monitoraggio sistematico
I protocolli standardizzati sviluppati da Balestra e il software MUPL sono strumenti immediatamente applicabili da autorità ambientali regionali e nazionali per:[1][12]
Monitoraggio delle aree di ricarica degli acquiferi in zone protette UE (Direttiva Habitat 92/43/EEC)
Sorveglianza delle sorgenti carsiche destinate all’approvvigionamento potabile
Valutazioni d’impatto nelle grotte turistiche
Gestione delle grotte turistiche
La Grotta di Bossea (18.000 visitatori/anno) mostra il doppio della contaminazione di Toirano pur ricevendo meno visitatori, indicando che le attività sulla superficie circostante (non solo il turismo diretto) sono la fonte primaria. Azioni raccomandate:[1]
Informare i visitatori sul rilascio di microfibre dai capi d’abbigliamento
Migliorare la gestione dei rifiuti nelle aree di accesso
Monitorare le aree di ricarica superficiali[12]
Prevenzione a monte
Incentivi per tessuti biodegradabili non tossici
Filtri per lavatrici domestiche
Restrizioni sulle microperle nei cosmetici (già implementate in diversi paesi)[1]
Tutela normativa
In Italia non esiste una legge specifica per le aree carsiche. La protezione si basa sul Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006), la legge sulle aree protette (L. 394/1991) e i vincoli paesaggistici (D.Lgs. 42/2004). La Società Speleologica Italiana ha sottolineato la necessità di inserire norme specifiche per la gestione carsica nella legislazione nazionale.
12. Principali Pubblicazioni di Riferimento
Balestra V., Bellopede R. (2024) – “Microplastic pollution calls for urgent investigations in stygobiont habitats: A case study from Classical karst” — Journal of Environmental Management, 356:1–13[13]
Balestra V., Bellopede R. (2023–2025) – Studi sulle grotte turistiche italiane (Bossea, Toirano, Borgio Verezzi) — Journal of Environmental Management[15][32]
Bruschi R. et al. (2026) – “Microplastics in Pristine Caves of the Classic Karst (NE Italy)” — Microplastics[17][22]
Balestra V. et al. (2026) – Microplastiche e microfibre negli acquiferi confinati italiani — DIATI, Politecnico di Torino[9]
Sforzi L. et al. (2024) – “Micro-Plastics in Saturated and Unsaturated Groundwater Bodies: First Evidence of Presence in Groundwater Fauna” — Sustainability, 16(6):2532[4]
Valenti? L., Kozel P., Pipan T. (2022) – Microplastic pollution in vulnerable karst environments — Acta Carsologica, 51(1):79–92[19][3]
Glossario Essenziale
Termine
Definizione
Microplastica (MP)
Particella plastica < 5 mm, da frammentazione o produzione diretta
Microfibra (MF)
Fibra di origine sintetica, naturale o rigenerata < 5 mm
Stygobiotica
Fauna invertebrata obbligatoriamente acquatica degli ambienti ipogei
Acquifero carsico
Falda idrica in roccia carbonatica con elevata vulnerabilità all’inquinamento
µFTIR-ATR
Spettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier in microscala — identifica la composizione polimerica
MUPL
Software open-source per conteggio automatico di MP fluorescenti su filtri
Slackwater retention
Deposizione di sedimenti (incluse MP) sulle superfici elevate durante le piene carsiche
Stygobio
Organismo che vive esclusivamente in acque sotterranee
BPA (Bisfenolo A)
Inquinante chimico emergente che si adsorbe sulle microplastiche
Studio approfondito realizzato in preparazione al 6° Incontro Online di Biologia Sotterranea Piemonte del 29 aprile 2026. Fonti principali: ricerche originali di Valentina Balestra (Politecnico/Università di Torino), studi dell’Università di Trieste, e database di scintilena.com.
AIR Unimi — A case study from Classical karst (Balestra et al. 2024) — https://air.unimi.it/retrieve/d649ed0d-9515-4fcd-8280-45d334b6fe77/Balestra%20et%20al%202024%20microplastics%20karst%20proteus.pdf
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6° Incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, con Valentina Balestra
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 20:30, avrà luogo il sesto incontro online organizzato da Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca: l’appuntamento, come sempre dedicato all’approfondimento scientifico degli ambienti ipogei e delle loro criticità ambientali, tratterà un tema emergente e ancora poco esplorato.
Ospite della serata sarà la dott.ssa Valentina Balestra dell’Unive
6° Incontro online di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, con Valentina Balestra
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 20:30, avrà luogo il sesto incontro online organizzato da Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca: l’appuntamento, come sempre dedicato all’approfondimento scientifico degli ambienti ipogei e delle loro criticità ambientali, tratterà un tema emergente e ancora poco esplorato.
Ospite della serata sarà la dott.ssa Valentina Balestra dell’Università degli Studi di Torino, che guiderà un intervento focalizzato sulla presenza e sull’impatto delle microplastiche nei sistemi carsici.
L’incontro affronterà il problema dell’inquinamento in modo multidisciplinare, analizzando il ruolo delle microplastiche all’interno di ecosistemi sotterranei complessi. In particolare, si parlerà delle interazioni con la fauna cavernicola, della loro accumulazione nei sedimenti e della diffusione nelle acque, evidenziando implicazioni ambientali e prospettive di ricerca futura.
Si approfondirà un fenomeno globale in una prospettiva ancora poco indagata: quella degli ambienti carsici, che negli equilibri idrogeologici e nella biodiversità svolgono un ruolo cruciale .
Il ciclo di incontri di Biologia Sotterranea Piemonte proseguirà con un nuovo appuntamento già fissato: – 2 maggio – Enrico Lana, con un intervento dedicato alla biospeleologia in Piemonte.
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Il 26 aprile 2026, al Chiostro dei Carmelitani, una serata divulgativa porta alla luce il patrimonio idrico rurale del Salento: pozzi scavati a mano, trozze e ingegno contadino come testimonianze di una civiltà dell’acqua da tutelare.
Trozze del Salento: quando l’acqua era il tesoro della terra
Il Salento non ha fiumi. Non ha laghi perenni. Ha la roccia calcarea, il sole, e l’ingegno degli uomini che per secoli hanno dovuto strappare ogni goccia d’acqua al sottosuolo. In ques
Il 26 aprile 2026, al Chiostro dei Carmelitani, una serata divulgativa porta alla luce il patrimonio idrico rurale del Salento: pozzi scavati a mano, trozze e ingegno contadino come testimonianze di una civiltà dell’acqua da tutelare.
Trozze del Salento: quando l’acqua era il tesoro della terra
Il Salento non ha fiumi. Non ha laghi perenni. Ha la roccia calcarea, il sole, e l’ingegno degli uomini che per secoli hanno dovuto strappare ogni goccia d’acqua al sottosuolo. In questo contesto nasce il mondo delle trozze, strutture ipogee di raccolta idrica scavate a mano nel tufo, che rappresentano uno dei capitoli più affascinanti dell’architettura rurale minore del territorio salentino.
La parola trozza deriva dal latino medievale trochlea, a sua volta dal greco ????????, che significa “carrucola”. Non si tratta di un semplice pozzo: la trozza è un pozzo tanto profondo da richiedere obbligatoriamente una carrucola per l’estrazione dell’acqua, con una struttura esterna spesso curata con pregevolissimi esiti estetici. Alcune trozze, come la celebre Trozza di Villa Scrasceta a Nardò, recano ancora iscrizioni latine d’epoca moderna che raccontano la data di inizio dello scavo e il giorno in cui l’acqua fu finalmente raggiunta.
Il GSN incontra la storia: una serata sul patrimonio rurale
Il Gruppo Speleologico Neretino organizza domenica 26 aprile 2026, alle ore 19:30, una serata dedicata alla conoscenza e alla salvaguardia delle opere rurali minori del Salento. L’appuntamento si terrà nella Sala Conferenze del Chiostro dei Carmelitani di Nardò, lo storico spazio ricavato nell’ex Convento carmelitano che dal 1150 ospitò la comunità religiosa. La sala, dotata di 60 posti a sedere, è da anni punto di riferimento culturale della città.
La serata è intitolata Le Trozze: dove l’acqua accarezza la terra, ed è realizzata in collaborazione con l’Associazione Nazionale Carabinieri – Sezione “Salvo D’Acquisto” di Nardò, guidata dal Maresciallo Mario Guagnano. L’evento gode del patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Nardò, nella persona del dott. Francesco Plantera, che porterà i saluti istituzionali.
Relatori e interventi: la voce degli speleologi del Salento
Gli interventi tecnici e divulgativi saranno a cura di Francesco Orlando e Antonio D’Elia, entrambi del Gruppo Speleologico Neretino. Il GSN, fondato nel 1972 come affiliata al Centro Speleologico Meridionale del professor Pietro Parenzan, è attivo da oltre cinquant’anni nel territorio salentino. La sua sede si trova all’interno del Castello Aragonese Acquaviva di Nardò.
Nel corso degli anni il gruppo ha dato il proprio contributo allo studio delle grotte marine del Salento, alla ricerca biospeleologica, all’archeologia rupestre e ora alla documentazione del patrimonio idraulico rurale. La serata si inserisce in una lunga tradizione di incontri divulgativi organizzati dal GSN per avvicinare il pubblico al territorio sotterraneo e ai suoi manufatti.
Pozzi e trozze del Salento: l’ingegno contadino contro la siccità
In un territorio privo di corsi d’acqua superficiali, la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di raccogliere e conservare l’acqua piovana o di raggiungere la falda freatica attraverso scavi a mano. Le trozze rappresentano la risposta più sofisticata a questa sfida: pozzi profondi, talvolta ornati, dotati di carrucola per l’estrazione, che richiedevano mesi di lavoro e grandi risorse economiche.
Accanto alle trozze, il paesaggio rurale salentino conserva altri manufatti idraulici: le pozzelle della Grecìa Salentina, cisterne ipogee scavate nelle depressioni carsiche per raccogliere l’acqua piovana in zone dove la falda superficiale era assente; le cisterne dei masseri e delle ville rurali; e poi la ‘ngegna, il sistema di pompaggio ad energia animale precursore dell’elettropompa moderna. Ognuno di questi manufatti racconta una strategia di adattamento all’ambiente carsico e arido del Salento.
Un recente volume curato da Antonio Costantini e Stefano Margiotta, Salento. I monumenti dell’acqua, ricostruisce le letture storico-geografiche e idrico-geologiche di queste architetture rurali, confermando l’importanza scientifica e culturale di pozzi, pozzelle, neviere e cisternoni disseminati nel territorio.
Conoscere per tutelare: il valore della speleologia civile
L’obiettivo della serata non è puramente storico. La tutela delle opere rurali minori passa prima di tutto dalla loro conoscenza e dalla consapevolezza del loro valore identitario. Il Gruppo Speleologico Neretino, da anni impegnato in attività di esplorazione, documentazione e divulgazione, porta avanti questa missione anche al di fuori delle grotte naturali, estendendo lo sguardo speleologico ai manufatti ipogei di origine antropica.
Le trozze del Salento sono testimonianze concrete di come le comunità rurali abbiano costruito nel tempo un rapporto sostenibile con le risorse idriche del territorio. In un momento in cui il cambiamento climatico mette sotto pressione gli acquiferi carsici pugliesi, riscoprire e valorizzare queste opere assume un significato che va ben oltre l’interesse antiquario.
La serata del 26 aprile al Chiostro dei Carmelitani è aperta al pubblico. L’apertura è affidata al Maresciallo Mario Guagnano, Presidente dell’ANC Sezione di Nardò, con i saluti del dott. Francesco Plantera in rappresentanza dell’Assessorato alla Cultura.
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La Grotta di Rio Martino, a Crissolo, ai piedi del Monviso, prolunga la chiusura invernale fino al 30 aprile 2026 per tutelare oltre 200 pipistrelli ancora in fase di ibernazione. La riapertura al pubblico è prevista per il 1° maggio.
Il sito di svernamento più importante d’Italia per il Barbastello
La Grotta di Rio Martino, posta a 1.530 metri di quota sulle pendici della Rocca Granè, in alta Valle Po, è un sito di rilevanza scientifica e naturalistica riconosciuta a
La Grotta di Rio Martino, a Crissolo, ai piedi del Monviso, prolunga la chiusura invernale fino al 30 aprile 2026 per tutelare oltre 200 pipistrelli ancora in fase di ibernazione. La riapertura al pubblico è prevista per il 1° maggio.
Il sito di svernamento più importante d’Italia per il Barbastello
La Grotta di Rio Martino, posta a 1.530 metri di quota sulle pendici della Rocca Granè, in alta Valle Po, è un sito di rilevanza scientifica e naturalistica riconosciuta a livello europeo. Riserva Naturale e Zona Speciale di Conservazione (ZSC IT1160037), è inserita nella Rete Natura 2000 ed è gestita dal Parco del Monviso. Con uno sviluppo totale di 3.200 metri, ospita numerose sale, pozzi e gallerie scavati nel corso dei millenni dall’azione delle acque sulle rocce carbonatiche.parcomonviso
La grotta è il sito di svernamento più importante d’Italia per il Barbastello (Barbastella barbastellus). Il censimento annuale del febbraio 2025, effettuato da un biologo del Parco e da due esperti chirotterologi, ha rilevato la presenza di almeno 225 esemplari totali, di cui 184 appartenenti proprio al Barbastello. Questo numero ha rappresentato un notevole incremento rispetto all’anno precedente, probabile effetto delle temperature invernali più rigide.parcomonviso+1
Quest’inverno, la presenza all’interno della cavità ha raggiunto e superato i 200 pipistrelli in letargo. Oltre al Barbastello, i rilevamenti degli anni precedenti hanno documentato la presenza di Vespertilio smarginato (Myotis emarginatus), Vespertilio maggiore (Myotis myotis), Miniottero comune (Miniopterus schreibersii), Vespertilio di Blyth (Myotis blythii), Rinolofo minore (Rhinolophus hipposideros) e Vespertilio di Daubenton (Myotis daubentonii). Tutte queste specie sono protette dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE.cuneo24+2
Letargo dei pipistrelli: la fisiologia del torpore invernale
Durante l’ibernazione, i pipistrelli entrano in una fase di torpore profondo in cui il metabolismo si riduce drasticamente. Il cuore, che in fase attiva batte fino a 200 volte al minuto, scende a soli 10 battiti al minuto. La respirazione rallenta fino a un atto respiratorio ogni ora.tutelapipistrelli+1
Questa strategia consente ai chirotteri di sopravvivere per mesi senza alimentarsi, attingendo alle riserve di grasso accumulate in autunno. Per creature che pesano tra i 5 e i 30 grammi, il margine energetico disponibile è ridottissimo: il risparmio metabolico deve essere massimo per garantire la sopravvivenza fino alla primavera.scintilena+1
Il Barbastello è una specie particolarmente resistente alle basse temperature. Può svernare anche vicino all’entrata della grotta, circondato da ghiaccioli o con il pelame imbiancato di nevischio. Nonostante questa resistenza al freddo, è del tutto vulnerabile ai disturbi di origine umana durante il letargo.biodiversita
Il costo fisiologico di un risveglio forzato
Il disturbo umano nelle grotte rappresenta una minaccia concreta per le colonie svernanti. La comunità scientifica internazionale considera questo rischio ormai consolidato. Ogni risveglio forzato comporta un consumo delle riserve lipidiche che può risultare fatale.scintilena
I pipistrelli hanno bisogno di oltre un’ora per riattivarsi completamente dal torpore. Chi frequenta le grotte in inverno spesso non si accorge del disturbo arrecato: l’uscita dal torpore avviene in ritardo rispetto al passaggio degli intrusi. Risvegli ripetuti provocano un esaurimento precoce delle riserve di grasso che può portare alla morte degli animali prima della fine dell’inverno.facebook+1
Luci, rumori, calore corporeo, vibrazioni: qualsiasi perturbazione può innescare questo meccanismo. Secondo i tecnici del Parco del Monviso, la presenza umana potrebbe provocare il risveglio anticipato dei chirotteri, con conseguenze che gli esperti definiscono «potenzialmente fatali».scintilena+1
La proroga della chiusura: una decisione scientifica
La chiusura invernale della Grotta di Rio Martino è normata da una prescrizione del Settore Aree Protette della Regione Piemonte, in vigore dal 2008. Il periodo di chiusura ordinario va dal 1° novembre al 31 marzo. Quest’anno, le condizioni meteorologiche registrate in marzo — precipitazioni nevose, basse temperature e persistenza della neve al suolo — hanno indotto il Parco del Monviso a prorogare la chiusura.scintilena+2
Non è la prima volta che la riapertura subisce uno slittamento. Nel 2019 la grotta rimase chiusa per tutto aprile: alcuni esemplari del genere Myotis erano ancora in letargo, e i tecnici avevano rilevato la presenza del fungo Pseudogymnoascus destructans, agente della sindrome del naso bianco (WNS). Quest’anno la proroga è motivata esclusivamente dalla fase biologica ancora critica delle colonie.nuovagazzettadisaluzzo+1
Il Parco ha comunicato che la riapertura è prevista per il 1° maggio 2026. Come ribadito nelle note ufficiali, la decisione risponde a criteri scientifici e non discrezionali: «Un accesso non controllato potrebbe arrecare disturbo in una fase ancora critica del ciclo biologico» dei chirotteri.nuovagazzettadisaluzzo
Specie protette e indicatori di salute ecosistemica
Il Barbastello (Barbastella barbastellus) è una specie di media taglia, con il manto scuro, il muso nero e le orecchie caratterizzate da una profonda dentellatura sul margine posteriore. È tipico di ambienti boschivi maturi ed è presente in molte regioni d’Italia, pur non essendo una specie comune. La colonia svernante di Rio Martino è la più numerosa conosciuta sul territorio italiano.ambiente.regione.emilia-romagna+2
I pipistrelli sono tra i gruppi faunistici più minacciati a causa delle alterazioni ambientali di origine antropica. La loro presenza in un sito è considerata un indicatore della qualità e dell’equilibrio dell’ecosistema. Sono tutelati sia dalla normativa nazionale che dalla Direttiva 92/43/CEE e dall’Accordo sulla conservazione delle popolazioni di chirotteri europei.parcomonviso
Uno studio pubblicato sull’Italian Journal of Mammalogy nell’aprile 2026 documenta i record altitudinali di 29 specie di pipistrelli in Piemonte e Valle d’Aosta. Il Barbastello risulta avere raggiunto la quota di svernamento più elevata in Italia proprio in una miniera abbandonata a 1.903 metri, mentre la grotta di Rio Martino è citata come sito di ibernazione del Miniottero comune a 1.530 metri. La distribuzione altitudinale crescente di queste specie potrebbe essere correlata ai cambiamenti climatici in corso.scintilena
Turismo e biodiversità: un equilibrio possibile
Il ramo inferiore della grotta, lungo 530 metri e attrezzato con passerelle, è accessibile al pubblico nella stagione aperta, dal 1° maggio al 31 ottobre, con visite guidate. La grotta accoglie ogni anno migliaia di visitatori, rappresentando una delle principali attrattive del Parco del Monviso.
La gestione alternata — apertura turistica nella stagione calda, chiusura rigorosa in quella fredda — è il modello che il Parco del Monviso applica con continuità da anni. Questo approccio dimostra che turismo e tutela della biodiversità non sono necessariamente in contrasto, a condizione che le esigenze biologiche delle specie presenti vengano rispettate con rigore.
Rispettare le date di chiusura è il primo passo concreto per garantire la sopravvivenza di una delle colonie di pipistrelli più rilevanti d’Italia. La riapertura del 1° maggio segna il momento in cui la natura ha completato il proprio ciclo invernale e i chirotteri tornano alla vita attiva, pronti a svolgere il ruolo di predatori notturni di insetti che li rende alleati indispensabili degli ecosistemi forestali e agricoli.
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Uno studio scientifico rivela insospettabili connessioni tra le grotte della Spagna orientale e il Nordafrica, con la scoperta di due nuove specie di crostacei cavernicoli e un genere del tutto nuovo per la scienza
Lo studio pubblicato il 20 aprile 2026 sulla rivista Subterranean Biology descrive una revisione approfondita della famiglia Philosciidae (Crustacea, Isopoda, Oniscidea) nelle grotte della Penisola Iberica orientale e nelle Isole Baleari (Spagna). I risultati includon
Uno studio scientifico rivela insospettabili connessioni tra le grotte della Spagna orientale e il Nordafrica, con la scoperta di due nuove specie di crostacei cavernicoli e un genere del tutto nuovo per la scienza
Lo studio pubblicato il 20 aprile 2026 sulla rivista Subterranean Biology descrive una revisione approfondita della famiglia Philosciidae (Crustacea, Isopoda, Oniscidea) nelle grotte della Penisola Iberica orientale e nelle Isole Baleari (Spagna). I risultati includono la descrizione di un nuovo genere e due nuove specie di isopodi terrestri cavernicoli, oltre a importanti revisioni sinonimiche che semplificano la sistematica del gruppo. L’articolo, firmato da Garcia, Miralles-Núñez e Cruz-Suárez, costituisce un contributo significativo alla biospeleologia della regione mediterranea occidentale.
Nuovi crostacei cavernicoli descritti per la prima volta
Le grotte della Penisola Iberica orientale e delle Isole Baleari custodivano, fino ad oggi, piccoli segreti rimasti nell’ombra. Uno studio pubblicato il 20 aprile 2026 sulla rivista scientifica Subterranean Biology ha portato alla luce un nuovo genere e due nuove specie di crostacei isopodi terrestri cavernicoli, appartenenti alla famiglia Philosciidae (Crustacea, Isopoda, Oniscidea).subtbiol.pensoft
I ricercatori Garcia, Miralles-Núñez e Cruz-Suárez hanno condotto una revisione sistematica della fauna di questo gruppo nelle grotte delle comunità autonome di Catalogna, Comunitat Valenciana, Murcia e delle Isole Baleari. Il risultato è una delle descrizioni tassonomiche più complete prodotte negli ultimi anni per la biospeleologia spagnola.subtbiol.pensoft
Iberoscia zaragozai: il nuovo genere che cambia la mappa della vita sotterranea iberica
Il taxon più rilevante dell’intero studio è Iberoscia zaragozai Garcia, Miralles-Núñez & Cruz-Suárez, 2026, specie tipo di un genere del tutto nuovo per la scienza: Iberoscia gen. nov.. Il nome del genere richiama le popolazioni antiche della Penisola Iberica, mentre l’epiteto specifico è un omaggio allo speleobiologo Enrique Zaragoza.zenodo
Iberoscia presenta una combinazione di caratteri morfologici unica tra i Philosciidae europei. Le prime antenne portano aesthetasci a forma di “maracas”; il pleone è nettamente più stretto del pereon; i pleopodi sono privi di strutture polmonari; la papilla genitale è biforcuta distalmente. Questi caratteri la distinguono da ogni altro genere europeo della famiglia.zenodo
La specie era in realtà “nascosta” nella letteratura scientifica da oltre trent’anni. Un esemplare era stato informalmente segnalato nel 1990 in una tesi di dottorato non pubblicata con il nome Anaphiloscia iberica, mai validato formalmente — un cosiddetto nomen nudum, privo di valore nomenclaturale.zenodo
La distribuzione di Iberoscia zaragozai copre tre comunità autonome: Catalogna, Comunitat Valenciana e Murcia, seguendo la fascia carsica costiera della Spagna orientale.facebook+1
Una scoperta dall’isola di Ibiza: Paractenoscia sendrai e il legame con il Marocco
La seconda novità è Paractenoscia sendrai Garcia, Miralles-Núñez & Cruz-Suárez, 2026, sp. nov., raccolta nella Cova de Sa Caperulla di Portinatx, nell’isola di Ibiza (Isole Baleari).zenodo
Questa nuova specie appartiene al genere Paractenoscia Taiti & Rossano, 2015, finora noto nel mondo con un’unica specie proveniente dalle grotte del Rif nordorientale del Marocco. La scoperta di P. sendrai a Ibiza segna il primo record del genere in Spagna e nell’intera area ibero-balearica.zenodo+2
Gli esemplari raggiungono una lunghezza massima di 6 mm. Non mostrano pigmentazione — un carattere tipico degli animali adattatisi all’ambiente cavernicolo nel corso di lunghi processi evolutivi.zenodo
Il dato biogeografico è di grande rilievo. La presenza del genere Paractenoscia sia in Marocco che a Ibiza suggerisce connessioni faunistiche risalenti a epoche pre-quaternarie, quando i livelli del mare erano più bassi e i corridoi di colonizzazione tra Nordafrica e le isole del Mediterraneo occidentale erano più accessibili.onlinelibrary.wiley+1
Lo studio segnala anche un ulteriore taxon non ancora descritto, indicato come Paractenoscia sp. A, basato su femmine raccolte nella Cueva de los Murciélagos di Vilamarxant (Valencia). Il materiale disponibile — solo femmine — non ha consentito agli autori di formalizzare la descrizione, in attesa di esemplari più completi.zenodo
Revisioni sistematiche: sinonimie che semplificano la tassonomia del gruppo
Lo studio non si limita alle nuove specie. I tre autori propongono anche due importanti revisioni sinonimiche, che portano a una razionalizzazione della tassonomia della famiglia.
Anaphiloscia sicula Arcangeli, 1934, viene proposta come sinonimo soggettivo junior di Anaphiloscia simoni Racovitza, 1907. Le due entità nominali, descritte a distanza di decenni, corrispondono alla stessa specie. In base al principio di priorità del Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica, il nome valido è il più antico: A. simoni. Lo studio ne offre anche la prima illustrazione completa del maschio, ricavata da esemplari topotipici delle Coves del Drac, a Mallorca. Dalla descrizione originale di Racovitza nel 1907, questa lacuna era rimasta aperta per 119 anni.marinespecies+2
Il genere monotipico Parachaetophiloscia Cruz & Dalens, 1990, viene invece sinonimizzato con Chaetophiloscia Verhoeff, 1908. La diagnosi originale del 1990 si fondava su una lieve differenza nel numero di penicilli mandibolari, che la revisione attuale giudica insufficiente a giustificare un rango generico separato. La specie Parachaetophiloscia levantina diventa così Chaetophiloscia levantina comb. nov., e il genere Parachaetophiloscia viene eliminato dal catalogo valido.zenodo+1
Gli isopodi cavernicoli: sentinelle fragili delle grotte mediterranee
Gli isopodi terrestri cavernicoli (troglobionti) sono tra i principali indicatori della qualità ambientale degli ecosistemi sotterranei. Si tratta di detritivori che si nutrono di materia organica in decomposizione — foglie, legno, guano di pipistrelli — che penetra nelle cavità attraverso fessure e corsi d’acqua. Occupano la base delle reti trofiche ipogee, svolgendo un ruolo chiave nei cicli biogeochimici delle grotte.public.pensoft+1
Le nuove specie descritte dallo studio presentano i classici caratteri troglobiotici: depigmentazione, riduzione degli organi visivi, sviluppo di organi sensoriali alternativi. Questi adattamenti si sviluppano nel corso di generazioni in ambienti dove la luce è assente, la temperatura è costante e le risorse alimentari sono scarse.scintilena
Le popolazioni di questi organismi sono spesso piccole, con areali limitati a una o poche cavità, e mostrano bassa capacità di dispersione. Le principali minacce identificate in contesti simili includono lo sviluppo urbanistico nelle aree di ricarica delle falde, l’agricoltura intensiva, l’estrazione di calcare, l’inquinamento dei corsi d’acqua sotterranei e il disturbo legato alla frequentazione non regolamentata delle grotte.pmc.ncbi.nlm.nih+1
Il caso di Paractenoscia sendrai, confinata alle grotte di Ibiza, e di Iberoscia zaragozai, distribuita in tre regioni spagnole, pone la questione delle misure di tutela necessarie. Lo studio evidenzia anche che la conoscenza della fauna cavernicola iberica è ancora incompleta: la presenza di almeno un ulteriore taxon non descritto a Valencia conferma che molto resta da esplorare.mdpi+1
La pubblicazione
Lo studio è stato pubblicato il 20 aprile 2026 sulla rivista Subterranean Biology (Pensoft Publishers), rivista scientifica peer-reviewed dedicata alla biologia degli ambienti sotterranei. Il materiale tipo è conservato presso il Museu de Ciències Naturals de Barcelona (MBCN) e nella Colección de Lourdes López-García di Mallorca.subtbiol.pensoft+2
Principali novità tassonomiche
Nuovo genere: Iberoscia gen. nov. Il genere è diagnosticato da una combinazione unica di caratteri morfologici — tra cui aesthetasci a forma di “maracas”, penicillo nodulare sull’endite del massillipede, papilla genitale biforcuta e pleopodi privi di polmoni — che lo distinguono da tutti gli altri generi europei di Philosciidae. La specie tipo, Iberoscia zaragozai sp. nov., copre grotte di Catalogna, Comunitat Valenciana e Murcia; era stata segnalata informalmente già nel 1990 come “Anaphiloscia iberica” in una tesi non pubblicata, restando un nomen nudum per oltre 35 anni.
Nuova specie insulare: Paractenoscia sendrai sp. nov. Il genere Paractenoscia era noto finora solo dal Marocco (una specie, descritta nel 2015); questo nuovo taxon da Ibiza — raccolto nella Cova de Sa Caperulla nel 2007 — rappresenta il primo record del genere in Spagna e nell’area ibero-balearica. Gli esemplari (max. 6 mm) sono depigmentati, tratto tipico degli adattamenti cavernicoli. La scoperta suggerisce connessioni biogeografiche pre-quaternarie tra Nordafrica e Baleari.
Sinonimie proposte
Anaphiloscia sicula Arcangeli, 1934 ? sinonimo junior di A. simoni Racovitza, 1907; quest’ultimo viene illustrato per la prima volta nel maschio, basandosi su esemplari topotipici dalle Coves del Drac (Mallorca).
Parachaetophiloscia Cruz & Dalens, 1990 ? sinonimo di Chaetophiloscia Verhoeff, 1908; la differenza nel numero di penicilli mandibolari non giustifica rango generico separato.
Perché è importante
I Philosciidae cavernicoli sono detritivori basali nelle reti trofiche ipogee, sentinelle della qualità ambientale delle grotte e potenziali specie ombrello per la conservazione. La Spagna orientale e le Baleari si confermano come hotspot di biodiversità sotterranea, con ancora molto da scoprire — inclusa almeno un’ulteriore specie non descritta del genere Paractenoscia dalle grotte di Valencia.
Filoscidi Cavernicoli della Penisola Iberica Orientale e delle Isole Baleari: Studio Tassonomico 2026
Sintesi esecutiva
Lo studio pubblicato il 20 aprile 2026 sulla rivista Subterranean Biology descrive una revisione approfondita della famiglia Philosciidae (Crustacea, Isopoda, Oniscidea) nelle grotte della Penisola Iberica orientale e nelle Isole Baleari (Spagna). I risultati includono la descrizione di un nuovo genere e due nuove specie di isopodi terrestri cavernicoli, oltre a importanti revisioni sinonimiche che semplificano la sistematica del gruppo. L’articolo, firmato da Garcia, Miralles-Núñez e Cruz-Suárez, costituisce un contributo significativo alla biospeleologia della regione mediterranea occidentale.[1][2]
Inquadramento sistematico: Philosciidae e Oniscidea
Gli isopodi terrestri (Oniscidea) rappresentano il gruppo di crostacei maggiormente diversificato nell’ambiente cavernicolo. Sono gli unici crostacei genuinamente terrestrializzati in senso evolutivo e ricoprono un ruolo ecologico fondamentale nei cicli biogeochimici, partecipando alla decomposizione della materia organica nel suolo e nelle grotte. Negli ecosistemi sotterranei fungono da organismi “sentinella”: essendo detritivori alla base delle reti alimentari cavernicole, la loro presenza segnala stabilità ambientale e scarso disturbo.[3][4]
La famiglia Philosciidae Kinahan, 1857, comprende numerosi generi distribuiti prevalentemente nelle regioni mediterranee e tropicali. Nell’area ibero-balearica alcuni generi — Anaphiloscia, Ctenoscia, Chaetophiloscia e pochi altri — erano già noti, ma la fauna cavernicola di questo gruppo era rimasta largamente sottoesplorata e tassonomicamente frammentata.[1][5]
Il nuovo genere: Iberoscia gen. nov.
Diagnosi e caratteri diagnostici
Iberoscia Garcia, Miralles-Núñez & Cruz-Suárez, 2026, gen. nov. è il contributo tassonomico più rilevante dello studio. Il nome deriva dal greco antico Iber (????), riferimento agli abitanti della Penisola Iberica, combinato con il suffisso -oscia derivato da Philoscia, il genere tipo della famiglia.[2]
La diagnosi del genere si basa su una combinazione unica di caratteri morfologici tra i Philosciidae europei:[2]
Cefalon con linea frontale e soprantennale ben definite
Prima antenna con aesthetasci a forma di “maracas” (maraca-like)
Pori ghiandolari assenti sui tergiti
Una sola fila di noduli laterales per lato
Scale-setae formate da una seta capillare coperta da una squama a forma di coppa
Pleon nettamente più stretto del pereon, con epimeri adpressi
Mandibole con penicilli molari completamente dicotomizzati
Massillula con denti pettinati
Endite del massillipede con penicillo a forma di nocchio (knob-like)
Dactyli dei pereiopodi con seta unguale ingrandita
Papilla genitale biforcuta distalmente
Pleopodi privi di polmoni
Uropodi con endopodite ed esopodite inseriti quasi allo stesso livello[2]
Questi caratteri distinguono chiaramente Iberoscia da tutti gli altri generi europei di Philosciidae, in particolare da Anaphiloscia, Ctenoscia e Paractenoscia per struttura cefalica, presenza del penicillo sull’endite del massillipede, posizione dei noduli laterales e morfologia dei dattili dei pereiopodi.[2]
Specie tipo: Iberoscia zaragozai sp. nov.
Terrestrial isopods Iberoscia zaragozai Garcia, Miralles-Núñez & Cruz-Suárez, 2026, è la specie tipo del nuovo genere, designata per monotipia. Lo studio rivela che questa specie era in realtà già conosciuta ma mal attribuita: il materiale era stato informalmente assegnato a “Anaphiloscia iberica” in una tesi di dottorato del 1990 (Cruz 1990, non pubblicata) e citato successivamente nel database Iberfauna (2008) come nomen nudum, ovvero un nome senza validità nomenclaturale.[2][6]
Distribuzione geografica: La specie è nota da grotte di tre comunità autonome spagnole — Catalogna, Comunitat Valenciana e Murcia — rendendo Iberoscia zaragozai un elemento faunistico caratteristico della fascia costiera orientale della Penisola Iberica.[1][7]
La nuova specie insulare: Paractenoscia sendrai sp. nov.
Il genere Paractenoscia e la sua storia
Il genere Paractenoscia Taiti & Rossano, 2015, era stato descritto originariamente sulla base di una sola specie, Paractenoscia cavernicola, raccolta nelle grotte del bacino dell’Oued Laou nel Rif nordorientale del Marocco. La diagnosi del genere include: cefalon con linea soprantennale ma priva di linea frontale; prime antenne con aesthetasci fusiformi; assenza di pori ghiandolari sui tergiti; una fila di piccoli noduli laterales per lato; pleon nettamente più stretto del pereon; plelotelson semicircolare; mandibole con penicilli molari completamente dicotomizzati e con squame; pleopodi privi di polmoni; uropodi con endopodite ed esopodite inseriti quasi allo stesso livello.[8][9]
Descrizione di Paractenoscia sendrai
Paractenoscia sendrai Garcia, Miralles-Núñez & Cruz-Suárez, 2026, sp. nov. rappresenta il primo record del genere Paractenoscia per la Spagna e per l’intera regione ibero-balearica. L’olotipo è una femmina raccolta il 25 febbraio 2007 da Alberto Sendra nella Cova de Sa Caperulla (Portinatx, Eivissa/Ibiza), conservata nel MBCN con numero di catalogo 31453.[1][10]
Dati morfometrici: La lunghezza massima osservata è 5,8 mm nel maschio e 6 mm nella femmina. I campioni conservati non mostrano tracce di pigmentazione — un classico carattere troglomorfico indicativo dell’adattamento all’ambiente cavernicolo.[10]
Questa scoperta sull’isola di Ibiza risulta di notevole interesse biogeografico: testimonia l’esistenza di connessioni faunistiche tra le Isole Baleari e il Nordafrica (Marocco), coerentemente con la storia geologica e le dinamiche di colonizzazione delle isole mediterranee occidentali.[11][1]
Materiale addizionale indeterminato
Lo studio segnala anche la presenza di un ulteriore taxon del genere Paractenoscia, provvisoriamente indicato come Paractenoscia sp. A, basato su due femmine raccolte nella Cueva de los Murciélagos di Vilamarxant (Valencia) nel 2006. Questo materiale appartiene chiaramente al genere ma non corrisponde a nessuna delle specie note; differisce da P. cavernicola per la morfologia degli apparati boccali, il numero e la forma degli aesthetasci antennulari, le proporzioni degli articoli del flagello antennale e il tipo di setae. Differisce inoltre da P. sendrai per il tipo di scale-setae, la posizione dei noduli laterales e la struttura dei dattili. Poiché sono disponibili solo esemplari femminili, gli autori hanno preferito non formalizzare la descrizione in attesa di materiale aggiuntivo.[12]
Revisione di Anaphiloscia simoni e sinonimia di A. sicula
Il maschio descritto per la prima volta
Anaphiloscia simoni Racovitza, 1907, è una specie di Philosciidae originariamente descritta da Mallorca (Isole Baleari). Fino ad ora, il maschio di questa specie era rimasto completamente sconosciuto: la descrizione originale di Racovitza si basava su un unico esemplare femmina di 3,5 mm raccolto in una cavità di Mallorca. Lo studio presenta per la prima volta l’illustrazione completa del maschio di A. simoni basata su esemplari topotipici, incluso un maschio di 4,4 mm raccolto nella stessa località tipo (Coves del Drac, Mallorca). Sono stati esaminati campioni topotipici e near-topotipici da Mallorca, dagli isolotti limitrofi (Isola di Dragonera e Isola di Cabrera) e da Minorca.[13]
Sinonimia con A. sicula Arcangeli, 1934
La comparazione morfologica ha condotto a proporre Anaphiloscia sicula Arcangeli, 1934, come sinonimo soggettivo junior di A. simoni Racovitza, 1907. Questo significa che le due entità nominali, descritte in tempi diversi, si riferiscono alla stessa specie biologica; in conformità con il principio di priorità del Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica, il nome valido rimane il più antico, ovvero Anaphiloscia simoni.[1][14]
Sinonimia di Parachaetophiloscia con Chaetophiloscia
Il genere monotipico Parachaetophiloscia
Parachaetophiloscia Cruz & Dalens, 1990, era un genere monotipico (cioè comprendente una sola specie, P. levantina) descritto sulla base di materiale proveniente dalla Spagna levantina. La diagnosi originale di Cruz e Dalens distingueva Parachaetophiloscia da Chaetophiloscia Verhoeff, 1908, unicamente in base a due caratteri: un numero minore di penicilli sulla mandibola destra e la forma del plelotelson.[15][16][17]
Revisione e sinonimia
Dopo aver esaminato la serie tipo di Parachaetophiloscia levantina, gli autori dello studio 2026 concludono che le differenze morfologiche addotte da Cruz e Dalens nel 1990 non sono sufficienti a giustificare il rango generico. Nella mandibola destra di Parachaetophiloscia si conta 1 penicillo (contro 1+1 di Chaetophiloscia) e nella mandibola sinistra 2+1 penicilli (contro 2+1 di Chaetophiloscia) — una variazione di grado, non di struttura. Il genere Parachaetophiloscia Cruz & Dalens, 1990, è pertanto proposto come sinonimo soggettivo junior di Chaetophiloscia Verhoeff, 1908, e la specie viene trasferita come Chaetophiloscia levantina (Cruz & Dalens, 1990) comb. nov..[15][16]
Contesto ecologico: gli isopodi cavernicoli
Troglobiosi e troglomorfismi
Terrestrial Cave Isopod Gli isopodi cavernicoli (troglobionti) mostrano un insieme di adattamenti morfologici — noti collettivamente come troglomorfismi — che includono depigmentazione del corpo, riduzione o perdita degli occhi, allungamento degli arti e delle antenne, e sviluppo di organi sensoriali alternativi. Queste caratteristiche, già evidenti negli esemplari di Paractenoscia sendrai (privi di pigmentazione nella forma conservata), derivano da pressioni selettive specifiche dell’ambiente sotterraneo: assenza di luce, temperatura costante, scarsità di risorse alimentari.[10][18][19]
Ruolo ecologico nelle reti alimentari ipogee
I Philosciidae cavernicoli, come la maggior parte degli isopodi terrestri, sono detritivori: si nutrono di materia organica in decomposizione (foglie, legno marcescente, guano di pipistrelli) che penetra nelle grotte attraverso fessure, radici e corsi d’acqua. Questa funzione li colloca alla base delle reti trofiche cavernicole, rendendoli una risorsa alimentare essenziale per predatori come pseudoscorpioni, ragni, coleotteri e anfibi cavernicoli. La Penisola Iberica ospita una delle faunule cavernicole di isopodi terrestri più diversificate d’Europa, con le regioni carsiche come hotspot di biodiversità.[3][20][4]
Biogeografia insulare e connessioni Africa-Europa
La scoperta di Paractenoscia sendrai a Ibiza rispecchia uno schema biogeografico noto per diversi taxa di invertebrati: le Isole Baleari, nonostante il loro isolamento attuale, condividono elementi faunistici con il Nordafrica attraverso dispersione preistorica o relitti di range più ampi che collegavano la penisola iberica al Maghreb prima delle ultime espansioni marine. La presenza del genere Paractenoscia — precedentemente noto solo dal Marocco — nelle grotte di Ibiza rappresenta quindi un caso di biogeografia disgiunta di grande interesse, che suggerisce una distribuzione originariamente più ampia in epoca pre-quaternaria.[1][11]
Quadro sinottico delle novità tassonomiche
Entità
Tipo di novità
Distribuzione
Note
Iberoscia gen. nov.
Nuovo genere
Catalogna, Valencia, Murcia (Spagna)
Monogenerico, specie tipo I. zaragozai
Iberoscia zaragozai sp. nov.
Nuova specie
Catalogna, Comunitat Valenciana, Murcia
Precedentemente nomen nudum (Anaphiloscia iberica in tesi Cruz 1990)
Paractenoscia sendrai sp. nov.
Nuova specie
Ibiza, Isole Baleari (Spagna)
Primo record del genere in Spagna; holotype MBCN 31453
Paractenoscia sp. A
Taxon non ancora descritto
Valencia (Spagna)
Solo femmine; descrizione in attesa
Anaphiloscia sicula Arcangeli, 1934
Sinonimo junior
—
Sinonimizzata con A. simoni Racovitza, 1907
Parachaetophiloscia Cruz & Dalens, 1990
Genere sinonimizzato
—
Nuovo sinonimo di Chaetophiloscia Verhoeff, 1908
Chaetophiloscia levantina comb. nov.
Nuova combinazione
Spagna levantina
Trasferita da Parachaetophiloscia a Chaetophiloscia
[1][10][2][6][15][16]
Metodologia dello studio
La ricerca si basa su campionamenti in grotte dell’area ibero-balearica condotti in periodi differenti (il materiale tipo di Paractenoscia sendrai risale al 25 febbraio 2007). I campioni sono conservati nelle collezioni del MBCN (Museu de Ciències Naturals de Barcelona) e del CLLG (Colección de Lourdes López-García, Mallorca). La metodologia tassonomica segue i canoni della tassonomia morfologica classica: dissezione degli esemplari, microscopia, illustrazione dettagliata di tutti i caratteri diagnostici (habitus dorsale, appendici boccali, pereiopodi, pleopodi, uropodi), confronto con il materiale tipo e la letteratura.[1][10][2][13]
La rivista Subterranean Biology è una pubblicazione scientifica peer-reviewed di Pensoft Publishers dedicata alla biologia degli ambienti sotterranei, che pubblica trattamenti tassonomici completi con piena illustrazione e documentazione del materiale esaminato.[1]
Implicazioni per la conservazione
Gli isopodi cavernicoli costituiscono, secondo molteplici studi europei, uno degli indicatori più affidabili della qualità ambientale delle grotte. Le specie troglobiotiche presentano popolazioni generalmente piccole, areali ridottissimi (spesso limitati a una sola cavità), bassi tassi di riproduzione e elevatissima sensibilità alle perturbazioni esterne. Le principali minacce identificate in contesti simili (Portogallo e Spagna) includono lo sviluppo urbanistico nelle aree di captazione, l’agricoltura intensiva e il percolamento di pesticidi nel sottosuolo, l’estrazione di calcare, l’inquinamento dei corsi d’acqua sotterranei e il disturbo legato al turismo e alla frequentazione speleologica non regolamentata.[3][4]
Iberoscia zaragozai, con una distribuzione che copre tre comunità autonome, e Paractenoscia sendrai, confinata alle grotte di Ibiza, richiedono valutazioni di rischio secondo i criteri IUCN per definire lo status di conservazione e attivare eventuali misure di tutela. La presenza di un taxon non ancora descritto (Paractenoscia sp. A) nelle grotte della Comunitat Valenciana sottolinea ulteriormente quanto la fauna cavernicola iberica rimanga ancora parzialmente sconosciuta e potenzialmente vulnerabile.
Conclusioni
Lo studio di Garcia, Miralles-Núñez e Cruz-Suárez (2026) apporta contributi sostanziali alla conoscenza della biodiversità cavernicola ibero-balearica. Sul piano tassonomico, la descrizione di Iberoscia gen. nov. — con la sua combinazione unica di caratteri morfologici — arricchisce la diversità generica dei Philosciidae europei, mentre Paractenoscia sendrai estende la distribuzione conosciuta del genere dal Marocco alle Isole Baleari. Le sinonimie proposte (A. sicula con A. simoni, e Parachaetophiloscia con Chaetophiloscia) semplificano la tassonomia del gruppo e rispecchiano una revisione critica della letteratura morfologica accumulata nel corso di oltre un secolo. La prima illustrazione completa del maschio di Anaphiloscia simoni colma infine una lacuna conoscitiva che persisteva dalla descrizione originale del 1907.[1][10][2][15][13][16]
Nell’insieme, questo lavoro conferma come le grotte della Penisola Iberica orientale e delle Isole Baleari continuino a rivelare faunule endemiche di grande interesse scientifico, a testimonianza dell’urgenza di proseguire i programmi di inventario biospeleologico e di sviluppare adeguate strategie di conservazione per questi ecosistemi fragili e spesso ignorati.[20][4]
Garcia, Miralles-Núñez & Cruz-Suárez (2026) — Subterranean Philosciidae from Spain with the description of a new genus and two new species (Crustacea, Isopoda, Oniscidea) — Subterranean Biology, Pensoft Publishers: https://subtbiol.pensoft.net/article/180999/
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I territori carsici italiani sono tra i più fragili e strategici del Paese. Forniscono il 40% dell’acqua potabile nazionale e ospitano oltre 3.600 specie animali sotterranee. Ma la loro struttura geologica li espone a rischi di contaminazione difficilmente reversibili.
Cos’è il Carsismo e Come si Riconosce
Il carsismo è il risultato di un processo chimico lento e continuo. L’acqua piovana, arricchita di anidride carbonica, scioglie le rocce carbonatiche — calcari e dolomi
I territori carsici italiani sono tra i più fragili e strategici del Paese. Forniscono il 40% dell’acqua potabile nazionale e ospitano oltre 3.600 specie animali sotterranee. Ma la loro struttura geologica li espone a rischi di contaminazione difficilmente reversibili.
Cos’è il Carsismo e Come si Riconosce
Il carsismo è il risultato di un processo chimico lento e continuo. L’acqua piovana, arricchita di anidride carbonica, scioglie le rocce carbonatiche — calcari e dolomie — formando cavità, grotte, condotti sotterranei e morfologie superficiali tipiche.
Chi vive in un territorio carsico può riconoscerlo da alcuni segni precisi: la presenza di grotte naturali, doline (depressioni circolari nel terreno), inghiottitoi dove i corsi d’acqua scompaiono nel suolo, sorgenti abbondanti e irregolari, e uno sviluppo scarso del reticolo idrografico superficiale .
Per una verifica più accurata è possibile consultare le carte geologiche regionali, i catasti speleologici e rivolgersi ai gruppi speleologici locali, che rappresentano un riferimento essenziale per la conoscenza del territorio .
La Struttura Idrogeologica che Crea Vulnerabilità
Il punto critico del carsismo è la sua struttura interna. Le rocce fessurate e le cavità sotterranee permettono all’acqua di infiltrarsi e muoversi nel sottosuolo a velocità elevata, senza attraversare strati filtranti efficaci.scintilena+1
Questo comporta una conseguenza diretta: gli acquiferi carsici hanno una capacità autodepurante molto bassa. Sostanze inquinanti introdotte in superficie — pesticidi, metalli pesanti, idrocarburi — possono raggiungere le falde sotterranee nel giro di poche ore o giorni .scintilena
In un acquifero tradizionale, il suolo e i sedimenti trattengono e degradano parte dei contaminanti. Nei sistemi carsici questo filtro è quasi assente. È una vulnerabilità strutturale, non eliminabile con interventi di bonifica ordinari.scintilena
Le Sostanze Chimiche più Pericolose per le Grotte
Non tutti gli inquinanti hanno lo stesso impatto sugli ambienti sotterranei carsici. I pesticidi e i fertilizzanti agricoli sono tra le minacce più diffuse, per via della loro elevata solubilità e del loro uso capillare nelle aree rurali che spesso coincidono con i bacini carsici .
I metalli pesanti — piombo, mercurio, cadmio, arsenico — derivano da attività industriali e scarichi non controllati. Tendono ad accumularsi nei sedimenti delle grotte e sono tossici anche a concentrazioni molto basse .
Gli idrocarburi e i solventi organici, provenienti da perdite di serbatoi o sversamenti accidentali, una volta entrati nel sistema sotterraneo sono difficilissimi da rimuovere. A questi si aggiunge la categoria crescente dei microinquinanti emergenti: farmaci, detergenti, microplastiche, la cui presenza negli acquiferi carsici è ancora poco monitorata ma in aumento .
Quaranta Percento dell’Acqua Potabile Italiana Dipende dal Carsismo
Le implicazioni di questa vulnerabilità sono concrete e di scala nazionale. Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile italiana, stimato in circa 410 milioni di metri cubi all’anno distribuiti in quasi 240 sorgenti o gruppi di sorgenti con portata superiore ai 200 l/s.scintilena+1
Roma dipende quasi totalmente dalle sorgenti carsiche: l’acquedotto del Peschiera fornisce circa l’85% dell’acqua consumata nella capitale, circa 864 milioni di litri al giorno. Le grandi sorgenti dei massicci carbonatici dell’Irpinia alimentano gli acquedotti di Puglia, Basilicata e Campania, servendo circa 8 milioni di persone.scintilena+1
Contaminare un acquifero carsico significa compromettere la fonte idrica di intere regioni, spesso per periodi molto lunghi e con costi di bonifica elevatissimi.
La Biodiversità Sotterranea: un Patrimonio a Rischio
L’Italia ospita oltre 40.000 grotte naturali e più di 3.600 specie animali catalogate negli ambienti sotterranei. Le grotte con 25 o più specie sotterranee sono considerate hotspot di biodiversità a livello mondiale.scintilena+1
Solo in Puglia sono documentate 109 specie sotterranee, di cui 29 endemiche. Castro (LE) detiene il primato europeo con 40 specie diverse di fauna sotterranea in un territorio limitato. Questi organismi sono adattati a condizioni di estrema stabilità: assenza di luce, scarsità di nutrienti, temperature costanti.scintilena
L’introduzione di sostanze tossiche altera questi equilibri in modo spesso irreversibile. La resilienza degli ecosistemi ipogei è molto bassa. Il recupero, quando possibile, richiede decenni .
Sinkholes e Subsidenza: il Rischio Geologico
Le aree carsiche sono soggette anche a rischi geologici diretti. I sinkholes — sprofondamenti improvvisi del terreno — si formano quando il tetto di una cavità sotterranea collassa. I fenomeni di subsidenza, invece, sono abbassamenti lenti e progressivi del suolo per compattazione dei materiali soprastanti cavità in espansione .scintilena
L’ISPRA ha censito ad aprile 2025 oltre 15.000 casi di sprofondamento naturale nelle aree di pianura e fascia pedemontana italiane. Le aree più esposte sono Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia, Abruzzo, Campania e Toscana. A Roma, circa 4.500 fenomeni di sprofondamento antropogenico sono stati censiti, oltre ottocento a Napoli.indicatoriambientali.isprambiente+1
Il rischio aumenta con il prelievo eccessivo di acqua dal sottosuolo, le precipitazioni intense e la costruzione di infrastrutture che alterano il deflusso naturale .
Il Cambiamento Climatico Cambia anche il Carsismo
Il cambiamento climatico modifica i sistemi carsici in modo diretto. Nelle grotte della Sicilia, la siccità sta causando la fossilizzazione dei depositi calcarei per mancanza d’acqua, con riduzione drastica delle gocce che alimentano stalattiti e stalagmiti. Nelle grotte glaciali alpine la fusione dei ghiacci minaccia specie rare e ancora non descritte dalla scienza.euronews+1
Precipitazioni più intense accelerano il trasporto di contaminanti nelle falde. Siccità prolungate riducono la ricarica degli acquiferi carsici, aggravando le crisi idriche nelle aree che da essi dipendono. L’acidificazione delle acque meteoriche per aumento di CO? atmosferica accelera ulteriormente la dissoluzione delle rocce carbonatiche.scintilena+1
Monitoraggio, Nuove Tecnologie e Ruolo della Speleologia
Il monitoraggio ambientale è oggi considerato un passaggio irrinunciabile per la tutela delle aree carsiche. Gli speleologi svolgono un ruolo diretto nella raccolta di dati da luoghi inaccessibili agli strumenti tradizionali.rivistanatura+1
L’uso della tomografia elettrica 3D permette di fotografare il sottosuolo senza scavi invasivi, identificando preventivamente le zone a rischio sinkhole. Uno studio condotto a Murisengo, in Piemonte, ha mostrato come questa tecnologia consenta di mappare con precisione la migrazione dei sedimenti verso le cavità nel gesso, anticamera del collasso superficiale.scintilena
Un approccio interdisciplinare — che unisce speleologia, idrogeologia, biologia, geofisica — è oggi considerato lo standard per una gestione efficace delle aree carsiche.scintilena
Il Quadro Normativo: dall’Italia all’ONU
In Italia la tutela delle aree carsiche è affidata a un quadro normativo frammentato: il Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006), il Codice dei beni culturali (D.Lgs. 42/2004) e diverse leggi regionali. Il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Puglia e il Veneto hanno normative specifiche, con la Sardegna che ha istituito un Catasto Speleologico Regionale con la L.R. n. 4/2007.sardegnasira
Sul fronte europeo, la Direttiva UE sul Suolo (Soil Monitoring Law 2025/2360), entrata in vigore il 16 dicembre 2025, ha introdotto per la prima volta un quadro normativo comune per la salute dei suoli con l’obiettivo di raggiungere suoli sani in tutta l’Unione entro il 2050. La direttiva include il controllo dell’impermeabilizzazione del suolo, che influenza direttamente i bilanci idrici delle aree carsiche.scintilena
A livello globale, alla settima sessione dell’UNEA-7 (Nairobi, dicembre 2025) è stata discussa una bozza di risoluzione ONU dedicata agli ecosistemi carsici, che ne riconosce il ruolo in termini di acqua, biodiversità e resilienza climatica. L’adozione avrebbe ricadute dirette sulla pianificazione territoriale internazionale. L’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) ha pubblicato in 21 lingue un documento con 76 raccomandazioni per la protezione di grotte e carsismo, ribadendo che le azioni in superficie producono impatti diretti nel sottosuolo.scintilena+1
Vulnerabilità delle Aree Carsiche: Guida Completa per lo Studio e la Tutela
Sintesi Esecutiva
Le aree carsiche rappresentano uno dei sistemi naturali più complessi, fragili e strategicamente rilevanti del pianeta. In Italia, circa il 40% dell’acqua potabile nazionale proviene da acquiferi carsici, con un patrimonio idrico stimato in circa 410 milioni di metri cubi all’anno. Eppure questi stessi ambienti sono caratterizzati da una vulnerabilità strutturale all’inquinamento che li espone a rischi difficilmente reversibili. Comprendere il carsismo — dalla sua geologia all’ecosistema, dai rischi all’inquinamento fino alle normative di tutela — è oggi un imperativo scientifico, civico e politico.
Ecco il report completo sulla vulnerabilità delle aree carsiche! ?
Il documento tratta in profondità tutti i temi chiave dell’argomento, organizzati in 11 sezioni:
Come riconoscere un territorio carsico — segni in superficie, strumenti di verifica
Benefici della tutela — tavola riassuntiva degli impatti positivi
Buone pratiche per chi abita in zone carsiche
Vulnerabilità delle Aree Carsiche: Guida Completa per lo Studio e la Tutela
Sintesi Esecutiva
Le aree carsiche rappresentano uno dei sistemi naturali più complessi, fragili e strategicamente rilevanti del pianeta. In Italia, circa il 40% dell’acqua potabile nazionale proviene da acquiferi carsici, con un patrimonio idrico stimato in circa 410 milioni di metri cubi all’anno. Eppure questi stessi ambienti sono caratterizzati da una vulnerabilità strutturale all’inquinamento che li espone a rischi difficilmente reversibili. Comprendere il carsismo — dalla sua geologia all’ecosistema, dai rischi all’inquinamento fino alle normative di tutela — è oggi un imperativo scientifico, civico e politico.[1][2]
1. Riconoscere un Territorio Carsico
1.1 Caratteristiche geologiche di base
I territori carsici sono formati da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) soggette a dissoluzione da parte dell’acqua arricchita di anidride carbonica. L’azione chimica dell’acqua scioglie lentamente il carbonato di calcio ((\text{CaCO}_3 + \text{H}_2\text{CO}_3 \rightarrow \text{Ca(HCO}_3)_2)), formando cavità, condotti e grotte sotterranee. Quando queste cavità si avvicinano alla superficie e crollano, si originano le doline, depressioni circolari o ellittiche tipiche del paesaggio carsico.
1.2 Segni distintivi in superficie
Chi vive in un territorio carsico può riconoscerlo dai seguenti indicatori:[3]
Grotte naturali, accessibili o segnalate sul territorio
Doline, depressioni circolari causate dal crollo di cavità sotterranee
Inghiottitoi: aperture nel suolo in cui fiumi e torrenti scompaiono nel sottosuolo
Sorgenti abbondanti e irregolari che emergono direttamente dalla roccia
Scarso sviluppo di corsi d’acqua superficiali, con reticolo idrografico poco sviluppato
Superfici rocciose frastagliate e ricche di fessure (carren, lapiez)
1.3 Strumenti per la verifica
Per verificare la presenza di carsismo si possono consultare: le carte geologiche regionali, i catasti speleologici disponibili presso le associazioni locali e nazionali, i siti di enti regionali dedicati alla geologia e i gruppi speleologici locali. La Società Speleologica Italiana e numerosi gruppi locali svolgono attività di ricerca e divulgazione, contribuendo alla mappatura e alla tutela dei territori carsici.
2. Fenomeni Geologici Carsici
2.1 Dissoluzione e formazione delle cavità
Il processo carsico inizia con la dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche. Le cavità sotterranee, se percorribili dall’uomo e superiori ai 5 metri di sviluppo, vengono classificate come grotte; al di sotto di questa soglia si trovano proto-grotte, subcondotti e fessure che conservano comunque un’importante funzione idrologica. All’interno delle grotte si sviluppano concrezioni come stalattiti, stalagmiti e colonne, formate dalla precipitazione di carbonato di calcio trasportato dall’acqua infiltrata.
Le sorgenti carsiche mostrano variazioni di portata anche di diversi ordini di grandezza tra periodi di magra e di piena, comportamento dovuto alla struttura interna degli acquiferi che alternano zone a bassa e alta permeabilità. Nei bacini carsici, l’acqua in eccesso precipitata in superficie viene captata da inghiottitoi e doline e trasferita rapidamente nel sottosuolo, spesso riemergendo a grande distanza come sorgente.[4]
3. Vulnerabilità all’Inquinamento
3.1 Struttura degli acquiferi e rischio contaminazione
Gli acquiferi carsici sono estremamente vulnerabili all’inquinamento perché l’acqua si infiltra rapidamente in profondità senza attraversare spessi strati filtranti e perché i sistemi hanno una bassissima capacità autodepurante. Le sostanze inquinanti possono penetrare facilmente nel sottosuolo e raggiungere le falde acquifere senza subire significativi processi di filtrazione o depurazione naturale. In caso di piogge intense, i contaminanti possono comparire nelle sorgenti carsiche nel giro di poche ore o giorni.[5][4]
3.2 Velocità di trasferimento degli inquinanti
Nei sistemi carsici l’assenza di un filtro naturale efficace trasforma ogni evento di pioggia intensa in un potenziale vettore di inquinamento per le falde acquifere. La presenza di condotti e grotte sotterranee accelera il trasferimento delle acque e con esse degli eventuali contaminanti, con concentrazioni che possono risultare superiori rispetto a quelle presenti nel punto di origine. Anche piccole quantità di sostanze inquinanti possono contaminare grandi volumi d’acqua, con effetti potenzialmente gravi e di lunga durata.[5]
4. Sostanze Chimiche più Pericolose per gli Ambienti Sotterranei
4.1 Pesticidi e fertilizzanti
I pesticidi e i fertilizzanti agricoli rappresentano la principale fonte di contaminazione chimica diffusa per gli ambienti sotterranei carsici. Queste sostanze, facilmente solubili, si infiltrano rapidamente attraverso doline e fratture con la velocità tipica del sistema carsico, alterando la qualità delle acque e mettendo a rischio la sopravvivenza delle specie adattate agli ecosistemi ipogei. L’effetto è aggravato dalla scarsa capacità autodepurante dei sistemi carsici, che non riescono a trattenere o degradare efficacemente questi composti.
4.2 Metalli pesanti
I metalli pesanti come piombo, mercurio, cadmio e arsenico derivano da attività industriali, scarichi non controllati o discariche abusive e tendono ad accumularsi nei sedimenti delle grotte e nelle acque sotterranee. La loro tossicità è elevata anche a basse concentrazioni e gli effetti sono spesso cronici e irreversibili per la fauna cavernicola.
4.3 Idrocarburi e solventi organici
Gli idrocarburi (benzina, gasolio, oli minerali) e i solventi organici penetrano nel sottosuolo a seguito di sversamenti accidentali, perdite da serbatoi o smaltimenti illeciti. Una volta raggiunti gli acquiferi sotterranei, risultano difficili da rimuovere e possono compromettere a lungo termine la qualità dell’acqua e la salute degli ecosistemi ipogei.
4.4 Microinquinanti emergenti
Detergenti, farmaci, microplastiche e altri microinquinanti emergenti rappresentano una minaccia crescente e in rapida espansione per gli ambienti sotterranei, a causa della loro crescente diffusione e della difficoltà di degradazione nei sistemi carsici. Questi composti possono avere effetti subdoli e cumulativi sulla fauna e sulla flora delle grotte.
5. Rischi Ambientali nelle Zone Carsiche
5.1 Impatto sulla biodiversità sotterranea
L’Italia ospita oltre 40.000 grotte naturali che custodiscono una biodiversità speleologica straordinaria, con più di 3.600 specie animali catalogate negli ambienti sotterranei. Le grotte con 25 o più specie sotterranee, acquatiche o terrestri sono considerate hotspot di biodiversità a livello mondiale. Solo nella regione Puglia sono state documentate 109 specie sotterranee di cui 29 endemiche, mentre Castro (LE) detiene il primato europeo con 40 specie diverse di fauna sotterranea in un territorio relativamente limitato.[6][7]
L’inquinamento mette a rischio questi ecosistemi unici: le sostanze chimiche alterano i cicli vitali degli organismi, spesso endemici e adattati a condizioni di estrema stabilità ambientale, con effetti sulla biodiversità spesso irreversibili.[6]
5.2 Compromissione delle risorse idriche potabili
Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile italiana, stimata in circa 410 milioni di metri cubi all’anno, distribuiti in quasi 240 sorgenti o gruppi di sorgenti con portata superiore ai 200 l/s. La città di Roma dipende quasi totalmente dalle sorgenti carsiche: l’acquedotto del Peschiera fornisce circa l’85% dell’acqua consumata nella capitale (circa 10 m³/s, pari a 864 milioni di litri al giorno). Le acque dei grandi massicci carbonatici dell’Irpinia dissetano Puglia, Basilicata e Campania, servendo circa 8 milioni di utenti.[8][2][1]
5.3 Degrado degli habitat ipogei
L’urbanizzazione e l’agricoltura intensiva possono causare degrado e distruzione degli habitat sotterranei, con perdita di equilibrio ecologico e possibile estinzione di specie animali e vegetali che dipendono da questi ambienti. Le grotte fungono anche da archivi climatici e idrici preziosissimi, e il loro degrado comporta la perdita di informazioni scientifiche irreversibili.[9]
6. Sinkholes e Subsidenza: Rischi Geologici
6.1 Meccanismo di formazione dei sinkholes
I sinkholes (doline di sprofondamento) si formano quando il tetto di una cavità sotterranea non è più in grado di sostenere il peso dei materiali sovrastanti e collassa improvvisamente. Il processo chimico alla base è la dissoluzione del calcare: (\text{CaCO}_3 + \text{H}_2\text{CO}_3 \rightarrow \text{Ca(HCO}_3)_2), con il carbonato di calcio che viene trasportato via dalle acque sotterranee. Si distinguono sinkholes naturali (da carsismo) e antropogenici (da cavità create dall’uomo, come cave minerarie).[10][11]
6.2 Dati ISPRA sui sinkholes in Italia
Ad aprile 2025, l’ISPRA ha censito e studiato più di 15.000 casi di sprofondamento naturale in aree di pianura, altopiano o fascia pedemontana. Le aree suscettibili ai sinkholes naturali si concentrano sul medio versante tirrenico, in particolare nel Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia, Abruzzo, Campania e Toscana. Al 2024, circa 4.500 fenomeni di sprofondamento antropogenico sono stati censiti a Roma e oltre ottocento a Napoli.[11][12]
6.3 Subsidenza e fattori aggravanti
La subsidenza è un abbassamento lento e progressivo del terreno causato dalla lenta compattazione dei materiali sovrastanti le cavità o dalla continua dissoluzione delle rocce. Il rischio è aggravato da: aumento delle precipitazioni intense, prelievo eccessivo di acqua dal sottosuolo, e costruzione di infrastrutture che modificano il naturale deflusso delle acque. Un caso emblematico è lo studio condotto a Murisengo (Piemonte) con tomografia elettrica 3D, che ha rivelato come i sinkholes in terreni gessosi si formino per “suffusione”, con sedimenti argillosi che migrano verso condotti nel gesso fino al collasso superficiale.[13]
7. Impatto del Cambiamento Climatico
Il cambiamento climatico sta modificando in modo significativo il comportamento dei sistemi carsici. Nelle grotte carsiche della Sicilia, la siccità sta causando la fossilizzazione delle rocce calcaree per mancanza d’acqua, con riduzione drastica delle gocce che alimentano stalattiti e stalagmiti. Nelle grotte glaciali alpine, la fusione dei ghiacci minaccia ecosistemi con specie rare ed endemiche, alcune ancora non descritte dalla scienza. La ricerca scientifica contemporanea ha evidenziato una crescente correlazione tra cambiamenti climatici e frequenza dei fenomeni carsici, con precipitazioni più intense e siccità prolungate che acuiscono sia il rischio di sinkholes che la vulnerabilità degli acquiferi.[14][15][16]
L’acidificazione delle acque meteoriche per aumento della CO? atmosferica accelera la dissoluzione delle rocce carbonatiche, modificando i tempi e i ritmi del carsismo su scala globale. In parallelo, la riduzione delle precipitazioni in alcune regioni riduce la ricarica degli acquiferi carsici, aggravando le crisi idriche in aree già dipendenti da queste fonti.[17][16]
8. Monitoraggio Ambientale nelle Aree Carsiche
Il monitoraggio ambientale nelle aree carsiche è una pratica indispensabile per comprendere e tutelare questi ambienti complessi e fragili. Gli speleologi svolgono un ruolo cruciale nella raccolta e interpretazione dei dati ambientali, raggiungendo luoghi inaccessibili ai ricercatori tradizionali e raccogliendo dati su clima passato, storia sismica e stato di conservazione degli habitat. Un approccio interdisciplinare è essenziale: il monitoraggio richiede la selezione di indicatori adeguati, l’uso di strumenti specifici (datalogger di temperatura e umidità, analisi isotopiche delle acque, traccianti idrologici) e una gestione accurata delle informazioni raccolte.[9][6]
La Società Speleologica Italiana ETS è impegnata da decenni nel fornire consulenza scientifica a enti pubblici e privati per la conservazione e la valorizzazione sostenibile delle cavità carsiche, anche in funzione turistica. L’uso di tecnologie innovative come la tomografia elettrica 3D permette oggi di “fotografare” il sottosuolo senza scavi invasivi, identificando in anticipo le zone a rischio sinkhole e pianificando interventi preventivi.[13][9]
9. Quadro Normativo per la Tutela delle Aree Carsiche
9.1 Normativa italiana
In Italia non esiste una legge nazionale specifica dedicata esclusivamente alle aree carsiche, ma diversi strumenti normativi concorrono alla loro salvaguardia:
D.Lgs. 152/2006 (Codice dell’Ambiente): disciplina la tutela delle acque sotterranee, la gestione dei rifiuti e la prevenzione dell’inquinamento, con particolare attenzione agli acquiferi vulnerabili
Legge n. 394/1991 sulle aree protette: consente l’istituzione di parchi nazionali, regionali e riserve naturali che includono territori carsici
D.Lgs. 42/2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio): tutela paesaggi di particolare valore, tra cui molte aree carsiche, e impone limiti alle trasformazioni del territorio
Normative regionali: molte Regioni (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Puglia, Sardegna) hanno adottato regolamenti specifici; la L.R. Sardegna n. 4/2007 riconosce l’importanza delle grotte e istituisce il Catasto speleologico regionale[18]
9.2 Direttiva UE sul Suolo (2025)
Il Parlamento Europeo ha approvato la Soil Monitoring Law – Direttiva UE 2025/2360, entrata in vigore il 16 dicembre 2025, primo quadro normativo comune in Europa dedicato alla salute, monitoraggio e gestione sostenibile dei suoli. La direttiva obbliga gli Stati membri a identificare e gestire siti potenzialmente contaminati e include il controllo dell’impermeabilizzazione del suolo, che influenza direttamente i bilanci idrici superficiali e sotterranei delle aree carsiche. L’obiettivo a lungo termine è raggiungere suoli sani in tutta l’Unione entro il 2050.[19]
9.3 Verso una risoluzione ONU sugli ecosistemi carsici
Alla settima sessione dell’United Nations Environment Assembly (UNEA-7) tenutasi a Nairobi nel dicembre 2025, gli Stati membri hanno discusso un progetto di risoluzione dedicato agli ecosistemi carsici, promosso dall’Indonesia nel cluster “Nature – Climate”. La bozza, intitolata “Karst ecosystem for global water, biodiversity, climate resilience, and economic development”, mira a riconoscere il ruolo del carsismo in termini di acqua, biodiversità e resilienza climatica, inserendolo stabilmente tra le priorità politiche globali. L’adozione di una risoluzione renderebbe il tema parte dell’agenda ufficiale delle Nazioni Unite, con potenziali ricadute sulla pianificazione territoriale e sulla gestione delle risorse idriche.[20]
9.4 Raccomandazioni dell’UIS
L’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) ha pubblicato in 21 lingue un documento con 76 raccomandazioni per la protezione di grotte e carsismo, destinato a vari settori tra cui turismo, edilizia e tutela ambientale. Le raccomandazioni sottolineano che nei bacini carsici le azioni eseguite in superficie risultano in impatti diretti o indiretti nel sottosuolo e anche più a valle, e che la salvaguardia dei processi naturali — in particolare del sistema idrologico — è fondamentale. L’iniziativa KARST-AWARE promuove l’integrazione della specificità del carsismo in tutte le fasi di pianificazione, valutazione dell’impatto e gestione delle risorse naturali.[21][20]
10. Benefici della Tutela delle Risorse Carsiche
La protezione delle risorse carsiche produce effetti positivi a cascata su tutto il territorio:[1]
Beneficio
Impatto diretto
Qualità dell’acqua potabile
Riduzione rischio contaminazione per milioni di utenti[2]
Biodiversità sotterranea
Conservazione di oltre 3.600 specie italiane catalogate[7]
Prevenzione rischi geologici
Riduzione sinkholes e subsidenza tramite gestione idrica sostenibile[11]
Resilienza climatica
Mantenimento del ciclo idrico locale e disponibilità in siccità[1]
Valore culturale e turistico
Circa 40 grotte aperte al turismo, risorsa per le economie locali[6]
Ricerca scientifica
Archivi climatici e paleontologici unici e insostituibili[9]
La tutela delle aree carsiche non è solo una questione ambientale: è una questione di sicurezza idrica, pubblica e geologica. Investire nella protezione del carsismo significa garantire benessere, sicurezza e sviluppo sostenibile per le generazioni presenti e future.[20]
11. Applicazione Pratica: Buone Pratiche per Chi Abita in Zone Carsiche
Chi vive in un territorio carsico può contribuire attivamente alla tutela adottando le seguenti pratiche:[21]
Evitare l’uso eccessivo di pesticidi e fertilizzanti nelle attività agricole vicino a doline o inghiottitoi
Non smaltire rifiuti o sostanze chimiche nelle cavità naturali o in prossimità di sorgenti carsiche
Segnalare agli enti competenti la presenza di sversamenti accidentali o discariche abusive
Partecipare alle attività di monitoraggio organizzate dai gruppi speleologici locali
Informarsi sulla pericolosità geologica del proprio terreno (sinkholes, subsidenza) prima di costruire
Sostenere e partecipare a iniziative di educazione ambientale e speleologica
Conclusione
Le aree carsiche italiane ed europee si trovano a un crocevia critico: da un lato rappresentano un patrimonio idrico, biologico e culturale di importanza strategica; dall’altro sono sottoposte a pressioni crescenti derivanti da inquinamento, urbanizzazione e cambiamento climatico. La conoscenza approfondita dei meccanismi del carsismo — dalla geologia all’idrogeologia, dall’ecologia alla normativa — è il primo e irrinunciabile passo per una gestione davvero sostenibile di queste risorse.[20][1]
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Larderello, la Valle del Diavolo e la Prima Centrale Geotermica del Mondo
L’area di Larderello, nella Toscana meridionale, è nota da secoli per la sua intensa attività geotermica. I vapori che fuoriescono dal sottosuolo — i cosiddetti soffioni boraciferi — avevano fatto guadagnare alla zona il nome storico di Valle del Diavolo.power-technology+1
Nel 1904, il Principe Piero Ginori Conti sfruttò per la prima volta quel vapore per generare elettricità. Nel 1913 fu inaugurata la prima centrale geotermica del mondo, che forniva energia alla rete ferroviaria italiana. Oggi gli impianti del distretto di Larderello producono circa 5.000 GWh l’anno, pari a circa il 10% della produzione geotermica mondiale.reuk.co+1
Nonostante questa lunga storia di sfruttamento energetico, nessuna indagine precedente era riuscita a identificare la sorgente profonda di tanto calore su questa scala. Le indagini sismiche tradizionali avevano rilevato corpi intrusivi superficiali, ma non la straordinaria massa di fuso parziale presente a 8–15 km di profondità.linkinghub.elsevier+1
La Tecnica: la Tomografia da Rumore Sismico Ambientale
La scoperta è stata resa possibile dall’applicazione della tomografia da rumore sismico ambientale (Ambient Noise Tomography, ANT). Si tratta di una tecnica che non dipende dai terremoti come sorgente sismica, ma sfrutta le vibrazioni continue della Terra generate da onde oceaniche, vento e attività antropica.ciei.colorado+1
Il principio fisico è semplice: le onde sismiche si propagano attraverso la roccia a velocità dipendenti dalla densità e dallo stato del materiale attraversato. Dove il materiale è parzialmente fuso o contiene fluidi magmatici, le onde sismiche rallentano in modo significativo. Misurando queste anomalie di velocità su una rete di stazioni sismiche, è possibile ricostruire un’immagine tridimensionale della struttura interna della crosta.academic.oup+1
I ricercatori hanno rilevato zone a bassa velocità con anomalie superiori al 20–30% rispetto alla crosta normale, interpretate come accumuli di roccia parzialmente fusa. La tecnica è non invasiva, a basso costo e senza impatto ambientale. Come sottolinea Gilberto Saccorotti dell’INGV: «La tomografia del rumore sismico ambientale, esplorando il sottosuolo rapidamente, a basso costo e senza impatto ambientale, può essere uno strumento chiave per la transizione energetica».ingv
Un Sistema Magmatico Senza Vulcano: Perché era Rimasto Nascosto
Il paradosso della Provincia Magmatica Toscana è l’assenza quasi totale di segnali superficiali tipici dei grandi sistemi magmatici. Nessuna caldera visibile, nessuna eruzione recente di rilievo, nessuna deformazione anomala del suolo.discovermagazine
Le ragioni di questa “invisibilità” sono di natura geologica. Il magma della PMT è altamente silicico, con un contenuto di SiO? superiore al 65%. Questa composizione lo rende molto viscoso e poco incline a risalire verso la superficie. L’ultima attività vulcanica significativa nella regione risale a centinaia di migliaia di anni fa. Il magma ha preferito restare in profondità, raffreddandosi lentamente in forma di grandi intrusioni plutoniche.alexstrekeisen+2
Come afferma il prof. Lupi: «Sapevamo che questa regione è geotermicamente attiva, ma non avremmo immaginato che contenesse un volume di magma così grande, comparabile a quello dei sistemi supervulcanici». La scoperta, sottolinea lo studio, non cambia una valutazione di pericolosità. Cambia un’assunzione: grandi sistemi magmatici possono esistere a questa scala sotto paesaggi che non mostrano quasi nulla in superficie, e possono passare inosservati finché non viene applicato il metodo giusto.ingv+1
Nessun Rischio Vulcanico, ma un Potenziale Energetico Inedito
Lo studio è esplicito su un punto: la scoperta non rappresenta un nuovo rischio vulcanico per la Toscana. Grandi volumi di magma possono persistere nella crosta per periodi geologici estremamente lunghi senza dar luogo a eruzioni. Il magma toscano è in uno stato di stagnazione a lungo termine, e l’espressione dominante del sistema è termica — geotermica — non vulcanica.discovermagazine+1
Le implicazioni pratiche indicate dagli autori riguardano invece la produzione di energia e l’estrazione di materie prime critiche. La conferma di un sistema magmatico di queste dimensioni suggerisce un potenziale geotermico superiore a quanto finora stimato per la regione. Una mappatura più precisa delle sorgenti di calore profonde potrà orientare lo sviluppo di nuovi impianti.scintilena+1
Litio e Terre Rare: le Risorse del Sottosuolo Toscano
Un’implicazione rilevante per la transizione energetica riguarda la presenza di litio e terre rare in prossimità di sistemi magmatici profondi. I graniti della PMT sono noti per il loro alto contenuto di litio: fino a 350 µg/g nelle biotiti e fino a 1.000 µg/g nelle apliti dell’Isola d’Elba. I fluidi geotermici ad alta entalpia di Larderello e Monte Amiata possono contenere fino a 480 mg/L di litio in soluzione.iris.cnr+1
La scoperta di un serbatoio magmatico così esteso apre la prospettiva di estrarre litio direttamente dai fluidi geotermici già in circolazione negli impianti esistenti e di individuare depositi di elementi delle terre rare nelle zone di contatto tra magma e crosta. La formazione di tali depositi critici è strettamente connessa all’attività dei sistemi magmatici profondi della stessa tipologia appena identificata sotto la Toscana.ingv+1
Le Domande Aperte
Diversi aspetti richiedono ulteriori indagini. Il serbatoio sotto Monte Amiata cade ai margini del modello attuale e necessita di una caratterizzazione più dettagliata. La percentuale esatta di magma liquido rispetto al magma mush — il miscuglio di cristalli solidi e fuso parziale che struttura questi serbatoi — è cruciale per i modelli di sfruttamento energetico. La connettività profonda tra i sub-sistemi di Larderello, Travale e Monte Amiata non è ancora completamente risolta.scintilena+2
La tecnica ANT potrebbe inoltre rivelare sistemi analoghi in altre regioni del mondo caratterizzate da estensione crostale o back-arc — come il Mar Tirreno, i Carpazi o il Basin and Range nordamericano. Come conclude lo studio, sotto la crosta terrestre ci sono probabilmente molti altri sistemi di questo tipo, ancora non identificati perché nessuno ha ancora puntato il metodo giusto nella direzione giusta.discovermagazine
Riferimento bibliografico: Lupi M., Stumpp D., Cabrera-Pérez I. et al. — High-enthalpy Larderello geothermal system, Italy, powered by thousands of cubic kilometres of mid-crustal magma — Communications Earth & Environment 7, 269 (2026). DOI: 10.1038/s43247-026-03334-0
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Uno studio scientifico pubblicato sull’Italian Journal of Mammalogy documenta le massime quote raggiunte da 29 specie di chirotteri in Piemonte e Valle d’Aosta. Per quattro specie i dati superano qualsiasi record mondiale finora conosciuto.
Uno studio sistematico sul gradiente altitudinale dei pipistrelli alpini
Un gruppo di ricercatori italiani e austriaci ha pubblicato, nell’aprile 2026, uno studio che raccoglie e analizza i record altitudinali di 29 specie di pipistrelli n
Uno studio scientifico pubblicato sull’Italian Journal of Mammalogy documenta le massime quote raggiunte da 29 specie di chirotteri in Piemonte e Valle d’Aosta. Per quattro specie i dati superano qualsiasi record mondiale finora conosciuto.
Uno studio sistematico sul gradiente altitudinale dei pipistrelli alpini
Un gruppo di ricercatori italiani e austriaci ha pubblicato, nell’aprile 2026, uno studio che raccoglie e analizza i record altitudinali di 29 specie di pipistrelli nel territorio di Piemonte e Valle d’Aosta, un’area che include alcune tra le cime più elevate d’Europa.
Il lavoro, firmato da Alex Bellè, Lucia Bello, Laura Garzoli, Fabrizio Gili, Giorgia Mattioli, Alberto Pastorino, Ibor Sabas, Rocco Tiberti, Paolo Debernardi ed Elena Patriarca, è apparso su Hystrix – Italian Journal of Mammalogy. Il periodo di raccolta dati sul campo copre gli anni 2018–2025. La ricerca ha integrato questi dati con una revisione sistematica della letteratura scientifica e grigia esistente, inclusi bollettini speleologici e banche dati regionali delle grotte.
L’area di studio comprende le Alpi Occidentali, le colline interne piemontesi, parte dell’Alta Pianura Padana e il settore settentrionale dell’Appennino Ligure. Le 29 specie documentate corrispondono al 96,7% delle specie di chirotteri regolarmente presenti nell’Italia continentale.
Nuovi record per 15 specie, quattro potrebbero essere mondiali
I ricercatori hanno identificato nuovi record altitudinali per 15 delle 29 specie censite nell’area. Si tratta di: Tadarida teniotis, Barbastella barbastellus, Eptesicus nilssonii, Eptesicus serotinus, Nyctalus lasiopterus, Nyctalus leisleri, Nyctalus noctula, Vespertilio murinus, Hypsugo savii, Pipistrellus nathusii, Pipistrellus pipistrellus, Pipistrellus pygmaeus, Myotis crypticus, Myotis daubentonii e Myotis mystacinus.
Per le restanti 14 specie, i record sono stati recuperati dalla letteratura scientifica e grigia disponibile.
Quattro specie raggiungono quote che, secondo gli autori, non trovano precedenti in nessun’altra parte del mondo:
Barbastella barbastellus a 2.703 m (Lago Leità, Ceresole Reale, TO; agosto 2024)
Myotis crypticus a 2.484 m (Colle Lauson, Salbertrand, TO; settembre 2022)
Myotis daubentonii a 2.564 m (Alpi Graie; agosto 2024)
Pipistrellus kuhlii a 2.208 m (Saint-Rhémy-En-Bosses, AO)
Il record assoluto in termini di quota appartiene a Tadarida teniotis (Molosso di Cestoni) e a Pipistrellus pipistrellus (Pipistrello nano), rilevati entrambi a 3.046 m sul livello del mare al Colle della Torre, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, nel settembre 2023.
Le tecniche di rilevamento in alta quota
Il monitoraggio si è avvalso principalmente di registratori acustici passivi (modelli SM2BAT+, SM4BAT e AudioMoth), operativi a 384 kHz. Catture con reti a nebbia e harp-trap e ispezioni dirette dei roost sono state utilizzate prevalentemente al di sotto dei 2.000 m di quota, dove la resa è nettamente superiore: 9,0 individui catturati per notte contro soli 2,8 al di sopra di tale soglia.
Ogni registrazione è stata classificata con il software Tadarida e successivamente validata manualmente. Per la distinzione delle specie del genere Plecotus, morfologicamente molto simili, sono stati applicati protocolli di analisi molecolare su campioni di biopsia alare o fecali.
La revisione bibliografica ha seguito il protocollo PRISMA (Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses). Si è rivelata insufficiente da sola — ha individuato solo 18 studi rilevanti — ed è stata integrata con ricerche esperte in fonti non indicizzate.
Prima segnalazione in Valle d’Aosta per la nottola comune e conferma della nottola gigante in Piemonte
Lo studio riporta due dati distributivi di particolare interesse faunistico. La Nottola comune (Nyctalus noctula) viene segnalata per la prima volta in Valle d’Aosta, regione dove la specie era finora assente dai dati ufficiali.
La Nottola gigante (Nyctalus lasiopterus) — la specie di pipistrello europeo più grande — viene confermata in Piemonte, dove aveva un’unica segnalazione precedente. La nuova registrazione, a 2.484 m sulle Alpi Cozie nel settembre 2022, aggiunge un dato di distribuzione altitudinale significativo per questa specie rara in Italia.
Cambiamento climatico e spostamento verso l’alto delle specie
I record altitudinali documentati si inseriscono in un quadro più ampio di risposta dei chirotteri al riscaldamento globale. Studi a lungo termine in Italia centrale su Myotis daubentonii hanno registrato uno spostamento verso l’alto di 175 metri del limite altitudinale delle femmine riproduttive nell’arco di 24 anni (2000–2023).
Le foreste ripariali emergono come corridoi ecologici essenziali per facilitare questa espansione altitudinale. I pipistrelli ripariali usano i corsi d’acqua alpini come vie di risalita, sfruttando le cavità degli alberi come roost diurni e i corsi d’acqua come aree di caccia.
Nelle aree di recente colonizzazione ad alta quota, le femmine di M. daubentonii adottano comportamenti inusuali di turnazione temporale nei siti di foraggiamento: invece di cacciare contemporaneamente, si alternano negli stessi specchi d’acqua, probabilmente per ridurre la competizione in ambienti dove la disponibilità di prede è ancora limitata.
Record nei siti ipogei: grotte e miniere come rifugi di alta quota
Lo studio documenta anche i record altitudinali per siti di svernamento e swarming. I dati più rilevanti riguardano:
Barbastella barbastellus: svernamento a 1.903 m (miniera di Praborna, Saint-Marcel, AO) e swarming a 1.930 m (Rem del Ghiaccio, Garessio, CN)
Rhinolophus ferrumequinum (Ferro di cavallo maggiore): individuo torpido a 1.947 m (Arma delle Mastrelle, Briga Alta, CN)
Rhinolophus hipposideros (Ferro di cavallo minore): ibernazione a 1.760 m (Carsena di Viora, Ormea, CN)
Miniopterus schreibersii: ibernazione a 1.530 m (Grotta di Rio Martino, Crissolo, CN)
Questi dati sottolineano il ruolo degli ambienti ipogei di alta montagna nella conservazione dei chirotteri. Le grotte e le miniere abbandonate a quote elevate rappresentano rifugi termicamente stabili, meno esposti ai disturbi antropici tipici delle quote più basse.
Implicazioni per la conservazione in quota
Lo studio invita a non trascurare la presenza dei pipistrelli nella valutazione dell’impatto delle attività umane in alta quota. Gli impianti eolici in aree montane, l’inquinamento luminoso da strutture alpine (rifugi, impianti sciistici) e il disturbo ai siti di roost ipogei sono tra le principali minacce identificate.
I chirotteri sono considerati ottimi bioindicatori del cambiamento climatico per la loro diversità ecologica e la relativa facilità di monitoraggio acustico. La documentazione sistematica dei record altitudinali fornisce una baseline fondamentale per rilevare e misurare i futuri spostamenti distributivi delle specie nelle Alpi.
Belli A. et al. (2025). Are bats tracking climate change? Long-term monitoring reveals phenology shifts and population trends of forest bats. CNR-IRIS. https://iris.cnr.it/handle/20.500.14243/538506
Record Altitudinali dei Pipistrelli nell’Italia Nord-Occidentale
Studio approfondito basato su: Bellè et al. (2026), “Elevational records of bats in Northwestern Italy”, Hystrix – Italian Journal of Mammalogy, DOI: 10.4404/hystrix-00858-2026
Sintesi Esecutiva
Lo studio, pubblicato nel 2026 sull’Italian Journal of Mammalogy (Hystrix), documenta le massime elevazioni raggiunte da 29 specie di pipistrelli in Piemonte e Valle d’Aosta (Italia nord-occidentale), area che include alcune delle cime più alte d’Europa. I dati di campo coprono il periodo 2018–2025 e identificano nuovi record altitudinali per 15 specie; per quattro di esse (Barbastella barbastellus, Myotis crypticus, Myotis daubentonii e Pipistrellus kuhlii) i record potrebbero rappresentare i più alti a livello mondiale. Lo studio fornisce un contributo fondamentale alla comprensione delle risposte dei chirotteri al cambiamento climatico e alla conservazione nelle aree di alta quota alpine.[^1][^2]
Contesto e Motivazioni dello Studio
Importanza Ecologica dei Chirotteri
I pipistrelli costituiscono quasi un quarto di tutte le specie di mammiferi descritte, con circa 1.500 specie note a livello mondiale. Svolgono servizi ecosistemici essenziali: controllo degli insetti nocivi, impollinazione, dispersione dei semi. La loro sensibilità agli stressori ambientali (attività agricole e industriali, gestione forestale, produzione energetica, urbanizzazione, persecuzione) e la strategia riproduttiva di tipo K — con tassi di declino rapidi e recupero lento — hanno portato molte specie a essere inserite nelle liste di protezione nazionale e internazionale.
I chirotteri sono anche considerati eccellenti bioindicatori, in particolare per lo studio del cambiamento climatico, grazie alla loro elevata diversità tassonomica ed ecologica, alla distribuzione geografica ampia e alla relativa facilità di monitoraggio.
Distribuzione Altitudinale e Cambiamento Climatico
I cambiamenti nella distribuzione delle specie sono tra le conseguenze più studiate del cambiamento climatico. In Europa, espansioni verso latitudini più elevate sono già state documentate in specie ecologicamente flessibili come Pipistrellus kuhlii e Hypsugo savii. Al contrario, alcune specie come Myotis dasycneme, Eptesicus nilssonii e Nyctalus noctula potrebbero affrontare contrazioni distributive secondo modelli previsionali.
Uno studio paradigmatico a lungo termine su Myotis daubentonii nell’Italia centrale ha documentato uno spostamento verso l’alto di 175 metri del limite altitudinale delle femmine riproduttive nell’arco di 24 anni (2000–2023), interpretato come risposta diretta all’aumento delle temperature. In parallelo, le femmine hanno mostrato un aumento delle dimensioni corporee, probabilmente correlato a condizioni termiche più favorevoli nei siti di roost.
Perché le Alpi Nord-Occidentali?
L’area di Piemonte e Valle d’Aosta è stata scelta per ragioni specifiche:
Include un settore delle Alpi Occidentali con alcune tra le cime più elevate d’Europa.
Per via delle differenze climatiche (temperature più miti e maggiore umidità dovute alla vicinanza all’Oceano Atlantico), le fasce vegetazionali si estendono a quote maggiori rispetto alle Alpi Centrali o Orientali.
L’area ospita 28 specie regolarmente presenti più una 29ª (Nyctalus lasiopterus), rappresentando il 96,7% delle specie di pipistrelli presenti regolarmente nell’Italia continentale.
È probabile che molte specie raggiungano i loro limiti altitudinali nazionali in questa zona.
Area di Studio e Metodologia
Caratteristiche Geografiche
L’area di studio copre Piemonte e Valle d’Aosta (Fig. 1):
Alpi occidentali italiane: circa 41% della superficie totale.
Fascia basale (<800–900 m): foreste decidue a latifoglie, fortemente trasformate.
Fascia montana (900–1.400/1.600 m): foreste dominate da Fagus sylvatica e conifere.
Fascia subalpina (1.400/1.600–2.000/2.300 m): limite superiore delle foreste, larici, rododendri, pascoli.
Fascia alpina (2.000/2.300–2.600/3.000 m): praterie alpine, arbusti nani.
Fascia nivale (>2.600–3.000 m): rocce nude, nevai e ghiacciai.
Tecniche di Rilevamento
Le tecniche classiche di censimento adottate includono: Metodo Descrizione Applicazione principale Rilievi acustici Registratori passivi (SM2BAT+, SM4BAT, AudioMoth) a 384 kHz Tutto il gradiente altitudinale Catture Reti a nebbia e harp-trap a siti di foraggiamento, corridoi di volo, roost Principalmente <2.000 m Ispezioni roost Grotte, miniere abbandonate, edifici Prevalentemente <2.000 m
La classificazione acustica automatica (software Tadarida) è stata utilizzata per una prima associazione delle registrazioni alle specie; ogni occorrenza è stata poi validata manualmente. Per l’identificazione di Plecotus spp. sono stati impiegati anche metodi molecolari (biopsia alare o analisi delle feci).
L’efficienza delle catture sopra i 2.000 m è risultata significativamente inferiore: 9,0 individui/notte al di sotto di questa quota vs. 2,8 individui/notte al di sopra.
Revisione della Letteratura
Oltre ai dati di campo (2018–2025), è stata condotta una revisione sistematica seguendo il protocollo PRISMA (Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses), che ha identificato 18 studi rilevanti su Scopus e Web of Science. Tuttavia, data la frammentazione delle informazioni disponibili sulla distribuzione altitudinale dei chirotteri, la ricerca bibliografica standard si è rivelata insufficiente, ed è stata integrata con letteratura grigia, rapporti tecnici locali, bollettini speleologici e banche dati regionali delle grotte (Piemonte e Valle d’Aosta). Questo approccio ibrido (standard PRISMA + ricerca esperta) è una delle caratteristiche metodologiche distintive dello studio.
Risultati: Record Altitudinali per Specie
Panoramica Generale
Lo studio documenta record altitudinali per 29 specie di chirotteri:[^2]
15 specie con nuovi record identificati dai dati di campo 2018–2025.
14 specie con record derivanti dalla letteratura scientifica e grigia.
Con l’eccezione di M. schreibersii, R. euryale, M. capaccinii e P. austriacus, i record elencati sono probabilmente i più alti finora registrati in Italia.
I record di B. barbastellus, M. crypticus, M. daubentonii e P. kuhlii rappresentano, a quanto si sappia, record mondiali.
Specie con i Record Altitudinali Più Elevati
Specie (nome comune) Record (m s.l.m.) Metodo Anno Note Tadarida teniotis (Molosso di Cestoni) 3.046 Acustico 2023 Colle della Torre, Gran Paradiso Pipistrellus pipistrellus (Pipistrello nano) 3.046 Acustico 2023 Colle della Torre, Gran Paradiso Plecotus auritus/macrobullaris (gruppo) 3.065 Acustico 2023 Alpi Graie Hypsugo savii (Pipistrello di Savi) 2.853 Acustico 2024 Alpi Graie Nyctalus leisleri (Nottola di Leisler) 2.853 Acustico 2024 Alpi Graie Myotis spp. 2.988 Acustico 2023 Alpi Graie Barbastella barbastellus (Barbastello) 2.703 Acustico 2024 Lago Leità, Ceresole Reale Eptesicus nilssonii (Serotino di Nilsson) 2.703 Acustico 2024 Lago Leità, Ceresole Reale Myotis daubentonii (Vespertilio di Daubenton) 2.564 Acustico 2024 Alpi Graie Nyctalus noctula (Nottola comune) 2.520 Acustico 2025 Alpi Graie Myotis crypticus2.484 Acustico 2022 Cottian Alps Nyctalus lasiopterus (Nottola gigante) 2.484 Acustico 2022 Alpi Cozie Pipistrellus nathusii (Pipistrello di Nathusius) 2.610 Acustico 2021 Alpi Graie
Specie con Record di Roost ad Alta Quota
Specie Quota roost (m) Tipo Località Barbastella barbastellus 1.903 (svernamento) Miniera abbandonata Praborna, Saint-Marcel (AO) Barbastella barbastellus 1.930 (swarming) Grotta Rem del Ghiaccio, Garessio (CN) Rhinolophus ferrumequinum 1.947 (individuo torpido) Grotta Arma delle Mastrelle, Briga Alta (CN) Rhinolophus hipposideros 1.760 (ibernazione) Grotta Carsena di Viora, Ormea (CN) Miniopterus schreibersii 1.530 (ibernazione) Grotta Grotta di Rio Martino, Crissolo (CN)
Specie con Nuovi Record Mondiali
Quattro specie presentano record altitudinali che, secondo gli autori, rappresentano i massimi conosciuti a livello mondiale:[^2]
Barbastella barbastellus — 2.703 m (Lago Leità, Ceresole Reale, TO; 29–30 agosto 2024). Il precedente record era 2.292 m.
Myotis crypticus — 2.484 m (Colle Lauson, Salbertrand, TO; settembre 2022). Specie di recente descrizione, precedentemente quasi sconosciuta ad alta quota.
Myotis daubentonii — 2.564 m (Alpi Graie; agosto 2024). Specie ripariale che ha già mostrato spostamenti altitudinali documentati in Italia centrale.
Pipistrellus kuhlii — 2.208 m (Casa Carioni, Saint-Rhémy-En-Bosses, AO; 2016). Record precedente per questa specie nelle Alpi era appunto 2.208 m, confermato e documentato definitivamente.
Prime Segnalazioni e Conferme Distributive
Prima segnalazione di Nyctalus noctula in Valle d’Aosta: la specie era finora assente da questa regione.
Conferma della presenza di Nyctalus lasiopterus in Piemonte: la specie era stata segnalata in precedenza una sola volta nell’area.
Metodologia di Identificazione
Identificazione Acustica
L’identificazione delle specie tramite ecolocalizzazione ha richiesto criteri altamente conservativi. I parametri acustici descritti per ogni nuovo record includono:
FmaxE = frequenza della massima ampiezza dello spettro
SF/EF = frequenza iniziale/finale della chiamata
BL = larghezza di banda della chiamata
dur = durata della chiamata
IPI = intervallo tra l’inizio di due chiamate consecutive
Distinzione tra chiamate QCF (quasi-costante frequenza, BL <5 kHz), FM (frequenza modulata) e CF (frequenza costante)
In caso di incertezza anche moderata, le registrazioni sono state assegnate a livelli tassonomici superiori (es. Myotis sp.) o scartate.
Identificazione Molecolare (Plecotus spp.)
Per discriminare le specie del genere Plecotus — morfologicamente molto simili — sono stati impiegati protocolli molecolari su biopsie alari o campioni fecali, descritti nell’allegato S1.
Implicazioni per la Ricerca sul Cambiamento Climatico
I Chirotteri come Indicatori del Riscaldamento Globale
I pipistrelli rispondono al cambiamento climatico sia attraverso spostamenti distributivi (in quota e in latitudine) sia attraverso variazioni morfologiche (dimensioni corporee). Studi a lungo termine in Italia centrale su M. daubentonii hanno documentato contemporaneamente uno spostamento verso l’alto del limite altitudinale delle femmine riproduttive (+175 m in 24 anni) e un aumento delle dimensioni corporee.
Tuttavia, un’analisi su 15 specie in Italia ha mostrato che l’aumento delle dimensioni corporee non è un fenomeno generalizzato: solo tre specie (M. daubentonii, Nyctalus leisleri e Pipistrellus pygmaeus) hanno mostrato un incremento misurabile nel corso di oltre 20 anni di monitoraggio.
Risposte Comportamentali nelle Aree Neocoionizzate
A quote di recente colonizzazione, le femmine riproduttive di M. daubentonii mostrano comportamenti inusuali di turnazione temporale nei siti di foraggiamento: invece di cacciare contemporaneamente, si alternano negli stessi siti, probabilmente per evitare la competizione in ambienti dove la disponibilità di prede è limitata. Le foreste ripariali ben conservate emergono come corridoi ecologici cruciali per facilitare questi spostamenti.
Migrazioni Altitudinali vs. Residenza
Lo studio distingue tra:
Specie residenti che raggiungono alte quote per foraging estivo (es. T. teniotis, H. savii, B. barbastellus).
Specie migratrici che attraversano le Alpi durante le migrazioni autunnali (es. N. leisleri, N. noctula, V. murinus, E. serotinus).
Ricerche precedenti nei valichi alpini della Valle d’Aosta (2016) avevano già documentato un flusso migratorio di pipistrelli, con incremento delle attività nel periodo 31 agosto–14 settembre, associato principalmente al gruppo N. leisleri/N. noctula/V. murinus/E. serotinus.
Fasce Vegetazionali e Distribuzione delle Specie
La distribuzione altitudinale delle specie riflette in parte le fasce vegetazionali alpine. Alcune specie forestali (es. B. barbastellus, M. daubentonii) sfruttano le zone ecotonali al limite superiore del bosco, mentre specie rupicole o ad ampio spettro ecologico (es. T. teniotis, H. savii, P. pipistrellus) raggiungono le quote più elevate nelle fasce alpine e subnivali.
I laghi glaciali — abbondanti nell’area di studio — rappresentano siti di foraggiamento e abbeverata particolarmente importanti ad alta quota, poiché aumentano la produttività primaria e secondaria locale attraverso la disponibilità idrica e i nutrienti derivati dall’ecosistema lacustre.
Implicazioni per la Conservazione
Minacce alle Quote Elevate
Lo studio sottolinea l’importanza di non trascurare i pipistrelli nella valutazione dell’impatto delle attività umane in alta quota, in particolare:
Impianti eolici in aree montane: le specie migratrici e quelle ad alta mobilità sono particolarmente vulnerabili.
Inquinamento luminoso da strutture ad alta quota (rifugi, impianti sciistici).
Disturbo antropico ai siti di roost (grotte, miniere abbandonate a quote elevate).
Banche Dati e Monitoraggio
Lo studio evidenzia lacune significative nelle conoscenze sulla chirotterofauna di alta quota, anche in aree ben studiate come le Alpi Occidentali. Gran parte delle informazioni disponibili era frammentata in fonti grigie, bollettini speleologici e database regionali. La creazione di banche dati georeferenziate e il monitoraggio a lungo termine sono strumenti fondamentali per rilevare futuri cambiamenti distributivi.
Specie di Interesse Conservazionistico
Alcune specie documentate nello studio sono incluse nelle liste di protezione europee (Direttiva Habitat, Allegato II e IV) e presentano popolazioni in declino in Italia. La documentazione di roost ad alta quota — ambienti meno soggetti a pressioni agricole o insediative — potrebbe rivestire importanza strategica per la conservazione.
Sintesi dei Principali Record per Famiglia
Famiglia Molossidae
Tadarida teniotis: 3.046 m (Colle della Torre, Noasca, TO; settembre 2023). Precedente record: 2.560 m (PNGP, Patriarca et al. 2018). Specie rupicola, segnalata dal livello del mare a oltre 2.000 m. Ampiamente distribuita in Italia.
Famiglia Vespertilionidae
Barbastella barbastellus: 2.703 m — possibile record mondiale.
Eptesicus nilssonii: 2.703 m (Lago Leità, Ceresole Reale, TO; luglio 2024). Specie rara nell’area, con distribuzione che si estende fino alle Alpi Marittime.
Eptesicus serotinus: 2.275 m (Conca Cialancia, Perrero, TO; luglio 2018).
Hypsugo savii: 2.853 m. Specie in espansione verso latitudini e quote superiori in Europa.
Myotis daubentonii: 2.564 m — possibile record mondiale. Specie ripariale in documentata espansione altitudinale.
Myotis crypticus: 2.484 m — possibile record mondiale per questa specie di recente descrizione.
Myotis mystacinus: 2.396 m (cattura; Lago di Nel, Ceresole Reale, TO; luglio/agosto 2024).
Nyctalus lasiopterus: 2.484 m. Prima conferma solida della presenza in Piemonte.
Nyctalus leisleri: 2.853 m. Specie migratrice con popolazioni in aumento in Italia centrale.
Nyctalus noctula: 2.520 m. Prima segnalazione in Valle d’Aosta.
Pipistrellus kuhlii: 2.208 m — possibile record mondiale per le Alpi.
Pipistrellus nathusii: 2.610 m.
Pipistrellus pipistrellus: 3.046 m (Colle della Torre; settembre 2023).
Pipistrellus pygmaeus: 2.526 m.
Plecotus auritus: 2.402 m (cattura; 2020).
Plecotus macrobullaris: 2.292 m (cattura; 2015).
Vespertilio murinus: 2.526 m.
Famiglia Rhinolophidae
Rhinolophus ferrumequinum: 1.947 m (roost; Arma delle Mastrelle, Briga Alta, CN).
Rhinolophus hipposideros: 1.760 m (individuo torpido in grotta; Carsena di Viora, Ormea, CN; novembre 2019).
Famiglia Miniopteridae
Miniopterus schreibersii: 1.550 m (acustico; Alta Val Curone, Alessandria; 2022).
Confronto con Studi Europei
Area Quota massima documentata Riferimento Alpi svizzere 3.460 m (8 specie) Zingg & Bontadina 2016 Alpi austriache 3.100 m Widerin & Reiter 2017–2018 Alpi italiane (NW) 3.065 m (P. auritus/macrobullaris gruppo) Bellè et al. 2026 Alpi occidentali italiane (2016) 2.208 m (P. kuhlii) Caprio et al. 2020 Monti Pirin, Bulgaria 2.300–2.600 m Dundarova & Popov 2024
Nelle Alpi svizzere, 8 specie sono state rilevate acusticamente a 3.460 m s.l.m. in 36 notti di indagine, e flussi migratori regolari di pipistrelli sono stati documentati fino a 2.500 m. Lo studio piemontese si allinea con questo quadro, portando nuovi dati per il versante italiano della catena.
Domande di Ripasso / Flashcard
Concetti Chiave
D1: Quante specie di pipistrelli sono state documentate nello studio e in quale area? R: 29 specie in Piemonte e Valle d’Aosta (Italia nord-occidentale); esse rappresentano il 96,7% delle specie regolarmente presenti nell’Italia continentale.
D2: Per quante specie sono stati stabiliti nuovi record altitudinali con dati di campo 2018–2025? R: 15 specie (T. teniotis, B. barbastellus, E. nilssonii, E. serotinus, N. lasiopterus, N. leisleri, N. noctula, V. murinus, H. savii, P. nathusii, P. pipistrellus, P. pygmaeus, M. crypticus, M. daubentonii, M. mystacinus).
D3: Quali specie presentano record altitudinali che potrebbero essere i più alti al mondo? R: Barbastella barbastellus (2.703 m), Myotis crypticus (2.484 m), Myotis daubentonii (2.564 m) e Pipistrellus kuhlii (2.208 m).[^2]
D4: Qual è la tecnica di rilevamento più utilizzata ad alta quota (>2.000 m)? R: Il monitoraggio acustico passivo, poiché catture e ispezioni dei roost sono logisticamente più difficili e meno produttive in alta quota (2,8 individui/notte vs. 9,0 al di sotto di 2.000 m).
D5: Qual è il record altitudinale assoluto registrato nello studio per una singola specie identificata con certezza? R: 3.046 m per Tadarida teniotis e Pipistrellus pipistrellus (Colle della Torre, Gran Paradiso National Park; settembre 2023).
D6: Qual è lo studio di riferimento che documenta lo spostamento altitudinale di M. daubentonii in Italia centrale? R: Russo et al. 2024 / Belli et al. 2025: 175 m di spostamento verso l’alto del limite delle femmine riproduttive in 24 anni (2000–2023), nel PNALM.
D7: Perché i boschi ripariali sono importanti per l’espansione altitudinale dei pipistrelli? R: Fungono da corridoi ecologici essenziali, offrendo rifugi per il roost diurno (cavità degli alberi) e siti di foraggiamento lungo i corsi d’acqua, permettendo alle specie di risalire gradualmente i versanti alpini.
D8: Quale novità distributiva è stata segnalata per la prima volta riguardo a Nyctalus noctula? R: La prima segnalazione di questa specie in Valle d’Aosta.
D9: Quali sono i parametri acustici chiave utilizzati per l’identificazione delle specie? R: FmaxE (frequenza della massima ampiezza), SF/EF (frequenza iniziale/finale), BL (larghezza di banda), dur (durata), IPI (intervallo tra chiamate consecutive), e la distinzione tra chiamate QCF, FM e CF.
D10: Qual è la procedura bibliografica standard utilizzata e perché si è rivelata insufficiente? R: Il protocollo PRISMA, che ha individuato solo 18 studi rilevanti. Si è rivelato insufficiente perché gran parte dell’informazione sulle quote dei pipistrelli è frammentata in letteratura grigia, bollettini speleologici e database regionali non indicizzati.
Glossario dei Termini Tecnici
Termine Definizione
Record altitudinale La quota massima alla quale una specie è stata osservata
Swarming Comportamento autunnale (ago-set) di raccolta di pipistrelli all’ingresso di grotte/miniere, con cattura di molti individui (prevalentemente maschi di più specie)
Roost Sito di rifugio utilizzato dai pipistrelli per riposare, riprodursi o svernare
Harp-trap Tipo di trappola passiva per la cattura dei chirotteri
Feeding buzz Sequenza di ultrasuoni emessa durante un attacco di caccia; indica attività di foraggiamento
QCF Quasi-costante frequenza: chiamata con BL <5 kHz
FM Frequenza modulata: chiamata con rapido sweep in frequenza
CF Costante frequenza: chiamata a frequenza stabile (tipica dei rinolofidi)
FmaxE Frequenza della massima energia spettrale della chiamata
IPI Intervallo interpulse (tra l’inizio di due chiamate consecutive)
Fascia subnivale/nivale Zona alpina oltre i 2.600–3.000 m caratterizzata da rocce nude, nevai e ghiacciai
K-selected Strategia riproduttiva con bassa produzione di discendenti, lunga vita, recupero lento delle popolazioni
Ecolocalizzazione Sistema biologico di navigazione/caccia basato sull’emissione e la ricezione di ultrasuoni
Autori dello studio originale: Alex Bellè, Lucia Bello, Laura Garzoli, Fabrizio Gili, Giorgia Mattioli, Alberto Pastorino, Ibor Sabas, Rocco Tiberti, Paolo Debernardi, Elena Patriarca. Autrice corrispondente: Laura Garzoli (CNR-IRSA, Verbania). Ricevuto: 15 gennaio 2026; Accettato: 15 aprile 2026.
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Dalle politiche ambientali negli Stati Uniti agli effetti sulla salute: un allarme che non possiamo ignorare
Fonte: The Dismantling of Environmental Protections — A Grave Threat to America’s Health, New England Journal of Medicine, 25 marzo 2026.
C’è un’immagine potente che torna alla memoria: un fiume che prende fuoco. Accadde nel 1969, a Cleveland, quando il Cuyahoga River divenne simbolo del degrado ambientale. Da lì nacque una stagione di consapevolezza, norme e tutela che ha
Dalle politiche ambientali negli Stati Uniti agli effetti sulla salute: un allarme che non possiamo ignorare
Fonte: The Dismantling of Environmental Protections — A Grave Threat to America’s Health, New England Journal of Medicine, 25 marzo 2026.
C’è un’immagine potente che torna alla memoria: un fiume che prende fuoco. Accadde nel 1969, a Cleveland, quando il Cuyahoga River divenne simbolo del degrado ambientale. Da lì nacque una stagione di consapevolezza, norme e tutela che ha migliorato concretamente la qualità dell’aria e dell’acqua, salvando — secondo le stime — centinaia di migliaia di vite ogni anno.
“Waterfoul,” 1964 This editorial cartoon by Bill Roberts appeared in the Cleveland Press on July 24, 1964. Source: Cleveland State University, Michael Schwartz Library, Special Collections
Oggi, secondo un recente articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine, quella traiettoria rischia di invertirsi.
Negli Stati Uniti, una serie di decisioni politiche sta progressivamente indebolendo le protezioni ambientali costruite in decenni. Non si tratta di un singolo provvedimento, ma di un insieme coerente di scelte: dall’allentamento degli standard sulle polveri sottili (PM2.5), alla riduzione dei controlli sulle emissioni provenienti da industria, petrolio e gas, fino al ridimensionamento delle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici.
A questo si aggiungono interventi su più fronti: l’indebolimento delle norme su sostanze tossiche come benzene e arsenico, la revisione delle regole sulle emissioni delle centrali a carbone, il rallentamento della transizione verso energie rinnovabili e veicoli a basse emissioni, oltre a modifiche che incidono sulla qualità dell’acqua potabile e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Le conseguenze non sono astratte, ma hanno ricadute sulla salute.
Un aumento delle polveri sottili significa più asma nei bambini, più infarti e ictus negli adulti, più morti premature. L’incremento di inquinanti come ozono, ossidi di azoto e particolato fine è associato a un peggioramento delle malattie respiratorie e cardiovascolari. La riduzione dei controlli su sostanze tossiche come mercurio e arsenico espone le popolazioni più vulnerabili a danni neurologici, tumori e deficit cognitivi, in particolare nei bambini esposti già in fase prenatale.
L’indebolimento delle politiche climatiche accelera inoltre eventi estremi — ondate di calore, incendi, alluvioni — che già oggi causano vittime e sofferenza, con effetti che si estendono ben oltre il breve periodo e coinvolgono intere comunità.
Non meno rilevante è l’impatto sulle fasce più fragili della popolazione: chi vive in prossimità di impianti industriali o centrali energetiche, chi ha minore accesso alle cure, chi lavora in ambienti esposti a rischi ambientali e climatici. L’ambiente, ancora una volta, non è neutrale: amplifica le disuguaglianze esistenti.
C’è poi un altro elemento, meno visibile ma altrettanto critico: l’indebolimento della ricerca scientifica. Il ridimensionamento degli enti pubblici e dei programmi di ricerca ambientale riduce la capacità di monitorare i rischi, produrre evidenze e guidare decisioni informate. È un effetto meno immediato, ma profondo e duraturo, destinato a incidere sulle politiche future e sulla tutela della salute collettiva.
Per chi vive e frequenta la montagna, questi temi non sono lontani. Si traducono in segnali concreti: ghiacciai che arretrano, stagioni che cambiano, ecosistemi più fragili, risorse idriche meno prevedibili. Non sono percezioni, ma trasformazioni in atto. Ed è proprio da questi territori, spesso considerati marginali, che si coglie con maggiore chiarezza quanto il legame tra ambiente e salute sia diretto e non più rimandabile.
Non meno significativo è il divario tra comunicazione politica e evidenza scientifica. Il 22 aprile 2025 — Giornata della Terra — la Casa Bianca ha dichiarato: “Finalmente abbiamo un presidente che segue la scienza”, sostenendo che gli Stati Uniti stiano mantenendo standard capaci di garantire aria e acqua tra le più pulite al mondo.
Gli autori dell’articolo offrono però una lettura opposta: le politiche attuali rischiano di smantellare il lavoro di intere generazioni, portando a un peggioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, a temperature in aumento e a condizioni di lavoro più pericolose. Le conseguenze ricadranno soprattutto sulle fasce più vulnerabili della popolazione, ampliando disuguaglianze già esistenti e traducendosi, nel tempo, in un aumento misurabile di malattie e mortalità.
L’attenzione pubblica è inevitabilmente catturata dai conflitti e dalle tensioni geopolitiche, e il tema ambientale rischia di passare in secondo piano. Eppure, i due piani non sono separati. L’ambiente è sicurezza, salute, e futuro. Non si tratta di contrapporre emergenze, ma di riconoscere che alcune minacce sono silenziose, cumulative, meno visibili — e proprio per questo più difficili da affrontare. Chi frequenta la montagna, dentro e fuori, lo percepisce con immediatezza: ghiacciai che arretrano, stagioni che cambiano, ecosistemi più fragili: il paesaggio si trasforma davvero. Per questo, la tutela ambientale non può essere considerata un lusso o un tema secondario. È una responsabilità collettiva che riguarda direttamente la qualità della vita, oggi e domani.
Sotto, un’immagine di oggi: il fiume Cuyahoga, simbolo della rinascita ambientale negli Stati Uniti (fonte: National Park Service – public domain): speriamo sia di buon augurio.
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Il DIMS2026 porta ad Altamira una visita guidata sul ruolo delle cerve nell’arte preistorica
Il Museo Nazionale e Centro di Ricerca di Altamira aderisce alle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026 (#DIMS2026) con un’attività dedicata alle cerve nel Paleolitico cantabrico. L’appuntamento è fissato per il 18 aprile 2026 alle 11:45 e si intitola Cerve (in)visibili: la loro rilevanza nell’arte e nella vita del Paleolitico Cantabrico. L’ingresso è gratuito con il bigli
Il DIMS2026 porta ad Altamira una visita guidata sul ruolo delle cerve nell’arte preistorica
Il Museo Nazionale e Centro di Ricerca di Altamira aderisce alle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026 (#DIMS2026) con un’attività dedicata alle cerve nel Paleolitico cantabrico. L’appuntamento è fissato per il 18 aprile 2026 alle 11:45 e si intitola Cerve (in)visibili: la loro rilevanza nell’arte e nella vita del Paleolitico Cantabrico. L’ingresso è gratuito con il biglietto del museo; è richiesta l’iscrizione preventiva tramite la piattaforma meapunto.unican.es.[1]
La Neocueva e la mostra permanente come scenari della visita guidata
L’attività si svolge lungo due percorsi distinti all’interno del complesso museale. Il primo è la Neocueva, la replica fedele della grotta originale di Altamira che ricostruisce l’atmosfera del Paleolitico superiore con illuminazione e ambientazione sonora. Il secondo è la mostra permanente “I tempi di Altamira”, uno spazio espositivo che documenta le tecniche pittoriche, la vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori e il contesto culturale in cui nacque l’arte rupestre cantabrica.[2][3]
I visitatori percorrono entrambi gli spazi sotto la guida di un esperto. Lo scopo è orientare lo sguardo su una figura animale spesso rimasta in secondo piano rispetto ai celebri bisonti: la cerva. L’animale è presente nelle pitture di Altamira, ma il suo ruolo simbolico ed ecologico è stato a lungo sottovalutato rispetto ad altri soggetti della volta policroma.[4]
Le cerve nell’arte paleolitica cantabrica: tra caccia, simbolismo e identità
Le cerve e i cervi rossi (Cervus elaphus) compaiono con frequenza nell’arte rupestre dell’area franco-cantabrica, nelle grotte di Altamira, Lascaux e in numerosi altri siti. Le raffigurazioni paleolitiche riproducono soprattutto cervi rossi, nonostante i reperti zooarcheologici indichino che caprioli, alci e renne fossero più frequentemente cacciati. Questo dato suggerisce che il significato delle pitture non si riduca alla documentazione delle prede di caccia, ma rimandi a un complesso universo simbolico.[5]
Secondo alcune interpretazioni consolidate nello studio dell’arte paleolitica, le figure animali sulle pareti delle grotte cantabriche esprimevano principi cosmologici. Le coppie ricorrenti — cavallo e bisonte, maschio e femmina — incarnavano simbolicamente i due principi generatori della vita. In questo schema, la cerva rappresentava il principio femminile. Non era un’immagine accessoria: era parte di un sistema visivo carico di significati rituali e sociali.[4][6]
Il ruolo della donna nel Paleolitico: nuove letture dell’arte di Altamira
L’attività del #DIMS2026 si inserisce in un dibattito scientifico più ampio che riguarda la visibilità della donna nelle comunità del Paleolitico cantabrico. Recenti studi e iniziative del Museo di Altamira hanno messo in discussione la narrazione tradizionale che vedeva l’uomo come unico soggetto attivo nella caccia e nell’arte rupestre. Indagini paleogenetiche e paleoantropologiche su alcuni siti preistorici documentano sepolture femminili con corredi ricchi, suggerendo un ruolo preponderante delle donne nelle comunità paleolitiche.[7][8]
Nel 2024, il Museo di Altamira ha avviato una collaborazione con l’illustratrice e archeologa Esperanza Martín per la realizzazione di serie di illustrazioni sulla vita quotidiana dei gruppi del Paleolitico superiore, con una prospettiva di genere esplicita. Il progetto intende superare le rappresentazioni stereotipate e mostrare donne impegnate nella caccia, nella vita sociale e nell’espressione artistica. La stessa possibilità che alcune pitture di Altamira siano opere femminili è oggi oggetto di dibattito accademico: non ci sono prove che fossero opera esclusiva di uomini, né che lo fossero di donne.[8][7]
Il #DIMS2026: “Musei che uniscono un mondo diviso”
L’evento rientra nel calendario delle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026, che si tiene ufficialmente il 18 maggio di ogni anno su iniziativa dell’ICOM — Consiglio Internazionale dei Musei — a partire dal 1977. Il tema scelto per il 2026 è “Musei che uniscono un mondo diviso”, con l’obiettivo di valorizzare il ruolo dei musei come ponti tra culture, comunità e generazioni in un contesto geopolitico complesso.[9][10][11]
Il Museo di Altamira ha scelto di anticipare le celebrazioni con attività distribuite nel corso delle settimane precedenti al 18 maggio, tra cui quella del 18 aprile sulle cerve del Paleolitico. L’ICOMOS spagnolo coordina un calendario di eventi tematici in diversi musei, consultabile tramite una mappa interattiva disponibile all’indirizzo icomos.es/mapa-de-actividades.[1]
Un patrimonio UNESCO sotto sorveglianza continua
La grotta di Altamira è riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1985, inserita in un sistema di diciotto grotte con arte rupestre paleolitica distribuite nel nord della Spagna. La struttura geologica della grotta è fragile. Dal 2018 il museo ha installato una rete sismica composta da quattro sismometri — con un quinto previsto — per monitorare in tempo reale la stabilità della cavità e prevenire danni alle pitture.[12][13]
La grotta originale non è aperta al pubblico, ma la Neocueva riproduce fedelmente i suoi ambienti. Questo spazio ospita regolarmente attività didattiche, visite guidate tematiche e conferenze che permettono al pubblico di avvicinarsi all’arte paleolitica cantabrica in modo accessibile e scientificamente fondato.[2][3]
Fonti [1] ICOMOS – Facebook https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1894845501232539&set=a.1029491771101254&type=3 [2] Neocueva y Museo de Altamira: CUEVA DE ALTAMIRA https://museoaltamira.com [3] Primary https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/en/que-hacer/para-escolares/primaria.html [4] La pittura rupestre del Paleolitico: un tesoro artistico e simbolico https://www.scintilena.com/la-pittura-rupestre-del-paleolitico-un-tesoro-artistico-e-simbolico/12/19/ [5] 363 https://www.ccsp.it/wp-content/uploads/2024/02/attiVCS2007_Nember.pdf [6] Arte paleolítico cantábrico. Signos y símbolos: los … https://portalcientifico.uned.es/documentos/5fb5ca142999527339681de4 [7] Esperanza Martín: el reto de ilustrar la visión de género en … – ILEON https://ileon.eldiario.es/historia/esperanza-martin-reto-ilustrar-vision-genero-paleolitico-cantabrico-altamira_1_12990728.html [8] Cueva de Altamira: ¿Quién fue la niña de 8 años que descubrió las … https://www.educandoenigualdad.com/2018/10/02/cueva-de-altamira-quien-fue-la-nina-de-8-anos-que-descubrio-las-pinturas/ [9] Día Internacional de los Museos 2026: Museos uniendo un mundo … https://www.accioncultural.es/es/dia-internacional-de-los-museos-2026-museos-uniendo-un-mundo-dividido [10] Museos uniendo un mundo dividido: el tema del Día Internacional … https://icom.museum/es/news/museos-uniendo-un-mundo-dividido-el-tema-del-dia-internacional-de-los-museos-2026/ [11] Día Internacional de los Museos 2026: Museos uniendo un mundo … https://www.mynewsdesk.com/es/icom-international-council-of-museums/pressreleases/dia-internacional-de-los-museos-2026-museos-uniendo-un-mundo-dividido-3441699 [12] Monitoraggio Sismico nella Grotta di Altamira – Scintilena https://www.scintilena.com/monitoraggio-sismico-nella-grotta-di-altamira/02/11/ [13] Grotta di Altamira e arte rupestre paleolitica della Spagna … https://it.wikipedia.org/wiki/Grotta_di_Altamira_e_arte_rupestre_paleolitica_della_Spagna_settentrionale [14] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [15] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [16] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [17] Le pitture rupestri di Altamira – Le origini dell’Arte in mostra … https://www.scintilena.com/le-pitture-rupestri-di-altamira-le-origini-dellarte-in-mostra-al-museo-nazionale-ungherese/12/30/ [18] 300 anni di storia della speleologia spagnola in mostra a Granada https://www.scintilena.com/300-anni-di-storia-della-speleologia-spagnola-in-mostra-a-granada/06/15/ [19] Scoperta una delle maggiori concentrazioni di arte paleolitica nella Penisola Iberica nella Cova Dones a Valencia – Scintilena https://www.scintilena.com/scoperta-una-delle-maggiori-concentrazioni-di-arte-paleolitica-nella-penisola-iberica-nella-cova-dones-a-valencia/09/16/ [20] I Primi Artisti della Storia: Viaggio nella Penombra delle Grotte … https://www.scintilena.com/i-primi-artisti-della-storia-viaggio-nella-penombra-delle-grotte-dipinte-che-svelano-i-segreti-del-paleolitico/08/13/ [21] Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026: il festival di … – Scintilena https://www.scintilena.com/espeleo-canyoning-cinema-asedeb-2026-il-festival-di-cinema-di-speleologia-e-canyoning-arriva-a-malaga/03/03/ [22] Arte Neanderthaliana in grotta – Spagna – Scintilena https://www.scintilena.com/arte-nearderthaliana-in-grotta/03/11/ [23] L’Alto Asón si prepara a diventare la Capitale Mondiale del … https://www.scintilena.com/lalto-ason-si-prepara-a-diventare-la-capitale-mondiale-del-soccorso-speleologico-la-14a-conferenza-internazionale-di-cave-rescue-in-arrivo/05/31/ [24] Esperienza immersiva nel mondo sotterraneo a Expominerales Madrid 2025 – Scintilena https://www.scintilena.com/esperienza-immersiva-nel-mondo-sotterraneo-a-expominerales-madrid-2025/02/23/ [25] L’Uomo di Altamura, il Neanderthal più antico d’Italia, svela … https://www.scintilena.com/luomo-di-altamura-il-neanderthal-piu-antico-ditalia-svela-i-segreti-della-sua-specie/07/01/ [26] BOL_CFLP_2 https://www.scintilena.com/allegati/bollettinofealc2.pdf [27] Methodology for the Monitoring and Control of the Alterations Related to Biodeterioration and Physical-Chemical Processes Produced on the Paintings on the Ceiling of the Polychrome Hall at Altamira https://www.mdpi.com/2673-7159/4/4/42 [28] inVisibili. Le Pioniere del Cinema – Turismo Roma https://turismoroma.it/it/eventi/invisibili-le-pioniere-del-cinema [29] Día Internacional de los Museos 2026 https://www.mncn.csic.es/es/visita-el-mncn/actividades/dia-internacional-de-los-museos-2026 [30] RISONANZE INVISIBILI – Comune di Venezia. https://www.comune.venezia.it/it/content/risonanze-invisibili [31] ferdinando scianna – Musa Fotografia https://saramunari.blog/tag/ferdinando-scianna/ [32] Comenzamos 2026 con un recorrido por el Museo de Altamira https://www.instagram.com/reel/DTDKhq5DVxw/ [33] ArteRaku.it Mostre e Manifestazioni – L’Appuntamento con l’Arte. https://www.arteraku.it/pagine/manifestazioni-storico.asp [34] The ALTAMIRA CAVES – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=YXfxgtvtpGQ [35] archivio – The Italian Review | https://www.theitalianreview.com/archivio/ [36] Día Internacional de los Museos 2026 en Madrid | IFEMA MADRID https://www.ifema.es/visita-madrid/eventos/dia-internacional-museos-madrid [37] Ricerca archeologica amplia le conoscenze sulla Grotta … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-amplia-le-conoscenze-sulla-grotta-dei-cervi-di-porto-badisco-il-rapporto-tra-uomini-e-animali-nella-preistoria/09/14/ [38] Arte Rupestre del Paleolitico a Malaga Un Viaggio nel Passato Preistorico – Scintilena https://www.scintilena.com/malaga-un-viaggio-nel-passato-preistorico/12/28/ [39] La newsletter BCRA di marzo 2026 annuncia workshop, escursioni … https://www.scintilena.com/ora-ho-raccolto-informazioni-sufficienti-per-scrivere-larticolo-procedo-con-la-stesura/03/05/ [40] Grotta Chauvet: l’arte paleolitica sigillata per 21.000 anni – Scintilena https://www.scintilena.com/grotta-chauvet-la-cattedrale-darte-paleolitica-rimasta-sigillata-per-21-000-anni/05/09/ [41] Le Grotte di Pertosa-Auletta a TourismA 2026 – Scintilena https://www.scintilena.com/le-grotte-di-pertosa-auletta-a-tourisma-2026-la-monografia-di-carucci-del-1907-torna-in-ristampa-anastatica/02/28/ [42] Cave and Karst News (gennaio 2026): scadenze, eventi … – Scintilena https://www.scintilena.com/cave-and-karst-news-gennaio-2026-scadenze-eventi-e-opportunita-per-la-comunita-speleologica/01/15/ [43] Puglia alla Scoperta della Grotta del Riposo: Arte Rupestre dalle Caratteristiche Uniche e Simboli Ancestrali – Scintilena https://www.scintilena.com/puglia-alla-scoperta-della-grotta-del-riposo-arte-rupestre-dalle-caratteristiche-uniche-e-simboli-ancestrali/12/27/ [44] Grotte Day 2026: a Onferno si esplora il percorso storico – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-day-2026-a-onferno-si-esplora-il-percorso-storico-tra-gessaroli-guerra-e-patrimonio-unesco/03/19/ [45] Lascaux: Quando il Patrimonio Paleolitico Incontra la … https://www.scintilena.com/lascaux-quando-il-patrimonio-paleolitico-incontra-la-fragilita-dellambiente-carsico/01/20/ [46] Soporte lítico con decoración lineal en el yacimiento de Labeko Koba (Arrasate, País Vasco) https://www.semanticscholar.org/paper/a85b944f7bc593e537859d3e4b8806e399d8c73b [47] Mefitis “dea salutifera”? https://revistas.ucm.es/index.php/GERI/article/download/46671/43809 [48] [PDF] Altamira en femenino. Evidencias y carencias de las narrativas en … https://www.aranzadi.eus/fileadmin/docs/Munibe/maa.2024.75.mis04.pdf [49] MOSTRA D’OLTREMARE S.P.A. – AEFIwww.aefi.it › quartiere › mostra-d-oltremare-s-p-a https://www.aefi.it/it/quartiere/mostra-d-oltremare-s-p-a/ [50] The Cantabrian Paleolithic https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/en/investigacion/publicaciones/museo-patrimonio/otros-yacimientos/el-paleolitico-cantabrico.html [51] Las Cuevas de Altamira. Análisis artístico detallado https://www.youtube.com/watch?v=8iEPvQYDO-0 [52] Eventi – Aprile 2026 – Napoli – Mostra d’Oltremare https://mostradoltremare.it/events/ [53] Arte parietal paleolítico en la cueva de Aitzbitarte V ( … https://tp.revistas.csic.es/index.php/tp/article/download/839/890/959 [54] [PDF] MUSE CAMP 2026 https://www.muse.it/contrib/uploads/2026/02/166878231Avviso-MUSE-CAMP-2026.pdf [55] Arte paleolítico cantábrico. Signos y símbolos: los signos como indicadores gráficos de territorio y territorialidad. El caso del valle del Sella en la comarca oriental asturiana https://produccioncientifica.ucm.es/documentos/5fb5ca142999527339681de4 [56] [PDF] Los bisontes de Altamira los descubrió una mujer. Museos … https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/gl/dam/jcr:0432d0bf-fb5b-440b-bc80-a120331ef662/2024-mujeres-si-pero-que-relatos-monografia-29-altamira.pdf [57] Mostra d’Oltremare: Home https://mostradoltremare.it
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Un’analisi tecnica sulle grotte della Valbrenta: dall’idrologia del massiccio dei Sette Comuni agli studi specialistici sulla fauna ipogea e sui pipistrelli grazie alla ricerca scientifica
La risorgenza di Oliero costituisce uno degli scarichi idrici più rilevanti del massiccio carsico dei Sette Comuni, situato nell’Altopiano di Asiago [1]. Questo complesso cavernicolo si trova nel comune di Valbrenta, in provincia di Vicenza [2, 3]. Le sorgenti sgorgano a un’altitudine di 192 metri
Un’analisi tecnica sulle grotte della Valbrenta: dall’idrologia del massiccio dei Sette Comuni agli studi specialistici sulla fauna ipogea e sui pipistrelli grazie alla ricerca scientifica
La risorgenza di Oliero costituisce uno degli scarichi idrici più rilevanti del massiccio carsico dei Sette Comuni, situato nell’Altopiano di Asiago [1]. Questo complesso cavernicolo si trova nel comune di Valbrenta, in provincia di Vicenza [2, 3]. Le sorgenti sgorgano a un’altitudine di 192 metri sopra il livello del mare [2]. Esse rappresentano un esempio significativo di sorgenti valchiusane in ambito europeo [1, 4]. Il sito ospita diverse cavità naturali modellate dall’azione erosiva dell’acqua [3].
Caratteristiche fisiche e inquadramento della risorgenza di Oliero
Il complesso è formato da quattro cavità principali, identificate nel dialetto locale con il termine “còvoli” [4]. Due di questi sono attualmente attivi e danno origine al fiume Oliero [4, 5]. Il Covol dei Siori, noto anche come Grotta Parolini, è la cavità principale aperta alle visite [4, 5]. Da essa scaturisce il flusso idrico che alimenta il breve corso del fiume [6]. La seconda sorgente attiva è il Covol dei Veci, chiamato anche Grotta Cecilia di Baone [1, 5]. Le altre due cavità, situate a una quota superiore, sono il Covol degli Assassini e il Covol delle Soree [4, 5]. Questi sbocchi antichi risultano oggi completamente asciutti [1, 5].
All’interno delle grotte si registrano condizioni microclimatiche costanti per tutto l’arco dell’anno [7, 8]. La temperatura dell’aria si mantiene attorno ai 12 gradi centigradi [6, 8]. L’acqua del lago interno ha invece una temperatura di 9 gradi [6, 7]. Una delle peculiarità morfologiche del complesso è la presenza di una colata di stalattiti alta circa 14 metri [7, 9]. Tra la fauna ipogea spicca il Proteo, introdotto sperimentalmente nel XIX secolo [6, 10]. Questo anfibio troglobio è ancora presente con diverse decine di esemplari [10]. La ricerca scientifica continua a monitorare la stabilità di questo ecosistema protetto [11, 12].
Storia delle esplorazioni e reticolo idrografico
La scoperta delle grotte risale al 1822 per opera del naturalista Alberto Parolini [4, 13]. Egli ipotizzò l’esistenza di una rete idrica sotterranea complessa partendo dalla copiosità delle sorgenti [13]. Per forzare l’ingresso del Covol dei Siori utilizzò cariche di dinamite [13]. La grotta fu aperta ufficialmente al pubblico nel 1832 [4, 10]. In epoca contemporanea le esplorazioni subacquee hanno rivelato dati importanti sullo sviluppo del sistema [4]. Il sifone della sorgente è stato risalito per circa 10 chilometri [4]. Tale estensione lo colloca tra i più lunghi del continente europeo [4].
Il bacino idrografico che alimenta la risorgenza di Oliero è vasto e articolato [7]. Esso drena circa il 90% delle acque meteoriche che penetrano nell’Altopiano di Asiago [1, 7]. Il sistema di infiltrazione è collegato direttamente a diversi inghiottitoi di superficie [14, 15]. Tra questi è stato identificato il torrente Ghelpach come punto di immissione chiave [15]. L’acqua piovana compie un percorso sotterraneo attraverso le faglie e le stratificazioni rocciose [16]. Le rocce carbonatiche del massiccio permettono una circolazione idrica rapida e profonda [3, 16].
Analisi della portata e acquifero carsico
Le sorgenti di Oliero sono classificate come le più copiose del Veneto [4]. Il sistema versa mediamente 8 milioni di metri cubi d’acqua al giorno [4]. La portata media delle due sorgenti attive è di circa 15 metri cubi al secondo [7]. Tuttavia il regime è soggetto a forti variazioni stagionali [7]. Durante i periodi di piogge torrenziali la portata può raddoppiare rapidamente [7]. In occasioni eccezionali sono stati registrati picchi molto elevati [7]. Nel 1966 si stima che le sorgenti abbiano raggiunto i 140 metri cubi al secondo [7].
Il tempo di risposta dell’acquifero alle precipitazioni sull’altopiano è molto breve [3]. L’incremento della portata è visibile spesso già dopo 3 o 8 ore dalle piogge intense [3]. Questo comportamento indica un sistema di drenaggio maturo con condotti ben sviluppati [3]. Lo studio della ricerca scientifica ha evidenziato la vulnerabilità del sistema agli inquinanti [12, 17]. L’acqua viene attualmente pompata verso Asiago per sopperire alle carenze idriche locali [18]. Tale risorsa richiede quindi un monitoraggio costante della qualità chimica e fisica [18, 19].
Progetto Oliero e attività di ricerca scientifica
Dal 2008 è attivo il Progetto Oliero, coordinato dal Club Speleologico Proteo [20, 21]. L’iniziativa mira a conoscere i percorsi idrici interni al massiccio carsico [12]. Il monitoraggio prevede l’uso di sonde multiparametriche automatiche [22]. Queste sono installate presso la Sorgente dei Veci per misurare livello e conducibilità [22]. Lo studio si avvale anche di traccianti atossici come il Tinopal CBS-X [22]. Le analisi dei campioni avvengono in laboratorio tramite spettrofluorimetro [22]. Tali dati servono a definire la dinamica delle acque e i tempi di percorrenza [12, 17].
Oltre all’idrogeologia sono stati condotti studi sulla radioattività naturale [23, 24]. I ricercatori hanno analizzato le emissioni alfa, beta e gamma nell’aria e nell’acqua [25, 26]. Il monitoraggio ha incluso anche la grotta della Poscola e il Buso della Rana [27]. Questi dati aiutano a comprendere le caratteristiche aggressive delle acque ipogee [23, 28]. La ricerca scientifica è fondamentale per la protezione della risorsa idropotabile regionale [12, 29]. Ogni alterazione dei parametri viene segnalata tempestivamente alle autorità competenti [25, 29].
Progetti di monitoraggio dei pipistrelli nel Parco di Oliero
Un capitolo importante riguarda lo studio della chirotterofauna locale [30, 31]. Tra il 2011 e il 2014 è stato condotto un monitoraggio sui pipistrelli del parco [30, 32]. Il progetto è nato dalla collaborazione tra il Museo Parolini e il Club Proteo [33]. Gli esperti hanno identificato le specie presenti e mappato i loro rifugi [33]. Sono state effettuate sessioni di cattura temporanea tramite reti specifiche [33]. Lo scopo era capire come i pipistrelli utilizzino i vari ambienti della Valbrenta [33]. Questa attività fornisce dati utili per la conservazione di queste specie fragili [34].
Ulteriori ricerche hanno interessato i Monti Lessini e le loro colonie [35, 36]. Si è indagato il ruolo ecologico delle grotte per il ciclo vitale dei pipistrelli [35, 36]. Tra i siti monitorati compaiono il Buso della Rana e la Grotta della Poscola [36]. Dal 2015 è inoltre attivo uno studio specifico sul Miottero in Veneto [37, 38]. La ricerca scientifica analizza la dinamica delle popolazioni e i loro comportamenti sociali [38, 39]. I pipistrelli sono considerati ottimi indicatori della salute degli ambienti sotterranei [34]. Il monitoraggio preventivo serve anche a prevenire patologie come la White Nose Syndrome [40, 41].
Didattica, musei e valorizzazione del territorio
Il Parco di Oliero offre numerose proposte educative per scuole e università [42, 43]. La visita include un’escursione in barca all’interno della Grotta Parolini [43]. Guide naturalistiche illustrano le forme del carsismo e le sorgenti del fiume [9, 43]. Il Museo della Speleologia Alberto Parolini documenta la formazione delle cavità [9, 44]. Attraverso pannelli e collezioni naturalistiche si esplora il mondo sotterraneo [9, 44]. È inoltre visitabile il Museo delle Cartiere, che racconta la storia industriale locale [45, 46]. L’antica cartiera del XVIII secolo sfruttava proprio la forza motrice dell’Oliero [16, 47].
Il complesso dispone di acquari e di un anfibiario dedicato al Proteo [48, 49]. Qui è possibile osservare da vicino la rara fauna che popola le acque sorgive [49, 50]. Il percorso didattico è pianeggiante e accessibile a tutte le età [51, 52]. La gestione attuale promuove anche sport d’acqua come il rafting e la canoa [46]. La conservazione dell’area è garantita dal costante impegno dei gruppi speleologici [11, 53]. Il sito rappresenta un bene di alto interesse naturalistico e scientifico [5, 54]. La ricerca scientifica continua a fornire la base conoscitiva per ogni azione di tutela [12, 20]. I pipistrelli residenti beneficiano indirettamente della protezione di questi habitat incontaminati [34].
Ecco l’elenco delle fonti utilizzate per la stesura dell’articolo tecnico sulla risorgenza di Oliero e sulla ricerca relativa ai pipistrelli, con i relativi link e riferimenti:
CATASTO GROTTE VENETO (Versione 3.0.0) – Federazione Speleologica Veneta – GEOMOTION Link: http://www.catastogrotteveneto.it/ Utilizzata per l’inquadramento geografico e i dati catastali delle cavità carsiche. [1]
Catasto|| delle grotte Link: http://www.speleologiaveneta.it/ Utilizzata per i dettagli sui progetti scientifici della Federazione Speleologica Veneta. [2]
FEDERAZIONE SPELEOLOGICA VENETA Link: http://www.speleologiaveneta.it/ Utilizzata per le notizie sulle ricerche biospeleologiche e il monitoraggio ambientale. [3]
Federazione Speleologica Veneta Link: http://www.speleologiaveneta.it/ Utilizzata per i dati sul “Progetto Oliero” e gli studi sui pipistrelli della Valbrenta. [4], [5], [6]
Grotte di Oliero – Wikipedia Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Grotte_di_Oliero Utilizzata per le caratteristiche fisiche, la portata del fiume Oliero, la storia della scoperta di Alberto Parolini e la biospeleologia (Proteo). [7], [8], [9], [10], [11]
Il parco di Oliero | Sentieri, natura e picnic in Valbrenta Link: https://www.grottedioliero.it/ Utilizzata per le informazioni sul sentiero natura e i servizi del Parco. [12], [13]
La Commissione Scientifca e i suoi progetti Link: http://www.speleologiaveneta.it/ Utilizzata per i dettagli sulla ricerca relativa al Miottero e il ruolo ecologico delle grotte nei Lessini per i chirotteri. [14], [15], [16], [17]
Menù – Progetti FSV Link: http://www.speleologiaveneta.it/ Utilizzata per i dettagli tecnici sulle analisi idrochimiche, l’uso dei traccianti (Tinopal CBS-X) e il monitoraggio della Sorgente dei Veci. [22], [23], [24], [25]
Pubblicazioni F.S.V. Link: http://www.speleologiaveneta.it/ Utilizzata per i riferimenti alla rivista “Speleologia Veneta” e alla diffusione dei risultati delle ricerche. [26], [27], [28]
Valstagna – Le Grotte di Oliero Link: http://www.grottedioliero.it/ Utilizzata per la storia industriale delle cartiere e l’origine geologica del sistema carsico. [29], [30], [31]
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I chirotteri, tra i mammiferi più minacciati del pianeta, svolgono servizi ecosistemici fondamentali per l’agricoltura e la biodiversità. Una giornata dedicata per sfatare pregiudizi e promuovere la conservazione.
Il 17 aprile, una data per i chirotteri: cos’è il Bat Appreciation Day
Il 17 aprile di ogni anno si celebra il Bat Appreciation Day, la Giornata Internazionale di Apprezzamento dei Pipistrelli. L’iniziativa è promossa dalla Bat Conservation International (BCI), orga
I chirotteri, tra i mammiferi più minacciati del pianeta, svolgono servizi ecosistemici fondamentali per l’agricoltura e la biodiversità. Una giornata dedicata per sfatare pregiudizi e promuovere la conservazione.
Il 17 aprile, una data per i chirotteri: cos’è il Bat Appreciation Day
Il 17 aprile di ogni anno si celebra il Bat Appreciation Day, la Giornata Internazionale di Apprezzamento dei Pipistrelli. L’iniziativa è promossa dalla Bat Conservation International (BCI), organizzazione no-profit che riunisce ricercatori e conservazionisti con l’obiettivo di proteggere i chirotteri attraverso la ricerca scientifica e l’educazione ambientale.[1][2]
La scelta della data non è arbitraria. In molte regioni dell’Europa e del Nord America, il 17 aprile coincide con il risveglio primaverile dei pipistrelli dal letargo invernale. Il ritorno in attività di questi mammiferi segna simbolicamente la fine dei mesi freddi e l’avvio della stagione di caccia notturna.[3]
La giornata ha un obiettivo preciso: sensibilizzare l’opinione pubblica e contrastare i pregiudizi storici che hanno contribuito al declino delle popolazioni. Paura, ignoranza e leggende popolari hanno portato, almeno fino all’inizio degli anni Duemila, a uccisioni deliberate di pipistrelli in Europa e Nord America.[4]
Chirotteri in Italia: 36 specie tutelate dalla legge
In Italia sono presenti 36 specie di Chirotteri, che rappresentano circa un terzo della mammalofauna terrestre nazionale. Tutte sono insettivore e tutte godono di protezione rigorosa in virtù della Legge 157/92, della Direttiva Habitat europea (Allegati II e IV) e della Convenzione di Londra gestita da EUROBATS.[5][6][4]
Alcune specie sono dette troglofile: trascorrono parti rilevanti del loro ciclo biologico nelle grotte e negli ambienti ipogei. Le grotte più calde e umide accolgono le nursery estive dove le femmine partoriscono e allattano i piccoli. Le grotte più fredde ospitano invece le colonie durante il letargo invernale.[5]
Per detenere anche temporaneamente un pipistrello è necessaria una specifica autorizzazione in deroga rilasciata dal Ministero dell’Ambiente (MASE) su parere di ISPRA. Disturbare una colonia o distruggere un sito di rifugio è un reato.[4]
Il ruolo ecologico dei pipistrelli: controllo biologico e impollinazione
Il contributo più significativo dei pipistrelli insettivori all’ecosistema è il controllo biologico degli insetti. Un singolo esemplare consuma fino a 2.000 insetti per notte. Le colonie, che possono contare da poche decine a migliaia di individui, abbattono ogni anno tonnellate di artropodi nocivi per l’agricoltura e per l’uomo, tra cui zanzare, parassiti delle colture e vettori di malattie.[7][4]
Ricerche recenti hanno dimostrato che i pipistrelli non si limitano a ridurre le popolazioni di insetti fitofagi: sopprimono anche la crescita di funghi e micotossine associate ai parassiti delle colture cerealicole. Il valore economico di questi servizi ecosistemici è stato stimato in oltre 22,9 miliardi di dollari annui per il settore agricolo globale.[8]
In Italia, una ricerca specifica ha analizzato l’equilibrio tra chirotteri e agricoltura montana, evidenziando come la presenza di pipistrelli nelle aree rurali contribuisca direttamente alla riduzione dei costi dei pesticidi e alla protezione della biodiversità agricola locale.[7]
Nelle foreste tropicali, le specie frugivore svolgono invece un ruolo chiave nell’impollinazione e nella dispersione dei semi. Alcune piante hanno sviluppato adattamenti morfologici per attrarre i chirotteri: è il caso della Marcgravia evenia cubana, le cui foglie a forma di parabola riflettono gli ultrasuoni come un radiofaro biologico.[4]
Ecolocalizzazione: il sonar naturale dei pipistrelli troglofili
Tutte le specie italiane si orientano nel buio grazie all’ecolocalizzazione: emettono ultrasuoni tra 15.000 e 120.000 Hz — non percepibili dall’orecchio umano — e analizzano l’eco di ritorno per localizzare le prede con precisione. I Rinolofidi emettono attraverso le narici, grazie a un’escrescenza a forma di ferro di cavallo; i Vespertilionidi e i Molossidi emettono dalla bocca.[5]
Gli speleologi hanno un contatto diretto privilegiato con queste specie. Il codice di comportamento nelle grotte con colonie prevede di muoversi silenziosamente, di non illuminare gli animali direttamente e di evitare assolutamente di maneggiarli. La scelta del periodo giusto per le esplorazioni è determinante per non disturbare le nursery estive né le colonie in letargo.[5]
Le minacce alla sopravvivenza dei chirotteri
Le popolazioni di pipistrelli sono in declino in molte aree d’Europa. I principali fattori di pressione sono:
Perdita di habitat: la scomparsa di foreste mature, la ristrutturazione di edifici storici e la chiusura di cavità ipogee eliminano i siti di rifugio
Pesticidi: riducono drasticamente le prede disponibili, compromettendo la nutrizione delle colonie
Disturbo ai rifugi: la frequentazione incontrollata di grotte durante il letargo o la stagione riproduttiva può causare la perdita di intere colonie[5]
Inquinamento luminoso: la luce artificiale notturna altera i comportamenti di caccia e orientamento[9]
Recupero e riabilitazione: il Manuale ISPRA 2025
Quando un pipistrello viene trovato in difficoltà, la prima regola è contattare un esperto. Nel 2025, l’associazione Tutela Pipistrelli APS in collaborazione con ISPRA e l’Associazione Teriologica Italiana (ATIt-GIRC) ha pubblicato le Linee guida per il recupero e la riabilitazione dei Chirotteri (Manuale ISPRA MLG 210/2025).[4]
Le cause più frequenti di ricovero sono la debilitazione stagionale, i traumi da predazione (gatti e rapaci) e la caduta di neonati dai rifugi in estate. Il protocollo prevede reidratazione, alimentazione con prede vive, prove di volo in voliera e liberazione in natura in condizioni meteorologiche adeguate. Il manuale è disponibile sul sito di ISPRA e costituisce il riferimento nazionale per i centri di recupero della fauna.[4]
Il calendario della sensibilizzazione internazionale
Il Bat Appreciation Day del 17 aprile è uno dei tre principali appuntamenti annuali dedicati ai chirotteri:
17 aprile – Bat Appreciation Day: promosso da Bat Conservation International, segna il risveglio primaverile[1]
Ultimo fine settimana di agosto – Notte Internazionale dei Pipistrelli: organizzata da EUROBATS sotto l’egida delle Nazioni Unite dal 1997, nel 2025 si è svolta il 30-31 agosto con eventi in tutta Italia[10][11]
Fine ottobre – Bat Week: settimana dedicata alla conservazione, abbinata tradizionalmente alle celebrazioni di Halloween
Bat Appreciation Day: i Pipistrelli, Guardiani Silenziosi degli Ecosistemi
Ogni anno il 17 aprile il mondo celebra il Bat Appreciation Day, la Giornata Internazionale di Apprezzamento dei Pipistrelli, per ricordare il ruolo fondamentale di questi mammiferi volanti e contrastare i pregiudizi che ancora ne minacciano la conservazione.
Cos’è il Bat Appreciation Day e Perché si Celebra il 17 Aprile
Il Bat Appreciation Day è stato istituito dalla Bat Conservation International (BCI), un’organizzazione no-profit statunitense che riunisce scienziati e conservazionisti di tutto il mondo con la missione di proteggere i pipistrelli e i loro habitat attraverso ricerca e educazione. La data del 17 aprile non è casuale: in molte regioni del Nord America e dell’Europa coincide con il risveglio primaverile dei chirotteri dal letargo invernale, un momento simbolico che segna il loro ritorno in attività dopo mesi di torpore.[^1][^2][^3]
La giornata è pensata per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza ecologica dei pipistrelli, spesso vittime di pregiudizi e leggende popolari che li hanno da sempre associati a figure sinistre o a malattie. Al di là dei miti, i chirotteri sono mammiferi preziosi e vulnerabili: appartengono all’ordine Chiroptera — dal greco cheir (mano) e pteron (ala) — e rappresentano circa un quinto di tutte le specie di mammiferi presenti sul pianeta, con oltre 1.300 specie distribuite in ogni continente eccetto l’Antartide.[^4][^1]
I Pipistrelli in Italia: 36 Specie sotto Protezione Rigorosa
L’Italia ospita 36 specie di Chirotteri, che costituiscono circa un terzo della mammalofauna terrestre italiana. Tutte le specie italiane sono insettivore e sono rigorosamente protette dalla Legge 157/92, dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea (Allegato IV) e dalla Convenzione di Londra (Eurobats). Questo sistema normativo tutela non solo i singoli esemplari, ma anche i loro rifugi: disturbare una colonia o distruggere un sito abituale di riposo è considerato reato.[^3]
Tra le specie presenti si annoverano rinolofi, vespertili, pipistrelli comuni, serotini, nottole, molossi e miniottero, ciascuno con esigenze ecologiche specifiche. Alcune specie, dette troglofile, trascorrono parti importanti del loro ciclo vitale nelle grotte e negli ambienti ipogei: le grotte ascendenti, più calde, vengono usate come nursery estive, mentre le grotte discendenti, più fredde, ospitano le colonie durante il letargo invernale. In questi siti sotterranei, i pipistrelli trovano temperature relativamente costanti, elevata umidità e riparo dai predatori.
Il Ruolo Ecologico dei Pipistrelli: Insettivori Naturali e Bioindicatori
Il servizio ecosistemico più noto dei pipistrelli insettivori è il controllo biologico degli insetti. Un singolo esemplare può consumare fino a 2.000 insetti per notte, incluse zanzare e parassiti agricoli. Le colonie, che possono contare da poche decine a migliaia di individui, divorano ogni anno tonnellate di artropodi, riducendo la necessità di pesticidi chimici e proteggendo le colture. Uno studio condotto su campi di mais ha dimostrato che i pipistrelli non solo abbattono le popolazioni di larve parassitarie, ma sopprimono anche la crescita di funghi e micotossine associate ai parassiti, con un valore economico stimato in oltre un miliardo di dollari annui per questa sola coltura.[^5][^6][^4]
Negli Stati Uniti, i servizi di soppressione dei parassiti forniti dai chirotteri insettivori valgono tra i 3,7 e i 53 miliardi di dollari l’anno. A livello globale, Boyles e colleghi hanno stimato il valore economico dei pipistrelli insettivori per il settore agricolo in circa 22,9 miliardi di dollari annui.[^5]
Nelle foreste tropicali, i pipistrelli frugivori svolgono un ruolo chiave nell’impollinazione e nella dispersione dei semi: alcune piante hanno persino sviluppato adattamenti morfologici per attrarre i chirotteri, come la Marcgravia evenia cubana, che possiede foglie a forma di parabola che riflettono gli ultrasuoni dei pipistrelli come un radiofaro. I pipistrelli della frutta impollinano circa 450 specie di piante utilizzate commercialmente dall’uomo, facilitando la rigenerazione delle foreste.[^4]
A livello mondiale, i chirotteri sono riconosciuti come importanti bioindicatori: la loro sensibilità al degrado ambientale li rende indicatori affidabili della salute degli ecosistemi.
Minacce alla Conservazione dei Chirotteri
Nonostante la loro importanza ecologica, molte specie di pipistrelli sono in declino. I principali fattori di rischio includono:
Perdita e degrado degli habitat: la riduzione delle foreste mature, la ristrutturazione degli edifici storici e la cementificazione elimina i siti di rifugio tradizionali
Uso di pesticidi: l’impiego di insetticidi in agricoltura riduce drasticamente le prede disponibili, compromettendo la sopravvivenza delle colonie[^1]
Disturbo diretto ai rifugi: la frequentazione incontrollata di grotte, sottotetti e gallerie durante il letargo o la stagione riproduttiva può causare la perdita di intere colonie
Pregiudizi e uccisioni deliberate: la paura irrazionale ha storicamente portato a uccisioni massive, soprattutto in Nord America e in Europa, almeno fino all’inizio degli anni 2000
Inquinamento luminoso: la luce artificiale notturna altera i comportamenti di caccia e orientamento dei chirotteri, riducendone l’efficacia predatoria[^7]
In Italia, tutte le specie di Chirotteri sono inserite nell’Allegato IV della Direttiva Habitat, alcune anche nel più restrittivo Allegato II, e per la loro detenzione è necessaria specifica autorizzazione in deroga da parte del Ministero dell’Ambiente (MASE), su parere di ISPRA.
L’Ecolocalizzazione: il Sonar Biologico dei Chirotteri
Tutte le specie italiane si orientano nel buio grazie a un sofisticato sistema di ecolocalizzazione: emettono ultrasuoni a frequenze comprese tra 15.000 e 120.000 Hz — non percepibili dall’orecchio umano — e analizzano l’eco di ritorno per localizzare le prede con precisione millimetrica. Questo sistema, analogo al sonar, consente ai pipistrelli di individuare una zanzara in volo nel buio totale.[^3]
I Rinolofidi emettono gli ultrasuoni attraverso le narici, grazie a un’escrescenza a forma di ferro di cavallo che ne migliora la direzionalità; i Vespertilionidi e i Molossidi emettono invece dalla bocca. La tecnologia dei bat-detector — strumenti elettronici che convertono gli ultrasuoni in suoni udibili — permette oggi a ricercatori e appassionati di rilevare la presenza dei pipistrelli in volo, stimarne il numero e identificare molte specie attraverso l’analisi informatizzata dei segnali acustici.
Il Ciclo Biologico e i Rifugi Ipogei
Il ciclo annuale dei chirotteri italiani è scandito da quattro fasi stagionali:
Inverno: letargo nelle grotte fredde, con metabolismo ridotto al minimo e frequenza cardiaca che scende da oltre 800 a soli 10-15 battiti al minuto
Primavera: risveglio e migrazione verso i rifugi estivi
Estate: formazione delle nursery nelle grotte calde o negli edifici caldi, parto (solitamente un unico piccolo) e allattamento
Autunno: dispersione, accoppiamenti e accumulo di riserve lipidiche per il letargo
Le grotte rappresentano ambienti insostituibili per le specie troglofile: offrono temperature stabili, elevata umidità, numerosi nascondigli e scarso disturbo da parte dei predatori. Per questa ragione, la comunità speleologica ha un ruolo cruciale nella conservazione dei chirotteri: il codice di comportamento nelle grotte che ospitano colonie prevede di muoversi silenziosamente, non illuminare gli animali direttamente, evitare assolutamente di maneggiarli e scegliere i periodi appropriati per le esplorazioni.
Il Calendario Internazionale della Sensibilizzazione
Il Bat Appreciation Day del 17 aprile è solo uno degli appuntamenti annuali dedicati alla conservazione dei chirotteri. Il calendario internazionale include:
17 aprile – Bat Appreciation Day: istituito da Bat Conservation International, celebrato soprattutto nel periodo del risveglio primaverile[^1][^3]
Ultimo fine settimana di agosto – Notte Internazionale dei Pipistrelli: organizzata da EUROBATS sotto l’egida delle Nazioni Unite dal 1997, coinvolge oltre 30 paesi con passeggiate notturne, conferenze e attività di citizen science. Nel 2025 si è svolta il 30-31 agosto con eventi distribuiti su tutto il territorio italiano, dai parchi dell’Appennino alle riserve naturali del Lazio[^8][^9]
Fine ottobre – Bat Week: settimana dedicata alla conservazione dei chirotteri, spesso abbinata alle celebrazioni di Halloween per sfruttare l’associazione popolare tra pipistrelli e notte
Sfatare i Miti sui Pipistrelli
Uno degli obiettivi principali del Bat Appreciation Day è combattere i falsi miti che ancora circolano:
“I pipistrelli sono ciechi”: falso. Molte specie hanno una vista eccellente, utile per orientarsi su lunghe distanze. L’ecolocalizzazione integra la vista per la caccia al buio[^3]
“I pipistrelli sono vampiri”: in Italia tutte le specie sono insettivore. Solo 3 specie su circa 1.400 nel mondo si nutrono di sangue, e nessuna vive in Europa[^3]
“I pipistrelli trasmettono malattie”: il rischio è reale ma statisticamente molto inferiore a quello di altri animali domestici o selvatici. La sorveglianza passiva sui Lyssavirus (parenti della rabbia) nei chirotteri italiani viene condotta da una rete di centri autorizzati
“I pipistrelli si attaccano ai capelli”: una delle dicerie più diffuse e priva di fondamento scientifico. Grazie alle campagne informative, questo stereotipo ha progressivamente perso terreno
Recupero e Riabilitazione: il Contributo di Tutela Pipistrelli
Quando un pipistrello viene trovato in difficoltà, è fondamentale contattare esperti qualificati. L’associazione Tutela Pipistrelli APS, insieme a ISPRA e all’Associazione Teriologica Italiana (ATIt-GIRC), ha elaborato linee guida nazionali per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri, pubbliciate nel 2025 come Manuale ISPRA MLG 210/2025.
Le cause più frequenti di ricovero sono la debilitazione (soprattutto in primavera e tardo autunno), i traumi da predazione (gatti, rapaci) e la caduta di neonati dai rifugi durante l’estate. La riabilitazione prevede reidratazione, alimentazione con prede vive appropriate, prove di volo in voliera e infine liberazione in natura in condizioni meteorologiche favorevoli. Il ritrovamento di un pipistrello in difficoltà, evidenziano i ricercatori, costituisce un importante canale emotivo per avvicinare i cittadini alla conservazione di questi mammiferi.
Per segnalare un pipistrello in difficoltà o per maggiori informazioni sulla tutela dei chirotteri in Italia, è possibile consultare il sito: http://www.tutelapipistrelli.it
Fonti [1] Oggi è il Bat Appreciation Day: il 40% di tutte le specie di pipistrello … https://www.kodami.it/oggi-si-celebra-il-bat-appreciation-day-una-giornata-per-conoscere-meglio-i-pipistrelli/ [2] Oggi è il Bat Appreciation Day, la giornata dedicata ai pipistrelli https://www.lsdmagazine.com/2022/04/17/il-17-aprile-di-ogni-anno-si-celebra-il-bat-appreciation-day-la-giornata-dedicata-ai-pipistrelli-eccezionali-mammiferi-conquistatori-dellaria-e-del-buio-questa-giornata-e-loccasione-per-r/ [3] Pipistrelli in Italia: curiosità, specie e come aiutarli – Terra e Acqua https://www.terraacqua.it/bat-appreciation-day-pipistrelli-italia/ [4] MLG-210-2025.pdf https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_20f3b7e0-4dab-4445-b61b-1527af169439/5bd206d7-8803-4143-b3f0-ed44083580d9/MLG-210-2025.pdf [5] 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_20f3b7e0-4dab-4445-b61b-1527af169439/625cc695-5181-4b61-a582-f2e8be745602/29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt [6] Chirotteri d’Italia: un viaggio tra le specie dai nomi più incredibili https://www.montagna.tv/270792/chirotteri-ditalia-un-viaggio-tra-le-specie-dai-nomi-piu-incredibili/amp/ [7] Equilibrio tra pipistrelli e agricoltura montana: una ricerca italiana … https://www.scintilena.com/equilibrio-tra-pipistrelli-e-agricoltura-montana-una-ricerca-italiana-rivela-le-chiavi-per-conservare-la-biodiversita/01/03/ [8] Pipistrelli e controllo biologico dei parassiti: un aiuto per l’agricoltura https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-controllo-biologico-dei-parassiti-una-ricerca-cinese-svela-il-ruolo-stagionale-negli-agroecosistemi-montani/03/08/ [9] I pipistrelli: sentinelle dell’inquinamento luminoso | UNEP/Eurobats https://www.eurobats.org/node/45769 [10] Notte Internazionale dei Pipistrelli 2025: Grande … https://www.scintilena.com/notte-internazionale-dei-pipistrelli-2025-grande-mobilitazione-per-la-conservazione-dei-chirotteri/08/30/ [11] La Notte Internazionale dei Pipistrelli: Un Evento Globale per la … https://www.scintilena.com/la-notte-internazionale-dei-pipistrelli-un-evento-globale-per-la-conservazione/08/18/ [12] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [13] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [14] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Architetture subterranee milionarie: le formiche Atta costruiscono nidi profondi 8 metri con oltre 8.000 camere, in modo analogo alle grandi opere di scavo umane
Le formiche tagliafoglie del genere Atta costruiscono colonie sotterranee di dimensioni che, rapportate alla scala del loro corpo, non hanno paragoni nel mondo animale. Nidi profondi fino a 8 metri, con oltre 8.000 camere interconnesse, tumuli epigei alti fino a 5 metri e larghi 15 metri: strutture che ospitano milioni
Architetture subterranee milionarie: le formiche Atta costruiscono nidi profondi 8 metri con oltre 8.000 camere, in modo analogo alle grandi opere di scavo umane
Le formiche tagliafoglie del genere Atta costruiscono colonie sotterranee di dimensioni che, rapportate alla scala del loro corpo, non hanno paragoni nel mondo animale. Nidi profondi fino a 8 metri, con oltre 8.000 camere interconnesse, tumuli epigei alti fino a 5 metri e larghi 15 metri: strutture che ospitano milioni di individui per vent’anni consecutivi. Per capire la portata di queste opere, è utile un confronto diretto con le grandi realizzazioni sotterranee dell’uomo.[1]
Formiche Tagliafoglie: la biologia di un’architettura sotterranea
Le formiche tagliafoglie appartengono al genere Atta, con 15 specie distribuite dall’America Centrale al Sudamerica fino al Texas. La loro peculiarità non è solo la dimensione delle colonie, ma la specializzazione funzionale degli spazi interni: ogni camera ha un ruolo preciso, esattamente come i livelli di una metropolitana o i piani di un parcheggio multipiano.[2]
L’aspetto biologicamente rilevante è l’età di questa “tecnologia”. Le formiche tagliafoglie praticano l’agricoltura fungina da 66 milioni di anni, da prima della comparsa dei grandi mammiferi. L’uomo costruisce gallerie sotterranee da circa 5.000 anni. Il divario è enorme.[3]
Profondità e dimensioni: il confronto con le opere umane
Una colonia matura di Atta laevigata scava fino a 8 metri sotto il suolo. Per confronto, la metropolitana di Roma corre mediamente a 20-30 metri di profondità, quella di Mosca arriva a oltre 80 metri nei tratti più profondi. Le formiche scavano meno in profondità assoluta, ma con strumenti radicalmente diversi: mandibole, zampe e cooperazione di milioni di individui senza alcuna pianificazione centralizzata.[1]
Il volume degli spazi costruiti è impressionante. I tumuli epigei di Atta capiguara raggiungono 15-16 metri di diametro. Un calco in cemento di un nido maturo ha mostrato migliaia di camere distribuite su più livelli, con gallerie principali larghe fino a 21 centimetri. Per dare un riferimento umano: è la larghezza di una canalina di scarico di piccolo formato, ma percorsa ininterrottamente da milioni di individui ogni giorno.[1]
Il sistema delle gallerie: logistica paragonabile a un’autostrada urbana
Le colonne di foraggiamento delle formiche tagliafoglie percorrono fino a 300 metri dal nido, lungo percorsi fisicamente “asfaltati” — ovvero liberi da ostacoli — che aumentano la velocità di marcia delle operaie dell’86% e l’efficienza di foraggiamento del 67%. Sono strade vere. Le formiche le costruiscono e le mantengono pulite esattamente come un consorzio autostradale.[1]
Una colonia matura trasporta 1-2 tonnellate di materiale vegetale fresco ogni anno. Traducendo in termini logistici: è un flusso di merci continuo, giorno e notte, paragonabile a una piccola stazione ferroviaria merci — ma gestito senza ingegneri, senza macchinari e senza energia fossile.[1]
Le camere di coltivazione: il sottosuolo come laboratorio agricolo
Il cuore produttivo del nido sono le camere fungine, dove viene coltivato Leucoagaricus gongylophorus, un fungo simbiontico che costituisce la principale fonte di nutrimento della colonia. Le camere sono sferiche o ovali, con diametro fino a 30 centimetri, mantenute a temperatura stabile tra 20 e 25 °C e umidità controllata.[4]
Il confronto umano qui è con le cantine di stagionatura o con le moderne plant factory — ambienti sotterranei a clima controllato usati per coltivare in assenza di luce naturale. La differenza è che le formiche gestiscono questi ambienti da decine di milioni di anni senza tecnologia meccanica. Le camere fungine di un nido di A. texana possono superare le 97 unità.[1]
La ventilazione passiva: un sistema che anticipa la bioarchitettura
Le formiche tagliafoglie regolano la circolazione dell’aria nel nido costruendo turricole epigee — strutture a forma di ciminiera sul tumulo esterno. Quando il vento soffia su di esse, si genera una zona di bassa pressione che aspira aria fresca dall’interno attraverso le aperture periferiche. Il ricambio d’aria aumenta da 3 a 10 volte rispetto alle condizioni di calma.[5]
Questo principio fisico — la ventilazione naturale per effetto Venturi — è lo stesso alla base dei sistemi bioclimatici degli edifici moderni a basso consumo energetico. Architetture come i termitai dello Zimbabwe hanno ispirato la progettazione di edifici come l’Eastgate Centre di Harare. Le formiche tagliafoglie applicano un principio analogo in contesto sotterraneo.
La gestione dei rifiuti: separazione e sicurezza biologica
La colonia destina aree specifiche allo smaltimento dei rifiuti — materiale vegetale esaurito, formiche morte, fungo deteriorato — fisicamente separati dalle camere fungine. Il volume delle camere di rifiuto in un nido maturo di A. capiguara è stimato in circa 166 litri.[6][1]
Il confronto con l’ingegneria umana è diretto: il principio della separazione dei flussi (rifiuti vs. produzione vs. persone) è lo stesso applicato nei tunnel di servizio delle metropolitane, negli ospedali sotterranei militari e nelle strutture logistiche avanzate. Le formiche più anziane — considerate biologicamente meno preziose per la colonia — sono quelle designate alla gestione dei materiali più pericolosi. Una scelta che, in termini di gestione del rischio, è razionale.[6]
Dalla regina fondatrice alla megalopoli: la crescita nel tempo
Ogni colonia inizia da una sola regina. Dopo il volo nuziale, la fondatrice scava da sola un tunnel di circa 15 cm, si sigilla all’interno, semina un frammento di fungo portato dal nido d’origine e depone le prime uova. In cinque mesi nascono le prime operaie. In vent’anni, la colonia può raggiungere milioni di individui.[1]
La crescita è prima verticale — il nido si approfondisce — poi prevalentemente laterale, con espansione delle camere fungine e dei depositi. Un processo di urbanizzazione sotterranea che ricorda, in scala biologica, la crescita delle città umane: prima i palazzi in altezza, poi la diffusione in periferia.
Una struttura che ispira la ricerca scientifica
La complessità dei nidi di Atta è oggetto di studio da parte di ingegneri, biologi e architetti. Le tecniche di calco in cemento — che riproducono in tre dimensioni l’intera struttura del nido — hanno permesso di misurare con precisione profondità, volumi e geometrie delle camere. Le indagini con tomografia computerizzata (CT scan) permettono oggi di osservare la crescita del nido nel tempo senza distruggerlo.[7][8]
I risultati alimentano ricerche nel campo della robotica collettiva, dei sistemi logistici autonomi e dell’architettura bioispirata. Il nido delle formiche tagliafoglie non è solo una curiosità naturale: è un modello funzionante di ingegneria distribuita.
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La Federación de Espeleología de Castilla y León e l’Asoc. Espeleofoto presentano un’esperienza immersiva in realtà virtuale durante l’Encuentro Internacional de Espeleología
Mesetaria 2026: l’incontro internazionale di speleologia nel Cañón del Río Lobos
Il Cañón del Río Lobos, in provincia di Soria (Castilla y León), ospiterà il 25 e 26 aprile 2026 Mesetaria 2026, l’Encuentro Internacional de Espeleología che riunisce speleologi da tutto il mondo in uno dei contesti natural
La Federación de Espeleología de Castilla y León e l’Asoc. Espeleofoto presentano un’esperienza immersiva in realtà virtuale durante l’Encuentro Internacional de Espeleología
Mesetaria 2026: l’incontro internazionale di speleologia nel Cañón del Río Lobos
Il Cañón del Río Lobos, in provincia di Soria (Castilla y León), ospiterà il 25 e 26 aprile 2026 Mesetaria 2026, l’Encuentro Internacional de Espeleología che riunisce speleologi da tutto il mondo in uno dei contesti naturali più suggestivi della Spagna. La sede principale dell’evento è San Leonardo de Yagüe, punto di accesso privilegiato al parco naturale del cañón. Il programma prevede visite a cavità sotterranee, conferenze tecniche, escursioni guidate e altre iniziative legate al mondo della speleologia internazionale.
L’evento è organizzato con il supporto della Junta de Castilla y León e di diversi sponsor e associazioni del settore, come si può osservare nel manifesto ufficiale dell’incontro. Mesetaria 2026 si inserisce nel calendario degli appuntamenti speleologici internazionali di rilievo per il 2026.
Il documental immersivo 360° sulla Cueva de la Galiana
Tra le proposte più innovative di Mesetaria 2026 spicca la presentazione di un documental immersivo in formato 360° dedicato alla Cueva de la Galiana. Il filmato è stato prodotto dalla Federación de Espeleología de Castilla y León e realizzato dall’Asociación Espeleofoto, realtà specializzata nella documentazione fotografica e audiovisiva del mondo sotterraneo.
Il documental rappresenta un formato narrativo relativamente nuovo nel campo della speleologia divulgativa. Le riprese a 360 gradi permettono di catturare l’ambiente della cavità in modo panoramico e completo, restituendo allo spettatore una percezione spaziale impossibile da ottenere con le tecniche cinematografiche tradizionali.
Lo stand VR: le gafas di realtà virtuale per entrare nella grotta
Durante i due giorni di Mesetaria 2026, gli organizzatori allestiscono uno stand dedicato dotato di visori VR (gafas de realidad virtual). I visitatori potranno indossare i visori e immergersi nel reportage sulla Cueva de la Galiana con la sensazione di trovarsi fisicamente all’interno della cavità.
Questa modalità di fruizione del documental 360° apre la speleologia a un pubblico più ampio. Non è necessario avere esperienza di esplorazione per “vivere” l’ambiente sotterraneo. Il formato VR abbatte le barriere fisiche e tecniche che normalmente limitano l’accesso alle grotte, consentendo a chiunque — speleologi esperti, appassionati e semplici curiosi — di esplorare virtualmente la Cueva de la Galiana.
La Cueva de la Galiana e il contesto carsico del Cañón del Río Lobos
Il Cañón del Río Lobos è un parco naturale di grande importanza geomorfologica e biologica. L’area è caratterizzata da formazioni calcaree che hanno dato origine a un sistema carsico articolato, con grotte e cavità di notevole interesse speleologico. La Cueva de la Galiana è una delle cavità più rappresentative di questo territorio, inserita in un paesaggio rupestre che comprende pareti verticali, l’Ermita de San Bartolomé e una ricca avifauna rupicola.
La scelta di dedicare un documental immersivo proprio a questa grotta riflette l’importanza della Cueva de la Galiana come patrimonio naturale e speleologico di Castilla y León. La sua documentazione in formato 360° contribuisce alla valorizzazione e alla conservazione della memoria di questi ambienti sotterranei.
Espeleofoto e la speleologia visiva: un approccio alla divulgazione
L’Asociación Espeleofoto è tra le realtà più attive in Spagna nella fotografia e nella produzione audiovisiva speleologica. Il suo coinvolgimento nella realizzazione del documental 360° sulla Cueva de la Galiana garantisce un livello qualitativo elevato sia sul piano tecnico che narrativo.
La collaborazione con la Federación de Espeleología de Castilla y León conferisce al progetto una dimensione istituzionale. Non si tratta di un’iniziativa estemporanea, ma di un lavoro inserito in una strategia più ampia di comunicazione e divulgazione della speleologia nella regione.
Il documental immersivo 360° si affianca alle attività di esplorazione e ricerca scientifica come strumento complementare. Mostrare il mondo sotterraneo attraverso la realtà virtuale non sostituisce l’esperienza diretta, ma la rende accessibile e comprensibile a platee molto più vaste.
Speleologia e realtà virtuale: un binomio in crescita
L’utilizzo della tecnologia VR nella speleologia divulgativa è un fenomeno in crescita a livello internazionale. I filmati immersivi a 360° permettono di documentare ambienti fragili e difficilmente accessibili senza impattare sull’ecosistema sotterraneo. In questo senso, il documental sulla Cueva de la Galiana risponde anche a un’esigenza di tutela: più persone possono “visitare” la grotta virtualmente, riducendo la pressione antropica sull’ambiente reale.
Mesetaria 2026 si conferma così non solo un incontro tra professionisti e appassionati di speleologia, ma anche uno spazio di sperimentazione e innovazione nella comunicazione del patrimonio sotterraneo. Lo stand VR con il documental 360° sulla Cueva de la Galiana è uno degli elementi che caratterizza questa edizione dell’Encuentro Internacional de Espeleología nel Cañón del Río Lobos.
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Tra inquisitori, santi e “masche”: il mistero del nome di una grotta piemontese
La Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in alta Valle Po, nel cuore del Parco del Monviso, ha riaperto al pubblico sabato 12 aprile 2026. La riapertura ha subito un leggero slittamento rispetto alla tradizionale data del 1° aprile: il Parco del Monviso ha prorogato la chiusura fino al 10 aprile, per tutelare le colonie di chirotteri ancora in fase di ibernazione.
Con i cancelli finalmente spalancati, l
Tra inquisitori, santi e “masche”: il mistero del nome di una grotta piemontese
La Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in alta Valle Po, nel cuore del Parco del Monviso, ha riaperto al pubblico sabato 12 aprile 2026. La riapertura ha subito un leggero slittamento rispetto alla tradizionale data del 1° aprile: il Parco del Monviso ha prorogato la chiusura fino al 10 aprile, per tutelare le colonie di chirotteri ancora in fase di ibernazione.
Con i cancelli finalmente spalancati, l’attenzione torna non solo alle bellezze sotterranee della cavità, ma anche a un interrogativo storico e affascinante: da dove deriva il suo nome?[1]
La Grotta di Rio Martino: una riserva naturale ai piedi del Monviso
La Grotta di Rio Martino si apre a 1.530 metri di quota sulle pendici della Rocca Granè. Con uno sviluppo totale di 3.200 metri, è uno degli ambienti carsici più estesi e rilevanti del Piemonte. Solo il ramo inferiore, lungo 530 metri, è accessibile al pubblico con una guida. Il percorso termina nel Salone del Pissai, dove il Rio Martino si getta in una cascata alta oltre 40 metri.[2][3]
La grotta è Riserva Naturale e Zona Speciale di Conservazione (ZSC IT1160037). Ospita almeno 12 specie di chirotteri protetti. La più numerosa è il Barbastello (Barbastella barbastellus), con oltre 350 esemplari in ibernazione: la più grande aggregazione invernale della specie nota in Italia. Proprio per proteggere queste colonie, la grotta rimane chiusa ogni anno dal 1° novembre alla primavera inoltrata.[4][1]
“Rimartino”: un nome documentato dal 1600
Le prime testimonianze scritte della Grotta risalgono al 1600. Il nome “Rimartino” — forma contratta di “Rio Martino” — compare in numerosi documenti storici a partire da quell’epoca. Ma quale sia la vera origine di questo nome rimane una questione aperta, con due ipotesi principali che la tradizione locale tramanda.[5]
Entrambe le spiegazioni affondano le radici in un contesto storico preciso: la fine del Cinquecento, quando la zona di Crissolo era attraversata da tensioni religiose legate alla diffusione della fede protestante tra le comunità alpine. In quella stagione, la grotta non era un semplice fenomeno naturale. Era un luogo carico di significato simbolico, temuto e rispettato.[6]
La leggenda dell’inquisitore: Martino Delrio e l’esorcismo della grotta
La prima ipotesi è la più suggestiva sul piano narrativo. Nel Medioevo, la grotta era considerata un covo di “masche” e spiriti maligni. Si riteneva che nel grande antro si svolgessero riunioni orgiastiche con streghe ed esseri infernali, responsabili di temporali, valanghe e altre calamità.[7]
Verso la fine del ‘500, i Gesuiti salirono a Crissolo per riconvertire al Cattolicesimo alcuni abitanti passati alla fede protestante. Fu durante questa missione che, secondo la tradizione, venne esorcizzata la grotta. Si dice che i Gesuiti stessi intitolarono la cavità all’inquisitore Martino Delrio, in segno di devozione verso il celebre teologo.[6][7]
Martino Delrio — il cui nome completo era Martín Antonio Del Río — era un gesuita fiammingo di ascendenza spagnola, nato ad Anversa nel 1551 e morto a Lovanio nel 1608. È noto soprattutto come autore delle Disquisitionum magicarum libri sex, uno dei trattati demonologici più completi e diffusi nell’Europa cattolica post-tridentina. L’opera, pubblicata tra il 1599 e il 1600, era una guida sistematica per confessori, inquisitori e giudici nella lotta contro la magia e la stregoneria.[8][9]
Secondo la leggenda, da quel giorno di esorcismo cessarono i sabba nella grotta. Nel 1609 essa fu visitata dal Cardinale Cinzio Aldobrandini, nipote di Papa Clemente VIII, e dal Cardinale Cesareo.[7]
La tesi storica: la vecchia chiesa di San Martino di Tours
La seconda ipotesi è più sobria, ma ha solide basi topografiche e documentali. Si fa derivare il nome dalla vecchia chiesa parrocchiale di Crissolo, dedicata a San Martino di Tours, che si trovava sulla riva destra del Po, circa 150 metri più in basso rispetto all’ingresso della grotta.
San Martino di Tours è uno dei santi più venerati dell’Occidente cristiano. Soldato romano poi divenuto vescovo di Tours nel IV secolo, è ricordato soprattutto per aver diviso il suo mantello con un povero infreddolito. Il suo culto era diffusissimo nelle Alpi occidentali.[10]
Secondo questa tesi, la grotta prese il nome dalla vicinanza con quella chiesa. La parrocchia, però, non esiste più. Un’alluvione nel tardo Quattrocento la distrusse, portando via anche il cimitero annesso. I crissolesi decisero quindi di costruirne una nuova più a monte, nella frazione Serre, dove si trova ancora oggi. Rimase il nome nel territorio — e, con esso, nella memoria della grotta.[7]
Le reliquie di San Chiaffredo: quando la grotta diventa rifugio sacro
A complicare ulteriormente il quadro, c’è un terzo elemento storico documentato. Nel 1655, in pieno clima di tensioni religiose con i Valdesi, il vicario di Crissolo scelse la grotta come rifugio sicuro per le reliquie di San Chiaffredo, il martire patrono locale.[7]
Il 18 giugno 1655, le reliquie del Santo — un soldato romano della Legione Tebea, martirizzato secondo la tradizione proprio nei pressi di Crissolo — presero dimora nella grotta, accompagnate dal popolo in preghiera. Si tratta di un dato che intreccia la storia della grotta con quella religiosa della valle in modo indissolubile. Nel 1593, per scongiurare profanazioni, le reliquie erano già state trasferite a Staffarda; nel 1642 erano poi confluite nella Cattedrale di Saluzzo, dove si trovano tuttora.[11][7]
La grotta, dunque, non era solo un luogo maledetto da esorcizzare. Era anche un luogo benedetto, scelto per custodire ciò che di più sacro la comunità possedeva.
Due storie, un solo nome: la grotta continua a rivelare i suoi segreti
Le due ipotesi non si escludono necessariamente. È possibile che il nome “Rio Martino” derivasse originariamente dalla chiesa di San Martino di Tours — una denominazione geografica legata al torrente e alla parrocchia scomparsa — e che la figura dell’inquisitore Delrio sia entrata in scena in un secondo momento, rafforzando e reinterpretando una denominazione già esistente.
Quel che è certo è che la Grotta di Rio Martino porta con sé strati di storia sovrapposti: preistoria, Medioevo, superstizioni, Riforma protestante, Controriforma, martirio cristiano e speleologia moderna. Le prime esplorazioni scientifiche risalgono al 1858, quando l’ufficiale Carlo Meineri redasse il primo rilievo topografico. Le prime testimonianze scritte, invece, risalgono al 1600, con la visita dell’abate Valeriano Castiglione nel 1627.[7]
La riapertura di questa primavera invita a tornare dentro quella grotta non solo con la torcia in testa, ma anche con la curiosità di chi sa che ogni stalattite può nascondere una storia — e ogni nome, una domanda ancora aperta.
Fonti [1] Prorogata la chiusura della Grotta di Rio Martino fino al 10 aprile https://www.parcomonviso.eu/news/917/prorogata-la-chiusura-della-grotta-di-rio-martino-fino-al-10-aprile-2026 [2] Turismo consapevole: la grotta del Rio Martino di Crissolo “off-limits” per cinque mesi per il letargo dei pipistrelli – Scintilena https://www.scintilena.com/turismo-consapevole-la-grotta-del-rio-martino-di-crissolo-off-limits-per-cinque-mesi-per-il-letargo-dei-pipistrelli/11/14/ [3] La Riserva naturale della Grotta di Rio Martino – Parco del Monviso https://www.parcomonviso.eu/ambiente/aree-protette-e-rete-natura-2000/la-riserva-naturale-della-grotta-di-rio-martino [4] La Grotta di Rio Martino a Crissolo – Raccontapassi https://www.raccontapassi.it/la-grotta-di-rio-martino-a-crissolo/ [5] GROTTA RIO MARTINO https://www.visitcuneese.it/dettaglio-punto-di-interesse/-/d/grotta-rio-martino [6] Miracoli mariani e leggende curiose lungo il Po – Il Giornale del Po https://ilgiornaledelpo.it/casualita-prodigio-miracolo-o-leggende/ [7] La Grotta di Rio Martino – Crissolo – Valle Po – Ghironda.com https://www.ghironda.com/vallepo/rubriche/riomart.htm [8] Martin Delrio – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Delrio [9] Del Río, Martín Antonio – ERETICOPEDIA https://www.ereticopedia.org/martin-anton-del-rio [10] San Martino di Tours | Agiografia Chiese Romaniche Gotiche e … https://www.chieseromaniche.it/SchedeAgiografia/1-Martino-di-Tours.htm [11] Santuario di San Chiaffredo – Crissolo Outdoor https://www.crissolooutdoor.it/sito-di-interesse/1181/Santuario-di-San-Chiaffredo [12] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [13] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [14] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [15] Scoperta la prima testimonianza di protospeleologia italiana a Martina Franca – Scintilena https://www.scintilena.com/scoperta-la-prima-testimonianza-di-protospeleologia-italiana-a-martina-franca/04/25/ [16] SAN VALENTINO IN A.C. (PE) – TROVATO CUNICOLO … – Scintilena https://www.scintilena.com/san-valentino-in-a-c-pe-trovato-cunicolo-sconosciuto-nella-valle-dellorta/01/18/ [17] Le Scale Perotti rivivono in un docufilm: il capolavoro sotterraneo … https://www.scintilena.com/le-scale-perotti-rivivono-in-un-docufilm-il-capolavoro-sotterraneo-della-grotta-di-rio-martino-salvato-dalloblio/02/28/ [18] Frank Vanzetti presenta il suo film sulle esplorazioni subacquee del sifone che chiude la grotta di Rio Martino, una delle più affascinanti del Piemonte https://www.scintilena.com/tag/frank-vanzetti/feed/ [19] Narni – Il Monte Santa Croce, ovvero, una Grotta per ogni amico – Scintilena https://www.scintilena.com/narni-il-monte-santa-croce-ovvero-una-grotta-per-ogni-amico/04/29/ [20] Pipistrelli, pubblicati gli studi scientifici sul primo caso di WNS in Italia, intanto la grotta è stata riaperta alle visite turistiche – Scintilena https://www.scintilena.com/pipistrelli-pubblicati-gli-studi-scientifici-sul-primo-caso-di-wns-in-italia-intanto-la-grotta-e-stata-riaperta-alle-visite-turistiche/09/09/ [21] Video: La prima spedizione nelle grotte di sale dell’Iran dell … https://www.scintilena.com/video-la-prima-spedizione-nelle-grotte-di-sale-delliran-dellassociazione-la-venta/11/19/ [22] Esplorazione speleosubacquea a La Val – Scintilena https://www.scintilena.com/esplorazione-speleosubacquea-a-la-val/03/07/ [23] San Martino sotterraneo: il mondo nascosto sotto la Lombardia https://www.scintilena.com/san-martino-sotterraneo/02/25/ [24] La Grotta dei Fondatori: scoperta speleologica sulle montagne del … https://www.scintilena.com/la-grotta-dei-fondatori-scoperta-speleologica-sulle-montagne-del-sebino-a-sulzano/03/08/ [25] Una luce nel buio – Notiziario di speleologia e del sottosuolo https://www.scintilena.com/page/1957/ [26] SpeleoRosa 2026: l’8 marzo si va in grotta a Ripe di Civitella con il … https://www.scintilena.com/speleorosa-2026-l8-marzo-si-va-in-grotta-a-ripe-di-civitella-con-il-cai-teramo/03/02/ [27] Terminate le riprese del film ‘Il sifone di Rio Martino’ – Scintilena https://www.scintilena.com/terminate-le-riprese-del-film-il-sifone-di-rio-martino/04/04/ [28] Pagina 2094 di 2345 – Una luce nel buio – Notiziario di … – Scintilena https://www.scintilena.com/page/2094/?c=5 [29] Inverno lungo, a Rio Martino slitta la chiusura della grotta https://nuovagazzettadisaluzzo.it/attualita/inverno-lungo-a-rio-martino-slitta-la-chiusura-della-grotta/ [30] Campeggio Valle Po – Paesana CN – La Grotta di Rio Martino https://www.campeggiovallepo.it/public/GrottadiRioMartino.asp [31] Rio Martino: Proroga per i Pipistrelli! – SportiviDentro https://www.sportividentro.it/article/20769/rio-martino-proroga-per-i-pipistrelli [32] Crissolo, riapre alle visite la Grotta di Rio Martino – La Guida https://laguida.it/2026/04/10/crissolo-riapre-alle-visite-la-grotta-di-rio-martino/ [33] Grotta del Rio Martino – Legart.it https://www.legart.it/monviso/index.php/grotte/8-grotta-del-rio-martino [34] Grotta di Rio Martino https://www.crissolooutdoor.it/sito-di-interesse/1170/Grotta-di-Rio-Martino [35] Parco – La Grotta di Rio Martino torna accessibile ai visitatori da … https://www.facebook.com/parcodelmonviso/photos/la-grotta-di-rio-martino-torna-accessibile-ai-visitatori-da-domani-dopo-una-pror/1399888825499199/ [36] Incredibile scoperta nel Parco del Monviso: la grotta del Rio Martino … https://www.giornalelavoce.it/news/attualita/672085/incredibile-scoperta-nel-parco-del-monviso-la-grotta-del-rio-martino-si-trasforma-in-un-tempio-di-ghiaccio.html [37] GROTTA RIO MARTINO https://www.visitcuneese.it/en/dettaglio-punto-di-interesse/-/d/rio-martino-cave [38] Giuristi ed economisti nella massoneria italiana fra le due guerre https://media.fupress.com/files/pdf/24/4824/15504 [39] “ALLA RICERCA DELLA VERITÀ” A NARNI – Scintilena https://www.scintilena.com/%E2%80%9Calla-ricerca-della-verita%E2%80%9D-a-narni/12/02/ [40] Conferenza a Narni: Il Sant’Uffizio Romano tra Iconografia e Realtà – Scintilena https://www.scintilena.com/conferenza-a-narni-il-santuffizio-romano-tra-iconografia-e-realta/09/08/ [41] La grotta Tirfor – Bernardo Chiappa cresce – Scintilena https://www.scintilena.com/la-grotta-tirfor-bernardo-chiappa-cresce/01/31/ [42] Pagina 410 di 2230 – Una luce nel buio – Notiziario di … – Scintilena https://www.scintilena.com/page/410/?c=16 [43] Il Sifone di Rio Martino: un docufilm che svela i misteri di una grotta piemontese – Scintilena https://www.scintilena.com/il-sifone-di-rio-martino-un-docufilm-che-svela-i-misteri-di-una-grotta-piemontese/02/12/ [44] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/2120/?t=50654352&wpmp_switcher=desktop [45] Aprile ricco di novità nelle Cronache Ipogee: esplorazioni, storia e … https://www.scintilena.com/aprile-ricco-di-novita-nelle-cronache-ipogee-esplorazioni-storia-e-tutela-dellambiente-sotterraneo/05/03/ [46] Una luce nel buio – Notiziario di speleologia e del sottosuolo https://www.scintilena.com/page/687/?c=14 [47] Come gli speleologi ricordano il 2013… le cose da ricordare … https://www.scintilena.com/come-gli-speleologi-ricordano-il-2013-le-cose-da-ricordare/12/31/ [48] Cittadinanza Onoraria di Cerchiara di Calabria al regista … – Scintilena https://www.scintilena.com/cittadinanza-onoraria-di-cerchiara-di-calabria-al-regista-frammartino-senza-gloria-gli-speleologi-del-61/12/11/ [49] Scintilena https://www.scintilena.com/page/144/?c=8 [50] il giornale quotidiano della speleologia italiana https://www.scintilena.com/page/2374/ [51] Il santuario di San Chiaffredo a Crissolo – Cosa vedere in Valle Po https://www.gruppomonviso.it/140/il-santuario-di-san-chiaffredo-a-crissolo/ [52] [PDF] MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI https://biblioteche.cultura.gov.it/it/documenti/Profilo_Sancti_Martini.pdf [53] [PDF] «Son più li mali spiriti della corte, che quelli dell’inferno» – fedOA http://www.fedoa.unina.it/15790/1/ciappetta%20son%20pi%C3%B9%20li%20mali.pdf [54] San Chiaffredo di Crissolo: storia, leggenda e santuario ai piedi del … https://www.monvisopiemonte.com/san-chiaffredo-di-crissolo-storia-leggenda-santuario/ [55] Don Mario Qualdi prete nella storia’ tra Guerra(S.Martino) , Alluvione … https://www.polesinesport.it/don-mario-qualdi-prete-nella-storia-tra-guerra-s-martino-alluvione-51-ceneselli-e-tre-libro-story-crespino/ [56] Del Río, Martín Antonio – Enciclopedia – Treccani https://www.treccani.it/enciclopedia/del-rio-martin-antonio/ [57] Il Santuario di San Chiaffredo Crissolo – Vita Diocesana Pinerolese https://www.vitadiocesanapinerolese.it/territorio/santuario-sanchiaffredo-crissolo/ [58] [PDF] SAN MARTINO DI TOURS – Centro di Cultura Mariana http://www.culturamariana.com/pubblicazioni/Serie%20pastorale/Martino%20di%20Tours/Capitolo%20I%20-%20Fonti%20liturgiche.pdf [59] Martin Antonio Del Rio – BeWeB https://www.beweb.chiesacattolica.it/persone/persona/16573/Martin+Antonio+Del+Rio [60] [PDF] Le origini del culto di san Martino in Italia nei secoli V e VI https://www.cultura.va/content/dam/cultura/docs/pdf/events/JudicCasalecchio2016.pdf
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A Palombara Sabina, il 16 e 17 maggio 2026, Tutela Pipistrelli APS organizza due giornate di formazione specialistica per veterinari, tecnici faunistici e operatori CRAS sull’applicazione pratica delle nuove linee guida per il recupero dei pipistrelli
Chirotteri e linee guida ISPRA: un decennio di lavoro diventa formazione operativa
A dieci anni dal primo convegno nazionale dedicato al soccorso dei pipistrelli, l’associazione Tutela Pipistrelli APS organizza un worksh
A Palombara Sabina, il 16 e 17 maggio 2026, Tutela Pipistrelli APS organizza due giornate di formazione specialistica per veterinari, tecnici faunistici e operatori CRAS sull’applicazione pratica delle nuove linee guida per il recupero dei pipistrelli
Chirotteri e linee guida ISPRA: un decennio di lavoro diventa formazione operativa
A dieci anni dal primo convegno nazionale dedicato al soccorso dei pipistrelli, l’associazione Tutela Pipistrelli APS organizza un workshop che traduce in pratica le Linee guida per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri, pubblicate da ISPRA alla fine del 2025 come Manuali e Linee Guida 210/2025.
L’evento patrocinato dalla Regione Lazio si svolge il 16 e 17 maggio 2026 presso il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, a Palombara Sabina (RM).
La sede è coerente con il tema: il parco ospita formazioni calcaree, ambienti rupestri e carsici che rappresentano habitat di rifugio per numerose specie di chirotteri presenti nel Lazio.
Il titolo del workshop è: “Applicazione delle Linee guida per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri”.
Il documento ISPRA è il frutto di un percorso avviato nel 2016 con CHIRecupero, primo convegno italiano dedicato al recupero e alla riabilitazione dei pipistrelli.
Alla sua redazione hanno collaborato Alessandra Tomassini, Elisa Berti, Gianna Dondini, Marco Scalisi e Marco D’Amico.
Le linee guida sono dedicate alla memoria di D’Amico, co-fondatore dell’associazione e giornalista scientifico, scomparso il 4 gennaio 2023.
Programma formativo: dalla normativa alla chirurgia, fino al rilascio in natura
Le due giornate coprono l’intero ciclo di gestione di un chirottero in difficoltà. I temi affrontati sono:
Normativa e gestione sanitaria: quadro legislativo nazionale e internazionale di protezione dei chirotteri
Rischi sanitari e sorveglianza: Zoonosi, dispositivi di protezione individuale, sorveglianza passiva
Valutazione clinica e lesioni: esame fisico, diagnostica differenziale, gestione delle ferite
Chirurgia nei chirotteri: tecniche operatorie, anestesia, casi clinici frequenti
Gestione in cattività e riabilitazione: stabulazione, alimentazione, prove di volo, criteri di idoneità
Rilascio e confronto tra operatori: modalità di rilascio e scambio di esperienze tra professionisti
Il programma completo è disponibile su Google Drive al link indicato nella sezione dedicata alle iscrizioni.
Destinatari e crediti formativi per veterinari
Il workshop è rivolto a medici veterinari, operatori CRAS, tecnici faunistici e volontari specializzati. Per i medici veterinari è previsto il rilascio di 15 crediti SPC (Sviluppo Professionale Continuo) tramite il provider ABIVET. Per tutti i partecipanti è rilasciato un attestato di partecipazione. La presenza a entrambe le giornate è obbligatoria per ottenere crediti e attestato.
Le quote di iscrizione sono:
100 € per i partecipanti esterni
60 € per i soci Tutela Pipistrelli
60 € + 30 € per chi si iscrive come nuovo socio contestualmente al workshop
120 € quota sostenitore (iscrizione + donazione)
I posti sono limitati. Le iscrizioni sono accettate fino a esaurimento e si confermano con il pagamento della quota. Il modulo è disponibile online (link in fondo all’articolo).
Tutela Pipistrelli APS: chi organizza l’evento
Fondata a Roma nel dicembre 2012 da Alessandra Tomassini e Marco D’Amico, Tutela Pipistrelli è un’associazione di promozione sociale senza fini di lucro, iscritta all’Anagrafe delle Onlus dal 2015. L’associazione gestisce una voliera riabilitativa a Roma per la fase di recupero pre-rilascio e funge da punto di riferimento nazionale per i CRAS che accolgono chirotteri.
Le sue attività comprendono soccorso diretto, formazione, ricerca scientifica, divulgazione e dialogo istituzionale per il reperimento di fondi per la conservazione. Il workshop è organizzato nell’ambito delle attività istituzionali e di raccolta fondi ai sensi dell’art. 7 del D.Lgs. 117/2017. Il contributo di partecipazione sostiene il recupero e la riabilitazione dei chirotteri, la gestione delle strutture di accoglienza e le attività di conservazione.
I patrocinatori: istituzioni scientifiche e ambientali a confronto
Il workshop è realizzato con il patrocinio di cinque enti:
ISPRA — autore delle linee guida e istituzione di riferimento per la biodiversità e la fauna in Italia.
Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana — ente di diritto pubblico attivo nella sorveglianza epidemiologica di patogeni zoonotici, incluso il monitoraggio dei Lyssavirus nei chirotteri.
Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili — parco istituito nel 1989, con una superficie di circa 18.000 ettari su 13 comuni delle province di Roma e Rieti. Le sue formazioni carsiche e i boschi di faggio ne fanno un habitat di grande valore per la fauna selvatica.
Società Italiana di Ecopatologia della Fauna (SIEF) — società scientifica fondata nel 1992 da medici veterinari specialisti in patologia e gestione sanitaria della fauna selvatica, con l’obiettivo di promuovere lo scambio di conoscenze tecniche per la conservazione.
La Scintilena — notiziario italiano di speleologia. La presenza di questa testata tra i patrocinatori riflette il legame diretto tra il mondo speleologico e la chirotterologia: le cavità naturali e artificiali studiate dagli speleologi sono spesso siti di svernamento e riproduzione per colonie di chirotteri protetti.
Il contesto: i pipistrelli in Italia tra tutela e rischi sanitari
In Italia sono presenti circa 35–36 specie di chirotteri, pari al 36% dell’intera mammalofauna nazionale. Tutte le specie sono protette dalla L. 157/1992, che classifica i chirotteri come fauna “particolarmente protetta”. A livello europeo, la Direttiva Habitat 92/43/CEE li include tra le specie di interesse comunitario, e l’Accordo EUROBATS — reso esecutivo in Italia con L. 104/2005 — definisce un quadro specifico per la loro conservazione internazionale.
I pipistrelli svolgono un ruolo ecologico di primo piano, in particolare nel controllo delle popolazioni di insetti. Una ricerca statunitense ha stimato il valore economico dei servizi ecosistemici forniti dai chirotteri insettivori in circa 22,9 miliardi di dollari annui, grazie alla riduzione dei costi per pesticidi.
Sul fronte sanitario, I CRAS svolgono un ruolo strategico anche nella sorveglianza passiva dei patogeni zoonotici, contribuendo al paradigma della One Health.
WORKSHOP “Applicazione delle Linee guida per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri”
Applicazione delle Linee guida per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri
16–17 maggio 2026 Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili – Palombara Sabina (RM)
Formazione specialistica sui chirotteri
Due giornate di formazione dedicate all’applicazione pratica delle Linee guida ISPRA per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri.
Il workshop riunisce professionisti ed esperti del settore, offrendo strumenti operativi concreti per la gestione, la cura e il recupero dei chirotteri.
60+30 € per chi si iscrive come nuovo socio di Tutela Pipistrelli
120 € quota sostenitore (iscrizione + donazione)
La conferma dell’iscrizione è subordinata al pagamento della quota.
Finalità
Il workshop è organizzato da Tutela Pipistrelli APS nell’ambito delle attività istituzionali e delle attività di raccolta fondi ai sensi dell’art. 7 del D.Lgs. 117/2017.
Il contributo di partecipazione sostiene:
recupero e riabilitazione dei chirotteri
gestione delle strutture di accoglienza
attività di conservazione e formazione
Patrocini
Il workshop è realizzato con il patrocinio di:
ISPRA
Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana
Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili
Società Italiana di Ecopatologia della Fauna
Scintilena
Informazioni utili
Iscrizione obbligatoria
Numero di posti limitato
Partecipazione richiesta a entrambe le giornate per il rilascio dei crediti
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Lo studio del geologo Hazir Çadraku fa il punto su una delle sorgenti più produttive del distretto di Prizren, tra dati idrogeologici inediti e criticità normative irrisolte
La sorgente carsica di Vërmicë: dove si trova e come funziona
Nel quadrante sud-occidentale della Repubblica del Kosovo, ai piedi del massiccio calcareo di Koritnik, emerge la sorgente “Vërmicë”. Si trova nel territorio del villaggio omonimo, comune di Prizren, a 321 metri di altitudine, alle coordina
Lo studio del geologo Hazir Çadraku fa il punto su una delle sorgenti più produttive del distretto di Prizren, tra dati idrogeologici inediti e criticità normative irrisolte
La sorgente carsica di Vërmicë: dove si trova e come funziona
Nel quadrante sud-occidentale della Repubblica del Kosovo, ai piedi del massiccio calcareo di Koritnik, emerge la sorgente “Vërmicë”. Si trova nel territorio del villaggio omonimo, comune di Prizren, a 321 metri di altitudine, alle coordinate 42° 09? 52? N – 20° 34? 33? E, sulla riva sinistra della valle del Drini i Bardhë (Drin Bianco).
Lo studio del professore Hazir S. Çadraku, docente di Ingegneria Civile all’Università per Business e Tecnologia di Prishtinë (UBT), ne ricostruisce l’origine idrogeologica con precisione. La sorgente è classificata come sorgente frontale carsica: affiora nel punto di contatto tra i calcari triassici del Koritnik, molto permeabili, e i sedimenti impermeabili della pianura di Prizren. L’acqua penetra nei calcari attraverso fratture, fessure, diaclasi e mini-cavità, scende in profondità fino alla zona di saturazione e riemerge in superficie per effetto della gravità.
La struttura del massiccio favorisce l’accumulo delle acque meteoriche. Le precipitazioni annue nell’area superano i 900 mm. Il bacino di ricarica copre 27,63 km² di terreno carsificato.
Portate significative e qualità dell’acqua nella sorgente carsica di Vërmicë
Le misurazioni effettuate il 17 dicembre 2022 hanno restituito dati rilevanti. Il primo stramazzo ha registrato una portata di 18,6 L/s. Il canale di derivazione ha misurato 228 L/s. Una quantità aggiuntiva stimata in oltre 25 L/s si disperde per infiltrazione sotto lo sbarramento in calcestruzzo. Il totale stimato supera i 271 L/s, un valore che pone la sorgente tra le più produttive del distretto.
I parametri fisico-chimici rilevati in campo mostrano un’acqua di buona qualità:
Temperatura: 9,4 °C
pH: 7,45
Conducibilità elettrica: 379 µS/cm
Questi valori sono coerenti con quelli tipici degli acquiferi carsici dinarici. La temperatura relativamente bassa indica un percorso sotterraneo profondo, con buona stabilità termica stagionale. Il pH leggermente alcalino è effetto della dissoluzione dei carbonati durante il transito nei calcari.
Il monitoraggio più approfondito è affidato alla società idrica regionale Hidroregjioni Jugor Sh.A. di Prizren, che gestisce l’approvvigionamento idrico dell’area meridionale del Kosovo.
Il Koritnik: un massiccio carsico al confine tra Kosovo e Albania
Il massiccio di Koritnik è una montagna calcarea che raggiunge i 2.393 metri di quota, al confine tra Albania nord-orientale e Kosovo sud-occidentale. È incluso nel Parco Naturale Korab-Koritnik (55.520 ettari) e fa parte della rete dell’European Green Belt. È riconosciuto come area di importanza floristica internazionale per la presenza di specie endemiche.
Dal punto di vista geologico, la struttura del massiccio abbraccia rocce dal Paleozoico al Quaternario. I calcari e le dolomiti triassiche costituiscono l’acquifero principale da cui la sorgente Vërmicë trae la propria alimentazione. I depositi quaternari caratterizzano invece la pianura di Prizren.
L’intero sistema è percorso da una rete di fessure, condotti e cavità carsiche non ancora oggetto di esplorazione sistematica. La sorgente Vërmicë è, di fatto, la risorgenza di un sistema ipogeo attivo di cui non si conoscono ancora la struttura e l’estensione.
Gli usi dell’acqua della sorgente Vërmicë e il contributo al Drini i Bardhë
L’acqua viene utilizzata per l’approvvigionamento potabile, la cucina, l’irrigazione agricola, l’abbeveraggio del bestiame e la piscicoltura. Dalla sorgente si origina un torrente che confluisce nel Drini i Bardhë, il bacino idrografico più esteso del Kosovo con 4.646 km². Il Drin Bianco confluisce poi nel Drin Nero a Kukës (Albania) e sfocia nell’Adriatico.
La sorgente Vërmicë contribuisce dunque direttamente alla portata di un sistema fluviale transfrontaliero di rilevanza regionale.
Nei pressi della sorgente sono presenti uno sbarramento in calcestruzzo, un canale di derivazione e tre stramazzi di misura. La fonte non è ancora completamente captata. L’accesso avviene tramite la strada regionale Prizren–Zhur–Vërmicë fino al confine albanese, con gli ultimi 200 metri su sterrato percorribili in ogni stagione.
Inquinanti potenziali e assenza della zona di protezione sanitaria
Lo studio identifica tre categorie principali di pressione sulla sorgente carsica di Vërmicë. La prima è la presenza di rifiuti solidi lasciati da visitatori e residenti nell’area immediatamente circostante. La seconda è il pascolo libero di bestiame domestico e il transito di animali selvatici nelle vicinanze dell’emergenza. La terza, e più preoccupante, è la presenza di un’autostrada che attraversa il bacino di ricarica: gli inquinanti veicolari – idrocarburi, metalli pesanti, microplastiche, sali disgelanti – possono infiltrarsi direttamente nelle fratture carsiche e raggiungere la sorgente in poche ore durante gli eventi di pioggia intensa.
Nei sistemi carsici, la velocità di trasferimento degli inquinanti è molto elevata. L’assenza di strati filtrati spessi rende la risorsa idrica esposta a contaminazioni rapide e difficilmente reversibili.
Nonostante ciò, la sorgente Vërmicë non dispone di alcuna zona di protezione igienico-sanitaria. L’Istruzione Amministrativa MESP-No. 15/2017 (Criteri per la Definizione delle Zone Sanitarie Protette delle Fonti d’Acqua) prevede tre fasce di tutela progressiva, già adottate per molte altre fonti gestite dalle società idriche regionali. Per la Vërmicë, l’accesso rimane libero a uomini, bestiame e animali selvatici, senza alcuna restrizione.
Il Kosovo e le sue 7.277 sorgenti: un patrimonio idrico sotto pressione climatica
La sorgente Vërmicë è una delle 7.277 sorgenti censite nel territorio kosovaro. Circa il 32,10% dell’acqua potabile distribuita nel paese proviene da sorgenti. Gli acquiferi carsici coprono il 13,1% del territorio nazionale (1.423,2 km²) e ospitano oltre 210 grotte registrate.
Il contesto climatico impone una riflessione urgente. Le proiezioni scientifiche indicano un aumento delle temperature in Kosovo di 1,11 °C entro il 2060 e di oltre 4 °C entro il 2099, con una potenziale riduzione della disponibilità idrica fino al 70% in alcune aree entro fine secolo. La società idrica di Prizren ha già segnalato cali nei livelli delle sorgenti a causa delle siccità recenti.
A livello globale, il numero stimato di sorgenti sulla Terra è di circa 50 milioni. Il volume Springs of the World: Distribution, Ecology, and Conservation Status (Stevens, 2023), che raccoglie dati da 75 paesi, documenta che le sorgenti sono universalmente riconosciute come ecosistemi minacciati. Gli acquiferi carsici forniscono acqua potabile a circa il 10% della popolazione mondiale.
Le raccomandazioni dello studio sulla sorgente Vërmicë
Lo studio di Çadraku si chiude con indicazioni operative precise. L’autore chiede l’istituzione immediata delle zone di protezione sanitaria ai sensi della normativa vigente. Propone l’avvio di un monitoraggio continuo della portata e della qualità per almeno tre-cinque anni. Indica la necessità di analisi chimiche e microbiologiche complete, inclusi metalli pesanti, pesticidi e idrocarburi. Suggerisce test con traccianti fluorescenti per verificare la connessione idrogeologica con le strutture carsiche sovrastanti, in particolare con il tratto autostradale. Raccomanda uno studio della biodiversità della sorgente e del torrente effluente come strumento di valutazione della qualità ambientale.
Dal punto di vista speleologico, il sistema sotterraneo che alimenta la Vërmicë rimane ancora del tutto inesplorato. I calcari del Koritnik, fortemente carsificati, presentano le condizioni geologiche tipiche dei sistemi ipogei sviluppati. Il Kosovo, con oltre 210 grotte ufficialmente registrate ma una copertura carsica del 13% del territorio nazionale, è considerato un’area con elevato potenziale di scoperta. Lo studio sottolinea come un’indagine speleologica sistematica del bacino di ricarica potrebbe fare luce su un sistema di drenaggio sotterraneo ancora sconosciuto.
Fonti consultate
Çadraku, H.S. (2025). Getting to Know the “Vërmicë” Spring, Republic of Kosovo. Testo originale fornito dagli autori.
Zhushi Etemi et al. (2023). Correlation between physical and chemical parameters of water and biotic indices: The case study the White Drin River basin, Kosovo. https://www.jwld.pl/files/Zhushi-Etemi-et-al-671.pdf
Koha.net – Water pressure issues in Prizren (aprile 2026). https://www.koha.net/en/arberi/pjeset-e-larta-te-prizrenit-perballen-me-presion-te-ulet-ne-furnizimin-me-uje