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    Condividi Fotografie, rilievi, mappe e opere artistiche per raccontare il mondo sotterraneo. I lavori saranno protagonisti al 18° EuroSpeleo Forum di Pisino/Pazin, nel cuore dell’Istria, nella storica Venezia Giulia, oggi in Croazia. Scadenza il 30 ottobre 2026 denza il 30 ottobre 2026 Torna EuroSpeleo Youth Contest, il concorso internazionale dedicato a bambini e giovani speleologi nell’ambito di Underground Visions – The Unseen World, progetto che unisce arte, documentazione e conoscenza
     

EuroSpeleo Youth Contest 2026: grotte e futuro dell’acqua al centro del concorso per giovani

August 16th 2026 at 05:30

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Fotografie, rilievi, mappe e opere artistiche per raccontare il mondo sotterraneo. I lavori saranno protagonisti al 18° EuroSpeleo Forum di Pisino/Pazin, nel cuore dell’Istria, nella storica Venezia Giulia, oggi in Croazia. Scadenza il 30 ottobre 2026

denza il 30 ottobre 2026

Torna EuroSpeleo Youth Contest, il concorso internazionale dedicato a bambini e giovani speleologi nell’ambito di Underground Visions – The Unseen World, progetto che unisce arte, documentazione e conoscenza del patrimonio sotterraneo.

La seconda edizione del concorso è organizzata da TETIIDE APS in collaborazione con la European Speleological Federation (FSE) e il gruppo European Children and Young Cavers (ECYC).

Scintilena aveva già parlato dell’iniziativa lo scorso aprile, presentando il secondo numero di Underground Vision – SpeleoMedit Magazine. Ora arrivano i dettagli per partecipare all’edizione 2026.

Protagonisti i giovani fino a 20 anni

Il concorso è aperto ai giovani fino a 20 anni, invitati a raccontare ciò che li affascina delle grotte e del mondo sotterraneo.

Si può partecipare con fotografie speleologiche, mappe e rilievi di grotta, immagini e opere artistiche. Ogni concorrente può presentare fino a tre lavori.

L’obiettivo è lasciare spazio allo sguardo delle nuove generazioni su quello che gli organizzatori definiscono il più grande e meno conosciuto spazio del pianeta: il sottosuolo.

Tra gli spunti proposti ai giovani partecipanti ci sono “La mia prima grotta”, “Proteggiamo l’acqua”, “Gli animali delle grotte che amo”, “Disegnare una mappa di grotta”, “Cosa vive nel buio?” e “Grotte dalla mia immaginazione”.

Il contest arriva all’EuroSpeleo Forum in Croazia

Il secondo EuroSpeleo Youth Contest sarà presentato in occasione del 18° EuroSpeleo Forum e dell’Incontro degli Speleologi Croati, in programma dal 13 al 15 novembre 2026 a Pisino/Pazin, in Istria.

Sarà la prima volta che il principale appuntamento europeo della speleologia si svolgerà nel cuore dell’Istria, nella storica Venezia Giulia, oggi Croazia.

Una sede particolarmente significativa per gli speleologi: Pisino è conosciuta per la celebre Grotta di Pisino (Pazinska jama), esplorata alla fine dell’Ottocento da Édouard-Alfred Martel e legata anche alla letteratura di Giulio Verne. Proprio a Pisino, inoltre, nel gennaio 2026 è stato presentato il volume dedicato alla Jama kod Raspora – Abisso Bertarelli, che ricostruisce un secolo di esplorazioni di una delle più importanti cavità dell’Istria.

I lavori partecipanti saranno valutati da una giuria di esperti di speleologia e delle specifiche discipline, mentre è prevista anche la possibilità di assegnare un Premio del Pubblico.

Le opere saranno pubblicate sul sito ECYC e i vincitori riceveranno un certificato ufficiale e saranno presentati nella EuroSpeleo Youthletter.

Scadenza il 30 ottobre

Per partecipare c’è tempo fino al 30 ottobre 2026.

Con Underground Visions, fotografia, cartografia, rilievo, illustrazione scientifica e arte diventano linguaggi diversi per raccontare lo stesso universo nascosto.

E questa volta a mostrarci “il mondo che non si vede” saranno soprattutto i più giovani.

Maggiori informazioni sono disponibili sui siti ufficiali di TETIIDE APS – Visioni Sotterranee Young Contest e della European Speleological Federation.

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  • Missione CSS in Bretagna – I bunker del Vallo Atlantico a Kerbonn
    Condividi In Bretagna i bunker del Vallo Atlantico sono memoria e patrimonio: un esempio di valorizzazione che può far riflettere anche l’Italia Reportage del CSS sulla fortificazioni tedesche sulla penisola di Crozon, in Bretagna Il Centro Studi Sotterranei di Genova ci porta in Bretagna, sulla penisola di Crozon, alla scoperta delle fortificazioni costiere realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale. Foto CSS Nel settore di Kerbonn, affacciato sull’Anse de Pen Hat, sono ancora b
     

Missione CSS in Bretagna – I bunker del Vallo Atlantico a Kerbonn

August 16th 2026 at 05:30

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In Bretagna i bunker del Vallo Atlantico sono memoria e patrimonio: un esempio di valorizzazione che può far riflettere anche l’Italia

Reportage del CSS sulla fortificazioni tedesche sulla penisola di Crozon, in Bretagna

Il Centro Studi Sotterranei di Genova ci porta in Bretagna, sulla penisola di Crozon, alla scoperta delle fortificazioni costiere realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Foto CSS

Nel settore di Kerbonn, affacciato sull’Anse de Pen Hat, sono ancora ben visibili bunker, casematte e postazioni appartenenti al grande sistema difensivo tedesco del Vallo Atlantico.ubblichiamo il racconto della missione del CSS, accompagnato dalle immagini realizzate sul posto.

Foto CSS

«In Bretagna, durante l’occupazione nazista di questa regione nella Seconda Guerra Mondiale, furono realizzate numerose opere fortificate facenti parte del cosiddetto “Vallo Atlantico”. In particolare, nel tratto di costa tra Punta di Toulinguet e Punta di Pen-Hir, fu edificata la batteria Kerbonn a sorveglianza/protezione dell’ampia e grande spiaggia (lunga 800 metri) di Pen Hat che si apre nell’omonimo tratto marino (Anse de Pen Hat).

Questa breve e bassa riviera era strategica sia per la sua morfologia naturale, che la rendeva idonea ad un possibile sbarco alleato, sia per la sua vicinanza alla importantissima rada di Brest con la sua base navale.

Il fortino tedesco documentato dal nostro reportage è molto esteso e abbastanza ben conservato. In una foto è ripresa la visuale che si ha dalla lunga feritoia orizzontale di uno dei bunker. Nella inquadratura si vede, in lontananza, la penisola di Toulinguet, con il semaforo ed il suo complesso difensivo.

Le postazioni tedesche, realizzate sotto la direzione della Todt, ospitavano “in casamatta” grossi cannoni antinave dell’artiglieria costiera della Marina tedesca, la “Kriegsmarine” appunto. Queste erano sormontate da calotte in cemento armato, con muri e copertura dello spessore di 2 metri, e con i caratteristici frontoni a gradoni rovesciati, detti comunemente “a guscio di tartaruga”, che rappresentano il simbolo delle fortificazioni naziste.

È evidente una certa analogia tipologica e di forme tra questi bunker ed alcuni di quelli presenti in Liguria (Portofino, Quinto, Monte Moro, solo per citarne alcuni).

Oggi, uno dei bunker di Kerbonn ospita dal 1990 un museo: il Musée Mémorial de la Bataille de l’Atlantique de Camaret, dedicato alla battaglia sull’Oceano Atlantico in questa regione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Come è noto, i francesi sono bravi a valorizzare quello che hanno; invero il sito è paesaggisticamente notevole ma il museo non è nulla di particolare.»

Una riflessione che riguarda da vicino anche l’Italia, dove un vastissimo patrimonio di fortificazioni, opere sotterranee e testimonianze della storia militare attende ancora, in molti casi, di essere adeguatamente tutelato, reso accessibile e valorizzato.

Foto CSS

Testo riportato e fotografie: Centro Studi Sotterranei di Genova

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  • CaveArchive è ora disponibile sul Google Play Store
    Condividi L’app per la gestione e la condivisione dei dati di rilievo speleologico è ora scaricabile su Android. CaveArchive consente di organizzare e sincronizzare progetti e survey, anche in collegamento con TopoDroid. Ancora in corso alcune procedure di autorizzazione per Google Drive. CaveArchive è ora disponibile sul Google Play Store. L’applicazione Android sviluppata da Simon Beatrice per organizzare, sincronizzare e condividere i dati dei rilievi speleologici può quindi essere scarica
     

CaveArchive è ora disponibile sul Google Play Store

August 16th 2026 at 05:00

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L’app per la gestione e la condivisione dei dati di rilievo speleologico è ora scaricabile su Android. CaveArchive consente di organizzare e sincronizzare progetti e survey, anche in collegamento con TopoDroid. Ancora in corso alcune procedure di autorizzazione per Google Drive.

CaveArchive è ora disponibile sul Google Play Store. L’applicazione Android sviluppata da Simon Beatrice per organizzare, sincronizzare e condividere i dati dei rilievi speleologici può quindi essere scaricata e utilizzata direttamente dagli speleologi interessati.

Simon, del GS CAI Varese, aveva presentato CaveArchive il 24 giugno 2026 in occasione del webinar dedicato all’applicazione, nell’ambito dei “Mercoledì Catastali” organizzati dalla Commissione Catasto Cavità Naturali della Società Speleologica Italiana ETS.

Il progetto CaveArchivenasce per rispondere a un’esigenza molto concreta del rilievo speleologico: gestire in maniera ordinata e condivisa i dati relativi a una grotta, comprese diverse survey e sessioni di rilievo, facilitando il lavoro di più persone sullo stesso progetto.

L’obiettivo di Simon – ben sottolineato nel webinar – è la crescita di Cave Archive anche grazie al contributo diretto degli utenti: per questo, ha invitato chiunque desiderasse collaborare al miglioramento dell’applicazione a contattarlo direttamente all’indirizzo simon.beatrice.lindner@gmail.com.

Dalla presentazione all’utilizzo sul campo

Il webinar ha suscitato grande interesse tra gli speleologi che utilizzano strumenti digitali per il rilievo e la documentazione delle cavità.

L’interesse per l’applicazione è emerso anche nella comunità degli utilizzatori di TopoDroid, dove CaveArchive è stata recentemente suggerita come possibile soluzione a un utente che chiedeva come gestire più survey relative alla stessa grotta.

È proprio questo uno degli scenari nei quali l’applicazione può risultare particolarmente interessante.

CaveArchive permette infatti di organizzare in un unico archivio i diversi progetti e dati di rilievo, utilizzando Google Drive per la condivisione e la sincronizzazione. L’integrazione con TopoDroid consente inoltre di lavorare sui dati raccolti durante le campagne di rilievo mantenendo una struttura organizzata e condivisibile.

L’obiettivo è semplificare il lavoro collaborativo e ridurre la necessità di continui passaggi manuali di file tra i componenti della squadra, mantenendo disponibili versioni aggiornate dei dati.

CaveArchive disponibile sul Play Store

La novità è che CaveArchive è ora disponibile sul Google Play Store e può essere installata direttamente sui dispositivi Android.

Scarica CaveArchive dal Google Play Store:
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.cavearchive.app

Simon Beatrice conferma che l’applicazione è funzionante, mentre sono ancora in corso alcune procedure necessarie per ottenere le autorizzazioni relative all’integrazione con Google Drive.

Per questo motivo, al momento del login Google può mostrare un avviso di sicurezza relativo all’applicazione.

Secondo quanto comunicato dallo sviluppatore, il messaggio è legato alla procedura di autorizzazione Google Drive ancora in corso e non impedisce il funzionamento di CaveArchive. Simon sta completando gli adempimenti necessari, affinché l’avviso non venga più visualizzato.

L’informazione è importante per chi scarica l’app in questa fase, in modo che la comparsa del messaggio durante il login non venga interpretata come un comportamento inatteso dell’applicazione.

Rivedere il webinar su CaveArchive

Per conoscere più nel dettaglio CaveArchive e il suo funzionamento è possibile rivedere il webinar “CaveArchive: la gestione condivisa dei dati di rilievo speleologico”, organizzato dalla Commissione Catasto Cavità Naturali SSI ETS nell’ambito dei “Mercoledì Catastali”.

Guarda la registrazione completa del webinar su YouTube:
https://www.youtube.com/live/m8QYC3CzQUg

La pubblicazione sul Google Play Store segna quindi un nuovo passaggio per CaveArchive: dalla presentazione del progetto alla possibilità, per la comunità speleologica, di scaricare l’applicazione, provarla e sperimentarne direttamente l’utilizzo nella gestione dei rilievi.

Per approfondire

CaveArchive: la gestione condivisa dei dati di rilievo speleologico
Il precedente articolo pubblicato da Scintilena, con la presentazione del progetto:
https://www.scintilena.com/cavearchive-la-gestione-condivisa-dei-dati-di-rilievo-speleologico/06/22/

CaveArchive – Google Play Store
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.cavearchive.app

Webinar “CaveArchive: la gestione condivisa dei dati di rilievo speleologico”
https://www.youtube.com/live/m8QYC3CzQUg

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  • Nicola Barone, una vita nelle grotte dell’Etna e della Sicilia
    Condividi Addio a uno dei fondatori del Centro Speleologico Etneo. Dalle esplorazioni e dal catasto delle cavità vulcaniche alla ricerca nel territorio di Melilli, fino alla vulcanospeleologia internazionale: oltre mezzo secolo dedicato alla conoscenza e alla tutela del mondo sotterraneo siciliano «Ci ha lasciati Nicola Barone, socio fondatore del CSE e riferimento per la speleologia siciliana dagli anni Settanta». Con queste parole Alfio Cariola, presidente del Centro Speleologico Etneo,
     

Nicola Barone, una vita nelle grotte dell’Etna e della Sicilia

August 15th 2026 at 16:24

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Addio a uno dei fondatori del Centro Speleologico Etneo. Dalle esplorazioni e dal catasto delle cavità vulcaniche alla ricerca nel territorio di Melilli, fino alla vulcanospeleologia internazionale: oltre mezzo secolo dedicato alla conoscenza e alla tutela del mondo sotterraneo siciliano

«Ci ha lasciati Nicola Barone, socio fondatore del CSE e riferimento per la speleologia siciliana dagli anni Settanta».

Con queste parole Alfio Cariola, presidente del Centro Speleologico Etneo, annuncia la scomparsa di Nicola Barone, ricordando una figura che ha accompagnato una parte importante della storia della speleologia siciliana e, in particolare, della ricerca nelle grotte vulcaniche dell’Etna. La Federazione Speleologica Siciliana, nella persona del presidente DArio Rocca, lo ricorda a sua volta.

Barone è stato presidente del Centro Speleologico Etneo, esploratore, rilevatore, autore e curatore di pubblicazioni, organizzatore di incontri scientifici e divulgatore. Ma soprattutto è appartenuto a quella generazione di speleologi che, a partire dagli anni Settanta, ha contribuito a trasformare l’esplorazione delle cavità siciliane in un lavoro sistematico di documentazione, studio e tutela.

Cariola ricorda anche due opere alle quali il nome di Barone resta particolarmente legato: “Le grotte dell’Etna” e “Le grotte del territorio di Melilli”.

Proprio Melilli continuava a occupare i suoi pensieri e il suo lavoro. Negli ultimi tempi Nicola Barone era infatti impegnato nella preparazione di un nuovo volume dedicato alle bellezze naturalistiche del territorio melillese. Un progetto che appare oggi quasi come la prosecuzione naturale di una ricerca cominciata molti decenni prima.

Dagli anni Settanta alla maturità della speleologia siciliana

La storia speleologica di Nicola Barone abbraccio quella del Centro Speleologico Etneo, con una stagione particolarmente vivace delle esplorazioni siciliane.

Sono gli anni in cui alla frequentazione delle grotte più conosciute si affiancano prospezioni sistematiche, rilievi topografici, raccolta di dati, osservazioni geologiche e biologiche e un crescente interesse per la catalogazione delle cavità.

Un passaggio fondamentale di quella stagione è stata la scoperta, nel 1977, della Grotta di Villasmundo, nel territorio siracusano. Molti anni dopo, introducendo il volume dedicato alle grotte di Melilli, Barone avrebbe ricordato quell’esperienza come uno dei momenti che hanno profondamente mutato gli orizzonti della speleologia siciliana. Villasmundo apriva infatti un mondo diverso da quello delle grotte laviche etnee e contribuiva ad ampliare interessi, tecniche e prospettive di ricerca.

Sono seguite le prospezioni di Poggio Manchitta, Cava dei Molini, Vallone Cannatello e di altre aree del territorio melillese. Esplorare significava sempre più spesso anche misurare, disegnare, descrivere, confrontare e pubblicare.

È in questo passaggio dall’esplorazione alla conoscenza condivisa che si comprende meglio il contributo di Nicola Barone.

Il lavoro per il catasto delle grotte

Una parte meno visibile al grande pubblico, ma fondamentale per la speleologia, è stato infatti il lavoro di documentazione catastale.

Nel 1994 Barone figura come primo autore, insieme ad A. Priolo, G. Priolo, G. Sanfilippo e B. Scammacca, dello studio “Grotte vulcaniche di Sicilia, notizie catastali: terzo contributo (da Si CT 51 a Si CT 75)”.

Il lavoro raccoglie dati relativi a venticinque cavità vulcaniche siciliane: localizzazione, descrizione, bibliografia e topografia.

Dietro una pubblicazione di questo genere ci sono ore e ore trascorse sottoterra e altrettante in superficie: rilievi, verifiche, restituzioni grafiche, ricerca bibliografica. È uno dei lavori silenziosi sui quali si costruisce la memoria speleologica di un territorio.

Ancora oggi quella documentazione continua a essere richiamata nella letteratura dedicata alle cavità vulcaniche dell’Etna.

Tra le testimonianze dell’attività sul terreno troviamo, per esempio, il rilievo del 1988 della Grotta dei Ladri, conosciuta anche come Grotta dei Briganti o Grotta della Neve, realizzato da Nicola Barone insieme ad A. Di Paola, F. Fanciulli, A. Marino e R. Maugeri.

L’Etna, un vulcano da esplorare anche sottoterra

Per Nicola Barone l’Etna, oltre al grande vulcano osservato dalla superficie. era anche un territorio sotterraneo fatto di tunnel lavici, fratture, cavità nate dalle colate e ambienti effimeri che le nuove eruzioni potevano creare e, talvolta, cancellare o trasformare.

Il lavoro del Centro Speleologico Etneo ha contribuito in maniera importante alla conoscenza di questo patrimonio e Barone fu tra i protagonisti di questa lunga stagione di ricerca.

Il suo nome compare in studi, schede catastali, rilievi e pubblicazioni dedicate alle grotte etnee. Anche dopo le eruzioni più recenti l’interesse non è venuta meno: dopo l’eruzione del 2004-2005, Barone ha partecipato alla presentazione dei primi risultati delle esplorazioni delle nuove cavità formatesi nelle lave, dove vennero osservati anche particolari fenomeni mineralogici.

La grotta vulcanica, dunque, era un fenomeno scientifico da osservare e documentare.

Catania al centro della vulcanospeleologia internazionale

L’attività di Nicola Barone ha superato presto i confini regionali.

Già nel 1983, quando Catania ha ospitato il IV Symposium Internazionale di Vulcanospeleologia, Barone era inserito nell’attività scientifica e organizzativa del settore. Gli atti del convegno, pubblicati dal Centro Speleologico Etneo nel 1987, sono stati curati da Nicola Barone, Orazio Mirabella e Giuseppe Licitra.

Sedici anni dopo, Catania tornò a essere uno dei punti d’incontro della comunità vulcanospeleologica mondiale. Dall’11 al 19 settembre 1999 si è svolto lì, infatti, il IX Simposio Internazionale di Vulcanospeleologia. Nicola Barone, allora presidente del Centro Speleologico Etneo, presiedette e ha coordinato il comitato organizzatore. E’ stato un appuntamento importante per il CSE e per la proiezione internazionale della speleologia siciliana tutta. Gli atti del Simposio sono stati poi curati da Nicola Barone, Renato Bonaccorso e Giuseppe Licitra.

La documentazione conservata di quell’evento testimonia quanto fosse centrale il suo ruolo: Barone aveva coordinato l’organizzazione del Simposio e della mostra collegata all’incontro internazionale e aveva partecipato al lavoro editoriale che aveva poi accompagnato la manifestazione.

“Dentro il Vulcano”

Proprio in occasione del Simposio del 1999 prese forma uno dei progetti divulgativi più significativi del Centro Speleologico Etneo: “Dentro il Vulcano – Le grotte dell’Etna”.

Mostra e pubblicazione raccontavano un Etna meno conosciuto, quello che continua sotto la superficie delle lave.

Il progetto espositivo portava le firme di Nicola Barone, Renato Bonaccorso e Giuseppe Puglisi e utilizzava anche fotografie realizzate dallo stesso Barone: un modo interessante e attuale di raccontare la speleologia.

La capacità di mettere insieme il lavoro dello speleologo e quello del narratore del territorio costituisce uno degli aspetti più interessanti della sua attività.

Le grotte di Melilli

Se l’Etna rappresentò una costante della sua vita speleologica, Melilli sembra essere stato per Nicola Barone un luogo del cuore e della ricerca.

Nel 1998 il Centro Speleologico Etneo pubblicò “Le Grotte del Territorio di Melilli”, un’opera che raccoglieva decenni di esplorazioni e conoscenze.

Non si trattava semplicemente di un catalogo.

Il volume riuniva informazioni geologiche, archeologiche, storiche e zoologiche e documentava cinquanta cavità, corredandole di topografie, dati catastali, bibliografia e indicazioni per raggiungerle.

Nell’introduzione Barone ripercorreva anche una parte della storia della speleologia catanese: dalla Grotta Palombara, palestra per generazioni di speleologi, alla scoperta di Villasmundo e alle successive campagne di ricerca nel territorio.

Ma indicava soprattutto una finalità che andava oltre la documentazione tecnica: far conoscere quel patrimonio naturalistico affinché potesse essere apprezzato e rispettato, soprattutto dalle nuove generazioni.

A distanza di quasi trent’anni, sapere che stava lavorando ancora a un libro dedicato alle bellezze naturali di Melilli dà a quelle pagine un significato particolare.

Il filo non si era mai spezzato.

Esplorare, studiare, raccontare

Negli anni successivi Barone continuò a occuparsi di storia e cultura delle grotte etnee.

Nel 2007, insieme a Giancarlo Santi, pubblicò sulla rivista Speleologia l’articolo “Etna grotte, viaggiatori e legende”, dedicato anche al rapporto secolare tra uomini, racconti e cavità del vulcano.

Nello stesso periodo partecipò alla divulgazione legata alla mostra “In Ima Tartara – Preistoria e leggenda delle grotte etnee”, un’altra iniziativa capace di mettere in relazione il dato speleologico con archeologia, storia e immaginario.

Era ormai evidente un percorso che aveva attraversato più dimensioni della speleologia: dall’esplorazione al rilievo, dal catasto alla ricerca, dall’organizzazione associativa ai rapporti internazionali, fino alla divulgazione.

Una generazione di speleologi

Anche altri riferimenti hanno un valore particolare: quando nel 2005 è mancato Giuseppe Licitra, altro protagonista della vulcanospeleologia catanese e internazionale, è stato Nicola Barone a scriverne il ricordo destinato alla comunità speleologica internazionale.

Ha raccontato un compagno con cui aveva condiviso più di trent’anni di attività.

Oggi quelle parole sembrano rimandare, inevitabilmente, alla stessa generazione alla quale apparteneva Barone: uomini e donne che hanno esplorato quando le conoscenze erano molto più frammentarie di oggi, hanno disegnato grotte, compilato schede, organizzato spedizioni e convegni, costruito archivi e lasciato pubblicazioni sulle quali continuano a lavorare gli speleologi delle generazioni successive.

Alfio Cariola ha parlato di Nicola come un “riferimento per la speleologia siciliana dagli anni Settanta”: verissimo: non soltanto per le cariche ricoperte o per i libri pubblicati, ma per la continuità di un impegno durato oltre mezzo secolo.

Nicola Barone ha contribuito a esplorare le grotte della Sicilia e, soprattutto, ha contribuito a trasformarle in patrimonio conosciuto, documentato e raccontato.

Fino agli ultimi tempi continuava a fare ciò che aveva fatto per gran parte della sua vita: studiare un territorio e prepararsi a raccontarlo ancora una volta.

Alla famiglia di Nicola Barone, ad Alfio e a tutti gli amici del Centro Speleologico Etneo e della Federazione Speleologica Siciliana va il cordoglio della redazione di Scintilena.

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  • 2nd EuroSpeleo Youth Contest 2026
    Underground Vision, The Unseen World, International contest for images of the underground world. The contest is organized by TETIIDE APS in collaboration with the European Speleological Federation (FSE) and the European Children and Young Cavers working group (ECYC). General Regulations The underground is the largest and least-known space on the planet. This competition brings together all the forms through which humans have represented it: photography, surveying, cartography, scien
     

2nd EuroSpeleo Youth Contest 2026

August 15th 2026 at 11:09

Underground Vision, The Unseen World, International contest for images of the underground world.

The contest is organized by TETIIDE APS in collaboration with the European Speleological Federation (FSE) and the European Children and Young Cavers working group (ECYC).

General Regulations

The underground is the largest and least-known space on the planet. This competition brings together all the forms through which humans have represented it: photography, surveying, cartography, scientific and historical illustration.


The 2nd EuroSpeleo Youth Contest , which will be held during the 18th EuroSpeleo Forum and the Meeting of Croatian Speleologists (Pazin, Istria, Croatia, 13-15 November 2026).

For the second time, the spotlight is on children and young speleologists from all over Europe: you are the protagonists!

Are you under 20? Show off your talent!
Tell us your story, what fascinates you about caves. Participate with speleo photos or cave maps !

Submission deadline: October 30, 2026 – to: youthcontest@tetide.org

All entries will be evaluated by a professional jury with expertise in speleology and the specific theme. The entries may also be voted on for the Audience Award .

The winners will be presented in the EuroSpeleo Youthletter .

Participation details:

  • The works will be published on the ECYC website
  • Open to all ages: up to 20 years old
  • Each participant can submit up to three works (images, maps, art)
  • The works will compete for the jury and public prizes
  • The winners will receive an official certificate and will be featured in a publication

Tips for Young Speleologists:

  • My first cave
  • Let’s protect the water
  • Cave Animals I Love
  • Draw a cave map
  • What lives in the dark?
  • Caves from my imagination
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  • Messico, pescatore ritrovato vivo dopo 15 giorni in una grotta sommersa
    Condividi AGGIORNAMENTO 22 AGOSTO 2026 – aggiunto il video con la ricostruzione dell’intervento speleosubacqueo Il giovane pescatore è stato raggiunto in una cavità asciutta oltre un tratto sommerso. Era scomparso il 23 luglio durante una battuta di pesca Un pescatore di 31 anni è stato ritrovato vivo il 7 agosto 2026, dopo essere rimasto per circa 15 giorni all’interno di un sistema di grotte nella zona di confine tra Veracruz e Oaxaca, in Messico. L’uomo era scomparso il 23 luglio dop
     

Messico, pescatore ritrovato vivo dopo 15 giorni in una grotta sommersa

August 22nd 2026 at 17:42

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AGGIORNAMENTO 22 AGOSTO 2026 – aggiunto il video con la ricostruzione dell’intervento speleosubacqueo

Il giovane pescatore è stato raggiunto in una cavità asciutta oltre un tratto sommerso. Era scomparso il 23 luglio durante una battuta di pesca

Un pescatore di 31 anni è stato ritrovato vivo il 7 agosto 2026, dopo essere rimasto per circa 15 giorni all’interno di un sistema di grotte nella zona di confine tra Veracruz e Oaxaca, in Messico.

L’uomo era scomparso il 23 luglio dopo essere entrato con il padre in un cenote nei pressi della comunità di San Francisco La Paz. Alle ricerche hanno partecipato abitanti della zona, Protezione Civile, sommozzatori della Marina messicana e successivamente subacquei specializzati.

Il 29 luglio era stato ritrovato il suo arpione a circa 65 metri di profondità, un indizio che aveva spinto i soccorritori a proseguire le ricerche all’interno della cavità.

A individuarlo è stato uno speleosubacqueo statunitense, che ha descritto un’esplorazione con visibilità inferiore a un metro e notevoli difficoltà nella posa della sagola guida. Dopo circa 100 metri di progressione nella grotta sommersa, le ricerche hanno infine condotto a una grande cavità asciutta.

Lo speleosub ha chiamato nell’oscurità e ha ricevuto una risposta: il pescatore era ancora vivo.

Secondo le testimonianze raccolte dalla stampa messicana, il pescatore avrebbe trascorso oltre due settimane nella cavità senza cibo, ma con acqua a disposizione. È stato accompagnato attraverso il tratto sommerso respirando con l’attrezzatura dei soccorritori e, una volta all’esterno, affidato ai sanitari.

Alcuni media hanno riferito che l’uomo sarebbe stato ritrovato a “oltre 100 metri di profondità”. Il resoconto del soccorritore parla invece di circa 100 metri di penetrazione all’interno della grotta, un dato che non equivale necessariamente alla profondità verticale.

La vicenda rappresenta un eccezionale caso di sopravvivenza in ambiente ipogeo e di soccorso attraverso una grotta sommersa.

Fonti: La Jornada, El Financiero, Imagen de Veracruz, 7–13 agosto 2026

Foto di copertina: un cenote in Messico. Foto di repertorio: Adam Baker / Wikimedia Commons, CC BY 2.0

Aggiornamento – Il racconto degli speleosub

A distanza di alcuni giorni dal ritrovamento di Erasto Crisanto Valdez, è stato diffuso un video che ricostruisce l’intervento degli speleosub impegnati nelle ricerche all’interno del sistema sommerso.

Le immagini e il racconto permettono di comprendere meglio le difficoltà dell’operazione e il momento straordinario in cui i soccorritori, entrati nella cavità quando ormai si temeva di dover recuperare un corpo, scoprirono invece che il pescatore era ancora vivo dopo circa 15 giorni trascorsi nel sistema sotterraneo.

Video: https://youtu.be/q2G9EdssWgA

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  • Durmitor, il grande mondo sotterraneo ancora da esplorare
    Condividi Ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro studiano le grotte d’alta quota del massiccio: 415 cavità già censite, nuovi rilievi e un patrimonio carsico che attende ancora di essere conosciuto Il Durmitor non ha ancora svelato tutto ciò che nasconde sotto le sue montagne. Nel grande massiccio carsico del Montenegro sono oggi censite 415 cavità, tra grotte a sviluppo prevalentemente orizzontale e sistemi verticali, ma diverse zone rimangono ancora insufficientemente inv
     

Durmitor, il grande mondo sotterraneo ancora da esplorare

August 15th 2026 at 05:00

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Ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro studiano le grotte d’alta quota del massiccio: 415 cavità già censite, nuovi rilievi e un patrimonio carsico che attende ancora di essere conosciuto

Il Durmitor non ha ancora svelato tutto ciò che nasconde sotto le sue montagne. Nel grande massiccio carsico del Montenegro sono oggi censite 415 cavità, tra grotte a sviluppo prevalentemente orizzontale e sistemi verticali, ma diverse zone rimangono ancora insufficientemente investigate. È un patrimonio sotterraneo di notevole interesse scientifico, nel quale nuove esplorazioni e soprattutto nuovi rilievi potrebbero contribuire a comprendere meglio l’evoluzione del carsismo d’alta quota dei Balcani.

Nel luglio 2026 un gruppo di speleologi e ricercatori dell’Università di Belgrado e dell’Università del Montenegro ha condotto una nuova campagna sul Durmitor nell’ambito del programma “Science in the Service of Nature – the Underground World of Durmitor”, promosso dall’Università del Montenegro.

Le ricerche hanno interessato tre cavità molto diverse tra loro: Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina.

A raccontare i risultati a Vijesti sono stati Mihailo Miti? e Jovan Petronijevi?, della Facoltà di Geografia dell’Università di Belgrado.

Vodena pecina, una grotta a sviluppo orizzontale

Situata nel Parco nazionale del Durmitor, a ovest di Virak e a circa 1.550 metri di quota, Vodena pecina si sviluppa nei calcari mesozoici per circa 105 metri.

La sua morfologia è relativamente semplice e prevalentemente orizzontale. Un condotto principale attraversa una successione di allargamenti e strettoie, accompagnato da alcuni piccoli rami laterali e ambienti più ampi.

La cavità si sviluppa quasi interamente su un unico livello idrologico e presenta differenze altimetriche minime tra ingresso e parte terminale.

Proprio l’assenza di ostacoli verticali tecnicamente impegnativi ha portato i ricercatori a considerare Vodena pecina anche sotto il profilo della fruizione. Secondo Miti?, con casco, illuminazione, abbigliamento adeguato e soprattutto con l’accompagnamento di una guida speleologica qualificata, la grotta potrebbe essere inserita negli itinerari escursionistici che da Žabljak conducono verso Savin Kuk e le altre cime del Durmitor.

Una prospettiva quindi di speleoturismo controllato, distinta dall’accesso libero e comunque subordinata alla sicurezza e alla presenza di personale preparato.

Zelenovirska, 830 metri sotto il Durmitor

Ben diverso è il carattere della Zelenovirska pecina, presso Zeleni vir.

Con 830 metri di sviluppo esplorato, viene indicata dai ricercatori come la più lunga grotta conosciuta nell’area del Durmitor, escludendo dal confronto la cavità di Vjetreni brdi, i cui condotti esplorati raggiungono 1.951 metri ma che viene considerata un sistema speleologico distinto.

Rilievo della Jama na Vjetrenim brdima, uno dei maggiori sistemi verticali esplorati nel massiccio del Durmitor. La cavità raggiunge circa 880 metri di profondità e testimonia l’eccezionale sviluppo del carsismo profondo della montagn

Gli 830 metri assumono un significato particolare nel contesto geomorfologico della montagna.

Il carsismo d’alta quota del Durmitor è infatti caratterizzato soprattutto dalla presenza di pozzi e cavità verticali, favoriti dall’intensa tettonizzazione, dal grande spessore delle successioni carbonatiche e dalla forte componente verticale della circolazione idrica sotterranea.

Le grandi grotte a sviluppo prevalentemente orizzontale sono invece molto più rare. Per questo Zelenovirska rappresenta un fenomeno particolarmente interessante sia dal punto di vista geomorfologico sia da quello speleologico.

Un inghiottitoio che comincia 250 metri dopo l’ingresso

Uno degli aspetti più curiosi della Zelenovirska riguarda la sua funzione idrologica.

La cavità appartiene infatti alla tipologia delle grotte-inghiottitoio, ma la funzione di assorbimento delle acque non si manifesta direttamente all’ingresso: inizia soltanto a circa 250 metri dall’entrata.

Secondo Petronijevic questa caratteristica suggerisce una storia speleogenetica complessa, nella quale il drenaggio sotterraneo si sarebbe inserito all’interno di condotti già precedentemente formati.

Le acque superficiali penetrano nelle masse calcaree attraverso fratture e faglie e, mediante la dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche associata all’erosione meccanica, contribuiscono progressivamente alla formazione e all’ampliamento della rete sotterranea.

La Zelenovirska diventa così particolarmente interessante per ricostruire le diverse fasi di evoluzione del sistema carsico.

La vicinanza della grotta a un frequentato itinerario escursionistico non deve però trarre in inganno.

Già nei primi dieci metri il condotto presenta un profilo estremamente basso e la progressione è possibile soltanto strisciando. Più avanti sono necessarie esperienza speleologica, conoscenza delle tecniche di progressione sotterranea e attrezzature specifiche.

I ricercatori sconsigliano quindi categoricamente l’ingresso autonomo e ritengono necessario che il pericolo venga chiaramente segnalato all’esterno della cavità.

Per gli speleologi, al contrario, Zelenovirska rimane un importante terreno di ricerca.

Il valore della Zelenovirska non risiede soltanto nelle sue dimensioni.

Le cavità del Durmitor devono essere considerate veri e propri archivi naturali, in grado di conservare informazioni sull’evoluzione del rilievo carsico, sulle variazioni paleoclimatiche, sui regimi delle acque sotterranee e sui processi di speleogenesi.

Al loro interno possono svilupparsi stalattiti, stalagmiti, colate e altre concrezioni calcitiche, anche se nelle cavità-inghiottitoio attive la presenza periodica o permanente dell’acqua può limitarne lo sviluppo.

È proprio questo insieme di caratteristiche a rendere Zelenovirska un luogo nel quale, osservano i ricercatori, gli speleologi avranno ancora molti motivi per tornare.

415 cavità conosciute, ma la ricerca non è finita

Il dato forse più significativo emerso dalla campagna riguarda l’intero massiccio.

Sul Durmitor risultano attualmente censite 415 cavità speleologiche, esplorate completamente o solo in parte. Un numero che testimonia l’eccezionale sviluppo del carsismo della montagna, ma che non deve essere interpretato come il punto conclusivo delle ricerche.

Alcune aree del massiccio non sono infatti ancora state indagate sistematicamente.

Secondo Miti?, una delle priorità dovrebbe essere quindi l’aggiornamento e il completamento del Catasto speleologico del Durmitor, accompagnato da rilievi topografici dettagliati dei sistemi conosciuti e dalla raccolta sistematica di dati geomorfologici.

L’obiettivo è costruire una banca dati sufficientemente completa da diventare una base affidabile per i futuri progetti scientifici e, dove compatibile con la conservazione delle cavità, per valutare possibili forme di valorizzazione speleoturistica.

In questo percorso viene sottolineata anche l’importanza delle associazioni e dei club speleologici, il cui lavoro dovrebbe essere sostenuto economicamente e integrato con quello delle università e degli enti che gestiscono e tutelano il territorio.

Ledena pecina: prima di tutto, proteggere

La campagna di ricerca ha riguardato anche la celebre Ledena pecina, la Grotta di Ghiaccio, ma qui il problema non è l’esplorazione: è la conservazione.

Secondo i ricercatori la cavità è stata danneggiata e le sue attuali condizioni hanno portato il gruppo a chiedere ai Parchi nazionali del Montenegro un intervento urgente per limitarne l’accesso.

Tra le misure proposte figurano la rimozione delle corde ormai usurate o danneggiate, la recinzione dell’area attorno all’ingresso e l’installazione di cartelli che vietino chiaramente la discesa nella cavità.

I visitatori potrebbero continuare a osservare dall’esterno le caratteristiche stalattiti e stalagmiti di ghiaccio, evitando però di entrare e di alterare ulteriormente il delicato microclima sotterraneo.

I Parchi nazionali del Montenegro hanno comunicato a Vijesti che procederanno, nell’ambito delle proprie competenze e della normativa vigente, all’adozione delle misure proposte.

Il quadro che emerge dalle ricerche è quello di un Durmitor nel quale esplorazione, ricerca scientifica, fruizione e conservazione devono necessariamente procedere insieme.

Quattrocentoquindici cavità sono già conosciute. Altre potrebbero attendere ancora di essere individuate, esplorate e rilevate. E anche nelle grotte già note restano pagine da leggere di quell’archivio naturale che il carsismo del Durmitor ha costruito, lentamente, nel cuore della montagna.

Fonte: Damira Kala?, “The wealth of the (un)explored underground world: Researchers from the University of Belgrade and the University of Montenegro on the speleological sites of Durmitor”, Vijesti, 9 agosto 2026 https://en.vijesti.me/news-b/society/821404/The-wealth-of-the-unexplored-underground-world–researchers-from-the-University-of-Belgrade-and-the-University-of-Montenegro-on-the-speleological-objects-of-Durmitor

Anche gli speleologi italiani nelle montagne del Montenegro

Il rinnovato interesse per il patrimonio sotterraneo montenegrino coinvolge anche la speleologia italiana. Negli ultimi anni il Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia ha organizzato due campagne esplorative nel Montenegro sud-orientale, la Montenegro Speleo Expedition 2024 e la successiva spedizione del 2025, dedicate alla ricerca di nuove cavità, ai rilievi e alla raccolta di dati ambientali nel carsismo d’alta quota. Alle campagne hanno partecipato anche speleologi di altri gruppi italiani,.

Ulteriori esplorazioni sono state condotte nel Paese dalla Commissione Grotte “Eugenio Boegan” della Società Alpina delle Giulie – CAI Trieste.

Sono esperienze che, pur interessando settori diversi da quello del Durmitor, confermano quanto le montagne del Montenegro siano oggi uno dei territori carsici più interessanti dei Balcani per l’esplorazione, la ricerca scientifica e la collaborazione internazionale.

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  • Pozo Azul, rinviata l’esplorazione verso nuovi tratti: mancano esploratori all’appello
    Condividi La difficoltà di riunire il team internazionale di speleosub guidato dal britannico Jason Mallinson e i costi della logistica fermano l’avanzamento verso la punta. A Covanera si lavorerà sulle attrezzature e sugli obiettivi futuri. La campagna estiva 2026 al Pozo Azul di Covanera, nella provincia spagnola di Burgos, non proseguirà verso nuovi settori della cavità sommersa. L’esplorazione oltre l’estremo attualmente conosciuto viene rinviata a una prossima spedizione, mentre il g
     

Pozo Azul, rinviata l’esplorazione verso nuovi tratti: mancano esploratori all’appello

August 14th 2026 at 08:00

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La difficoltà di riunire il team internazionale di speleosub guidato dal britannico Jason Mallinson e i costi della logistica fermano l’avanzamento verso la punta. A Covanera si lavorerà sulle attrezzature e sugli obiettivi futuri.

La campagna estiva 2026 al Pozo Azul di Covanera, nella provincia spagnola di Burgos, non proseguirà verso nuovi settori della cavità sommersa.

L’esplorazione oltre l’estremo attualmente conosciuto viene rinviata a una prossima spedizione, mentre il gruppo internazionale coordinato dallo speleosub britannico Jason Mallinson concentrerà le attività su manutenzione, recupero dei materiali e pianificazione.

La decisione nasce dalle difficoltà nel far coincidere gli impegni dei componenti della squadra, provenienti da più Paesi, compresi Regno Unito e Australia.

Un problema ormai ricorrente per spedizioni che richiedono competenze molto specialistiche, lunghi periodi di permanenza e una logistica complessa, sostenuta in larga misura dagli stessi partecipanti.

Pedro González, membro del gruppo, ha spiegato a Radio Espinosa Merindades che organizzare una campagna con cadenza annuale è sempre più difficile: gli speleosub devono conciliare la disponibilità con ferie, lavoro e costi personali, senza contare l’investimento necessario per attrezzature tecniche, miscele respiratorie, comunicazioni e sicurezza. Il gruppo, secondo quanto riferito, non dispone di finanziamenti strutturali, salvo contributi occasionali per materiali.[1]

Lavori fino alla “Burbuja”

Gli speleosub raggiungeranno comunque Covanera nei prossimi giorni. L’obiettivo non sarà però la progressione esplorativa verso la punta del sistema, bensì il controllo e la progressiva rimozione delle attrezzature lasciate nella cosiddetta Burbuja, una zona emersa interna utilizzata come punto logistico avanzato.

Questo settore della cavità, collocato a circa 900 metri dall’ingresso secondo le informazioni della nuova campagna, è cruciale per le operazioni nelle gallerie profonde: consente di depositare e verificare materiali, ma richiede immersioni impegnative anche per le sole attività di manutenzione. Già nell’estate 2024 l’impossibilità di riunire il gruppo internazionale aveva imposto una campagna ridotta, orientata al controllo dei materiali depositati nella cavità anziché al raggiungimento dell’estremo esplorativo.[2]

L’ipotesi presa in considerazione è quindi quella di campagne esplorative biennali, intervallate da stagioni dedicate alla manutenzione e alla preparazione. Una scelta che privilegia la sicurezza e l’efficienza operativa, in un sistema dove l’accesso ai settori lontani richiede una catena logistica molto lunga e altamente vulnerabile a inconvenienti tecnici o ambientali.

Un sistema ancora aperto

Il Pozo Azul è una sorgente carsica del bacino del Rudrón e costituisce uno dei principali riferimenti mondiali per lo speleosubacqueo. Le fonti recenti indicano oltre 13 chilometri di gallerie sommerse esplorate, mentre la documentazione diffusa per l’attuale campagna parla di circa 14 chilometri di sviluppo noto; la differenza riflette probabilmente aggiornamenti e criteri diversi nel conteggio dei rami rilevati. La cavità resta comunque ben lontana dall’essere conclusa.[3]

La complessità non dipende soltanto dalla distanza. Le immersioni si svolgono in acqua fredda, generalmente fra 9 e 11 °C, lungo condotte profonde e con tempi di permanenza e decompressione elevati. Il sistema comprende anche tratti emersi interni: la galleria G2, detta Tipperary, è indicata come un settore asciutto lungo circa 500 metri.[3]

Nella campagna precedente il gruppo non era riuscito a raggiungere l’estremo noto a causa della torbidità dell’acqua, ma aveva ottenuto risultati importanti per la gestione del rischio: la comunicazione con l’esterno da oltre nove chilometri dall’ingresso e la geolocalizzazione in superficie della bolla Razor I. Quest’ultima si trova a circa nove chilometri dall’accesso di Covanera e potrebbe rivelarsi strategica tanto per la sicurezza quanto per l’eventuale ricerca di accessi alternativi.[4]

Gli altri obiettivi a Orbaneja

Il rinvio al Pozo Azul non sospende le attività del gruppo nell’area carsica di Orbaneja del Castillo, Covanera e Tubilla. Qui rimangono aperti diversi obiettivi secondari, legati a cavità e drenaggi sotterranei dello stesso territorio.

Un risultato di grande rilievo è stato annunciato nel 2025: Jason Mallinson e Pedro González hanno collegato l’Aguanal, il punto di assorbimento delle acque dirette alla cascata di Orbaneja, con la Cueva del Barbancho. Il collegamento ha portato il sistema carsico di Orbaneja a circa 30 chilometri esplorati, riunendo cinque cavità: Cueva del Agua, Barbancho, Socueto, Cueva del Níspero e Sumidero del Aguanal.[4]

Il rinvio dell’avanzamento al Pozo Azul va quindi letto non come un abbandono, ma come una rimodulazione delle priorità. In sistemi sommersi di questa scala, la manutenzione dell’infrastruttura esplorativa, il consolidamento delle comunicazioni e la preparazione dei materiali sono condizioni indispensabili per rendere possibile il successivo passo in avanti.

Fonti

Fonti
[1] La exploración del Pozo Azul se aplaza ante las … https://radioespinosamerindades.es/medio-ambiente/la-exploracion-del-pozo-azul-se-aplaza-ante-las-dificultades-para-reunir-al-equipo-internacional/
[2] Espeleólogos del Pozo Azul realizarán tareas de mantenimiento https://www.diariodeburgos.es/noticia/zee83d591-da77-a0ab-523a97e3d9e15d13/202408/espeleologos-del-pozo-azul-realizaran-tareas-de-mantenimiento
[3] El secreto mejor guardado está bajo el agua: la cueva subacuática más larga de todo el planeta está en España https://www.marca.com/tiramillas/ciencia/2026/08/03/secreto-mejor-guardado-agua-cueva-subacuatica-larga-planeta-espana.html
[4] En las entrañas de Orbaneja del Castillo https://www.diariodeburgos.es/noticia/z6af12c4a-390c-4ebe-891c7a5dc213c19c/202508/en-las-entranas-de-orbaneja-del-castillo
[7] Mesetaria 2026: al Cañón del Río Lobos il documental 360° sulla … https://www.scintilena.com/mesetaria-2026-al-canon-del-rio-lobos-il-documental-360-sulla-cueva-de-la-galiana/04/16/
[8] Nella Gruta del Toro cento anni dopo Casteret – Scintilena https://www.scintilena.com/nella-gruta-del-toro-cento-anni-dopo-casteret-lesplorazione-subacquea-torna-protagonista-ai-pirenei/04/25/
[9] Scoperta la più grande grotta dell’Andalusia, il nuovo Complesso … https://www.scintilena.com/spagna-gli-speleologi-scoprono-il-collegamento-tra-due-grandi-grotte-e-nasce-il-complesso-nevero-aire-il-sistema-di-26-chilometri-che-premia-la-speleologia-in-andalusia/11/26/
[10] Cave visitabili Spagna: guida di 12 grotte con visita guidata. https://www.picuco.com/it-es/blog/grotte-aperte-al-pubblico-spagna-12-caverne
[11] Cuevas dels Hams – Biglietti, orari e info utili https://www.spagna.info/isole-baleari/maiorca/cuevas-dels-hams/
[12] Una ruta de tres días por la naturaleza del norte de Burgos https://www.20minutos.es/viajes/destinos/una-ruta-tres-dias-por-naturaleza-norte-burgos-cascadas-cuevas-pueblos-medievales-5112268/
[13] Estero Archivi – Scintilena https://www.scintilena.com/category/estero/
[14] POZO AZUL (Covanera) – Qué SABER antes de ir (2026) https://www.tripadvisor.es/Attraction_Review-g15221320-d14049796-Reviews-Pozo_azul-Covanera_Province_of_Burgos_Castile_and_Leon.html
[15] Les Coves de Sant Josep nella Vall d’Uixó – Bonterra Resort https://bonterraresort.com/it/blog/alla-scoperta-delle-meraviglie-sotterranee-les-coves-de-sant-josep-nella-vall-duixo/
[16] El Pozo Azul https://www.minube.it/posto-preferito/the-blue-pit-a91818
[17] Pozo Azul (Covanera, Burgos) · Senditur sendas rutas y … https://www.senditur.com/es/ruta/pozo-azul/
[18] Pozo Azul de Covanera Burgos https://www.niphargus.net/pozoazul.htm
[19] Pozo Azul – Wikipedia, la enciclopedia libre https://es.wikipedia.org/wiki/Pozo_Azul
[20] McEwen Inc. Presenta Actualización sobre el Proyecto Los Azules … https://es.marketscreener.com/noticias/mcewen-inc-presenta-actualizaci-n-sobre-el-proyecto-los-azules-de-cobre-oro-y-plata-en-san-juan-a-ce7d5addde8ef22c
[21] La turbidez del Pozo Azul tras los vertidos obliga a cancelar la primera expedición del verano https://www.diariodeburgos.es/noticia/ze7bf6f78-f896-24ed-745f2fd2173929cf/202307/la-turbidez-del-pozo-azul-suspende-su-primera-exploracion
[22] Nueva gesta en el Pozo Azul de Burgos tras … https://www.elcorreodeburgos.com/burgos/provincia/230904/187174/nueva-gesta-pozo-azul-descubrimiento-660-metros.html
[23] Protección Civil alerta por chubascos y tormentas intensos en amplias zonas del interior peninsular – Radio Espinosa Merindades https://radioespinosamerindades.es/sociedad/proteccion-civil-alerta-por-chubascos-y-tormentas-intensos-en-amplias-zonas-del-interior-peninsular/
[24] Descubren 120 metros más en el Pozo Azul sin lograr desentrañar el misterio https://www.elcorreodeburgos.com/burgos/provincia/170904/23607/descubren-120-metros-mas-pozo-azul-lograr-desentranar-misterio.html
[25] El espectacular paraje que esconde la cueva sumergida … https://www.larazon.es/castilla-y-leon/espectacular-paraje-que-esconde-cueva-sumergida-mas-larga-mundo-esta-espana_202511156918411e39b3f1652befaafd.html
[26] La Dirección de Hidrocarburos prorrogó los plazos de la licitación … https://invertirenmendoza.com.ar/la-direccion-de-hidrocarburos-prorrogo-los-plazos-de-la-licitacion-de-las-17-areas-petroleras-de-exploracion-y-explotacion/
[27] Objetivo: Una semana en el corazón del Pozo Azul https://www.elcorreodeburgos.com/burgos/170828/179013/objetivo-semana-corazon-pozo-azul.html
[28] El Pozo Azul pinta negro | Noticias Diario de Burgos https://www.diariodeburgos.es/noticia/zf5d25f97-edf3-cbca-4284e0759e9c6ec6/202109/el-pozo-azul-pinta-negro

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  • Cave and Karst News agosto 2026: corsi, scadenze e appuntamenti internazionali
    Condividi Dal modellamento idrogeologico al rischio sinkhole, dalla Giornata internazionale UNESCO alle grotte vulcaniche: il calendario indicato da NCKRI riunisce temi centrali per la ricerca e la tutela del carso. Il numero di agosto 2026 di Cave and Karst News richiama l’attenzione su formazione tecnica, scadenze scientifiche e incontri internazionali dedicati a grotte e carso. Il quadro proposto dal National Cave and Karst Research Institute, NCKRI, collega discipline diverse. Comprende i
     

Cave and Karst News agosto 2026: corsi, scadenze e appuntamenti internazionali

August 14th 2026 at 07:00

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Dal modellamento idrogeologico al rischio sinkhole, dalla Giornata internazionale UNESCO alle grotte vulcaniche: il calendario indicato da NCKRI riunisce temi centrali per la ricerca e la tutela del carso.

Il numero di agosto 2026 di Cave and Karst News richiama l’attenzione su formazione tecnica, scadenze scientifiche e incontri internazionali dedicati a grotte e carso. Il quadro proposto dal National Cave and Karst Research Institute, NCKRI, collega discipline diverse. Comprende idrogeologia, gestione del rischio, protezione ambientale, biospeleologia e vulcanospeleologia.

La verifica delle fonti online segnala però alcune differenze tra le date riportate nel testo ricevuto e quelle oggi pubblicate sui siti degli organizzatori. Per questo motivo, il Cave and Karst News di agosto va letto come un promemoria di temi e opportunità, mentre le scadenze operative devono essere confermate direttamente sulle pagine ufficiali degli eventi. Il portale NCKRI, in particolare, presenta il notiziario mensile e il calendario come strumenti aperti a comunicazioni, opportunità professionali, bandi e appuntamenti del settore. nckri

Cave and Karst News e formazione Visual KARSYS

Tra le date indicate figura il corso Visual KARSYS, previsto per il 25 e 26 agosto 2026. Il tema riguarda la costruzione e l’interpretazione di modelli geologici e idrogeologici tridimensionali in contesti complessi, inclusi gli acquiferi carsici.

Visual KARSYS è uno strumento web che consente di integrare dati di terreno, sondaggi, assetti stratigrafici, faglie e informazioni geofisiche. Il suo impiego è rilevante per definire geometrie sotterranee, ipotesi di circolazione delle acque e relazioni tra superficie, epicarso e cavità. Un precedente corso Eurokarst ha presentato l’approccio come utile a geologi e idrogeologi impegnati nella gestione delle acque sotterranee, nell’ingegneria e nella valutazione dei sistemi carsici. eurokarst

La modellazione 3D rappresenta quindi il primo nucleo tematico del Cave and Karst News: conoscere l’assetto del sottosuolo prima di intervenire in superficie. Le linee guida UIS-IUCN ricordano che la pianificazione in aree carsiche deve considerare l’intero bacino idrografico e i possibili effetti delle attività superficiali sulle acque e sugli ambienti ipogei.[3]

Sinkhole Conference e rischio carsico

Il secondo argomento è la Sinkhole Conference, incontro multidisciplinare dedicato alle doline di crollo, all’ingegneria e agli impatti ambientali del carso. Nel testo ricevuto, la scadenza per i Karst Clips è fissata al 28 agosto. La pagina ufficiale aggiornata indica invece il 1° agosto 2026 come termine per questa formula di interventi brevi. [Linee](Linee guida UIS.txt)

La 18ª Multidisciplinary Conference on Sinkholes and the Engineering and Environmental Impacts of Karst è annunciata ad Albany, nello Stato di New York, dal 5 al 9 ottobre 2026. Il programma riunisce ricerca sui georischi, speleologia, idrogeologia e gestione delle infrastrutture in territori carsici. [Linee](Linee guida UIS.txt)

I Karst Clips costituiscono una modalità utile per comunicare rapidamente risultati preliminari, casi di studio, metodi di monitoraggio e tecniche di rilevamento. Il tema ha una ricaduta diretta anche nel contesto italiano. La ricerca applicata mostra come l’individuazione delle aree a rischio possa integrare sismica a riflessione, interferometria radar satellitare, livellazioni e georadar tridimensionale, come nel caso studio dell’Alta Val Tagliamento. sinkholeconference

Giornata internazionale delle grotte e del carso

La sezione più ampia del calendario riguarda la prima celebrazione dell’International Day of Caves and Karst, ricorrenza UNESCO del 13 settembre. Dal 10 al 13 settembre 2026 Postojna, in Slovenia, ospiterà una conferenza internazionale sul tema della gestione sostenibile di grotte e carso, con escursioni scientifiche e una cerimonia nella Grotta di Postumia il 12 settembre. mdpi

Nel testo fornito la chiusura delle registrazioni è indicata al 28 agosto. Il sito dell’iniziativa riporta invece il 1° settembre 2026. Gli abstract, inizialmente soggetti a una diversa scadenza, risultano già chiusi dopo una proroga al 10 luglio. mdpi

La ricorrenza porta il carso in una dimensione globale. Secondo il materiale ufficiale dell’IDCK, gli ambienti carsici coprono quasi un quarto delle terre emerse e gli acquiferi carsici forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Sono anche archivi geologici e paleoclimatici, habitat per biodiversità specializzata e luoghi con rilevanza culturale. mdpi

Questo scenario conferma l’attualità delle raccomandazioni UIS-IUCN. Il documento indica come priorità la protezione dei processi idrologici, il monitoraggio delle sorgenti, la pianificazione dell’uso del suolo e il coinvolgimento delle comunità locali.[3]

Vulcanospeleologia e Karst Science Days

Il calendario menziona anche una scadenza per gli abstract dell’International Symposium on Vulcanospeleology. Le verifiche disponibili online identificano il XXII Simposio Internazionale sulle Grotte Vulcaniche nelle Isole Canarie nel novembre 2026, senza confermare nel dettaglio il termine del 31 agosto riportato nel testo di partenza. caveskarstday

L’appuntamento riguarda lo studio di tubi lavici, cavità vulcaniche, processi eruttivi e analoghi planetari. Le grotte vulcaniche sono importanti anche per le applicazioni alla geologia lunare e marziana, oltre che per la ricostruzione dei processi di formazione dei condotti lavici terrestri.

Il testo segnala infine la scadenza del 14 settembre per i Karst Science Days. Il sito disponibile del simposio è dedicato alla precedente edizione e presenta un’iniziativa rivolta soprattutto a studenti negli ultimi anni di laurea, magistrali e dottorandi. I due filoni principali sono carsologia e biologia sotterranea, con spazio anche per contributi di citizen science. Non emerge, al momento della verifica, una pagina aggiornata che confermi il programma 2026 e la relativa scadenza. vulcanospeleology

Temi globali del numero

Gli argomenti annunciati nel Cave and Karst News possono essere raggruppati in cinque aree. Non si tratta di articoli già pubblicati e consultabili singolarmente nel numero di agosto, poiché l’archivio NCKRI consultato non mostra ancora un contenuto editoriale di agosto 2026. nckri

ArgomentoContenuto e rilevanzaLink
Modellazione del carsoVisual KARSYS propone metodi per interpretare in 3D acquiferi, strutture geologiche e circolazione sotterraneahttps://www.visualkarsys.com/
Doline e georischiLa Sinkhole Conference affronta stabilità del terreno, infrastrutture, acque sotterranee e mitigazione del rischiohttps://www.sinkholeconference.com/
Tutela internazionaleL’IDCK collega ricerca, educazione, conservazione e gestione sostenibile delle aree carsichehttps://www.caveskarstday.org/
Grotte vulcanicheIl simposio internazionale tratta cavità laviche, vulcani e applicazioni interdisciplinarihttps://www.vulcanospeleology.org/sym22/22ndsymposia.html
Giovani ricercatoriI Karst Science Days favoriscono la diffusione di ricerche su carsologia e biologia sotterraneahttps://www.ksd.iser.ro/

Fonti

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  • Stalagmiti: una nuova teoria chiarisce le forme delle concrezioni
    Condividi Lo studio sulle stalagmiti individua tre geometrie principali e collega la loro crescita alle condizioni dell’acqua di stillicidio, con possibili ricadute per le ricostruzioni paleoclimatiche. Stalagmiti, una ricerca sulle forme ideali Le stalagmiti non sono soltanto elementi del paesaggio sotterraneo. La loro forma conserva tracce delle condizioni fisiche e chimiche presenti durante la crescita. Un nuovo studio, pubblicato nel 2025 sulla rivista Proceedings of the National A
     

Stalagmiti: una nuova teoria chiarisce le forme delle concrezioni

August 14th 2026 at 06:00

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Lo studio sulle stalagmiti individua tre geometrie principali e collega la loro crescita alle condizioni dell’acqua di stillicidio, con possibili ricadute per le ricostruzioni paleoclimatiche.

Stalagmiti, una ricerca sulle forme ideali

Le stalagmiti non sono soltanto elementi del paesaggio sotterraneo. La loro forma conserva tracce delle condizioni fisiche e chimiche presenti durante la crescita.

Un nuovo studio, pubblicato nel 2025 sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, propone una descrizione unificata delle forme assunte dalle stalagmiti in condizioni di sviluppo stabili.

La ricerca è firmata da Piotr Szymczak, Anthony J. C. Ladd, Matej Lipar e Dean Pekarovi?.

Gli autori hanno elaborato una teoria analitica per descrivere la crescita di queste concrezioni calcaree sul pavimento delle grotte.

Lo studio prende in esame le forme che una stalagmite può mantenere mentre cresce verso l’alto, senza cambiare in modo sostanziale il proprio profilo.[1]

Il lavoro distingue tre forme principali di stalagmiti: quelle a sommità piatta, quelle colonnari e quelle coniche.

Tutte sono osservabili in ambiente carsico. La differenza dipende da un parametro che riassume il rapporto tra la velocità dei processi chimici e il trasporto dell’acqua lungo la superficie della concrezione.[2]

Carsismo e formazione delle stalagmiti

Le stalagmiti sono speleotemi.

Si formano quando l’acqua che attraversa il suolo e le fratture della roccia calcarea arriva nella cavità sotterranea con calcio e carbonio disciolti.

In grotta, la perdita di anidride carbonica dall’acqua favorisce la deposizione di carbonato di calcio. Lo stesso processo produce anche colate, stalattiti e altre concrezioni.

Il fenomeno rientra nei processi del carsismo.

Il carsismo è legato soprattutto alla dissoluzione delle rocce solubili da parte dell’acqua.

Calcari e dolomie sono le rocce più diffuse negli ambienti carsici.

La presenza di fratture, giunti di stratificazione e altri percorsi permeabili consente all’acqua di infiltrarsi e alimentare sia la dissoluzione sia la successiva formazione di concrezioni nelle cavità.[3]

La concentrazione di anidride carbonica svolge un ruolo importante.

La differenza tra l’anidride carbonica presente nell’acqua di stillicidio e quella dell’atmosfera di grotta regola il degassamento e la sovrasaturazione rispetto alla calcite.

Monitoraggi condotti nel Carso Moravo hanno mostrato che la dinamica dell’anidride carbonica dipende da suolo, epicarso, ventilazione della cavità e, nelle grotte turistiche, anche dalla presenza dei visitatori.[4]

Le tre forme delle stalagmiti

Le stalagmiti a sommità piatta possono svilupparsi quando le gocce cadono da un’altezza significativa e si distribuiscono su un’area più ampia della sola punta.

L’impatto delle gocce e la loro dispersione sulla superficie favoriscono una zona sommitale relativamente orizzontale.

Le forme colonnari sono invece associate a uno stillicidio più concentrato.

L’acqua raggiunge una zona ristretta dell’apice e la stalagmite mantiene un profilo simile a una colonna con sommità arrotondata. Secondo gli autori, questa è la forma più frequente nelle grotte.

Le stalagmiti coniche presentano una punta più marcata.

Lo studio collega queste forme a condizioni in cui l’acqua in arrivo non ha ancora raggiunto un pieno equilibrio con l’atmosfera della cavità.

In tali circostanze, i meccanismi di precipitazione possono differire da quelli che predominano nelle forme più massicce.

Le forme reali sono il risultato di condizioni che cambiano nel tempo.

Portata dello stillicidio, altezza di caduta, composizione dell’acqua, ventilazione e microclima della grotta possono variare su base stagionale o su intervalli più lunghi.

Per questo una stalagmite naturale non coincide sempre con un modello ideale.

Stalagmiti e archivi del paleoclima

Le stalagmiti sono utilizzate come archivi paleoclimatici perché crescono per strati successivi.

La composizione chimica e isotopica di questi strati può fornire indicazioni sulle acque di infiltrazione e sulle condizioni ambientali esterne nel periodo di deposizione.

Il nuovo studio segnala un punto rilevante: la forma delle stalagmiti può influenzare la distribuzione dei segnali isotopici all’interno della concrezione.

Una stalagmite a sommità piatta può produrre profili diversi da quelli di una forma colonnare o conica.

Di conseguenza, l’interpretazione dei dati isotopici deve considerare anche la morfologia del campione e il modo in cui l’acqua lo ha bagnato.[1][2]

La proposta non sostituisce il monitoraggio diretto delle grotte. Offre però un quadro utile per collegare geometria, idrologia dello stillicidio e geochimica delle concrezioni.

Per gli studi sul carsismo, l’approccio può contribuire a distinguere le variazioni dovute all’ambiente esterno da quelle prodotte dalle modalità locali di crescita delle stalagmiti.

https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2513263122

Fonti

Fonti
[1] Shapes of ideal stalagmites https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41100661/
[3] Relationship between carbon dioxide in Balcarka Cave and adjacent soils in the Moravian Karst region of the Czech Republic https://digitalcommons.usf.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1038&context=ijs
[4] Stable isotope potential of Northern Vietnam stalagmites: A 51-cave survey with the Hendy test and U/Th analysis https://vjs.ac.vn/jse/article/view/24038
[5] Evolution of East Asian summer monsoon precipitation amount over the past 130 kyr recorded by stalagmite trace element/Ca records from Zhenzhu Cave, North China https://link.springer.com/10.1007/s11430-025-1716-9
[6] Carbon dioxide concentration in temperate climate caves and parent soils over an altitudinal gradient and its influence on speleothem growth and fabrics: Carbon Dioxide Concentration in Temperate Climate Caves and Soils https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/esp.3706
[7] Mid?to?late Holocene climatic changes in the Eastern Mediterranean region: Speleothem?based high?resolution isotope record from Dim Cave, southern Türkiye https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/jqs.70027
[8] Mid-Late Holocene Stalagmite ?18O and ?13C Records in Naduo Cave, Guizhou Province, China https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1155/2021/7624833
[9] Oxygen isotopes of the Japanese stalagmites as global and local paleoclimate proxies https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/iar.12491
[10] Oxygen and carbon isotopic systematics of aragonite … https://agris.fao.org/search/en/providers/122535/records/65de75ba63b8185d9ca8b1a2
[11] The potential of near-entrance stalagmites as high-resolution terrestrial paleoclimate proxies: Application of isotope and trace-element geochemistry to seasonally-resolved chronology https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S001670371830259X
[12] Evaluation of the Heshang Cave stalagmite calcium isotope composition as a paleohydrologic proxy by comparison with the instrumental precipitation record https://www.nature.com/articles/s41598-018-20776-5
[13] Lokvarka Cave (Croatia) microclimate and dripwater settings: Implications for comprehensive speleothem paleoclimate records interpretation https://www.semanticscholar.org/paper/f4a3ac069a705ea01fc4896307b79484daa66405
[14] Effect of water excess on soil carbon dioxide, seepage water chemistry, and calcite speleothem growth: An experimental and modelling approach https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/hyp.13877
[15] Very high-frequency and seasonal cave atmosphere PCO2 variability: Implications for stalagmite growth and oxygen isotope-based paleoclimate records https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0012821X08002690
[16] Sample records for stalagmite oxygen isotope https://www.science.gov/topicpages/s/stalagmite+oxygen+isotope.html
[17] High-resolution paleoclimate reconstruction of the last 9000 years based on speleothem isotope records from northeastern Venezuela https://www.teses.usp.br/teses/disponiveis/44/44142/tde-10082022-082214/
[18] NOAA/WDS Paleoclimatology – Minnetonka Cave, Idaho … https://catalog.data.gov/dataset/noaa-wds-paleoclimatology-minnetonka-cave-idaho-11000-year-stalagmite-stable-isotope-data
[19] High-resolution isotope records of early Holocene rapid climate change from two coeval stalagmites of Katerloch Cave, Austria https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S027737910900184X
[20] Goodfriend, G. A., Magaritz, M., and Gat, J. R. (1989). Stable https://www.ldeo.columbia.edu/~peter/Resources/Seminar/readings/Schwarcz_Speleothems_Review_Encyclopedia’07.pdf
[21] Coupled oxygen isotope records of inclusion water and carbonate from a stalagmite in Hoshino Cave, Okinawa https://www.semanticscholar.org/paper/4ac83981eab931e433447ee19d6ab36a1e7bc64b

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  • Cina, sangue umano nelle pitture rupestri di Huashan? Una scoperta nel cuore del paesaggio carsico del Guangxi
    Condividi Uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science identifica sangue animale e umano nel legante delle antiche pitture rosse realizzate sulle falesie calcaree di Zuojiang Huashan. Le proteine avrebbero favorito la biomineralizzazione del carbonato di calcio, contribuendo alla conservazione delle immagini per quasi duemila anni. L’ipotesi più suggestiva, ancora da confermare, riguarda l’impiego di sangue legato al parto Le celebri pitture rupestri rosse di Zuojiang Huasha
     

Cina, sangue umano nelle pitture rupestri di Huashan? Una scoperta nel cuore del paesaggio carsico del Guangxi

August 14th 2026 at 05:00

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Uno studio pubblicato sul Journal of Archaeological Science identifica sangue animale e umano nel legante delle antiche pitture rosse realizzate sulle falesie calcaree di Zuojiang Huashan. Le proteine avrebbero favorito la biomineralizzazione del carbonato di calcio, contribuendo alla conservazione delle immagini per quasi duemila anni.

L’ipotesi più suggestiva, ancora da confermare, riguarda l’impiego di sangue legato al parto

Le celebri pitture rupestri rosse di Zuojiang Huashan, nel Guangxi, nella Cina meridionale, potrebbero nascondere nella loro composizione un ingrediente decisamente insolito: sangue.

È quanto emerge da uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Archaeological Science, nel quale un gruppo di ricercatori ha analizzato la composizione dei materiali utilizzati per realizzare alcune delle grandi figure dipinte sulle pareti calcaree del paesaggio carsico di Huashan.

La scoperta è interessante anche dal punto di vista speleologico e carsologico. Non si tratta infatti di pitture realizzate all’interno di grotte, ma di arte rupestre esposta su imponenti falesie calcaree che dominano lo Zuojiang e i suoi affluenti, all’interno di un paesaggio carsico subtropicale.

Il sito, inserito nel 2016 nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO come Zuojiang Huashan Rock Art Cultural Landscape, comprende 38 aree di arte rupestre associate a fiumi, altopiani e rilievi carsici.

Pitture sulle pareti di un grande paesaggio carsico

Le pitture sono attribuite al popolo Luoyue e vengono generalmente collocate tra il V secolo a.C. e il II secolo d.C.

Le figure, dipinte prevalentemente in rosso, rappresentano esseri umani, animali e oggetti, tra cui tamburi, armi e imbarcazioni, oltre a scene interpretate come cerimoniali.

Il pannello principale del Monte Huashan è eccezionale per dimensioni: uno studio dedicato alla sua datazione descrive circa 1.900 figure identificabili distribuite su una superficie di circa 8.000 metri quadrati.

Rock Paintings of Hua Mountain, Guangxi, Cina. Foto: Rolfmueller / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

La valle dello Zuojiang è caratterizzata da un carsismo subtropicale sviluppato su rocce calcaree di età compresa tra il Carbonifero e il Triassico. Le pitture si trovano sulle ripide pareti che accompagnano il corso del fiume e dei suoi affluenti, in alcuni casi decine di metri sopra il livello attuale delle acque.

È proprio il rapporto tra pigmento, substrato calcareo e processi di mineralizzazione a rendere particolarmente interessante il nuovo studio.

Ematite, calce e sangue

I ricercatori hanno analizzato frammenti di pittura distaccatisi dalle pareti utilizzando diverse tecniche, tra cui spettroscopia Raman, microscopia elettronica, FTIR e analisi proteomiche.

Il pigmento rosso è risultato costituito principalmente da particelle molto fini di ematite, un ossido di ferro presente nell’argilla rossa.

Ma sotto e all’interno dello strato pigmentato gli studiosi hanno identificato un sistema più complesso.

Secondo gli autori, il materiale legante comprende carbonato di calcio biomineralizzato, la cui formazione sarebbe stata favorita dalla presenza di sangue.

In altre parole, il sangue non sarebbe stato semplicemente aggiunto come sostanza organica alla pittura: le sue componenti proteiche avrebbero partecipato a un processo capace di favorire la formazione di carbonato di calcio e di creare un materiale composito fortemente aderente al substrato calcareo.

Una sorta di legante organico-minerale antico.

Un “cemento” naturale sulla parete calcarea

Il meccanismo proposto potrebbe contribuire a spiegare come pitture esposte per quasi duemila anni a un clima subtropicale caldo e umido, con precipitazioni abbondanti, abbiano potuto conservarsi fino a oggi.

La biomineralizzazione avrebbe contribuito a inglobare e fissare le minuscole particelle di ematite all’interno di una matrice di carbonato di calcio.

Il rapporto con la natura calcarea della parete è particolarmente significativo: pigmento e legante finiscono così per essere integrati in una matrice minerale chimicamente affine al substrato stesso.

Non significa che il sangue sia necessariamente l’unica ragione della conservazione. Esposizione delle pareti, microclima, circolazione dell’acqua, alterazione superficiale del calcare e successive precipitazioni di carbonato possono avere avuto un ruolo e devono essere considerati insieme.

Ma lo studio fornisce un possibile meccanismo fisico-chimico per spiegare almeno una parte dell’eccezionale durata delle pitture.

Sangue animale e sangue umano

Le analisi proteomiche hanno fornito il risultato più sorprendente.

Secondo gli autori, nel materiale sarebbero presenti tracce riconducibili sia a sangue animale sia a sangue umano.

Il DNA antico, tuttavia, non ha fornito risultati utilizzabili. L’identificazione si basa quindi soprattutto sulle proteine conservate nel materiale.

Ed è proprio da queste che nasce l’ipotesi più affascinante — e al tempo stesso più delicata — dello studio.

Sangue legato al parto?

Gli autori ritengono possibile che una parte del sangue umano impiegato nella preparazione delle pitture fosse associata al parto.

Nell’articolo scientifico la conclusione viene però formulata prudentemente: il sangue potrebbe provenire da donne che avevano partorito.

Da qui nasce l’ipotesi di un possibile significato rituale connesso alla fertilità, alla nascita e alle pratiche religiose dei Luoyue.

È importante distinguere il dato analitico dall’interpretazione archeologica.

Lo studio fornisce evidenze proteomiche che gli autori interpretano come compatibili con l’impiego di sangue umano, forse anche collegato al parto. Non dimostra invece che il sangue venisse raccolto deliberatamente durante il travaglio, né che esistesse uno specifico rituale nel quale venisse utilizzato per preparare le pitture.

Sono possibilità suggestive che richiederanno ulteriori verifiche.

Non una grotta, ma un monumento del carsismo

Per chi si occupa di grotte e carsismo, Huashan rappresenta un caso particolarmente interessante.

Le pitture non appartengono alla categoria classica dell’arte parietale di grotta: sono opere realizzate all’aperto su grandi pareti calcaree. Eppure il carsismo è parte integrante del sito.

L’UNESCO considera infatti inseparabili le pitture e il paesaggio circostante: le falesie create dall’incisione dei fiumi nel massiccio carbonatico, gli altopiani e il sistema fluviale costituiscono insieme il Zuojiang Huashan Rock Art Cultural Landscape.

In questo caso la geologia non è soltanto lo scenario dell’arte rupestre.

La natura carbonatica della roccia potrebbe avere interagito direttamente con la tecnologia pittorica utilizzata quasi duemila anni fa e con i successivi processi di conservazione.

È un esempio particolarmente affascinante di incontro tra archeologia, geochimica, biomineralizzazione e studio degli ambienti carsici.

Prudenza davanti alla scoperta più spettacolare

La presenza del sangue come componente del legante è uno dei risultati centrali dello studio. Gli autori indicano inoltre una miscela di sangue animale e umano e avanzano la possibilità che fosse presente sangue associato al parto.

Zuojiang Huashan Rock Art, Guangxi, Cina. Foto: Xiquinho Silva / Wikimedia Commons – CC BY 2.0.

Quest’ultima interpretazione resta però un’ipotesi.

Presentare come dimostrato un rituale nel quale veniva raccolto sangue dalle donne durante il parto andrebbe oltre quanto consentono attualmente le evidenze.

La scoperta più importante potrebbe essere, paradossalmente, meno macabra e ancora più interessante: circa duemila anni fa gli artefici delle pitture di Huashan sembrano aver realizzato un materiale composito nel quale sostanze organiche e minerali interagivano con il carbonato di calcio.

Una tecnologia empirica sorprendentemente efficace, sopravvissuta per secoli sulle pareti di uno dei più spettacolari paesaggi carsici della Cina meridionale.

Fonti

Wu M., Hu P., Zhai K. et al. (2026), Blood-induced biomineralized calcium carbonate used for binding in the Huashan rock art of Guangxi, Southern China, Journal of Archaeological Science, 106650. DOI: 10.1016/j.jas.2026.106650.

UNESCO World Heritage Centre, Zuojiang Huashan Rock Art Cultural Landscape, World Heritage List n. 1508.

Shao Q. et al., High precision U/Th dating of the rock paintings at Mt. Huashan, Guangxi, southern China, Quaternary Research.

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  • Val di Ledro, uomo ferito nel Canyon del Rio Nero: recuperato con l’elicottero
    Condividi L’incidente alla penultima calata della forra: l’uomo è caduto per alcuni metri nella pozza sottostante riportando un trauma a un arto superiore. Intervenuti l’elicottero, la Stazione del Soccorso Alpino della Val di Ledro e il Gruppo tecnico forre VAL DI LEDRO (TN) – Un uomo del 1995 è stato soccorso nel pomeriggio di ieri, 13 agosto 2026, nel Canyon del Rio Nero, in Val di Ledro, dopo essere scivolato durante la discesa della forra e aver riportato un trauma a un arto superiore.
     

Val di Ledro, uomo ferito nel Canyon del Rio Nero: recuperato con l’elicottero

August 14th 2026 at 04:30

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L’incidente alla penultima calata della forra: l’uomo è caduto per alcuni metri nella pozza sottostante riportando un trauma a un arto superiore. Intervenuti l’elicottero, la Stazione del Soccorso Alpino della Val di Ledro e il Gruppo tecnico forre

VAL DI LEDRO (TN) – Un uomo del 1995 è stato soccorso nel pomeriggio di ieri, 13 agosto 2026, nel Canyon del Rio Nero, in Val di Ledro, dopo essere scivolato durante la discesa della forra e aver riportato un trauma a un arto superiore.

La Val di Ledro si trova in Trentino, nella parte sud-occidentale della provincia di Trento, poco a ovest del Lago di Garda. Il Canyon del Rio Nero, conosciuto anche come Rio Nero – Jurassic, è una forra della Val di Ledro, nella zona del Passo d’Ampola, ai piedi dell’area di Tremalzo: secondo il Catasto dell’Associazione Italiana Canyoning, l’itinerario integrale della forra ha circa 2.300 metri di sviluppo, scende da quota 1.123 a 747 m, quindi supera 376 metri di dislivello, e comprende 26 calate. Notevole!

L’incidente è avvenuto nella parte finale del canyon, in corrispondenza della penultima calata. L’uomo è scivolato ed è caduto per alcuni metri nella pozza d’acqua sottostante.

I compagni di escursione hanno lanciato l’allarme al Numero Unico per le Emergenze 112 intorno alle 15.30. In attesa dell’arrivo dei soccorsi, lo hanno aiutato a uscire dall’acqua e lo hanno coperto con un telo termico.

La Centrale Unica di Emergenza ha attivato l’elicottero e richiesto l’intervento della Stazione del Soccorso Alpino della Val di Ledro e del Gruppo tecnico forre, che hanno raggiunto la zona via terra.

Nonostante la conformazione piuttosto chiusa della forra, l’equipaggio dell’elicottero è riuscito a individuare dall’alto il luogo dell’incidente. Il Tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino è stato verricellato fino all’infortunato e lo ha recuperato a bordo.

L’elicottero ha quindi effettuato un campo base poco distante, dove l’équipe sanitaria ha prestato le prime cure. Dopo essere stato stabilizzato, l’uomo è stato trasferito all’ospedale Santa Chiara di Trento.

Nel frattempo, la squadra del Soccorso Alpino arrivata via terra è entrata nella forra e ha raggiunto il gruppo. I soccorritori hanno prestato assistenza anche a un’altra persona in difficoltà che, una volta uscita dalla forra, non ha avuto bisogno di cure sanitarie.

Il comunicato integrale del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino

Di seguito il comunicato diffuso il 13 agosto 2026 dal Soccorso Alpino e Speleologico Trentino.

Intervento nel Canyon del Rio Nero in Val di Ledro

Comunicati stampa 13 Agosto 2026

Un uomo del 1995 è stato soccorso nel pomeriggio di oggi nel Canyon del Rio Nero, in Val di Ledro, dopo essere scivolato durante la discesa in forra e aver riportato un trauma a un arto superiore. L’incidente è avvenuto nella parte finale del canyon, in corrispondenza della penultima calata. L’uomo è scivolato ed è caduto per alcuni metri nella pozza d’acqua sottostante. I compagni di escursione hanno lanciato l’allarme al Numero Unico per le Emergenze 112 intorno alle 15.30. In attesa dei soccorsi, lo hanno aiutato a uscire dall’acqua e lo hanno coperto con un telo termico.

La Centrale Unica di Emergenza ha attivato l’elicottero e chiesto l’intervento della Stazione del Soccorso Alpino della Val di Ledro e del Gruppo tecnico forre, che si sono portati sul posto via terra. Nonostante la conformazione piuttosto chiusa della forra, l’equipaggio dell’elicottero è riuscito a individuare dall’alto il luogo dell’incidente. Il Tecnico di elisoccorso del Soccorso Alpino è stato verricellato fino al punto in cui si trovava l’infortunato e lo ha recuperato a bordo. L’elicottero ha quindi effettuato un campo base poco distante, dove l’equipe sanitaria ha potuto prestare le prime cure all’uomo. Dopo essere stato stabilizzato, l’infortunato è stato trasferito all’ospedale Santa Chiara di Trento. Nel frattempo, la squadra del Soccorso Alpino arrivata via terra è entrata nella forra e ha raggiunto il gruppo. I soccorritori hanno prestato assistenza anche a un’altra persona che si trovava in difficoltà, ma che, una volta uscita dalla forra, non ha avuto bisogno di cure sanitarie.


Fonte (notizia e foto): Soccorso Alpino e Speleologico Trentino – CNSAS https://soccorsoalpinotrentino.it/2026/08/13/intervento-nel-canyon-del-rio-nero-in-val-di-ledro/

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  • Prime giornate dal Campo InGrigna! 2026: in Grigna non si perde tempo
    Condividi Il buio oltre le Foppe Dopo la produttiva discesa a W le Donne, il campo entra nel vivo: Buzio, Dito, Pilastro, Gabriele, risalite, traversi e nuovi punti interrogativi. E sul Pizzo della Pieve compare persino un pozzo che nessuno ricordava di aver mai visto. Il Campo InGrigna! 2026 è entrato nel vivo e, a giudicare dal resoconto dei primi giorni, nessuno sembra avere intenzione di perdere tempo. Dopo la produttiva punta a W le Donne, con il lavoro in profondità già raccon
     

Prime giornate dal Campo InGrigna! 2026: in Grigna non si perde tempo

August 13th 2026 at 10:00

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Il buio oltre le Foppe

Dopo la produttiva discesa a W le Donne, il campo entra nel vivo: Buzio, Dito, Pilastro, Gabriele, risalite, traversi e nuovi punti interrogativi. E sul Pizzo della Pieve compare persino un pozzo che nessuno ricordava di aver mai visto.

Il Campo InGrigna! 2026 è entrato nel vivo e, a giudicare dal resoconto dei primi giorni, nessuno sembra avere intenzione di perdere tempo.

Dopo la produttiva punta a W le Donne, con il lavoro in profondità già raccontato su Scintilena, le squadre si sono distribuite su diversi obiettivi del Grignone. Mentre qualcuno esplora, qualcun altro riattrezza, traversa, risale, fotografa e, naturalmente, trova nuovi posti dove tornare.

A fare il punto questa mattina, 13 agosto, è Andrea Maconi direttamente dalle Foppe.

Sabato: una passeggiata… e salta fuori un pozzo

Sabato, sistemati i materiali destinati al campo, Andrea si concede quella che definisce tranquillamente una “passeggiata” dal Bregai al Passo della Capra, passando a rivedere alcuni ingressi.

foto A. Maconi

C’è anche il tempo per dare un’occhiata al geode sotto il Pizzo della Pieve, che supera l’esame: “molto carino”.

Poi succede una di quelle cose che in Grigna sembrano perfettamente normali. Salendo quasi a caso lungo un canale del Pizzo della Pieve, Andrea si ritrova davanti a un pozzo mai visto prima.

Un ingresso nuovo? Qualcosa già conosciuto e dimenticato? Un altro piccolo tassello del puzzle carsico della Grigna?

Da verificare. E naturalmente l’idea è già quella di tornarci.

Domenica: all’Abisso Alberto Buzio qualcosa “va”

Domenica è il turno dell’Abisso Alberto Buzio, leader del Campo 2025.

Con Andrea ci sono Jack (al secolo Maurizio), Matteo, Francesca, Kaja, Yurek e Frytka, per una prima ricognizione che finisce, inevitabilmente, per produrre nuovi lavori.

Jack, Matteo e i polacchi vanno alla ricerca di un ramo indicato da Andrea a circa -70 metri. Non lo trovano. In compenso scendono fino a circa -100, dove incontrano un traverso. Lo superano in libera e, dall’altra parte, individuano una via che prosegue.

Il che, in linguaggio speleologico, è già una frase capace di immaginare i programmi per i giorni successivi.

Nel frattempo Andrea e Francesca effettuano due brevi risalite nella prima parte della cavità. Una termina in fessura, mentre l’altra ricollega sul P17.

E’ sul P17 che Andrea parte per un traverso di una decina di metri, in buona parte nel vuoto. Raggiunge un breve meandro con aria in salita e, proseguendo, un camino. Dieci metri di arrampicata permettono di individuare un paio di sfondamenti su una cengia; sopra, il camino continua ancora per almeno una quindicina di metri.

Poi finiscono i materiali: un classico speleologico. A quanto pare, lassù potrebbe anche esserci un’uscita. Altro punto interrogativo da aggiungere alla lista.

Lunedì: il Dito, 18 ore e la solita cura dimagrante

Lunedì tocca al Pozzo nel Dito.

Ciaula scopre la luna– all’uscita del Dito – foto Alex Rinaldi 2025

Andrea, Alex, Kaja, Frytka e Yurek scendono fino a circa -350 metri. Alex traversa sopra un pozzo bagnato e raggiunge una finestra dalla quale arriva un torrentello. Segue l’arrampicata di un altro caminetto, oltre il quale si apre un camino alto.

La squadra successivamente disarma e passa a controllare un’altra possibilità: Andrea riesce a infilarsi nel passaggio, ma questa volta la grotta decide di non collaborare e chiude.

Nel frattempo il trapano è ormai scarico, il tempo corre e anche gli speleologi cominciano ad accusare le ore sottoterra. Niente ulteriori lavori nei freatici: si torna verso l’esterno.

Bilancio: 18 ore di punta.

La sintesi di Andrea è decisamente più efficace: “Il Dito ti spacca sempre…”

Nel frattempo, naturalmente, il resto del campo non è rimasto a guardare.

All’Abisso Pilastro (freddissima grotta scovata dall’instancabile Sandro Ghidelli e a sua volta cavità leader del Campo 2024) arrivano Lele e Simona: immancabilmente, con Marco e Ombretta tra i partecipanti, si scendono un paio di pozzi. La grotta cresce di almeno 25 m, e continua!

Pilastro – M. Abisso

Altre squadre tornano invece al Buzio, dove un ramo laterale viene seguito fino a circa -220 metri.

Per i dettagli, suggerisce Andrea, bisogna “chiedere a loro”. E noi lo faremo.

Ancora Buzio: aria forte e un P20 che aspetta

Martedì Andrea torna nell’Abisso Buzio insieme ad Alex, Kaja e altri compagni del campo: questa volta l’obiettivo è il fondo.

Sono scesi alcuni brevi salti fino a poco oltre -200 metri, dove l’esplorazione si arresta sulla sommità di un P20. Il dato interessante è un altro: il posto è valido e tira aria forte.

Secondo Andrea potrebbe essere stata superata una delle zone che finora avevano frenato l’esplorazione. Se lo dice Andrea, è così di certo.

Solita traduzione: bisogna tornare.

Intanto si ritorna anche dentro il Pozzo Gabriele

Tra un abisso e l’altro c’è spazio anche per il Pozzo Gabriele, la cavità con neve nei pressi del Bogani.

Jack, insieme a Floriano, Sandro e Tiziano, è tornato all’interno documentando la situazione attuale e confrontandola con le immagini dello scorso anno.

Pozzo Gabriele- Jack (Maurizio)-Florian

Le fotografie mostrano ancora importanti accumuli di neve e ghiaccio all’interno della cavità, ma il confronto diretto tra le diverse stagioni offre indicazioni interessanti sull’evoluzione dell’accumulo nivale e sulle trasformazioni dell’ambiente interno.

E così, mentre qualcuno cerca la profondità, qualcun altro guarda anche ciò che cambia vicino alla superficie.

È forse proprio questo il bello di InGrigna!: nello stesso giorno si può inseguire l’aria a duecento metri di profondità, traversare sopra un pozzo bagnato, arrampicare un camino, controllare una grotta di neve e, tornando verso il campo, imbattersi quasi per caso in un pozzo che nessuno aveva mai notato.

Il tutto possibilmente prima di cena.

Gli obiettivi aperti, insomma, stanno aumentando invece di diminuire. Buzio chiama, il Dito non fa sconti, il Pilastro continua, Gabriele cambia e sul Pizzo della Pieve c’è già un nuovo punto interrogativo da andare a vedere. Più tutto il resto: il Grignone è sconfinato, e fresco.

Avrò scordato qualcosa?

Nel dubbio, riporto il post di Andrea Maconi: e ricordiamoci: siamo soltanto ai primi giorni. Il campo InGrigna! continua!!!

“Primi giorni di campo in Grigna.

Sabato, post trasporto materiali per campo, ho fatto una passeggiata dal Bregai al Passo della Capra rivedendo alcuni ingressi. Sono passato anche a dare un’occhiata al geode sotto il Pizzo della Pieve ed è molto carino. Salendo a caso da un canale sul Pizzo della Pieve ho sbattuto la faccia contro un pozzo che non avevamo mai visto… forse oggi ci torniamo.

Domenica con Jack, Matteo, Francesca, Kaja, Yurech, Frutkapunk (Polacchi) abbiamo fatto un rapido giro all’Abisso Alberto Buzio nella prima parte. Jack, Matteo e i Polacchi sono andati a vedere un ramo che gli ho suggerito a -70m, ma in realtà non l’hanno visto e sono scesi a -100m dove c’era un traverso da fare, che sono riusciti in libera. Di là c’è una via che va. Io e Francesca abbiamo fatto 2 brevi risalite nella prima parte. Una chiude in fessura, altra ricollega su p17. Poi sul p17 ho fatto il traverso all’inizio, lungo una decina di metri, per buona parte nel vuoto, abbiamo raggiunto breve meandro con aria in salita, poi proseguendo traverso c’è un camino. Ho arrampicato 10m e visto un paio di sfondamenti su cengia. Il camino prosegue verso alto per almeno 15m ma avevamo finito materiali e poi sembra uscire.

Lunedì Alex, Kaja, Frytka e Yurek siamo andati al Dito a -350m. Alex ha traversato su pozzo bagnato e raggiunto finestra con torrentello. Arrampicato altro caminetto, poi c’è un camino alto. Abbiamo disarmato e siamo andati a vedere altro buchetto dove sono passato ma chiude. Il trapano era ormai scarico e non abbiamo più avuto tempo di fare altre robe nei freatici. Poi anche noi eravamo belli cotti e siamo usciti. Punta di 18 h. Il Dito ti spacca sempre…

Gli altri nel frattempo hanno fatto Abisso Pilastro, grazie anche a arrivo Lele e Simona e sceso un paio di pozzi. Altra punta a Buzio e sceso ramo laterale sino a -220m circa. Chiedere a loro per maggiori dettagli!

Ieri Alex, Kaja ed io siamo tornati al fondo della Buzio. Sceso alcuni brevi saltini sino a poco oltre -200m, fermi su p20. Posto valido, aria forte, forse abbiamo passato i posti di emme…

Ciao dalle Foppe!!!”

Ci aggiorniamo per la continuazione.

E, alla fine, ci sarà come sempre sempre il Diario di Campo di Marco Corvi.

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  • Ciclo vitale dei pipistrelli: riproduzione, nursery e tutela dei rifugi
    Condividi Dal letargo ai primi voli: il ciclo vitale dei pipistrelli spiega perché grotte, edifici e alberi devono essere protetti nei periodi più sensibili. Il ciclo vitale dei pipistrelli segue le stagioni e dipende dalla disponibilità di insetti, dalle temperature e dalla qualità dei rifugi. L’infografica allegata riassume le fasi principali: accoppiamento, gestazione, nascita, allattamento, crescita, primi voli, indipendenza e maturità sessuale. È una sequenza utile per avvicinare il pubb
     

Ciclo vitale dei pipistrelli: riproduzione, nursery e tutela dei rifugi

August 13th 2026 at 09:00

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Dal letargo ai primi voli: il ciclo vitale dei pipistrelli spiega perché grotte, edifici e alberi devono essere protetti nei periodi più sensibili.

Il ciclo vitale dei pipistrelli segue le stagioni e dipende dalla disponibilità di insetti, dalle temperature e dalla qualità dei rifugi. L’infografica allegata riassume le fasi principali: accoppiamento, gestazione, nascita, allattamento, crescita, primi voli, indipendenza e maturità sessuale. È una sequenza utile per avvicinare il pubblico alla biologia dei Chirotteri, ma le tempistiche possono variare molto tra specie, latitudine e condizioni meteorologiche.

I pipistrelli sono gli unici mammiferi capaci di volo attivo. In Italia sono presenti oltre 35 specie e tutte sono insettivore. Il loro ruolo ecologico è legato soprattutto al controllo naturale degli insetti. In altre aree del pianeta, molte specie contribuiscono anche all’impollinazione e alla dispersione dei semi.[1]

Ciclo vitale dei pipistrelli tra autunno e primavera

Nelle specie europee, gli accoppiamenti avvengono spesso tra la fine dell’estate e l’autunno. In molte specie le femmine conservano lo sperma durante l’inverno e la fecondazione avviene in primavera, quando temperatura e disponibilità di prede diventano più favorevoli. Fanno eccezione alcuni meccanismi riproduttivi specifici, che richiedono valutazioni per specie.[1]

L’inverno è la fase dell’ibernazione. I pipistrelli riducono temperatura corporea e metabolismo, conservando l’energia accumulata in autunno. Le cavità naturali, le miniere dismesse, i cunicoli e altri ambienti sotterranei offrono condizioni relativamente stabili di umidità e temperatura. Sono quindi rifugi importanti per il ciclo vitale dei pipistrelli.[2]

Il disturbo in questa fase può avere conseguenze rilevanti. Luci intense, rumori, fotografie con flash, fonti di calore e presenza ravvicinata possono indurre il risveglio degli animali. EUROBATS segnala che un disturbo eccessivo durante ibernazione o riproduzione può provocare l’abbandono del sito o contribuire alla mortalità.[2]

Nursery e nascita dei piccoli

Con la primavera, le femmine gravide raggiungono rifugi caldi e sicuri, spesso riunendosi in colonie riproduttive chiamate nursery o colonie di maternità. La durata della gestazione varia in genere fra sei e nove settimane ed è influenzata dalla specie, dal clima e dalla disponibilità di alimento.[3]

Nella maggior parte dei casi nasce un solo piccolo, chiamato pup nella letteratura anglosassone. Alla nascita il neonato è totalmente dipendente dalla madre. Viene allattato, mantenuto al caldo e protetto nel rifugio. In molte specie l’allattamento dura circa quattro o cinque settimane, fino a quando il giovane è in grado di volare e iniziare le prime uscite di alimentazione.[3]

L’estate è quindi il momento più delicato del ciclo vitale dei pipistrelli. Un accesso non controllato in una grotta o un intervento edilizio effettuato senza verifica preventiva possono generare panico nella colonia. Il rischio riguarda soprattutto la caduta dei piccoli, la separazione dalle madri e l’abbandono del rifugio riproduttivo.[1]

Primi voli, autonomia e protezione

Dopo una crescita rapida, i giovani iniziano i primi voli. L’età esatta cambia fra specie. Per il pipistrello nano comune, ad esempio, i giovani possono volare intorno alle quattro settimane e diventare capaci di alimentarsi autonomamente circa a sei settimane.[4]

L’indipendenza non coincide sempre con la maturità sessuale. Quest’ultima può essere raggiunta nel primo o nel secondo anno di vita, secondo la specie e le condizioni ambientali. Per questo è preferibile evitare generalizzazioni rigide come un’unica data valida per tutti i pipistrelli.

La tutela del ciclo vitale dei pipistrelli passa dalla conservazione dei loro rifugi. Una grotta non va valutata solo in base al numero di animali osservati in una singola visita. Anche pochi individui possono indicare un sito importante, usato per svernamento, riproduzione, transito stagionale o riposo.[1]

In presenza di colonie o singoli esemplari, la regola pratica è non toccare gli animali, non illuminarli direttamente e non modificare ingressi, ventilazione o microclima della cavità. Eventuali chiusure o interventi devono essere progettati con il supporto di chirotterologi qualificati. Griglie e recinzioni non idonee possono infatti ostacolare il volo o alterare le condizioni interne del rifugio.[2]

Fonti

http://www.tutelapipistrelli.it

Fonti
[1] Protecting and managing underground sites for bats https://www.eurobats.org/sites/default/files/documents/pdf/Meeting_of_Parties/MoP5_Inf_50_UndergroundSites.pdf
[2] Maternity roosts – Bat roosts – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/about-bats/where-do-bats-live/bat-roosts/maternity-roosts
[3] Common pipistrelle – UK Bats https://www.bats.org.uk/about-bats/what-are-bats/uk-bats/common-pipistrelle
[5] Guidance on the consideration https://www.corse.developpement-durable.gouv.fr/IMG/pdf/eurobats_bats_and_roads_2024.pdf
[6] A new generation takes flight: first baby bats of 2025 – News – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/news/2025/06/first-baby-bats-2025
[7] Bat Conservation Trust https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/About%20Bats/lesserhorseshoe_11.02.13.pdf?v=1541085180
[8] BCT Teachers Pack https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/Resources/Welsh-EdPack/03-Bats-through-the-year-Eng.pdf?v=1551107142
[9] Teacher’s Notes – Flight https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/Resources/Welsh-EdPack/Teachers-Notes-3-Bats-through-the-year.pdf?v=1551107461
[10] Guidelines for consideration of bats in lighting … https://domusprojects.ie/wp-content/uploads/2023/01/EUROBATSguidelines8_lightpollution.pdf
[11] One bat species, the https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/Bats-in-Scotland.pdf?v=1646659377
[12] Action Plan for the Conservation of the Bat Species https://plan-actions-chiropteres.fr/wp-content/uploads/2024/12/plan-actions-chiropteres.fr-eubats-actionplan-v14-eubats-actionplan-v14.pdf
[13] Greater horseshoe bat https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/Species-info-sheet-for-greater-horseshoe-bat-FINAL.pdf?v=1642079719
[14] 14_AC_25-2_Andrews_AC https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/Resources/Bat-Groups/Bat-Group-Bulletins/Andrews-et-al_AC_25-2_213-227-2023.pdf?v=1709031666
[15] SPECIES INFORMATION GUIDE https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/Bechsteins-bat-species-account.pdf?v=1642079639
[16] Slide 1 https://cdn.bats.org.uk/uploads/pdf/Resources/Amazing_bats_talk_resource_share.pdf?v=1541085334
[17] Tutela Pipistrelli https://www.tutelapipistrelli.it/

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  • Svezia, la sepoltura di una donna incinta nella grotta di Lilla Karlsö: cosa si sa davvero
    Condividi Sepoltura di una donna incinta nella grotta di Suder Vagnhus, su Lilla Karlsö: il ritrovamento attribuito al Mesolitico è ancora in fase di scavo e attende datazione al radiocarbonio e analisi del DNA. La sepoltura di una donna incinta è a Lilla Karlsö, non a Stora Förvar Una giovane donna con un feto conservato nell’area addominale è stata individuata nella grotta di Suder Vagnhus, sull’isola svedese di Lilla Karlsö, al largo della costa occidentale di Gotland. Le prime
     

Svezia, la sepoltura di una donna incinta nella grotta di Lilla Karlsö: cosa si sa davvero

August 13th 2026 at 08:00

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Sepoltura di una donna incinta nella grotta di Suder Vagnhus, su Lilla Karlsö: il ritrovamento attribuito al Mesolitico è ancora in fase di scavo e attende datazione al radiocarbonio e analisi del DNA.

La sepoltura di una donna incinta è a Lilla Karlsö, non a Stora Förvar

Una giovane donna con un feto conservato nell’area addominale è stata individuata nella grotta di Suder Vagnhus, sull’isola svedese di Lilla Karlsö, al largo della costa occidentale di Gotland.

Le prime notizie hanno indicato un’età intorno a 9.000 anni, collocando il contesto nel Mesolitico.

La formulazione richiede però precisione: il ritrovamento non proviene dalla grotta di Stora Förvar, sulla vicina isola di Stora Karlsö, come riportato in alcune ricostruzioni iniziali.

La sepoltura donna incinta si trova cinque metri sotto il piano di grotta, in livelli profondi della piccola cavità laterale di Suder Vagnhus.

Gli archeo-osteologi Alexander Roesen Sjöstrand e Olivia Bartholdson hanno riconosciuto dapprima due ossa dell’arto superiore fetale.

Il rinvenimento successivo di costole, sacro e frammenti del bacino della giovane ha consentito di valutare la relazione spaziale tra i resti.

Il feto era nell’area addominale della donna. Sono stati recuperati anche un frammento cranico e un elemento cervicale fetali.

Questa distribuzione rende plausibile che il feto fosse ancora in utero alla morte e al momento della deposizione.

I ricercatori stimano per la donna un’età adolescenziale avanzata, in un intervallo comunicato fra circa 14 e 19 anni, e per il feto uno sviluppo di 32-34 settimane. Si tratta di valutazioni preliminari, non di risultati definitivi.

Datazione della grotta Suder Vagnhus e verifiche ancora necessarie

L’età di 8.000-9.500 anni deriva per ora dalla stratigrafia della cavità, dal confronto con materiali delle isole Karlsö e dalla presenza, nello stesso livello, di fanerogame marine già attribuite a quell’intervallo.

Le ossa della donna e del feto non sono ancora state datate direttamente con radiocarbonio. Di conseguenza, la definizione di ritrovamento di 9.000 anni deve essere letta come una stima di lavoro.

Il gruppo di ricerca prevede di inviare un campione osseo al radiocarbonio e di eseguire analisi del DNA antico.

La datazione al carbonio-14 permetterà di stabilire l’età dei resti in modo diretto, con una necessaria calibrazione cronologica.

Il DNA potrà verificare il rapporto biologico tra donna e feto, oltre a fornire indicazioni su sesso genetico, ascendenze e conservazione molecolare, se la quantità e qualità del materiale lo consentiranno.

Proseguono anche le operazioni di scavo. La posizione di deposizione non è stata ancora documentata per intero.

L’ipotesi di una posizione rannicchiata sul fianco, detta Hocker, resta da confermare con il recupero delle parti ancora sepolte del tronco, del bacino, degli arti inferiori e della spalla.

Non è stata comunicata una causa di morte. Non è quindi corretto attribuire il decesso a parto, emorragia, infezione o altre complicazioni ostetriche senza dati paleopatologici e tafonomici.

La sepoltura della donna incinta di Lilla Karlsö potrà offrire informazioni sulle pratiche funerarie e sulla presenza di gruppi umani nell’arcipelago baltico all’inizio dell’Olocene.

L’interpretazione di una deposizione intenzionale dovrà essere sostenuta dalla documentazione completa di posizione anatomica, limiti della fossa, eventuali corredi, pigmenti, alterazioni post-deposizionali e associazioni stratigrafiche.

Stora Förvar, il confronto con la grotta vicina

Stora Förvar resta un riferimento archeologico essenziale, ma distinto. La grotta di Stora Karlsö fu scavata intensamente tra il 1888 e il 1893.

Le indagini recuperarono una potente successione archeologica, superiore a quattro metri, con fauna, manufatti, ceramiche e resti umani dal Mesolitico all’età del Ferro.

I materiali delle vecchie campagne hanno limiti documentari rilevanti.

Gli scavi ottocenteschi procedettero per livelli artificiali di 30 centimetri e aree orizzontali, senza seguire in modo adeguato la stratigrafia di un pavimento inclinato.

Per questo l’associazione cronologica fra singoli resti non può essere dedotta soltanto dalla profondità di rinvenimento.

Revisioni osteologiche e datazioni AMS hanno riconosciuto, nelle unità più antiche, resti di almeno cinque individui: un lattante, adolescenti, una donna adulta e probabilmente uomini adulti. Il lattante e un adolescente sono stati collocati nel Mesolitico tardo, fra circa 9.500 e 8.200 anni calibrati prima del presente. Non risulta, nelle fonti scientifiche consultate, una sepoltura integra di donna gravida a Stora Förvar.

L’Università di Uppsala ha inoltre incluso resti di Gotland e Stora Karlsö in uno studio di genomica delle popolazioni mesolitiche. In quel progetto le ossa, datate a oltre 8.000 anni, sono state sottoposte a estrazione di DNA da ossa e denti e a sequenziamento genomico. Il confronto con dati archeologici, isotopici e paleoclimatici ha contribuito a ricostruire le migrazioni postglaciali in Scandinavia. Questo mostra il potenziale delle analisi future su Lilla Karlsö, senza anticiparne gli esiti.

Donne incinte in grotta: i casi di Ostuni e Skye

La sepoltura donna incinta di Lilla Karlsö è rara, ma non isolata nel record archeologico. Il confronto più antico e meglio studiato in ambiente ipogeo è quello di Ostuni 1, nella grotta-santuario di Santa Maria di Agnano, in Puglia. La tomba del Paleolitico superiore, datata a circa 27.810-27.430 anni calibrati prima del presente, conteneva una giovane donna in posizione rannicchiata con il feto nel bacino. Conchiglie perforate e ocra rossa facevano parte del contesto funerario.

Lo studio del feto di Ostuni 1b dimostra quanto le tecniche non distruttive possano modificare le interpretazioni. I ricercatori hanno esaminato due corone di denti decidui con microtomografia a raggi X con contrasto di fase, presso la linea SYRMEP del sincrotrone Elettra di Trieste. Hanno inoltre analizzato una emimandibola con micro-CT a fuoco microfocale al TomoLab. Le immagini tridimensionali hanno permesso di leggere le linee incrementali dello smalto e di applicare un’istologia virtuale. L’età fetale è stata stimata in 31-33 settimane. Tre linee accentuate nello smalto indicano episodi di forte stress fisiologico negli ultimi due mesi e mezzo di gestazione. Le cause specifiche della morte restano non dimostrate.

Un secondo confronto, molto più recente, viene dalla High Pasture Cave sull’isola di Skye, in Scozia. In un contesto dell’età del Ferro sono stati rinvenuti una donna adulta, un feto e un perinato. Qui la vicinanza dei resti non è stata considerata prova automatica di maternità. Un’équipe ha estratto DNA antico da osso petroso della donna e frammenti ossei dei piccoli, in condizioni di laboratorio controllate, e ha usato shotgun sequencing per ricostruire genomi mitocondriali completi. Il risultato ha escluso che la donna fosse la madre del perinato, mentre non ha potuto escludere una relazione materna con il feto. È un dato metodologico importante: nella bioarcheologia, prossimità anatomica o funeraria e parentela genetica non coincidono sempre.

Una notizia da seguire con prudenza scientifica

La sepoltura donna incinta di Suder Vagnhus ha un forte interesse per l’archeologia delle grotte, per la bioarcheologia della gravidanza e per lo studio delle prime comunità mesolitiche del Baltico. La sua rilevanza dipenderà dalla qualità della documentazione di scavo e dai risultati delle analisi in programma.

Per ora sono sostenute dai dati disponibili la localizzazione a Lilla Karlsö, l’associazione spaziale tra la giovane e il feto e una cronologia stratigrafica compatibile con il Mesolitico. Restano aperti datazione diretta, sesso ed età biologica definitivi, parentela genetica, posizione completa del corpo, modalità della deposizione e causa della morte. La distinzione tra dati osservati, stime e ipotesi è essenziale per raccontare correttamente questo raro ritrovamento in grotta.

Fonti

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  • Smoke in the Water: studi e novità scientifiche nella Palude del Capitano
    Condividi Convegno al Museo della Preistoria di Nardò sulla Palude del Capitano nel Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano Palude del Capitano laboratorio naturale La Palude del Capitano, zona umida costiera del territorio di Nardò, è oggi uno dei principali laboratori naturali per lo studio delle doline carsiche e degli ecosistemi salmastri del Salento. L’area è caratterizzata da bacini d’acqua salmastra alimentati da sorgenti ipotermali, con cavità di crol
     

Smoke in the Water: studi e novità scientifiche nella Palude del Capitano

August 13th 2026 at 07:00

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Convegno al Museo della Preistoria di Nardò sulla Palude del Capitano nel Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano


Palude del Capitano laboratorio naturale

La Palude del Capitano, zona umida costiera del territorio di Nardò, è oggi uno dei principali laboratori naturali per lo studio delle doline carsiche e degli ecosistemi salmastri del Salento.

L’area è caratterizzata da bacini d’acqua salmastra alimentati da sorgenti ipotermali, con cavità di crollo collegate a cunicoli sommersi che mettono in comunicazione la Palude del Capitano con il mare Ionio.[1][2][3]

Queste depressioni, localmente note come “spunnulate”, sono doline colme d’acqua che ospitano vegetazione idrofila e fauna specializzata, inserite in un paesaggio dove si intrecciano elementi carsici, costieri e umidi.

La Palude del Capitano nel Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano costituisce così un contesto di interesse sia per la speleologia sia per l’idrogeologia applicata alla gestione delle risorse idriche.[2][4]

Parco Porto Selvaggio e Palude del Capitano

La Palude del Capitano è parte integrante del Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano, istituito dalla Regione Puglia nel 2006 per tutelare oltre mille ettari di costa, pineta, macchia mediterranea e zone umide.

Il parco comprende tre Siti di Interesse Comunitario – Torre Uluzzo, Torre Inserraglio e Palude del Capitano – e numerose aree di interesse archeologico e paleontologico con grotte emerse e sommerse.[2][5][6][7]

Nel Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano la Palude del Capitano rappresenta una delle poche aree palustri ancora integre del Salento, con habitat umidi mediterranei e comunità di flora e fauna oggi considerate sensibili.

La gestione, affidata al Comune di Nardò, punta a conciliare conservazione degli ambienti naturali e attività di ricerca scientifica, con un ruolo crescente per la speleologia nella lettura dei processi carsici costieri.[4][6][2]

Progetti di ricerca speleologica

Negli ultimi anni la Palude del Capitano nel Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano è stata scelta come sito principale per un progetto di dottorato dedicato alle ricerche idrogeologiche e biologiche nelle doline del Salento.

Il lavoro, sviluppato presso il Dipartimento di Geologia dell’Università di Bari, è condotto da Michele Onorato sotto la supervisione scientifica del professor Mario Parise, con la collaborazione dell’Università di Trieste e della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli.[8][9]

Le indagini riguardano la qualità delle risorse idriche, il mescolamento tra acqua dolce, salmastra e marina e il grado di confinamento degli ecosistemi della Palude del Capitano.

Le immersioni del Centro di Speleologia Sottomarina Apogon, che esplorano i cunicoli sommersi e le connessioni tra Palude del Capitano e mare aperto, permettono di raccogliere dati idrologici e campioni biologici lungo l’intero sistema carsico.[1][3][9][8]

Il convegno Smoke in the Water

In questo quadro di studi si inserisce il convegno “Smoke in the Water – Studi e novità scientifiche nella Palude del Capitano”, in programma il 21 agosto 2026 al Museo della Preistoria di Nardò, in piazza Sant’Antonio, con inizio alle ore 19.

L’evento è promosso con il coinvolgimento del Comune di Nardò, della Società Speleologica Italiana, del Centro di Speleologia Sottomarina Apogon e dell’Università di Bari, nel contesto del Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano.

Il programma, come indicato nella locandina dell’iniziativa, prevede l’introduzione e la moderazione di Sergio Fai, i saluti dell’amministrazione comunale e della Società Speleologica Italiana, le relazioni di Mario Parise, Serena Liso e Michele Onorato e la chiusura dei lavori affidata a Filomena Ranaldo.

La Palude del Capitano è al centro dell’intera serata, pensata per condividere con la comunità speleologica e con il pubblico i risultati più recenti delle ricerche.

Le relazioni scientifiche sulla Palude del Capitano

La relazione di Mario Parise è dedicata alla Palude del Capitano come laboratorio scientifico e elemento di rilievo paesaggistico nel Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano.

Il docente approfondisce la genesi delle doline di crollo, il ruolo delle spunnulate e il legame tra morfologia carsica, tettonica e circolazione idrica sotterranea nell’area costiera neretina.[1]

Serena Liso affronta l’importanza idrogeologica della Palude del Capitano in relazione alle doline carsiche del Salento e alle zone umide costiere tutelate dalla normativa regionale.

L’attenzione si concentra sui dati di monitoraggio di temperatura, salinità e grado di confinamento del sistema, collegando la Palude del Capitano ad altri siti di interesse comunitario e alle esigenze di gestione delle risorse idriche.[6][8]

Michele Onorato presenta le nuove scoperte biologiche nelle acque della Palude del Capitano, dalle comunità ittiche agli organismi di ambienti salmastri, con rilievi condotti nei laghetti, nelle sorgenti ipotermali e nei cunicoli sommersi.

L’analisi biologica permette di valutare la risposta dell’ecosistema della Palude del Capitano ai cambiamenti ambientali e di definire indicatori di qualità ecologica delle zone umide costiere.[3][8]

Speleologia e tutela delle zone umide

Le attività di ricerca nella Palude del Capitano mostrano come la speleologia, integrata con l’idrogeologia e la biologia, possa contribuire alla tutela delle zone umide del Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano.

La lettura speleologica delle doline, delle cavità sommerse e dei percorsi idrici sotterranei è infatti essenziale per comprendere la dinamica di questi ambienti e per definire strategie di conservazione.[8][10]

Nel territorio di Nardò la Palude del Capitano si conferma un sito di studio continuativo, inserito tra i progetti scientifici segnalati in ambito speleologico e tra le aree di riferimento per la salvaguardia degli habitat umidi mediterranei.

Il convegno “Smoke in the Water” offre alla comunità speleologica un momento di aggiornamento condiviso, in linea con la vocazione del Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano a fare da ponte tra ricerca, divulgazione e gestione del territorio.[2][10]

Fonti

  • https://www.scintilena.com/la-palude-del-capitano-si-trasforma-in-un-laboratorio-di-ricerca-sulle-doline-carsiche-del-salento/12/05/[8]
  • https://www.scintilena.com/la-speleologia-neritina-brilla-allassemblea-generale-delleuropean-geosciences-union/04/26/[9]
  • https://www.scintilena.com/portoselvaggio-mare-sole-e-laboratorio-di-biodiversita-e-scienza-universitaria/06/15/[11]
  • https://www.scintilena.com/nardo-i-portali-della-preistoria-serata-a-portoselvaggio/08/25/[12]
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Parco_naturale_regionale_Porto_Selvaggio_e_Palude_del_Capitano[5]
  • https://burp.regione.puglia.it/documents/20135/249520/LEGGE+REGIONALE+15+marzo+2006,+n.+6+(id+5212786).pdf[6]
  • https://www.parks.it/parco.porto.selvaggio/[2]
  • http://llpp.nardo.puglia.it/documenti/azione65/Progetto%20DEFINITIVO/ALLEGATI%20TF/A.2a_Rel_Specialistica.pdf[1]
  • http://siba-ese.unisalento.it/index.php/thalassiasal/article/viewFile/i15910725v29supp99/1974[3]
  • https://www.comune.nardo.le.it/informazione/parco-naturale-di-porto-selvaggio/[4]

Fonti
[1] Università del Salento http://llpp.nardo.puglia.it/documenti/azione65/Progetto%20DEFINITIVO/ALLEGATI%20TF/A.2a_Rel_Specialistica.pdf
[2] Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio e Palude del Capitano https://www.parks.it/parco.porto.selvaggio/
[3] supplemento thalassia 2006.indd http://siba-ese.unisalento.it/index.php/thalassiasal/article/viewFile/i15910725v29supp99/1974
[4] Parco Naturale di Porto Selvaggio – Comune di Nardò https://www.comune.nardo.le.it/informazione/parco-naturale-di-porto-selvaggio/
[5] Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del … https://it.wikipedia.org/wiki/Parco_naturale_regionale_Porto_Selvaggio_e_Palude_del_Capitano
[6] Bollettino ufficiale della Regione Puglia n. 35 del 17/03/2006 https://burp.regione.puglia.it/documents/20135/249520/LEGGE+REGIONALE+15+marzo+2006,+n.+6+(id+5212786).pdf/0d91028a-b230-0db9-2ffb-3a6448da4bd6?version=1.0&t=1622716413873
[7] Parco naturale regionale Porto Selvaggio e Palude del Capitano https://www.viaggiareinpuglia.it/it/dettaglio-attrattore/parco-naturale-regionale-porto-selvaggio-palude-capitano
[8] La Palude del Capitano si trasforma in un laboratorio di ricerca sulle … https://www.scintilena.com/la-palude-del-capitano-si-trasforma-in-un-laboratorio-di-ricerca-sulle-doline-carsiche-del-salento/12/06/
[9] La speleologia neritina brilla all’Assemblea Generale dell’European … https://www.scintilena.com/la-speleologia-neritina-brilla-allassemblea-generale-delleuropean-geosciences-union/04/26/
[10] Speleologia n. 92: dalle grotte della Campania ai ghiacci del CryoKarst – Scintilena https://www.scintilena.com/speleologia-n-92-dalle-grotte-della-campania-ai-ghiacci-del-cryokarst/12/16/
[11] mare, sole e laboratorio di biodiversità e scienza universitaria https://www.scintilena.com/portoselvaggio-mare-sole-e-laboratorio-di-biodiversita-e-scienza-universitaria/06/15/
[12] Nardò: I portali della preistoria – Serata a Portoselvaggio https://www.scintilena.com/nardo-i-portali-della-preistoria-serata-a-portoselvaggio/08/25/?amp&amp
[15] Alla scoperta delle zone umide: speleologi e ambientalisti insieme … https://www.scintilena.com/alla-scoperta-delle-zone-umide-speleologi-e-ambientalisti-insieme-per-difendere-un-patrimonio-vitale/01/28/
[16] Potenziato il monitoraggio sottomarino della caldera dei Campi Flegrei – Scintilena https://www.scintilena.com/potenziato-il-monitoraggio-sottomarino-della-caldera-dei-campi-flegrei/05/29/
[17] Scoperta eccezionale nella Grotta di Avendaños https://www.scintilena.com/scoperta-eccezionale-nella-grotta-di-avendanos-ritrovamenti-archeologici-rivelano-antichi-scambi-commerciali-tra-america-del-nord-e-messico/09/26/
[18] Puglia Straordinaria apertura al pubblico dei siti preistorici nel … https://www.scintilena.com/puglia-straordinaria-apertura-al-pubblico-dei-siti-preistorici-nel-parco-naturale-regionale-porto-selvaggio-e-palude-del-capitano/09/26/
[19] La Giornata Mondiale delle Zone Umide 2025 con il Centro … https://www.scintilena.com/la-giornata-mondiale-delle-zone-umide-2025-con-il-centro-di-speleologia-sottomarina-apogon/01/27/
[20] lo Speleo Weekend del Gruppo Speleologico Ruvese https://www.scintilena.com/alla-scoperta-delle-meraviglie-sotterranee-lo-speleo-weekend-del-gruppo-speleologico-ruvese/09/19/
[21] Studi sulle grotte di Capo Caccia e Grotte di Nettuno con l’Università … https://www.scintilena.com/studi-sulle-grotte-di-capo-caccia-e-grotte-di-nettuno-con-luniversita-di-urbino/01/18/
[22] Un viaggio tra l’essenziale bellezza delle Alpi Apuane https://www.scintilena.com/presentazione-del-libro-davventura-laltezza-della-liberta-di-gianluca-briccolani-un-viaggio-tra-lessenziale-bellezza-delle-alpi-apuane/09/25/
[23] Scintilena – Raccolta Luglio 2023 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads/2023/08/2023_07_Raccolta_Scintilena_Luglio.pdf
[24] Un Mediterraneo, due specie: a Nardò incontro su Sapiens … https://www.scintilena.com/un-mediterraneo-due-specie-a-nardo-incontro-su-sapiens-e-neanderthal/07/16/
[25] Parco Naturale Regionale Porto Selvaggio e Palude del … https://www.perledipuglia.it/it/blog-perle-di-puglia/esplora-il-parco-naturale-regionale-porto-selvaggio-e-palude-del-capitano-a-santa-caterina-di-nardo.html
[26] Parc naturel régional de Porto Selvaggio et Palude del Capitano — Wikipédia https://fr.wikipedia.org/wiki/Parc_naturel_r%C3%A9gional_de_Porto_Selvaggio_et_Palude_del_Capitano
[27] Parco naturale regionale di Porto Selvaggio e Palude del … https://interregaismart.regione.puglia.it/-/parco-naturale-regionale-di-porto-selvaggio-e-palude-del-capitano
[28] Tra mare e campagna: la Riserva Naturale di Porto Selvaggio – Masseria LuciaGiovanni https://www.masserialuciagiovanni.it/magazine/tra-mare-e-campagna-la-riserva-naturale-di-porto-selvaggio/
[29] Alla scoperta della Palude del Capitano a Porto Selvaggio https://www.caladelsalento.it/it/blog/riserve-naturali-nel-salento-alla-scoperta-della-palude-del-capitano-a-porto-selvaggio/
[30] Porto Selvaggio: cosa vedere, come arrivare, spiaggia https://www.hdsalento.com/porto-selvaggio/
[31] Parc naturel de Porto Selvaggio et Palude del Capitano – Italia.it https://www.italia.it/fr/pouilles/lecce/parc-naturel-de-porto-selvaggio-et-palude-del-capitano
[32] IMG_5252.jpeg https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/attachments/images/10794614/5eb79f5a-937f-4eb2-88b1-3b28d7429fb0/IMG_5252.jpeg?AWSAccessKeyId=ASIA2F3EMEYE2V7XXH3X&Signature=ixVdO3OEB%2FLYOiygzextakhjfQ8%3D&x-amz-security-token=IQoJb3JpZ2luX2VjEAcaCXVzLWVhc3QtMSJHMEUCIB6uZfd3N0LB2rmaMxzf%2FWfysYzczbVLyZsDRnBnirsnAiEAnanLYpeBzM941%2BJ2c2l7y0aQCz4HOKicV7gusHO0WK8q%2FAQIz%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FARABGgw2OTk3NTMzMDk3MDUiDFahFxVOIGcaaD2LtyrQBOyEK1ToiXDbuY4faGjEkJTa37GpkQ5pEF2b0iaaT%2F5WzoulLRFGjVqHhvpUy3YkCW7MHCwgNMSYdbd726QpZEdqD%2FrDPNNxFXce6IreBvND8iF%2BcBL7S0%2B0knoAngWyk8mtrL2XAYaPIoCHNEFBvfgNxJFZSnnI7bhbSvIALS%2BddoTiBjHCFi5%2FBnhFfe32vBeebQlpeaK0AvdfjzNJVd5MHynYe8oLD4XcU4AHKTW3FP15WeDusPrwjHxfNbfx8pdUdI9NvXByuxsCwviQPlwIdAW%2F0aPRfqWNOiXTGS6DSalPlZ6VqSA62mZeBDN9BNSnxSU4rbG1u7EwcY6mMDmXpwu5eEJgw3lHieOv5zR8whSLGbj4rNLqHfDeCbutS0TOpDpUllG426A9bl4wNqxMtC0fXQ0xNRnldNJ0poBVeoFqU7BVxcdG5urfpmKIKpTEbV8IRmqbrMoQ70dqiV3gi1VVo4OGkg7EBDyJiv%2BAqFHwMFrf3rblfAmYhrMP1G5SUFK2TR2CAMZyOsgW%2FtG%2FlzwMuQj3rQ0%2FsLk%2BqZgKaOwbPGOaJFb23Bp0KMKsUZ5JbfXHjZmhJFEYaPUDrooqHmAmjbQrERFrk4s%2BJJgQvDUTlkL5lLc%2F1DHCFR692VtDDYvvMCclWW1Cyxv2IIHk6FFUoAI8NjoMvFumo5FDOXQERgP6ynYa09BP8HqAb9o4cPoCNltPxq34HZSoyEA3w4MjanlA0zb0zVWuOVfD50hPmTWIBHAW4kQOkQkWo5sXwB26nWYX1ZkwLGx2NoYw%2BILy0wY6mAG3nWHfWUNdIRU76l2aTnxIn74pTW4yzvowxJk6O7X%2FKOf7u3OezU5Wss6zIrXkUvBC5hFYs1bI%2BYqdEVnU0eP%2BR1oeL5I0PN75wXoE4ptyrUxNqc1ga%2FLYhk%2Btd3hDYERI%2FsPOSsLGYeO3IF%2BqaojZmutYDEe9nRDWZ0rBw8%2Fn2L0yUfk8BFb5KsuPAekWDScREWa%2Fk%2FlVIg%3D%3D&Expires=1786545708
[33] IMG_5251.jpeg https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/attachments/images/10794614/b1c5ed11-8a00-4fc6-88dd-3682b7098e84/IMG_5251.jpeg?AWSAccessKeyId=ASIA2F3EMEYE2V7XXH3X&Signature=TKPu93z1DfO8yEGllraIfi33jqM%3D&x-amz-security-token=IQoJb3JpZ2luX2VjEAcaCXVzLWVhc3QtMSJHMEUCIB6uZfd3N0LB2rmaMxzf%2FWfysYzczbVLyZsDRnBnirsnAiEAnanLYpeBzM941%2BJ2c2l7y0aQCz4HOKicV7gusHO0WK8q%2FAQIz%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FARABGgw2OTk3NTMzMDk3MDUiDFahFxVOIGcaaD2LtyrQBOyEK1ToiXDbuY4faGjEkJTa37GpkQ5pEF2b0iaaT%2F5WzoulLRFGjVqHhvpUy3YkCW7MHCwgNMSYdbd726QpZEdqD%2FrDPNNxFXce6IreBvND8iF%2BcBL7S0%2B0knoAngWyk8mtrL2XAYaPIoCHNEFBvfgNxJFZSnnI7bhbSvIALS%2BddoTiBjHCFi5%2FBnhFfe32vBeebQlpeaK0AvdfjzNJVd5MHynYe8oLD4XcU4AHKTW3FP15WeDusPrwjHxfNbfx8pdUdI9NvXByuxsCwviQPlwIdAW%2F0aPRfqWNOiXTGS6DSalPlZ6VqSA62mZeBDN9BNSnxSU4rbG1u7EwcY6mMDmXpwu5eEJgw3lHieOv5zR8whSLGbj4rNLqHfDeCbutS0TOpDpUllG426A9bl4wNqxMtC0fXQ0xNRnldNJ0poBVeoFqU7BVxcdG5urfpmKIKpTEbV8IRmqbrMoQ70dqiV3gi1VVo4OGkg7EBDyJiv%2BAqFHwMFrf3rblfAmYhrMP1G5SUFK2TR2CAMZyOsgW%2FtG%2FlzwMuQj3rQ0%2FsLk%2BqZgKaOwbPGOaJFb23Bp0KMKsUZ5JbfXHjZmhJFEYaPUDrooqHmAmjbQrERFrk4s%2BJJgQvDUTlkL5lLc%2F1DHCFR692VtDDYvvMCclWW1Cyxv2IIHk6FFUoAI8NjoMvFumo5FDOXQERgP6ynYa09BP8HqAb9o4cPoCNltPxq34HZSoyEA3w4MjanlA0zb0zVWuOVfD50hPmTWIBHAW4kQOkQkWo5sXwB26nWYX1ZkwLGx2NoYw%2BILy0wY6mAG3nWHfWUNdIRU76l2aTnxIn74pTW4yzvowxJk6O7X%2FKOf7u3OezU5Wss6zIrXkUvBC5hFYs1bI%2BYqdEVnU0eP%2BR1oeL5I0PN75wXoE4ptyrUxNqc1ga%2FLYhk%2Btd3hDYERI%2FsPOSsLGYeO3IF%2BqaojZmutYDEe9nRDWZ0rBw8%2Fn2L0yUfk8BFb5KsuPAekWDScREWa%2Fk%2FlVIg%3D%3D&Expires=1786545708

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  • Scavi archeologici clandestini in grotta sull’Appennino reggiano: sequestrati gli attrezzi dai carabinieri
    Condividi Grotta trasformata in cantiere illegale lungo il corso dell’Enza Una cavità naturale nascosta nei boschi dell’Appennino reggiano, lungo il corso del fiume Enza, è stata trasformata in un vero e proprio cantiere clandestino per scavi archeologici abusivi. L’operazione di scoperta e sequestro è stata condotta dai carabinieri della Forestale, con il supporto del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Bologna, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura di Reggio
     

Scavi archeologici clandestini in grotta sull’Appennino reggiano: sequestrati gli attrezzi dai carabinieri

August 13th 2026 at 06:00

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Grotta trasformata in cantiere illegale lungo il corso dell’Enza

Una cavità naturale nascosta nei boschi dell’Appennino reggiano, lungo il corso del fiume Enza, è stata trasformata in un vero e proprio cantiere clandestino per scavi archeologici abusivi.

L’operazione di scoperta e sequestro è stata condotta dai carabinieri della Forestale, con il supporto del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Bologna, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura di Reggio Emilia.

Nel luglio 2026 i militari hanno sequestrato gli strumenti utilizzati per scavare abusivamente nel sottosuolo alla ricerca di possibili reperti archeologici.

All’interno della grotta, situata in una zona particolarmente impervia e di difficile accesso, era stato predisposto uno scavo stratigrafico condotto senza alcuna autorizzazione.

Scavo stratigrafico abusivo: attrezzi e bivacco improvvisato nella cavità naturale

I carabinieri della Forestale hanno trovato diversi attrezzi da scavo all’interno della cavità naturale.

Tra i materiali sequestrati figurano picconi, zappe e pale, strumenti tipici per lavori di movimentazione terra in ambito archeologico.

Oltre agli attrezzi, i militari hanno rinvenuto i resti di un bivacco improvvisato, con rifiuti abbandonati nell’area.

I carabinieri hanno provveduto alla completa rimozione dei materiali e alla pulizia dell’area, ripristinando le condizioni originarie della grotta.

Le indagini hanno previsto l’utilizzo di droni, fototrappole e personale addestrato a operare su terreni impervi.

Questa metodologia investigativa ha permesso di individuare la cavità naturale trasformata in cantiere illegale e di documentare il modus operandi degli esploratori abusivi.

Scavi clandestini contro la legge: rischi per il patrimonio archeologico italiano

Gli scavi clandestini costituiscono un serio pericolo per il patrimonio archeologico, riferisce l’Arma dei Carabinieri.

Un intervento condotto senza metodo scientifico può compromettere irrimediabilmente la stratigrafia del terreno, cancellando informazioni preziose per ricostruire la storia dei luoghi.

La normativa italiana stabilisce che i beni archeologici rinvenuti nel sottosuolo appartengono allo Stato.

Le attività di ricerca e scavo devono essere autorizzate dal Ministero della Cultura, eseguite da personale qualificato e sottoposte alla supervisione della Soprintendenza competente per territorio.

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio (Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42) prevede sanzioni per chi esegue ricerche archeologiche o opere per il ritrovamento di cose senza concessione.

Anche in caso di ritrovamento fortuito è obbligatoria la denuncia all’autorità competente.

Collaborazione tra Nucleo Tutela Patrimonio Culturale e Forestale per le indagini

L’operazione è il risultato della collaborazione tra il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, che ha contribuito a ricostruire il modus operandi degli esploratori abusivi, e la Forestale, che ha messo in campo la sua conoscenza del territorio montano dell’Appennino reggiano.

Il Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Bologna rappresenta una specializzazione dell’Arma dedicata alla tutela del patrimonio culturale italiano.

La collaborazione con i carabinieri della Forestale permette di combinare competenze archeologiche e conoscenza del territorio per contrastare gli illeciti contro i beni culturali.

Le indagini proseguono per individuare i responsabili degli scavi archeologici clandestini.

L’operazione dimostra l’impegno delle forze dell’ordine nella salvaguardia del patrimonio storico e ambientale dell’Appennino reggiano.


Fonti

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  • Alla ricerca della Grotta del Lago Bianco
    Condividi Sulla Piana di Marcesina gli speleologi tornano a cercare l’ingresso di una cavità cancellato dai lavori successivi alla tempesta Vaia. Il varco è stato ritrovato, ma il pozzo che conduce al cuore della grotta resta ancora da raggiungere. La Grotta del Lago Bianco è ancora lì, sotto la Piana di Marcesina. Di questo non vi sono dubbi. Il problema è ritrovare la porta per entrarvi. Con questo obiettivo il Gruppo Grotte Valdagno ha organizzato una mini-spedizione sull’Altopiano dei
     

Alla ricerca della Grotta del Lago Bianco

August 13th 2026 at 05:00

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Sulla Piana di Marcesina gli speleologi tornano a cercare l’ingresso di una cavità cancellato dai lavori successivi alla tempesta Vaia. Il varco è stato ritrovato, ma il pozzo che conduce al cuore della grotta resta ancora da raggiungere.

La Grotta del Lago Bianco è ancora lì, sotto la Piana di Marcesina. Di questo non vi sono dubbi. Il problema è ritrovare la porta per entrarvi.

Con questo obiettivo il Gruppo Grotte Valdagno ha organizzato una mini-spedizione sull’Altopiano dei Sette Comuni, coinvolgendo anche volontari del Gruppo Speleologi Malo e del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia.

Il teatro delle operazioni è la Piana di Marcesina, sull’Altopiano dei Sette Comuni,, vasto e suggestivo pianoro posto tra le province di Vicenza e Trento, a una quota compresa indicativamente fra i 1.300 e i 1.400 metri. Siamo nei pressi del rifugio Barricata, struttura ben più grande del classico rifugietto di montagna, attrezzata con ampi spazi esterni, parcheggio, tavoli e servizi per i numerosi frequentatori della zona.

Non lontano si trova anche una presenza ormai simbolica del territorio: la cosiddetta Aquila Vaia di Marcesina, o “Aquila del Barricata”, realizzata sul Monte Cucco dallo scultore Marco Martalar. Una gigantesca aquila di legno nata utilizzando radici e materiali provenienti dagli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia. Alta circa sette metri e pesante 1.600 chilogrammi, l’opera è diventata un simbolo della rinascita del territorio dopo la devastazione del 2018.

Ed è proprio a Vaia che bisogna tornare per capire perché oggi sia necessario andare alla ricerca dell’ingresso di una grotta che, in passato, era perfettamente conosciuto.

Un ingresso cancellato

Tra il 26 e il 30 ottobre 2018 una violentissima perturbazione investì vaste aree dell’Europa e colpì con particolare durezza il Nord-Est italiano. Piogge eccezionali e raffiche di vento di intensità straordinaria provocarono allagamenti e soprattutto estesissimi schianti forestali.

Sulle montagne del Triveneto milioni di alberi furono abbattuti. Dopo la tempesta iniziò quindi un enorme lavoro di recupero del legname, con un continuo passaggio di mezzi pesanti, cingolati e non, e con interventi di sistemazione del terreno.

Nella zona della Grotta del Lago Bianco quelle operazioni ebbero una conseguenza particolare: l’ingresso della cavità venne di fatto cancellato.

La morfologia superficiale fu modificata a tal punto che, a distanza di anni, individuare nuovamente il punto esatto dal quale si accedeva alla grotta è diventato un piccolo problema di archeologia speleologica.

Una curiosità riguarda proprio il nome “Vaia”. La denominazione deriva dal sistema adottato dall’Istituto di Meteorologia dell’Università Libera di Berlino, che consente di attribuire un nome alle perturbazioni meteorologiche. “Vaia” era stato acquistato come originale regalo per una donna di nome Vaia Jakobs, naturalmente senza che nessuno potesse immaginare le conseguenze che quell’evento atmosferico avrebbe successivamente prodotto. Nel sistema europeo la perturbazione era invece conosciuta anche con il nome di Adrián, ma in Italia fu “Vaia” a imporsi nell’uso comune e mediatico.

Prima il georadar, poi gli scavi

La ricerca dell’antico ingresso non è stata affidata soltanto alla memoria e all’intuito.

Prima dell’intervento è stata effettuata un’accurata ricognizione mediante georadar, con l’obiettivo di individuare nel sottosuolo almeno il vuoto corrispondente al primo pozzo della grotta.

L’indagine aveva evidenziato alcuni punti interessanti, probabilmente distribuiti fra il pozzo iniziale e il meandro che conduceva ad esso. Da quelle indicazioni è quindi partita la ricerca sul terreno.

Otto gli speleologi impegnati nelle operazioni, un numero che ha consentito di formare due squadre. Mentre una lavorava alla ricerca dell’ingresso perduto, l’altra ha potuto controllare anche una vicina cavità, distante circa un centinaio di metri, nella quale si ipotizzava una possibile prosecuzione.

D’altra parte ci troviamo in uno dei territori carsici più importanti delle Prealpi: l’Altopiano di Asiago è disseminato di cavità, alcune delle quali raggiungono profondità prossime al migliaio di metri.

E poiché anche gli speleologi hanno bisogno di carburante, accanto al cantiere non è mancato un provvidenziale punto di ristoro, generosamente fornito di prodotti locali e, soprattutto, di abbondante caffè caldo.

Sotto terra compare un varco

Lo scavo è cominciato praticamente dalla superficie, fra terra, pietre, erba e arbusti.

Poi qualcosa è apparso.

È stato individuato un varco, sotto il quale si apre una comoda stanzetta seguita da un cunicolo. Un risultato importante, perché conferma che la ricerca si sta muovendo nella direzione giusta.

Ma non è ancora il risultato sperato.

Gli interventi eseguiti dopo Vaia hanno infatti modificato non soltanto la superficie, ma anche i primi metri del sottosuolo. Riporti, sistemazioni e movimenti di materiale hanno alterato quella che un tempo era la naturale via d’accesso alla cavità.

Lo scavo effettuato durante questa prima operazione non ha quindi permesso di raggiungere il pozzo iniziale.

Ed è proprio oltre quel pozzo che comincia la parte più interessante della storia.

Laggiù c’è ancora il Lago Bianco

La Grotta del Lago Bianco non è, infatti, una piccola cavità limitata ai primi ambienti intercettati dallo scavo. Superato il pozzo iniziale, la grotta prosegue per centinaia di metri e custodisce quello che può essere considerato il suo piccolo gioiello geologico: il “Lago Bianco”, dal quale la cavità prende il nome.

Per ora rimane irraggiungibile.

La giornata sulla Piana di Marcesina però è stata davvero produttiva: è stato ritrovato un vuoto, è stato individuato un possibile accesso e, soprattutto, sono state raccolte nuove informazioni utili per orientare i prossimi lavori.

La montagna, insomma, ha restituito una parte della porta. Ora bisognerà trovare il resto.

La mini-spedizione si è così conclusa senza il successo pieno che tutti speravano, ma anche con la consapevolezza che il lavoro può continuare.

E forse è proprio questo uno degli aspetti più autentici della speleologia: non sempre una ricerca termina con una discesa nel buio. A volte finisce davanti a qualche metro di terra e pietre che separa da qualcosa che sappiamo essere là sotto.

La Grotta del Lago Bianco aspetta la prossima visita degli speleologi. E noi anche, per il seguito del racconto.

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  • Scoperti strumenti ossei neanderthaliani in Romania: nuove prove dal sito Abri 122/1200 nei Carpazi orientali
    Condividi Prime evidenze di strumenti ossei neanderthaliani in Romania: il riparo carsico Abri 122/1200 nei Carpazi orientali apre nuove prospettive sulla tecnologia dell’osso nel Paleolitico medio Un frammento d’osso e il tema degli strumenti ossei neanderthaliani Un frammento d’osso proveniente da una grotta della Romania riporta al centro dell’attenzione il tema degli strumenti ossei neanderthaliani e delle capacità tecniche di questa popolazione. Un nuovo studio pubblicato sul
     

Scoperti strumenti ossei neanderthaliani in Romania: nuove prove dal sito Abri 122/1200 nei Carpazi orientali

August 12th 2026 at 14:00

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Prime evidenze di strumenti ossei neanderthaliani in Romania: il riparo carsico Abri 122/1200 nei Carpazi orientali apre nuove prospettive sulla tecnologia dell’osso nel Paleolitico medio


Un frammento d’osso e il tema degli strumenti ossei neanderthaliani

Un frammento d’osso proveniente da una grotta della Romania riporta al centro dell’attenzione il tema degli strumenti ossei neanderthaliani e delle capacità tecniche di questa popolazione.

Un nuovo studio pubblicato sul Journal of Quaternary Science documenta per la prima volta in modo sistematico l’uso intenzionale dell’osso come materia prima per utensili nel sito Abri 122/1200, nei Carpazi orientali.

Gli autori, guidati da Monica Margarit, analizzano una serie di ossa animali che mostrano modifiche antropogeniche, interpretate come evidenze di strumenti ossei neanderthaliani impiegati per attività quotidiane come l’affilatura di utensili litici, la lavorazione di pelli e l’uso come piccoli cunei.

Questo risultato si inserisce nel quadro più ampio delle ricerche sugli strumenti ossei neanderthaliani in Europa, contribuendo a ridimensionare l’idea che l’uso tecnologico dell’osso sia prerogativa quasi esclusiva degli Homo sapiens.


Il sito Abri 122/1200 nei Carpazi orientali e il contesto speleologico

Abri 122/1200 è un riparo sotto roccia situato nel settore terminale delle gole del Vârghi?, nei Carpazi orientali, con accesso dalla località Vârghi? in Transilvania.

Il sito si presenta come un piccolo adito sotto parete con una cavità interna, inserito in un paesaggio carsico complesso che ospita numerose grotte e ripari con frequentazioni umane preistoriche.[

Le indagini archeologiche, avviate già negli anni Ottanta e proseguite in più campagne, hanno restituito una ricca sequenza del Paleolitico medio con industrie litiche, resti faunistici e tracce di attività di macellazione.

Datazioni radiometriche e metodi di luminescenza collocano le fasi principali di occupazione tra circa 170.000 e 60.000 anni fa, confermando Abri 122/1200 come uno dei siti chiave per lo studio del Paleolitico medio nei Carpazi.


Strumenti ossei neanderthaliani: selezione di 83 frammenti su oltre 10.000 ossa

Lo studio sugli strumenti ossei neanderthaliani ad Abri 122/1200 si basa su un campione di oltre 10.000 frammenti ossei provenienti dai livelli del Paleolitico medio.

Ogni pezzo è stato esaminato al microscopio per individuare incisioni, bordi arrotondati, zone levigate e altre tracce compatibili con l’uso intenzionale come utensili.

Soltanto 83 ossa mostrano segni chiari di manipolazione antropica non riconducibile alla sola macellazione o a processi naturali, e vengono interpretate come strumenti ossei neanderthaliani.

Questo dato mette in evidenza il carattere selettivo dell’impiego dell’osso: la grande maggioranza delle ossa rimane legata allo sfruttamento alimentare, mentre una piccola quota viene integrata nel sistema tecnologico come supporto funzionale.


Tipologie e funzioni degli strumenti ossei neanderthaliani

Gli strumenti ossei neanderthaliani individuati ad Abri 122/1200 sono stati classificati in diverse categorie funzionali sulla base delle tracce di usura e delle morfologie. Una parte dei frammenti presenta aree con sovrapposizione di piccole impronte e solchi, compatibili con l’uso come retoucher per sagomare e ritoccare i margini di utensili in pietra.[1][2]

Altri strumenti ossei neanderthaliani mostrano zone estremamente lisce e arrotondate su una sola estremità, interpretate come risultati di contatto prolungato con tessuti molli, in particolare durante operazioni di scuoio o di lavorazione delle pelli. Una terza categoria comprende frammenti con estremità a cuneo, probabilmente utilizzati per aprire fissurazioni in materiali duri o per facilitare la frattura delle ossa stesse durante l’estrazione del midollo.[3][2][1]


Strumenti ossei neanderthaliani come tecnologia opportunistica in grotta

La distribuzione limitata degli strumenti ossei neanderthaliani nella grande massa di ossa lavorate suggerisce una tecnologia opportunistica, legata all’uso immediato di materiali disponibili durante le attività di macellazione nel riparo. Gli autori sottolineano che questi manufatti non costituiscono un’industria ossea altamente standardizzata, ma rappresentano una componente flessibile del repertorio tecnico neanderthaliano.[2][1]

Gli strumenti ossei neanderthaliani di Abri 122/1200 si inseriscono in un contesto in cui gli utensili litici restano predominanti, ma l’osso viene selezionato quando la sua forma e la sua resistenza risultano convenienti per specifici compiti. La presenza di tracce di bruciatura, fratture fresche e percentuali significative di ossa con segni di taglio mostra che la gestione delle carcasse animali era articolata e comprendeva anche il riuso dei resti come strumenti.[7][8][2]


Confronti con altri strumenti ossei neanderthaliani in Europa

La ricerca sugli strumenti ossei neanderthaliani ad Abri 122/1200 dialoga con altri studi europei che, negli ultimi anni, hanno messo in luce l’uso dell’osso come materiale tecnologico nel Paleolitico medio. Un lavoro su Abri du Maras, in Francia, ha descritto un frammento di femore di renna con un’area intensamente levigata, interpretata come strumento per lo scuoio delle carcasse.[3]

In livelli neanderthaliani della stessa località sono stati identificati numerosi retoucher in osso, utilizzati per modificare i bordi degli utensili litici. Queste evidenze, affiancate agli strumenti ossei neanderthaliani di Abri 122/1200, suggeriscono che l’impiego dell’osso come supporto tecnico fosse più diffuso di quanto in passato si ritenesse, ma difficilmente riconoscibile senza analisi microstrutturali dedicate.[9][3][2]


Romania, Abri 122/1200 e il quadro delle interazioni tra Neanderthal e Homo sapiens

La Romania occupa una posizione centrale nelle ricerche sulle interazioni tra Neanderthal e Homo sapiens in Europa sud-orientale. Siti come Pe?tera Muierilor hanno restituito resti di umani moderni del Paleolitico superiore con caratteristiche morfologiche intermedie e industrie litiche aurignaziane, associate a datazioni intorno a 30–35 mila anni fa.[6][10][11]

Abri 122/1200, con una sequenza di Paleolitico medio più antica, testimonia una lunga storia di frequentazioni umane nell’area carsica dei Carpazi orientali, con industrie neanderthaliane e tracce di sfruttamento faunistico. In questo contesto, gli strumenti ossei neanderthaliani contribuiscono a delineare il quadro tecnologico dei gruppi pre-sapiens in Romania, fornendo termini di confronto con le tradizioni tecniche dell’Homo sapiens documentate in grotte come Pe?tera Muierilor.[8][10][11][6]


Strumenti ossei neanderthaliani e complessità tecnologica

Il contributo di Monica M?rg?rit e colleghi sugli strumenti ossei neanderthaliani ad Abri 122/1200 si affianca a una crescente serie di studi che evidenziano la complessità tecnologica dei Neanderthal. Analisi sui Keilmesser, sugli strumenti a dorso e sui toolkit mobili mostrano capacità di pianificazione, gestione delle materie prime e strategie di mobilità sofisticate, anche in contesti d’alta quota.[12][13][1]

Gli strumenti ossei neanderthaliani si inseriscono in questo quadro come ulteriore dimostrazione di flessibilità tecnica e di adattamento alle condizioni ambientali nei diversi settori del paesaggio europeo, compresi i sistemi carsici dei Carpazi. L’uso mirato dell’osso, in aggiunta alla pietra, suggerisce che le comunità neanderthaliane sfruttassero in modo consapevole le proprietà fisiche dei materiali disponibili.[13][8][3][2]


Prospettive future sulle ricerche di strumenti ossei neanderthaliani

Lo studio dedicato agli strumenti ossei neanderthaliani di Abri 122/1200 apre la strada a ulteriori indagini in altri siti carsici della Romania e dell’Europa sud-orientale. L’applicazione di tecniche di analisi delle texture superficiali, combinata con sperimentazioni e confronti sistematici, consente di distinguere con maggior precisione le modifiche antropogeniche dalle alterazioni taphonomiche.[3][9][1]

Nuove ricerche potrebbero verificare se strumenti ossei neanderthaliani simili siano stati sottostimati in altri complessi faunistici, per la difficoltà di riconoscerli senza un esame microscopico mirato. Il confronto con le industrie ossee del Paleolitico superiore e con i repertori tecnici degli Homo sapiens potrà contribuire a chiarire le dinamiche di convergenza, innovazione e differenziazione nelle tecnologie della lavorazione dell’osso lungo il Quaternario europeo.[11][14][3]


Fonti

Fonti
[1] First evidence of Neanderthal bone tool use in Romania … https://phys.org/news/2026-08-evidence-neanderthal-bone-tool-romania.html
[2] [PDF] Neanderthal faunal exploitation and settlement dynamics at the Abri … https://hal.science/hal-02957845v1/document
[3] A bone tool used by neanderthal for flaying carcasses at the Abri du … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12779973/
[4] Cheile Vârghi?ului | Jude?: Harghita | Punct: Abri 122/1200 https://cronica.cimec.ro/Public/Detalii.php?k=5989
[5] ArheoVest_VII_1.pdf https://biblioteca-digitala.ro/reviste/ArheoVest/ArheoVest_VII_1.pdf
[6] BETWEEN THE WOODS AND THE WATER: THE EARLY UPPER PALEOLITHIC FROM THE ROMANIAN KARST https://www.academia.edu/45086215/BETWEEN_THE_WOODS_AND_THE_WATER_THE_EARLY_UPPER_PALEOLITHIC_FROM_THE_ROMANIAN_KARST
[7] Scanned Image https://revistapontica.com/wp-content/uploads/2026/03/1-2023.pdf
[8] Hominin Footprints in Caves from Romanian Carpathians https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-3-030-60406-6_12
[9] An experimental study of the patterned nature of anthropogenic bone breakage and its impact on bone surface modification frequencies https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0305440318302504
[10] Genome of Pe?tera Muierii skull shows high diversity and low mutational load in pre-glacial Europe https://www.cell.com/current-biology/fulltext/S0960-9822(21)00592-3
[11] Early modern humans from the Pe?tera Muierii, Baia de Fier, Romania | PNAS https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.0608443103
[12] Neanderthals took reusable toolkits with them on high-altitude treks … https://phys.org/news/2026-01-neanderthals-reusable-toolkits-high-altitude.html
[13] La resilienza tecnologica dei Neanderthal. Come si sono … https://www.greenreport.it/news/natura-e-biodiversita/34053-la-resilienza-tecnologica-dei-neanderthal-come-si-sono-adattati-ai-cambiamenti-climatici
[14] Ominini: scoperti segni in Romania risalenti a 1,95 milioni di anni fa https://www.scintilena.com/nuove-evidenze-sulla-presenza-di-ominini-in-europa-scoperti-segni-di-attivita-in-romania-risalenti-a-195-milioni-di-anni-fa/02/12/
[15] Scoperti Nuovi Strumenti Litici dei Neanderthal nella Grotta … https://www.scintilena.com/scoperti-nuovi-strumenti-litici-dei-neanderthal-nella-grotta-di-mezmaiskaya/08/25/
[16] Scoperta Rivoluzionaria: Tecnologia del Legno tra i Neanderthal di Poggetti Vecchi (Grosseto) – Scintilena https://www.scintilena.com/scoperta-rivoluzionaria-tecnologia-del-legno-tra-i-neanderthal-di-poggetti-vecchi-grosseto/11/09/
[17] Neanderthal “alpinisti estremi”: il kit da viaggio scoperto a 1.450 metri https://www.scintilena.com/perfetto-ora-posso-procedere-con-la-generazione-del-rapporto-finale-ho-raccolto-sufficiente-materiale-su/01/28/
[18] Quando i Neanderthal e i grandi carnivori si contendevano le grotte. Una storia del Pleistocene raccontata nel DNA antico dei sedimenti – Scintilena https://www.scintilena.com/quando-i-neanderthal-e-i-grandi-carnivori-si-contendevano-le-grotte-una-storia-del-pleistocene-raccontata-nel-dna-antico-dei-sedimenti/01/20/
[19] Scoperta Colla di 60 mila anni fa nella Grotta dei Neanderthal – Scintilena https://www.scintilena.com/scoperta-fornace-preistorica-per-la-produzione-di-colla-nella-grotta-dei-neanderthal/11/23/
[20] Il circolo di pietre dei Neanderthal nella grotta di Bruniquel – Scintilena https://www.scintilena.com/il-circolo-di-pietre-dei-neanderthal-nella-grotta-di-bruniquel/12/18/
[21] Scoperti i disegni rupestri più antichi del mondo: li fecero i Neanderthal in una grotta spagnola – Scintilena https://www.scintilena.com/scoperti-i-disegni-rupestri-piu-antichi-del-mondo-li-fecero-i-neanderthal-in-una-grotta-spagnola/02/23/
[22] Scoperte le più antiche incisioni rupestri d’Europa https://www.scintilena.com/scoperte-le-piu-antiche-incisioni-rupestri-deuropa-neanderthal-decoro-grotta-francese-57-000-anni-fa/06/24/
[23] Scoperta archeologica rivela che umani e Neanderthaliani … https://www.scintilena.com/scoperta-archeologica-rivela-che-umani-e-neanderthaliani-potrebbero-aver-coabitato-leuropa-54-000-anni-fa/05/21/
[24] Neanderthal a Ciota Ciara: cosa raccontano i loro “kit da … https://www.scintilena.com/neanderthal-a-ciota-ciara-cosa-raccontano-i-loro-kit-da-viaggio/08/18/
[25] EGQSJ https://egqsj.copernicus.org/
[26] Stonehenge Altar Stone’s epic transportation across ancient Britain detailed in new study https://phys.org/news/2026-06-stonehenge-altar-stone-epic-ancient.html
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[30] Journal of Quaternary Science – Phys.org https://phys.org/journals/journal-of-quaternary-science/
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[32] Journal of Quaternary Science https://onlinelibrary.wiley.com/page/journal/10991417/homepage/climate_change_articles.htm
[33] Sarah Louise Bradley https://orcid.org/0000-0003-3740-5696
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[35] Neanderthal incursions at a high?altitude “bear cave”: Reassessing Caverna Generosa in the southern Alps https://carta.anthropogeny.org/libraries/bibliography/neanderthal-incursions-high%E2%80%90altitude-%E2%80%9Cbear-cave%E2%80%9D-reassessing-caverna-generosa
[36] Quaternary Science Reviews | Journal | ScienceDirect.com by … https://www.sciencedirect.com/journal/quaternary-science-reviews
[37] Neanderthal e Sapiens: Ordine e Strategia nel Paleolitico … https://www.scintilena.com/neanderthal-e-sapiens-ordine-e-strategia-nel-paleolitico-medio/06/30/
[38] Nuova luce sullo straordinario mondo dei Neanderthal https://www.scintilena.com/nuova-luce-sullo-straordinario-mondo-dei-neanderthal/02/24/
[39] Rivoluzionaria tecnica di datazione dei focolari svela la vita dei Neanderthal – Scintilena https://www.scintilena.com/rivoluzionaria-tecnica-di-datazione-dei-focolari-svela-la-vita-dei-neanderthal/06/12/
[40] Neanderthal maestri del fuoco cucinavano tartarughe e … https://www.scintilena.com/i-neanderthal-maestri-del-fuoco-cucinavano-tartarughe-e-rinoceronti/10/20/
[41] Da una Grotta Pugliese, Scoperto il Genoma più Antico d’Italia: Un Bambino di 17.000 Anni fa – Scintilena https://www.scintilena.com/da-una-grotta-pugliese-scoperto-il-genoma-piu-antico-ditalia-un-bambino-di-17-000-anni-fa/10/17/
[42] XVIIIth International Symposium of Biospeleology – Scintilena https://www.scintilena.com/xviiith-international-symposium-of-biospeleology/06/06/
[43] Archi e frecce 2000 anni prima di Ötzi il Neolitico riscritto … https://www.scintilena.com/archi-e-frecce-2000-anni-prima-di-otzi-il-neolitico-riscritto-dai-reperti-della-grotta-dei-pipistrelli/12/13/
[44] Sepoltura Neolitica e Profilo Bioarcheologico nella Grotta … https://www.scintilena.com/sepoltura-neolitica-e-profilo-bioarcheologico-nella-grotta-di-pietra-santangelo/10/05/
[45] Grotta di Lamalunga: la call for papers per il trentennale della scoperta del Neanderthal meglio conservato al mondo – Scintilena https://www.scintilena.com/grotta-di-lamalunga-la-call-for-papers-per-il-trentennale-della-scoperta-del-neanderthal-meglio-conservato-al-mondo/07/26/
[46] 14’000 anni fa l’uomo paleolitico esplorava a fondo le … https://www.scintilena.com/14000-anni-fa-luomo-paleolitico-esplorava-a-fondo-le-grotte-la-prova-nelle-orme-impresse-nella-basura/05/28/
[47] ????????????? ? ??????? ??????????????? ??????? ???????? 230 000 ????? ???? https://24tv.ua/tech/neandertaltsi-rumuniyi-vikoristovuvali-kistyani-znaryaddya-230_n3121611
[48] The worked bone industry and intrusive fauna associated with the prehistoric cave burials of Abri des Autours (Belgium) https://sciencepress.mnhn.fr/sites/default/files/articles/pdf/az2017n2a4.pdf
[49] ????????????? ? ??????? ???????????? ???????? ?????? 230 000 ??? ????? https://24tv.ua/tech/ru/neandertalcy-rumynii-ispolzovali-kostjanye-orudija-230-000-let_n3121615
[50] I coltelli degli ultimi Neandertal: Strategie tecnologiche e … https://ebin.pub/i-coltelli-degli-ultimi-neandertal-strategie-tecnologiche-e-comportamentali-alla-fine-del-paleolitico-medio-9781407357942-9781407357959.html

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Giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis: un nuovo tassello per il sistema Cappa

August 12th 2026 at 13:00

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Nel Marguareis la giunzione Arrapanui-Belushi nel sistema Cappa rafforza le esplorazioni speleologiche in Conca delle Carsene

Conca delle Carsene e giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis

Il 10 agosto 2026 la comunità speleologica piemontese ha annunciato la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis, definita da AGSP – Associazione Gruppi Speleologici Piemontesi – come “un altro pezzo al sistema Cappa in Conca delle Carsene”.

La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis integra un abisso autonomo come Arrapanui nel reticolo di gallerie già collegato all’abisso John Belushi e al complesso Cappa, rafforzando la continuità del sistema carsico sotterraneo della Conca delle Carsene.

La Conca delle Carsene è uno dei settori più caratteristici del massiccio del Marguareis, un altopiano calcareo d’alta quota situato tra alta Valle Pesio e alta Val Tanaro.[1][2]

Dal bordo occidentale della Conca si scorge la Capanna Morgantini, capanna scientifica speleologica e base operativa per le esplorazioni del sistema Cappa e degli abissi Belushi, Arrapanui e degli altri affluenti sotterranei del torrente Pesio.[3][1]

Campo estivo AGSP e ricerche nel sistema Cappa nel Marguareis

Negli ultimi anni la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis è maturata all’interno di una lunga stagione di campi estivi organizzati in Conca delle Carsene dai gruppi speleologici piemontesi.[4][5]

Nel 2024 il Gruppo Speleologico Alpi Marittime – CAI Cuneo ha organizzato un campo esplorativo dal 28 luglio all’11 agosto, con base proprio alla Capanna Morgantini, dedicato alle grotte Belushi e Scarasson e allo studio dei ghiacciai ipogei.[5][4]

Durante quel campo in Marguareis sono state individuate nuove gallerie nell’abisso John Belushi, con oltre 3 km di sviluppo aggiuntivo, che hanno permesso di comprendere meglio l’assetto idrogeologico del reticolo sotterraneo che alimenta il torrente Pesio.[6][4]

La presenza costante di campi interni e della logistica offerta dalla Capanna Morgantini ha reso possibile una progressione sistematica nella mappa dei vuoti, fino al collegamento tra Arrapanui e Belushi sancito dalla giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis.

L’AGSP, che coordina molti dei gruppi speleologici piemontesi, ha storicamente contribuito alle esplorazioni in Conca delle Carsene e nell’abisso Cappa, partecipando alla giunzione Straldi-Cappa del 1987 e al superamento del vecchio fondo francese del Cappa nel 1998.[7]
La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis si inserisce in questa linea di lavoro di lungo periodo, in cui più generazioni di speleologi mettono insieme rilievi, campi interni e studio dei flussi d’acqua nel sistema Cappa.[6][7]

Arrapanui e Belushi nel quadro del sistema Cappa del Marguareis

L’abisso Arrapanui (PI772) si apre nella Conca delle Carsene, nel comune di Briga Alta, e presenta circa 3 km di sviluppo e 470 metri di profondità negativa, con meandri, pozzi e tratti attivi che drenano verso la sorgente del Pesio.[8][6]

L’abisso John Belushi, censito con circa 7,5 km di sviluppo e 445 metri di dislivello, è uno dei principali ingressi al sistema Cappa nel Marguareis e già da tempo comunica con il complesso principale attraverso una rete di gallerie esplorate in più campagne.[9][6]

Secondo il quadro tracciato dal Gruppo Speleologico Alpi Marittime – CAI Cuneo, il complesso principale Cappa–Straldi–Denver–Diciotto–Belushi supera i 25 km di sviluppo e gli 800 metri di profondità, configurandosi come uno dei sistemi carsici più estesi del Marguareis.[6]

In questo contesto, la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis aggiunge un nuovo ingresso e un nuovo reticolo di gallerie al sistema Cappa, ampliando la comprensione delle connessioni tra gli abissi della Conca delle Carsene e il percorso sotterraneo del Pesio.[3][6]

La nuova giunzione ha implicazioni idrogeologiche, perché collega un affluente importante come Arrapanui al ramo principale che conduce verso il sifone terminale in cui il torrente Pesio si immerge sottoterra prima di riemergere alla luce del sole.[3][6]

La storia esplorativa del Cappa mostra come ogni collegamento tra abissi – dalla giunzione Straldi-Cappa alla giunzione Cappa-Belushi documentata nel 2017 – abbia permesso di affinare i modelli di circolazione sotterranea e di individuare nuovi settori di ricerca nel Marguareis.[10][11]

Marguareis: massiccio sedimentario e laboratorio di speleologia

Il Marguareis è un massiccio sedimentario di rocce prevalentemente carbonatiche, formatesi tra circa 200 e 38 milioni di anni fa su una piattaforma marina poco profonda, dove si sono depositati strati successivi di sedimenti.[2]

L’azione carsica dell’acqua, combinata con le fasi glaciali più recenti, ha scolpito un altopiano di conche, doline e pareti nude, in cui l’assenza di copertura vegetale rende leggibile a cielo aperto la storia geologica delle Alpi Liguri.[12]

Sotto questo paesaggio superficiale del Marguareis si sviluppano oltre 150 km di gallerie e abissi conosciuti, con circa 700 grotte censite, che fanno del massiccio uno dei principali poli della speleologia italiana ed europea.[13][14]
Il complesso di Piaggiabella, con oltre 43 km di sviluppo e quasi 1000 metri di profondità, rappresenta la cavità principale del sistema; la grotta Labassa, con 15 km di sviluppo e oltre 500 metri di profondità, è l’altra grande “dama” del Marguareis ancora da congiungere con Piaggiabella.[15][12]

Fin dalla fine dell’Ottocento, con le prime note di Viglino e Sacco e le esplorazioni di Fritz Mader, dell’avvocato Strolengo e del medico Randone, il Marguareis è stato un laboratorio per la nascita della speleologia italiana.[3]

Dagli anni ’50 grandi spedizioni italiane e francesi, con campi esterni e interni, muli e attrezzature artigianali, hanno spinto le esplorazioni sempre più in profondità, raggiungendo nel 1961 il record italiano di Piaggiabella e sperimentando nel 1967, con Michel Siffre allo Scarasson, le prime permanenze solitarie in grotta su ghiacciaio sotterraneo.[3]

Capanna Morgantini e protagonisti della speleologia nel Marguareis

La Capanna Morgantini nasce negli anni ’70 come capanna scientifica speleologica, pensata per ospitare lunghe permanenze in quota e supportare le esplorazioni in Conca delle Carsene e nel sistema Cappa del Marguareis.[3]

Oggi la capanna è un punto di riferimento per i campi estivi, le spedizioni con obiettivi topografici e gli studi glaciologici sui ghiacciai sotterranei degli abissi Scarasson e Belushi.[1][4]

Attorno alla giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis si ritrova una trama di protagonisti collettivi: i gruppi affiliati all’AGSP, il Gruppo Speleologico Alpi Marittime – CAI Cuneo e le squadre che da decenni frequentano la Conca delle Carsene.[7][6]

Molti di questi speleologi si inseriscono nella tradizione di studio e divulgazione che ha visto figure come Giovanni Badino riflettere sull’impatto della speleologia in grotta e sull’idea delle cavità come “archivio del tempo”, anche nelle campagne del Marguareis.[12][3]

In parallelo al lavoro sul campo, la documentazione su riviste, notiziari e siti web ha contribuito a dare visibilità a queste esplorazioni, con Scintilena che negli anni ha raccontato giunzioni, nuovi rami e campi estivi nel Marguareis, compresa la giunzione Cappa-Belushi e le iniziative in Conca delle Carsene.[16][10]

La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis si aggiunge a questa cronaca continua, segnando un passaggio importante nel modo in cui viene percepito e raccontato il sistema Cappa nel massiccio.

Nuove prospettive di ricerca nel sistema Marguareis

In prospettiva, la giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis apre nuove domande sulla struttura tridimensionale del sistema Cappa e sulle connessioni tra Conca delle Carsene, Piaggiabella e Labassa.[15][12]

Ogni nuovo collegamento permette di verificare ipotesi sulla circolazione dell’acqua, sul ruolo dei ghiacciai ipogei e sulle vie preferenziali di drenaggio verso le sorgenti esterne come il Pesio e il Tanaro.[12][3]

Per i gruppi speleologici piemontesi, il risultato annunciato da AGSP è anche uno stimolo a proseguire i campi estivi in Marguareis con un approccio integrato, che tenga insieme rilievo, studio geomorfologico, monitoraggio microclimatico e ricerca glaciologica.[5][7]

La giunzione Arrapanui-Belushi nel Marguareis non è solo una linea tracciata su una mappa, ma un nuovo segmento del racconto esplorativo di un massiccio che continua a essere indagato, disegnato e compreso passo dopo passo.[12][3]


Fonti

https://www.facebook.com/share/18r8iw2Fgm/?mibextid=wwXIfr

Fonti
[1] La Conca delle Carsene https://www.areeprotettealpimarittime.it/geologia/la-conca-delle-carsene
[2] Massiccio del Marguareis https://www.parcomarguareis.it/conosci-il-parco/geologia/massiccio-sedimentario-del-marguareis
[3] L’esplorazione speleologica https://www.parcomarguareis.it/conosci-il-parco/cultura/l-esplorazione-speleologica
[4] Dal Campo in Conca delle Carsene Nuove Scoperte Speleologiche nelle Alpi Marittime – Scintilena https://www.scintilena.com/dal-campo-in-conca-delle-carsene-nuove-scoperte-speleologiche-nelle-alpi-marittime/01/04/
[5] Esplorazioni Speleologiche in Marguareis: Campo Estivo nella Conca delle Carsene – Scintilena https://www.scintilena.com/esplorazioni-speleologiche-in-marguareis-campo-estivo-nella-conca-delle-carsene/07/17/
[6] GSAM-CAI Cuneo: La Morgantini http://speleocuneo.blogspot.com/p/esplorazioni_24.html
[7] Gruppo Speleologico Biellese https://agsp.it/gruppi/gruppi-associati/gruppo-speleologico-biellese-2/
[8] PI772 Abisso Arrapa Nui https://catastogrotte-piemonte.net/caves-view-700.html
[9] Abisso John Belushi | SpeleoMaps https://speleomaps.com/ca/list/it/piemonte/abisso-john-belushi
[10] Marguareis: Nuovamente giunzione Cappa-Belushi!!! https://www.scintilena.com/marguareis-nuovamente-giunzione-cappa-belushi/10/03/
[11] Scintilena – Raccolta Ottobre 2017 https://grottocenter.blob.core.windows.net/documents/6458609999039386-2017_10_Raccolta_Scintilena_Ottobre.pdf
[12] Geologia https://www.parcomarguareis.it/conosci-il-parco/geologia
[13] testo per sito parco e riserve_15 https://clarencebicknell.com/wp-content/uploads/testo_per_sito_parco_e_riserve_15.pdf
[14] Carta d’identità https://www.parcomarguareis.it/conosci-il-parco/carta-d-identita
[15] Nuove Scoperte nella Grotta Labassa https://www.scintilena.com/nuove-scoperte-nella-grotta-labassa-un-passo-avanti-nelle-esplorazioni-del-marguareis/01/01/
[16] Marguareis svolta per le esplorazioni in Labassa https://www.scintilena.com/marguareis-svolta-per-le-esplorazioni-in-labassa/01/09/
[17] Chi eravamo – Scintilena https://www.scintilena.com/chi-eravamo/02/16/
[18] InConca 20.15 https://www.scintilena.com/inconca-20-15/06/13/
[19] Il Parco naturale del Marguareis ha compiuto 40 anni – Scintilena https://www.scintilena.com/il-parco-naturale-del-marguareis-ha-compiuto-40-anni/01/04/
[20] Scintilena – Raccolta Luglio 2023 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads/2023/08/2023_07_Raccolta_Scintilena_Luglio.pdf
[21] Le incisioni rupestri di Garessio arrivano su La Stampa: il Riparo degli Oranti continua a far parlare di sé – Scintilena https://www.scintilena.com/le-incisioni-rupestri-di-garessio-arrivano-su-la-stampa-il-riparo-degli-oranti-continua-a-far-parlare-di-se/05/24/
[22] Le Forre – Scintilena https://www.scintilena.com/utec/old/utec/tessere.htm
[23] Speleologia Piemontese – Video in diretta esplorazione nuovo … https://www.scintilena.com/speleologia-piemontese-video-in-diretta-esplorazione-nuovo-pozzo-marguareis-2016/09/12/
[24] Raccolta Gennaio 2020 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/Raccolta-Scintilena-Gennaio-2020.pdf
[25] Nuove Scoperte nel Carso del Monte Arera https://www.scintilena.com/nuove-scoperte-nel-carso-del-monte-arera/09/24/
[28] Marguareis, Carsene, nuove Esplorazioni in Belushi!! https://www.scintilena.com/marguareis-carsene-nuove-esplorazioni-in-belushi/06/23/
[29] Esplorazioni Speleologiche nel Massiccio del Marguareis https://www.scintilena.com/esplorazioni-speleologiche-nel-massiccio-del-marguareis-un-campo-di-successi/01/02/
[30] .- https://www.gsags.it/wp-content/uploads/2014/04/Atlante-delle-aree-carsiche-piemontesi-AGSP-Vol_02-2010-.pdf
[31] Conca delle Carsene – Capanna Morgantini – Punta Straldi https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/pian-delle-gorre-conca-delle-carsene-capanna-morgantini-punta-straldi-cima-scarason-passo-del-duca-181720709
[32] [PDF] Raccolta Agosto 2018 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2018_8_Raccolta_Scintilena_Agosto.pdf
[33] Escursione alla Conca delle Carsene e Capanna Morgantini https://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/appuntamenti/Eventi/8887-escursione-alla-conca-delle-carsene-e-capanna-morgantini
[34] Giunte al termine le riprese del film sull’Abisso del Bifurto “Il Buco … https://www.scintilena.com/giunte-al-termine-le-riprese-del-film-sullabisso-del-bifurto-il-buco/11/15/
[35] Classifica delle grotte più profonde d´Italia https://www.scintilena.com/speleoit/atlas/deepest_caves.html
[36] “Il Buco” ovvero l’esplorazione dell’Abisso del Bifurto https://www.scintilena.com/un-film-di-speleologia-alla-mostra-del-cinema-di-venezia-il-buco-ovvero-lesplorazione-dellabisso-del-bifurto/07/29/
[37] Campo Speleo in Marguareis: ad Agosto si parte – Scintilena https://www.scintilena.com/esplorazioni-speleologiche-in-marguareis-unavventura-nel/07/08/
[38] Gennaio 2009 – Scintilena https://www.scintilena.com/2009/01/
[39] Ente di gestione del Parco naturale del Marguareis https://www.regione.piemonte.it/web/media/19093/download
[40] Parco naturale del Marguareis https://it.wikipedia.org/wiki/Parco_naturale_del_Marguareis
[41] Natural Park of Marguareis – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Natural_Park_of_Marguareis
[42] Parco Naturale Marguareis https://www.parcomarguareis.it/
[43] [PDF] Ente di gestione del Parco naturale del Marguareis https://www.regione.piemonte.it/web/media/19094/download
[44] Parco Naturale del Marguareis | Luoghi https://luoghi.italianbotanicalheritage.com/parco-naturale-del-marguareis/

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