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Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026)
Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo
Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026)
Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo 2020, il sito ha riaperto definitivamente al pubblico il 18 aprile 2026, diventando un polo culturale permanente gestito con un innovativo partenariato pubblico-privato.[1][2][3][4][5]
Contesto Geografico: Il Rione Sanità
Rione Sanità, Naples Il Cimitero si trova all’estremità occidentale del vallone naturale della Sanità, uno dei rioni di Napoli più ricchi di storia e tradizioni, posto appena fuori dai confini della città greco-romana, nella zona scelta sin dall’antichità per la necropoli pagana e, successivamente, per i primi cimiteri cristiani. La zona è incisa da un sistema di impluvi naturali che dalle colline oggi chiamate Colli Aminei convergevano verso il basso, erodendo nel corso dei millenni i banchi tufacei e creando le condizioni ideali per l’estrazione della pietra da costruzione.[6][2][7] Via Fontanelle, l’arteria che conduce all’ossario, ricalca il percorso del vecchio impluvio naturale, ai cui bordi si trovano numerose cave che fino al XX secolo hanno fornito tufo per le costruzioni cittadine. Il nome “Fontanelle” deriva dalla presenza, in tempi remoti, di sorgenti d’acqua nella zona.[6][2][8]
Origini e Geologia della Cavità
Le Cave di Tufo
La struttura fisica del cimitero è il risultato di millenni di attività estrattiva. Le cave di tufo giallo furono scavate a partire dal periodo aragonese (secoli XIV–XV), quando la città aveva un crescente bisogno di materiale da costruzione. Le gallerie risultanti — vere e proprie “navate” sotterranee — raggiungono un volume stimato di circa 30.000 m³ su una superficie di circa 3.000 m². La roccia tufacea, porosa e relativamente morbida, è facilmente lavorabile e conferisce agli ambienti la caratteristica umidità che, a sua volta, produce sulla superficie delle ossa gocce di condensa: un fenomeno naturale che nei secoli ha alimentato leggende sui “teschi sudati”.[2][8][9][10]
Dalle Cave all’Ossario
Prima del XVI secolo, i defunti venivano sepolti sotto le chiese. Quando lo spazio si esauriva, i cosiddetti “salmatari” — addetti alle esumazioni — disseppellivano di notte le ossa più antiche e le trasportavano nelle cave periferiche, compresa quella delle Fontanelle. La data di svolta che trasforma definitivamente la cava in camposanto è il 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste si abbatté su Napoli causando, secondo le stime, circa 200.000–250.000 vittime su una popolazione di 400.000 abitanti. Le autorità ordinarono di riaprire le cave delle Fontanelle per ospitare le salme, e da allora il sito non cessò mai la sua funzione funeraria.[6][4][11]
Storia Cronologica dell’Ossario
Periodo
Evento
Sec. XIV–XV
Scavo delle cave di tufo nel Rione Sanità
1656
Epidemia di peste: il sito diventa cimitero collettivo
1764
Grande carestia: nuovi depositi di salme (arch. Carlo Praus)[6]
1806–1815
Decennio francese: le ossa dalle chiese vengono trasferite alle Fontanelle[4]
1836–1837
Epidemia di colera: nuovi resti accolti nell’ossario[2][4]
Fine ‘800
Padre Gaetano Barbati ordina e sistema le ossa in cataste ordinate[12][13]
1872
Il Comune di Napoli apre ufficialmente il sito al pubblico[4][13]
1934
Depositate le ossa ritrovate durante i lavori al Maschio Angioino[4][12]
Anni ’60
La Chiesa proibisce il culto delle capuzzelle; il sito cade in abbandono[14]
2004
Prima riapertura con lavori di risanamento statico (cavità C0096)[14]
2010
Riapertura definitiva dopo occupazione pacifica degli abitanti del Rione[15]
2018–2019
Chiusura per motivi di sicurezza strutturale[15]
Marzo 2020
Chiusura ulteriore a causa del lockdown COVID-19[5]
2023
La cooperativa La Paranza vince il bando del Comune per la valorizzazione[16]
18 aprile 2026
Riapertura permanente con marcia di comunità[1][3]
Il Ruolo di Padre Gaetano Barbati
La figura che più ha segnato la configurazione attuale del cimitero è quella di padre Gaetano Barbati, il sacerdote che alla fine dell’Ottocento, guidato da una profonda pietà verso quei resti anonimi, organizzò la sistemazione delle migliaia di ossa in cataste ordinate: crani da un lato, tibie dall’altro, con le prime cappelle provvisorie. Da allora sorse in modo spontaneo e progressivo una devozione popolare straordinaria verso quei defunti anonimi, identificati dai fedeli come anime bisognose di cura e in grado di intercedere per i vivi. Una statua di Barbati si trova ancora oggi all’interno del cimitero, nella prima sala.[12][13]
Il Culto delle Anime Pezzentelle
Origini Teologiche e Culturali
Il culto delle anime pezzentelle affonda le radici nella tradizione cattolica della dottrina del Purgatorio e nella pratica della preghiera in suffragio dei defunti, particolarmente rafforzata dalla Controriforma nel XVII secolo. A Napoli, però, questa pratica religiosa si trasforma in qualcosa di più diretto, tangibile e reciproco: un patto tra i vivi e i morti. Il termine “pezzentelle” deriva dal latino petere — “chiedere per ottenere” — poiché queste anime, anonime e dimenticate, chiedono preghiere per alleviare la loro permanenza nel Purgatorio.[17][4]
Il Rito della Capuzzella
Il nucleo del culto è la cosiddetta “capuzzella” — diminutivo napoletano di “testa” — che designa il teschio anonimo adottato da un devoto. Il rito si articolava in fasi precise:[18][19]
Scelta del teschio: il devoto sceglieva un cranio tra quelli dell’ossario, spesso sulla base di un sogno o di un’intuizione
Pulitura e cura: il teschio veniva deterso con alcool e cotone, luciidato e adagiato su un cuscino ricamato all’interno di una teca lignea[18]
Offerte e preghiere: il devoto accendeva ceri, disponeva immagini sacre, offriva rosari e monete, e pregava regolarmente per l’anima della capuzzella[19][18]
Lo scambio: in cambio delle cure, l’anima pezzentella avrebbe interceduto a favore del devoto, comunicandogli grazie, protezione e — secondo la credenza popolare — i numeri del lotto da giocare[8][4]
Se la grazia era concessa, le cure si intensificavano; se il teschio non “rispondeva”, lo si abbandonava e se ne adottava un altro. La tradizione ammetteva anche che un teschio trascurato potesse “vendicarsi” portando sfortuna al devoto.[4][8]
Divieto Ecclesiastico e Decadenza
Il culto non fu mai pienamente accettato dalla Chiesa cattolica, che lo considerava ai limiti dell’idolatria e del paganesimo. Nel 1969, l’arcivescovo di Napoli Corrado Ursi lo proibì formalmente con un apposito decreto, considerandolo un rito pagano incompatibile con la dottrina cristiana. In seguito al divieto, il culto si attenuò progressivamente e il cimitero cadde in uno stato di progressivo abbandono durante gli anni ’70 e ’80 del Novecento.[14][4][20]
Le “Capuzzelle” Famose e le Leggende
Il Teschio del Capitano
Il più celebre tra i teschi del cimitero è quello del “Capitano”, tenuto in una teca di vetro per preservarlo dall’umidità: unico tra i crani dell’ossario ad essere esposto in vetrina, è considerato dai napoletani un’anima pia per le numerose intercessioni attribuitagli. La leggenda più famosa che lo riguarda è quella dei “due sposi”: una giovane fidanzata aveva profonda venerazione per questo teschio, ma il suo promesso sposo, scettico, un giorno lo sfidò infilando un bastone nell’orbita oculare e invitandolo scherzosamente al matrimonio. Il giorno delle nozze apparve tra gli invitati uno sconosciuto in divisa da carabiniere, che rivelò di essere il Capitano stesso. Alla sua visione, entrambi gli sposi morirono per il terrore. Si narra che i loro resti si trovino ancora oggi nel cimitero, sotto la statua di Barbati.[21]
Donna Concetta
Un’altra capuzzella celebre è quella chiamata Donna Concetta, particolarmente nota per la sua lumonosità: più brillante delle altre, cattura meglio l’umidità della cavità. La leggenda vuole che “sudi” per comunicare ai devoti l’avvenuto compimento di una grazia: se al tatto il teschio è umido, la grazia è stata esaudita.[4]
La Leggenda di Giacomo Leopardi
Una credenza popolare, non verificata storicamente, vuole che anche i resti del poeta Giacomo Leopardi — morto a Napoli durante l’epidemia di colera del 1837 — riposino alle Fontanelle. La storiografia ha chiarito che il poeta fu inumato nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma la leggenda persiste come segno del potere mitopoietico del sito.[4][12]
Struttura Fisica e Caratteristiche Speleologiche
L’ossario si sviluppa come una serie di grandi gallerie tufacee disposte alla maniera di navate, che si diramano dalla cavità principale. Le caratteristiche fisiche del sito sono rilevanti:[10]
Superficie: circa 3.000 m²[2][10]
Volume della cavità: circa 30.000 m³[2]
Collocazione: scavata nel banco di tufo giallo napoletano, a diversi metri sotto il livello stradale del Rione Sanità
Umidità: molto elevata, dovuta alla struttura porosa del tufo e alla prossimità con falde idriche superficiali
Temperature: costanti e fresche, tipiche delle cavità tufacee napoletane
La natura ipogea del sito lo rende di interesse anche per la speleologia urbana: il sottosuolo di Napoli conta, secondo un censimento del 1967, almeno 366 cavità artificiali, e il Cimitero delle Fontanelle è tra le più estese e significative dal punto di vista storico. Studi sulla stabilità statica della cavità (denominata C0096) hanno preceduto le riaperture del 2004 e del 2026, confermando la necessità di interventi di consolidamento strutturale per garantire la sicurezza dei visitatori.[14][22][23]
Le Vicende Recenti: Chiusure e Riapertura del 2026
Un Sito Tormentato
Il Cimitero delle Fontanelle ha avuto una storia recente travagliata. Dopo la riapertura del 2010 — ottenuta grazie a un’occupazione pacifica degli abitanti del Rione — la gestione rimase affidata alla municipalizzata Napoli Servizi con aperture discontinue e irregolari. Nel 2018–2019 il sito chiuse definitivamente per motivi di sicurezza strutturale: mancavano sistemi antincendio, servizi igienici e uscite di emergenza. Il lockdown del marzo 2020 sigillò definitivamente l’ingresso, dando avvio a una lunga interruzione che durò oltre cinque anni.[5][15][23]
Il Progetto di Valorizzazione
La svolta arrivò nel 2023 quando il Comune di Napoli bandì una gara pubblica per la valorizzazione culturale del sito, vinta dalla cooperativa La Paranza del Rione Sanità — già protagonista del rilancio delle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso. Il progetto si basa sui principi della Convenzione di Faro, che riconosce alle comunità locali un ruolo attivo nella cura del patrimonio culturale.[3][24][16]
Il quadro economico dell’intervento è stato:
Finanziatore
Importo
Comune di Napoli (messa in sicurezza)
200.000 €
Fondazione Con il Sud
320.000 €
Fondazione di Comunità San Gennaro
320.000 €
Totale investimento
circa 840.000 €
La Riapertura del 18 Aprile 2026
L’inaugurazione del 18 aprile 2026 ha avuto un carattere fortemente comunitario: alle 9:00 una “marcia di comunità” è partita da Largo Totò — la piazza intitolata al grande attore napoletano, simbolo del Rione — con la partecipazione di organizzazioni del terzo settore, scuole, parrocchie e cittadini. Alla cerimonia hanno presenziato il sindaco Gaetano Manfredi e l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia. Il sito è rimasto aperto gratuitamente fino alle 18:00 nella giornata inaugurale, e dal 19 aprile è visitabile regolarmente su prenotazione.[1][25][3]
Modalità di Visita e Servizi (dal 19 Aprile 2026)
Il nuovo modello di gestione ha introdotto importanti miglioramenti rispetto al passato:[3][26]
Orari: lunedì–domenica, 10:00–18:00 (ultimo ingresso 17:15); chiusura il mercoledì e il 25 dicembre
Accesso: solo su prenotazione obbligatoria tramite il sito ufficiale www.cimiterodellefontanelle.it
Tariffe: visita con accompagnamento da 6 €; visita guidata da 8 €[1]
Ingresso per fedeli: lunedì e venerdì, dalle 9:00 alle 10:00, gratuito, riservato al culto[3]
Capienza: max 3 gruppi da 25 persone contemporaneamente, inclusa la guida[3]
Accessibilità: barriere architettoniche abbattute; percorsi per disabili; audioguide per non vedenti[26][3]
Il “Miracolo del Rione Sanità”: La Cooperativa La Paranza
La cooperativa La Paranza nasce nel 2006 con l’obiettivo di creare lavoro valorizzando il patrimonio culturale del Rione Sanità, storicamente uno dei quartieri più problematici di Napoli. I risultati ottenuti nelle Catacombe di San Gennaro — oltre 200.000 visitatori all’anno, più di 60 occupati prevalentemente under 30, 13.000 m² di patrimonio culturale recuperato — hanno consolidato la sua reputazione di modello virtuoso di sviluppo sociale e culturale.[16]
Con la vittoria della gara per il Cimitero delle Fontanelle, La Paranza ha già attivato 11 inserimenti lavorativi di giovani del quartiere prima ancora della riapertura, tramite il programma formativo “Scopri le Fontanelle”. Sono previsti altri interventi nel Rione, incluso il rifacimento delle strade e il miglioramento della rete di trasporti.[3]
Valore Culturale, Antropologico e Scientifico
Il Cimitero delle Fontanelle è studiato da storici, antropologi, etnologi e speleologi per la sua eccezionale stratificazione di significati:
Storico: testimonia secoli di catastrofi demografiche che hanno segnato Napoli, dalla peste al colera, dalle eruzioni vulcaniche alle carestie[6][27]
Antropologico: il culto delle capuzzelle è uno dei più rari esempi documentati al mondo di un sistema rituale basato su una relazione di reciprocità tra vivi e defunti anonimi[19][17]
Religioso: illustra la tensione tra religiosità popolare e ortodossia ecclesiastica, che ha portato al divieto del culto nel 1969 ma non alla sua estinzione[4][20]
Speleologico/Geologico: la cavità tufacea è un campione rappresentativo del sottosuolo napoletano, che conta centinaia di cavità artificiali di origine estrattiva[28][22]
Archivistico: i depositi umani dell’ossario rappresentano un archivio biologico delle popolazioni napoletane dei secoli XVII–XIX, di interesse per la paleodemografia e la paleopatologia[29]
Un Comitato Scientifico presieduto dalla dottoressa Francesca Amirante — storica dell’arte ed esperta in valorizzazione di beni culturali — sovraintende alle attività di ricerca e conservazione, in collaborazione con Europa Nostra e la rete europea Faro Convention Network.[3]
Conclusione
La riapertura permanente del Cimitero delle Fontanelle nell’aprile 2026 non è solo un evento turistico: è la restituzione alla città di uno spazio di memoria collettiva che, nelle sue stratificazioni storiche, custodisce la storia dei dimenticati — i poveri, gli appestati, gli anonimi — e il rapporto tutto napoletano con la morte come parte viva del tessuto culturale urbano. Il modello pubblico-privato adottato, con la comunità del Rione Sanità come protagonista attiva, rappresenta una delle esperienze più significative di valorizzazione partecipata del patrimonio culturale nel Mezzogiorno italiano.[3][23]
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Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’
Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri.
Il tema scelto per questo appuntamento è tra i più articolati dell’intero programma: “L’acquedotto di Albintimilium. Dalla prima descrizione alle riscoperte del XXI secolo”.[1][2]
Il ciclo, avviato nel novembre 2025 e accolto con ampia partecipazione di pubblico, intende guidare i presenti alla scoperta di itinerari meno noti del Ponente ligure estremo.
L’idea del ciclo era nata inizialmente per approfondire un singolo sito, la Tana Bertrand di Badalucco, ma si è poi espansa fino ad abbracciare un ampio ventaglio di cavità naturali e artificiali, tra cui la diga di Glori e proprio l’acquedotto romano di Albintimilium.[2][3]
Albintimilium e il suo acquedotto: archeologia e ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Albintimilium è il sito archeologico di epoca romana che sorge a Nervia, frazione di Ventimiglia, ed era la capitale del popolo degli Intemelii.
La città raggiunse una notevole espansione in età imperiale: dopo essere stata devastata nel 68 d.C. dalle truppe di Otone, fu ricostruita dall’imperatore Vespasiano, che la dotò di un vasto edificio termale.
In coincidenza con i restauri della via consolare, nei secoli II e III d.C., avvenne anche il raddoppio dell’acquedotto, a testimonianza della prosperità raggiunta dalla città.[4][5]
Le terme di Albintimilium furono costruite nella seconda metà del I secolo d.C. e raggiunsero il loro apice tra il II e il III secolo, per poi essere progressivamente abbandonate a partire dal V secolo.
L’approvvigionamento idrico di questo imponente complesso era garantito dall’acquedotto, che attingeva le acque del torrente Seborrino, affluente del Nervia. Il sistema prevedeva anche una galleria di captazione: un tunnel lungo circa 40 metri con copertura a volta in calcestruzzo e pareti scavate nella roccia, ancora parzialmente rintracciabile nei pressi di Camporosso.[6][7][8][9]
Da Barocelli alle riscoperte del XXI secolo: la storia delle indagini sull’acquedotto romano
L’acquedotto di Albintimilium è noto agli studiosi già dalla prima metà del Novecento. Pietro Barocelli fu tra i primi a condurre scavi sistematici sull’area di Albintimilium, tra il 1914 e il 1918, rinvenendo importanti strutture della città romana, dalle mura al teatro, dalle insulae alle tombe. I ricercatori Rossi e Barocelli avevano già ipotizzato che il Rio Seborrino costituisse la sorgente principale degli acquedotti di Ventimiglia romana.[4][6][10]
Le indagini recenti hanno permesso di identificare nuovi resti. Nel 2013 furono rintracciate nuove tracce dell’acquedotto. Studi successivi hanno localizzato in modo più preciso il primo tratto dell’acquedotto romano, nei pressi delle sorgenti del torrente Seborrino nel comune di Camporosso. Le tracce sopravvissute sono però frammentarie: spesso nascoste dalla vegetazione, alterate da fenomeni franosi, o demolite nel corso dei secoli dai ripascimenti agricoli che hanno interessato le aree lungo il tracciato.[6][11][12]
I tre relatori: archeologia, musei e speleologia a confronto per l’acquedotto di Albintimilium
L’incontro vedrà la partecipazione congiunta di tre specialisti. Stefano Costa, archeologo e funzionario della Soprintendenza per la Liguria, è esperto del periodo tardo antico e ha condotto diversi sopralluoghi mirati all’identificazione dei resti dell’acquedotto. Il suo contributo inquadra la struttura nel contesto dell’archeologia ligure, fornendo un confronto puntuale con la documentazione d’archivio.
Giulio Montinari, archeologo in servizio presso la Direzione Regionale Musei Liguria, ha sviluppato ricerche che spaziano dall’età dei metalli al periodo romano, con particolare attenzione ai percorsi di crinale che collegavano Liguria e Piemonte.
Alessandro Pastorelli, attivo nella speleologia dal 1992, è coordinatore dello Speleo Club CAI Sanremo — un gruppo che collabora da anni con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri nelle attività di esplorazione e documentazione del territorio — ed è referente del Catasto Speleologico Ligure per la provincia di Imperia.[2][13]
Ricostruire il tracciato e la portata idrica dell’acquedotto romano di Albintimilium
L’obiettivo dell’incontro va oltre la semplice narrazione storica. Attraverso immagini, dati di campo e ricostruzioni grafiche, i relatori propongono di ricostruire non solo il tracciato dell’acquedotto ma anche la sua portata idrica originaria, offrendo così un quadro concreto sulla vita quotidiana degli antichi Intemelii. Si tratta di un approccio multidisciplinare che unisce l’indagine speleologica — con l’esplorazione diretta delle gallerie di captazione lungo il Rio Seborrino — alla lettura stratigrafica dei depositi calcarei lasciati dallo scorrere delle acque nel tempo.[6][8]
Il sito di Albintimilium è stato oggetto nel 2020 di una visita guidata promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali, che aveva portato un pubblico di appassionati a percorrere il tracciato dell’acquedotto fino alle terme occidentali, dove una conduttura ancora visibile attraversa il complesso termale. L’incontro del 29 aprile riprende e approfondisce quel percorso con le acquisizioni più recenti della ricerca.[14]
Il programma prosegue: le prossime tappe del viaggio sotterraneo nel Ponente ligure
Il ciclo “Viaggio al centro della terra” non si esaurisce con questo appuntamento. I prossimi incontri previsti nel programma dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri porteranno il pubblico a esplorare altri siti del Ponente, tra cui le grotte dei Balzi Rossi, uno dei siti preistorici più noti del Mediterraneo nord-occidentale. Ogni conferenza si tiene al Museo Civico di Sanremo, con ingresso aperto a tutti e avvio alle ore 16.[2]
L’iniziativa si inserisce in un solco culturale consolidato: la sezione sanremese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri organizza da anni attività che intrecciano storia locale, preistoria e archeologia, avvalendosi della collaborazione dei gruppi speleologici del CAI. Il ciclo in corso conferma questa impostazione, allargando lo sguardo dalle cavità naturali alle opere sotterranee di costruzione umana, come appunto l’acquedotto romano di Albintimilium.[1][2]
Fonti [1] Sanremo, al Museo Civico al via il ciclo dell’IISL sulle grotte della … https://www.rivieratime.news/sanremo-al-museo-civico-al-via-il-ciclo-delliisl-sulle-grotte-della-valle-argentina/ [2] Il Museo Civico di Sanremo presenta: “Viaggio al centro della Terra” https://www.rivieratime.news/museo-civico-sanremo-viaggio-centro-terra/ [3] Sanremo, viaggio nella storia sotterranea: incontro sull’acquedotto … https://www.sanremonews.it/2026/04/28/leggi-notizia/argomenti/sanremo-ospedaletti/articolo/sanremo-viaggio-nella-storia-sotterranea-incontro-sullacquedotto-romano-di-albintimilium-al-mus.html [4] Albintimilium – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Albintimilium [5] Area archeologica di Albintimilium e Antiquarium http://musei.beniculturali.it/musei?mid=5026&nome=area-archeologica-di-albintimilium-e-antiquarium [6] Oltre Collasgarba… sino al Rio Seborrino e agli Acquedotti di … https://liguriaponente.wordpress.com/2016/06/10/oltre-collasgarba-sino-al-rio-seborrino-e-agli-acquedotti-di-ventimiglia-romana/ [7] Viaggio nelle antiche Terme romane di Ventimiglia – Riviera Time https://www.rivieratime.news/viaggio-nelle-antiche-terme-romane-di-ventimiglia/ [8] Acquedotti romani a Ventimiglia – Cultura-Barocca http://www.cultura-barocca.com/imperia/SEBO.HTM [9] Area archeologica di Nervia – Ventimiglia https://ventimiglia.it/esplora/storia-e-cultura/siti-storici-e-giardini/area-archeologica-di-nervia/ [10] Ricordando l’Archeologo Pietro Barocelli: Un Convegno a Genova … https://www.scintilena.com/ricordando-larcheologo-pietro-barocelli-un-convegno-a-genova-in-celebrazione-del-centenario-di-albintimilium/12/01/ [11] [PDF] la città romana ed altomedievale di albintimilium – Universität zu Köln https://kups.ub.uni-koeln.de/74326/1/A_Paonessa-Albintimilium-Archive.pdf [12] Nuove tracce dell’acquedotto romano di Albintimilium. – ArcheoNervia http://archeonervia.blogspot.com/2013/10/nuove-tracce-dellacquedotto-romano-di.html [13] Corso di tecniche di attrezzamento in forra e grotta – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-tecniche-di-attrezzamento-in-forra-e-grotta/10/08/ [14] Alla scoperta dell’acquedotto di Albintimilium https://nervia.cultura.gov.it/evento/alla-scoperta-dellacquedotto-di-albintimilium/ [15] Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable (1).pdf https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/aac47009-36b6-414c-a17d-a894fd324d3c/Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable-1.pdf [16] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [17] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [18] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [19] a Civitavecchia la conferenza di Mario Mazzoli sulla speleologia … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-nelle-grotte-sommerse-a-civitavecchia-la-conferenza-di-mario-mazzoli-sulla-speleologia-subacquea/02/26/ [20] L’ACQUEDOTTO DEL SERINO COMPIE DUEMILA ANNI! https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-compie-duemila-anni/12/15/ [21] Il 75° Corso di Introduzione alla Speleologia del Gruppo Grotte Milano https://www.scintilena.com/il-75-corso-di-introduzione-alla-speleologia-del-gruppo-grotte-milano-una-tradizione-plurisecolare-di-esplorazione-e-formazione/01/27/ [22] L’acquedotto del Serino: Un Pilastro dell’Ingegneria … https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-un-pilastro-dellingegneria-augustea/02/08/ [23] Scoperta Archeologica dalla Leggenda alla Realtà https://www.scintilena.com/scoperta-archeologica-dalla-leggenda-alla-realta-lacquedotto-dei-casoni-riportato-alla-luce/02/04/ [24] Elenco dei raduni di speleologia per anno – Scintilena https://www.scintilena.com/elenco-dei-raduni-di-speleologia-per-anno/06/30/ [25] Acquae Imperatorum: dieci anni di esplorazioni speleosubacquee … https://www.scintilena.com/acquae-imperatorum-dieci-anni-di-esplorazioni-speleosubacquee-svelano-il-sistema-idrico-nascosto-di-roma/03/02/ [26] Raduno Regionale di Speleologia 2026 a Malonno – Scintilena https://www.scintilena.com/raduno-regionale-di-speleologia-2026-a-malonno-la-federazione-speleologica-lombarda-si-ritrova-in-valle-camonica/03/11/ [27] Individuati i resti di un acquedotto romano a Salisano – Scintilena https://www.scintilena.com/individuati-i-resti-di-un-acquedotto-romano-a-salisano/08/03/ [28] Programma corsi CAI 2016 https://www.scintilena.com/programma-corsi-cai-2016/12/26/ [29] Scoperto l’acquedotto dell’antico centro romano di Forum … https://www.scintilena.com/scoperto-lacquedotto-dellantico-centro-romano-di-forum-novum/10/24/ [30] Grande Successo per il Raduno Internazionale di Speleologia Siphonia 2024 – Scintilena https://www.scintilena.com/grande-successo-per-il-raduno-internazionale-di-speleologia-siphonia-2024/11/04/ [31] Aqua Alsietina: nuove scoperte speleologiche. – Scintilena https://www.scintilena.com/aqua-alsietina-nuove-scoperte-speleologiche/11/17/ [32] Palaeomagnetic results from an archaeological site near Rome (Italy): new insights for tectonic rotation during the last 0.5 Myr https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/download/3366/3412 [33] La Carta idrografica d’Italia come fonte per la storia degli opifici idraulici alla fine dell’Ottocento. Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924 [34] Anforette a fondo piatto con anse rimontanti da Altino: una possibile produzione locale? https://edizionicafoscari.unive.it/libri/978-88-6969-390-8/anforette-a-fondo-piatto-con-anse-rimontanti-da-al/ [35] Aqua Traiana, a Roman Infrastructure Embedded in the Present: The Mineralogical Perspective https://www.mdpi.com/2075-163X/11/7/703/pdf [36] Acquedotti, Romani, Albintimilium, Rio, Seborrino, Galleria … http://www.cultura-barocca.com/ABCZETA/CASTELUM2.HTM [37] Corso di Speleologia a Sanremo – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-speleologia-a-sanremo-2/03/01/ [38] Speleo Club CAI Sanremo | Facebook https://www.facebook.com/groups/161620974007387/
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Il progetto EuQuGeA dell’Università di Padova identifica l’antico distretto estrattivo che riforniva i grandi cantieri imperiali
Cave romane nei Colli Euganei: una scoperta millenaria
Gli antichi ingegneri romani sapevano dove cercare i materiali migliori senza percorrere centinaia di chilometri. Nei Colli Euganei, a pochi passi dai cantieri, avevano individuato una fonte di approvvigionamento di prim’ordine: la pozzolana euganea, una breccia di esplosione vulcanica dalle
Il progetto EuQuGeA dell’Università di Padova identifica l’antico distretto estrattivo che riforniva i grandi cantieri imperiali
Cave romane nei Colli Euganei: una scoperta millenaria
Gli antichi ingegneri romani sapevano dove cercare i materiali migliori senza percorrere centinaia di chilometri. Nei Colli Euganei, a pochi passi dai cantieri, avevano individuato una fonte di approvvigionamento di prim’ordine: la pozzolana euganea, una breccia di esplosione vulcanica dalle eccezionali proprietà consolidanti, e la trachite, roccia lavica densa destinata a muri e pavimentazioni stradali.
A restituire alla storia questo sistema estrattivo dimenticato è il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization), promosso dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023.
Droni e laser per rileggere il paesaggio delle cave
La prima scoperta arriva dal cielo. Nello studio firmato da Josiah Olah, dottorando del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, droni equipaggiati con tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging) hanno sorvolato l’area dei Colli Euganei. I sensori laser hanno filtrato virtualmente la fitta vegetazione boschiva, restituendo un modello tridimensionale del terreno ad alta risoluzione.
Algoritmi di clustering morfometrico hanno poi classificato le forme del suolo rilevate, permettendo di distinguere le tracce di cavatura antica dalle concavità naturali del territorio.
Il risultato è stato la localizzazione di due siti estrattivi completamente abbandonati e assenti dalla memoria storica: uno nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme, l’altro in Via Scagliara a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri. Entrambi conservano segni inconfutabili di cavatura antica, precedente all’industrializzazione moderna.
La firma geochimica della pozzolana di Villa Draghi
Una volta identificato il “dove”, le analisi di laboratorio hanno chiarito il “cosa” e il “perché”. Il secondo studio, pubblicato su PLOS One e coordinato dal ricercatore Simone Dilaria, ha completato il quadro attraverso un protocollo di indagini petrografiche e geochimiche, confrontando i campioni prelevati dai fronti di cava con un ampio database di rocce euganee sviluppato dal team dell’Università di Padova.
Le analisi hanno dimostrato che dalla cava di Villa Draghi i Romani estraevano una specifica pozzolana euganea, impiegata per realizzare i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi, l’antica Montegrotto Terme. La stessa roccia veniva scelta per le sue proprietà consolidanti: mescolata nelle malte, ne migliorava nettamente le caratteristiche strutturali.
La firma geochimica di questo materiale è stata riconosciuta non solo nelle costruzioni locali, ma anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia. Il che dimostra che la pozzolana euganea non era una semplice risorsa di prossimità: era un prodotto considerato pregiato, commercializzato su medie e lunghe distanze.
L’alternativa locale alla Pozzolana Flegrea
Il progetto EuQuGeA si inserisce in un percorso di ricerca già avviato. Uno studio del 2024, coordinato dallo stesso team dell’Università di Padova in collaborazione con le Università Ca’ Foscari di Venezia e di Modena e Reggio Emilia, aveva evidenziato come per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia i Romani importassero via mare dalla Campania la celebre “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio, materiale costoso e proveniente da oltre un migliaio di chilometri.
I nuovi risultati di EuQuGeA mostrano un’immagine più articolata. Nei Colli Euganei, gli stessi ingegneri romani avevano individuato un’alternativa a km 0 di pari efficacia, sfruttando una conoscenza capillare delle georisorse locali. Un sapere tecnico di precisione che è poi andato perduto nel corso dei secoli.
Come sottolinea il professor Michele Secco, principal investigator del progetto, i risultati dimostrano «la conoscenza capillare e di incredibile dettaglio delle georisorse locali e della loro ottimizzazione nei cantieri: un sapere ingegneristico andato poi perduto nel corso dei secoli e oggi finalmente riscoperto grazie al progetto EuQuGeA».
Un team interdisciplinare per decifrare le rocce
Il progetto EuQuGeA ha coinvolto ricercatori di più dipartimenti e istituzioni. Per il Dipartimento dei Beni Culturali, i docenti Jacopo Bonetto, Caterina Previato e Jacopo Turchetto hanno curato l’inquadramento storico-archeologico, le analisi tecnico-costruttive e le ricognizioni topografiche. Il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, con il professor Claudio Mazzoli e i ricercatori Luigi Germinario e Jacopo Nava, ha fornito il contributo petrografico e geochimico per l’analisi delle rocce vulcaniche.
La validazione degli algoritmi di elaborazione dei dati da drone è stata garantita dai ricercatori Sebastiano Chiodini (Dip. Ingegneria Industriale) e Filippo Carraro (Dip. Ingegneria Civile, Edile e Ambientale). I voli LiDAR operativi sono stati condotti da Cristiano Miele della società padovana Archetipo s.r.l. Il progetto ha potuto contare anche sui contributi internazionali di Milo K. Pilgrim (University of Texas at Austin) e Matthew Tryc (WSP-Albuquerque).
Articolo di La Scintilena – Notiziario italiano di Speleologia Fonte primaria: Università di Padova / Le Scienze, 24 aprile 2026
Scheda di studio completa
Concetti e definizioni dei materiali lapidei romani (Pozzolana Euganea, Trachite, Opus caementicium) e delle tecnologie usate (LiDAR, clustering morfometrico)
I due studi scientifici del progetto EuQuGeA con metodologie e risultati
Il team di ricerca completo con ruoli e affiliazioni
Il contesto storico dell’approvvigionamento edilizio romano e la strategia “km 0”
6 domande di autoverifica con risposte
Flashcard rapide per memorizzazione veloce dei dati chiave
Le “miniere” edilizie a km 0 degli antichi Romani – Progetto EuQuGeA
Fonte: Università di Padova / Le Scienze – 24 aprile 2026
Panoramica
Il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization) dell’Università di Padova ha ricostruito per la prima volta il distretto estrattivo antico dei Colli Euganei, rivelando come gli ingegneri romani selezionassero con straordinaria precisione le risorse lapidee locali per le loro costruzioni, evitando costose importazioni a lunga distanza.
Concetti Chiave e Definizioni
Termine
Definizione
Pozzolana Euganea
Breccia di esplosione vulcanica estratta dai Colli Euganei; mescolata nelle malte, migliorava nettamente le proprietà strutturali dei calcestruzzi
Pozzolana Flegrea
Cenere vulcanica campana citata da Vitruvio; importata via mare per grandi infrastrutture come Aquileia; più costosa e proveniente da lunga distanza
Trachite
Densa roccia lavica estratta abbondantemente nei Colli Euganei; usata per la costruzione di muri e la pavimentazione delle strade
Opus caementicium
Calcestruzzo romano realizzato con aggregati vulcanici (pozzolana) e leganti; straordinariamente duraturo grazie alle reazioni pozzolaniche
LiDAR (Light Detection and Ranging)
Tecnologia laser montata su drone che permette di mappare il terreno “filtrando” virtualmente la vegetazione e rilevando micromodificazioni del suolo
Clustering morfometrico
Algoritmo che classifica automaticamente le forme del terreno rilevate dal LiDAR, distinguendo cave artificiali da concavità naturali
Fons Aponi
Nome romano dell’attuale Montegrotto Terme (PD); sede di importanti terme di epoca imperiale costruite con pozzolana estratta dalla cava di Villa Draghi
I Due Materiali Estratti
1. Pozzolana Euganea (aggregato pozzolanico)
Breccia di esplosione vulcanica che affiora solo in limitate porzioni del territorio euganeo
Estratta specificatamente dalla cava di Villa Draghi (Montegrotto Terme)
Utilizzata per i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi
La sua firma geochimica è stata riconosciuta anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia (Friuli-Venezia Giulia), prova di un commercio su medie e lunghe distanze
Alternativa locale di pari efficacia alla costosa Pozzolana Flegrea campana
2. Trachite
Roccia lavica densa, estratta in modo più diffuso nei Colli Euganei
Destinata a costruzione di muri e pavimentazione delle strade
Utilizzata dall’età preistorica fino ai giorni nostri[1]
La sua estrazione ha continuato fino all’era industriale, quando la produzione raggiunse quasi 6 milioni di tonnellate nel 1968[1]
Finanziamento: Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – Bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023
Contesto Storico: Romani e Risorse Lapidee
Prima del Progetto EuQuGeA (studio 2024)
Per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia, i Romani importavano via mare dalla Campania la “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio
Si trattava di un materiale prezioso, costoso e proveniente da oltre 1.000 km di distanza
La Novità del Progetto EuQuGeA
I Romani avevano individuato nei Colli Euganei una alternativa locale di pari efficacia
Strategia “km 0”: approvvigionamento locale riducendo i costi di trasporto via mare
Dimostrazione di una conoscenza capillare delle georisorse del territorio
Tale sapere ingegneristico è poi andato perduto nei secoli successivi
Importanza per l’Archeologia
Le cave di Villa Draghi erano completamente dimenticate dalla memoria storica
Il LiDAR le ha “riscoperte” senza alcuno scavo invasivo
La firma geochimica permette di tracciare le rotte commerciali del materiale estratto
Domande di Autoverifica
Che cos’è la “Pozzolana Euganea” e perché era preziosa per i Romani? (R: breccia di esplosione vulcanica estratta in aree limitate dei Colli Euganei; mescolata nelle malte migliorava le proprietà strutturali del calcestruzzo, sostituendo localmente la più costosa Pozzolana Flegrea campana)
Qual è la differenza d’uso tra pozzolana e trachite nell’edilizia romana? (R: la pozzolana era usata come aggregato pozzolanico nei calcestruzzi delle terme; la trachite era destinata a muri e pavimentazioni stradali)
Come ha permesso il LiDAR di individuare la cava di Villa Draghi? (R: i sensori laser montati su drone hanno filtrato la vegetazione boschiva e rilevato le modificazioni del suolo, poi classificate tramite algoritmi di clustering morfometrico per distinguere le tracce di cava dalle concavità naturali)
Quali costruzioni sono state collegate con certezza alla cava di Villa Draghi? (R: le terme di Fons Aponi / Montegrotto Terme e, tramite firma geochimica, le terme tardo-antiche di Aquileia)
Qual è la prova che la pozzolana euganea non era solo usata localmente? (R: la sua firma geochimica è stata riconosciuta nelle malte delle terme di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia, dimostrando una distribuzione commerciale su medie e lunghe distanze)
Quale studio precedente (2024) aveva già avanzato ipotesi sull’approvvigionamento romano? (R: uno studio coordinato dallo stesso team UniPD con Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Modena e Reggio Emilia, che aveva dimostrato l’importazione via mare della Pozzolana Flegrea per Aquileia e la Laguna di Venezia)
Flashcard Rapide
Domanda
Risposta
Acronimo del progetto
EuQuGeA
Principal Investigator
Michele Secco (UniPD)
Tecnologia per la mappatura
LiDAR su drone + clustering morfometrico
Rivista dello studio LiDAR
Journal of Archaeological Science
Rivista dello studio archeometrico
PLOS One
Autore studio LiDAR
Josiah Olah
Autore studio archeometrico
Simone Dilaria
Cava identificata
Villa Draghi, Montegrotto Terme
Terme costruite con la pozzolana locale
Terme di Fons Aponi (Montegrotto Terme)
Pozzolana alternativa (importata)
Pozzolana Flegrea (Campania)
Altro sito estrattivo identificato
Via Scagliara, Turri (Monte Oliveto)
Distanza commerciale provata
Aquileia (Friuli-Venezia Giulia)
Finanziamento
Fondazione CARIPARO – bando 2023
Fonti consultate
Le Scienze – Articolo originale “Come riuscivano gli ingegneri romani a garantire la straordinaria durabilità delle loro costruzioni?”, 24 aprile 2026: https://www.lescienze.it
Simone Dilaria et al., Discovery of a Roman Quarry for Pozzolanic Aggregates in the Euganean Hills Magmatic District, Northeast Italy: a stepwise archaeometric approach, PLOS One: https://journals.plos.org/plosone/
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Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle dome
Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle domeniche pomeriggio, con orario dalle 14:30 alle 18:30. Fa eccezione il 15 agosto, che cade di sabato. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Comune di Bergamo.bergamotomorrow+1
La Fontana del Lantro: mille anni di storia idrica nel sottosuolo bergamasco
La Fontana del Lantro è uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Il nome deriva dal latino antrum, ovvero “antro dell’acqua”, riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente originaria. La prima attestazione documentale risale all’anno 928, in una pergamena redatta per conto del vescovo Adalberto. Ulteriori documenti del 1032 e del 1042 ne confermano l’esistenza, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive il complesso già dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.wikipedia+3
La struttura visibile oggi è della seconda metà del Cinquecento. La sua costruzione fu determinata dall’avvio dei lavori per le mura difensive veneziane (1561–1588), che comportarono la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo: ricostruita poco distante, la nuova chiesa inglobò la cisterna in un atrio interrato. Da quel momento la fontana rimase protetta in quell’ambiente ipogeo che è ancora oggi visitabile.bergamonews+2
Architettura: doppia vasca e volte in pietra a vista
Dal punto di vista architettonico, il Lantro è un manufatto di notevole pregio. La struttura è costruita interamente in pietra squadrata a vista e presenta ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso un’unica colonna portante posta al centro della vasca principale.nottole+3
Il sistema adotta il principio della doppia vasca: l’acqua della sorgente viene convogliata in una vasca sopraelevata, dove le impurità si depositano sul fondo, prima di fluire nella cisterna principale. Questo sistema, già noto in epoca romana, garantiva un’acqua di qualità elevata alla comunità della vicinia di San Lorenzo.visitbergamo+2
Il complesso è alimentato da due sorgenti: la storica sorgente del Lantro, originata da una piccola cavità naturale, e la sorgente di San Francesco, captata durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo tramite un apposito cunicolo.museionline+1
Da lavatoio pubblico all’abbandono, fino al recupero del 1992
Per secoli la fontana ha svolto una funzione pubblica fondamentale: veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale alla fine dell’Ottocento, la struttura perse la sua funzione di approvvigionamento idrico, ma rimase in uso come lavatoio fino al 1950.nottole+1
Nei decenni successivi il sito cadde in abbandono e divenne una discarica abusiva. Nel 1992 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò una campagna di pulizia e restauro che riportò la cisterna alle sue condizioni originali. Da allora il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali organizzate con il Comune di Bergamo.ecodibergamo+3
Le Nottole: oltre cinquant’anni di esplorazione sotterranea a Bergamo
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” nasce dalla fusione, avvenuta nel 1974, tra il Gruppo Speleologico Bergamasco (fondato nel 1964) e il Gruppo Speleologico “Le Nottole” (fondato nel 1969). Il nome “Nottole” fa riferimento a un pipistrello.nottole+1
L’attività del gruppo copre sia la speleologia in grotte naturali nelle Prealpi Orobiche, sia il censimento e la valorizzazione delle cavità artificiali del sottosuolo bergamasco. Tra i contributi principali: la pubblicazione degli studi sugli antichi acquedotti di Bergamo, il rilievo delle cannoniere in casamatta delle mura venete UNESCO, la scoperta nel 2023 del cunicolo originale della Fontana del Vagine (lungo circa 80 metri, con due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola) e la gestione didattica del patrimonio sotterraneo di Città Alta.scintilena+4
Nel 2025 il Lantro ha accolto 3.199 visitatori, dato in crescita rispetto agli anni precedenti.ecodibergamo
Il calendario delle otto aperture 2026
Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo. Prima dell’avvio del ciclo 2026, le Nottole hanno effettuato manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella interna.ecodibergamo+2
Le date previste sono le seguenti:bergamotomorrow+1
Domenica 26 aprile – 14:30 / 18:30
Domenica 31 maggio – 14:30 / 18:30
Domenica 28 giugno – 14:30 / 18:30
Domenica 26 luglio – 14:30 / 18:30
Sabato 15 agosto – 14:30 / 18:30
Domenica 30 agosto – 14:30 / 18:30
Domenica 27 settembre – 14:30 / 18:30
Domenica 25 ottobre – 14:30 / 18:30
La Fontana del Lantro si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo (coordinate GPS: 45.70569, 9.66417). L’ingresso è libero e gratuito.bergamonews+1
Fontana del Lantro e le Aperture 2026.
Riapre la Fontana del Lantro: le visite guidate con «Le Nottole» – Bergamo Tomorrow
Il report analizza in dettaglio:
? Origine storica: prima citazione documentata nell’anno 928, con attestazioni nel 1032, 1042 e nello Statuto cittadino del 1248
?? Architettura: struttura della seconda metà del ‘500, doppia vasca (quella principale da 400 m³), volte ad archi romanici/gotici su colonna centrale, sistema di doppia vasca per la depurazione dell’acqua
? Le due sorgenti: la storica Sorgente del Lantro e la Sorgente di San Francesco (scoperta durante la costruzione delle mura venete)
?? Bergamo Sotterranea: il Lantro come nodo di una rete più ampia di acquedotti romani, veneziani e cunicoli militari
? Il Gruppo “Le Nottole”: fondato nel 1969, fusione con il GSB nel 1974, protagonisti del recupero del 1992 e di decenni di esplorazione ipogea
? Calendario 2026: 8 aperture gratuite da aprile a ottobre, sempre dalle 14:30 alle 18:30 (ricorda: scarpe chiuse con suola antiscivolo!)
? Dati visitatori: 3.199 visitatori nel 2025, in crescita costante
Fontana del Lantro – Studio Approfondito
Inquadramento generale
La Fontana del Lantro è una delle cavità artificiali più significative di Bergamo e uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Situata sotto la chiesa di San Lorenzo in via Boccola, nel cuore di Città Alta, è una straordinaria cisterna sotterranea che ha fornito acqua alla comunità locale per quasi mille anni. A partire dal 26 aprile 2026, il sito ha riaperto al pubblico con un calendario di otto aperture gratuite organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo.[1][2][3][4][5][6]
Storia e origine del nome
Le prime attestazioni documentali
Il nome “Lantro” deriva dal latino Later (o antrum, antro), che significa letteralmente “antro dell’acqua”, un riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente principale. Il primo documento che attesta l’esistenza della fontana risale all’anno 928, quando una pergamena scritta per conto del vescovo Adalberto menziona espressamente la sorgente del Lantro. Altri documenti del 1032 e del 1042 ne riportano menzione, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive l’intero complesso come dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.[1][2][7][6][8]
Dal Medioevo all’età veneziana
Originariamente collocata all’aperto, la fontana subì una profonda trasformazione nella seconda metà del XVI secolo, quando la Repubblica di Venezia impose la costruzione delle celebri mura difensive di Bergamo (1561–1588). Questo radicale intervento urbanistico comportò la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo, ricostruita poco distante proprio sopra la cisterna, che si trovò così inglobata in un atrio interrato sotto la nuova chiesa. Da quel momento in poi, la fontana rimase protetta e racchiusa in quel suggestivo ambiente ipogeo che ancora oggi è possibile visitare.[1][7][9]
Dal lavatoio all’abbandono
Nel corso dei secoli, il Lantro svolse una funzione pubblica fondamentale per la comunità della Vicinia di San Lorenzo: l’acqua veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Alla fine dell’Ottocento, con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale, la fontana perse la sua funzione primaria di approvvigionamento idrico, ma continuò a essere usata come lavatoio fino al 1950. Negli anni successivi la cisterna cadde in completo abbandono, trasformandosi progressivamente in una discarica abusiva.[2][7]
Architettura e caratteristiche strutturali
Fontana del Lantro cistern La struttura attuale della Fontana del Lantro è della seconda metà del Cinquecento e rappresenta un eccellente esempio di architettura idraulica rinascimentale. È costruita interamente in pietra squadrata a vista ed è caratterizzata da ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso una singola colonna portante posta al centro della vasca principale.[1][2][3][6]
Elemento
Descrizione
Vasca principale
Base quadrata, capacità circa 400 m³
Vasca minore
In posizione sopraelevata rispetto alla principale
Copertura
Volte ad archi a tutto sesto e sesto acuto
Supporto centrale
Unica colonna portante al centro
Materiale
Pietra squadrata a vista
Localizzazione
Via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo
Coordinate
45°42?20.63?N 9°39?50.42?E
La fontana adottava il classico sistema della doppia vasca già in uso presso gli antichi romani per la purificazione dell’acqua: l’acqua della sorgente veniva convogliata nella vasca sopraelevata, dove le impurità (sabbia e altri corpuscoli) si depositavano sul fondo prima che l’acqua passasse nella vasca principale. Questo sistema garantiva un elevato livello qualitativo dell’acqua distribuita alla comunità.[6]
Le sorgenti
Il sistema idrico del Lantro era alimentato da due sorgenti distinte:[2][10]
Sorgente del Lantro: la più antica e abbondante, nasce da una piccola cavità naturale dietro la chiesa di San Lorenzo, da cui prende il nome l’intera struttura
Sorgente di San Francesco: intercettata successivamente, durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo; captata tramite un apposito cunicolo
Il sistema idrico sotterraneo di Bergamo Alta
La Fontana del Lantro non è un sito isolato, ma fa parte di un complesso reticolo di acquedotti e cavità artificiali che si sviluppano sotto Città Alta, frutto di secoli di interventi di ingegneria idraulica che si stratificano dall’epoca romana fino all’Ottocento.[11][12]
Gli antichi acquedotti romani
Bergamo deve la sua rete idrica originaria all’ingegno della civiltà romana, che seppe captare le sorgenti sui colli e costruire una fitta rete idrica in mattoni, piombo e marmo. Le sorgenti principali storicamente documentate sono la Boccola, il Vagine, il Lantro e il Corno. Due acquedotti principali di epoca romana servivano Città Alta: l’Acquedotto di Castagneta (detto anche dei Vasi o Saliente, lungo 3.544 m con dislivello di 70 m) e l’Acquedotto di Sudorno.[12][13]
L’Acquedotto Magistrale veneziano
Con la denominazione di “Acquedotto Magistrale” si indica il sistema integrato di distribuzione dell’acqua all’interno della cinta veneta, rimasto in funzione fino alla fine del XIX secolo. Dal punto di unione degli acquedotti dei Vasi e di Sudorno, nel baluardo di Sant’Alessandro, prendeva origine il condotto Magistrale, in parte ancora percorribile, che serviva utenze pubbliche (cisterne e fontane) e utenze private tramite partitori e canalizzazioni minori.[13]
L’Acquedotto di Prato Baglioni
Nel 2005 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha completato lo studio del terzo grande acquedotto di Bergamo Alta, l’Acquedotto di Prato Baglioni: struttura della seconda metà del 1500, costruita contestualmente alle mura, con una lunghezza di circa 1.400 metri, che riforniva privati e fontane pubbliche della zona nord-est della città.[14]
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”
Storia e fondazione
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” è un’associazione di volontari con radici che risalgono al 1964, quando nacque il Gruppo Speleologico Bergamasco, e al 1969, anno di fondazione del Gruppo Speleologico “Le Nottole” — il cui nome deriva dalla nottola, un pipistrello. Nel 1974 i due sodalizi si fusero, dando vita al Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”, con sede inizialmente al Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo.[15][16]
Attività e ricerche
Il gruppo è attivo su molteplici fronti dell’esplorazione speleologica, sia in cavità naturali che artificiali:[17]
Esplorazione e rilievo delle mura venete: già nel 1974 le Nottole collaborarono con l’Azienda Autonoma di Turismo per la pubblicazione Le mura di Bergamo (1977), effettuando ispezioni notturne nelle cannoniere in casamatta e nei sotterranei militari[18]
Studio degli antichi acquedotti di Bergamo: ricerche d’archivio e sopralluoghi ipogei che hanno portato alla pubblicazione Gli antichi acquedotti di Bergamo (1992) e a studi successivi[11][13]
Recupero e valorizzazione del Lantro: nel 1992 il gruppo ha avviato i lavori di pulizia e restauro della cisterna, riportandola all’antico splendore dopo quarant’anni di abbandono[2]
Scoperta della fontana del Vagine (2023): ritrovamento del cunicolo originale lungo circa 80 metri, con sezione variabile e due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola[19]
Esplorazione carsica dell’Arera: esplorazioni nelle grotte delle Prealpi Orobiche con rilievi topografici e documentazione scientifica[17]
Didattica: attività scolastiche già dagli anni ’70 e gestione di corsi di speleologia[20][16]
Le Nottole sono anche attive nelle visite guidate al patrimonio sotterraneo delle mura veneziane, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.[21][22]
Il recupero della Fontana del Lantro (1992)
Il 1992 rappresenta un anno fondamentale nella storia recente del Lantro: il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò un’imponente campagna di pulizia e restauro della cisterna, ridotta a una discarica abusiva colma di detriti, vetri e rottami metallici accumulati in oltre quarant’anni di abbandono. Dopo pochi mesi di lavoro intenso, il manufatto è stato riportato al suo antico splendore. Da quella data, il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali o eventi straordinari organizzati in collaborazione con il Comune.[19][1][2][5]
Nel 2025, l’anno precedente alle attuali aperture, la Fontana del Lantro ha registrato 3.199 visitatori, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti — a testimonianza del crescente interesse del pubblico per la “Bergamo sotterranea”.[5]
Calendario Aperture 2026
Le Aperture Fontana del Lantro 2026 sono organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo, nell’ambito di una convenzione formale per la gestione e valorizzazione del sito. Prima dell’avvio delle aperture è stata effettuata manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella utilizzata dai visitatori per accedere alla cisterna.[4][5][23]
Data
Giorno
Orario
26 aprile 2026
Domenica
14:30 – 18:30
31 maggio 2026
Domenica
14:30 – 18:30
28 giugno 2026
Domenica
14:30 – 18:30
26 luglio 2026
Domenica
14:30 – 18:30
15 agosto 2026
Sabato
14:30 – 18:30
30 agosto 2026
Domenica
14:30 – 18:30
27 settembre 2026
Domenica
14:30 – 18:30
25 ottobre 2026
Domenica
14:30 – 18:30
Le visite sono libere e gratuite per tutti. Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo, per ragioni di sicurezza data la presenza di acqua e superfici umide. Il sito si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo, coordinate GPS: 45.70569, 9.66417.[24][8][4]
Bergamo Sotterranea: contesto patrimoniale più ampio
La Fontana del Lantro si inserisce nel ricco panorama della Bergamo Sotterranea, un sistema di cavità artificiali che comprende:[25][26][9]
Cannoniere in casamatta delle Mura Veneziane (Patrimonio UNESCO): strutture militari sotterranee con bocche cannoniere, costruite tra il 1561 e il 1588 su progetto della Serenissima; secondo la ricostruzione storica, se ne contavano 17 in casamatta e 25 a cielo aperto[9]
Sortita dell’Acquedotto: accesso sotterraneo al sistema di distribuzione idrica veneziano
Rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale: gallerie scavate 15 metri sotto terra, capaci di accogliere fino a mille persone[27]
Cunicoli degli acquedotti romani e veneziani: rete idraulica che si snoda per chilometri sotto il tessuto urbano di Città Alta
Le mura venete di Bergamo, iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, sono uno degli elementi che conferiscono alla città il suo straordinario valore storico-culturale. Bergamo e Brescia sono state inoltre Capitale italiana della Cultura 2023, evento che ha intensificato l’attenzione verso il suo patrimonio nascosto.[21][22][25]
Significato scientifico e speleologico
Dal punto di vista della speleologia in cavità artificiali, la Fontana del Lantro rappresenta un caso studio di eccellente livello, con caratteristiche che la rendono unica nel panorama italiano:[2][6]
Continuità storica millenaria: documentata dal 928, è tra i più antichi manufatti idraulici urbani ancora integri e visitabili in Italia settentrionale
Stratificazione tecnologica: la struttura sovrappone elementi di captazione idrica di epoche diverse (medioevale e rinascimentale), documentando l’evoluzione delle tecniche costruttive
Idrogeologia attiva: le sorgenti sono ancora attive, rendendo il Lantro un sito “vivo” e non solo un reperto museale
Valore ambientale: come tutti i siti ipogei, rappresenta un potenziale rifugio per chirotteri e fauna cavernicola, in linea con le ricerche naturalistiche condotte nelle grotte bergamasche
La ricerca speleologica condotta dalle Nottole si inserisce in un filone metodologico che integra indagine d’archivio storico, esplorazione fisica delle cavità e rilievo topografico: un approccio multidisciplinare che ha permesso di ricostruire la rete idrica sotterranea di Bergamo con un livello di dettaglio altrimenti irraggiungibile.[11][28]
Conclusione
La Fontana del Lantro è molto più di una cisterna medievale: è un palinsesto millenario che condensa la storia idrica, urbanistica e sociale di Bergamo in un unico spazio sotterraneo. Il lavoro delle Nottole, avviato nel 1974 e proseguito ininterrottamente fino ad oggi, ha trasformato questo sito da discarica abbandonata a monumento accessibile e valorizzato. Le Aperture 2026 rappresentano dunque non solo un appuntamento turistico, ma anche un atto di custodia attiva del patrimonio speleologico e storico-culturale bergamasco.[16][2][5]
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La speleologia mineraria come pratica di memoria e consapevolezza del tempo: esplorare le cavità dismesse significa essere testimoni di uno spazio irripetibile, destinato a scomparire
La Miniera Dismessa come Spazio in Continua Trasformazione
Quando si pensa a una miniera abbandonata, l’immagine che viene in mente è spesso quella di un luogo immobile, sospeso nel tempo. Una fotografia fissa di un passato industriale ormai concluso. Quella immagine è sbagliata.
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La speleologia mineraria come pratica di memoria e consapevolezza del tempo: esplorare le cavità dismesse significa essere testimoni di uno spazio irripetibile, destinato a scomparire
La Miniera Dismessa come Spazio in Continua Trasformazione
Quando si pensa a una miniera abbandonata, l’immagine che viene in mente è spesso quella di un luogo immobile, sospeso nel tempo. Una fotografia fissa di un passato industriale ormai concluso. Quella immagine è sbagliata.
La miniera abbandonata è invece un organismo in continua trasformazione. Le armature in legno marciscono. Le volte cedono. L’acqua scava nuovi percorsi. I detriti colmano i vuoti. La roccia si assesta. La vegetazione riconquista gli accessi. Ciò che oggi è percorribile, domani può essere interdetto. Ciò che oggi appare leggibile, fra pochi anni può scomparire senza lasciare traccia.[1][2]
Il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella) lo ha documentato concretamente nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella: «la montagna si sta riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria».[3][4]
Ogni Ingresso è un Momento Irripetibile della Speleologia Mineraria
L’esploratore che entra in una miniera dismessa non visita uno spazio. Visita un momento di quello spazio. Una configurazione unica, destinata a mutare.
Anche tornando nello stesso luogo, non si torna davvero nello stesso luogo. Il sottosuolo abbandonato è un teatro del divenire, dove il tempo agisce con pazienza silenziosa ma inesorabile. Questo aspetto della speleologia mineraria non riguarda solo la dimensione tecnica dell’esplorazione: tocca una questione filosofica profonda sull’irripetibilità dell’esperienza sotterranea.[5]
Le tecniche di rilievo più avanzate — scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D — cercano di catturare questa configurazione momentanea prima che muti ulteriormente. Ma nessuna tecnologia può fermare il processo. Può solo documentarlo.[6][7]
Il Paradosso del Dominio Umano e il Riassorbimento della Natura
Ogni miniera nasce come gesto di dominio sulla materia. L’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un atto tecnico che separa artificialmente uno spazio dalla montagna che lo conteneva.
Cessata la presenza umana, la Natura avvia il processo inverso. Non distrugge: riassorbe. La montagna lentamente cicatrizza le ferite. L’acqua dissolve, la gravità abbatte, i sedimenti seppelliscono, il gelo spacca, il bosco cancella le tracce in superficie.
Questo processo è visibile nelle miniere di bitume della Maiella, nei complessi estrattivi dell’Aspromonte, nelle zolfare siciliane dove «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra», nelle gallerie umbre della lignite con i loro oltre 20 km di percorsi oggi quasi integralmente inaccessibili.[8][9][10]
La Documentazione nelle Miniere Abbandonate come Atto Etico
Entrare in questi luoghi significa spesso essere tra gli ultimi testimoni di una realtà in via di estinzione. Ogni fotografia, ogni rilievo, ogni mappa, ogni testimonianza orale raccolta, ogni nome annotato su una parete può diventare un frammento salvato dall’oblio.
Documentare non è semplice archivistica. È un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo.
Le miniere custodiscono non solo gallerie e macchinari. Custodiscono fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere. In una galleria della Maiella, il GRAIM ha scoperto un ambiente di circa 80 m² «interamente ricoperto di scritte lasciate dai minatori», definito «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche». Quando una cavità collassa, non scompare solo un vuoto fisico: si perde una parte di memoria collettiva.[4]
Il Patrimonio Minerario Dismesso in Italia: i Numeri dell’Urgenza
L’ISPRA ha censito 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi).[11]
Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli effettivamente tutelati mostra la vastità del problema. L’ISPRA ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui».[11]
I siti minerari di interesse storico ed etnoantropologico sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Nella realtà normativa, però, solo alcune regioni — Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo — hanno legiferato in materia. Manca ancora una normativa nazionale organica.[11]
Pericoli Concreti nelle Miniere di Carbone: la Sicurezza nella Speleologia Mineraria
La consapevolezza filosofica del tempo non può prescindere dalla consapevolezza fisica del rischio. Le miniere di carbone presentano pericoli specifici e spesso invisibili.
Il grisù (metano) è esplosivo in concentrazioni tra il 5% e il 16% nell’aria. Il blackdamp — miscela di CO? e azoto — sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza senza preavviso. Il whitedamp (monossido di carbonio) è inodore, insapore, letale. Nel 1906 la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù.[12]
Gabriele La Rovere ha dedicato un intero volume — Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida — a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[12]
La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza del Tempo
La speleologia mineraria non è soltanto avventura o ricerca tecnica. È anche una disciplina della consapevolezza del tempo.
Ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio. Che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza. Si scende nel sottosuolo per osservare ciò che resta, ma anche per comprendere che il restare stesso è provvisorio.[5]
Per questo documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo, quando gli accessi saranno chiusi, le gallerie franate e i vuoti nuovamente confusi nella roccia. Prima che tutto ritorni al silenzio minerale da cui era emerso.
Guida di studio
Struttura della guida:
Il testo propone una filosofia dell’effimero sotterraneo articolata su quattro assi principali, che la guida esplora in profondità:
La miniera come organismo vivo — non rovina statica ma sistema in continua trasformazione per azione di acqua, gravità, processi chimici e vegetazione. Il GRAIM sulla Maiella ha osservato direttamente come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano».[1]
Il paradosso dell’unicità eraclitea — ogni ingresso è irripetibile perché la configurazione dello spazio muta costantemente; si ritorna in un luogo nominalmente identico ma ontologicamente diverso.[2]
Il paradosso dominio/riassorbimento — la miniera nasce come gesto di dominio sulla materia, ma la Natura non distrugge: riassorbe, cicatrizza, reintegra.[3][4]
La dimensione etica e memoriale — documentare è «un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». In Italia esistono 3.021 siti minerari dismessi censiti da ISPRA in 93 province, ma solo 75 sono tutelati nella rete ReMi — una sproporzione che rende urgente ogni azione documentale.[5]
La guida include anche il profilo dei pericoli concreti (gas letali nelle miniere di carbone, crolli strutturali), le tecniche di documentazione speleologica (rilievo LiDAR, fotogrammetria sferica, cartografia topografica), casi di studio da Abruzzo, Sardegna, Umbria e Sicilia, un glossario, domande per la riflessione e flashcard per la preparazione all’esame.[6][7][8]
La Filosofia dell’Effimero Sotterraneo: Le Miniere Dismesse come Spazio di Memoria e Divenire
Guida di Studio Approfondita
Panoramica Concettuale
Il testo di riferimento sviluppa una tesi filosofica complessa che intreccia quattro dimensioni fondamentali:
Dimensione
Concetto Chiave
Implicazione
Ontologica
La miniera come organismo in divenire
L’abbandono non congela, ma accelera la trasformazione
Fenomenologica
Ogni ingresso è irripetibile
Non esiste la “stessa” miniera in tempi diversi
Etica
L’esploratore come testimone
Documentare è un atto di responsabilità morale
Memoriale
Miniere come archivi di umanità
La perdita fisica è perdita di memoria collettiva
1. La Miniera come Organismo in Trasformazione
Concetto Fondamentale: Rifiutare il Paradigma della “Rovina Museale”
Il testo stabilisce sin dall’inizio una distinzione critica: la miniera abbandonata non è uno spazio statico, congelato come reperto museale, ma un sistema in continua evoluzione biologica e geologica. Questa posizione si oppone a una lettura romantica e contemplativa delle rovine che le vuole ferme nel tempo.
L’idea trova riscontro nelle esperienze documentate da gruppi come il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella), che nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella ha osservato come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria». Questo processo di riassorbimento è reale, concreto e misurabile, non una metafora.[1]
I Meccanismi della Trasformazione
La miniera si trasforma attraverso agenti fisici, chimici e biologici che agiscono simultaneamente:
Degradazione strutturale: le armature in legno marciscono; nelle miniere di carbone, costruite prevalentemente in roccia sedimentaria tenera, i sostegni che reggevano tonnellate di pietra si ammorbidiscono per l’infiltrazione dell’acqua fino al cedimento[2]
Azione idrica: l’acqua scava nuovi percorsi, dissolve materiali, trasporta sedimenti, crea laghi sotterranei là dove non esistevano
Cedimenti litici: la roccia risponde allo stress generato dall’escavazione con assestamenti progressivi e crolli — a volte improvvisi, a volte lentissimi
Ricolonizzazione vegetale: in superficie, il bosco cancella le tracce degli accessi; muschi e felci penetrano nelle gallerie più esterne
Processi chimici: nelle miniere metallifere, l’ossidazione dei minerali crea concrezioni di ossidi e idrossidi che colorano le pareti e formano strutture simili a stalattiti e stalagmiti[3]
In Umbria, per esempio, le miniere di lignite che avevano raggiunto nei decenni attivi fino a 20 km di gallerie su più livelli oggi vedono i propri ambienti progressivamente compromessi da infiltrazioni e cedimenti: i record storici sono i soli archivi di quella geometria oggi alterata.[4][5]
2. Il Paradosso dell’Unicità: Ogni Ingresso è Irripetibile
La Struttura Filosofica del Paradosso
Il testo formula un paradosso di natura eraclitea: non si entra mai due volte nella stessa miniera. Questa affermazione, che suona quasi come un aforisma, ha radici concrete nei processi di trasformazione descritti sopra. Se la configurazione di un ambiente sotterraneo cambia costantemente — sia pur con ritmi più lenti di un corso d’acqua — allora ogni visita è ontologicamente distinta dalle precedenti.
Questo paradosso richiama la distinzione aristotelica tra hyle (materia) e morphé (forma): la materia rocciosa è la stessa, ma la forma — disposizione dei vuoti, orientamento delle gallerie accessibili, presenza o assenza di acqua — si modifica. Sono due accessi a luoghi diversi, anche se nominalmente identici.
Implicazioni per l’Esplorazione
L’unicità dell’ingresso trasforma l’esplorazione in un atto non ripetibile e non delegabile. Non è sufficiente leggere il resoconto di chi è entrato prima: la miniera che quella persona ha visitato potrebbe non esistere più. Questa consapevolezza genera un senso di urgenza nella documentazione e spiega la prassi, consolidata tra gli esploratori più rigorosi, di redigere ogni volta dettagliati resoconti scritti, fotografie, rilievi.[6]
3. Il Paradosso Profondo: Dominio Umano vs. Riassorbimento Naturale
La Miniera come Gesto di Dominio
Ogni miniera nasce da un atto di violenza controllata sulla materia: l’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un gesto di dominio tecnico che presuppone una separazione netta tra soggetto (l’umanità produttrice) e oggetto (la montagna, la roccia, il minerale). Le miniere storiche italiane — dalle zolfare siciliane alle ligniti umbre, dalle miniere di bitume della Maiella alle grandi concessioni metallifere sarde — rappresentano tutte questo stesso impulso.[7][8]
In Sicilia, le zolfare delle province di Agrigento e Caltanissetta hanno segnato per quasi due secoli il paesaggio e la società locali, con strutture che oggi «resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra quasi con un senso di vergogna, e, certamente, di solitudine immensa». La dismissione ha interrotto il gesto di dominio, lasciando la ferita aperta.[9]
Il Riassorbimento come Risposta della Natura
Cessato il presidio umano, la Natura avvia il processo inverso: non distrugge ma riassorbe. Questa distinzione semantica è cruciale nel testo. “Distruggere” implica un’azione violenta; “riassorbire” è un processo organico, quasi fisiologico. La montagna si comporta come un organismo che cicatrizza: acqua, gravità, sedimenti, gelo, vegetazione lavorano con «pazienza silenziosa ma inesorabile».
Il fenomeno è documentato sia nei siti della Maiella, dove le testimonianze dell’attività estrattiva «vanno scomparendo perché la montagna si sta riappropriando del suo territorio», sia nelle miniere dell’Aspromonte, dove «cunicoli e gallerie ancora visibili nel territorio» convivono con le prime forme di ri-colonizzazione naturale.[10][11]
La Tabella del Conflitto Ontologico
Fase
Soggetto
Azione
Risultato
Attiva
Uomo
Estrae, domina, controlla
Spazio artificiale separato dalla natura
Abbandono
Natura
Riassorbe, cicatrizza
Spazio ibrido in transizione
Finale
Natura
Completa il riassorbimento
Ritorno alla condizione originaria
4. La Dimensione Etica e Memoriale
L’Esploratore come Ultimo Testimone
Il testo attribuisce all’esploratore-documentatore un ruolo etico preciso: essere tra i “testimoni di una realtà in via di estinzione”. Questa funzione memoriale trasforma la speleologia mineraria da semplice avventura a disciplina umanistica.
La struttura etica si articola in tre passaggi:
Riconoscimento: l’esploratore prende coscienza del valore di ciò che vede
Documentazione: trasforma l’esperienza in archivio (fotografie, rilievi, mappe, testimonianze orali)
Trasmissione: consegna questo archivio alla memoria collettiva, oltre i propri anni di vita
Il GRAIM, che dal 2014 ha documentato circa venti complessi minerari sulla Maiella, raccogliendo testimonianze degli anziani ex-minatori e catalogando oltre cento ingressi tra miniere e sondaggi, incarna esattamente questo modello. La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara ha riconosciuto formalmente questa funzione, ma si tratta di eccezioni virtuose in un panorama di generale disattenzione istituzionale.[12][13][14]
Le Miniere come Archivi di Umanità
Le cavità minerarie non custodiscono solo geometrie e macchinari. Contengono strati di vita umana sedimentati:
Materiali: binari, carrelli, montacarichi, tramogge, stazioni di carico, centrali idroelettriche[1]
Immateriali: le scritte dei minatori sulle pareti — una galleria di circa 80 m² nella Maiella è stata scoperta «interamente ricoperta di scritte lasciate dai minatori», definita «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche»[15]
Sociali: economie locali, comunità intere, gerarchie di classe (nelle zolfare siciliane il lavoro dei “carusi” era condizioni semiservili)[9]
Letterari: le miniere siciliane «respirano» nelle pagine di Pirandello e Sciascia, dove lo zolfo «esala fino alla tragedia nelle dolorose vicende familiari»[9]
Quando una cavità collassa, non scompare solo il vuoto fisico. Si perde un archivio multistratificato che nessun documento cartaceo può sostituire completamente.
Il Framework dell’Urgenza
Il censimento ISPRA ha registrato 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi). Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli tutelati rivela la vastità del problema: la maggior parte dei siti è in abbandono senza protezione normativa né risorse per la valorizzazione.[16]
Questa sproporzione conferisce un carattere di urgenza pratica alla riflessione filosofica: il tempo non è una metafora astratta, ma una variabile concreta che misura la velocità della perdita.
5. La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza
Definizione e Specificità
La speleologia mineraria — o speleologia in cavità artificiali — si distingue dalla speleologia classica per l’ambiente e per le competenze richieste. Opera in cavità create dall’uomo (miniere, cave, acquedotti storici, catacombe) piuttosto che in grotte naturali, ma condivide con essa:
Le tecniche di progressione verticale e orizzontale
La cartografia speleologica (poligonale, bussola, clinometro, distanziometri laser)[6]
Le tecnologie di rilievo avanzate (scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D)[17]
Il codice etico del rispetto dell’ambiente: «prendi solo foto, lascia solo impronte»[18]
I Pericoli Specifici delle Miniere
La consapevolezza etica include la consapevolezza del rischio fisico. Le miniere presentano pericoli distinti per tipologia:
Miniere metallifere (ferro, rame, piombo, zinco):
Strutture più stabili perché scavate in rocce ignee e metamorfiche
Strutture meno stabili per la natura sedimentaria della roccia (argilliti, scisti)
Grisù (metano): esplosivo tra il 5% e il 16% di concentrazione[2]
Blackdamp: miscela di CO? e azoto che sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza[2]
Whitedamp (monossido di carbonio): inodore, insapore, letale senza sintomi evidenti[2]
Nel 1906, la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù[2]
Gabriele La Rovere, autore di Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida, ha dedicato un intero volume a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[2]
Il Codice Etico nella Speleologia
La speleologia ha sviluppato una riflessione etica interna che riguarda direttamente il tema del testo:[18]
Rispetto ambientale: non alterare l’ambiente (non scavare, non rimuovere oggetti, non spostare minerali)
Gestione delle informazioni: il dibattito sulla divulgazione delle coordinate di nuove scoperte — proteggere dall’affluenza eccessiva vs. condivisione della conoscenza
Responsabilità verso il futuro: ogni scelta di oggi ha effetti per le generazioni di esploratori che verranno
6. La Filosofia dell’Abbandono: Contesto Teorico
Il Concetto di “Fatiscente”
Il termine “fatiscente” (dal latino fatisci, fendersi) cattura meglio di qualunque altro la dinamica che il testo descrive. Non è una condizione statica ma un processo in atto: il participio presente (fatiscens) segnala che la rovina sta accadendo adesso, non che è già avvenuta. La miniera non è una rovina compiuta ma una rovina in divenire.[20]
La Psicologia dell’Abbandono e dell’Esplorazione
I luoghi abbandonati generano un’«ambivalenza emotiva: ne siamo attratti e respinti, contemporaneamente, oscilliamo come pendoli tra l’inquietudine e il fascino della scoperta». Questa tensione è il motore psicologico dell’esplorazione. Gli urbexer — esploratori di edifici e luoghi abbandonati — condividono questa psicologia: l’esploratore «non è il custode del posto fisico, ma della sua memoria e il suo compito è quello di raccontare e congelare con i suoi scatti un istante preciso della storia».[21][20]
La stessa Carmen Pellegrino, studiosa dell’abbandono definita “abbandonologa” anche dall’Enciclopedia Treccani, afferma che «l’abbandono riduce le dissomiglianze sociali, economiche, geografiche e persino quelle religiose»: le rovine livellano i destini, rendendo simili nei silenzi i luoghi dei potenti e quelli dei poveri.[22]
Il Raccordo con la Filosofia del Tempo
Il testo evoca implicitamente la concezione eraclitea del tempo come flusso (panta rhei) e quella buddhista dell’impermanenza. Ma radica queste intuizioni in un contesto materiale preciso: il sottosuolo industriale moderno. La filosofia dell’effimero non si applica a un’astrazione ma a gallerie misurabili, strutture catalogabili, storie documentabili.
Questa materializzazione della filosofia è la specificità della speleologia mineraria rispetto alla mera speculazione teorica: l’esploratore non contempla l’impermanenza in astratto, ma la tocca con mano, la respira, la misura con clinometro e bussola.
7. La Documentazione come Atto Politico e Culturale
Dal Dato all’Archivio, dall’Archivio alla Memoria
Il testo afferma che «documentare non è semplice archivistica: è un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». Questa affermazione meriterebbe di essere letta alla luce del dibattito archivistico italiano, che negli ultimi decenni ha riconosciuto come il lavoro dell’archivista non sia «mera “scrittura” amministrativa, ma produzione di strumenti di ricerca e di comunicazione culturale».[23]
La documentazione speleologica delle miniere produce:
Rilievi topografici — piante, sezioni, modelli 3D con sistemi LiDAR e fotogrammetria sferica[17][6]
Documentazione fotografica — da quella analogica storica alle tecniche subacquee e sotterranee contemporanee
Testimonianze orali — raccolte dagli ex-minatori ancora viventi, che custodiscono il sapere incarnato che nessun documento scritto può rimpiazzare[24]
Ricerca archivistica — consultazione di archivi comunali, catastali, biblioteche, pubblicazioni minerarie storiche[25]
Schede catalografiche — l’ISPRA ha sviluppato la nuova Scheda di Catalogo SPD (Siti Produttivi Dismessi) per standardizzare la documentazione[16]
Il Riconoscimento Istituzionale: un Quadro Ancora Incompleto
I siti minerari «di interesse storico ed etnoantropologico» sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Tuttavia, questa tutela formale si scontra con una realtà normativa frammentata: solo alcune regioni hanno legiferato in materia di valorizzazione del patrimonio minerario dismesso (Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo), mentre manca una normativa nazionale organica.[16]
L’ISPRA stessa ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui». Questa lacuna istituzionale amplifica la responsabilità dell’esplorazione volontaria e della documentazione privata.[16]
8. Casi di Studio: Esempi Concreti dalla Realtà Italiana
La Maiella (Abruzzo): Modello di Speleologia Mineraria Attiva
Il massiccio della Maiella rappresenta forse il caso più documentato di speleologia mineraria sistematica in Italia. Il GRAIM ha:[7][12]
Catalogato oltre 100 ingressi tra miniere e sondaggi[1]
Documentato chilometri di binari, carrelli, bunker, montacarichi, tramogge[1]
Ritrovato miniere considerate perdute (miniera di Santo Spirito, miniera di Cusano)[15]
Scoperto la galleria ricoperta di scritte dei minatori — un documento antropologico irripetibile[15]
Ottenuto il riconoscimento della Soprintendenza[13]
Nel 2026 le esplorazioni si sono estese a nuovi territori (Taranta Peligna, Lama dei Peligni) in cerca di ulteriori siti di estrazione del bitume.[26]
La Sardegna: Dalla Dismissione al Turismo Culturale
Le miniere sarde, particolarmente nel Sulcis-Iglesiente, rappresentano uno dei patrimoni minerari più rilevanti d’Italia. Siti come l’Argentiera (Nord Sardegna), con strutture «in parte restaurate e in parte lasciate alle intemperie», raccontano «due secoli di lavoro e sacrificio». Sos Enattos (Galtellì), ultima miniera metallifera del Nuorese, chiusa nel 1996, è ora candidata a ospitare l’Einstein Telescope, proiettando il passato minerario verso il futuro scientifico.[8][27]
L’Umbria: Lignite e Memoria Industriale
In Umbria, i permessi di ricerca della lignite risalgono al primo Novecento, con un predominio della Società Terni fino agli anni ’50. La miniera di Buonacquisto (Arrone, TR), pilastro economico della regione, ha oggi un Parco Minerario dedicato (Parco Minerario Valentino Paparelli). Le miniere di Spoleto hanno raggiunto fino al XIII livello, a 55 metri sotto il livello del mare, con oltre 20 km di gallerie: oggi quel reticolo è quasi integralmente inaccessibile.[28][5][4]
La Sicilia: Tragedia, Letteratura e Recupero Difficile
Le zolfare siciliane sono forse le miniere più cariche di memorie dolorose: sfruttamento dei “carusi”, tragedia di Gibellini, economia estrattiva segnata dal disumano. Ciò che resta oggi sono «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistenti in mezzo alle campagne». Alcune soprintendenze hanno avviato tutele formali, ma la valorizzazione è ancora largamente incompiuta.[9]
La Liguria e il Piemonte: Miniere Metallifere Esplorabili
Nelle miniere di Brosso (Ivrea, TO) — oltre 180 chilometri di gallerie — gli esploratori possono girare per ore senza ripassare nello stesso punto, incontrando carrellini, binari con scambi, scivoli inclinati, formazioni di ossidi e idrossidi che replicano nelle gallerie la bellezza delle concrezioni naturali. È uno degli esempi più vividi di come la miniera diventi, nel tempo, un ambiente quasi naturale.[3]
9. Glossario dei Concetti Chiave
Termine
Definizione nel contesto del testo
Effimero sotterraneo
La condizione di transitorietà di ogni configurazione spaziale in una miniera abbandonata
Teatro del divenire
Metafora per indicare la miniera come luogo dove il tempo agisce visibilmente sulla materia
Riassorbimento naturale
Il processo con cui la Natura reintegra nel proprio sistema gli spazi artificialmente separati dall’attività estrattiva
Esploratore-documentatore
Figura che unisce la prassi esplorativa alla responsabilità memoriale
Mediatore di temporalità
Funzione dell’esploratore tra il tempo passato del lavoro minerario e il tempo futuro dell’oblio
Disciplina della consapevolezza
Dimensione filosofica della speleologia mineraria che trascende la sola tecnica
Silenzio minerale
L’immagine finale del testo: la condizione anteriore e posteriore all’intervento umano, a cui tutto ritorna
10. Domande per la Riflessione e l’Esame
Comprensione
Perché il testo rifiuta il paragone tra la miniera abbandonata e una “rovina museale”? Quali argomenti porta a supporto?
Quali sono i quattro agenti fisici principali della trasformazione sotterranea citati nel testo?
Cosa intende l’autore con “mediatore tra due temporalità”?
Analisi Critica
Il paradosso “non si torna mai nello stesso luogo” è di matrice eraclitea. In che modo il testo adatta questa intuizione filosofica al contesto specifico delle miniere?
Analizza la distinzione semantica tra “distruggere” e “riassorbire”. Perché questa distinzione è filosoficamente rilevante?
Come si articola, secondo il testo, il rapporto tra urgenza della documentazione e limitazione del tempo?
Applicazione e Sintesi
Un critico potrebbe obiettare che la documentazione speleologica non cambia nulla, perché le miniere continueranno a deteriorarsi. Come potrebbe rispondere l’autore del testo?
Confronta il ruolo etico dell’esploratore-documentatore con quello dell’archivista tradizionale. In cosa si sovrappongono? In cosa divergono?
La tesi del “silenzio minerale” finale (tutto ritorna al silenzio da cui era emerso) ha implicazioni pessimistiche o costruttive? Argomenta la tua posizione.
Come si collega il concetto di “speleologia come disciplina della consapevolezza del tempo” con la pratica concreta del rilievo topografico?
Domanda di Sintesi (tipo saggio breve)
Traccia: Il testo afferma che «documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo». Analizza questa affermazione in relazione alla situazione reale del patrimonio minerario italiano, utilizzando esempi concreti e sviluppando una tua posizione argomentata sulla responsabilità dell’esploratore-documentatore.
Schede Flash (Flashcard)
Q: Qual è la distinzione fondamentale che il testo stabilisce rispetto alla concezione comune della miniera abbandonata? A: La miniera non è uno spazio immobile “congelato nel tempo come una rovina museale”, ma un organismo in lenta ma continua trasformazione.
Q: Perché l’esplorazione non è mai “semplice ripetizione”? A: Perché l’ambiente sotterraneo si trasforma costantemente: anche tornando nello stesso luogo, non si torna mai davvero nello stesso luogo.
Q: Cosa significa che la Natura “riassorbe” invece di “distruggere”? A: Significa che il processo è organico, quasi fisiologico: la montagna cicatrizza le ferite, reintegrando gli spazi artificiali nel sistema naturale piuttosto che semplicemente demolirli.
Q: Quale valore etico attribuisce il testo alla documentazione speleologica? A: È un «atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo», non semplice archivistica.
Q: Cosa si intende con l’espressione “silenzio minerale”? A: La condizione originaria e finale dello spazio sotterraneo: prima dell’intervento umano e dopo che la Natura ha completato il riassorbimento di ciò che l’uomo aveva scavato.
Q: Cos’è il GRAIM e qual è il suo significato nel contesto della speleologia mineraria? A: È il Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella, fondato nel 2014, che documenta sistematicamente le miniere abbandonate della Maiella; incarna il modello dell’esploratore-documentatore descritto nel testo.
Q: Quanti siti minerari dismessi ha censito ISPRA in Italia? A: 3.021 siti, distribuiti in 93 province e 889 comuni; solo 75 fanno parte della Rete ReMi di musei e parchi minerari.
Q: Quali sono i tre gas più pericolosi nelle miniere di carbone abbandonate? A: Grisù (metano, esplosivo), Blackdamp (CO? + azoto, asfissiante), Whitedamp/monossido di carbonio (letale, inodore e insapore).
Q: In che senso la speleologia mineraria è definita “disciplina della consapevolezza del tempo”? A: Perché ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio, e che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza.
Q: Cosa custodiscono le miniere oltre alle gallerie e ai macchinari? A: «Fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere» — ovvero strati di vita umana che nessun documento può rimpiazzare.
Note Metodologiche per lo Studio
Il testo ha una struttura argomentativa circolare, non lineare. Parte da una tesi (la miniera come organismo in divenire), la sviluppa attraverso paradossi e implicazioni, e ritorna all’inizio con una diversa profondità. Per studiarla efficacemente:
Prima lettura: identifica le tesi principali e la loro sequenza logica
Seconda lettura: isola i paradossi e analizza come vengono risolti o lasciati aperti
Terza lettura: collega ogni affermazione filosofica a un esempio concreto (dalla documentazione GRAIM, dall’ISPRA, dalla letteratura sul campo)
Scrittura: esercitati a parafrasare le tesi in linguaggio tecnico-scientifico, poi in linguaggio filosofico, poi in linguaggio divulgativo — la padronanza si misura nella capacità di traduzione tra registri
L’urgenza che il testo esprime non è retorica: il patrimonio minerario italiano si deteriora più velocemente delle capacità istituzionali di tutelarlo. Comprendere questa realtà è parte integrante della comprensione del testo stesso.
Fonti [1] Le miniere dismesse della Maiella al Raduno Internazionale di … https://www.scintilena.com/le-miniere-dismesse-della-maiella-al-raduno-internazionale-di-speleologia-di-costacciaro/10/15/ [2] “Le miniere abbandonate della Maiella: situazione attuale, nuove … https://www.museo.unich.it/news/le-miniere-abbandonate-della-maiella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future [3] Le miniere abbandonate della Majella: situazione attuale … https://www.scintilena.com/doppio-appuntamento-in-abruzzo-le-miniere-abbandonate-della-majella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future/03/08/ [4] GRAIM: Presentazione delle Scoperte e ricerche sulle … https://www.scintilena.com/graim-presentazione-delle-scoperte-e-ricerche-sulle-miniere-abbandonate-della-maiella-il-23-gennaio/01/08/ [5] Esplorare oltre la roccia: riflessioni sull’etica nella speleologia https://www.scintilena.com/esplorare-oltre-la-roccia-riflessioni-sulletica-nella-speleologia/02/24/ [6] Mappe dall’Oscurità: Come si Crea la Cartografia del … – Scintilena https://www.scintilena.com/mappe-dalloscurita-come-si-crea-la-cartografia-del-mondo-sotterraneo/10/05/ [7] Modellazione 3D di cavità artificiali per analisi geomeccanica a … https://www.scintilena.com/modellazione-3d-di-grotte-artificiali-per-analisi-geomeccanica-a-gravina-in-puglia/09/02/ [8] Miniere dimenticate dell’Aspromonte: storia, geologia e archeologia https://www.scintilena.com/miniere-dimenticate-dellaspromonte-storia-geologia-e-archeologia/07/13/ [9] Le miniere abbandonate, patrimonio siciliano da riscoprire https://www.leviedeitesori.com/le-miniere-abbandonate-patrimonio-siciliano-da-riscoprire/ [10] Miniere d’Italia – Le miniere di lignite di Spoleto https://sites.google.com/view/miniere-italia/regioni/umbria/lignite-xiloide/le-miniere-di-lignite-di-spoleto [11] [PDF] Miniere dismesse: un patrimonio culturale ed economico – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/files2025/notizie/san-cataldo-re-mi-patane-giugno-2025-1.pdf [12] A Lettomanoppello la presentazione del libro sulla speleologia in … https://www.scintilena.com/a-lettomanoppello-la-presentazione-del-libro-sulla-speleologia-in-cavita-artificiali-pericoli-rischi-e-linee-guida/02/20/ [13] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [14] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [15] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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L’Ente Parco della Murgia Materana punta sui fondi europei con una convenzione quadro triennale con l’Istituto Universitario di Studi Europei
L’Ente Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri di Matera e l’Istituto Universitario di Studi Europei (IUSE) di Torino hanno firmato una Convenzione Quadro di collaborazione e consulenza della durata di tre anni. L’accordo mira a rafforzare la capacità progettuale del Parco, intercettare i finanziamenti europei e promuovere mo
L’Ente Parco della Murgia Materana punta sui fondi europei con una convenzione quadro triennale con l’Istituto Universitario di Studi Europei
L’Ente Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri di Matera e l’Istituto Universitario di Studi Europei (IUSE) di Torino hanno firmato una Convenzione Quadro di collaborazione e consulenza della durata di tre anni. L’accordo mira a rafforzare la capacità progettuale del Parco, intercettare i finanziamenti europei e promuovere modelli innovativi di gestione del patrimonio ambientale e culturale.[1]
La firma e i protagonisti dell’accordo sul patrimonio rupestre
La convenzione è stata siglata dal Presidente dello IUSE, professor Piercarlo Rossi, e dal Presidente dell’Ente Parco, Giovanni Mianulli. Il Parco delle Chiese Rupestri di Matera è un sito UNESCO di rilevanza internazionale, e la partnership nasce dall’esigenza concreta dell’Ente di potenziare le proprie competenze in materia di europrogettazione e gestione di iniziative finanziate da fondi nazionali e regionali. L’accordo è stato annunciato il 14 aprile 2026 e riportato da diversi organi di informazione regionali e nazionali.[1][2][3]
I quattro pilastri della collaborazione per lo sviluppo sostenibile
Lo IUSE, forte di una consolidata esperienza decennale nelle politiche dell’Unione Europea e nello sviluppo territoriale sostenibile, fornirà supporto tecnico-scientifico articolato in quattro aree principali.[1]
Monitoraggio bandi e progettazione: supporto nella presentazione di proposte su programmi UE e fondi strutturali
Strategie di sviluppo: analisi dei fabbisogni e definizione di modelli di gestione in linea con i trend europei di sostenibilità
Capacity Building: percorsi di formazione specialistica per il personale dell’Ente e per gli stakeholder locali
Ricerca e Valutazione: studi di impatto e divulgazione su temi legati alla tutela ambientale e al turismo sostenibile[1]
Le parole dei presidenti: valorizzare le Chiese Rupestri con l’europrogettazione
Il presidente dello IUSE, Piercarlo Rossi, ha dichiarato che con questa firma si consolida il ruolo dell’istituto come partner strategico per gli enti pubblici che guardano all’Europa. Rossi ha sottolineato come l’obiettivo sia tradurre le grandi sfide del Green Deal e della transizione ecologica in opportunità concrete per il territorio materano.[1]
Il presidente dell’Ente Parco, Giovanni Mianulli, ha evidenziato che la collaborazione con lo IUSE permetterà di rafforzare la capacità di analisi e progettazione del Parco. L’accordo, a suo giudizio, garantirà una valorizzazione sempre più efficace e moderna del patrimonio inestimabile delle Chiese Rupestri.[1]
Il Parco delle Chiese Rupestri: un sito UNESCO al centro delle politiche di tutela
Il Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano è uno dei territori protetti più significativi del Mezzogiorno d’Italia. Il sito, riconosciuto dall’UNESCO, custodisce un patrimonio rupestre unico che intreccia storia, archeologia, natura e spiritualità. Negli ultimi anni l’Ente ha avviato percorsi di collaborazione istituzionale per rispondere alle sfide della conservazione e della fruizione sostenibile, anche attraverso l’accesso ai fondi strutturali europei del ciclo 2021-2027.[4]
La nuova convenzione con lo IUSE si inserisce in questo quadro strategico. L’accordo mira a dotare il Parco delle Chiese Rupestri degli strumenti tecnici e delle competenze necessarie per competere efficacemente nell’accesso ai programmi di finanziamento europei dedicati alla tutela della biodiversità, alla transizione ecologica e al turismo sostenibile.[1]
Fonti [1] Ricerca e territorio, intesa per valorizzare le Chiese rupestri https://agr.regione.basilicata.it/post/ricerca-e-territorio-intesa-per-valorizzare-le-chiese-rupestri/ [2] Matera, accordo tra IUSE e Parco della Murgia – trmtv https://www.trmtv.it/primo-piano/2026_04_14/536605.html/amp [3] A Matera siglato un accordo tra IUSE e Parco della Murgia per … https://www.facebook.com/trmtv/posts/a-matera-siglato-un-accordo-tra-iuse-e-parco-della-murgia-per-innovazione-fondi-/1556749956457893/ [4] Schema di Accordo di Collaborazione – Basilicata Europa https://europa.regione.basilicata.it/2021-27/wp-content/uploads/2025/01/Accordo_Parco-Murgia-1.pdf [11] Firma del Protocollo d’Intesa per la Valorizzazione delle Grotte di … https://www.scintilena.com/firma-del-protocollo-dintesa-per-la-valorizzazione-delle-grotte-di-luppa-tra-il-comune-di-sante-marie-e-la-federazione-speleologica-abruzzese-ets/03/07/ [12] Rural Karst: un progetto per promuovere la scienza e la tecnologia nelle scuole rurali della Romania – Scintilena https://www.scintilena.com/rural-karst-un-progetto-per-promuovere-la-scienza-e-la-tecnologia-nelle-scuole-rurali-della-romania/11/28/ [13] “Paesaggio culturale e sistema ipogeo nell’Alta Murgia: tra dimore … https://www.scintilena.com/giornate-europee-del-patrimonio-paesaggio-culturale-e-sistema-ipogeo-nellalta-murgia-tra-dimore-luoghi-di-culto-e-sepolture/09/18/ [14] Progetto Conservazione Habitat 8310: 110 grotte ripulite, restaurate e protette in un sito Natura 2000 in Romania – Scintilena https://www.scintilena.com/progetto-conservazione-habitat-8310-110-grotte-ripulite-restaurate-e-protette-in-un-sito-natura-2000-in-romania/04/22/ [15] EuroSpeleo Protection Label 2026: aperta la call europea per i … https://www.scintilena.com/eurospeleo-protection-label-2026-aperta-la-call-europea-per-i-progetti-di-tutela-delle-grotte/02/13/ [16] Palagianello rilancia il futuro della civiltà rupestre https://www.scintilena.com/palagianello-rilancia-il-futuro-della-civilta-rupestre/10/06/ [17] Nuovo Protocollo d’Intesa tra Regione Abruzzo e Federazione Speleologica Abruzzese – Scintilena https://www.scintilena.com/nuovo-protocollo-dintesa-tra-regione-abruzzo-e-federazione-speleologica-abruzzese/12/12/ [18] CALL FOR SURVEY DA ERC-KARST – Scintilena https://www.scintilena.com/call-for-survey-da-erc-karst-2/11/24/ [19] L’Alta Murgia alla BIT Milano 2025: turismo, cultura e … https://www.scintilena.com/lalta-murgia-alla-bit-milano-2025-turismo-cultura-e-sostenibilita/02/13/ [20] Puglia Archivi – Pagina 17 di 21 – Scintilena https://www.scintilena.com/category/puglia/page/17/ [21] Marche Approvata la mozione per il rifinanziamento della … https://www.scintilena.com/marche-approvata-la-mozione-per-il-rifinanziamento-della-legge-regionale-sulla-speleologia/08/25/ [22] Riscoperta del Patrimonio Minerario Abruzzese: Oggi Una … https://www.scintilena.com/riscoperta-del-patrimonio-minerario-abruzzese-oggi-una-conferenza-a-san-valentino-in-abruzzo-citeriore-pe/05/16/ [23] La Federazione Speleologica Pugliese aderisce al Contratto di Fiume del Torrente Asso, la speleologia al servizio del territorio. – Scintilena https://www.scintilena.com/la-federazione-speleologica-pugliese-aderisce-al-contratto-di-fiume-del-torrente-asso-la-speleologia-al-servizio-del-territorio/05/26/ [24] Pag. 1 a 20 https://www.sportesalute.eu/images/bandi_di_gara/RA_127_PA/08_RA_127_23PA__Accordo_Quadro_Foligno_-Matera.pdf [25] parco nazionale https://www.parcoaltamurgia.it/sites/default/files/albopretorio/upload/1420_z_DETERM.%2078-2014%20-%20AVVISO%20PUBBLICO%20CONVENZIONI.pdf [26] accordo di sviluppo tra parco delle chiese rupestri e iuse do torino https://www.facebook.com/basilicatadigitalchannel/posts/accordo-di-sviluppo-tra-parco-delle-chiese-rupestri-e-iuse-do-torino-rafforzare-/1565040368954775/ [27] TRA Il Comune di Matera, rappresentato dalla Dott.ssa … https://www.provincia.matera.it/images/amm_trasp/bandi_di_concorso/attivi/schema_di_convenzione-_ambientale.pdf [28] [PDF] FAC-SIMILE ACCORDO DI PARTENARIATO – Comune di Matera – https://comune.matera.it/wp-content/uploads/2024/09/Delibera-della-giunta-comunale-n.942022.pdf [29] Matera, accordo tra IUSE e Parco della Murgia https://x.com/TRMh24/status/2044012403281609006 [30] CONVENZIONE DI COPRODUZIONE https://amministrazionetrasparente.matera-basilicata2019.it/download/all-1-dd-73-convenzione-5ba4f428ba7e0.pdf [31] ?’???????? ????????????? ?? ????? … https://www.facebook.com/Parcomurgiamaterana/photos/-%F0%9D%97%A6%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BB%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B4%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%AE-%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%AE-%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%B0%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B0%F0%9D%97%AE-%F0%9D%97%B2-%F0%9D%98%81%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BC%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%B9%F0%9D%97%9C%F0%9D%98%80%F0%9D%98%81%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%98%82%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%A8%F0%9D%97%BB%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%83%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%98%80%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%97%AE%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%B1%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%A6%F0%9D%98%81%F0%9D%98%82%F0%9D%97%B1%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%98%F0%9D%98%82%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%BC%F0%9D%97%BD%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%B2-%F0%9D%97%B9%F0%9D%97%98/1256002466703475/ [32] [PDF] 1 LA MURGIA ABBRACCIA MATERA https://trasparenza.regione.puglia.it/sites/default/files/paragrafi_semplici/20_Concorso%20di%20idee%20-%20La%20Murgia%20abbraccia%20Matera.pdf [33] ??? ???????? ??? ??????? ? … https://www.facebook.com/groups/673361526137687/posts/3703031746503968/ [34] [PDF] convenzione – Formez – Monitoraggio progetti https://monitoraggioprogetti.formez.it/Home/StampaConvenzione/25038RO37
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Quando la neve scavata nella roccia alimentava l’industria del ghiaccio in Puglia
Neviere della Murgia: cisterne ipogee per raccogliere e conservare la neve
Le neviere della Murgia sono cisterne scavate nella roccia calcarea, strutture ipogee in cui la neve veniva raccolta durante i mesi invernali e conservata fino a trasformarsi in ghiaccio. Il fenomeno si diffuse in tutto il territorio pugliese: dal Gargano al basso Salento, con una concentrazione significativa nelle ar
Quando la neve scavata nella roccia alimentava l’industria del ghiaccio in Puglia
Neviere della Murgia: cisterne ipogee per raccogliere e conservare la neve
Le neviere della Murgia sono cisterne scavate nella roccia calcarea, strutture ipogee in cui la neve veniva raccolta durante i mesi invernali e conservata fino a trasformarsi in ghiaccio. Il fenomeno si diffuse in tutto il territorio pugliese: dal Gargano al basso Salento, con una concentrazione significativa nelle aree della Murgia. Martina Franca, con le sue 30 strutture censite, si conferma la principale capitale regionale dell’industria del ghiaccio.[1]
Queste strutture non erano semplici buche nel terreno. Erano manufatti architettonici complessi, composti da cisterne o pozzi a pianta rettangolare, scavati nella roccia calcarea con una profondità variabile tra i 4 e i 12 metri. La struttura sovrastante era in pietra calcarea, con volta a botte e copertura a chiancarelle su falde inclinate. I conci estratti durante lo sbancamento erano riutilizzati per innalzare le pareti e le strutture esterne. Nelle aree della Murgia, il costo della lavorazione era più elevato rispetto alle zone costiere, dove la calcarenite tenera rendeva lo scavo più agevole rispetto alla compatta roccia calcarea della murgia.[2]
Piccola Era Glaciale e clima pugliese: le nevicate che resero possibile l’industria del freddo
Le neviere non avrebbero potuto esistere senza le condizioni climatiche che le resero necessarie. La cosiddetta Piccola Era Glaciale (PEG) — in inglese Little Ice Age — fu una fase di raffreddamento climatico durata approssimativamente dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo. Questo periodo portò, anche nelle regioni mediterranee del Sud Italia, nevicate abbondanti e persistenti che resero economicamente vantaggioso costruire e gestire queste strutture.[3][1]
La prova della diffusione delle neviere è, in sé, una testimonianza climatica diretta. Non si sarebbe potuto creare un simile numero di opere idrauliche se la natura non avesse offerto periodicamente quella materia prima che era la neve. I segni della Piccola Era Glaciale sono visibili in numerose opere dell’intelletto umano: dai dipinti ai racconti letterari, fino alle prime osservazioni di carattere scientifico. In Puglia, le centinaia di neviere documentate ne rappresentano la testimonianza materiale più concreta.[1][3]
Il ciclo produttivo: dal nevaiolo alla stecca di ghiaccio da bicchiere
La gestione delle neviere era una vera e propria attività imprenditoriale, organizzata secondo regole precise. Erano figure specializzate a presiedere l’intera filiera: il nevaiolo, ovvero l’appaltatore responsabile della raccolta, della conservazione e della trasformazione della neve in ghiaccio. La proprietà dei beni era concentrata nelle mani dell’aristocrazia locale. A Martina Franca e nei territori circostanti, i duchi Caracciolo detenevano il monopolio dell’industria del ghiaccio.[4][5]
Il ghiaccio era una merce preziosa. La sua purezza e igiene erano fondamentali, soprattutto per il consumo alimentare. Per la sorbetteria si selezionavano le cosiddette stecche di ghiaccio “da bicchiere”, le più pregiate. Il ghiaccio di qualità inferiore era invece impiegato per la conservazione di carni e pesci, rallentandone il deperimento, o utilizzato nella farmacopea per trattare diversi malanni.[6]
Un viaggiatore del 1818 racconta i sorbetti di Martina Franca
Una fonte storica di primo piano è il diario di viaggio del marchese di Pietracatella Giuseppe Ceva Grimaldi, intendente di Terra d’Otranto. Nel 1818, descrivendo il suo itinerario da Napoli a Lecce, il marchese annotò i piaceri della tavola dei martinesi, elogiando i sorbetti squisiti prodotti grazie alle famose conserve di neve che nel Salento si trovano — scriveva — sui monti di Martina. Era possibile gustarli nel pieno dell’estate, nonostante il caro prezzo. Questa testimonianza conferma come il commercio del ghiaccio avesse già allora un’organizzazione consolidata e una clientela esigente, tra nobiltà e ceto abbiente.[7][1]
Architettura ipogea delle neviere: dall’escavazione alla volta a botte
Lo sviluppo architettonico delle neviere seguì le logiche costruttive dell’edilizia rurale pugliese. Le strutture adottavano tecniche simili a quelle delle case a pignon e delle grandi cisterne aperte. La morfologia del tavoliere pugliese, privo di catene montuose e con un suolo calcareo, aveva già abituato gli abitanti a scavare invasi e cisterne per raccogliere l’acqua piovana. Le neviere si inseriscono in questa tradizione millenaria di architettura ipogea, declinandola in funzione di un uso diverso: non l’acqua, ma la neve.[2][6]
La struttura tipica comprendeva aperture nella volta per lo scarico della neve e aperture laterali per la ventilazione e l’accesso. La sovrapposizione di strati compatti di neve, alternati con paglia o foglie per l’isolamento termico, era la tecnica che permetteva la lenta trasformazione in ghiaccio nel corso dei mesi.[6][2]
Speleologi in prima linea per la tutela delle neviere pugliesi
A tutelare le neviere sono oggi principalmente gli speleologi. In Puglia, la normativa di riferimento è la Legge Regionale 4 dicembre 2009, n. 33, “Tutela e valorizzazione del patrimonio geologico e speleologico”. Questa legge ha istituito e regola il Catasto delle grotte e delle cavità artificiali della Puglia, affidato alla Federazione Speleologica Pugliese attraverso apposita convenzione con la Regione. Le neviere rientrano a pieno titolo nel catasto come cavità artificiali di interesse storico e antropologico.[8][9][10]
La Puglia conta già 2.377 cavità naturali censite e oltre 1.050 cavità artificiali registrate. Il lavoro di catalogazione è continuo: speleologi e ricercatori affiancano le istituzioni nel censire, documentare e proteggere queste strutture. Il volume Neviere della Murgia dei Trulli e nevicate storiche in Valle d’Itria ha censito quasi un centinaio di neviere solo in quella porzione di territorio.[10][1]
Archeologia dell’Età Contemporanea: un patrimonio da salvaguardare
Ciò che resta delle neviere pugliesi costituisce una preziosa testimonianza di archeologia dell’età contemporanea. Queste strutture narrano un capitolo di storia economica e sociale che coinvolge climatologia, architettura, storia locale e speleologia. L’abbandono dell’industria del ghiaccio naturale fu determinato da due fattori combinati: il progressivo cambiamento climatico che ridusse le nevicate, e l’avvento del ghiaccio artificiale prodotto con l’energia elettrica.[3][1]
Oggi un frigorifero produce ghiaccio in poche ore, a costo irrisorio. Per i nostri avi, ottenere quel bene richiedeva fatica collettiva, ingegno architettonico, organizzazione imprenditoriale e le giuste condizioni meteorologiche. I manufatti sopravvissuti alla distruzione andrebbero salvaguardati, tutelati e valorizzati per trasmettere alle generazioni future un capitolo fondamentale dell’identità culturale delle comunità pugliesi.[1][3]
Fonti [1] Neviere e nevicate d’agosto: il “tempo” porta sotto terra la memoria … https://www.scintilena.com/neviere-e-nevicate-dagosto-il-tempo-porta-sotto-terra-la-memoria-del-freddo/08/27/ [2] Le neviere murgiane | La Voce News https://www.lavocenews.it/coronavirus-4/puglia-coronavirus-4/in-evidenza/le-neviere-murgiane/ [3] Le neviere della Murgia e le nevicate storiche in Valle d’Itria https://www.scintilena.com/le-neviere-della-murgia-e-le-nevicate-storiche-in-valle-ditria-un-viaggio-nel-passato-climatico-della-puglia/04/26/ [4] [PDF] ricchezza di pietra. i fabbricati urbani e rurali dei duchi http://siba-ese.unisalento.it/index.php/medietas/article/download/28625/23466 [5] Caracciolo – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Caracciolo [6] Le neviere https://www.altosalentorivieradeitrulli.it/le_neviere.htm [7] Giuseppe Ceva Grimaldi Pisanelli di Pietracatella – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ceva_Grimaldi_Pisanelli_di_Pietracatella [8] La tutela del patrimonio ipogeo attraverso i catasti delle cavità artificiali – Scintilena https://www.scintilena.com/la-tutela-del-patrimonio-ipogeo-attraverso-i-catasti-delle-cavita-artificiali/02/15/ [9] Catasto delle grotte e delle formazioni naturali – S.I.T. – Puglia.con https://pugliacon.regione.puglia.it/web/sit-puglia-sit/catasto-delle-grotte-e-delle-formazioni-naturali [10] Catasto delle Grotte e Cavità Artificiali https://www.fspuglia.it/catasto/catasto-puglia/31 [11] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [12] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [13] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [14] “SUI SENTIERI DEI BRIGANTI” con il Centro Speleologico … https://www.scintilena.com/sui-sentieri-dei-briganti-con-il-centro-speleologico-dellalto-salento/12/29/ [15] Dal Buio: una mostra speleologica a Martina Franca https://www.scintilena.com/dal-buio-una-mostra-speleologica-a-martina-franca/01/13/ [16] COMPIE 50 ANNI LO STORICO GRUPPO SPELEOLOGICO VALLE DEL NOCE – Scintilena https://www.scintilena.com/compie-50-anni-lo-storico-gruppo-speleologico-valle-del-noce/01/15/ [17] L’arte del trarre l’olio: viaggio nei trappeti ipogei tra storia e … https://www.scintilena.com/larte-del-trarre-lolio-viaggio-nei-trappeti-ipogei-tra-storia-e-speleologia/08/16/ [18] Cittadinanza Onoraria di Cerchiara di Calabria al regista … – Scintilena https://www.scintilena.com/cittadinanza-onoraria-di-cerchiara-di-calabria-al-regista-frammartino-senza-gloria-gli-speleologi-del-61/12/11/ [19] Grotte e Voragini di Martina Franca – Il libro – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-e-voragini-di-martina-franca-il-libro/06/04/ [20] “Monte Nerone racconta” all’incontro di speleologia “Scintilena e … https://www.scintilena.com/monte-nerone-racconta-allincontro-di-speleologia-scintilena-e-friends-a-febbraio-a-narni/01/07/ [21] Neviere e ghiacciaie del Molise: una nuova proposta di classificazione – Scintilena https://www.scintilena.com/neviere-e-ghiacciaie-del-molise-una-nuova-proposta-di-classificazione/04/06/ [22] Scintilena https://www.scintilena.com/page/93/ [23] Speleologi che hanno fatto la Storia: Dott. Mario Marchetti (1913-1996) https://www.scintilena.com/speleologi-che-fecero-la-storia-dott-mario-marchetti-1913-1996/11/15/ [24] La memoria di alcune intense nevicate della “Piccola Era Glaciale” nel Salento | La Naturalizzazione d’Italia http://naturalizzazioneditalia.altervista.org/la-memoria-di-alcune-intense-nevicate-della-piccola-era-glaciale-nel-salento/ [25] Famiglia Caracciolo di Martina – nobili napoletani https://www.nobili-napoletani.it/Caracciolo-Martina.htm [26] IL SALENTO DALL PREISTORIA ALLA MODERNITÀ https://www.lecceoggi.com/salento-dall-preistoria-alla-modernita-3/ [27] Piccola era glaciale – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Piccola_era_glaciale [28] Preistoria e Protostoria della Puglia https://www.iipp.it/wp-content/uploads/Indice_Preistoria-e-protostoria-della-Puglia.pdf [29] [PDF] Le vicende patrimoniali dei Caracciolo di Martina Franca durante e … https://emeroteca.provincia.brindisi.it/Archivio%20Storico%20Pugliese/2000/Articoli/LeVicendePatrimoniali.pdf [30] IL COMMERCIO DELLA NEVE FRA LA MURGIA E … https://www.perieghesis.it/Neve%20fra%20Murgia%20e%20Taranto%201700.pdf [31] La Puglia nel Neolitico dalle Veneri di Parabita a Porto Badisco https://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1979/III/art/R79III025.html [32] ai tempi della “piccola era glaciale” anche in valle d’itria nevicava https://www.facebook.com/groups/274848366302720/posts/2340523653068504/ [33] Regolamento Catasto Speleologico del Friuli Venezia Giulia in via … https://www.scintilena.com/regolamento-catasto-speleologico-del-friuli-venezia-giulia-in-via-di-approvazione/01/03/ [34] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/623/?c=7 [35] Importanti novità nella speleologia del Lazio: il Catasto Cavità … https://www.scintilena.com/importanti-novita-nella-speleologia-del-lazio-il-catasto-cavita-artificiali/06/22/ [36] Il Catasto Speleologico Regionale: uno strumento … https://www.scintilena.com/il-catasto-speleologico-regionale-uno-strumento-essenziale-per-la-tutela-delle-grotte/02/15/ [37] Umbria – Legge regionale 23 settembre 2009, n. 19 – Scintilena https://www.scintilena.com/umbria-legge-regionale-23-settembre-2009-n-19/12/24/ [38] Acque sotterranee – DECRETO LEGISLATIVO 16 marzo 2009, n. 30 – Scintilena https://www.scintilena.com/acque-sotterranee-decreto-legislativo-16-marzo-2009-n-30/04/05/ [39] Catasto Nazionale Cavità Artificiali – Scintilena http://www.scintilena.com/utec/old/utec/catasto/fruizione.htm [40] ACCATASTAMENTO CAVITA’ IPOGEE E/O ARTIFICIALI https://www.scintilena.com/accatastamento-cavita-ipogee-eo-artificiali/05/08/ [41] Scintilena https://www.scintilena.com/page/2263/?sid=18&lang=cn&act=topiccont&fid=1&id=1&page=1&pageall=1&numall=10 [42] Scintilena, Autore presso Scintilena – Pagina 1814 di 1890 https://www.scintilena.com/author/Scintilena/page/1814/ [43] [PDF] Giuseppe Ceva Grimaldi – Cisva https://viaggio-adriatico.com/wp-content/uploads/2024/01/ceva_grimaldi.pdf [44] Catasto delle grotte e delle cavità artificiali della Puglia – CNR Irpi https://www.irpi.cnr.it/progetto/catasto-delle-grotte-cavita-artificiali-della-puglia/ [45] Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di terra d’Otranto nell … https://books.google.com/books/about/Itinerario_da_Napoli_a_Lecce_e_nella_pro.html?hl=it&id=B5YuAAAAYAAJ [46] [PDF] geositi della puglia – CAI SCUOLA https://caiscuola.cai.it/wp-content/uploads/2025/02/2025-Corso-Rete-Natura-2000-Salvatore-Valletta-Geositi-della-Puglia_def.pdf [47] # **IL MONDO SCOMPARSO DEGLI IPOGEI DEL … – Facebook https://www.facebook.com/groups/235044483499015/posts/2836822846654486/ [48] legge regionale 4 dicembre 2009, n. 33 https://portale2015.consiglio.puglia.it/documentazione/leges/azione.asp?K=2009LV33 [49] Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di Terra d’Otranto nell … https://archive.org/details/bub_gb_0VDtzC5EPiUC [50] Art. 4 – Catasto regionale del patrimonio speleologico https://legislazionetecnica.it/node/3607308 [51] SEI DI GIOIA DEL COLLE SE……. – Facebook https://www.facebook.com/groups/1801570513409931/posts/4518198808413741/ [52] [PDF] Un approccio metodologico per lo studio delle cavità artificiali pugliesi https://www.sigeaweb.it/documenti/convegni/massafra-2017/1_Parise_Sigea_Massafra.pdf [53] Sei di Ceglie Messapica se… – Facebook https://www.facebook.com/groups/1466176263612111/posts/4538422423054131/ [54] Nuovo Catasto delle Grotte e delle Cavità Artificiali della Regione … https://www.ambienteambienti.com/nuovo-catasto-delle-grotte-e-delle-cavita-artificiali-della-regione-puglia/
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Resti umani sotto terra e nei musei: un patrimonio che interroga la scienza
Le Catacombe di Parigi hanno riaperto al pubblico l’8 aprile 2026 dopo cinque mesi di chiusura e un intervento da 5,5 milioni di euro. L’evento ha riportato al centro dell’attenzione un tema che attraversa trasversalmente archeologia, speleologia, museologia e diritto: come si gestiscono i resti umani custoditi nel sottosuolo, nei depositi scientifici e nei musei? Un’inchiesta pubblicata il 6 aprile
Resti umani sotto terra e nei musei: un patrimonio che interroga la scienza
Le Catacombe di Parigi hanno riaperto al pubblico l’8 aprile 2026 dopo cinque mesi di chiusura e un intervento da 5,5 milioni di euro. L’evento ha riportato al centro dell’attenzione un tema che attraversa trasversalmente archeologia, speleologia, museologia e diritto: come si gestiscono i resti umani custoditi nel sottosuolo, nei depositi scientifici e nei musei? Un’inchiesta pubblicata il 6 aprile 2026 da Le Monde, firmata da Hervé Morin, ricostruisce un panorama complesso e per molti versi irrisolto.[1]
Le Catacombe di Parigi: sei milioni di scheletri sotto la città
L’ossuario municipale di Parigi è il più grande al mondo. Nelle sue gallerie sotterranee sono custoditi i resti di circa sei milioni di parigini, trasferiti dalle chiese e dai cimiteri sovraffollati a partire dalla fine del XVIII secolo.[1]
Con 600.000 visitatori l’anno, il sito rischiava di scivolare verso una logica da parco di divertimenti. La nuova scénographie punta a un approccio più sobrio. Isabelle Knafou, amministratrice delle catacombe, ha scelto deliberatamente di mantenere i resti umani accessibili al visitatore: «È la migliore barriera contro l’irrispetto. Nel corso della visita, il tono cambia. I burloni vengono presi alle viscere».[2][1]
I lavori di restauro hanno richiesto l’intervento di un muratore specializzato in pietra a secco. Il suo compito era raddrizzare le cosiddette hagues, i muri di ossa che rischiano di cedere. Il cemento è stato escluso: aumenta l’umidità e fragilizza le ossa. La tecnica a secco si è rivelata più stabile e più rispettosa del materiale.[1]
Musei e laboratori: 24.000 resti umani solo in Francia
Il problema non riguarda solo le catacombe. Il Muséum national d’histoire naturelle (MNHN) di Parigi custodisce 24.000 resti umani: 18.000 crani, 360 scheletri montati, 70 mummie complete. Un lavoro di inventario avviato nel 2005 è ancora in corso.[1]
Questi resti sono il prodotto di secoli di raccolta sistematica, spesso condotta senza alcun consenso. Laure Cadot, conservatrice-restauratrice indipendente, lo dice con chiarezza: «Siamo eredi di un patrimonio talvolta difficile da assumere. Non siamo responsabili dell’acquisizione di queste collezioni, ma dei gesti verso questi resti umani».[1]
Il nodo centrale è teorico prima ancora che pratico. Ogni resto umano occupa una zona grigia tra oggetto e soggetto: è un archivio biologico – genetico, isotopico, osteologico – ma è stato anche una persona. Il Codice etico dell’ICOM (adottato nel 2004) definisce i resti umani «materiali sensibili». Quel codice è attualmente in corso di revisione.[3][4][5]
Mostrare o nascondere: le scelte delle istituzioni
Il Musée de l’Homme di Parigi ha preso posizione con la mostra Momies, aperta dal 19 novembre 2025 al 25 maggio 2026, che espone nove mummie provenienti dall’Egitto antico, dall’America del Sud e dall’Europa medievale. Il paleoantropólogo Pascal Sellier, tra i curatori, ha spiegato che tenere le mummie nei magazzini è una forma di ipocrisia, e che le repliche «trasformano queste persone in cose».[1][6]
Altre istituzioni hanno scelto la strada opposta. In Giamaica, il Museo nazionale di Kingston ha ritirato dall’esposizione i resti dei Taíno, originariamente raccolti «per dimostrare l’esistenza di razze inferiori». Il Musée d’ethnographie di Ginevra propone una terza via: il dialogo con le comunità di appartenenza prima di qualsiasi decisione espositiva, perché rendere invisibile un resto umano può significare rendere invisibile anche la comunità che lo rivendica.[1]
Le restituzioni coloniali: dalla Vénus Hottentote al re Toera
La dimensione coloniale del problema è quella che ha prodotto i cambiamenti giuridici più rilevanti. Il caso di Saartjie Baartman (1788/1789–1815), donna khoisan del Sudafrica esposta come attrazione scientifica a Londra e Parigi prima di morire di malattia, è diventato il simbolo di questa storia. I suoi resti – genitali, cervello e calco del corpo – rimasero al Musée de l’Homme per quasi due secoli. Furono restituiti al Sudafrica solo nel 2002, attraverso una legge ad hoc, prima breccia nel principio di inalienabilità delle collezioni pubbliche francesi.[7][8]
La breccia si è poi allargata. La Loi n° 2023-1251 del 26 dicembre 2023 ha creato un quadro generale per la restituzione di resti umani dalle collezioni pubbliche francesi. La prima applicazione è arrivata il 26 agosto 2025 con la restituzione a Madagascar di tre crani sakalava conservati al MNHN, tra cui quello presumibilmente appartenente al re Toera, decapitato nel 1897 dalle truppe coloniali francesi.[9][10][11][12][13]
Ancora in attesa di risposta è la richiesta dei discendenti dei Kali’na della Guyana, 32 persone attirate a Parigi con false promesse nel 1892 ed esposte come attrazione al Jardin d’acclimatation prima di morire di malattia. Le loro ossa sono tuttora al MNHN.[14][15]
Il modello americano: il NAGPRA e l’Uomo di Kennewick
Negli Stati Uniti il problema è stato affrontato con una legge specifica: il Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA) del 1990 obbliga ogni istituzione che riceva fondi federali a inventariare e restituire i resti di nativi americani ai loro discendenti legittimi. Nel 2023 risultavano ancora oltre 97.000 resti non restituiti.[16][17]
Il caso più discusso è quello dell’Uomo di Kennewick: uno scheletro di 8.500 anni scoperto nel 1996 nel Washington State, conteso per vent’anni tra antropologi e cinque tribù amerindiane. Un’analisi genetica ha confermato nel 2015 i legami con le tribù. Il 18 febbraio 2017 il corpo è stato infine inumato in un luogo segreto lungo il fiume Columbia.[18][19]
L’American Museum of Natural History di New York ha annunciato la rimozione di circa 12.000 resti umani dalle proprie collezioni. Il presidente Sean Decatur ha riconosciuto che molte di quelle raccolte erano state costituite «per portare avanti programmi scientifici profondamente radicati nella supremazia bianca».[20]
Archeologia preventiva: il problema della saturazione
L’INRAP (Institut national de recherches archéologiques préventives), fondato nel 2001, ha presieduto in Francia allo scavo di 50.000-60.000 tombe. I depositi gestiti dallo Stato iniziano a essere saturi. Dominique Garcia, presidente dell’INRAP, propone una soluzione circolare: «Forse bisogna immaginare nuove catacombe, diverse dai depositi archeologici dello Stato e dai musei, per accogliere queste sepolture».[1]
Il caso della Dame de Quengo — Louise de Quengo (1584–1656), ritrovata in stato di conservazione quasi integrale nel 2013 durante gli scavi a Rennes e reinumata nel 2015 per volere dei discendenti — ha diviso il mondo scientifico. Per molti archeologi si è trattato di un «crimine scientifico», perché quella dépouille aveva ancora molto da rivelare.[21][1]
I cimiteri ebraici pongono un caso ulteriore: a Lione, le prescrizioni religiose hanno impedito qualsiasi studio scientifico dei defunti trovati in una cripta medievale. A Châteauroux, invece, è stato raggiunto un accordo per condurre analisi genetiche prima della reinumazione.[1]
Il quadro giuridico: dignità, inalienabilità e decolonizzazione
L’articolo 16-1-1 del codice civile francese stabilisce che «il rispetto dovuto al corpo umano non cessa con la morte». Questo principio è in tensione permanente con le esigenze dell’archeologia preventiva. Il vice-presidente del Senato francese Pierre Ouzoulias, archeologo di formazione, si è detto pronto a portare un’iniziativa legislativa per definire meglio il trattamento dei resti umani in archeologia: «Riguardo ai resti umani, esiste una sorta di deroga tacita rispetto al codice civile, concessa agli archeologi. Prelevarli non è un atto scientifico neutro».[1]
La decolonizzazione delle collezioni, ricorda il Musée d’ethnographie di Ginevra, «non è un risultato, ma un processo». Restituire un resto umano senza aver consultato le comunità interessate non è automaticamente la scelta giusta. La ricercatrice tunisina Chedlia Annabi lo dice senza ambiguità: «Non bisogna eludere la violenza che ha talvolta accompagnato la costituzione di queste collezioni».[1]
Pikaia.eu — I resti umani come beni culturali tra potenzialità e problemi — https://pikaia.eu/i-resti-umani-come-beni-culturali-tra-potenzialita-e-problemi/
Musée de l’Homme — Exposition Momies — https://www.museedelhomme.fr/fr/exposition-evenement/momies
Expo.paris — Expo Momies au Musée de l’Homme — https://expo.paris/exposition/momies-musee-de-l-homme-2025
ICOM Italia — Il Codice Etico di ICOM — https://www.icom-italia.org/codice-etico/
Regione Toscana — Codice etico ICOM per i musei (PDF) — https://www.regione.toscana.it/documents/10180/13648183/codice-etico-ICOM-per-i-musei.pdf
Vie-publique.fr — Loi restitution restes humains 26 décembre 2023 — https://www.vie-publique.fr/loi/289831-loi-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques
Légifrance — LOI n° 2023-1251 du 26 décembre 2023 — https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000048668800
Seban & Associés — Patrimoine culturel ou dignité de la personne humaine — https://www.seban-associes.avocat.fr/patrimoine-culturel-ou-dignite-de-la-personne-humaine-une-loi-permettant-la-restitution-de-restes-humains/
JSS.fr — Restitution de restes humains : la loi de décembre 2023 — https://jss.fr/post/Restitution_de_restes_humains_:_la_loi_de_decembre_2023__une_porte_qui_s-ouvre_vers_une_nouvelle_cooperation
Lexpress.mg — La France officialise la restitution du kabeso du roi Toera — https://www.lexpress.mg/2025/04/patrimoine-la-france-officialise-la.html
Le Monde — Avec le retour annoncé du crâne du roi Toera, Madagascar célèbre la mémoire de ses royautés — https://www.lemonde.fr/afrique/article/2025/04/24/avec-le-retour-annonce-du-crane-du-roi-toera-madagascar-celebre-la-memoire-de-ses-royautés-brisées-par-la-colonisation
Africanews — La France restitue 3 crânes mahorais à Madagascar — https://fr.africanews.com/2025/08/26/la-france-restitue-3-cranes-mahorais-a-madagascar/
Ministère de la Culture — Trois crânes sakalava restitués à Madagascar — https://www.culture.gouv.fr/actualites/trois-cranes-sakalava-restitues-a-madagascar
Le Monde — Des restes d’Amérindiens kaliña guyanais dans les limbes du Musée de l’Homme — https://www.lemonde.fr/sciences/article/2026/04/06/des-restes-d-amerindiens-kalina-guyanais-dans-les-limbes-du-musee-de-l-homme
Ouest-France — Elle se bat pour récupérer les corps des Guyanais exhibés dans un zoo humain à Paris — https://www.ouest-france.fr/region-guyane/elle-se-bat-pour-recuperer-les-corps-des-guyanais-exhibes-dans-un-zoo-humain-a-paris
Assemblée nationale — Restitution de la dépouille de la Vénus hottentote — https://www.assemblee-nationale.fr/11/dossiers/0101140102.asp
National Park Service — NAGPRA — https://www.nps.gov/subjects/nagpra/
La Voce di New York — I musei USA rimpatriano i resti di migliaia di nativi americani — https://lavocedinewyork.com/news/2023/12/27/tornano-a-casa-i-musei-usa-rimpatriano-i-resti-di-migliaia-di-nativi-americani/
Vulcano Statale — La rimozione dei resti umani dall’AMNH di New York — https://vulcanostatale.it/2023/10/la-rimozione-dei-resti-umani-dallamnh-di-new-york/
Sciences et Avenir — L’Homme de Kennewick a été réenterré — https://www.sciencesetavenir.fr/archeo-paleo/archeologie/l-homme-de-kennewick-a-ete-reenterre_110761
Wikipedia — Homme de Kennewick — https://fr.wikipedia.org/wiki/Homme_de_Kennewick
Le Monde — Archéologie : Dame Louise de Quengo, deux fois enterrée — https://www.lemonde.fr/sciences/article/2015/10/12/archeologie-dame-louise-de-quengo-deux-fois-enterree_4788060_1650684.html
INRAP — L’exceptionnelle sépulture de Louise de Quengo — https://www.inrap.fr/l-exceptionnelle-sepulture-de-louise-de-quengo-dame-du-xviie-siecle-5407
Fonti [1] vulnerabilità aree carsiche.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_aeff132f-4e90-4a57-9599-51b44b46c5c8/7bb85516-a81a-4be5-8e60-ab6ca58753a0/vulnerabilita-aree-carsiche.txt [2] Les Catacombes de Paris entament une rénovation historique https://www.paris.fr/pages/les-catacombes-de-paris-font-peau-neuve-25835 [3] I resti umani come beni culturali tra potenzialità e problemi – Pikaia https://pikaia.eu/i-resti-umani-come-beni-culturali-tra-potenzialita-e-problemi/ [4] [PDF] Codice etico dell’ICOM per i musei – Regione Toscana https://www.regione.toscana.it/documents/10180/13648183/codice-etico-ICOM-per-i-musei.pdf/e1e3dbcc-4dd9-4561-bc49-4e0b8ab5ccfc [5] Il Codice Etico di ICOM https://www.icom-italia.org/codice-etico/ [6] Expo Momies au Musée de l’Homme | Réservation de Billet https://expo.paris/exposition/momies-musee-de-l-homme-2025 [7] Sur les traces de la Vénus Hottentote https://www.persee.fr/doc/gradh_0764-8928_2000_num_27_1_1221 [8] “Restitution de la dépouille de la “”Vénus hottentote””” https://www.assemblee-nationale.fr/11/dossiers/0101140102.asp [9] Loi restitution de restes humains appartenant aux … https://www.vie-publique.fr/loi/289831-loi-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques [10] Patrimoine culturel ou dignité de la personne humaine https://www.seban-associes.avocat.fr/patrimoine-culturel-ou-dignite-de-la-personne-humaine-une-loi-permettant-la-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques/ [11] LOI n° 2023-1251 du 26 décembre 2023 relative à la … https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000048668800 [12] La France restitue 3 crânes mahorais à Madagascar https://fr.africanews.com/2025/08/26/la-france-restitue-3-cranes-mahorais-a-madagascar/ [13] Trois crânes sakalava restitués à Madagascar – Ministère de la Culture https://www.culture.gouv.fr/actualites/trois-cranes-sakalava-restitues-a-madagascar [14] Des restes d’Amérindiens kaliña guyanais dans les limbes … https://www.lemonde.fr/sciences/article/2026/04/06/des-restes-d-amerindiens-kalina-guyanais-dans-les-limbes-du-musee-de-l-homme_6677501_1650684.html [15] Elle se bat pour récupérer les corps des Guyanais exhibés … https://www.ouest-france.fr/region-guyane/elle-se-bat-pour-recuperer-les-corps-des-guyanais-exhibes-dans-un-zoo-humain-a-paris-au-xixe-siecle-6d051e2a-242a-11f0-a582-b99d95c418a8 [16] Native American Graves Protection and Repatriation Act https://www.nps.gov/subjects/nagpra/ [17] Tornano a casa: i musei USA ‘rimpatriano’ i resti di migliaia … https://lavocedinewyork.com/news/2023/12/27/tornano-a-casa-i-musei-usa-rimpatriano-i-resti-di-migliaia-di-nativi-americani/ [18] L’Homme de Kennewick a été réenterré https://www.sciencesetavenir.fr/archeo-paleo/archeologie/l-homme-de-kennewick-a-ete-reenterre_110761 [19] Homme de Kennewick https://fr.wikipedia.org/wiki/Homme_de_Kennewick [20] La rimozione dei resti umani dall’AMNH di New York – https://vulcanostatale.it/2023/10/la-rimozione-dei-resti-umani-dallamnh-di-new-york/ [21] Archéologie : Dame Louise de Quengo, deux fois enterrée – Le Monde https://www.lemonde.fr/sciences/article/2015/10/12/archeologie-dame-louis-de-quengo-deux-fois-enterree_4788060_1650684.html [22] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [23] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [24] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Martedì 14 aprile 2026 a Vicenza la conferenza pubblica di ESCA – Padova Sotterranea ripercorre anni di esplorazioni, scoperte e ricerca nel sottosuolo della provincia di Padova: dalle gallerie medievali del Castello Carrarese all’acquedotto romano dei Colli Euganei
La provincia patavina come laboratorio di speleologia in cavità artificiali
Sotto le strade, le piazze e i campi della provincia di Padova si nasconde un archivio millenario di opere umane. Acquedotti romani,
Martedì 14 aprile 2026 a Vicenza la conferenza pubblica di ESCA – Padova Sotterranea ripercorre anni di esplorazioni, scoperte e ricerca nel sottosuolo della provincia di Padova: dalle gallerie medievali del Castello Carrarese all’acquedotto romano dei Colli Euganei
La provincia patavina come laboratorio di speleologia in cavità artificiali
Sotto le strade, le piazze e i campi della provincia di Padova si nasconde un archivio millenario di opere umane. Acquedotti romani, gallerie medievali, bastioni cinquecenteschi, cunicoli estrattivi e rifugi bellici: il territorio patavino è uno dei contesti più ricchi d’Italia per la speleologia in cavità artificiali.
A esplorarlo sistematicamente da anni è ESCA – Padova Sotterranea (Esplorazioni Speleologiche Cavità Artificiali), gruppo iscritto all’Albo Regionale dei Gruppi Speleologici del Veneto. L’occasione per un bilancio pubblico è la conferenza “Un viaggio nello spazio e nella storia della provincia Patavina”, in programma martedì 14 aprile 2026 alle ore 21:00 presso il Centro Civico di Via Turra 70 a Vicenza. L’ingresso è libero.
ESCA Padova Sotterranea: identità e metodo
ESCA è dedicata allo studio, alla ricerca e all’esplorazione di ambienti sotterranei di origine antropica. Il gruppo è guidato da Marco Romano e conta tra i suoi protagonisti figure come Adriano Menin, Eleonora Berto, Giacomo Ghiotto, Martina Barazzuol e Umberto Fortini.
La filosofia del gruppo parte da una premessa precisa: la speleologia in cavità artificiali viaggia nel tempo umano, fatto di secoli di lavoro. Ogni galleria, ogni cunicolo, ogni cisterna è la traccia concreta di una scelta, di una necessità, di un progetto costruito da chi ha abitato questo territorio prima di noi. Le indagini mirano all’individuazione geografica e tipologica delle cavità, all’analisi delle tecniche costruttive e alla comprensione delle funzioni originarie, con un rigore che unisce speleologia, archeologia e storia.
Le frasi sono volutamente brevi. Il sottosuolo parla da solo. Il compito degli speleologi è ascoltarlo.
Il progetto “Padova Sotterranea”: trent’anni di bastioni e gallerie
Alla fine del 2008 nasce il progetto “Padova Sotterranea”, per iniziativa del Comitato Mura di Padova e del Gruppo Speleologico Padovano CAI, con cui ESCA collabora strettamente. L’obiettivo era rilevare e documentare tutti gli ambienti ipogei del sistema bastionato veneziano di Padova — la cinta muraria cinquecentesca più estesa conservata in Europa, con undici chilometri di mura e diciannove bastioni.
Le esplorazioni hanno portato alla luce casematte, gallerie di soccorso, cunicoli di scarico e camere mai segnalate. Per ogni bastione — dal Baluardo San Prosdocimo al bastione Pontecorvo, dalla Saracinesca al Venier — è stata prodotta documentazione fotografica e cartografica consegnata al Comune di Padova senza alcun onere per l’amministrazione. Il risultato di oltre trent’anni di ricerca è confluito nel volume “Padova sotterranea. Nel cuore delle mura rinascimentali esistenti più estese d’Europa”, pubblicato nel 2018 da Edizioni Chartesia, 240 pagine con fotografie, disegni architettonici e documenti d’archivio.
La scoperta del tunnel medievale sotto il Castello Carrarese
Tra le esplorazioni più recenti di ESCA spicca quella del 2024 al Castello Carrarese. Durante i sopralluoghi preparatori al progetto di restauro dell’ala est del castello — un intervento da 18 milioni di euro — la squadra guidata da Adriano Menin ha individuato e percorso per prima un tunnel sotterraneo di circa 50 metri, completamente ignoto e assente da qualsiasi mappa dei sotterranei del castello.
La galleria si articola in due sezioni: una parte risalente al XIII secolo, che si estende verso il Naviglio carraresco, e una porzione più recente di epoca ottocentesca. La funzione principale sembra essere idraulica — uno scolo per le acque meteoriche e reflue — ma non si escludono usi secondari. L’assessore alla Cultura Andrea Colasio ha riconosciuto che la scoperta ha imposto una revisione della strategia di restauro, con implicazioni dirette sul passaggio dei tubi fognari e sui tempi del cantiere. Una singola esplorazione speleologica ha cambiato il piano operativo di un cantiere milionario.
I Colli Euganei: dal Buso della Casara alle grotte Frassanelle
I Colli Euganei costituiscono un capitolo autonomo nel patrimonio speleologico della provincia. Le loro rocce — rioliti, trachiti, calcari — custodiscono sia grotte naturali sia un sistema articolato di cavità artificiali che attraversa i secoli.
Il sito più significativo è il Buso della Casara, a Cinto Euganeo: un sistema di gallerie romane scavate nella riolite per oltre 100 metri, costruito per captare le sorgenti interne del Monte Vendevolo e convogliare l’acqua verso la città di Ateste (Este). Cinque polle di sorgente alimentavano un bacino di raccolta, da cui l’acqua scorreva lungo 10 chilometri di condottura in tubuli di trachite. I cunicoli presentano incavi per le lucerne usate durante la manutenzione: un dettaglio che dice molto sulla cura con cui i romani progettavano le loro infrastrutture.
ESCA ha esplorato e documentato il Buso della Casara con rilievo LIDAR fotografico, producendo una ricostruzione tridimensionale virtuale presentata alla Soprintendenza nel 2024 con Adriano Menin ed Eleonora Berto come relatori. I dati sono stati consegnati all’autorità di tutela competente.
Sul versante opposto della storia, le Grotte delle Frassanelle a Rovolon raccontano un episodio ottocentesco: il conte Alberto Papafava le fece costruire artificialmente per sette anni, usando lastre di pietra calcarea locale, per replicare le grotte naturali del suo parco romantico all’inglese. Il risultato — cunicoli, stalattiti, laghetti — è oggi visitabile all’interno del parco.
L’acquedotto romano di Padova: una scoperta da 24 chilometri
In parallelo alle esplorazioni dirette, il territorio patavino ha rivelato negli ultimi anni un altro segreto di dimensioni storiche. Nel 2025 uno studio pubblicato sul Journal of Ancient Topography — firmato da ricercatori dell’Università di Padova e della Soprintendenza — ha identificato nell’Arzeron della Regina, il lungo terrapieno a nordovest di Padova per secoli interpretato come argine o strada sopraelevata, il supporto di un acquedotto romano di 24 chilometri, di cui 12 ipogei.
L’opera risale all’ultimo quarto del I secolo a.C. e portava le acque di risorgiva dalla località Fontanon del Diavolo di Gazzo Padovano fino alla città. Questa scoperta si aggiunge a un quadro che si arricchisce continuamente: tombe protostoriche dei Veneti antichi emerse nei cantieri universitari, necropoli romane, resti di domus affrescate sotto il Palazzo della Ragione. Il sottosuolo della Provincia Patavina è, letteralmente, un archivio a cielo aperto.
Formazione, relazioni e tutela: il valore aggiunto di una rete
L’attività di ESCA non si esaurisce nell’esplorazione. Il gruppo porta avanti da anni una serie di conferenze divulgative — le “Pillole di ESCA” — su temi come la cartografia catastale, le tecnologie di rilievo e la storia delle singole cavità. Collabora con il Gruppo Speleologico Padovano CAI, con Treviso Sotterranea, con il Gruppo San Marco di Venezia, con la Soprintendenza e con il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.
Ogni rilievo prodotto da ESCA viene consegnato alle autorità competenti — Comune, Soprintendenza, enti di tutela — contribuendo al patrimonio di conoscenza pubblica del territorio. In questo senso, la speleologia in cavità artificiali non è solo un’attività tecnica o sportiva: è un atto di responsabilità civica. Scoprire, documentare e condividere sono le tre fasi di un unico gesto.
La conferenza del 14 aprile a Vicenza è l’occasione per raccontare tutto questo a un pubblico più ampio. Non solo esplorazioni: anche le persone, le relazioni, le scoperte condivise e i momenti di crescita che la Provincia Patavina ha regalato agli speleologi di ESCA nel corso degli anni.
Evento: “Un viaggio nello spazio e nella storia della provincia Patavina” — martedì 14 aprile 2026, ore 21:00 — Centro Civico, Via Turra 70, Vicenza — ingresso libero.
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Le gallerie minerarie dismesse non sono solo testimonianze di archeologia industriale: ospitano comunità biologiche strutturate secondo le stesse leggi ecologiche delle grotte naturali, con specie troglobie, troglofile e troglossene
Fauna ipogea: un ecosistema che sopravvive nelle tenebre
Quando l’attività estrattiva si interrompe e l’uomo abbandona le proprie gallerie, questi spazi non restano vuoti. Le cavità artificiali vengono progressivamente colonizzate da specie animal
Le gallerie minerarie dismesse non sono solo testimonianze di archeologia industriale: ospitano comunità biologiche strutturate secondo le stesse leggi ecologiche delle grotte naturali, con specie troglobie, troglofile e troglossene
Fauna ipogea: un ecosistema che sopravvive nelle tenebre
Quando l’attività estrattiva si interrompe e l’uomo abbandona le proprie gallerie, questi spazi non restano vuoti. Le cavità artificiali vengono progressivamente colonizzate da specie animali che ne apprezzano le caratteristiche microclimatiche: oscurità costante, umidità elevata, temperatura stabile e assenza di predatori. Queste condizioni le rendono funzionalmente analoghe alle grotte naturali.[1][2]
L’insieme degli organismi che vivono in questi ambienti è definito fauna ipogea. Per convenzione scientifica, si considera “sottosuolo” tutto ciò che non entra a contatto con la luce solare.[3]
La biospeleologia — il ramo della biologia che studia la vita nei sistemi sotterranei — si occupa oggi con interesse crescente delle cavità di origine antropica, riconoscendone il valore per la biodiversità.[2]
La classificazione ecologica: troglosseni, troglofile e troglobie
La classificazione delle specie ipogee fu proposta dal naturalista Schiner nel 1854 e sviluppata dal biologo rumeno Emil Racovi?? (1868–1947), padre fondatore della biospeleologia moderna.[4]
Il sistema distingue tre categorie ecologiche principali.
I troglosseni sono specie di superficie che entrano nelle cavità in modo accidentale — cadono in pozzi, cercano riparo dalla calura o vengono trasportati dalle acque. Non si riproducono in ambiente ipogeo e non mostrano adattamenti specifici. Si trovano quasi esclusivamente nella zona d’ingresso, dove la luce ancora penetra.[4]
Le specie troglofile frequentano l’ambiente sotterraneo in determinati periodi della loro vita, ma possono vivere anche all’esterno. Si suddividono in subtroglofili — che usano le cavità per svernare o riprodursi — e eutroglofili, che trovano in queste condizioni il proprio habitat ottimale pur non essendone dipendenti in modo esclusivo.[5][4]
I troglobi sono le specie interamente vincolate all’ambiente ipogeo. Vi si nutrono, si riproducono e muoiono. Nel corso di migliaia di generazioni hanno sviluppato adattamenti morfologici profondi che rendono loro impossibile la sopravvivenza all’esterno.[6][5]
Gli adattamenti degli organismi alla vita sotterranea
I troglobi presentano una serie di adattamenti convergenti — emersi indipendentemente in linee evolutive distanti — come risposta alle condizioni estreme dell’oscurità permanente.[7][8]
Sul piano morfologico, i tratti più evidenti sono tre. Il primo è l’anoftalmia: la riduzione fino alla completa scomparsa degli occhi, strutture inutili in assenza di luce. Il secondo è la depigmentazione: la perdita della colorazione cutanea, con aspetto biancastro o carnicino tipico di molte specie troglobie. Il terzo è l’allungamento delle appendici: zampe, antenne e cerci molto più sviluppati rispetto alle specie di superficie, ricchi di recettori tattili, chimici e igrometrici che compensano la mancanza della vista.[9][10][6]
Sul piano fisiologico, i troglobi presentano un metabolismo rallentato e una longevità elevata rispetto alle specie epigee affini. La riproduzione è ritardata, con poche uova di grandi dimensioni e cicli biologici lunghi: una strategia adattata alla scarsità di risorse.[8][6]
Zonazione delle cavità e distribuzione della fauna
Sia nelle grotte naturali sia nelle gallerie artificiali è possibile riconoscere tre zone, ciascuna con caratteristiche ecologiche e comunità faunistiche specifiche.[11]
La zona d’ingresso è quella più vicina all’esterno: la luce naturale penetra abbondantemente e la temperatura oscilla con il ciclo stagionale. Qui vivono prevalentemente troglosseni e specie subtroglofili di passaggio.
La zona di penombra è caratterizzata da luce ridotta e variazioni termiche attenuate. È l’habitat preferito di specie troglofile come gli ortotteri del genere Troglophilus e Dolichopoda, di crostacei, anfibi e pipistrelli a riposo.
La zona di buio assoluto presenta oscurità totale, temperatura costante e umidità elevata tutto l’anno. È il dominio dei troglobi: coleotteri ciechi, crostacei anfipodi del genere Niphargus, ragni Troglohyphantes, isopodi e collemboli.[12][9]
Nelle gallerie minerarie questa zonazione è spesso accentuata dalla morfologia artificiale: le gallerie lunghe creano gradienti luminosi e termici più netti rispetto a molte grotte naturali.[1]
La catena trofica degli ecosistemi ipogei
L’assenza di luce elimina la fotosintesi e quindi i produttori primari vegetali. La catena trofica sotterranea si basa interamente sul detrito organico proveniente dall’esterno: residui vegetali trasportati dall’acqua o dal vento, carcasse di animali, materiale fecale.[13]
Un ruolo di primo piano spetta al guano di pipistrello. Le gallerie che ospitano colonie di chirotteri ricevono apporti elevati e localizzati di sostanza organica, capaci di sostenere comunità di invertebrati molto ricche. Alla base della catena si trovano batteri eterotrofi, funghi e detritivori (collemboli, diplopodi, isopodi, oligocheti); i predatori — ragni, pseudoscorpioni, coleotteri carabidi — occupano i livelli superiori.[14][8]
Il caso delle Miniere di Darzo: 24 specie in due gallerie abbandonate
Uno studio pubblicato su Studi Trentini di Scienze Naturali nel 2024 (Petri et al.) ha documentato per la prima volta la fauna ipogea delle Gallerie Santa Barbara e Impero nelle Miniere di Darzo, in Trentino, abbandonate nel 2009.[15][1]
I ricercatori hanno identificato 24 specie di artropodi ipogei, tra cui tre specie comuni a entrambe le gallerie: il ragno Troglohyphantes lessinensis, l’ortottero Troglophilus neglectus e il collembolo Onychiuroides papillaeferus. È stata anche segnalata una possibile specie nuova di collembolo, attualmente in fase di studio.[1]
I due siti mostrano microclimi differenti: la Galleria Santa Barbara mantiene una temperatura media di 14°C, la Galleria Impero si attesta attorno ai 5°C. Questa differenza si riflette in comunità faunistiche parzialmente distinte, confermando come anche piccole variazioni termiche influenzino la distribuzione della fauna ipogea.[1]
Le miniere della Sardegna come rifugio per i pipistrelli
Nel Sulcis-Iglesiente, uno dei territori con la maggiore concentrazione di siti minerari dismessi in Italia, le gallerie abbandonate ricoprono un ruolo chiave nella conservazione dei chirotteri. Uno studio del Centro Pipistrelli Sardegna (Mucedda, Pidinchedda e Bertelli) ha documentato che circa il 27% delle cavità sotterranee studiate in Sardegna sono miniere, per circa novanta siti con presenza accertata di pipistrelli.[16]
Le otto specie rilevate includono Rhinolophus ferrumequinum, R. hipposideros, R. mehelyi, R. euryale, Myotis punicus, M. capaccinii, M. emarginatus e Miniopterus schreibersii. Il Rhinolophus euryale è presente nel Sulcis quasi esclusivamente nelle miniere, che rappresentano il suo habitat di rifugio principale nell’isola.[16]
Nove miniere ospitano colonie nursery, cioè colonie riproduttive. Tutte le specie rientrano negli Allegati II e IV della Direttiva Habitat 92/43/CEE, che ne impone la tutela rigorosa.[17][16]
La Miniera di Rosas e la Ferrovia del Sulcis: storia e natura sotterranea
La Miniera di Rosas di Narcao è uno dei siti estrattivi più antichi della Sardegna: la sua concessione risale al 1851 ed era dedicata all’estrazione di galena argentifera, blenda, zinco e calcopirite. Oggi è un museo dell’archeologia industriale visitabile.[18][19]
Le gallerie sotterranee del museo offrono un percorso in cui si possono osservare concretamente i fenomeni descritti dalla biospeleologia. La variazione della luce dall’ingresso alle zone interne crea quel gradiente ambientale che determina la distribuzione delle comunità faunistiche.[20]
La storica Ferrovia del Sulcis, inaugurata nel 1924 e dismessa negli anni ’70 del Novecento, attraversa il territorio lasciando gallerie ferroviarie scavate in roccia. Strutture di questo tipo, documentate in vari contesti italiani, sono siti di rifugio regolare per i chirotteri, in particolare nelle stagioni di ibernazione.[21][22][23]
Minacce e conservazione: come tutelare la fauna ipogea nelle miniere
La messa in sicurezza delle miniere dismesse è un obbligo di legge, ma se mal eseguita può causare danni gravi alla fauna presente. La chiusura degli ingressi con blocchi di calcestruzzo esclude completamente i pipistrelli, altera il microclima interno e compromette l’habitat in modo irreversibile.[17]
La soluzione raccomandata è la sostituzione dei muri con cancelli o grate a sbarre orizzontali, che garantiscono la sicurezza per l’uomo senza precludere l’accesso alla fauna.[16]
Un ulteriore rischio è rappresentato dall’inquinamento delle acque sotterranee da metalli pesanti. Uno studio del 2025 ha analizzato l’esposizione ai metalli nei pipistrelli che nidificano in miniere abbandonate, evidenziando potenziali rischi per la salute delle colonie.[24]
La cartellonistica informativa agli ingressi è considerata uno strumento utile per coniugare valorizzazione turistica e tutela della biodiversità ipogea.[16]
Come To Sulcis — Narcao — https://www.cometosulcis.it/dove-andare/sulcis/narcao/
Regione Sardegna — Sulcis, dalla Ferrovia storica nasce un nuovo circuito di paesaggio — https://www.regione.sardegna.it/notizie/sulcis-dalla-ferrovia-storica-nasce-un-nuovo-circuito-di-paesaggio-e-mobili
Viaggiatore Lento — La vecchia ferrovia del Sulcis — https://www.viaggiatorelento.com/la-vecchia-ferrovia-del-sulcis/
ScienceDirect — Exposure assessment of metals in cave-dwelling bats (2025) — https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749125001800
Gruppo Speleologico Veneto — Pipistrelli del Parco delle Grotte di Oliero — http://www.speleologiaveneta.it/index.php/progetti-delle-commissioni/scientifica/item/i-pipistrelli-del-parco-naturale-delle-grotte-di-oliero-e-del-canal-di-brenta
Fonti [1] Fauna ipogea nelle miniere di Darzo: nuove segnalazioni https://www.scintilena.com/fauna-ipogea-nelle-miniere-di-darzo-nuove-segnalazioni-da-galleria-santa-barbara-e-galleria-impero/05/08/ [2] Fauna Hypogaea Pedemontana: il patrimonio sotterraneo delle Alpi … https://www.scintilena.com/fauna-hypogaea-pedemontana-il-patrimonio-sotterraneo-delle-alpi-occidentali-in-1-044-pagine/09/05/ [3] Fauna cavernicola https://it.wikipedia.org/wiki/Fauna_cavernicola [4] La fauna ipogea http://www.geocaibassano.it/biospeleologia/la-fauna-ipogea [5] Troglobio – Enciclopedia https://www.treccani.it/enciclopedia/troglobio/ [6] Troglobi – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Troglobi [7] Adattamenti degli organismi alla vita sotterranea https://www.scintilena.com/adattamenti-degli-organismi-alla-vita-sotterranea/03/17/ [8] Adattamenti e specializzazioni degli insetti cavernicoli https://www.georgofili.info/contenuti/adattamenti-e-specializzazioni-degli-insetti-cavernicoli/31113 [9] C’è vita nelle tenebre? https://speleoissel.weebly.com/cegrave-vita-nelle-tenebre.html [10] cavernicola, fauna – Enciclopedia https://www.treccani.it/enciclopedia/fauna-cavernicola/ [11] flora e fauna di una grotta dall’ingresso alle zone profonde – Scintilena https://www.scintilena.com/dalla-luce-al-buio-totale-flora-e-fauna-di-una-grotta-dellingresso-alle-zone-profonde/08/23/ [12] Invertebrati troglobi https://lr10.biodiversita.lombardia.it/index.php/Invertebrati_troglobi [13] Biospelologia – Categorie trofiche e biospeleologiche – Siti https://digilander.libero.it/enrlana/biosp3.htm [14] Il Ruolo del Guano di Pipistrello negli Ecosistemi Sotterranei https://www.scintilena.com/il-ruolo-del-guano-di-pipistrello-negli-ecosistemi-sotterranei/02/08/ [15] Studi Trentini di Scienze Naturali, 105 (2024) https://www.muse.it/contrib/uploads/2025/04/2.STSN105_Petri-et-al.pdf [16] Le miniere della Sardegna come rifugio per i pipistrelli – Scintilena https://www.scintilena.com/le-miniere-della-sardegna-come-rifugio-per-i-pipistrelli/02/19/ [17] S.O.S. Pipistrelli e Anfibi! https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2012/07/07/s-o-s-pipistrelli-ed-anfibi/ [18] Narcao – Come To Sulcis – Il Sud Ovest della Sardegna https://www.cometosulcis.it/dove-andare/sulcis/narcao/ [19] Museo Minerario Rosas Narcao – Qui Sardegna https://quisardegna.eu/Sardegna/Default.asp?MnDesc=musei-in-sardegna&Struttura=27 [20] Home – Museo Rosas Narcao https://museorosasnarcao.it [21] [PDF] Chirotteri e gallerie ferroviarie abbandonate: primi dati sull … https://www.storianaturale.org/anp/PDF%20ANP/35_367-376_2014_Culasso%20Toffoli_Chirotteri%20e%20gallerie%20ferroviarie%20abbandonate%20Primi%20dati%20sull’occupazione%20di%20un’area%20della%20provincia%20di%20Cuneo_367-376.pdf [22] La vecchia ferrovia del Sulcis – VIAGGIATORE LENTO – Sardegna https://www.viaggiatorelento.com/la-vecchia-ferrovia-del-sulcis/ [23] Sulcis, dalla Ferrovia storica nasce un nuovo circuito di paesaggio e … https://www.regione.sardegna.it/notizie/sulcis-dalla-ferrovia-storica-nasce-un-nuovo-circuito-di-paesaggio-e-mobili [24] Exposure assessment of metals in cave-dwelling bats https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749125001800 [25] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [26] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [27] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Il Gruppo Speleologico CAI Perugia apre il sottosuolo della città il 18 e 19 aprile 2026 con sette tappe che attraversano oltre 2.500 anni di stratificazioni storiche, dall’acropoli etrusca al rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale
Perugia Sotterranea 2026: il programma di speleologia urbana
Il 18 e 19 aprile 2026, Perugia torna ad aprire il proprio sottosuolo al pubblico con l’evento “Perugia Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Perugia (GSCAI PG) c
Il Gruppo Speleologico CAI Perugia apre il sottosuolo della città il 18 e 19 aprile 2026 con sette tappe che attraversano oltre 2.500 anni di stratificazioni storiche, dall’acropoli etrusca al rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale
Perugia Sotterranea 2026: il programma di speleologia urbana
Il 18 e 19 aprile 2026, Perugia torna ad aprire il proprio sottosuolo al pubblico con l’evento “Perugia Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Perugia (GSCAI PG) con il patrocinio del Comune di Perugia. Si tratta di un percorso di speleologia urbana che guida i partecipanti attraverso sette siti ipogei del centro storico, ciascuno rappresentativo di un’epoca diversa della millenaria storia della città.[1]
Le visite guidate partono da Viale Indipendenza, davanti alla chiesa di Sant’Ercolano, dalle ore 8:30 alle 16:30 con turni ogni 60 minuti. L’intero percorso ha una durata indicativa di tre ore. La quota di partecipazione è di €20 (€17 per i soci CAI); sono ammessi bambini dai 6 anni in su. La prenotazione è obbligatoria e avviene tramite il sito www.speleopg.it. Nel costo è compresa l’attrezzatura personale, l’assicurazione e un coupon per visitare autonomamente il Pozzo Etrusco entro 15 giorni dalla data dell’evento.[1]
Sette tappe nella speleologia urbana di Perugia: i siti del percorso
Il percorso di speleologia urbana tocca sette luoghi emblematici del sottosuolo perugino. Si inizia con il rifugio antiaereo sotto Sant’Ercolano, costruito nell’ottobre 1943 per proteggere la popolazione dai bombardamenti alleati: un dedalo di corridoi in mattoni con lampadari arrugginiti e resti di vecchie panche.[2][3][1]
Tra le novità del 2026 figura l’affresco sotterraneo dell’Ospedale Grande, la struttura ospedaliera istituita nel 1303 per l’accoglienza di pellegrini, poveri e bambini abbandonati. I suoi sotterranei conservano decorazioni pittoriche rimaste sepolte per secoli, di notevole interesse artistico.[4][1]
Il percorso prosegue con i resti del muro etrusco del Sopramuro: le mura di Perugia, edificate tra il IV e il III secolo a.C. con blocchi di travertino a secco, si estendono per circa 3 km secondo un andamento planimetrico “a trifoglio” dettato dalla conformazione delle due alture della città. Su di esse, intorno al 1330, vennero costruiti grandi archi che sorreggono l’attuale piazza Matteotti.[5][6]
Cisterne, pozzi e cunicoli: l’ingegneria idraulica etrusca e medievale
Il pozzo di via Sant’Agata e la cisterna di Porta Sole testimoniano la sofisticata ingegneria idraulica degli antichi perugini. Il Monte di Porta Sole corrisponde all’antica acropoli della città: la collocazione di cisterne in questa zona era strategica per il rifornimento idrico dell’area più importante e difesa dell’abitato.[7][8][1]
La Postierla della Conca è una porta minore della cinta muraria etrusca, databile al III-II sec. a.C., rimasta sepolta per secoli e conservatasi quasi intatta. Si trova all’interno di un cunicolo medievale costruito nel XIII secolo come parte dell’acquedotto che portava l’acqua dalla sorgente di Monte Pacciano alla Fontana Maggiore di Piazza IV Novembre. I lavori per quell’acquedotto iniziarono nel 1254 e si conclusero il 13 febbraio 1278.[9][10][11]
L’ultima tappa è il cunicolo di Braccio, legato al condottiero Andrea “Braccio” Fortebraccio (1368–1424), che dominò Perugia all’inizio del XV secolo. Si tratta di gallerie sotterranee riconducibili al suo sistema di controllo difensivo della città, testimonianza materiale rara del suo potere.[12]
Il Pozzo Etrusco: capolavoro dell’ingegneria idraulica del III sec. a.C.
Il percorso di speleologia urbana include un coupon per visitare il Pozzo Etrusco (o Pozzo Sorbello), in Piazza Danti 18. Costruito nella seconda metà del III secolo a.C., è la più monumentale infrastruttura idrica della città etrusca: 37 metri di profondità, oltre 5,6 metri di diametro massimo e una capacità di 424.000 litri.[13][14]
La struttura è scavata in un terreno di origine fluvio-lacustre e rivestita da conci di travertino, lo stesso materiale delle mura etrusche. Il pozzo era in grado di garantire l’approvvigionamento idrico dell’intera città anche in caso di assedio prolungato. Sulle pareti sono ancora visibili i solchi lasciati dalle funi usate dagli Etruschi per sollevare i secchi d’acqua.[14][15]
Il Gruppo Speleologico CAI Perugia: una storia che inizia nel 1934
Il GSCAI PG è tra i più antichi gruppi speleologici d’Italia. La prima evidenza storica ufficiale risale al 9 maggio 1934, con una lettera del Segretario Generale del Club Alpino Italiano. Dopo un’interruzione, l’attività riprese nel 1953; nel 1959 il gruppo adottò come simbolo i quattro “diavoletti” ispirati a una vecchia incisione, divenuti il suo marchio riconoscibile.[16]
Il gruppo è particolarmente legato alla Grotta di Monte Cucco: le esplorazioni iniziarono nel 1956 e culminarono nel 1978 con l'”Operazione Scirca”, che portò alla scoperta delle gallerie e dei pozzi del fondo della cavità. Accanto alla speleologia tradizionale, il GSCAI PG è attivo da decenni nella formazione e nella divulgazione.[17][16]
Speleologia urbana e turismo ipogeo in Umbria: un settore in crescita
“Perugia Sotterranea” si inserisce in un contesto umbro sempre più orientato alla valorizzazione del patrimonio sotterraneo. Nel 2023 è stato sottoscritto un accordo di promozione integrata tra Narni Sotterranea, il Pozzo di San Patrizio di Orvieto e le Cisterne romane di Amelia. Il progetto mira a creare percorsi tematici e a incrementare la permanenza dei turisti nella regione.[18]
La speleologia in cavità artificiali — che studia acquedotti, cisterne, rifugi, cunicoli difensivi e cripte — offre una chiave di lettura del territorio urbano non accessibile in altro modo. Nel caso di Perugia, la stratificazione plurimillenaria del sottosuolo porta dall’VIII sec. a.C. fino alla Seconda Guerra Mondiale, con livelli sovrapposti di cultura etrusca, romana, medievale e novecentesca.[19][20][21][22]
La proposta di strutturare “Perugia Sotterranea” come appuntamento permanente è già oggetto di iniziative istituzionali. Il progetto Oltre le Pietre di Way Experience ha introdotto visite guidate con realtà virtuale, che permettono di rivivere la Perugia di 2000 anni fa attraverso appositi visori.[23][24]
Fonti [1] Perugia Sotterranea 18 e 19 aprile 2026 – GSCAI PG https://www.speleopg.it/2026/03/28/perugia-sotterranea-2026/ [2] Percorsi di speleologia urbana alla scoperta della città sotterranea https://www.scintilena.com/perugia-sotterranea-percorsi-di-speleologia-urbana-alla-scoperta-della-citta-sotterranea/02/16/ [3] Rifugi antiaerei: la tana dove si nasconde Perugia | Emergenze https://www.emergenzeweb.it/rifugi-antiaerei/ [4] Ex Ospedale ed ex Chiesa Santa Maria della Misericordia https://www.comune.perugia.it/luogo/ex-ospedale-ed-ex-chiesa-santa-maria-della-misericordia/ [5] Mura Etrusche – Umbria https://www.umbria.website/content/mura-etrusche-perugia [6] Mura di Perugia https://it.wikipedia.org/wiki/Mura_di_Perugia [7] Perugia Sotterranea: speleologia urbana alla scoperta della città … https://www.scintilena.com/perugia-sotterranea-speleologia-urbana-alla-scoperta-della-citta-nascosta/06/27/ [8] ARTE.it – Mappare l’Arte in Italia https://www.arte.it/luogo/pozzo-etrusco-6499 [9] Postierla della Conca – The Etruscan “postierla” (postern) … https://www.comune.perugia.it/luogo/postierla-della-conca/ [10] Giorgio – La “Postierla della Conca” è una piccola porta … https://www.facebook.com/giorgio.faina.7/photos/la-postierla-della-conca-%C3%A8-una-piccola-porta-nascosta-nella-cinta-muraria-etrusc/1647007902145864/ [11] Acquedotto medievale della Fontana Maggiore https://it.wikipedia.org/wiki/Acquedotto_medievale_della_Fontana_Maggiore [12] Braccio Fortebraccio, l’eroe dimenticato. – Medioevo in Umbria https://www.medioevoinumbria.it/curiosita/braccio-fortebraccio-leroe-dimenticato/ [13] Pozzo etrusco – Ministero della cultura https://cultura.gov.it/luogo/pozzo-etrusco [14] Pozzo Etrusco di Perugia, il trionfo dell’alta ingegneria etrusca | Wayglo Umbria https://umbria.wayglo.it/scheda/pozzo-etrusco-di-perugia-il-trionfo-dellalta-ingegneria-etrusca/ [15] IL POZZO ETRUSCO DI PERUGIA – B&B Tre metri sopra il cielo https://www.tremetrisoprailcielo.net/?p=594 [16] Storia – GSCAI PG – Gruppo Speleologico CAI Perugia https://www.speleopg.it/storia/ [17] Attività – GSCAI PG – Gruppo Speleologico CAI Perugia https://www.speleopg.it/attivita-3/ [18] La storia dell’Umbria dal profondo: accordo tra Pozzo di San … https://orvietosi.it/2023/02/la-storia-dellumbria-dal-profondo-accordo-tra-pozzo-di-san-patrizio-narni-sotterranea-e-cisterne-di-amelia/ [19] Speleologia in cavità artificiali – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Speleologia_in_cavit%C3%A0_artificiali [20] Le cavità artificiali e la speleologia urbana – SAS https://sastrieste.it/index.php/2019/11/21/le-cavita-artificiali-e-la-speleologia-urbana/ [21] L’antica Perugia sotterranea https://www.festivalumbriantica.it/umbria-antica/etruschi/perugia-sotterranea-romani-etruschi-archeologia/ [22] Tuttoggi vi porta nella Perugia sotterranea, tra rifugi … https://tuttoggi.info/tuttoggi-vi-porta-nella-perugia-sotterranea-tra-rifugi-antiaerei-e-i-segreti-nascosti-della-cattedrale-guarda-video/126959/ [23] Perugia Sotterranea: strutturazione del percorso di speleologia urbana https://www.tommasobori.it/perugia-sotterranea-strutturazione-del-percorso-di-speleologia-urbana/ [24] Perugia Sotterranea: scoprire la città tra epoche lontane e … https://www.guidaviaggi.it/2025/08/10/perugia-sotterranea-tra-epoche-lontane-e-realta-virtuale/ [25] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [26] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [27] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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La Società Adriatica di Speleologia presenta al Museo Civico di Storia Naturale il risultato di anni di esplorazioni e rilievi LiDAR nelle gallerie dell’antico acquedotto settecentesco di Trieste
L’Acquedotto Teresiano di Trieste torna protagonista
Sabato 18 aprile 2026, presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (Via dei Tominz, 4), si terrà un evento dedicato all’Acquedotto Teresiano, uno dei sistemi idrici sotterranei più significativi del patrimonio storico
La Società Adriatica di Speleologia presenta al Museo Civico di Storia Naturale il risultato di anni di esplorazioni e rilievi LiDAR nelle gallerie dell’antico acquedotto settecentesco di Trieste
L’Acquedotto Teresiano di Trieste torna protagonista
Sabato 18 aprile 2026, presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (Via dei Tominz, 4), si terrà un evento dedicato all’Acquedotto Teresiano, uno dei sistemi idrici sotterranei più significativi del patrimonio storico di Trieste. L’appuntamento, organizzato dalla Società Adriatica di Speleologia APS (SAS) in convenzione con il Comune di Trieste, è in programma dalle ore 13:45 alle ore 18:00.[1][2]
Il titolo dell’evento è emblematico: “L’Acqua del Passato e le Esplorazioni del Futuro – Dalla ricerca storica alla ricostruzione 3D dell’Acquedotto Teresiano”. L’iniziativa intende presentare al pubblico i risultati di un lungo lavoro speleologico che unisce ricerca storica e tecnologia digitale applicata alle cavità sotterranee urbane.
Un’opera idraulica settecentesca: storia e caratteristiche dell’Acquedotto Teresiano
L’Acquedotto Teresiano nasce per volontà imperiale. L’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo ne ordinò la costruzione con un editto del 19 novembre 1749; i lavori si conclusero nel 1751. L’opera fu progettata per captare le falde acquifere del Carso e portare acqua potabile alla città di Trieste, allora in forte espansione commerciale.[3][1]
La struttura è composta da un complesso sistema di gallerie sotterranee scavate nella roccia carsica. Nel corso dei secoli, l’acquedotto cadde in disuso e le gallerie si riempirono di detriti, colate di cemento e materiali di risulta. L’Acquedotto Teresiano è oggi inserito nell’elenco dei 120 acquedotti antichi d’Italia.[3]
La sua importanza storica, ingegneristica e idrogeologica lo rende un oggetto di studio rilevante per chi si occupa di speleologia urbana e di patrimonio sotterraneo.
Le esplorazioni speleologiche della SAS: dal 2018 a oggi
Dal 2018, gli speleologi volontari della Società Adriatica di Speleologia hanno avviato il Progetto Theresia, un’ambiziosa operazione di recupero e riapertura delle gallerie dell’acquedotto. Il lavoro ha richiesto la rimozione di decine di metri cubi di detriti, macerie e ostruzioni accumulate in oltre un secolo di abbandono.[4]
Il presidente della SAS, Marco Restaino, ha descritto il progetto come “l’operazione di riqualificazione basata unicamente sul volontariato più grande e ambiziosa che Trieste abbia mai visto”. Si tratta di un’affermazione che fotografa bene la portata dell’impresa.[4]
Nel 2024, dopo anni di lavoro sistematico, gli speleologi hanno raggiunto la parte terminale dell’acquedotto, inclusa la galleria Tschebull — lunga quasi 200 metri e battezzata con il nome di uno dei progettisti originali — connettendo così il centro cittadino al cuore del Carso triestino. Un traguardo che ha aperto nuove possibilità di studio e documentazione dell’intero sistema ipogeo.[5]
La ricostruzione 3D con tecnologia LiDAR
Al centro della presentazione del 18 aprile c’è il rilievo tridimensionale dell’acquedotto realizzato dall’Equipe Lidar, la Scuola ufficiale SSI di rilievo con LiDAR della Società Adriatica di Speleologia. Il rilievo speleologico con LiDAR (Light Detection and Ranging) è una tecnica laser ad alta precisione che consente di creare modelli digitali tridimensionali dettagliati di ambienti ipogei complessi.[6]
La SAS utilizza i sensori LiDAR integrati negli iPhone abbinati al software open source CloudCompare per la gestione e visualizzazione delle nuvole di punti. Questa metodologia, sviluppata e perfezionata negli anni, permette di ottenere modelli 3D precisi a costi contenuti, accessibili anche alle associazioni di volontariato.[7][6]
Il corso di rilievo speleologico con LiDAR organizzato dalla SAS aveva registrato il tutto esaurito già a febbraio 2025, a dimostrazione dell’interesse crescente per queste tecniche nel mondo della speleologia italiana. A marzo 2026, la SAS ha replicato il corso a San Quirino per titolati e qualificati CAI.[8][6]
La Società Adriatica di Speleologia e il Museo Civico di Storia Naturale
La Società Adriatica di Speleologia di Trieste è una delle realtà speleologiche più attive del Friuli Venezia Giulia. Gestisce lo Speleovivarium Erwin Pichl e l’Abisso di Trebiciano (grotta n. 17 VG), già considerato per oltre ottant’anni il più profondo al mondo. L’associazione opera in stretto rapporto con le istituzioni locali, come testimonia la convenzione con il Comune di Trieste per la gestione del Progetto Theresia.[2]
L’evento si svolge presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, fondato nel 1846 e considerato uno dei musei scientifici più antichi d’Italia. Le sue collezioni coprono zoologia, botanica, mineralogia, paleontologia e geologia, offrendo un contesto scientifico coerente con le tematiche dell’evento.[9][10]
Informazioni pratiche
Data: Sabato 18 aprile 2026
Orario: ore 13:45 – 18:00
Sede: Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, Via dei Tominz, 4 – Trieste
Organizzatore: Società Adriatica di Speleologia APS, in convenzione con il Comune di Trieste e il Museo di Storia Naturale
Rilievo 3D: Equipe Lidar – Scuola ufficiale SSI di rilievo con LiDAR
Fonti [1] La speleo-missione che riapre le gallerie dell’Acquedotto … https://www.ilpiccolo.it/cronaca/la-speleo-missione-che-riapre-le-gallerie-dellacquedotto-di-maria-teresa-nb2n91b1 [2] Società Adriatica di Speleologia di Trieste – SAS https://sastrieste.it [3] Capofonte https://www.lamiatrieste.com/2015/12/30/capofonte/ [4] I bimbi esplorano l’acquedotto teresiano: è la prima volta … https://www.friulioggi.it/friuli-venezia-giulia/bimbi-esplorano-acquedotto-teresiano-prima-volta-250-anni-19-aprile-2024/ [5] Trieste: gli speleologi della Società Adriatica di … https://www.scintilena.com/trieste-gli-speleologi-della-societa-adriatica-di-speleologia-raggiungono-la-parte-finale-dellacquedotto-teresiano-a-100-metri-di-profondita-nel-cuore-del-carso-ad-attenderli-una-strao/10/19/ [6] Corso di rilievo speleologico con Lidar e CloudCompare – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-rilievo-speleologico-con-lidar-e-cloudcompare-iscrizioni-chiuse-per-il-tutto-esaurito/02/26/ [7] Corso di rilievo con Lidar e CloudCompare (29.3.2025) https://www.fsrfvg.it/?p=11593 [8] Rilievo speleologico 3D con il Lidar: a San Quirino il corso … https://www.scintilena.com/rilievo-speleologico-3d-con-il-lidar-a-san-quirino-il-corso-nazionale-per-titolati-e-qualificati-cai/03/06/ [9] Museo di Storia Naturale di Trieste, Trieste | Orari, mostre e opere su Artsupp https://artsupp.com/it/trieste/musei/museo-di-storia-naturale-di-trieste [10] Museo di Storia Naturale di Trieste https://www.coopculture.it/it/poi/museo-di-storia-naturale-di-trieste/ [11] Società Adriatica di Speleologia: Le acque nascoste di Trieste … https://friulisera.it/societa-adriatica-di-speleologia-le-acque-nascoste-di-trieste-convegno-e-ultime-scoperte-allacquedotto-teresiano/ [12] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [13] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [14] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Prima Tappa · La Miniera di Montevecchio (Guspini): dove la terra custodisce piombo, zinco e memoria
Di Scintilena – Aprile 2026
Nel cuore della Sardegna sud-occidentale, a pochi chilometri da Guspini, sorge uno dei complessi di archeologia industriale più straordinari d’Italia: la Miniera di Montevecchio. Prima tappa della nascente Route Mineraria del Sud Ovest della Sardegna — 14 siti candidati all’accreditamento come Route Regionale della rete europea ERIH (Europea
Prima Tappa · La Miniera di Montevecchio (Guspini): dove la terra custodisce piombo, zinco e memoria
Di Scintilena – Aprile 2026
Nel cuore della Sardegna sud-occidentale, a pochi chilometri da Guspini, sorge uno dei complessi di archeologia industriale più straordinari d’Italia: la Miniera di Montevecchio. Prima tappa della nascente Route Mineraria del Sud Ovest della Sardegna — 14 siti candidati all’accreditamento come Route Regionale della rete europea ERIH (European Route of Industrial Heritage) — Montevecchio è molto più di un museo a cielo aperto. È il racconto vivo di quasi 150 anni di storia, sudore e innovazione sotterranea.
Un giacimento nato nelle viscere dell’Ercinico
La geologia è il punto di partenza di tutto. L’area di Guspini-Arbus appartiene a un’unità sedimentaria e vulcanica di età Cambriano-Ordoviciana (circa 500 milioni di anni fa), attraversata da un’intensa attività tettonica ercinica (320–280 Ma) che ha generato fratture riempite da vene metallifere di piombo, zinco e argento.
Il risultante filone di Montevecchio si sviluppa per circa 12 chilometri: uno dei più estesi e ricchi d’Europa. Le riserve stimate dell’intero bacino raggiungono 50–60 milioni di tonnellate di minerale, con un tenore medio del 10–11% di piombo e zinco combinati.
Le origini: un prete, un imprenditore e un re
La storia moderna della miniera prende avvio nell’ottobre del 1842, quando don Giovanni Antonio Pischedda — un sacerdote di Tempio Pausania trasferitosi a Guspini per commerciare sughero — ottenne un permesso di ricerca per 25 quintali di galena.
Intuita la portata del giacimento, si recò a Marsiglia in cerca di capitali e incontrò il giovane imprenditore sardo Giovanni Antonio Sanna. Il 28 aprile 1848, il re Carlo Alberto firmò la concessione perpetua per lo sfruttamento del sito: nasceva la Società della miniera di piombo argentifero detta di Montevecchio.
La crescita fu fulminante: nel 1865, con 1.100 operai al lavoro, Montevecchio era già diventata la miniera più importante del Regno d’Italia. Nel 1890 il villaggio ospitava circa 2.000 operai.
Il genero di Sanna, l’ing. Alberto Castoldi — laureato cum laude alla Bergakademie Freiberg in Germania — introdusse innovazioni decisive: sistemi di perforazione ad acqua meno nocivi per i polmoni dei minatori, l’elettrificazione della miniera tra le prime in Italia, una ferrovia interna per il trasporto dei minerali. Nel dopoguerra, un dipendente della società di nome Letterio Freni inventò l’autopala, uno dei contributi più importanti offerti dall’Italia all’ingegneria mineraria mondiale.
Il villaggio nella montagna: una città autosufficiente
Montevecchio non era solo una miniera: era un microcosmo urbano completo.
Nel periodo di massimo sviluppo, il borgo di Gennas Serapis — sede del centro amministrativo sull’altopiano — ospitava fino a circa 3.000 abitanti e disponeva di tutto il necessario: ospedale aziendale, scuole di ogni ordine, chiesa dedicata a Santa Barbara (patrona dei minatori), caserma dei Carabinieri, ufficio postale, cinema, campo da calcio con la propria squadra e persino un laboratorio chimico e geologico interno.
Tra i fenomeni socio-economici più singolari spicca la moneta aziendale. Realizzato intorno al 1938, lo spaccio di Montevecchio — che forniva vestiario, scarpe e generi alimentari — accettava i “Gettoni“, una moneta coniata direttamente dalla società mineraria e circolante liberamente tra i dipendenti. In alternativa, la spesa veniva annotata su un libretto e detratta dallo stipendio mensile: un sistema autarchico che rese Montevecchio di fatto autonoma dal tessuto economico circostante.
Il declino e la chiusura
Nel dopoguerra la miniera raggiunse l’apice della sua potenza: si stima producesse circa l’11% dello zinco mondiale, per una produzione storica complessiva di circa 1.600.000 tonnellate di piombo e 1.100.000 tonnellate di zinco. Nel 1961 la fusione con Monteponi generò la Monteponi e Montevecchio S.p.A., ma la crisi era già nell’aria. La chiusura totale arrivò nel 1991, dopo mesi di vertenze sindacali e un’ultima drammatica occupazione del Pozzo Amsicora da parte dei minatori che rivendicavano un futuro alternativo per il sito.
Sei percorsi per rivivere la miniera (Area Guspini)
Oggi Montevecchio è pienamente visitabile attraverso sei percorsi tematici nell’area di Guspini:
1. Palazzo della Direzione — Costruito tra il 1869 e il 1878 per volere della famiglia Sanna-Castoldi, ospita arredi d’epoca e una preziosa collezione di oggetti personali dell’ing. Alberto Castoldi. Il sontuoso Salone Azzurro, completamente affrescato, è il fulcro della visita. Dal 2013 è anche sede del Municipio e ospita cerimonie civili.
2. Villaggio Operaio — Il percorso attraversa le case dei minatori e ricostruisce l’organizzazione sociale di una comunità chiusa e autosufficiente, dalla stalla al deposito minerali, nell’area del primo cantiere concesso da Carlo Alberto nel 1848.
3. Pozzo Sant’Antonio e il Compressore Sullivan — Il cuore tecnico della miniera. Il cantiere fu avviato nel 1852 e coltivato per circa 600 metri in altezza, dagli affioramenti a +420 m s.l.m. fino oltre –180 m. Il protagonista assoluto è il Compressore Sullivan (1903): proveniente dall’America, questo imponente macchinario produceva aria compressa per l’intero ciclo estrattivo — martelli pneumatici, perforatrici, ventilazione, illuminazione. Rimase in servizio fino al 1981 e, secondo i minatori che vi lavorarono, potrebbe ancora oggi riprendere a funzionare. È un esemplare unico in Italia per dimensioni e stato di conservazione.
4. Officine meccaniche ed elettriche — Il cuore tecnologico dell’area. L’edificio attuale sorge sulla prima centrale elettrica del sito (1901) e comprende la Fonderia (1885: nel primo anno produsse 63 tonnellate di ghisa e 188 di ottone), le forge, la falegnameria che forniva i modelli in legno per gli stampi, e l’officina meccanica (1938) con gru a ponte scorrevole. Le officine cessarono l’attività nel 1985 e sono oggi visitabili con tutti i macchinari originali al loro posto.
5. Galleria Anglosarda — L’esperienza più immersiva. La galleria — scavata dalla Compagnia Reale Anglosarda a partire dal 1852 — è una vera galleria di estrazione lungo il filone metallifero, non un semplice corridoio di transito. Ristrutturata e messa in sicurezza da IGEA S.p.A., è stata inaugurata al pubblico il 23 maggio 2018. Per circa un chilometro i visitatori, equipaggiati di caschetto e lampada LED, osservano armature lignee, binari con vagoncini, diramazioni di aerazione e straordinari cristalli aciculari di gesso bianchissimo che emergono sullo sfondo solfureo. Le visite sono disponibili in cinque lingue: italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo.
6. Ponente 4×4 verso le Dune di Piscinas — Il percorso più avventuroso. Un tour in fuoristrada conduce dalla miniera fino alla costa ovest della Sardegna, attraversando boschi abitati da cervi sardi, cinghiali e aquile, e i villaggi fantasma di Ingurtosu e Naracauli. La meta finale sono le dune di Piscinas, tra le più alte d’Europa con i loro 60 metri di altezza, dove a giugno le tartarughe marine depongono le uova.
La Route Mineraria e il riconoscimento europeo
Il progetto della Route Mineraria del Sud Ovest della Sardegna raggruppa 14 siti minerari nelle aree del Sulcis, dell’Iglesiente e del Guspinese, candidati all’accreditamento come Route Regionale ERIH — la rete europea del patrimonio industriale che collega oltre 2.000 siti in tutto il continente. La candidatura è stata presentata al Board ERIH nell’aprile 2026. L’intero comprensorio si inserisce nel Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, primo geoparco riconosciuto dall’UNESCO nel 1997 e inserito nella rete mondiale dei Geoparchi nel 2001.
Per i visitatori
Indirizzo: Piazza Rotundi, 09030 Guspini (SU)
Come arrivare: ca. 10 km dal centro di Guspini lungo la SP66/SP4 direzione Arbus
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Il complesso di gallerie antiaeree noto come Kleine Berlin è oggi uno dei siti di memoria storica più visitati di Trieste. Gestito da volontari del Club Alpinistico Triestino, unisce storia della Seconda guerra mondiale, patrimonio architettonico sotterraneo e ricerca speleologica in cavità artificiali.
Che cos’è la Kleine Berlin
Alla base del colle di Scorcola, con ingresso in via Fabio Severo, si apre il più esteso complesso di gallerie antiaeree risalenti alla Seco
Il complesso di gallerie antiaeree noto come Kleine Berlin è oggi uno dei siti di memoria storica più visitati di Trieste. Gestito da volontari del Club Alpinistico Triestino, unisce storia della Seconda guerra mondiale, patrimonio architettonico sotterraneo e ricerca speleologica in cavità artificiali.
Che cos’è la Kleine Berlin
Alla base del colle di Scorcola, con ingresso in via Fabio Severo, si apre il più esteso complesso di gallerie antiaeree risalenti alla Seconda guerra mondiale ancora visitabile a Trieste.[1][2]
Il nome, piccola Berlino, rispecchia l’uso triestino della lingua tedesca e richiama il ruolo che la zona attorno a piazza Oberdan ebbe durante l’occupazione nazista: un’area interdetta ai civili italiani, sede del comando militare delle SS, così soprannominata con ironia dagli abitanti.[3][4]
Il complesso si articola in due settori distinti ma comunicanti. Il primo è la galleria civile, costruita dal Comune a partire dal 1940 come rifugio antiaereo per la popolazione. Il secondo è il bunker militare, realizzato dalle SS tedesche tra il 1943 e il 1944 come deposito, magazzino e ricovero protetto.[5][1]
La sola parte tedesca occupa circa 1.000 m². La galleria italiana si sviluppa per circa 250 metri.[5]
Il contesto storico: Trieste capitale del Litorale Adriatico
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i tedeschi istituirono sull’alto Adriatico l’Adriatisches Küstenland (Litorale Adriatico), con Trieste come sede del comando.[2][1]
A capo dell’apparato delle SS fu nominato Odilo Lotario Globocnik, triestino di nascita, che rispondeva direttamente a Himmler. Globocnik è una figura centrale nella storia della Shoah: aveva coordinato l’Operazione Reinhard, lo sterminio degli ebrei polacchi, e a Trieste fece costruire la Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento sul suolo italiano.[6][1][2]
Uno degli elementi più evocativi del bunker è il pozzo con scala a chiocciola che collegava Villa Ara — residenza di Globocnik, confiscata a una famiglia ebrea — con il Palazzo di Giustizia. Il generale poteva così raggiungere il posto di lavoro senza mai comparire in strada.[7][5]
I due settori del complesso riflettono le due realtà dell’occupazione. La parte italiana ha muri di soli 15 cm, priva di impianto idrico, costruita in fretta per i civili. La parte tedesca ha pareti di calcestruzzo spesse 45 cm, impianti idrici completi, latrine in ceramica, carta igienica. Era servita da quattro ingressi: uno dalla villa di Globocnik, uno dagli scantinati del Tribunale, due su via Fabio Severo.[1][3]
Il 10 giugno 1944: i bombardamenti e i rifugi
Il 10 giugno 1944 Trieste subì il bombardamento alleato più devastante della sua storia.[8]
I bombardieri sganciarono circa 400 bombe in due ondate: 463 morti, 800 feriti ricoverati, 1.500 medicati, 101 case private distrutte. Fu un sabato mattina, e la città era piena di gente per strada.[8]
Le gallerie antiaeree, tra cui la Kleine Berlin, contribuirono a contenere le vittime. Grazie alla rete di rifugi, a Trieste si salvarono più vite che in altre città italiane colpite da bombardamenti paragonabili.[9][3]
Oggi, percorrendo i cunicoli stretti e umidi del complesso, è facile ricostruire l’esperienza dei civili che vi si rifugiarono: l’oscurità, il rumore assordante, l’affollamento, l’attesa.[7]
Lo stato di conservazione: cemento e natura a confronto
I due settori della Kleine Berlin si presentano oggi in condizioni molto diverse, specchio delle tecniche costruttive originali.
La parte tedesca ha conservato sostanzialmente l’aspetto degli anni Quaranta. Le pareti imbiancate a calce, gli impianti tecnici ancora parzialmente leggibili, le strutture in calcestruzzo massiccio restituiscono un’immagine diretta del bunker militare.[3][1]
La parte italiana, invece, è interessata da un lento processo di trasformazione naturale. L’ultimo tratto della galleria non fu mai cementato: l’acqua di percolazione ha sciolto il calcare dei sedimenti sovrastanti e ha depositato carbonato di calcio sulle superfici, generando stalattiti, stalagmiti e vaschette di concrezione con un sottile velo d’acqua sempre in movimento.[1][5]
Il risultato è un ambiente che ricorda una grotta carsica naturale, nel pieno centro urbano di Trieste. Per il visitatore, il passaggio da un settore all’altro è uno dei momenti più sorprendenti della visita.[10][5]
L’esplorazione speleologica e la riscoperta del complesso
La riscoperta della Kleine Berlin è inseparabile dallo sviluppo della speleologia in cavità artificiali a Trieste.
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, speleologi del Club Alpinistico Triestino (CAT) e della Società Adriatica di Speleologia (SAS) conducevano un censimento sistematico delle circa 20 gallerie antiaeree presenti in città. Fu in quel contesto che emerse la Kleine Berlin, fino ad allora chiusa, abbandonata e poco documentata.[11][3]
Come ha raccontato Maurizio Radacich, speleologo del CAT e principale artefice della valorizzazione del sito: “Quando è iniziata la speleologia in cavità artificiali, ci siamo interessati non solo alle grotte ma anche a manufatti realizzati dall’uomo. Trieste aveva venti gallerie: facendone il censimento, ci siamo imbattuti in questa e ci siamo messi a studiarne la storia.”[3]
Nel 1995, durante le esplorazioni, la Sezione Ricerche e Studi su Cavità Artificiali del CAT riconobbe il rischio che il sito andasse perduto senza un intervento. Nel 1996 il Comune di Trieste affidò la gestione al CAT in sub-concessione.[1][3]
Il recupero: vent’anni di lavoro volontario
Da allora, i volontari del CAT hanno lavorato interamente a proprie spese per rendere il complesso accessibile e documentato.[3][1]
Gli interventi hanno incluso il rifacimento dell’impianto elettrico quasi completo del settore tedesco, la pulizia e la rimozione di materiali di riporto, la messa in sicurezza delle gallerie e l’installazione di pannelli e vetrine espositive.[1][3]
Il lavoro di ricerca storica ha portato alla pubblicazione del volume di Maurizio Radacich “Kleine Berlin” (seconda edizione riveduta, CAT, 2020-2021), 208 pagine di ricostruzione documentaria. Un’ulteriore fonte di riferimento è il volume “Trieste Sotterranea” di Enrico Halupca, Armando Halupca e Paolo Guglia (Lint Editoriale, 2010), che cataloga 158 siti ipogei della città esplorati a partire dal 1984.[12][13]
Le mostre e la fruizione culturale
Alcuni locali del bunker ospitano mostre permanenti che contestualizzano il sito nel quadro storico della guerra.[3]
Le tre esposizioni principali riguardano i bombardamenti su Trieste durante la Seconda guerra mondiale, con fotografie e testimonianze d’epoca; gli estrattori di bombe e mine, i civili che nel dopoguerra si occuparono della sminatura del territorio; il timone di coda di un B-24, il bombardiere alleato abbattuto al largo di Grado nel 1944 e recuperato nel 2000.[3]
Nel corso degli anni, il complesso ha ospitato anche mostre temporanee su temi come la storia della speleologia, le caverne della Grande Guerra, la speleologia subacquea, e iniziative teatrali e letterarie legate alla memoria storica.[4][1]
Come si visita oggi
Le visite guidate si svolgono ogni ultimo venerdì del mese alle 17:30 e alle 20:00, con prenotazione obbligatoria. Gruppi e scuole possono prenotare dal lunedì al venerdì, con un minimo di 12-15 partecipanti.[5]
Il costo è di 5 euro per gli adulti, 3 euro per studenti e ragazzi a partire dai 6 anni. Non è disponibile il POS. L’accesso avviene attraverso il IV ingresso, quello un tempo riservato ai militari tedeschi.[5]
La visita dura circa due ore e registra alcune migliaia di visitatori ogni anno, con una presenza significativa di scolaresche.[3]
Il sito è riconosciuto dal Ministero della Cultura, segnalato dal FAI tra i Luoghi del Cuore e inserito nel portale ufficiale di Turismo FVG.[14][15][16]
La speleologia in cavità artificiali: il contesto della ricerca
La Kleine Berlin si inserisce in un più ampio filone di ricerca che in Italia ha radici profonde.
La speleologia in cavità artificiali è la branca della speleologia che studia gli ipogei di origine antropica: gallerie, acquedotti, cisterne, opere militari, rifugi, sistemi fognari storici. Nata in Italia a partire dal 1958, con le prime indagini a Chiusi, nell’emissario del Lago Albano e nei sotterranei di Napoli, si è diffusa a livello nazionale negli anni Ottanta.[17]
La Commissione Nazionale Cavità Artificiali (CNCA) della Società Speleologica Italiana fu costituita nel 1981 a Narni e si occupa di catalogazione, catasto, convegni e ricerca. Dal 1999 pubblica la rivista quadrimestrale “Opera Ipogea”, primo periodico italiano interamente dedicato alla disciplina. Il Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali è disponibile online dal 2010 e nel 2012 la classificazione tipologica italiana è stata adottata dall’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) come standard internazionale.[18][19][17]
Trieste: uno dei poli italiani della ricerca in cavità artificiali
Trieste e il Friuli Venezia Giulia rappresentano uno dei contesti più avanzati in Italia per la ricerca sulle cavità artificiali.
La Società Adriatica di Speleologia (SAS) è la prima associazione ad aver avviato in modo sistematico lo studio del sottosuolo urbano della provincia di Trieste, a partire dal 1983, quando il Comune le chiese di indagare i sotterranei del Castello di San Giusto. Nel 1984 nacque la Sezione CA di Speleologia Urbana della SAS.[11]
Nei primi anni il lavoro era guardato con diffidenza: gli speleologi urbani venivano chiamati “fognaroli” o “speleologi di serie b”. Il tempo ha smentito i pregiudizi. La SAS ha inserito nel Catasto CA-FVG della SSI 368 cavità artificiali, prodotto sei libri dedicati al sottosuolo di Trieste e contribuito a decine di convegni nazionali e internazionali.[11]
Anche il CAT ha sviluppato una propria Sezione di Ricerche e Studi su Cavità Artificiali, organizzando il IV e il V Convegno Nazionale sulle Cavità Artificiali ad Osoppo nel 1997 e nel 2001.[20]
Il Catasto CA del FVG raccoglie le schede di 928 cavità (dato 2007), di cui 393 nella sola provincia di Trieste — il 42,3% del totale regionale. La tipologia prevalente è quella delle costruzioni militari di difesa (37,7%), seguita dalle opere idrauliche (25,8%) e dai ricoveri e rifugi (15,8%). Lo sviluppo lineare complessivo censito supera i 50.000 metri.[21]
Nel 2025 la SAS ha avviato un nuovo ciclo del Corso di Speleologia in Cavità Artificiali, con lezioni teoriche ed uscite pratiche nel sottosuolo della città.[22][23]
Un modello di valorizzazione dal basso
La Kleine Berlin è un esempio concreto di come la speleologia in cavità artificiali possa trasformare un sito abbandonato in un luogo di memoria attiva e di educazione storica.
Il modello di gestione è interamente volontario, senza finanziamenti pubblici strutturati, e si regge sulla competenza tecnica e sulla motivazione culturale dei soci del CAT. Maurizio Radacich, che ha guidato il progetto per oltre vent’anni, ha spiegato così il senso dell’impegno: “Lo facciamo soprattutto per i giovani. A scuola studiano i movimenti degli eserciti, ma non sanno quanto ha sofferto la gente comune durante i bombardamenti.”[24][3]
Per la comunità speleologica, il caso della Kleine Berlin dimostra che la ricerca in cavità artificiali non è una disciplina secondaria, ma uno strumento capace di restituire alla collettività patrimoni storici altrimenti destinati all’oblio.
WWW Italia – Intervista a Maurizio Radacich: Trieste, il fascino di una città da scoprire nel profondo https://www.wwwitalia.eu/web/trieste-il-fascino-di-una-citta-da-scoprire-nel-profondo-intervista-a-maurizio-radacich/
Fonti [1] Kleine Berlin – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Kleine_Berlin [2] Trieste, la Kleine Berlin https://www.nauticareport.it/dettnews/report/trieste_la_kleine_berlin-6-5527/ [3] Quelle gallerie che salvarono migliaia di vite nella Kleine Berlin di … https://altreconomia.it/quelle-gallerie-che-salvarono-migliaia-di-vite-nella-kleine-berlin-di-trieste/ [4] La Zona nella Kleine Berlin, la Trieste sotterranea https://triestearcana.wordpress.com/2018/11/02/viaggio-nella-kleine-berlin-trieste-sotterranea/ [5] Kleine Berlin – Club Alpinistico Triestino https://www.cat.ts.it/kleine-berlin/ [6] Trieste: Visitiamo la Kleine Berlin – Citysmart | City Smart https://citysmart.cloud/index.php/it/percorso/kleine-berlin [7] kleine berlin – Goodmorningtrieste https://www.goodmorningtrieste.it/kleine-berlin/ [8] Così il 10 giugno ’44 Trieste si svegliò sotto le bombe – Il Piccolo https://www.ilpiccolo.it/cronaca/cosi-il-10-giugno-44-trieste-si-sveglio-sotto-le-bombe-b28pfq3a [9] Quel 10 giugno Trieste si svegliò sotto le bombe alleate https://www.secoloditalia.it/2015/06/quel-10-giugno-trieste-si-sveglio-bombe-alleate-centinaia-vittime/ [10] turismo friuli venezia giulia https://www.scoprifvg.it/site/kleine-berlin/ [11] Cavita’ Artificiali – SAS – Società Adriatica di Speleologia https://sastrieste.it/index.php/cavita-artificiali/ [12] Nuovo libro: Kleine Berlin, seconda edizione riveduta https://www.fsrfvg.it/?p=10115 [13] Articoli e recensioni sul libro “Sotterranei della città di Trieste” – SAS https://sastrieste.it/index.php/2019/11/23/articoli-sul-libro-sotterranei-della-citta-di-trieste/ [14] Kleine Berlin https://cultura.gov.it/luogo/kleine-berlin [15] KLEINE BERLIN | I Luoghi del Cuore – FAI – Fondo Ambiente Italiano https://fondoambiente.it/luoghi/kleine-berlin?ldc [16] Kleine Berlin – Turismo FVG https://www.turismofvg.it/monumenti-e-siti-storici/kleine-berlin [17] Speleologia in cavità artificiali – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Speleologia_in_cavit%C3%A0_artificiali 18 Catasto speleologico nazionale delle cavità artificiali (CA … https://www.academia.edu/39161049/Catasto_speleologico_nazionale_delle_cavit%C3%A0_artificiali_CA_Classificazione_interventi_di_tutela_e_monitoraggio_conseguiti_grazie_ai_dati_speleologici_e_prospettive_future [19] [PDF] Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali – Opera Ipogea https://www.operaipogea.it/wp-content/uploads/2010/07/1-Galeazzi-Opera_Ipogea_2010_1_ocr_web.pdf [20] Cavità artificiali – Club Alpinistico Triestino https://www.cat.ts.it/cavita-artificiali/ [21] Il Catasto CA della S.S.I. – SAS https://sastrieste.it/index.php/2019/11/21/il-catasto-ca-della-s-s-i/ [22] Un Corso di Speleologia urbana a Trieste per esplorare … – Scintilena https://www.scintilena.com/un-corso-di-speleologia-urbana-a-trieste-per-esplorare-il-mondo-sotterraneo-artificiale/05/15/ [23] Corso di Speleologia Urbana a Trieste: Esplorazione delle Cavità … https://www.scintilena.com/corso-di-speleologia-urbana-a-trieste-esplorazione-delle-cavita-artificiali/05/16/ [24] Club Alpinistico Triestino: una storia lunga ottant’anni https://www.fsrfvg.it/?p=11907 [25] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [26] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [27] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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E non è un pesce d’aprile: il pavimento cede, e sotto riemerge una storia di tre secoli fa
Sembrava una notizia costruita per il primo aprile: il ritrovamento dello scheletro di d’Artagnan sotto una chiesa.
Invece il fatto è reale e nasce da un episodio del tutto concreto. A Maastricht, un cedimento del pavimento nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo ha portato alla scoperta di uno spazio sepolto e di resti umani collocati in posizione di rilievo, davanti all’altare.
Il conte
E non è un pesce d’aprile: il pavimento cede, e sotto riemerge una storia di tre secoli fa
Sembrava una notizia costruita per il primo aprile: il ritrovamento dello scheletro di d’Artagnan sotto una chiesa.
Invece il fatto è reale e nasce da un episodio del tutto concreto. A Maastricht, un cedimento del pavimento nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo ha portato alla scoperta di uno spazio sepolto e di resti umani collocati in posizione di rilievo, davanti all’altare.
Il contesto non è quello di una cavità naturale, ma presenta caratteristiche che richiamano comunque una dimensione ipogea: si tratta di un ambiente chiuso, non accessibile, rimasto sigillato per secoli e riaperto in modo accidentale. In questo senso, la dinamica del ritrovamento non è lontana da quella che accompagna l’esplorazione speleologica, quando l’accesso a nuovi spazi avviene attraverso discontinuità o cedimenti.
L’attenzione degli archeologi si è concentrata subito sulla possibile identificazione dei resti con quelli di Charles de Batz de Castelmore, noto come d’Artagnan, l’ufficiale francese morto nel 1673 durante l’assedio di Maastricht. La sua sepoltura non è mai stata localizzata con certezza, e questo mantiene aperta la questione per oltre tre secoli.
Gli elementi emersi dallo scavo risultano coerenti con questa ipotesi. La presenza di una moneta francese del XVII secolo, insieme a una lesione compatibile con un colpo d’arma da fuoco al torace, si accorda con le fonti storiche relative alla morte del moschettiere. Anche la collocazione della sepoltura, in prossimità dell’altare, suggerisce un riconoscimento sociale elevato.
Come avviene frequentemente (anche in ambito speleologico), quando si interpretano ambienti complessi, nessun singolo elemento è sufficiente a fornire una conferma definitiva: più indizi convergono a costruire un quadro plausibile, che dovrà poi essere verificato attraverso analisi più approfondite.
La fase in corso riguarda infatti lo studio genetico dei resti, con l’obiettivo di confrontare il DNA con quello dei discendenti della famiglia De Batz: solo questo passaggio potrà stabilire con certezza l’identità dello scheletro.
Il caso di Maastricht mostra quindi la dinamica a noi ben nota: l’accesso può essere casuale, l’interpretazione richiede metodo, e le risposte definitive arrivano solo dopo un processo di verifica.
In questo quadro, anche una notizia che inizialmente può apparire come un “pesce d’aprile” si inserisce in una logica più ampia, fatta di indagine, confronto e progressivo avvicinamento alla realtà dei fatti.
In attesa di una conferma definitiva, il nome di Charles de Batz de Castelmore resta dunque un’ipotesi. Divertente, tutto sommato, ed evocativa: riporta alla memoria uno dei motti più noti della letteratura, legato al personaggio reso celebre da Alexandre Dumas: Tutti per uno, uno per tutti!
La chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Maastricht (Paesi Bassi), dove sono stati rinvenuti i resti oggetto di studio Foto: Michielverbeek/ Wikimedia Commons, CC BY-SA