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    Condividi Tre traccianti immessi nei corsi d’acqua sotterranei di un sistema carsico che ormai supera i 45 chilometri di sviluppo. Cinque sorgenti sotto osservazione tra il lago d’Iseo e la Val Cavallina, per ricostruire percorsi e collegamenti ancora sconosciuti. Dove finisce l’acqua che scompare nelle profondità della montagna? Quali percorsi segue attraverso pozzi, gallerie e meandri? Quanto tempo impiega a raggiungere le sorgenti? Sono alcune delle domande alle quali cerca di r
     

“Colori al buio”: Progetto Sebino segue il viaggio dell’acqua nel complesso Bueno Fonteno–Nueva Vida

November 5th 2026 at 04:00

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Tre traccianti immessi nei corsi d’acqua sotterranei di un sistema carsico che ormai supera i 45 chilometri di sviluppo. Cinque sorgenti sotto osservazione tra il lago d’Iseo e la Val Cavallina, per ricostruire percorsi e collegamenti ancora sconosciuti.

Dove finisce l’acqua che scompare nelle profondità della montagna?

Quali percorsi segue attraverso pozzi, gallerie e meandri?

Quanto tempo impiega a raggiungere le sorgenti?

Sono alcune delle domande alle quali cerca di rispondere “Colori al buio”, l’operazione di tracciamento idrologico condotta da Progetto Sebino nel complesso carsico Bueno Fonteno–Nueva Vida, tra il lago d’Iseo e la Val Cavallina, in Lombardia.

Il 24 ottobre 2026, gli speleologi hanno immesso tre differenti traccianti nei corsi d’acqua sotterranei del sistema, che conta ormai oltre 45 chilometri di sviluppo esplorato. L’obiettivo è seguire il movimento dell’acqua attraverso la montagna e individuare le possibili connessioni con le sorgenti del territorio.

L’operazione è stata raccontata anche da L’AltraMontagna e approfondita da Progetto Sebino in un resoconto pubblicato il 3 novembre scorso.

Tre colori per seguire l’acqua

Nello studio degli acquiferi carsici, i tracciamenti permettono di indagare collegamenti che non possono essere osservati direttamente.

Si introducono nell’acqua sostanze riconoscibili anche a concentrazioni molto basse e si controlla successivamente se, dove e quando compaiono nei punti di monitoraggio.

I traccianti impiegati in questo tipo di ricerca sono scelti per poter essere rilevati attraverso specifiche analisi. Non sempre, quindi, l’acqua assume una colorazione visibile a occhio nudo.

Nel caso di “Colori al buio”, tre traccianti differenti sono stati utilizzati in altrettanti corsi d’acqua sotterranei del complesso Bueno Fonteno–Nueva Vida.

L’impiego di sostanze distinguibili permette di seguire contemporaneamente più percorsi idrici e di verificare se acque provenienti da settori diversi convergano verso le stesse sorgenti oppure seguano vie separate.

Il lavoro richiede una lunga preparazione, perché l’immissione dei traccianti rappresenta soltanto la prima fase dell’esperimento.

Cinque sorgenti sotto osservazione

All’esterno del complesso sono state individuate cinque sorgenti da monitorare, distribuite tra l’area del lago d’Iseo e la Val Cavallina.

Il controllo delle acque consentirà di cercare le tracce delle sostanze immesse in grotta e, qualora vengano rilevate, di ricostruire i collegamenti idrologici.

Accanto ai campionamenti sono stati installati nuovi strumenti per misurare la portata, cioè la quantità d’acqua che attraversa una determinata sezione nell’unità di tempo.

Sono previste anche analisi chimico-fisiche, utili per interpretare i risultati in relazione alle condizioni dell’acquifero.

La quantità d’acqua in circolazione, le precipitazioni e le variazioni di portata possono infatti influenzare la velocità di trasporto e la concentrazione dei traccianti.

Il monitoraggio proseguirà nelle prossime settimane, con una prima valutazione dei risultati attesa entro dicembre.

Per il momento non è ancora possibile indicare quali collegamenti siano stati dimostrati: l’esperimento è in corso e saranno i dati raccolti alle sorgenti a fornire le risposte.

Un sistema di oltre 45 chilometri

Il complesso Bueno Fonteno–Nueva Vida rappresenta uno dei principali fronti di esplorazione e ricerca speleologica dell’area sebina.

Con oltre 45 chilometri di gallerie, pozzi e meandri esplorati, il sistema offre agli speleologi una conoscenza diretta di una parte importante della rete sotterranea.

Ma il rilievo delle cavità, per quanto esteso, non coincide necessariamente con la conoscenza completa della circolazione idrica.

L’acqua può attraversare fratture, condotti troppo stretti per essere percorsi e settori ancora inesplorati. Due ambienti sotterranei apparentemente lontani possono appartenere allo stesso bacino idrogeologico, mentre gallerie vicine possono convogliare le acque verso sorgenti differenti.

Per questo i tracciamenti costituiscono uno strumento fondamentale di integrazione tra esplorazione speleologica, rilievo topografico e ricerca idrogeologica.

Il progetto “100 km di abissi”

L’operazione si inserisce nel più ampio progetto “100 km di abissi”, attraverso il quale Progetto Sebino porta avanti attività di esplorazione, documentazione e studio del sistema carsico.

L’iniziativa si sviluppa anche con il sostegno di Uniacque e del Lions Club Valcalepio Valcavallina.

La ricerca sulla circolazione sotterranea non riguarda soltanto la ricostruzione geografica delle grotte.

Conoscere l’origine delle acque che alimentano una sorgente e i percorsi che seguono attraverso le rocce è importante anche per comprendere la vulnerabilità degli acquiferi carsici.

In questi ambienti l’acqua può spostarsi rapidamente lungo fratture e condotti, con una capacità di filtrazione naturale spesso molto diversa da quella dei terreni porosi.

Individuare le aree di alimentazione e i collegamenti sotterranei contribuisce quindi alla conoscenza e alla tutela delle risorse idriche.

Ora la parola passa alle sorgenti

Dopo il lavoro degli speleologi nei corsi d’acqua sotterranei, la ricerca continua soprattutto attraverso il monitoraggio.

I campioni raccolti e le misure di portata dovranno chiarire se i traccianti raggiungeranno le sorgenti controllate, con quali tempi e in quali concentrazioni.

Ogni eventuale riscontro aggiungerà un elemento alla ricostruzione della rete idrica che attraversa la montagna.

Il complesso Bueno Fonteno–Nueva Vida è già conosciuto per decine di chilometri di ambienti percorribili. “Colori al buio” cerca ora di raccontare anche il viaggio dell’acqua nei tratti che gli speleologi non possono ancora raggiungere.

Fonti

Progetto Sebino (anche per le fotografie) – Report dettagliato operazione “Colori al buio”, complesso Bueno Fonteno–Nueva Vida, 24 ottobre 2026 – 3 novembre 2026
https://www.progettosebino.com/2026/11/03/report-dettagliato-operazione-colori-al-buio-complesso-bueno-fonteno-nueva-vida-24-10-2026/

L’AltraMontagna – Samuele Doria – “Versando traccianti chimici nell’acqua che spariva nella montagna hanno scoperto oltre 45 chilometri di pozzi, gallerie e tortuosi meandri: l’operazione Colori al buio” – 30 ottobre 2026
https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/ambiente/2026/versando-traccianti-chimici-nellacqua-che-spariva-nella-montagna-hanno-scoperto-oltre-45-chilometri-di-pozzi-gallerie-e-tortuosi-meandri-loperazione-colori-al-buio

Partecipanti PS: Gianluca P.

Partecipanti gruppi esterni: Alessandro M. Federico B. Alberto C. Corrado P. Federico V. Sirio C. e Maurizio G.

Dai 40 chilometri esplorati allo studio delle acque sotterranee

Scintilena ha raccontato in passato il raggiungimento dei 40 chilometri di gallerie esplorate e topografate nel complesso Bueno Fonteno–Nueva Vida, una tappa importante nella lunga storia delle esplorazioni di Progetto Sebino.

Oggi il sistema supera i 45 chilometri di sviluppo e la ricerca prosegue anche sul fronte idrogeologico.

Con l’operazione “Colori al buio”, gli speleologi cercano di ricostruire i percorsi dell’acqua attraverso condotti e fratture ancora sconosciuti, aggiungendo alla conoscenza degli ambienti esplorati quella della circolazione idrica sotterranea.

Per approfondire:

Il complesso carsico del Sebino Occidentale “Bueno Fonteno-Vida”: 40 km di meraviglie sotterranee in una sfida apparentemente senza confini – Scintilena, 30 marzo 2025 https://www.scintilena.com/il-complesso-carsico-di-del-sebino-occidentale-bueno-fonteno-vida-40-km-di-meraviglie-sotterranea-in-una-sfida-apparentemente-senza-confini/03/30/

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  • Grotta Chauvet, una sottile pellicola di calcite protegge i disegni di 37.000 anni fa
    Condividi Una tecnica basata sulla fluorescenza ultravioletta ha permesso di studiare le pareti senza toccarle, lavorando fino a 2,5 metri di distanza. Sui disegni è emerso un velo traslucido di calcite, mentre alcune tracce potrebbero conservare l’impronta termica di carboni ancora incandescenti Una pellicola quasi invisibile di calcite ricopre parte dei celebri disegni paleolitici della Grotta Chauvet, in Francia. Depositata naturalmente dall’acqua sulla superficie calcarea, potrebbe aver c
     

Grotta Chauvet, una sottile pellicola di calcite protegge i disegni di 37.000 anni fa

November 3rd 2026 at 05:00

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Una tecnica basata sulla fluorescenza ultravioletta ha permesso di studiare le pareti senza toccarle, lavorando fino a 2,5 metri di distanza. Sui disegni è emerso un velo traslucido di calcite, mentre alcune tracce potrebbero conservare l’impronta termica di carboni ancora incandescenti

Una pellicola quasi invisibile di calcite ricopre parte dei celebri disegni paleolitici della Grotta Chauvet, in Francia. Depositata naturalmente dall’acqua sulla superficie calcarea, potrebbe aver contribuito a proteggere per millenni alcune delle più antiche manifestazioni artistiche conosciute.

A rivelarla è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica ACS Omega da un gruppo di ricercatori francesi coordinato da Philippe Walter, del Laboratoire d’Archéologie Moléculaire et Structurale della Sorbonne Université e del CNRS.

Il risultato è interessante anche per il metodo utilizzato.

Nella Grotta Chauvet non ci si può semplicemente avvicinare a una parete per effettuare una misura. Il pavimento conserva impronte e altre testimonianze paleolitiche estremamente fragili e gli spostamenti dei ricercatori sono rigidamente limitati.

Gli scienziati hanno quindi sviluppato uno strumento capace di analizzare le superfici decorate senza contatto e da distanze fino a circa 2,5 metri, utilizzando la spettroscopia di fluorescenza ultravioletta.

Una luce invisibile per leggere la parete

Il principio consiste nell’illuminare una piccolissima porzione della superficie con radiazione ultravioletta e analizzare la fluorescenza emessa dai materiali.

La difficoltà, a Chauvet, è distinguere due materiali apparentemente molto simili: il calcare della parete e la calcite depositata successivamente dall’acqua.

Entrambi sono costituiti principalmente da carbonato di calcio.

La fluorescenza ultravioletta permette però di riconoscerli grazie alle differenti impurità, in particolare organiche, incorporate nella matrice minerale.

Per effettuare le misure i ricercatori hanno lavorato dalle passerelle predisposte all’interno della grotta, utilizzando un sistema ottico montato su un lungo supporto.

Sono stati raccolti 60 spettri di fluorescenza sulle pareti decorate, in condizioni tipicamente ipogee: temperatura intorno ai 13 °C e umidità relativa prossima al 100%.

Il velo sopra i cavalli

Le analisi si sono concentrate soprattutto nel Secteur des Chevaux, nella Sala Hillaire, comprendente il celebre Pannello dei Cavalli, l’Alcova dei Leoni e il Pannello delle Renne.

Sul Pannello dei Cavalli la spettroscopia ha permesso di riconoscere un sottile deposito traslucido di calcite sovrapposto ai disegni realizzati con carbone.

A occhio nudo questa copertura può essere praticamente invisibile.

La sua presenza è importante perché permette di ricostruire la storia della parete dopo la realizzazione delle figure e di comprendere meglio i processi che ne hanno determinato l’eccezionale conservazione.

La calcite può infatti aver funzionato, almeno in alcune zone, come una sorta di vernice naturale, isolando e proteggendo le tracce sottostanti.

Il fenomeno non è però uniforme.

Nell’Alcova dei Leoni i ricercatori hanno osservato una notevole variabilità nella distribuzione delle concrezioni. In alcuni punti, inoltre, la presenza stessa del carbone sembra aver influenzato la deposizione successiva del carbonato di calcio.

La parete decorata appare quindi come qualcosa che ha continuato a trasformarsi lentamente per migliaia di anni.

Disegnavano anche con carboni incandescenti?

Lo studio ha fatto emergere anche un secondo indizio, forse ancora più curioso.

In corrispondenza di alcune tracce nere e di zone associate all’impiego di torce, la luce ultravioletta ha prodotto una particolare fluorescenza arancione.

Per comprenderne l’origine, i ricercatori hanno effettuato esperimenti su campioni di riferimento.

Il riscaldamento di calcare e calcite ha prodotto un segnale simile a quello osservato sulle pareti di Chauvet.

Da qui nasce un’ipotesi affascinante: alcuni segni potrebbero essere stati realizzati utilizzando carboni molto caldi o ancora incandescenti, capaci di alterare termicamente il carbonato di calcio della superficie.

Gli autori dello studio mantengono però molta cautela.

La fluorescenza arancione rappresenta un indizio compatibile con un’alterazione provocata dal calore, non una dimostrazione definitiva della tecnica utilizzata dagli artisti paleolitici.

Una grotta chiusa per millenni

La Grotta Chauvet-Pont d’Arc, nelle gole dell’Ardèche, nel sud-est della Francia, è stata scoperta il 18 dicembre 1994 dagli speleologi Jean-Marie Chauvet, Éliette Brunel e Christian Hillaire.

Al suo interno sono conservate centinaia di rappresentazioni di animali: leoni delle caverne, rinoceronti, mammut, bisonti, cavalli e altre specie.

Parte delle decorazioni risale a circa 37.000 anni fa.

L’eccezionale stato di conservazione non dipende soltanto dalla calcite individuata sulle superfici. Antichi crolli hanno sigillato l’accesso alla grotta durante il Paleolitico superiore, isolandone gli ambienti per millenni.

Oggi Chauvet è uno dei siti di arte preistorica più protetti al mondo. L’accesso è fortemente limitato e persino gli scienziati devono muoversi lungo percorsi prestabiliti per evitare qualsiasi alterazione del suolo, delle impronte e delle pareti.

Pannello dei Leoni nella Caverne du Pont-d’Arc, riproduzione della Grotta Chauvet: al centro un cavallo circondato da leoni, rinoceronti, bisonti e mammut. Foto Claude Valette / Wikimedia Commons.

Studiare senza toccare

È forse proprio questo l’aspetto più interessante della nuova ricerca.

La tecnica messa a punto dal gruppo francese consente di ottenere informazioni sulla successione degli strati presenti sulle pitture senza prelevare materiale e senza entrare in contatto con la parete.

La fluorescenza permette inoltre di distinguere il calcare originario dalle concrezioni successive, nonostante entrambi siano costituiti da calcite.

Sapere dove si trovano questi sottilissimi veli minerali e come stanno evolvendo può diventare importante anche per controllare nel tempo lo stato di conservazione delle opere, soprattutto in relazione alle variazioni microclimatiche.

A Chauvet, insomma, la roccia non è soltanto il supporto sul quale gli uomini del Paleolitico hanno lasciato cavalli, leoni e rinoceronti.

In alcuni punti, nei millenni successivi, la grotta ha continuato lentamente a lavorare sopra quei disegni, depositando su di essi un sottilissimo velo di pietra.

Fonti

Boulard Y., Guillou T., Fritz C., Tosello G., Jaber M., Walter P. – In Situ Ultraviolet Fluorescence Spectroscopy for the Characterization of Translucent Calcite Coatings over Prehistoric Cave Art – ACS Omega – 29 settembre 2026
https://doi.org/10.1021/acsomega.6c05061

American Chemical Society – A glowing clue to how ancient cave artworks survived – 28 ottobre 2026
https://www.acs.org/pressroom/presspacs/2026/october/glowing-clue-to-how-ancient-cave-artworks-survived.html

PubMed – In Situ Ultraviolet Fluorescence Spectroscopy for the Characterization of Translucent Calcite Coatings over Prehistoric Cave Art – 2026
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42889610/

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  • “Rilievo: tra arte e tecnica”, a Costacciaro premiati i migliori rilievi speleologici del 2026
    Condividi Era Bianca di Riccardo Temponi vince la terza edizione del concorso promosso dalla Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della SSI. Sul podio anche il Complesso del Colle dei Signori e l’Abisso Generale Marietto, mentre il pubblico premia Grotta Barone Un rilievo speleologico non è soltanto una successione di misure e punti topografici. È il risultato dell’esplorazione, dell’osservazione e dell’interpretazione di una cavità; uno strumento tecnico e scientifico che permette d
     

“Rilievo: tra arte e tecnica”, a Costacciaro premiati i migliori rilievi speleologici del 2026

November 3rd 2026 at 04:00

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Era Bianca di Riccardo Temponi vince la terza edizione del concorso promosso dalla Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della SSI. Sul podio anche il Complesso del Colle dei Signori e l’Abisso Generale Marietto, mentre il pubblico premia Grotta Barone

Un rilievo speleologico non è soltanto una successione di misure e punti topografici. È il risultato dell’esplorazione, dell’osservazione e dell’interpretazione di una cavità; uno strumento tecnico e scientifico che permette di trasformare lo spazio sotterraneo percorso dagli speleologi in qualcosa che possa essere letto, studiato, confrontato e conservato.

Proprio su questo incontro fra precisione e rappresentazione si è giocata la terza edizione del concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, promosso dalla Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della Società Speleologica Italiana ETS.

La proclamazione dei vincitori si è svolta sabato 31 ottobre alle 19.30, durante il Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro, alla presenza del presidente della SSI Sergio Orsini e di un folto pubblico. Alla fine, anche un brindisi per festeggiare vincitori e partecipanti.

Dieci rilievi, quattro criteri di valutazione

Undici gli elaborati presentati al concorso; dieci quelli ammessi alla valutazione della Commissione giudicatrice, composta da Raffaella Zerbetto, Alessandro Uggeri e Giampaolo Pinto.. Un elaborato non ha potuto concorrere alla graduatoria finale per ragioni esclusivamente legate alla rispondenza alle prescrizioni del bando, indipendenti dalla qualità del lavoro presentato.

Quattro i criteri presi in considerazione: leggibilità, estetica, completezza e originalità.

Non soltanto, quindi, precisione del tratto e presenza delle informazioni necessarie alla comprensione della cavità, ma anche equilibrio compositivo, chiarezza, utilizzo della simbologia, integrazione dei dati geologici e ambientali e capacità di sperimentare nuove soluzioni grafiche e tecnologiche.

Una valutazione particolarmente complessa perché le cavità rappresentate erano molto diverse fra loro. Un piccolo sistema sotterraneo, un grande complesso plurichilometrico e un abisso prevalentemente verticale pongono infatti problemi cartografici differenti e richiedono differenti capacità di sintesi.

Primo premio a Era Bianca

Il primo premio è stato assegnato a Era Bianca, rilievo di Riccardo Temponi.

La Commissione ha riconosciuto nella tavola un equilibrio particolarmente riuscito fra rigore tecnico, veste grafica e inquadramento geologico.

Pianta e sezione permettono di seguire lo sviluppo della cavità mantenendo una lettura complessiva molto chiara, mentre l’impiego misurato del colore evidenzia acqua e caratteristiche litologiche senza appesantire il disegno.

Il rilievo integra inoltre dati catastali, coordinate, quota, sviluppo e dislivello con informazioni sul regime idrico, sulla circolazione dell’aria e sul contesto geologico.

Un esempio particolarmente efficace di come informazioni molto diverse possano convivere all’interno della stessa tavola senza comprometterne la leggibilità.

Secondo il Complesso del Colle dei Signori

Il secondo premio è andato al Complesso del Colle dei Signori, rappresentato da Enrico Massa.

Qui la difficoltà è soprattutto nelle dimensioni e nell’articolazione del sistema: oltre 6,9 chilometri di sviluppo e 560 metri di profondità.

Piante e sezioni schematiche, affiancate da codici colore differenti, permettono di orientarsi all’interno di un complesso sviluppato su più livelli e di percepirne immediatamente l’estensione.

La Commissione ha premiato proprio questa capacità di sintesi: riuscire a rendere leggibile un sistema ipogeo di grande sviluppo senza perdere la percezione della sua complessità.

Terzo l’Abisso Generale Marietto

Il terzo premio è stato assegnato all’Abisso Generale Marietto, rilievo di Simon Beatrice.

In questo caso è la verticalità a diventare protagonista.

La disposizione affiancata della sezione sviluppata e della pianta consente di seguire con immediatezza la successione dei pozzi e di comprenderne la posizione reciproca.

La Commissione ha inoltre sottolineato la contestualizzazione della cavità nel particolare ambiente periglaciale della Vedretta Piana, a 2.861 metri di quota, un settore interessato dal ritiro glaciale e quindi in rapida evoluzione.

Tre menzioni speciali

Accanto ai primi tre classificati, la Commissione ha deciso di attribuire tre menzioni speciali, riconoscendo caratteristiche particolarmente significative di altrettanti elaborati.

Henry De Santis, con Arma del Galusso, è stato segnalato per la pulizia grafica e l’elevata leggibilità della rappresentazione classica in bianco e nero.

Vincenzo Martimucci, con Grotta Le Solagne, ha ricevuto la menzione per la sperimentazione tecnologica applicata al rilievo: fotogrammetria a 360°, nuvola di punti e successiva elaborazione digitale.

Luca Dada, con Abisso della Venere, è stato invece premiato per l’efficace utilizzo dei codici colore, capaci di distinguere i diversi rami e rendere comprensibili le sovrapposizioni di un sistema articolato.

Tre lavori molto diversi, che mostrano quanto ampio sia oggi il ventaglio degli strumenti disponibili per rappresentare una grotta: dal segno essenziale in bianco e nero alla fotogrammetria e alle nuvole di punti.

Il pubblico sceglie Grotta Barone

Alla valutazione tecnica della Commissione si è aggiunto il voto dei partecipanti al Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro.

Il maggior numero di preferenze è andato al rilievo di Enrico Massa, seguito da quello di Riccardo Temponi. Poiché entrambi avevano già ottenuto un premio dalla Commissione e i riconoscimenti non erano cumulabili, la graduatoria è stata fatta scorrere.

Il Premio del pubblico è stato quindi assegnato a Grotta Barone, rilievo di Antonio Bambina.

Una tavola particolarmente ricca, nella quale trovano spazio piante morfologiche e idrologiche, profili longitudinali, numerose sezioni trasversali, inquadramento cartografico e altre informazioni sulla cavità.

Una sala piena di grotte

Gli elaborati sono stati esposti durante il raduno nella Sala Uomini Originari di Costacciaro, per permettere agli speleologi di osservarli da vicino, confrontare tecniche e linguaggi e scegliere il proprio preferito.

Il confronto fra le tavole è uno degli aspetti più interessanti del concorso.

Rappresentare una cavità significa infatti risolvere problemi molto differenti. C’è chi deve raccontare chilometri di gallerie sovrapposte, chi una successione di grandi verticali, chi pochi metri di ambiente sotterraneo nei quali ogni dettaglio morfologico acquista importanza.

C’è chi sceglie il bianco e nero, chi utilizza il colore per separare livelli e rami, chi integra informazioni geologiche e idrologiche e chi sperimenta fotogrammetria, nuvole di punti e restituzioni tridimensionali.

Le tecnologie cambiano, ma rimane identica la domanda: come trasformare una grotta, spazio tridimensionale percorso fisicamente dagli esploratori, in una rappresentazione che possa essere compresa anche da chi non vi è mai entrato?

Qui che il titolo del concorso della Società Speleologica trova il suo significato più profondo: tra arte e tecnica.

Il premio più grande è il lavoro di tutti

La graduatoria individua necessariamente vincitori, menzioni e un premio del pubblico. Non racconta però da sola il lavoro che sta dietro agli elaborati presentati.

Ogni rilievo nasce da ore trascorse sottoterra, misure, appunti, capisaldi, controlli, ritorni nella cavità e molto lavoro successivo davanti a un tavolo o a un computer.

La stessa Commissione giudicatrice ha sottolineato quanto sia stata meditata la valutazione prima di arrivare alla scelta finale.

Per questo il ringraziamento della SSI ETS e della Commissione Catasto Cavità Naturali va a tutti i partecipanti alla terza edizione di “Rilievo: tra arte e tecnica”.

I lavori presentati testimoniano impegno, competenza e passione e contribuiscono, indipendentemente dalla posizione in classifica, alla valorizzazione del rilievo speleologico come strumento di documentazione, conoscenza e rappresentazione delle cavità naturali.

Una punta esplorativa può durare qualche ora o qualche giorno, e una scoperta può riempire per qualche giorno le conversazioni degli speleologi, ma un rilievo inserito a catasto, invece, raccontare la grotta per sempre.

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  • Premio Giovanni Badino e 5×1000 SSI 2026: dalla vita estrema di Frasassi ai giovani e all’archeologia sotterranea
    Condividi Project STYX di Beatrice Rivoira vince la terza edizione del Premio Badino con una ricerca nelle acque sulfuree del sistema carsico marchigiano. Il Bando 5×1000 della Società Speleologica Italiana sosterrà invece Speleo Young 2027 di Francesco Maurano e il progetto di Massimo Pozzo dedicato all’incontro tra archeologia e speleologia Tre progetti molto diversi, ma con un elemento comune: utilizzare la speleologia come strumento di ricerca, conoscenza e formazione. La Società Spele
     

Premio Giovanni Badino e 5×1000 SSI 2026: dalla vita estrema di Frasassi ai giovani e all’archeologia sotterranea

November 3rd 2026 at 04:00

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Project STYX di Beatrice Rivoira vince la terza edizione del Premio Badino con una ricerca nelle acque sulfuree del sistema carsico marchigiano. Il Bando 5×1000 della Società Speleologica Italiana sosterrà invece Speleo Young 2027 di Francesco Maurano e il progetto di Massimo Pozzo dedicato all’incontro tra archeologia e speleologia

Tre progetti molto diversi, ma con un elemento comune: utilizzare la speleologia come strumento di ricerca, conoscenza e formazione.

La Società Speleologica Italiana ETS ha annunciato nell’Assemblea annuale dei soci, che ha avuto luogo al Raduno di Costacciaro 2026, i risultati 2026 del Premio Speleologico Internazionale Giovanni Badino e del bando finanziato attraverso il 5×1000, presentati in occasione dell’Incontro Internazionale di Speleologia di Costacciaro.

A vincere la terza edizione del Premio Badino è Project STYX: Sulfur. Water. Life., coordinato da Beatrice Rivoira insieme a un gruppo internazionale di ricercatori.

Per il bando 5×1000 sono stati selezionati “Summer Camp Speleo Young 2027”, presentato da Francesco Maurano, e “Archeologia e Speleologia: due mondi in connessione”, presentato da Massimo Pozzo.

Project STYX: nelle acque sulfuree di Frasassi alla ricerca della vita

Il progetto vincitore del Premio Giovanni Badino nasce da una collaborazione scientifica ed esplorativa avviata nel 2023 nel sistema carsico di Frasassi.

Il nome scelto, STYX – Sulfur. Water. Life., riassume bene il campo di ricerca: zolfo, acqua e vita. Beatrice Rivoira ne ha parlato con entusiasmo e competenza al Raduno 2026 a Costacciaro sabato 31 ottobre al Teatro Tenda.

Le indagini riguardano ambienti sotterranei isolati, sulfurei e permanentemente stratificati, raggiunti utilizzando avanzati autorespiratori a circuito chiuso. Qui esplorazione e ricerca scientifica procedono insieme.

L’obiettivo è studiare la vita microbica presente nelle falde acquifere carsiche, in condizioni ambientali molto particolari, e comprenderne le implicazioni anche nel campo dell’astrobiologia, la disciplina che studia le possibilità e le condizioni della vita nell’universo.

Il connubio tra esplorazione estrema e ricerca geobiologica ha condotto Project STYX direttamente al primo posto.

Il Premio Badino assegna al progetto di Beatrice Rivoira e del suo gruppo un contributo di 2.500,00 euro.

Alla terza edizione di quella che è stata una competizione decisamente internazionale sono arrivati otto progetti: la metà delle candidature proveniva da speleologi stranieri o era collegata a istituzioni estere.

Gli argomenti affrontati danno anche un’idea di quanto si sia ampliato oggi il campo della ricerca speleologica: digitalizzazione tridimensionale delle grotte, formazione delle pisoliti, cavità glaciali e glaciovulcaniche, evoluzione del permafrost, cambiamento climatico negli ambienti ipogei, organismi estremofili, maree termiche atmosferiche e climatologia dei tubi di lava.

Al secondo posto si è classificato ESCAPE, di Théophile Cailhol e Charlotte Honiat, dedicato all’esplorazione delle grotte subglaciali e all’evoluzione del permafrost nel massiccio della Vanoise, nelle Alpi francesi.

Terzo posto ex aequo per ThermoKarst di Claudio Pastore, sulla risposta termica dei sistemi carsici e delle grotte al cambiamento climatico, e VICE di Linda Sobolewski, dedicato alle cavità subglaciali di Kverkfjöll sotto la calotta glaciale del Vatnajökull, in Islanda.

Un premio nel nome di Giovanni Badino

Il riconoscimento, arrivato alla terza edizione, è promosso e finanziato dalla Società Speleologica Italiana ETS insieme all’Associazione di Esplorazioni Geografiche La Venta APS. Porta il nome di Giovanni Badino, fisico, speleologo ed esploratore che ha legato profondamente la ricerca scientifica all’esplorazione delle grotte.

Giovanni Badino – foto da Wikipedia

Non sorprende quindi che il progetto premiato nel 2026 si collochi proprio su quella frontiera dove entrare in ambienti difficili non rappresenta il punto di arrivo, ma il mezzo per porre nuove domande scientifiche.

SSI e La Venta hanno già annunciato l’intenzione di proseguire con una quarta edizione del premio.

Il 5×1000 SSI investe sull’educazione ambientale

Accanto al Premio Badino, SSI ha comunicato anche i risultati del bando 5×1000 2026.

La Società, riconosciuta come associazione di protezione ambientale, ha destinato al bando i 2.547,81 euro ricevuti attraverso il 5×1000 nel 2025.

Il tema scelto quest’anno è l’educazione ambientale, con particolare attenzione ai programmi capaci di coinvolgere le comunità locali e soprattutto i giovani nella conoscenza e nella salvaguardia degli ambienti ipogei.

I progetti che sono stati selezionati sono due.

Speleo Young 2027: portare i ragazzi sottoterra per conoscere e proteggere

Il primo è “Summer Camp Speleo Young 2027”, presentato da Francesco Franz Maurano.

Il nome si inserisce in un’esperienza che ha già alle spalle diverse edizioni. Speleo Young è nato nel 2023 e propone a ragazzi e ragazze un incontro diretto con la speleologia, il carsismo e gli ambienti naturali.

L’edizione 2026, organizzata da Tetide APS a Morigerati, nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, ha coinvolto giovani tra i 12 e i 17 anni.

Il programma ha affiancato alle escursioni in grotta attività di torrentismo, tecniche speleologiche, cartografia, orientamento e topografia, insieme a incontri sull’ecologia, sugli animali cavernicoli, sulla salvaguardia degli ecosistemi e sul rapporto tra uomo e grotte.

Non si tratta quindi soltanto di far conoscere ai più giovani l’esperienza dell’esplorazione.

L’idea è utilizzare la grotta come luogo nel quale imparare a osservare il territorio, comprenderne la fragilità e acquisire consapevolezza sulla tutela dell’acqua e degli ecosistemi sotterranei.

Francesco Maurano fa inoltre parte dell’European Children and Young Cavers Working Group della Federazione Speleologica Europea, nato per favorire il coinvolgimento di bambini e giovani nella speleologia e lo scambio di esperienze educative tra i diversi Paesi europei.

Il finanziamento SSI permetterà a questa esperienza di proseguire con Speleo Young 2027.

Archeologia e speleologia, due discipline che si incontrano sottoterra

Il secondo progetto finanziato attraverso il 5×1000 è “Archeologia e Speleologia: due mondi in connessione”, presentato da Massimo Pozzo.

La SSI non ha ancora pubblicato i dettagli operativi del progetto, ma il titolo indica con chiarezza il terreno sul quale intende muoversi: il rapporto tra ricerca speleologica e archeologica negli ambienti sotterranei. È un campo sul quale Pozzo e Underland hanno già lavorato. Tra le esperienze documentate c’è quella della Grotta Altro Pianet, in provincia di Bergamo, studiata attraverso la collaborazione tra speleologi e archeologi con l’impiego anche della fotogrammetria.

Ancora più significativo è quanto avvenuto nella grotta Cambio Programma, sull’Altopiano di Cariadeghe, nel Bresciano. Durante le esplorazioni condotte da Underland e Gruppo Grotte Brescia sono stati individuati resti scheletrici umani, dando origine nel 2022 a un intervento archeologico di emergenza e successivamente a uno studio interdisciplinare pubblicato dal Ministero della Cultura.

Sono casi che mostrano concretamente perché archeologia e speleologia abbiano bisogno di dialogare: lo speleologo può essere il primo a raggiungere un ambiente rimasto isolato per secoli o millenni e a riconoscere la presenza di tracce archeologiche. Da quel momento, però, modalità di accesso, documentazione, protezione e studio dei reperti richiedono competenze specifiche e una stretta collaborazione con archeologi e istituzioni preposte alla tutela.

Il progetto selezionato dalla SSI potrà sviluppare proprio l’incontro tra due mondi che, sotto terra, spesso percorrono gli stessi spazi.

Tre modi diversi di guardare nel buio

Dalle acque sulfuree di Frasassi ai ragazzi che imparano a conoscere una grotta, fino alle tracce lasciate dall’uomo negli ambienti sotterranei, i progetti premiati nel 2026 raccontano tre direzioni molto diverse della speleologia contemporanea.

Esplorare resta fondamentale. Ma ciò che viene trovato può diventare ricerca sulla vita in condizioni estreme, educazione ambientale, conoscenza archeologica e tutela.

Il fil rouge delle iniziative non ha interruzioni: entriamo nel sottosuolo per riportarne fuori conoscenza.

Fonti

Società Speleologica Italiana ETS – Premio speleologico internazionale Giovanni Badino 2026 – I vincitori – 30 ottobre 2026
https://speleo.it/site/premio-speleologico-internazionale-giovanni-badino-2026-vincitori/

Società Speleologica Italiana ETS – Bando 2026 per l’erogazione del cinque per mille riservato ai Soci della SSI ETS: i vincitori – 30 ottobre 2026
https://speleo.it/site/bando-2026-per-lerogazione-del-cinque-per-mille-riservato-ai-soci-della-ssi-ets-i-vincitori/

Tetide APS – Summer Camp Speleo Young 2026 – 2026
https://www.tetide.org/esperienze/summer-camp-speleo-young-2026/

Federazione Speleologica Europea – European Children and Young Cavers Working Group
https://www.eurospeleo.eu/european-children-and-young-cavers-working-group-ecyc/

XXIII Congresso Nazionale di Speleologia – La Grotta Altro Pianet (BG): tutela e valorizzazione del paesaggio archeologico sotterraneo – Cristina Longhi, Massimo Pozzo, Marco Tremari – 2022
https://www.congressospeleo2020.it/wp-content/uploads/2023/11/ormea2.pdf

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  • DNA dalle pareti delle grotte, nuove prospettive per studiare la presenza umana nella preistoria
    Condividi Alba Bossoms torna sul metodo sperimentale per recuperare DNA umano antico dalle superfici delle grotte. Tra i reperti analizzati anche un “aerografo” in osso proveniente da Altamira Lo scorso luglio Scintilena aveva raccontato lo studio pubblicato su Nature Communications sulla possibilità di recuperare DNA umano antico direttamente dalle pareti delle grotte, comprese superfici associate all’arte rupestre (https://www.scintilena.com/dna-antico-e-arte-rupestre-dalle-pareti-delle-gro
     

DNA dalle pareti delle grotte, nuove prospettive per studiare la presenza umana nella preistoria

November 2nd 2026 at 04:00

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Alba Bossoms torna sul metodo sperimentale per recuperare DNA umano antico dalle superfici delle grotte. Tra i reperti analizzati anche un “aerografo” in osso proveniente da Altamira

Lo scorso luglio Scintilena aveva raccontato lo studio pubblicato su Nature Communications sulla possibilità di recuperare DNA umano antico direttamente dalle pareti delle grotte, comprese superfici associate all’arte rupestre (https://www.scintilena.com/dna-antico-e-arte-rupestre-dalle-pareti-delle-grotte-una-nuova-traccia-umana/07/03/).

Ora Alba Bossoms, tra gli autori della ricerca, torna sull’argomento in un’intervista pubblicata da Storica National Geographic, soffermandosi sulle prospettive ma anche sui limiti di una tecnica ancora sperimentale.

Un caso particolarmente curioso riguarda un “aerografo” preistorico in osso proveniente dalla grotta di Altamira, probabilmente utilizzato per soffiare il pigmento sulle pareti. Proprio perché poteva essere entrato in contatto con la bocca, i ricercatori speravano di recuperarvi DNA umano antico. Il tentativo, però, non ha dato il risultato atteso: la contaminazione moderna e le condizioni di conservazione possono rendere difficile distinguere e recuperare le tracce genetiche più antiche.

È uno dei problemi che la ricerca dovrà affrontare. Il prossimo passo sarà capire dove e in quali condizioni il DNA riesca a conservarsi meglio, sviluppando tecniche di campionamento sempre meno invasive.

L’obiettivo non è ancora identificare l’autore di una specifica pittura rupestre, ma ottenere nuove informazioni su chi frequentava le grotte preistoriche, anche quando ossa e altri resti umani sono assenti.

Foto di copertina:

Bisonte nella grotta di Altamira, in Cantabria. Le superfici delle grotte con arte paleolitica sono oggi al centro di nuove ricerche sulla possibilità di recuperare tracce di DNA umano antico. Foto: Daniel Villafruela / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Fonti

https://www.storicang.it/a/alba-bossoms-antropologa-potremmo-aver-scoperto-nuovo-modo-per-studiare-presenza-umana-nella-preistoria_18764

https://www.nature.com/articles/s41467-026-74234-2

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  • Vizi preistorici? Incredibile ma vero: a Sulawesi piante psicoattive già 25.000 anni fa
    Condividi Le analisi dei denti di due cacciatori-raccoglitori di Sulawesi rivelano l’uso abituale della noce di areca, una pianta neuroattiva, fino a 25.000 anni fa Uno studio pubblicato su Science Advances parla di due cacciatori-raccoglitori vissuti a migliaia di anni di distanza. Il più antico è datato tra circa 25.000 e 16.000 anni fa, mentre il secondo tra circa 7.600 e 6.300 anni fa. Entrambi presentano sui denti profonde scanalature, compatibili con l’abitudine di trattenere e succh
     

Vizi preistorici? Incredibile ma vero: a Sulawesi piante psicoattive già 25.000 anni fa

November 1st 2026 at 04:00

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Le analisi dei denti di due cacciatori-raccoglitori di Sulawesi rivelano l’uso abituale della noce di areca, una pianta neuroattiva, fino a 25.000 anni fa

Uno studio pubblicato su Science Advances parla di due cacciatori-raccoglitori vissuti a migliaia di anni di distanza. Il più antico è datato tra circa 25.000 e 16.000 anni fa, mentre il secondo tra circa 7.600 e 6.300 anni fa.

Entrambi presentano sui denti profonde scanalature, compatibili con l’abitudine di trattenere e succhiare a lungo noci di areca intere. A rafforzare questa interpretazione sono state le analisi biomolecolari, che hanno individuato nei tessuti dentali tracce compatibili con la presenza di arecolina, il principale alcaloide neuroattivo dell’areca.

I ricercatori hanno anche condotto esperimenti dimostrando che mantenere a lungo una noce intera a contatto con la saliva può liberare arecolina in quantità sufficienti a produrre effetti fisiologici.

La noce di areca, seme della palma Areca catechu, ha effetti prevalentemente stimolanti dovuti soprattutto all’arecolina, un alcaloide che agisce sul sistema nervoso. Oggi viene spesso consumata nel cosiddetto betel quid, insieme a foglie di betel e calce spenta, ed è considerata una delle sostanze psicoattive più diffuse al mondo, con centinaia di milioni di consumatori soprattutto in Asia e nel Pacifico.

Frutti della palma Areca catechu, dai cui semi si ricava la cosiddetta noce di areca, contenente l’alcaloide psicoattivo arecolina. Foto: Dinesh Valke / Wikimedia Commons – CC BY-SA 2.0

Perché succhiavano le noci di areca?

La risposta rimane incerta. Entrambi gli individui soffrivano di importanti problemi dentali e gli autori considerano possibile che l’areca venisse utilizzata anche per le sue proprietà analgesiche.

Non è però possibile stabilire se questa fosse la ragione principale. Potrebbero aver avuto importanza anche gli effetti neuroattivi della pianta o motivazioni che i resti archeologici non permettono di ricostruire.

L’abitudine aveva inoltre conseguenze pesanti: la durezza delle noci provocava una progressiva usura dei denti e, in uno degli individui, le scanalature arrivavano fino alla cavità pulpare.

Una pratica precedente all’agricoltura

Il dato più interessante riguarda l’antichità del comportamento. I due individui erano cacciatori-raccoglitori preagricoli e il più antico testimonia questa pratica già nel Pleistocene superiore.

La scoperta suggerisce quindi che l’uso abituale di una pianta neuroattiva possa avere radici molto più antiche di quanto documentato finora.

Gli studiosi invitano comunque alla prudenza. I resti appartengono a soli due individui e non dimostrano che il comportamento fosse diffuso nell’intera popolazione di Sulawesi né che la pratica sia stata trasmessa senza interruzioni per migliaia di anni.

L’usura e le molecole rimaste nei denti possono restituire comportamenti quotidiani avvenuti decine di migliaia di anni fa, altrimenti difficili da riconoscere.

Che dire? Al prossimo Raduno inviteremo anche qualche cacciatore-raccoglitore… così, tanto per farli stare in buona compagnia.

Fonti

Science Advances – Betel nut sucking is the earliest recorded evidence for the habitual use of a neuroactive plant drug – 9 settembre 2026
https://doi.org/10.1126/sciadv.aei1901

Pikaia – Sulawesi: le più antiche tracce di droga? – 2026
https://pikaia.eu/sulawesi-piu-antiche-tracce-droga/

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  • Grotta del Monte Cucco, speleologa bloccata a 150 metri di profondità: soccorsa nella notte tra il 30 e il 31 ottobre
    Condividi Colta da sfinimento durante la risalita nella Grotta del Monte Cucco, è stata raggiunta e assistita dalle squadre del Soccorso Alpino e Speleologico di Umbria e Marche. L’uscita intorno alle 5 del mattino, senza necessità di ricovero. Una lunga notte di lavoro nel cuore del Monte Cucco, dove tecnici e sanitari del Soccorso Alpino e Speleologico sono intervenuti per assistere una speleologa che, durante la risalita, non era più in grado di proseguire autonomamente a causa dello sfini
     

Grotta del Monte Cucco, speleologa bloccata a 150 metri di profondità: soccorsa nella notte tra il 30 e il 31 ottobre

Október 31st 2026 at 15:38

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Colta da sfinimento durante la risalita nella Grotta del Monte Cucco, è stata raggiunta e assistita dalle squadre del Soccorso Alpino e Speleologico di Umbria e Marche. L’uscita intorno alle 5 del mattino, senza necessità di ricovero.

Una lunga notte di lavoro nel cuore del Monte Cucco, dove tecnici e sanitari del Soccorso Alpino e Speleologico sono intervenuti per assistere una speleologa che, durante la risalita, non era più in grado di proseguire autonomamente a causa dello sfinimento.

L’intervento si è svolto in condizioni ambientali impegnative, con nebbia fitta e forte vento all’esterno, mentre sottoterra le squadre hanno raggiunto la donna a circa 150 metri di profondità e l’hanno accompagnata verso l’uscita attraverso i pozzi della cavità.

Riportiamo di seguito le parole diffuse via social dal Soccorso Alpino e Speleologico Umbria:

COMUNICATO CNSAS

L’allarme è scattato intorno all’una di questa notte, quando il Soccorso Alpino e Speleologico Umbria (SASU) è stato attivato per una speleologa colta da sfinimento durante la risalita, a circa 150 metri di profondità nella Grotta del Monte Cucco.

Raggiunta la località Pian del Monte nel Comune di Sigillo, in condizioni di nebbia fitta e forte vento, due squadre composte da tecnici e operatori del Soccorso Alpino e Speleologico Umbria – CNSAS e Soccorso Alpino e Speleologico Marche – CNSAS sono entrate nella grotta. I soccorritori hanno raggiunto la donna nei rami sinistri del Baratro, alla base dell’omonimo pozzo, dove la stanchezza le aveva impedito di proseguire autonomamente verso l’uscita.

Dopo averla rifocillata, le squadre l’hanno assistita nella risalita dei pozzi, utilizzando paranchi e tecniche di soccorso speleologico.

Nel frattempo, una squadra ha accompagnato all’esterno i suoi compagni di esplorazione, per poi ricondurli alle auto parcheggiate a Pian del Monte. Con l’uscita di questo primo gruppo sono giunte anche le prime informazioni sulle condizioni della speleologa e sull’avvio delle operazioni di recupero.

Ulteriori squadre, composte da tecnici e sanitari, sono rimaste pronte a intervenire a supporto dei colleghi qualora fosse stato necessario.

Intorno alle 5:00 di questa mattina la speleologa, accompagnata dai soccorritori, ha raggiunto l’esterno della grotta. È stata quindi valutata dai sanitari del Soccorso Alpino e Speleologico, che hanno riscontrato soltanto la stanchezza accumulata, senza evidenziare problematiche tali da richiedere il trasferimento in ospedale.

Un intervento concluso positivamente grazie alla preparazione, alla disponibilità e al lavoro coordinato dei tecnici e dei sanitari coinvolti. Operare nel soccorso speleologico significa muoversi in ambienti complessi, spesso per ore e in condizioni difficili, mettendo competenza ed esperienza al servizio di chi si trova in difficoltà.

Un sentito plauso al Soccorso Alpino e Speleologico Umbria e Marche per la professionalità e l’impegno dimostrati anche in questa operazione.

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  • Sulawesi, gli incendi minacciano alcune delle più antiche testimonianze di arte rupestre
    Condividi Il calore e il fumo degli incendi che stanno colpendo l’Indonesia potrebbero accelerare il deterioramento delle pitture preistoriche di Sulawesi. Tra queste, uno stencil di mano di almeno 67.800 anni e una scena figurativa datata ad almeno 51.200 anni fa Sono a rischio reperti di arte rupestre tra i più antichi del mondo, anche se forse non necessariamente i più antichi, anche per il confronto con le testimonianze attribuite ai Neanderthal europei L’Indonesia sta affrontando una
     

Sulawesi, gli incendi minacciano alcune delle più antiche testimonianze di arte rupestre

Október 31st 2026 at 04:00

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Il calore e il fumo degli incendi che stanno colpendo l’Indonesia potrebbero accelerare il deterioramento delle pitture preistoriche di Sulawesi. Tra queste, uno stencil di mano di almeno 67.800 anni e una scena figurativa datata ad almeno 51.200 anni fa

Sono a rischio reperti di arte rupestre tra i più antichi del mondo, anche se forse non necessariamente i più antichi, anche per il confronto con le testimonianze attribuite ai Neanderthal europei

L’Indonesia sta affrontando una delle più gravi stagioni di incendi boschivi e di torbiera degli ultimi anni. Temperature elevate, siccità e scarsità di precipitazioni associate a un forte episodio di El Niño hanno reso vaste aree del Paese particolarmente vulnerabili al fuoco.

Le regioni maggiormente colpite sono Sumatra e Borneo, ma gli incendi hanno interessato anche Sulawesi, già duramente colpita negli anni scorsi.

Resti di un incendio boschivo nel Sulawesi meridionale, Indonesia, nel 2015. Foto: Afriandi Makmur / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Qui il problema assume un significato particolare per l’archeologia: nelle grotte dell’isola si conserva una delle più antiche e straordinarie sequenze di arte parietale conosciute.

Gli incendi sono arrivati anche nelle vicinanze delle aree carsiche che custodiscono le pitture.

I ricercatori temono che il calore, anche se non raggiunge le immagini, possa modificare le condizioni termiche attorno alle superfici dipinte e accelerarne il deterioramento.

Il fumo può inoltre depositare fuliggine sulle pareti, rendendo le figure progressivamente meno leggibili.

Una mano di almeno 67.800 anni

Nella grotta di Liang Metanduno, sull’isola di Muna, al largo di Sulawesi, uno stencil di mano rossastro è stato datato ad almeno 67.800 anni fa.

La data richiede una precisazione importante: non è stato datato direttamente il pigmento della mano, ma una formazione di calcite cresciuta lì sopra. La pittura è quindi precedente alla formazione della concrezione: per questo gli studiosi parlano più correttamente di età minima.

Il risultato costituisce oggi il più antico limite minimo dimostrato conosciuto per un’opera di arte rupestre parietale.

Non è, tuttavia,possibile stabilire con certezza quale specie umana abbia prodotto lo stencil. L’attribuzione più probabile è a Homo sapiens: ma Sulawesi e’ stata frequentata in epoche remote anche da ominini arcaici, e non esiste un metodo diretto per identificare l’autore della mano.

La scena di 51.200 anni

Ancora più sorprendente, per un motivo diverso, è una pittura rinvenuta nell’area carsica di Maros-Pangkep, nel Sulawesi meridionale.

Datata ad almeno 51.200 anni fa, raffigura un grande maiale insieme a tre figure antropomorfe apparentemente coinvolte in una forma di interazione con l’animale.

Oltre alla rilevante datazione, l’importanza del reperto risiede in altri: si tratta del più antico esempio conosciuto, attualmente datato, di arte figurativa narrativa.

Non un semplice segno, una mano o una figura isolata, ma una scena nella quale più soggetti sembrano partecipare a un’unica azione.

Le radici del comportamento simbolico e grafico sono molto più antiche. In Africa sono noti motivi geometrici incisi su ocra e veri e propri disegni risalenti a decine di migliaia di anni prima, mentre in Europa i Neanderthal hanno lasciato tracce intenzionali sulle pareti delle grotte.

A Sulawesi però compare qualcosa di diverso: una composizione che pare già organizzare figure e animali all’interno di una relazione: una forma di racconto visivo, che continua anche in immagini successive.

Dettaglio della pittura rupestre nella grotta di Leang Tedongnge sull’isola di Sulawesi (Indonesia), che raffigura un cinghiale (probabilmente Sus celebensis) dipinto con pigmento rosso ocra — anch’essa una delle più antiche opere d’arte figurativa conosciute, datata ad almeno 45.500 anni fa
Crediti: AA Oktaviana / CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

L’arte antica: anche nei Neanderthal

Definire senza precisazioni le pitture di Sulawesi come “le più antiche del mondo” può quindi essere fuorviante.

Nella grotta spagnola di Maltravieso uno stencil di mano è stato datato a oltre 66.700 anni fa ed è stato attribuito ai Neanderthal. Altre tracce di pigmento nelle grotte di La Pasiega e Ardales hanno fornito età minime superiori ai 64.000 anni.

Queste datazioni, ottenute attraverso il metodo uranio-torio sulle concrezioni di calcite associate alle pitture, sono state oggetto di discussione. Alcuni studiosi hanno messo in dubbio l’affidabilità di determinate misure, ipotizzando alterazioni nella distribuzione dell’uranio all’interno delle croste minerali.

Nuove analisi hanno tuttavia continuato a fornire elementi compatibili con l’ipotesi che anche i Neanderthal producessero stencil di mani e altre forme di espressione parietale.

Resta comunque necessaria una certa prudenza: trattandosi di età minime ottenute indirettamente, l’identità degli autori non può sempre essere dimostrata in modo assoluto.

Esistono però testimonianze neanderthaliane meno dipendenti da questo specifico problema di datazione.

Nella grotta di La Roche-Cotard, in Francia, sono state individuate serie organizzate di segni tracciati intenzionalmente con le dita sulle pareti. La grotta fu sigillata dai sedimenti prima dell’arrivo documentato di Homo sapiens nella regione e le tracce sono attribuite ai Neanderthal, con un’età superiore a circa 57.000 anni.

Ancora più indietro nel tempo, circa 176.500 anni fa, i Neanderthal costruirono nella grotta di Bruniquel, sempre in Francia, strutture circolari composte da centinaia di frammenti di stalagmiti, a più di 300 metri dall’ingresso.

Non si tratta di pitture e non è necessario definirle “arte” per riconoscerne l’importanza. Dimostrano comunque una frequentazione organizzata e complessa dell’ambiente sotterraneo molto prima della comparsa delle grandi tradizioni artistiche del Paleolitico superiore.

Non una gara per il primato

Il confronto tra Sulawesi e le grotte europee mostra perché sia rischioso trasformare queste scoperte in una semplice classifica.

Una data minima di 67.800 anni per Muna e una di oltre 66.700 anni per Maltravieso non significano necessariamente che una pittura sia stata realizzata esattamente 1.100 anni prima dell’altra.

Sono limiti minimi, ottenuti attraverso la datazione delle concrezioni minerali formatesi sopra le immagini, e sono accompagnati da margini di errore e problemi metodologici differenti.

Più che stabilire quale sia “la prima opera d’arte della storia”, queste scoperte mostrano che la capacità di produrre segni intenzionali, immagini e forse narrazioni ha radici molto profonde, e non necessariamente Sono nell’Homo sapiens.

Torniamo agli incendi, che stanno colpendo l’intera Indonesia, e anche i fragili archivi della storia umana

Area colpita dagli incendi boschivi a Sukadana, Kalimantan occidentale, Indonesia, 27 settembre 2026. Foto: Zahwa Huwaidah / Wikimedia Commons, CC0

In questa prospettiva, gli incendi di Sulawesi assumono particolare gravità.

Le grotte dell’isola conservano una sequenza eccezionale: dalle impronte di mani antichissime alle rappresentazioni di animali, fino a scene nelle quali figure differenti sembrano interagire tra loro.

Sono importanti, fondamentali: che Siamo o meno i piú antichi al mondo, sono frammenti della storia della nascita del gesto grafico, dell’immagine, del simbolo, e forse del racconto.

Un patrimonio che ha attraversato decine di migliaia di anni e che oggi rischia di deteriorarsi più rapidamente sotto la pressione di incendi, calore, fumo e cambiamenti ambientali.

La comunità mondiale dovrebbero muoversi per rendere noto il pericolo e collaborate per salvare quanto di questa storia si può ancora conservare.

Foto di copertina: Ingresso della grotta di Leang Karampuang sull’isola di Sulawesi (Indonesia), dove sono state individuate pitture rupestri narrative datate a oltre 51.000 anni fa. Foto: Anhar Karim / CC BY.SA 4.0 via Wikimedia Commons

Fonti:

  • Nature, “Earliest figurative cave painting found in Indonesia”;
  • Nature, “Earliest known cave painting”;
  • Science, “The earliest known cave painting in the world”.

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  • Anche la Galleria Glori-Castellaro a Costacciaro: la memoria di una battaglia per la Valle Argentina
    Condividi Tra le mostre del Raduno, un viaggio nelle gallerie della “diga fantasma” del Ponente ligure racconta il rapporto tra sottosuolo, geologia, grandi opere e difesa del territorio. Accanto, un’interessante esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici italiani Tra le numerose mostre allestite al Raduno di Costacciaro ce n’è una che tocca un tema particolarmente caro a tutti gli speleologi: il rapporto tra conoscenza del sottosuolo, grandi opere, rischi ambientali e comunità
     

Anche la Galleria Glori-Castellaro a Costacciaro: la memoria di una battaglia per la Valle Argentina

Október 30th 2026 at 09:58

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Tra le mostre del Raduno, un viaggio nelle gallerie della “diga fantasma” del Ponente ligure racconta il rapporto tra sottosuolo, geologia, grandi opere e difesa del territorio. Accanto, un’interessante esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici italiani

Tra le numerose mostre allestite al Raduno di Costacciaro ce n’è una che tocca un tema particolarmente caro a tutti gli speleologi: il rapporto tra conoscenza del sottosuolo, grandi opere, rischi ambientali e comunità che vivono il territorio.

È “La Galleria Glori-Castellaro. Un viaggio nel cuore della Valle Argentina”, un progetto dedicato all’esplorazione e alla documentazione della grande opera sotterranea incompiuta della Valle Argentina. Sulle tavole esposte a Costacciaro: un grande Lavoro degli Speleologi Ponente Ligure (SPL) e del G.S. Ligure A. Issel (ISSEL).

A presentare il lavoro Alessandro e Alessio Pastorelli, dello Speleo Club CAI Sanremo: Marco Marchesini, del G.S. Ligure A. Issel, e’ il geologo che ha ha fatto parte del gruppi di lavoro, condotto attraverso immagini, documentazione e osservazioni raccolte durante le ricognizioni nel sistema sotterraneo.

La mostra porta così in Umbria una storia ligure che Scintilena ha già seguito: quella delle grandi gallerie artificiali scavate nel Ponente ligure per un progetto idroelettrico mai completato.

Dentro la montagna, ciò che resta della diga

La Galleria Glori-Castellaro faceva parte del grande progetto della diga di Glori, pensato alla fine degli anni Cinquanta lungo il torrente Argentina.

Lo sbarramento previsto avrebbe raggiunto circa 80 metri di altezza e creato un invaso di circa 20 milioni di metri cubi d’acqua. I lavori iniziarono nel 1959 e lasciarono nel territorio un sistema sotterraneo imponente, con gallerie e altre infrastrutture legate alla futura opera.

Il progetto incontrò problemi tecnici e una forte opposizione della popolazione.

Dopo la tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963, la mobilitazione nella Valle Argentina diventò ancora più intensa. L’11 novembre dello stesso anno migliaia di persone parteciparono alla protesta contro la diga, guidata dal sindaco di Badalucco Filippo Boeri.

Il progetto venne abbandonato, ma la storia non terminò allora. Ipotesi legate alla realizzazione di un invaso sono tornate nel corso degli anni, fino alle contestazioni più recenti e allo stop del 2024.

La diga non c’è.

Le sue gallerie, invece, sono ancora dentro la montagna. E speriamo restino li’, perchè spesso si sente oarlare di nuovo orogetti di DiGa, in un territorio e una roccia fragile.

Speleologia e memoria ambientale

La mostra di Costacciaro permette di guardare quelle gallerie non semplicemente come resti di archeologia industriale.

Il percorso ricostruisce l’inquadramento geografico della Valle Argentina, la complessa geologia dell’area, la storia del progetto e il suo contesto sociale.

Le immagini delle esplorazioni mostrano ciò che oggi rimane sottoterra: condotte, binari, strutture artificiali e rocce intensamente deformate, in ambienti nei quali, dopo oltre sessant’anni, l’acqua e i processi naturali hanno cominciato a modificare quanto era stato scavato dall’uomo.

Particolarmente interessante è la parte dedicata alla geologia. La Valle Argentina si trova in un territorio strutturalmente complesso, segnato da pieghe, faglie e fratture.

Conoscere ciò che si trova sotto i nostri piedi non è quindi soltanto una questione scientifica o speleologica. Diventa fondamentale quando sul territorio vengono progettate opere capaci di modificarne profondamente l’equilibrio.

Le gallerie Glori-Castellaro sono diventate così anche un luogo di ricerca, esplorazione e documentazione speleologica.

Entrarvi significa osservare ciò che rimane di un progetto incompiuto, ma anche conservare la memoria di una valle che più volte si è confrontata con l’ipotesi della costruzione di un grande invaso.

La battaglia contro la diga

Una parte della mostra è dedicata proprio al contesto sociale.

Fotografie, ritagli di giornale e documenti raccontano le manifestazioni contro la diga e una vicenda rimasta profondamente impressa nella memoria locale.

Tra le immagini compare anche il volume Per non dimenticare. L’opposizione della diga nella Valle Argentina, insieme alla documentazione delle mobilitazioni più recenti.

La storia di Glori, infatti, è tornata d’attualità più volte. Ancora nel 2023 nuove ipotesi legate alla realizzazione di un invaso hanno provocato proteste nella valle; nell’aprile 2024 il finanziamento ministeriale destinato allo studio di fattibilità è stato stralciato per l’assenza delle condizioni propedeutiche al progetto.

Per Scintilena questo è forse uno degli aspetti più significativi della mostra: il sottosuolo conserva anche le conseguenze delle scelte compiute in superficie.

Una galleria artificiale può diventare un documento storico. La geologia permette di leggere la complessità di un territorio. La speleologia può contribuire a documentare entrambe.

Palazzo Ducale, tra fotografie, collezioni e memoria speleologica

La Galleria Glori-Castellaro è soltanto una delle esposizioni ospitate a Palazzo Ducale, che durante il raduno di Costacciaro diventa uno dei punti d’incontro tra fotografia, documentazione e memoria della speleologia.

Negli stessi spazi si possono visitare “Sul limitare del buio” del GS Alpi Marittime CAI Cuneo e “Tracce invisibili” di Natasa Milosevic. Sono presenti inoltre la Federazione Speleologica Toscana, con il proprio stand e alcuni rilievi spettacolari (tra i quali la rappresentazione completa della pianta del Corchia e il rilievo della Carcaraia (ormai piu’ di 85 km!) e lo SpeleoFotoContest, e l’Associazione La Venta.

Un posto particolare spetta allo speleocollezionismo, presente con “Viaggio tra gli animali delle tenebre” di Isabella Abbona e con “I loghi dei Gruppi Grotte Italiani 2.0” di Alessandro Pastorelli per gli Speleocollezionisti Italiani.

Quest’ultima esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici disponendoli sulle rispettive regioni. Visti tutti insieme diventano quasi una grande mappa della speleologia italiana: gruppi storici, realtà ancora attive e sigle che appartengono ormai alla memoria del movimento speleologico.

“I loghi dei Gruppi Grotte Italiani 2.0”, curata da Alessandro Pastorelli per gli Speleocollezionisti Italiani, raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici disponendoli sulle rispettive regioni.

Una grande mappa della speleologia italiana: gruppi storici, realtà ancora attive e sigle che appartengono ormai alla memoria del movimento speleologico.

Anche la Liguria ha una storia più articolata di quanto possa apparire osservando soltanto gli stemmi presenti nell’esposizione. Dopo il 1974 in Liguria, ha raccontato Alessandro, sono nati, e in alcuni casi successivamente scomparsi, altri gruppi.

Tra questi il Gruppo Speleo Proteo di Castellaro, nato intorno al 1980 sulle ceneri dello Speleo Club di Sanremo del CTG e cessato nei primi anni Novanta. Il gruppo ha pubblicato anche un proprio bollettino, I Troglobi. Più recente è l’HSN Speleo di Pietra Ligure, fondato nel 1997 e rimasto attivo per pochi anni.

Sono particolari che trasformano una raccolta di stemmi in qualcosa di più di una curiosità.

Dietro ogni simbolo ci sono persone, esplorazioni, rilievi, pubblicazioni, riunioni, campi e grotte cercate per anni. Alcuni gruppi continuano il loro cammino, altri si trasformano o scompaiono, ma quello che hanno prodotto rimane nella storia della speleologia.

A Costacciaro, così, due mostre apparentemente molto diverse finiscono per raccontare qualcosa di simile.

Le gallerie di Glori-Castellaro conservano la memoria di un territorio. Gli stemmi conservano quella di chi il sottosuolo lo ha esplorato.

Fonti

Programma del raduno di Costacciaro – Mostre ed esposizioni – 2026.

Scintilena – La Galleria Glori-Castellaro: viaggio nel cuore della Valle Argentina – 22 agosto 2026
https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nella-valle-argentina/08/22/

Scintilena – Glori-Castellaro: viaggio nella Valle Argentina – 6 maggio 2026
https://www.scintilena.com/glori-castellaro-viaggio-nella-valle-argentina/05/06/

RaiNews TGR Liguria – Stop alla diga di Glori a Badalucco (IM) in Valle Argentina – 2 aprile 2024
https://www.rainews.it/tgr/liguria/video/2024/04/stop-alla-diga-di-glori-in-valle-argentina-3573f527-ac28-475f-8497-4cc8fed01616.html

Alessandro Pastorelli – comunicazione sulla storia dei gruppi speleologici liguri – ottobre 2026.

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  • Grotta degli orsi delle Conturines, il sito è ora protetto: comincia la ricerca
    Condividi Inferriata e videosorveglianza nella cavità scoperta a luglio da Kurt Walde a quasi 2.800 metri nelle Dolomiti della Val Badia. All’interno numerosi resti di orsi delle caverne, con diversi scheletri quasi completi. Ora si prepara un progetto scientifico interdisciplinare La grotta degli orsi scoperta lo scorso luglio sotto la Cima di Conturines è stata definitivamente messa in sicurezza. L’ingresso della cavità, situato in una zona impervia del Col Toronn, nelle Dolomiti della Val
     

Grotta degli orsi delle Conturines, il sito è ora protetto: comincia la ricerca

Október 29th 2026 at 04:00

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Inferriata e videosorveglianza nella cavità scoperta a luglio da Kurt Walde a quasi 2.800 metri nelle Dolomiti della Val Badia. All’interno numerosi resti di orsi delle caverne, con diversi scheletri quasi completi. Ora si prepara un progetto scientifico interdisciplinare

La grotta degli orsi scoperta lo scorso luglio sotto la Cima di Conturines è stata definitivamente messa in sicurezza. L’ingresso della cavità, situato in una zona impervia del Col Toronn, nelle Dolomiti della Val Badia (nel Trentino Alto Adige/Sudtirol, nella parte Alto Adige) è stato chiuso con un’inferriata ed è stato installato un sistema di videosorveglianza.

Scintilena aveva dato notizia del ritrovamento alla fine di luglio. A distanza di tre mesi arriva ora un aggiornamento importante: terminata la fase più urgente di protezione del sito, può cominciare quella scientifica.

Il materiale da studiare non manca: all’interno della grotta sono stati osservati numerosi resti di orsi delle caverne, tra i quali diversi scheletri quasi completi. Una situazione che potrebbe offrire ai ricercatori informazioni preziose sulla popolazione di questi animali che decine di migliaia di anni fa frequentavano le alte quote delle Dolomiti.

Una grotta scoperta a luglio

La cavità è stata individuata il 3 luglio 2026 dalla guida alpina di Brunico Kurt Walde, sotto la Cima di Conturines e poco sopra la già nota Grotta delle Conturines.

Il Piz dles Cunturines, nelle Dolomiti dell’Alto Adige. Nell’area è stata scoperta nel luglio 2026 la nuova cavità con numerosi resti di orsi delle caverne. Foto: Wolfgang Moroder / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Walde conosce da tempo questa montagna e accompagna visitatori nella grotta diventata celebre dopo il ritrovamento del 1987. Da anni sospettava che nella zona potessero esistere altri ambienti.

La nuova cavità si apre a circa 2.800 metri di quota e ha uno sviluppo di circa 170 metri. Si trova all’interno del Parco naturale Fanes-Senes-Braies, in un’area Natura 2000.

Dopo la segnalazione alle autorità, avvenuta il 17 luglio, la priorità è stata impedire accessi che potessero danneggiare o contaminare il deposito.

Un sito da proteggere prima ancora di studiarlo

La prima chiusura è stata provvisoria. Ora l’Ufficio Beni archeologici della Provincia autonoma di Bolzano ha completato la sistemazione definitiva dell’ingresso.

L’intervento non è stato semplice. L’accesso si trova su una parete rocciosa verticale a quasi 3.000 metri di quota e anche portare sul posto materiali e attrezzature ha comportato notevoli difficoltà logistiche.

Prima dei lavori è stato applicato davanti all’ingresso un telo protettivo antipolvere, per evitare che le operazioni necessarie alla posa della struttura introducessero impurità nella grotta.

Successivamente l’inferriata è stata realizzata su misura e ancorata alla roccia. È stato inoltre installato un sistema di sorveglianza.

La cautela ha una ragione precisa. Una grotta rimasta indisturbata può conservare non soltanto ossa, ma sedimenti, tracce biologiche e rapporti spaziali tra i reperti. Spostare un osso o introdurre materiale dall’esterno significa perdere una parte delle informazioni che il sito potrebbe ancora restituire.

Scheletri quasi completi

È proprio la conservazione dei resti a rendere particolarmente interessante la nuova cavità.

Sono stati segnalati numerosi scheletri fossili di orso delle caverne e diversi risultano quasi completi. Durante le prime osservazioni sono state riconosciute anche colonne vertebrali, ossa del bacino e numerose altre parti scheletriche.

Resta invece da stabilire con precisione a quale popolazione appartengano.

Ursus ladinicus (ex articolo di Il Dolomiti): una precisazione

A proposito dell’attribuzione dei resti, è necessaria una precisazione rispetto a quanto riportato in questi giorni da alcune testate.

L’Ursus ladinicus è l’orso delle caverne conosciuto attraverso i resti rinvenuti nella Grotta delle Conturines. La denominazione è presente nella letteratura dedicata a questi reperti, ma la classificazione viene indicata anche come Ursus spelaeus ladinicus, considerandolo quindi nell’ambito di Ursus spelaeus. È questa, per esempio, la denominazione utilizzata oggi dal Museum Ladin Ursus ladinicus di San Cassiano.

Per i resti scoperti nella nuova grotta nel luglio 2026, invece, è ancora presto per un’attribuzione definitiva. Nelle comunicazioni ufficiali la Provincia autonoma di Bolzano ha parlato di orsi delle caverne indicando Ursus spelaeus o Ursus ladinicus.

Solo lo studio dei nuovi reperti potrà quindi chiarire se gli scheletri appartengano effettivamente alla stessa forma conosciuta nella vicina Grotta delle Conturines. Per il momento è più corretto parlare semplicemente di resti di orsi delle caverne.

Il precedente del 1987

Il confronto inevitabile è con la vicina Grotta delle Conturines.

Il 23 settembre 1987 Willy Costamoling vi trovò resti di orsi delle caverne. Gli scavi iniziarono l’anno successivo sotto la direzione del paleontologo Gernot Rabeder e portarono allo studio della particolare forma alpina conosciuta come Ursus ladinicus.

I reperti della grotta già nota sono stati datati a circa 40-50 mila anni fa.

La scoperta ebbe grande importanza anche per un’altra ragione: dimostrò che gli orsi delle caverne raggiungevano quote elevatissime sulle Dolomiti, in condizioni ambientali molto diverse da quelle attuali.

Ora, a poca distanza, una seconda cavità offre un nuovo archivio paleontologico da studiare.

Una grotta protetta prima delle analisi

Rispetto a quanto accaduto quasi quarant’anni fa, è stata assunta la decisione di proteggere la grotta subito dopo la scoperta, così che i ricercatori possano affrontarne lo studio con tecniche oggi molto più avanzate.

Non si tratta soltanto di identificare e datare le ossa. Sedimenti e reperti potranno essere studiati per ricostruire l’età del deposito, l’ambiente nel quale vivevano gli animali, la loro alimentazione e le caratteristiche della popolazione.

Tra le prospettive indicate dagli studiosi c’è anche la possibilità di verificare l’eventuale presenza di tracce umane. Al momento non ne è stata annunciata alcuna: è una delle domande che le future ricerche potranno affrontare.

La Provincia autonoma di Bolzano sta ora lavorando alla definizione di un progetto interdisciplinare, con il coinvolgimento di specialisti e partner scientifici internazionali.

Dopo aver protetto l’ingresso, quindi, il lavoro vero comincia adesso.

Fonti

Provincia autonoma di Bolzano – Ufficio Beni archeologici – Gli orsi delle caverne sono al sicuro – 23 ottobre 2026
https://news.provinz.bz.it/it/news/gli-orsi-delle-caverne-sono-al-sicuro

Provincia autonoma di Bolzano – Ufficio Beni archeologici – Orsi delle caverne – 2 ottobre 2026
https://beni-culturali.provincia.bz.it/it/news/orsi-delle-caverne

Scintilena – Nuovo ritrovamento di Ursus ladinicus a Conturines: una seconda grotta con numerosi scheletri fossili – 30 luglio 2026
https://www.scintilena.com/nuovo-ritrovamento-di-ursus-ladinicus-a-conturines-una-seconda-grotta-con-numerosi-scheletri-fossili/07/30/

Rai TGR Bolzano – L’Ursus ladinicus, la grotta scoperta apre a nuovi scenari – 28 settembre 2026
https://www.rainews.it/tgr/bolzano/articoli/2026/09/lursus-ladinicus-la-grotta-scoperta-apre-a-nuovi-scenari-b02685cf-a31e-4d70-b614-d1bf3f3ce4ca.html

Il Dolomiti – Orsi preistorici sulle Dolomiti, la scoperta a 2800 metri di quota. “Diversi scheletri quasi completi” – 23 ottobre 2026
https://www.ildolomiti.it/ricerca-e-universita/2026/orsi-preistorici-sulle-dolomiti-la-scoperta-a-2800-metri-di-quota-diversi-scheletri-quasi-completi

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  • Abisso Alberto Buzio a -545 metri: InGrigna! continua a ridisegnare il sottosuolo del Grignone
    Condividi Tre nuove punte tra settembre e ottobre spingono la giovane cavità sempre più in profondità, completano il rilievo della doppia giunzione con Capitano Paff e aprono nuove vie. Intanto le ricerche continuano su molti altri fronti del massiccio InGrigna! non è un singolo gruppo speleologico. È un progetto multigruppo, nato dall’incontro di speleologi provenienti da realtà diverse e uniti da una stessa vocazione: esplorare, rilevare e cercare di comprendere il grande sistema carsico na
     

Abisso Alberto Buzio a -545 metri: InGrigna! continua a ridisegnare il sottosuolo del Grignone

Október 28th 2026 at 05:00

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Tre nuove punte tra settembre e ottobre spingono la giovane cavità sempre più in profondità, completano il rilievo della doppia giunzione con Capitano Paff e aprono nuove vie. Intanto le ricerche continuano su molti altri fronti del massiccio

InGrigna! non è un singolo gruppo speleologico. È un progetto multigruppo, nato dall’incontro di speleologi provenienti da realtà diverse e uniti da una stessa vocazione: esplorare, rilevare e cercare di comprendere il grande sistema carsico nascosto sotto la Grigna Settentrionale, il Grignone.

Da oltre vent’anni il lavoro procede attraverso campi estivi, punte durante il resto dell’anno, battute in superficie, revisioni di vecchie cavità, rilievi, disostruzioni e confronti topografici. Si cercano nuovi ingressi, si torna in grotte che sembravano finite, si controllano correnti d’aria e punti di massimo avvicinamento tra sistemi diversi.

È un lavoro collettivo e paziente, nel quale anche un buco che chiude dopo tre metri aggiunge un’informazione alla conoscenza del massiccio.

Ogni tanto, però, uno di quei buchi decide di non fermarsi.

È quello che sta succedendo con l’Abisso Alberto Buzio, LOLC5935.

Dopo un’estate già straordinaria, culminata a fine agosto nella giunzione con l’Abisso Capitano Paff e nella nascita del Complesso del Moncodeno, tra settembre e ottobre InGrigna! è tornato più volte nella giovane cavità.

Tre punte raccontano bene quanto velocemente stia cambiando la geografia sotterranea di questo settore della Grigna.

La Buzio ha raggiunto –545m, sono stati aggiunti centinaia di metri di rilievo, è stata completata la topografia della doppia giunzione con Capitano Paff, sono comparsi nuovi freatici e gallerie concrezionate.

L’ultima esplorazione si è fermata su un P40, in una via ampia percorsa da una forte corrente d’aria.

Non perché la grotta chiuda.

Sono finiti i materiali.

Abisso Alberto Buzio, una storia cominciata da poco

La Buzio è una scoperta recentissima nella lunghissima storia delle esplorazioni del Grignone.

La LOLC5935 è emersa durante le ricerche di InGrigna! ed è diventata una delle protagoniste del Campo 2025, quando le esplorazioni hanno mostrato rapidamente le potenzialità della nuova cavità, portandola intorno ai -200m.

Il nome scelto dagli esploratori porta con sé un pezzo importante della storia speleologica della Grigna.

Alberto Buzio, scomparso nel dicembre 2021, è stato speleologo dagli anni Settanta, appartenente al Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, del quale è stato anche presidente, e all’Associazione Speleologica Comasca. Ha partecipato a esplorazioni in Italia e a spedizioni internazionali, lasciando inoltre un contributo importante alla documentazione della speleologia lombarda.

Alla Grigna era profondamente legato.

Nelle sue esplorazioni sul massiccio aveva utilizzato il nome “Freccia Azzurra” per indicare l’ipotetico grande collettore sotterraneo che dal fondo di W le Donne dovrebbe portare le acque verso Fiumelatte.

Il suo nome è legato anche a opere fondamentali per la conoscenza delle grotte lombarde, tra cui Grotte e Abissi di Lombardia, Lombardia Dentro e Grotte della Grigna e del Lecchese.

La nuova cavità è stata dedicata a lui, uno speleologo ricordato con grande affetto da chi ha condiviso con lui grotte, esplorazioni e anni di vita associativa.

Oggi quella grotta ha superato i cinquecento metri di profondità e continua ad aprire nuove domande sotto una montagna che Alberto Buzio aveva esplorato e studiato a lungo.

26-27 settembre: da -410 a -545m

La prima delle tre punte autunnali cambia decisamente le dimensioni della Buzio.

Alex Rinaldi dello Speleo Club CAI Romano di Lombardia, Cristian Paccani del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole e Andrea Maconi del Gruppo Grotte Milano salgono in Grigna già venerdì sera. Il mattino successivo li raggiunge al Bogani Marco Corvi (il Corvo) dello Speleo Club Ribaldone.

Un’altra squadra ligure, composta da Maurizio Rizzotto (Jack), Matteo Pinna e Francesca Cassina, entra successivamente dirigendosi verso il ramo di collegamento con Capitano Paff.

La squadra del fondo porta con sé 215 metri di corde.

Dal precedente limite esplorativo, intorno a -410 metri, la grotta continua immediatamente con un P31, seguito da una ripida galleria e da un P22.

Alla base sembra finire tutto contro una frana.

C’è però un particolare che non convince: alla partenza del pozzo si sentiva aria.

Dopo quasi un’ora di ricerca viene individuato un piccolo foro sul lato della frana. Spostati alcuni massi, dietro compare un cunicolo ventoso.

La Buzio riparte.

Un P24 sembra nuovamente chiudere alla base, ma quattro metri più in alto un terrazzino nasconde un altro passaggio. Cristian Paccani risale e trova la prosecuzione.

Seguono tratti in frana, un P6 che immette nell’attivo, una strettoia, un P23 e altri passaggi intervallati da pozzetti.

Poi compare un freatico lungo una ventina di metri.

Marco Corvi risale sopra un pozzo e ritrova la prosecuzione della galleria. Avanza per altri venti metri prima di tornare indietro, ma la condotta continua.

La squadra decide per il momento di puntare verso il basso.

Altri pozzetti conducono ancora più in profondità, finché finiscono gli attacchi e rimane soltanto uno spezzone di corda. Anche l’ultimo salto sembra chiudere, ma scavando nel fango fossile viene aperto un cunicolo che dà su un ulteriore pozzetto.

Bisogna fermarsi.

Dopo 19 ore di punta, alle sei del mattino di domenica gli esploratori sono nuovamente all’esterno.

Il bilancio è impressionante: circa 330 metri nuovi rilevati e Abisso Alberto Buzio a -545 metri.

La Buzio continua a sfiorare il Dito

Il rilievo racconta anche un’altra storia.

La Buzio passa a poche decine di metri dal Pozzo nel Dito in diversi punti, senza ancora trovare la connessione.

Le grotte sembrano quasi rincorrersi nel sottosuolo.

Il collegamento potrebbe non trovarsi necessariamente attraverso qualche grande pozzo. I numerosi freatici incontrati lungo la Buzio fanno pensare che la chiave possa nascondersi anche in una piccola condotta, in una finestra o in un passaggio poco evidente sulle pareti delle grandi verticali.

Nelle vicinanze c’è inoltre il Complesso del Ghiaccio.

Il disegno che lentamente compare sui rilievi lascia immaginare collegamenti ancora più grandi, fino alla possibilità futura di costruire un unico grande Sistema del Grignone.

Per ora è una prospettiva esplorativa: bisogna ancora trovare i passaggi.

17-18 ottobre: finalmente il rilievo della doppia giunzione

La seconda punta ha un obiettivo differente: mettere definitivamente ordine nel rilievo delle due connessioni tra Buzio e Capitano Paff.

Scendono Jack, Ombretta e Andrea Maconi.

Per completare il lavoro sono serviti tre tentativi.

Durante il primo, raggiunta la prima giunzione attraverso un traverso, un problema al telefono utilizzato nelle operazioni impedisce di concludere il rilievo.

Nella punta successiva viene individuato un freatico che porta addirittura a una seconda giunzione con Capitano Paff. Il rilievo viene eseguito, ma il controllo successivo mostra errori evidenti: il DistoX risulta completamente fuori calibrazione.

Bisogna tornare ancora una volta.

Il 17-18 ottobre finalmente tutto funziona. Jack arma e disarma i due rami, mentre Andrea e Ombretta rilevano.

Quella che nel resoconto viene scherzosamente definita l’“epopea del rilievo” può considerarsi conclusa.

Le esplorazioni, invece, no.

Nel settore restano una breve risalita, diversi freatici che partono in entrambe le direzioni e soprattutto un punto nel quale il rilievo porta la Buzio ad appena 15 metri dal Complesso del Ghiaccio, che possiede otto ingressi conosciuti.

Quindici metri sulla carta.

Chi esplora in Grigna sa bene che possono significare tutto o niente.

24-25 ottobre: freatici, cristalli e ancora pozzi

Una settimana dopo si torna dentro.

Alla punta partecipano Jack e Francesca, Andrea Maconi, Alex Rinaldi e Cristian Paccani.

La squadra ligure sale venerdì notte per dormire al Bogani. Sulla Grigna è arrivata la prima neve della stagione e durante la notte le temperature scendono sotto zero.

L’inverno comincia a farsi sentire.

Sabato, intorno a mezzogiorno, gli speleologi entrano e tornano oltre i -500m.

Il piccolo scavo lasciato in sospeso non concede strada: termina in una strettoia impraticabile.

Resta però da vedere il freatico individuato da Marco Corvi nella punta di settembre.

Qui la Buzio cambia completamente aspetto.

Fiori nel buio

Le nuove gallerie sono particolarmente concrezionate.

Compaiono forme che sembrano fiori di aragonite e, alle estremità di alcuni cristalli, depositi bianchi dall’aspetto pastoso.

La composizione non è ancora stata determinata. Potrebbe trattarsi di latte di monte, calcite microcristallina, gesso o altri depositi: per identificarli con certezza servirebbero analisi mineralogiche.

Il settore viene rilevato per circa cento metri.

Le prosecuzioni terminano per ora in accumuli di sabbia e fango parzialmente concrezionato. In una piccola condotta, però, passa ancora una debole corrente d’aria. Per continuare occorrerebbe affrontare uno scavo impegnativo.

Il freatico può aspettare.

La via del fondo no.

P30, P10, P40. Poi finiscono i materiali

Una parte della squadra prende la strada dell’uscita, mentre gli altri continuano a seguire l’attivo.

Arriva un P30, poi un P10, infine un P40.

Qui devono fermarsi.

La via è ampia e percorsa da una forte corrente d’aria.

La direzione, secondo le prime valutazioni del rilievo, non sembra favorire la giunzione con il Dito. Potrebbe invece riportare verso il settore del fondo e, in quel caso, rimarrebbero ancora circa 200 metri di dislivello da percorrere.

Le grandi vie aperte restano quindi almeno due: il ramo dei Liguri e quello del fondo.

A queste si aggiungono diverse finestre individuate risalendo dalle zone intorno a -400m e non ancora esplorate.

Gli ultimi escono intorno a mezzogiorno di domenica.

Fuori c’è la neve.

Sotto, un P40 con tanta aria.

Il rilievo topografico, immancabile aiuto alle esplorazioni

Un ruolo fondamentale in questa corsa esplorativa lo ha il rilievo topografico. Tutto ciò che viene scoperto viene via via misurato dai partecipanti, riportato, disegnato e inerito a catasto dall’inossidabile Andrea Maconi, componendo metro dopo metro la mappa del sottosuolo del Grignone. È il rilievo a mostrare quanto grotte apparentemente separate arrivino a sfiorarsi e a indicare dove potrebbero nascondersi nuove giunzioni.

All’esplorazione e alla topografia si affianca anche un vero diario per immagini: Alex Rinaldi, ormai uno degli speleoyoutuber più conosciuti e seguiti anche fuori dall’Italia, documenta regolarmente le avventure di InGrigna!, portando nei suoi video pozzi, strettoie, nuove scoperte e soprattutto l’atmosfera delle esplorazioni.

Nel frattempo InGrigna! cerca ovunque

Concentrarsi sulla Buzio non significa fermare il resto.

La filosofia di InGrigna! è esattamente opposta: continuare a controllare ingressi, rivedere vecchie cavità e battere il territorio anche quando il risultato può essere soltanto qualche metro.

Sandro Ghidelli e Roberto O. sono tornati su una cavità individuata alla fine di giugno. Dopo una discesa di circa 12 metri lungo il versante e un breve lavoro di ampliamento dell’ingresso, il passaggio è risultato percorribile, ma soltanto per pochi metri.

Altre battute sulle pareti del versante Valsassina hanno individuato piccole cavità-sorgente, tre delle quali curiosamente poste alla testata di vallette.

Alle pendici del Menna, Andrea e Felicita con la più piccola speleo di tutti i tempi, Petra, e con Sara e Marco sono invece andati a controllare una cavità individuata da Marco e Sara sul ciglio della Val Parina. La LOBG9293, dopo un ingresso ingombro di ossa di mucca, conduce a un breve pozzo che chiude alla base.

Maconi ha inoltre ricontrollato LOLC1877 e LOLC1957. Quest’ultima, trovata con meno neve rispetto a cinque anni prima, è stata nuovamente scesa fino al fondo a -28m, dove termina nei detriti.

Sandro Ghidelli, dopo aver raccontato le ultime verifiche, ha promesso scherzosamente di smettere di annoiare tutti con i suoi «piccoli buchi»: speriamo proprio di no. La ricerca speleologica funziona anche così: molti ingressi finiscono quasi subito. Altri aspettano anni prima di mostrare ciò che nascondono.

Un metro dal Pifferaio

C’è infine un altro fronte che merita di essere seguito.

Durante l’esplorazione della 1823, Andrea Maconi si è fermato in un grande pozzo per la presenza di una massa di neve potenzialmente pericolosa e perché non disponeva di corda sufficiente per completarne la discesa.

Il successivo confronto dei rilievi ha mostrato qualcosa di sorprendente: l’ultimo caposaldo della 1823 si trova a circa un metro da quello del Pifferaio.

La giunzione non è ancora avvenuta fisicamente e dovrà quindi essere verificata sul posto.

Il grande pozzo potrebbe avvicinarsi ai 100 metri. Se la connessione verrà confermata, potrebbe nascere un nuovo complesso con nove ingressi.

Andrea Maconi lo aspetta da parecchio tempo: «È da 15 anni che sogno la giunzione».

Un metro dopo quindici anni.

Sulla carta sembra pochissimo.

Sotto la Grigna può essere ancora un mondo.

La neve sopra, l’aria sotto

L’inverno sta arrivando sul Moncodeno e la neve potrebbe rendere presto molto più difficile tornare alla Buzio.

Sottoterra, però, il lavoro lasciato in sospeso è enorme.

Ci sono i freatici, le finestre intorno a -400, il ramo dei Liguri, la vicinanza con il Complesso del Ghiaccio e soprattutto quella grande via del fondo.

L’ultima punta si è fermata davanti a un P40 soltanto perché erano finiti i materiali.

Da sotto arriva molta aria.

Nel gruppo qualcuno ha sintetizzato la situazione con l’entusiasmo del momento: «O si giunta o si va a meno mille!».

Naturalmente nessuno può ancora sapere dove porterà quella via.

Una cosa, però, è certa: l’Abisso Alberto Buzio è arrivato a -545m. E la Grigna non ha ancora finito di raccontare cosa c’è là sotto.

Fonti

InGrigna! – Resoconti delle esplorazioni all’Abisso Alberto Buzio e delle attività sul Grignone – settembre-ottobre 2026.

Scintilena – Campo InGrigna! 2026: una piccola panoramica dai resoconti dei partecipanti – 21 agosto 2026
https://www.scintilena.com/campo-ingrigna-2026-una-piccola-panoramica-dai-resoconti/08/21/

Scintilena – Giunzione Abisso Buzio-Capitano Paff: in Grigna nasce il Complesso del Moncodeno! – 1 settembre 2026
https://www.scintilena.com/giunzione-abisso-buzio-capitano-paff-in-grigna-nasce-il-complesso-del-moncodeno-ingrigna-allopera/09/01/

Scintilena – Dal cuore della Grigna: cronaca diretta del 23° Campo InGrigna! 2025 – 21 agosto 2025
https://www.scintilena.com/si-e-concluso-il-16-agosto-2025-il-23campo-ingrigna/08/21/

Scintilena – Concluso con successo ed allegria il 22° Campo InGrigna! 2024 – 18 agosto 2024
https://www.scintilena.com/concluso-con-successo-ed-allegria-il-22-campo-ingrigna-2024/08/18/

Federazione Speleologica Lombarda – Alberto Buzio è venuto a mancare – 19 dicembre 2021
https://speleolombardia.wordpress.com/2021/12/19/alberto-buzio-e-venuto-a-mancare/

Gruppo Grotte Milano – Il Buziesco, ricordi e testimonianze su Alberto Buzio
https://www.gruppogrottemilano.it/resource/pdf/buziesco/buziesco.pdf

I video di Alex Rinaldi – Ma dove siamo?

Foto di Francesca Cassina e Andrea Maconi

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  • Grotta di Rio Martino, da novembre il silenzio è per i pipistrelli
    Condividi La cavità di Crissolo chiude dal 1° novembre per proteggere i chirotteri durante l’ibernazione. Qui si trova la più importante colonia svernante italiana di Barbastello e proprio nella grotta è stata documentata per la prima volta in Italia la presenza del fungo associato alla sindrome del naso bianco Con l’arrivo dell’inverno la Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, in alta Valle Po, torna ai suoi abitanti più delicati. Dal 1° novembre
     

Grotta di Rio Martino, da novembre il silenzio è per i pipistrelli

Október 28th 2026 at 04:30

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La cavità di Crissolo chiude dal 1° novembre per proteggere i chirotteri durante l’ibernazione. Qui si trova la più importante colonia svernante italiana di Barbastello e proprio nella grotta è stata documentata per la prima volta in Italia la presenza del fungo associato alla sindrome del naso bianco

Con l’arrivo dell’inverno la Grotta di Rio Martino, a Crissolo, in provincia di Cuneo, ai piedi del Monviso, in alta Valle Po, torna ai suoi abitanti più delicati.

Dal 1° novembre 2026 al 31 marzo 2027 l’accesso alla cavità è vietato per proteggere i pipistrelli durante il periodo di ibernazione.

Domenica 25 ottobre si è svolta l’ultima escursione guidata della stagione, organizzata nell’ambito delle attività del Parco del Monviso. Poi i cancelli si chiuderanno e la grotta resterà indisturbata fino alla primavera. La riapertura non è però automatica: il periodo di chiusura può essere prolungato se le condizioni climatiche e biologiche lo rendono necessario. Nella primavera del 2026, per esempio, il divieto è stato esteso fino al 10 aprile perché basse temperature, neve e precipitazioni avevano ritardato la ripresa dell’attività dei chirotteri.

Una grotta di oltre tre chilometri

La Grotta di Rio Martino si apre a circa 1.530 metri di quota, sulle pendici della Rocca Granè, sopra Crissolo. È una Riserva Naturale ed è compresa nella Zona Speciale di Conservazione IT1160037 “Grotta di Rio Martino” della rete Natura 2000.

Il sistema sotterraneo si sviluppa complessivamente per circa 3.200 metri, tra sale, pozzi e gallerie formati dall’azione dell’acqua nelle rocce carbonatiche.

Soltanto il ramo inferiore, lungo circa 530 metri, è normalmente accessibile ai visitatori lungo un percorso parzialmente attrezzato. Al termine si raggiunge uno degli ambienti più spettacolari della cavità, la cascata del Pissai, con un salto superiore ai 40 metri.

Le prime testimonianze scritte relative alla grotta risalgono già al Seicento, ma oggi Rio Martino riveste soprattutto un’importanza naturalistica particolare per la fauna che ospita.

Il rifugio invernale del Barbastello

Tra i protagonisti della grotta c’è il Barbastello (Barbastella barbastellus), piccolo pipistrello europeo legato soprattutto agli ambienti forestali maturi.

Barbastello (Barbastella barbastellus), specie che trova nella Grotta di Rio Martino il più importante sito di svernamento conosciuto in Italia. Foto: Jan Ebr e Ivana Ebrová / Wikimedia Commons – CC BY 4.0

Ogni inverno nella cavità si radunano centinaia di chirotteri. Il censimento effettuato nel febbraio 2025 aveva registrato almeno 225 pipistrelli, tra i quali 184 Barbastelli. Il Parco del Monviso indica Rio Martino come il più importante sito conosciuto in Italia per lo svernamento di questa specie.

Il Barbastello non è solo: nella grotta è documentata la presenza di numerose altre specie di chirotteri, tra cui diversi Myotis, facendo di Rio Martino un sito di particolare valore per lo studio e la conservazione dei pipistrelli alpini.

Una visita in inverno può diventare pericolosa

Durante l’ibernazione, i pipistrelli abbassano drasticamente la temperatura corporea e rallentano le funzioni vitali. È una strategia che consente loro di superare i mesi freddi, quando gli insetti di cui si nutrono sono scarsamente disponibili.

In questo periodo vivono consumando le riserve energetiche accumulate durante la stagione favorevole.

Un disturbo provocato dalla presenza umana, dalle luci, dal rumore o dal contatto può causare un risveglio anticipato. Tornare attivi significa aumentare rapidamente il metabolismo e consumare una parte delle preziose riserve di grasso necessarie per arrivare alla primavera.

Per questo la chiusura stagionale non è semplicemente una limitazione alla visita della grotta, ma una vera misura di conservazione.

Il fungo della sindrome del naso bianco

Rio Martino ha anche un’altra particolarità scientifica: nel 2019 uno studio pubblicato sulla rivista Mycopathologia ha documentato nella grotta la prima identificazione in Italia di Pseudogymnoascus destructans, il fungo associato alla cosiddetta White-nose syndrome, o sindrome del naso bianco.

Il fungo è stato isolato su esemplari di Myotis emarginatus presenti nella cavità.

La sindrome ha provocato gravissime mortalità nelle popolazioni di pipistrelli del Nord America. La situazione europea è però diversa: il fungo è presente naturalmente in Europa e nei pipistrelli europei non sono state osservate le mortalità di massa che hanno caratterizzato l’epidemia nordamericana.

La presenza del fungo è un ulteriore motivo per adottare particolare attenzione quando si frequentano ambienti sotterranei.

Anche scarponi e attrezzatura possono viaggiare da una grotta all’altra

Le spore di Pseudogymnoascus destructans possono aderire a scarponi, abbigliamento e attrezzatura entrati in contatto con il terreno o le pareti di una cavità e possono quindi essere trasportate involontariamente in altri ambienti sotterranei.

Per questo la pulizia e la decontaminazione dell’attrezzatura utilizzata in grotta non riguardano soltanto Rio Martino: sono una buona pratica per ridurre il rischio di trasferire microrganismi da una cavità all’altra.

È un aspetto particolarmente importante per chi frequenta molte grotte, come gli speleologi, perché ciò che resta apparentemente invisibile su uno scarpone o su un’attrezzatura può essere trasportato per molti chilometri.

Una grotta che d’inverno cambia funzione

Da aprile a ottobre Rio Martino può essere luogo di visita, conoscenza e avvicinamento al mondo sotterraneo.

Con l’arrivo dell’inverno la prospettiva cambia. La grotta torna a essere rifugio.

La chiusura stagionale ricorda così un principio semplice della frequentazione responsabile degli ambienti ipogei: entrare in una grotta significa entrare in un ecosistema, e qualche volta il modo migliore per conoscerlo e proteggerlo è restarne fuori per qualche mese.

Fonti

Parco del Monviso – Prorogata la chiusura della Grotta di Rio Martino fino al 10 aprile – 2026
https://www.parcomonviso.eu/news/917/prorogata-la-chiusura-della-grotta-di-rio-martino-fino-al-10-aprile-2026

Parco del Monviso – La Riserva naturale della Grotta di Rio Martino
https://www.parcomonviso.eu/ambiente/aree-protette-e-rete-natura-2000/la-riserva-naturale-della-grotta-di-rio-martino

Parco del Monviso – I pipistrelli
https://www.parcomonviso.eu/ambiente/la-fauna/i-pipistrelli

Garzoli L. et al. – First Isolation of Pseudogymnoascus destructans, the Fungal Causative Agent of White-Nose Disease, in Bats from Italy – Mycopathologia, 2019
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31414314/

Montagna.TV – La Grotta di Rio Martino chiude per il riposo invernale dei pipistrelli – 25 ottobre 2026
https://www.montagna.tv/284053/la-grotta-di-rio-martino-chiude-per-il-riposo-invernale-dei-pipistrelli/

Scintilena – La Grotta di Rio Martino riapre le porte: un nome, due leggende e secoli di storia – 16 aprile 2026
https://www.scintilena.com/la-grotta-di-rio-martino-riapre-le-porte-un-nome-due-leggende-e-secoli-di-storia/04/16/

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  • Anguille nelle grotte: il 28 ottobre 2026 una serata online sulle ricerche negli ambienti carsici
    Condividi Matteo Capurro del CESBIN sarà ospite di Biologia Sotterranea Piemonte per approfondire le ricerche sull’anguilla europea. Lo studio pubblicato nel 2026 è nato dopo due osservazioni nella Grotta di Valdemino, a Borgio Verezzi Domani, mercoledì 28 ottobre alle 20:30, Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca torna con le sue serate divulgative dedicate alle ricerche sul mondo sotterraneo. Ospite dell’incontro online sarà Matteo Capurro del CESBIN, che parlerà di anguille e de
     

Anguille nelle grotte: il 28 ottobre 2026 una serata online sulle ricerche negli ambienti carsici

Október 27th 2026 at 08:30

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Matteo Capurro del CESBIN sarà ospite di Biologia Sotterranea Piemonte per approfondire le ricerche sull’anguilla europea. Lo studio pubblicato nel 2026 è nato dopo due osservazioni nella Grotta di Valdemino, a Borgio Verezzi

Domani, mercoledì 28 ottobre alle 20:30, Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca torna con le sue serate divulgative dedicate alle ricerche sul mondo sotterraneo. Ospite dell’incontro online sarà Matteo Capurro del CESBIN, che parlerà di anguille e del loro rapporto, ancora poco conosciuto, con gli ambienti carsici.

La serata nasce dalle domande suscitate da una recente ricerca dedicata all’anguilla europea (Anguilla anguilla) negli ambienti carsici costieri, pubblicata nel 2026 sulla rivista Environmental Biology of Fishes.

Scintilena aveva già raccontato lo studio lo scorso luglio. La ricerca ha preso avvio da due osservazioni avvenute nel febbraio 2022 e nel dicembre 2023 nel settore non turistico della Grotta di Valdemino, nel complesso delle Grotte di Borgio Verezzi, in Liguria.

A circa 600 metri dal mare, i ricercatori hanno osservato anguille lunghe indicativamente tra 10 e 20 centimetri. Le differenti dimensioni fanno ritenere probabile che si trattasse di due individui distinti.

Da quelle osservazioni è nata una domanda tutt’altro che banale: che cosa ci fanno le anguille dentro una grotta?

Le grotte come rifugio o via di passaggio

Per cercare una risposta, i ricercatori hanno esteso le indagini alle acque superficiali collegate al sistema carsico.

Nel torrente Bottassano sono stati catturati cinque esemplari appartenenti a differenti fasi del ciclo vitale. Il corso d’acqua presenta lunghi tratti temporanei e possibili flussi subalvei, in un territorio nel quale le connessioni tra acque superficiali e sotterranee possono avere un ruolo importante negli spostamenti della fauna acquatica.

Le ipotesi aperte sono diverse.

Le grotte potrebbero rappresentare vie di passaggio utilizzate dalle anguille durante gli spostamenti tra il mare e le acque interne, oppure essere raggiunte attraverso collegamenti carsici con corsi d’acqua vicini. Gli ambienti sotterranei potrebbero anche costituire zone di rifugio, alimentazione o crescita.

Particolarmente interessante è la possibilità che le cavità offrano un riparo durante i periodi di siccità, quando alcuni corsi d’acqua superficiali si riducono o scompaiono.

Si tratta ancora di ipotesi da verificare attraverso nuove ricerche.

Una specie in forte declino

L’anguilla europea compie uno dei cicli migratori più singolari tra i pesci.

Nasce nel Mar dei Sargassi, nell’Atlantico, e le larve raggiungono dopo un lunghissimo viaggio le coste europee. Gli animali possono quindi colonizzare fiumi, laghi, lagune e altri ambienti acquatici prima di tornare, raggiunta la maturità, verso l’Atlantico per riprodursi.

La specie è oggi considerata in pericolo critico dalla Lista Rossa IUCN. La frammentazione dei corsi d’acqua, gli ostacoli alla migrazione, la pesca, le modificazioni degli habitat e i periodi di siccità rappresentano alcune delle pressioni che contribuiscono al suo declino.

Comprendere se anche le acque sotterranee e i sistemi carsici costieri facciano parte degli ambienti utilizzati dall’anguilla potrebbe quindi avere conseguenze importanti per la sua conservazione.

Lo studio del 2026 è firmato da Giacomo Actis Dato, Dario Ottonello, Adriano Fiorucci, Bartolomeo Vigna, Matteo Capurro, Valentina Balestra e Fabrizio Oneto.

Proprio Matteo Capurro approfondirà questi temi durante l’incontro online organizzato da Biologia Sotterranea Piemonte.

La serata inizierà mercoledì 28 ottobre alle 20:30.

Link alla videochiamata:
https://meet.google.com/zpw-rneo-wtk

Fonti

Actis Dato G. et al. – Environmental Biology of Fishes – The role of coastal karst environments for the conservation of Anguilla anguilla (Linnaeus, 1758) in the Mediterranean area – 2026
https://doi.org/10.1007/s10641-026-01875-z

Politecnico di Torino – Archivio istituzionale della ricerca – The role of coastal karst environments for the conservation of Anguilla anguilla (Linnaeus, 1758) in the Mediterranean area – 2026
https://iris.polito.it/handle/11583/3016419

ARPAL Liguria – Anguille in grotta: un rifugio per una specie a rischio – 29 luglio 2026
https://www.arpal.liguria.it/home-page/notizie-tematiche/item/anguille-in-grotta-un-rifugio-per-una-specie-a-rischio.html

Scintilena – Anguille e grotte costiere: uno studio apre nuove prospettive sulla conservazione della specie – 13 luglio 2026
https://www.scintilena.com/anguille-e-grotte-costiere-uno-studio-apre-nuove-prospettive-sulla-conservazione-della-specie/07/13/

Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca – 26 ottobre 2026 via social: comunicazione della serata divulgativa del 28 ottobre 2026

Foto Valentina Balestra

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  • Le stalagmiti del Perù raccontano 450.000 anni di monsoni
    Condividi Trenta stalagmiti provenienti da tre grotte delle Ande hanno permesso di ricostruire le variazioni delle piogge in Sud America Uno studio universitario ha dimostrato che la consueta “altalena” tra i monsoni asiatici e sudamericani ha avuto importanti eccezioni Le stalagmiti conservano nella loro crescita una memoria dei climi del passato. Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da studiosi dello Union College di New York, con la partecipazione di ricercatori della Uni
     

Le stalagmiti del Perù raccontano 450.000 anni di monsoni

Október 27th 2026 at 04:30

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Trenta stalagmiti provenienti da tre grotte delle Ande hanno permesso di ricostruire le variazioni delle piogge in Sud America

Uno studio universitario ha dimostrato che la consueta “altalena” tra i monsoni asiatici e sudamericani ha avuto importanti eccezioni

Le stalagmiti conservano nella loro crescita una memoria dei climi del passato. Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da studiosi dello Union College di New York, con la partecipazione di ricercatori della University of Minnesota, University of Massachusetts Amherst, University at Albany e di collaboratori locali delle grotte peruviane, ha ricostruito circa 450.000 anni di variazioni del monsone estivo sudamericano.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, si basa sulle variazioni degli isotopi dell’ossigeno registrate in 30 stalagmiti, datate con metodi radiometrici. I campioni provengono dalle grotte di Antipayarguna, Huagapo e Pacupahuain, nelle Ande peruviane.

L’altalena dei monsoni non funziona sempre

Normalmente i grandi sistemi monsonici dell’Asia e del Sud America mostrano un comportamento opposto: quando uno si rafforza, l’altro tende a indebolirsi. Una sorta di “altalena” tra i due emisferi, legata anche alle variazioni dell’orbita terrestre e della quantità di radiazione solare ricevuta.

Il lungo archivio conservato nelle stalagmiti peruviane conferma questo comportamento generale, e rivela anche qualcosa di inatteso.

I ricercatori hanno individuato dieci periodi durante i quali i monsoni asiatico e sudamericano si sono mossi nella stessa direzione, rafforzandosi o indebolendosi contemporaneamente. Alcuni di questi episodi sono durati migliaia di anni.

Diversi periodi di indebolimento simultaneo coincidono con le transizioni alla fine delle ere glaciali, caratterizzate da importanti aumenti della temperatura globale e della concentrazione atmosferica di anidride carbonica.

Temperature oceaniche, gas serra e differenze termiche tra gli emisferi potrebbero avere modificato temporaneamente il normale meccanismo che regola i monsoni.

Le grotte rivelano sempre qualcosa di interessante: anche come archivi del clima.

Un esempio vicino a noi arriva dalla Grotta della Bàsura di Toirano, in Liguria, dove un altro studio, pubblicato nel 2026 su Nature Communications e già raccontato da Scintilena, ha utilizzato gli speleotemi per ricostruire le condizioni climatiche durante la Terminazione IV, circa 340.000 anni fa, associata a uno dei più rapidi innalzamenti del livello marino documentati nell’ultimo mezzo milione di anni.

La Grotta della Bàsura di Toirano, in Liguria. Le sue stalagmiti sono state utilizzate in un recente studio paleoclimatico per ricostruire i cambiamenti avvenuti durante la Terminazione IV, circa 340.000 anni fa. Foto: Davide Papalini / Wikimedia Commons – CC BY 2.5

Dalle Ande alla Liguria, le concrezioni delle grotte conservano registrazioni climatiche che possono attraversare centinaia di migliaia di anni, offrendo informazioni preziose sui grandi cambiamenti del sistema terrestre.

Foto di copertina: la Gruta de Huagapo, nella regione di Junín, in Perù, una delle tre grotte dalle quali provengono le stalagmiti utilizzate per ricostruire circa 450.000 anni di variazioni dei monsoni. Foto: Ottocarotto / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Fonti

Nature – Interhemispheric monsoon dynamics over the past 450,000 years – 2026Studio scientifico originale

https://www.nature.com/articles/s41586-026-11166-3

Phys.org – Ancient stalagmites reveal exceptions to Asia–South America monsoon seesaw over the past 450,000 years – 24 ottobre 2026

https://doi.org/10.1038/s41586-026-11166-3

https://phys.org/news/2026-10-ancient-stalagmites-reveal-exceptions-asiasouth.html

Nature Communications – Protracted ocean circulation slowdown drove exceptional ice-sheet melting during ice age termination IV – 16 giugno 2026

https://www.nature.com/articles/s41467-026-73733-6

Scintilena – Grotta della Bàsura: le stalagmiti raccontano uno dei più rapidi innalzamenti del mare degli ultimi 340 mila anni – 2 luglio 2026 – https://www.scintilena.com/grotta-della-basura-le-stalagmiti-raccontano-uno-dei-piu-rapidi-innalzamenti-del-mare-degli-ultimi-340-mila-anni/07/02/

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  • Boris Hora, una vita tra grotte, montagne e viaggi: uno speleologo ucraino di 57 anni muore in guerra
    Condividi Speleologo, guida e viaggiatore, aveva scelto di vivere vicino alla grotta Mlynky, dove aveva creato una base speleologica Boris Hora aveva fatto delle grotte una parte della propria vita. Speleologo, viaggiatore, guida e formatore di giovani, era una figura conosciuta nella regione di Ternopil, nell’Ucraina occidentale. La notizia della sua morte è stata comunicata dalla figlia Alina. Hora è morto il 19 ottobre 2026, a 57 anni, mentre prestava servizio nelle forze armate ucraine
     

Boris Hora, una vita tra grotte, montagne e viaggi: uno speleologo ucraino di 57 anni muore in guerra

Október 27th 2026 at 04:00

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Speleologo, guida e viaggiatore, aveva scelto di vivere vicino alla grotta Mlynky, dove aveva creato una base speleologica

Boris Hora aveva fatto delle grotte una parte della propria vita. Speleologo, viaggiatore, guida e formatore di giovani, era una figura conosciuta nella regione di Ternopil, nell’Ucraina occidentale.

La notizia della sua morte è stata comunicata dalla figlia Alina. Hora è morto il 19 ottobre 2026, a 57 anni, mentre prestava servizio nelle forze armate ucraine. La famiglia ha precisato di essere ancora in attesa dell’esito dell’esame del DNA.

Nato il 10 marzo 1969 a Ternopil, si è avvicinato giovanissimo alla speleologia. Nel 1998, nell’ambito dell’organizzazione scout ucraina Plast, ha fondato il club turistico Kristal, dedicandosi anche alla formazione dei giovani.

Ha viaggiato dal Caucaso ai Tatra, dagli Urali all’Altaj, ma un luogo ha segnato particolarmente la sua vita: la grotta Mlynky, grande sistema sotterraneo nei gessi della regione di Ternopil. Proprio qui ha conosciuto Svitlana, diventata poi sua moglie, e nel 1991 i due hanno celebrato il loro matrimonio in grotta.

Hora ha scelto successivamente di trasferirsi a Zalissia, a poca distanza da Mlynky, dove ha creato una base speleologica e ha lavorato come guida, accompagnando molte persone alla scoperta del mondo sotterraneo. Si è dedicato anche alle escursioni sul Dniester, al volontariato e alla tutela dell’ambiente.

Dopo l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina è entrato nelle forze armate ucraine.

La sua morte tocca anche la comunità speleologica: quella comunità internazionale che nelle grotte, sulle montagne e durante le esplorazioni impara ad affidarsi agli altri, al di là della lingua e della provenienza.

Scintilena ripudia la guerra, ogni guerra, perché porta via vite, affetti, conoscenze e una parte di quel mondo che costruiamo insieme.

Davanti alla morte di un uomo resta una domanda semplice e terribile: chi siamo noi per togliere la vita a un altro essere umano?

Ogni persona che muore porta via con sé una parte irripetibile del mondo, anche del nostro.

A Boris Hora, alla sua famiglia e a quanti hanno condiviso con lui grotte, sentieri e viaggi va il nostro pensiero.

Fonti

https://suspilne.media/ternopil/1435599-zaginuv-speleolog-mandrivnik-gid-boris-gora-z-ternopilsini

https://zaxid.net/na_viyni_zaginuv_ternopilskiy_viyskoviy_i_speleolog_boris_gora_n1648623

https://ternopoliany.te.ua/zhittya/121224-ridni-chekaiut-na-rezultaty-dnk-povidomyly-pro-zahybel-mandrivnyka-z-ternopilshchyny-borysa-hory

https://gazeta.ua/articles/opinions-journal/_sob-realizuvati-sebe-treba-zhiti-dlya-kogos-boris-gora-47-rokiv-speleolog-mandrivnik/728622

Foto di copertina: la grotta Mlynky, nella regione di Ternopil, in Ucraina, alla quale Boris Hora ha legato gran parte della sua vita di speleologo e guida. Foto: Volodymyr Bondar / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0.

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  • Nelle grotte del Brasile le rane non sono lì per caso
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Nelle grotte del Brasile le rane non sono lì per caso

Október 25th 2026 at 04:00

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Uno studio pubblicato su Neotropical Biology and Conservation e ripreso da Bioengineer.org suggerisce che alcune rane brasiliane utilizzino stabilmente le grotte come habitat

Per molto tempo le rane osservate nelle grotte brasiliane sono state considerate semplici presenze accidentali: animali entrati sottoterra occasionalmente, destinati prima o poi a uscire oppure a morire.

Un lavoro pubblicato su Neotropical Biology and Conservation propone però di rivedere questa interpretazione.

Secondo gli autori, diverse specie di anuri utilizzano infatti le grotte in modo regolare. L’ambiente sotterraneo offre condizioni particolarmente favorevoli agli anfibi: umidità elevata e stabile, temperature poco variabili, disponibilità d’acqua, invertebrati di cui nutrirsi e riparo dai predatori.

Le osservazioni provengono da grotte distribuite in diverse regioni del Brasile e scavate in rocce molto differenti, dal calcare alla quarzite fino alle formazioni ferrifere.

Per questo i ricercatori propongono che almeno alcune di queste rane vengano considerate trogloxene: animali che utilizzano abitualmente l’ambiente sotterraneo per rifugiarsi, alimentarsi o riprodursi, pur non essendo necessariamente legati alle grotte per l’intero ciclo vitale.

La distinzione non è soltanto terminologica. Considerare gli anuri fauna accidentale significa attribuire loro poco peso negli studi e nelle valutazioni ambientali delle grotte brasiliane. Riconoscere invece che le cavità possono costituire un vero habitat apre nuove domande sulla loro ecologia e sulla necessità di includerli nei programmi di monitoraggio e conservazione.

Restano molte cose da capire: se alcune specie possano riprodursi stabilmente sottoterra, quanto a lungo vi rimangano e quale parte del loro ciclo vitale dipenda realmente dalle grotte.

Ma il punto di partenza cambia: quelle rane potrebbero non essersi perse affatto. Potrebbero essere esattamente dove vogliono stare.

Fonte: Sperandei V.D.F., Alvarenga D.D.A., Araújo M.S.D. & Pereira C.C. (2023). Are caves true habitats for anurans or more a favorable rocky environment? A discussion of habitat occupation by frogs in Neotropical caves. Neotropical Biology and Conservation, 18(3), 131–137. DOI: 10.3897/neotropical.18.e100778

Approfondimento: Bioengineer, “Frogs in Brazilian caves are residents, not lost visitors, study argues” https://bioengineer.org/frogs-in-brazilian-caves-are-residents-not-lost-visitors-study-argues/

Foto di copertina: Leptodactylus labyrinthicus, una delle specie di anuri segnalate nelle grotte brasiliane. Foto: Mario Barroso / Wikimedia Commons – CC BY 4.0

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  • Rodi, il progetto contro le alluvioni di Archangelos e il ruolo dell’Eforia di Speleologia
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Rodi, il progetto contro le alluvioni di Archangelos e il ruolo dell’Eforia di Speleologia

Október 24th 2026 at 05:00

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In Grecia, a Rodi, dopo le gravi inondazioni di ottobre torna al centro dell’attenzione un progetto da 5,16 milioni di euro fermo per anni nell’iter autorizzativo. Tra gli enti coinvolti anche l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia del Ministero greco della Cultura, chiamata a verificare gli effetti dell’intervento sul patrimonio sotterraneo e archeologico

Le violente piogge che hanno colpito Rodi il 14 ottobre 2026, provocando allagamenti, danni e la morte di una persona nella zona di Archangelos e Stegna, hanno riaperto la discussione sulla mancata realizzazione di un importante intervento di protezione dalle alluvioni.

Il progetto per Archangelos, predisposto dalla Regione dell’Egeo Meridionale, è stato completato nel 2023 e dispone di un finanziamento di circa 5,16 milioni di euro, ma i lavori non sono ancora iniziati.

Le violente piogge che hanno colpito Rodi il 14 ottobre 2026, provocando allagamenti, danni e la morte di una persona nella zona di Archangelos e Stegna, hanno riaperto la discussione sulla mancata realizzazione di un importante intervento di protezione dalle alluvioni.

Il progetto per Archangelos, predisposto dalla Regione dell’Egeo Meridionale, è stato completato nel 2023 e dispone di un finanziamento di circa 5,16 milioni di euro, ma i lavori non sono ancora iniziati.

Ne parla un articolo di Dimokratiki del 18 ottobre 2026, ma la vicenda è stata ripresa anche in altre date e da altre fonti, tra cui Kathimerini, altro quotidiano ellenico.

Entra in gioco anche il modo speleologico: la notizia vede il coinvolgimento nell’iter dell’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia, servizio specializzato del Ministero greco della Cultura competente per la ricerca, la protezione e la gestione delle grotte e dei depositi paleontologici e archeologici.

Eforia viene dal greco Ephoreia: nell’amministrazione greca, indica un ufficio o servizio pubblico preposto alla tutela e alla gestione di un determinato patrimonio. Nel nostro caso, l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia è il servizio del Ministero greco della Cultura specializzato nella tutela del patrimonio paleontologico, paleoantropologico e delle grotte.

Una prima valutazione positiva, poi la richiesta di un sopralluogo

Secondo quanto ricostruito dalla stampa di Rodi sulla base delle dichiarazioni della Regione dell’Egeo Meridionale, l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia aveva inizialmente espresso un parere positivo sul progetto.

Successivamente il parere sarebbe stato ritirato, perché ritenuto necessario un sopralluogo nell’area interessata dai lavori.

È proprio questa fase ad avere prodotto uno dei rallentamenti contestati oggi dalla Regione. Secondo l’amministrazione regionale, per ottenere il sopralluogo sarebbe stato necessario chiedere l’intervento dell’Amministrazione Decentrata dell’Egeo, che avrebbe sollecitato per due volte l’Eforia. L’attesa avrebbe comportato un ritardo di circa sei mesi.

Si tratta, è bene precisarlo, della ricostruzione fornita dalla Regione dell’Egeo Meridionale nel dibattito seguito alle recenti alluvioni.

Anche l’archeologia interviene sul progetto

L’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia non è stato l’unico organismo del Ministero della Cultura coinvolto.

Un altro passaggio ha riguardato l’Eforia delle Antichità del Dodecaneso, che aveva espresso un parere negativo sostenendo che alcune opere previste avrebbero avuto un impatto visivo sul paesaggio.

La Regione ha quindi sottoposto la questione al Consiglio Archeologico Centrale greco, che ha successivamente dato il proprio assenso al progetto, superando il precedente parere negativo.

Nel complesso, secondo la Regione, il procedimento per ottenere l’autorizzazione ambientale si è protratto per circa tre anni.

Un progetto ancora da realizzare

La vicenda è tornata di attualità dopo le precipitazioni eccezionali che hanno interessato Rodi lo scorso ottobre.

Archangelos presenta una situazione idrografica particolarmente delicata: due corsi d’acqua convergono all’interno dell’area urbanizzata, aumentando rapidamente la quantità d’acqua che attraversa l’abitato durante gli eventi meteorologici più intensi.

Secondo i dati riportati dalla stampa greca, nell’arco di due giorni la stazione meteorologica di Rodi ha registrato precipitazioni pari a quasi sei volte la media dell’intero mese di ottobre.

Il progetto di protezione idraulica è stato inserito nel programma di finanziamento regionale nel gennaio 2025, ma deve ancora arrivare alla fase di gara. Anche dopo il completamento delle autorizzazioni saranno necessari ulteriori adeguamenti tecnici prima dell’avvio dei lavori.

Speleologia e tutela del territorio

La vicenda mostra anche un aspetto meno conosciuto del lavoro degli organismi che si occupano di grotte.

L’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia è una struttura del Ministero greco della Cultura, con competenze sulla tutela delle cavità naturali e dei depositi archeologici e paleontologici presenti al loro interno ed è composta da specialisti in archeologia, geologia, biologia e paleontologia.

La sua partecipazione alle procedure relative a grandi opere serve quindi a verificare l’eventuale presenza di elementi del patrimonio sotterraneo che potrebbero essere interessati dagli interventi.

Nel caso di Archangelos, resta aperto il confronto sui tempi delle procedure e sulle responsabilità dei diversi enti coinvolti. Dopo l’alluvione di ottobre 2026, una questione amministrativa rimasta per anni lontana dall’attenzione pubblica è diventata parte del dibattito sulla sicurezza idraulica dell’isola.

Fonti

Dimokratiki, 18 ottobre 2026
https://www.dimokratiki.gr/en/18-10-2026/spileologi-ke-archeologi-kratisan-3-chronia-sta-syrtaria-to-antiplimmyriko-ergo-tou-archangelou/

Dimokratiki, 17 ottobre 2026
https://www.dimokratiki.gr/en/17-10-2026/i-periferia-apanta-gia-ton-archangelo-me-meleti-tou-2023-pou-perimeni-3-chronia-tin-perivallontiki-adiodotisi/

Dimokratiki, 16 ottobre 2026
https://www.dimokratiki.gr/16-10-2026/antiplimmyriki-prostasia-archangelou-i-periferia-notiou-egeou-apanta-stin-stochopiisi-me-stichia/

Eforia di Paleoantropologia e Speleologia – Ministero della Cultura della Grecia
https://www.cavearchaeology.gr/en/i-eforia-paleoanthropologias-spileologias/

Kathimerini, 16 ottobre 2026
https://www.ekathimerini.com/news/environment/1318341/rhodes-floods-expose-years-of-permit-delays/

Foto di copertina: Archangelos, nell’isola di Rodi, l’area interessata dal progetto di protezione dalle alluvioni al centro del complesso iter autorizzativo. Foto: Bukvoed / Wikimedia Commons – CC BY 3.0

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  • La Cava Romana Luxis apre le porte: il 25 ottobre un’uscita aperta anche ai neofiti
    Condividi Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promozionale nella “Sa Cava Romana” di Nuxis, una cavità naturale modificata in passato dall’attività estrattiva. L’iniziativa è adatta anche ai neofiti e a chi vuole vivere una prima esperienza nel mondo sotterraneo Una giornata per avvicinarsi all’ambiente sotterraneo e conoscere una grotta nella quale carsismo e attività umana hanno lasciato insieme le loro tracce. Domenica 25 ottobre 2026 Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promo
     

La Cava Romana Luxis apre le porte: il 25 ottobre un’uscita aperta anche ai neofiti

Október 23rd 2026 at 06:00

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Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promozionale nella “Sa Cava Romana” di Nuxis, una cavità naturale modificata in passato dall’attività estrattiva. L’iniziativa è adatta anche ai neofiti e a chi vuole vivere una prima esperienza nel mondo sotterraneo

Una giornata per avvicinarsi all’ambiente sotterraneo e conoscere una grotta nella quale carsismo e attività umana hanno lasciato insieme le loro tracce. Domenica 25 ottobre 2026 Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promozionale alla Cava Romana di Nuxis, in Sardegna.

Nonostante il nome possa far pensare a un ambiente scavato interamente dall’uomo, Sa Cava Romana è una cavità carsica naturale, sviluppata nei calcari e successivamente interessata e modificata da attività estrattive. La grotta è censita nel Catasto speleologico della Sardegna e presenta diversi ingressi, ambienti naturali e testimonianze delle lavorazioni di cava.

Anche il nome “Cava Romana” può trarre in inganno: secondo la documentazione speleologica disponibile, non sarebbe direttamente legato a un’attività estrattiva di epoca romana, ma a successive lavorazioni per l’estrazione di roccia alabastrina, i cosiddetti “onici”.

Una prima esperienza nel sottosuolo

L’iniziativa del 25 ottobre è presentata dagli organizzatori come adatta anche ai neofiti e a chi si trova alla prima esperienza, con un livello di difficoltà tecnica indicato come facile.

L’uscita permetterà così di osservare da vicino un ambiente sotterraneo nel quale le forme naturali della grotta convivono con i segni lasciati dall’uomo, offrendo anche lo spunto per comprendere la differenza tra una cavità naturale e gli ambienti modificati dalle attività estrattive.

Per partecipare sono obbligatorie le scarpe da trekking. Per informazioni sull’organizzazione dell’uscita e sulle modalità di partecipazione è possibile contattare direttamente Sottosopra Verticale ASD attraverso i riferimenti riportati nella locandina.

L’iniziativa è promossa da Sottosopra Verticale ASD, nell’ambito delle attività AICS – Comitato Provinciale di Cagliari.

Informazioni

Cava Romana Luxis – uscita promozionale
Domenica 25 ottobre 2026
Grotta “Sa Cava Romana” – Nuxis
Difficoltà tecnica: facile
Adatta anche ai neofiti
Scarpe da trekking obbligatorie
Informazioni: 346 844 0354 (Paolo)

Fonti

Locandina dell’iniziativa diffusa da Sottosopra Verticale ASD

https://www.federazionespeleologicasarda.it/content/files/2023/05/Speleologia-Sarda-56_Ott_Dic_1985.pdf

L'articolo La Cava Romana Luxis apre le porte: il 25 ottobre un’uscita aperta anche ai neofiti proviene da Scintilena.

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  • Dall’Abruzzo al Texas: speleologi americani alla scoperta delle grotte abruzzesi
    Condividi Dal 23 al 26 ottobre lo Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” ospiterà nove speleologi del Greater Houston Grotto. In programma attività nella Riserva naturale di Pietrasecca e nella Grotta della Lupa, nel Parco Nazionale della Maiella Nove speleologi provenienti dal Texas saranno in Abruzzo dal 23 al 26 ottobre 2026, ospiti dello Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” per quattro giornate dedicate alla conoscenza e all’esplorazione di alcune delle più interessanti cavità della regione
     

Dall’Abruzzo al Texas: speleologi americani alla scoperta delle grotte abruzzesi

Október 23rd 2026 at 05:30

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Dal 23 al 26 ottobre lo Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” ospiterà nove speleologi del Greater Houston Grotto. In programma attività nella Riserva naturale di Pietrasecca e nella Grotta della Lupa, nel Parco Nazionale della Maiella

Nove speleologi provenienti dal Texas saranno in Abruzzo dal 23 al 26 ottobre 2026, ospiti dello Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” per quattro giornate dedicate alla conoscenza e all’esplorazione di alcune delle più interessanti cavità della regione.

La delegazione appartiene al Greater Houston Grotto, gruppo speleologico di Houston affiliato alla National Speleological Society statunitense. L’incontro offrirà agli speleologi abruzzesi e americani la possibilità di confrontare sul campo esperienze e modalità di esplorazione.

Prima tappa nelle grotte di Pietrasecca

Il programma inizierà nella Riserva naturale delle Grotte di Pietrasecca, nel territorio di Carsoli, dove gli speleologi texani, accompagnati dai soci dello Speleo Club Chieti, visiteranno la Grotta dell’Ovito e la Grotta dei Cervi.

Per questa parte dell’iniziativa lo Speleo Club Chieti ha ringraziato il Comune di Carsoli per le autorizzazioni e il sindaco di Sante Marie, Lorenzo Berardinetti, per la disponibilità di una struttura destinata all’accoglienza del gruppo.

Nella Maiella alla Grotta della Lupa

La seconda parte dell’incontro porterà gli speleologi nel Parco Nazionale della Maiella, a Roccamorice, per un’attività nella Grotta della Lupa.

La cavità è particolarmente legata alla storia recente dello Speleo Club Chieti. Scoperta nel 2015 nell’ambito delle ricerche condotte dal GRAIM nelle antiche miniere della Maiella, fu esplorata in profondità proprio dagli speleologi teatini, anche con la collaborazione di altri gruppi. Scintilena ne raccontò la scoperta già nel luglio 2015.

La Grotta della Lupa presenta ambienti meandriformi, canyon e importanti concrezionamenti ed è stata interessata negli anni da ricerche di carattere geologico, paleontologico e ambientale.

Uno scambio tra esperienze speleologiche

Lo Speleo Club Chieti, attivo dal 1963, porta nell’incontro anche la propria esperienza internazionale: nel 2025 alcuni suoi componenti hanno partecipato a una spedizione speleologica in Perù.

La visita degli speleologi del Greater Houston Grotto permetterà ora un confronto direttamente nelle grotte abruzzesi, mettendo in relazione due realtà speleologiche geograficamente molto lontane attraverso l’attività sul campo.

Fonti

Il Giornale di Chieti – Speleologia, gemellaggio tra Chieti e Texas: nove esploratori americani alla scoperta delle grotte abruzzesi, 21 ottobre 2026

Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara – GRAIM

https://sabapchpe.beniculturali.it/attivita/sub-attivita/convenzioni/graim

Scintilena – Scoperta nuova grotta in Majella; più di 1,5 km di gallerie. Grotta della Lupa, 6 luglio 2015

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  • Costa Rica, il mondo sconosciuto sotto la foresta
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Costa Rica, il mondo sconosciuto sotto la foresta

Október 29th 2026 at 04:30

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Da una pubblicazione del 2023 un quadro interessante della biodiversità sotterranea

Costa Rica è famoso per la sua biodiversità. Anche sotto foreste e montagne esiste un mondo molto meno conosciuto: quello delle grotte.

Una recente revisione ha raccolto dati storici e osservazioni sul campo, arrivando a censire almeno 123 specie animali in 127 siti sotterranei.

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

Sembra già molto, ma in realtà il dato è soltanto una parte del quadro: nel paese sono note oltre 435 grotte e cavità artificiali, e solo circa il 30% è stato studiato dal punto di vista biologico.

I pipistrelli sono gli animali meglio documentati, con 36 specie registrate. Molto meno conosciuti sono invece gli invertebrati: insetti, aracnidi, crostacei, collemboli e altri piccoli organismi che spesso non sono stati identificati nemmeno fino alla specie.

Tra i casi più interessanti c’è Pseudothelphusa puntarenas, un granchio d’acqua dolce osservato soltanto sottoterra e considerato, al momento, l’unico vero abitante delle grotte formalmente descritto nel paese. In alcune cavità sono stati trovati anche pesci pallidi e con occhi ridotti, possibili segnali di adattamento alla vita nel buio.

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

Molte di queste grotte sono anche poco protette. Novantuno siti con presenza faunistica nota si trovano fuori dalle aree protette, esposti a disturbo, turismo, inquinamento e cambiamenti ambientali.

Per colmare le lacune, i ricercatori puntano su nuove tecniche come il DNA ambientale, che può rilevare la presenza di animali anche senza catturarli.

Il dato più interessante, alla fine, è proprio questo: in uno dei paesi più celebri al mondo per la conservazione della natura, gran parte della biodiversità sotterranea resta ancora da scoprire.

Fonte: Deleva, S., Ulloa, A., Oliveira, H. F. M., Simov, N., Didonna, F., & Chaverri, G. (2023). Cave-dwelling fauna of Costa Rica: current state of knowledge and future research perspectives. Subterranean Biology, 47, 29–62. https://doi.org/10.3897/subtbiol.47.113219

Foto di copertina: Amblypygio nella penisola di Osa, Costa Rica. Foto: Charles J. Sharp / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

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