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    Condividi Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026) Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo
     

A Napoli riapre il Cimitero delle Fontanelle

Apríl 29th 2026 at 12:00

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Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026)

Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo 2020, il sito ha riaperto definitivamente al pubblico il 18 aprile 2026, diventando un polo culturale permanente gestito con un innovativo partenariato pubblico-privato.[1][2][3][4][5]


Contesto Geografico: Il Rione Sanità


Rione Sanità, Naples
Il Cimitero si trova all’estremità occidentale del vallone naturale della Sanità, uno dei rioni di Napoli più ricchi di storia e tradizioni, posto appena fuori dai confini della città greco-romana, nella zona scelta sin dall’antichità per la necropoli pagana e, successivamente, per i primi cimiteri cristiani. La zona è incisa da un sistema di impluvi naturali che dalle colline oggi chiamate Colli Aminei convergevano verso il basso, erodendo nel corso dei millenni i banchi tufacei e creando le condizioni ideali per l’estrazione della pietra da costruzione.[6][2][7]
Via Fontanelle, l’arteria che conduce all’ossario, ricalca il percorso del vecchio impluvio naturale, ai cui bordi si trovano numerose cave che fino al XX secolo hanno fornito tufo per le costruzioni cittadine. Il nome “Fontanelle” deriva dalla presenza, in tempi remoti, di sorgenti d’acqua nella zona.[6][2][8]


Origini e Geologia della Cavità

Le Cave di Tufo

La struttura fisica del cimitero è il risultato di millenni di attività estrattiva. Le cave di tufo giallo furono scavate a partire dal periodo aragonese (secoli XIV–XV), quando la città aveva un crescente bisogno di materiale da costruzione. Le gallerie risultanti — vere e proprie “navate” sotterranee — raggiungono un volume stimato di circa 30.000 m³ su una superficie di circa 3.000 m². La roccia tufacea, porosa e relativamente morbida, è facilmente lavorabile e conferisce agli ambienti la caratteristica umidità che, a sua volta, produce sulla superficie delle ossa gocce di condensa: un fenomeno naturale che nei secoli ha alimentato leggende sui “teschi sudati”.[2][8][9][10]

Dalle Cave all’Ossario

Prima del XVI secolo, i defunti venivano sepolti sotto le chiese. Quando lo spazio si esauriva, i cosiddetti “salmatari” — addetti alle esumazioni — disseppellivano di notte le ossa più antiche e le trasportavano nelle cave periferiche, compresa quella delle Fontanelle. La data di svolta che trasforma definitivamente la cava in camposanto è il 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste si abbatté su Napoli causando, secondo le stime, circa 200.000–250.000 vittime su una popolazione di 400.000 abitanti. Le autorità ordinarono di riaprire le cave delle Fontanelle per ospitare le salme, e da allora il sito non cessò mai la sua funzione funeraria.[6][4][11]


Storia Cronologica dell’Ossario

PeriodoEvento
Sec. XIV–XVScavo delle cave di tufo nel Rione Sanità
1656Epidemia di peste: il sito diventa cimitero collettivo
1764Grande carestia: nuovi depositi di salme (arch. Carlo Praus)[6]
1806–1815Decennio francese: le ossa dalle chiese vengono trasferite alle Fontanelle[4]
1836–1837Epidemia di colera: nuovi resti accolti nell’ossario[2][4]
Fine ‘800Padre Gaetano Barbati ordina e sistema le ossa in cataste ordinate[12][13]
1872Il Comune di Napoli apre ufficialmente il sito al pubblico[4][13]
1934Depositate le ossa ritrovate durante i lavori al Maschio Angioino[4][12]
Anni ’60La Chiesa proibisce il culto delle capuzzelle; il sito cade in abbandono[14]
2004Prima riapertura con lavori di risanamento statico (cavità C0096)[14]
2010Riapertura definitiva dopo occupazione pacifica degli abitanti del Rione[15]
2018–2019Chiusura per motivi di sicurezza strutturale[15]
Marzo 2020Chiusura ulteriore a causa del lockdown COVID-19[5]
2023La cooperativa La Paranza vince il bando del Comune per la valorizzazione[16]
18 aprile 2026Riapertura permanente con marcia di comunità[1][3]

Il Ruolo di Padre Gaetano Barbati

La figura che più ha segnato la configurazione attuale del cimitero è quella di padre Gaetano Barbati, il sacerdote che alla fine dell’Ottocento, guidato da una profonda pietà verso quei resti anonimi, organizzò la sistemazione delle migliaia di ossa in cataste ordinate: crani da un lato, tibie dall’altro, con le prime cappelle provvisorie. Da allora sorse in modo spontaneo e progressivo una devozione popolare straordinaria verso quei defunti anonimi, identificati dai fedeli come anime bisognose di cura e in grado di intercedere per i vivi. Una statua di Barbati si trova ancora oggi all’interno del cimitero, nella prima sala.[12][13]


Il Culto delle Anime Pezzentelle

Origini Teologiche e Culturali

Il culto delle anime pezzentelle affonda le radici nella tradizione cattolica della dottrina del Purgatorio e nella pratica della preghiera in suffragio dei defunti, particolarmente rafforzata dalla Controriforma nel XVII secolo. A Napoli, però, questa pratica religiosa si trasforma in qualcosa di più diretto, tangibile e reciproco: un patto tra i vivi e i morti. Il termine “pezzentelle” deriva dal latino petere — “chiedere per ottenere” — poiché queste anime, anonime e dimenticate, chiedono preghiere per alleviare la loro permanenza nel Purgatorio.[17][4]

Il Rito della Capuzzella


Il nucleo del culto è la cosiddetta “capuzzella” — diminutivo napoletano di “testa” — che designa il teschio anonimo adottato da un devoto. Il rito si articolava in fasi precise:[18][19]

  • Scelta del teschio: il devoto sceglieva un cranio tra quelli dell’ossario, spesso sulla base di un sogno o di un’intuizione
  • Pulitura e cura: il teschio veniva deterso con alcool e cotone, luciidato e adagiato su un cuscino ricamato all’interno di una teca lignea[18]
  • Offerte e preghiere: il devoto accendeva ceri, disponeva immagini sacre, offriva rosari e monete, e pregava regolarmente per l’anima della capuzzella[19][18]
  • Lo scambio: in cambio delle cure, l’anima pezzentella avrebbe interceduto a favore del devoto, comunicandogli grazie, protezione e — secondo la credenza popolare — i numeri del lotto da giocare[8][4]

Se la grazia era concessa, le cure si intensificavano; se il teschio non “rispondeva”, lo si abbandonava e se ne adottava un altro. La tradizione ammetteva anche che un teschio trascurato potesse “vendicarsi” portando sfortuna al devoto.[4][8]

Divieto Ecclesiastico e Decadenza

Il culto non fu mai pienamente accettato dalla Chiesa cattolica, che lo considerava ai limiti dell’idolatria e del paganesimo. Nel 1969, l’arcivescovo di Napoli Corrado Ursi lo proibì formalmente con un apposito decreto, considerandolo un rito pagano incompatibile con la dottrina cristiana. In seguito al divieto, il culto si attenuò progressivamente e il cimitero cadde in uno stato di progressivo abbandono durante gli anni ’70 e ’80 del Novecento.[14][4][20]


Le “Capuzzelle” Famose e le Leggende

Il Teschio del Capitano

Il più celebre tra i teschi del cimitero è quello del “Capitano”, tenuto in una teca di vetro per preservarlo dall’umidità: unico tra i crani dell’ossario ad essere esposto in vetrina, è considerato dai napoletani un’anima pia per le numerose intercessioni attribuitagli. La leggenda più famosa che lo riguarda è quella dei “due sposi”: una giovane fidanzata aveva profonda venerazione per questo teschio, ma il suo promesso sposo, scettico, un giorno lo sfidò infilando un bastone nell’orbita oculare e invitandolo scherzosamente al matrimonio. Il giorno delle nozze apparve tra gli invitati uno sconosciuto in divisa da carabiniere, che rivelò di essere il Capitano stesso. Alla sua visione, entrambi gli sposi morirono per il terrore. Si narra che i loro resti si trovino ancora oggi nel cimitero, sotto la statua di Barbati.[21]

Donna Concetta

Un’altra capuzzella celebre è quella chiamata Donna Concetta, particolarmente nota per la sua lumonosità: più brillante delle altre, cattura meglio l’umidità della cavità. La leggenda vuole che “sudi” per comunicare ai devoti l’avvenuto compimento di una grazia: se al tatto il teschio è umido, la grazia è stata esaudita.[4]

La Leggenda di Giacomo Leopardi

Una credenza popolare, non verificata storicamente, vuole che anche i resti del poeta Giacomo Leopardi — morto a Napoli durante l’epidemia di colera del 1837 — riposino alle Fontanelle. La storiografia ha chiarito che il poeta fu inumato nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma la leggenda persiste come segno del potere mitopoietico del sito.[4][12]


Struttura Fisica e Caratteristiche Speleologiche


L’ossario si sviluppa come una serie di grandi gallerie tufacee disposte alla maniera di navate, che si diramano dalla cavità principale. Le caratteristiche fisiche del sito sono rilevanti:[10]

  • Superficie: circa 3.000 m²[2][10]
  • Volume della cavità: circa 30.000 m³[2]
  • Collocazione: scavata nel banco di tufo giallo napoletano, a diversi metri sotto il livello stradale del Rione Sanità
  • Umidità: molto elevata, dovuta alla struttura porosa del tufo e alla prossimità con falde idriche superficiali
  • Temperature: costanti e fresche, tipiche delle cavità tufacee napoletane

La natura ipogea del sito lo rende di interesse anche per la speleologia urbana: il sottosuolo di Napoli conta, secondo un censimento del 1967, almeno 366 cavità artificiali, e il Cimitero delle Fontanelle è tra le più estese e significative dal punto di vista storico. Studi sulla stabilità statica della cavità (denominata C0096) hanno preceduto le riaperture del 2004 e del 2026, confermando la necessità di interventi di consolidamento strutturale per garantire la sicurezza dei visitatori.[14][22][23]

Le Vicende Recenti: Chiusure e Riapertura del 2026

Un Sito Tormentato

Il Cimitero delle Fontanelle ha avuto una storia recente travagliata. Dopo la riapertura del 2010 — ottenuta grazie a un’occupazione pacifica degli abitanti del Rione — la gestione rimase affidata alla municipalizzata Napoli Servizi con aperture discontinue e irregolari. Nel 2018–2019 il sito chiuse definitivamente per motivi di sicurezza strutturale: mancavano sistemi antincendio, servizi igienici e uscite di emergenza. Il lockdown del marzo 2020 sigillò definitivamente l’ingresso, dando avvio a una lunga interruzione che durò oltre cinque anni.[5][15][23]

Il Progetto di Valorizzazione

La svolta arrivò nel 2023 quando il Comune di Napoli bandì una gara pubblica per la valorizzazione culturale del sito, vinta dalla cooperativa La Paranza del Rione Sanità — già protagonista del rilancio delle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso. Il progetto si basa sui principi della Convenzione di Faro, che riconosce alle comunità locali un ruolo attivo nella cura del patrimonio culturale.[3][24][16]

Il quadro economico dell’intervento è stato:

FinanziatoreImporto
Comune di Napoli (messa in sicurezza)200.000 €
Fondazione Con il Sud320.000 €
Fondazione di Comunità San Gennaro320.000 €
Totale investimentocirca 840.000 €

La Riapertura del 18 Aprile 2026

L’inaugurazione del 18 aprile 2026 ha avuto un carattere fortemente comunitario: alle 9:00 una “marcia di comunità” è partita da Largo Totò — la piazza intitolata al grande attore napoletano, simbolo del Rione — con la partecipazione di organizzazioni del terzo settore, scuole, parrocchie e cittadini. Alla cerimonia hanno presenziato il sindaco Gaetano Manfredi e l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia. Il sito è rimasto aperto gratuitamente fino alle 18:00 nella giornata inaugurale, e dal 19 aprile è visitabile regolarmente su prenotazione.[1][25][3]

Modalità di Visita e Servizi (dal 19 Aprile 2026)

Il nuovo modello di gestione ha introdotto importanti miglioramenti rispetto al passato:[3][26]

  • Orari: lunedì–domenica, 10:00–18:00 (ultimo ingresso 17:15); chiusura il mercoledì e il 25 dicembre
  • Accesso: solo su prenotazione obbligatoria tramite il sito ufficiale www.cimiterodellefontanelle.it
  • Tariffe: visita con accompagnamento da 6 €; visita guidata da 8 €[1]
  • Ingresso per fedeli: lunedì e venerdì, dalle 9:00 alle 10:00, gratuito, riservato al culto[3]
  • Capienza: max 3 gruppi da 25 persone contemporaneamente, inclusa la guida[3]
  • Accessibilità: barriere architettoniche abbattute; percorsi per disabili; audioguide per non vedenti[26][3]

Il “Miracolo del Rione Sanità”: La Cooperativa La Paranza

La cooperativa La Paranza nasce nel 2006 con l’obiettivo di creare lavoro valorizzando il patrimonio culturale del Rione Sanità, storicamente uno dei quartieri più problematici di Napoli. I risultati ottenuti nelle Catacombe di San Gennaro — oltre 200.000 visitatori all’anno, più di 60 occupati prevalentemente under 30, 13.000 m² di patrimonio culturale recuperato — hanno consolidato la sua reputazione di modello virtuoso di sviluppo sociale e culturale.[16]

Con la vittoria della gara per il Cimitero delle Fontanelle, La Paranza ha già attivato 11 inserimenti lavorativi di giovani del quartiere prima ancora della riapertura, tramite il programma formativo “Scopri le Fontanelle”. Sono previsti altri interventi nel Rione, incluso il rifacimento delle strade e il miglioramento della rete di trasporti.[3]


Valore Culturale, Antropologico e Scientifico

Il Cimitero delle Fontanelle è studiato da storici, antropologi, etnologi e speleologi per la sua eccezionale stratificazione di significati:

  • Storico: testimonia secoli di catastrofi demografiche che hanno segnato Napoli, dalla peste al colera, dalle eruzioni vulcaniche alle carestie[6][27]
  • Antropologico: il culto delle capuzzelle è uno dei più rari esempi documentati al mondo di un sistema rituale basato su una relazione di reciprocità tra vivi e defunti anonimi[19][17]
  • Religioso: illustra la tensione tra religiosità popolare e ortodossia ecclesiastica, che ha portato al divieto del culto nel 1969 ma non alla sua estinzione[4][20]
  • Speleologico/Geologico: la cavità tufacea è un campione rappresentativo del sottosuolo napoletano, che conta centinaia di cavità artificiali di origine estrattiva[28][22]
  • Archivistico: i depositi umani dell’ossario rappresentano un archivio biologico delle popolazioni napoletane dei secoli XVII–XIX, di interesse per la paleodemografia e la paleopatologia[29]

Un Comitato Scientifico presieduto dalla dottoressa Francesca Amirante — storica dell’arte ed esperta in valorizzazione di beni culturali — sovraintende alle attività di ricerca e conservazione, in collaborazione con Europa Nostra e la rete europea Faro Convention Network.[3]


Conclusione

La riapertura permanente del Cimitero delle Fontanelle nell’aprile 2026 non è solo un evento turistico: è la restituzione alla città di uno spazio di memoria collettiva che, nelle sue stratificazioni storiche, custodisce la storia dei dimenticati — i poveri, gli appestati, gli anonimi — e il rapporto tutto napoletano con la morte come parte viva del tessuto culturale urbano. Il modello pubblico-privato adottato, con la comunità del Rione Sanità come protagonista attiva, rappresenta una delle esperienze più significative di valorizzazione partecipata del patrimonio culturale nel Mezzogiorno italiano.[3][23]

L'articolo A Napoli riapre il Cimitero delle Fontanelle proviene da Scintilena.

Il Massiccio del Matese Sotto la Lente: Nuova Cartografia Idrologica per uno dei Maggiori Acquiferi Carsici d’Italia

Apríl 15th 2026 at 14:00

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Un team di ricercatori ha prodotto la prima mappatura sistematica delle aree endoreiche, delle doline e delle sorgenti del massiccio carsico del Matese, aprendo nuove prospettive per la gestione delle risorse idriche dell’Appennino centro-meridionale


Il Massiccio Carsico del Matese: un Acquifero Strategico

Il massiccio del Matese, al confine tra Campania e Molise, è uno dei sistemi carsici più estesi e idrologicamente rilevanti dell’Italia meridionale.

Con una superficie di circa 540 km² e quote che vanno dai 50 m fino ai 2050 m del Monte Miletto, questo massiccio calcareo alimenta sorgenti che riforniscono d’acqua milioni di persone attraverso l’Acquedotto Campano, che serve l’area di Napoli, e l’Acquedotto del Biferno, che serve il Molise.

La roccia del Matese è prevalentemente calcarea, di età triassico-miocenica, con uno spessore stimato tra i 2500 e i 3000 metri.

Questa sequenza altamente permeabile costituisce l’acquifero carsico principale.

Le precipitazioni medie annue nella zona del Lago Matese si attestano attorno a 1808 mm/anno, con gran parte delle piogge invernali che cadono sotto forma di neve oltre i 1000 m di quota.

Nel 2023, i ricercatori Giovanni Leone, Vincenzo Catani, Marco Pagnozzi, Michele Ginolfi, Giovanni Testa, Lorenzo Esposito e Francesco Fiorillo hanno pubblicato sul Journal of Maps uno studio che per la prima volta traccia una cartografia organica e georeferenziata di tutti i principali elementi idrologici del massiccio: aree endoreiche, doline, ponor, grotte e sorgenti carsiche.


La Metodologia: DEM ad Alta Risoluzione e Analisi GIS

Per realizzare la mappatura, il gruppo di ricerca ha utilizzato Modelli Digitali del Terreno (DEM) ad alta risoluzione: 1 metro e 5 metri di griglia. Attraverso strumenti di analisi GIS, ha identificato e perimetrato le depressioni chiuse che caratterizzano la superficie del massiccio. Per la localizzazione di ponor, grotte e sorgenti, i ricercatori hanno invece attinto alla cartografia esistente e alla letteratura scientifica specializzata.

Il risultato finale è un file vettoriale georeferenziato, disponibile in open access come materiale supplementare all’articolo, che rappresenta in modo integrato tutte le strutture idrologiche. Uno strumento subito spendibile in ambito gestionale e in ambito di ricerca applicata.

La scelta di combinare due risoluzioni differenti ha consentito di bilanciare il dettaglio morfologico con la copertura territoriale complessiva del massiccio.


Aree Endoreiche: il 31% del Massiccio non Drena Verso l’Esterno

Uno dei risultati più significativi dello studio riguarda le aree endoreiche, ovvero quelle zone in cui le acque meteoriche non defluiscono verso corsi d’acqua esterni ma si infiltrano direttamente nel sottosuolo carsico attraverso ponor e doline.

I ricercatori hanno identificato 321 aree endoreiche, che occupano complessivamente il 31% della superficie del massiccio, pari a circa 167 km². La maggior parte di esse, 271 su 321, ha dimensioni inferiori a 0,33 km². Le restanti corrispondono a strutture più ampie, tra le quali spicca il Polje del Lago Matese, la maggiore depressione endoreica del massiccio, con circa 43-45 km² di estensione e un’evoluzione morfologica controllata da faglie normali.

Nelle aree endoreiche, tutta l’acqua che cade non può uscire in superficie: si concentra nelle depressioni e scende nel sottosuolo attraverso gli inghiottitoi presenti sul fondo. I modelli idrologici stimano che circa il 70% delle precipitazioni nette da evapotraspirazione si infiltri ricaricando l’acquifero, contro il 30% che defluisce come ruscellamento superficiale.

Tra le aree endoreiche principali documentate nello studio si trovano anche i bacini del Lago di Letino e del Lago di Gallo Matese, entrambi artificiali, costruiti nella seconda metà del Novecento sbarrando corsi d’acqua che in passato si inabissavano naturalmente in ponor.


489 Doline Mappate: Soluzione e Collasso

Lo studio censisce 489 doline nel massiccio, classificate in due categorie geneticamente distinte.

Le doline di soluzione sono 433, pari a circa l’88% del totale. Si formano per dissoluzione chimica del calcare da parte dell’acqua meteorica e si trovano prevalentemente nelle zone di ricarica del massiccio, ovvero nelle aree sommitali.

Le doline di collasso sono invece 56. Nascono dal cedimento del tetto di cavità sotterranee ed emergono nelle zone di scarico del massiccio, in prossimità delle sorgenti basali. La loro presenza in queste aree è stata messa in relazione con flussi ascendenti di acque sotterranee ricche in CO? e H?S, gas di origine profonda che aumentano la dissoluzione delle rocce dal basso verso l’alto.

Un caso emblematico è la zona di Montepugliano-Telese, sul margine meridionale del massiccio, dove si concentrano 22 sinkholes di collasso in un’area di meno di 1,5 km². La densità anomala è legata all’affioramento di acque ipotermali sulfuree e all’attività della Faglia del Matese Meridionale, che crea percorsi preferenziali per la risalita di fluidi profondi.


Le Sorgenti Carsiche del Matese: Portate tra le Più Alte dell’Appennino

Le sorgenti del Matese sono tra le più importanti dell’Italia meridionale per portata e continuità di deflusso. Si trovano lungo i margini del massiccio, dove le rocce carbonatiche carsificate entrano in contatto con depositi poco permeabili come alluvioni e flysch.

Le principali sono:

  • Torano (Piedimonte Matese, 200 m s.l.m.): portata media 2,0 m³/s, captata dall’Acquedotto Campano per Napoli
  • Maretto (Piedimonte Matese, 170 m s.l.m.): portata media 1,0 m³/s, stesso utilizzo
  • Grassano (Telese Terme, 50-55 m s.l.m.): portata media 4,5 m³/s, uso idropotabile
  • Sorgenti settore nord (Bojano e dintorni): portata complessiva 2,8 m³/s, captate dall’Acquedotto del Biferno

L’analisi di correlazione incrociata effettuata dai ricercatori ha mostrato che la portata delle sorgenti dipende dalle precipitazioni cumulate nei 180-270 giorni precedenti. I coefficienti di Pearson più elevati sono stati calcolati per la sorgente Torano (r = 0,742 a 180 giorni) e Maretto (r = 0,776). Nonostante questa risposta “lenta” a scala stagionale, eventi di pioggia intensa producono aumenti rapidi e improvvisi della portata, tipici dei sistemi carsici a condotti.


Sfruttamento Idroelettrico: Storia e Impatto Idrogeologico

Lo studio dedica ampio spazio alle conseguenze che lo sfruttamento idroelettrico delle aree endoreiche ha avuto sul bilancio idrologico del massiccio nel corso del Novecento.

Il sistema idroelettrico del Matese fu sviluppato dalla Società Meridionale di Elettricità (SME), fondata a Napoli nel 1899. Nel 1923 furono attivati il primo e il secondo salto idroelettrico, sfruttando le acque del Lago Matese attraverso due cascate successive di 480 m e 353 m, per una potenza complessiva di 13.312 HP. La SME fu poi assorbita dall’ENEL nel 1962.

Per incrementare la disponibilità idrica, gli inghiottitoi principali del Lago Matese – Scennerato, Brecce, Caporale e Bufalara – furono cementati negli anni ’20 del Novecento. Studi idrologici del 1920 avevano stimato un deflusso medio annuale di 1006 L/s attraverso questi inghiottitoi, pari a circa il 31% delle precipitazioni sul bacino di 51 km². Con la loro chiusura, quella quota di ricarica concentrata dell’acquifero venne di fatto soppressa.

Negli anni ’60 furono poi costruiti i bacini artificiali dei Laghi di Letino e Gallo Matese, sbarrando rispettivamente il fiume Lete e il fiume Sava. Anche questi interventi hanno modificato la dinamica di ricarica concentrata del sistema carsico.


Acquifero Carsico del Matese, Faglie e Sismicità: una Connessione Sorprendente

Ricerche complementari condotte dallo stesso gruppo di ricerca hanno portato a un risultato di grande rilievo scientifico: i cicli stagionali di ricarica e scarica dell’acquifero del Matese inducono deformazioni misurabili nella crosta terrestre.

Le misurazioni GPS da cinque stazioni distribuite sul massiccio mostrano che il massiccio si dilata orizzontalmente durante le fasi di alta falda, in primavera, e si contrae durante le fasi di bassa falda, in estate e autunno. L’ampiezza massima della deformazione stagionale è di circa 6 × 10??, con correlazioni di Pearson superiori a 0,8 per alcune stazioni. Il segnale idrologico anticipa il segnale geodetico di circa 16 giorni.

Ricerche successive hanno esteso questa analisi alla sismicità: le variazioni di livello piezometrico modulano la frequenza degli eventi sismici in profondità, attraverso la diffusione della pressione dei fluidi nelle fratture. Il Matese si colloca così tra i rari sistemi carsici al mondo in cui l’idrogeologia influenza in modo misurabile sia la deformazione superficiale sia la sismicità profonda.


Una Mappa a Disposizione della Gestione del Territorio

Gli autori presentano esplicitamente il loro lavoro come uno strumento per la gestione delle risorse idriche, la protezione delle acque sotterranee e la tutela ambientale del massiccio. La cartografia georeferenziata è disponibile in open access come supplemento all’articolo.

Le aree endoreiche identificate sono zone di ricarica preferenziale dell’acquifero e presentano una vulnerabilità all’inquinamento molto elevata: nelle depressioni endoreiche, le acque superficiali si infiltrano rapidamente e direttamente nel sistema carsico, con scarsissima capacità di autodepurazione. Qualsiasi sostanza inquinante che raggiunga queste aree può arrivare in tempi brevi alle sorgenti basali.

Lo studio fornisce anche la base territoriale per la valutazione del rischio da sprofondamento nelle aree urbane prossimali alle zone di scarico, in particolare nella fascia Telese-Solopaca.


Fonti e Riferimenti

L'articolo Il Massiccio del Matese Sotto la Lente: Nuova Cartografia Idrologica per uno dei Maggiori Acquiferi Carsici d’Italia proviene da Scintilena.

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