Il buio sopra, il buio sotto: l’eclissi raccontata dagli speleologi
Domani il Sole scomparirà.
Non del tutto, almeno per chi osserverà l’eclissi dall’Italia. Ma abbastanza perché, per qualche minuto, accada qualcosa che l’uomo conosce da millenni e che per millenni lo ha inquietato: la luce del giorno verrà meno.
Il 12 agosto 2026 la Luna passerà davanti al Sole. Là dove l’eclissi sarà totale, il giorno conoscerà per pochi istanti un’oscurità inattesa; dall’Italia assisteremo invece a un’eclissi parziale, spettacolare soprattutto nelle regioni nord-occidentali, mentre il Sole scenderà verso l’orizzonte.
Oggi sappiamo esattamente perché accade. Possiamo calcolare l’istante dell’eclissi, disegnarne il percorso sulla superficie terrestre e prevedere quando finirà. Proviamo per un momento a dimenticarlo. Immaginiamo di non conoscere le orbite della Terra e della Luna, di non sapere che cosa stia accadendo lassù. Il Sole è presente, come ogni giorno, e improvvisamente qualcosa comincia a mangiarlo.
È proprio questa immagine — qualcosa che divora, afferra o aggredisce il Sole — a ritornare in racconti nati in culture molto lontane tra loro.
Serpenti, draghi e altre creature celesti cercano di impadronirsi dell’astro. Nella tradizione indiana compare Rahu, “colui che afferra”, associato all’occultamento del Sole e della Luna. Cambiano i protagonisti, ma resta un’immagine potentissima: la luce non scompare semplicemente. Qualcosa se la sta prendendo.
Chi sta prendendo il Sole e la sua luce?
Per molte culture antiche l’eclissi non era semplice oscurità: era un’aggressione. Cambiavano le creature e cambiavano i racconti, ma ritornava un’immagine sorprendentemente simile: qualcosa emergeva dall’ignoto e inghiottiva la luce.
Allora gli uomini reagivano. Si faceva rumore, si gridava, si battevano oggetti, tamburi e recipien
Poi il Sole tornava: questo, naturalmente, dimostrava che il rito aveva funzionato. O almeno così doveva sembrare.
Dal cielo alla terra
Per uno speleologo, però, l’idea di una luce che scompare ha un significato particolare. Perché esiste un altro luogo nel quale il giorno viene inghiottito: basta entrare in una grotta.
All’inizio la luce ci segue. Illumina l’ingresso, le pareti, le pietre sotto i piedi. Poi diventa più debole. Rimane alle nostre spalle come una macchia chiara. Ancora qualche metro, una curva, una strettoia. E scompare.
La differenza è evidente: durante un’eclissi è un corpo celeste a nascondere temporaneamente il Sole; in una grotta siamo noi a lasciare progressivamente la sua luce.
L’esperienza primordiale ha qualcosa in comune.
Sopra di noi esiste il buio che inghiotte il Sole. Sotto di noi esiste la Terra che inghiotte la luce.
Forse per questo anche le grotte, le voragini e i pozzi naturali hanno attirato per secoli racconti non troppo diversi da quelli nati guardando un’eclissi.
Dove non arrivava la luce, poteva esserci qualunque cosa.
Animali fantastici. Diavoli. Streghe. Anime dei morti. Passaggi verso altri mondi. Acque che scomparivano senza sapere dove andassero. Rumori provenienti dalle profondità ai quali era necessario dare un nome e una spiegazione.
Prima delle candele, delle corde, delle lampade, degli attrezzi, della topografia, c’era il racconto.
In Liguria c’è una parola che sembra fatta apposta per condurci dalla luce del cielo alle profondità della terra: buranco.
Dal Buranco delle leggende al Buranco degli speleologi
Baccio Emanuele Maineri, nel suo La leggenda del Buranco. Streghe, folletti e apparizioni in Liguria, pubblicato nel 1900, la lega alla grande voragine sulle alture tra Toirano e Bardineto. E racconta che attorno a quel luogo il popolo aveva conservato «credenze strane», inventando storie alimentate dalla superstizione e dalla paura.

Maineri aggiunge qualcosa di ancora più interessante. Buranco, Buranchino o Buranchetto, scrive, indicavano per il volgo una voragine più o meno difficile da esplorare e «sempre adombrata di mistero».
È difficile trovare una definizione migliore, perché il mistero comincia esattamente là dove finisce la possibilità di vedere.
Maineri descrive una delle cavità vicine: dall’imboccatura l’occhio riesce ancora a intuire una parte della profondità. Poi, più sotto, semplicemente: «buio pesto». Si gettano allora pietre nel vuoto e si ascoltano gli urti e i rimbalzi contro le pareti.
Prima ancora della corda, dunque, c’è l’orecchio. Si lascia cadere una pietra e si aspetta. Quanto è profondo? Che cosa c’è laggiù?
Dove non arriva lo sguardo, arriva facilmente l’immaginazione.
Un abisso senza fondo
Nelle storie raccolte da Maineri il Buranco diventa così molto più di una cavità naturale.
Un vecchio racconta addirittura di aver incontrato il diavolo mentre saliva da Toirano verso la montagna per gettare nella voragine i cadaveri di coloro che erano morti «in disgrazia di Dio». Poco dopo, parlando con una pastorella, Maineri le domanda se il Buranco sia davvero un «abisso senza fondo».
La risposta non è una misura, ma un’emozione:
«Ih, che paura!»
Eccolo, il nostro punto di contatto con l’eclissi.
Quando non possiamo spiegare ciò che vediamo — o ciò che non riusciamo più a vedere — riempiamo quel vuoto con una storia.
Nel cielo qualcosa divora il Sole. Nella montagna una voragine conduce all’inferno.
Sopra e sotto la superficie terrestre, il buio diventa un luogo abitato dall’immaginazione.
Poi qualcuno decide di scendere
E’ qui che la storia cambia, perché a un certo punto qualcuno non si accontenta più di raccontare il Buranco: vuole entrarci.
Maineri racconta esplorazioni che oggi fanno sorridere e insieme impressionano per i mezzi utilizzati. Si prepara una scala di corda, la si assicura a un tronco e la si fa scendere nella voragine, appesantendone l’estremità con un grosso sasso. Poi comincia la discesa.
Da sotto arrivano le domande di chi è rimasto all’esterno. Che cosa vedete?
La risposta è meravigliosa nella sua semplicità: «Nulla in questa semioscurità.» Il mostro non compare. Non compare il diavolo.
Compare la grotta. E, soprattutto, compare una misura.
In un’altra discesa raccontata da Maineri, l’abisso ritenuto senza fondo viene ricondotto a una profondità stimata di circa 26 o 27 metri. Lo scrittore non resiste all’ironia: non sembrerebbe una profondità tale, osserva, da giustificare gli «strani deliri nell’immaginazione popolare».
Prima il buio viene raccontato. Poi qualcuno decide di entrarci.
Il Buranco de Strie
Passano gli anni. Cambiano gli uomini, cambiano le attrezzature e soprattutto cambia il modo di guardare il sottosuolo.
Nel 1959 Pietro Maifredi e Gianni Ribaldone pubblicano uno studio su un’altra cavità dal nome che conserva ancora l’eco di quel mondo antico: il Buranco de Strie, il buranco delle streghe.

Le esplorazioni sono un lavoro collettivo. Maifredi ricorda e ringrazia i numerosi compagni che vi hanno preso parte; nelle sue pagine, intanto, le streghe non ci sono più.
Ci sono quote e misure. Ci sono pozzi e ripiani, fratture, concrezioni, stillicidio e circolazione dell’acqua. C’è un rilievo della cavità. A circa dieci metri di profondità Maifredi segnala una nicchia con una vaschetta di stillicidio; più sotto descrive ripiani, pozzi successivi e colate concrezionali.
Alla fine arrivano persino i numeri del buio.
Gli speleologi misurano le temperature interne, osservano come cambiano con la profondità, studiano lo stillicidio, cercano di capire il percorso dell’acqua e raccolgono gli organismi presenti nella cavità. Nella relazione compaiono sezioni dedicate alle «Osservazioni meteorologiche», alle «Note idrologiche» e alla «Fauna».
È una trasformazione straordinaria. Il luogo che nel nome conserva le strie, le streghe, viene interrogato con termometro, rilievo e osservazione scientifica.
Eppure il mistero non è scomparso. Ha semplicemente cambiato domanda. Non ci si chiede più chi vive laggiù.
Ora ci chiediamo quanto è profondo, dove va quest’acqua, perché qui la temperatura cambia, come si è formata questa cavità, che cosa vive nel buio.
Ed è forse questo che accomuna più profondamente l’astronomo che domani guarderà il Sole eclissarsi e lo speleologo che accende la lampada davanti a un pozzo. Entrambi guardano verso un luogo nel quale la luce non basta: invece di voltarsi indietro, vogliono sapere che cosa c’è oltre il buio.
Dal rilievo della grotta alla mappa dell’ombra
Oggi di quelle cavità abbiamo i rilievi. Linee, quote, profondità, sezioni. Il vuoto che per secoli era stato immaginato può essere percorso, misurato e disegnato.
In fondo, qualcosa di molto simile è accaduto al cielo.
Anche l’eclissi ha avuto le sue leggende, i suoi mostri, le sue creature incaricate di spiegare l’inspiegabile. Poi sono arrivati l’osservazione e il calcolo. E oggi sappiamo che cosa accadrà domani, e dove, quando e persino quale parte della Terra sarà attraversata dall’ombra della Luna.
Il 12 agosto 2026 quell’ombra percorrerà una sottile fascia del pianeta. L’eclissi sarà totale in Groenlandia, Islanda, parte della Spagna e in una piccola porzione del Portogallo; gran parte dell’Europa assisterà invece a un’eclissi parziale. (NASA Science)
È curioso pensarci dopo aver osservato il rilievo di una grotta: anche l’eclissi, oggi, possiede una sua cartografia.
Possiamo tracciare il percorso dell’ombra, distinguere l’umbra, dove il disco solare viene completamente occultato, dalla penombra, dove l’occultazione è soltanto parziale. Possiamo sapere in anticipo quali luoghi saranno attraversati dall’una e quali dall’altra.
Il mistero che un tempo abitava il cielo è diventato geometria. Ma domani, quando la Luna comincerà lentamente a intaccare il disco del Sole, probabilmente nessuno penserà alla geometria.
Prima dei calcoli, l’orizzonte
Molto prima di poter calcolare un’eclissi, però, l’uomo aveva già imparato a osservare il cielo.
Ed è qui che entra in gioco l’archeoastronomia: lo studio del rapporto che le società del passato costruirono con i fenomeni celesti attraverso monumenti, orientamenti, calendari e osservazioni del paesaggio.
Nelle sue pagine dedicate all’archeoastronomia, Mario Codebò, di Archeoastronomia Ligustica, ricorda come le osservazioni più immediate riguardassero soprattutto i movimenti apparenti del Sole e della Luna. Per seguirli non serviva necessariamente uno strumento: poteva bastare un punto fermo nel paesaggio.
Una cima. Una sella tra due montagne. Il profilo di un rilievo.

L’orizzonte diventava così una sorta di gigantesco strumento di osservazione: il luogo nel quale riconoscere, giorno dopo giorno e stagione dopo stagione, il punto in cui il Sole appariva o scompariva.
In Liguria questo rapporto assume un significato particolare. Qui l’orizzonte raramente è una linea astratta: è fatto di montagne, crinali, vallate, mare. Codebò ha studiato proprio il rapporto tra osservazione astronomica e orizzonte locale, indicando anche gli estremi entro i quali, alla latitudine ligure, si spostano nel corso dell’anno i punti di levata e tramonto del Sole.
Ed è curioso che, migliaia di anni dopo, per osservare l’eclissi del 12 agosto torneremo a fare qualcosa di molto simile.
Cercheremo l’orizzonte.
Poiché il Sole sarà ormai basso, non basterà sapere a che ora avverrà l’eclissi. Bisognerà sapere che cosa abbiamo davanti: una montagna, un crinale, un edificio possono anticipare di parecchio la scomparsa del Sole.
Ancora una volta, cielo e terra dovranno essere letti insieme.
E c’è una coincidenza particolarmente bella per la storia che stiamo raccontando. Henry De Santis, coautore con Codebò di numerosi studi di Archeoastronomia Ligustica, appartiene anche al mondo della speleologia.
Così le due direzioni del nostro viaggio — guardare verso l’alto e scendere verso il basso — finiscono davvero per incontrarsi.
Il Sole divorato, ancora una volta
Dall’Italia vedremo il Sole perdere progressivamente una parte della sua superficie luminosa, ma non nello stesso modo dappertutto.
Nel Friuli Venezia Giulia, l’eclissi raggiungerà anche il Colciavath, sopra Claut, dove si sta attivamente esplorando il buio. Qui l’eclissi del 12 agosto inizierà intorno alle 19:26 e raggiungerà il massimo astronomico intorno alle 20:18; il Sole tramonterà però praticamente nello stesso periodo, e sul Colciavath conterà moltissimo l’orizzonte montuoso reale.
In Liguria, a Genova, l’eclissi sarà particolarmente profonda (ne parliamo più sotto).
A Milano inizierà intorno alle 19.27 e raggiungerà il massimo intorno alle 20.20. Tempi molto simili sono previsti nel Lecchese e nell’area di Esino Lario, ai piedi della Grigna Settentrionale, luogo caro agli speleologi, dove però il profilo reale delle montagne potrà essere decisivo per stabilire fino a quando il Sole resterà visibile.
Scendendo verso sud, il fenomeno sarà meno marcato. Possiamo scegliere un altro luogo caro agli speleologi: Campocatino, sui Monti Ernici, nel territorio di Guarcino (Frosinone), vicino alla Grotta degli Urli. Poi Roma, caput mundi, dove l’eclissi comincerà intorno alle 19.32 e proseguirà con il Sole sempre più vicino all’orizzonte, e infine Catania, dove il Sole sarà ormai vicinissimo al tramonto.

Da un capo all’altro d’Italia cambia quindi parecchio ciò che vedremo, ma una caratteristica sarà comune: osserveremo l’eclissi con il Sole molto basso sull’orizzonte, che verrà progressivamente nascosto dalla Luna e poi inghiottito dal tramonto. Quasi una discesa nel nostro amato buio, questa volta osservata guardando verso l’alto.
Per qualche minuto potremo allora concederci un piccolo esperimento: dimenticare quello che sappiamo. Dimenticare le effemeridi, le orbite, le mappe dell’ombra. E guardare quel disco a cui manca un pezzo, provando a immaginare che cosa avrebbe pensato un uomo che non possedeva nessuna delle nostre spiegazioni.
Il buio sopra, il buio sotto
Domani l’eclissi finirà. La Luna continuerà la propria orbita e il Sole tornerà intero, non perché qualcuno avrà scacciato un drago o spezzato un incantesimo, ma per l’ormai noto movimento dei corpi celesti.
Nello stesso modo, entrando oggi in un buranco, lo speleologo non cerca più il diavolo: accende la luce, scende, osserva, misura, disegna.
Mi piace pensare che, pur facendo tutto questo, non abbiamo sconfitto il mistero: lo abbiamo spostato.
Il rilievo ci dice quanto è profonda una grotta, ne ricostruisce lo sviluppo, ma non elimina l’emozione di affacciarsi sul pozzo.
L’astronomia ci dice perché il Sole scomparirà, ma non elimina quello che proveremo vedendolo accadere.
Forse è proprio questa la parentela più profonda tra l’eclissi e la speleologia: una ci porta a guardare verso l’alto, l’altra ci porta verso il basso. Entrambe cominciano davanti a qualcosa che non possiamo vedere interamente. Nei due casi, da secoli, facciamo la stessa cosa.
Entriamo nel buio per cercare di capire.
L’eclissi del 12 agosto vista dalla Liguria
Quando: mercoledì 12 agosto 2026, in serata.
A Genova l’eclissi parziale inizierà intorno alle 19.29 e raggiungerà il massimo alle 20.22, quando circa il 93,6% del disco solare risulterà oscurato. La fase di totalità non sarà visibile dall’Italia.
Dove guardare: verso ovest, scegliendo un luogo con l’orizzonte il più possibile libero. È un dettaglio fondamentale perché il fenomeno avverrà con il Sole ormai molto basso: montagne, edifici o altri ostacoli possono nasconderlo proprio nelle fasi più spettacolari.
Attenzione agli occhi: anche quando il Sole appare quasi completamente coperto, non bisogna osservarlo direttamente. Per seguire un’eclissi parziale occorrono filtri specifici per l’osservazione solare; i normali occhiali da sole non sono sufficienti. Le raccomandazioni di sicurezza valgono per tutta la fase parziale.
E poi, ancora buio: la notte tra il 12 e il 13 agosto 2026 coincide anche con il picco delle Perseidi, quest’anno favorito dalla Luna nuova.
Una nota personale: non sono un’astronoma, ma una speleologa che, ogni tanto, invece di guardare sotto i piedi alza gli occhi al cielo. Per questo, nonostante l’attenzione alle fonti, qualche termine o dato astronomico potrebbe meritare una precisazione da parte di chi il cielo lo studia per mestiere.
La NASA offre la mappa/visualizzazione ufficiale dell’eclissi: mostra la fascia di totalità e le zone di eclissi parziale (NASA Scientific Visualization Studio Following the shadow: An animated visualization of the path of the August 12, 2026, total solar eclipse. The virtual camera follows the shadow).
Fonti e riferimenti
Speleologia, Buranco e tradizioni liguri
Baccio Emanuele Maineri, La leggenda del Buranco. Streghe, folletti e apparizioni in Liguria, Firenze, Libreria Editrice Ugo Foscolo, 1900.
Pietro Maifredi, Giovanni Ribaldone, “Esplorazione di una nuova cavità a pozzo nei dintorni di Genova: il Buranco de Strie”, Rassegna Speleologica Italiana, Società Speleologica Italiana, Como, 1959, n. 4, pp. 226–229.
Eclissi del 12 agosto 2026
NASA Science, Total Solar Eclipse on August 12, 2026.
Fonte per il percorso dell’eclissi, la fascia di totalità, la distinzione fra ombra e penombra e le indicazioni per l’osservazione in sicurezza. L’eclissi sarà totale lungo una fascia che attraverserà, fra l’altro, Groenlandia, Islanda e Spagna; dall’Italia sarà osservabile come eclissi parziale.
Istituto Nazionale di Astrofisica – Media INAF, Al tramonto del 12 agosto ci sarà un’eclissi solare, 28 luglio 2026.
Approfondimento sulla visibilità dall’Italia. L’INAF ha realizzato mappe che tengono conto anche dei rilievi montuosi, elemento particolarmente importante perché l’eclissi avverrà con il Sole molto basso sull’orizzonte.
Unione Astrofili Italiani, Il cielo del mese – agosto 2026.
Dati e indicazioni sull’eclissi parziale osservabile dall’Italia: la copertura supererà il 90 per cento nelle zone nord-occidentali del Paese, diminuendo progressivamente verso sud.
Miti e folklore delle eclissi
James Deutsch, Swallowing the Sun: Folk Stories about the Solar Eclipse, Smithsonian Center for Folklife and Cultural Heritage, 2017.
Rassegna basata anche sul Motif-Index of Folk Literature delle interpretazioni tradizionali dell’eclissi in culture diverse. Ricorre il motivo di un essere – drago, serpente, giaguaro, pipistrello o altra creatura – che attacca o divora il Sole.
Ernst Waldschmidt, “Buddha frees the disc of the moon (Candras?tra)”, Bulletin of the School of Oriental and African Studies, vol. 33, n. 1, 1970, pp. 179–183.
Studio della tradizione indiana relativa a R?hu, “colui che afferra”, essere demoniaco al quale viene attribuito l’occultamento del Sole e della Luna durante le eclissi.
Abisso M., “Liguria: le leggende nascono dal mare. Viaggio nelle antiche grotte, tra le voci del passato”, Sopra e sotto il Carso, numero speciale, p. 80 e seguenti Sopra e Sotto il Carso 2023 – 8
Archeoastronomia
Mario Codebò, “Che cosa è l’archeoastronomia”, Archeoastronomia Ligustica, pubblicato originariamente su Arunda, n. 59. Introduzione all’archeoastronomia e alle osservazioni del moto apparente di Sole e Luna, con particolare riferimento anche all’orizzonte e alla latitudine ligure – https://www.archaeoastronomy.it/che_cosa_archeoastronomia.htm
Mario Codebò, Henry De Santis, “Archeoastronomia Ligustica: bilancio di venti anni di ricerche”, in Il cielo e l’uomo: problemi e metodi di astronomia culturale, Atti del VII Congresso Nazionale della Società Italiana di Archeoastronomia, Roma, 2010, pp. 97–107 – https://www.archaeoastronomy.it/bilancio_archeoastronomia.htm
Per approfondire:
NASA – Eclissi totale del 12 agosto 2026 · INAF – L’eclissi al tramonto vista dall’Italia · UAI – Il cielo di agosto 2026 · Smithsonian – Swallowing the Sun · Cambridge – studio su R?hu e le eclissi
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