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La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo
Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MF
La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo
Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MFs) nelle acque di stillicidio di una grotta, dimostrando come l’inquinamento prodotto dalle attività umane possa raggiungere anche gli ecosistemi sotterranei più delicati.
Scintilena ne ha già parlato a inizio agosto, ma è interessante riproporre l’articolo.
La ricerca è stata condotta nella Grotta delle Torri di Slivia (Pejca v Lazcu), nel Carso Classico, in provincia di Trieste, ed è stata pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development, edita da Elsevier.
I ricercatori hanno analizzato sette punti di campionamento, rilevando la presenza di particelle di origine antropica in quattro di essi. Oltre l’80% dei materiali individuati era costituito da fibre di cellulosa, prevalentemente cotone, mentre le microplastiche sono state riscontrate in tre punti, con la presenza di PET (polietilene tereftalato) e PU (poliuretano).
Secondo gli autori, le possibili fonti di contaminazione sono riconducibili a rifiuti abbandonati nelle doline, alla vicinanza di infrastrutture come autostrada e ferrovia, oltre che alle attività antropiche diffuse sul territorio. L’inquinamento verrebbe quindi trasferito nel sottosuolo attraverso le connessioni tra aria, acqua e suolo, tipiche degli ambienti carsici.
Lo studio sottolinea come la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio possa rappresentare un potenziale rischio per le risorse idriche, gli habitat sotterranei e le specie che li popolano. Per questo motivo gli autori evidenziano la necessità di avviare monitoraggi multidisciplinari sempre più approfonditi, capaci di comprendere le relazioni tra superficie e ambiente ipogeo e di fornire strumenti utili alla conservazione degli ecosistemi carsici.
Lo studio è stato realizzato da Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, con la collaborazione del CNR-STIIMA, dell’Università di Trieste, di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca e del gestore della Grotta delle Torri di Slivia, Corrado Greco.
Fonte: Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters, pubblicato nel 2026 sulla rivista Groundwater for Sustainable Development, Volume 34, articolo 101669 (Elsevier)
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Resaltes celebra 30 anni di speleologia con un grande camp regionale in Andalusia
Dal 9 al 12 ottobre a San Juan de los Terreros quattro giorni dedicati al mondo sotterraneo, tra grotte attrezzate, conferenze, fotografia e speleologia inclusiva.
Trent’anni di esplorazioni, passione per il mondo sotterraneo e condivisione. Lo Speleoclub Resaltes festeggia il suo 30° anniversario con un appuntamento speciale: il Campamento Espeleológico Regional, in programma dal 9 al 12 ottobre a
Resaltes celebra 30 anni di speleologia con un grande camp regionale in Andalusia
Dal 9 al 12 ottobre a San Juan de los Terreros quattro giorni dedicati al mondo sotterraneo, tra grotte attrezzate, conferenze, fotografia e speleologia inclusiva.
Trent’anni di esplorazioni, passione per il mondo sotterraneo e condivisione. Lo Speleoclub Resaltes festeggia il suo 30° anniversario con un appuntamento speciale: il Campamento Espeleológico Regional, in programma dal 9 al 12 ottobre a San Juan de los Terreros, in provincia di Almería.
Le iscrizioni sono ufficialmente aperte e gli organizzatori invitano gli interessati a prenotare il proprio posto prima dell’esaurimento delle disponibilità.
Il programma annunciato dalla locandina presenta un incontro pensato per vivere la speleologia sotto diversi punti di vista. Tra le attività previste figurano visite a grotte attrezzate, conferenze, esposizione fotografica e iniziative di speleologia inclusiva, affiancate dall’ospitalità per i partecipanti e da una borsa regalo dedicata all’evento.
L’incontro rappresenterà soprattutto un’occasione per celebrare la storia di Resaltes e riunire speleologi e appassionati attorno a quella curiosità per il sottosuolo che, da trent’anni, accompagna l’attività del club.
Un anniversario che guarda quindi alla storia, ma anche al futuro della speleologia: alla divulgazione, all’accessibilità e alla capacità di creare legami tra persone e realtà diverse accomunate dall’esplorazione e dalla conoscenza degli ambienti ipogei.
L’evento è realizzato con il sostegno e la collaborazione di diverse istituzioni e realtà del territorio e del mondo speleologico, alle quali gli organizzatori hanno rivolto un ringraziamento per il contributo alla realizzazione dell’iniziativa.
Le iscrizioni sono già aperte attraverso il modulo ufficiale indicato dagli organizzatori.
Quando: 9, 10, 11 e 12 ottobre Dove: San Juan de los Terreros (Almería, Spagna) Evento: Campamento Espeleológico Regional – 30° anniversario Resaltes
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Lunedì 7 settembre 2026 parte a Narni Scalo il corso di Speleologia per la Terza Età ideato da Andrea Scatolini. Già più di dieci iscritti, tra i 60 e i 78 anni. Quattro incontri per studiare davvero le grotte e, a ottobre, una giornata a Frasassi
NARNI – Si può cominciare a fare speleologia a settant’anni? Se per speleologia immaginiamo soltanto corde, imbraghi, pozzi verticali e strettoie da superare strisciando, la risposta potrebbe sembrare scontata. Invece, è proprio questo l’e
Lunedì 7 settembre 2026 parte a Narni Scalo il corso di Speleologia per la Terza Età ideato da Andrea Scatolini. Già più di dieci iscritti, tra i 60 e i 78 anni. Quattro incontri per studiare davvero le grotte e, a ottobre, una giornata a Frasassi
NARNI – Si può cominciare a fare speleologia a settant’anni? Se per speleologia immaginiamo soltanto corde, imbraghi, pozzi verticali e strettoie da superare strisciando, la risposta potrebbe sembrare scontata. Invece, è proprio questo l’equivoco che Andrea Scatolini, anima e cuore dell’associazione La Scintilena, vuole provare a rovesciare.
Perché una grotta si deve esplorare anche prima di entrarci. La si può conoscere attraverso la geologia, l’acqua che l’ha scavata, gli animali che la abitano, la storia degli uomini che l’hanno frequentata e degli speleologi che l’hanno studiata. E, soprattutto, non esiste un’età oltre la quale si debba smettere di essere curiosi.
Nasce da qui il Corso di speleologia per la terza età, che prenderà il via lunedì 7 settembre a Narni Scalo, organizzato da La Scintilena in collaborazione con ANCESCAO Narni, Associazione Tutela Pipistrelli APS e UTEC Narni, con il patrocinio del Comune di Narni.
Gli incontri si svolgeranno il 7, 14, 21 e 28 settembre, sempre di lunedì. Il ritrovo è alle 16 alla casetta all’ingresso del Campo Scuola di Narni Scalo, mentre la lezione inizierà alle 16.30.
E ancora prima di cominciare, l’esperimento sembra avere centrato il bersaglio.
Undici iscritti dai 60 ai 78 anni
Sono già undici i partecipanti, provenienti da Narni e Terni, con un’età compresa fra 60 e 78 anni. Un numero che potrebbe crescere ancora: Andrea conta di arrivare almeno a quindici iscritti, forse persino a venti.
Il dato più interessante non è soltanto anagrafico: le età – quelle età – raccontano che a 60, 70 o quasi 80 anni si può decidere di rimettersi a studiare, affrontare qualcosa di completamente nuovo e lasciarsi sorprendere da un mondo che, letteralmente, sta sotto i nostri piedi.Perché, in fondo, non esiste un’età oltre la quale si debba smettere di essere curiosi.
Una filosofia che richiama il celebre “Stay hungry. Stay foolish”: conservare la fame di conoscere, la disponibilità a stupirsi e il coraggio di sentirsi ancora principianti.
Nel caso degli iscritti di Narni e Terni, non è proprio uno slogan: lunedì pomeriggio torneranno davvero sui banchi per imparare come nasce una grotta.
Il corso nasce infatti da un’idea precisa: separare la conoscenza della speleologia dalla necessità di possedere le capacità fisiche richieste dall’esplorazione tecnica.
Scatolini lo spiega con un paragone efficace: «Nessun astronomo è mai andato su una stella a vedere come è fatta».
Allo stesso modo, per capire una grotta non è indispensabile calarsi in un pozzo. Si può imparare a leggere un paesaggio carsico, comprendere dove finisce l’acqua che scompare in un inghiottitoio, scoprire come nasce una stalattite, riconoscere una faglia o una frattura e capire perché, proprio lì, nel corso di migliaia o milioni di anni, l’acqua sia riuscita ad aprirsi una strada nella roccia.
È speleologia anche questa.
Altro che corso “facile”: si comincia dalla speleogenesi
E basta guardare il programma preparato per il primo appuntamento per capire che l’etichetta “terza età” non significa affatto semplificare fino a banalizzare.
La lezione inaugurale, tenuta dallo stesso Andrea, sarà dedicata alla storia della speleologia e alla speleogenesi, vale a dire all’insieme dei processi attraverso i quali si formano le grotte. Il percorso partirà dal rapporto fra uomo e cavità nella preistoria e arriverà alle prime esplorazioni scientifiche, a Édouard-Alfred Martel e alla nascita della speleologia moderna, fino allo sviluppo della disciplina in Italia.
Poi si scenderà, almeno con la mente, sotto terra.
Si parlerà di rocce carbonatiche e carsismo, di fratture, faglie e stratificazione, di zone vadose e freatiche e soprattutto dell’elemento che più di ogni altro costruisce il mondo sotterraneo: l’acqua.
Persino la chimica entrerà in aula. L’acqua piovana, attraversando atmosfera e terreno, si arricchisce di anidride carbonica; diventa così capace di aggredire lentamente il carbonato di calcio delle rocce. Infiltrandosi nelle discontinuità, allarga progressivamente fratture e condotti, contribuendo alla formazione delle cavità. Il materiale predisposto per gli allievi arriva a presentare anche la reazione chimica fondamentale del processo carsico.
Nessuno sconto sulla curiosità scientifica per ragioni anagrafiche.
Il fascicolo della prima lezione affronta inoltre le diverse famiglie di cavità – carsiche, vulcaniche, marine, glaciali e artificiali – e contiene un glossario con termini come dolina, inghiottitoio, risorgiva, diaclasi, faglia, anticlinale e sinclinale. È stato concepito non soltanto come supporto durante l’incontro, ma come materiale che i partecipanti potranno rileggere e approfondire autonomamente a casa.
Dalle grotte alla storia di Narni
Il luogo scelto per questo esperimento non è casuale.
Narni e il suo territorio hanno con il sottosuolo un rapporto antichissimo. Cavità naturali e artificiali, sorgenti, calcari, cunicoli e ambienti ipogei fanno parte del paesaggio e della storia locale. Insegnare a osservare ciò che avviene sotto i nostri piedi significa quindi anche offrire un modo diverso di leggere il territorio in cui si vive.
Qui emerge un altro aspetto del progetto di Scatolini: portare fuori dalla cerchia degli specialisti una cultura che spesso rimane confinata nei gruppi speleologici.
Non tutti possono o vogliono diventare esploratori. Tutti, invece, possono imparare perché una grotta esiste, quale patrimonio custodisce e perché debba essere rispettata.
La presenza dell’Associazione Tutela Pipistrelli APS consentirà inoltre di affrontare uno degli aspetti più delicati degli ambienti sotterranei: la fauna che li abita. Una grotta non è uno spazio vuoto a disposizione dell’uomo, ma un ecosistema nel quale anche una visita apparentemente innocua può avere conseguenze, soprattutto nei periodi più sensibili del ciclo biologico dei chirotteri.
La collaborazione con UTEC Narni aggiunge al progetto l’esperienza della speleologia del territorio, completando così un corso che vuole tenere insieme divulgazione scientifica, conoscenza locale e tutela.
Alla fine, Frasassi
Dopo i quattro lunedì di settembre arriverà il momento di vedere dal vivo ciò che fino a quel momento sarà stato studiato in aula.
La conclusione è prevista per la prima domenica di ottobre2026, con una gita alle Grotte di Frasassi e il pranzo insieme al ristorante.
Grotte di Frasassi – Foto Accurimbono/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Non sarà un’uscita speleologica tecnica, naturalmente, ma una visita lungo il percorso turistico: l’occasione per riconoscere concretamente sale, concrezioni e forme carsiche e collegarle ai fenomeni spiegati durante le lezioni.
C’è anche un valore sociale, volutamente semplice, in quel pranzo che chiuderà la giornata: il corso nasce per insegnare qualcosa, ma anche per creare occasioni d’incontro e restituire alla terza età spazi di partecipazione, scoperta e condivisione.
In corso comincia nell’anno delle grotte
C’è infine una coincidenza particolarmente significativa. Il corso prende il via proprio nel settembre 2026, il mese della prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, fissata al 13 settembre dopo il riconoscimento dell’UNESCO.
Una cornice mondiale per una piccola esperienza che nasce a Narni Scalo, ma che parte dalla stessa convinzione: le grotte non appartengono soltanto agli speleologi che riescono a raggiungerne gli angoli più remoti.
Sono patrimonio di conoscenza.
Questo rende la scommessa più interessante lanciata da Andrea e dalla Scintilena ancora più interessante: riusciranno i nostri eroi a dimostrare che per continuare a esplorare non serve necessariamente essere giovani? E che, a volte, basta continuare a fare domande?
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Il Soccorso Alpino e Speleologico Toscano apre le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nella componente speleologica del SAST. Le verifiche di ingresso si svolgeranno il 24 e 25 ottobre 2026. Le domande vanno presentate entro il 30 settembre 2026.
Il 24 e 25 ottobre 2026 si svolgeranno le verifiche di ingresso per gli aspiranti soci della componente speleologica del Soccorso Alpino e Speleologico Toscano (SAST).
Gli speleologi interessati a partecipare alla selezion
Il Soccorso Alpino e Speleologico Toscano apre le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nella componente speleologica del SAST. Le verifiche di ingresso si svolgeranno il 24 e 25 ottobre 2026. Le domande vanno presentate entro il 30 settembre 2026.
Il 24 e 25 ottobre 2026 si svolgeranno le verifiche di ingresso per gli aspiranti soci della componente speleologica del Soccorso Alpino e Speleologico Toscano (SAST).
Gli speleologi interessati a partecipare alla selezione dovranno presentare entro il 30 settembre 2026 il proprio curriculum speleologico, illustrando l’attività svolta negli ultimi anni.
I requisiti richiesti
Per accedere alle selezioni è richiesta la totale autonomia nella progressione in grotta, insieme a una buona capacità nell’attrezzamento e nell’installazione di ancoraggi in cavità verticali e alla conoscenza delle tecniche di risalita in artificiale.
Le verifiche rappresentano il percorso di ingresso per gli aspiranti volontari che intendono entrare a far parte della squadra speleologica del SAST.
Date e contatti
Le selezioni si terranno sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026.
Termine per la presentazione della domanda: 30 settembre 2026.
Per informazioni e modalità di partecipazione è possibile contattare:
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Speleo italiani, tedeschi e slovacchi insieme per proseguire l’esplorazione della Grotta Provalija (già oltre i 4 km di sviluppo) e avviare ricerche sistematiche sul territorio
Dal 5 al 13 settembre 2026 speleologi provenienti da Italia, Germania e Slovacchia saranno impegnati in una spedizione internazionale nell’area di Nevesinje, in Bosnia-Erzegovina, nella Republika Srpska.
Tra i partecipanti italiani ci sarà il Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (
Speleo italiani, tedeschi e slovacchi insieme per proseguire l’esplorazione della Grotta Provalija (già oltre i 4 km di sviluppo) e avviare ricerche sistematiche sul territorio
Dal 5 al 13 settembre 2026 speleologi provenienti da Italia, Germania e Slovacchia saranno impegnati in una spedizione internazionale nell’area di Nevesinje, in Bosnia-Erzegovina, nella Republika Srpska.
Tra i partecipanti italiani ci sarà il Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (GSB-USB), insieme a speleologi del GSPGC, GSPT e GSP Torino.
Obiettivo principale della spedizione sarà la prosecuzione delle esplorazioni nella Grotta Provalija, importante sistema carsico che attualmente supera i 4 chilometri di sviluppo conosciuto.
Accanto alle attività all’interno della cavità, il campo avrà anche un secondo importante obiettivo: avviare nuove ricerche sistematiche nell’area circostante, con ricognizioni sul territorio finalizzate all’individuazione e alla documentazione di ulteriori fenomeni carsici e possibili nuovi ingressi.
Il campo base e gli aspetti logistici della spedizione saranno organizzati con il supporto delle associazioni locali e del Provalija Speleological Club di Kifino Selo, località del territorio di Nevesinje.
La collaborazione internazionale permetterà di riunire esperienze e competenze provenienti da diversi gruppi europei, rafforzando allo stesso tempo il rapporto con gli speleologi bosniaci che da anni operano nell’area.
Nove giorni di attività, per spingere oltre i limiti conosciuti la Grotta Provalija, e ampliare la conoscenza speleologica di un territorio ancora ricco di potenzialità esplorative.
La spedizione prenderà il via sabato 5 settembre e proseguirà fino a domenica 13 settembre 2026.
Buone esplorazioni a tutti i partecipanti!
Fonte: Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (GSB-USB), post social
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Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte.
Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa
Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte.
Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa 11.000 anni fa e proviene da Karahantepe, uno dei grandi siti neolitici dell’Anatolia sudorientale, nella provincia turca di ?anl?urfa.
La scoperta è stata annunciata il 25 agosto 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy e proviene dalla campagna di scavo attualmente in corso nel sito.
La scultura misura circa 70 centimetri di altezza e riunisce nello stesso manufatto una figura umana e un grande felino. Ma uno degli aspetti archeologicamente più interessanti non è soltanto ciò che rappresenta: è dove è stata trovata.
Una scultura ancora al suo posto
Secondo il comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo, l’opera è stata rinvenuta nel luogo in cui era stata lasciata circa 11.000 anni fa.
Si trovava su una panca in pietra che corre lungo la parete di una piccola struttura di circa tre metri di diametro, il cui pavimento era rivestito di pietre piatte.
È un’informazione fondamentale.
Un oggetto archeologico rinvenuto nel proprio contesto può raccontare molto più di un manufatto isolato. La posizione rispetto alle pareti, agli accessi, agli altri reperti e all’organizzazione dello spazio può contribuire a ricostruirne l’uso e, almeno in parte, il significato.
Nel caso della nuova scultura di Karahantepe, però, queste informazioni dettagliate non sono ancora disponibili.
Il Ministero la definisce una «scultura composita» realizzata secondo uno stile del quale nel sito non erano stati precedentemente trovati esempi.
Al momento dell’annuncio non risulta ancora pubblicato un rapporto scientifico completo sul ritrovamento che permetta di conoscere nel dettaglio la stratigrafia, la cronologia e la funzione della struttura e dell’oggetto.
Cosa significa quell’uomo sul leopardo?
È la domanda inevitabile, ed è anche quella alla quale, per ora, non possiamo rispondere.
L’immagine è potentissima: un essere umano sopra uno dei più grandi predatori dell’ambiente neolitico anatolico.
È facile vedere nella scena un’immagine di dominio dell’uomo sull’animale, oppure immaginare un significato rituale, religioso o mitologico. Potremmo pensare a un individuo particolare, a una figura sovrannaturale, a un racconto condiviso dalla comunità o a una rappresentazione simbolica del rapporto fra esseri umani e mondo selvatico.
Sono tutte possibilità, ma nessuna, allo stato attuale, è una spiegazione dimostrata.
Qui che la scoperta diventa particolarmente interessante.
Nel comunicato del 25 agosto il Ministero turco non attribuisce infatti alla scena uno di questi significati. Non parla di dominio sulla natura, né identifica la figura come divinità, sciamano o personaggio mitologico.
Il ministro Ersoy afferma invece che il ritrovamento apre «nuove domande» sulle fasi più antiche della storia umana.
Una formulazione prudente, almeno fino a quando il contesto archeologico non sarà pubblicato in modo più completo.
L’uomo e il leopardo: una relazione che ritorna
Il nuovo reperto non compare però in un vuoto iconografico.
A Karahantepe il rapporto fra figure umane e grandi felini è già documentato e proprio il confronto con le immagini precedenti rende questa scoperta particolarmente intrigante.
In altre rappresentazioni rinvenute nel sito il rapporto appare infatti rovesciato: è il felino a trovarsi sul dorso della figura umana.
Nella scultura scoperta nel 2026 accade il contrario.
È l’uomo a stare sul leopardo.
Non sappiamo se questa inversione possedesse un significato preciso per chi realizzò le immagini. Il confronto, tuttavia, pone una domanda affascinante: siamo davanti a episodi differenti di uno stesso racconto, a immagini rituali, a rappresentazioni di identità oppure a qualcosa che apparteneva a un sistema simbolico che oggi non siamo più in grado di decifrare?
Per il momento possiamo soltanto osservare la ricorrenza, ed evitare di trasformarla prematuramente in una bella narrazione.
Karahantepe e il mondo di Tas Tepeler
Karahantepe si trova nella regione di ?anl?urfa ed è uno dei siti compresi nel progetto archeologico Tas Tepeler, le “Colline di Pietra”, insieme a Göbekli Tepe e ad altri insediamenti preistorici dell’Anatolia sudorientale.
Gli scavi a Karahantepe sono iniziati nel 2019 e hanno restituito strutture monumentali, pilastri scolpiti, figure umane e numerose rappresentazioni animali.
Il sito appartiene a una fase cruciale della preistoria del Vicino Oriente, quando gruppi di cacciatori-raccoglitori stavano sperimentando nuove forme di aggregazione, costruzione monumentale e organizzazione sociale nel lungo processo che avrebbe accompagnato la nascita delle società neolitiche.
Le immagini hanno un ruolo sorprendentemente importante in questo mondo.
Felini, serpenti, uccelli rapaci, bovidi e figure umane compaiono ripetutamente nell’arte monumentale e negli oggetti della regione. Non sembrano semplici rappresentazioni naturalistiche: animali ed esseri umani vengono messi in relazione attraverso posture, associazioni e composizioni intenzionali.
Capire che cosa quelle immagini significassero è molto più difficile.
Non disponiamo di testi che possano spiegarle e interpretarle attraverso mitologie o religioni conosciute migliaia di anni più tardi rischia di proiettare sul Neolitico categorie che appartengono ad altre società.
Quegli “11.000 anni” richiedono ancora prudenza
Anche la cronologia merita una precisazione: il comunicato ufficiale parla di una scultura risalente a circa 11.000 anni fa. È quindi corretto utilizzare questa indicazione come datazione generale del reperto.
Non è ancora disponibile, nell’annuncio pubblico, una datazione scientifica dettagliata associata alla scultura, con l’indicazione della fase stratigrafica o di eventuali analisi radiocarboniche del contesto.
“11.000 anni” deve quindi essere letto, per il momento, come l’inquadramento cronologico comunicato dalle autorità archeologiche turche, non come una data assoluta del manufatto determinata con precisione all’anno.
È una distinzione lieve solo in apparenza.
Una scoperta che vale soprattutto per le domande che apre
La nuova scultura di Karahantepe è un ritrovamento eccezionale senza bisogno di attribuirle immediatamente un significato misterioso.
Sappiamo che una comunità vissuta nell’Anatolia sudorientale circa undici millenni fa scolpì una figura umana seduta sul dorso di un leopardo.
Sappiamo che quell’immagine non era un oggetto abbandonato casualmente: fu ritrovata su una panca, all’interno di una struttura organizzata e pavimentata.
Sappiamo inoltre che uomini e grandi felini erano già stati messi in relazione nelle immagini di Karahantepe.
Non sappiamo ancora perché:la motivazione è però un dato importante.
In archeologia una scoperta non diventa significativa solo quando più rapidamente riusciamo a darle un significato. A volte accade esattamente il contrario: è la capacità di conservare una domanda aperta, finché nuovi dati non permettono di restringere le possibilità, a rendere davvero prezioso un ritrovamento.
L’uomo sul leopardo di Karahantepe, almeno per ora, appartiene a questa categoria.
Fonte principale: Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia, comunicato del 25 agosto 2026; Anadolu Agency, 25 agosto 2026; Archaeology Magazine, 27 agosto 2026. La scoperta è stata annunciata nell’ambito degli scavi 2026 del progetto “Gelece?e Miras” (Patrimonio per il Futuro)
Il racconto della scoperta in Italia
La notizia è stata ripresa in Italia il 28 agosto da Il Giornale dell’Arte, che riferisce correttamente gli elementi principali del ritrovamento: la provenienza da Karahantepe, la datazione indicativa a circa 11.000 anni fa e la presenza di una figura umana sul dorso di un leopardo.
L’articolo introduce tuttavia anche interpretazioni che richiedono maggiore cautela rispetto ai dati finora resi pubblici. La posizione dell’uomo viene letta come possibile espressione di «dominio e controllo sulla natura» e la rappresentazione viene collegata a concetti di potere, virilità e autorità.
Sono ipotesi suggestive, ma non sono conclusioni archeologiche dimostrate dal ritrovamento.
Nel comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo del 25 agosto, queste interpretazioni non compaiono. La fonte primaria descrive la posizione delle due figure e il contesto della scoperta, sottolineandone l’eccezionalità, ma non attribuisce alla scena un significato preciso.
La distinzione è importante: dire che una figura umana è rappresentata sul dorso di un leopardo descrive ciò che possiamo osservare; affermare che quella figura domini il leopardo significa già interpretare l’immagine.
In attesa della pubblicazione scientifica completa del contesto, è quindi preferibile mantenere separate le due cose.
Fonte italiana:Il Giornale dell’Arte, «Una rara e particolare scultura di un leopardo risalente al Neolitico è stata scoperta in Turchia», 28 agosto 2026
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Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia
Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia
Ad aprire il numero è una notizia di particolare ril
Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia
Dalla nuova Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso agli studi su microplastiche e acquiferi, passando per Acqua Negra e Campo InGrigna! 2026: un numero ricco di scienza, attività e storia della speleologia
Ad aprire il numero è una notizia di particolare rilievo per l’intera comunità speleologica internazionale: l’istituzione della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carso, che sarà celebrata ogni anno il 13 settembre. George Veni, past president UIS, ricorda come il risultato sia maturato dagli sforzi sviluppati durante e dopo l’Anno Internazionale delle Grotte e del Carso, con l’obiettivo di accrescere nel mondo la conoscenza, lo studio e la protezione degli ambienti carsici.
Ampio spazio è riservato alla ricerca scientifica. Graziano Cancian presenta le osservazioni microscopiche e le analisi in spettrometria gamma effettuate su sedimenti della Grotta in parete presso baita Carosez, nelle Prealpi Giulie. Le indagini mettono in evidenza componenti prevalentemente silicee, possibili pseudomorfosi di goethite dopo pirite e radionuclidi naturali che suggeriscono l’interesse di future misure dirette del radon nella cavità.
Valentina Balestra affronta invece il tema sempre più attuale della presenza di microplastiche e microfibre negli ambienti carsici. I dati riportati mostrano come particelle provenienti dalle attività di superficie possano essere trasportate dalle acque meteoriche e raggiungere le grotte attraverso infiltrazioni e stillicidi, ribadendo la stretta relazione fra ciò che avviene all’esterno e la qualità degli ecosistemi sotterranei.
L’acqua è protagonista anche dell’intervento di Rino Semeraro sul ruolo della speleologia nella conoscenza degli acquiferi carsici, un tema che assume un peso crescente di fronte ai periodi siccitosi, all’abbassamento delle falde e agli effetti del cambiamento climatico. L’autore sottolinea come l’esplorazione debba sempre più integrarsi con monitoraggi, documentazione e ricerca scientifica, riaffermando il ruolo degli speleologi come veri e propri “geografi del sottosuolo”.
Seguono le novità del Progetto Acqua Negra, ricerca multidisciplinare dedicata al bacino idrogeologico del Torrente La Foce nelle Prealpi Carniche. Le esplorazioni subacquee hanno raggiunto un sifone profondo 77 metri, dal quale si sviluppa una lunga galleria sommersa; nell’estate 2026 sono inoltre proseguiti rilievi e documentazione, con nuove centinaia di metri topografate.
Nel numero trova spazio anche il Campo InGrigna! 2026, svoltosi dall’8 al 20 agosto sulla Grigna Settentrionale. Numerose squadre italiane e straniere hanno lavorato contemporaneamente su diversi fronti del Moncodeno, tra esplorazioni, risalite, traversi, disostruzioni, nuovi ingressi e rilievi. Tra i risultati più significativi figurano gli avanzamenti nell’Abisso Alberto Buzio, che ha superato i 300 metri di profondità, e nuove prosecuzioni in diverse cavità del massiccio, alimentando ancora una volta l’ipotesi di sistemi sotterranei sempre più vicini fra loro.
Infinita Grigna foto Gianlilucca Perucchini
Completano il fascicolo un viaggio nella speleologia degli anni Settanta, un articolo sulla Grotta del Lago Bianco, le pagine dedicate agli speleocollezionisti e agli annulli postali figurativi legati alle grotte, recensioni e segnalazioni librarie, l’approfondimento su Contovello, gli aggiornamenti della biblioteca virtuale e un intenso ricordo di Giorgio Geromet, figura eclettica della cultura goriziana, scrittore, ricercatore, artista e collezionista.
E naturalmente l’attesissima cronaca dell’attività del Centro Seppenhofer, che nel corso di agosto ha visto soci impegnati in ricerche di nuove cavità, esplorazioni, monitoraggi, disostruzioni e progetti sulle cavità artificiali del territorio goriziano.
Il numero di agosto di “Sopra e sotto il Carso” restituisce così un’immagine molto ampia della speleologia contemporanea: esplorare resta fondamentale, ma significa sempre più anche misurare, documentare, studiare, conservare la memoria e contribuire alla tutela di un patrimonio sotterraneo intimamente collegato alla vita in superficie.
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Le visualizzazioni Scintilena agosto 2026 crescono sul mese di luglio; esplorazioni, archeologia e biospeleologia guidano gli articoli più consultati
Le visualizzazioni Scintilena agosto 2026 raggiungono 324.627 pagine viste totali, secondo le statistiche Shinystat comunicate dalla redazione.
Il dato segna un recupero netto rispetto a luglio e mantiene il sito su livelli elevati anche nel periodo estivo. La graduatoria degli articoli più letti indica un interesse concentrato sull
Le visualizzazioni Scintilena agosto 2026 crescono sul mese di luglio; esplorazioni, archeologia e biospeleologia guidano gli articoli più consultati
Le visualizzazioni Scintilena agosto 2026 raggiungono 324.627 pagine viste totali, secondo le statistiche Shinystat comunicate dalla redazione.
Il dato segna un recupero netto rispetto a luglio e mantiene il sito su livelli elevati anche nel periodo estivo. La graduatoria degli articoli più letti indica un interesse concentrato sulle esplorazioni speleologiche, sulle scoperte archeologiche in grotta, sulla biospeleologia e sulla paleontologia.
La metrica indicata per il totale mensile è quella delle pagine viste di Shinystat. I valori associati ai singoli articoli sono invece impression registrate dal server. Le due serie sono utili per descrivere l’andamento editoriale, ma non sono sovrapponibili in modo automatico. Una pagina vista di Shinystat e un’impression di server possono dipendere da criteri tecnici differenti.
Visualizzazioni Scintilena agosto 2026: il dato giornaliero
Il mese si chiude con una media giornaliera dichiarata di 11.036 pagine viste dal lunedì al venerdì e di 9.288 nei giorni di sabato e domenica.
Confronto delle visualizzazioni Scintilena 2026
Le visualizzazioni Scintilena agosto 2026 sono superiori di 74.627 pagine viste rispetto alle circa 250.000 di luglio.
L’aumento mensile è vicino al 29,9%. Il confronto va svolto con cautela, perché il dato di luglio è pubblicato in forma arrotondata.
Rispetto a giugno, quando Scintilena ha riportato 385.000 pagine viste, agosto registra una flessione di 60.373 unità, pari al 15,7%. Giugno resta il picco fra i mesi messi a confronto.
Rispetto a maggio, indicato dal relativo articolo del sito come mese da 330.000 visualizzazioni, agosto è inferiore di 5.373 pagine viste, circa l’1,6%. Mese 2026 Pagine viste Variazione rispetto ad agosto Maggio 330.000 -5.373 (-1,6%) Giugno 385.000 -60.373 (-15,7%) Luglio circa 250.000 +74.627 (+29,9%) Agosto 324.627 Dato di riferimento
Il confronto mostra un agosto vicino al volume di maggio, dopo il calo di luglio e senza raggiungere il massimo di giugno. Nel trimestre giugno-agosto, la media mensile è di circa 319.876 pagine viste. Il risultato di agosto non rappresenta quindi un episodio isolato, ma si colloca in una sequenza di traffico consistente.
Gli articoli più letti di agosto
La Top 10 di agosto totalizza 167.907 impression di server. Questa somma corrisponde a circa il 51,7% delle 324.627 pagine viste mensili Shinystat, pur con la necessaria cautela dovuta alla diversità delle metriche.
Il primo articolo, dedicato alla scoperta di un tubo di 700 metri nel Dachstein, raccoglie 79.300 impression. Da solo rappresenta circa il 24,4% del totale mensile Shinystat e il 47,2% delle impression della Top 10.
Scoperta eccezionale nel Dachstein: tubo di 700 metri in arenaria calcarea dentro una grotta carsica dolomitica — 79.300 impression.
In Turchia scoperta la Grotta di Koskarli, un insediamento epipaleolitico datato tra 12.900 e 12.000 anni fa — 21.491.
Messico, pescatore ritrovato vivo dopo 15 giorni in una grotta sommersa — 11.567.
Kef El Ghar: la grotta del Marocco che unisce geologia, archeologia e tutela del patrimonio sotterraneo — 9.976.
Il proteo non è più solo: nove specie nelle acque sotterranee dei Balcani — 9.735.
Nuovo ritrovamento di Ursus ladinicus a Conturines: una seconda grotta con numerosi scheletri fossili — 9.197.
Nuovi dati sul sollevamento della Linea Periadriatica dalle grotte della Slovenia nord-orientale — 7.886.
Arera: l’esplorazione non finisce: l’Abisso LoBG 3990 scende a -302 — 6.862.
Durmitor, il grande mondo sotterraneo ancora da esplorare — 5.961.
Mujina Pecina, nuove datazioni spostano indietro di 30.000 anni il Musteriano in Dalmazia — 5.932.
Esplorazioni e ricerca nella Top 10 Scintilena
Le visualizzazioni Scintilena agosto 2026 mostrano il peso delle notizie di esplorazione.
Il Dachstein concentra quasi la metà delle impression della Top 10. Accanto a questo risultato emergono contenuti che collegano le grotte alla ricerca archeologica e paleoantropologica, come Koskarli in Turchia, Kef El Ghar in Marocco e Mujina Pecina in Dalmazia.
La classifica include anche temi centrali per la conoscenza del sottosuolo: la diversità del proteo e delle specie affini nelle acque balcaniche, i resti di Ursus ladinicus a Conturines, il sollevamento della Linea Periadriatica e l’avanzamento esplorativo dell’Abisso LoBG 3990. Il posizionamento di questi articoli segnala una domanda di divulgazione che non riguarda solo le grandi imprese, ma anche biospeleologia, geologia strutturale e paleontologia.
Il caso del pescatore salvato in Messico ha un profilo diverso. La sua presenza al terzo posto dimostra la capacità delle cronache legate agli ambienti sommersi di raggiungere un pubblico ampio. Il quadro complessivo resta diversificato: le visualizzazioni Scintilena agosto 2026 sono sostenute da un articolo con forte richiamo, ma la Top 10 distribuisce l’attenzione su otto paesi e su più discipline legate alle grotte e al patrimonio sotterraneo.
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Il 4 settembre 2026 in programma alla Grotta del Vento, in Garfagnana, una serata dedicata alla speleologia subacquea e all’esplorazione degli ambienti sommersi delle Alpi Apuane
Una grande serata in programma il 4 settembre 2026 alla Grotta del Vento, in Garfagnana.
L’appuntamento, inserito nelle Serate della Scienza e dell’Avventura, ci porterà alla scoperta di quella che può essere considerata una delle ultime frontiere dell’esplorazione sotterranea: il mondo che si apre o
Il 4 settembre 2026 in programma alla Grotta del Vento, in Garfagnana, una serata dedicata alla speleologia subacquea e all’esplorazione degli ambienti sommersi delle Alpi Apuane
Una grande serata in programma il 4 settembre 2026 alla Grotta del Vento, in Garfagnana.
L’appuntamento, inserito nelle Serate della Scienza e dell’Avventura, ci porterà alla scoperta di quella che può essere considerata una delle ultime frontiere dell’esplorazione sotterranea: il mondo che si apre oltre i sifoni, dove la progressione speleologica prosegue sott’acqua e richiede tecniche, attrezzature e preparazione altamente specialistiche.
Protagonisti dell’incontro saranno Adriano Roncioni e Davide Massarenti, che racconteranno esperienze e attività di esplorazione speleosubacquea, illustrando tecniche, attrezzature e difficoltà legate alla progressione negli ambienti sotterranei allagati.
Nel corso della serata saranno presentate immagini e video inediti, tra cui materiali di Luigi Casati relativi alla Sorgente del Tinello: getteremo uno sguardo su ambienti normalmente non visibili, accessibili soltanto agli speleosubacquei.
Al centro dell’incontro ci saranno in particolare le esplorazioni della Buca del Tinello e della Tana del Pollone, due realtà del mondo carsico apuano nelle quali l’acqua rappresenta al tempo stesso un ostacolo alla progressione e una via verso nuove porzioni ancora da conoscere del sistema sotterraneo.
Alle 17 l’inaugurazione della Sorgente del Tinello
La giornata inizierà già alle ore 17.00, prima dell’incontro pubblico, con l’inaugurazione della Sorgente del Tinello.
A seguire, alle ore 18.00, nella Sala Multifunzionale della Grotta del Vento, avrà luogo la serata dedicata alla speleologia subacquea.
Insomma, una serata da non perdere: meglio prenotare!
Data: 4 settembre 2026 – Ore 17.00: inaugurazione della Sorgente del Tinello – Ore 18.00: incontro “Speleologia subacquea” – Grotta del Vento – Sala Multifunzionale – Località: Fornovolasco, Fabbriche di Vergemoli (LU) – Prenotazione consigliata: 0583 722024
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Esplorazioni, memoria storica, speleosubacquea, grotte di ghiaccio e appuntamenti autunnali nel numero 8/2026 di Cronache Ipogee, periodico di informazione speleologica del Friuli Venezia Giulia.
È disponibile il numero di agosto 2026 di Cronache Ipogee, che in 38 pagine raccoglie attività, racconti, ricerche e iniziative della speleologia friulana, giuliana e delle vicine aree carsiche slovene. Il fascicolo propone un panorama molto ampio, dalla memoria storica alle esplorazion
Esplorazioni, memoria storica, speleosubacquea, grotte di ghiaccio e appuntamenti autunnali nel numero 8/2026 di Cronache Ipogee, periodico di informazione speleologica del Friuli Venezia Giulia.
È disponibile il numero di agosto 2026 di Cronache Ipogee, che in 38 pagine raccoglie attività, racconti, ricerche e iniziative della speleologia friulana, giuliana e delle vicine aree carsiche slovene. Il fascicolo propone un panorama molto ampio, dalla memoria storica alle esplorazioni sul Canin, fino agli appuntamenti legati alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo.
Il numero si apre con il ricordo di Sergio Derossi, speleologo del Club Alpinistico Triestino, protagonista di numerose esplorazioni sul Carso e sul Canin, oltre che alpinista, fotografo e illustratore.
Tra le pagine dedicate al territorio trova spazio anche la presentazione del volume “Contovello, il territorio, la storia e le sue grotte”, settimo contributo della serie dedicata alle cavità naturali del Comune di Trieste. Il lavoro descrive 47 grotte, oltre ad altre sette non catastate, inserendole nel più ampio contesto storico e geografico del borgo di Contovello.
Dal Carso si passa quindi all’alta montagna, con un racconto dal campo speleologico sul Canin, dove proseguono le esplorazioni di cavità dai nomi come “Trapa e Cola”, “Ernia” e “G1”. La zona viene descritta anche attraverso il paesaggio modellato dall’acqua e dagli antichi ghiacciai, fino alla Grotta del Ghiaccio del Leupa.
La speleologia oltreconfine è protagonista del diario dedicato al Matarsko Podolje, in Slovenia, con Jama v Zjati, Albinova Ledenica e Kramerjeva Pe?ina. L’Albinova Ledenica assume durante i periodi freddi un aspetto particolarmente suggestivo, con colate, stalattiti, stalagmiti e veli di ghiaccio che rivestono diversi settori della cavità.
Ampio spazio è riservato al Fontanon di Goriuda, dove il Club Alpinistico Triestino celebra venticinque anni di esplorazioni speleosubacquee. La grande risorgenza della Val Raccolana continua ancora oggi a porre importanti interrogativi esplorativi e conserva diverse prosecuzioni da verificare. Una troupe Rai ha inoltre seguito gli speleologi all’interno della cavità per un servizio previsto in autunno su Linea Bianca.
Completano il fascicolo la discesa nella Forra del Vinadia, le attività del Gruppo Grotte del CAT, racconti di storia speleologica e diversi appuntamenti per i mesi successivi. Tra questi, “Grotte Aperte”, in programma il 12 e 13 settembre nelle cinque grotte turistiche del Friuli Venezia Giulia, e la sedicesima edizione di Speleorando, dedicata quest’anno alle grotte e alla fauna cavernicola.
Le ultime pagine sono infine dedicate alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, proclamata nell’ambito UNESCO grazie all’azione dell’Unione Internazionale di Speleologia, che nel 2026 accompagnerà anche la ripresa delle Giornate Nazionali della Speleologia. Un’occasione per riportare al centro il valore scientifico, ambientale e culturale del mondo sotterraneo e dei paesaggi carsici.
Fonte:Cronache Ipogee, n. 8, agosto 2026 – pagine di informazione speleologica per il Friuli Venezia Giulia. Link:Cronache Ipogee
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Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare
Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.
Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequenta
Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare
Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.
Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequentato dalle comunità preistoriche sono oggi nascoste sotto il mare.
Un nuovo studio dell’Università di Southampton e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ha ricostruito l’evoluzione di questo paesaggio tra il 9000 e il 4000 a.C., durante il Mesolitico e il Neolitico.
Il protagonista della ricerca è proprio il territorio scomparso sotto il mare.
Geofisica per ricostruire un paesaggio invisibile
Lo studio, pubblicato su Quaternary Science Reviews, è firmato da Samuele Ongaro, Federica Donda, Emanuele Lodolo, Enrico Gordini, Rachel Bynoe e Fraser Sturt e si intitola Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications.
I ricercatori hanno combinato dati provenienti dalle carote di sedimento con nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’OGS, identificando gli antichi ambienti deposizionali e realizzando modelli dell’avanzamento del mare.
Ne emerge una geografia molto diversa da quella attuale: diverse generazioni di barriere costiere e zone retrostanti, lagune, paludi e delta. Questi ambienti si sviluppavano durante le fasi di rallentamento dell’innalzamento del mare e potevano essere successivamente sommersi durante nuove fasi di ingressione marina.
Non era quindi soltanto una costa che arretrava. Era un intero paesaggio che cambiava.
Terre frequentate dalle comunità preistoriche
La ricostruzione ha importanti implicazioni archeologiche. Le zone umide costiere dell’Alto Adriatico erano ambienti ricchi di risorse e potevano risultare particolarmente attrattive per i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico.
Con l’innalzamento del mare cambiavano però la posizione delle coste, le risorse disponibili e gli stessi territori abitabili. Il processo continuò anche nel Neolitico, mentre lungo l’Adriatico si diffondevano le comunità agricole.
La ricerca consente quindi di aggiungere all’archeologia terrestre una parte fondamentale della geografia preistorica oggi invisibile.
«Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua», osserva Federica Donda, geologa marina dell’OGS e coautrice dello studio. Per questo, sottolineano i ricercatori, i fondali devono essere considerati parte integrante del patrimonio archeologico.
Uno sguardo interessante anche dal Carso
La ricerca assume un interesse particolare anche per chi studia la preistoria dell’area carsica e nord-adriatica.
Le grotte e i ripari del Carso conservano testimonianze delle popolazioni preistoriche, ma il territorio nel quale quelle comunità si muovevano era molto diverso da quello che osserviamo oggi. Una parte delle pianure e delle antiche coste è stata progressivamente sommersa dall’Adriatico.
La nuova ricerca non stabilisce un collegamento diretto tra specifiche cavità carsiche e siti sommersi. Offre però uno strumento per ricostruire il paesaggio esterno nel quale vivevano e si spostavano le popolazioni preistoriche, restituendo alla ricerca territori che la geografia moderna ha cancellato dalla vista.
C’è infine una curiosa vicinanza geografica con il mondo speleologico: l’OGS, che ha acquisito i nuovi dati geofisici utilizzati nello studio, ha la propria sede a Borgo Grotta Gigante 42/C, a Sgonico, sul Carso triestino.
Dal Carso, dunque, la geofisica guarda sotto l’Adriatico per ricostruire un territorio che non possiamo più percorrere.
Oggi quel paesaggio è sotto il mare. Ma non è scomparso dalla storia.
Fonti
Ongaro S., Donda F., Lodolo E., Gordini E., Bynoe R., Sturt F., Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications, Quaternary Science Reviews, 2026.
Studio scientifico — Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic, Ongaro et al., Quaternary Science Reviews 391 (2026), 110206, DOI 10.1016/j.quascirev.2026.11020
Foto: Laguna di Grado. Il paesaggio lagunare attuale evoca gli ambienti di acque basse, zone umide e terre emerse ricostruiti dagli studiosi nell’Alto Adriatico preistorico. Foto: Gugganij / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0.
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La storia dell’acqua – Primo capitolo. Nel 1923 il crollo della diga della Val di Scalve provoca 356 vittime. Archi, condotte e opere artificiali restano raccontare il difficile rapporto tra l’uomo, l’acqua e la montagna
Le recenti serate dedicate alla diga mai realizzata di Glori-Castellaro e alle sue gallerie mi hanno spinto ad approfondire la storia delle grandi opere idrauliche e dei disastri che hanno segnato il Novecento. Nasce così “La storia dell’acqua”, un viaggio tra dighe
La storia dell’acqua – Primo capitolo. Nel 1923 il crollo della diga della Val di Scalve provoca 356 vittime. Archi, condotte e opere artificiali restano raccontare il difficile rapporto tra l’uomo, l’acqua e la montagna
Le recenti serate dedicate alla diga mai realizzata di Glori-Castellaro e alle sue gallerie mi hanno spinto ad approfondire la storia delle grandi opere idrauliche e dei disastri che hanno segnato il Novecento. Nasce così “La storia dell’acqua”, un viaggio tra dighe, territorio, cavità artificiali e memoria. Il primo capitolo ci porta al Gleno.
A Pian del Gleno, a circa 1.500 metri di quota, la diga sembra interrompersi nel mezzo.
Due grandi ali ad archi multipli rimangono appoggiate ai fianchi della montagna. In mezzo, un enorme vuoto.
Non è un’opera rimasta incompiuta. Quel vuoto è ciò che resta della mattina del 1° dicembre 1923.
È da qui che comincia il nostro viaggio nella storia dell’acqua: una storia fatta di montagne e torrenti, ma anche di dighe, gallerie, condotte e cavità artificiali costruite dall’uomo per raccogliere l’acqua, deviarla e trasformarne la forza in energia.
Quando l’acqua diventa energia
All’inizio del Novecento l’industrializzazione aumenta rapidamente la richiesta di energia elettrica. Le valli alpine, con i loro torrenti e i grandi dislivelli, diventano luoghi ideali per lo sviluppo dell’idroelettrico.
Sul torrente Povo, in Val di Scalve, nasce il progetto del Gleno. L’acqua raccolta nell’invaso deve alimentare un sistema idroelettrico composto da opere di derivazione, condotte e centrali a valle.
Il progetto originario prevede una diga a gravità. Ma mentre il cantiere procede cambia radicalmente: sulla struttura già realizzata nella parte centrale della valle, il cosiddetto tampone, viene impostata una diga ad archi multipli sostenuti da contrafforti.
Nasce così un’opera particolare, frutto della sovrapposizione di concezioni strutturali differenti.
Dentro quella massa di muratura e calcestruzzo esiste anche un elemento che interessa particolarmente chi si occupa di cavità artificiali: sul fondo della valle viene realizzato un tombone con una luce di circa quattro metri, destinato allo scarico di fondo. Quando il progetto della diga cambia, la struttura viene conservata e incorporata nella nuova opera.
Un passaggio artificiale nel cuore dello sbarramento, costruito per restituire all’acqua una via d’uscita controllata.
Una valle dentro la montagna
La Val di Scalve è, del resto, una terra abituata al sottosuolo.
Poco lontano, le rocce carbonatiche del massiccio della Presolana custodiscono cavità naturali, mentre a Schilpario chilometri di gallerie minerarie raccontano un’altra storia dell’uomo dentro la montagna.
Anche le opere idroelettriche appartengono a questo paesaggio nascosto: condotte, scarichi, canali e passaggi scavati nella roccia accompagnano l’acqua nel suo percorso verso le centrali.
Una diga, quindi, non è soltanto il grande muro che appare nel paesaggio. Esiste anche una parte meno visibile, fatta di strutture costruite per intercettare, incanalare e controllare l’acqua.
Le perdite
Ma al Gleno l’acqua comincia presto a trovare altre strade.
La diga del Gleno nel 1923, prima del disastro. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Già durante i primi riempimenti vengono segnalate infiltrazioni intorno al tampone e nelle murature della base. Con l’aumentare del livello dell’invaso aumentano anche le perdite.
Nell’autunno del 1923 il bacino raggiunge il massimo riempimento.
La diga è praticamente terminata.
1° dicembre 1923
Sono circa le 7.15 del mattino.
La parte centrale dello sbarramento cede.
Si apre una breccia di circa 80 metri e milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle. L’onda trascina rocce, alberi, fango e detriti, investe Bueggio e Dezzo, percorre la Val di Scalve e raggiunge la Val Camonica, continuando la sua corsa fino al lago d’Iseo.
Il bilancio ufficiale conta 356 vittime.
Non è soltanto la storia di una calamità naturale.
Le indagini e il successivo processo portano al centro dell’attenzione il progetto, le modifiche introdotte durante la costruzione, la qualità dei materiali e le modalità con cui l’opera viene realizzata e controllata.
Il Gleno diventa così uno dei casi più significativi nella storia italiana della sicurezza delle grandi opere idrauliche.
La diga che racconta ancora
Oggi rimangono i due tronconi laterali della diga e il grande squarcio centrale.
È archeologia industriale, ma anche qualcosa di più.
Osservando gli archi, i contrafforti e ciò che resta delle strutture idrauliche è ancora possibile leggere fisicamente una parte della storia dell’opera. Anche gli studi moderni, attraverso rilievi tridimensionali, analisi dei materiali e verifiche strutturali, continuano a interrogare quei ruderi.
Camminare fino al Gleno significa quindi entrare in un luogo della memoria, ma anche osservare da vicino il rapporto tra acqua e montagna, tra tecnica e territorio, tra ciò che l’uomo progetta e ciò che realmente costruisce.
E forse è proprio questo il motivo per cui, a più di un secolo di distanza, il Gleno continua a parlarci.
Geologia, idrologia, qualità dei materiali, progettazione e controlli non sono elementi separati da una grande opera: sono parte del territorio nel quale quell’opera deve vivere.
Darfo, dicembre 1923, dopo il disastro del Gleno. L’onda percorre la Val di Scalve e la Val Camonica, lasciando dietro di sé distruzione e 356 vittime. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Il grande vuoto al centro della diga rimane a ricordarlo.
Se qualche lettore è stato recentemente al Gleno e vuole condividere fotografie della diga e delle sue strutture, ci farà piacere aggiungerle a questo articolo, citando naturalmente l’autore.
La storia dell’acqua continua
Gleno è soltanto il primo capitolo.
Nel corso del Novecento altre dighe, bacini e grandi opere legate all’acqua diventano teatro di tragedie: Molare nel 1935, Malpasset in Francia nel 1959, il Vajont nel 1963, Stava nel 1985.
Sono storie profondamente diverse, che non devono essere confuse né sovrapposte. Ma tutte riportano alla stessa domanda: quanto conosciamo davvero l’acqua, la roccia e il territorio prima di cercare di trasformarli?
Ne parleremo ancora.
Raccontare la storia dell’acqua significa raccontare anche la storia dell’uomo, delle sue opere, dei suoi errori e della memoria che questi luoghi continuano a custodire.
Foto di copertina: la diga spezzata del Gleno. A oltre un secolo dalla tragedia del 1° dicembre 1923, il grande vuoto al centro dello sbarramento racconta ancora la forza dell’acqua e gli errori dell’uomo. Foto: Gcanca/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
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La Federazione Speleologica Toscana rinnova l’adesione a “Puliamo il Buio”, l’iniziativa nazionale dedicata alla salvaguardia degli ambienti ipogei. L’appuntamento è domenica 13 settembre alla Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio, nel Comune di Molazzana, in una giornata che quest’anno assume anche un particolare valore simbolico.
La Federazione Speleologica Toscana (FST) ha pubblicato sul proprio sito l’articolo dedicato all’edizione 2026 di “Puliamo il Buio”, l’iniziativa ideata d
La Federazione Speleologica Toscana rinnova l’adesione a “Puliamo il Buio”, l’iniziativa nazionale dedicata alla salvaguardia degli ambienti ipogei. L’appuntamento è domenica 13 settembre alla Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio, nel Comune di Molazzana, in una giornata che quest’anno assume anche un particolare valore simbolico.
La Federazione Speleologica Toscana (FST) ha pubblicato sul proprio sito l’articolo dedicato all’edizione 2026 di “Puliamo il Buio”, l’iniziativa ideata dalla Società Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, alla quale anche quest’anno la Federazione toscana ha scelto di aderire.
L’intervento è in programma domenica 13 settembre 2026 presso la Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio (2385 T/LU), nel territorio del Comune di Molazzana, in provincia di Lucca.
L’operazione rientra nelle attività di tutela e sensibilizzazione dedicate al mondo sotterraneo e punta ancora una volta l’attenzione su un problema spesso poco visibile all’esterno: l’abbandono di rifiuti nelle grotte, negli inghiottitoi e negli ambienti carsici.
“Puliamo il Buio” porta infatti sottoterra lo spirito delle campagne ambientali dedicate alla pulizia del territorio, coinvolgendo direttamente gli speleologi nell’individuazione, documentazione e rimozione dei rifiuti presenti nelle cavità naturali.
Un 13 settembre dal significato particolare
L’edizione di quest’anno assume inoltre un valore speciale. La giornata scelta per l’intervento coincide infatti con la prima celebrazione della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, istituita dall’UNESCO.
La concomitanza lega idealmente l’azione concreta di pulizia della Buca di Pianiza a un messaggio più ampio: le grotte e i territori carsici sono ambienti naturali delicati, archivi di storia geologica e climatica, habitat e riserve d’acqua che richiedono conoscenza, attenzione e tutela.
Per gli speleologi, la frequentazione del mondo sotterraneo non significa soltanto esplorazione e ricerca. Significa anche assumersi la responsabilità della sua conservazione, documentare le situazioni di degrado e contribuire alla diffusione di una maggiore consapevolezza sul valore degli ambienti ipogei.
La FST rinnova l’impegno per Puliamo il Buio
Con l’appuntamento alla Buca di Pianiza, la Federazione Speleologica Toscana rinnova dunque la propria partecipazione alla campagna promossa dalla SSI insieme a Legambiente, trasformando la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo in un’occasione concreta di intervento sul territorio.
L’iniziativa del 13 settembre a Molazzana sarà così non soltanto una giornata dedicata alla rimozione dei rifiuti dal sottosuolo, ma anche un momento per richiamare l’attenzione sul ruolo che la speleologia può svolgere nella conoscenza, nel monitoraggio e nella protezione del patrimonio carsico.
Avevamo già anticipato l’iniziativa lo scorso luglio, annunciando la scelta della Buca di Pianiza come luogo dell’intervento 2026. La nuova comunicazione della Federazione Speleologica Toscana conferma ora l’appuntamento del 13 settembre e invita a conoscere più nel dettaglio l’operazione attraverso l’articolo pubblicato sul sito della FST.
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L’organizzazione segnala ripetuti tentativi di attacco al sito e disagi durante le iscrizioni. La tariffa agevolata resterà disponibile fino alle 23:59 di giovedì 10 settembre 2026
Solo due giorni fa raccontavamo su Scintilena di un sogno che, giorno dopo giorno, sta prendendo forma: Costacciaro 2026, il Raduno Internazionale di Speleologia in programma dal 29 ottobre al 1° novembre nel cuore del Monte Cucco.
E ricordavamo anche una scadenza: quella dell’Early Bird, prevista per
L’organizzazione segnala ripetuti tentativi di attacco al sito e disagi durante le iscrizioni. La tariffa agevolata resterà disponibile fino alle 23:59 di giovedì 10 settembre 2026
Solo due giorni fa raccontavamo su Scintilena di un sogno che, giorno dopo giorno, sta prendendo forma: Costacciaro 2026, il Raduno Internazionale di Speleologia in programma dal 29 ottobre al 1° novembre nel cuore del Monte Cucco.
E ricordavamo anche una scadenza: quella dell’Early Bird, prevista per il 31 agosto.
Adesso arriva una buona notizia per chi non è riuscito a completare l’iscrizione, anche se il motivo che ha portato alla proroga è decisamente meno piacevole.
Secondo quanto comunica Luca Bussolati a nome dell’organizzazione di Costacciaro 2026, negli ultimi giorni il sito del Raduno sarebbe stato interessato da ripetuti tentativi di attacco informatico, che avrebbero provocato problemi e disagi anche ad alcune persone impegnate nella procedura di iscrizione.
Da qui la decisione: la tariffa Early Bird viene prorogata fino alle ore 23:59 di giovedì 10 settembre 2026.
Con l’ironia che da sempre accompagna i raduni speleologici, il messaggio diffuso dall’organizzazione comincia così:
Care Speleologhe, cari Speleologi, cari Amici e cari Nemici!
Lo diciamo con un misto di orgoglio ed imbarazzo: il sito del Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro 2026 è evidentemente troppo interessante!
Talmente interessante che negli ultimi giorni è stato preso di mira più volte da tentativi di attacco informatico.
Capiamo che non è esattamente il tipo di attenzione che cercavamo (avremmo preferito la vostra sinceramente) ma qualcuno, da qualche parte, ha deciso che le nostre grotte meritassero anche un po’ di attenzione… digitale.
Onorati, ma anche un po’ scocciati, visto che questo ha creato disagi a chi stava cercando di iscriversi.
L’organizzazione si scusa con quanti abbiano incontrato difficoltà e annuncia quindi la nuova scadenza:
Per questo motivo, e con sincere scuse a chiunque abbia avuto problemi durante il processo di iscrizione, abbiamo deciso di prorogare l’Early Bird fino alle 23:59 di giovedì 10 settembre 2026.
Avete quindi qualche giorno in più per assicurarvi la quota agevolata, senza dover competere con eventuali hacker per un posto nel form di registrazione.
Chi avesse riscontrato problemi tecnici viene invitato a contattare direttamente l’organizzazione, che assicura di essere già al lavoro per risolverli.
Se avete riscontrato problemi tecnici durante il tentativo di iscrizione, scriveteci con uno spirito collaborativo e risolveremo tutto, promesso (i nostri whitehat sono già all’opera).
Insomma, questa volta l’Early Bird vola un po’ più a lungo.
La nuova scadenza da segnare è giovedì 10 settembre alle 23:59.
Poi davvero niente scuse: Costacciaro si avvicina.
Aria. Acqua. Terra. Fuoco. Vuoto. E, a quanto pare, anche qualche hacker.
Il Raduno Internazionale di Speleologia si svolgerà a Costacciaro dal 29 ottobre al 1° novembre 2026.
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Buzio–Capitano Paff: la giunzione che cambia la geografia sotterranea del Moncodeno
Una nuova esplorazione collega la Buzio allo storico Capitano Paff. Nasce un grande complesso che, secondo le prime stime, potrebbe superare gli 800 metri di profondità. Sotto, restano acqua, pozzi, finestre e tanti punti interrogativi e domande ancora aperte
Progetto InGrigna! all’opera nel weekend del 29 e 30 agosto 2026.
I partecipanti al week end speleo sui monti del Grignone, anziché limit
Buzio–Capitano Paff: la giunzione che cambia la geografia sotterranea del Moncodeno
Una nuova esplorazione collega la Buzio allo storico Capitano Paff. Nasce un grande complesso che, secondo le prime stime, potrebbe superare gli 800 metri di profondità. Sotto, restano acqua, pozzi, finestre e tanti punti interrogativi e domande ancora aperte
Progetto InGrigna! all’opera nel weekend del 29 e 30 agosto 2026.
I partecipanti al week end speleo sui monti del Grignone, anziché limitarsi a tornare a casa stanchi, sporchi e soddisfatti, sono andati oltre: hanno spalancato una porta che per anni era esistita soltanto nei rilievi e nelle intuizioni, e da sempre nella geologia del Moncodeno.
L’Abisso Buzio ha giuntato Capitano Paff.
La notizia è arrivata con l’entusiasmo incontenibile degli esploratori: una connessione attesa, immaginata e inseguita che ridisegna la geografia sotterranea del Moncodeno e unisce due storie esplorative fino a ieri separate.
«È nato il complesso del Moncodeno», è stato uno dei primi commenti circolati dopo la punta.7
Quale definizione può essere più efficace?
foto Francesco Ornaghi
La squadra ha seguito la prosecuzione profonda della Buzio privilegiando il ramo più fossile, lasciandosi alle spalle numerose possibilità laterali.
La progressione non è stata semplice. Lunghi traversi, tratti bagnati, armi da sistemare e passaggi impegnativi hanno rallentato l’avanzamento. Uno dei traversi ha richiesto un notevole lavoro di attrezzamento e il consumo di parecchia corda.
Foto Gialuca Perucchini
Al fondo gli esploratori stimano di essere scesi di circa 90 metri, raggiungendo una quota nell’ordine dei –410 metri rispetto alla Buzio.
Qui la situazione comincia a diventare ancora più interessante.
Pischelli in avvicinamento – foto Gianluca Perucchini
Il ramo principale non sembra infatti aver detto la sua ultima parola: una prosecuzione è stata lasciata su un piccolo pozzo e, soprattutto, lungo l’esplorazione sono state volutamente trascurate diverse finestre.
La corsa era verso il fondo.
Adesso bisognerà tornare indietro a guardare tutto ciò che è rimasto ai lati.
Un altro indizio importante viene dall’idrologia.
Foto Matteo Pinna
In alcuni punti inferiori gli esploratori hanno chiaramente percepito il rumore dell’acqua. Nella forra la portata osservata era relativamente modesta, ma nulla esclude che possa aumentare più in basso.
Da qui nasce una delle ipotesi più suggestive: sotto il ramo fossile percorso potrebbe esistere un bypass attivo, capace di riconnettersi ad altri settori del sistema.
La giunzione appena realizzata, quindi, potrebbe essere soltanto una delle connessioni possibili.
Una circostanza perfettamente coerente con un reticolo carsico complesso, nel quale vie fossili sovrapposte e drenaggi attivi possono incontrarsi, separarsi e ritrovarsi a quote differenti.
Tra gli obiettivi delle prossime esplorazioni ci saranno soprattutto le numerose finestre osservate durante la discesa.
Foto Rossella Giannuzzi
Una, in particolare, è stata segnalata nella zona di un grande pozzo indicato inizialmente come P60. Il confronto successivo con i vecchi rilievi ha portato a collocarla probabilmente nella zona del P42, ma sarà il nuovo rilievo a stabilirne con precisione la posizione.
Alcune delle aperture tralasciate mostrerebbero caratteristiche freatiche. Questo dettaglio le rende interessanti.
Le vie freatiche, spesso più orizzontali, potrebbero infatti rappresentare antichi livelli di circolazione capaci di intercettare altri rami del complesso senza obbligare gli esploratori a inseguire soltanto le grandi verticali.
«Con poco sbattimento si trovano vie orizzontali che collegano al resto», è stata una delle osservazioni a caldo.
Tradotto: c’è ancora parecchio da cercare.
Dopo l’esplorazione è iniziata immediatamente una seconda avventura: quella sui rilievi.
Il confronto con i dati Compass e con la documentazione delle vecchie esplorazioni belghe ha permesso di riconoscere nell’area interessata il ramo Euphoria di Capitano Paff.
I rilievi storici CSARI del 1993–1994 riportano per Euphoria circa 340 metri di sviluppo topografico, con un dislivello che raggiunge approssimativamente i –420 metri rispetto all’ingresso di Capitano Paff.
Particolarmente significativo è risultato il confronto con alcuni capisaldi dei vecchi rilievi, collocati proprio nella zona più prossima alla Buzio.
Pezzo dopo pezzo, le due geografie hanno cominciato a sovrapporsi.
Vecchie poligonali tracciate più di trent’anni fa e nuove misure digitali hanno finito per raccontare la stessa cosa.
La giunzione era lì.
Nel rileggere il vecchio rilievo è emerso anche un curioso dettaglio.
Come Francesca ha fatto notare, Jack, parlando delle zone esplorate, aveva tirato ballo Euphoria. Non si sa se per doti profetiche e se per confusione nella nomenclatura, il nostro Jack aveva indicato come Pozzo Euphoria quello che sarebbe invece il Pozzo dell’Oblio. L’attenzione era lì, proprio sul settore che avrebbe poi assunto un ruolo fondamentale nell’interpretazione della giunzione.
Memoria, vecchi nomi, rilievi incompleti, intuizioni e correzioni che acquistano senso soltanto molti anni dopo.
Prima ancora che il collegamento fosse completamente interpretato, si era già intuito che il fondo della Buzio potesse terminare nuovamente su Capitano Paff o avvicinarsi al Dito, nel ramo dell’Udito.
Alla luce della nuova giunzione, questa ipotesi acquista ancora più interesse.
Il settore potrebbe infatti contenere ulteriori connessioni tra i due sistemi, forse a quote diverse e attraverso morfologie differenti.
Foto Gianluca Perrucchini
Anche alcuni toponimi riportati nelle vecchie esplorazioni hanno quindi richiesto una rilettura: il confronto fra testimonianze, rilievi CSARI e dati moderni sta permettendo di ricostruire con maggiore precisione quali ambienti fossero effettivamente stati raggiunti dagli esploratori precedenti.
Una scoperta nuova può costringere a rileggere anche quella vecchia.
Con Buzio divenuta ingresso alto del sistema collegato a Capitano Paff, le prime valutazioni effettuate dagli esploratori indicano per il nuovo complesso una profondità potenzialmente superiore agli 800 metri.
È però un dato che dovrà essere verificato con la chiusura e l’elaborazione definitiva del rilievo.
La prudenza, in questi casi, è obbligatoria.
Ma la sostanza della scoperta non cambia: la connessione modifica radicalmente la lettura speleologica dell’area e apre prospettive esplorative considerevoli.
Perché il punto più interessante non è soltanto ciò che è stato unito.
È tutto quello che, grazie alla giunzione, improvvisamente diventa possibile cercare.
Al fondo resta una prosecuzione.
Sotto si sente l’acqua.
Lungo la discesa rimangono finestre.
I vecchi rilievi suggeriscono altri settori da confrontare.
E le geometrie del sistema fanno immaginare possibili ulteriori collegamenti.
La prossima fase sarà dunque fatta di nuove punte, rilievi, sovrapposizioni e ritorni nei punti volutamente ignorati durante la corsa verso il basso.
Dopo una giunzione del genere sarebbe facile parlare di un’esplorazione conclusa.
In realtà sembra vero esattamente il contrario.
Ed è Floriano Grigna a condensare perfettamente il senso di quanto sta accadendo sotto il Moncodeno: come ha detto Jack in grotta, in un momento clou, «…in realtà non può chiudere, la geologia non sbaglia.»
Mi è sembrata la miglior conclusione possibile, perché la giunzione Buzio–Capitano Paff è arrivata.
E ora a Maconi toccherà rifare il rilievo di Capitano Paff, come aveva profetizzato Marzio Merazzi a fine campo.
Toccherà agli speleo verficare fin dove ha ragione la geologia.
Salvo dimenticanze, sono stati coinvolti nelle attività del tranquillo week end di giunzioni: Alex Rinaldi, Andrea Maconi, Gianluca Perucchini, Riccardo Temponi, Cristian Paccani, Francesco Ornaghi, Rossella Giannuzzi (la prima -1150 della Puglia, ricordiamolo!), Floriano Martinaglia, Matteo Pinna, Francesca Cassina, Maurizio “Jack” Rizzotto,
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Sabato 5 settembre 2026 al Festival Sinestesie un incontro dedicato alla preistoria del territorio del Beigua e al Museo dell’Alpicella. Nell’entroterra di Varazze il Riparo di Rocca Due Teste conserva le tracce di frequentazioni dal Neolitico all’età dei metalli, in un particolare ambiente di roccia non calcarea.
VARAZZE (SV) – Un viaggio nella preistoria del Beigua, tra archeologia, ambiente e testimonianze delle comunità che migliaia di anni fa frequentavano l’entroterra ligure.
Sabato 5 settembre 2026 al Festival Sinestesie un incontro dedicato alla preistoria del territorio del Beigua e al Museo dell’Alpicella. Nell’entroterra di Varazze il Riparo di Rocca Due Teste conserva le tracce di frequentazioni dal Neolitico all’età dei metalli, in un particolare ambiente di roccia non calcarea.
VARAZZE (SV) – Un viaggio nella preistoria del Beigua, tra archeologia, ambiente e testimonianze delle comunità che migliaia di anni fa frequentavano l’entroterra ligure. È il tema dell’incontro con Fabio Negrino, docente di Archeologia preistorica e Paleontologia all’Università di Genova e speleologo, in programma sabato 5 settembre alle 21 al Giardino delle Boschine di Varazze, nell’ambito del Festival Sinestesie.
L’appuntamento, intitolato “La preistoria del Beigua e il Museo dell’Alpicella”, offre l’occasione per riscoprire un sito particolarmente interessante anche per chi si occupa del rapporto tra uomo e ambienti naturali: il Riparo sotto Roccia di Fenestrelle, o Rocca Due Teste, nei pressi della frazione di Alpicella.
Un riparo preistorico tra le rocce del Beigua
Scoperto casualmente nel 1977 da Mario Fenoglio, il riparo fu interessato da campagne archeologiche a partire dal 1979. Si apre alla base di una parete caratterizzata da una marcata scistosità ed è costituito da una stretta piattaforma naturale lunga circa 22 metri e larga non più di quattro.
Particolarmente curioso dal punto di vista geomorfologico è un profondo inghiottitoio, associato a un affioramento roccioso, che interrompe la piattaforma all’incirca a metà e divide il riparo in due settori.
Non si tratta, tuttavia, di una grotta carsica. Il Parco del Beigua definisce infatti Rocca Due Teste come una delle rare testimonianze liguri di insediamento preistorico in ambiente di roccia non calcarea: una precisazione importante in ambito speleologico, perché permette di inserire il sito nel più ampio tema dell’utilizzo umano di ripari e cavità naturali senza attribuirgli impropriamente un’origine carsica.
Dal Neolitico all’Età del Bronzo
Gli scavi hanno restituito una stratigrafia articolata. Nel settore occidentale sono particolarmente importanti i materiali riferibili al Neolitico Medio, con ceramiche della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata. La quantità dei reperti suggerisce che la frequentazione non fosse semplicemente occasionale.
Il riparo conobbe successivamente altre fasi di utilizzo. Tra i reperti figurano ceramiche e manufatti riferibili all’Età del Bronzo, compreso uno spillone in bronzo; la documentazione archeologica indica una presenza particolarmente significativa anche durante il Bronzo Finale.
Un dato di notevole interesse è inoltre la scoperta di una sepoltura incompleta di un fanciullo. Il Comune di Varazze la segnala come un caso finora unico di questo tipo al di fuori delle aree del Finalese e dell’Albenganese-Val Pennavaira.
Il sito racconta quindi un rapporto con il riparo naturale protratto per millenni e modificatosi nel tempo, dall’insediamento neolitico alle frequentazioni successive.
I reperti nel rinnovato Museo dell’Alpicella
Una parte importante dei materiali rinvenuti negli scavi è oggi conservata nell’Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio” di Alpicella, intitolata proprio allo studioso e conoscitore del territorio che individuò Rocca Due Teste nel 1977.
L’esposizione raccoglie reperti provenienti dalle campagne archeologiche condotte tra il 1979 e il 1987 a Fenestrelle-Rocca Due Teste e Alpicella ed è stata completamente riallestita tra il 2025 e il 2026. Il percorso mette in relazione i reperti con il contesto archeologico, geologico e paesaggistico nel quale vissero le comunità preistoriche del Beigua.
Pietra verde e incisioni rupestri
Rocca Due Teste non è un episodio isolato. Il comprensorio del Beigua conserva numerose testimonianze di frequentazione preistorica. In particolare nell’area di Sassello sono stati rinvenuti manufatti, asce, accette e semilavorati in pietra verde, mentre il territorio conserva anche un articolato patrimonio di incisioni rupestri: coppelle, intagli, croci, canalette e altri segni prodotti in epoche differenti.
Il Parco ha creato anche l’itinerario “Alpicella Neolitica”, che collega idealmente l’esposizione archeologica, il sito di Fenestrelle e il territorio circostante. Dal paese il riparo è raggiungibile seguendo un sentiero che scende verso il torrente Teiro e attraversa il cosiddetto Ponte dei Saraceni.
È un paesaggio nel quale archeologia e geologia risultano strettamente intrecciate: proprio le caratteristiche naturali delle rocce e dei rilievi contribuirono a determinare i luoghi scelti dall’uomo preistorico per sostare e insediarsi.
La Strada Megalitica di Alpicella
Nel territorio di Alpicella si trova anche la suggestiva Strada Megalitica, inserita dal Parco del Beigua nell’itinerario escursionistico “Alpicella Neolitica”. Il tracciato, immerso nel bosco, presenta un tratto lastricato lungo poco più di cento metri, delimitato da grandi blocchi di pietra, e conduce verso un’area caratterizzata da massi infissi nel terreno. La particolare disposizione delle strutture e l’orientamento verso il Monte Greppino hanno fatto ipotizzare in passato possibili funzioni rituali o legami con il ciclo solare. Datazione e funzione restano tuttavia incerte, poiché la struttura non è stata oggetto di indagini archeologiche sufficienti a confermarne l’origine preistorica. La cosiddetta Strada Megalitica rimane quindi uno degli elementi più enigmatici del paesaggio archeologico del Beigua, da leggere con cautela accanto alle testimonianze preistoriche documentate di Alpicella.
Foto Fabio Negrino
L’incontro a Varazze
L’incontro con Fabio Negrino si svolgerà sabato 5 settembre 2026 alle ore 21 al Giardino delle Boschine, in Piazza San Bartolomeo 3 a Varazze. La partecipazione è gratuita.
La serata fa parte di Sinestesie – Festival Varazze, manifestazione dedicata all’incontro tra cultura, natura e differenti forme espressive.
Per gli appassionati di archeologia e speleologia, l’appuntamento rappresenta soprattutto l’occasione per conoscere meglio uno dei siti preistorici più interessanti dell’immediato entroterra ligure: un riparo naturale che, insieme ai reperti conservati ad Alpicella, testimonia una storia di frequentazioni umane lunga diversi millenni.
Fonti: Parco Naturale Regionale del Beigua; Comune di Varazze – Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio”; programma Sinestesie – Festival Varazze.
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Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita.
A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio.
Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al
Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita.
A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio.
Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso aveva aperto la strada verso due nuovi pozzi e portato la grotta a circa -100 metri, lasciando intravedere la possibilità di proseguire ancora.
Nel giugno 2026 le esplorazioni ripartono. Quello che sembrava poter essere un grande pozzo si rivela una lunga diaclasi, che scende per circa 70 metri fino a una strettoia: F15 raggiunge così quota -170.
Con il campo di agosto la storia cambia passo. Una settimana di disostruzione permette di superare l’ostacolo e raggiungere due piccoli salti, poi un grande pozzo di 50 metri. Alla sua base si apre quello che gli esploratori battezzano semplicemente “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua che accompagna la discesa fino a -300 metri.
Un’altra strettoia, ancora un passaggio, poi improvvisamente lo spazio si allarga: un grande volume nel quale confluiscono tre pozzi di oltre 30 metri di larghezza. Ed è qui che compare un segno inequivocabile lasciato da chi era passato da un’altra parte del sistema: un vecchio spit. F15 ha raggiunto F33.
Una breve ricognizione fino al grande incrocio F5–Abisso Aldo–Fiat Lux–F33 conferma la nuova connessione: un altro tassello entra nel Complesso del Colle dei Signori e F15 diventa un nuovo -400.
E il punto finale, per ora, non c’è. Nell’ultima settimana del campo gli esploratori raggiungono un’altra finestra e scoprono un pozzo di 25 metri. A fermarli non è la grotta, ma la mancanza di materiale.
“Le esplorazioni continuano.”
A raccontare questa nuova pagina dell’esplorazione del Colle dei Signori è Agostino Chiesa, del GS Cycnus. Le fotografie sono di Alessia Calcagno, del GS Édouard-Alfred Martel.
Lasciamo dunque la parola ad Agostino e continuiamo a cullarci con le immagini di Alessia, per entrare con loro in F15.
F15, un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori di Agostino Chiesa – GS Cycnus
CAMPO SPELEO FRANCO-ITALIANO AL COLLE DEI SIGNORI
F15 un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori
Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, viene esplorato un nuovo ramo di F15. Attraverso una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso, si sono scesi due pozzi che hanno portato la grotta a circa -100 m. Da qui ci si ferma di fronte a una diaclasi che faceva sperare in un ulteriore grande pozzo, valutato all’incirca 80m.
A giugno 2026 riprendono le esplorazioni. Il pozzo si rivela una lunga diaclasi che scende per circa 70 m, portando lo sviluppo in sezione fino a -170 m dall’ingresso. Ci si ferma davanti ad una strettoia, da affrontare durante il campo estivo.
Ad agosto si installa il campo e si comincia la grande disostruzione. Dopo una settimana di lavori, accediamo a due piccoli salti che sono l’anticamera di un grande pozzo di 50 m alla cui base si apre quello che verrà chiamato “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua e che raggiunge la quota di -300 m.
Qui, una ulteriore strettoia rallenta l’esplorazione e richiede nuovo impegno disostruttivo. La fatica viene velocemente ricompensata perché al di là il vuoto è immenso: tre grandi pozzi si congiungono con dimensioni di oltre 30 m di larghezza per 70m circa di profondità. Si scende e, trovando un vecchio spit, ci rendiamo conto di aver congiunto F15 con F33.
Una breve ricognizione ci permette di giungere al grande incrocio F5-Abisso Aldo-Fiat Lux-F33 aggiungendo così un altro tassello al complesso del Colle dei Signori e un nuovo -400 m con F15.
Durante l’ultima settimana del campo ci si dedica a raggiungere una finestra sull’ultimo pozzo, quello della congiunzione. Al di là si trova un pozzo da 25 m che per mancanza di materiale non riusciamo a scendere, ma che sembrerebbe puntare a sud, in una zona “bianca”.
Le esplorazioni continueranno a settembre.
Tantissimi complimenti ad Agostino Chiesa, Alessia Calcagno e Jo Lamboglia, e anche a Stefania Castellino e a tutti gli speleologi italiani e francesi che hanno preso parte al campo e alle esplorazioni.
Un nuovo -400, un’importante congiunzione e tanto bel vuoto da inseguire: un risultato bellissimo, frutto di intuito, tenacia, fatica e soprattutto di un grande lavoro di squadra.
Bravissimi tutti, buone grotte e avanti così: F15 ha ancora molto da raccontare!
Le esplorazioni continuano!
Fonti: testo di Agostino Chiesa (GS Cycnus); fotografie di Alessia Calcagno (GS Édouard-Alfred Martel).
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Finiscono i campi estivi, restano esplorazioni, dati e grotte da documentare: è il momento di trasformare il lavoro sul campo in buoni rilievi, aggiornare il Catasto e, perché no, partecipare al concorso SSI
La stagione dei campi speleologici estivi si avvia verso la conclusione. È il momento dei rientri, dei bilanci, delle fotografie da riordinare e soprattutto delle esplorazioni da raccontare.
E raccontatele! Agli amici, sui social, ma anche sui Bollettini e sulle riviste: e su
Finiscono i campi estivi, restano esplorazioni, dati e grotte da documentare: è il momento di trasformare il lavoro sul campo in buoni rilievi, aggiornare il Catasto e, perché no, partecipare al concorso SSI
La stagione dei campi speleologici estivi si avvia verso la conclusione. È il momento dei rientri, dei bilanci, delle fotografie da riordinare e soprattutto delle esplorazioni da raccontare.
E raccontatele! Agli amici, sui social, ma anche sui Bollettini e sulle riviste: e su Scintilena, naturalmente.
Tra una relazione, qualche bella fotografia e il resoconto di ciò che è successo sottoterra, c’è un altro lavoro fondamentale, meno immediato ma indispensabile: realizzare buoni rilievi e fare in modo che i dati raccolti confluiscano nel Catasto.
Perché un’esplorazione non è soltanto arrivare dove prima non era arrivato nessuno: significa anche misurare, documentare e restituire agli altri speleologi e al futuro una rappresentazione chiara e affidabile della cavità.
Attraverso il rilievo e il Catasto, una parte importante del lavoro svolto sottoterra diventa patrimonio condiviso e rimane disponibile per le esplorazioni e gli studi futuri.
Quale momento migliore, allora, per ricordare che è aperta la terza edizione del concorso a premi “Rilievo: tra arte e tecnica”, promosso dalla Società Speleologica Italiana ETS, attraverso la Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali?
Il termine per presentare gli elaborati è fissato al 19 ottobre 2026. Per chi, terminati i campi estivi, si trova davanti appunti, misure e poligonali da trasformare in un rilievo completo, può essere uno stimolo in più per portare a termine il lavoro. E magari mettersi in gioco.
Chi può partecipare
La partecipazione è riservata ai soci SSI in regola con la quota associativa 2026. Sono ammessi rilievi 2D di cavità naturali italiane già inserite nel Catasto Grotte.
Ogni partecipante può concorrere con un solo elaborato, del quale deve essere autore principale.
L’obiettivo dell’iniziativa è promuovere la qualità del rilievo speleologico considerando i diversi aspetti che concorrono alla sua efficacia: leggibilità, completezza delle informazioni, accuratezza tecnica e qualità della restituzione grafica.
Il rilievo viene quindi valutato non soltanto come documento tecnico, ma anche come strumento attraverso il quale rendere leggibile e trasmettere la conoscenza di una cavità.
Quattro premi, compreso quello del pubblico
Il concorso prevede quattro riconoscimenti. I primi tre saranno assegnati da una giuria di esperti, mentre il quarto sarà deciso attraverso il voto del pubblico:
1° premio: 350 euro
2° premio: 300 euro
3° premio: 250 euro
Premio del pubblico: 200 euro
Il Premio del pubblico sarà assegnato attraverso la votazione dei partecipanti al Raduno Internazionale di Speleologia 2026 di Costacciaro, utilizzando l’apposita scheda che sarà inserita nella documentazione che si riceverà alla registrazione al Raduno.
I lavori selezionati saranno esposti durante il Raduno di Costacciaro.
Ogni partecipante al Raduno potrà votare un solo rilievo: sarà possibile votare fino alle ore 17:00 del 31/10/2026
A seguire, la proclamazione dei vincitori.
Come partecipare
Il rilievo dovrà essere presentato in formato A0 e accompagnato dalla documentazione tecnica prevista dal bando.
Gli elaborati dovranno essere inviati entro il 19 ottobre 2026 all’indirizzo: concorsorilievo@socissi.it
È previsto un contributo di 20 euro per la stampa del rilievo.
Gli elaborati devono inoltre rispettare i criteri formali indicati nel regolamento. Tra questi, l’esclusione di elementi grafici non ammessi, come fotografie o sfondi decorativi, e la distribuzione del rilievo con licenza Creative Commons CC-BY-NC-SA.
Prima di preparare il materiale è quindi importante leggere attentamente il bando completo, nel quale sono specificati requisiti, caratteristiche degli elaborati e documentazione richiesta.
Perché soltanto rilievi 2D?
La scelta di dedicare il concorso ai rilievi bidimensionali tiene conto dell’attuale fase di evoluzione degli strumenti di rilievo e rappresentazione.
Le tecnologie 3D stanno infatti assumendo un ruolo sempre più importante nella documentazione delle cavità, ma le modalità con cui questi dati vengono rappresentati e restituiti sono ancora in rapido sviluppo e non pienamente standardizzate.
Questo non significa che il 3D resterà fuori dal Raduno: la Sala Rilievi potrà ospitare anche contributi fuori concorso ed esperienze multimediali tridimensionali, offrendo uno spazio di confronto sulle nuove possibilità della documentazione speleologica.
Dai campi estivi al Catasto
I campi finiscono, le esplorazioni continuano a vivere nei dati raccolti.
Un buon rilievo richiede tempo. Nasce sottoterra, tra capisaldi, misure, osservazioni e inevitabili difficoltà operative, e continua fuori dalla grotta con l’elaborazione e la restituzione dei dati.
E’ importante che quel lavoro non rimanga soltanto negli archivi dei gruppi o negli hard disk di chi ha partecipato alle esplorazioni. Documentare le cavità e aggiornare il Catasto significa mettere a disposizione della comunità speleologica conoscenze che potranno essere utilizzate, verificate e sviluppate nel tempo.
Il concorso SSI offre un’occasione in più per valorizzare questo lavoro, confrontarlo con quello di altri speleologi e contribuire alla diffusione di una cultura del rilievo fondata sulla qualità tecnica e sulla chiarezza della rappresentazione.
La scadenza per partecipare è il 19 ottobre 2026.
Quindi, finite di raccontare i vostri campi estivi – e mandateci pure le notizie per Scintilena – poi recuperate taccuini, dati e poligonali.
Fate rilievi accurati, metteteli a Catasto.
E mettetevi in gioco!
Per tutti i dettagli, i requisiti e le modalità di partecipazione è possibile consultare il bando completo:
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Dal 13 al 23 agosto la Federazione Speleologica Campana è tornata a riunire i gruppi sul massiccio degli Alburni. Dieci giorni di esplorazioni, attività sul territorio e vita da campo, culminati nell’importante risultato ottenuto da Renato Ricco con l’attraversamento del sifone a monte della Grava II di Campitelli (CP 107).
Dal 13 al 23 agosto 2026 il massiccio degli Alburni ha ospitato il Campo Speleologico Federativo Alburni 2026, organizzato dalla Federazione Speleologica Campana
Dal 13 al 23 agosto la Federazione Speleologica Campana è tornata a riunire i gruppi sul massiccio degli Alburni. Dieci giorni di esplorazioni, attività sul territorio e vita da campo, culminati nell’importante risultato ottenuto da Renato Ricco con l’attraversamento del sifone a monte della Grava II di Campitelli (CP 107).
Dal 13 al 23 agosto 2026 il massiccio degli Alburni ha ospitato il Campo Speleologico Federativo Alburni 2026, organizzato dalla Federazione Speleologica Campana: un appuntamento che, dopo alcuni anni, ha riportato speleologi e gruppi campani a condividere sul campo esplorazioni, ricerca, lavoro e momenti di socialità.
Sono stati più di 60 i partecipanti che hanno preso parte alle attività, con numerose uscite nelle cavità del massiccio e giornate trascorse tra grotte e boschi, facendo del campo non soltanto una base per l’attività speleologica, ma anche un importante momento di incontro e collaborazione.
Grava II di Campitelli: confermata la connessione con DPiF
Il risultato speleologico più significativo del campo è arrivato alla Grava II di Campitelli (CP 107).
Nel corso delle esplorazioni Renato Ricco ha attraversato il sifone a monte della cavità, confermando la connessione con Don Pasquale il Fotografo – DPiF (CP 1399).
Un risultato importante per la conoscenza del sistema carsico degli Alburni, che aggiunge un nuovo elemento alla ricostruzione dei rapporti tra le cavità dell’area e apre la strada alla prosecuzione delle ricerche e delle esplorazioni.
Ripristinato anche il Sentiero delle Grave
Il Campo Federativo non è stato dedicato soltanto all’attività sotterranea.
I partecipanti sono intervenuti anche sul Sentiero delle Grave, effettuando lavori di ripristino nel tratto compreso dall’Aresta a Madonna del Monte.
L’intervento ha riguardato la sistemazione del percorso e l’installazione di nuovi pali segnaletici, contribuendo così a rendere nuovamente riconoscibile e percorribile un itinerario strettamente legato al territorio carsico degli Alburni.
Dieci giorni di speleologia e condivisione
Accanto alle esplorazioni e ai lavori sul territorio, il Campo Speleologico Federativo ha ritrovato uno degli aspetti che storicamente caratterizzano questi appuntamenti: la vita comune.
Le immagini del campo raccontano tende e attrezzature nel bosco, partenze verso le grotte, preparativi per le esplorazioni e lunghe serate attorno al fuoco. Dieci giorni di grotte, boschi, lavoro, risate e vita da campo, nei quali gruppi e speleologi hanno potuto tornare a confrontarsi e lavorare fianco a fianco.
«Grazie davvero a tutti. È stato bello tornare a stare insieme così», è il messaggio con cui la Federazione Speleologica Campana ha concluso il racconto dell’iniziativa.
Fonte: post social e foto Federazione Speleologica Campana
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Nuove esplorazioni, vecchi abissi e ancora molti punti interrogativi nel sottosuolo della Grigna Settentrionale
Link al numero 43 – agosto 2026: https://archive.org/details/lga-c-43
È online, uscito a spron battuto, il numero 43 della “Grigna al Contrario”, il magazine di InGrigna!, curato da Marco Corvi e dedicato alle esplorazioni speleologiche nel massiccio della Grigna Settentrionale.
Il nuovo numero, datato agosto 2026, racconta il campo estivo di quest’anno: un campo
È online, uscito a spron battuto, il numero 43 della “Grigna al Contrario”, il magazine di InGrigna!, curato da Marco Corvi e dedicato alle esplorazioni speleologiche nel massiccio della Grigna Settentrionale.
Il nuovo numero, datato agosto 2026, racconta il campo estivo di quest’anno: un campo senza il Bogani, ma favorito dal bel tempo e dalla presenza di molti volti nuovi. Ancora una volta le esplorazioni si sono distribuite su diversi fronti, dall’Abisso Buzio, che continua a promettere sviluppi importanti per la conoscenza del carsismo profondo della Grigna, all’Abisso del Pilastro, al Dito della Piancaformia e a W le Donne.
Nel Dedalo del Dito si torna a lavorare nei rami laterali del Dito LOLC 1967. La revisione delle zone intorno al P106 e del Ramo dell’Udito porta alla scoperta di nuovi ambienti e soprattutto di un interessante reticolo di condotte freatiche, con nuove possibilità di sviluppo orizzontale. Una punta di 21 ore aggiunge anche una sessantina di metri al rilievo.
L’incisione “La Grigna al Contrario” è un’opera di Laura Pitscheider, originariamente pubblicata sul blog Acquatintared
A W le Donne, nel ramo a -1300 metri, l’esplorazione continua in un ambiente decisamente severo: freddo, acqua e forti correnti d’aria accompagnano il riarmo di alcuni tratti, il rilievo e la prosecuzione di una risalita, mentre viene individuato anche il posto per un nuovo campo interno nella galleria “Grazie Giovanni”.
Una curiosa dotta parentesi storico-bibliografica “Ad perpetuam rei memoriam”, dedicata al documento pontificio che indica San Benedetto Abate come patrono degli speleologi italiani.
Grande protagonista del numero l’Abisso del Pilastro: dopo una lunga pausa le esplorazioni sono ripartite con una serie di punte ravvicinate: strettoie da disostruire, meandri, nuovi pozzi e soprattutto tanta aria che indica la strada.
Completano il numero altri racconti e contributi — da “Poltergeist può aspettare” alla “Scoperta delle molte facce della Grigna”, fino a “Ho paura di svegliarmi e scoprire che era tutto un sogno” e “Certezze granitiche al Pilastro” — che restituiscono, con registri diversi, il clima delle esplorazioni e della vita nel Grignone.