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La Venta e i ghiacciai: come un’associazione italiana è diventata riferimento mondiale nella speleologia glaciale

Máj 2nd 2026 at 09:00

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Nata nel 1991 in seno alla speleologia italiana, La Venta Esplorazioni Geografiche ha costruito in quarant’anni un corpus scientifico sulle cavità glaciali di tutto il mondo che non ha eguali. Dalla Patagonia all’Alaska, la storia di un primato tutto italiano nella glaciospeleologia


Il progetto Ghiaccio: le radici negli anni Ottanta

La storia della glaciospeleologia italiana affonda le radici nella prima metà degli anni Ottanta. È Giovanni Badino, Leonardo Piccini e Mario Vianelli — destinati a diventare soci fondatori di La Venta — a dare il via alle prime esplorazioni sul Ghiacciaio del Gorner, in Svizzera, nel 1985. Mario Vianelli è considerato il fondatore della speleologia glaciale in Italia: percorse molti ghiacciai alpini e comprese subito l’eccezionalità del Gorner.[1][2]

L’associazione La Venta Esplorazioni Geografiche viene fondata ufficialmente nel 1991 da un gruppo di amici con la passione per la speleologia. Quando nasce, il “progetto Ghiaccio” era già avviato: molti dei futuri soci fondatori avevano già partecipato a spedizioni sulle Alpi e persino in Patagonia. La nuova associazione dà un impulso decisivo a quella che Alessio Romeo, oggi coordinatore del progetto, definisce «una banca della speleologia glaciale» a livello mondiale.[3][4]

Le prime campagne sul Gorner risalgono agli anni 1985, 1986 e 1989. In quelle stagioni vengono esplorati una ventina di mulini glaciali fino a profondità di circa 140 metri. Nel 1989 viene scoperta e rilevata una complessa cavità epidermica sub-orizzontale di circa 200 metri di sviluppo al margine del ghiacciaio. Sono gli anni in cui la speleologia glaciale si consolida come disciplina autonoma, con i ricercatori italiani tra i più attivi al mondo.[5]


Il Gorner: la campagna simbolo tra il 1999 e il 2004

Il Ghiacciaio del Gorner, secondo ghiacciaio delle Alpi per estensione con circa 65 km², diventa il terreno privilegiato della glaciospeleologia italiana. La sua superficie di ablazione è caratterizzata da torrenti epiglaciali, piccole vallecole e profondi mulini glaciali che assorbono le acque di fusione trasferendole nelle profondità del ghiaccio. Nelle campagne di ricerca che si sono succedute nel tempo sono state individuate circa trenta grotte, con morfologie assai diverse: dai lunghi meandri subglaciali ai pozzi profondi più di cento metri.[2]

Tra il 1999 e il 2000 la ricerca sui mulini del Gorner entra in una fase particolarmente intensa. Nel 1999 Alessio Romeo compie i rilievi fotografici documentati nella pubblicazione scientifica sulla morfologia ed evoluzione dei mulini. I mulini classificati G10, G17 e G18 diventano oggetto di studio sistematico, rivelando tipologie distinte legate ai fattori glacio-strutturali del ghiacciaio. I ricercatori dimostrano che i mulini di maggiori dimensioni hanno un periodo di attività variabile tra i tre e i cinque anni, in funzione della velocità locale di movimento del ghiacciaio.[6][7]

Nel 2004 una vasta zona nei pressi della fronte del Gorner cede, rivelando una sala subglaciale lunga circa sessanta metri, larga trenta e alta una ventina. Quell’autunno segna un momento cruciale: il ghiaccio aveva smesso il suo scorrimento a valle da anni e le grotte, anziché essere forme di transito, restano stabili da una stagione all’altra. La scoperta dimostra che il carsismo glaciale può produrre ambienti di dimensioni insospettate persino in ghiacciai alpini relativamente contenuti.[2]


Patagonia, Islanda, Antartide: le spedizioni che hanno fatto scuola

Parallelamente alle ricerche alpine, La Venta costruisce un programma internazionale di spedizioni speleologiche sui ghiacciai extraeuropei che non ha precedenti in Italia. Le prime spedizioni extraalpine riguardano il Biafo e il Batura in Karakorum nel 1987 e 1993, e l’Enylchek in Pamir nel 1992. La svolta avviene però con i ghiacciai patagonici: il Moreno nel 1994, il Marconi nel 1995, il Viedma nel 1998 e il Tyndall nel 2000.[5]

La Patagonia rappresenta quello che Alessio Romeo chiama «il secondo step del progetto Ghiaccio, ma certamente il più affascinante». I ghiacciai patagonici offrono condizioni uniche: si trovano a livello del mare, hanno origine da una calotta e mostrano fenomeni di carsismo glaciale di intensità eccezionale. Sul ghiacciaio Marconi, ad esempio, i ricercatori documentano una risalita del livello dell’acqua di 30 metri in meno di mezz’ora, seguita da una discesa di circa 20 metri in meno di cinque minuti. Un fenomeno idrologico estremo, ancora parzialmente inesplicato.[1][5]

Nel 1997 La Venta organizza la spedizione Islanda ’97 sul ghiacciaio Kviarjokull, una lingua glaciale discendente dal Vatnajokull. La ricerca correla la forma e il tipo delle cavità con la struttura tensionale della lingua glaciale. Nel febbraio 2000, una spedizione leggera si reca in Antartide nella penisola di King George, dimostrando per la prima volta la presenza di grotte glaciali al di sotto del circolo polare antartico. Nel 2017 la spedizione MaGPat (Microalgae and Glaciers of Patagonia) vede La Venta collaborare con l’associazione francese Spélé’Ice sui ghiacciai Perito Moreno e Tyndall, ampliando l’agenda scientifica alla microbiologia glaciale.[8][2][5]


Le pubblicazioni scientifiche: “Grotte di cielo” e i lavori fondamentali

Il lavoro sul campo di La Venta si traduce in un corpus pubblicistico di rilievo internazionale. Il saggio “Grotte e mulini glaciali” di Giovanni Badino e Leonardo Piccini, pubblicato nel 1999 sul sito dell’associazione, sintetizza i risultati delle ricerche condotte in varie aree del globo e afferma senza ambiguità che «i ricercatori italiani, provenienti dall’ambiente della speleologia, e in particolare quelli che operano all’interno dell’Associazione La Venta, sono i più attivi al mondo» nel campo delle cavità endoglaciali.[5]

Nel 2004 esce il volume “Grotte di cielo, viaggio nel cuore dei ghiacciai”, curato da Giovanni Badino, Antonio De Vivo e Leonardo Piccini. Pubblicato in italiano, inglese e spagnolo e patrocinato dall’UNESCO per la sua importanza dal punto di vista ecologico-ambientale, il libro rappresenta il primo bilancio organico di vent’anni di speleologia glaciale italiana. Stampato in tricromia — tecnica ibrida tra bianco/nero e quadricromia — ricostruisce la struttura interna dei ghiacciai temperati e i processi di formazione dei mulini.[9]

Nel 2022, in collaborazione con la società svizzera Flyability, La Venta realizza la prima scansione LIDAR 3D dell’interno di un mulino glaciale del Gorner. Il modello tridimensionale, ottenuto con il drone Elios 2 e il mobile mapping LIDAR Leica BLK2GO, consente di documentare con precisione inedita le strutture interne del ghiaccio. Si inserisce nel progetto “Inside the Glaciers”, ideato nel 2014 da Alessio Romeo e Francesco Sauro con l’obiettivo di creare collaborazioni tra ricercatori di diverse discipline e speleologi.[10][11]


Il Progetto GEMINI in Alaska: i mulini come laboratori spaziali

Nel 2025 La Venta partecipa al Progetto GEMINI (Glacial Environment deformation Mechanisms to INfer Icy satellites tectonics), spedizione scientifica finanziata dal National Geographic Grant Programme e guidata da Costanza Rossi dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Padova. La ricerca studia le fratture nei ghiacciai dell’icefield di Juneau, in Alaska, per tracciare analogie con le superfici dei satelliti ghiacciati di Giove e Saturno: Ganimede, Europa ed Encelado.[12][13]

All’interno del progetto, i soci di La Venta sono incaricati di valutare il potenziale esplorativo dei mulini glaciali come possibili sedi di indagine per simulare carotaggi sul sottosuolo di corpi celesti come Europa o Ganimede. Il Taku Glacier, uno dei ghiacciai dell’icefield di Juneau, ha uno spessore che si avvicina ai 1.500 metri, offrendo condizioni di pressione paragonabili a quelle ipotizzate su alcuni satelliti ghiacciati. I risultati attesi dalla campagna dovevano guidare future missioni spaziali con un modello unificato di analisi delle fratture glaciali e planetarie.[12]

La spedizione è però segnata da una tragedia: il 4 settembre 2025, Riccardo Pozzobon, geologo e responsabile scientifico della missione, cade nelle acque di un fiume superficiale del ghiacciaio Mendenhall durante l’attività sul campo e risulta disperso. Pozzobon era una figura di riferimento per gli studi internazionali sulle dinamiche glaciali e la geologia dei corpi celesti. In suo onore, nel 2026 l’Unione Astronomica Internazionale ha intitolato a Riccardo Pozzobon l’asteroide 86029 della fascia principale del Sistema Solare, già noto con la denominazione provvisoria 1999 LV32.[14][15]


Alessio Romeo e la nuova generazione della glaciospeleologia

Alessio Romeo, geologo nato a Firenze nel 1971, incarna la continuità tra la prima generazione dei fondatori e quella attuale della glaciospeleologia italiana. Ha conseguito la laurea in geologia nel 2000 con una tesi intitolata “Aspetti morfologici ed evolutivi delle cavità glaciali del ghiacciaio Gorner (Svizzera)” e da allora ha proseguito la ricerca sia sui ghiacciai alpini che extraeuropei, in Patagonia e Groenlandia. È socio La Venta dal 2005, ma collabora con l’associazione dal 1997.[16]

Il suo battesimo nella speleologia glaciale avviene proprio in Patagonia nel 1997, aggregandosi a una spedizione di La Venta organizzata da Giovanni Badino. «La Patagonia ti catapulta direttamente dall’altra parte del mondo, su un ghiacciaio che per me era il primo viaggio fuori dall’Europa, la prima spedizione speleologica», racconta Romeo nel podcast dell’associazione. Da quel primo viaggio sono seguite oltre cinquanta spedizioni in tutto il mondo, accompagnate da un lavoro fotografico che ha portato le immagini dei mulini glaciali italiani sulle pagine di National Geographic nel marzo 2019.[4]

Nel 2014, insieme a Francesco Sauro, Romeo fonda il progetto “Inside the Glaciers”, un programma di ricerca multidisciplinare sulla superficie e all’interno dei principali ghiacciai delle Alpi svizzere. Nel giugno 2025, al Museo Kosmos dell’Università di Pavia, Romeo e Sauro presentano la conferenza “Gli ultimi ghiacci”, con un videomessaggio dell’astronauta Luca Parmitano sull’esperienza condivisa con La Venta sul Gorner. Una presenza che certifica il riconoscimento internazionale del lavoro che i glaciospeleologi italiani portano avanti ormai da quattro decenni.[11][17]

Fonti
[1] Nelle profondità del ghiaccio con La Venta – Ferrino e C SpA https://ferrino.it/news/nelle-profondit-del-ghiaccio-con-la-venta/
[2] Ghiacciai alpini – LA VENTA Esplorazioni Geografiche https://www.laventa.it/it/ghiacciai-alpini
[3] La Venta Esplorazioni Geografiche, un mondo ancora tutto da scoprire https://www.greenplanetnews.it/la-venta-esplorazioni-geografiche-un-mondo-ancora-tutto-da-scoprire/
[4] Le grotte glaciali – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=G5CV3H5LXDk
[5] [PDF] Grotte e mulini glaciali – LA VENTA Esplorazioni Geografiche https://www.laventa.it/documenti/grotte-e-mulini-glaciali_16275.pdf
[6] [PDF] Morfologia ed evoluzione dei mulini del Ghiacciaio del Gorner … https://www.laventa.it/documenti/morfologia-ed-evoluzione-dei-mulini-del-gorner_35313.pdf
[7] [PDF] Moulins and marginal contact caves in the Gornergletscher … https://www.laventa.it/documenti/moulins-and-marginal-contact-caves_66080.pdf
[8] La Venta – Parte oggi la spedizione di glaciospeleologia in Patagonia https://www.scintilena.com/la-venta-parte-oggi-la-spedizione-di-glaciospeleologia-in-patagonia/03/23/
[9] Libri – LA VENTA Esplorazioni Geografiche https://www.laventa.it/it/libri
[10] Sotto ai ghiacciai, scansione 3D dei mulini glaciali – Scintilena https://www.scintilena.com/sotto-ai-ghiacciai-scansione-3d-dei-mulini-glaciali-con-la-venta-inside-the-gorner-glacier/01/27/
[11] La fragilità dei giganti di ghiaccio https://www.laventa.it/it/blog/712-la-fragilita-dei-giganti-di-ghiaccio
[12] Progetto GEMINI in Alaska 2025: collegamenti tra ghiacciai e satelliti … https://www.scintilena.com/progetto-gemini-in-alaska-2025-collegamenti-tra-ghiacciai-e-satelliti-ghiacciati/09/03/
[13] ALASKA 2025 – “GEMINI” PROJECT Today, 26 August … – Instagram https://www.instagram.com/p/DN0DIoX2gNL/
[14] Incidente durante la spedizione GEMINI in Alaska https://www.scintilena.com/incidente-durante-la-spedizione-gemini-in-alaska-disperso-il-ricercatore-riccardo-pozzobon/09/07/
[15] Un asteroide porta il nome di Riccardo Pozzobon, geologo … https://www.scintilena.com/un-asteroide-porta-il-nome-di-riccardo-pozzobon-geologo-planetario-e-pioniere-delle-grotte-lunari/04/16/
[16] [PDF] Alessio ROMEO – LA VENTA Esplorazioni Geografiche https://www.laventa.it/documenti/curriculum/ROMEO.pdf
[17] Gli ultimi ghiacci: incontro e apertura serale al Museo Kosmos di Pavia https://www.scintilena.com/gli-ultimi-ghiacci-incontro-e-apertura-serale-al-museo-kosmos-di-pavia/06/06/

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  • Giovanni Badino: dalla fisica delle particelle alla scienza dei ghiacciai
    Condividi Il fisico torinese che ha trasformato la glaciospeleologia in una disciplina rigorosa, lasciando un’eredità scientifica che continua a influenzare la ricerca mondiale Giovanni Badino speleologo e fisico: una carriera fuori dagli schemi Giovanni Badino nasce a Savona il 17 luglio 1953 e si trasferisce a Torino per laurearsi in Fisica negli anni ’70. Fin dal liceo mostra un interesse tenace per il mondo sotterraneo, interesse che cresce parallelamente alla sua formazione sc
     

Giovanni Badino: dalla fisica delle particelle alla scienza dei ghiacciai

Máj 2nd 2026 at 08:00

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Il fisico torinese che ha trasformato la glaciospeleologia in una disciplina rigorosa, lasciando un’eredità scientifica che continua a influenzare la ricerca mondiale


Giovanni Badino speleologo e fisico: una carriera fuori dagli schemi

Giovanni Badino nasce a Savona il 17 luglio 1953 e si trasferisce a Torino per laurearsi in Fisica negli anni ’70. Fin dal liceo mostra un interesse tenace per il mondo sotterraneo, interesse che cresce parallelamente alla sua formazione scientifica universitaria. Il suo primo articolo su una grotta è pubblicato nel 1971, quando è ancora studente.[1][2]

Dopo la laurea entra come ricercatore al Dipartimento di Fisica Generale dell’Università di Torino, dove diventerà Professore Associato. In quella fase della carriera lavora nel campo della fisica delle particelle cosmiche, in particolare sulla rilevazione sotterranea di neutrini da supernova: contribuisce all’esperimento LSD sotto il Monte Bianco e all’esperimento LVD nei Laboratori del Gran Sasso. Tra il 1979 e il 2003 pubblica oltre 180 lavori scientifici internazionali in questo campo.[2]

La sua attività speleologica esplorativa prosegue in parallelo, ai massimi livelli: l’Antro del Corchia in Toscana e la Grotta di Piaggia Bella nel Marguareis sono le prime palestre, prima di passare a esplorazioni in tutto il mondo. Badino è anche tra i soci fondatori dell’Associazione La Venta, uno dei sodalizi di esplorazione geografica più attivi a livello internazionale.[3][1]


Dalla fisica cosmica alla termodinamica del sottosuolo: la svolta scientifica

A partire dagli anni ’90, le competenze di Badino nella fisica delle particelle trovano una nuova applicazione: lo studio della termodinamica del sottosuolo e del trasporto dei fluidi nelle montagne. Questo passaggio non è una rottura, ma una trasposizione: gli stessi strumenti matematici usati per modellare fenomeni cosmici si rivelano adatti a descrivere i flussi d’aria e d’acqua nelle cavità ipogee.[4][5]

Nel 1995 pubblica Fisica del Clima Sotterraneo, primo libro organico sulla fisica dell’ambiente ipogeo, che affronta tutti gli aspetti del microclima delle grotte. È un testo che stabilisce un paradigma nuovo: la grotta non è solo un oggetto da esplorare, ma un sistema fisico da modellare quantitativamente. Nel contempo, le sue ricerche si concentrano sulla meteorologia ipogea e sulla speleogenesi, con applicazioni che spaziano dal carsismo classico al ghiaccio.[6][1]

Il trasferimento metodologico dalla fisica astroparticellare alla geofisica sotterranea è riconosciuto come uno dei contributi più originali di Badino. Come scrivono Arrigo Cigna e Paolo Forti sull’International Journal of Speleology nel 2017, Badino ha prodotto circa 500 lavori scientifici, molti dei quali rappresentano vere pietre miliari nella scienza carsica.[1]


I primi modelli matematici delle gallerie endoglaciali: una rivoluzione metodologica

Il contributo più innovativo di Badino alla speleologia glaciale è la costruzione dei primi modelli matematici in grado di mostrare forme e dimensioni delle gallerie endoglaciali. Prima del suo lavoro, l’interno dei ghiacciai era inaccessibile sia fisicamente che teoricamente: non esistevano strumenti computazionali per prevedere dove e come si formassero le cavità nel ghiaccio.[7][3]

Badino chiama questo approccio Fisica dei Buchi nell’Acqua: un metodo che integra termodinamica dell’acqua, meccanica del ghiaccio, perdite di carico e pressioni per delineare la struttura dei reticoli di drenaggio subglaciale. I modelli numerici mostrano che le acque assorbite dai mulini glaciali fluiscono a profondità di 100-150 metri attraverso reti di condotte con struttura “ad albero”. Questi calcoli, verificabili sul campo, rappresentano una rottura epistemologica: per la prima volta la glaciospeleologia dispone di uno strumento predittivo.[8][9]

Il modello interpretativo di Badino chiarisce anche la natura delle grotte endoglaciali come strutture dinamiche: non sono cavità permanenti, ma si riformano stagionalmente negli stessi punti del ghiacciaio, come vortici in un fiume. “Le grotte nella roccia sono memorie di epoche antiche, quelle nei ghiacci si riformano anno dopo anno” scrive Badino in Trent’anni di Abissi di Ghiaccio (2015). Questo cambio di prospettiva trasforma il modo in cui la comunità scientifica interpreta la dinamica glaciale.[9]


Le spedizioni glaciali: dal Gorner alla Patagonia, dall’Islanda all’Antartide

Il punto di partenza delle esplorazioni di Badino nei ghiacciai è il ghiacciaio del Gorner, nelle Alpi svizzere, dove scende per la prima volta in un pozzo dedicato a Louis Agassiz, padre della glaciologia. L’esperienza lo convince: da quel momento la glaciospeleologia diventa uno degli assi portanti del suo lavoro sul campo.[9]

Negli anni successivi guida e partecipa a spedizioni in ogni parte del mondo: Karakorum, Islanda, Svalbard, Patagonia. In Patagonia il ghiaccio scorre particolarmente veloce, il che consente di osservare la formazione e la trasformazione rapida delle grotte glaciali su scale temporali molto brevi. All’inizio degli anni 2000 partecipa alla XVI Spedizione Italiana in Antartide, dove studia lo sviluppo di grotte carsiche nel ghiaccio in condizioni di temperatura media annua di –18°C. Qui scopre che la formazione delle cavità avviene per sublimazione, senza la presenza di acqua liquida, grazie a differenze di temperatura tra il suolo e la volta delle grotte.[1][9]

Dal 2005 si sposta verso ambienti radicalmente diversi: le grotte di Naica in Messico, dove dirige il Proyecto Naica, incentrato sull’esplorazione di cavità a 46°C di temperatura con cristalli di gesso giganti. Per operare in quelle condizioni, Badino progetta personalmente una tuta dotata di un sistema di raffreddamento a ghiaccio, che consente circa un’ora di lavoro utile. Anche questo è un gesto emblematico del suo metodo: unire esplorazione fisica e invenzione tecnica al servizio della ricerca.[10][1]


L’eredità scientifica di Badino nella glaciospeleologia mondiale

Giovanni Badino muore l’8 agosto 2017 a Savona, dopo una lunga malattia, all’età di 64 anni. La sua eredità scientifica nella glaciospeleologia è misurata in tre dimensioni: i modelli teorici, le tecniche di esplorazione e la formazione di una comunità di ricercatori.[10]

I ricercatori italiani che operano all’interno dell’Associazione La Venta sono oggi riconosciuti come i più attivi al mondo nell’esplorazione e nello studio delle cavità endoglaciali. Spedizioni successive in Groenlandia, come il progetto Inside the Glaciers supportato da Moncler e presentato su National Geographic nel 2019, portano avanti il programma esplorativo avviato da Badino. Anche la stima – diventata un riferimento bibliografico citato a livello internazionale – secondo cui nelle montagne della Terra esistano tra i 20 e i 50 milioni di chilometri di gallerie naturali è opera di Badino.[11][12][8]

La Società Speleologica Italiana e La Venta hanno istituito il Premio Speleologico Internazionale Giovanni Badino, destinato a progetti innovativi nel campo della speleologia. Giunto alla seconda edizione nel 2025, il premio premia ricerche che combinano rigore metodologico, innovazione tecnica e divulgazione scientifica: esattamente i tre pilastri su cui Badino ha costruito la sua carriera. La commissione valuta originalità, chiarezza degli obiettivi scientifici e contributo alla conoscenza.[13][6]


Trent’anni di Abissi di Ghiaccio: il bilancio di una vita sul campo

Nel 2015, su Montagne360, Badino pubblica Trent’anni di Abissi di Ghiaccio: un testo autobiografico e scientifico insieme, in cui ripercorre le tappe della ricerca glaciospeleologica italiana dagli anni ’80 in poi. Il testo è anche una riflessione sul metodo: Badino ammette di aver sottovalutato, nelle prime esplorazioni, il valore documentale dei rilievi, concentrandosi sulla profondità raggiunta piuttosto che sulla morfologia delle cavità.[9]

Nel saggio emergono i temi centrali del suo pensiero: l’effimero come categoria scientifica, il valore dei modelli numerici per andare dove le corde non arrivano, la connessione tra dinamica interna dei ghiacciai e cambiamenti climatici. Badino scrive che la comprensione del collasso dei reticoli di drenaggio profondo può spiegare fenomeni come i jökulhlaup (piene improvvise) e i surge glaciali (avanzate rapide), con implicazioni dirette per la previsione degli effetti del riscaldamento globale.[9]

Il saggio si chiude con una consapevolezza lucida: “Avevamo iniziato per estetica, continuato perché avevamo finalmente trovato una speleologia senza conquista in effimere grotte di un mondo fluttuante, e ci siamo trovati ad avanzare in una bizzarra miniera d’oro di complessi risultati scientifici, che abbiamo appena iniziato a sondare”. È la sintesi migliore di un percorso che ha trasformato la speleologia glaciale da pratica esplorativa in disciplina con strumenti propri, capace di dialogare con la climatologia e la glaciologia internazionale.[9]

Fonti
[1] Giovanni Badino – di Arrigo Cigna e Paolo Forti https://www.scintilena.com/giovanni-badino-tributo-dellinternational-journal-of-speleology-di-arrigo-cigna-e-paolo-forti/11/22/
[2] Giovanni Badino – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Badino
[3] Gruppo Puglia Grotte – Didattica – Chi è Giovanni Badino? https://www.gruppopugliagrotte.it/corso/25/badino.htm
[4] La ricerca speleologica – Scintilena http://www.scintilena.com/utec/old/utec/vento.htm
[5] [PDF] Giovanni BADINO https://www.laventa.it/documenti/curriculum/BADINO.pdf
[6] Premio Badino – seconda edizione 2025: un riconoscimento all … https://www.scintilena.com/premio-badino-2025-al-via-la-seconda-edizione-del-riconoscimento-speleologico-internazionale/04/14/
[7] Grotte e Speleologi – Giovanni Badino https://digilander.libero.it/speleologia/html/badino.html
[8] Grotte e mulini glaciali https://www.laventa.it/documenti/grotte-e-mulini-glaciali_16275.pdf
[9] [PDF] Trent’anni di Abissi di Ghiaccio – IRIS-AperTO https://iris.unito.it/retrieve/e27ce428-5ae5-2581-e053-d805fe0acbaa/44-49_abissi%20di%20ghiaccio_badino.pdf
[10] Giovanni Badino: Le tre dimensioni degli abissi sotterranei – GognaBlog https://gognablog.sherpa-gate.com/giovanni-badino/
[11] Il continente buio: perché il mondo sotterraneo resta in gran parte … https://www.scintilena.com/il-continente-buio-perche-il-mondo-sotterraneo-resta-in-gran-parte-sconosciuto/04/25/
[12] Sul National Geographic di Marzo la spedizione “Inside the Glaciers … https://www.scintilena.com/sul-national-geographic-di-marzo-le-spedizioni-la-venta-inside-the-glaciers-in-groenlandia/03/06/
[13] Premio Speleologico Internazionale Giovanni Badino – Scintilena https://www.scintilena.com/premio-speleologico-internazionale-giovanni-badino-unopportunita-per-la-ricerca-avanzata/10/01/

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  • I mulini glaciali: i pozzi verticali più misteriosi delle Alpi e la fisica che li scava
    Condividi Centinaia di metri cubi d’acqua di fusione si gettano ogni estate in buchi perfettamente cilindrici nel cuore dei ghiacciai alpini. La spiegazione è fisica pura, e i dati raccolti da speleologi e glaciologi rivelano un mondo sotterraneo complesso e poco conosciuto. Mulino glaciale: definizione e origine del nome Un mulino glaciale è una cavità tubulare verticale attraverso cui l’acqua di fusione penetra in un ghiacciaio dalla superficie. Il nome deriva dal comportamento d
     

I mulini glaciali: i pozzi verticali più misteriosi delle Alpi e la fisica che li scava

Máj 2nd 2026 at 07:00

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Centinaia di metri cubi d’acqua di fusione si gettano ogni estate in buchi perfettamente cilindrici nel cuore dei ghiacciai alpini. La spiegazione è fisica pura, e i dati raccolti da speleologi e glaciologi rivelano un mondo sotterraneo complesso e poco conosciuto.


Mulino glaciale: definizione e origine del nome

Un mulino glaciale è una cavità tubulare verticale attraverso cui l’acqua di fusione penetra in un ghiacciaio dalla superficie. Il nome deriva dal comportamento dell’acqua al suo ingresso: il flusso turbina vorticosamente, come in un mulino ad acqua tradizionale.[1][2]

I mulini glaciali si aprono soprattutto sulle lingue glaciali estese, poco crepacciate e con scarsa pendenza, tipiche dei ghiacciai vallivi di ambiente temperato. Non si tratta di semplici buchi. Sono le porte d’accesso a un sistema idrodinamico sotterraneo che regola l’intero comportamento del ghiacciaio.[3][4]

Nei ghiacciai di tipo temperato — come quelli delle Alpi italiane e svizzere — l’acqua allo stato liquido è presente per diversi mesi all’anno. Questa condizione è indispensabile perché i mulini si formino. I grandi ghiacciai polari, dove anche d’estate la fusione superficiale è trascurabile, ne sono in genere privi.[4][1]

La glacio-speleologia, branca della speleologia dedicata allo studio di queste cavità, è una disciplina relativamente giovane. I primi gruppi organizzati che la praticano in modo sistematico vengono da Italia, Francia, Svizzera e Polonia. In Italia, i ricercatori dell’Associazione La Venta sono tra i più attivi al mondo nell’esplorazione e nello studio dei mulini glaciali.[4]


La fisica della formazione dei mulini glaciali: energia cinetica, calore e fusione

Il processo che dà origine a un mulino glaciale è fisico, non chimico. A differenza delle grotte carsiche — scavate dalla dissoluzione chimica del calcare — i mulini glaciali si formano per fusione termica.[1]

In estate, l’acqua di fusione superficiale si raccoglie in piccoli torrenti chiamati bédières. Questi corsi d’acqua epiglaciali seguono la pendenza della superficie e, prima di raggiungere i margini del ghiacciaio, incontrano fratture aperte nel ghiaccio. Quando il flusso trova una discontinuità, si incunea in profondità.[3]

Il meccanismo di scavo è diretto: l’acqua in movimento libera energia cinetica e di attrito sotto forma di calore. Questo calore locale provoca la fusione del ghiaccio circostante, allargando progressivamente la frattura iniziale. Il processo si autoalimenta: più acqua scende, più calore si genera, più il condotto si amplia.[3]

Un secondo meccanismo aggrava ulteriormente la fratturazione. Quando una frattura si riempie d’acqua, la differenza di densità tra acqua e ghiaccio genera una pressione idraulica che propaga la frattura verso il basso. Questo fenomeno, noto come fratturazione idraulica, può portare le fessure a propagarsi fino al letto roccioso del ghiacciaio, a profondità di centinaia di metri.[3]

I mulini glaciali non si formano ovunque sul ghiacciaio. Nelle zone ricche di crepacci, l’acqua di fusione si disperde in modo diffuso e non si concentra abbastanza da innescare lo scavo. Servono zone pianeggianti con ghiaccio intatto, dove i torrenti superficiali possono accumularsi e convogliare portate d’acqua significative verso pochi punti di assorbimento.[4][3]


Da frattura a canyon: le fasi evolutive di un mulino glaciale

Lo studio sistematico condotto sul Ghiacciaio dei Forni, in alta Valtellina, ha permesso di ricostruire un modello genetico ed evolutivo dettagliato dei mulini glaciali nelle Alpi italiane. Le osservazioni, condotte dalla ricercatrice Paola Tognini a partire dal 1994, documentano tutte le fasi di vita di queste cavità.[5]

Tutto inizia da quello che i ricercatori chiamano proto-moulin: una semplice frattura nel ghiaccio, allargata dall’attrito dell’acqua e dalla fusione locale. In questa fase iniziale il pozzo può avere un diametro di pochi centimetri o decimetri, ma già una profondità significativa rispetto alle sue dimensioni.[5]

Con il passare delle settimane, se la portata d’acqua è sufficiente, il proto-mulino evolve in un pozzo sub-circolare. Le dimensioni crescono progressivamente: il diametro può raggiungere alcuni metri, la profondità supera i 40 metri. A questo stadio il mulino è pienamente attivo e inghiotte quantità consistenti di acqua.[5]

Osservazioni sul Ghiacciaio del Gorner, in Svizzera, mostrano che i mulini più sviluppati hanno un primo salto verticale che varia generalmente tra 40 e 60 metri, con casi eccezionali fino a 100 metri. Alla base del pozzo iniziale si apre tipicamente una forra stretta, con inclinazione compresa tra 15° e 45°, percorsa da flusso di tipo vadoso.[4][3]

Oltre i 50-80 metri di profondità, il comportamento del ghiaccio cambia radicalmente. A quella pressione il ghiaccio non si comporta più come un solido rigido: diventa plastico, fluisce lentamente e tende a richiudere i condotti dall’esterno. Le dimensioni del mulino tendono a diminuire con la profondità proprio per questo effetto di compressione plastica.[4]

Il ciclo di vita di un mulino glaciale, nelle Alpi, dura mediamente circa sei anni. Dopo aver raggiunto le dimensioni massime, il mulino viene progressivamente “sorpassato” da nuovi inghiottitoi che si formano a monte. Privato dell’alimentazione idrica, il vecchio mulino si fossilizza.[5]


Le profondità raggiunte: dai 40 ai 140 metri e oltre

Le misurazioni dirette nei mulini glaciali alpini hanno prodotto dati precisi. Sul Ghiacciaio del Gorner, speleologi italiani scesero nel 1985 e 1986 fino a profondità di 90 e 140 metri, un record assoluto a quell’epoca. Oggi le esplorazioni hanno documentato profondità variabili tra 30 e 140 metri dalla superficie.[6][4]

Le esplorazioni si fermano invariabilmente davanti a specchi d’acqua. A profondità variabili tra 70 e 150 metri si raggiunge la superficie di una falda idrica interna al ghiacciaio. Al di sotto, le cavità continuano allagate e inaccessibili.[4]

Il livello di questa falda non è stabile. Discese ripetute nello stesso mulino a distanza di poche decine di ore hanno mostrato variazioni del livello dell’acqua anche di diverse decine di metri. Sul Ghiacciaio Marconi, in Patagonia, è stata documentata una risalita di 30 metri in meno di mezz’ora, seguita da una discesa di 20 metri in meno di 5 minuti.[4]

Le variazioni di livello seguono un ritmo giornaliero correlato al ciclo termico: portate massime nel tardo pomeriggio, minime nelle ore prima dell’alba. A questi cicli si sovrappongono variazioni stagionali, con portate crescenti dall’inizio del disgelo fino al culmine dell’estate e decrescenti poi in autunno.[4]


Il reticolo sotterraneo: come i mulini si connettono a 100–150 metri di profondità

I modelli numerici sviluppati dai ricercatori dell’Associazione La Venta mostrano che le acque assorbite dai mulini fluiscono a profondità di 100-150 metri attraverso una rete di condotte con struttura ad albero. Questa struttura connette i diversi mulini tra loro, convogliando il flusso verso il letto roccioso del ghiacciaio e poi verso la bocca glaciale di valle.[4]

Il sistema è del tutto analogo a quello di un massiccio carsico. Esiste una superficie piezometrica interna al ghiacciaio, la cui quota varia in funzione dell’alimentazione e dello stato evolutivo del reticolo sommerso. Quando la pressione dell’acqua in profondità supera quella del ghiaccio sovrastante, si produce il cosiddetto galleggiamento del ghiacciaio, con aumento della velocità di scivolamento basale.[3][4]

I condotti immersi si mantengono aperti grazie a un equilibrio delicato tra due processi opposti. Da un lato, l’energia liberata dall’acqua in movimento asporta ghiaccio dalle pareti, mantenendo il condotto. Dall’altro, il collasso plastico del ghiaccio tende a richiuderlo. Il reticolo si stabilizza con diametri di sezione tali da equilibrare i due processi antagonisti, con velocità di flusso massime intorno al metro al secondo.[4]

Un aspetto fisicamente controintuitivo riguarda il comportamento dell’acqua nelle condotte profonde. Le acque che scendono verso zone più profonde riescono a sciogliere ulteriore ghiaccio anche raffreddandosi. Al contrario, le acque che risalgono depositano ghiaccio sulle pareti, tendendo a ostruire i condotti ascendenti. Questo processo tende a far migrare i condotti verso il basso nel tempo.[4]

La portata totale che transita attraverso i mulini di un grande ghiacciaio alpino in periodo di fusione intensa può raggiungere i 10 metri cubi al secondo. Un dato che rende questi inghiottitoi naturali tra i più attivi condotti idrici dell’intero arco alpino.[6]


La morte del mulino: fossilizzazione e collasso plastico del ghiaccio

La fine di un mulino glaciale è determinata da due fattori distinti. Il primo è la perdita dell’alimentazione idrica, dovuta alla formazione di nuovi mulini a monte che sottraggono il torrente che lo alimentava. Il secondo è il comportamento plastico del ghiaccio in profondità.[5]

Quando il mulino viene privato dell’acqua che lo percorreva, il ghiaccio circostante riprende a fluire lentamente verso il centro della cavità. Il processo di collasso plastico restringe progressivamente il condotto fino a obliterarlo. In condizioni normali, un mulino fossilizzato può scomparire nel giro di poche settimane.[5][4]

In inverno, con la cessazione completa dell’alimentazione idrica, i mulini tendono a collassare a profondità superiori a 50-60 metri. La pressione dell’acqua rimasta intrappolata nei condotti profondi controbilancia la spinta del ghiaccio, impedendo un collasso totale immediato. Gli ingressi in superficie, invece, tendono a chiudersi per rigelo e per l’accumulo di neve.[4]

Paradossalmente, questo allagamento invernale è probabilmente ciò che permette ai mulini di sopravvivere da una stagione all’altra. Quando il condotto si riempie d’acqua si forma ghiaccio secondario che consolida le pareti. In primavera, con la ripresa della fusione, i mulini che hanno superato l’inverno in questo stato si riattivano spesso nella medesima posizione dell’anno precedente.[3][5]

La posizione dei mulini sul ghiacciaio non è casuale. Le osservazioni sul Ghiacciaio dei Forni mostrano che i nuovi mulini si formano ogni anno nella stessa posizione rispetto al substrato roccioso, probabilmente in corrispondenza di rilievi del letto che creano tensioni nel ghiaccio sovrastante. Il movimento del ghiacciaio sposta il mulino vecchio verso valle, mentre uno nuovo si apre a monte, nello stesso punto topograficamente significativo: un ciclo che si ripete stagione dopo stagione.[5]

Studiare questi pozzi verticali significa accedere a informazioni dirette sull’interno di un ghiacciaio che altrimenti resterebbero inaccessibili. I mulini glaciali sono al tempo stesso oggetto di studio e strumento di indagine — una finestra aperta, per poche settimane all’anno, sulla fisica nascosta dei ghiacciai alpini.[7][8][3]

Fonti
[1] Come si formano le grotte nel ghiaccio, ricerca a cura di … https://www.scintilena.com/come-si-formano-le-grotte-nel-ghiaccio-ricerca-a-cura-di-eni-scuola/06/21/
[2] Mulino glaciale – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Mulino_glaciale
[3] [PDF] Morfologia ed evoluzione dei mulini del Ghiacciaio del Gorner … https://www.laventa.it/documenti/morfologia-ed-evoluzione-dei-mulini-del-gorner_35313.pdf
[4] [PDF] Grotte e mulini glaciali – LA VENTA Esplorazioni Geografiche https://www.laventa.it/documenti/grotte-e-mulini-glaciali_16275.pdf
[5] Modello genetico ed evolutivo dei mulini glaciali sulla base di … https://www.gfdq.glaciologia.it/index.php/GFDQ/article/view/1242
[6] 2313gorner.qxd https://www.laventa.it/documenti/moulins-and-marginal-contact-caves_66080.pdf
[7] Dentro i ghiacciai vallivi: cosa sta succedendo sotto la superficie del … https://www.scintilena.com/dentro-i-ghiacciai-vallivi-cosa-sta-succedendo-sotto-la-superficie-del-ghiaccio-alpino/03/08/
[8] Glaciospeleologia: documentazione dell’esplorazione delle grotte … https://www.scintilena.com/speleologia-glaciale-lesplorazione-della-grotta-del-pitztaler-gletscher/01/04/
[14] Comportamento di una grande diga sotto il gelo spinto https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/download/5118/5187
[16] Groenlandia: Inondazione Crea un Vuoto Subglaciale di Due Chilometri – Scintilena https://www.scintilena.com/groenlandia-inondazione-crea-un-vuoto-subglaciale-di-due-chilometri/08/15/
[17] Gli speleologi alla ricerca di grotte glaciali in Val Venosta https://www.scintilena.com/gli-speleologi-alla-ricerca-di-grotte-glaciali-in-val-venosta/08/26/
[18] Grotte glaciali himalayane: acceleratori silenziosi dello scioglimento dei ghiacciai – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-glaciali-himalayane-acceleratori-silenziosi-dello-scioglimento-dei-ghiacciaisottotitolo-formazioni-sotterranee-scavate-dallacqua-di-fusione-minacciano-linstabilita-idrogeologica-e-le-comu/02/06/
[19] Glossario speleologico UIS – Lettera ‘a’ Traduzione in italiano https://www.scintilena.com/glossario-speleologico-uis-lettera-a-traduzione-in-italiano/07/22/
[20] Morteratsch 2015 https://www.scintilena.com/morteratsch-2015/10/20/
[21] La Memoria Radioattiva Nascosta nelle Grotte di Ghiaccio https://www.scintilena.com/le-grotte-glaciali-come-archivi-di-radioattivita-ambientale-pre-moderna/07/25/
[22] “Ghiacciai nascosti. La vita nelle grotte con ghiaccio”: ricerca, clima … https://www.scintilena.com/ghiacciai-nascosti-la-vita-nelle-grotte-con-ghiaccio-ricerca-clima-ed-ecosistemi-invisibili-nelle-prealpi-venete/01/28/
[23] Coleotteri Troglobi: Nuova Ricerca Rivela Come Profondità … https://www.scintilena.com/coleotteri-troglobi-nuova-ricerca-rivela-come-profondita-e-connettivita-influenzano-la-variabilita-morfologica/10/04/
[25] Dentro i Ghiacciai Alpini: Una Serata di Esplorazioni e Ricerche https://www.scintilena.com/dentro-i-ghiacciai-alpini-una-serata-di-esplorazioni-e-ricerche/11/17/
[26] Vulnerabilità degli acquiferi carsici in ambiente alpino https://www.scintilena.com/vulnerabilita-degli-acquiferi-carsici-in-ambiente-alpino-nuovo-approccio-di-modellazione-numerica/08/07/
[27] Suppl. Geogr. Fis. Dinam. Quat. http://www.glaciologia.it/wp-content/uploads/Supplementi/FullText/SGFDQ_V_FullText/18_SGFDQ_V_Piccini_151_156.pdf
[28] Cervinia, torrenti con acqua di fusione sul versante italiano del … https://www.youtube.com/watch?v=2U-j9BoQPKg
[29] “I turisti si fanno i selfie, ma quel laghetto di fusione in fondo al … https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/attualita/2025/i-turisti-si-fanno-i-selfie-ma-quel-laghetto-di-fusione-in-fondo-al-ghiacciaio-a-3185-metri-e-una-lapide-e-ogni-anno-diventa-piu-grande
[30] [PDF] Morfologia dei ghiacciai – CAI SEM Milano https://caisem.org/scuola/didattica/generale/Morfologia_ghiacciai.pdf
[31] Con gli scienziati al capezzale dei ghiacciai in fusione. – Corriere https://www.corriere.it/animali/biodiversita/25_settembre_03/con-gli-scienziati-al-capezzale-dei-ghiacciai-in-ritirata-calo-drammatico-ma-si-puo-ancora-provare-a-resistere-e78faf5b-d9f1-4575-ac2a-8247f1e68xlk.shtml
[32] [PDF] Glaciologia e geomorfologia glaciale – Forme epiglaciali https://ssu.elearning.unipd.it/pluginfile.php/1054056/mod_folder/content/0/Lezione%20GLACIO_02-Forme%20epiglaciali.pdf?forcedownload=1
[33] Permafrost e risorse idriche – Arpa Piemonte https://www.arpa.piemonte.it/scheda-informativa/permafrost-risorse-idriche
[34] [PDF] I GHIACCIAI, UN BENE GEOMORFOLOGICO IN RAPIDA … https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/6944/6262
[35] [PDF] 1.2. Caratteristiche geologiche e idrogeologiche https://www.atobergamo.it/allegati/39_2_67_Capitolo%201.2%20Caratteristiche%20geologiche%20e%20idrogeologiche.pdf

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Perché le AI Generative Falliscono in Geografia: Errori di Localizzazione, Prossimità e Allucinazioni

Máj 1st 2026 at 13:00

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Il report analizza nove aree chiave:

  1. La natura strutturale del problema — gli LLM predicono testo, non calcolano geometrie: è come navigare usando solo recensioni di ristoranti invece di una mappa.[scintilena]
  2. Le allucinazioni come proprietà emergente inevitabile — non un bug occasionale, ma una conseguenza delle proprietà geometriche degli spazi latenti ad alta dimensionalità.[scintilena]
  3. Il bias gerarchico spaziale — forse l’errore più documentato: GPT-4 sbaglia nell’87% dei casi quando la direzione reale tra due città contradice la gerarchia del paese/regione di appartenenza (es. Toronto percepita “a nord” di Portland perché il Canada è nord degli USA).[suprmind]
  4. Disambiguazione toponimica fragile — la stessa frase riformulata produce risultati opposti; GPT-4 non riesce a concludere che 24 miglia è più vicino di 276 miglia.[sas]
  5. Bias verso il Global North — Africa sub-sahariana, America Latina, Medio Oriente sistematicamente penalizzati per scarsità di dati nelle lingue dominanti.[ibm +1]
  6. Il test della Mongolia (2025) — 9 LLM su 12 affermavano con sicurezza che il Kazakhstan confina con la Mongolia, il che è falso.[arxiv +1]
  7. Implicazioni per la speleologia — grotte, sistemi carsici e aree sotterranee sono tra le entità geografiche più sottorapresentate nei corpus di addestramento.[moxoff +1]
  8. Tassi di allucinazione — da 0,7% (Gemini Flash) fino al 48% su compiti specifici (o4-mini), con perdite economiche globali da 67,4 miliardi di dollari nel 2024.[singlegrain +1]
  9. Soluzioni — RAG riduce le allucinazioni del 71%; l’integrazione con motori GIS esterni è la strada maestra per la precisione spaziale.

Limitazioni Strutturali Profonde

Le intelligenze artificiali generative basate su Large Language Models (LLM) presentano limitazioni strutturali profonde quando si confrontano con domande geografiche. Non elaborano mappe, non calcolano coordinate, non comprendono la geometria dello spazio reale: si limitano a predire testo sulla base di associazioni statistiche apparse durante l’addestramento. Questo porta a errori sistematici di localizzazione, di prossimità e di orientamento, oltre a vere e proprie allucinazioni geografiche — ovvero invenzioni di luoghi, confini, distanze e relazioni spaziali che non esistono. Il tasso globale medio di allucinazioni tra tutti i modelli si attesta intorno al 9,2% per domande di conoscenza generale, con picchi del 18,7% su domande giuridiche e del 15,6% su domande mediche.[^1][^2][^3]


1. Cosa sono gli LLM e perché non “capiscono” lo spazio

Gli LLM (Large Language Models), come GPT-4, Gemini o Claude, sono sistemi addestrati su enormi corpus testuali — miliardi di pagine di testo estratte da web, libri, articoli, forum. Il loro meccanismo fondamentale è la predizione statistica del token successivo: data una sequenza di parole, il modello calcola quale parola è più probabile che segua, in base ai pattern visti durante l’addestramento.[^4][^5]

Questo approccio ha prodotto risultati straordinari nella comprensione e produzione del linguaggio, ma porta con sé un limite fondamentale: i modelli non elaborano mappe né costruiscono rappresentazioni mentali di luoghi. Non calcolano distanze, non tracciano percorsi su reti stradali, non interpretano coordinate geografiche come un sistema GIS. Come ha osservato HERE Technologies nel 2026: “Chiedere a un LLM di calcolare relazioni spaziali è come chiedere a qualcuno di navigare in una città usando solo recensioni di ristoranti e blog di viaggio, invece di una mappa e una bussola”.[^6]

Quando si chiede a un LLM di trovare il panificio più vicino a un parco londinese, il modello recupera informazioni testuali e suggerisce un luogo — ma non calcola la distanza effettiva sulla rete stradale tra il parco e le opzioni disponibili. Il risultato può sembrare corretto ma spesso non lo è. La distanza è una proprietà geometrica, non linguistica: un LLM non può calcolarla affidandosi solo al testo.[^6]


2. Il fenomeno delle allucinazioni: origini e meccanismi

2.1 Definizione e natura strutturale

Le “allucinazioni” nei testi generati dall’AI si manifestano con l’inserimento di informazioni inesatte, inventate o completamente errate, pur mantenendo una struttura linguistica apparentemente plausibile e fluente. Il termine è usato metaforicamente: l’AI non ha coscienza né percezione, ma produce contenuti che sembrano coerenti pur essendo falsi. Non si tratta di un difetto occasionale: secondo ricercatori dell’Università di arXiv (2025), le allucinazioni sono un’emergenza inevitabile di qualsiasi modello generativo che tenti di produrre dati strutturati complessi.[^2][^7][^8][^9][^4]

La spiegazione geometrica è rigorosa: i modelli generativi imparano una mappatura da dati ad alta dimensionalità a rappresentazioni latenti. I dati reali si distribuiscono su sottospazi a bassa dimensione all’interno di uno spazio molto più grande. Quando il modello campiona regioni dello spazio latente non supportate dai dati di addestramento, il risultato è una allucinazione. L’enorme compressione dell’addestramento garantisce quasi matematicamente che molti output vengano generati in zone dove i dati forniscono poca guida.[^8]

2.2 Cause tecniche principali

Dati di addestramento incompleti o errati. I modelli vengono addestrati su corpus testuali che possono contenere informazioni errate, obsolete, incomplete o fortemente sbilanciate. La mancanza di aggiornamenti in tempo reale e l’assenza di selezione accurata delle fonti portano il modello a fare affidamento su dati imprecisi.[^10][^5][^2]

Assenza di sistemi di verifica integrati. Gli LLM producono testi sulla base di probabilità statistiche, senza effettuare confronti con fonti attendibili in tempo reale. Non dispongono di meccanismi di verifica incrociata autonoma: il modello non “sa” di aver sbagliato e non si autocorregge.[^9][^2]

Bias nel processo di addestramento. Se il dataset di addestramento contiene pregiudizi culturali, sociali o geografici, il modello apprende comportamenti incoerenti e produce risposte “allucinate” che riflettono tali distorsioni.[^5][^9]

Plausibilità locale vs. coerenza globale. I modelli generativi catturano dipendenze a breve raggio molto meglio di quelle a lungo raggio. Producono frasi localmente coerenti che falliscono a livello di argomento esteso o di struttura complessiva. Un LLM può produrre paragrafi geograficamente plausibili che si contraddicono a distanza di pochi capoversi.[^7]


3. Errori geografici specifici: le quattro categorie principali

3.1 L’assenza di ragionamento spaziale vero

La categoria di errore più fondamentale riguarda l’incapacità strutturale degli LLM di ragionare nello spazio geometrico. I modelli inferiscono la prossimità da descrizioni testuali, non dal calcolo delle distanze tramite coordinate geografiche e reti stradali. Due luoghi che appaiono spesso menzionati insieme in testi simili finiscono per avere embedding vicini nello spazio vettoriale del modello — anche se nella realtà geografica potrebbero essere a migliaia di chilometri di distanza.[^11][^6]

Uno studio del GDELT Project del 2025-2026 ha dimostrato che GPT-4, tra i modelli più avanzati disponibili, fallisce in modo consistente nella disambiguazione spaziale anche in casi elementari: il modello identificava correttamente le coordinate di due città ma poi, interrogato sulla direzione tra esse, forniva una risposta errata — incapace di utilizzare le stesse coordinate che aveva appena enunciato per calcolare la risposta corretta.[^12]

3.2 Il bias gerarchico spaziale (Hierarchical Spatial Bias)

Uno degli errori più documentati e sistematici è il bias gerarchico spaziale, identificato da ricercatori della Heidelberg University. Gli LLM tendono a inferire la posizione relativa di città basandosi sulla posizione relativa delle regioni o paesi che le contengono, anziché sulle coordinate reali. Questo rispecchia un errore cognitivo umano ben documentato in psicologia cognitiva (Tversky, 1992): gli esseri umani organizzano la memoria spaziale gerarchicamente, per stati e paesi.[^13]

Il caso emblematico è Portland-Toronto: Toronto si trova geograficamente a sud di Portland, Oregon. Eppure quasi tutti gli LLM (e molti esseri umani) rispondono che Toronto è a nord, perché il Canada si trova a nord degli Stati Uniti. In un benchmark di 14 domande di direzione intercardinalità condotto su GPT-3.5, GPT-4 e Llama-2, i risultati sono stati eloquenti:[^13] Categoria di domanda GPT-4 GPT-3.5 Llama-2 Senza bias gerarchico sospetto 85,7% 85,7% 88,6% Con bias gerarchico sospetto 32,9%15,7%7,1% Accuratezza complessiva 55,3% 47,3% 44,7%

GPT-4 — il modello più avanzato testato — commette errori nell’87% dei casi in cui entrano in gioco le gerarchie geografiche e la direzione reale va contro la percezione gerarchica. Il modello fallisce su Monaco ? Chicago (tutti i modelli 0/20 risposte corrette), su Reno vs. San Diego, su Toronto vs. Portland.[^13]

3.3 Disambiguazione toponimica fragile e instabile

Un’altra criticità grave è la disambiguazione dei toponimi: la capacità di determinare a quale luogo si riferisce un nome quando esistono molti luoghi con lo stesso nome. Negli USA ci sono almeno 11 città chiamate “Urbana”; in tutto il mondo migliaia di esempi simili. In teoria, gli LLM dovrebbero eccellere in questo compito avendo “visto” quasi ogni possibile frase contenente il termine “Paris” nei diversi contesti (France vs. Illinois). In pratica, la realtà è molto meno incoraggiante.[^14]

Il GDELT Project ha documentato nel 2025 una fragilità estrema: GPT-4 correttamente disambiguava “Champaign” come città dell’Ohio quando veniva detto che il soggetto non aveva mai lasciato l’Ohio — ma la stessa input, riformulato diversamente, faceva tornare il modello alla risposta default “Champaign, Illinois”. Perfino aggiungendo esplicitamente la distanza geografica (“24 miglia da una città dell’Ohio vs. 276 da Illinois”), GPT-4 continuava a localizzare il luogo in Illinois, incapace di ragionare che 24 miglia è molto più vicino di 276. La disambiguazione dipende quasi interamente dalla formulazione esatta della domanda, non dal ragionamento logico-spaziale.[^12][^14]

3.4 Bias occidentale e sottorappresentazione geografica

Gli LLM mostrano un forte bias verso regioni geografiche ben documentate in inglese e nelle lingue occidentali — specialmente USA, Europa occidentale, paesi anglosassoni. Le regioni meno documentate, come piccoli comuni, borghi rurali, aree montane o sotterranee, risultano poco o malamente rappresentate nei corpus di addestramento.[^15][^1]

Il GDELT Project ha riscontrato che LLM avanzati estraggono correttamente i nomi geografici di luoghi molto noti in copertura globale (media occidentale), ma falliscono miseramente nell’identificare nomi più localizzati meno presenti nel web anglofono — escludono perfino capitali come Mosca in alcune esecuzioni, con risultati diversi ad ogni run.[^15]

Lo studio WorldBench (ACM FAccT 2024) ha quantificato queste disparità confrontando le prestazioni degli LLM su domande di conoscenza fattuale relative a diversi paesi: gli errori erano significativamente più elevati per i paesi dell’Africa sub-sahariana rispetto al Nord America. Un’analisi separata su fact-checking geografico (arXiv 2025) ha confermato: tutti gli LLM testati mostrano performance peggiori per le affermazioni provenienti dal Global South — Africa, America Latina, Medio Oriente — con differenze statisticamente significative (p ? 0.01).[^16][^17]


4. Errori di prossimità: come gli LLM “stimano” le distanze

Il problema della prossimità è sottile ma pervasivo. Gli LLM deducono la “vicinanza” di due luoghi dalla frequenza con cui appaiono insieme in contesti simili nei testi di addestramento — non da calcoli geometrici. Due luoghi turisticamente famosi e spesso menzionati insieme (es. Roma e Firenze, o Parigi e Versailles) finiranno per avere embedding “vicini” nello spazio vettoriale del modello, il che porta il modello a considerarli “vicini” anche in risposta a domande geografiche dirette.[^11]

Il fenomeno “lost-in-distance“, documentato da Firooz et al. (2024-2025 in arXiv), evidenzia che la performance degli LLM su compiti che richiedono di ragionare su relazioni tra elementi distanti nel contesto degrada significativamente con l’aumentare della distanza tra i punti informativi rilevanti. Questo vale sia per grafi informativi astratti che — per estensione — per relazioni geografiche che dipendono da combinazioni di informazioni distribuite nel testo.[^18][^19]

Marzo 2025: ricercatori dell’Università di Toronto hanno testato 12 LLM principali chiedendo di elencare tutti i paesi confinanti con la Mongolia. Nove modelli su dodici hanno risposto con sicurezza che il Kazakhstan confina con la Mongolia, nonostante i due paesi non condividano alcun confine. I modelli si basavano su co-occorrenze testuali (“paesi dell’Asia centrale”, “ex repubbliche sovietiche vicine”) invece di verificare la topologia reale.[^20][^21]


5. Bias nei dati di addestramento: radici strutturali del problema

5.1 La geografia come specchio dell’internet

I dati su cui vengono addestrati gli LLM rispecchiano la distribuzione dell’informazione disponibile su internet e nelle biblioteche digitali — e questa distribuzione è profondamente squilibrata. Le nazioni con alta produzione editoriale digitale in inglese, francese, spagnolo e tedesco sono massivamente sovrarappresentate. Aree rurali, lingue minority, regioni povere o a bassa digitalizzazione sono sottorappresentate o del tutto assenti.[^22][^23]

La ricerca “Large Language Models are Geographically Biased” (arXiv, 2024) ha dimostrato che gli LLM mostrano bias sistematici in previsioni geospaziali oggettive, e che questi bias si correlano con indicatori socioeconomici — i modelli producono output sistematicamente peggiori per regioni con PIL pro capite più basso. In ambito di bias regionale pre-addestramento (HERB, arXiv 2022), i bias su gruppi regionali sono risultati fortemente influenzati dal clustering geografico: regioni percepite come “lontane” o “periferiche” nel corpus di addestramento ricevono trattamenti meno accurati.[^23][^24][^22]

5.2 Il problema della geografia dinamica

Anche dove i dati esistono, la geografia è in continua evoluzione: comuni che si accorpano o si scindono, infrastrutture nuove, modifiche dei confini amministrativi, rinumerazione delle strade, cambiamenti di denominazione. I modelli addestrati su dati con un certo anno di cutoff rispecchiano la realtà geografica di quell’anno — non quella attuale. Senza accesso a database aggiornati in tempo reale, l’AI rischia di fornire informazioni obsolete.[^1][^6]

5.3 Errori di correlazione linguistica e toponimi esteri

L’AI può commettere errori di correlazione linguistica: associare luoghi a paesi o regioni sbagliate semplicemente perché appaiono frequentemente insieme nei testi. La gestione di toponimi stranieri è particolarmente problematica quando i nomi sono omografi in lingue diverse (es. “Lima” può essere la capitale del Perù o una città in Ohio, Pennsylvania, Ohio…) o quando i nomi locali sono diversi dai nomi in lingua di addestramento.[^1]

Il GDELT Project ha documentato come gli LLM avanzati mostrino instabilità estrema nella estrazione geografica: la stessa identica domanda genera liste di luoghi diverse ad ogni esecuzione, include città che non erano menzionate nel testo originale (allucinazione di luoghi), e può escludere città capitali importanti come Mosca in modo del tutto casuale.[^15]


6. Implicazioni per la divulgazione scientifica specialistica

6.1 Il caso della speleologia

Nel contesto della divulgazione scientifica specialistica — come quella speleologica — le criticità geografiche degli LLM si manifestano in modi particolarmente insidiosi. Le grotte, i sistemi carsici, i massicci montuosi, i bacini idrografici sotterranei sono entità geografiche di per sé scarsamente rappresentate nei dati di addestramento: molto pochi testi digitali descrivono accuratamente la posizione di un abisso specifico, le sue relazioni topologiche con le grotte vicine, la sua appartenenza a un determinato sistema carsico.[^1]

Questo porta a errori tipici: confusione tra cavità con nomi simili, localizzazione errata di sistemi carsici (es. indicare una grotta in una regione sbagliata), allucinazione di distanze e relazioni tra ingressi, confusione tra sistema carsico e il comune administrativo o la montagna in cui si trova. La Scintilena ha documentato come tali allucinazioni si manifestino spesso in “piccoli particolari che possono sfuggire al controllo umano” — un dettaglio errato su una quota, una misura sbagliata, una relazione spaziale invertita.[^2][^1]

6.2 L’importanza del controllo umano esperto

In ambito divulgativo scientifico, l’accuratezza delle informazioni è fondamentale per garantire la fiducia dei lettori e la sicurezza degli esploratori. Le allucinazioni geografiche nei testi speleologici possono avere conseguenze concrete: informazioni errate su percorsi, ingressi, pericoli idrologici o relazioni tra cavità. L’approccio più corretto è un sistema ibrido dove l’AI accelera la produzione di bozze e sintesi, ma un controllo umano esperto verifica sistematicamente tutti i dati geografici prima della pubblicazione.[^2]


7. Dati quantitativi sul tasso di allucinazione

Il tasso di allucinazione varia significativamente tra modelli e tipologie di compito: Modello Tasso generale (2025) Contesto di misurazione Google Gemini-2.0-Flash-001 0,7% Benchmark Vectara (riassunti) Google Gemini-2.0-Pro-Exp 0,8% Benchmark Vectara OpenAI o3-mini-high 0,8% Benchmark Vectara GPT-4o 1,5% Benchmark Vectara Claude 3.5 Sonnet 4,4% Benchmark Vectara Claude 3 Opus 10,1% Benchmark Vectara Media su tutti i modelli ~9,2% Conoscenza generale OpenAI o3 (reasoning) 33% Domande su persone specifiche OpenAI o4-mini (reasoning) 48% Domande su persone specifiche

[^25][^3]

I dati mostrano un paradosso inquietante: i modelli di “reasoning” avanzato — progettati per ragionare meglio — mostrano tassi di allucinazione ben peggiori su domande specifiche. Le perdite economiche globali legate alle allucinazioni AI hanno raggiunto 67,4 miliardi di dollari nel 2024, e il 47% dei dirigenti d’azienda ha preso almeno una decisione importante basandosi su contenuti AI poi rivelatisi falsi.[^3]


8. Soluzioni e strategie di mitigazione

8.1 Retrieval-Augmented Generation (RAG)

La tecnica più efficace ad oggi è la Retrieval-Augmented Generation (RAG), che riduce le allucinazioni del 71% se implementata correttamente. Il RAG non si affida esclusivamente alla conoscenza parametrica del modello, ma integra in tempo reale documenti recuperati da database affidabili e aggiornati. Per applicazioni geografiche, questo significa collegare il modello a gazetteers, database GIS, OpenStreetMap o altri sistemi cartografici.[^21][^20][^25]

8.2 Integrazione con motori GIS esterni

Diversi studi identificano l’integrazione degli LLM con motori GIS esterni come la strada più promettente per i compiti che richiedono precisione spaziale. Il modello gestisce l’interpretazione del linguaggio naturale dell’utente e la comunicazione dei risultati, mentre calcoli di distanza, buffer, routing e relazioni topologiche vengono delegati a sistemi computazionali deterministici (es. QGIS, ArcGIS, PostGIS, HERE, Google Maps API). Questo approccio combina i punti di forza di entrambe le tecnologie.[^6][^13]

8.3 Modelli specializzati per dominio geografico

Ricerche del GDELT Project hanno dimostrato che piccoli modelli compatti addestrati specificamente sul dominio geografico superano sistematicamente modelli generali molto più grandi per compiti di geocoding e disambiguation. Un modello da pochi miliardi di parametri addestrato su corpus geografici curati, gazetteers e dati georeferenziati produce risultati più affidabili di GPT-4 nelle applicazioni geografiche specializzate.[^14]

8.4 Architetture multimodali e location encoders

Una direzione di ricerca promettente è l’introduzione di location encoders — funzioni neurali che convertono coordinate geografiche in embedding direzionali preservando distanza, direzione e contesto spaziale. Questo tenterebbe di “tokenizzare” i dati spaziali in modo che gli LLM possano leggerli come testo arricchito di struttura geometrica. Tuttavia, gli esperti avvertono che anche con embedding migliori, gli LLM non sono motori spaziali e non possono unire poligoni, bufferizzare linee costiere o filtrare raster per valori di pixel.[^26]

8.5 Alta qualità dei dati di addestramento

Come indicato dalla ricerca di Heidelberg University, poiché il bias gerarchico spaziale deriva almeno in parte direttamente da errori e semplificazioni nelle descrizioni di entità geografiche nei dati di addestramento, dati di alta qualità con descrizioni dettagliate possono migliorare la performance del modello. Il modello può anche essere addestrato direttamente sulle relazioni spaziali di interesse, per migliorare sia la memoria che la capacità di inferenza su relazioni non note.[^13]


9. Prospettive future e limiti irreducibili

La ricerca teorica indica che le allucinazioni nei modelli generativi non sono un problema che scomparirà con il semplice aumento della scala del modello o dei dati di addestramento. Come argomentato in uno studio arXiv del 2025, anche massivi aumenti nella quantità di dati di addestramento non elimineranno le allucinazioni di tipo strutturale, poiché queste derivano da proprietà geometriche intrinseche degli spazi latenti ad alta dimensionalità.[^8]

Il problema del ragionamento spaziale geografico richiede probabilmente soluzioni architetturali fondamentalmente diverse: sistemi ibridi neuro-simbolici, integrazione con motori computazionali specializzati, o architetture multimodali che integrino mappe e immagini satellitari come modalità di input accanto al testo. Proposte come il Geospatial Awareness Layer (GAL) — che ancora agenti LLM in dati strutturati della Terra (terreno, infrastrutture, dati demografici, meteo) — rappresentano tentativi concreti di superare il gap tra ragionamento linguistico e intelligenza spaziale reale.[^27]

L’evoluzione verso sistemi ibridi dove automazione e controllo umano si integrano — e dove le limitazioni geografiche degli LLM sono note e gestite — rappresenta la strada più realistica per un utilizzo affidabile dell’AI generativa in contesti dove la precisione geografica è criticamente importante


Immagina un armadio gigantissimo

Quando un’AI impara, è come se riempisse un armadio enorme — grande come un palazzo — con milioni di cassetti. In ogni cassetto mette un “pezzo di conoscenza” preso dai testi che ha letto: un fatto su Roma, una ricetta, la storia di un personaggio, la posizione di una città…

Il problema è che i cassetti sono tantissimi — miliardi — e i fatti veri che ha imparato riempiono solo una piccola parte di tutti quei cassetti.


Cosa succede quando le viene fatta una domanda?

Quando le fai una domanda, l’AI non va a cercare la risposta giusta in un libro o su internet. Invece, apre i cassetti più vicini a quello che hai chiesto e combina quello che trova lì dentro.

Se la domanda cade esattamente su un cassetto che ha dati veri ? risposta giusta

Ma se la domanda cade su uno dei miliardi di cassetti vuoti o quasi vuoti… l’AI non dice “non lo so”. Invece inventa qualcosa di plausibile, combinando pezzi dai cassetti vicini. Il risultato sembra giusto, suona bene — ma è falso. Questa è un’allucinazione.


Perché “inevitabile”?

Perché i cassetti vuoti ci saranno sempre. Non importa quanto grande sia l’armadio o quanti libri l’AI abbia letto: ci saranno sempre zone dell’armadio dove non è arrivata abbastanza informazione. È una questione matematica — come dire che in una biblioteca grandissima ci saranno sempre degli scaffali polverosi che nessuno ha ancora riempito bene.

Quindi non è che gli ingegneri hanno fatto un errore: è che la struttura stessa del sistema — quegli spazi latenti ad alta dimensionalità, cioè quell’armadio enorme — contiene per forza delle zone buie dove l’AI “brancola nel buio” e inventa.


In sintesi: l’AI non mente apposta. Semplicemente, quando non sa una cosa, non si ferma — riempie il vuoto con la risposta più probabile, anche se è sbagliata. Ed è impossibile eliminare completamente tutti i vuoti. ??

Fonti


Conclusioni

Le AI generative falliscono in geografia per ragioni profonde e strutturali: non sono progettate per il ragionamento spaziale, ma per la previsione testuale. I loro bias geografici riflettono squilibri nei dati di addestramento, errori cognitivi umani codificati nei testi, l’impossibilità intrinseca di calcolare distanze e orientamenti senza computazione geometrica. Il bias gerarchico spaziale porta GPT-4 a sbagliare nell’87% dei casi di domande con tensione tra gerarchia e realtà geografica; la disambiguazione toponimica è fragile e dipende dalla formulazione esatta; il Global South è sistematicamente penalizzato; e anche i modelli più avanzati allucinano luoghi con sicurezza.[^17][^20][^16][^12][^15][^13]

La consapevolezza di questi limiti — unita all’adozione di strategie di mitigazione come RAG, integrazione GIS e controllo umano esperto — è il primo e più importante passo verso un utilizzo responsabile ed efficace dell’intelligenza artificiale generativa in tutti i contesti dove la precisione geografica è non negoziabile: dalla divulgazione speleologica alla gestione delle emergenze, dalla pianificazione territoriale alla ricerca scientifica sul campo.


References

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[76] La newsletter BCRA di marzo 2026 annuncia workshop, escursioni … https://www.scintilena.com/ora-ho-raccolto-informazioni-sufficienti-per-scrivere-larticolo-procedo-con-la-stesura/03/05/
[77] Mauro Kraus eletto presidente della Federazione Speleologica del Friuli … https://www.scintilena.com/mauro-kraus-eletto-presidente-della-federazione-speleologica-del-friuli-venezia-giulia-il-nuovo-direttivo-2026-2028/03/01/
[78] Convegno: Cavità di origine antropica, modalità d’indagine, aspetti … https://www.scintilena.com/convegno-cavita-di-origine-antropica-modalita-dindagine-aspetti-di-catalogazione-analisi-della-pericolosita-monitoraggio-e-valorizzazione/11/28/
[79] Complesso carsico Bueno Fonteno-Nueva Vida: 750 metri di nuove … https://www.scintilena.com/complesso-carsico-bueno-fonteno-nueva-vida-750-metri-di-nuove-gallerie-esplorati-in-una-sola-giornata/03/03/
[80] Monitoraggio biologico nelle grotte. censiti pipistrelli tricolore … https://www.scintilena.com/pero-gli-americani-fanno-anche-cose-buone/03/04/
[81] A Kranj il 19° Incontro Europeo del Soccorso Speleologico – Scintilena https://www.scintilena.com/a-kranj-il-19-incontro-europeo-del-soccorso-speleologico/04/26/
[82] La Ruta de las Alas e Refugio IKA: il corridoio di grotte che … https://www.scintilena.com/la-ruta-de-las-alas-e-refugio-ika-il-corridoio-di-grotte-che-puo-salvare-un-pipistrello-fantasma/02/06/
[83] Editorial https://www.icaseonline.net/journal/index.php/sei/article/view/882
[84] Tackling Bias in Pre-trained Language Models: Current Trends and
Under-represented Societies https://arxiv.org/pdf/2312.01509.pdf
[85] Fairness in LLM-Generated Surveys http://arxiv.org/pdf/2501.15351.pdf
[86] Where Are We? Evaluating LLM Performance on African Languages https://arxiv.org/html/2502.19582v1
[87] How Geographic Origin Influences LLMs’ Entity Deduction Capabilities https://openreview.net/forum?id=hJtvCfDfs1&noteId=Z84uEMzjYI
[88] AI Hallucinations Nearly Double — Here’s Why They’re Getting … https://www.vktr.com/ai-technology/ai-hallucinations-nearly-double-heres-why-theyre-getting-worse-not-better/
[89] Reducing hallucination in structured outputs via Retrieval … https://arxiv.org/abs/2404.08189
[90] Detecting Hallucinations in Retrieval-Augmented Generation via … https://arxiv.org/abs/2601.03052
[91] How to Prevent AI Hallucinations with Retrieval Augmented … https://www.itconvergence.com/blog/how-to-overcome-ai-hallucinations-using-retrieval-augmented-generation/
[92] Real human data from South Africa to finetune your LLM models https://www.geopoll.com/real-human-data-from-south-africa-to-finetune-your-llm-models/
[93] Reducing Hallucinations in Clinical LLMs Using Retrieval … https://www.makebot.ai/blog-en/clinical-llm-rag-hallucination-mitigation
[94] How Geographic Origin Influences LLMs’ Entity Deduction Capabilities https://arxiv.org/html/2508.05525v1
[95] Are AI Hallucinations Getting Better or Worse? We Analyzed the Data https://www.scottgraffius.com/blog/files/ai-hallucinations-2026.html
[96] Understanding Retrieval Augmented Generation (RAG). A response … https://www.ontoforce.com/blog/understanding-retrieval-augmented-generation-rag.-a-response-to-hallucinations

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Le doline più grandi del mondo: cinque approfondimenti per esplorare gli abissi più imponenti del pianeta

Máj 1st 2026 at 11:00

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Una serie di approfondimenti speleologici guida i lettori attraverso le più grandi cavità naturali da crollo, dai tiankeng cinesi ai blue hole, dalle foreste sommerse venezuelane alle sorprese italiane


Le doline più grandi del mondo, un tema che la speleologia studia da decenni

Le doline più grandi del mondo rappresentano uno dei fenomeni carsici più studiati e, al tempo stesso, meno conosciuti dal grande pubblico. Si tratta di cavità naturali formatesi nel corso di millenni attraverso processi di dissoluzione chimica, crollo di volte sotterranee o subsidenza progressiva del suolo. Le loro dimensioni possono raggiungere centinaia di metri di profondità e larghezza. Sul fondo di alcune di esse crescono foreste vergini mai toccate dall’uomo.

Scintilena ha dedicato a questo argomento una serie di cinque articoli. Ogni contributo affronta una dolina o un gruppo di doline specifico, con dati tecnici, storia delle esplorazioni e contesto geologico. L’obiettivo è offrire un percorso di lettura strutturato, adatto sia agli speleologi esperti sia a chi si avvicina per la prima volta alla geomorfologia carsica.


Primo articolo: il tiankeng cinese che detiene tutti i primati

Il primo articolo della serie è dedicato allo Xiaozhai Tiankeng, nel Chongqing. È considerata la dolina più profonda del mondo, con 662 metri di profondità e un volume stimato di circa 119 milioni di metri cubi. La cavità ospita un fiume sotterraneo parzialmente inesplorato e un ecosistema con oltre 1.200 specie vegetali e animali.

L’articolo spiega anche cos’è un tiankeng, termine tecnico introdotto nel 2001 per distinguere le grandi doline da collasso carsico dalle cavità di minor scala.

Xiaozhai Tiankeng: dentro la dolina più profonda del mondo, dove una foresta primordiale sopravvive nell’ombra dell’abisso — [LINK 1]


Secondo articolo: la battaglia dei record tra le doline sommerse

Le doline marine, chiamate blue hole, sono cavità formatesi durante le glaciazioni quaternarie e successivamente sommerse dall’innalzamento del livello del mare. Il secondo articolo mette a confronto il Great Blue Hole del Belize — 318 metri di diametro, conosciuto in tutto il mondo grazie alle esplorazioni di Jacques Cousteau — con il Taam Ja’ Blue Hole in Messico, rimisurazioni del 2023, che con i suoi oltre 420 metri di profondità potrebbe superare qualsiasi altra dolina sottomarina conosciuta.

L’articolo analizza anche le difficoltà tecniche di misurazione e il confine sempre più sfumato tra speleologia e oceanografia.

Great Blue Hole vs Taam Ja’: la guerra dei record tra le doline sommerse che nessuno riesce a misurare davverohttps://www.scintilena.com/great-blue-hole-vs-taam-ja-la-guerra-dei-record-tra-le-doline-sommerse-che-nessuno-riesce-a-misurare-davvero/05/01/


Terzo articolo: la dolina impossibile sulla cima di un tepui venezuelano

La Sima Humboldt, nel Parco Nazionale Jaua-Sarisariñama in Venezuela, rappresenta un caso anomalo nella geomorfologia delle doline. Si trova sulla sommità di un tepui, la tipica montagna a tavola dell’America del Sud, ed è scavata nella quarzite. Si tratta di un materiale che i manuali di geologia descrivono come sostanzialmente insolubile. Eppure la dolina esiste: 314 metri di profondità, pareti verticali, e una foresta sul fondo mai raggiunta prima del 1974.

Il terzo articolo ripercorre la storia delle esplorazioni e spiega il meccanismo di dissoluzione dei silicati che rende possibile questo tipo di carsismo non convenzionale.

Sima Humboldt: la dolina nella quarzite che ha sfidato la geologia, nascosta sulla cima di un tepui venezuelano — [LINK 3]


Quarto articolo: il Geoparco UNESCO dove le doline crescono a decine

Nel Guangxi cinese, il Geoparco di Leye-Fengshan concentra oltre trenta doline carsiche in un territorio circoscritto. È un laboratorio naturale unico per lo studio del carso tropicale. Nel maggio 2022 una spedizione dell’Institute of Karst Geology ha individuato una nuova cavità — 306 metri di lunghezza, 150 di larghezza, 192 di profondità — con tre grotte nelle pareti e una foresta di alberi alti quaranta metri sul fondo.

Il quarto articolo descrive la scoperta, i dati rilevati sul campo e il ruolo del territorio nella ricerca speleologica internazionale.

Doline Carsiche nel Guangxi: nel Geoparco UNESCO di Leye-Fengshan ce n’è una con una foresta vergine sul fondo — [LINK 4]


Quinto articolo: la dolina europea che sorprende anche gli esperti

L’ultimo articolo avvicina il tema delle doline più grandi del mondo al territorio italiano. La Pozzatina, nel Gargano, è una dolina da crollo che le misurazioni del 2020 — condotte dal Gruppo Speleologico Speleoteam Montenero in collaborazione con il professor Michele Morsilli dell’Università di Ferrara — hanno riclassificato tra le più grandi d’Europa per la sua tipologia morfologica.

L’articolo contestualizza la scoperta nel panorama del carsismo garganico, spesso sottovalutato rispetto ad altri sistemi carsici italiani, e offre un collegamento tra la tradizione speleologica italiana e i grandi record mondiali.

In Puglia la Pozzatina del Gargano: perché la dolina più grande d’Europa è praticamente sconosciuta, anche tra gli speleologi italiani — [LINK 5]


Un percorso nelle doline più grandi del mondo tra scienza ed esplorazione

I cinque articoli coprono tipologie diverse di dolina — carsica, da quarzite, marina, da crollo — e aree geografiche distanti tra loro. Insieme costruiscono un quadro aggiornato di questo settore della geomorfologia. I processi che generano le doline più grandi del mondo sono per lo più lenti, misurati in decine di migliaia di anni. Le scoperte, invece, arrivano spesso all’improvviso, come dimostra la sequenza di ritrovamenti degli ultimi anni in Cina e in Messico.

La serie è disponibile integralmente su Scintilena.

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In Puglia la Pozzatina del Gargano: perché la dolina più grande d’Europa è praticamente sconosciuta, anche tra gli speleologi italiani

Máj 1st 2026 at 10:00

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Immagine di copertina distribuita con Licenza Creative Commons

Le misurazioni del 2020 hanno ridefinito le dimensioni della dolina da crollo di San Nicandro Garganico. Con 132 metri di profondità e oltre 1.800 metri di perimetro, la Pozzatina si candida come una delle doline da crollo più grandi del mondo intero.


La dolina Pozzatina del Gargano: una morfologia carsica fuori dal comune

Nel cuore del Parco Nazionale del Gargano, al confine tra i territori di San Nicandro Garganico e Apricena, esiste una depressione carsica di dimensioni notevoli. Si chiama Pozzatina.[1]

Non è una semplice conca nel terreno. La dolina Pozzatina del Gargano è una dolina da crollo: una struttura che si forma non per dissoluzione progressiva della roccia, ma per il collasso del soffitto di una cavità preesistente.[2]

Questa distinzione è fondamentale. Le doline di dissoluzione si formano lentamente, per azione dell’acqua acida sul calcare. Le doline da crollo presentano pareti subverticali e profondità spesso superiori al diametro superficiale. La Pozzatina appartiene alla seconda categoria. Ed è per questo che le sue dimensioni la rendono un caso raro nel panorama carsico europeo.[2]

Eppure, fuori dal territorio garganico, la dolina Pozzatina è quasi sconosciuta.[3]


Dolina da crollo sul Gargano: i dati aggiornati dopo le misurazioni del 2020

Nel settembre 2020, il Gruppo Speleologico Speleoteam Montenero di San Marco in Lamis ha condotto una nuova campagna di rilievi all’interno della dolina. I lavori sono stati effettuati con la collaborazione scientifica del Prof. Michele Morsilli, docente di Geologia e Sedimentologia presso l’Università di Ferrara.[4]

I risultati hanno sorpreso anche gli addetti ai lavori. La profondità della dolina Pozzatina è stata misurata in 132 metri, 32 in più rispetto ai circa 100 considerati in precedenza. Le nuove misure hanno stabilito un perimetro superiore di 1.836 metri e un perimetro inferiore di 522 metri.[5][4]

I dati sono stati presentati pubblicamente nel corso del convegno “Geografia e geologia del suolo carsico: la dolina pozzatina e l’ambiente garganico”, tenutosi al Parco Paleontologico dei Dinosauri di San Marco in Lamis.[5]

Le nuove tecnologie di misurazione, con una precisione molto superiore ai rilievi tradizionali, hanno permesso di ottenere questi risultati. Il Prof. Morsilli ha dichiarato: “Questa nuova misurazione ha permesso di inquadrare la dolina come una delle più grandi d’Europa, e molto probabilmente, data la sua particolarità e tipologia, come una delle più grandi al mondo.”[5]


Il carsismo del Gargano: un laboratorio naturale di speleologia poco studiato

Il Gargano è costituito in grande prevalenza da masse calcaree e dolomitiche del Cretaceo e del Giurassico. Queste rocce carbonatiche, fessurate e soggette a dissoluzione, hanno creato nel corso di milioni di anni un sistema carsico articolato e complesso.[6]

Sotto il promontorio garganico scorre un acquifero nascosto. Si stima che circa il 50% dell’alimentazione idrica del Gargano generi risorse sotterranee il cui recapito finale non è ancora noto. Circa 6.500 litri al secondo si riversano in mare senza che si conosca l’esatta ubicazione delle sorgenti.[7]

Il Gargano è, di fatto, un laboratorio naturale di idrogeologia carsica. Ma la ricerca speleologica sistematica su questo territorio rimane discontinua. La dolina Pozzatina ne è un esempio eloquente: le sue reali dimensioni sono state accertate solo nel 2020.[3]

Le rocce calcaree del promontorio si sono formate in ambienti marini poco profondi circa 160 milioni di anni fa, in condizioni simili alle odierne isole Bahamas. Da queste piattaforme carbonatiche deriva l’intensa carsificazione che oggi caratterizza il territorio.[8]


Speleologia carsica e record europeo: perché la Pozzatina potrebbe essere tra le più grandi del mondo

La particolarità della dolina Pozzatina non riguarda solo le dimensioni assolute. Riguarda la tipologia morfologica. Le doline da crollo con queste dimensioni sono rare a livello globale.[5]

Il Prof. Morsilli ha precisato che è proprio la combinazione tra tipologia (dolina da crollo) e dimensioni (profondità di 132 metri, perimetro di quasi 2 chilometri) a rendere la Pozzatina un caso potenzialmente rilevante anche nella letteratura scientifica internazionale.[9]

Le doline da crollo presentano pareti subverticali. Nel caso della Pozzatina, queste pareti frastagliate caratterizzano in particolare il versante nord-occidentale, mentre i declivi meridionali e orientali risultano più dolci. La forma complessiva è ellittica, simile a un anfiteatro naturale.[3]

La classificazione ufficiale dell’ISPRA definisce la dolina da crollo come una cavità con forma a pozzo, nei calcari e nelle rocce solubili, formatasi per il crollo del soffitto di grotte sottostanti. La Pozzatina corrisponde pienamente a questa definizione. Ed è per questo che il confronto con le grandi doline da crollo mondiali risulta pertinente.[10]


Come visitare la dolina Pozzatina: territorio tra San Nicandro Garganico e Apricena

La dolina Pozzatina si trova in un’area che ricade per circa quattro quinti nel territorio del comune di San Nicandro Garganico e per il restante quinto nel territorio di Apricena.[11]

Il sito è raggiungibile percorrendo la SP 48 San Nicandro Garganico–San Marco in Lamis fino al tredicesimo chilometro. Da qui, una stradina asfaltata sulla destra conduce nei pressi della dolina, in una posizione sopraelevata vicino a un’azienda agricola.[1]

La conca è circondata da un bosco di lecci e querce. Al centro è presente un pozzo artesiano. Le rocce sono permeabili: l’acqua piovana si infiltra nelle cavità sotterranee senza formare un laghetto.[12]

L’area ricade all’interno del Parco Nazionale del Gargano. La visita è accessibile, ma il sito non è attrezzato per un turismo di massa.


Doline da crollo in Italia e nel mondo: cosa ci insegna il carsismo garganico

Il termine dolina è una parola di origine slovena. Deriva da dol, che in quella lingua significa “valle”. Lo studio del carsismo superficiale si è sviluppato proprio nelle osservazioni condotte nella regione del Carso, al confine tra il Friuli-Venezia Giulia e la Slovenia. Da lì il termine si è diffuso in tutto il mondo scientifico.[13][14]

La tradizione speleologica del Carso triestino, con gruppi come la Commissione Grotte E. Boegan, ha contribuito a costruire il vocabolario tecnico del carsismo moderno.[15]

La dolina Pozzatina del Gargano si inserisce in questo quadro come un caso di speleologia carsica con caratteristiche morfologiche che meritano approfondimento scientifico. Le misurazioni del 2020 hanno aperto un nuovo capitolo nella conoscenza di questa struttura.[5]

Durante la campagna di rilievi dello Speleoteam Montenero, all’interno della Pozzatina sono stati individuati elementi che potrebbero ricondurre alla presenza dell’uomo nell’area già nel periodo musteriano, tra 300.000 e 30.000 anni fa. Tra questi: un monolite usato come segnacolo, un graffito triangolare sulla roccia e un’incavatura a forma di coppella.[5]

La dolina Pozzatina non è solo una struttura geologica. È anche un archivio di presenza umana antica, nel mezzo di un sistema carsico che l’Italia conosce ancora in parte.[3]

Fonti
[1] Dolina Pozzatina – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Dolina_Pozzatina
[2] [PDF] Morfologia Carsica epigea https://www.gslucchese.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/10/CarsismoCB1.pdf
[3] Dolina di Pozzatina tra nuove misurazioni e ritrovamenti straordinari https://www.vincenzogalasso.eu/dolina-di-pozzatina-tra-nuove-misurazioni-e-ritrovamenti-straordinari/
[4] Dolina Pozzatina, è la più grande d’Europa. Aggiornata la sua profondità: 132 metri – Gazzetta H24 https://www.gazzettah24.it/dolina-pozzatina-e-la-piu-grande-deuropa-aggiornata-la-sua-profondita-132-metri/
[5] Dolina Pozzatina, è la più grande d’Europa. Aggiornata la sua profondità: 132 metri https://www.youtube.com/watch?v=nMllpbCWCso
[6] 13. – AREA IDROGEOLOGICA DEL https://www.isprambiente.gov.it/files2017/pubblicazioni/periodici-tecnici/memorie-descrittive-della-carta-geologica-ditalia/volume-92/memdes_92_2_13_area_idro_gargano.pdf
[7] Le sorgenti del Gargano, l’acquifero carbonatico nascosto tra … https://www.scintilena.com/le-sorgenti-del-gargano-lacquifero-carbonatico-nascosto-tra-carsismo-e-intrusione-marina/03/01/
[8] La geografia del Gargano – – vincenzogalasso.eu https://www.vincenzogalasso.eu/la-geografia-del-gargano/
[9] Dolina Pozzatina, è la più grande d’Europa. Aggiornata … – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=NsKIouLv6k8
[10] la classificazione dei fenomeni di sprofondamento in base alla … https://sgi.isprambiente.it/sinkholeweb/classificazione.html
[13] Dolina carsica – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Dolina_carsica
[15] Doline e Speleobotanica – boegan.it https://www.boegan.it/2008/12/doline-e-speleobotanica/

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Doline Carsiche nel Guangxi: nel Geoparco UNESCO di Leye-Fengshan ce n’è una con una foresta vergine sul fondo

Máj 1st 2026 at 09:00

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Immagine di copertina distribuita sotto Licenza Creative Commons

Scoperta nel maggio 2022 la trentesima dolina carsica della contea di Leye: sul fondo, alberi alti 40 metri e tre grotte nelle pareti. Potrebbe ospitare specie animali e vegetali mai catalogate dalla scienza


Nel maggio 2022, una squadra di speleologi in Cina ha calato le corde in una voragine e ha trovato sul fondo un mondo che sembrava non aver mai visto la luce del sole: alberi alti come edifici di dieci piani, felci giganti, e un silenzio che nessun essere umano aveva mai rotto prima. Era la trentesima dolina carsica scoperta nella stessa contea. Probabilmente non sarà l’ultima.[1][2]


Il Geoparco UNESCO di Leye-Fengshan: 30 doline carsiche in un unico territorio

Il Geoparco di Leye-Fengshan si trova nella regione autonoma di Guangxi Zhuang, nel sud della Cina. È incastonato tra l’Altopiano Yunnan-Guizhou e il Bacino del Guangxi.[3]

Nel 2010 è entrato a far parte della Rete Mondiale dei Geoparchi UNESCO. Nel 2018 è stato rivalidato. La denominazione ufficiale lo descrive come “il territorio delle grotte e del ponte naturale più lungo del mondo”.[4][5][3]

Le rocce del parco sono prevalentemente sedimentarie. Oltre il 60% è costituito da carbonati di spessore superiore a 3.000 metri, risalenti al Devoniano e al Permiano. Questa configurazione geologica ha favorito, in decine di milioni di anni, la formazione di sistemi carsici tra i più spettacolari del pianeta.[3]

Le forme carsiche presenti nel parco sono molteplici: doline carsiche, canyon, poljes, fiumi sotterranei e sorgenti. Il cluster di Dashiwei comprende da solo 35 doline collassate lungo il corso del fiume sotterraneo Bailang. La più imponente raggiunge i 600 metri di larghezza e 613 metri di profondità.[3]

Con la scoperta di maggio 2022, il numero di doline giganti note nella sola contea di Leye è salito a 30.[2][6]


La scoperta del maggio 2022: la dolina 306×150×192 m classificata “large sinkhole”

La scoperta è avvenuta durante un’esplorazione condotta dall’Institute of Karst Geology of China Geological Survey. Zhang Yuanhai, ingegnere senior dell’istituto, ha reso pubblici i dati ufficiali.[6][1]

La dolina carsica si trova vicino al villaggio di Ping’e, nel circondario di Luoxi. Misura 306 metri di lunghezza, 150 metri di larghezza e 192 metri di profondità. Il volume supera i 5 milioni di metri cubi: l’equivalente di circa 2.000 piscine olimpioniche.[7][8][1]

Per le sue dimensioni, la struttura rientra nella categoria ufficiale delle large sinkhole. Nella terminologia cinese, queste voragini giganti vengono chiamate tiankeng, che significa “pozzo celeste”.[8][9][1]

Il team ha raggiunto il fondo della dolina carsica dopo aver sceso in corda singola più di 100 metri di parete verticale, proseguendo poi a piedi per diverse ore attraverso la vegetazione. L’intera spedizione si è conclusa in sicurezza la sera stessa.[2][8]


Gli alberi di 40 metri sul fondo: la foresta vergine intatta

Chen Lixin, leader della spedizione del team Guangxi 702, ha descritto il paesaggio incontrato sul fondo. Gli alberi antichi cresciuti nella dolina raggiungono quasi 40 metri di altezza.[6][2]

La vegetazione arbustiva densa arriva all’altezza delle spalle. Per muoversi all’interno della foresta vergine è stato necessario aprire un varco tra le piante.[2]

Le condizioni che hanno permesso questo sviluppo biologico sono ben precise. Sul fondo della dolina carsica arriva abbastanza luce solare. La materia organica in decomposizione fornisce sostanze nutritive in modo continuo. L’acqua non manca: i sistemi carsici funzionano come acquiferi naturali.[10][11]

Temperature elevate e umidità costante completano un ecosistema stabile e produttivo. Questo isolamento ha consentito alle specie vegetali e animali di evolversi in modo autonomo rispetto alla superficie.[11]

George Veni, direttore esecutivo del National Cave and Karst Research Institute, ha dichiarato al Washington Post che la foresta potrebbe ospitare specie animali di piccole dimensioni ancora sconosciute alla scienza. Chen Lixin ha aggiunto: “Non sarei sorpreso di scoprire che in queste grotte vi sono specie che non sono mai state segnalate o descritte dalla scienza fino ad ora”.[12][13][14]


Le tre grotte nelle pareti: come le aperture svelano l’evoluzione della dolina

Durante l’esplorazione del fondo e delle pareti, il team ha individuato tre grandi aperture. Zhang Yuanhai le ha descritte come i resti delle prime fasi evolutive della dolina carsica.[1][2]

Queste cavità laterali non sono un elemento secondario. Raccontano la storia geologica della voragine. Ogni apertura corrisponde a una fase in cui la cavità sotterranea preesistente si è aperta verso l’interno, prima che il soffitto cedesse definitivamente.[9][15]

In giugno 2022 è stata condotta una seconda spedizione con un team allargato e una troupe televisiva. Gli esploratori sono penetrati nelle tre aperture e hanno trovato cavità interne già collassate. Questo dato conferma l’ipotesi sull’evoluzione per fasi successive.[15]

La presenza di grotte laterali è un elemento tipico dei tiankeng più complessi. Indica che il sistema carsico sotterraneo ha avuto un percorso evolutivo articolato nel tempo.[9]


Come il carsismo costruisce le doline carsiche passo dopo passo

Le doline carsiche si formano attraverso un processo che può durare migliaia o milioni di anni. La roccia coinvolta è quasi sempre il calcare, composto da carbonato di calcio.[16][17]

L’acqua piovana, assorbendo anidride carbonica dall’atmosfera e dal suolo, diventa leggermente acida. Questa soluzione di acido carbonico attacca chimicamente il carbonato di calcio, trasformandolo in bicarbonato di calcio solubile. Il materiale viene poi disciolto e trasportato via dall’acqua.[18][16]

Il processo scava lentamente fessure sempre più ampie. Col tempo, si formano cavità e gallerie sotterranee percorse da fiumi. Quando il tetto di una cavità diventa troppo sottile per reggersi, collassa. Si apre così la dolina carsica in superficie.[17][9]

Nel caso dei tiankeng come quelli di Leye-Fengshan, il processo è amplificato dalla presenza di fiumi sotterranei. L’acqua che scorre nel sottosuolo rimuove i detriti del crollo, impedendo che la voragine si riempia e permettendole di mantenersi aperta e profonda.[9]

La roccia del Guangxi ha subito questo processo per circa 70 milioni di anni. Il risultato è una concentrazione di doline carsiche senza eguali nel mondo.[5]


Speleologia in Cina: il Guangxi come laboratorio mondiale del carsismo

La Cina detiene la maggior parte dei tiankeng conosciuti sul pianeta. Dopo Cina, le regioni con la più alta densità di queste strutture sono il Messico e la Papua Nuova Guinea.[8][9]

Il Geoparco di Leye-Fengshan ha già attratto spedizioni internazionali. Anche speleologi italiani hanno esplorato l’area, nel 2017.[11]

Le tecnologie di rilevamento si sono evolute rapidamente. La dolina scoperta nel 2022 è stata individuata attraverso immagini satellitari e fotografie da drone, prima di essere confermata sul campo. La ricercatrice Wu Hongying, nota come “Crow”, ha identificato la struttura a partire dalle immagini aeree.[7][15]

Il lavoro sul campo nella dolina carsica appena scoperta non si è fermato alla prima spedizione. L’Institute of Karst Geology ha avviato un programma di ricerca su flora, fauna e sviluppo geologico della voragine. Gli obiettivi includono la valutazione del valore scientifico e conservativo dell’ecosistema.[7]

Il Guangxi rimane oggi uno degli scenari più attivi per la speleologia in Cina e nel mondo. La trentesima dolina carsica di Leye è solo l’ultima di una lunga serie. Secondo gli esperti, il territorio ne custodisce ancora molte altre, ancora da individuare.[3][9]


Fonti principali: Xinhua News Agency, China Daily, Institute of Karst Geology of China Geological Survey, UNESCO Global Geopark – Leye-Fengshan, Scintilena.com[4][10][1][2][3]

Fonti
[1] Cina, scoperta enorme dolina carsica: sul fondo una foresta fossile https://tg24.sky.it/mondo/2022/05/12/cina-dolina-carsica
[2] Giant karst sinkhole discovered in China’s Guangxi https://regional.chinadaily.com.cn/guangxi/2022-05/09/c_1032829.htm
[3] Leye Fengshan UNESCO Global Geopark https://www.unesco.org/en/iggp/leye-fengshan-unesco-global-geopark
[4] GGN- Geopark Annual Report 2022 https://www.globalgeoparksnetwork.org/sites/default/files/2024-04/Leye-Fengshan-UNESCO-Global-Geopark.pdf
[5] World largest sinkhole geopark in Leye and Fengshan[1] – China Daily https://www.chinadaily.com.cn/m/guangxi/hechi/2014-11/10/content_18894678.htm
[6] China discovers giant sinkhole with an ancient forest at the bottom https://watchers.news/2022/05/12/china-discovers-giant-sinkhole-with-an-ancient-forest-at-the-bottom/
[7] Sinkhole in China springs subterranean surprise https://asianews.network/sinkhole-in-china-springs-subterranean-surprise/
[8] Cina: gigantesca dolina carsica scoperta nella regione di Guangxi https://www.scienzenotizie.it/2022/05/11/cina-gigantesca-dolina-carsica-scoperta-nella-regione-di-guangxi-4855482
[9] I Tiankeng Cinesi: Giganteschi Portali verso Mondi Sotterranei … https://www.scintilena.com/i-tiankeng-cinesi-giganteschi-portali-verso-mondi-sotterranei-nascosti/08/21/
[10] Cina l’esplorazione di una gigantesca dolina rivela sul fondo una foresta primordiale e tre possibili grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/cina-lesplorazione-di-una-gigantesca-dolina-rivela-sul-fondo-una-foresta-primordiale-e-tre-possibili-grotte/05/27/
[11] La scoperta incredibile: una foresta primordiale nascosta nel cuore di una gigantesca dolina in Cina! – Scintilena https://www.scintilena.com/la-scoperta-incredibile-una-foresta-primordiale-nascosta-nel-cuore-di-una-gigantesca-dolina-in-cina/11/25/
[12] Ancient Forest Discovered in Chinese Sinkhole – ICMGLT https://icmglt.org/ancient-forest-discovered-in-chinese-sinkhole/
[13] Scoperta in Cina un’antica foresta nascosta: è dentro una voragine profonda 192 metri e potrebbe ospitare un tesoro di biodiversità https://www.ohga.it/scoperta-in-cina-unantica-foresta-nascosta-e-dentro-una-voragine-profonda-192-metri/
[18] Cenni sulla vegetazione delle doline, dei baratri e delle Grotte del Carso per i corsi di introduzione alla speleologia https://www.boegan.it/2008/12/doline-e-speleobotanica/

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Sima Humboldt: la dolina nella quarzite che ha sfidato la geologia, nascosta sulla cima di un tepui venezuelano

Máj 1st 2026 at 08:00

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In copertina il Salto Angel, Venezuela. Immagine distribuita sotto Creative Commons

Nel cuore del Parco Nazionale Jaua-Sarisariñama, una delle doline più grandi del pianeta dimostra che il carsismo può svilupparsi anche nella roccia che i manuali considerano insolubile


Era il 25 novembre 1961. Il pilota Harry Gibson sorvolava la foresta vergine del Venezuela meridionale quando scorse due aperture circolari e perfettamente simmetriche sulla sommità di una montagna a tavola. Non erano laghi. Non erano crateri vulcanici. Erano doline scavate in quarzite — una roccia che la geologia classica considerava impermeabile all’azione dell’acqua. Quella visione dall’alto avrebbe aperto uno dei capitoli più discussi della speleologia mondiale: la storia di Sima Humboldt, la dolina in quarzite più grande del pianeta, ospitata dal tepui Sarisariñama nello Stato di Bolívar, in Venezuela.


I tepui del Venezuela: altopiani di quarzite con ecosistemi da mondo perduto

I tepui sono montagne tabulari composte da arenarie e quarziti tra le più antiche del pianeta, con un’età compresa tra 1,6 e 2 miliardi di anni. Si innalzano come enormi isole rocciose sopra la foresta amazzonica e la Gran Sabana, nel Venezuela sud-orientale, al confine con Brasile e Guyana. Le loro pareti verticali superano in alcuni casi i mille metri di dislivello.[1]

Il Sarisariñama è uno dei tepui più isolati dell’intero paese. Si trova a diverse centinaia di chilometri dalla strada più vicina. La sua sommità raggiunge i 2.350 metri di quota e copre un’area di circa 547 km². Fa parte del Parco Nazionale Jaua-Sarisariñama, nello Stato di Bolívar. È l’unico tepui la cui cima è interamente ricoperta da una foresta alta tra i 15 e i 25 metri.[2][3][4]

La caratteristica che lo distingue da tutti gli altri, però, non è la vegetazione. È la presenza di doline.


La scoperta dall’aereo: 1961, il pilota Harry Gibson avvista le simas

I primi avvistamenti aerei del Sarisariñama risalgono al 1954. Le voci si diffusero lentamente tra i piloti che operavano nella regione. Ma fu il 25 novembre del 1961 che la scoperta divenne documentata: Harry Gibson, sorvolando il tepui, individuò dall’alto le due enormi aperture circolari che oggi portano il nome di Sima Humboldt e Sima Martel.[5][2]

Gibson non era uno speleologo. Era un pilota — compagno di James Crawford Angel, il celebre aviatore che aveva segnalato per primo il Salto Angel, la cascata più alta del mondo. La sua segnalazione aprì la strada a decenni di ricerche. Il Sarisariñama divenne una destinazione ambita per spedizioni scientifiche e speleologiche.[3][4]

La prima discesa vera e propria nella Sima Humboldt fu compiuta nel febbraio del 1974, grazie a un’operazione logistica complessa: un elicottero trasportò sulla sommità trenta ricercatori, tra botanici, ornitologi, geologi, erpetologi e archeologi. Tra i partecipanti figurava il naturalista Charles Brewer-Carías, che guidò la spedizione e documentò le prime osservazioni scientifiche sul fondo della dolina.[6][7]


Un carsismo in quarzite: come si formano doline sulla roccia ritenuta indissolubile

Il punto che rende Sima Humboldt un caso di studio fondamentale nella speleologia mondiale non è la sua dimensione. È il tipo di roccia in cui si è formata.

Il carsismo classico agisce sui carbonati — calcari e dolomie — attraverso la dissoluzione del carbonato di calcio da parte dell’acqua acidificata dall’anidride carbonica. È un processo noto, studiato da secoli. La quarzite, composta per oltre il 95% di silice, era considerata una roccia non carsificabile.[8][1]

Le esplorazioni nei tepui venezolani hanno dimostrato che questa certezza era sbagliata. Nella quarzite la dissoluzione avviene per via chimica, con la silice che entra in soluzione come acido silicico (H?SiO?). Il processo è molto più lento rispetto al calcare, ma in milioni di anni — su rocce vecchie di oltre un miliardo di anni — ha prodotto cavità, gallerie e doline di proporzioni eccezionali.[9][1]

Le forme carsiche dei tepui rappresentano oggi un capitolo autonomo nella geomorfologia. Le grotte di quarzo dello Scudo della Guiana sono considerate un caso unico nella speleologia mondiale. A differenza dei tiankeng cinesi, che si formano per collasso di gallerie calcaree, la Sima Humboldt è il risultato di un processo di dissoluzione diretta della quarzite in condizioni tropicali umide, accelerata dall’azione meccanica dell’acqua sui piani di frattura della roccia.[10][1]


Le misure di Sima Humboldt: 314 metri di profondità, 18 milioni di m³ di volume

La dolina in quarzite del Sarisariñama ha dimensioni che non trovano confronto in altre formazioni analoghe. L’apertura superiore misura al massimo 352 metri di larghezza. A scendere, le pareti si allargano: alla base il diametro raggiunge i 502 metri. La profondità verticale è di 314 metri.[11][6]

Il volume complessivo della Sima Humboldt è di 18 milioni di metri cubi. Le pareti sono quasi perfettamente verticali, in certi tratti strapiombanti, il che rende impossibile qualsiasi discesa senza attrezzatura tecnica da speleologia alpinistica.[12][3]

A soli 700 metri dal bordo della Sima Humboldt si apre la Sima Martel, una seconda dolina profonda 248 metri. In totale, sul Sarisariñama sono state individuate quattro cavità di questo tipo. La dolina maggiore ha preso il nome del geografo e naturalista tedesco Alexander von Humboldt.[13][5]


La prima discesa nel 1974 e l’esplorazione polacca del 1976

La discesa del 1974 rappresentò il momento in cui la speleologia entrò fisicamente in contatto con questo ambiente. Fu la prima volta che esseri umani raggiungevano il fondo della Sima Humboldt. L’impresa non fu priva di difficoltà: il gruppo rimase temporaneamente bloccato all’interno della dolina prima di riuscire a risalire.[14][13]

Due anni dopo, nel 1976, un team di speleologi polacchi condusse una ricognizione più sistematica della cavità. L’esplorazione polacca del 1976 ha lasciato tracce documentali importanti per la comprensione morfologica della dolina in quarzite. L’associazione La Venta, attiva da trent’anni nell’esplorazione dei tepui venezolani, ha seguito le stesse rotte nei decenni successivi, con spedizioni che hanno portato alla scoperta di decine di chilometri di cavità sotterranee in quarzite sull’Auyán-Tepui e su altri altopiani dello Scudo della Guiana.[15][10]

L’accesso al Sarisariñama è oggi riservato esclusivamente a ricercatori scientifici autorizzati.[3]


La foresta nel fondo: specie endemiche di una dolina isolata da millenni

Sul fondo della Sima Humboldt non c’è roccia nuda. C’è una foresta. Alta, densa, composta da specie che non esistono in nessun altro luogo della Terra.[14]

Le pareti verticali hanno funzionato per milioni di anni come barriere insormontabili. Gli organismi che si trovano al fondo della dolina si sono evoluti in isolamento totale, senza possibilità di scambio genetico con le popolazioni esterne. Tra le specie documentate dalle spedizioni figurano rane endemiche che trasportano i piccoli sul dorso, grilli senza ali, formazioni di stromatoliti — strutture viventi di origine batterica — e piante del genere Chimantaea, simili a girasoli giganti, che non crescono altrove.[14]

I tepui del Venezuela, e in particolare il Sarisariñama, ospitano in generale ecosistemi quasi insulari con elevati tassi di endemismo vegetale e animale. Questo vale per la superficie degli altopiani. Nel caso della Sima Humboldt, l’isolamento è doppio: la sommità del tepui è già separata dalla foresta circostante dalle pareti rocciose; la foresta sul fondo della dolina è separata anche dalla sommità del tepui.[1]

Il risultato è un ecosistema nell’ecosistema. Una nicchia biologica che la speleologia ha contribuito a svelare, ma che rimane in larga parte ancora da esplorare e catalogare.

Speleobotanica delle doline

Il punto di partenza è controintuitivo ma reale: sul fondo delle grandi doline carsiche non c’è roccia nuda — c’è una foresta. Alta, densa, e biologicamente straordinaria. Il motivo è fisico: l’inversione termica dolinare, quel fenomeno per cui l’aria fredda precipita e si accumula nel fondo della depressione creando un “lago di freddo” permanente, con gradienti termici che possono superare 1°C per metro di profondità e differenze di temperatura fino a 30-35°C rispetto all’aria esterna.


Il report esplora in dettaglio:
La fisica del topoclima dolinare e perché scendere di 50 m in una dolina equivale a salire 600 m di quota
L’Asaro-Carpinetum betuli, l’associazione forestale endemica dei fondi di dolina del Carso, con carpino bianco, dente di cane, anemone, bucaneve
Le specie relitte dell’era glaciale sopravvissute solo nelle doline come isole di freddo in un clima ormai troppo caldo per loro
Horstrissea dolinicola, pianta monospecifica di Creta che vive esclusivamente in poche doline, con una popolazione totale di poche decine di individui[doaj +1]
Le tiankeng cinesi (come quella di Leye, 306×150×192 m) con le loro foreste primordiali intatte e la possibilità di specie mai descritte[boegan +1]
La zonazione verticale dalla dolina alle grotte sotterranee, che riproduce milioni di anni di evoluzione vegetale
Il ruolo cruciale delle doline come microrifugi per il cambiamento climatico futuro

Speleobotanica: La Foresta nel Fondo delle Doline

Introduzione: Un Mondo Vegetale Nascosto

La speleobotanica è la branca della biospeleologia che studia la flora degli ambienti carsici: dall’ingresso delle grotte agli abissi, dai baratri alle doline. A differenza di quanto si potrebbe intuire, il suo campo d’indagine più ricco e sorprendente non si trova nell’oscurità assoluta dei cunicoli, bensì nelle grandi depressioni carsiche aperte verso il cielo: le doline. Sul fondo di queste voragini naturali — dove l’immaginario comune si aspetta solo roccia nuda e desolazione — si nascondono alcune delle foreste più dense, umide e antiche del paesaggio europeo, popolate da specie che non esistono in nessun altro luogo della Terra.

Questo paradosso botanico è il cuore della speleobotanica moderna: le doline sono isole ecologiche, microrifugi di biodiversità che hanno salvato specie vegetali dall’estinzione durante le glaciazioni, e che oggi rappresentano l’ultima difesa di molte piante rare contro il riscaldamento globale.


Che Cos’è una Dolina Carsica

La dolina (dal termine sloveno dol, “valle”) è una depressione del terreno tipica dei paesaggi carsici, generata dalla dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche. L’acqua meteorica, arricchita di CO? atmosferica e organica del suolo, forma acido carbonico che reagisce con il calcare secondo la reazione:

CaCO? + CO? + H?O ? Ca(HCO?)?

Il bicarbonato di calcio solubile viene poi drenato verso il basso, allargando progressivamente fratture, pozzi e gallerie fino al crollo della volta. Le dimensioni variano enormemente: dalle poche decine di metri di diametro e pochi metri di profondità, fino a giganti come la Conca di Orle presso Fernetti (350×400 m, profondità 90 m) o le grandi doline del Carso sloveno.

Il fondo delle doline accumula nel tempo quantità considerevoli di terreno argilloso-limoso — la caratteristica terra rossa (terra rossa), ricca di composti di ferro e alluminio — che conferisce ai suoli una fertilità notevole e trattiene umidità. Su questo substrato si sviluppa una vegetazione che non ha nulla a che vedere con il paesaggio sassoso e arido della superficie carsica circostante.


Il Topoclima Dolinare: Inversione Termica e Microclima Estremo

Il fenomeno fisico che più di ogni altro determina la straordinaria specificità biologica delle doline è l’inversione termica, nota anche come topoclima dolinare. In condizioni normali la temperatura dell’aria diminuisce con l’altitudine; nelle doline accade l’inverso: l’aria fredda e densa scivola verso il basso e rimane intrappolata nel fondo della conca, stratificando in un “lago di aria fredda”.

Il gradiente termico verticale nelle doline è straordinariamente accentuato. Scendendo nel fondo di una dolina del Carso la temperatura diminuisce di circa 7°C ogni 100 m di profondità, dodici volte superiore al normale gradiente altimetrico esterno (0,6°C/100 m). Detto diversamente, scendere di 50 m in una dolina equivale — in termini di temperatura — a salire su un rilievo di 600 m. Nelle doline montane delle Prealpi venete, monitorate da ARPA Veneto, la minima assoluta registrata ha raggiunto -49,6°C al suolo, con gradienti notturni superiori a 1°C per metro e differenze di temperatura rispetto all’aria libera fino a 30-35°C.

Queste condizioni termiche generano un microclima radicalmente diverso da quello del plateau carsico circostante:

  • Estate: il fondo è significativamente più fresco e umido della superficie
  • Inverno: temperature estreme con gelate intense anche in pianura
  • Escursione termica: fortissima, con rapide variazioni notturne
  • Umidità: molto elevata, con formazione di nebbie e rugiada abbondante

La conseguenza botanica è una vera e propria inversione della vegetazione: le specie più termofile e xerofile si trovano ai bordi soleggiati della dolina, mentre le specie mesofile e freddo-adattate occupano il fondo fresco e umido — l’esatto contrario di quanto avviene su un versante di collina normale.


La Foresta del Fondo: Asaro-Carpinetum betuli

La comunità vegetale tipica dei fondi di dolina nel paesaggio carsico nord-adriatico è l’Asaro-Carpinetum betuli, un’associazione forestale che prende nome dalle sue due specie indicatrici: il carpino bianco (Carpinus betulus) e l’asaro (Asarum europaeum).

Il carpino bianco è una specie molto sensibile alla siccità estiva e normalmente assente dall’altipiano carsico, dove la roccia calcarea drena rapidamente le acque meteoriche; eppure nei fondi dolina trova le condizioni fredde e umide che gli consentono di prosperare. Questa apparente anomalia è in realtà la firma di una storia climatica millenaria: le doline hanno conservato condizioni simili a quelle del periodo post-glaciale, quando queste specie erano distribuite su tutto il Carso prima che il clima si riscaldasse.

Nello strato arboreo dell’Asaro-Carpinetum troviamo anche nocciolo (Corylus avellana), rovere (Quercus petraea) e cerro (Quercus cerris). Il sottobosco è dominato da geofite — piante con bulbi e rizomi adattate a fiorire precocemente in inverno-primavera, sfruttando la finestra di luce disponibile prima che il fogliame arboreo si chiuda:

  • Erythronium dens-canis (dente di cane)
  • Anemone nemorosa (anemone dei boschi)
  • Lathyrus vernus (cicerchia primaverile)
  • Isopyrum thalictroides (isopiro)
  • Scilla bifolia (scilla a due foglie)
  • Galanthus nivalis (bucaneve)
  • Primula vulgaris (primula comune)
  • Asarum europaeum (asaro europeo)

Queste geofite fioriscono nei mesi di febbraio-marzo, quando la radiazione solare nel fondo della dolina è massima (gli alberi non hanno ancora emesso le foglie) e la differenza di temperatura con l’esterno crea un effetto di campana protettiva.


Specie Relitte e Flora Endemica: Rifugi dall’Era Glaciale

Il fenomeno più scientificamente rilevante della speleobotanica dolinare è la conservazione di specie relitte — piante che sopravvivono in habitat isolati come fossili viventi di epoche climatiche passate.

Durante le glaciazioni del Quaternario, molte specie montane e boreali colonizzarono le pianure e gli altipiani europei, compreso il Carso. Con il riscaldamento post-glaciale, queste specie si ritirarono verso quote più elevate o verso nord — tranne nei microhabitat che mantenevano condizioni fredde: fondi di doline, gole, versanti nord. Le doline divennero così isole di freddo in un “oceano” di clima temperato, preservando specie che altrimenti si sarebbero estinte alle quote basse.

Uno studio pubblicato sull’International Journal of Speleology (Bátori et al., 2014) ha analizzato 29 doline in Ungheria (Mecsek Mountains e Aggtelek Karst), documentando oltre 900 specie di piante vascolari. I risultati mostrano che:

  • Nelle doline più grandi e profonde si concentrano le specie freddo-adattate (Aconitum vulparia, Aruncus dioicus, Asplenium scolopendrium, Lunaria rediviva, Polystichum aculeatum)
  • Queste specie sono ristrette ai fondi di dolina e assenti dai boschi circostanti
  • La curva specie-area per le specie freddo-adattate ha un esponente molto elevato (z = 0.65), indicando che le doline grandi sono rifugi critici
  • La distribuzione delle specie è significativamente nidificata (nested): le doline piccole contengono sempre un sottoinsieme delle specie delle doline grandi

Specie Endemiche Strettamente Dolinicole

Alcune specie hanno sviluppato un endemismo così stretto da vivere esclusivamente nei fondi di dolina, senza alcuna popolazione nota in altri habitat. Il caso più estremo è quello di Horstrissea dolinicola, un’ombrellifera scoperta nel 1990 e unico rappresentante del genere Horstrissea (monotipico).

Horstrissea dolinicola cresce soltanto sul Monte Ida (Psiloritis), nella Creta centrale, a circa 1500 m di quota, in poche doline calcaree stagionalmente allagate. La sua popolazione totale conta poche decine di individui su un’area di circa 3.000 m². La radice cilindrica può raggiungere 10 cm di profondità mentre le foglie e le infiorescenze superano appena 2-3 cm di altezza. Classificata come Critically Endangered (CR) dalla IUCN, è considerata una delle 50 piante più minacciate delle isole mediterranee.

Dalla letteratura scientifica emergono altri esempi notevoli di piante endemiche strettamente legate alle doline: Specie Distribuzione Note Horstrissea dolinicola Monte Ida, Creta (Grecia) Unico rappresentante del genere; CR IUCN Cerastium dinaricum Dinaridi, Slovenia Endemica delle doline montane dinariche Dracocephalum ruyschiana Altopiano di Pešter (Serbia), Bükk (Ungheria) Relitto boreale in doline isolate Biebersteinia orphanidis Peloponneso (Grecia) Biogeograficamente significativa Pulsatilla vernalis Alpi Giulie (Slovenia) Relitto alpino in doline carsiche Stachys alpina Mecsek (Ungheria) Relitto glaciale ristretto ai fondi di dolina


Il Caso Limite: Le “Tiankeng” Cinesi e le Foreste Primordiali

Il fenomeno raggiunge la sua espressione più spettacolare nelle grandi doline tropicali della Cina meridionale, note come Tiankeng (“pozzi celesti”). Nel maggio 2022 un team di speleologi dell’Institute of Karst Geology of China Geological Survey ha esplorato una dolina gigante nella Contea di Leye, nella regione autonoma del Guangxi Zhuang.

Le dimensioni sono colossali: 306 m di lunghezza, 150 m di larghezza, 192 m di profondità, per un volume superiore a 5 milioni di metri cubi. Gli esploratori sono scesi in corda doppia per oltre 100 m e hanno raggiunto il fondo dopo ore di cammino attraverso una foresta primordiale intatta, con alberi alti quasi 40 m.

Secondo Chen Lixin, capo della spedizione, le “fitte piante da ombra arrivano all’altezza delle spalle” e l’ecosistema ha avuto la possibilità di crescere ed evolversi in modo autonomo e isolato dalla superficie per un tempo immemorabile. Gli scienziati non escludono la possibilità di scoprire nuove specie vegetali e animali ancora sconosciute alla scienza, poiché la dolina offre tutte le condizioni necessarie: luce sufficiente che penetra dall’alto, materia organica in continua decomposizione, abbondanza d’acqua derivante dal drenaggio carsico, temperatura e umidità costanti.

Il Guangxi ospita il Leye-Fengshan Global Geopark, inserito nella rete mondiale dei Geoparchi UNESCO nel 2010, con il maggiore sistema di tiankeng al mondo. Situazioni simili sono state documentate in altre doline della stessa regione, alcune delle quali ospitano rododendri, Paris polyphylla e specie animali rare come il cobra cinese.


Zonazione Verticale della Vegetazione nelle Pareti di Dolina e Grotta

Una delle caratteristiche più affascinanti della speleobotanica è la seriazione verticale della vegetazione: scendendo dalla superficie verso il fondo di una dolina (e poi eventualmente verso l’ingresso di una grotta sottostante), si attraversa in pochi decine di metri una successione ecologica che riproduce epoche evolutive e climi diversi.

Dal bordo al fondo di una dolina:

  1. Bordo/rima (esposta a Sud) — vegetazione xerofita e termofila: querce xerotermiche (Quercus cerris, Q. pubescens), lande carsiche con specie steppiche
  2. Versante meridionale (rivolto a Nord) — bosco mesofilo a carpino bianco con edera, felci, specie geofite del sottobosco
  3. Fondo — Asaro-Carpinetum betuli: carpino, nocciolo, dente di cane, anemone, bucaneve, isopiro

Dalla dolina all’ingresso della grotta (zona di transizione):

Quando sul fondo della dolina si apre un pozzo o un ingresso di grotta, il gradiente diventa ancora più marcato. La vegetazione è descritta dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan (Trieste) come una successione di fasce dipendenti dalla quantità di luce disponibile: Zona Luce disponibile Flora dominante Zona fotovariabile (dolina e imbocco) 1/200 – 1/700 luce esterna Fanerogame (Hedera helix, geofite); felci (Asplenium trichomanes, Phyllitis scolopendrium, Polypodium vulgare) Zona fotostabile (grotta superficiale) 1/700 – 1/1000 luce esterna Briofite (Thamnium alopecurum), Epatiche (Marchantia polymorpha, Conocephalum conicum) Zona crepuscolare profonda 1/1000 – 1/2000 luce esterna Alghe verdi (Cloroficee) e azzurre (Cianoficee) Oscurità assoluta Assenza di luce Solo funghi microscopici, muffe, batteri chemiosintetici

Questa zonazione verticale — osserva lo stesso studio — “riassume in sé molti milioni di anni di storia evolutiva, poiché la distribuzione verticale della vegetazione, procedendo dal basso verso l’alto, riproduce l’ordine di emersione dall’acqua dei vegetali”.


Fattori Ecologici che Modellano la Flora Dolinare

La composizione floristica di una dolina dipende da una complessa interazione di fattori che agiscono a diverse scale spaziali.

Geometria della Dolina

La forma della depressione è il fattore più determinante a scala locale. Doline profonde e con pareti verticali:

  • Favoriscono un’inversione termica più intensa
  • Limitano la radiazione solare diretta
  • Creano condizioni più umide e fresche
  • Ospitano un maggior numero di specie freddo-adattate

Il rapporto profondità/diametro è un indicatore chiave: doline con rapporto elevato (> 0.25) ospitano comunità più distinte rispetto ai boschi circostanti. Una dolina piccola ma con pareti verticali può ospitare più specie rare di una dolina grande ma poco profonda.

Disponibilità di Risorse Edafiche

Un recente studio (2023) pubblicato su iScience ha dimostrato che le doline agiscono contemporaneamente come microrifugi climatici E come microrifugi di risorse: oltre alla temperatura più fresca, il suolo arricchito di materia organica, umidità e nutrienti favorisce la persistenza di specie sensibili al cambiamento climatico che non troverebbero condizioni adeguate altrove nel paesaggio circostante.

Orientamento dei Versanti

Nelle doline di medie e grandi dimensioni si crea una vera asimmetria di versante: il versante nord della dolina riceve più sole (perché si affaccia verso sud) ed è più termofilo; il versante sud è in ombra, più fresco e umido. Questa asimmetria permette la coesistenza, a distanze di pochi metri, di specie con esigenze ecologiche opposte — un caso di elevatissima beta-diversità su scala spaziale ridottissima.


Doline come Microrifugi per il Cambiamento Climatico

La letteratura scientifica degli ultimi vent’anni converge su una conclusione di crescente urgenza conservazionistica: le doline carsiche saranno tra i microrifugi più importanti per la sopravvivenza della biodiversità vegetale in un pianeta che si riscalda.

Uno studio del 2014 sull’Annals of Botany (Bátori et al.) ha dimostrato che nelle doline dell’Ungheria sia il macroclima regionale che i fattori locali (orientamento, tipo di vegetazione) influenzano significativamente le specie freddo-adattate, e che queste strutture “possono essere cruciali per la sopravvivenza delle piante freddo-adattate sotto il riscaldamento globale in corso”. Lo studio del 2019 su Scientific Reports (Bátori et al.) ha confermato che le doline ospitano una diversità di microhabitat microclimatici che facilita la persistenza di taxa con preferenze ambientali diverse.

Paradossalmente, però, anche i rifugi dolinari possono diventare trappole se il riscaldamento globale supera la loro capacità di tamponamento climatico. Un ulteriore rischio viene dalle attività forestali: uno studio del 2019 ha dimostrato che la deforestazione intensiva delle aree circostanti riduce significativamente il numero di specie vulnerabili nelle doline, diminuendo la loro capacità di fungere da rifugi per le specie adattate al fresco.


La Briologia e la Lichenicoltura dei Baratri: Oltre le Fanerogame

La speleobotanica non si limita alle piante con fiori. Le pareti dei baratri carsici e degli ingressi di grotta ospitano comunità di briofite (muschi ed epatiche) di straordinario interesse, alcune delle quali non trovano ambienti adatti al di fuori di queste nicchie criptiche.

Tra le briofite tipiche degli ambienti dolinari e degli ingressi di grotta si ricordano:

  • Thamnium alopecurum (muschio a volpe)
  • Marchantia polymorpha (epatica comune)
  • Conocephalum conicum (epatica a cono)

Le lichen sono invece rappresentate negli ambienti rupestri carsici da numerose specie crittogamiche specializzate che, in Italia, sono oggetto di notulae floristiche pubblicate annualmente su riviste come Italian Botanist. La conservazione di queste comunità crittogamiche dipende dalla disponibilità di superfici rocciose umide e ombreggiate — condizioni strutturalmente fornite dagli ambienti dolinari.


La Lampenflora: Flora Indotta dall’Uomo nelle Grotte Turistiche

Un fenomeno speculare — la creazione di vegetazione in ambienti che ne sarebbero naturalmente privi — avviene nelle grotte turistiche attrezzate con illuminazione artificiale. L’installazione di luci crea condizioni di fotosintesi sufficienti per la crescita di alghe, cianobatteri e diatomee sulle pareti: la cosiddetta lampenflora.

Uno studio sulle grotte del Nord-Ovest italiano ha identificato tre gruppi principali di microrganismi che compongono la lampenflora (diatomee, cianobatteri e alghe verdi) e ha analizzato come i diversi parametri ambientali (intensità luminosa, temperatura, umidità) ne influenzino differenzialmente la crescita. La lampenflora costituisce un problema per la conservazione delle grotte, poiché altera l’aspetto estetico dei concrezionamenti e può contribuire al degrado chimico delle superfici. Paradossalmente, essa dimostra che, in presenza di sufficiente energia luminosa, anche gli ambienti più estremi possono essere colonizzati dalla vita vegetale.


Il Profilo Botanico dei Baratri Carsici: Caso Studio del Carso Triestino

Il lavoro pubblicato dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan (2009) sul profilo botanico-vegetazionale dell’Abisso Bonetti nel Carso Goriziano rappresenta un caso studio emblematico della speleobotanica italiana. L’area è descritta come un territorio di transizione fra il Carso e l’entroterra prealpino, con comunità vegetali fortemente influenzate dall’esposizione, dalla profondità e dalla geometria delle voragini. Lo studio evidenzia come solo alcune voragini — quelle con ampie aperture, pozzi profondi e carattere decisamente “baratroide” — raggiungano dimensioni e condizioni tali da assumere rilevanza speleobotanica significativa.

Il Carso Triestino, con oltre 2.000 specie di piante vascolari, è considerato uno dei più ricchi serbatoi di biodiversità dell’Italia, dove molte piante di origine balcanica o orientale trovano le uniche stazioni in territorio italiano. Alcune di queste specie — come la cinquefoglia di Tommasini (Potentilla tommasiniana) e la genziana triestina (Gentiana verna subsp. tergestina) — vivono nelle lande carsiche, in condizioni di aridità estrema, mentre nelle doline troviamo le loro antitesi ecologiche: le specie mesofile e freddo-adattate dell’Asaro-Carpinetum.


Stato della Ricerca e Prospettive

Nonostante decenni di studi, la speleobotanica delle doline rimane un campo relativamente inesplorato rispetto alla biospeleologia animale. I principali ambiti di ricerca attiva comprendono:

1. Quantificazione del ruolo microrefugiale delle doline — Con gli strumenti della bioclimatologia e della modellistica della distribuzione delle specie (SDM), i ricercatori cercano di prevedere quali doline diventeranno i refugia più importanti sotto diversi scenari di cambiamento climatico.

2. Scoperta di nuove specie nelle tiankeng tropicali — Le grandi doline delle regioni carsiche tropicali (Cina, Messico, Papua Nuova Guinea) sono ancora in gran parte inesplorate biologicamente. Ogni spedizione può portare alla scoperta di specie vegetali nuove per la scienza.

3. Effetti del disturbo antropico — La deforestazione, l’agricoltura intensiva e l’abbandono del pascolamento stanno modificando la vegetazione delle doline in modi ancora non completamente compresi. Alcune doline del Carso storico, usate per secoli come orti o campi, stanno ricostituendo la vegetazione naturale, offrendo preziose opportunità per lo studio della ricolonizzazione.

4. Conservazione delle specie strettamente dolinicole — Per specie come Horstrissea dolinicola, con popolazioni contate in decine di individui, sono stati avviati programmi urgenti di conservazione ex situ (banche del seme), reinforzo in situ e protezione legale degli habitat.


Conclusione: Le Doline come Portali del Tempo

Le doline non sono semplici depressioni nel paesaggio carsico. Sono portali del tempo biologico: capaci di portare nel presente la flora dell’era glaciale, di isolare specie in evoluzione silenziosa per millenni, di custodire biodiversità vegetale che l’intero pianeta avrebbe altrimenti perduto. La foresta che cresce nel loro fondo non è una curiosità estetica — è un archivio vivente della storia evolutiva della Terra.

La speleobotanica ha il compito di leggere questo archivio, e la sua urgenza cresce con il cambiamento climatico: mentre le temperature di superficie si alzano, i fondi di dolina rimangono isole di freddo — rifugi sempre più preziosi, sempre più fragili, per una biodiversità vegetale sempre più sotto pressione. Comprendere questi ambienti significa non solo soddisfare la curiosità scientifica, ma anche identificare i luoghi in cui la natura stessa ha già sviluppato, nel corso di milioni di anni, la sua strategia di sopravvivenza.

Fonti
[1] Incontro La Venta Grotte di quarzo dei tepui – Scintilena https://www.scintilena.com/incontro-la-venta-grotte-di-quarzo-dei-tepui-a-roma-una-conferenza-racconta-trentanni-di-esplorazioni-nello-scudo-della-guiana/03/01/
[2] Cerro Sarisariñama – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Cerro_Sarisari%C3%B1ama
[3] Sarisariñama – Wikipedia, la enciclopedia libre https://es.wikipedia.org/wiki/Sarisari%C3%B1ama
[4] Cerro Sarisariñama – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Sarisarinama
[6] Sima Humboldt – Grotta naturale a pozzo nel tepuy Sarisariñama … https://it.aroundus.com/p/9829863-sima-humboldt
[7] breve storia delle esplorazioni sui tepuy – boegan.it https://www.boegan.it/1993/01/storia-delle-esplorazioni/
[8] Carsismo, cos’è e come riesce a formare grotte, doline, stalattiti e … https://www.geopop.it/carsismo-cose-e-come-riesce-a-formare-grotte-doline-stalattiti-e-stalagmiti/
[9] Silice_Carso_classico.indd http://www.boegan.it/wp-content/uploads/2009/10/3_Merlak.pdf
[10] Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo – Scintilena https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo/02/02/
[11] Sima Humboldt – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Sima_Humboldt
[15] Sarisariñama le grandi simas del venezuela – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=y2xuI_sJfp8
[23] “Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo” in scena a … https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo-in-scena-a-bologna/06/02/
[25] Tepui, le montagne perdute: a Roma trent’anni di esplorazioni nelle … https://www.scintilena.com/tepui-le-montagne-perdute-a-roma-trentanni-di-esplorazioni-nelle-grotte-di-quarzo-dello-scudo-della-guiana/02/10/
[31] Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo, un viaggio nella speleologia amazzonica – Scintilena https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo-un-viaggio-nella-speleologia-amazzonica/05/13/
[32] Zone carsiche e Tubi di lava segnalati dall’UNESCO per diventare … https://www.scintilena.com/zone-carsiche-e-tubi-di-lava-segnalati-dallunesco-per-diventare-patrimonio-dellumanita/06/20/
[48] Dalle Caverne alla Scienza: Martel Inventò la Speleologia … https://www.scintilena.com/dalle-caverne-alla-scienza-come-martel-invento-la-speleologia-moderna/01/23/
[59] [PDF] the true identity and characteristics of simia albifrons humboldt, 1812 https://primate.socgen.ucla.edu/index.php/multivitaminic/issue/download/54/56

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Great Blue Hole vs Taam Ja’: la guerra dei record tra le doline sommerse che nessuno riesce a misurare davvero

Máj 1st 2026 at 07:00

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Immagine di copertina rilasciata sotto Creative Commons

Le doline marine del Mar dei Caraibi ridisegnano i confini tra speleologia e oceanografia: il Great Blue Hole del Belize ha 318 metri di diametro e 124 di profondità, ma il Taam Ja’ messicano lo supera con oltre 420 metri verso il basso — e il fondo non è ancora stato trovato.


Nel 1971 Jacques Cousteau portò la sua nave Calypso nei pressi di Lighthouse Reef, al largo del Belize, e dichiarò il Great Blue Hole uno dei migliori siti di immersione del mondo. Cinquant’anni dopo, nella Baia di Chetumal a poche centinaia di chilometri di distanza, i ricercatori hanno individuato una dolina quattro volte più profonda che i loro strumenti non riescono ancora a raggiungere. La storia dei blue hole è appena iniziata.[1][2][3][4]


Cosa sono i blue hole: doline senza cielo

Una dolina marina è una grande cavità carsica subacquea. La sua origine risale a periodi in cui il livello del mare era molto più basso, come nel Pleistocene. Il termine blue hole — letteralmente “buco blu” — descrive bene l’aspetto visivo: viste dall’alto o dalla superficie, queste cavità appaiono come cerchi di blu intenso che contrastano con le acque più chiare e basse che le circondano.[5][6]

Il meccanismo alla base è il carsismo. L’acqua dissolve le rocce calcaree, scavando nel tempo grotte, gallerie e doline. Durante le glaciazioni quaternarie, le calotte polari richiamavano a sé enormi quantità d’acqua, abbassando il livello del mare di circa 120-130 metri rispetto a oggi. In quel contesto emersero e si svilupparono cavità calcaree oggi completamente sommerse. Quando i ghiacci si sciolsero e gli oceani tornarono a salire, le grotte furono invase dall’acqua. I tetti di alcune di esse cedettero, trasformandole nelle doline marine che conosciamo.[7][8][5]

Il processo è identico a quello che genera le doline sulla terraferma. La differenza è che queste non hanno più un cielo: il loro soffitto è l’oceano.


Great Blue Hole del Belize: 318 m di diametro, 124 m di profondità e 153.000 anni di storia

Il Great Blue Hole si trova al centro dell’atollo Lighthouse Reef, a circa 70 chilometri dalla costa di Belize City. Con 318 metri di diametro e 124 metri di profondità, è la più grande dolina marina del pianeta. È visibile dallo spazio. Dall’alto appare come un cerchio quasi perfetto di blu intenso, incastonato nelle acque turchesi della barriera corallina del Belize.[7][9]

La dolina marina non è sempre stata sott’acqua. Si formò come caverna calcarea durante le glaciazioni del Quaternario. Le analisi effettuate sulle stalattiti trovate al suo interno hanno datato la loro formazione a quattro fasi distinte: circa 153.000, 66.000, 60.000 e 15.000 anni fa. Ogni fase corrisponde a un periodo glaciale in cui il livello del mare era abbassato e la grotta era emersa, asciutta, esposta all’aria. Con il ritorno delle acque dopo l’ultima glaciazione, la cavità fu sommersa e il tetto collassò.[8][10][7]

Il Great Blue Hole fa parte del Belize Barrier Reef Reserve System, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. La barriera corallina mesoamericana che lo circonda si estende per circa mille chilometri ed è la seconda più grande del mondo.[10][7]


Le stalattiti che sfidano le leggi della fisica subacquea

Le pareti interne del Great Blue Hole presentano una serie di terrazze a profondità di 21, 49 e 91 metri. Su queste pareti sono visibili stalattiti e stalagmiti ancora intatte. È qui che la dolina marina diventa un documento geologico insostituibile.[7]

Le stalattiti e le stalagmiti possono formarsi soltanto in ambienti asciutti, per gocciolamento d’acqua ricca di carbonato di calcio. La loro presenza sotto decine di metri d’acqua salata dimostra, senza margini di dubbio, che quella cavità si trovava un tempo sulla terraferma. Le formazioni sono verticali, perfettamente orientate secondo la gravità: se si fossero formate sott’acqua, la fisica non lo consentirebbe. Sono prove dirette delle oscillazioni del livello del mare nel corso delle ere glaciali.[11][7]

Chi si immerge nel Great Blue Hole descrive un paesaggio imprevedibile: le pareti cadono perpendicolari sul fondo e sono ricoperte da stalattiti lunghe fino a 5-6 metri. I subacquei ricreativi raggiungono al massimo 40 metri di profondità. Il resto della dolina marina, i suoi livelli inferiori, rimane in gran parte inesplorato.[12][13]


Taam Ja’: il nuovo detentore del record con oltre 420 m di profondità

Il Taam Ja’ Blue Hole si trova nella parte settentrionale della Baia di Chetumal, lungo la costa sud-orientale della penisola dello Yucatán, in Messico. Il suo nome, in lingua maya, significa “acque profonde”. La dolina marina fu individuata per la prima volta da un subacqueo nel 2003, ma solo nel 2021 fu oggetto di una prima indagine scientifica formale.[1][14][15]

Nella prima esplorazione del settembre 2021, la profondità del Taam Ja’ fu stimata a 274,4 metri, il che lo rese la seconda dolina marina più profonda conosciuta allora, subito dopo il Sansha Yongle Dragon Hole cinese. Nel dicembre 2023, i ricercatori di ECOSUR (El Colegio de la Frontera Sur) tornarono sul sito con strumenti diversi. I risultati ribaltarono ogni aspettativa: le misurazioni con un profiler CTD registrarono profondità di 416 e 423,6 metri sotto il livello del mare — senza ancora raggiungere il fondo.[2][15][16]

Il Guinness dei Primati ha riconosciuto il record il 29 aprile 2024: il Taam Ja’ è la dolina marina più profonda conosciuta, con almeno 420 metri. Supera il precedente detentore cinese, il Sansha Yongle, fermo a circa 301 metri. La profondità reale, però, resta sconosciuta.[1][2]


Perché non riusciamo ancora a misurarlo: il limite degli ecoscandagli e i tunnel nascosti

Il problema principale è strumentale. Gli ecoscandagli, i sistemi sonar che normalmente mappano i fondali, impiegano onde sonore riflesse dal fondo. Nella prima esplorazione del 2021, l’ecoscandaglio indicò 274 metri come massimo rilevabile — ma stava misurando una picnocline, ovvero uno strato di separazione tra acque a densità diversa, non il fondo reale. Quando i ricercatori usarono un profiler CTD — uno strumento che scende fisicamente misurando la pressione — superarono quella soglia di 150 metri.[2][16]

Nel dicembre 2023, il CTD raggiunse oltre 420 metri senza incontrare il fondo. La misurazione si interruppe per un problema tecnico. Nessuno sa ancora dove finisca la dolina marina.[14][2]

C’è un altro elemento che complica il quadro. Le misurazioni di temperatura hanno rilevato un’anomalia significativa: oltre i 400 metri, la temperatura aumenta di circa 4 gradi Celsius — insolito per acque a quella profondità. Una delle ipotesi dei ricercatori è che il Taam Ja’ sia collegato con il Mar dei Caraibi attraverso gallerie e condotti sotterranei. Funzionerebbe come la radice di un sistema idrogeologico più vasto, distinto dai sistemi carsici di Tulum e Cancún ma parte della stessa piattaforma calcarea della Penisola dello Yucatán. Nei pressi del Taam Ja’ sono state identificate due zone di frattura: una settentrionale, ricca di strutture orizzontali tipiche dei cenote, e una meridionale, con strutture verticali come quella del blue hole stesso.[17][18]


Dove si incontrano speleologia e oceanografia: le sfide tecniche delle esplorazioni in blue hole

I blue hole occupano una posizione di confine tra due discipline. Da un lato sono fenomeni carsici, doline formate da processi identici a quelli delle grotte terrestri. Dall’altro sono ambienti oceanici, raggiungibili solo con tecniche subacquee avanzate. Gli speleologi conoscono la geologia, la morfologia delle cavità, i meccanismi di formazione. Gli oceanografi conoscono le correnti, la pressione, la chimica dell’acqua salata. Nessuna delle due discipline, da sola, è sufficiente.[5]

Le sfide tecniche sono molteplici. Scendere oltre i 40 metri richiede miscele di gas speciali per evitare la narcosi da azoto. A maggiori profondità entrano in gioco l’ossigeno tossico e i tempi di decompressione, che possono allungare un’immersione di ore. Nelle cavità sommerse si aggiunge il buio totale, l’assenza di segnale GPS e la necessità di portare con sé tutta l’aria per il ritorno. La spedizione “Edges of Earth” che ha effettuato una delle prime immersioni nel Taam Ja’ ha incontrato condizioni estreme già a 30 metri, con una visibilità che variava drasticamente con la profondità.[17][19]

Per quanto riguarda la misurazione strumentale, la dolina marina del Taam Ja’ ha dimostrato i limiti degli ecoscandagli in ambienti con strati d’acqua a densità molto diverse. L’unica via per conoscere la profondità reale rimane quella di scendere fisicamente, con strumenti ad alta pressione, in condizioni che la tecnologia attuale rende ancora difficilmente gestibili. Per ora, il fondo del Taam Ja’ rimane dove si trova: nell’oscurità, a una profondità che i numeri non riescono ancora a fissare.[2][20]


Taam Ja’ — Il Blue Hole Più Profondo del Mondo

“Taam Ja’: il nuovo detentore del record con oltre 420 m di profondità”

Si tratta del titolo di un articolo di speleologia/oceanografia che annuncia il primato mondiale del Taam Ja’ Blue Hole, la dolina sottomarina più profonda conosciuta al mondo.


1. Cos’è il Taam Ja’ Blue Hole?

Il Taam Ja’ (in lingua Maya: “acqua profonda”) è una dolina sottomarina situata nella Baia di Chetumal, lungo la costa sud-orientale della Penisola dello Yucatán, in Messico, al confine con il Belize. La struttura è circolare, con un’apertura di circa 152 metri di diametro e una superficie di circa 13.700 m². Non è visibile dall’alto, né con droni, perché le acque torbide e agitate della baia lo camuffano completamente.[1][2][3][4]

Fu scoperto per caso nel 2003 da un pescatore locale il cui padre, subacqueo, stava inseguendo una cernia rossa che era finita nel buco. Rimase segreto per quasi vent’anni, finché nel 2021 il figlio del pescatore collaborò con lo scienziato marino Juan Carlos Alcérreca-Huerta del Colegio de la Frontera Sur (ECOSUR), che avviò le prime misurazioni ufficiali.[2][5]


2. La Scoperta del Record

Cronologia delle misurazioni

Anno Metodo Profondità rilevata Posizione nella classifica 2021 Ecoscandaglio (echo sounder) ~274 m 2° blue hole più profondo del mondo [6] 2023 CTD Profiler SWiFT (Valeport UK) >420 m (fondo non raggiunto) 1° blue hole più profondo del mondo [7][2]

Il 6 e 13 dicembre 2023, i ricercatori dell’ECOSUR hanno condotto una spedizione subacquea con un profilatore CTD SWiFT (Valeport UK) e hanno misurato 416,0 m e poi 423,6 m di profondità, senza tuttavia raggiungere il fondo. Il Guinness World Records ha ufficialmente riconosciuto il primato.[2][7]

Confronto con altri Blue Holes nel mondo

Taam Ja’ Messico (Baia di Chetumal) >420 m

Sansha Yongle (Dragon Hole) Mar Cinese Meridionale ~301 m

Dean’s Blue Hole Bahamas ~202 m

Dahab Blue Hole Egitto ~130 m

Great Blue Hole Belize ~124–125 m


3. Perché Non Riusciamo Ancora a Misurarlo: Il Limite degli Ecoscandagli

Come funziona un ecoscandaglio

Un ecoscandaglio (o echo sounder) misura la profondità emettendo un impulso ultrasonico verso il basso: il segnale rimbalza sul fondo e torna al ricevitore, e la profondità è calcolata come: [ \text{Profondità} = \frac{\text{Velocità del suono} \times \text{Tempo}}{2} ] La velocità del suono in acqua è circa 1.500 m/s. Sembra semplice, ma nei blue hole questo metodo incontra ostacoli enormi.[9]

I 4 limiti tecnici principali nei Blue Holes

1. Gradienti di densità verticale (picnoclini)
Nei blue holes si formano strati d’acqua con densità diverse — chiamati picnoclini — che si comportano come barriere acustiche. Il suono emesso dall’ecoscandaglio viene riflesso o deviato da questi strati prima di raggiungere il fondo reale. Nel Taam Ja’, sono stati identificati ben 4 picnoclini a circa 4,6 m, 246,1 m, 323,3 m e 414,5 m di profondità. Il secondo picnoclino — a 246 m — ha ingannato il sonar nel 2021, restituendo una profondità falsa di 274 m.[7][10]

2. Morfologia non strettamente verticale
Il Taam Ja’ non è un cilindro perfettamente dritto. Le sue pareti si inclinano fino a 80° di pendenza e si allargano o si deformano in profondità. Le onde sonore di un ecoscandaglio si diffondono in un cono: se le pareti o il fondo del blue hole deviano dalla verticale, il segnale viene riflesso lateralmente e il dispositivo legge una profondità sbagliata. I dati CTD del 2023 hanno confermato che il profiler scendeva con un’inclinazione di circa 32–34° rispetto alla verticale, a causa della geometria interna della cavità o delle correnti sotterranee.[4][10][7]

3. Dipendenza dalla frequenza e limite di portata
Gli ecoscandagli ad alta frequenza (100–200 kHz) sono precisi ma penetrano poco in profondità; quelli a bassa frequenza raggiungono profondità maggiori ma con risoluzione peggiore. In ambienti complessi come un blue hole con strati d’acqua anomali, nessuna frequenza è ottimale. I sistemi ad alta frequenza vengono assorbiti prima di raggiungere il fondo; quelli a bassa frequenza rimbalzano sui picnoclini.[9][10]

4. Variazioni di sezione e deviazioni morfometriche
Nei blue holes, la sezione trasversale cambia con la profondità: si può allargare in camere laterali o restringersi in cunicoli. L’eco torna da superfici diverse (pareti, sporgenze, sedimenti), generando segnali multipli sovrapposti che confondono l’algoritmo dello strumento. Il Taam Ja’, con le sue pareti ricoperte di biofilm, roccia calcarea e formazioni speleotematiche, è un ambiente acusticamente caotico.[10][11][7]


4. La Soluzione: Il Profilatore CTD

Il CTD profiler (Conductivity, Temperature, Depth) misura la profondità in modo diretto tramite la pressione dell’acqua (non acusticamente), registrando in tempo reale anche temperatura e salinità. Lo strumento viene calato fisicamente nell’acqua con un cavo, fino al limite tecnico supportato dallo strumento.[6][7]

Nel 2021, i CTD usati erano limitati a 200 m di profondità per non danneggiare lo strumento. Nel 2023, con un SWiFT CTD Profiler dotato di ~500 m di cavo, si è raggiunta la profondità record di 423,6 m — ma il cavo si è inclinato di 32° e il fondo non è stato ancora toccato.[7]

Perché il CTD è superiore all’ecoscandaglio nei blue holes

Caratteristica Ecoscandaglio CTD Profiler Principio Acustico (indiretto) Pressione (diretto) Problemi con picnoclini Grave (riflessione del suono) Nessuno Problemi con morfologia obliqua Grave (segnale deviato) Minore (devia il cavo) Risoluzione 3D Alta (copertura spaziale) Bassa (solo punto per punto) Limite profondità Teoricamente alto, ma non accurato in blue holes Dipende dalla lunghezza del cavo


5. I Tunnel Nascosti: Il Collegamento con l’Oceano

La scoperta più sorprendente del 2023 non riguarda solo la profondità, ma la composizione chimica dell’acqua. Al di sotto dei 400 m, il CTD ha rilevato uno strato con temperatura e salinità quasi identiche a quelle delle acque del Mar dei Caraibi e delle lagune della barriera corallina mesoamericana.[7][12]

Questo è un indizio fortissimo: il Taam Ja’ potrebbe essere collegato all’oceano aperto attraverso una rete di tunnel e grotte sotterranee. La Penisola dello Yucatán è del resto già nota per ospitare il sistema di grotte sommerse più esteso del mondo (Sac Actun), formato da glacio-eustatismo durante le ere glaciali. La connessione ipotetica con la frattura del Rio Hondo Fault Zone suggerisce che i tunnel possano estendersi per chilometri.[4][12][13][14][7]

Meccanismi idrologi ipotizzati

  • Effetto Venturi: l’acqua marina entra dai tunnel a pressione, aumentando salinità e temperatura in profondità[7]
  • Gradiente idrostatico: se la pressione dell’acqua marina è maggiore di quella dolce superficiale, l’oceano “ricarica” il blue hole dal basso[7]
  • Attività geotermica: in analogia con l’acquifero Floridiano, potrebbe esistere un riscaldamento geotermico delle acque profonde che le fa risalire[7]

6. Tecnologie Future per Esplorare il Fondo

Per risolvere il mistero della profondità reale del Taam Ja’, i ricercatori dell’ECOSUR e la comunità speleologica internazionale indicano la necessità di combinare più tecnologie:[7][15]

  • ROV e AUV (veicoli sottomarini autonomi o teleguidati) per navigare nei tunnel obliqui, come già sperimentato nella grotta Shulgan-Tash negli Urali[15]
  • Sonar multibeam per mappe 3D ad alta risoluzione[9]
  • CTD profiler con cavi più lunghi (>500 m) e a prova di inclinazione
  • LiDAR e fotogrammetria subacquea per la mappatura delle pareti[16]

? Concetti Chiave — Flashcard di Studio

Blue Hole Dolina sottomarina a forma cilindrica, formata per dissoluzione carsica del calcare in periodi glaciali [17]

Taam Ja’ Il blue hole più profondo conosciuto: >420 m, Baia di Chetumal, Messico [2]

Ecoscandaglio Strumento sonar che misura la profondità acusticamente, indiretto e limitato nei blue holes [18][9]

CTD Profiler Dispositivo diretto che misura profondità (pressione), temperatura e conducibilità [7]

Picnoclino Strato di discontinuità della densità dell’acqua che riflette le onde sonore [7]

Sistema carsico Complesso di grotte e tunnel formati da dissoluzione del calcare [17]

Anchialine Sistema costiero con connessioni sotterranee tra acque dolci e marine [7]

ECOSUREl Colegio de la Frontera Sur, istituto di ricerca messicano autore dello studio [7]


Domande di Pratica

  1. Perché l’ecoscandaglio ha misurato 274 m nel 2021 invece dei reali >420 m?
    ? A causa del secondo picnoclino a ~246 m che ha riflesso le onde sonore[7]
  2. Quale strumento ha permesso di superare il record nel 2023 e come funziona?
    ? Il CTD SWiFT Profiler, che misura la profondità tramite pressione idrostatica diretta[7]
  3. Quale prova suggerisce la connessione del Taam Ja’ con l’oceano?
    ? Le caratteristiche di temperatura e salinità dell’acqua oltre i 400 m, simili a quelle del Mar dei Caraibi[12][7]
  4. Perché la morfologia obliqua del blue hole ostacola la misurazione?
    ? L’eco sonar viene deviato lateralmente dalle pareti inclinate; anche il cavo del CTD scende a 32-34° invece che in verticale[7]
  5. Qual è la struttura carsica più famosa vicina al Taam Ja’?
    ? Il sistema Sac Actun, il più grande sistema di grotte sommerse del mondo, nella stessa penisola[13]


Fonti principali: Frontiers in Marine Science (2024), Guinness World Records (2024), El Colegio de la Frontera Sur – ECOSUR, Scintilena.com, Wikipedia IT.

Fonti
[1] Deepest blue hole https://www.guinnessworldrecords.com/world-records/80899-deepest-blue-hole
[2] Recent records of thermohaline profiles and water depth in the … https://www.frontiersin.org/journals/marine-science/articles/10.3389/fmars.2024.1387235/full
[3] Great Blue Hole – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Great_Blue_Hole
[5] Blue Holes: Il legame tra oceani, grotte e sistemi carsici https://www.scintilena.com/blue-holes-il-legame-tra-oceani-grotte-e-sistemi-carsici/06/11/
[6] Dolina marina – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Dolina_marina
[7] Il Great Blue Hole del Belize: la dolina marina più grande del mondo … https://www.scintilena.com/il-great-blue-hole-del-belize-la-dolina-marina-piu-grande-del-mondo-nasconde-segreti-dellera-glaciale/03/10/
[8] Qual è l’origine del Great Blue Hole? Vediamo cosa sono le doline … https://www.geopop.it/cosa-sono-le-doline-marine-e-come-si-formano/
[9] Gli esperti hanno fatto scoperte inaspettate nel Great Blue Hole https://www.scienzenotizie.it/2024/10/21/gli-esperti-hanno-fatto-scoperte-inaspettate-nel-great-blue-hole-1695564
[10] Il Great Blue Hole: Meraviglia Geologica Sottomarina del Belize https://www.scintilena.com/il-grande-blue-hole-meraviglia-geologica-sottomarina/01/24/
[11] Belize, Great Blue Hole: tra stalattiti e squali – 2000 Sub Padova https://www.2000sub.org/viaggi/belize-great-blue-hole-tra-stalattiti-e-squali/
[12] Great Blue Hole: cos’è e come si è formata – Holins https://www.holins.it/great-blue-hole/
[13] Il Grande Buco Blu del Belize scoperto da Jacques Cousteau ed esplorato da suo nipote Fabien – Daily Nautica https://www.dailynautica.com/rubriche/il-grande-buco-blu-del-belize-scoperto-da-jacques-cousteau-ed-esplorato-da-suo-nipote-fabien/
[14] ll “buco blu” più profondo mai scoperto al mondo si trova in Messico https://www.geopop.it/ll-buco-blu-piu-profondo-mai-scoperto-al-mondo-si-trova-in-messico-il-taam-ja/
[15] Taam Ja’ – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Taam_Ja’
[16] First insights into an exceptionally deep blue hole in the Western Caribbean: The Taam ja’ Blue Hole https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmars.2023.1141160/pdf
[17] Diving Taam Ja’, the world’s deepest blue hole https://oceanographicmagazine.com/features/taam-ja-diving-the-worlds-deepest-blue-hole/
[18] Il buco blu appena scoperto al largo del Messico è il … https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/il-buco-blu-appena-scoperto-al-largo-del-messico-e-il-secondo-piu-profondo-al-mondo/
[19] Blue Hole – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Blue_Hole
[20] Esplorazione del Great Blue Hole del Belize – SBG Systems https://www.sbg-systems.com/it/case-studies/survey-great-blue-hole-ellipse-ins/

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Xiaozhai Tiankeng: dentro la dolina più profonda del mondo, dove una foresta primordiale sopravvive nell’ombra dell’abisso

Máj 1st 2026 at 06:00

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Foto di copertina rilasciata sotto Creative Commons

Nella contea di Fengjie, in Cina, il “Pozzo Celeste” scende per 662 metri nel calcare triassico. Sul fondo, un ecosistema isolato da millenni ospita 1.285 specie vegetali e animali rari come il leopardo nebuloso. La speleologia lo ha scoperto ufficialmente solo nel 1994.


Xiaozhai Tiankeng: non una dolina carsica come le altre

Immagina di affacciarti su un abisso largo quanto sei campi da calcio affiancati e profondo come due volte la Torre Eiffel. Sul fondo, invece del buio, trovi una foresta primordiale intatta. Non è fantascienza: è Xiaozhai Tiankeng, e la maggior parte degli speleologi non ci è mai scesa.

Per capire cosa sia davvero questo luogo, occorre partire da una distinzione tecnica. Una dolina carsica classica si forma per dissoluzione lenta della roccia calcarea dall’alto, oppure per collasso localizzato di piccole cavità sotterranee. Dimensioni contenute, pareti inclinate, assenza di un corso d’acqua permanente sul fondo.[1]

Il tiankeng è qualcosa di diverso. Il termine cinese significa letteralmente pozzo celeste e fu proposto nel 2001 dalla comunità scientifica internazionale per indicare una categoria geomorfologica distinta. Per essere classificata come tiankeng, una formazione deve avere almeno 100 metri sia in larghezza sia in profondità, pareti quasi verticali su tutto il perimetro e un collegamento attivo con un fiume di grotta. Il termine non è ancora di uso corrente in tutta la letteratura scientifica: molti studi indicano ancora queste strutture come “doline da collasso” o “valli di crollo” di dimensioni eccezionali.[2][1]


Le dimensioni che definiscono la dolina più profonda del mondo

Xiaozhai Tiankeng si trova nella contea di Fengjie, municipalità di Chongqing, nel cuore dei paesaggi carsici della Cina meridionale.[1]

Le misure parlano da sole:

  • Profondità massima: 662 metri[3][1]
  • Larghezza: 626 metri, lunghezza 511 metri[1]
  • Superficie dell’apertura: circa 274.000 m²[1]
  • Volume: circa 119.349.000 m³[4][1]

Per confronto, il volume equivale a riempire circa 48.000 piscine olimpiche. La bocca del pozzo è visibile dall’alto: un ovale irregolare che interrompe la fitta vegetazione della montagna circostante. Durante le piogge intense, cascate temporanee precipitano lungo le pareti verticali fino al fondo.[4]


Come si forma una dolina da collasso carsica: la struttura a doppia caldera

La morfologia di Xiaozhai Tiankeng è il risultato di un processo durato circa 128.000 anni. Non si tratta di un singolo evento catastrofico, ma di una sequenza di collassi progressivi di due cavità calcaree sovrapposte.[5][1]

La conca superiore ha creato una depressione profonda circa 320 metri, con bocca quasi circolare. Quella inferiore ha generato una conca più stretta, profonda 342 metri, dalla bocca rettangolare di circa 268 per 257 metri. Le due cavità sono collegate da un livello calcareo intermedio che degrada dolcemente ed è coperto da vegetazione, conferendo alla formazione il tipico profilo a “doppia ciotola”.[3][5][1]

Il meccanismo alla base è quello delle doline da collasso: l’acqua leggermente acida penetra nelle fratture del calcare, scioglie progressivamente la roccia, allarga le camere sotterranee finché il tetto cede. Nel caso di Xiaozhai Tiankeng, questo processo è stato amplificato e mantenuto attivo dalla presenza di un fiume sotterraneo che, nel tempo, ha continuato a rimuovere i detriti di crollo, impedendo il riempimento della cavità.[6][7][2][1]


Un ecosistema isolato: la foresta sotterranea della Cina

Il fondo di Xiaozhai Tiankeng non è un deserto di roccia. È un ecosistema praticamente isolato dal mondo esterno per migliaia di anni.[1]

Le ricerche biologiche condotte all’interno della formazione hanno censito 1.285 specie di piante appartenenti a 224 famiglie. Tra queste spicca il Ginkgo biloba, considerato un “fossile vivente” per le sue origini risalenti a circa 250 milioni di anni fa nel Permiano.[8][4][1]

La fauna è altrettanto significativa. Il leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa), specie classificata come vulnerabile, frequenta questo ambiente protetto. Sono stati documentati anche il rinopiteco dorato e il fagiano dorato, entrambi rari.[9][6][1]

Le condizioni microclimatiche interne favoriscono questa biodiversità: temperatura stabile, elevata umidità, protezione dai venti, presenza costante di acqua. Il fondo riceve luce sufficiente per supportare una vegetazione densa, con alberi che raggiungono i 40 metri di altezza. Si tratta di un rifugio naturale che ha permesso la sopravvivenza di specie che altrove sono scomparse.[10][2]


Come esplorare Xiaozhai Tiankeng: accesso, parco e percorsi

La dolina è nota agli abitanti della zona da tempo immemorabile. Il nome stesso deriva dall’antico villaggio abbandonato di Xiaozhai, situato nelle vicinanze.[11][1]

La scoperta scientifica ufficiale risale al 1994, quando un gruppo di speleologi britannici appartenenti al progetto China Caves Project documentò la formazione per la comunità internazionale.[8][1]

Oggi la dolina è inserita nel Parco Nazionale Tiankeng Difeng, che comprende l’intera area carsica della contea di Fengjie. Per raggiungere il fondo è stata costruita una scalinata di 2.800 gradini, che consente ai visitatori di scendere lungo le pareti e camminare sul fondovalle attraverso percorsi attrezzati. La discesa è impegnativa e richiede buone condizioni fisiche: il dislivello è considerevole e le pareti verticali rendono il percorso tecnicamente complesso anche per i turisti.[11][4][1]


Il fiume sotterraneo Difeng: la frontiera ancora aperta per gli speleologi

Sotto il fondo visibile di Xiaozhai Tiankeng scorre il sistema che ha generato l’intera struttura: la grotta Difeng. È essa che, erodendo e rimuovendo i detriti nel corso dei millenni, ha permesso ai collassi successivi di mantenersi aperti.[1]

Il fiume sotterraneo Difeng percorre circa 8,5 chilometri, con un dislivello totale di 364 metri. La portata media è di 8,77 m³/s, ma durante le piene può raggiungere i 174 m³/s. Il fiume inizia nella gola sotterranea di Tianjing e sfocia sulla scogliera verticale del fiume Migong, formando una cascata di 4 metri di altezza.[11][1]

La grotta Difeng si dirama per circa 37 chilometri, con una profondità massima di 900 metri e sezioni che variano dai 2 ai 60-70 metri di larghezza. Gran parte del sistema è ancora inesplorato. È per questo che Xiaozhai Tiankeng rappresenta per la speleologia un capitolo aperto: la formazione è accessibile, ma il sistema idrologico che la sostiene non è stato ancora completamente cartografato.[1]

Il China Caves Project ha condotto le prime esplorazioni sistematiche nel 1994. Da allora, campagne successive hanno esteso la conoscenza del sistema, ma le condizioni idrauliche estreme e la complessità della grotta rendono ogni progressione un’operazione che richiede preparazione tecnica approfondita e attrezzature specialistiche.[12][1]

Xiaozhai Tiankeng rimane, a trent’anni dalla sua scoperta scientifica, una delle formazioni carsiche più studiate e meno completamente esplorate del pianeta.


Una Foresta Primordiale nel Fondo di un Tiankeng Cinese: la Ricerca Rivela Ecosistemi Sconosciuti

La scoperta della dolina di Leye nel Guangxi apre nuovi scenari per la tutela della biodiversità carsica


Il 6 maggio 2022, un team di otto scienziati ha raggiunto il fondo di una gigantesca dolina carsica — un tiankeng — nella Contea di Leye, nella Regione Autonoma del Guangxi Zhuang, nel Sud della Cina. Lì ha trovato una foresta primordiale intatta, con alberi alti quasi quaranta metri e specie vegetali mai documentate. La notizia, tornata recentemente a circolare sui social media, merita di essere esaminata alla luce dei risultati accumulati dalla ricerca scientifica negli anni successivi.


Tiankeng: la dolina carsica gigante che preserva ecosistemi primordiali

La dolina si trova vicino al villaggio di Ping’e, nella township di Luoxi. Misura circa 306 metri di lunghezza, 150 metri di larghezza e 192 metri di profondità, per un volume superiore a cinque milioni di metri cubi. Per queste dimensioni è classificata come large tiankeng, la categoria più grande nella tassonomia delle doline carsiche. A guidare la spedizione sono stati Chen Lixin, fondatore del Guangxi 702 Cave Expedition Club, e Zhang Yuanhai, ingegnere senior dell’Institute of Karst Geology del China Geological Survey. La dolina era stata individuata in precedenza nelle immagini satellitari da Hongying Wu, soprannominato “Crow”.[1][2][3]

Il termine tiankeng (??) deriva dai caratteri cinesi per “cielo” e “fossa”. Per essere classificata come tale, una dolina deve avere profondità e larghezza entrambe superiori a cento metri, pareti quasi verticali e un collegamento storico con un corso d’acqua sotterraneo. La Cina ospita circa duecento dei trecento tiankeng conosciuti nel mondo. Nella sola Contea di Leye ne sono stati censiti trenta.[2][4][5][6][7][1]


La discesa nel fondo: foresta vergine e tre possibili grotte

Per raggiungere il fondo, il team ha percorso in corda oltre cento metri di pareti verticali. Poi ha avanzato per ore attraverso una foresta primordiale mai perturbata dall’attività umana. Gli esploratori hanno trovato alberi di quasi quaranta metri di altezza, una vegetazione densa che arrivava alle spalle e distese di piantaggine selvatica. Hanno rilevato anche una rara specie di bambù quadrato con spine di due-tre centimetri sui nodi. Sulle pareti della cavità sono state individuate tre aperture di grotta, interpretate come ingressi al sistema carsico sotterraneo che, con successivi crolli, ha dato origine al tiankeng.[8][9][2]

L’isolamento millenario rende plausibile la presenza di specie animali e vegetali sconosciute alla scienza. Lo ha dichiarato sia Chen Lixin sia George Veni, idrogeologo e già direttore esecutivo del National Cave and Karst Research Institute (NCKRI) negli Stati Uniti. Veni ha aggiunto un’osservazione rilevante sul piano ambientale: le falde acquifere carsiche forniscono la fonte d’acqua primaria o unica per settecento milioni di persone nel mondo, ma sono facilmente inquinabili perché l’acqua vi scorre senza filtrazione naturale.[10][11][12]


Ecosistema autosufficiente: il meccanismo del tiankeng

Il fondo del tiankeng crea condizioni eccezionali. C’è luce sufficiente per la fotosintesi, filtrata dall’apertura sommitale. La materia organica in decomposizione fornisce nutrienti in continuazione. L’acqua non manca: il carsismo è per definizione un sistema acquifero. La temperatura è elevata e l’umidità è costante. All’interno si verifica una inversione termica: la temperatura aumenta dalla superficie verso il fondo, al contrario di quanto accade sui versanti montani. Questo fenomeno favorisce lo sviluppo di una biodiversità tropicale stabile.[2]

La dolina funziona come un ecosistema chiuso, simile a un grande giardino in bottiglia: la foresta primordiale ricicla autonomamente nutrienti e ossigeno, senza alcun intervento esterno.[2]


Specie credute estinte riemergono dai tiankeng

Il caso della dolina di Leye non è il primo. Nella Provincia dello Yunnan, nel settembre 2021, il botanico Zhang Ting del Kunming Institute of Botany ha scoperto in un tiankeng vicino a Mengzi due specie considerate estinte da oltre un secolo:[13]

  • Petrocosmea grandiflora, descritta nel 1895 dal botanico William Hensley e non documentata per 126 anni
  • Elaeagnus bambusetorum, raccolta per l’ultima volta nel 1915 e poi assente dai registri scientifici per 106 anni[14]

Nel giugno 2025, scienziati cinesi hanno completato la reintroduzione di oltre quattrocento plantule di Petrocosmea grandiflora nel tiankeng di Mengzi, coltivate in laboratorio tramite coltura tissutale. Le piantine sono state posizionate sulle pareti rocciose con l’uso di imbragature da arrampicata. È uno dei primi interventi di restauro ecologico diretto condotti all’interno di un tiankeng.[15]


Ricerca accademica: risultati dal 2022 al 2025

Negli anni successivi alla scoperta di Leye, diversi studi scientifici hanno approfondito le caratteristiche biologiche dei tiankeng:

Funghi e nuove specie (2022): Nel tiankeng “Monkey-Ear” del Guangxi sono state identificate otto nuove specie di funghi del tipo Cordyceps-like, nei generi Akanthomyces, Beauveria, Cordyceps e Samsoniella, oltre a sette specie già note.[16]

Microbioma del suolo (2023): Uno studio pubblicato su Microbiology Spectrum ha rilevato che la diversità microbica del suolo è significativamente più alta dentro i tiankeng rispetto all’esterno. All’esterno, le comunità batteriche includono geni legati a malattie infettive umane, prodotto del disturbo antropico; all’interno, questi sono assenti.[17]

DNA antico preservato (2024): Uno studio sulla rivista Forests, basato sulla tecnologia di sequenziamento Hyper-seq, ha analizzato la diversità genetica della Manglietia aromatica, un albero della famiglia delle Magnoliaceae quasi estinto in superficie. Le popolazioni all’interno dei tiankeng mostrano una diversità genetica notevolmente più elevata rispetto agli esemplari di superficie. Il DNA conservato risale all’era dei dinosauri.[6][18]

Strategie ecologiche (2023): Uno studio pubblicato su Ecological Indicators ha quantificato che le specie uniche presenti esclusivamente nei tiankeng sono tra il 10,87% e il 17,98% in più rispetto alle foreste carsiche vicine di superficie.[19]

Microdiversità fungina come rifugio (2025): Uno studio su Land Degradation & Development ha confermato che i tiankeng carsici ospitano comunità microbiche abbondanti e diversificate, consolidando il ruolo di queste formazioni come rifugi attivi di microdiversità.[20]


Leye-Fengshan: il geoparco UNESCO tra i tiankeng più grandi della Cina

La Contea di Leye appartiene al Leye-Fengshan Global Geopark, inserito nella rete UNESCO nel 2010. Il parco è formato per oltre il sessanta per cento da rocce carbonatiche devoniane e permiane, ospita due grandi fiumi sotterranei, ponti naturali e alcune delle camere di grotta più grandi conosciute. È meta di spedizioni internazionali. Nel 2017 vi hanno partecipato anche speleologi italiani.[21][22][2]

La dolina esplorata nel 2022 non è la più grande del mondo. Il primato spetta allo Xiaozhai Tiankeng, sempre in Cina, con 626 m di lunghezza, 537 m di larghezza e 662 m di profondità. Fu esplorato nel 1994 dagli speleologi britannici nell’ambito del China Caves Project e ospita oltre milleduecento specie vegetali e animali.[2]


Minacce e prospettive: turismo e politiche di tutela

Nel novembre 2024 la BBC ha documentato come il boom del turismo stia mettendo sotto pressione i tiankeng cinesi. L’aumento delle visite e la costruzione di infrastrutture rischiano di alterare questi ecosistemi fragili. Il Dashiwei Tiankeng nel Leye-Fengshan Geopark è già meta di turismo di massa, con passerelle di vetro soprannominate “Cloud Sea Skyship”.[7][23]

Sul piano politico internazionale, alla settima sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEA-7, Nairobi, dicembre 2025), è stata discussa una risoluzione dedicata agli ecosistemi carsici. Il documento, promosso dall’Indonesia, punta a riconoscere il ruolo del carsismo per l’acqua, la biodiversità e la resilienza climatica a livello globale.[24]

Il Fiume Sotterraneo Difeng: La Frontiera Ancora Aperta per gli Speleologi

Sommario

Il fiume sotterraneo Difeng scorre nelle profondità del carso di Fengjie, nella municipalità di Chongqing (Cina meridionale), scavando da millenni la spettacolare Grotta Difeng (???, Dì Fèng Dòng) e creando il sistema carsico che ha generato lo Xiaozhai Tiankeng, la dolina di crollo più profonda del mondo. Con una lunghezza accertata di circa 8,5 km, un dislivello di 364 m e una portata media annua di 8,77 m³/s (che in piena può raggiungere i 174 m³/s), questo fiume è al tempo stesso una delle menti geomorfologiche più attive del pianeta e uno dei luoghi più difficili da esplorare integralmente. Dal 1994, nonostante almeno cinque spedizioni internazionali abbiano tentato di percorrerlo da un’estremità all’altra, il tratto cruciale noto come “collegamento sotterraneo” tra La Grande Fessura (The Great Crack) e La Grande Dolina (The Great Doline) rimane inesplorato.[^1][^2][^3][^4][^5][^6]


1. Contesto Geografico e Geologico

1.1 Posizione e geologia regionale

Il sistema Difeng si trova nella Contea di Fengjie, nella Regione delle Tre Gole (Sanxia), affacciata sul Fiume Azzurro (Yangtze). L’area è dominata da rocce calcaree triassiche poste ad alta quota rispetto al livello del mare, condizione favorevole a un’intensa speleogenesi, cioè alla dissoluzione chimica del carbonato di calcio da parte delle acque superficiali leggermente acide e alla formazione di grandi condotte sotterranee. L’intero complesso rientra nel Parco Nazionale Tiankeng Difeng, che copre circa 454 km² e concentra alcune delle morfologie carsiche più spettacolari della Cina. La Cina meridionale ospita la più grande concentrazione di karst del pianeta, con circa 910.000 km² di rocce carbonatiche affioranti; la provincia di Chongqing, insieme a Guangxi e Guizhou, è il cuore di questa meraviglia geologica.[^7][^8][^9][^6]

1.2 La Gola di Tianjing e il concetto di “Difeng”

Il termine cinese Difeng (??) significa letteralmente “fessura nella terra”. La Gola di Tianjing, da cui ha origine il fiume, è una fessura carsica lunga 37 km, con pareti verticali alte oltre 900 m, larga da soli 2 m nel punto più stretto fino a 60-70 m nel punto più ampio. È la fessura carsica più lunga e più profonda del mondo finora scoperta. Il fiume scorre lungo il fondo di questa gorge prima di inabissarsi nelle viscere del carso, per riemergere alla luce del sole molto più in basso, formando una cascata alta 46 m sulle scogliere verticali del Fiume Migong.[^8][^10][^11]

1.3 Formazione e struttura del sistema

Il sistema si è formato nell’arco di circa 128.000 anni. L’acqua piovana, leggermente acida grazie alla CO? disciolta nell’atmosfera e nel suolo, si è insinuata nelle fratture del calcare triassico, ampliandole progressivamente fino a formare un’ampia cavità. Il tetto di questa immensa camera è poi collassato, dando origine alla doppia struttura a “ciotola” dello Xiaozhai Tiankeng, con una vasca superiore profonda 320 m e una vasca inferiore profonda 342 m, collegate da un ripiano detritico. Sul fondo del tiankeng scorre il fiume Difeng, visibile per un breve tratto prima di scomparire nuovamente nella grotta omonima.[^12][^3][^5][^8]


2. Lo Xiaozhai Tiankeng: Il “Pozzo Celeste” Creato dal Fiume

2.1 Record di profondità e dimensioni

Lo Xiaozhai Tiankeng è classificato come la dolina più profonda e di maggiore volume al mondo. Le sue misure principali sono:[^4][^5] Parametro Valore Lunghezza (apertura) 626 m [^1][^3] Larghezza (apertura) 537 m [^1] Profondità massima 662 m [^12][^4] Vasca superiore (profondità) 320 m [^3] Vasca inferiore (profondità) 342 m [^3] Superficie dell’apertura 274.000 m² [^3] Volume totale ~119.349.000 m³ [^1]

La scarpata è quasi verticale su tutto il perimetro, caratteristica che distingue i tiankeng dalle ordinarie doline carsiche. Circa 75 tiankeng sono stati documentati nel mondo, e più di 50 si trovano in Cina.[^13][^8]

2.2 Il ruolo del fiume nella creazione del tiankeng

Il tiankeng non sarebbe mai nato senza il fiume sotterraneo: è proprio la potenza idraulica del Difeng ad aver continuamente rimosso i detriti dei crolli successivi, impedendo il riempimento della cavità e favorendo l’ulteriore approfondimento della dolina. Senza questo continuo smaltimento dei materiali franati, la grande voragine si sarebbe lentamente colmata e il paesaggio attuale non esisterebbe. Il fiume costituisce quindi il motore geomorfologico del sistema, e il suo studio è essenziale per capire l’evoluzione del tiankeng stesso.[^3][^1]


3. Il Fiume Sotterraneo: Dati Idrologici e Caratteristiche

3.1 Percorso e idrogeologia

Il fiume sotterraneo del sistema Difeng ha le seguenti caratteristiche quantificate dagli esploratori del China Caves Project:

  • Lunghezza totale del percorso sotterraneo: ~8,5 km[^2][^1]
  • Dislivello totale percorso: 364 m[^1][^4]
  • Portata media annua: 8,77 m³/s[^1]
  • Portata massima in piena: fino a 174 m³/s[^1]
  • Cascata di uscita: 46 m sul Fiume Migong[^2][^8]

Il fiume ha il suo punto di ingresso nel carso nella Gola di Tianjing e riemerge a valle sul Fiume Migong, già tributario del grande Yangtze. Per gran parte del suo percorso, l’acqua scorre al fondo di gallerie anguste, in condizioni di piena parziale o totale, il che rende l’esplorazione estremamente pericolosa. Esiste anche un impianto idroelettrico che ha deviato una parte delle acque, riducendo la portata visibile nel punto d’ingresso della grotta rispetto a quanto osservato nelle prime esplorazioni.[^12][^4][^1]

3.2 Stagionalità e dinamiche di piena

Uno degli ostacoli principali all’esplorazione è la fortissima stagionalità del regime idrologico. Il monitoraggio dei flussi rivela aumenti improvvisi e violenti della portata in coincidenza con il monsone estivo. Nelle settimane di massima precipitazione, il fiume può ingrossarsi di oltre 20 volte rispetto alla portata media, trasformando le gallerie in condotte forzate con correnti insostenibili per i subacquei. Anche nella stagione secca, le dimensioni e la velocità del flusso rendono l’avanzamento quasi impossibile per lunghi tratti. Questa variabilità estrema è la ragione principale per cui, nonostante decenni di tentativi, il percorso integrale del fiume non è ancora stato portato a termine.[^5][^6][^8]


4. Storia delle Esplorazioni Speleologiche

4.1 La scoperta del 1994: il China Caves Project

Lo Xiaozhai Tiankeng era notissimo agli abitanti locali da secoli, ma il suo riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale avvenne soltanto nel 1994. In quell’anno, una squadra di speleologi britannici della Royal Geographical Society, impegnata nella ricerca di nuovi obiettivi per il China Caves Project (progetto fondato nel 1985 da Andy Eavis e Tony Waltham in collaborazione con l’Istituto di Geologia Carsica di Guilin), individuò la dolina nei pressi di Xin Long, nella Contea di Fengjie. Erano partiti alla ricerca di nuovi siti di esplorazione nell’immenso carsismo cinese, e si trovarono di fronte alla formazione più grande di questo tipo mai censita. Nella stessa spedizione del 1994, il fiume e la Grotta Difeng furono parzialmente esplorati e mappati, aprendo una stagione di ricerca che proseguirebbe per decenni.[^14][^4][^5][^2][^1]

4.2 Le spedizioni successive (1996–2002)

Negli anni successivi il China Caves Project tornò più volte nella Contea di Fengjie, concentrandosi sul sistema “The Great Crack / The Great Doline” (La Grande Fessura / La Grande Dolina), che comprende il Difeng sotterraneo come collegamento cruciale tra le due grandi morfologie di superficie:

  • 1996: La spedizione fu ostacolata da piogge torrenziali e mancanza di attrezzatura; furono comunque esplorati tratti aggiuntivi della galleria di risorgenza Tau Yuan He Dong.[^6]
  • 1997: I livelli d’acqua elevati impedirono nuovamente ogni progresso significativo nella grotta.[^6]
  • 1999: Nonostante le condizioni difficili, questa spedizione riuscì a esplorare completamente la superficie della Grande Fessura (10 km di rilievo topografico), sia a monte dalla Grande Dolina che a valle dall’estremità superficiale della gorge.[^6]
  • 2002: Una squadra tornò specificamente ad “attaccare” il Di Feng sotterraneo, il collegamento ipogeo tra la Grande Fessura e la Grande Dolina. Le piogge persistenti impedirono ancora una volta ogni avanzamento. Frustrati dai ripetuti insuccessi, alcuni componenti del gruppo si spostarono nella Contea di Wulong, dove portarono alla luce la profondità record di -920 m nella grotta Qikeng Dong.[^6]

4.3 I cinque tentativi falliti

Secondo fonti di stampa anglosassoni autorevoli, speleologi internazionali hanno tentato almeno cinque volte nell’arco di un decennio di percorrere il fiume dall’inizio alla fine. Ogni volta, le spedizioni sono state costrette a ritirarsi di fronte alla potenza del torrente, all’improvviso innalzamento del livello dell’acqua e ai rischi per la sicurezza nelle gallerie allagate. Il giornale China National Geography, commentando questa situazione, scrisse: “La grotta rimane un mistero, in attesa di nuovi esploratori”.[^15][^5]

4.4 Spedizioni in corso e programmi futuri

Dopo il 2002, il China Caves Project pianificò una nuova spedizione risolutiva per completare l’esplorazione del tratto Difeng e pubblicare un resoconto complessivo di tutte le esplorazioni dell’area di Xin Long dagli anni ’90 in poi. Non risulta tuttavia da fonti pubbliche disponibili che tale esplorazione sia stata completata. Il fiume sotterraneo Difeng rimane uno dei principali obiettivi aperti della speleologia mondiale, una delle rare frontiere geografiche ancora intatte nell’era del GPS e delle immagini satellitari.[^6]


5. Sfide e Ostacoli all’Esplorazione

5.1 Difficoltà tecniche

Le principali difficoltà tecniche che rendono il Difeng uno dei fiumi sotterranei più difficili da esplorare al mondo sono:

  • Corrente violenta: La velocità dell’acqua nelle gallerie strette supera spesso i limiti fisici di qualsiasi tecnica speleo-subacquea o di progressione su corda.[^5]
  • Repentini innalzamenti del livello: In poche ore, il fiume può trasformarsi da torrente guadabile a condotta forzata sotto pressione. Chi si trova all’interno in quel momento rischia la vita.[^6]
  • Gallerie anguste: Tratti con larghezza dell’acqua da 1 a 15 m rendono complessa la progressione con attrezzatura subacquea completa.[^15]
  • Profondità dei sifoni: Il fondo del fiume sotterraneo non è mai stato raggiunto in molti punti. Il China Daily riportò che “il fondo del fiume sotterraneo non è stato ancora raggiunto” anche per i tratti accessibili.[^15]
  • Scarsa visibilità: Le acque torbide cariche di sedimenti in sospensione, specialmente durante le piene, azzerano la visibilità nelle immersioni.

5.2 Difficoltà logistiche

  • Remotezza: La zona è lontana da centri urbani, con infrastrutture stradali limitate, il che rende oneroso il trasporto di tonnellate di attrezzatura subacquea e tecnica.[^16]
  • Permessi e coordinamento cinese-internazionale: Le spedizioni internazionali necessitano di accordi con le autorità cinesi e con l’Istituto di Geologia Carsica. Il China Caves Project ha sviluppato questo rapporto sin dal 1985, ma le procedure restano complesse.[^14]
  • Stagione secca limitata: La finestra meteorologica utile all’esplorazione è ristretta ai mesi di bassa portata, che in una regione a regime monsonico possono ridursi a poche settimane all’anno.
  • Impatto dell’impianto idroelettrico: Una parte del corso d’acqua è stata deviata per alimentare una centrale idroelettrica costruita a valle, alterando parzialmente i flussi originali e complicando la lettura idrologica del sistema.[^16][^12]

6. Biodiversità e Significato Ecologico

6.1 La biodiversità nel tiankeng

L’ecosistema dello Xiaozhai Tiankeng è uno degli ambienti più straordinari del pianeta. L’isolamento verticale della grande dolina ha creato un microclima unico – più umido, più caldo in inverno e più fresco in estate rispetto alla superficie circostante – che ha favorito la conservazione di specie rare e lo sviluppo di foreste primarie incontaminate. Gli scienziati hanno censito 1.285 specie di piante e animali nel tiankeng, tra cui:[^17][^18][^5][^1]

  • Il ginkgo (Ginkgo biloba), fossile vivente[^5][^1]
  • Il leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa), con una popolazione mondiale stimata inferiore ai 10.000 esemplari[^5]
  • Il Salamandrone cinese gigante (Andrias davidianus), il più grande anfibio del mondo[^19]
  • Piante endemiche delle foreste subtropicali sempreverdi a latifoglie[^20][^17]

Gli studi scientifici pubblicati su riviste peer-reviewed hanno confermato che i tiankeng svolgono una funzione essenziale come rifugi per la flora indigena nelle aree carsiche degradate dall’attività umana, conservando comunità forestali di grande valore che altrove sono andate perdute.[^20]

6.2 Le gallerie come habitat biologico

All’interno delle gallerie del Difeng, la fauna cavernicola resta in gran parte sconosciuta. Gli ambienti ipogei cinesi sono tra i più ricchi di specie endemiche al mondo, con numerose forme di vita adattate all’oscurità perenne: pesci ciechi della famiglia Cyprinidae, crostacei anfipodi, collemboli e diverse specie di invertebrati ancora non descritti dalla scienza. La difficoltà di accesso al fiume sotterraneo ha impedito campionamenti biologici sistematici, lasciando aperta la possibilità di scoprire nuove specie endemiche nelle porzioni ancora inesplorate.[^21][^22]

6.3 Importanza idrologica e per la ricerca climatica

Il sistema Difeng è fondamentale anche per la comprensione dell’idrologia carsica della Cina meridionale. I flussi del fiume sotterraneo reagiscono direttamente alle precipitazioni stagionali, rendendolo un indicatore naturale dei cicli climatici. I team internazionali che operano nell’area utilizzano sonde radar, strumentazione microclimatica e campionamenti sedimentologici per ricostruire la storia climatica della regione attraverso le datazioni isotopiche. Nella Contea di Fengjie si trovano anche importanti siti paleontologici correlati alle cavità carsiche della zona.[^23][^8]


7. Il Sistema Speleo nel Contesto del Carsismo Cinese

7.1 La Cina come regno mondiale della speleologia

La Cina ospita la più grande concentrazione di sistemi carsici del mondo. Le province di Guangxi, Guizhou e Chongqing, da sole, contengono centinaia di grotte con più di 10 km di percorso mappato. Il China Caves Project – avviato da Andy Eavis e Tony Waltham con la collaborazione cinese nel 1985 – ha costituito per trent’anni il principale strumento di esplorazione sistematica di questo patrimonio, censendo e cartografando migliaia di chilometri di gallerie. I tiankeng del carsismo cinese rappresentano una categoria geomorfologica unica al mondo, tanto che il termine stesso è stato codificato in letteratura scientifica internazionale solo nel 2005, in seguito alla formalizzazione della definizione da parte di un gruppo di esperti guidato dal Prof. Zhu Xuewen.[^24][^13][^14][^6]

7.2 Il Difeng nel panorama dei grandi fiumi sotterranei

Il Difeng non è un caso isolato: la Cina ospita oltre 2.836 fiumi ipogei, per una lunghezza teorica totale di 13.919 km. Tra i sistemi fluviali sotterranei più importanti troviamo il fiume del Dashiwei Tiankeng (Guangxi), parzialmente esplorato dal China Caves Project nel 2000-2002, e i sistemi di Shuanghe (Guizhou), la grotta più lunga dell’Asia. In tutti questi casi, il pattern si ripete: l’ingresso al fiume sotterraneo è possibile, ma percorrerlo integralmente rimane una sfida aperta. Il Difeng si distingue tuttavia per la sua combinazione di profondità, portata massima e lunghezza del tratto ancora inesplorato.[^25][^13][^6]


8. Status Attuale e Prospettive Future

8.1 Cosa manca ancora da esplorare

Alla data attuale, il nodo centrale irrisolto è il collegamento sotterraneo tra La Grande Fessura di superficie e la Grande Dolina – cioè il tratto del fiume che scorre interamente all’interno della montagna, al di sotto dello Xiaozhai Tiankeng. Nonostante cinque decenni di speleologia moderna abbiano portato alla mappatura di migliaia di chilometri di grotte cinesi, questo segmento di 8,5 km rimane uno dei rari “spazi bianchi” ancora intatti sulla mappa geografica della Terra. La sua esplorazione integrale richiederebbe:[^26][^15][^5][^6]

  • Condizioni di bassa portata eccezionalmente prolungate
  • Attrezzatura di speleosubacquea di ultimissima generazione (rebreather a circuito chiuso, propulsori subacquei)
  • Squadre di supporto logistico in più punti d’ingresso
  • Coordinamento stretto con le autorità cinesi e locali

8.2 Nuove tecnologie e strumenti emergenti

L’avanzamento tecnologico degli ultimi anni apre nuove possibilità. I rebreather a circuito chiuso hanno già rivoluzionato l’esplorazione dei sifoni lunghi in Europa (come nel caso del Timavo), consentendo autonomia molto superiore agli autorespiratori convenzionali. Strumenti di rilievo come il Cavway X1, sviluppato dallo speleologo Siwei Tian e presentato nel 2024 a conferenze internazionali, promettono rilievi topografici di precisione BCRA Grade 6 anche in condizioni difficili. La scansione 3D con LIDAR è già stata impiegata nel vicino sistema di Miao Room (Guangxi) con straordinari risultati. Applicata alle gallerie del Difeng, permetterebbe di ottenere modelli volumetrici precisi anche senza la presenza di speleologi in ogni punto.[^27][^28][^29][^30]

8.3 Implicazioni scientifiche di una futura esplorazione completa

Il completamento dell’esplorazione del Difeng avrebbe implicazioni significative su più fronti:

  • Geomorfologia: Permetterebbe di ricostruire con precisione i meccanismi di formazione dello Xiaozhai Tiankeng e di quantificare il volume di roccia dissolto nel tempo.
  • Idrologia: Fornirebbe dati sul regime di flusso interno, essenziali per la gestione delle acque sotterranee di una regione densamente popolata.
  • Biologia: Consentirebbe campionamenti sistematici della fauna cavernicola, con alta probabilità di scoperta di nuove specie endemiche.
  • Paleoclimatologia: I sedimenti delle gallerie conservano informazioni sui cambiamenti climatici degli ultimi 128.000 anni, leggibili attraverso analisi isotopiche.[^8]
  • Patrimonio: Rafforzerebbe il già significativo valore del Parco Nazionale Tiankeng Difeng come sito di eccezionale importanza geologica mondiale, candidato a futuri riconoscimenti UNESCO.[^31][^32]

9. Conservazione e Tutela

Il Parco Nazionale Tiankeng Difeng è classificato come attrazione turistica nazionale di livello 4A, con una scalinata di 2.800 gradini che permette ai visitatori di scendere sul fondo della dolina. La pressione turistica, pur incrementando la consapevolezza pubblica del sito, pone rischi di degrado dell’ecosistema straordinariamente fragile del tiankeng. Studi scientifici sulla biodiversità dei tiankeng cinesi sottolineano l’importanza critica di questi habitat come rifugi per la flora indigena in un territorio carsico largamente degredato dalle attività umane. La conservazione del fiume sotterraneo è strettamente connessa alla qualità delle acque di infiltrazione in superficie: qualsiasi forma di inquinamento nella bacino idrografico a monte si trasferirebbe rapidamente nelle gallerie del Difeng, potenzialmente annientando ecosistemi che non sono ancora stati nemmeno censiti.[^18][^7][^20]


Conclusioni

Il fiume sotterraneo Difeng rappresenta una delle ultime grandi frontiere inesplorate della speleologia mondiale. Nella sua combinazione di grandiosità geologica, eccezionale biodiversità e irrisolta sfida esplorativa, esso incarna perfettamente la tensione tra le conquiste della scienza contemporanea e i limiti che la natura impone ancora all’indagine umana. Tre decenni dopo la sua “scoperta” da parte della comunità scientifica internazionale, il tratto sotterraneo che unisce la Grande Fessura alla Grande Dolina attende ancora l’equipaggio capace di percorrerlo. Con le tecnologie emergenti di speleosubacquea, rilievo digitale e supporto remoto, quella frontiera potrebbe finalmente chiudersi – rivelando segreti geologici, biologici e climatici di importanza globale.[^5][^6]


References

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  7. Tiankeng Difeng Scenic Area in Fengjie – LoongWander – Tiankeng Difeng Scenic Area is located in Fengjie County, Chongqing Municipality, and is a national …
  8. World’s largest sinkhole showcases the power and beauty of nature – Near the foot of the second bowl, the Difeng cave yawns open, swallowing a crystal stream that has a…
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  3. Karst Features of China: Xiaozhai Tiankeng – Showcaves.com – At the base of Xiaozhai Tiankeng is a river cave named Di Feng Dong (Difeng Cave). The cave river fl…
  4. Tiankengs in the karst of China – Speleogenesis.info is a non-profit web platform aimed to promote karst and cave studies and integrat…
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  6. Nature works its magic in Chongqing[3]- Chinadaily.com.cn – The nearby Difeng cave has also attracted explorers from China and abroad since it was brought to th…
  7. [PDF] The Yangtze Gorges Expedition 1994 – Mount Everest Foundation – The current limit of exploration is at the head of another drop of about 35m. … Apart from a few p…
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  2. The 2005 Tiankeng Investigation Project in China – Academia.edu – Tiankengs have gained recognition due to improved accessibility from China’s development. Field tour…
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  4. Caving guide China – Scribd is the source for 200M+ user uploaded documents and specialty resources.
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Fonti consultate

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Io Fonti
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[3] Descending Into the Lush Underworld of China’s Newly Discovered Sinkhole https://www.atlasobscura.com/articles/china-new-sinkhole-discovery
[4] I Tiankeng Cinesi: Giganteschi Portali verso Mondi … https://www.scintilena.com/i-tiankeng-cinesi-giganteschi-portali-verso-mondi-sotterranei-nascosti/08/21/
[5] Chine : un gouffre géant récemment découvert renfermerait une forêt primitive https://www.24matins.fr/chine-un-gouffre-geant-recemment-decouvert-renfermerait-une-foret-primitive-1339722
[6] Scientists Keep Finding Giant Sinkholes in China that Hide Ancient … https://thedebrief.org/scientists-keep-finding-giant-sinkholes-in-china-that-hide-ancient-forests-unknown-wildlife-and-long-lost-dna/
[7] China’s sinkholes: Tourist boom threatens ancient forests – BBC https://www.bbc.com/news/articles/c8697gqwyx6o
[8] Scientists discover an ancient forest inside a giant sinkhole in China https://www.npr.org/2022/05/20/1100459262/giant-sinkhole-china-ancient-forest
[9] What we know so far about China’s massive sinkholes https://www.scmp.com/news/china/science/article/3179427/what-we-know-so-far-about-newly-discovered-forest-massive
[10] Giant sinkhole with a forest inside found in China | Live Science https://www.livescience.com/new-sinkhole-discovered-china
[11] 2025 Spring Lecture Series: The World Below: An Introduction to Caves and Karst I SHI https://www.youtube.com/watch?v=zTRD-pq9Ux0
[12] International Year of Cave and Karst – New Mexico Tech https://www.nmt.edu/news/2021/international_year_of_cave_and_karst.php
[13] Two critically endangered species found in Yunnan after 100 years http://en.people.cn/n3/2021/0719/c90000-9874059.html
[14] Two critically endangered species found in Yunnan after 100 years (5) http://en.people.cn/n3/2021/0719/c90000-9874059-5.html
[15] Chinese scientists reintroduce endangered plant to native habitat in Yunnan https://www.bastillepost.com/global/article/4968385-chinese-scientists-reintroduce-endangered-plant-to-native-habitat-in-yunnan
[16] Species Diversity of Cordyceps-Like Fungi in the Tiankeng Karst Region of China https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9603550/
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[24] Verso una risoluzione ONU sugli ecosistemi carsici e la … https://www.scintilena.com/verso-una-risoluzione-onu-sugli-ecosistemi-carsici-e-la-protezione-del-carsismo/12/09/


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Fonti
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[5] Il ‘pozzo celeste’, ecco cosa si nasconde nella dolina più profonda al … https://www.scienzenotizie.it/2024/03/30/il-pozzo-celeste-ecco-cosa-si-nasconde-nella-dolina-piu-profonda-al-mondo-5070152
[6] Sinkhole: Quando la Terra Sprofonda – Scintilena https://www.scintilena.com/sinkhole-le-cause-delle-voragini-della-terra/10/04/
[10] Cina l’esplorazione di una gigantesca dolina rivela sul fondo una foresta primordiale e tre possibili grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/cina-lesplorazione-di-una-gigantesca-dolina-rivela-sul-fondo-una-foresta-primordiale-e-tre-possibili-grotte/05/27/
[11] Xiaozhai Tiankeng https://de.wikiup.org/wiki/Xiaozhai_Tiankeng
[12] Il Soccorso Alpino di ritorno dall’istruzione in Cina https://www.scintilena.com/il-soccorso-alpino-di-ritorno-dallistruzione-in-cina/04/08/
[18] Voragini della Terra: Cause e Impatti dei Sinkhole – Scintilena https://www.scintilena.com/voragini-della-terra-cause-e-impatti-dei-sinkhole/12/04/
[19] Doline carsiche in Valjevo–Mionica: distribuzione spaziale … https://www.scintilena.com/doline-carsiche-in-valjevo-mionica-distribuzione-spaziale-e-fattori-morfologici/08/08/
[22] In Cambogia, nuove specie emergono dal buio delle grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/in-cambogia-nuove-specie-emergono-dal-buio-delle-grotte/03/29/
[27] Xiaozhai Tiankeng: China’s Epic Sinkhole! https://kibana.briz.ua/blog/xiaozhai-tiankeng-chinas-epic-sinkhole-1767647824
[28] la classificazione dei fenomeni di sprofondamento in base alla … https://sgi.isprambiente.it/sinkholeweb/classificazione.html
[29] Dolina carsica – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Dolina_carsica
[32] Sinkholes: problemi terminologici — Italiano – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/sinkholes-e-cavita-sotterranee/sinkholes-problemi-terminologici

L'articolo Xiaozhai Tiankeng: dentro la dolina più profonda del mondo, dove una foresta primordiale sopravvive nell’ombra dell’abisso proviene da Scintilena.

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  • Mappe delle Grotte: Strumento Scientifico per la Sicurezza del Territorio e la Gestione delle Acque Sotterranee
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Mappe delle Grotte: Strumento Scientifico per la Sicurezza del Territorio e la Gestione delle Acque Sotterranee

Apríl 26th 2026 at 13:00

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La cartografia speleologica non è solo documentazione esplorativa: acquiferi carsici, rischio idrogeologico e catasto grotte al servizio della pianificazione territoriale


La Mappa come Strumento di Conservazione degli Ecosistemi Sotterranei

Quando uno speleologo stende il nastro metrico e annota le misure di una galleria, non si limita a documentare un’esplorazione. Costruisce uno strumento scientifico che può proteggere uno degli ecosistemi più fragili del pianeta.

Le grotte e i sistemi carsici ospitano specie altamente specializzate, spesso endemiche, adattate a condizioni ambientali molto stabili e povere di nutrienti. La capacità di recupero di questi ecosistemi è molto bassa e gli effetti di un inquinamento sono spesso irreversibili. Senza una mappatura precisa, è impossibile identificare le zone più vulnerabili, dove scorrono le acque e dove vivono le specie più rare.

La documentazione dettagliata attraverso rilievi topografici e descrizioni geologiche consente di delimitare le aree di ricarica degli acquiferi da sottoporre a tutela prioritaria. Permette anche di valutare la propagazione di un eventuale inquinante lungo i condotti sotterranei e i tempi necessari al suo smaltimento naturale. La mappa diventa così il primo strumento di tutela: senza conoscenza, non c’è protezione efficace del territorio.


Cartografia Idrogeologica: Mappare i Fiumi Sotterranei per Proteggere l’Acqua Potabile

Le sorgenti carsiche forniscono circa il 40% delle acque potabili in Italia, con un patrimonio idrico stimato intorno a 410 milioni di metri cubi all’anno. Proteggere queste risorse significa prima di tutto capire dove va l’acqua dopo che è entrata nel sottosuolo.

La speleologia applicata all’idrogeologia permette di accedere ai condotti drenanti, ai sifoni e alle gallerie attive. In questi ambienti vengono documentate morfologie, livelli di piena, depositi e punti di assorbimento e di emergenza delle acque. I dati raccolti permettono di interpretare l’assetto degli acquiferi carsici, caratterizzati da elevata fratturazione, presenza di grandi cavità e velocità di flusso alte, con scarsa capacità di autodepurazione.

Un caso concreto di ricerca speleologica applicata è quello delle Alpi Apuane. La Federazione Speleologica Toscana ha condotto operazioni di tracciamento delle acque sotterranee nella Grotta di Lilliput (catasto 1033 T/LU, Vagli Sotto), rilasciando un tracciante a circa 110 metri di profondità dall’ingresso. L’obiettivo era studiare i percorsi degli acquiferi carsici, comprendere il funzionamento del sistema idrogeologico e individuare le connessioni tra cavità sotterranee e sorgenti superficiali. I dati possono essere utilizzati per sviluppare strategie di tutela e gestione sostenibile dell’acqua, definendo aree di salvaguardia dei pozzi idropotabili.


Cartografia e Gestione del Rischio Idrogeologico: Prevenire i Crolli e i Sinkholes

I territori carsici sono spesso soggetti a fenomeni come sinkholes e subsidenza. I sinkholes si formano quando il tetto di una cavità sotterranea non è più in grado di sostenere il peso dei materiali sovrastanti e collassa improvvisamente. Senza la conoscenza della geometria del sottosuolo, questi eventi risultano imprevedibili.

In Puglia, dove i sinkholes sono documentati sia in aree agricole che urbane, nel gennaio 2026 è stata avviata una campagna integrata di ispezioni e rilievi a Cutrofiano. L’iniziativa è stata coordinata dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale, in collaborazione con le Università di Bari e della Campania e la Federazione Speleologica Pugliese. Le informazioni raccolte sono destinate ad aggiornare i Piani per l’Assetto Idrogeologico (PAI), con l’obiettivo di definire interventi mirati in materia di gestione del rischio idrogeologico e tutela delle infrastrutture.

Il legame tra mappa e sicurezza è evidente anche nel caso del Matese. Ricercatori dell’Università del Sannio e dell’INGV hanno dimostrato come il massiccio carsico si deformi in modo misurabile in risposta alle variazioni stagionali delle acque sotterranee. Attraverso tecnologie GPS e InSAR, è oggi possibile correlare i movimenti del suolo con le variazioni del livello della falda. Si aprono così nuove prospettive per il monitoraggio preventivo dei rischi idrogeologici nelle aree carsiche.


Dal Rilievo Speleologico al Modello Numerico degli Acquiferi Carsici

I dati raccolti dagli speleologi durante i rilievi — posizione dei condotti, quote, portate, temperatura delle acque, connessioni tra grotte e sorgenti — diventano l’input fondamentale per costruire modelli matematici che simulano il comportamento delle acque sotterranee.

La costruzione di un modello numerico di una falda acquifera presuppone la conoscenza di tutte le caratteristiche geologiche e idrogeologiche dell’acquifero in studio. Il rilievo speleologico fornisce dati che nessun sondaggio superficiale potrebbe ottenere. La modellazione degli acquiferi carsici è una delle sfide più complesse nelle geoscienze, perché in questi sistemi coesistono tre regimi distinti: flusso lentissimo nella matrice rocciosa, flusso laminare nelle fratture e flusso turbolento nei condotti carsici.

Ricercatori dell’Università di Bari hanno sviluppato un modello ibrido che unisce le equazioni del flusso laminare in fratture con la simulazione del flusso turbolento nei condotti, implementata in ambiente MODFLOW. Questa impostazione avvicina la simulazione matematica alla realtà fisica degli acquiferi. Uno studio pubblicato su Acta Carsologica ha inoltre dimostrato che, in un sistema carsico alpino, la geometria dei condotti influisce direttamente sui tempi di arrivo di un contaminante alla sorgente: con condotti stretti il ritardo può essere del 30% rispetto a canalizzazioni ampie. Una mappa dettagliata del sottosuolo cambia direttamente la qualità della previsione scientifica.


Il Catasto Speleologico: Il Patrimonio Archivistico del Sottosuolo Italiano

Tutto il lavoro scientifico descritto finora sarebbe disperso senza un sistema di archiviazione e standardizzazione. È qui che entra in gioco il catasto speleologico, l’archivio informatico georeferenziato che raccoglie dati topografici, morfologici, idrologici, biologici e archeologici relativi a grotte e cavità.

In Italia, la Commissione Nazionale Catasto della Società Speleologica Italiana, fondata nel 1923, gestisce il Catasto Nazionale coordinando una struttura decentralizzata su base regionale, ufficializzata dal 1973. Ogni scheda catastale fornisce posizione geografica precisa, sviluppo lineare, profondità, caratteri geologici e geomorfologici, dati idrici, rinvenimenti archeologici, fauna ipogea e stato di conservazione.

Dal 2008, il progetto WISH (Web Information System Hyperlink) ha reso il catasto consultabile online. La versione 2.0, oggi operativa, consente la consultazione di quasi 46.000 grotte con informazioni su posizione, sviluppo, profondità e denominazione. Il portale è mantenuto da speleologi volontari e prevede future connessioni con il Database Nazionale Sinkhole di ISPRA e con il Geoportale Nazionale per l’Archeologia. In Friuli Venezia Giulia, l’applicazione regionale del catasto ha identificato 87 aree carsiche, delimitando oltre 28.000 morfotipi carsici epigei e più di 1.250 sorgenti attraverso carte idrogeologiche dettagliate.


La Nuova Carta Idrogeologica d’Italia: Quarant’anni di Attesa per uno Strumento Strategico

Il lavoro speleologico si inserisce in un quadro cartografico nazionale più ampio, culminato nel 2025 con la pubblicazione della Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000 (CII500K), realizzata da ISPRA in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano. Si tratta del primo aggiornamento nazionale della cartografia delle acque sotterranee dopo oltre quarant’anni: il precedente prodotto di sintesi risaliva al 1982.

La nuova carta integra e rende omogenei i dati ancora frammentari, attraverso una cartografia partecipata che ha coinvolto il Sistema SNPA, le Autorità di Bacino Distrettuali, le Regioni e numerosi esperti. Fornisce dati georeferenziabili per analisi GIS e modellazioni, consentendo di valutare la disponibilità attuale e futura delle risorse idriche anche in relazione ai cambiamenti climatici. In Italia, le acque sotterranee coprono circa l’80% del fabbisogno idropotabile.

La Giornata Mondiale dell’Acqua 2026 ha ricordato come la speleologia scientifica giochi un ruolo fondamentale nella conoscenza e tutela delle acque sotterranee carsiche. Come sottolineato dai Quaderni SSI sugli Acquiferi Carsici, i dati e le informazioni che possono raccogliere gli speleologi sono determinanti negli studi di idrogeologia carsica: gli speleologi sono spesso gli unici in grado di raggiungere ambienti ipogei difficilmente accessibili, raccogliendo dati preziosi per idrogeologi, biologi e geologi. La prossima volta che uno speleologo stende il nastro metrico nel buio di una grotta, sta disegnando il futuro dell’acqua che berremo.


Ecco una panoramica dei contenuti:

  • Conservazione ambientale: La mappa come strumento per identificare habitat prioritari e costruire protocolli di protezione per specie endemiche e irreversibilmente vulnerabili agli inquinanti.
  • Risorse idriche: Le sorgenti carsiche forniscono circa il 40% dell’acqua potabile italiana (410 milioni di m³/anno); la cartografia idrogeologica e le prove di tracciamento — come quella nella Grotta di Lilliput nelle Alpi Apuane — sono lo strumento principale per delimitare bacini reali e zone di salvaguardia.
  • Rischio idrogeologico: I casi di Cutrofiano (Puglia), con rilievi laser scanner per prevenire sprofondamenti urbani, e del Matese, dove il GPS rivela la deformazione stagionale del massiccio carsico, illustrano il passaggio dalla mappa alla prevenzione concreta.
  • Modelli numerici: Lo studio sull’acquifero pugliese propone un modello ibrido MODFLOW a doppia permeabilità, più accurato dei modelli a mezzo poroso equivalente, con impatto diretto sulla stima dei tempi di transito dei contaminanti.
  • Catasto grotte: Il portale WISH censisce quasi 46.000 grotte italiane georeferenziate, consultabili da enti pubblici e ricercatori, con prospettive di integrazione con il Database Nazionale Sinkhole di ISPRA.
  • Sezione bonus: Un paragrafo finale collega il tutto alla nuova Carta Idrogeologica d’Italia (CII500K) di ISPRA, primo aggiornamento nazionale dopo 40 anni, che copre l’80% del fabbisogno idropotabile.

Oltre l’Esplorazione: Come le Mappe delle Grotte Aiutano a Prevenire Disastri e a Gestire l’Acqua

Una mappa di una grotta non è solo un trofeo per speleologi. È uno strumento scientifico potente che può aiutarci a proteggere le nostre riserve d’acqua, a prevedere frane e a conservare ecosistemi unici. Scopri come il lavoro dei cartografi sotterranei ha un impatto diretto sulla nostra vita in superficie.


La Mappa come Strumento di Conservazione Ambientale

Quando uno speleologo stende il nastro metrico e annota le misure di una galleria buia, non sta solo soddisfacendo una curiosità esplorativa. Sta costruendo una documentazione che può proteggere uno degli ecosistemi più fragili e meno conosciuti del pianeta.

Le grotte e i sistemi carsici ospitano ecosistemi unici, caratterizzati da specie altamente specializzate e spesso endemiche, adattate a condizioni ambientali molto stabili e povere di nutrienti. La cartografia speleologica svolge un ruolo cruciale nella conservazione ambientale di questi ambienti: la documentazione dettagliata attraverso rilievi topografici, descrizioni geologiche e mineralogiche consente di identificare le aree più sensibili e di stabilire protocolli di protezione adeguati.

Senza una mappa precisa, è impossibile sapere dove si trovano le zone più vulnerabili, dove scorrono le acque e dove vivono le specie più rare. L’introduzione di sostanze chimiche tossiche può alterare profondamente questi habitat, causando la morte di organismi sensibili e la riduzione della biodiversità. Gli effetti dell’inquinamento sono spesso irreversibili, poiché la resilienza degli ecosistemi ipogei è molto bassa e i processi di recupero sono lenti o impossibili. La mappa diventa quindi il primo strumento di tutela: senza conoscenza, non c’è protezione.

I dati cartografici consentono anche di delimitare le aree di ricarica degli acquiferi da sottoporre a tutela prioritaria, di valutare la propagazione di un eventuale inquinante lungo i condotti e i tempi necessari al suo smaltimento naturale, e di definire regolamenti e vincoli per agricoltura, industria e urbanizzazione in funzione della vulnerabilità specifica del bacino.


Seguire il Flusso: Mappare i Fiumi Sotterranei per Proteggere l’Acqua Potabile

Le sorgenti carsiche forniscono circa il 40% delle acque potabili in Italia, con un patrimonio idrico stimato intorno a 410 milioni di metri cubi all’anno. Proteggere queste risorse significa, prima di tutto, capire dove va l’acqua dopo che è entrata sottoterra — e per farlo, serve una mappa.

La cartografia speleologica è lo strumento di base per comprendere il percorso delle acque sotterranee negli acquiferi carsici. La speleologia applicata all’idrogeologia permette di accedere ai condotti drenanti, ai sifoni e alle gallerie attive in cui scorrono le acque sotterranee, documentando morfologie, livelli di piena, depositi e punti di assorbimento e di emergenza. Queste informazioni permettono di interpretare l’assetto dell’acquifero carsico, caratterizzato da elevata fratturazione, presenza di grandi cavità e velocità di flusso molto alte, con scarsa capacità di autodepurazione.

Un caso esemplare è quello delle Alpi Apuane, dove la Federazione Speleologica Toscana ha condotto operazioni di tracciamento delle acque sotterranee nella Grotta di Lilliput (catasto 1033 T/LU, Vagli Sotto). Il tracciante è stato rilasciato a circa 110 metri di profondità dall’ingresso con l’obiettivo di studiare i percorsi degli acquiferi carsici, per comprendere il funzionamento del sistema idrogeologico e individuare le connessioni tra le cavità sotterranee e le sorgenti superficiali. I dati raccolti da questi tracciamenti possono essere utilizzati per sviluppare strategie di tutela e gestione sostenibile dell’acqua, definendo aree di salvaguardia dei pozzi idropotabili e pianificando misure di tutela delle aree di ricarica.

A differenza di altri tipi di acquiferi, quelli carsici hanno una capacità autodepurante molto limitata. Le sostanze inquinanti, come pesticidi, fertilizzanti o scarichi industriali, penetrano velocemente nel sottosuolo e raggiungono le falde acquifere senza subire significativi processi di filtrazione. Una cartografia accurata dei sistemi di condotti permette di prevedere in pochi minuti verso quale sorgente si propagherebbe un inquinamento accidentale, consentendo l’intervento immediato delle autorità.


Prevenire è Meglio che Curare: Cartografia e Gestione del Rischio Idrogeologico

I territori carsici sono spesso soggetti a fenomeni come sinkholes e subsidenza: i sinkholes, o doline di crollo, si formano quando il tetto di una cavità sotterranea non è più in grado di sostenere il peso dei materiali sovrastanti e collassa improvvisamente. Senza la conoscenza della geometria del sottosuolo, questi eventi risultano imprevedibili e devastanti per infrastrutture e abitazioni.

In Puglia, dove i sinkholes sono un fenomeno frequente e documentato sia in aree agricole che urbane, nel gennaio 2026 è stata avviata una campagna integrata di ispezioni e rilievi a Cutrofiano, coordinata dall’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale in collaborazione con le Università di Bari e della Campania e la Federazione Speleologica Pugliese. Le informazioni raccolte sono fondamentali per aggiornare i Piani per l’Assetto Idrogeologico (PAI), con l’obiettivo di definire interventi mirati in materia di gestione del rischio idrogeologico, sostenibilità ambientale e tutela delle infrastrutture.

L’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), realizzato da ISPRA e dalle Regioni, ha censito ad oggi oltre 620.000 fenomeni franosi sul territorio nazionale. Questo inventario rappresenta uno strumento conoscitivo di base per la valutazione della pericolosità da frana dei Piani di Assetto Idrogeologico, per la programmazione degli interventi di difesa del suolo e per la redazione dei Piani di Emergenza di Protezione Civile. I dati speleologici sulle cavità sotterranee si integrano direttamente con questo tipo di inventari, fornendo la terza dimensione — quella verticale e sotterranea — senza la quale la valutazione del rischio superficiale rimane incompleta.

Il legame tra mappa e sicurezza è ancora più evidente in zone come il Matese, dove ricercatori dell’Università del Sannio e dell’INGV hanno dimostrato come il massiccio carsico si deformi in modo misurabile in risposta alle variazioni stagionali delle acque sotterranee. Attraverso tecnologie GPS e InSAR, è oggi possibile correlare i movimenti del suolo con le variazioni del livello della falda, aprendo nuove prospettive per il monitoraggio preventivo dei rischi idrogeologici.


Dal Rilievo al Modello Matematico: La Scienza dietro le Previsioni

I dati raccolti dagli speleologi durante i rilievi — posizione dei condotti, quote, portate, temperatura delle acque, connessioni tra grotte e sorgenti — non rimangono confinati nelle pubblicazioni tecniche. Diventano l’input fondamentale per costruire modelli matematici che simulano il comportamento delle acque sotterranee.

La costruzione di un modello numerico di una falda acquifera presuppone la conoscenza di tutte le caratteristiche geologiche e idrogeologiche dell’acquifero oggetto di studio. I prerequisiti sono la costruzione di un modello concettuale prima e matematico poi, che permettano di schematizzare il problema conservando la rappresentatività della realtà fisica. In questo processo, il rilievo speleologico fornisce dati che nessun sondaggio superficiale potrebbe ottenere.

La modellazione idrogeologica degli acquiferi carsici è una delle sfide più complesse nel campo delle geoscienze. La maggior parte dei modelli numerici tradizionali utilizza l’approccio del Mezzo Poroso Equivalente (EPM), che assimila la roccia fratturata a un mezzo poroso omogeneo — un’approssimazione inadeguata per gli acquiferi carsici, dove coesistono tre regimi distinti: flusso lentissimo nella matrice rocciosa, flusso laminare nelle fratture, e flusso turbolento nei condotti carsici. Ricercatori dell’Università di Bari hanno sviluppato un modello ibrido che unisce le equazioni del flusso laminare in fratture con la simulazione del flusso turbolento nei condotti, implementata in ambiente MODFLOW, avvicinando la simulazione matematica alla realtà fisica degli acquiferi.

Uno studio pubblicato su Acta Carsologica ha applicato la modellazione numerica per comprendere l’influenza della geometria dei condotti sul trasporto di contaminanti in un sistema carsico alpino. I risultati mostrano che l’arrivo del tracciante alla sorgente dipende in modo critico dalla geometria dei condotti: con condotti stretti, il tempo di arrivo aumenta del 30% rispetto a canalizzazioni verticali ampie; con ricarica intensa, la vulnerabilità cresce significativamente in tutte le configurazioni. Questo significa che una mappa dettagliata dei condotti sotterranei — ottenuta solo grazie all’esplorazione speleologica — cambia direttamente la qualità della previsione scientifica.


Un Patrimonio da Difendere: Il Ruolo del Catasto Grotte

Tutto il lavoro scientifico descritto finora sarebbe inutile se i dati rimanessero dispersi nei quaderni dei singoli gruppi speleologici. È qui che entra in gioco il catasto speleologico, il sistema di archiviazione e standardizzazione di tutte le informazioni sulle grotte scoperte e rilevate.

Il catasto speleologico è un archivio informatico georeferenziato che raccoglie dati topografici, morfologici, idrologici, biologici e archeologici relativi a grotte e cavità sotterranee. In Italia, la Commissione Nazionale Catasto della Società Speleologica Italiana, fondata nel 1923, gestisce il Catasto Nazionale, coordinando una struttura decentralizzata su base regionale, ufficializzata dal 1973. Ogni scheda catastale fornisce: posizione geografica precisa, sviluppo lineare, profondità, caratteri geologici e geomorfologici, dati idrici (sorgenti, risorgenze, fiumi sotterranei), rinvenimenti archeologici, fauna ipogea e stato di conservazione.

Dal 2008, il progetto WISH (Web Information System Hyperlink) ha reso il catasto consultabile online, facilitandone l’accesso da parte di pubbliche amministrazioni, ricercatori e progettisti. La versione 2.0, oggi operativa, consente la consultazione di quasi 46.000 grotte con informazioni su posizione, sviluppo, profondità e denominazione: una mappa dinamica del sottosuolo italiano, in continua evoluzione. Il portale è mantenuto da speleologi volontari che dedicano tempo e competenze allo sviluppo del sistema.

Il valore del catasto va ben oltre la funzione archivistica. Può essere usato per il monitoraggio delle cavità a rischio e dei fenomeni di degrado, per l’inserimento di grotte nei Siti di Interesse Comunitario (SIC), per il supporto ai progetti di bonifica e alla segnalazione di discariche sotterranee. Il portale prevede anche future connessioni con il Database Nazionale Sinkhole di ISPRA e con il Geoportale Nazionale per l’Archeologia. In Friuli Venezia Giulia, la legge regionale del 2016 ha avviato un progetto pluriennale che ha identificato 87 aree carsiche regionali e transfrontaliere, delimitando oltre 28.000 morfotipi carsici epigei e più di 1.250 sorgenti attraverso carte idrogeologiche dettagliate.

Senza dati organizzati e georeferenziati, la protezione e la pianificazione rimangono frammentarie e reattive; con essi, divengono basate su evidenza scientifica e integrate nelle politiche territoriali. Il catasto speleologico è, in questo senso, il ponte tra il lavoro dei cartografi sotterranei e le decisioni che governano la sicurezza e la sostenibilità del territorio in superficie.


La Carta Idrogeologica d’Italia: La Cartografia che si Fa Politica

Il lavoro speleologico si inserisce in un quadro cartografico nazionale più ampio, culminato nel 2025 con un risultato di portata storica. La Carta Idrogeologica d’Italia alla scala 1:500.000 (CII500K), realizzata da ISPRA in collaborazione con il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano, rappresenta il primo aggiornamento nazionale della cartografia delle acque sotterranee dopo oltre quarant’anni.

Il precedente prodotto di sintesi nazionale risaliva al 1982. La nuova carta integra, aggiorna e rende omogenei i dati e le conoscenze esistenti, ancora frammentari e disomogenei, attraverso una cartografia partecipata che ha coinvolto il Sistema SNPA, le Autorità di Bacino Distrettuali, le Regioni e numerosi esperti. La carta fornisce dati e metadati georeferenziabili per analisi GIS e modellazioni, consentendo di valutare la disponibilità attuale e futura delle risorse idriche anche in relazione alle pressioni antropiche e ai cambiamenti climatici.

In Italia, le acque sotterranee coprono circa l’80% del fabbisogno idropotabile e rivestono un ruolo essenziale anche per usi agricoli, industriali e ambientali. Uno strumento cartografico aggiornato non è quindi un lusso scientifico: è una necessità strategica per garantire la sicurezza idrica delle generazioni future.

La Giornata Mondiale dell’Acqua 2026 ha messo in evidenza come la speleologia scientifica giochi un ruolo fondamentale nella conoscenza e tutela delle acque sotterranee carsiche: come sottolineato dai Quaderni SSI sugli Acquiferi Carsici, “i dati e le informazioni che possono raccogliere gli speleologi sono determinanti negli studi relativi all’idrogeologia carsica”. Gli speleologi sono spesso gli unici in grado di raggiungere ambienti ipogei difficilmente accessibili, raccogliendo dati preziosi per idrogeologi, biologi e geologi.

La prossima volta che uno speleologo stende il nastro metrico nel buio di una grotta, sta facendo qualcosa di più grande di un’esplorazione. Sta disegnando il futuro dell’acqua che berremo.

Fonti consultate

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Non Solo Mappe, Ma Capolavori: la Cartografia Sotterranea tra Scienza e Arte

Apríl 26th 2026 at 12:00

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Il rilievo speleologico non è soltanto una tecnica di misurazione. È un linguaggio visivo che trasforma il buio delle grotte in documenti capaci di emozionare oltre che di informare.


La cartografia speleologica come forma di espressione

Una mappa di grotta nasce nel buio, tra rocce bagnate e gallerie senza luce. Eppure, il prodotto finale di quel lavoro può essere appeso in una galleria d’arte. La cartografia speleologica — ovvero la rappresentazione grafica del mondo sotterraneo — occupa da sempre uno spazio ibrido tra rigore scientifico e sensibilità estetica. Ogni linea di contorno, ogni simbolo, ogni scelta cromatica non serve solo a orientarsi: racconta la storia geologica e morfologica di ambienti che la maggior parte delle persone non vedrà mai.

Negli ultimi anni questa doppia natura è diventata oggetto di riconoscimento esplicito da parte della comunità speleologica internazionale, attraverso concorsi, esposizioni e dibattiti sul valore artistico del rilievo ipogeo. Il confine tra documento tecnico e opera d’arte si è fatto sempre più sottile.


I Simboli UIS: un alfabeto visivo per il sottosuolo

Per capire perché una mappa di grotta possa essere considerata arte, occorre prima capire con quali strumenti viene costruita. Il vocabolario grafico di base è quello stabilito dall’Unione Internazionale di Speleologia (UIS), che ha definito un set di simboli standardizzati utilizzati in tutto il mondo.

Le origini di questo sistema risalgono al 1995, quando il Secondo Incontro Internazionale sulla Topografia Sotterranea, tenutosi a Breitenbach in Svizzera, avviò il processo di armonizzazione delle diverse tradizioni nazionali. L’elenco internazionale dei simboli speleologici è ufficialmente in vigore dal 1999 e viene aggiornato periodicamente in occasione dei congressi UIS.

Il sistema si articola in quattro categorie principali: simboli per il rilievo delle cavità, simboli per la superficie carsica, simboli per le cavità artificiali e simboli per la conservazione delle grotte. Ogni paese può aggiungere simboli propri per esigenze specifiche, ma la base comune garantisce la leggibilità delle mappe a livello internazionale. Uno speleologo brasiliano può leggere un rilievo italiano senza alcuna difficoltà.

Nel 2025, in occasione del 19° Congresso Internazionale di Speleologia a Belo Horizonte, il sistema UIS ha fatto un ulteriore passo avanti: l’elenco aggiornato ha introdotto per la prima volta il colore come variabile sistematica, e attraverso la piattaforma digitale UIS Karstlink ogni simbolo ha ricevuto un URL dedicato, diventando una risorsa citabile e condivisibile nel panorama scientifico internazionale.


Dalla Poligonale al Disegno: il processo creativo del rilievo

Ogni mappa parte da una serie di misurazioni sul campo. La poligonale è lo scheletro del rilievo: una sequenza di punti reciprocamente visibili collegati da una linea spezzata ideale, di cui si misurano azimut, inclinazione e distanza. Il team di rilievo si divide i compiti — chi usa la bussola, chi annota, chi impugna il metro o il distanziometro laser — e raccoglie dati che, sulla carta, sembrano solo colonne di numeri.

Il passaggio dal dato grezzo alla mappa è dove la tecnica cede spazio all’interpretazione. I software specializzati come Therion, cSurvey e CaveWhere convertono le coordinate in linee vettoriali, ma è il cartografo a decidere il peso delle linee, la texture dei riempimenti, il contrasto tra i pieni e i vuoti, l’eventuale uso del colore per distinguere livelli o morfologie differenti. Ogni scelta grafica è una scelta narrativa.

Il prodotto finale si articola solitamente in planimetria e sezioni — longitudinali e trasversali — che insieme restituiscono la tridimensionalità della grotta su un piano bidimensionale. È in questo passaggio che la cartografia speleologica rivela la sua natura più vicina all’illustrazione scientifica che alla semplice misurazione tecnica.


La mappa e il mostro: un parallelo con le antiche carte marine

C’è un parallelo affascinante tra le mappe di grotta e le antiche carte nautiche. Nel 1539, l’arcivescovo svedese Olao Magno completò la Carta Marina, una mappa dell’Europa settentrionale popolata di creature marine prodigiose: serpenti di sessanta metri avvolti intorno alle navi, astici giganti che afferravano marinai, mostri dalle forme ibride che segnavano i bordi dell’ignoto. Le figure erano tratte da bestiari medievali e dai racconti dei pescatori, e la mappa fu presa a riferimento dai cartografi europei per i cinquant’anni successivi.

Anche il cartografo speleologico si trova di fronte all’ignoto: un corridoio che si restringe fino a scomparire, un lago il cui fondo non è raggiungibile, una sala così alta da perdere il soffitto nel buio. Il suo compito è dare forma visiva a ciò che l’occhio ordinario non può vedere. I simboli che utilizza — i contorni frantumati di una frana, le virgole stilizzate delle concrezioni, il tratteggio dei laghi sotterranei — non sono mostri, ma assolvono la stessa funzione: raccontano un mondo in larga parte ancora inesplorato, comunicano il senso del limite e della scoperta.

L’Italia conta oltre 50.000 grotte censite, ed ogni anno se ne scoprono tra le 200 e le 300 nuove. Ogni mappa di quelle cavità porta impressa la stessa energia che animava i cartografi rinascimentali.


Estetica e Funzionalità: la mappa come composizione visiva

Un rilievo speleologico di qualità deve rispondere contemporaneamente a due esigenze: essere abbastanza preciso da valere come documento tecnico e abbastanza leggibile da trasmettere la morfologia della grotta in modo immediato. Troppi dettagli rendono la mappa un labirinto visivo; una semplificazione eccessiva la svuota di significato scientifico.

Questa tensione creativa è esattamente quella che definisce la grande arte applicata. La qualità grafica dipende da scelte stilistiche precise: il peso delle linee di contorno, la gestione dei bianchi, l’impiego del colore come strumento di gerarchia visiva. I software vettoriali moderni come cSurvey e Therion consentono di gestire layer multipli sovrapposti, ciascuno con il proprio schema cromatico, creando documenti stratificati che comunicano informazioni complesse senza saturare lo spazio visivo.

La Società Speleologica Italiana ha riconosciuto esplicitamente questa doppia natura con il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, che valuta sia la qualità tecnica sia quella artistica, considerate non in contraddizione ma complementari. Francesco Serafin, vincitore del primo premio artistico nella prima edizione con il rilievo della Grotta dei Partigiani, e Adriano Menin, primo classificato per la qualità tecnica con il rilievo della Grotta della Donna, rappresentano due facce della stessa medaglia.


Concorsi e Gallerie: dove ammirare le mappe più belle

Il panorama dei concorsi dedicati alla cartografia speleologica è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni, sia in Italia che a livello internazionale.

In Italia, il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica” della SSI è giunto nel 2026 alla sua terza edizione. Il concorso è aperto a tutti i soci SSI, riguarda rilievi 2D di cavità naturali italiane già inserite nel Catasto Grotte e prevede premi fino a 450 euro per il primo classificato. Le opere vengono valutate da una giuria tecnica e dal voto del pubblico, solitamente nell’ambito dei raduni nazionali di speleologia.

A livello internazionale, il 19° Congresso UIS di Belo Horizonte (luglio 2025) ha ospitato un concorso di cartografia con la partecipazione di speleologi provenienti da 51 paesi. Il prossimo congresso è previsto a Cluj-Napoca, Romania, nel 2029.

In Russia, il Primo Concorso Nazionale di Rilevamenti Topografici di Grotte ha introdotto una categoria dedicata al “Miglior design artistico”, con le opere vincitrici esposte presso i centri visitatori delle grotte di Tavrida e Kungur.

Il progetto “Visioni Sotterranee” di TETIDE APS — iniziativa EuroSpeleo in collaborazione con la Federazione Speleologica Europea — va oltre il rilievo tradizionale e invita a presentare fotografie, disegni, grafica vettoriale, arte frattale e pixel art ispirati al mondo sotterraneo. La seconda edizione del concorso si è conclusa al 17° EuroSpeleoForum di Volta Mantovana, nell’ambito del Raduno CapoVolta 2025.


Il futuro: tecnologia digitale e continuità artistica

L’avvento degli scanner laser 3D e della fotogrammetria non ha eliminato la componente artistica del rilievo: l’ha moltiplicata di possibilità. I rilievi digitali consentono layer informativi sovrapposti, animazioni tridimensionali e visualizzazioni immersive che trasformano la mappa tradizionale in un’esperienza multimediale. Strumenti come Charlotte — scanner open source con LiDAR sviluppato in Italia a un costo inferiore ai 400 euro — stanno rendendo accessibile la mappatura tridimensionale anche a gruppi con risorse limitate.

La sfida contemporanea rimane quella di mantenere saldo il legame tra precisione scientifica e sensibilità estetica nell’era digitale. I concorsi, le esposizioni e la crescente attenzione della comunità verso la qualità grafica dei rilievi segnalano che questa sfida è colta e raccolta. Una mappa di grotta è — e resterà — molto più di un archivio di coordinate.


Non Solo Mappe, Ma Capolavori: Quando la Cartografia Sotterranea Diventa Arte”.

  1. Un Linguaggio Universale — I Simboli UIS: dalle origini della standardizzazione nel 1995 a Breitenbach fino all’aggiornamento digitale del 2025 con l’introduzione del colore e degli URL dedicati su KarstLink.
  2. Dalla Poligonale al Disegno: il processo completo — dalla misurazione in grotta con bussola e clinometro, agli scanner LiDAR, fino ai software cSurvey, Therion e CaveWhere — che trasforma numeri in planimetrie e sezioni.
  3. Mostri e Meraviglie: il parallelo con la Carta Marina di Olao Magno (1539), che raffigurava serpenti di 60 metri e leviatani per raccontare l’ignoto, esattamente come le mappe di grotta usano simboli per raccontare un mondo che «pochi vedranno mai».
  4. La Mappa come un Quadro: l’analisi del bilanciamento tra precisione tecnica ed estetica, con riferimenti ai premiati del concorso SSI Francesco Serafin e Adriano Menin e al ruolo chiave del colore e dei layer nei software vettoriali.
  5. Concorsi e Gallerie: il concorso SSI “Rilievo: tra arte e tecnica” (III edizione 2026), il concorso al 19° Congresso UIS di Belo Horizonte 2025, il concorso russo con la categoria “Miglior design artistico” e il progetto “Visioni Sotterranee” di TETIDE APS.

Non Solo Mappe, Ma Capolavori: Quando la Cartografia Sotterranea Diventa Arte

Executive Summary

Una mappa di grotta non è solo uno strumento tecnico: è la traduzione visiva di un mondo che la luce non raggiunge mai. Ogni linea tracciata, ogni simbolo scelto, ogni sfumatura cromatica raccontano la geometria segreta della terra, la storia geologica di milioni di anni e la bellezza nascosta che solo pochi avranno il privilegio di vedere. La cartografia speleologica occupa uno spazio raro nella storia della scienza: quello in cui il rigore della misura si fonde con la sensibilità del disegno, producendo documenti che sono al tempo stesso archivi scientifici e opere d’arte. Questo studio esplora le dimensioni tecniche, estetiche e culturali di questa disciplina, dal linguaggio universale dei simboli UIS alle gallerie dei concorsi internazionali.[1]


Un Linguaggio Universale per il Sottosuolo: I Simboli UIS

Le origini della standardizzazione

Prima che esistesse un sistema comune di simboli, ogni nazione — e spesso ogni singolo gruppo speleologico — adottava convenzioni grafiche proprie. Una mappa italiana risultava difficilmente leggibile per uno speleologo polacco, un rilievo francese incomprensibile per uno sloveno. Questo isolamento linguistico ostacolava la cooperazione scientifica e la condivisione delle scoperte.[2]

La svolta avvenne nel 1995 a Breitenbach, in Svizzera, durante il Secondo Incontro Internazionale sulla Topografia Sotterranea. In quella sede furono discussi e integrati i simboli utilizzati nelle diverse tradizioni nazionali, con l’obiettivo di costruire un vocabolario grafico condiviso. La proposta fu successivamente votata e approvata al Congresso UIS di La Chaux-de-Fonds, e l’elenco internazionale dei simboli speleologici è ufficialmente in vigore dal 1999.[3]

La struttura del sistema UIS

Il set di simboli dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) rappresenta il più ampio sistema in uso per le mappe di grotte a livello mondiale. Non è concepito come un sistema chiuso ed esclusivo: ogni paese può aggiungere simboli specifici per le proprie esigenze, ma la base comune garantisce una comprensione trasversale.[4]

La struttura attuale si articola in quattro categorie principali:[5]

  • Simboli per il rilievo (Survey Symbols): contorni di cavità, capisaldi, indicatori di direzione e progressione
  • Simboli per la superficie carsica (Surface Symbols): doline, inghiottitoi, risorgenze e altre morfologie epigee
  • Simboli per le cavità artificiali (Artificial Cavities Symbols): miniere, acquedotti storici, gallerie antropiche
  • Simboli per la conservazione delle grotte (Cave Protection Symbols): aree sensibili, presenza di fauna, zone di rispetto

L’aggiornamento digitale del 2025

Nel 2025, in occasione del 19° Congresso Internazionale di Speleologia a Belo Horizonte, è stata affrontata per la prima volta la questione del colore nei simboli UIS. Il nuovo elenco aggiornato e colorato è stato votato alla fine del 2025, aggiungendo una nuova dimensione comunicativa alla cartografia speleologica. Parallelamente, attraverso la piattaforma UIS Karstlink, ogni simbolo ha ricevuto un URL dedicato, trasformando il vocabolario grafico in una risorsa digitale accessibile e citabile a livello internazionale. L’obiettivo dichiarato è eliminare le incongruenze tra sistemi nazionali diversi e garantire che i simboli siano facilmente riconoscibili e utilizzabili in qualsiasi contesto speleologico, favorendo la comunicazione tra speleologi, ricercatori e istituzioni di tutto il mondo.[5][2][3]


Dalla Poligonale al Disegno: Le Fasi della Creazione

Il rilievo sul campo

Tutto comincia nel buio, con gli strumenti in mano e la testa rivolta verso il soffitto della grotta. La poligonale è lo scheletro di ogni mappa speleologica: una sequenza di punti consecutivi, reciprocamente visibili, collegati da una linea spezzata ideale di cui si misurano azimut, inclinazione e distanza. Il gruppo di lavoro si divide i compiti: chi impugna la bussola, chi registra i dati sul clinometro, chi annota nel taccuino. Le misure vengono spesso alternate tra due operatori per minimizzare gli errori sistematici.[6]

Oltre alla poligonale, lo speleologo annota informazioni geologiche e morfologiche, produce schizzi su carta millimetrata con pianta, sezioni longitudinali e trasversali, e marca i capisaldi sulle pareti con segni di nero fumo. La classificazione del Catasto delle Grotte d’Italia distingue diversi gradi di precisione, dal Grado 1 al Grado X, a seconda degli strumenti e delle metodologie impiegati.[6]

Gli strumenti tradizionali — bussola, clinometro e metro — convivono oggi con il distanziometro laser DISTO X310, che combina in un unico dispositivo la misurazione di distanza, azimut e inclinazione. I più recenti scanner LiDAR, inclusi quelli integrati negli iPhone Pro, hanno aperto scenari di mappatura 3D in pochi minuti direttamente sul campo. Un gruppo di ricercatori italiani ha sviluppato Charlotte, strumento open source dotato di LiDAR con un costo inferiore ai 400 euro, rendendo accessibile la mappatura tridimensionale anche a gruppi con budget limitato.[7][6]

Dal dato grezzo alla carta

Una volta rientrati in superficie, i dati grezzi vengono elaborati con software specializzati. Il processo di riduzione numerica converte le misure di distanza, azimut e inclinazione in coordinate cartesiane (Nord, Est, Quota), producendo la poligonale grafica della grotta sviluppata lungo tre assi.[8]

I principali strumenti utilizzati dalla comunità speleologica italiana e internazionale sono:

  • Therion: software open source per la produzione di mappe vettoriali, con algoritmi di smoothing per affinare il disegno e funzioni avanzate di gestione degli anelli[9][10]
  • cSurvey: ideato da Federico Cendron, offre un’interfaccia intuitiva per la trascrizione dei fogli di campagna, l’analisi della poligonale e il disegno di pianta e sezione; si basa sul motore di calcolo di Therion ma dispone di un proprio motore grafico vettoriale creato per le specifiche esigenze del rilievo speleologico[11][9]
  • CaveWhere: software open source basato sul concetto di “carpeting”, ovvero la proiezione dello schizzo cartaceo lungo la poligonale in un ambiente tridimensionale; consente di esportare mappe in PNG, SVG, PDF e JPG[12]
  • CloudCompare: strumento dedicato all’analisi di grandi set di dati LiDAR, per allineare scansioni, rimuovere rumore e misurare spessori[7]

Planimetria e sezioni: il racconto tridimensionale

Il prodotto finale si articola in due rappresentazioni complementari. La planimetria mostra la grotta vista dall’alto, con gallerie, pozzi e diramazioni distribuiti nello spazio orizzontale. Le sezioni — longitudinali e trasversali — rivelano invece lo sviluppo verticale, le altezze delle sale, la morfologia dei pozzi e la relazione tra i livelli. È qui, nel passaggio dalla serie di dati numerici a questo doppio racconto visivo, che la cartografia speleologica rivela la sua natura creativa: il cartografo deve scegliere cosa mostrare, come accentuare, dove semplificare — esattamente come un illustratore scientifico.[13]


Mostri e Meraviglie: Quando la Mappa Racconta Storie

La Carta Marina di Olao Magno

Nel 1539, l’arcivescovo svedese Olao Magno terminò un lavoro iniziato dodici anni prima: la Carta Marina, una mappa monumentale che misurava 170 per 125 centimetri e rappresentava l’Europa settentrionale popolata di creature marine prodigiose. Vicino alla costa norvegese compare un serpente di quasi sessanta metri che si avvolge intorno a una nave; al largo delle Faroe, un mostro stringe una foca nel becco; sulle coste scozzesi, un gigantesco astice afferra un marinaio.[14][15]

Le creature della Carta Marina non erano pure invenzioni: Olao Magno le aveva attinte da bestiari medievali, dai racconti dei pescatori e dall’enciclopedia Hortus Sanitatis del 1491. La mappa fu presa a riferimento dai cartografi europei per i cinquant’anni successivi, e bisognò aspettare l’inizio del Settecento perché le nuove edizioni eliminassero i mostri dal mare. La Carta Marina era al tempo stesso un documento geografico, un’enciclopedia naturale e un’opera d’arte: la necessità di rappresentare l’ignoto si traduceva in figure che mescolavano osservazione empirica e immaginario culturale.[15][14]

Il parallelo sotterraneo

Le mappe delle grotte condividono con la Carta Marina una stessa ambizione: dare forma a ciò che l’occhio ordinario non può vedere. Anche il cartografo speleologico si trova davanti all’ignoto — un corridoio che si restringe, un lago dalle dimensioni incerte, una sala così alta che la lampada non ne illumina il soffitto — e deve trovare il modo di renderlo comprensibile.[1]

Se le antiche mappe nautiche popolavano i margini con serpenti e leviatani per segnalare il pericolo e il mistero, le mappe di grotta adottano simboli altrettanto evocativi: i contorni frantumati di una frana, le virgole stilizzate delle concrezioni, il tratteggio dei laghi sotterranei. Non sono mostri, ma raccontano un mondo altrettanto straordinario e in larga parte ancora inesplorato. L’Italia, con oltre 50.000 grotte censite, è uno dei territori carsici più ricchi d’Europa; eppure ogni anno se ne scoprono ancora 200-300 nuove, e ogni mappa di quelle cavità porta impressa la stessa energia della scoperta.[16][1]

La grotta come narrazione

Una buona mappa speleologica non si limita a registrare misure: racconta una storia. Marco Corvi, in uno dei testi di riferimento sulla pratica del rilievo, descrive la mappa come un mezzo di comunicazione visuale con propria sintassi e grammatica, la cui validità dipende da quanto riesce a comunicare, al di là dell’apparenza estetica. In questa prospettiva, il cartografo è narratore: sceglie il punto di vista (la proiezione), seleziona i dettagli, calibra la densità di simboli. Ogni mappa porta il marchio delle sue mani e dei suoi occhi.[13]


La Mappa come un Quadro: Estetica e Funzionalità

La doppia natura del rilievo

Un rilievo speleologico riuscito deve rispondere contemporaneamente a due esigenze apparentemente opposte: essere preciso abbastanza da poter essere usato come documento tecnico, e leggibile abbastanza da trasmettere la morfologia della grotta in modo immediato. L’eccesso di dettagli può rendere la mappa un labirinto visivo; la semplificazione eccessiva la svuota di significato scientifico. Questa tensione creativa è esattamente quella che definisce la grande arte applicata.[1]

La qualità grafica di una mappa dipende da scelte stilistiche precise: il peso delle linee di contorno, la texture dei riempimenti, il contrasto tra il bianco del vuoto e il nero della roccia, l’impiego del colore per distinguere livelli diversi o morfologie specifiche. Il rilievo della Grotta del Ghiaccio in Val Senales realizzato da Marco Pedrotti — poi premiato al concorso SSI — descriveva «linee fluide che seguivano i contorni naturali della grotta, colori pastello per distinguere i diversi ambienti, annotazioni descrittive che trasformavano la mappa in un racconto visivo».[16]

Il ruolo del colore

Il colore è uno degli strumenti più potenti — e più delicati — della cartografia speleologica. Tradizionalmente le mappe erano monocromatiche, con il nero per la roccia e il bianco per il vuoto. L’aggiunta del colore introduce gerarchie visive: il blu per l’acqua, il marrone per le formazioni, il verde per le zone biologicamente sensibili. Con i software vettoriali moderni come cSurvey e Therion è possibile gestire layer multipli sovrapposti, ciascuno con il proprio schema cromatico, creando mappe stratificate che comunicano informazioni complesse senza saturare lo spazio visivo.[3][11][9]

Estetica e funzionalità come un tutt’uno

Il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica” della Società Speleologica Italiana valuta esplicitamente entrambe le dimensioni: qualità tecnica e qualità artistica, considerate non in contraddizione ma complementari. Francesco Serafin, vincitore del primo premio artistico 2024 con il rilievo della Grotta dei Partigiani, e Adriano Menin, primo classificato per la qualità tecnica con il rilievo della Grotta della Donna, rappresentano due facce della stessa medaglia: speleologi che hanno applicato principi di composizione visiva alla rappresentazione cartografica senza mai sacrificare l’accuratezza. La formazione di questi specialisti avviene attraverso la rete delle Scuole di Speleologia della SSI, che includono moduli dedicati alla rappresentazione grafica, all’uso del colore e ai principi di leggibilità cartografica.[17][16]


Concorsi e Gallerie: Dove Ammirare le Più Belle Mappe di Grotte

Il panorama italiano: “Rilievo: tra arte e tecnica”

La Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della Società Speleologica Italiana coordina dal 1928 la raccolta sistematica dei dati speleologici. Nel 2024 ha istituito il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, giunto nel 2026 alla sua terza edizione. Il concorso è aperto a tutti i soci SSI in regola con la quota associativa, riguarda rilievi 2D di cavità naturali italiane già inserite nel Catasto Grotte, e prevede premi fino a 350 euro. Le opere vengono valutate da una giuria tecnica e dal voto del pubblico, tipicamente nell’ambito di raduni nazionali di speleologia.[18][17][16]

La prima edizione 2024 ha visto premi assegnati per un valore complessivo in materiale speleologico; la seconda edizione 2025, tenutasi nell’ambito del Raduno Internazionale CapoVolta a Volta Mantovana (30 ottobre–2 novembre 2025), ha portato il montepremi a 1.000 euro totali, suddivisi tra primo premio (450 euro), secondo premio (300 euro) e premio del pubblico (250 euro).[19][16]

Il panorama internazionale: UIS e oltre

Il 19° Congresso Internazionale di Speleologia UIS, svoltosi a Belo Horizonte, Brasile, dal 20 al 27 luglio 2025, ha ospitato un concorso di cartografia che ha attratto specialisti da tutto il mondo. L’evento ha rappresentato una piattaforma per confrontare metodologie innovative e tecniche di mappatura dei sistemi carsici, con la partecipazione di oltre 1.100 speleologi provenienti da 51 paesi. Il prossimo Congresso è già pianificato: la 20ª edizione si terrà a Cluj-Napoca, Romania, nel 2029.[20][21][22]

A livello nazionale russo, il Primo Concorso Nazionale Russo di Rilevamenti Topografici di Grotte, organizzato da Gennady Samokhin, ha introdotto due categorie innovative: “Precisione e dettaglio nella mappatura delle grotte” e “Miglior design artistico”. Le opere vincitrici sono state esposte presso il Visitor Center del complesso “Tavrida Cave” e della grotta di ghiaccio di Kungur, e pubblicate su una sezione speciale del sito Speleoatlas.[23]

Visioni Sotterranee: quando la grotta diventa arte totale

Il concorso “Visioni Sotterranee”, organizzato da TETIDE APS come progetto EuroSpeleo in collaborazione con la Federazione Speleologica Europea, rappresenta un passo ulteriore nell’esplorazione del confine tra documentazione e arte. Giunto alla seconda edizione nel 2025, il concorso invita a presentare fotografie, disegni, diagrammi, vignette, grafica vettoriale, arte frattale, pixel art e collage multimediali ispirati al mondo sotterraneo. Le opere selezionate sono state esposte e premiate al 17° EuroSpeleoForum di Volta Mantovana, nell’ambito del Raduno CapoVolta 2025.[24][25]

Le categorie tecniche del concorso comprendono anche la Grafica Vettoriale per la creazione di mappe interattive e scalabili delle grotte, confermando come la cartografia speleologica sia riconosciuta a pieno titolo tra le forme espressive del mondo sotterraneo.[24]


L’Evoluzione Tecnologica e la Continuità Artistica

L’avvento degli scanner laser 3D e della fotogrammetria ha profondamente trasformato il rilievo speleologico senza però eliminarne la componente artistica: l’ha semmai arricchita di nuove possibilità. I rilievi digitali consentono layer informativi sovrapposti, animazioni tridimensionali e visualizzazioni immersive che trasformano la mappa tradizionale in esperienza multimediale. La SSI ha riconosciuto ufficialmente una nuova scuola di rilievo 3D con tecniche geomatiche, confermando l’interesse istituzionale verso questi sviluppi.[7][6][16]

La sfida contemporanea è mantenere saldo il legame tra precisione scientifica e sensibilità estetica nell’era digitale. Gli speleologi più esperti combinano la precisione degli strumenti moderni con la sensibilità artistica acquisita attraverso decenni di pratica manuale. Édouard-Alfred Martel, che fondò la Société de Spéléologie nel 1895 e sviluppò la prima metodologia sistematica di rilievo delle grotte, avrebbe probabilmente riconosciuto nei cartografi contemporanei i suoi eredi più fedeli: persone capaci di trasformare l’oscurità in conoscenza, e la conoscenza in bellezza.[26][27]


Conclusione

La cartografia speleologica occupa un territorio di frontiera tra scienza e arte, tra misura e racconto. Il sistema di simboli UIS garantisce un linguaggio comune universale; la poligonale trasforma il buio in coordinate; il software dà forma al dato grezzo. Ma è la mano — fisica o digitale — del cartografo che decide come raccontare tutto questo. I concorsi come “Rilievo: tra arte e tecnica” e “Visioni Sotterranee” sanciscono ufficialmente questa doppia natura, premiando lavori che siano al tempo stesso documenti scientifici affidabili e opere capaci di emozionare anche chi non ha mai messo piede sottoterra. Guardare una mappa di grotta con occhi nuovi significa riconoscervi non solo un archivio di coordinate, ma la traccia visibile di un’esplorazione — e di un’arte.

Fonti consultate:

L'articolo Non Solo Mappe, Ma Capolavori: la Cartografia Sotterranea tra Scienza e Arte proviene da Scintilena.

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  • Mappe dall’Oscurità: come nasce la cartografia del mondo sotterraneo
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Mappe dall’Oscurità: come nasce la cartografia del mondo sotterraneo

Apríl 25th 2026 at 13:00

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La topografia ipogea trasforma ogni grotta in un sistema di dati misurabili. Dalla bussola agli scanner LiDAR, ecco il percorso che porta dall’oscurità a una mappa tridimensionale del mondo sotterraneo.


Cartografia speleologica: documentare l’invisibile

Sotto la superficie terrestre si estende un mondo fatto di gallerie, fiumi sotterranei e sale silenziose. La cartografia speleologica è la disciplina che si occupa della rappresentazione grafica dettagliata di questo universo nascosto.scintilena+1

Non si tratta di un semplice esercizio tecnico. La cartografia speleologica serve a garantire la sicurezza di chi esplora, a costruire archivi scientifici duraturi e a pianificare le spedizioni future con dati affidabili.scintilena

L’Italia è uno dei Paesi carsicamente più ricchi d’Europa, con oltre 50.000 grotte censite nel territorio nazionale. La Commissione Catasto della Società Speleologica Italiana coordina dal 1928 la raccolta sistematica di questi dati, con circa 200–300 nuove cavità documentate ogni anno.scintilena+1


Come creare mappe di grotte: la poligonale come asse portante

Il cuore del rilievo speleologico è la costruzione della poligonale. Si tratta di una linea spezzata ideale che attraversa la cavità e di cui si misurano, punto per punto, azimut, inclinazione e distanza.scintilena

La squadra di rilievo si divide i compiti in modo preciso. Il primo rilevatore misura angoli e pendenza con bussola e clinometro. Il secondo si posiziona sul punto successivo. Un annotatore registra i dati sul taccuino di campo e un disegnatore schizza in tempo reale pianta e sezioni della galleria su carta millimetrata.scintilena+1

I dati raccolti non riguardano solo la geometria. Durante il rilievo sul campo gli speleologi annotano anche la geologia delle pareti, la presenza di concrezioni, corsi d’acqua, fauna e sedimenti.scintilena

Il Catasto delle Grotte d’Italia classifica i rilievi in gradi di precisione che vanno dal Grado 1 (orientamento approssimativo) al Grado X (topografia strumentale di alta precisione). Questa scala standardizzata permette di confrontare rilievi prodotti da gruppi diversi in decenni diversi.scintilena


Strumenti per topografia ipogea: dalla bussola al LiDAR

La dotazione tradizionale — bussola, clinometro e metro — ha ceduto progressivamente spazio a strumenti digitali più precisi e veloci.scintilena+1

Il DistoXBLE è oggi uno degli strumenti più diffusi nella topografia ipogea. Basato sul distanziometro laser Leica DISTO X310, combina in un solo dispositivo la misurazione di distanza, azimut e inclinazione. I dati vengono trasmessi via Bluetooth direttamente allo smartphone, riducendo gli errori di trascrizione e accelerando il flusso di lavoro.scintilena

Per la mappatura 3D delle grotte, le soluzioni disponibili oggi spaziano da sistemi professionali ad alternative accessibili:scintilena+1

  • Scanner LiDAR terrestri: acquisiscono milioni di punti per stazione con precisione millimetrica, permettendo di ricostruire intere sale in tre dimensioniscintilena
  • SLAM LiDAR portatili: sistemi come GeoSlam ZEB rilevano mentre ci si muove, senza fermarsispeleocrasc+1
  • LiDAR su smartphone: il sensore integrato negli iPhone Pro consente acquisizioni rapide in grotta con app dedicate come Scaniversescintilena
  • Fotogrammetria digitale: una mappatura completa della Grotta di La Sassa (Lazio) è stata ottenuta in un’ora da 4.000 immagini elaborate con Agisoft Metashapescintilena
  • Charlotte: strumento open source italiano per il rilievo ipogeo 2.5D con LiDAR, disponibile a meno di 400 euroscintilena

Dal dato grezzo alla mappa 3D: il ruolo del software speleologico

Una volta rientrati dalla grotta, i dati grezzi vengono elaborati con software specifici per la cartografia speleologica. Il processo parte dal calcolo della poligonale — conversione di angoli e distanze in coordinate cartesiane XYZ — e prosegue con la distribuzione degli errori di chiusura degli anelli.scintilena+1

I software più utilizzati in Italia e nel mondo includono:scintilena+1

  • cSurvey: gratuito, con interfaccia intuitiva per la trascrizione dei fogli campagna, il calcolo della poligonale e il disegno del rilievo
  • Therion: open source, produce mappe vettoriali di qualità professionale con simbologia standardizzata UIS
  • CaveWhere: proietta lo schizzo cartaceo lungo la poligonale in ambiente tridimensionale interattivo
  • CloudCompare: per l’analisi delle nuvole di punti LiDAR, l’allineamento delle scansioni e la rimozione del rumore

Quando si utilizza il LiDAR, le nuvole di punti acquisite in campo vengono allineate tra loro, pulificate dal rumore, triangolate in superfici continue e infine georeferenziate tramite punti di controllo rilevati in superficie. Il risultato è un gemello digitale della grotta navigabile, misurabile e condivisibile.scintilena


Perché mappare le grotte: sicurezza, scienza e conservazione

L’importanza della cartografia speleologica va ben oltre la documentazione. Le mappe sono strumenti operativi in scenari di emergenza: le missioni di soccorso in grotta in Europa sono aumentate del 45% tra il 2015 e il 2024. Una mappa accurata indica vie di fuga, punti critici e stime di percorrenza indispensabili per i soccorritori.scintilena+1

Sul versante scientifico, le mappe speleologiche sono la base per lo studio dei sistemi idrogeologici carsici, per la paleoclimatologia — le concrezioni conservano archivi climatici plurimillenari — e per la ricerca sulla biodiversità ipogea. Il 60% delle specie sotterranee scoperte nell’ultimo decennio vive in grotte mappate con tecniche di rilievo avanzate.scintilena+1

Nei territori carsici, dove le rocce carbonatiche trasmettono rapidamente gli inquinanti verso le falde senza filtrazione naturale, le mappe speleologiche sono fondamentali per identificare i bacini di alimentazione, pianificare interventi di bonifica e valutare il rischio di sinkholes in aree urbanizzate.vulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena


Le nuove frontiere della topografia ipogea

Droni, intelligenza artificiale e formazione a distanza stanno cambiando il modo in cui la cartografia speleologica cresce e si diffonde.

A settembre 2025 l’esplorazione dei Sotterranei di Todi ha sperimentato l’uso combinato di droni, rilievi 3D e intelligenza artificiale per mappare ambienti altrimenti inaccessibili. Nell’aprile 2026 si sono svolte esercitazioni di topografia ipogea in Sicilia, nelle Madonie, con l’impiego di strumenti aggiornati e software consolidati.scintilena+1

La Commissione Catasto della SSI ha promosso nel 2025 webinar dedicati a LiDAR iPhone e rilievo ipogeo, aprendo la formazione tecnica avanzata anche ai gruppi più piccoli e lontani dai principali centri speleologici.scintilena

A livello internazionale, il 19° Congresso UIS di Belo Horizonte 2025 ha ospitato un concorso di cartografia speleologica con specialisti da tutto il mondo, riconoscendo l’eccellenza della scuola italiana. Il concorso della SSI “Rilievo: tra arte e tecnica” assegna premi distinti per la qualità tecnica e per quella artistica, confermando come la topografia ipogea sia al tempo stesso scienza e rappresentazione.scintilena


Ecco il report completo su Mappe dall’Oscurità: Come Nasce la Cartografia del Mondo Sotterraneo. Copre in modo approfondito tutti i punti della struttura richiesta.

Il report esplora:

  • Cos’è la cartografia speleologica — definizione, obiettivi, standard internazionali UIS e il ruolo del Catasto Nazionale con le sue 50.000+ grotte censite in Italia
  • Gli strumenti del mestiere — dalla triade classica (bussola, clinometro, metro) al DistoXBLE, fino agli scanner LiDAR, alla fotogrammetria con smartphone e ai sensori RGB-D a basso costo come Charlotte (open source, meno di 400€)
  • Il rilievo sul campo — come nasce la poligonale, i ruoli della squadra, i gradi di precisione del Catasto e l’importanza degli schizzi in grotta
  • Dal dato grezzo alla mappa 3D — tabella comparativa dei principali software (cSurvey, Therion, CaveWhere, CloudCompare, QGIS) e il flusso completo dalla nuvola di punti al gemello digitale
  • Perché mappare le grotte — sicurezza (+45% missioni di soccorso in Europa 2015–2024), ricerca scientifica, tutela degli acquiferi carsici, conservazione della biodiversità
  • Le nuove frontiere — droni sotterranei, AI, webinar di formazione e l’integrazione con GIS

Mappe dall’Oscurità: Come Nasce la Cartografia del Mondo Sotterraneo


Introduzione: Un Universo da Disegnare sotto i Piedi

Vi siete mai chiesti cosa si nasconde sotto i vostri piedi? Non parliamo di metropolitane o tubature, ma di un mondo silenzioso e inesplorato fatto di grotte, fiumi sotterranei e gallerie che sfidano l’oscurità. Gli speleologi riescono a orientarsi grazie alla cartografia speleologica, la disciplina che trasforma l’ignoto in una mappa da seguire. Ma come si crea una mappa di grotte? E quali strumenti servono per documentare ciò che non si vede?[1]

Dalle tecniche di rilievo speleologico più tradizionali fino ai moderni scanner LiDAR, il percorso che porta dall’oscurità a una rappresentazione cartografica precisa è lungo, affascinante e sempre più tecnologicamente avanzato.[2][1]


1. Cos’è la Cartografia Speleologica?

Definizione e Obiettivi

La cartografia speleologica è la disciplina che si occupa della rappresentazione grafica e dettagliata delle cavità sotterranee. Ogni tratto di grotta diventa un sistema di coordinate e misure che permettono di comprendere la struttura tridimensionale del mondo ipogeo. La disciplina si pone uno scopo duplice: da una parte garantire la sicurezza di chi esplora, dall’altra costruire un patrimonio di conoscenza accessibile a ricercatori e speleologi futuri.[3][1]

Gli obiettivi principali della cartografia speleologica includono:[1][3]

  • Documentazione precisa della morfologia delle grotte: gallerie, pozzi, laghi, cunicoli, sale e relative dimensioni
  • Pianificazione delle esplorazioni future, riducendo i rischi e ottimizzando le risorse umane ed economiche
  • Creazione di archivi per la ricerca scientifica, la tutela del patrimonio naturale e la gestione del territorio
  • Standardizzazione attraverso simbologie codificate a livello internazionale dalla Union Internationale de Spéléologie (UIS)

Il Patrimonio Speleologico Italiano

L’Italia è uno dei Paesi carsicamente più ricchi d’Europa: il patrimonio speleologico italiano conta oltre 50.000 grotte censite, con circa 8.620 cavità accatastate nel solo Friuli Venezia Giulia. La crescita annuale delle nuove scoperte si attesta intorno alle 200–300 nuove grotte documentate ogni anno, un dato che sottolinea l’intensità dell’attività esplorativa nel territorio nazionale.[4][1]

La Commissione Catasto Cavità della Società Speleologica Italiana coordina dal 1928 la raccolta sistematica dei dati speleologici, trasformando ogni esplorazione in un contributo permanente alla conoscenza del territorio. Il Catasto Nazionale delle Grotte d’Italia si articola su base regionale, con ogni federazione territoriale che gestisce la propria sezione.[4]


2. Gli Strumenti del Mestiere: Dalla Bussola al LiDAR

Strumenti Tradizionali

La dotazione classica di ogni speleologo-topografo comprende tre strumenti fondamentali:[2][1]

StrumentoFunzioneNote
BussolaMisura l’angolo tra il Nord magnetico e la direzione di avanzamentoStrumento fondamentale in grotta, dove il GPS non funziona[1]
ClinometroDetermina l’inclinazione rispetto al piano orizzontaleEssenziale per calcolare le quote e i dislivelli
Metro / nastroMisura la distanza tra i punti della poligonaleValuta il passo dopo passo la distanza

A questi tre strumenti si affiancano un taccuino impermeabile per la registrazione dei dati e carta millimetrata per gli schizzi sul campo.[1]

L’Era dei Distanziometri Laser

Una svolta significativa è arrivata con il DistoX, uno strumento basato sul distanziometro laser Leica DISTO X310. Il dispositivo combina in un’unica soluzione la misurazione di distanza, azimut e inclinazione, trasmettendo i dati via Bluetooth direttamente allo smartphone o a un palmare. Il DistoXBLE (versione aggiornata con hardware 3.3) è frutto dello sviluppatore Siwei Tian ed è presentato come uno degli strumenti per topografia ipogea più ergonomici, robusti e multifunzionali disponibili.[5]

L’errore di misura scende a pochi millimetri, riducendo drasticamente le imprecisioni accumulate lungo poligonali di centinaia di metri.

Scanner LiDAR e Fotogrammetria

Le tecnologie più avanzate disponibili oggi per la mappatura delle grotte sono:[6][1]

  • Scanner LiDAR terrestri (TLS): montati su treppiede, emettono impulsi laser e misurano il tempo di ritorno per ricostruire nuvole di punti 3D con accuratezza millimetrica. Permettono di acquisire milioni di punti per stazione.[6]
  • SLAM LiDAR portatili: sistemi come il GeoSlam ZEB o il Mandeye usano algoritmi di Simultaneous Localization and Mapping per rilevare mentre ci si muove, senza fermarsi.[7][6]
  • LiDAR su smartphone: il sensore LiDAR integrato negli iPhone Pro ha aperto nuove possibilità nella topografia ipogea. App come Scaniverse permettono di acquisire dati direttamente in grotta generando un modello 3D in pochi minuti.[1]
  • Fotogrammetria digitale (SfM/MVS): tecnologia che ricostruisce modelli 3D da fotografie sovrapposte. Nella Grotta di La Sassa (Lazio), una mappatura completa è stata ottenuta in un’ora tramite 15 brevi video e circa 4.000 immagini, con successiva elaborazione in Agisoft Metashape.[8]
  • Sensori RGB-D a basso costo: dispositivi come Kinect, Intel RealSense e sistemi Raspberry Pi abbinati a LiDAR offrono alternative economiche ai sistemi professionali, con costi contenuti e portabilità elevata.[9][10]

Un esempio di innovazione accessibile è Charlotte, uno strumento open source per il rilievo delle grotte in 2.5D dotato di LiDAR, sviluppato in Italia con un costo inferiore ai 400 euro. Questa democratizzazione degli strumenti apre la topografia ipogea anche a gruppi con risorse limitate.[1]


3. Il Rilievo sul Campo: I Primi Passi nel Buio

La Poligonale: Linea Guida nell’Oscurità

Il processo di raccolta dati inizia all’interno della cavità con la costruzione della poligonale, ovvero la linea di base del rilievo. Questa consiste nell’individuare una serie di punti consecutivi, reciprocamente visibili, collegati da una linea spezzata ideale di cui si misurano azimut, inclinazione e distanza.[1]

La squadra di rilievo tipicamente si divide i compiti in modo preciso:[2][1]

  1. Primo rilevatore: si posiziona su un caposaldo con bussola e clinometro, punta la lampada verso il compagno e prende le misure di azimut e inclinazione
  2. Secondo rilevatore: si colloca sul caposaldo successivo, poi il ruolo si scambia per ridurre gli errori strumentali
  3. Annotatore: registra tutte le misure sul taccuino di campo in forma sistematica
  4. Disegnatore: schizza in tempo reale pianta e sezione della galleria sulla carta millimetrata

Gradi di Precisione

Il Catasto delle Grotte d’Italia classifica i rilievi secondo una scala di precisione che va dal Grado 1 (orientamento approssimativo, senza strumenti) al Grado X (rilievo strumentale con strumenti topografici di alta precisione). Questa classificazione standardizzata permette di confrontare rilievi eseguiti da gruppi diversi in epoche diverse.[1]

Annotazioni Morfologiche e Geologiche

Durante il rilievo non vengono raccolte solo misure geometriche. Gli speleologi annotano anche:[3][1]

  • Informazioni geologiche: tipo di roccia, strutture tettoniche, minerali presenti
  • Morfologia: presenza di concrezioni (stalattiti, stalagmiti), laghi, cascate, argilla
  • Dati idrologici: portata dei corsi d’acqua sotterranei, sorgenti, sifoni
  • Dati biologici: presenza di fauna cavernicola o tracce di vita

I capisaldi vengono marcati sulle pareti con segni di nero fumo e numerati progressivamente, per facilitare i rilievi successivi e l’integrazione con nuove esplorazioni.[1]


4. Dal Dato Grezzo alla Mappa 3D: La Magia del Software

Il Flusso di Lavoro Digitale

Una volta rientrati dalla grotta, i dati grezzi — angoli, distanze, azimut, schizzi — vengono inseriti in software specializzati. Il flusso di lavoro tipico segue queste fasi:[3][1]

  1. Trascrizione dei dati dal taccuino o importazione automatica dal DistoX via Bluetooth
  2. Calcolo della poligonale: il software converte le misure polari (distanza, azimut, inclinazione) in coordinate cartesiane XYZ
  3. Distribuzione degli errori di chiusura degli anelli (loop closure): l’errore accumulato viene distribuito proporzionalmente sulle singole misure
  4. Disegno di pianta e sezioni: sulla base degli schizzi di campo, si traccia la planimetria e i profili longitudinali e trasversali
  5. Esportazione in vari formati: PNG, SVG, PDF, KML, JPG[1]

I Principali Software Speleologici

SoftwareTipoFunzione Principale
cSurveyGratuitoInterfaccia intuitiva per trascrizione fogli campagna, calcolo poligonale, disegno rilievo[1]
TherionOpen SourceProduzione di mappe vettoriali con algoritmi di smoothing; output professionale[1]
CaveWhereOpen SourceTecnica del “carpeting”: proietta lo schizzo cartaceo lungo la poligonale in 3D[11]
CloudCompareOpen SourceAnalisi di nuvole di punti LiDAR: allineamento scansioni, rimozione rumore, misure[1]
Agisoft MetashapeCommercialeElaborazione fotogrammetrica: da immagini a modello 3D georeferenziato[8]
RTAB-Map / MeshLabOpen SourceMappatura SLAM con sensori RGB-D, mesh e visualizzazione[9]
QGIS (plugin Cave-PY)Open SourceAnalisi spaziale dei livelli delle grotte carsiche in ambiente GIS[1]

cSurvey, ideato da Federico Cendron, è basato sul motore di calcolo di Therion e dispone di funzioni avanzate per la gestione della distribuzione pesata degli errori sugli anelli. CaveWhere, ideato da Philip Schuchardt, semplifica il flusso di lavoro dal rilievo al disegno finale tramite la tecnica del “carpeting”, che proietta lo schizzo cartaceo lungo la poligonale in un ambiente tridimensionale interattivo.[11][1]

Dalla Nuvola di Punti al Modello 3D

Quando si utilizza tecnologia LiDAR, il flusso diventa ancora più articolato. Le nuvole di punti acquisite in campo — che possono comprendere centinaia di milioni di punti — vengono:[8][6]

  • Allineate tra loro (registration) tramite target sferici o algoritmi ICP (Iterative Closest Point)
  • Pulite dal rumore di acquisizione
  • Meshed (triangolate) per creare superfici continue navigabili
  • Georeferenziate tramite punti di controllo (GCP) rilevati con GPS in superficie
  • Analizzate per misure di volume, spessori, variazioni nel tempo (monitoraggio differenziale)

Il risultato finale è un gemello digitale della grotta: un modello navigabile, misurabile, condivisibile, utile sia per la ricerca scientifica che per la pianificazione di future esplorazioni.[6]


5. Perché Mappare le Grotte è Fondamentale?

Sicurezza degli Esploratori

Le mappe speleologiche sono strumenti salvavita nell’esplorazione sotterranea. Tra il 2015 e il 2024, le missioni di soccorso in grotta sono aumentate del 45% in Europa, e la cartografia precisa permette ai soccorritori di pianificare gli interventi conoscendo ogni anfratto del sistema. Una mappa accurata:[2][1]

  • Indica percorsi alternativi e possibili vie di fuga in caso di emergenza
  • Documenta i punti critici: sifoni, pozzi profondi, gallerie instabili
  • Permette di stimare i tempi di percorrenza e organizzare le spedizioni in sicurezza

Ricerca Scientifica

La documentazione precisa delle cavità naturali permette di comprendere i complessi sistemi idrogeologici che scorrono sotto la superficie terrestre, fornendo dati essenziali per la pianificazione territoriale. Le mappe speleologiche costituiscono la base per:[3][1]

  • Studi sulla speleogenesi: ricostruzione della storia evolutiva della grotta
  • Idrogeologia carsica: tracciamento dei flussi idrici sotterranei con coloranti fluorescenti, fondamentale per la protezione delle risorse idriche[1]
  • Paleoclimatologia: le concrezioni (speleotemi) conservano archivi climatici plurimillenari leggibili solo se la grotta è accuratamente mappata
  • Biodiversità ipogea: il 60% delle specie scoperte negli ultimi dieci anni vive solo in grotte mappate con tecniche di rilievo avanzate[2]

Conservazione del Patrimonio Naturale

Le grotte ospitano ecosistemi fragili che conservano testimonianze ambientali per periodi molto lunghi. La mappatura permette di identificare le aree più sensibili e stabilire protocolli di protezione adeguati. Il Catasto Speleologico Regionale raccoglie dati su aspetti geologici, ecologici, archeologici e storici, supportando la ricerca e la gestione del territorio.[12][1]

Nei territori carsici, particolarmente vulnerabili all’inquinamento per la struttura permeabile delle rocce carbonatiche, le mappe speleologiche sono indispensabili per:[12]

  • Identificare i bacini di alimentazione degli acquiferi sotterranei
  • Pianificare interventi di bonifica in caso di contaminazione
  • Definire zone di protezione attorno alle cavità più sensibili
  • Valutare il rischio di sinkholes e subsidenza in aree urbanizzate

Pianificazione Territoriale e Turismo

Oltre il 30% delle aree naturali protette in Italia include cavità di rilevante interesse geologico. Le mappe speleologiche vengono utilizzate per la valorizzazione turistica sostenibile delle grotte, per la pianificazione di percorsi, per la comunicazione scientifica e per la divulgazione del patrimonio naturale sotterraneo.[2]


6. La Cartografia Speleologica Come Arte

La trasformazione di dati numerici in rappresentazione grafica rappresenta anche il momento più creativo del processo di documentazione. Il rilievo speleologico italiano utilizza una simbologia unificata che permette di rappresentare concrezioni, laghi sotterranei, frane e pozzi con simboli standardizzati, ma lascia ampio spazio all’interpretazione artistica nella resa grafica complessiva.[13][4]

La Società Speleologica Italiana premia annualmente i migliori rilievi attraverso il concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, suddiviso in categorie di qualità tecnica e qualità artistica. Nella prima edizione del 2024, il vincitore del premio artistico Francesco Serafin ha ottenuto il riconoscimento con il rilievo della Grotta dei Partigiani, mentre Adriano Menin ha vinto per la qualità tecnica con il rilievo della Grotta della Donna.[4]

A livello internazionale, il 19° Congresso UIS di Belo Horizonte 2025 ha ospitato un concorso di cartografia speleologica con la partecipazione di specialisti da tutto il mondo, confermando l’eccellenza raggiunta dalla scuola cartografica italiana.[4]


7. Le Nuove Frontiere: Intelligenza Artificiale e Futuro della Mappatura

Gli sviluppi futuri della cartografia speleologica puntano a integrare intelligenza artificiale e machine learning nei processi di interpretazione dei dati sotterranei. Algoritmi predittivi saranno in grado di riconoscere automaticamente formazioni geologiche, classificare morfologie e prevedere zone a rischio di crollo.[6]

Alcune direzioni di sviluppo già attive includono:[14][6]

  • Droni sotterranei: l’esperienza dei Sotterranei di Todi (settembre 2025) ha sperimentato l’uso di droni, rilievi 3D e intelligenza artificiale per mappare ambienti altrimenti inaccessibili[14]
  • Webinar e formazione online: la Commissione Catasto della SSI ha organizzato nel 2025 webinar su LiDAR iPhone e rilievo ipogeo, dimostrando come la formazione a distanza stia diffondendo le tecniche avanzate anche ai gruppi più piccoli[15]
  • Topografia in Sicilia con strumenti avanzati: ad aprile 2026 si sono svolte esercitazioni di topografia ipogea nelle Madonie utilizzando strumenti e software consolidati, confermando come la formazione tecnica sia essenziale per la crescita qualitativa della documentazione[16]
  • Integrazione con GIS: il plugin QGIS Cave-PY permette di analizzare i livelli delle grotte carsiche in ambiente GIS, aprendo nuove possibilità di analisi spaziale e temporale[1]

La tecnologia speleologica non sostituisce l’esperienza umana: la amplifica, consente di vedere ciò che in grotta si intuisce soltanto — geometrie, discontinuità, variazioni nel tempo — e permette di bilanciare curiosità e sicurezza con informazioni più solide.[6]


Riepilogo: Dal Buio alla Mappa, il Percorso Completo

CAMPO                         ?   DATI GREZZI    ?   SOFTWARE      ?   PRODOTTO FINALE
Bussola + Clinometro + Disto  ?   Azimut/incl.   ?   cSurvey /     ?   Mappa 2D
Schema su carta millimetrata  ?   Distanze        ?   Therion       ?   Profili / Sezioni
LiDAR / Fotogrammetria        ?   Nuvola punti    ?   CloudCompare  ?   Modello 3D
Sensori ambientali            ?   Temperatura/    ?   GIS           ?   Analisi
                                  umidità/CO?                           idrogeologica

La cartografia speleologica è molto più di un esercizio tecnico: è la trasformazione dell’ignoto in conoscenza condivisibile, uno strumento fondamentale per esplorare in sicurezza, per proteggere un patrimonio naturale unico, e per comprendere il mondo nascosto che scorre silenzioso sotto i nostri piedi.[3][2][1]


Fonti principali: Scintilena – Notiziario Italiano di Speleologia; Società Speleologica Italiana – Commissione Catasto; Università di Bologna, Bari e altri atenei italiani; pubblicazioni accademiche internazionali su cartografia ipogea e tecnologie LiDAR.

Fonti consultate

L'articolo Mappe dall’Oscurità: come nasce la cartografia del mondo sotterraneo proviene da Scintilena.

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  • Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: 300.000 Simboli Incisi nella Roccia che Sfidano i Millenni
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Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: 300.000 Simboli Incisi nella Roccia che Sfidano i Millenni

Apríl 25th 2026 at 10:00

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Incisioni Rupestri

Il primo sito UNESCO italiano custodisce uno dei più grandi archivi preistorici al mondo, ma molti dei suoi simboli restano ancora senza risposta


La Val Camonica e il suo Patrimonio Rupestre

Nel cuore delle Alpi lombarde, tra le montagne della provincia di Brescia, si estende uno dei più grandi complessi di arte rupestre al mondo. La Val Camonica conserva oltre 300.000 incisioni rupestri distribuite in più di 180 località, lungo 24 comuni del fondovalle e delle valli laterali. Nel 1979 il sito fu iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.

L’arco temporale coperto dalle incisioni rupestri è notevole. Le figure vanno dalla fine del Paleolitico fino all’età romana e medievale, abbracciando circa 10.000–13.000 anni di storia umana. Le incisioni furono realizzate su superfici di roccia levigate dai ghiacciai. I popoli che si succedettero in valle usarono due tecniche principali: la percussione, con strumenti in quarzite o selce, e il graffito, che scalfiva la superficie con punte aguzze.

Le figure rappresentano una varietà sorprendente di soggetti. Si trovano scene di caccia, animali selvatici e domestici, guerrieri armati, carri, aratri, capanne, simboli geometrici e segni cosmologici. Circa il 75% di tutte le incisioni risale all’Età del Ferro, il periodo più produttivo dell’intera sequenza.


Diecimila Anni di Storia Stratificata sulla Roccia

Le più antiche incisioni rupestri della Val Camonica risalgono al Mesolitico. Gruppi di cacciatori nomadi lasciarono figure zoomorfe di grandi dimensioni — alci, bovidi selvatici, cervi colpiti da dardi — in stile semi-naturalistico. Con l’avvento del Neolitico e dell’agricoltura, il tema dominante si spostò sull’essere umano. Comparvero le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti oranti, rappresentati con le braccia alzate in segno di invocazione.

Durante l’Età del Rame e del Bronzo arrivarono i massi-menhir e le statue-stele. Queste pietre scolpite esprimono una nuova religione cosmologica con armi incise come simboli delle energie divine. Con l’Età del Ferro la produzione si intensificò fino a diventare il periodo più prolifico. La Val Camonica era abitata dai Camuni, popolo di montagna con una struttura sociale articolata, che praticava la metallurgia, commerciava con Etruschi e Celti, e usava una forma di scrittura derivata dall’alfabeto etrusco.


I Simboli della Val Camonica: Tra Interpretazione e Mistero

Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un sistema di ideogrammi. Ogni figura rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea” all’interno di un contesto rituale, mitico e propiziatorio. Non tutti i simboli, però, si prestano a una lettura univoca.

Tra i misteri più discussi ci sono le figure topografiche. Si tratta di incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e la loro funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora oggetto di dibattito. Altri segni mostrano schemi geometrici ripetuti — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — che potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura o ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno individuato in altri contesti sistemi di comunicazione protonotazionali, aprendo nuove prospettive anche sull’interpretazione dei segni camuni.

Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del Centro Camuno di Studi Preistorici, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico. Per comprenderla appieno occorre integrare archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica, alla ricerca delle matrici archetipiche dei simboli.

Petroglifi preistorici, incisioni rupestri, di disegni geometrici 


La Rosa Camuna: Un Simbolo Senza Risposta Definitiva

Tra tutti i simboli della Val Camonica, la rosa camuna è quello che ha raggiunto la maggiore notorietà. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove coppelle allineate. È stata identificata 92 volte su tutto il comprensorio, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica tra Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto e Paspardo.

Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C. Nelle incisioni rupestri, la rosa camuna appare spesso associata a figure di guerrieri che sembrano ruotarle intorno, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna, portando alcuni ricercatori a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche dell’area indoeuropea. Il suo significato preciso — culto solare, emblema guerriero o simbolo di buona sorte — rimane aperto.

Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani composto da Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia. Dal 1975 compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.


Emmanuel Anati e la Ricerca Scientifica Moderna

La scoperta moderna delle incisioni rupestri della Val Camonica risale al 1914, quando l’alpinista Walter Laeng le segnalò nella Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche seguirono tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, ad opera di Giovanni Marro, Paolo Graziosi e Raffaello Battaglia.

La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati. L’archeologo, nato a Firenze nel 1930 e formatosi tra Gerusalemme, Harvard, Parigi e Oxford, raggiunse la Val Camonica nel 1956. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi scientifica sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, che nel 2024 ha celebrato il suo 60º anniversario. Il centro è oggi un riferimento internazionale per lo studio dell’arte rupestre.


La Tutela del Sito: Parchi, Fondi e Sfide Contemporanee

Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili. Il principale è il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, istituito nel 1958. La gestione e la valorizzazione del sito sono coordinate dalla Fondazione Valle dei Segni in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica.

È attualmente in corso un programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi completati nel 2025 hanno interessato i parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero, con cure della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e rilievi con droni e tecnologie 3D. Per il 2026 sono previsti nuovi cantieri al Parco Nazionale di Naquane, al Coren delle Fate di Sonico e nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.

Una delle questioni aperte riguarda la riduzione degli orari di apertura dei parchi, conseguenza di tagli ministeriali. Per farvi fronte si stanno sviluppando programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.


Un Cantiere Sempre Aperto

Le incisioni rupestri della Val Camonica non smettono di interrogare chi le studia. Ogni nuovo rilievo, ogni nuova tecnologia applicata — dalla fotogrammetria ai modelli 3D — porta alla luce dettagli prima invisibili e apre nuove domande. La ricerca continua su più fronti: l’interpretazione dei simboli, la datazione precisa delle figure, l’identificazione delle lingue e delle credenze dei popoli che le produssero.

Nel panorama internazionale, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze. Le incisioni rupestri sono un archivio inciso nella pietra che attraversa millenni — e che non ha ancora rivelato tutti i suoi significati.

Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: Simboli, Misteri e Civiltà nella Roccia

Panoramica

La Val Camonica, situata nell’area alpina della Lombardia, ospita uno dei più grandi e straordinari complessi di arte rupestre al mondo. Con oltre 300.000 figure incise in oltre 180 località distribuite su 24 comuni, questo archivio millenario abbraccia un arco temporale di circa 10.000–13.000 anni, dalla fine del Paleolitico all’età romana e medievale. Nel 1979 il sito è stato iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.[1][2][3][4][5]

Le incisioni — tecnicamente definite petroglifi, dal greco petro (pietra) e glyphein (incidere) — furono realizzate prevalentemente su superfici di roccia levigata dai ghiacciai, di colore grigio o azzurro-violetto. Due tecniche principali furono impiegate: la percussione, con strumenti in quarzite, selce o metallo, e il graffito, che graffiava la superficie con punte aguzze. Le figure si presentano talvolta semplicemente sovrapposte, ma spesso appaiono in relazione logica tra loro, illustrando un rito, una scena di caccia o un atto di lotta.[4][6]


La Scoperta in Epoca Moderna

Le prime segnalazioni risalgono all’alpinista bresciano Walter Laeng, che nel 1914 segnalò la presenza delle incisioni nel volume della Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche furono condotte tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta dall’antropologo Giovanni Marro, dal geologo Paolo Graziosi e dal paleontologo Raffaello Battaglia. Il clamore internazionale che ne derivò coinvolse specialisti dell’Institut für Kulturmorphologie di Francoforte.[7]

La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati, un giovane archeologo nato a Firenze nel 1930 che aveva studiato all’Università di Gerusalemme e poi ad Harvard, Parigi e Oxford. Giunto in Val Camonica nel 1956, spinto in parte dall’abate Henri Breuil — il “padre” dell’arte preistorica europea — Anati comprese subito la necessità di uno studio sistematico ed estensivo delle figurazioni. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, istituzione dedicata allo studio, alla conservazione e alla promozione dell’arte rupestre. Grazie al suo impegno, nel 1979 la Valcamonica fu il primo monumento italiano a essere inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.[8][9][10]


Cronologia: Diecimila Anni di Storia Incisa

Le incisioni rupestri della Val Camonica non appartengono a un’unica epoca, ma si stratificano lungo un percorso millenario che riflette i profondi cambiamenti culturali, religiosi ed economici delle popolazioni alpine.[11]

Il Periodo Proto-Camuno e il Mesolitico (8000–5000 a.C.)

Le più antiche incisioni note in Val Camonica risalgono a gruppi di cacciatori nomadi del Mesolitico (VIII–V millennio a.C.). Sono in prevalenza figure zoomorfe a linea di contorno, di dimensioni talvolta pari a quelle naturali dell’animale rappresentato, in uno stile detto “semi-naturalistico”. Figurano l’alce e il bovide selvatico — animali poi scomparsi dalla fauna lombarda — colpiti da dardi, a indicare pratiche di caccia e probabili culti totemici. I luoghi dove si concentrano queste prime incisioni sono quelli del Parco di Luine presso Darfo Boario Terme.[11][12]

Il Neolitico (5000–3000 a.C.)

Con l’avvento dell’agricoltura nel VI millennio a.C., lo stile artistico cambiò drasticamente: il tema dominante passò dall’animale selvatico all’essere umano. Compaiono le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti “oranti” — individui con le braccia sollevate verso l’alto in segno di invocazione o preghiera. Appaiono anche le prime raffigurazioni di animali domestici e testimonianze di culti agricoli legati al sole e alla pioggia. Affiorano le prime “raffigurazioni topografiche“, interpretate come primitive mappe del territorio.[1][5][11]

L’Eneolitico e le Statue Menhir (3200–2500 a.C.)

Durante il Calcolitico (Età del Rame), con lo sviluppo della prima metallurgia e la scoperta dell’aratura, si diffusero in Val Camonica i massi-menhir e le statue stele, pietre scolpite che riflettevano una nuova religione cosmologica. Anati interpreta questi monumenti come espressione di una concezione tripartita dell’universo — cielo, terra e mondo sotterraneo — che trova paralleli nelle più antiche manifestazioni dell’ideologia indoeuropea, con possibili origini proprio nell’area alpina. Le armi metalliche — pugnali, asce, alabarde — erano incise come simboli delle energie divine.[1][11]

L’Età del Bronzo (2500–1000 a.C.)

Con l’Età del Bronzo si afferma il culto delle armi, che vengono magnificate come oggetti magici dotati di vita propria. Appaiono anche le “figure topografiche“, raffigurazioni di campi, muretti e strutture abitative interpretate come mappe di proprietà terriere e paesaggi. Si moltiplicano le figure di carri a due e quattro ruote, a testimonianza del grande sviluppo del commercio transalpino dell’epoca. Compaiono i primi spiriti antropomorfi malefici e benefici, progenitori delle future divinità del pantheon protostorico.[11]

L’Età del Ferro (1000–16 a.C.)

Il periodo più prolifico: circa il 75% di tutte le incisioni fu prodotto in questa fase. La Val Camonica era abitata dal popolo dei Camuni (o Camunni), ricordati dalle fonti latine come antagonisti di Roma, finalmente sottomessi nel 16 a.C.. Le scene dell’Età del Ferro sono vivacissime: guerrieri armati di lance, cavalieri, artigiani, sacerdoti, capanne su palafitte, carri, cerimonie rituali e scene di lotta. La civiltà camuna all’apice della sua fioritura possedeva una struttura socio-politica organizzata, praticava commerci a lunga distanza con Etruschi, Celti e Veneti, e sapeva scrivere con caratteri prestati dagli Etruschi.[1][4][13][14][11][15][12]


I Simboli: Tra Significato e Mistero

Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un taccuino pittografico, dove ogni figura è un ideogramma che rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea”. La loro funzione è riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici e propiziatori.[4]

Tipologie di Figure

CategoriaEsempiEpoca predominante
Figure zoomorfeAlci, cervi, bovini, cavalli, caniMesolitico ? Età del Ferro
AntropomorfeOranti, guerrieri, sacerdoti, figure danzantiNeolitico ? Età del Ferro
Armi e strumentiPugnali, asce, alabarde, carri, aratriEneolitico ? Età del Ferro
Simboli geometriciCoppelle, labirinti, spirali, figure topograficheNeolitico ? Età del Ferro
Simboli cosmologiciSoli, cerchi, croci ansate, rose camuneEtà del Ferro

Le figure di guerrieri rappresentano uno dei temi più ricorrenti: si vedono uomini armati di lance a cavallo, figure legate insieme che evocano la cattura di prigionieri, e maniscalchi al lavoro. Accanto a queste, le scene rituali mostrano personaggi descritti dai ricercatori come “sacerdoti-artisti”, figure che si isolavano per meditare e incidere in luoghi lontani dai centri abitati.[15]

Le “Figure Topografiche”: Mappe Preistoriche?

Tra i misteri più affascinanti spiccano le cosiddette figure topografiche, incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e raggiungono una grande diffusione. La loro precisa funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora dibattuta. La loro presenza testimonia comunque un forte senso di legame con il territorio e con la proprietà della terra.[11]

Simboli Rituali e Cosmologici

Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del CCSP, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico che si inserisce in un contesto rituale, mitico, teologico e magico. I simboli rispondono a esigenze profonde dell’individuo e della comunità. Per comprenderli appieno, Sansoni propone una metodologia interdisciplinare che integra archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica junghiana — alla ricerca delle “matrici archetipiche” dei simboli.[16]


La Rosa Camuna: Il Simbolo dei Simboli


Camunian rose
Tra tutte le incisioni della Val Camonica, nessuna ha raggiunto la notorietà della rosa camuna. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove pallini o coppelle allineate. È stata ritrovata 92 volte tra le 300.000 incisioni del sito, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica (Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto, Paspardo).[17]

Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C.. È spesso associato a guerrieri che sembrano danzarle intorno e a difenderla da nemici armati, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna (celebre la Swastika Stone di Ilkley Moor, Yorkshire), portando alcuni studiosi a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche.[17]

Il suo significato rimane fonte di dibattito: alcuni studiosi la collegano al culto solare, altri la interpretano come simbolo di buona fortuna o emblema di un’identità guerriera diffusa tra i popoli indoeuropei. Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani — Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia — scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia, adottata nel 1975. Da allora compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.[18][19]


Il Popolo dei Camuni

Il termine “Camuni” (o Camunni) designa le popolazioni che abitarono la Val Camonica dal Neolitico fino alla conquista romana. La loro origine è incerta: secondo Plinio il Vecchio erano Euganei, secondo Strabone erano Reti — una questione che ancora oggi solo lo studio approfondito della loro lingua potrà risolvere.[20]

La civiltà camuna all’apice della sua fioritura — tra il 1000 e l’800 a.C. — era tutt’altro che primitiva. Aveva una struttura sociale articolata con capi, sacerdoti, mercanti e artigiani; viveva in castellieri di pietra e in capanne di legno; usava il carro e l’aratro; estraeva e lavorava il ferro nelle numerose miniere locali; produceva ceramica decorata e intratteneva commerci con Etruschi, Celti e Veneti. I Camuni avevano persino una forma di scrittura con caratteri derivati dall’alfabeto etrusco, adattati alla propria lingua che mostrava influenze retiche e celtiche a seconda delle aree.[11][15]

La conquista romana del 16 a.C. non cancellò immediatamente la tradizione incisoria, ma la ridimensionò drasticamente: si conoscono incisioni di epoca romana, medievale e finanche del XIX secolo, ma in numero non comparabile con la grandiosa attività preistorica.[4]


Metodologia di Studio e Datazione

La datazione delle incisioni rupestri è una delle sfide più complesse dell’archeologia preistorica, in quanto le rocce non contengono materia organica databile con il carbonio-14. I ricercatori ricorrono a un approccio multidisciplinare:[21]

  • Analisi stilistica: ogni periodo ha uno stile caratteristico (semi-naturalistico per i cacciatori del Mesolitico, schematico per i neolitici, ecc.).
  • Stratigrafia visiva: quando le figure si sovrappongono, quella sottostante è necessariamente più antica.
  • Confronto iconografico: le armi, gli strumenti e i tipi di animali rappresentati permettono di collocare le incisioni in specifici orizzonti culturali.
  • Contesto archeologico: le scoperte nei livelli del suolo vicini alle rocce istoriate forniscono ulteriori dati.
  • Luce radente e colorazione: tecniche di rilevazione introdotte dai pionieri Battaglia e Marro, ancora in uso oggi.[21]
  • Tecnologie avanzate: rilievi 3D, fotogrammetria e modelli digitali di elevazione.[22]

La funzione delle incisioni è riconducibile, secondo la maggior parte degli studiosi, a riti celebrativi, propiziatori, commemorativi e iniziatici svolti sotto la guida di figure religiose — sacerdoti, sciamani o capi — nelle zone rupestri funzionanti come veri e propri santuari a cielo aperto.[6]


I Misteri Irrisolti

Nonostante decenni di ricerche, una parte significativa delle incisioni resiste a ogni interpretazione definitiva.[16]

I Segni Geometrici Ripetuti

Alcune incisioni presentano schemi geometrici — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — ripetuti ossessivamente su diverse rocce e in periodi diversi. La loro funzione è tuttora incerta: potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura, rappresentazioni di tessuti o semplicemente ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno rilevato in altri contesti l’esistenza di sistemi di comunicazione protonotazionali — apertura che invita a rileggere anche i segni camuni con occhi nuovi.[23][6]

Le Figure Topografiche

Come citato in precedenza, le rappresentazioni topografiche dell’Età del Bronzo restano uno dei misteri più dibattuti. Alcune di queste figure mostrano strutture geometriche che ricordano stranamente le attuali divisioni catastali del territorio — una coincidenza che ha alimentato ipotesi affascinanti sulla continuità del paesaggio agrario lombardo.[11]

La Sovrapposizione delle Immagini

Molte rocce presentano incisioni di epoche diverse sovrapposte le une alle altre senza un ordine apparente, come se lo stesso “supporto” fosse stato utilizzato più volte nel corso di secoli. Perché le generazioni successive tornavano sulle stesse rocce? Emmanuel Anati suggerisce che potrebbe trattarsi di luoghi sacri, dove il valore simbolico del supporto si accumulava nel tempo.[6]


Il Sito UNESCO e la Tutela Attuale


Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili: il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte), il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo, il Parco Comunale di Seradina-Bedolina, la Riserva Naturale di Ceto-Cimbergo-Paspardo, il Parco del Lago Moro-Luine-Monticolo (Darfo Boario Terme), il Parco di Asinino-Anvòia (Ossimo), il Parco Comunale di Sellero e il Percorso di Sonico. La maggiore concentrazione si trova nell’area di Capo di Ponte, dove nel 1958 fu istituito il Parco Nazionale di Naquane.[2]

La Fondazione Valle dei Segni, in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica, coordina attualmente un importante programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi — completati nel 2025 nei parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero — comprendono cura della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e documentazione con droni e rilievi 3D. Per il 2026 sono previsti lavori nel Parco Nazionale di Naquane e al Coren delle Fate di Sonico, con nuovi interventi nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.[22][24][25]

Una sfida attuale riguarda la riduzione degli orari di apertura a causa di tagli ministeriali, problema al quale si sta cercando di rispondere con programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.[25]


La Val Camonica nel Panorama Internazionale dell’Arte Rupestre

Il Centro Camuno di Studi Preistorici celebrò nel 2024 il suo 60º anniversario, confermando il ruolo di riferimento internazionale della Val Camonica per lo studio dell’arte rupestre. Negli ultimi decenni l’interesse scientifico per l’arte rupestre è esploso a livello globale: dall’Indonesia (dove nel 2024 è stata scoperta la pittura rupestre figurativa più antica del mondo, risalente a oltre 51.000 anni fa) fino alle Alpi Liguri (dove recenti studi hanno portato alla luce incisioni rituali dell’Età del Ferro), il dialogo tra siti diversi arricchisce continuamente la comprensione del fenomeno camuno.[26][27][28]

Nel quadro italiano, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze, ma scoperte recenti hanno ampliato il perimetro della ricerca: ad esempio, nel 2024 sono state individuate le incisioni rupestri più alte d’Europa ai piedi del ghiacciaio del Pizzo Tresero (3.000 m), databili alla Media Età del Bronzo, aprendo nuove prospettive sulle frequentazioni umane in alta quota.[29][2]


Conclusioni: Un Archivio Aperto

Le incisioni della Val Camonica sono molto più di semplici disegni su pietra: sono un archivio vivente di 10.000 anni di pensiero umano, credenze religiose, strutture sociali e trasformazioni economiche. Ogni strato racconta una storia diversa — dai cacciatori nomadi del Mesolitico ai guerrieri dell’Età del Ferro, dai primi agricoltori neolitici ai commercianti indoeuropei. La continuità di questo archivio, che attraversa il Paleolitico, il Neolitico, il Calcolitico, l’Età del Bronzo, l’Età del Ferro e giunge all’epoca romana, non ha equivalenti in Europa.[11]

Eppure molti significati restano inaccessibili. Come osserva il CCSP, per decifrare i simboli occorre “calarsi nella realtà del mondo vissuto in quel tempo, rivivere le esperienze e le emozioni di quei popoli lontani” — un compito che sfida ogni generazione di ricercatori a sviluppare nuovi metodi, nuove tecnologie e nuova sensibilità. La Val Camonica è, in questo senso, un cantiere intellettuale sempre aperto: un luogo dove l’umanità continua a interrogarsi sulle proprie origini e sul proprio modo di dare forma al mondo.[16]

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  • L’impatto nascosto sotto il Colorado la prova sotto i crateri secondari del Wyoming
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L’impatto nascosto sotto il Colorado la prova sotto i crateri secondari del Wyoming

Apríl 24th 2026 at 09:00

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Quando i detriti di un asteroide caduto a 280 milioni di anni fa riscrivono la geologia degli impatti terrestri


Circa 280 milioni di anni fa, un asteroide di 2,5–5,4 km colpì il supercontinente Pangea nell’attuale confine Wyoming–Nebraska, creando un cratere primario di decine di chilometri oggi sepolto sotto ~3 km di sedimenti nel Denver Basin. La prova indiretta di questo evento è il primo campo di crateri secondari mai documentato sulla Terra, scoperto in Wyoming dal geologo Thomas Kenkmann (Università di Freiburg).

L’articolo tratta:

  • La scoperta: dai 31 crateri del 2022 ai 46 confermati nel 2025, con oltre 200 candidati aggiuntivi e un campo che si estende per 160×100 km
  • La meccanica: massi da 4–8 m di diametro lanciati a 700–1.000 m/s, con PFD nel quarzo come firma d’impatto
  • I due candidati per il primario: struttura Gering (80–120 km) e struttura Guernsey (20–40 km), identificate tramite anomalie gravimetriche
  • Le implicazioni: revisione dei modelli di formazione di crateri secondari sulla Terra e nuove tecniche per individuare crateri sepolti

Il Wyoming come teatro di una catastrofe cosmica permiana

In un angolo apparentemente anonimo del Wyoming orientale, tra basse colline di arenaria e macchie di artemisia, il vento nasconde una storia di violenza cosmica. Il suolo di questa contrada porta i segni di un evento avvenuto circa 280 milioni di anni fa: 31 crateri d’impatto — oggi rivalutati come 46 strutture confermate con oltre 200 candidati aggiuntivi — impressi nella Formazione Casper, un’arenaria di età permiana.

Non si tratta però di crateri formati dall’impatto diretto di un asteroide. Sono crateri secondari: strutture scavate da blocchi di roccia delle dimensioni di una casa, proiettati a centinaia di chilometri di distanza da una collisione molto più grande, avvenuta altrove.

È la prima volta che crateri secondari vengono identificati e confermati sulla Terra.


Crateri secondari: fenomeno noto nello spazio, inatteso sul nostro pianeta

Su Luna e Marte, i crateri secondari sono un fenomeno diffuso e ben documentato. Quando un grande asteroide colpisce una superficie priva di atmosfera densa, i detriti vengono espulsi ad alta velocità e ricadono tutt’intorno, formando migliaia di piccoli crateri secondari che costellano il paesaggio lunare o marziano.

Sulla Terra, si riteneva che l’atmosfera densa — con la sua pressione di un bar — frenasse e frammentasse qualsiasi blocco prima che raggiungesse il suolo con velocità sufficienti. Era un’assunzione consolidata da decenni.

Il campo del Wyoming smentisce questa assunzione. I blocchi che hanno formato questi crateri misuravano tra 4 e 8 metri di diametro e colpivano il suolo a velocità comprese tra 700 e 1.000 metri al secondo, ossia circa 2.500–3.600 km/h. A quelle velocità, l’energia dell’impatto era sufficiente a produrre fratture pianari nei grani di quarzo — le cosiddette Planar Deformation Features (PDF) — che sono la firma riconoscibile e inequivocabile di un’onda d’urto da impatto iperveloce.


La scoperta: da campo di dispersione meteoritica a sistema secondario

Il team guidato da Thomas Kenkmann, geologo dell’Università di Freiburg (Germania), avvistò i primi crateri nel 2017 sul fianco nord-orientale di Sheep Mountain, vicino a Douglas, nel Wyoming orientale. La prima ipotesi fu quella di un classico strewn field: un campo di dispersione in cui un grande meteorite si frantuma nell’alta atmosfera e raggiunge il suolo in frammenti multipli.

L’ipotesi era plausibile in un primo momento. Ma l’estensione del campo, man mano che emergevano nuove strutture, si rivelò incompatibile con un semplice campo di dispersione. Le dimensioni attuali documentate — 160 per 100 km — superano di gran lunga il limite fisico di qualsiasi evento di frammentazione meteorica nota.

Inoltre, i crateri non contenevano alcuna traccia di materiale meteoritico. Nessun frammento di ferro o nichel. Nessuna firma geochimica extraterrestre nelle arenarie circostanti.

La morfologia era il terzo elemento decisivo. Molti crateri mostrano una forma ellittica, non circolare: un’indicazione che gli impattori arrivarono da una direzione precisa, a bassa velocità relativa rispetto a un impatto diretto dallo spazio. Proiettando gli assi maggiori di questi crateri ellittici verso il loro punto di origine comune, tutte le traiettorie convergono verso un’unica area: il Denver Basin, nel Colorado settentrionale.


Il cratere primario: sepolto sotto 3 km di roccia

Sotto il Denver Basin, i dati geofisici rivelano un’anomalia gravitazionale rilevante. Le ricostruzioni balistiche indicano la presenza di un cratere primario sepolto sotto circa 3 km di sedimenti, con dimensioni stimate tra 50 e 120 km di diametro.

La ricerca ha identificato due candidati principali. Il primo, denominato provvisoriamente struttura Gering, è centrato intorno alle coordinate 41°55’N / 104°00’W, con un diametro stimato tra 80 e 120 km. Il secondo, la struttura Guernsey, ha dimensioni più contenute (20–40 km) ed è più vicino al campo secondario.

L’impatto originale fu un evento catastrofico su scala regionale. L’asteroide che lo causò aveva un diametro stimato tra 2,5 e 5,4 km. Il rilascio di energia avrebbe incenerito ogni forma di vita entro 400 km dall’impatto e modificato il clima regionale per anni. Non corrisponde a estinzioni di massa note: fu devastante, ma localizzato.

Il cratere primario non è stato ancora raggiunto da perforazione scientifica. Il team sta analizzando i dati di oltre 40 pozzi profondi già trivellati nell’area dall’industria petrolifera, cercando quarzo scioccato e rocce di impatto nelle carote disponibili.


Perché questi crateri si sono conservati per 280 milioni di anni

La sopravvivenza di strutture così antiche e così fragili — crateri di 10–80 m di diametro — è in sé un fatto geologico rilevante. La spiegazione è in una serie di circostanze eccezionali e fortuite.

Al momento dell’impatto, l’area era un ambiente lagunare a bassa energia. I sedimenti fini del fondale coprirono rapidamente le strutture, seppellendole e proteggendole dall’erosione. Le fratture da shock nel quarzo furono sigillate dalla precipitazione diagenetica di quarzo secondario, rendendo le zone impattate più dure del circostante, non più tenere. Quando l’Orogenia Laramide, circa 75 milioni di anni fa, sollevò e inclinò gli strati sedimentari della regione, l’erosione differenziale rimosse l’arenaria circostante lasciando affiorare proprio quelle patch più resistenti.

Il risultato: basse cupole rocciose di pochi metri, leggibili solo a chi conosce cosa cercare.


Implicazioni per la planetologia e la datazione delle superfici

La scoperta ha implicazioni che vanno ben oltre la geologia terrestre. Le cronologie relative delle superfici planetarie — su Luna, Marte, Mercurio — si basano sul conteggio e sulla distribuzione dimensionale dei crateri. Se i crateri secondari, finora considerati irrilevanti sulla Terra, possono in realtà formarsi anche in presenza di un’atmosfera densa, i modelli di produzione craterica usati per datare le superfici dei pianeti potrebbero necessitare di revisioni.

La tecnica sviluppata da Kenkmann — ricostruire la posizione di un cratere primario a partire dall’orientazione e dalla distribuzione spaziale dei crateri secondari — apre inoltre una nuova metodologia applicabile ad altre regioni della Terra. Potrebbero esistere altri grandi crateri sepolti con campi secondari parzialmente esposti, fino ad ora non riconosciuti come tali.


Lo stato della ricerca nel 2025

Al congresso EPSC-DPS 2025, tenutosi a Helsinki nel settembre 2025, Kenkmann e il suo team hanno presentato i risultati aggiornati. I crateri confermati da effetti di shock sono saliti a 46. I candidati morfologici superano quota 200. Il campo documentato si estende ormai per 160 × 100 km.

Lo scienziato planetario Brandon Johnson della Purdue University ha stimato che questo singolo campo potrebbe rappresentare il 40% di tutti i crateri attualmente catalogati sulla Terra, dando la misura di quanto questo ritrovamento ridisegni la mappa degli impatti terrestri conosciuti.

La conferma definitiva del cratere primario richiederà verosimilmente una campagna di perforazione scientifica dedicata, paragonabile a quelle condotte sul cratere di Chicxulub in Messico o sul cratere di Vredefort in Sudafrica. Fino ad allora, la prova più eloquente dell’impatto rimane in superficie, incisa nell’arenaria del Wyoming.


Il Campo di Crateri del Wyoming e il Cratere Sepolto del Denver Basin

## Una Scoperta che Riscrive la Geologia degli Impatti Terrestri

Sommario

Circa 280 milioni di anni fa, un asteroide di circa 2,5 km di diametro si abbatté sul supercontinente Pangea, nell’area che oggi coincide con il confine tra Wyoming e Nebraska. L’impatto generò un cratere primario largo tra 50 e 120 km, oggi sepolto sotto 3 km di sedimenti nel Denver Basin. La prova più straordinaria di questo evento non è il cratere stesso — ancora non direttamente identificato — ma una serie di crateri secondari scoperti in Wyoming: le prime strutture di questo tipo mai trovate sulla Terra. La scoperta, guidata dal geologo Thomas Kenkmann dell’Università di Freiburg, ha costretto la comunità scientifica a rivedere il paradigma secondo cui l’atmosfera terrestre prevenisse completamente la formazione di crateri secondari.[1][2][3][4][5]


Contesto Geologico: Il Permiano e la Pangea

Al momento dell’impatto, circa 280 milioni di anni fa (periodo Permiano, stadio Leonardiano), l’attuale Wyoming si trovava nel cuore di Pangea, il supercontinente che riuniva quasi tutte le terre emerse del pianeta. Non esistevano ancora le Montagne Rocciose, né i dinosauri. L’area interessata era un ambiente costiero a bassa energia, probabilmente una laguna o un sistema di delta fluviali, come suggerito dalla composizione delle arenarie della Formazione Casper che ospitano i crateri.[2][6][7]

Questa localizzazione in un ambiente acquatico tranquillo è stata fondamentale per la preservazione dei crateri: i detriti del fondo lagunare li seppellirono quasi subito dopo la loro formazione, proteggendoli dall’erosione. Solo decine di milioni di anni dopo, quando la nascita delle Montagne Rocciose (Orogenia Laramide, ~75 milioni di anni fa) sollevò e inclinò gli strati rocciosi, i crateri furono gradualmente riesumati dall’erosione selettiva.[8][7][2]


La Scoperta: Da Strewn Field a Crateri Secondari

Fase 1 — La Prima Scoperta (2017–2018)

Il team di Kenkmann scoprì i primi crateri nel 2017 sul fianco nord-orientale di Sheep Mountain, vicino a Douglas nel Wyoming orientale. Le strutture, impresse nell’arenaria quarzosa della Formazione Casper, mostravano fratture planari nei grani di quarzo (PFD — Planar Deformation Features): la firma inconfondibile di un impatto iperveloce, che può essere prodotta solo da collisioni cosmiche o esplosioni nucleari.[2][9][7]

Inizialmente, il team interpretò i crateri come un campo di dispersione meteoritica (strewn field): l’ipotesi classica in cui un grande meteorite si frantuma nell’atmosfera e piomba a terra in numerosi frammenti più piccoli. Questa interpretazione era plausibile per i siti vicini, ma conteneva un problema intrinseco: la dimensione del campo doveva essere limitata.[10][3]

Fase 2 — L’Anomalia che Cambia Tutto

Proseguendo le ricerche, il team identificò crateri analoghi in siti sempre più lontani l’uno dall’altro, tutti nello stesso strato stratigrafico, in un’area che si estendeva 90 per 40 km (poi espandata a 160 × 100 km). La distanza massima teorica per un campo di dispersione meteoritica non supera normalmente il chilometro di larghezza perpendicolare alla traiettoria. Era quindi impossibile che un singolo meteorite frammentato avesse disseminato crateri su quell’area.[8][11][12]

Un secondo elemento chiave era l’assenza di materiale meteoritico nei crateri e nelle immediate vicinanze. Se fossero stati prodotti da frammenti di asteroide caduti direttamente dall’atmosfera, avrebbero dovuto contenere tracce di ferro, nichel e altri elementi caratteristici delle meteoriti. Invece, nessuna firma geochimica extraterrestre è stata rilevata.[13][8]

Il terzo e decisivo elemento fu la morfologia ellittica di molti crateri. Gli impatti diretti dallo spazio producono quasi sempre crateri circolari, anche per traiettorie molto oblique, a causa delle enormi velocità in gioco. Crateri ellittici indicano invece impattori a bassa velocità relativa, provenienti da una direzione precisa. Proiettando gli assi maggiori di questi crateri ellittici verso il loro punto d’origine comune, tutti convergevano verso un’unica sorgente.[2][4][5]


I Crateri Secondari: Dati Tecnici

Caratteristiche del Campo Secondario

ParametroValore
Numero di crateri confermati (2022)31 strutture[13]
Numero aggiornato (2025)46 confermati + >200 potenziali[8]
Diametro dei crateri secondari10–80 m[8][14]
Estensione del campo (2022)90 × 40 km[3][11]
Estensione aggiornata (2025)160 × 100 km[8]
Età~280 milioni di anni (Permiano)[13]
Strato geologicoFormazione Casper (Permo-Pennsylvaniano)[13][7]
Distanza dal cratere primario stimato150–200 km[1][15]

Dinamica degli Impatti Secondari


Wyoming impact craters
I massi che hanno creato questi crateri misuravano tra 4 e 8 metri di diametro e colpivano il suolo a velocità comprese tra 700 e 1.000 m/s (circa 2.500–3.600 km/h, ossia 2–3 volte la velocità del suono). Queste velocità sono sufficienti per generare pressioni di picco capaci di produrre effetti di shock nei grani di quarzo, il che spiega la presenza delle PFD documentate.[1][15][4]

Le energie di impatto dei singoli blocchi variavano da circa 12 a 400 GJ, con un’efficienza di trasferimento dell’energia dal lancio iniziale all’impatto compresa tra il 10 e il 25%. I blocchi venivano lanciati con angoli di eiezione che, combinati con le traiettorie balistiche, portavano a impatti con angoli compresi tra 45° e 60° rispetto alla verticale — coerente con la morfologia ellittica osservata.[16]

Il Cratere Primario Nascosto

Localizzazione e Dimensioni

Ricostruendo a ritroso le traiettorie balistiche, il team ha identificato due candidati per il cratere primario, entrambi caratterizzati da anomalie gravitazionali nei dati geofisici USGS:[8][14]

  1. PRI-1 — Struttura Gering (provvisoria): centrata intorno a 41°55’N / 104°00’W, con un diametro stimato tra 80 e 120 km. Sarebbe sepolta sotto circa 3 km di sedimenti nel Denver Basin settentrionale.[14][8]
  2. PRI-2 — Struttura Guernsey (provvisoria): centrata a 42°12’N / 104°50’W, con un diametro di 20–40 km. È più vicina al campo secondario ma presenta alcune incongruenze con i parametri balistici calcolati.[8]

I calcoli originali del 2022 indicavano un cratere primario di 50–65 km di diametro, sepolto nel Denver Basin settentrionale vicino al confine Wyoming-Nebraska. I dati aggiornati del 2025, con ulteriori crateri secondari identificati, hanno ampliato la stima verso l’alto per PRI-1.[1][15][5]

Prove Geofisiche

Il cratere primario non è stato perforato né confermato direttamente. Le evidenze attuali si basano su:

  • Anomalie gravimetriche: piccole variazioni del campo gravitazionale locale, compatibili con la presenza di rocce alterate e deformate dall’impatto a profondità.[2][14]
  • Convergenza delle traiettorie: l’incrocio dei corridoi balistici di tutte le serie di crateri secondari punta in modo coerente verso la stessa area geografica.[8][5]
  • Dati di perforazione: l’area del Denver Basin è stata estensivamente trivellata per l’esplorazione di idrocarburi. Il team sta analizzando oltre 40 pozzi profondi che hanno attraversato gli strati Permo-Carboniferi rilevanti, cercando rocce d’impatto e quarzo scioccato nelle carote.[14]

L’Asteroide Originale

Se il cratere primario misura 50–65 km (stima 2022) o fino a 80–120 km (stima 2025), l’asteroide responsabile aveva un diametro stimato tra 2,5 e 5,4 km. L’energia dell’impatto sarebbe stata sufficiente per:[2][4]

  • Uccidere ogni forma di vita entro 400 km dall’impatto.[2]
  • Generare un’onda d’urto atmosferica devastante e nubi di roccia vaporizzata (rock vapor plumes) che seguivano le traiettorie dei blocchi eiettati.[2]
  • Modificare il clima a livello regionale per alcuni anni.[2]

Non esistono grandi estinzioni di massa attribuibili a questo preciso intervallo temporale — l’evento è considerato catastrofico su scala regionale, ma non planetaria.[2]


Perché i Crateri Secondari sono Rari sulla Terra?

Il Paradosso Atmosferico

Prima di questa scoperta, molti geologi credevano che l’atmosfera terrestre — densa, con 1 bar di pressione — impedisse la formazione di crateri secondari significativi, frammentando o rallentando i blocchi eiettati durante il volo. Su Luna e Marte, dove l’atmosfera è assente o rarefatta, i crateri secondari sono invece comunissimi e costituiscono la maggioranza delle piccole strutture da impatto.[2][4][17]

Il campo del Wyoming dimostra che questa assunzione era troppo semplicistica. Con blocchi sufficientemente grandi (4–8 m) e velocità di eiezione sufficientemente elevate, l’atmosfera terrestre non riesce a rallentare i proiettili abbastanza da impedire la formazione di crateri.[8][4]

Il Problema della Preservazione

Tuttavia, la rarità dei crateri secondari sulla Terra non è solo questione di formazione, ma soprattutto di sopravvivenza. I crateri piccoli (10–80 m) sono strutture effimere: erosione, sedimentazione e attività tettonica le cancellano in poche decine di migliaia di anni. Solo in circostanze straordinariamente fortunate — come quelle del Wyoming permiano — possono sopravvivere per centinaia di milioni di anni.[8][2]

Le condizioni uniche che hanno permesso la conservazione in Wyoming includono:

  • Seppellimento rapido in ambiente lagunare a bassa energia subito dopo l’impatto.[2][7]
  • Litificazione da shock: le fratture indotte dall’impatto nel quarzo furono successivamente sigillate da precipitazione di quarzo diagenetico, creando patch più resistenti dell’arenaria circostante.[8]
  • Riesumazione controllata durante l’Orogenia Laramide (~75 Ma), che sollevò e inclinò gli strati senza distruggere le strutture.[7][8]

Implicazioni Scientifiche

Ricalibrazione delle Cronologie Planetarie

La presenza di crateri secondari sulla Terra apre un problema significativo per la geocronologia da crateri: il metodo di datazione relativa delle superfici planetarie che si basa sul conteggio delle densità crateriche. Se i crateri secondari — non primari — dominano le piccole dimensioni della distribuzione dimensionale, i modelli di produzione devono essere riveduti per tutte le superfici planetarie.[17]

Un Nuovo Strumento per la Ricerca di Crateri Sepolti

La metodologia applicata dal team di Kenkmann — ricostruire la posizione di un cratere primario a partire dalla distribuzione spaziale e dall’orientazione dei crateri secondari — apre una nuova tecnica di indagine applicabile potenzialmente ad altre regioni della Terra. Se esistono altri grandi crateri sepolti con campi secondari parzialmente esposti, potrebbero ora essere identificati con questo approccio.[2][4]

Il Potenziale “Sommerso” della Terra

Brandon Johnson (Purdue University), scienziato planetario esterno allo studio, ha stimato che il campo del Wyoming — con i suoi 60 crateri candidati non ancora confermati — potrebbe da solo rappresentare il 40% di tutti i crateri conosciuti sulla Terra. Questo dato suggerisce quanto sia vasto il potenziale di scoperta ancora nascosto nei sedimenti terrestri.[2]


Stato Attuale della Ricerca (2025)

Al congresso EPSC-DPS 2025 (Helsinki, settembre 2025), Kenkmann e colleghi hanno presentato i risultati aggiornati: il numero di strutture d’impatto confermate da effetti di shock è salito a 46, con oltre 200 candidati aggiuntivi basati sulla morfologia. Il campo si estende ora per almeno 160 × 100 km.[8]

Il team sta attivamente analizzando i dati di perforazione disponibili nell’area del Denver Basin per cercare prove dirette del cratere primario in carotaggio. Vengono utilizzati dataset di geomagnetica e gravimetria dell’USGS e i dati sismici disponibili dalla decennale industria petrolifera locale. Un’eventuale conferma richiederebbe probabilmente una campagna di perforazione scientifica dedicata, analoga a quelle condotte sul cratere di Chicxulub (Messico) o sul cratere di Vredefort (Sudafrica).[14]


Cronologia della Scoperta

AnnoEvento
2017Prima identificazione dei crateri su Sheep Mountain, Wyoming[2]
2018Pubblicazione su Scientific Reports: ipotesi iniziale di strewn field[10]
2022Pubblicazione su GSA Bulletin: riclassificazione come crateri secondari; prima scoperta mondiale di secondari sulla Terra[15][5]
2024Presentazione EPSC 2024: 31 confermati; campo esteso a 90×40 km; due possibili localizzazioni primario[11]
2025Presentazione EPSC-DPS 2025: 46 confermati + >200 potenziali; campo 160×100 km; due candidati nominati Gering e Guernsey[8]

Conclusioni

Il campo di crateri secondari del Wyoming è uno dei siti geologici più rilevanti scoperti nel XXI secolo. Dimostra per la prima volta che la Terra non è immune dalla formazione di crateri secondari, rovesciando un’assunzione decennale. Il cratere primario sepolto nel Denver Basin — se confermato con dimensioni di 50–120 km — sarebbe tra i più grandi conosciuti nel Nord America. La ricerca è ancora aperta: l’impatto che 280 milioni di anni fa scosse Pangea attende ancora di essere trovato, nascosto sotto chilometri di roccia sedimentaria nel cuore degli Stati Uniti.

Fonti consultate:

L'articolo L’impatto nascosto sotto il Colorado la prova sotto i crateri secondari del Wyoming proviene da Scintilena.

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  • Pipistrelli da record: Sulle Alpi a oltre 3000 metri ridisegnano la mappa della chirotterofauna alpina
    Condividi Uno studio scientifico pubblicato sull’Italian Journal of Mammalogy documenta le massime quote raggiunte da 29 specie di chirotteri in Piemonte e Valle d’Aosta. Per quattro specie i dati superano qualsiasi record mondiale finora conosciuto. Uno studio sistematico sul gradiente altitudinale dei pipistrelli alpini Un gruppo di ricercatori italiani e austriaci ha pubblicato, nell’aprile 2026, uno studio che raccoglie e analizza i record altitudinali di 29 specie di pipistrelli n
     

Pipistrelli da record: Sulle Alpi a oltre 3000 metri ridisegnano la mappa della chirotterofauna alpina

Apríl 23rd 2026 at 07:50

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Uno studio scientifico pubblicato sull’Italian Journal of Mammalogy documenta le massime quote raggiunte da 29 specie di chirotteri in Piemonte e Valle d’Aosta. Per quattro specie i dati superano qualsiasi record mondiale finora conosciuto.


Uno studio sistematico sul gradiente altitudinale dei pipistrelli alpini

Un gruppo di ricercatori italiani e austriaci ha pubblicato, nell’aprile 2026, uno studio che raccoglie e analizza i record altitudinali di 29 specie di pipistrelli nel territorio di Piemonte e Valle d’Aosta, un’area che include alcune tra le cime più elevate d’Europa.

Il lavoro, firmato da Alex Bellè, Lucia Bello, Laura Garzoli, Fabrizio Gili, Giorgia Mattioli, Alberto Pastorino, Ibor Sabas, Rocco Tiberti, Paolo Debernardi ed Elena Patriarca, è apparso su Hystrix – Italian Journal of Mammalogy. Il periodo di raccolta dati sul campo copre gli anni 2018–2025. La ricerca ha integrato questi dati con una revisione sistematica della letteratura scientifica e grigia esistente, inclusi bollettini speleologici e banche dati regionali delle grotte.

L’area di studio comprende le Alpi Occidentali, le colline interne piemontesi, parte dell’Alta Pianura Padana e il settore settentrionale dell’Appennino Ligure. Le 29 specie documentate corrispondono al 96,7% delle specie di chirotteri regolarmente presenti nell’Italia continentale.


Nuovi record per 15 specie, quattro potrebbero essere mondiali

I ricercatori hanno identificato nuovi record altitudinali per 15 delle 29 specie censite nell’area. Si tratta di: Tadarida teniotis, Barbastella barbastellus, Eptesicus nilssonii, Eptesicus serotinus, Nyctalus lasiopterus, Nyctalus leisleri, Nyctalus noctula, Vespertilio murinus, Hypsugo savii, Pipistrellus nathusii, Pipistrellus pipistrellus, Pipistrellus pygmaeus, Myotis crypticus, Myotis daubentonii e Myotis mystacinus.

Per le restanti 14 specie, i record sono stati recuperati dalla letteratura scientifica e grigia disponibile.

Quattro specie raggiungono quote che, secondo gli autori, non trovano precedenti in nessun’altra parte del mondo:

  • Barbastella barbastellus a 2.703 m (Lago Leità, Ceresole Reale, TO; agosto 2024)
  • Myotis crypticus a 2.484 m (Colle Lauson, Salbertrand, TO; settembre 2022)
  • Myotis daubentonii a 2.564 m (Alpi Graie; agosto 2024)
  • Pipistrellus kuhlii a 2.208 m (Saint-Rhémy-En-Bosses, AO)

Il record assoluto in termini di quota appartiene a Tadarida teniotis (Molosso di Cestoni) e a Pipistrellus pipistrellus (Pipistrello nano), rilevati entrambi a 3.046 m sul livello del mare al Colle della Torre, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, nel settembre 2023.


Le tecniche di rilevamento in alta quota

Il monitoraggio si è avvalso principalmente di registratori acustici passivi (modelli SM2BAT+, SM4BAT e AudioMoth), operativi a 384 kHz. Catture con reti a nebbia e harp-trap e ispezioni dirette dei roost sono state utilizzate prevalentemente al di sotto dei 2.000 m di quota, dove la resa è nettamente superiore: 9,0 individui catturati per notte contro soli 2,8 al di sopra di tale soglia.

Ogni registrazione è stata classificata con il software Tadarida e successivamente validata manualmente. Per la distinzione delle specie del genere Plecotus, morfologicamente molto simili, sono stati applicati protocolli di analisi molecolare su campioni di biopsia alare o fecali.

La revisione bibliografica ha seguito il protocollo PRISMA (Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses). Si è rivelata insufficiente da sola — ha individuato solo 18 studi rilevanti — ed è stata integrata con ricerche esperte in fonti non indicizzate.


Prima segnalazione in Valle d’Aosta per la nottola comune e conferma della nottola gigante in Piemonte

Lo studio riporta due dati distributivi di particolare interesse faunistico. La Nottola comune (Nyctalus noctula) viene segnalata per la prima volta in Valle d’Aosta, regione dove la specie era finora assente dai dati ufficiali.

La Nottola gigante (Nyctalus lasiopterus) — la specie di pipistrello europeo più grande — viene confermata in Piemonte, dove aveva un’unica segnalazione precedente. La nuova registrazione, a 2.484 m sulle Alpi Cozie nel settembre 2022, aggiunge un dato di distribuzione altitudinale significativo per questa specie rara in Italia.


Cambiamento climatico e spostamento verso l’alto delle specie

I record altitudinali documentati si inseriscono in un quadro più ampio di risposta dei chirotteri al riscaldamento globale. Studi a lungo termine in Italia centrale su Myotis daubentonii hanno registrato uno spostamento verso l’alto di 175 metri del limite altitudinale delle femmine riproduttive nell’arco di 24 anni (2000–2023).

Le foreste ripariali emergono come corridoi ecologici essenziali per facilitare questa espansione altitudinale. I pipistrelli ripariali usano i corsi d’acqua alpini come vie di risalita, sfruttando le cavità degli alberi come roost diurni e i corsi d’acqua come aree di caccia.

Nelle aree di recente colonizzazione ad alta quota, le femmine di M. daubentonii adottano comportamenti inusuali di turnazione temporale nei siti di foraggiamento: invece di cacciare contemporaneamente, si alternano negli stessi specchi d’acqua, probabilmente per ridurre la competizione in ambienti dove la disponibilità di prede è ancora limitata.


Record nei siti ipogei: grotte e miniere come rifugi di alta quota

Lo studio documenta anche i record altitudinali per siti di svernamento e swarming. I dati più rilevanti riguardano:

  • Barbastella barbastellus: svernamento a 1.903 m (miniera di Praborna, Saint-Marcel, AO) e swarming a 1.930 m (Rem del Ghiaccio, Garessio, CN)
  • Rhinolophus ferrumequinum (Ferro di cavallo maggiore): individuo torpido a 1.947 m (Arma delle Mastrelle, Briga Alta, CN)
  • Rhinolophus hipposideros (Ferro di cavallo minore): ibernazione a 1.760 m (Carsena di Viora, Ormea, CN)
  • Miniopterus schreibersii: ibernazione a 1.530 m (Grotta di Rio Martino, Crissolo, CN)

Questi dati sottolineano il ruolo degli ambienti ipogei di alta montagna nella conservazione dei chirotteri. Le grotte e le miniere abbandonate a quote elevate rappresentano rifugi termicamente stabili, meno esposti ai disturbi antropici tipici delle quote più basse.


Implicazioni per la conservazione in quota

Lo studio invita a non trascurare la presenza dei pipistrelli nella valutazione dell’impatto delle attività umane in alta quota. Gli impianti eolici in aree montane, l’inquinamento luminoso da strutture alpine (rifugi, impianti sciistici) e il disturbo ai siti di roost ipogei sono tra le principali minacce identificate.

I chirotteri sono considerati ottimi bioindicatori del cambiamento climatico per la loro diversità ecologica e la relativa facilità di monitoraggio acustico. La documentazione sistematica dei record altitudinali fornisce una baseline fondamentale per rilevare e misurare i futuri spostamenti distributivi delle specie nelle Alpi.

Fonte: http://www.italian-journal-of-mammalogy.it/Elevational-records-of-bats-in-Northwestern-Italy,220697,0,2.html


Fonti consultate:

Record Altitudinali dei Pipistrelli nell’Italia Nord-Occidentale

Studio approfondito basato su: Bellè et al. (2026), “Elevational records of bats in Northwestern Italy”, Hystrix – Italian Journal of Mammalogy, DOI: 10.4404/hystrix-00858-2026


Sintesi Esecutiva

Lo studio, pubblicato nel 2026 sull’Italian Journal of Mammalogy (Hystrix), documenta le massime elevazioni raggiunte da 29 specie di pipistrelli in Piemonte e Valle d’Aosta (Italia nord-occidentale), area che include alcune delle cime più alte d’Europa. I dati di campo coprono il periodo 2018–2025 e identificano nuovi record altitudinali per 15 specie; per quattro di esse (Barbastella barbastellus, Myotis crypticus, Myotis daubentonii e Pipistrellus kuhlii) i record potrebbero rappresentare i più alti a livello mondiale. Lo studio fornisce un contributo fondamentale alla comprensione delle risposte dei chirotteri al cambiamento climatico e alla conservazione nelle aree di alta quota alpine.[^1][^2]


Contesto e Motivazioni dello Studio

Importanza Ecologica dei Chirotteri

I pipistrelli costituiscono quasi un quarto di tutte le specie di mammiferi descritte, con circa 1.500 specie note a livello mondiale. Svolgono servizi ecosistemici essenziali: controllo degli insetti nocivi, impollinazione, dispersione dei semi. La loro sensibilità agli stressori ambientali (attività agricole e industriali, gestione forestale, produzione energetica, urbanizzazione, persecuzione) e la strategia riproduttiva di tipo K — con tassi di declino rapidi e recupero lento — hanno portato molte specie a essere inserite nelle liste di protezione nazionale e internazionale.

I chirotteri sono anche considerati eccellenti bioindicatori, in particolare per lo studio del cambiamento climatico, grazie alla loro elevata diversità tassonomica ed ecologica, alla distribuzione geografica ampia e alla relativa facilità di monitoraggio.

Distribuzione Altitudinale e Cambiamento Climatico

I cambiamenti nella distribuzione delle specie sono tra le conseguenze più studiate del cambiamento climatico. In Europa, espansioni verso latitudini più elevate sono già state documentate in specie ecologicamente flessibili come Pipistrellus kuhlii e Hypsugo savii. Al contrario, alcune specie come Myotis dasycneme, Eptesicus nilssonii e Nyctalus noctula potrebbero affrontare contrazioni distributive secondo modelli previsionali.

Uno studio paradigmatico a lungo termine su Myotis daubentonii nell’Italia centrale ha documentato uno spostamento verso l’alto di 175 metri del limite altitudinale delle femmine riproduttive nell’arco di 24 anni (2000–2023), interpretato come risposta diretta all’aumento delle temperature. In parallelo, le femmine hanno mostrato un aumento delle dimensioni corporee, probabilmente correlato a condizioni termiche più favorevoli nei siti di roost.

Perché le Alpi Nord-Occidentali?

L’area di Piemonte e Valle d’Aosta è stata scelta per ragioni specifiche:

  • Include un settore delle Alpi Occidentali con alcune tra le cime più elevate d’Europa.
  • Per via delle differenze climatiche (temperature più miti e maggiore umidità dovute alla vicinanza all’Oceano Atlantico), le fasce vegetazionali si estendono a quote maggiori rispetto alle Alpi Centrali o Orientali.
  • L’area ospita 28 specie regolarmente presenti più una 29ª (Nyctalus lasiopterus), rappresentando il 96,7% delle specie di pipistrelli presenti regolarmente nell’Italia continentale.
  • È probabile che molte specie raggiungano i loro limiti altitudinali nazionali in questa zona.

Area di Studio e Metodologia

Caratteristiche Geografiche

L’area di studio copre Piemonte e Valle d’Aosta (Fig. 1):

  • Alpi occidentali italiane: circa 41% della superficie totale.
  • Colline piemontesi interne: ~31%.
  • Alta Pianura Padana: ~26%.
  • Settore settentrionale dell’Appennino Ligure: ~2%.

Le fasce vegetazionali riconoscibili comprendono:

  • Fascia basale (<800–900 m): foreste decidue a latifoglie, fortemente trasformate.
  • Fascia montana (900–1.400/1.600 m): foreste dominate da Fagus sylvatica e conifere.
  • Fascia subalpina (1.400/1.600–2.000/2.300 m): limite superiore delle foreste, larici, rododendri, pascoli.
  • Fascia alpina (2.000/2.300–2.600/3.000 m): praterie alpine, arbusti nani.
  • Fascia nivale (>2.600–3.000 m): rocce nude, nevai e ghiacciai.

Tecniche di Rilevamento

Le tecniche classiche di censimento adottate includono: Metodo Descrizione Applicazione principale Rilievi acustici Registratori passivi (SM2BAT+, SM4BAT, AudioMoth) a 384 kHz Tutto il gradiente altitudinale Catture Reti a nebbia e harp-trap a siti di foraggiamento, corridoi di volo, roost Principalmente <2.000 m Ispezioni roost Grotte, miniere abbandonate, edifici Prevalentemente <2.000 m

La classificazione acustica automatica (software Tadarida) è stata utilizzata per una prima associazione delle registrazioni alle specie; ogni occorrenza è stata poi validata manualmente. Per l’identificazione di Plecotus spp. sono stati impiegati anche metodi molecolari (biopsia alare o analisi delle feci).

L’efficienza delle catture sopra i 2.000 m è risultata significativamente inferiore: 9,0 individui/notte al di sotto di questa quota vs. 2,8 individui/notte al di sopra.

Revisione della Letteratura

Oltre ai dati di campo (2018–2025), è stata condotta una revisione sistematica seguendo il protocollo PRISMA (Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta-Analyses), che ha identificato 18 studi rilevanti su Scopus e Web of Science. Tuttavia, data la frammentazione delle informazioni disponibili sulla distribuzione altitudinale dei chirotteri, la ricerca bibliografica standard si è rivelata insufficiente, ed è stata integrata con letteratura grigia, rapporti tecnici locali, bollettini speleologici e banche dati regionali delle grotte (Piemonte e Valle d’Aosta). Questo approccio ibrido (standard PRISMA + ricerca esperta) è una delle caratteristiche metodologiche distintive dello studio.


Risultati: Record Altitudinali per Specie

Panoramica Generale

Lo studio documenta record altitudinali per 29 specie di chirotteri:[^2]

  • 15 specie con nuovi record identificati dai dati di campo 2018–2025.
  • 14 specie con record derivanti dalla letteratura scientifica e grigia.
  • Con l’eccezione di M. schreibersii, R. euryale, M. capaccinii e P. austriacus, i record elencati sono probabilmente i più alti finora registrati in Italia.
  • I record di B. barbastellus, M. crypticus, M. daubentonii e P. kuhlii rappresentano, a quanto si sappia, record mondiali.

Specie con i Record Altitudinali Più Elevati

Specie (nome comune) Record (m s.l.m.) Metodo Anno Note Tadarida teniotis (Molosso di Cestoni) 3.046 Acustico 2023 Colle della Torre, Gran Paradiso Pipistrellus pipistrellus (Pipistrello nano) 3.046 Acustico 2023 Colle della Torre, Gran Paradiso Plecotus auritus/macrobullaris (gruppo) 3.065 Acustico 2023 Alpi Graie Hypsugo savii (Pipistrello di Savi) 2.853 Acustico 2024 Alpi Graie Nyctalus leisleri (Nottola di Leisler) 2.853 Acustico 2024 Alpi Graie Myotis spp. 2.988 Acustico 2023 Alpi Graie Barbastella barbastellus (Barbastello) 2.703 Acustico 2024 Lago Leità, Ceresole Reale Eptesicus nilssonii (Serotino di Nilsson) 2.703 Acustico 2024 Lago Leità, Ceresole Reale Myotis daubentonii (Vespertilio di Daubenton) 2.564 Acustico 2024 Alpi Graie Nyctalus noctula (Nottola comune) 2.520 Acustico 2025 Alpi Graie Myotis crypticus2.484 Acustico 2022 Cottian Alps Nyctalus lasiopterus (Nottola gigante) 2.484 Acustico 2022 Alpi Cozie Pipistrellus nathusii (Pipistrello di Nathusius) 2.610 Acustico 2021 Alpi Graie

Specie con Record di Roost ad Alta Quota

Specie Quota roost (m) Tipo Località Barbastella barbastellus 1.903 (svernamento) Miniera abbandonata Praborna, Saint-Marcel (AO) Barbastella barbastellus 1.930 (swarming) Grotta Rem del Ghiaccio, Garessio (CN) Rhinolophus ferrumequinum 1.947 (individuo torpido) Grotta Arma delle Mastrelle, Briga Alta (CN) Rhinolophus hipposideros 1.760 (ibernazione) Grotta Carsena di Viora, Ormea (CN) Miniopterus schreibersii 1.530 (ibernazione) Grotta Grotta di Rio Martino, Crissolo (CN)

Specie con Nuovi Record Mondiali

Quattro specie presentano record altitudinali che, secondo gli autori, rappresentano i massimi conosciuti a livello mondiale:[^2]

  1. Barbastella barbastellus — 2.703 m (Lago Leità, Ceresole Reale, TO; 29–30 agosto 2024). Il precedente record era 2.292 m.
  2. Myotis crypticus — 2.484 m (Colle Lauson, Salbertrand, TO; settembre 2022). Specie di recente descrizione, precedentemente quasi sconosciuta ad alta quota.
  3. Myotis daubentonii — 2.564 m (Alpi Graie; agosto 2024). Specie ripariale che ha già mostrato spostamenti altitudinali documentati in Italia centrale.
  4. Pipistrellus kuhlii — 2.208 m (Casa Carioni, Saint-Rhémy-En-Bosses, AO; 2016). Record precedente per questa specie nelle Alpi era appunto 2.208 m, confermato e documentato definitivamente.

Prime Segnalazioni e Conferme Distributive

  • Prima segnalazione di Nyctalus noctula in Valle d’Aosta: la specie era finora assente da questa regione.
  • Conferma della presenza di Nyctalus lasiopterus in Piemonte: la specie era stata segnalata in precedenza una sola volta nell’area.

Metodologia di Identificazione

Identificazione Acustica

L’identificazione delle specie tramite ecolocalizzazione ha richiesto criteri altamente conservativi. I parametri acustici descritti per ogni nuovo record includono:

  • FmaxE = frequenza della massima ampiezza dello spettro
  • SF/EF = frequenza iniziale/finale della chiamata
  • BL = larghezza di banda della chiamata
  • dur = durata della chiamata
  • IPI = intervallo tra l’inizio di due chiamate consecutive
  • Distinzione tra chiamate QCF (quasi-costante frequenza, BL <5 kHz), FM (frequenza modulata) e CF (frequenza costante)

In caso di incertezza anche moderata, le registrazioni sono state assegnate a livelli tassonomici superiori (es. Myotis sp.) o scartate.

Identificazione Molecolare (Plecotus spp.)

Per discriminare le specie del genere Plecotus — morfologicamente molto simili — sono stati impiegati protocolli molecolari su biopsie alari o campioni fecali, descritti nell’allegato S1.


Implicazioni per la Ricerca sul Cambiamento Climatico

I Chirotteri come Indicatori del Riscaldamento Globale

I pipistrelli rispondono al cambiamento climatico sia attraverso spostamenti distributivi (in quota e in latitudine) sia attraverso variazioni morfologiche (dimensioni corporee). Studi a lungo termine in Italia centrale su M. daubentonii hanno documentato contemporaneamente uno spostamento verso l’alto del limite altitudinale delle femmine riproduttive (+175 m in 24 anni) e un aumento delle dimensioni corporee.

Tuttavia, un’analisi su 15 specie in Italia ha mostrato che l’aumento delle dimensioni corporee non è un fenomeno generalizzato: solo tre specie (M. daubentonii, Nyctalus leisleri e Pipistrellus pygmaeus) hanno mostrato un incremento misurabile nel corso di oltre 20 anni di monitoraggio.

Risposte Comportamentali nelle Aree Neocoionizzate

A quote di recente colonizzazione, le femmine riproduttive di M. daubentonii mostrano comportamenti inusuali di turnazione temporale nei siti di foraggiamento: invece di cacciare contemporaneamente, si alternano negli stessi siti, probabilmente per evitare la competizione in ambienti dove la disponibilità di prede è limitata. Le foreste ripariali ben conservate emergono come corridoi ecologici cruciali per facilitare questi spostamenti.

Migrazioni Altitudinali vs. Residenza

Lo studio distingue tra:

  • Specie residenti che raggiungono alte quote per foraging estivo (es. T. teniotis, H. savii, B. barbastellus).
  • Specie migratrici che attraversano le Alpi durante le migrazioni autunnali (es. N. leisleri, N. noctula, V. murinus, E. serotinus).

Ricerche precedenti nei valichi alpini della Valle d’Aosta (2016) avevano già documentato un flusso migratorio di pipistrelli, con incremento delle attività nel periodo 31 agosto–14 settembre, associato principalmente al gruppo N. leisleri/N. noctula/V. murinus/E. serotinus.


Fasce Vegetazionali e Distribuzione delle Specie

La distribuzione altitudinale delle specie riflette in parte le fasce vegetazionali alpine. Alcune specie forestali (es. B. barbastellus, M. daubentonii) sfruttano le zone ecotonali al limite superiore del bosco, mentre specie rupicole o ad ampio spettro ecologico (es. T. teniotis, H. savii, P. pipistrellus) raggiungono le quote più elevate nelle fasce alpine e subnivali.

I laghi glaciali — abbondanti nell’area di studio — rappresentano siti di foraggiamento e abbeverata particolarmente importanti ad alta quota, poiché aumentano la produttività primaria e secondaria locale attraverso la disponibilità idrica e i nutrienti derivati dall’ecosistema lacustre.


Implicazioni per la Conservazione

Minacce alle Quote Elevate

Lo studio sottolinea l’importanza di non trascurare i pipistrelli nella valutazione dell’impatto delle attività umane in alta quota, in particolare:

  • Impianti eolici in aree montane: le specie migratrici e quelle ad alta mobilità sono particolarmente vulnerabili.
  • Inquinamento luminoso da strutture ad alta quota (rifugi, impianti sciistici).
  • Disturbo antropico ai siti di roost (grotte, miniere abbandonate a quote elevate).

Banche Dati e Monitoraggio

Lo studio evidenzia lacune significative nelle conoscenze sulla chirotterofauna di alta quota, anche in aree ben studiate come le Alpi Occidentali. Gran parte delle informazioni disponibili era frammentata in fonti grigie, bollettini speleologici e database regionali. La creazione di banche dati georeferenziate e il monitoraggio a lungo termine sono strumenti fondamentali per rilevare futuri cambiamenti distributivi.

Specie di Interesse Conservazionistico

Alcune specie documentate nello studio sono incluse nelle liste di protezione europee (Direttiva Habitat, Allegato II e IV) e presentano popolazioni in declino in Italia. La documentazione di roost ad alta quota — ambienti meno soggetti a pressioni agricole o insediative — potrebbe rivestire importanza strategica per la conservazione.


Sintesi dei Principali Record per Famiglia

Famiglia Molossidae

  • Tadarida teniotis: 3.046 m (Colle della Torre, Noasca, TO; settembre 2023). Precedente record: 2.560 m (PNGP, Patriarca et al. 2018). Specie rupicola, segnalata dal livello del mare a oltre 2.000 m. Ampiamente distribuita in Italia.

Famiglia Vespertilionidae

  • Barbastella barbastellus: 2.703 m — possibile record mondiale.
  • Eptesicus nilssonii: 2.703 m (Lago Leità, Ceresole Reale, TO; luglio 2024). Specie rara nell’area, con distribuzione che si estende fino alle Alpi Marittime.
  • Eptesicus serotinus: 2.275 m (Conca Cialancia, Perrero, TO; luglio 2018).
  • Hypsugo savii: 2.853 m. Specie in espansione verso latitudini e quote superiori in Europa.
  • Myotis daubentonii: 2.564 m — possibile record mondiale. Specie ripariale in documentata espansione altitudinale.
  • Myotis crypticus: 2.484 m — possibile record mondiale per questa specie di recente descrizione.
  • Myotis mystacinus: 2.396 m (cattura; Lago di Nel, Ceresole Reale, TO; luglio/agosto 2024).
  • Nyctalus lasiopterus: 2.484 m. Prima conferma solida della presenza in Piemonte.
  • Nyctalus leisleri: 2.853 m. Specie migratrice con popolazioni in aumento in Italia centrale.
  • Nyctalus noctula: 2.520 m. Prima segnalazione in Valle d’Aosta.
  • Pipistrellus kuhlii: 2.208 m — possibile record mondiale per le Alpi.
  • Pipistrellus nathusii: 2.610 m.
  • Pipistrellus pipistrellus: 3.046 m (Colle della Torre; settembre 2023).
  • Pipistrellus pygmaeus: 2.526 m.
  • Plecotus auritus: 2.402 m (cattura; 2020).
  • Plecotus macrobullaris: 2.292 m (cattura; 2015).
  • Vespertilio murinus: 2.526 m.

Famiglia Rhinolophidae

  • Rhinolophus ferrumequinum: 1.947 m (roost; Arma delle Mastrelle, Briga Alta, CN).
  • Rhinolophus hipposideros: 1.760 m (individuo torpido in grotta; Carsena di Viora, Ormea, CN; novembre 2019).

Famiglia Miniopteridae

  • Miniopterus schreibersii: 1.550 m (acustico; Alta Val Curone, Alessandria; 2022).

Confronto con Studi Europei

Area Quota massima documentata Riferimento Alpi svizzere 3.460 m (8 specie) Zingg & Bontadina 2016 Alpi austriache 3.100 m Widerin & Reiter 2017–2018 Alpi italiane (NW) 3.065 m (P. auritus/macrobullaris gruppo) Bellè et al. 2026 Alpi occidentali italiane (2016) 2.208 m (P. kuhlii) Caprio et al. 2020 Monti Pirin, Bulgaria 2.300–2.600 m Dundarova & Popov 2024

Nelle Alpi svizzere, 8 specie sono state rilevate acusticamente a 3.460 m s.l.m. in 36 notti di indagine, e flussi migratori regolari di pipistrelli sono stati documentati fino a 2.500 m. Lo studio piemontese si allinea con questo quadro, portando nuovi dati per il versante italiano della catena.


Domande di Ripasso / Flashcard

Concetti Chiave

D1: Quante specie di pipistrelli sono state documentate nello studio e in quale area?
R: 29 specie in Piemonte e Valle d’Aosta (Italia nord-occidentale); esse rappresentano il 96,7% delle specie regolarmente presenti nell’Italia continentale.

D2: Per quante specie sono stati stabiliti nuovi record altitudinali con dati di campo 2018–2025?
R: 15 specie (T. teniotis, B. barbastellus, E. nilssonii, E. serotinus, N. lasiopterus, N. leisleri, N. noctula, V. murinus, H. savii, P. nathusii, P. pipistrellus, P. pygmaeus, M. crypticus, M. daubentonii, M. mystacinus).

D3: Quali specie presentano record altitudinali che potrebbero essere i più alti al mondo?
R: Barbastella barbastellus (2.703 m), Myotis crypticus (2.484 m), Myotis daubentonii (2.564 m) e Pipistrellus kuhlii (2.208 m).[^2]

D4: Qual è la tecnica di rilevamento più utilizzata ad alta quota (>2.000 m)?
R: Il monitoraggio acustico passivo, poiché catture e ispezioni dei roost sono logisticamente più difficili e meno produttive in alta quota (2,8 individui/notte vs. 9,0 al di sotto di 2.000 m).

D5: Qual è il record altitudinale assoluto registrato nello studio per una singola specie identificata con certezza?
R: 3.046 m per Tadarida teniotis e Pipistrellus pipistrellus (Colle della Torre, Gran Paradiso National Park; settembre 2023).

D6: Qual è lo studio di riferimento che documenta lo spostamento altitudinale di M. daubentonii in Italia centrale?
R: Russo et al. 2024 / Belli et al. 2025: 175 m di spostamento verso l’alto del limite delle femmine riproduttive in 24 anni (2000–2023), nel PNALM.

D7: Perché i boschi ripariali sono importanti per l’espansione altitudinale dei pipistrelli?
R: Fungono da corridoi ecologici essenziali, offrendo rifugi per il roost diurno (cavità degli alberi) e siti di foraggiamento lungo i corsi d’acqua, permettendo alle specie di risalire gradualmente i versanti alpini.

D8: Quale novità distributiva è stata segnalata per la prima volta riguardo a Nyctalus noctula?
R: La prima segnalazione di questa specie in Valle d’Aosta.

D9: Quali sono i parametri acustici chiave utilizzati per l’identificazione delle specie?
R: FmaxE (frequenza della massima ampiezza), SF/EF (frequenza iniziale/finale), BL (larghezza di banda), dur (durata), IPI (intervallo tra chiamate consecutive), e la distinzione tra chiamate QCF, FM e CF.

D10: Qual è la procedura bibliografica standard utilizzata e perché si è rivelata insufficiente?
R: Il protocollo PRISMA, che ha individuato solo 18 studi rilevanti. Si è rivelato insufficiente perché gran parte dell’informazione sulle quote dei pipistrelli è frammentata in letteratura grigia, bollettini speleologici e database regionali non indicizzati.


Glossario dei Termini Tecnici

Termine Definizione

Record altitudinale La quota massima alla quale una specie è stata osservata

Swarming Comportamento autunnale (ago-set) di raccolta di pipistrelli all’ingresso di grotte/miniere, con cattura di molti individui (prevalentemente maschi di più specie)

Roost Sito di rifugio utilizzato dai pipistrelli per riposare, riprodursi o svernare

Harp-trap Tipo di trappola passiva per la cattura dei chirotteri

Feeding buzz Sequenza di ultrasuoni emessa durante un attacco di caccia; indica attività di foraggiamento

QCF Quasi-costante frequenza: chiamata con BL <5 kHz

FM Frequenza modulata: chiamata con rapido sweep in frequenza

CF Costante frequenza: chiamata a frequenza stabile (tipica dei rinolofidi)

FmaxE Frequenza della massima energia spettrale della chiamata

IPI Intervallo interpulse (tra l’inizio di due chiamate consecutive)

Fascia subnivale/nivale Zona alpina oltre i 2.600–3.000 m caratterizzata da rocce nude, nevai e ghiacciai

K-selected Strategia riproduttiva con bassa produzione di discendenti, lunga vita, recupero lento delle popolazioni

Ecolocalizzazione Sistema biologico di navigazione/caccia basato sull’emissione e la ricezione di ultrasuoni


Autori dello studio originale: Alex Bellè, Lucia Bello, Laura Garzoli, Fabrizio Gili, Giorgia Mattioli, Alberto Pastorino, Ibor Sabas, Rocco Tiberti, Paolo Debernardi, Elena Patriarca. Autrice corrispondente: Laura Garzoli (CNR-IRSA, Verbania). Ricevuto: 15 gennaio 2026; Accettato: 15 aprile 2026.


References

  1. Elevational records of bats in Northwestern Italy – We report the elevational records (i.e. highest elevations) at which 29 bat species were recorded in…
  2. [PDF] Elevational records of bats in Northwestern Italy – Abstract: We report the elevational records (i.e. highest elevations) at which 29 bat species were r…

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Architetture subterranee milionarie: le formiche Atta costruiscono nidi profondi 8 metri con oltre 8.000 camere, in modo analogo alle grandi opere di scavo umane


Le formiche tagliafoglie del genere Atta costruiscono colonie sotterranee di dimensioni che, rapportate alla scala del loro corpo, non hanno paragoni nel mondo animale. Nidi profondi fino a 8 metri, con oltre 8.000 camere interconnesse, tumuli epigei alti fino a 5 metri e larghi 15 metri: strutture che ospitano milioni di individui per vent’anni consecutivi. Per capire la portata di queste opere, è utile un confronto diretto con le grandi realizzazioni sotterranee dell’uomo.[1]


Formiche Tagliafoglie: la biologia di un’architettura sotterranea

Le formiche tagliafoglie appartengono al genere Atta, con 15 specie distribuite dall’America Centrale al Sudamerica fino al Texas. La loro peculiarità non è solo la dimensione delle colonie, ma la specializzazione funzionale degli spazi interni: ogni camera ha un ruolo preciso, esattamente come i livelli di una metropolitana o i piani di un parcheggio multipiano.[2]

L’aspetto biologicamente rilevante è l’età di questa “tecnologia”. Le formiche tagliafoglie praticano l’agricoltura fungina da 66 milioni di anni, da prima della comparsa dei grandi mammiferi. L’uomo costruisce gallerie sotterranee da circa 5.000 anni. Il divario è enorme.[3]


Profondità e dimensioni: il confronto con le opere umane

Una colonia matura di Atta laevigata scava fino a 8 metri sotto il suolo. Per confronto, la metropolitana di Roma corre mediamente a 20-30 metri di profondità, quella di Mosca arriva a oltre 80 metri nei tratti più profondi. Le formiche scavano meno in profondità assoluta, ma con strumenti radicalmente diversi: mandibole, zampe e cooperazione di milioni di individui senza alcuna pianificazione centralizzata.[1]

Il volume degli spazi costruiti è impressionante. I tumuli epigei di Atta capiguara raggiungono 15-16 metri di diametro. Un calco in cemento di un nido maturo ha mostrato migliaia di camere distribuite su più livelli, con gallerie principali larghe fino a 21 centimetri. Per dare un riferimento umano: è la larghezza di una canalina di scarico di piccolo formato, ma percorsa ininterrottamente da milioni di individui ogni giorno.[1]


Il sistema delle gallerie: logistica paragonabile a un’autostrada urbana

Le colonne di foraggiamento delle formiche tagliafoglie percorrono fino a 300 metri dal nido, lungo percorsi fisicamente “asfaltati” — ovvero liberi da ostacoli — che aumentano la velocità di marcia delle operaie dell’86% e l’efficienza di foraggiamento del 67%. Sono strade vere. Le formiche le costruiscono e le mantengono pulite esattamente come un consorzio autostradale.[1]

Una colonia matura trasporta 1-2 tonnellate di materiale vegetale fresco ogni anno. Traducendo in termini logistici: è un flusso di merci continuo, giorno e notte, paragonabile a una piccola stazione ferroviaria merci — ma gestito senza ingegneri, senza macchinari e senza energia fossile.[1]


Le camere di coltivazione: il sottosuolo come laboratorio agricolo

Il cuore produttivo del nido sono le camere fungine, dove viene coltivato Leucoagaricus gongylophorus, un fungo simbiontico che costituisce la principale fonte di nutrimento della colonia. Le camere sono sferiche o ovali, con diametro fino a 30 centimetri, mantenute a temperatura stabile tra 20 e 25 °C e umidità controllata.[4]

Il confronto umano qui è con le cantine di stagionatura o con le moderne plant factory — ambienti sotterranei a clima controllato usati per coltivare in assenza di luce naturale. La differenza è che le formiche gestiscono questi ambienti da decine di milioni di anni senza tecnologia meccanica. Le camere fungine di un nido di A. texana possono superare le 97 unità.[1]


La ventilazione passiva: un sistema che anticipa la bioarchitettura

Le formiche tagliafoglie regolano la circolazione dell’aria nel nido costruendo turricole epigee — strutture a forma di ciminiera sul tumulo esterno. Quando il vento soffia su di esse, si genera una zona di bassa pressione che aspira aria fresca dall’interno attraverso le aperture periferiche. Il ricambio d’aria aumenta da 3 a 10 volte rispetto alle condizioni di calma.[5]

Questo principio fisico — la ventilazione naturale per effetto Venturi — è lo stesso alla base dei sistemi bioclimatici degli edifici moderni a basso consumo energetico. Architetture come i termitai dello Zimbabwe hanno ispirato la progettazione di edifici come l’Eastgate Centre di Harare. Le formiche tagliafoglie applicano un principio analogo in contesto sotterraneo.


La gestione dei rifiuti: separazione e sicurezza biologica

La colonia destina aree specifiche allo smaltimento dei rifiuti — materiale vegetale esaurito, formiche morte, fungo deteriorato — fisicamente separati dalle camere fungine. Il volume delle camere di rifiuto in un nido maturo di A. capiguara è stimato in circa 166 litri.[6][1]

Il confronto con l’ingegneria umana è diretto: il principio della separazione dei flussi (rifiuti vs. produzione vs. persone) è lo stesso applicato nei tunnel di servizio delle metropolitane, negli ospedali sotterranei militari e nelle strutture logistiche avanzate. Le formiche più anziane — considerate biologicamente meno preziose per la colonia — sono quelle designate alla gestione dei materiali più pericolosi. Una scelta che, in termini di gestione del rischio, è razionale.[6]


Dalla regina fondatrice alla megalopoli: la crescita nel tempo

Ogni colonia inizia da una sola regina. Dopo il volo nuziale, la fondatrice scava da sola un tunnel di circa 15 cm, si sigilla all’interno, semina un frammento di fungo portato dal nido d’origine e depone le prime uova. In cinque mesi nascono le prime operaie. In vent’anni, la colonia può raggiungere milioni di individui.[1]

La crescita è prima verticale — il nido si approfondisce — poi prevalentemente laterale, con espansione delle camere fungine e dei depositi. Un processo di urbanizzazione sotterranea che ricorda, in scala biologica, la crescita delle città umane: prima i palazzi in altezza, poi la diffusione in periferia.


Una struttura che ispira la ricerca scientifica

La complessità dei nidi di Atta è oggetto di studio da parte di ingegneri, biologi e architetti. Le tecniche di calco in cemento — che riproducono in tre dimensioni l’intera struttura del nido — hanno permesso di misurare con precisione profondità, volumi e geometrie delle camere. Le indagini con tomografia computerizzata (CT scan) permettono oggi di osservare la crescita del nido nel tempo senza distruggerlo.[7][8]

I risultati alimentano ricerche nel campo della robotica collettiva, dei sistemi logistici autonomi e dell’architettura bioispirata. Il nido delle formiche tagliafoglie non è solo una curiosità naturale: è un modello funzionante di ingegneria distribuita.


Fonti consultate

L'articolo Le città sotterranee delle Formiche Tagliafoglie: quando la natura anticipa l’ingegneria umana proviene da Scintilena.

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  • Sorgenti acque sotterranee: il punto d’incontro tra mondo ipogeo e rete idrografica
    Condividi Sorgenti acque sotterranee: snodi chiave tra falde e corsi d’acqua Le sorgenti sono luoghi in cui l’acqua che ha circolato nel sottosuolo riemerge in superficie, chiudendo idealmente il percorso iniziato con l’infiltrazione delle piogge. Le sorgenti acque sotterranee costituiscono quindi il collegamento fisico e funzionale tra falde e corsi d’acqua, con un ruolo centrale nel ciclo idrologico e nella gestione delle risorse idriche. Definizione idrologica di sorgente e ruol
     

Sorgenti acque sotterranee: il punto d’incontro tra mondo ipogeo e rete idrografica

Apríl 8th 2026 at 06:00

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Sorgenti acque sotterranee: snodi chiave tra falde e corsi d’acqua

Le sorgenti sono luoghi in cui l’acqua che ha circolato nel sottosuolo riemerge in superficie, chiudendo idealmente il percorso iniziato con l’infiltrazione delle piogge.

Le sorgenti acque sotterranee costituiscono quindi il collegamento fisico e funzionale tra falde e corsi d’acqua, con un ruolo centrale nel ciclo idrologico e nella gestione delle risorse idriche.


Definizione idrologica di sorgente e ruolo delle falde

In idrologia, una sorgente è un’area più o meno estesa della superficie terrestre da cui fuoriesce naturalmente una portata apprezzabile di acqua sotterranea.

Le sorgenti acque sotterranee rappresentano la via di scarico delle falde, cioè la fase in cui l’acqua lascia il sistema ipogeo e diventa deflusso superficiale.

L’emergenza può concentrarsi in una polla puntuale o distribuirsi lungo un fronte sorgentizio, ad esempio ai piedi di un versante. In ogni caso sono presenti tre elementi fondamentali: una falda alimentata dalle precipitazioni infiltrate, un percorso di deflusso nel sottosuolo e una struttura geologica che costringe l’acqua a riemergere.

La sorgente indica quindi un punto in cui la superficie freatica o piezometrica incontra o supera la topografia.


Acque superficiali, acque sotterranee e sorgenti acque sotterranee

Fiumi, torrenti, laghi e invasi costituiscono la parte visibile del sistema idrico. Le acque sotterranee circolano invece in acquiferi ospitati in rocce permeabili e sono note solo tramite pozzi, indagini idrauliche e traccianti. In molti contesti italiani, falde freatiche e acquiferi in rocce carbonatiche sono una componente essenziale del ciclo idrologico.

L’acqua meteorica si infiltra, si accumula nelle falde e torna in superficie attraverso le sorgenti o tramite scambi diretti con gli alvei.

Le sorgenti acque sotterranee diventano così nodi in cui il bilancio tra ricarica, stoccaggio e scarico delle falde si manifesta in modo diretto e misurabile.


Come si forma una sorgente: infiltrazione, falde e geologia

Quando le precipitazioni cadono su terreni permeabili, l’acqua penetra nel sottosuolo e riempie pori, fratture e cavità fino a incontrare uno strato meno permeabile.

Si forma così una falda freatica o artesiana, la cui superficie è controllata dalla pressione idrostatica e dall’alimentazione.

Laddove il livello della falda intercetta la superficie del terreno, l’acqua emerge spontaneamente e dà origine a una sorgente.

L’assetto stratigrafico e tettonico condiziona posizione e tipologia delle sorgenti.

Contatti tra rocce permeabili e livelli argillosi o marnosi favoriscono sorgenti di bordo lungo versanti e fondovalle.

Faglie, fratture e lineamenti strutturali canalizzano il deflusso sotterraneo, organizzando l’emergenza in allineamenti sorgentizi o in punti ben localizzati.


Tipologie di sorgenti: contatto, sfioramento, fessura e artesiane

Una classificazione tradizionale distingue tre grandi gruppi: sorgenti di contatto, di sfioramento e di fessura.

Le sorgenti di contatto si trovano al limite tra un corpo roccioso permeabile e un livello sottostante impermeabile, con emergenze tipiche ai piedi dei rilievi.

Le sorgenti di sfioramento funzionano come un troppopieno: l’acqua raggiunge la superficie solo quando il livello piezometrico supera una certa quota.

Le sorgenti di fessura scaricano l’acqua lungo fratture e diaclasi di rocce compatte, con emergenze spesso limitate ma ben concentrate.

Le sorgenti artesiane, invece, derivano da falde confinate in pressione: dove l’acquifero viene intercettato in superficie, l’acqua può zampillare o mantenere un livello più alto del terreno, anche sul fondo di laghi o in ambiente costiero.


Sorgenti carsiche: acque sotterranee veloci e vulnerabili

Le sorgenti carsiche sono alimentate da acquiferi in calcari e dolomie, dove la dissoluzione crea fratture allargate, condotti e gallerie.

La ricarica avviene spesso in quota, tramite doline, inghiottitoi e assorbimenti diffusi, mentre lo scarico si concentra in poche grandi sorgenti di valle. In questi sistemi le sorgenti acque sotterranee mostrano portate anche molto elevate e forti escursioni stagionali.

La risposta alle piogge può essere rapidissima, con piene improvvise e variazioni di portata di più ordini di grandezza tra magra e piena.

La circolazione veloce, associata a una filtrazione naturale limitata, rende le sorgenti carsiche risorse idriche produttive ma molto esposte alle pressioni esterne.


Vulnerabilità all’inquinamento e impatto sugli ecosistemi

Nei sistemi carsici, l’acqua si infiltra velocemente attraverso doline, inghiottitoi e fratture, spesso con coperture poco permeabili e con scarso potere filtrante della roccia.

Inquinanti agricoli, scarichi civili e industriali o sversamenti accidentali possono raggiungere rapidamente le falde e manifestarsi alle sorgenti senza significativa attenuazione.

Gli effetti non riguardano solo la qualità dell’acqua potabile, ma anche gli ecosistemi ipogei e i tratti fluviali alimentati dalle emergenze.

Gli ambienti sotterranei ospitano faune specializzate e spesso endemiche, sensibili a variazioni anche modeste di ossigeno, nutrienti o contaminanti.

La protezione delle sorgenti acque sotterranee implica quindi la salvaguardia di una rete ecologica che collega grotte, falde e corsi d’acqua superficiali.


Valore idrico, ecologico e paesaggistico delle sorgenti acque sotterranee

Molte sorgenti, soprattutto montane e carsiche, alimentano acquedotti a servizio di centri abitati, attività produttive e agricoltura.

La buona qualità iniziale dell’acqua riduce i trattamenti necessari, rendendo queste sorgenti acque sotterranee risorse strategiche per la sicurezza idrica.

Le stesse emergenze possono essere utilizzate per irrigazione o piccoli impianti idroelettrici, a condizione di garantire i deflussi ecologici.

Dal punto di vista ecologico, le sorgenti definiscono habitat particolari, spesso caratterizzati da condizioni termo?chimiche stabili e da comunità biologiche proprie.

Sul piano paesaggistico e culturale, sono elementi identitari legati a usi tradizionali, luoghi di culto, toponimi e percorsi storici. In ambito speleologico, il carsismo e le grotte collegate alle sorgenti rappresentano anche un importante patrimonio turistico e didattico.


Monitoraggio, gestione integrata e ruolo della speleologia

La gestione sostenibile richiede reti di monitoraggio che considerino insieme corpi idrici superficiali e sotterranei.

Misure di portata, livelli piezometrici, temperatura, conducibilità e chimismo permettono di valutare lo stato quantitativo e qualitativo delle risorse.

In contesti carsici, strumenti di misura continua e traccianti naturali o artificiali sono indispensabili per ricostruire i percorsi dell’acqua e individuare rapidamente segnali di inquinamento o sovrasfruttamento.

Le normative impongono il mantenimento di deflussi vitali negli alvei e la tutela degli ecosistemi connessi.

Nei territori carsici questo comporta limiti ai prelievi e una forte protezione delle aree di ricarica, tramite regolamentazione dell’uso del suolo, controllo delle sorgenti di inquinamento e zone di salvaguardia attorno alle emergenze.

La speleologia contribuisce in modo decisivo alla conoscenza di grotte e condotti, fornendo dati essenziali per i modelli idrogeologici e per le scelte di pianificazione.


Formazione, divulgazione e materiali didattici per la comunità speleologica

La comprensione dei legami tra sorgenti, acque sotterranee e sistemi carsici è un tema centrale nella formazione di speleologi, tecnici e amministratori.

In questo quadro, la produzione di materiali divulgativi e didattici sulla speleologia e sulla ricerca scientifica in grotta affianca e rafforza l’attività esplorativa sul campo.03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

Approfondire struttura e funzionamento degli acquiferi, tipologie di sorgenti, dinamica portata?qualità, vulnerabilità agli inquinanti e strumenti di monitoraggio significa dotarsi degli strumenti concettuali necessari per una gestione più consapevole delle sorgenti acque sotterranee e dei territori in cui esse emergono.

Approfondimenti

Sorgenti: il punto d’incontro tra acque sotterranee e superficiali

Le sorgenti sono aree della superficie terrestre in cui l’acqua sotterranea ritorna naturalmente a giorno, costituendo il punto fisico e funzionale di collegamento tra il sistema delle falde e la rete idrografica superficiale.

La loro presenza, distribuzione e tipologia dipendono dall’assetto geologico, dalla struttura degli acquiferi (freatici, artesiani, carsici) e dalle condizioni idrauliche locali, e svolgono un ruolo cruciale nel ciclo idrologico, negli ecosistemi e nell’approvvigionamento idrico umano.

Le interazioni tra acque sotterranee e superficiali tramite sorgenti sono particolarmente complesse e sensibili nei sistemi carsici, dove la circolazione avviene in rocce carbonatiche fratturate e cavità che consentono trasferimenti rapidi e poca filtrazione naturale, rendendo queste risorse idriche molto vulnerabili all’inquinamento.

Una gestione sostenibile richiede conoscenze idrogeologiche di dettaglio, monitoraggio quantitativo e qualitativo, regolazione dei prelievi e rigorosa protezione delle aree di ricarica.

1. Definizione idrologica di sorgente

In idrologia, una sorgente è un’area più o meno estesa della crosta terrestre in cui fuoriesce naturalmente una portata apprezzabile di acqua sotterranea, che può alimentare rigagnoli, fossi, torrenti o veri corsi d’acqua.

Dal punto di vista del funzionamento degli acquiferi, la sorgente rappresenta la via di scarico della falda, cioè la fase di uscita dell’acqua dal sistema sotterraneo verso la superficie.

Una sorgente può presentarsi come punto singolo concentrato (polla) o come fronte sorgentizio diffuso lungo un tratto di versante o di fondovalle, a seconda delle caratteristiche litologiche e strutturali del serbatoio idrico e dei contatti con rocce meno permeabili.

Gli elementi chiave sono sempre: una falda alimentata da precipitazioni infiltrate, un percorso di deflusso sotterraneo e una condizione strutturale che obbliga l’acqua a riemergere.

2. Acque superficiali e acque sotterranee: quadro generale

Le acque superficiali sono i corpi idrici visibili all’esterno, come fiumi, torrenti, laghi e invasi, governati dal deflusso in alveo e dall’andamento delle precipitazioni e degli apporti da monte.

Le acque sotterranee, invece, sono contenute in rocce permeabili (acquiferi) nel sottosuolo, spesso non direttamente osservabili e ricostruibili solo tramite indagini specifiche (pozzi, prove idrauliche, traccianti, monitoraggi).

In ampie porzioni del territorio italiano, le falde freatiche e gli acquiferi in rocce carbonatiche rappresentano una parte essenziale del ciclo idrologico: l’acqua meteorica si infiltra, scorre in profondità e poi rientra nel sistema superficiale attraverso sorgenti o scambi diretti con alvei fluviali.

Le sorgenti sono dunque nodi idrologici in cui il bilancio tra ricarica, stoccaggio e scarico delle acque sotterranee si manifesta in superficie.

3. Come si forma una sorgente

3.1 Infiltrazione, falde e pressione idrostatica

Le precipitazioni che raggiungono il suolo, se il terreno è permeabile, si infiltrano nel sottosuolo riempiendo pori, fratture e cavità delle rocce fino a incontrare uno strato relativamente impermeabile che ne arresta la discesa, formando una falda acquifera (freatica o artesiana).

La superficie superiore della falda (superficie freatica o piezometrica) è in equilibrio con la pressione idrostatica dell’acqua, che dipende dalla quota e dall’alimentazione.

Quando il livello della falda viene intercettato dalla superficie topografica, ad esempio su un versante, al piede di un rilievo o in fondo valle, l’acqua sotterranea emerge spontaneamente costituendo una sorgente. La sorgente, quindi, segnala un punto in cui la superficie della falda si trova al di sopra o coincide con la topografia, e l’energia potenziale dell’acqua viene dissipata in deflusso superficiale.

3.2 Ruolo dell’assetto geologico e strutturale

L’assetto stratigrafico e tettonico condiziona fortemente posizione e tipo di sorgenti, in particolare attraverso i contatti tra rocce permeabili e impermeabili e la presenza di faglie e fratture.

Ad esempio, dove un potente pacco di rocce carbonatiche permeabili è bordato da successioni argilloso?marnose meno permeabili, l’acqua accumulata nell’idrostruttura carbonatica è costretta a uscire in corrispondenza di questi bordi, generando fronti sorgentizi spesso allineati lungo lineamenti tettonici.

Nelle aree carsiche, la circolazione avviene in reti di fratture e condotti che organizzano i deflussi sotterranei e collegano zone di ricarica in quota con grandi sorgenti di valle, talvolta con portate molto elevate e variabili.

In altri contesti, l’assetto geologico può favorire sorgenti di contatto alla base di terrazzi alluvionali o di versante, dove l’acquifero incontra orizzonti meno permeabili.

4. Tipologie principali di sorgenti

4.1 Sorgenti di contatto, sfioramento e fessura

Una classificazione classica distingue, tra le sorgenti ordinarie, tre gruppi principali: sorgenti di contatto, di sfioramento (trabocco) e di fessura.

  • Sorgenti di contatto: sgorgano al limite tra un corpo roccioso permeabile (che ospita la falda) e un livello sottostante impermeabile; l’acqua, costretta a seguire il contatto, emerge dove questo affiora in superficie, tipicamente ai piedi di versanti o rilievi collinari e montuosi.
  • Sorgenti di sfioramento o trabocco: si formano quando la superficie piezometrica di una falda supera localmente un “troppopieno” strutturale o geomorfologico, e l’acqua tracima in superficie solo quando il livello supera una certa quota; sono tipiche di acquiferi confinati o di bacini con barriere parzialmente impermeabili.
  • Sorgenti di fessura: associate a fratture, diaclasi o piccole zone di debolezza in rocce compatte; concentrano il deflusso sotterraneo lungo piani di rottura o fratture aperte, dando luogo a emergenze spesso lineari o puntuali.

Queste tipologie, pur semplificate, permettono di collegare direttamente la morfologia del paesaggio con le condizioni idrogeologiche del sottosuolo.

4.2 Sorgenti artesiane

Le sorgenti artesiane derivano da falde confinate tra due strati impermeabili, nelle quali l’acqua è in pressione.

Se un punto della superficie terrestre intercetta l’acquifero in pressione (ad esempio lungo una valle incisa o una zona di erosione), il livello piezometrico, più alto del piano campagna, provoca l’emergenza spontanea dell’acqua.

In questi casi, l’acqua può zampillare verso l’alto o mantenere un livello più elevato rispetto alla quota del punto di affioramento, senza bisogno di sollevamento artificiale, analogamente a quanto avviene in pozzi artesiani perforati.

Alcune sorgenti artesiane possono essere anche subacquee, emergendo sul fondo di laghi o in ambiente costiero.

4.3 Sorgenti carsiche

Le sorgenti carsiche sono alimentate da acquiferi in rocce carbonatiche (calcari e dolomie) soggette a dissoluzione, dove la circolazione idrica è organizzata lungo fratture, condotti e gallerie ipogee.

In questi acquiferi la ricarica avviene spesso in aree di alta quota, tramite doline, inghiottitoi e assorbimenti diffusi, mentre lo scarico è concentrato in poche grandi sorgenti di valle.

Le sorgenti carsiche si caratterizzano spesso per portate molto abbondanti e una forte variabilità stagionale: la portata può variare anche di diversi ordini di grandezza tra periodi di magra e di piena, riflettendo la combinazione di zone a circolazione lenta (matrice e fessure) e condotti a circolazione rapida.

La risposta veloce alle piogge rende queste sorgenti indicatori sensibili dei cambiamenti nel regime di ricarica.

5. Le sorgenti come interfaccia tra sistemi sotterranei e superficiali

5.1 Scarico delle falde e alimentazione dei corsi d’acqua

La maggior parte delle falde acquifere poco profonde rientra nel ciclo idrologico attivo proprio attraverso le sorgenti e gli scambi con i corsi d’acqua.

In molti bacini, le sorgenti costituiscono la principale modalità di scarico naturale degli acquiferi verso la superficie, alimentando in modo continuo o stagionale la rete idrografica.

Nei tratti sorgentizi di fiumi e torrenti, l’apporto delle sorgenti garantisce deflussi base (baseflow) durante i periodi siccitosi, mantenendo un minimo deflusso vitale e contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di qualità fissati dalla Direttiva Quadro Acque.

A livelli di bacino, conoscere la localizzazione e il comportamento delle sorgenti è quindi essenziale per redigere bilanci idrici integrati tra acque sotterranee e superficiali.

5.2 Aree di interazione falde–alveo

In prossimità di fiumi e torrenti, l’interazione tra acque superficiali e sotterranee può avvenire in entrambe le direzioni: la falda può alimentare il corso d’acqua (tratto effluente) oppure il corso d’acqua può ricaricare l’acquifero (tratto influente), a seconda dei gradienti idraulici locali.

Le sorgenti di sub?alveo rappresentano casi particolari in cui la falda scarica all’interno stesso dell’alveo, contribuendo alle portate anche in assenza di affioramenti laterali.

Le aree dove tale interazione è significativa sono particolarmente sensibili ai prelievi da pozzi, che possono abbassare la superficie piezometrica e ridurre le portate fluviali o prolungarne i periodi di magra.

Per questo motivo, la pianificazione dei prelievi deve considerare congiuntamente gli effetti su corpi idrici sotterranei e superficiali.

6. Dinamica idrologica delle sorgenti

6.1 Regimi di portata e risposta alle piogge

Le sorgenti mostrano regimi di portata che dipendono dalla geometria e dalla permeabilità dell’acquifero, dall’estensione del bacino di alimentazione e dal clima.

In acquiferi porosi granulari, la risposta alle piogge può essere relativamente smorzata e ritardata; in sistemi carsici, invece, la presenza di condotti favorisce risposte rapide con piene improvvise.

Il monitoraggio delle portate sorgentizie, tramite misure di deflusso e analisi delle curve di recessione, consente di dedurre parametri idrodinamici dell’acquifero (capacità di stoccaggio, conducibilità, tempo di svuotamento) e di individuare eventuali cambiamenti legati a eventi eccezionali, come sequenze sismiche o periodi siccitosi prolungati.

Queste analisi sono sempre più utilizzate per la gestione delle risorse idriche, specie nei sistemi montani.

6.2 Temperatura, chimismo e traccianti

Oltre alla portata, la caratterizzazione delle sorgenti include il monitoraggio di temperatura, conducibilità elettrica, salinità e composizione chimica, parametri che riflettono profondità e tempi di residenza delle acque, mescolamenti tra diverse componenti e processi di interazione acqua?roccia.

Ad esempio, variazioni termo?saline in un sistema sorgentizio carsico costiero possono segnalare intrusioni marine o cambiamenti nel bilancio acqua dolce/acqua salata.

L’uso di traccianti naturali (isotopi stabili, radioisotopi, segnali geochimici) e artificiali (coloranti, sali) permette di definire i percorsi di flusso sotterraneo, i tempi di transito e le connessioni idrauliche tra aree di ricarica, cavità e punti di emergenza.

Nei sistemi carsici, tali tecniche sono fondamentali per costruire modelli concettuali realistici dell’interazione tra acque sotterranee e superficiali.

7. Sorgenti in ambienti carsici: vulnerabilità e rischi

7.1 Caratteristiche degli acquiferi carsici

I territori carsici sono costituiti prevalentemente da rocce carbonatiche (calcari, dolomie) soggette a dissoluzione da parte dell’acqua, che porta alla formazione di grotte, cavità, doline, inghiottitoi e reticoli di condotti sotterranei.

In questi ambienti, la circolazione idrica si concentra lungo fratture e condotti di grande permeabilità, mentre la matrice rocciosa massiva gioca un ruolo secondario nello stoccaggio.

La presenza di cavità e condotti rende gli acquiferi carsici sistemi ad elevata eterogeneità e anisotropia, in cui l’acqua può percorrere distanze considerevoli in tempi brevi, con collegamenti idraulici diretti tra la superficie (zone di assorbimento) e le grandi sorgenti di valle.

Questo assetto spiega sia l’elevata produttività delle sorgenti carsiche sia la loro estrema vulnerabilità.

7.2 Elevata vulnerabilità all’inquinamento

La rapida infiltrazione attraverso doline, inghiottitoi e fratture, unita al ridotto spessore di coperture poco permeabili e al limitato potere filtrante della matrice rocciosa, fa sì che gli acquiferi carsici abbiano una capacità autodepurante molto bassa.

Gli inquinanti immessi in superficie (fertilizzanti, pesticidi, scarichi civili e industriali, sversamenti accidentali) possono raggiungere rapidamente le falde e manifestarsi alle sorgenti senza significativi processi di attenuazione.

Di conseguenza, anche rilasci relativamente limitati possono contaminare volumi d’acqua molto grandi, compromettendo la qualità di sorgenti che spesso rappresentano la principale risorsa idropotabile per intere comunità.

L’elevata vulnerabilità richiede quindi restrizioni rigorose alle attività potenzialmente inquinanti nelle aree di ricarica e lungo i percorsi di flusso verso le sorgenti.

7.3 Impatti sugli ecosistemi sotterranei e sulla biodiversità

L’inquinamento chimico nelle aree carsiche ha effetti diretti sugli ecosistemi ipogei, che ospitano specie altamente specializzate e spesso endemiche, adattate a condizioni stabili di buio, bassa temperatura e scarse risorse. Alterazioni di pochi parametri (ossigeno disciolto, nutrienti, contaminanti organici e inorganici) possono rompere equilibri ecologici delicati e causare perdita di biodiversità.

La contaminazione delle acque sotterranee e delle sorgenti si ripercuote inoltre sui corsi d’acqua superficiali alimentati da queste emergenze, estendendo gli impatti a valle e coinvolgendo reti trofiche più ampie.

In questo senso, la protezione delle sorgenti carsiche coincide con la tutela di interi ecosistemi connessi, sia sotterranei che superficiali.

8. Valore idrico, ecologico e socio?economico delle sorgenti

8.1 Risorsa idropotabile e per usi plurimi

Molte sorgenti, in particolare montane e carsiche, costituiscono la base di sistemi acquedottistici che riforniscono centri abitati, attività industriali e agricole.

La qualità generalmente elevata delle acque sorgive, in assenza di inquinamento, riduce la necessità di trattamenti complessi e ne fa risorse strategiche per la sicurezza idrica.

Oltre all’uso potabile, le sorgenti sono spesso sfruttate per usi irrigui, industriali o per la produzione idroelettrica di piccola scala, in particolare laddove le portate sono regolari e il salto di quota disponibile è significativo.

La disponibilità di dati affidabili su portate e variabilità è fondamentale per dimensionare e gestire tali utilizzi senza compromettere gli equilibri ambientali.

8.2 Funzioni ecologiche e paesaggistiche

Le sorgenti definiscono habitat peculiari, con condizioni fisico?chimiche spesso stabili (temperatura, chimismo) che ospitano comunità biologiche specifiche e contribuiscono alla diversità complessiva degli ecosistemi d’acqua dolce.

In molti casi, sorgenti e tratti sorgentizi sono rifugi climatici importanti in scenari di cambiamento climatico.

Dal punto di vista paesaggistico e culturale, le sorgenti rappresentano elementi identitari del territorio, spesso associati a usi tradizionali, luoghi di culto, toponimi e percorsi storici; il carsismo e le grotte connesse alle sorgenti sono anche risorse turistiche e didattiche di rilievo.

La valorizzazione sostenibile di questi elementi può contribuire allo sviluppo locale, a condizione di non comprometterne la funzionalità idrogeologica.

9. Monitoraggio e gestione integrata di sorgenti e interazione acque sotterranee–superficiali

9.1 Monitoraggio quantitativo e qualitativo

La gestione delle risorse idriche richiede reti di monitoraggio che includano sia corpi idrici superficiali sia sotterranei (sorgenti montane, falde freatiche, artesiane), con misure di portata, livelli piezometrici e qualità chimico?fisica e biologica.

Questi dati sono alla base della classificazione dello stato quantitativo e chimico degli acquiferi e dello stato ecologico e chimico dei corpi idrici superficiali.

In contesti carsici e complessi, il monitoraggio delle sorgenti con strumentazione continua (portata, temperatura, conducibilità) e studi specifici (traccianti, prove di portata) è indispensabile per calibrare modelli idrogeologici e per individuare tempestivamente segnali di inquinamento o di sovrasfruttamento.

Le conoscenze così acquisite devono essere integrate nelle pianificazioni di bacino e negli strumenti di protezione delle acque.

9.2 Pianificazione dei prelievi e protezione delle aree di ricarica

Le norme europee e nazionali stabiliscono che l’utilizzo delle risorse idriche superficiali e sotterranee deve garantire il mantenimento di un minimo deflusso vitale negli alvei e la conservazione degli ecosistemi connessi, evitando alterazioni significative del regime naturale.

Per i sistemi sorgentizi ciò implica limiti ai prelievi, in particolare nei periodi di magra, e valutazioni di impatto cumulativo di più captazioni.

Nei territori carsici, la definizione e la tutela delle aree di ricarica degli acquiferi è cruciale: regolamentare l’uso del suolo, limitare attività inquinanti, controllare discariche e scarichi, e istituire zone di protezione attorno alle sorgenti riduce significativamente il rischio di contaminazione.

La gestione integrata deve tenere conto della connessione rapida tra superfici di assorbimento e sorgenti, anche a grande distanza.

9.3 Educazione, partecipazione e ruolo della speleologia

La comprensione dei meccanismi che legano carsismo, acque sotterranee e sorgenti è essenziale per la consapevolezza pubblica e il coinvolgimento delle comunità nella tutela del territorio.

La speleologia, attraverso l’esplorazione e la documentazione delle grotte, contribuisce in modo determinante alla conoscenza dei sistemi carsici e alla definizione delle vie di circolazione delle acque.

Collaborazioni tra enti pubblici, gruppi speleologici, ricercatori e cittadini permettono di integrare dati scientifici e osservazioni locali, migliorando la base conoscitiva per le decisioni di gestione e valorizzando al tempo stesso il patrimonio naturale e culturale connesso alle sorgenti.

Progetti di educazione ambientale, monitoraggio partecipato e turismo sostenibile possono rafforzare questa sinergia.

10. Conclusioni e concetti chiave per lo studio delle sorgenti

Le sorgenti rappresentano il punto di incontro fisico e funzionale tra acque sotterranee e superficiali: sono lo scarico naturale delle falde e, al tempo stesso, la principale alimentazione dei tratti di testa della rete idrografica e del deflusso di base.

Comprenderne la genesi, la tipologia e la dinamica significa quindi comprendere una parte centrale del ciclo idrologico.

In ambienti carsici, le sorgenti assumono un ruolo ancora più delicato: altissima produttività idrica si accompagna a una marcata vulnerabilità all’inquinamento, alla rapida propagazione degli impatti e alla fragilità degli ecosistemi ipogei.

La tutela di queste sorgenti richiede misure preventive rigorose, monitoraggio continuo e una gestione integrata che tenga conto simultaneamente di acquiferi, corsi d’acqua superficiali e usi antropici.

Dal punto di vista applicativo, lo studio delle sorgenti con approcci idrogeologici, geochimici e biologici fornisce informazioni indispensabili per la pianificazione dei prelievi, la definizione dei deflussi ecologici, la protezione delle risorse idropotabili e la conservazione della biodiversità acquatica.

Per un percorso di studio e formazione, i concetti chiave da padroneggiare includono: struttura e funzionamento degli acquiferi, tipologie di sorgenti, dinamica portata?qualità, vulnerabilità agli inquinanti e strumenti di monitoraggio e gestione.

Di seguito le principali fonti utilizzate nello studio sulle sorgenti come punto d’incontro tra acque sotterranee e superficiali, con titolo, breve nota e link.

Fonti divulgative su sorgenti e falde

  • “Cos’è una sorgente d’acqua e come nasce” – In a Bottle
    Articolo divulgativo che spiega in modo semplice come si forma una falda freatica e in quali condizioni l’acqua sotterranea riaffiora come sorgente, con riferimenti anche alla definizione normativa di “acqua di sorgente”.inabottle
    Link: https://www.inabottle.it/it/territorio/sorgenti-acqua-definizione-tipologie
  • “Le sorgenti d’acqua, come nascono e le tipologie” – Acqua Sant’Anna
    Scheda divulgativa che descrive il ciclo dell’acqua, la formazione delle sorgenti e le principali tipologie, utile per inquadrare i meccanismi di infiltrazione e di emergenza in superficie.santanna
    Link: https://www.santanna.it/il-bicchiere-mezzo-pieno/le-sorgenti-dacqua/
  • “Le acque sotterranee: le falde e le sorgenti” – Arcangeli Pozzi
    Spiega il funzionamento delle falde freatiche e artesiane, la differenza tra falda libera e confinata, e il modo in cui l’acqua ritorna in superficie tramite pozzi e sorgenti, con un taglio introduttivo ma corretto dal punto di vista idrogeologico.arcangelipozzi
    Link: https://arcangelipozzi.it/2018/06/12/le-acque-sotterranee-le-falde-e-le-sorgenti/
  • “Acque superficiali e sotterranee – CAFC Educational”
    Scheda educativa (già richiamata nella ricerca precedente) che distingue acque superficiali e sotterranee e descrive in modo semplice i loro scambi e il ruolo delle sorgenti nel ciclo idrico.cafcspa
    Link: https://www.cafcspa.com/educational/acqua/acque-superficiali-sotterranee/acque-superficiali-sotterranee.html
  • “Le acque sotterranee” – Gruppo Mineralogico Paleontologico Euganeo (GMPE)
    Testo divulgativo che presenta i concetti di falda, permeabilità delle rocce e relazioni tra acque sotterranee e sorgenti.gmpe
    Link: https://www.gmpe.it/geomorfologia/acque-sotterranee

Fonti enciclopediche e di riferimento

  • Voce “Sorgente” – Wikipedia in italiano
    Voce enciclopedica che definisce la sorgente in senso idrologico, presenta le principali classificazioni (contatto, sfioramento, fessura, ecc.) e collega l’argomento alla circolazione delle acque sotterranee.wikipedia
    Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Sorgente
  • Voce “Sorgente” – Enciclopedia Italiana Treccani
    Voce enciclopedica (richiamata in base alla ricerca precedente) che fornisce la definizione classica di sorgente, la distinzione in tipologie e alcuni cenni sul contesto geologico.treccani
    Link: https://www.treccani.it/enciclopedia/sorgente_(Enciclopedia-Italiana)/

Fonti tecnico?scientifiche e linee guida

  • “Groundwater-Surface Water Interaction in the Nera River Basin (Central Italy): New Insights after the 2016 Seismic Sequence” – Hydrology, MDPI
    Articolo scientifico che studia in dettaglio l’interazione tra acque sotterranee e superficiali nel bacino del Nera (area molto vicina alla tua zona), includendo il ruolo delle sorgenti e gli effetti di eventi sismici sulla circolazione idrica.mdpi
    Link: https://www.mdpi.com/2306-5338/8/3/97/pdf
  • “Combined Discharge and Thermo-Salinity Measurements for the Characterization of a Karst Spring System in Southern Italy” – Sustainability, MDPI
    Studio su un sistema sorgentizio carsico nel Sud Italia, in cui sono analizzate portate e parametri termo?salini per caratterizzare la dinamica dell’acquifero e le interazioni con l’ambiente superficiale.mdpi
    Link: https://www.mdpi.com/2076-3417/11/16/7595/pdf
  • “Multivariate Analysis Applied to Aquifer Hydrogeochemical Evaluation: A Case Study in the Coastal Significant Subterranean Water Body between ‘Cecina River and San Vincenzo’, Tuscany (Italy)” – Applied Sciences, MDPI
    Articolo che utilizza analisi idrogeochimiche per la caratterizzazione di acquiferi, utile per comprendere metodi e parametri usati nello studio delle acque di sorgente.mdpi
    Link: https://www.mdpi.com/2076-3417/11/16/7595/pdf
  • Linee guida di idrogeologia: approccio ai progetti – Ordine Geologi Toscana
    Documento tecnico che introduce i criteri di analisi idrogeologica, inclusi il ruolo delle sorgenti, il bilancio idrico e le relazioni tra acquiferi e corsi d’acqua.geologitoscana
    Link: https://www.geologitoscana.it/upldocumenti/3-idrogeo-supplemento-73.pdf
  • Capitolo “Caratteristiche idrogeologiche e risorse idriche” – Piano di bacino Basilicata
    Capitolo di piano che illustra la classificazione delle sorgenti, il funzionamento degli acquiferi e l’inquadramento idrogeologico regionale, utile come modello di analisi idrica di bacino.adb
    Link: http://www.adb.basilicata.it/adb/pstralcio/bilancioidrico/cap3.pdf
  • “Ambiente idrico e Suolo e Sottosuolo” – ISPRA
    Documento di ISPRA che descrive lo stato delle risorse idriche superficiali e sotterranee in Italia, con attenzione alle interazioni tra falde e corpi idrici superficiali.isprambiente
    Link: https://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00000600/617-tv-ambiente-idrico-suolo.pdf
  • “TIPO E COMPORTAMENTO DELLE SORGENTI” – Engeology
    Appunto tecnico che classifica le sorgenti (contatto, sfioramento, fessura, ecc.) e ne descrive il comportamento idrogeologico.engeology
    Link: https://www.engeology.eu/sites/default/files/news-attach/gestione_risorse_idriche_sotterranee.pdf

Fonti su carsismo, vulnerabilità e rischi ambientali

  • “Geologia e Carsismo” – Manuale online
    Scheda sul carsismo che illustra rocce carbonatiche, doline, grotte, circolazione ipogea e ruoli delle sorgenti carsiche nel deflusso delle acque.digilander.libero
    Link: http://www.digilander.libero.it/gsvcai/Manuale/m_7/m_75.htm
  • “Analisi conoscitiva – Regione Friuli Venezia Giulia” (parte idrogeologia e risorse idriche)
    Documento regionale che inquadra idrogeologia, sorgenti e vulnerabilità all’inquinamento dei sistemi acquiferi, con richiamo alla relazione tra acque sotterranee e superficiali.regione
    Link: (PDF) https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambiente-territorio/pianificazione-gestione-territorio/FOGLIA20/FOGLIA21/allegati/Analisi_conoscitiva.pdf
  • “Le acque sotterranee e sorgive” – Idrogeologia Quantitativa
    Pubblicazione storica in italiano che tratta in modo sistematico acque sotterranee e sorgive, con concetti di base ancora utili per lo studio idrogeologico.idrogeologiaquantitativa
    Link: https://www.idrogeologiaquantitativa.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/11/Pubb_1969_Acque_sotterranee-e-sorgive.pdf
  • “L’interazione tra acque superficiali e acque sotterranee” – Appennino Settentrionale
    Scheda didattica sullo scambio falda–alveo, con esempi di tratti influenti/effluenti e ruolo delle sorgenti nelle portate di base dei corsi d’acqua.appenninosettentrionale
    Link: https://www.appenninosettentrionale.it/itc/?page_id=2284

Fonte locale sul carsismo e sulla vulnerabilità delle sorgenti

  • “Guida completa ai territori carsici e tutela ambientale – 99 cose da sapere se abiti in un territorio carsico” – La Scintilena
    Testo caricato nello spazio di lavoro che tratta fenomeni carsici (grotte, doline, sorgenti carsiche, inghiottitoi), vulnerabilità all’inquinamento delle acque sotterranee e rischi ambientali, con molte parti dedicate alla relazione tra acque sotterranee, sorgenti e qualità dell’acqua. 99 cose da sapere se abiti in un territorio carsico – Scintilena

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