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Prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo: gli eventi in tutta Italia

September 10th 2026 at 06:00

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Il 13 settembre 2026 si celebra per la prima volta la ricorrenza proclamata dall’UNESCO. Dalle visite in grotta alle conferenze, dalla tutela delle acque alla biospeleologia, numerose iniziative animano le Giornate della Speleologia in tutta Italia

Il 13 settembre 2026 sarà celebrata per la prima volta la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo – International Day of Caves and Karst, proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025 per accrescere la conoscenza degli ambienti carsici e sotterranei e promuoverne la protezione, lo studio e la gestione sostenibile.

In Italia la nuova ricorrenza internazionale si intreccia con le Giornate Nazionali della Speleologia, portando per alcuni giorni “in superficie” il lavoro degli speleologi. Il calendario 2026 raccoglie iniziative distribuite in numerose regioni: dalle visite guidate nelle cavità alle conferenze, dalle attività dedicate ai bambini agli incontri scientifici, fino al monitoraggio della fauna sotterranea, alla tutela delle risorse idriche e alla bonifica delle grotte.

La scelta dell’UNESCO sottolinea anche il valore globale dei territori carsici. Secondo l’organizzazione, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto della superficie terrestre e assicurano acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Sono inoltre scrigni di biodiversità sotterranea, archivi geologici e luoghi che conservano testimonianze della storia umana.

Dalle grotte alla tutela dell’acqua: gli appuntamenti in Italia

Le manifestazioni hanno già preso il via l’8 settembre a Bari, con la presentazione del volume Viaggi sotto le Murge – Le radici del paesaggio al Museo di Scienze della Terra dell’Università di Bari. Nei prossimi giorni il programma entrerà nel vivo.

In Puglia, venerdì 11 settembre, alla Grotta del Trullo di Putignano si terrà il Progetto Caves, incontro scientifico e divulgativo dedicato alla valutazione degli ambienti carsici attraverso metodologie isotopiche e geomorfologiche. Domenica 13 settembre, a Castellana Grotte, l’incontro La speleologia: conoscere, condividere, divulgare metterà a confronto associazioni, Federazione Speleologica Pugliese, scuole di speleologia e istituzioni sul ruolo della formazione, della ricerca e della diffusione delle conoscenze.

In Sardegna, l’11 settembre, il Parco di Monte Atzei a Narcao ospiterà un’escursione attraverso la foresta del Rio Cannedu e alcune cavità naturali. Particolare attenzione sarà dedicata alla fauna ipogea e ai pipistrelli, che potranno essere individuati sul campo attraverso l’impiego di un Bat Detector. L’iniziativa è curata da Sulcis Underground.

Sicilia: acqua, grotte e “Man and Karst”

Particolarmente ricco il programma della Sicilia. L’11 settembre, nella sede CAI di Catania, la conferenza Gocce nel Buio affronterà il rapporto fra fenomeni carsici, salvaguardia delle falde acquifere e gestione sostenibile del turismo sotterraneo.

Il 13 settembre, il Gruppo Grotte Catania – CAI Catania accompagnerà i partecipanti alla Grotta Mastropietro e alla Grotta Genovese II per una giornata di avvicinamento diretto all’attività speleologica. Nello stesso giorno, a Palermo, la Riserva Naturale Orientata Grotta della Molara proporrà Tutti in grotta appassionatamente, con visite guidate per piccoli gruppi insieme agli speleologi di ANS Le Taddarite.

Dal 13 al 19 settembre, nella Riserva di Vendicari, a Noto, si svolgerà inoltre la quarta edizione di Man and Karst – Uomo e Carsismo in Sicilia, dedicata alla tutela e alla gestione sostenibile dei paesaggi carsici, degli ecosistemi ipogei e del patrimonio culturale collegato al carsismo.

Il programma siciliano proseguirà il 19 settembre alla Grotta Conza di Palermo con Le grotte: storie di acque, di rocce e di uomini: visite nel tratto fruibile della cavità, laboratori sulle rocce e sulla formazione delle grotte e un approfondimento dedicato al rapporto fra presenza umana e mondo sotterraneo, dalla preistoria alla speleologia moderna.

Nel Lazio tra speleologia, paleontologia e mito

A San Felice Circeo, sabato 12 settembre, il Gruppo Grotte Roma Niphargus proporrà la conferenza La Grotta Spaccata di Torre Paola: da Ulisse alle cavità naturali del Circeo.

L’incontro sarà dedicato all’esplorazione della grande cavità del promontorio del Circeo, attraversando speleologia, testimonianze del passato, paleontologia e suggestioni legate ai miti omerici.

Emilia-Romagna: visite alla Tana della Mussina

Domenica 13 settembre ad Albinea, in provincia di Reggio Emilia, saranno organizzati accompagnamenti alla Tana della Mussina. Due sessioni permetteranno di visitare la cavità durante la giornata; nel tardo pomeriggio è prevista anche la proiezione di un video dedicato al sito UNESCO dei Gessi Messiniani di Borzano.

Friuli-Venezia Giulia: dal Carso ai cento anni di “Duemila Grotte”

Numerose anche le iniziative in Friuli-Venezia Giulia.

Il 13 settembre il Club Alpinistico Triestino aprirà straordinariamente la Caverna III di Basovizza, dove sarà allestita una mostra didattica sui pipistrelli e saranno proposte attività di osservazione di reperti biologici, insieme ad approfondimenti sulla speleogenesi, sulla flora e sulla storia della cavità.

Nello stesso giorno, a San Quirino, nel Pordenonese, l’Unione Speleologica Pordenonese CAI parteciperà alla Festa delle Associazioni con una mostra sulla speleologia, laboratori per bambini e ragazzi e un ponte tibetano aperto ai partecipanti.

Un appuntamento di particolare significato storico è previsto invece il 15 settembre a Trieste: “Duemila Grotte”. 1926–2026. La speleologia, cent’anni dopo. Il workshop, promosso dalla Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia, celebrerà il centenario dello storico volume ripercorrendo un secolo di evoluzione tecnica, scientifica ed esplorativa della speleologia del Carso.

Nelle Marche la scoperta delle grotte raccontata ai bambini

Dal 14 al 16 settembre, le biblioteche comunali di Cerreto d’Esi, Sassoferrato e Mergo, nelle Marche, dedicheranno tre pomeriggi ai bambini dai cinque anni e alle loro famiglie.

Attraverso una versione adattata del racconto della scoperta delle Grotte di Frasassi, letture e laboratori affronteranno i temi dell’esplorazione, della collaborazione, della tutela della natura e degli organismi che abitano il sottosuolo.

Veneto: gli acquiferi carsici e la bonifica di una grotta

In Veneto la Giornata Internazionale mette in evidenza in modo particolare il rapporto fra speleologia, acqua e tutela del territorio.

Il 13 settembre a Valbrenta, nell’area di Ponte Subiolo, il Gruppo Grotte Giara Modon proporrà l’open day Esplorare, capire e proteggere gli acquiferi carsici. Il percorso toccherà la sorgente di Fontana Moretti, il Laghetto di Ponte Subiolo — l’“Elefante Bianco”, cavità subacquea esplorata fino a -292 metri secondo il programma dell’evento — e la grotta fossile di Ponte Subiolo. L’obiettivo è mostrare al pubblico il funzionamento delle riserve d’acqua carsiche e sensibilizzare sui rischi legati all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.

Sempre nel Vicentino, il 12 e 13 settembre, sull’Altopiano dei Sette Comuni, è previsto un intervento concreto di bonifica di una cavità contenente rifiuti, accompagnato dal rilievo topografico della grotta.

Il programma veneto proseguirà il 15 settembre alle Grotte di Oliero con la presentazione della nuova guida La fabbrica dell’acqua – Guida alle grotte di Oliero.

Il 19 settembre appuntamento anche sui Monti Alburni

Le iniziative continueranno oltre la data ufficiale del 13 settembre. Sabato 19 settembre, a Sant’Angelo a Fasanella, è previsto un open day alla Grotta Fra’ Gentile, sui Monti Alburni.

L’attività, organizzata congiuntamente dal G.S. Melandro, dal GASP della Sezione CAI Gioia del Colle e dalla Sezione CAI Castrovillari, unirà la visita della cavità al monitoraggio degli ambienti ipogei e della fauna presente.

Una giornata internazionale per rendere visibile il mondo sotterraneo

La prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo offre così anche alla speleologia italiana un’occasione per raccontarsi fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori.

Non soltanto esplorazione: il calendario mette insieme ricerca scientifica, tutela dell’acqua, biodiversità, educazione ambientale, memoria storica, formazione e conservazione del territorio. Temi che spiegano perché la protezione delle grotte e dei sistemi carsici riguardi molto più di ciò che accade sotto terra.

L’UNESCO indica tra gli obiettivi della nuova giornata proprio la sensibilizzazione del pubblico e dei decisori, la cooperazione scientifica ed educativa, la tutela delle risorse idriche e della biodiversità e la promozione di forme sostenibili di fruizione dei territori carsici.

Il calendario delle Giornate Nazionali della Speleologia 2026 è pubblicato online e potrà essere consultato per programmi, modalità di partecipazione, prenotazioni e contatti dei singoli organizzatori.

Programma aggiornato degli eventi delle Giornate della Speleologia 2026

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  • Anche la National Speleological Society invita a celebrare la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo
    Condividi Anche la National Speleological Society statunitense rilancia l’invito alla comunità speleologica internazionale: il 13 settembre 2026, in occasione della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, gruppi, associazioni e speleologi sono chiamati a organizzare iniziative locali di divulgazione, conoscenza e tutela degli ambienti carsici Scrive la NSS: “Find information about the event, get free downloadable resources you can share, and register your event at https://w
     

Anche la National Speleological Society invita a celebrare la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo

September 10th 2026 at 05:00

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Anche la National Speleological Society statunitense rilancia l’invito alla comunità speleologica internazionale: il 13 settembre 2026, in occasione della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, gruppi, associazioni e speleologi sono chiamati a organizzare iniziative locali di divulgazione, conoscenza e tutela degli ambienti carsici

Scrive la NSS: “Find information about the event, get free downloadable resources you can share, and register your event at https://www.caveskarstday.org

Anche la National Speleological Society (NSS) degli Stati Uniti si prepara alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, in programma il 13 settembre 2026, invitando speleologi e associazioni a contribuire con attività organizzate nelle proprie comunità.

Nel messaggio diffuso sui propri canali, la NSS sottolinea che il successo della giornata dipenderà proprio dalla diffusione di iniziative locali in tutto il mondo.

L’invito è a raccontare l’esplorazione e le scoperte scientifiche, parlare di speleologia, spiegare la vulnerabilità delle acque sotterranee nei territori carsici e coinvolgere il pubblico nella protezione di grotte e carsismo.

Le iniziative possono assumere forme molto diverse: visite in grotta, conferenze e incontri divulgativi, attività di pulizia e tutela, oppure semplicemente occasioni per far conoscere l’importanza e la fragilità degli ambienti sotterranei.

La Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, proclamata dall’UNESCO nel 2025, sarà celebrata quest’anno per la prima volta. Sul portale internazionale sono disponibili informazioni, fotografie e materiali scaricabili ed è possibile registrare gli eventi organizzati per il 13 settembre.

International Day of Caves and Karst – sito ufficiale

Fonte: National Speleological Society (NSS) – post social

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  • Lecco, dalle grotte nei ghiacciai alla speleologia: serata sulla glaciospeleologia e corso di avvicinamento
    Condividi Il 29 settembre 2026 Mauro Inglese, Paola Tognini e Andrea Ferrario raccontano le esplorazioni del Progetto Speleologia Glaciale. Dal 14 al 18 ottobre il Gruppo Speleologico Lecchese CAI apre invece le porte ai nuovi speleologi con uno stage introduttivo Il Gruppo Speleologico Lecchese CAI Lecco propone tra settembre e ottobre 2026 due appuntamenti dedicati al mondo sotterraneo: una serata sulla speleologia glaciale, per conoscere le cavità che si formano all’interno dei ghiacciai a
     

Lecco, dalle grotte nei ghiacciai alla speleologia: serata sulla glaciospeleologia e corso di avvicinamento

September 9th 2026 at 06:00

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Il 29 settembre 2026 Mauro Inglese, Paola Tognini e Andrea Ferrario raccontano le esplorazioni del Progetto Speleologia Glaciale. Dal 14 al 18 ottobre il Gruppo Speleologico Lecchese CAI apre invece le porte ai nuovi speleologi con uno stage introduttivo

Il Gruppo Speleologico Lecchese CAI Lecco propone tra settembre e ottobre 2026 due appuntamenti dedicati al mondo sotterraneo: una serata sulla speleologia glaciale, per conoscere le cavità che si formano all’interno dei ghiacciai alpini, e uno stage/corso di avvicinamento alla speleologia, rivolto a chi desidera provare per la prima volta tecniche e ambienti della speleologia.

“Grotte glaciali, un mondo che scompare” : primo appuntamento il 29 settembre alle ore 21.00

Il primo appuntamento è in programma martedì 29 settembre alle ore 21.00, presso la sede CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11.

La serata, dal titolo “Grotte glaciali, un mondo che scompare”, vedrà la partecipazione di Mauro Inglese, Paola Tognini e Andrea Ferrario, protagonisti da molti anni delle attività del Progetto Speleologia Glaciale.

Attraverso immagini, esperienze di esplorazione e osservazioni condotte sul campo, l’incontro accompagnerà il pubblico dentro un ambiente tanto spettacolare quanto effimero: quello delle cavità endoglaciali e subglaciali, forme che possono nascere, trasformarsi profondamente o scomparire nell’arco di tempi molto brevi.

Il Progetto Speleologia Glaciale, attivo dal 2008, riunisce speleologi provenienti da diversi gruppi italiani e svolge attività di esplorazione, documentazione e monitoraggio delle cavità presenti nei ghiacciai alpini. Le osservazioni effettuate negli anni, tra l’altro sui ghiacciai dei Forni e del Morteratsch, permettono di seguire dall’interno alcuni dei profondi cambiamenti che interessano le masse glaciali alpine.

La serata è organizzata dal Gruppo Speleologico Lecchese, in collaborazione con il Progetto Speleologia Glaciale, nell’ambito della rassegna Monti Sorgenti 2026 del CAI Lecco.

I relatori

Mauro Inglese, speleologo del Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, è da molti anni impegnato nella documentazione fotografica e nello studio delle cavità glaciali. Fa parte del gruppo di lavoro lombardo dedicato alla glaciospeleologia e ha partecipato alle attività del Progetto Speleologia Glaciale fin dalle sue prime fasi.

Paola Tognini, geologa e speleologa del Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, ha svolto attività accademica nel campo della geografia fisica e della geomorfologia ed è impegnata da decenni nello studio del carsismo e della speleologia glaciale. Le sue prime ricerche in questo settore risalgono agli anni Novanta.

Andrea Ferrario, speleologo del Gruppo Grotte CAI Saronno e Istruttore di Speleologia CAI, pratica speleologia glaciale dal 2008 e ha partecipato a numerosi campi esplorativi sui ghiacciai dell’arco alpino. È stato presidente della Federazione Speleologica Lombarda.

I tre speleologi hanno condiviso nel tempo numerose attività di ricerca e divulgazione e sono stati tra gli autori del lavoro dedicato alla speleologia glaciale pubblicato nel 2012 sulla rivista Speleologia della Società Speleologica Italiana ETS.

Screenshot

Dal 14 al 18 ottobre uno stage di avvicinamento alla speleologia: secondo appuntamento

Pochi giorni dopo la serata, il Gruppo Speleologico Lecchese passerà dalla divulgazione alla pratica con lo stage/corso di avvicinamento alla speleologia, in programma dal 14 al 18 ottobre 2026.

L’iniziativa è aperta a soci CAI e non soci a partire dai 15 anni — per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori — ed è pensata per chi desidera scoprire il mondo ipogeo e acquisire le prime conoscenze sulla progressione in grotta.

Il corso prevede un massimo di 10 partecipanti.

La prima lezione si terrà mercoledì 14 ottobre alle ore 20.00 nella sede CAI Lecco e affronterà, tra gli altri argomenti, esposizione al rischio e sua mitigazione, materiali, carsismo e speleogenesi.

Sabato 17 ottobre è prevista una giornata pratica in palestra esterna, dedicata alla conoscenza delle attrezzature e alle tecniche di progressione. La partecipazione a questa esercitazione è obbligatoria per prendere parte all’uscita successiva.

Domenica 18 ottobre gli allievi entreranno infatti in una cavità della zona per una giornata pratica in grotta.

L’organizzazione mette a disposizione imbragatura completa, attrezzatura per la progressione su corda, casco e lampade frontali. Ai partecipanti sono richiesti abbigliamento e calzature adatti all’ambiente di grotta, guanti e zaino.

Il costo complessivo è di 70,00 euro, sia per i soci, sia per i non soci CAI, ed è comprensivo del noleggio dell’attrezzatura e dell’utilizzo del materiale di gruppo.

Al termine viene rilasciato un attestato della Scuola Nazionale di Speleologia CAI, con una frequenza minima richiesta del 70%.

Iscrizioni alllo stage entro il 9 ottobre 2026, online attraverso il modulo predisposto dal Gruppo Speleologico Lecchese:

Modulo di iscrizione: https://forms.gle/eSUgRA1mygUK7SPh7

Per informazioni è possibile contattare il Gruppo Speleologico Lecchese all’indirizzo speleologia@cai.lecco.it.

Sono due appuntamenti diversi, ma strettamente collegati: prima il racconto di un ambiente sotterraneo fragile e in continua trasformazione, quello scavato dall’acqua nel ghiaccio; poi l’occasione di indossare casco e imbrago e compiere i primi passi nel mondo della speleologia. Con l’auspicio di visitare successivamente anche gli ambienti speloglaciali!

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Dentro l’oro nero di Liguria: le cave di ardesia raccontano il sottosuolo di Uscio, nell’immediato entroterra di Recco (GE)

September 9th 2026 at 05:00

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Sabato 12 settembre un’escursione sulle alture di Uscio, tra i monti Tugio e Rosso, porterà alla riscoperta delle antiche cave di ardesia. Un viaggio tra geologia, paesaggio, storia del lavoro e cavità artificiali, alla scoperta dell’“oro nero” della Liguria.

Il sottosuolo non racconta soltanto la storia scritta dall’acqua e dai fenomeni carsici. Esistono cavità nelle quali alla geologia si sovrappone un’altra storia, quella lasciata dall’uomo: gallerie, fronti di scavo e vuoti sotterranei aperti per seguire e conquistare la roccia.

È il mondo delle antiche cave, materia particolarmente vicina a chi frequenta e studia gli ambienti ipogei.

Sabato 12 settembre 2026, sulle alture di Uscio, nell’entroterra ligure, un’escursione ad anello condurrà alla riscoperta delle vecchie cave di ardesia situate alle pendici dei monti Tugio e Rosso.

“U pan che dorme”, il pane che dorme, è il titolo dell’evento: è un’espressione entrata nella storia dell’ardesia della Val Fontanabuona. Intorno al 1870 don Giovanni Battista Arata, parroco di Orero, incoraggiava i suoi parrocchiani ad aprire nuove cave ricordando loro che “qui sotto c’è del pane che dorme”. Quel pane era l’ardesia nascosta nella montagna: una risorsa che, una volta estratta, diventava lavoro e sostentamento per intere famiglie. Il “pane che dorme” era dunque la pietra ancora custodita nel sottosuolo, destinata a diventare l’“oro nero” della Liguria.

Protagonista della giornata sarà proprio l’ardesia, il celebre “oro nero di Liguria”, una roccia che per secoli ha segnato profondamente il paesaggio, l’economia, l’architettura e la cultura di questo territorio.

Dietro una lastra di ardesia si nasconde molto più di un materiale da costruzione. C’è una lunga storia geologica, ma c’è anche quella degli uomini che hanno imparato a riconoscere gli strati migliori, a entrare nella montagna, a estrarre la pietra e infine a lavorarla.

L’escursione permetterà di conoscere diversi aspetti di questo patrimonio, dall’estrazione alla lavorazione dell’ardesia, osservando al tempo stesso il territorio che circonda le cave, i suoi sentieri e le tracce lasciate nel paesaggio dalle attività del passato.

Ad accompagnare i partecipanti saranno la prof.ssa Clara Manzamilla, geologa, e la Guida Ambientale Escursionistica Fabio Casazza (Scarpinate).

Per gli speleologi e, più in generale, per chi si interessa al mondo sotterraneo, le antiche cave rappresentano ambienti di grande fascino. Qui la roccia conserva contemporaneamente due memorie: quella della propria formazione geologica e quella dell’attività umana che l’ha attraversata e trasformata.

I vuoti di cava diventano così veri e propri documenti del territorio. Le pareti, i fronti di estrazione, gli accessi e le tracce degli antichi lavori consentono di leggere una storia che dalla superficie continua sottoterra.

Sarà l’occasione, dunque, di camminare insieme sulle alture di Uscio, ma anche per guardare il paesaggio ligure anche dall’interno, seguendo le tracce di quella pietra scura che è diventata uno dei simboli della regione.

Informazioni sull’escursione

L’appuntamento è fissato per sabato 12 settembre alle ore 10:00, con partenza dalla Pieve di Uscio.

Il percorso è un anello di circa 7 chilometri, con un dislivello positivo di circa 380 metri. La durata prevista è di circa 6 ore, comprese le soste dedicate agli interventi e la pausa pranzo.

È richiesto equipaggiamento adeguato: scarpe da trekking con suola scolpita, borraccia e pranzo al sacco.

L’evento è organizzato da Tigullio Verticale, con il patrocinio del Comune di Uscio.

La prenotazione è obbligatoria. I posti disponibili sono al massimo 25.

Informazioni e prenotazioni:
Fabio Casazza – Scarpinate
Tel. 331 2851961

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  • Kleine Berlin, nuovi nati nel buio: si riproduce ancora il raro amblypigio di Trieste
    Condividi Una femmina di Charinus ioanniticus osservata con i piccoli sul dorso nelle gallerie sotterranee. La popolazione, prima segnalazione di Amblypygi in Italia, continua a riprodursi nell’ex rifugio antiaereo triestino La parola ad Alessandra Ressa TRIESTE – Una femmina con i piccoli appena nati aggrappati al dorso. È la nuova, straordinaria osservazione avvenuta nella Kleine Berlin di Trieste, dove da alcuni anni vive una popolazione di Charinus ioanniticus, piccolo aracnide app
     

Kleine Berlin, nuovi nati nel buio: si riproduce ancora il raro amblypigio di Trieste

September 8th 2026 at 07:03

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Una femmina di Charinus ioanniticus osservata con i piccoli sul dorso nelle gallerie sotterranee. La popolazione, prima segnalazione di Amblypygi in Italia, continua a riprodursi nell’ex rifugio antiaereo triestino

La parola ad Alessandra Ressa

TRIESTE – Una femmina con i piccoli appena nati aggrappati al dorso.

È la nuova, straordinaria osservazione avvenuta nella Kleine Berlin di Trieste, dove da alcuni anni vive una popolazione di Charinus ioanniticus, piccolo aracnide appartenente all’ordine degli Amblypygi.

Una scoperta e una onferma: gli animali non si limitano a sopravvivere nelle gallerie artificiali dell’ex rifugio antiaereo,: riescono a completare al loro interno il ciclo biologico e a riprodursi.

La popolazione triestina di araccnidi , studiata scientificamente a partire dal 2019, rappresentò il primo ritrovamento documentato di un Amblypygi in Italia.A raccontarci la nuova osservazione e la singolare storia di questi abitanti del sottosuolo è Alessandra Ressa, dell’Ufficio Stampa del Club Alpinistico Triestino APS

.La parola ad Alessandra Ressa, quindi.

Nuovi nati nel buio della Kleine Berlin: si riproduce ancora il raro Amblypygi

Nuovo avvistamento nella galleria sotterranea: una femmina con i piccoli sul dorso conferma la capacità della colonia di riprodursi e adattarsi a un ambiente artificiale isolato

Silva de Miranda. Il lavoro, intitolato First record of Amblypygi from Italy: Charinus ioanniticus (Charinidae), venne pubblicato nel volume 18 di Arachnology, alle pagine 642-648, con DOI 10.13156/arac.2020.18.6.642. Le indagini condotte nella Kleine Berlin avevano permesso di riconoscere diversi individui di differenti dimensioni, oltre a numerose esuvie, cioè gli involucri lasciati dagli animali durante la muta, e avevano portato all’osservazione di femmine con uova e successivamente con le cosiddette praenymphae, i giovani che seguono la schiusa.

A prima vista Charinus ioanniticus può sembrare una creatura appartenente a un gruppo di animali molto più conosciuto e inquietante. Il corpo appiattito, i pedipalpi anteriori muniti di spine e soprattutto le lunghissime appendici che si muovono davanti all’animale gli conferiscono un aspetto che può ricordare contemporaneamente un ragno e uno scorpione. Dal punto di vista zoologico, tuttavia, gli Amblypygi costituiscono un ordine distinto degli aracnidi e presentano caratteristiche anatomiche proprie. L’ordine comprende oltre duecento specie e ha una distribuzione prevalentemente tropicale e subtropicale, risultando molto meno rappresentato nelle regioni temperate.

La caratteristica che colpisce maggiormente l’osservatore è rappresentata dal primo paio di zampe, che negli Amblypygi non viene utilizzato per camminare come le altre sei zampe locomotorie. Queste appendici sono diventate estremamente lunghe e sottili e svolgono soprattutto una funzione sensoriale, permettendo all’animale di esplorare l’ambiente attraverso il contatto e le vibrazioni. È proprio osservando un esemplare mentre mantiene queste appendici completamente estese che viene spontaneo pensare all’espressione “rizzare le antenne”, anche se, naturalmente, dal punto di vista anatomico non si tratta di vere antenne.

L’animale si muove con estrema cautela, utilizzando queste lunghe strutture sensoriali per esplorare ciò che lo circonda, mentre i pedipalpi, situati anteriormente e dotati di spine, partecipano alla cattura delle prede. A differenza di quanto potrebbe far pensare il suo aspetto, Charinus ioanniticus non possiede ghiandole velenifere associate ai cheliceri ed è considerato innocuo per l’uomo. Anche gli esemplari osservati nella Kleine Berlin sono descritti dagli studiosi come particolarmente timidi.

La presenza di Charinus ioanniticus nel cuore di Trieste rappresenta un caso particolarmente interessante dal punto di vista ecologico perché l’animale vive all’interno di un ambiente completamente artificiale. La Kleine Berlin è infatti un complesso di gallerie sotterranee realizzato durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, come rifugio antiaereo. Il sistema di cunicoli è rimasto in larga parte conservato e, dal 1996, è affidato al Club Alpinistico Triestino, che ne ha valorizzato il patrimonio storico rendendolo visitabile attraverso un percorso museale.

Proprio alcune caratteristiche fisiche delle gallerie sembrano aver creato condizioni favorevoli all’insediamento dell’aracnide. Gli esemplari sono stati osservati sulle pareti verticali, spesso in corrispondenza di concrezioni calcaree, fratture e superfici caratterizzate dalla presenza di umidità. Le ricerche scientifiche hanno evidenziato come gli animali siano stati osservati frequentemente coperti da piccole gocce d’acqua e come alcuni individui tendessero a rimanere nella stessa porzione di parete. Le caratteristiche del luogo, con elevata umidità, assenza di luce solare diretta e condizioni microclimatiche relativamente stabili, ricreano almeno in parte quelle che gli Amblypygi incontrano negli ambienti naturali sotterranei.

È proprio questo microambiente a rendere la Kleine Berlin un vero e proprio laboratorio naturale nel quale osservare il processo di adattamento di una specie a un ambiente molto diverso da quello esterno. Nel sottosuolo artificiale di Trieste l’animale trova infatti alcune delle condizioni fondamentali di cui necessita: oscurità pressoché permanente, umidità e una superficie verticale ricca di piccole irregolarità nelle quali può muoversi e trovare rifugio.

Quando la popolazione triestina venne studiata scientificamente, la sua presenza rappresentava un enigma biogeografico. Charinus ioanniticus era conosciuto nell’area mediterranea orientale, con segnalazioni provenienti dalla Turchia, dalle isole greche di Rodi e Kos e da altre aree del Mediterraneo orientale; nel 2019 era stata inoltre documentata la presenza della specie ad Atene, primo ritrovamento allora noto nell’Europa continentale. Gli studiosi avevano quindi già ipotizzato che la presenza in un ambiente urbano potesse essere collegata anche a un trasporto accidentale operato dall’uomo.

Per quanto riguarda Trieste, lo studio del 2020 prese in considerazione diverse possibili modalità di arrivo. Gli autori valutarono, tra le altre ipotesi, un eventuale trasporto accidentale associato a materiali speleologici o oggetti storici introdotti nel sistema sotterraneo nel corso degli anni, ma non trovarono collegamenti affidabili fra le attività speleologiche del CAT nelle aree in cui la specie era presente e l’arrivo dell’aracnide nella Kleine Berlin.

È proprio a questo punto che la storia della popolazione triestina diventa particolarmente interessante. Una delle ipotesi storiche considerate dagli studiosi riguarda infatti un possibile trasporto accidentale legato ai movimenti di uomini e materiali durante il periodo bellico dell’ultimo conflitto mondiale. L’ipotesi è compatibile con la biologia della specie e con il fatto che popolazioni di Charinus ioanniticus siano state individuate anche in ambienti artificiali e in prossimità di insediamenti umani, ma non è stato possibile dimostrare quale sia stato l’effettivo vettore che portò gli animali a Trieste. Per questo motivo non è corretto affermare come fatto acquisito che siano stati necessariamente i militari tedeschi in ritirata dalla Grecia a trasportare gli Amblypygi nelle casse di materiale militare. Gli stessi ricercatori che hanno studiato la popolazione hanno sottolineato l’impossibilità di stabilire quando siano arrivati i primi esemplari e attraverso quale mezzo.

Se l’origine della popolazione rimane incerta, ancora più interessante è ciò che è accaduto successivamente. La prima osservazione scientificamente documentata risale al 2019, ma gli studi condotti nei due anni successivi dimostrarono che nella galleria non era presente un individuo isolato. Furono riconosciuti esemplari adulti e giovani di diverse dimensioni, insieme a numerose esuvie, segno che gli animali completavano il proprio ciclo di crescita all’interno dell’ex rifugio antiaereo di Trieste. Le osservazioni ripetute di individui già riconosciuti e marcati dimostrarono inoltre che alcuni esemplari rimanevano nel sistema sotterraneo nel corso del tempo.

Ancora più significativa fu l’osservazione di femmine con uova e successivamente con giovani. Nello studio scientifico sono documentate, in particolare, una femmina con uova osservata il 6 luglio 2020 e una femmina con praenymphae osservata il 1° ottobre dello stesso anno.

La biologia riproduttiva di Charinus ioanniticus aggiunge un ulteriore elemento di interesse. La specie è nota per la capacità di riprodursi per partenogenesi in alcune popolazioni, cioè attraverso una riproduzione nella quale la femmina può produrre prole senza la fecondazione da parte di un maschio. La letteratura scientifica ha documentato questo fenomeno nella specie, in particolare nelle popolazioni di Rodi, anche se la modalità riproduttiva delle popolazioni di altre aree, compresa quella italiana, richiede valutazioni specifiche. È quindi più prudente parlare della popolazione triestina come di una popolazione costituita da sole femmine e capace di riprodursi, senza attribuirle automaticamente una modalità riproduttiva definitivamente dimostrata per ogni generazione.

La presenza, oggi, di una femmina con giovani sul dorso rappresenta quindi un’osservazione particolarmente interessante perché documenta nuovamente una fase riproduttiva all’interno della galleria e mostra che la popolazione continua a trovare nell’ambiente sotterraneo condizioni compatibili con il proprio ciclo biologico.

Il fatto che questi animali siano presenti nella Kleine Berlin da anni non significa che siano facilmente osservabili durante le normali visite. Gli Amblypygi hanno abitudini prevalentemente notturne e sono estremamente discreti; inoltre gli esemplari possono rimanere immobili sulle pareti per lunghi periodi, mimetizzandosi contro superfici grigie, concrezioni e zone d’ombra. La loro individuazione richiede quindi attenzione e conoscenza dell’habitat.

Per la Kleine Berlin, inoltre, la presenza di Charinus ioanniticus costituisce un ulteriore elemento di valore naturalistico che si affianca alla straordinaria importanza storica delle gallerie. Il rifugio non rappresenta quindi soltanto una testimonianza architettonica e militare del Novecento, ma è diventato nel corso dei decenni anche un ambiente nel quale una specie insolita ha trovato condizioni sufficientemente favorevoli per insediarsi e riprodursi.

L’osservazione del 28 agosto aggiunge dunque un nuovo tassello alla conoscenza della popolazione triestina di Charinus ioanniticus. La femmina con i giovani sul dorso non rappresenta semplicemente un’immagine curiosa o spettacolare, ma testimonia la complessità di un processo biologico iniziato almeno diversi anni fa e tuttora osservabile all’interno di una galleria artificiale.

La Kleine Berlin continua così a custodire due storie apparentemente lontanissime: quella degli uomini che nel 1944 scavarono e costruirono il rifugio sotterraneo e quella, molto più antica e silenziosa, dell’evoluzione di un aracnide capace di adattarsi all’oscurità, all’umidità e alla stabilità microclimatica del sottosuolo.

Quando un esemplare viene illuminato dalla luce di una torcia, quelle che sembrano antenne si distendono sulla parete e cominciano a esplorare lo spazio circostante. È un movimento lento, quasi impercettibile, ma racchiude una delle storie naturalistiche più singolari del sottosuolo triestino: quella di una specie mediterranea che, per ragioni ancora non completamente chiarite, è arrivata in una città dell’Alto Adriatico, ha trovato rifugio in una struttura costruita dagli uomini durante la guerra e, contro ogni previsione, ha trasformato quelle gallerie in una casa capace di sostenerne il ciclo vitale.

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Ufficio Stampa: Alessandra Ressa

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  • Molare 1935, quando l’acqua trovò un’altra strada
    Condividi La storia dell’acqua – Secondo capitolo. Il 13 agosto 1935 cede lo sbarramento secondario della Sella Zerbino. Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano nella Valle dell’Orba: 111 persone perdono la vita Siamo nell’Appennino ligure-piemontese, nell’Alto Monferrato, a poca distanza dal confine con la Liguria, in una valle dove l’acqua dell’Orba viene trasformata in energia. Qui continua la nostra storia dell’acqua: dopo il Gleno sono trascorsi appena dodici anni. È il
     

Molare 1935, quando l’acqua trovò un’altra strada

September 8th 2026 at 06:00

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La storia dell’acqua – Secondo capitolo. Il 13 agosto 1935 cede lo sbarramento secondario della Sella Zerbino. Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano nella Valle dell’Orba: 111 persone perdono la vita

Siamo nell’Appennino ligure-piemontese, nell’Alto Monferrato, a poca distanza dal confine con la Liguria, in una valle dove l’acqua dell’Orba viene trasformata in energia.

Qui continua la nostra storia dell’acqua: dopo il Gleno sono trascorsi appena dodici anni.

È il 13 agosto 1935.

Piove con una violenza eccezionale. In poche ore sul bacino dell’Orba, siccitoso, cade una quantità enorme d’acqua. Il livello dell’invaso dell’Ortiglieto sale rapidamente, mentre il torrente a valle è già in piena.

Ma per comprendere ciò che sta per accadere bisogna prima osservare la forma della valle, perché quella che viene ricordata come la “diga di Molare” è in realtà una storia di due sbarramenti.

Due dighe, una sola tragedia

La diga principale di Bric Zerbino, costruita sull’Orba, trattiene le acque dell’invaso.

Poco distante, però, la conformazione naturale del terreno presenta una sella: con l’innalzamento del livello del bacino, l’acqua potrebbe trovare proprio lì una via di fuga.

Per chiudere quel passaggio viene quindi costruito un secondo sbarramento, più piccolo.

È la diga secondaria della Sella Zerbino.

Ed è qui che, quella mattina, si concentra la tragedia.

Le precipitazioni sono eccezionali: oltre 400 millimetri di pioggia in circa otto ore. L’invaso cresce rapidamente e l’acqua comincia a tracimare.

La diga principale di Bric Zerbino resiste.

La Sella Zerbino no.

La roccia sotto la diga

È uno degli aspetti che rendono Molare particolarmente interessante nella nostra storia dell’acqua.

Una diga non poggia semplicemente “sulla montagna”. Poggia su rocce con caratteristiche precise: fratture, discontinuità, alterazioni e differenti capacità di resistere all’acqua e alle sollecitazioni.

Gli studi condotti sul disastro evidenziano la scadente qualità geotecnica delle rocce sulle quali viene impostato lo sbarramento secondario.

La geologia non può fare da sfondo alla storia, ma ne diventa inevitabilmente protagonista.

L’acqua tracima, investe la struttura e il terreno circostante, l’erosione procede rapidamente.

Poi la Sella Zerbino cede.

L’onda

Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano improvvisamente nell’Orba, già gonfio per le precipitazioni.

L’onda percorre la valle trascinando alberi, rocce, terra e detriti. Travolge ponti, strade, abitazioni, campi e stabilimenti.

Raggiunge Ovada e continua la sua corsa verso valle.

Quando l’acqua si ritira, 111 persone hanno perso la vita.

Il disastro di Molare viene talvolta definito il “Vajont dimenticato”.

Ma Molare non ha bisogno di essere paragonato al Vajont per essere ricordato.

Ha una storia propria, avvenuta ventotto anni prima, con cause e dinamiche differenti e con domande che ancora oggi riguardano il rapporto fra progettazione, geologia, eventi meteorologici estremi e responsabilità umane.

Governare l’acqua, dentro e fuori la montagna

Anche a Molare, come abbiamo visto al Gleno, una grande opera idroelettrica non coincide soltanto con il muro della diga.

L’acqua deve essere raccolta, scaricata, derivata e condotta verso gli impianti che ne trasformano la forza in energia.

Attorno all’invaso nasce quindi un sistema di prese, scarichi, canali, condotte e opere artificiali.

È la parte meno evidente di queste grandi infrastrutture e forse, per chi guarda il territorio con gli occhi della speleologia e dell’archeologia industriale, anche una delle più interessanti.

Sono opere costruite per dare all’acqua una strada precisa.

A Molare, quella mattina del 13 agosto 1935, l’acqua ne trova un’altra.

Quello che rimane

A più di novant’anni di distanza, il territorio conserva ancora le tracce di quella storia.

Restano strutture e opere idrauliche, ruderi e un paesaggio profondamente legato alla presenza dell’antico invaso dell’Ortiglieto.

Ma rimane soprattutto la memoria.

Ogni 13 agosto le comunità tornano a ricordare le vittime. Una camminata commemorativa da Molare a Ovada ripercorre simbolicamente i luoghi della tragedia e mantiene vivo il ricordo delle 111 persone che perdono la vita nel 1935.

Anche questo appartiene alla storia dell’acqua.

Non soltanto ciò che costruiamo per governarla, ma ciò che scegliamo di ricordare dopo il suo passaggio.

La storia dell’acqua continua

Gleno e Molare sono due tragedie diverse.

Dodici anni le separano. Diverse sono le dighe, le valli e le dinamiche dei due disastri.

Ma entrambe ci ricordano che un’opera idraulica non può essere separata dal territorio sul quale viene costruita.

Il libro principale sulla tragedia è Storia della diga di Molare. Il Vajont dimenticato, (ERGA EDIZIONI), scritto da Vittorio Bonaria: ve le consiglio.

Conoscere l’acqua significa conoscere anche la roccia.

Il 2 dicembre 1959, nell’entroterra di Fréjus, in Francia, cede la diga di Malpasset.

E sarà proprio la roccia a tornare protagonista nel prossimo capitolo della nostra storia.

Siamo molto più vicini alla Liguria di quanto possa sembrare.

Ancora una volta, per capire perché una diga crolla, dovremo guardare anche sotto di essa.

Capitolo 0: https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/

Capitolo 1:

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  • Timavo, nel sottosuolo del Carso l’acqua potabile della Trieste del futuro
    Condividi Un articolo di Lorenzo Giroffi su TGR Rai Friuli Venezia Giulia dal titolo accattivante “Esplorare il Timavo, l’acqua potabile della Trieste del futuro” – 1 settembre 2026 Sotto il Carso triestino, l’esplorazione speleologica guarda sempre più al futuro dell’acqua. Su una ciclabile al confine tra Italia e Slovenia, a Trebiciano, parte il cammino che conduce alla dolina nella quale una caverna porta fino al fiume Timavo.  Nell’Abisso di Trebiciano, a circa 300 metri di profon
     

Timavo, nel sottosuolo del Carso l’acqua potabile della Trieste del futuro

September 8th 2026 at 05:00

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Un articolo di Lorenzo Giroffi su TGR Rai Friuli Venezia Giulia dal titolo accattivante “Esplorare il Timavo, l’acqua potabile della Trieste del futuro” – 1 settembre 2026

Sotto il Carso triestino, l’esplorazione speleologica guarda sempre più al futuro dell’acqua.

Su una ciclabile al confine tra Italia e Slovenia, a Trebiciano, parte il cammino che conduce alla dolina nella quale una caverna porta fino al fiume Timavo

Nell’Abisso di Trebiciano, a circa 300 metri di profondità, la Società Adriatica di Speleologia monitora il Timavo sotterraneo attraverso una stazione sperimentale che registra livello del fiume, concentrazione di anidride carbonica e altri parametri ambientali.

Il tema supera ormai i confini dell’esplorazione. Le falde di pianura, dalle quali dipende gran parte degli acquedotti europei, sono sottoposte a pressioni crescenti anche per effetto dei cambiamenti climatici. Le acque carsiche potrebbero quindi assumere un ruolo strategico per la sicurezza idrica di Trieste.

Esplorare e comprendere il corso sotterraneo del Timavo significa così raccogliere oggi informazioni che potrebbero diventare essenziali domani. L’articolo originale è brve e interessante: va letto.

Conferma la funzione della speleologia come osservatorio privilegiato del sottosuolo: non soltanto scoperta geografica, ma ricerca, monitoraggio ambientale e conoscenza di una risorsa fondamentale.

Fonte: TGR Rai Friuli Venezia Giulia, servizio di Lorenzo Giroffi, “Esplorare il Timavo, l’acqua potabile della Trieste del futuro”, 1 settembre 2026 – https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2026/09/esplorare-il-timavo-lacqua-potabile-della-trieste-del-futuro-grotta-abisso-trebiciano-acqua-risorse-idriche-societa-adriatica-speleologica-riccardo-mincigrucci-paolo-guglia-fiume-carsico-falde-acquifere-acquedotto-fee8948d-54b3-4356-9ef2-ee25b0df3e68.html

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  • Castellana Grotte, al via il 52° Corso di Speleologia del Gruppo Puglia Grotte
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Castellana Grotte, al via il 52° Corso di Speleologia del Gruppo Puglia Grotte

September 7th 2026 at 05:00

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Dal 20 settembre all’8 novembre 2026 torna a Castellana Grotte (Bari) il Corso di Introduzione alla Speleologia organizzato dal Gruppo Puglia Grotte APS, giunto alla sua 52ª edizione.

Il corso, omologato dalla Società Speleologica Italiana, sarà diretto da Modesto Tartarelli. Le lezioni teoriche si svolgeranno il martedì e il giovedì, mentre i fine settimana saranno dedicati alle esercitazioni in parete e alle uscite in grotta. La sede delle attività teoriche sarà quella del Gruppo Puglia Grotte, in via Margherita di Savoia 18, a Castellana Grotte.

Il programma affronta progressione su corda, tecniche esplorative, geologia e speleogenesi, prevenzione degli incidenti, ecologia e speleobiologia, cartografia e documentazione delle cavità. Le uscite interesseranno grotte del territorio di Castellana, del Gargano, del Matese e dell’area di Roccamorice.

Ad aprire il percorso sarà, domenica 20 settembre, un’uscita propedeutica alle Grotte di Castellana, aperta anche a chi desidera conoscere più da vicino l’attività speleologica prima di iscriversi. La partecipazione all’uscita non comporta l’iscrizione automatica al corso.

Il Gruppo Puglia Grotte, fondato nel 1971, svolge da oltre cinquant’anni attività di ricerca, esplorazione, formazione e divulgazione speleologica in Puglia, nell’Italia meridionale e all’estero.

Informazioni e iscrizioni: presso la sede del Gruppo il giovedì sera oppure agli indirizzi segreteria@gruppopugliagrotte.it e responsabileuscite@gruppopugliagrotte.it.

L’iscrizione e l’assicurazione SSI saranno effettuate direttamente dal direttore del corso, senza necessità di versamenti anticipati alla SSI.

Fonti:

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  • Nuove esplorazioni nel cuore delle Alpi Albanesi: la Shpella Shtares raggiunge lo sviluppo complessivo di 13,5 km
    Condividi Rientrata in Italia “Shtares 2026”, la spedizione organizzata dal Gruppo Speleologico Martinese nel villaggio di Vrane e Made La Shpella Shtares continua a crescere e a sorprendere. La spedizione Shtares 2026 torna dalle Alpi Albanesi con 1,4 chilometri di nuovi ambienti esplorati, nuove vie ancora tutte da inseguire e un complesso sotterraneo che raggiunge ormai circa 13,5 chilometri di sviluppo. Ma questa volta lasciamo subito la parola a chi, per più di due settimane, quei meandr
     

Nuove esplorazioni nel cuore delle Alpi Albanesi: la Shpella Shtares raggiunge lo sviluppo complessivo di 13,5 km

September 7th 2026 at 02:00

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Rientrata in Italia “Shtares 2026”, la spedizione organizzata dal Gruppo Speleologico Martinese nel villaggio di Vrane e Made

La Shpella Shtares continua a crescere e a sorprendere. La spedizione Shtares 2026 torna dalle Alpi Albanesi con 1,4 chilometri di nuovi ambienti esplorati, nuove vie ancora tutte da inseguire e un complesso sotterraneo che raggiunge ormai circa 13,5 chilometri di sviluppo. Ma questa volta lasciamo subito la parola a chi, per più di due settimane, quei meandri, pozzi e gallerie li ha percorsi, esplorati e studiati.

Si è conclusa con importanti scoperte la recente campagna esplorativa e scientifica Shtares 2026, organizzata dall’8 al 23 agosto sulle Alpi Albanesi dal Gruppo Speleologico Martinese e che ha visto la partecipazione di ben 28 speleologi provenienti da diversi gruppi speleo italiani (Società Alpina delle Giulie; Gruppo Speleo San Giusto – Trieste; CARS Centro Altamurano Ricerche Speleologiche; Gruppo Speleologico Lunense; Gruppo Speleologico Fiorentino; Speleo Club Tanaro; Speleo Club Nuoro; Gruppo Speleologico CAI Padova; Troglobius APS Verona).

La compagine esplorativa ha rilevato 1,4 km di nuovi ambienti, portando così la Shpella Shtares a uno sviluppo complessivo di circa 13,5 km.

«Le attività si sono divise su più fronti del complesso ipogeo – ha commentato Sebastiano Calella, capo spedizione –. Nel Ramo Poseidone le verifiche sui meandri e sui pozzi lasciati in sospeso l’anno passato hanno confermato la ricollegabilità dei passaggi alle condotte già note, mentre nella Sala di Morfeo è stata iniziata una risalita di circa 30 metri che attende ulteriori approfondimenti. Nella Forra dei Ragazzi, il ramo più distante dall’ingresso in cui non si tornava dal 2019, le squadre sono riuscite a bypassare un primo tratto bagnato, dovendosi tuttavia arrestare sotto una seconda risalita per la forte portata d’acqua e la roccia friabile. Il Ramo del Mezzogiorno ha invece regalato l’accesso a un’ampia galleria di circa cento metri dopo una risalita, con il prosieguo attualmente sbarrato da una frana alla base di un salto verticale. La scoperta principale è avvenuta nella zona della Connessione al termine della Via di Oniro, dove una risalita di quaranta metri ha permesso d’intercettare il nuovo Ramo Radio Alice. Quest’ultimo si sviluppa per circa cinquecento metri e presenta diverse condotte e un pozzo da discendere, le cui esplorazioni sono state temporaneamente sospese per l’esaurimento del tempo e dei materiali a disposizione».

Sul fronte logistico, il Campo Base ha garantito il costante funzionamento dei collegamenti radio interni e l’allestimento di otto posti letto, mentre nelle zone più remote della cavità è stato approntato un campo avanzato con amache all’interno del Ramo Apuani in Vacanza. Qui, la progressione è risultata particolarmente tecnica a causa della qualità della roccia presente in parete e si è incentrata su due fronti esplorativi principali. Sono stati, infatti, rilevati circa 500 metri di sviluppo e vari pozzi sono stati discesi, per circa cento metri, fino a una strettoia di complessa percorrenza che costituisce l’attuale limite raggiunto. Questa zona sarà un punto importante per le esplorazioni degli anni a venire.

«Parallelamente alle esplorazioni – ha commentato Alessandro Marraffa, responsabile scientifico della spedizione – abbiamo dedicato ampio spazio al monitoraggio microclimatico e alla ricerca biologica. Sono stati scaricati e riposizionati i termometri di profondità, integrati da un sensore esterno, e sono stati installati due anemometri nelle gallerie della Via di Oniro per analizzare la circolazione dell’aria nelle diverse stagioni dell’anno. In ambito biospeleologico si è proceduto al prelievo di campioni di fauna ipogea – anellidi, irudinei, insetti, collemboli, acari, pseudoscorpioni, miriapodi, aracnidi, tricotteri e oligocheti – oltre alla raccolta di campioni microbiologici di patine e vermicolazioni da analizzare nelle prossime settimane».

L’appuntamento è fissato per l’anno prossimo, quando i Martinesi torneranno nuovamente nel villaggio di Vrane e Made per Shtares 2027, continuando le esplorazioni lasciate in sospeso e i monitoraggi scientifici.

«Continuare a esplorare la Shpella Shtares insieme a diversi speleologi provenienti da varie parti d’Italia è un’occasione di vera e profonda crescita per il nostro gruppo – ha concluso Donatella Leserri, presidentessa del Gruppo Speleologico Martinese –. Ancora una volta l’Albania ci ha accolti a braccia aperte e ci ha fatto sentire a casa. Voglio ringraziare infine, per il sostegno, la SSI, la Federazione Speleologica Pugliese e il Servizio Regionale Puglia del Soccorso Alpino e Speleologico; Korda’s, per averci fornito parte delle corde utilizzate nel corso dell’esplorazione; Tiberino, per gli ottimi pasti liofilizzati; Carmine Lucia, per i caciocavalli, i salami e il miele; e lo Studio dentistico Verboschi».

fotografie e testi degli esploratori.

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  • Microplastiche anche nelle acque di stillicidio delle grotte: uno studio apre nuove prospettive sulla tutela del Carso
    Condividi La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MF
     

Microplastiche anche nelle acque di stillicidio delle grotte: uno studio apre nuove prospettive sulla tutela del Carso

September 6th 2026 at 05:30

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La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo

Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MFs) nelle acque di stillicidio di una grotta, dimostrando come l’inquinamento prodotto dalle attività umane possa raggiungere anche gli ecosistemi sotterranei più delicati.

Scintilena ne ha già parlato a inizio agosto, ma è interessante riproporre l’articolo.

La ricerca è stata condotta nella Grotta delle Torri di Slivia (Pejca v Lazcu), nel Carso Classico, in provincia di Trieste, ed è stata pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development, edita da Elsevier.

I ricercatori hanno analizzato sette punti di campionamento, rilevando la presenza di particelle di origine antropica in quattro di essi. Oltre l’80% dei materiali individuati era costituito da fibre di cellulosa, prevalentemente cotone, mentre le microplastiche sono state riscontrate in tre punti, con la presenza di PET (polietilene tereftalato) e PU (poliuretano).

Secondo gli autori, le possibili fonti di contaminazione sono riconducibili a rifiuti abbandonati nelle doline, alla vicinanza di infrastrutture come autostrada e ferrovia, oltre che alle attività antropiche diffuse sul territorio. L’inquinamento verrebbe quindi trasferito nel sottosuolo attraverso le connessioni tra aria, acqua e suolo, tipiche degli ambienti carsici.

Lo studio sottolinea come la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio possa rappresentare un potenziale rischio per le risorse idriche, gli habitat sotterranei e le specie che li popolano. Per questo motivo gli autori evidenziano la necessità di avviare monitoraggi multidisciplinari sempre più approfonditi, capaci di comprendere le relazioni tra superficie e ambiente ipogeo e di fornire strumenti utili alla conservazione degli ecosistemi carsici.

Lo studio è stato realizzato da Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, con la collaborazione del CNR-STIIMA, dell’Università di Trieste, di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca e del gestore della Grotta delle Torri di Slivia, Corrado Greco.

Fonte: Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters, pubblicato nel 2026 sulla rivista Groundwater for Sustainable Development, Volume 34, articolo 101669 (Elsevier)

Per approfondire:

http://scintilena.com/microplastiche-nelle-acque-di-stillicidio-il-carso-di-slivia-entra-nello-studio-sulle-contaminazioni-sotterranee/08/07/

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  • Resaltes celebra 30 anni di speleologia con un grande camp regionale in Andalusia
    Condividi Resaltes celebra 30 anni di speleologia con un grande camp regionale in Andalusia Dal 9 al 12 ottobre a San Juan de los Terreros quattro giorni dedicati al mondo sotterraneo, tra grotte attrezzate, conferenze, fotografia e speleologia inclusiva. Trent’anni di esplorazioni, passione per il mondo sotterraneo e condivisione. Lo Speleoclub Resaltes festeggia il suo 30° anniversario con un appuntamento speciale: il Campamento Espeleológico Regional, in programma dal 9 al 12 ottobre a
     

Resaltes celebra 30 anni di speleologia con un grande camp regionale in Andalusia

September 6th 2026 at 05:00

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Resaltes celebra 30 anni di speleologia con un grande camp regionale in Andalusia

Dal 9 al 12 ottobre a San Juan de los Terreros quattro giorni dedicati al mondo sotterraneo, tra grotte attrezzate, conferenze, fotografia e speleologia inclusiva.

Trent’anni di esplorazioni, passione per il mondo sotterraneo e condivisione. Lo Speleoclub Resaltes festeggia il suo 30° anniversario con un appuntamento speciale: il Campamento Espeleológico Regional, in programma dal 9 al 12 ottobre a San Juan de los Terreros, in provincia di Almería.

Le iscrizioni sono ufficialmente aperte e gli organizzatori invitano gli interessati a prenotare il proprio posto prima dell’esaurimento delle disponibilità.

Il programma annunciato dalla locandina presenta un incontro pensato per vivere la speleologia sotto diversi punti di vista. Tra le attività previste figurano visite a grotte attrezzate, conferenze, esposizione fotografica e iniziative di speleologia inclusiva, affiancate dall’ospitalità per i partecipanti e da una borsa regalo dedicata all’evento.

L’incontro rappresenterà soprattutto un’occasione per celebrare la storia di Resaltes e riunire speleologi e appassionati attorno a quella curiosità per il sottosuolo che, da trent’anni, accompagna l’attività del club.

Un anniversario che guarda quindi alla storia, ma anche al futuro della speleologia: alla divulgazione, all’accessibilità e alla capacità di creare legami tra persone e realtà diverse accomunate dall’esplorazione e dalla conoscenza degli ambienti ipogei.

L’evento è realizzato con il sostegno e la collaborazione di diverse istituzioni e realtà del territorio e del mondo speleologico, alle quali gli organizzatori hanno rivolto un ringraziamento per il contributo alla realizzazione dell’iniziativa.

Le iscrizioni sono già aperte attraverso il modulo ufficiale indicato dagli organizzatori.

Quando: 9, 10, 11 e 12 ottobre
Dove: San Juan de los Terreros (Almería, Spagna)
Evento: Campamento Espeleológico Regional – 30° anniversario Resaltes

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  • A Narni la speleologia non ha età: La Scintilena porta gli over 60 alla scoperta del mondo sotterraneo
    Condividi Lunedì 7 settembre 2026 parte a Narni Scalo il corso di Speleologia per la Terza Età ideato da Andrea Scatolini. Già più di dieci iscritti, tra i 60 e i 78 anni. Quattro incontri per studiare davvero le grotte e, a ottobre, una giornata a Frasassi NARNI – Si può cominciare a fare speleologia a settant’anni? Se per speleologia immaginiamo soltanto corde, imbraghi, pozzi verticali e strettoie da superare strisciando, la risposta potrebbe sembrare scontata. Invece, è proprio questo l’e
     

A Narni la speleologia non ha età: La Scintilena porta gli over 60 alla scoperta del mondo sotterraneo

September 5th 2026 at 05:30

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Lunedì 7 settembre 2026 parte a Narni Scalo il corso di Speleologia per la Terza Età ideato da Andrea Scatolini. Già più di dieci iscritti, tra i 60 e i 78 anni. Quattro incontri per studiare davvero le grotte e, a ottobre, una giornata a Frasassi

NARNI – Si può cominciare a fare speleologia a settant’anni? Se per speleologia immaginiamo soltanto corde, imbraghi, pozzi verticali e strettoie da superare strisciando, la risposta potrebbe sembrare scontata. Invece, è proprio questo l’equivoco che Andrea Scatolini, anima e cuore dell’associazione La Scintilena, vuole provare a rovesciare.

Perché una grotta si deve esplorare anche prima di entrarci. La si può conoscere attraverso la geologia, l’acqua che l’ha scavata, gli animali che la abitano, la storia degli uomini che l’hanno frequentata e degli speleologi che l’hanno studiata. E, soprattutto, non esiste un’età oltre la quale si debba smettere di essere curiosi.

Nasce da qui il Corso di speleologia per la terza età, che prenderà il via lunedì 7 settembre a Narni Scalo, organizzato da La Scintilena in collaborazione con ANCESCAO Narni, Associazione Tutela Pipistrelli APS e UTEC Narni, con il patrocinio del Comune di Narni.

Gli incontri si svolgeranno il 7, 14, 21 e 28 settembre, sempre di lunedì. Il ritrovo è alle 16 alla casetta all’ingresso del Campo Scuola di Narni Scalo, mentre la lezione inizierà alle 16.30.

E ancora prima di cominciare, l’esperimento sembra avere centrato il bersaglio.

Undici iscritti dai 60 ai 78 anni

Sono già undici i partecipanti, provenienti da Narni e Terni, con un’età compresa fra 60 e 78 anni. Un numero che potrebbe crescere ancora: Andrea conta di arrivare almeno a quindici iscritti, forse persino a venti.

Il dato più interessante non è soltanto anagrafico: le età – quelle età – raccontano che a 60, 70 o quasi 80 anni si può decidere di rimettersi a studiare, affrontare qualcosa di completamente nuovo e lasciarsi sorprendere da un mondo che, letteralmente, sta sotto i nostri piedi. Perché, in fondo, non esiste un’età oltre la quale si debba smettere di essere curiosi.

Una filosofia che richiama il celebre “Stay hungry. Stay foolish”: conservare la fame di conoscere, la disponibilità a stupirsi e il coraggio di sentirsi ancora principianti.

Nel caso degli iscritti di Narni e Terni, non è proprio uno slogan: lunedì pomeriggio torneranno davvero sui banchi per imparare come nasce una grotta.

Il corso nasce infatti da un’idea precisa: separare la conoscenza della speleologia dalla necessità di possedere le capacità fisiche richieste dall’esplorazione tecnica.

Scatolini lo spiega con un paragone efficace: «Nessun astronomo è mai andato su una stella a vedere come è fatta».

Allo stesso modo, per capire una grotta non è indispensabile calarsi in un pozzo. Si può imparare a leggere un paesaggio carsico, comprendere dove finisce l’acqua che scompare in un inghiottitoio, scoprire come nasce una stalattite, riconoscere una faglia o una frattura e capire perché, proprio lì, nel corso di migliaia o milioni di anni, l’acqua sia riuscita ad aprirsi una strada nella roccia.

È speleologia anche questa.

Altro che corso “facile”: si comincia dalla speleogenesi

E basta guardare il programma preparato per il primo appuntamento per capire che l’etichetta “terza età” non significa affatto semplificare fino a banalizzare.

La lezione inaugurale, tenuta dallo stesso Andrea, sarà dedicata alla storia della speleologia e alla speleogenesi, vale a dire all’insieme dei processi attraverso i quali si formano le grotte. Il percorso partirà dal rapporto fra uomo e cavità nella preistoria e arriverà alle prime esplorazioni scientifiche, a Édouard-Alfred Martel e alla nascita della speleologia moderna, fino allo sviluppo della disciplina in Italia.

Poi si scenderà, almeno con la mente, sotto terra.

Si parlerà di rocce carbonatiche e carsismo, di fratture, faglie e stratificazione, di zone vadose e freatiche e soprattutto dell’elemento che più di ogni altro costruisce il mondo sotterraneo: l’acqua.

Persino la chimica entrerà in aula. L’acqua piovana, attraversando atmosfera e terreno, si arricchisce di anidride carbonica; diventa così capace di aggredire lentamente il carbonato di calcio delle rocce. Infiltrandosi nelle discontinuità, allarga progressivamente fratture e condotti, contribuendo alla formazione delle cavità. Il materiale predisposto per gli allievi arriva a presentare anche la reazione chimica fondamentale del processo carsico.

Nessuno sconto sulla curiosità scientifica per ragioni anagrafiche.

Il fascicolo della prima lezione affronta inoltre le diverse famiglie di cavità – carsiche, vulcaniche, marine, glaciali e artificiali – e contiene un glossario con termini come dolina, inghiottitoio, risorgiva, diaclasi, faglia, anticlinale e sinclinale. È stato concepito non soltanto come supporto durante l’incontro, ma come materiale che i partecipanti potranno rileggere e approfondire autonomamente a casa.

Dalle grotte alla storia di Narni

Il luogo scelto per questo esperimento non è casuale.

Narni e il suo territorio hanno con il sottosuolo un rapporto antichissimo. Cavità naturali e artificiali, sorgenti, calcari, cunicoli e ambienti ipogei fanno parte del paesaggio e della storia locale. Insegnare a osservare ciò che avviene sotto i nostri piedi significa quindi anche offrire un modo diverso di leggere il territorio in cui si vive.

Qui emerge un altro aspetto del progetto di Scatolini: portare fuori dalla cerchia degli specialisti una cultura che spesso rimane confinata nei gruppi speleologici.

Non tutti possono o vogliono diventare esploratori. Tutti, invece, possono imparare perché una grotta esiste, quale patrimonio custodisce e perché debba essere rispettata.

La presenza dell’Associazione Tutela Pipistrelli APS consentirà inoltre di affrontare uno degli aspetti più delicati degli ambienti sotterranei: la fauna che li abita. Una grotta non è uno spazio vuoto a disposizione dell’uomo, ma un ecosistema nel quale anche una visita apparentemente innocua può avere conseguenze, soprattutto nei periodi più sensibili del ciclo biologico dei chirotteri.

La collaborazione con UTEC Narni aggiunge al progetto l’esperienza della speleologia del territorio, completando così un corso che vuole tenere insieme divulgazione scientifica, conoscenza locale e tutela.

Alla fine, Frasassi

Dopo i quattro lunedì di settembre arriverà il momento di vedere dal vivo ciò che fino a quel momento sarà stato studiato in aula.

La conclusione è prevista per la prima domenica di ottobre 2026, con una gita alle Grotte di Frasassi e il pranzo insieme al ristorante.

Grotte di Frasassi – Foto Accurimbono/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Non sarà un’uscita speleologica tecnica, naturalmente, ma una visita lungo il percorso turistico: l’occasione per riconoscere concretamente sale, concrezioni e forme carsiche e collegarle ai fenomeni spiegati durante le lezioni.

C’è anche un valore sociale, volutamente semplice, in quel pranzo che chiuderà la giornata: il corso nasce per insegnare qualcosa, ma anche per creare occasioni d’incontro e restituire alla terza età spazi di partecipazione, scoperta e condivisione.

In corso comincia nell’anno delle grotte

C’è infine una coincidenza particolarmente significativa. Il corso prende il via proprio nel settembre 2026, il mese della prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, fissata al 13 settembre dopo il riconoscimento dell’UNESCO.

Una cornice mondiale per una piccola esperienza che nasce a Narni Scalo, ma che parte dalla stessa convinzione: le grotte non appartengono soltanto agli speleologi che riescono a raggiungerne gli angoli più remoti.

Sono patrimonio di conoscenza.

Questo rende la scommessa più interessante lanciata da Andrea e dalla Scintilena ancora più interessante: riusciranno i nostri eroi a dimostrare che per continuare a esplorare non serve necessariamente essere giovani? E che, a volte, basta continuare a fare domande?

Io credo proprio di sì.

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  • Soccorso Speleologico Toscano: selezioni il 24 e 25 ottobre 2026 per nuovi volontari
    Condividi Il Soccorso Alpino e Speleologico Toscano apre le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nella componente speleologica del SAST. Le verifiche di ingresso si svolgeranno il 24 e 25 ottobre 2026. Le domande vanno presentate entro il 30 settembre 2026. Il 24 e 25 ottobre 2026 si svolgeranno le verifiche di ingresso per gli aspiranti soci della componente speleologica del Soccorso Alpino e Speleologico Toscano (SAST). Gli speleologi interessati a partecipare alla selezion
     

Soccorso Speleologico Toscano: selezioni il 24 e 25 ottobre 2026 per nuovi volontari

September 5th 2026 at 05:00

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Il Soccorso Alpino e Speleologico Toscano apre le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nella componente speleologica del SAST. Le verifiche di ingresso si svolgeranno il 24 e 25 ottobre 2026. Le domande vanno presentate entro il 30 settembre 2026.

Il 24 e 25 ottobre 2026 si svolgeranno le verifiche di ingresso per gli aspiranti soci della componente speleologica del Soccorso Alpino e Speleologico Toscano (SAST).

Gli speleologi interessati a partecipare alla selezione dovranno presentare entro il 30 settembre 2026 il proprio curriculum speleologico, illustrando l’attività svolta negli ultimi anni.

I requisiti richiesti

Per accedere alle selezioni è richiesta la totale autonomia nella progressione in grotta, insieme a una buona capacità nell’attrezzamento e nell’installazione di ancoraggi in cavità verticali e alla conoscenza delle tecniche di risalita in artificiale.

Le verifiche rappresentano il percorso di ingresso per gli aspiranti volontari che intendono entrare a far parte della squadra speleologica del SAST.

Date e contatti

Le selezioni si terranno sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026.

Termine per la presentazione della domanda: 30 settembre 2026.

Per informazioni e modalità di partecipazione è possibile contattare:

Email: g.dellacroce@sast.it
Telefono: 329 8144695

Fonte e immagine: Soccorso Alpino e Speleologico Toscano (SAST).

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  • Bosnia-Erzegovina, spedizione speleologica internazionale nell’area di Nevesinje dal 5 al 13 settembre
    Condividi Speleo italiani, tedeschi e slovacchi insieme per proseguire l’esplorazione della Grotta Provalija (già oltre i 4 km di sviluppo) e avviare ricerche sistematiche sul territorio Dal 5 al 13 settembre 2026 speleologi provenienti da Italia, Germania e Slovacchia saranno impegnati in una spedizione internazionale nell’area di Nevesinje, in Bosnia-Erzegovina, nella Republika Srpska. Tra i partecipanti italiani ci sarà il Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (
     

Bosnia-Erzegovina, spedizione speleologica internazionale nell’area di Nevesinje dal 5 al 13 settembre

September 4th 2026 at 05:30

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Speleo italiani, tedeschi e slovacchi insieme per proseguire l’esplorazione della Grotta Provalija (già oltre i 4 km di sviluppo) e avviare ricerche sistematiche sul territorio

Dal 5 al 13 settembre 2026 speleologi provenienti da Italia, Germania e Slovacchia saranno impegnati in una spedizione internazionale nell’area di Nevesinje, in Bosnia-Erzegovina, nella Republika Srpska.


Tra i partecipanti italiani ci sarà il Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (GSB-USB), insieme a speleologi del GSPGC, GSPT e GSP Torino.


Obiettivo principale della spedizione sarà la prosecuzione delle esplorazioni nella Grotta Provalija, importante sistema carsico che attualmente supera i 4 chilometri di sviluppo conosciuto.


Accanto alle attività all’interno della cavità, il campo avrà anche un secondo importante obiettivo: avviare nuove ricerche sistematiche nell’area circostante, con ricognizioni sul territorio finalizzate all’individuazione e alla documentazione di ulteriori fenomeni carsici e possibili nuovi ingressi.


Il campo base e gli aspetti logistici della spedizione saranno organizzati con il supporto delle associazioni locali e del Provalija Speleological Club di Kifino Selo, località del territorio di Nevesinje.


La collaborazione internazionale permetterà di riunire esperienze e competenze provenienti da diversi gruppi europei, rafforzando allo stesso tempo il rapporto con gli speleologi bosniaci che da anni operano nell’area.

Nove giorni di attività, per spingere oltre i limiti conosciuti la Grotta Provalija, e ampliare la conoscenza speleologica di un territorio ancora ricco di potenzialità esplorative.


La spedizione prenderà il via sabato 5 settembre e proseguirà fino a domenica 13 settembre 2026.


Buone esplorazioni a tutti i partecipanti!

Fonte: Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (GSB-USB), post social

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  • Karahantepe, un uomo sul dorso di un leopardo 11.000 anni fa: cosa sappiamo davvero della nuova scoperta
    Condividi Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte. Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa
     

Karahantepe, un uomo sul dorso di un leopardo 11.000 anni fa: cosa sappiamo davvero della nuova scoperta

September 4th 2026 at 05:00

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Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte.

Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa 11.000 anni fa e proviene da Karahantepe, uno dei grandi siti neolitici dell’Anatolia sudorientale, nella provincia turca di ?anl?urfa.

La scoperta è stata annunciata il 25 agosto 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy e proviene dalla campagna di scavo attualmente in corso nel sito.

La scultura misura circa 70 centimetri di altezza e riunisce nello stesso manufatto una figura umana e un grande felino. Ma uno degli aspetti archeologicamente più interessanti non è soltanto ciò che rappresenta: è dove è stata trovata.

Una scultura ancora al suo posto

Secondo il comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo, l’opera è stata rinvenuta nel luogo in cui era stata lasciata circa 11.000 anni fa.

Si trovava su una panca in pietra che corre lungo la parete di una piccola struttura di circa tre metri di diametro, il cui pavimento era rivestito di pietre piatte.

È un’informazione fondamentale.

Un oggetto archeologico rinvenuto nel proprio contesto può raccontare molto più di un manufatto isolato. La posizione rispetto alle pareti, agli accessi, agli altri reperti e all’organizzazione dello spazio può contribuire a ricostruirne l’uso e, almeno in parte, il significato.

Nel caso della nuova scultura di Karahantepe, però, queste informazioni dettagliate non sono ancora disponibili.

Il Ministero la definisce una «scultura composita» realizzata secondo uno stile del quale nel sito non erano stati precedentemente trovati esempi.

Al momento dell’annuncio non risulta ancora pubblicato un rapporto scientifico completo sul ritrovamento che permetta di conoscere nel dettaglio la stratigrafia, la cronologia e la funzione della struttura e dell’oggetto.

Cosa significa quell’uomo sul leopardo?

È la domanda inevitabile, ed è anche quella alla quale, per ora, non possiamo rispondere.

L’immagine è potentissima: un essere umano sopra uno dei più grandi predatori dell’ambiente neolitico anatolico.

È facile vedere nella scena un’immagine di dominio dell’uomo sull’animale, oppure immaginare un significato rituale, religioso o mitologico. Potremmo pensare a un individuo particolare, a una figura sovrannaturale, a un racconto condiviso dalla comunità o a una rappresentazione simbolica del rapporto fra esseri umani e mondo selvatico.

Sono tutte possibilità, ma nessuna, allo stato attuale, è una spiegazione dimostrata.

Qui che la scoperta diventa particolarmente interessante.

Nel comunicato del 25 agosto il Ministero turco non attribuisce infatti alla scena uno di questi significati. Non parla di dominio sulla natura, né identifica la figura come divinità, sciamano o personaggio mitologico.

Il ministro Ersoy afferma invece che il ritrovamento apre «nuove domande» sulle fasi più antiche della storia umana.

Una formulazione prudente, almeno fino a quando il contesto archeologico non sarà pubblicato in modo più completo.

L’uomo e il leopardo: una relazione che ritorna

Il nuovo reperto non compare però in un vuoto iconografico.

A Karahantepe il rapporto fra figure umane e grandi felini è già documentato e proprio il confronto con le immagini precedenti rende questa scoperta particolarmente intrigante.

In altre rappresentazioni rinvenute nel sito il rapporto appare infatti rovesciato: è il felino a trovarsi sul dorso della figura umana.

Nella scultura scoperta nel 2026 accade il contrario.

È l’uomo a stare sul leopardo.

Non sappiamo se questa inversione possedesse un significato preciso per chi realizzò le immagini. Il confronto, tuttavia, pone una domanda affascinante: siamo davanti a episodi differenti di uno stesso racconto, a immagini rituali, a rappresentazioni di identità oppure a qualcosa che apparteneva a un sistema simbolico che oggi non siamo più in grado di decifrare?

Per il momento possiamo soltanto osservare la ricorrenza, ed evitare di trasformarla prematuramente in una bella narrazione.

Karahantepe e il mondo di Tas Tepeler

Karahantepe si trova nella regione di ?anl?urfa ed è uno dei siti compresi nel progetto archeologico Tas Tepeler, le “Colline di Pietra”, insieme a Göbekli Tepe e ad altri insediamenti preistorici dell’Anatolia sudorientale.

Gli scavi a Karahantepe sono iniziati nel 2019 e hanno restituito strutture monumentali, pilastri scolpiti, figure umane e numerose rappresentazioni animali.

Il sito appartiene a una fase cruciale della preistoria del Vicino Oriente, quando gruppi di cacciatori-raccoglitori stavano sperimentando nuove forme di aggregazione, costruzione monumentale e organizzazione sociale nel lungo processo che avrebbe accompagnato la nascita delle società neolitiche.

Le immagini hanno un ruolo sorprendentemente importante in questo mondo.

Felini, serpenti, uccelli rapaci, bovidi e figure umane compaiono ripetutamente nell’arte monumentale e negli oggetti della regione. Non sembrano semplici rappresentazioni naturalistiche: animali ed esseri umani vengono messi in relazione attraverso posture, associazioni e composizioni intenzionali.

Capire che cosa quelle immagini significassero è molto più difficile.

Non disponiamo di testi che possano spiegarle e interpretarle attraverso mitologie o religioni conosciute migliaia di anni più tardi rischia di proiettare sul Neolitico categorie che appartengono ad altre società.

Quegli “11.000 anni” richiedono ancora prudenza

Anche la cronologia merita una precisazione: il comunicato ufficiale parla di una scultura risalente a circa 11.000 anni fa. È quindi corretto utilizzare questa indicazione come datazione generale del reperto.

Non è ancora disponibile, nell’annuncio pubblico, una datazione scientifica dettagliata associata alla scultura, con l’indicazione della fase stratigrafica o di eventuali analisi radiocarboniche del contesto.

“11.000 anni” deve quindi essere letto, per il momento, come l’inquadramento cronologico comunicato dalle autorità archeologiche turche, non come una data assoluta del manufatto determinata con precisione all’anno.

È una distinzione lieve solo in apparenza.

Una scoperta che vale soprattutto per le domande che apre

La nuova scultura di Karahantepe è un ritrovamento eccezionale senza bisogno di attribuirle immediatamente un significato misterioso.

Sappiamo che una comunità vissuta nell’Anatolia sudorientale circa undici millenni fa scolpì una figura umana seduta sul dorso di un leopardo.

Sappiamo che quell’immagine non era un oggetto abbandonato casualmente: fu ritrovata su una panca, all’interno di una struttura organizzata e pavimentata.

Sappiamo inoltre che uomini e grandi felini erano già stati messi in relazione nelle immagini di Karahantepe.

Non sappiamo ancora perché:la motivazione è però un dato importante.

In archeologia una scoperta non diventa significativa solo quando più rapidamente riusciamo a darle un significato. A volte accade esattamente il contrario: è la capacità di conservare una domanda aperta, finché nuovi dati non permettono di restringere le possibilità, a rendere davvero prezioso un ritrovamento.

L’uomo sul leopardo di Karahantepe, almeno per ora, appartiene a questa categoria.

Fonte principale: Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia, comunicato del 25 agosto 2026; Anadolu Agency, 25 agosto 2026; Archaeology Magazine, 27 agosto 2026. La scoperta è stata annunciata nell’ambito degli scavi 2026 del progetto “Gelece?e Miras” (Patrimonio per il Futuro)

Il racconto della scoperta in Italia

La notizia è stata ripresa in Italia il 28 agosto da Il Giornale dell’Arte, che riferisce correttamente gli elementi principali del ritrovamento: la provenienza da Karahantepe, la datazione indicativa a circa 11.000 anni fa e la presenza di una figura umana sul dorso di un leopardo.

L’articolo introduce tuttavia anche interpretazioni che richiedono maggiore cautela rispetto ai dati finora resi pubblici. La posizione dell’uomo viene letta come possibile espressione di «dominio e controllo sulla natura» e la rappresentazione viene collegata a concetti di potere, virilità e autorità.

Sono ipotesi suggestive, ma non sono conclusioni archeologiche dimostrate dal ritrovamento.

Nel comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo del 25 agosto, queste interpretazioni non compaiono. La fonte primaria descrive la posizione delle due figure e il contesto della scoperta, sottolineandone l’eccezionalità, ma non attribuisce alla scena un significato preciso.

La distinzione è importante: dire che una figura umana è rappresentata sul dorso di un leopardo descrive ciò che possiamo osservare; affermare che quella figura domini il leopardo significa già interpretare l’immagine.

In attesa della pubblicazione scientifica completa del contesto, è quindi preferibile mantenere separate le due cose.

Fonte italiana: Il Giornale dell’Arte, «Una rara e particolare scultura di un leopardo risalente al Neolitico è stata scoperta in Turchia», 28 agosto 2026

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  • “Sopra e sotto il Carso”, online il numero di agosto 2026: ricerca, esplorazioni e memoria speleologica
    Condividi Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia Ad aprire il numero è una notizia di particolare ril
     

“Sopra e sotto il Carso”, online il numero di agosto 2026: ricerca, esplorazioni e memoria speleologica

September 3rd 2026 at 10:30

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Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia

Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia

Ad aprire il numero è una notizia di particolare rilievo per l’intera comunità speleologica internazionale: l’istituzione della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso, che sarà celebrata ogni anno il 13 settembre. George Veni, past president UIS, ricorda come il risultato sia maturato dagli sforzi sviluppati durante e dopo l’Anno Internazionale delle Grotte e del Carso, con l’obiettivo di accrescere nel mondo la conoscenza, lo studio e la protezione degli ambienti carsici.

Ampio spazio è riservato alla ricerca scientifica. Graziano Cancian presenta le osservazioni microscopiche e le analisi in spettrometria gamma effettuate su sedimenti della Grotta in parete presso baita Carosez, nelle Prealpi Giulie. Le indagini mettono in evidenza componenti prevalentemente silicee, possibili pseudomorfosi di goethite dopo pirite e radionuclidi naturali che suggeriscono l’interesse di future misure dirette del radon nella cavità.

Valentina Balestra affronta invece il tema sempre più attuale della presenza di microplastiche e microfibre negli ambienti carsici. I dati riportati mostrano come particelle provenienti dalle attività di superficie possano essere trasportate dalle acque meteoriche e raggiungere le grotte attraverso infiltrazioni e stillicidi, ribadendo la stretta relazione fra ciò che avviene all’esterno e la qualità degli ecosistemi sotterranei.

L’acqua è protagonista anche dell’intervento di Rino Semeraro sul ruolo della speleologia nella conoscenza degli acquiferi carsici, un tema che assume un peso crescente di fronte ai periodi siccitosi, all’abbassamento delle falde e agli effetti del cambiamento climatico. L’autore sottolinea come l’esplorazione debba sempre più integrarsi con monitoraggi, documentazione e ricerca scientifica, riaffermando il ruolo degli speleologi come veri e propri “geografi del sottosuolo”.

Seguono le novità del Progetto Acqua Negra, ricerca multidisciplinare dedicata al bacino idrogeologico del Torrente La Foce nelle Prealpi Carniche. Le esplorazioni subacquee hanno raggiunto un sifone profondo 77 metri, dal quale si sviluppa una lunga galleria sommersa; nell’estate 2026 sono inoltre proseguiti rilievi e documentazione, con nuove centinaia di metri topografate.

Nel numero trova spazio anche il Campo InGrigna! 2026, svoltosi dall’8 al 20 agosto sulla Grigna Settentrionale. Numerose squadre italiane e straniere hanno lavorato contemporaneamente su diversi fronti del Moncodeno, tra esplorazioni, risalite, traversi, disostruzioni, nuovi ingressi e rilievi. Tra i risultati più significativi figurano gli avanzamenti nell’Abisso Alberto Buzio, che ha superato i 300 metri di profondità, e nuove prosecuzioni in diverse cavità del massiccio, alimentando ancora una volta l’ipotesi di sistemi sotterranei sempre più vicini fra loro.

Infinita Grigna foto Gianlilucca Perucchini

Completano il fascicolo un viaggio nella speleologia degli anni Settanta, un articolo sulla Grotta del Lago Bianco, le pagine dedicate agli speleocollezionisti e agli annulli postali figurativi legati alle grotte, recensioni e segnalazioni librarie, l’approfondimento su Contovello, gli aggiornamenti della biblioteca virtuale e un intenso ricordo di Giorgio Geromet, figura eclettica della cultura goriziana, scrittore, ricercatore, artista e collezionista.

E naturalmente l’attesissima cronaca dell’attività del Centro Seppenhofer, che nel corso di agosto ha visto soci impegnati in ricerche di nuove cavità, esplorazioni, monitoraggi, disostruzioni e progetti sulle cavità artificiali del territorio goriziano.

Il numero di agosto di “Sopra e sotto il Carso” restituisce così un’immagine molto ampia della speleologia contemporanea: esplorare resta fondamentale, ma significa sempre più anche misurare, documentare, studiare, conservare la memoria e contribuire alla tutela di un patrimonio sotterraneo intimamente collegato alla vita in superficie.

https://www.scintilena.com/wp-content/uploads/2026/09/Sopra-e-sotto-il-Carso-8-2026-1-1.pdf

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  • Speleologia subacquea, alla Grotta del Vento un viaggio nell’ultima frontiera del mondo sotterraneo
    Condividi Il 4 settembre 2026 in programma alla Grotta del Vento, in Garfagnana, una serata dedicata alla speleologia subacquea e all’esplorazione degli ambienti sommersi delle Alpi Apuane Una grande serata in programma il 4 settembre 2026 alla Grotta del Vento, in Garfagnana. L’appuntamento, inserito nelle Serate della Scienza e dell’Avventura, ci porterà alla scoperta di quella che può essere considerata una delle ultime frontiere dell’esplorazione sotterranea: il mondo che si apre o
     

Speleologia subacquea, alla Grotta del Vento un viaggio nell’ultima frontiera del mondo sotterraneo

September 3rd 2026 at 05:00

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Il 4 settembre 2026 in programma alla Grotta del Vento, in Garfagnana, una serata dedicata alla speleologia subacquea e all’esplorazione degli ambienti sommersi delle Alpi Apuane

Una grande serata in programma il 4 settembre 2026 alla Grotta del Vento, in Garfagnana.


L’appuntamento, inserito nelle Serate della Scienza e dell’Avventura, ci porterà alla scoperta di quella che può essere considerata una delle ultime frontiere dell’esplorazione sotterranea: il mondo che si apre oltre i sifoni, dove la progressione speleologica prosegue sott’acqua e richiede tecniche, attrezzature e preparazione altamente specialistiche.


Protagonisti dell’incontro saranno Adriano Roncioni e Davide Massarenti, che racconteranno esperienze e attività di esplorazione speleosubacquea, illustrando tecniche, attrezzature e difficoltà legate alla progressione negli ambienti sotterranei allagati.


Nel corso della serata saranno presentate immagini e video inediti, tra cui materiali di Luigi Casati relativi alla Sorgente del Tinello: getteremo uno sguardo su ambienti normalmente non visibili, accessibili soltanto agli speleosubacquei.


Al centro dell’incontro ci saranno in particolare le esplorazioni della Buca del Tinello e della Tana del Pollone, due realtà del mondo carsico apuano nelle quali l’acqua rappresenta al tempo stesso un ostacolo alla progressione e una via verso nuove porzioni ancora da conoscere del sistema sotterraneo.

Alle 17 l’inaugurazione della Sorgente del Tinello

La giornata inizierà già alle ore 17.00, prima dell’incontro pubblico, con l’inaugurazione della Sorgente del Tinello.


A seguire, alle ore 18.00, nella Sala Multifunzionale della Grotta del Vento, avrà luogo la serata dedicata alla speleologia subacquea.

Insomma, una serata da non perdere: meglio prenotare!

Data: 4 settembre 2026
– Ore 17.00: inaugurazione della Sorgente del Tinello
– Ore 18.00: incontro “Speleologia subacquea”
– Grotta del Vento – Sala Multifunzionale
– Località: Fornovolasco, Fabbriche di Vergemoli (LU)
– Prenotazione consigliata: 0583 722024

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  • Cronache Ipogee di agosto: dal Canin alle grotte slovene, 38 pagine di speleologia
    Condividi Esplorazioni, memoria storica, speleosubacquea, grotte di ghiaccio e appuntamenti autunnali nel numero 8/2026 di Cronache Ipogee, periodico di informazione speleologica del Friuli Venezia Giulia. È disponibile il numero di agosto 2026 di Cronache Ipogee, che in 38 pagine raccoglie attività, racconti, ricerche e iniziative della speleologia friulana, giuliana e delle vicine aree carsiche slovene. Il fascicolo propone un panorama molto ampio, dalla memoria storica alle esplorazion
     

Cronache Ipogee di agosto: dal Canin alle grotte slovene, 38 pagine di speleologia

September 2nd 2026 at 05:30

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Esplorazioni, memoria storica, speleosubacquea, grotte di ghiaccio e appuntamenti autunnali nel numero 8/2026 di Cronache Ipogee, periodico di informazione speleologica del Friuli Venezia Giulia.

È disponibile il numero di agosto 2026 di Cronache Ipogee, che in 38 pagine raccoglie attività, racconti, ricerche e iniziative della speleologia friulana, giuliana e delle vicine aree carsiche slovene. Il fascicolo propone un panorama molto ampio, dalla memoria storica alle esplorazioni sul Canin, fino agli appuntamenti legati alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo.

Il numero si apre con il ricordo di Sergio Derossi, speleologo del Club Alpinistico Triestino, protagonista di numerose esplorazioni sul Carso e sul Canin, oltre che alpinista, fotografo e illustratore.

Tra le pagine dedicate al territorio trova spazio anche la presentazione del volume “Contovello, il territorio, la storia e le sue grotte”, settimo contributo della serie dedicata alle cavità naturali del Comune di Trieste. Il lavoro descrive 47 grotte, oltre ad altre sette non catastate, inserendole nel più ampio contesto storico e geografico del borgo di Contovello.

Dal Carso si passa quindi all’alta montagna, con un racconto dal campo speleologico sul Canin, dove proseguono le esplorazioni di cavità dai nomi come “Trapa e Cola”, “Ernia” e “G1”. La zona viene descritta anche attraverso il paesaggio modellato dall’acqua e dagli antichi ghiacciai, fino alla Grotta del Ghiaccio del Leupa.

La speleologia oltreconfine è protagonista del diario dedicato al Matarsko Podolje, in Slovenia, con Jama v Zjati, Albinova Ledenica e Kramerjeva Pe?ina. L’Albinova Ledenica assume durante i periodi freddi un aspetto particolarmente suggestivo, con colate, stalattiti, stalagmiti e veli di ghiaccio che rivestono diversi settori della cavità.

Ampio spazio è riservato al Fontanon di Goriuda, dove il Club Alpinistico Triestino celebra venticinque anni di esplorazioni speleosubacquee. La grande risorgenza della Val Raccolana continua ancora oggi a porre importanti interrogativi esplorativi e conserva diverse prosecuzioni da verificare. Una troupe Rai ha inoltre seguito gli speleologi all’interno della cavità per un servizio previsto in autunno su Linea Bianca.

Completano il fascicolo la discesa nella Forra del Vinadia, le attività del Gruppo Grotte del CAT, racconti di storia speleologica e diversi appuntamenti per i mesi successivi. Tra questi, “Grotte Aperte”, in programma il 12 e 13 settembre nelle cinque grotte turistiche del Friuli Venezia Giulia, e la sedicesima edizione di Speleorando, dedicata quest’anno alle grotte e alla fauna cavernicola.

Le ultime pagine sono infine dedicate alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, proclamata nell’ambito UNESCO grazie all’azione dell’Unione Internazionale di Speleologia, che nel 2026 accompagnerà anche la ripresa delle Giornate Nazionali della Speleologia. Un’occasione per riportare al centro il valore scientifico, ambientale e culturale del mondo sotterraneo e dei paesaggi carsici.

Fonte: Cronache Ipogee, n. 8, agosto 2026 – pagine di informazione speleologica per il Friuli Venezia Giulia.
Link: Cronache Ipogee

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  • Sotto l’Adriatico un territorio perduto: ricostruito il paesaggio delle comunità preistoriche
    Condividi Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto. Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequenta
     

Sotto l’Adriatico un territorio perduto: ricostruito il paesaggio delle comunità preistoriche

September 2nd 2026 at 05:00

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Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare

Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.

Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequentato dalle comunità preistoriche sono oggi nascoste sotto il mare.

Un nuovo studio dell’Università di Southampton e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ha ricostruito l’evoluzione di questo paesaggio tra il 9000 e il 4000 a.C., durante il Mesolitico e il Neolitico.

Il protagonista della ricerca è proprio il territorio scomparso sotto il mare.

Geofisica per ricostruire un paesaggio invisibile

Lo studio, pubblicato su Quaternary Science Reviews, è firmato da Samuele Ongaro, Federica Donda, Emanuele Lodolo, Enrico Gordini, Rachel Bynoe e Fraser Sturt e si intitola Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications.

I ricercatori hanno combinato dati provenienti dalle carote di sedimento con nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’OGS, identificando gli antichi ambienti deposizionali e realizzando modelli dell’avanzamento del mare.

Ne emerge una geografia molto diversa da quella attuale: diverse generazioni di barriere costiere e zone retrostanti, lagune, paludi e delta. Questi ambienti si sviluppavano durante le fasi di rallentamento dell’innalzamento del mare e potevano essere successivamente sommersi durante nuove fasi di ingressione marina.

Non era quindi soltanto una costa che arretrava. Era un intero paesaggio che cambiava.

Terre frequentate dalle comunità preistoriche

La ricostruzione ha importanti implicazioni archeologiche. Le zone umide costiere dell’Alto Adriatico erano ambienti ricchi di risorse e potevano risultare particolarmente attrattive per i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico.

Con l’innalzamento del mare cambiavano però la posizione delle coste, le risorse disponibili e gli stessi territori abitabili. Il processo continuò anche nel Neolitico, mentre lungo l’Adriatico si diffondevano le comunità agricole.

La ricerca consente quindi di aggiungere all’archeologia terrestre una parte fondamentale della geografia preistorica oggi invisibile.

«Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua», osserva Federica Donda, geologa marina dell’OGS e coautrice dello studio. Per questo, sottolineano i ricercatori, i fondali devono essere considerati parte integrante del patrimonio archeologico.

Uno sguardo interessante anche dal Carso

La ricerca assume un interesse particolare anche per chi studia la preistoria dell’area carsica e nord-adriatica.

Le grotte e i ripari del Carso conservano testimonianze delle popolazioni preistoriche, ma il territorio nel quale quelle comunità si muovevano era molto diverso da quello che osserviamo oggi. Una parte delle pianure e delle antiche coste è stata progressivamente sommersa dall’Adriatico.

La nuova ricerca non stabilisce un collegamento diretto tra specifiche cavità carsiche e siti sommersi. Offre però uno strumento per ricostruire il paesaggio esterno nel quale vivevano e si spostavano le popolazioni preistoriche, restituendo alla ricerca territori che la geografia moderna ha cancellato dalla vista.

C’è infine una curiosa vicinanza geografica con il mondo speleologico: l’OGS, che ha acquisito i nuovi dati geofisici utilizzati nello studio, ha la propria sede a Borgo Grotta Gigante 42/C, a Sgonico, sul Carso triestino.

Dal Carso, dunque, la geofisica guarda sotto l’Adriatico per ricostruire un territorio che non possiamo più percorrere.

Oggi quel paesaggio è sotto il mare. Ma non è scomparso dalla storia.

Fonti

Ongaro S., Donda F., Lodolo E., Gordini E., Bynoe R., Sturt F., Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications, Quaternary Science Reviews, 2026.

Studio scientifico — Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic, Ongaro et al., Quaternary Science Reviews 391 (2026), 110206, DOI 10.1016/j.quascirev.2026.11020

https://eurekamag.com/research/109/299/109299924.php

Abstract MESO2025 di Samuele Ongaro

https://sfera.unife.it/bitstream/11392/2616850/1/2025_MESO25_abstract.pdf

Foto: Laguna di Grado. Il paesaggio lagunare attuale evoca gli ambienti di acque basse, zone umide e terre emerse ricostruiti dagli studiosi nell’Alto Adriatico preistorico. Foto: Gugganij / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0.

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  • Gleno, la diga spezzata
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Gleno, la diga spezzata

September 1st 2026 at 05:00

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La storia dell’acqua – Primo capitolo. Nel 1923 il crollo della diga della Val di Scalve provoca 356 vittime. Archi, condotte e opere artificiali restano raccontare il difficile rapporto tra l’uomo, l’acqua e la montagna

Le recenti serate dedicate alla diga mai realizzata di Glori-Castellaro e alle sue gallerie mi hanno spinto ad approfondire la storia delle grandi opere idrauliche e dei disastri che hanno segnato il Novecento. Nasce così “La storia dell’acqua”, un viaggio tra dighe, territorio, cavità artificiali e memoria. Il primo capitolo ci porta al Gleno.

A Pian del Gleno, a circa 1.500 metri di quota, la diga sembra interrompersi nel mezzo.

Due grandi ali ad archi multipli rimangono appoggiate ai fianchi della montagna. In mezzo, un enorme vuoto.

Non è un’opera rimasta incompiuta. Quel vuoto è ciò che resta della mattina del 1° dicembre 1923.

È da qui che comincia il nostro viaggio nella storia dell’acqua: una storia fatta di montagne e torrenti, ma anche di dighe, gallerie, condotte e cavità artificiali costruite dall’uomo per raccogliere l’acqua, deviarla e trasformarne la forza in energia.

Quando l’acqua diventa energia

All’inizio del Novecento l’industrializzazione aumenta rapidamente la richiesta di energia elettrica. Le valli alpine, con i loro torrenti e i grandi dislivelli, diventano luoghi ideali per lo sviluppo dell’idroelettrico.

Sul torrente Povo, in Val di Scalve, nasce il progetto del Gleno. L’acqua raccolta nell’invaso deve alimentare un sistema idroelettrico composto da opere di derivazione, condotte e centrali a valle.

Il progetto originario prevede una diga a gravità. Ma mentre il cantiere procede cambia radicalmente: sulla struttura già realizzata nella parte centrale della valle, il cosiddetto tampone, viene impostata una diga ad archi multipli sostenuti da contrafforti.

Nasce così un’opera particolare, frutto della sovrapposizione di concezioni strutturali differenti.

Dentro quella massa di muratura e calcestruzzo esiste anche un elemento che interessa particolarmente chi si occupa di cavità artificiali: sul fondo della valle viene realizzato un tombone con una luce di circa quattro metri, destinato allo scarico di fondo. Quando il progetto della diga cambia, la struttura viene conservata e incorporata nella nuova opera.

Un passaggio artificiale nel cuore dello sbarramento, costruito per restituire all’acqua una via d’uscita controllata.

Una valle dentro la montagna

La Val di Scalve è, del resto, una terra abituata al sottosuolo.

Poco lontano, le rocce carbonatiche del massiccio della Presolana custodiscono cavità naturali, mentre a Schilpario chilometri di gallerie minerarie raccontano un’altra storia dell’uomo dentro la montagna.

Anche le opere idroelettriche appartengono a questo paesaggio nascosto: condotte, scarichi, canali e passaggi scavati nella roccia accompagnano l’acqua nel suo percorso verso le centrali.

Una diga, quindi, non è soltanto il grande muro che appare nel paesaggio. Esiste anche una parte meno visibile, fatta di strutture costruite per intercettare, incanalare e controllare l’acqua.

Le perdite

Ma al Gleno l’acqua comincia presto a trovare altre strade.

La diga del Gleno nel 1923, prima del disastro. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio

Già durante i primi riempimenti vengono segnalate infiltrazioni intorno al tampone e nelle murature della base. Con l’aumentare del livello dell’invaso aumentano anche le perdite.

Nell’autunno del 1923 il bacino raggiunge il massimo riempimento.

La diga è praticamente terminata.

1° dicembre 1923

Sono circa le 7.15 del mattino.

La parte centrale dello sbarramento cede.

Si apre una breccia di circa 80 metri e milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle. L’onda trascina rocce, alberi, fango e detriti, investe Bueggio e Dezzo, percorre la Val di Scalve e raggiunge la Val Camonica, continuando la sua corsa fino al lago d’Iseo.

Il bilancio ufficiale conta 356 vittime.

Non è soltanto la storia di una calamità naturale.

Le indagini e il successivo processo portano al centro dell’attenzione il progetto, le modifiche introdotte durante la costruzione, la qualità dei materiali e le modalità con cui l’opera viene realizzata e controllata.

Il Gleno diventa così uno dei casi più significativi nella storia italiana della sicurezza delle grandi opere idrauliche.

La diga che racconta ancora

Oggi rimangono i due tronconi laterali della diga e il grande squarcio centrale.

È archeologia industriale, ma anche qualcosa di più.

Osservando gli archi, i contrafforti e ciò che resta delle strutture idrauliche è ancora possibile leggere fisicamente una parte della storia dell’opera. Anche gli studi moderni, attraverso rilievi tridimensionali, analisi dei materiali e verifiche strutturali, continuano a interrogare quei ruderi.

Camminare fino al Gleno significa quindi entrare in un luogo della memoria, ma anche osservare da vicino il rapporto tra acqua e montagna, tra tecnica e territorio, tra ciò che l’uomo progetta e ciò che realmente costruisce.

E forse è proprio questo il motivo per cui, a più di un secolo di distanza, il Gleno continua a parlarci.

Geologia, idrologia, qualità dei materiali, progettazione e controlli non sono elementi separati da una grande opera: sono parte del territorio nel quale quell’opera deve vivere.

Darfo, dicembre 1923, dopo il disastro del Gleno. L’onda percorre la Val di Scalve e la Val Camonica, lasciando dietro di sé distruzione e 356 vittime. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio

Il grande vuoto al centro della diga rimane a ricordarlo.

Se qualche lettore è stato recentemente al Gleno e vuole condividere fotografie della diga e delle sue strutture, ci farà piacere aggiungerle a questo articolo, citando naturalmente l’autore.

La storia dell’acqua continua

Gleno è soltanto il primo capitolo.

Nel corso del Novecento altre dighe, bacini e grandi opere legate all’acqua diventano teatro di tragedie: Molare nel 1935, Malpasset in Francia nel 1959, il Vajont nel 1963, Stava nel 1985.

Sono storie profondamente diverse, che non devono essere confuse né sovrapposte. Ma tutte riportano alla stessa domanda: quanto conosciamo davvero l’acqua, la roccia e il territorio prima di cercare di trasformarli?

Ne parleremo ancora.

Raccontare la storia dell’acqua significa raccontare anche la storia dell’uomo, delle sue opere, dei suoi errori e della memoria che questi luoghi continuano a custodire.

Foto di copertina: la diga spezzata del Gleno. A oltre un secolo dalla tragedia del 1° dicembre 1923, il grande vuoto al centro dello sbarramento racconta ancora la forza dell’acqua e gli errori dell’uomo. Foto: Gcanca/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Capitolo 0: https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nel-cuore-della-valle-argentina/08/22/

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