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Alla scoperta dell’Acquedotto del Triglio: visita guidata nel sottosuolo tarantino con il Gruppo Speleo Statte

September 17th 2026 at 14:00

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Un’infrastruttura idraulica storica nel cuore delle Murge tarantine

L’Acquedotto del Triglio è una delle più imponenti opere di ingegneria idraulica antica della Puglia. Si tratta di un sistema complesso che attraversa i territori di Statte, Crispiano e Taranto, nella provincia ionica. L’opera combina gallerie artificiali scavate nella roccia, sorgenti naturali, pozzi verticali e un tratto monumentale in elevato caratterizzato da una successione di arcate.

Il Gruppo Speleo Statte organizza iniziative di visita guidata in un tratto ipogeo di questo acquedotto, offrendo ai partecipanti l’opportunitಳ di osservare da vicino un’infrastruttura normalmente invisibile. La visita si svolge in ambiente sotterraneo, con accesso regolamentato e accompagnamento da parte di speleologi esperti che studiano il sistema da anni.

Il sistema idraulico del Triglio: percorso, sorgenti e struttura

L’acquedotto prende il nome dalla località e dalla valle del Triglio, sul versante meridionale delle Murge tarantine. Il sistema intercetta e raccoglie acque provenienti da sorgenti situate nell’area del Monte Crispiano e le convoglia verso Taranto. Secondo la scheda del Comune di Statte, le gallerie sono alimentate da sei sorgenti, alcune attive e altre fossili, con nomi come Boccaladrona, Lazzarola, Rosamarina, Alezza, Miola e Monte Specchia.

Le acque vengono raccolte mediante raccordi e convogliate in un collettore, quindi nella galleria principale che passa sotto la collina di Montetermiti, attraversa Statte in corrispondenza della Via delle Sorgenti, raggiunge la Fontana Vecchia e prosegue verso Taranto. Il percorso è in parte sotterraneo e in parte esterno. L’ultimo tratto storico verso Taranto era caratterizzato da una successione di archi-canale.

Il sito CartApulia descrive il ponte dell’acquedotto lungo circa un chilometro, con arcate a tutto sesto larghe mediamente cinque metri e alte tra quattro e sei metri. La struttura presenta muratura a sacco, paramenti esterni in conci di tufo e crolli parziali. Le torrette in tufo visibili lungo Via delle Sorgenti non sono semplici elementi decorativi: sono pozzetti di aerazione, ispezione e manutenzione. Durante lo scavo servivano anche a organizzare il lavoro da più punti e a estrarre il materiale di risulta.

Lunghezza e datazione: cosa dicono le fonti

Esiste una differenza significativa tra le lunghezze riportate dalle diverse fonti, che va esplicitata chiaramente. Il Comune di Statte descrive l’opera come un sistema di circa otto chilometri di gallerie sotterranee. La letteratura scientifica segnala però una lunghezza complessiva del sistema fino a circa 18 km, includendo diramazioni e tratti non completamente sovrapponibili nelle diverse ricostruzioni.

La datazione dell’Acquedotto del Triglio non è univoca ed è importante distinguere tra dati documentati, ipotesi storiche e interpretazioni archeologiche. Il Comune di Statte riporta una tradizionale interpretazione secondo cui il primo tratto, dalle sorgenti fino a Statte, sarebbe stato realizzato nel 123 a.C., in relazione alla colonia Neptunia o Maritima e all’insediamento di ville suburbane. La stessa pagina comunale precisa però che questa ipotesi è stata superata da studi più recenti, orientati a interpretare l’opera come infrastruttura destinata al porto di Taranto.

Lo studio scientifico di Leucci, Parise, Sammarco e Scardozzi presenta il Triglio come acquedotto scavato in epoca romana e destinato a fornire acqua alla Tarentum antica. Gli autori ricordano comunque che sulla cronologia del canale principale permangono problemi archeologici: alcuni studiosi propongono l’etಳ romana, altri una fase bizantina.

Il tratto monumentale in elevato verso Taranto non deve essere automaticamente considerato contemporaneo alla galleria ipogea. Secondo lo studio CNR, la parte finale lunga circa tre chilometri, con oltre 200 arcate, assunse la forma monumentale nel XIV secolo. La banca dati CartApulia propone una lettura ancora più articolata: il tratto da Triglio a Statte potrebbe essere romano, mentre la parte restante sarebbe stata realizzata o modificata in epoca medievale. La scheda indica come periodo di riferimento l’Alto Medioevo (VII-X secolo), ma segnala l’incertezza dell’epoca di realizzazione.

Uso dell’acquedotto fino all’età contemporanea

Lo studio CNR segnala che l’infrastruttura rimase in uso fino al 1928, con restauri successivi, e che ancora in tempi recenti alcune parti sono utilizzate per l’irrigazione agricola. Una pubblicazione speleologica del 2007 riporta invece il 1922 come data di cessazione dell’approvvigionamento della città di Taranto. La differenza può dipendere dalla distinzione tra uso urbano potabile, uso residuo e uso agricolo.

Secondo quanto riportato dal professor Angelo Conte, l’acquedotto del Triglio fu costruito dai Romani fra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. La condotta ipogea proveniente dal territorio fra Crispiano e Statte convoglia le acque provenienti da sei gravine che, a una profondità di circa 9-10 metri, danno origine a un’unica condotta idrica che si dirige verso Taranto.

Struttura tecnica e indagini geofisiche

La galleria principale è un condotto scavato nel banco roccioso. Nella zona di Boccaladrona, studiata con rilievi speleologici e geofisici, il canale presenta un’altezza variabile fra circa 1,40 e 2,00 metri e una larghezza intorno ai 70 centimetri. Il soffitto è generalmente arcuato.

I pozzi verticali hanno dimensioni indicative di circa 80 × 80 centimetri e, in alcuni settori, sono distanziati di circa 20–42 metri. Le loro funzioni erano molteplici: ventilazione del condotto, accesso per ispezioni e manutenzione, rimozione dei detriti, controllo della profondità e della pendenza durante lo scavo, organizzazione del lavoro di avanzamento della galleria.

Alcuni tratti della volta e delle pareti sono stati rinforzati con piccoli blocchi di calcare. Lo studio CNR osserva che tali rinforzi possono essere riferiti a interventi compresi fra il V e il X secolo d.C., ma la cronologia delle singole opere di consolidamento richiede cautela.

Un lavoro pubblicato su Archaeological Prospection ha integrato archeologia, topografia, georadar (GPR) e tomografia elettrica di resistività (ERT). L’obiettivo era riconoscere e mappare un tratto sotterraneo minacciato dall’espansione di una cava vicina all’area industriale ILVA. Le indagini hanno documentato quattro pozzi verticali e circa 400 metri di galleria orizzontale. Il GPR ha permesso di riconoscere riflessioni associate alla volta del condotto, mentre l’ERT ha contribuito a ricostruire la stratigrafia e a distinguere le strutture artificiali da fratture o cavità carsiche riempite di sedimento.

Il contesto geologico e idrogeologico

Il settore del Triglio si trova sul versante meridionale dell’altopiano delle Murge, in un paesaggio caratterizzato da calcari e calcari dolomitici cretacici, ricoperti localmente da calcareniti e argille plio-pleistoceniche. Le gravine costituiscono incisioni vallive di origine fluvio-carsica.

Lo studio scientifico individua due livelli principali di acqua sotterranea nell’area: una falda superficiale sospesa, prossima alla superficie e localmente sostenuta da livelli argillosi, e una falda più profonda nei calcari cretacici. La progettazione dell’acquedotto presupponeva la capacità di intercettare la falda superficiale; le diramazioni secondarie furono probabilmente realizzate per aumentare la quantità d’acqua raccolta.

Questo quadro spiega perché l’acquedotto non sia soltanto un canale di trasporto: è anche un sistema di captazione e drenaggio, costruito adattandosi alla stratigrafia e alla circolazione idrica sotterranea.

L’iniziativa del Gruppo Speleo Statte

Il Gruppo Speleo Statte studia da anni la parte meno conosciuta del Triglio e ha contribuito al rilievo e alla documentazione del tracciato ipogeo. Le attività speleologiche hanno fornito dati utili per ricostruire le fasi costruttive, le tecniche di scavo e il funzionamento dell’opera.

Le visite guidate trasformano questo patrimonio specialistico in un’esperienza di divulgazione. Il valore dell’iniziativa non è soltanto turistico: consente di mostrare come la speleologia possa contribuire alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione delle cavità artificiali.

ȳ opportuno non presentare la visita come accesso libero a tutto l’acquedotto. Il percorso visitabile dipende dal tratto scelto dagli organizzatori, dallo stato della galleria, dalla presenza d’acqua, dalle condizioni meteorologiche e dalle autorizzazioni.

Un precedente evento “Statte Segreta”, documentato da La Scintilena nel 2025, prevedeva ritrovo al Rifugio Parco del Triglio, suddivisione in gruppi, attrezzatura fornita dall’organizzazione, contributo di 10 euro, massimo 25 partecipanti e indicazione di portare ricambi e guanti. Queste informazioni sono riferite a quell’edizione e non devono essere attribuite automaticamente all’annuncio attuale.

Informazioni pratiche e sicurezza

L’annuncio propone un’escursione esclusiva nei cunicoli dell’Acquedotto ipogeo del Triglio, con turni e piccoli gruppi. L’attrezzatura tecnica viene fornita dall’organizzazione e la prenotazione è obbligatoria per telefono al numero 353 4123514.

Il testo promozionale non specifica data e orari dell’evento, luogo esatto di ritrovo, durata della visita, importo del contributo, età minima o eventuali limiti fisici, abbigliamento personale obbligatorio, accessibilitಳ per persone con difficoltà motorie, condizioni di annullamento in caso di pioggia o piena, eventuali autorizzazioni o liberatorie, tratto preciso dell’acquedotto visitato.

Questi elementi devono essere richiesti al Gruppo Speleo Statte prima di pubblicare una scheda informativa definitiva. L’ambiente ipogeo richiede prudenza anche quando l’attrezzatura è fornita dagli organizzatori. Prima della visita è consigliabile chiarire se il percorso comporta passaggi bassi, acqua o fango, se è necessario camminare in acqua e fino a quale altezza, se sono presenti pozzi, scale, corde o tratti verticali, quali sono le condizioni minime di salute e mobilità, come viene gestita un’eventuale emergenza, se la visita viene sospesa dopo piogge intense, quali indumenti e calzature deve portare il partecipante.

Durante la visita è importante seguire esclusivamente il gruppo, non toccare murature, concrezioni o reperti, non abbandonare rifiuti, non entrare nei pozzi non inclusi nel percorso e non separarsi dagli accompagnatori. In un acquedotto storico la presenza di acqua, sedimenti e strutture fragili rende dannoso ogni comportamento esplorativo non autorizzato.

Il contesto carsico aumenta inoltre la vulnerabilità alle contaminazioni: gli acquiferi carsici hanno spesso rapida circolazione e limitata capacità di filtrazione naturale. Anche per questo la tutela dell’acqua e l’assenza di sostanze estranee nell’ambiente ipogeo devono essere considerate parte integrante della sicurezza e della conservazione.

Valore culturale e divulgativo dell’Acquedotto del Triglio

Il Triglio è un esempio di patrimonio ipogeo complesso. Non è soltanto una galleria romana, né soltanto un acquedotto monumentale: è un sistema stratificato, modificato e riutilizzato in epoche diverse.

La sua lettura richiede il confronto fra fonti storiche e cartografiche, archeologia dell’architettura, speleologia delle cavitಳ artificiali, idrogeologia e geologia del carsismo, rilievi topografici e tecniche geofisiche, documentazione degli interventi di restauro e delle trasformazioni recenti.

La visita guidata può quindi essere raccontata come un’esperienza di archeologia pubblica: il pubblico entra in contatto con un’opera normalmente invisibile e comprende il rapporto fra acqua, roccia, insediamento umano e sviluppo della città di Taranto.

Fonti

  1. Comune di Statte, “L’Acquedotto del Triglio” – https://www.comune.statte.ta.it/l-acquedotto-del-triglio
  2. Leucci G., Parise M., Sammarco M., Scardozzi G., “Ancient Hydraulic Works: The Triglio Underground Aqueduct (Apulia, Southern Italy)”, Archaeological Prospection (CNR-IRPI) – https://iris.cnr.it/retrieve/db94d25a-6fbf-4574-a399-e6f6f2a7d261/prod_355134-doc_115237.pdf
  3. CartApulia, scheda “Acquedotto del Triglio” – https://www.cartapulia.it/esplora-la-carta/-/rcp/ricercaCartapulia_INSTANCE_1yi8w0oVRO9u/dettaglio/28232
  4. Made in Taranto, “Acquedotto del Triglio: l’opera di ingegneria idraulica con più di …” – https://www.madeintaranto.org/acquedotto-del-triglio/
  5. La Scintilena, “Statte Segreta: visita speleologica all’acquedotto romano ipogeo del Parco del Triglio”, 26 luglio 2025 – https://www.scintilena.com/statte-segreta-visita-speleologica-allacquedotto-romano-ipogeo-del-parco-del-triglio/07/26/
  6. Fondo Ambiente Italiano, “ACQUEDOTTO DEL TRIGLIO | I Luoghi del Cuore” – https://fondoambiente.it/luoghi/acquedotto-del-triglio?ldc
  7. Salento a Colori, “L’Acquedotto del Triglio fra Statte e Taranto” – https://www.salentoacolory.it/lacquedotto-del-triglio-fra-statte-taranto/
  8. Crispianonline, “Conosciamo la Gravina di Triglie” – https://www.crispianonline.com/wp/2018/09/conosciamo-la-gravina-di-triglie/
  9. Fame di Sud, “Acquedotto del Triglio. Un’antica opera d’ingegneria idraulica da salvare. Incontro a Taranto” – https://www.famedisud.it/acquedotto-del-triglio-unantica-opera-dingegneria-idraulica-da-salvare-incontro-a-taranto/
  10. Lab Green and Blue, “Cronache d’acqua – Giulia Parlato – Taranto sotterranea” – https://lab.greenandblue.it/2024/cronache-acqua-immagini-sud-italia-cambiamento-climatico/articolo/giulia-parlato/taranto-sotterranea/
  11. Tripadvisor, “Acquedotto del Triglio (2025)” – https://www.tripadvisor.com/Attraction_Review-g4013729-d6560801-Reviews-Acquedotto_del_Triglio-Statte_Province_of_Taranto_Puglia.html
  12. Blog Puglia, “Statte, rassegna ‘Le vie dell’acqua: lungo il Triglio’ dal 23 al 25 settembre 2026” – https://www.blog.puglia.it/le-vie-dell-acqua-lungo-il-triglio-statte-23-25-settembre-2026/

Acquedotto del Triglio

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  • Puliamo il Buio 2026: bonifica all’inghiottitoio di Monte Carello tra Noci e Alberobello
    Condividi L’edizione 2026 della campagna nazionale “Puliamo il Buio” si è conclusa con un intervento di bonifica nell’inghiottitoio di Monte Carello, al confine tra Noci e Alberobello. Il GASP! – Gruppo Archeologico Speleologico Pugliese della Sezione CAI di Gioia del Colle “Donato Boscia” ha guidato le operazioni di pulizia, rimuovendo rifiuti accumulati in decenni e richiamando l’attenzione sulla tutela del patrimonio carsico e ipogeo. L’intervento di Puliamo il Buio 2026 a Monte Carello
     

Puliamo il Buio 2026: bonifica all’inghiottitoio di Monte Carello tra Noci e Alberobello

September 17th 2026 at 13:00

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L’edizione 2026 della campagna nazionale “Puliamo il Buio” si è conclusa con un intervento di bonifica nell’inghiottitoio di Monte Carello, al confine tra Noci e Alberobello. Il GASP! – Gruppo Archeologico Speleologico Pugliese della Sezione CAI di Gioia del Colle “Donato Boscia” ha guidato le operazioni di pulizia, rimuovendo rifiuti accumulati in decenni e richiamando l’attenzione sulla tutela del patrimonio carsico e ipogeo.

L’intervento di Puliamo il Buio 2026 a Monte Carello

L’inghiottitoio di Monte Carello è una cavità carsica di rilievo, situata in un’area di confine tra i comuni di Noci e Alberobello, nelle vicinanze delle storiche cave di alabastro. La conformazione della cavità ha richiesto l’impiego di tecniche e attrezzature speleologiche, con operazioni di discesa, raccolta e rimozione dei materiali in sicurezza.

Tra i rifiuti rinvenuti figurano vecchi medicinali, pezzi d’auto, carcasse di animali e persino siringhe, materiali che testimoniano un uso improprio della cavità protratto nel tempo. La presenza di questi materiali rappresenta un rischio per le acque sotterranee e per la fauna ipogea, oltre a deturpare un ambiente di valore naturalistico e geologico.

All’intervento hanno partecipato i soci del GASP!, che hanno dedicato tempo, energie e competenze per garantire il successo dell’iniziativa. La bonifica è stata accompagnata da attività di documentazione e sensibilizzazione, con l’obiettivo di rendere visibili le criticità e favorire interventi di recupero e segnalazione.

La presenza delle istituzioni e l’interesse dei media

Particolarmente significativa è stata la presenza dei sindaci di Noci e Alberobello, insieme a rappresentanti del Corpo Forestale dello Stato locale. La posizione dell’inghiottitoio, che interessa entrambi i territori comunali, ha reso ancora più importante la partecipazione congiunta delle due amministrazioni.

L’iniziativa ha suscitato l’interesse dei media locali, con la presenza della televisione Telenorba, che ha documentato l’attività e contribuito a portare all’attenzione del pubblico il valore della tutela del patrimonio ipogeo. Le riprese e le interviste hanno coinvolto Luca Benedetto, presidente del GASP!, la speleologa Anna Eva De Tomaso e i sindaci Francesco Intini (Noci) e Francesco De Carlo (Alberobello).

Puliamo il Buio: storia e attività nel corso degli anni

“Puliamo il Buio” è la campagna nazionale promossa dalla Società Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, attiva dal 2005. L’iniziativa si collega a “Puliamo il Mondo”, l’appuntamento annuale di Legambiente legato a Clean-up the World, il più grande evento di volontariato ambientale del mondo.

Dal 2005 al 2012, la SSI ha raccolto 130.817 kg di materiali, recuperati e avviati a discarica autorizzata, grazie all’opera volontaria di centinaia di speleologi. Complessivamente, dal 2005 sono stati realizzati 171 interventi di ripristino in Italia, con 163.000 kg di spazzatura raccolti in 64.000 ore di lavoro.

L’obiettivo di “Puliamo il Buio” è triplice: ripulire le cavità naturali e artificiali, documentare i livelli di inquinamento e valutare i rischi, proponendo soluzioni concrete alle autorità locali. La campagna contribuisce all’aggiornamento del censimento delle cavità a rischio ambientale (CRA), avviato nel 1995 e ora in seno alla SSI.

Risultati e interventi significativi

Nel corso degli anni, “Puliamo il Buio” ha interessato numerose regioni italiane, con interventi di bonifica in grotte e cavità artificiali. In Sardegna, nel 2019, 50 speleologi hanno pulito la Voragine di Tiscali, rimuovendo 152 kg di rifiuti. In Lombardia, nel 2018, sono stati portati via 500 kg di materiale dalle Grotte del Brunino. In Umbria, nel 2006, 28 speleologi hanno prelevato 250 kg di immondizie dalla Grotta di Orlando.

In Veneto, negli anni Novanta, dalla grotta Spluga della Preta sono stati estratti 840 sacchi di rifiuti per un totale di 21.000 kg di immondizia, con operazioni di bonifica durate quasi cinque anni. In Puglia, il Parco dell’Alta Murgia, con le sue 550 grotte nella sola provincia di Bari, è stato più volte utilizzato per eliminare materiale illegale, tra cui carcasse di auto e camion.

Riconoscimenti e dimensione europea

La storia di “Puliamo il Buio” ha ricevuto un riconoscimento europeo: nel 2018 il progetto italiano ha ottenuto l’EuroSpeleo Protection Label. L’iniziativa si estende anche a livello europeo con il progetto “Clean Up the Dark”, che coinvolge la comunità speleologica di diversi paesi, tra cui Croazia, Germania e Slovenia.

Nel 2026, “Puliamo il Buio” entra nel calendario delle iniziative connesse alle Giornate Nazionali della Speleologia, promosse dalla SSI e dal Club Alpino Italiano. La mobilitazione italiana di settembre e ottobre si sviluppa attorno al 13 settembre, data della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo istituita dall’UNESCO.

Il ruolo del GASP! e la tutela del carsismo pugliese

Il GASP! – Gruppo Archeologico Speleologico Pugliese della Sezione CAI di Gioia del Colle “Donato Boscia” partecipa da anni a “Puliamo il Buio”, contribuendo alla bonifica delle cavità carsiche in Puglia. L’edizione 2026 conferma l’impegno del gruppo nella conoscenza, nella tutela e nella valorizzazione dell’ambiente carsico e ipogeo pugliese.

L’attività di bonifica non si limita alla rimozione dei rifiuti, ma include la documentazione delle criticità e la sensibilizzazione delle comunità locali. La presenza delle istituzioni e dei media durante l’intervento di Monte Carello dimostra l’importanza di fare rete tra associazioni, speleologi, cittadini e istituzioni per preservare un patrimonio che appartiene a tutti.

Fonti

Puliamo il buio GASP

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  • Cavità artificiali, la Federazione Speleologica Toscana propone un corso tra teoria e campo
    Condividi Dal 4 novembre al 12 dicembre 2026 nove appuntamenti su classificazione, insediamenti rupestri, miniere e sistemi idraulici. Le lezioni online saranno gratuite e aperte a tutti; le uscite pratiche avranno posti limitati. Un percorso dedicato alle cavità artificiali La Federazione Speleologica Toscana APS organizza il Corso di Tipologie e Classificazione delle Cavità Artificiali 2026, percorso formativo dedicato allo studio degli ambienti ipogei realizzati o modificati dall’uomo.
     

Cavità artificiali, la Federazione Speleologica Toscana propone un corso tra teoria e campo

September 17th 2026 at 12:00

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Dal 4 novembre al 12 dicembre 2026 nove appuntamenti su classificazione, insediamenti rupestri, miniere e sistemi idraulici. Le lezioni online saranno gratuite e aperte a tutti; le uscite pratiche avranno posti limitati.

Un percorso dedicato alle cavità artificiali

La Federazione Speleologica Toscana APS organizza il Corso di Tipologie e Classificazione delle Cavità Artificiali 2026, percorso formativo dedicato allo studio degli ambienti ipogei realizzati o modificati dall’uomo. L’iniziativa combina lezioni teoriche in diretta streaming e tre attività sul campo.

Il calendario comprende nove appuntamenti e si svolgerà dal 4 novembre al 12 dicembre 2026. Le lezioni online saranno trasmesse sul canale YouTube “Federazione Speleologica Toscana”. La partecipazione alle dirette sarà gratuita e aperta a tutti, senza obbligo di iscrizione.

La parte pratica sarà riservata agli iscritti. Sono disponibili al massimo 15 posti. La priorità sarà assegnata ai soci dei gruppi grotte aderenti alla FST che abbiano già frequentato almeno un corso di introduzione alla speleologia.

Classificazione delle cavità artificiali e casi di studio

Il programma affronta i criteri utilizzati per riconoscere e descrivere le diverse cavità artificiali. La classificazione non si limita alla forma degli ambienti. Considera soprattutto la funzione per cui una struttura è stata realizzata e gli eventuali riutilizzi nel tempo.

Tra gli argomenti figurano le principali tipologie e modalità di classificazione, gli insediamenti abitativi rupestri di Vitozza, le opere estrattive e minerarie, gli acquedotti e i sistemi idraulici sotterranei.

Le uscite permetteranno di collegare la terminologia alla lettura diretta dei luoghi. La prima sarà dedicata a Vitozza, nel territorio di Sorano, in provincia di Grosseto. Il sito conserva un articolato insediamento rupestre, utile per esaminare ambienti abitativi e strutture connesse alla vita quotidiana.

La seconda uscita si svolgerà alle Miniere del Frigido, a Massa. Il tema sarà quello delle opere estrattive e delle tracce lasciate dalle attività minerarie. La terza interesserà i Bottini di Siena, rete storica di cunicoli e manufatti legati all’approvvigionamento idrico della città.

Le sette macro-tipologie SSI e UIS

La classificazione delle cavità artificiali elaborata dalla Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana risale agli anni Ottanta. Il sistema è stato poi discusso e condiviso in ambito internazionale attraverso i confronti promossi dalla Union Internationale de Spéléologie.

L’albero tipologico comprende sette macro-tipologie, indicate con le lettere dalla A alla G:

  • A, opere idrauliche, come acquedotti, cisterne, pozzi, fognature e ghiacciaie;
  • B, insediamenti civili, tra cui abitazioni rupestri, opifici, magazzini, cantine e stalle;
  • C, opere di culto e sepolture, come chiese rupestri, eremi, catacombe e necropoli;
  • D, opere militari, comprese fortificazioni, gallerie, postazioni e rifugi;
  • E, opere estrattive, come cave, miniere e sondaggi minerari;
  • F, vie di transito, tra cui gallerie stradali, ferroviarie e cunicoli pedonali;
  • G, opere non identificate o non riconducibili alle categorie precedenti.

Nel contributo pubblicato su Opera Ipogea nel 2023, Carla Galeazzi e Carlo Germani propongono un aggiornamento della classificazione tipologica SSI/UIS. Le macro-tipologie A-G restano invariate. Anche le sottotipologie numeriche mantengono la continuità con il sistema precedente. Il nuovo livello delle sottoclassi, indicato per esempio con formule come A.1a, consente di precisare meglio la funzione originaria e gli eventuali riutilizzi.

Formazione, catasto e tutela del patrimonio ipogeo

La classificazione delle cavità artificiali ha ricadute concrete sulla documentazione speleologica. Una descrizione coerente facilita l’inserimento dei dati nel Catasto nazionale delle Cavità Artificiali della SSI e rende più confrontabili le informazioni raccolte in aree diverse.

La Commissione Cavità Artificiali della FST svolge attività di catalogazione tipologica, registrazione catastale e conservazione dei dati relativi alle opere ipogee toscane. La federazione segnala inoltre il rapporto con gli enti impegnati nella tutela del patrimonio storico e archeologico.

Lo studio di questi ambienti coinvolge discipline differenti. Le miniere richiedono conoscenze geologiche e minerarie. Gli insediamenti rupestri richiamano l’archeologia e la storia del territorio. Gli acquedotti e i bottini permettono di analizzare tecniche idrauliche, organizzazione urbana e gestione delle risorse.

Docenti e aggiornamento delle qualifiche

Il corpo docente comprende esperti della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della SSI e della Scuola Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali. Sono inoltre coinvolti docenti e ricercatori delle Università degli Studi di Firenze e di Urbino.

Il corso è riconosciuto come aggiornamento per i qualificati ISS OTTO CAI e per i qualificati AI e IT della SNS SSI. Il requisito rende l’iniziativa pertinente per istruttori, aiuto-istruttori e tecnici sociali che operano nella formazione speleologica.

Iscrizioni e partecipazione

La quota per il corso completo, comprensivo di lezioni online e uscite, è di 30 euro per persona. Le lezioni online resteranno gratuite e accessibili anche a chi non partecipa alle attività pratiche.

Le iscrizioni alla parte in presenza devono essere effettuate entro il 25 ottobre 2026. Il modulo compilato dovrà essere inviato all’indirizzo segretario@speleotoscana.it. La partecipazione alle escursioni sarà confermata nei limiti dei 15 posti disponibili, secondo le priorità indicate dalla federazione.

Per seguire le lezioni è possibile utilizzare il canale YouTube della Federazione Speleologica Toscana. Il percorso offre così un accesso pubblico ai contenuti teorici e una dimensione operativa riservata agli iscritti alle uscite.

Fonti

Corso Cavità Artificiali

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  • La bellezza sotto sopra: i gessi dell’Appennino in mostra durante la Settimana del Pianeta Terra
    Condividi Escursioni e grotte nel sito UNESCO dell’Appennino settentrionale Dal 27 settembre al 4 ottobre 2026 torna la Settimana del Pianeta Terra, festival nazionale dedicato alla divulgazione delle Geoscienze. In Emilia-Romagna il programma propone una serie di appuntamenti riuniti sotto il titolo “La bellezza Sotto Sopra”. Escursioni, visite guidate, conferenze e incontri con ricercatori accompagneranno il pubblico tra i paesaggi dell’Appennino settentrionale, con particolare attenzione a
     

La bellezza sotto sopra: i gessi dell’Appennino in mostra durante la Settimana del Pianeta Terra

September 17th 2026 at 11:00

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Escursioni e grotte nel sito UNESCO dell’Appennino settentrionale

Dal 27 settembre al 4 ottobre 2026 torna la Settimana del Pianeta Terra, festival nazionale dedicato alla divulgazione delle Geoscienze. In Emilia-Romagna il programma propone una serie di appuntamenti riuniti sotto il titolo “La bellezza Sotto Sopra”. Escursioni, visite guidate, conferenze e incontri con ricercatori accompagneranno il pubblico tra i paesaggi dell’Appennino settentrionale, con particolare attenzione al carsismo nelle evaporiti, alle grotte di gesso e al rapporto tra geologia, biodiversità e storia del territorio.

L’iniziativa interesserà i sette componenti del sito UNESCO “Carsismo e Grotte nelle Evaporiti dell’Appennino Settentrionale”: Alta Valle Secchia, Bassa Collina Reggiana, Gessi di Zola Predosa, Gessi Bolognesi, Vena del Gesso Romagnola, Evaporiti di San Leo e Gessi di Onferno. Il sito è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale nel settembre 2023. Secondo UNESCO, comprende oltre 900 grotte e circa 100 chilometri di cavità, insieme a sorgenti evaporitiche, minerali, speleotemi e testimonianze paleontologiche.

Carsismo nelle evaporiti e ricerca speleologica

Il carsismo nelle evaporiti si sviluppa in rocce come gesso e anidrite, solubili in acqua. La circolazione idrica può creare doline, valli cieche, inghiottitoi, risorgenti e sistemi sotterranei. Le grotte costituiscono quindi una parte visibile solo in superficie di un sistema più ampio, nel quale acqua, roccia e clima interagiscono nel tempo.

La speleologia contribuisce a documentare questi ambienti attraverso esplorazione, rilievo, studio geologico e monitoraggio biologico. Il materiale didattico allegato ricorda che la speleologia è la scienza delle grotte e comprende le attività volontarie svolte dall’uomo nell’ambiente ipogeo. La ricerca speleologica permette di collegare la morfologia delle cavità ai processi geologici e di fornire dati utili alla tutela.

La manifestazione propone proprio questo collegamento tra conoscenza e conservazione. Le attività non saranno limitate alla visita dei paesaggi esterni. In diversi appuntamenti il pubblico potrà conoscere anche gli ambienti sotterranei, le acque carsiche, la biodiversità e le tracce dell’uso umano delle evaporiti.

Gessi Bolognesi: dalla Spipola alla ricerca

Il primo appuntamento indicato nel programma si terrà domenica 27 settembre alle 15 nel Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa, a San Lazzaro di Savena. L’escursione porterà all’altopiano di Miserano e alla zona della Spipola.

A seguire è previsto un incontro pubblico dedicato al ruolo della ricerca speleologica. Saranno affrontati i temi della conoscenza del sito, dei progetti di tutela e delle attività di studio. L’appuntamento offrirà una lettura integrata del paesaggio, dalle forme carsiche superficiali alle cavità che si sviluppano nel sottosuolo.

Onferno e la vita nelle grotte

Venerdì 2 ottobre alle 15 la Riserva Naturale di Onferno ospiterà una visita guidata in grotta e una conferenza sulla geobiologia. L’incontro sarà dedicato agli organismi ipogei e alle relazioni che si sviluppano negli ambienti sotterranei.

La grotta di Onferno ospita una delle più importanti colonie regionali di pipistrelli. La Regione Emilia-Romagna segnala la presenza di oltre 8.000 individui appartenenti a sette specie, tra cui il miniottero, considerato in pericolo a livello europeo. La visita sarà svolta con abbigliamento adeguato e calzature con suola tassellata. Caschetto e lampada saranno forniti ai partecipanti. Per la visita è prevista una capienza massima di 20 persone e l’iscrizione preventiva è consigliata.

San Leo, cave romane e Vena del Gesso

Sempre venerdì 2 ottobre, alle 20.30, la Fortezza Rinascimentale di San Leo ospiterà una conferenza sul valore storico del parco e sul progetto multidisciplinare dedicato allo studio del Monte San Leo.

Sabato 3 ottobre alle 9, a Borzano di Albinea, la Bassa Collina Reggiana sarà al centro di una conferenza e di un’escursione. Il percorso raggiungerà una cava romana nei pressi del Castello di Borzano e proseguirà verso la Tana della Mussina. L’iniziativa approfondirà le grotte romane, l’uso del lapis specularis e le particolarità del sito UNESCO.

Nella stessa giornata, alle 9, a Zola Predosa è prevista una conferenza con escursione sul Sentiero dei Gessi. Il programma affronterà l’origine geologica dei gessi bolognesi, il loro utilizzo nel corso dei secoli e il rapporto tra le comunità locali e il paesaggio carsico.

Alle 14, il Museo del Gesso di Brisighella proporrà una conferenza e una visita guidata sulla Vena del Gesso Romagnola. Geologia, biodiversità e risorse del territorio saranno collegati in un percorso dedicato alla storia naturale e culturale dell’area.

Gessi Triassici e cambiamenti climatici

Domenica 4 ottobre alle 9.30 il progetto “Raccontare i Gessi” proporrà a Sologno l’escursione “La bellezza sotto sopra: i Gessi Triassici raccontano”. Il percorso sarà dedicato ai paesaggi carsici e ai cambiamenti climatici che hanno segnato l’evoluzione del paesaggio.

I Gessi Triassici dell’Alta Valle Secchia risalgono a circa 220 milioni di anni fa. L’area comprende affioramenti di gessi, anidriti, dolomie e calcari cavernosi. Il sito ospita inoltre oltre 550 specie floristiche e 21 habitat di interesse comunitario. L’escursione permetterà di osservare il rapporto tra litologia, forme del rilievo, acque superficiali e ambienti sotterranei.

Informazioni e partecipazione

Il calendario regionale si inserisce nella XIV edizione della Settimana del Pianeta Terra, che coinvolgerà numerose località italiane. Il programma ufficiale comprende anche altri geoeventi in Emilia-Romagna, tra cui iniziative dedicate alle acque carsiche e ai gessaroli.

Date, modalità di partecipazione, eventuali prenotazioni e aggiornamenti sono disponibili sui siti ufficiali della Settimana del Pianeta Terra e del progetto EKCNA. Per l’escursione sui Gessi Triassici è indicato come contatto Carlotta, al numero 347 301 8546.

La bellezza sopra e sotto questi paesaggi dipende dalla lettura congiunta di ciò che emerge e di ciò che resta nascosto. Le attività della Settimana del Pianeta Terra 2026 metteranno in relazione geologia, speleologia, biodiversità, archeologia e storia locale, offrendo strumenti per conoscere e proteggere un patrimonio distribuito tra superficie e sottosuolo.

Fonti

La bellezza sopra e sotto

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  • Apolje 2027: al via il tavolo di lavoro di Altamura per il Raduno Nazionale di Speleologia a Gravina in Puglia
    Condividi Primo appuntamento operativo per costruire insieme il raduno 2027 Il fine settimana del 26 e 27 settembre 2026 segna l’avvio concreto del percorso che porterà ad Apolje 2027, il Raduno Nazionale di Speleologia in programma a Gravina in Puglia tra il 29 e il 31 ottobre 2027, con possibile prosecuzione al 1? novembre. L’incontro si terrà al Centro Visite di Lamalunga, ad Altamura (BA), ed è stato concepito come un tavolo di lavoro aperto a associazioni, gruppi e singoli speleologi
     

Apolje 2027: al via il tavolo di lavoro di Altamura per il Raduno Nazionale di Speleologia a Gravina in Puglia

September 17th 2026 at 10:00

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Primo appuntamento operativo per costruire insieme il raduno 2027

Il fine settimana del 26 e 27 settembre 2026 segna l’avvio concreto del percorso che porterà ad Apolje 2027, il Raduno Nazionale di Speleologia in programma a Gravina in Puglia tra il 29 e il 31 ottobre 2027, con possibile prosecuzione al 1? novembre.

L’incontro si terrà al Centro Visite di Lamalunga, ad Altamura (BA), ed è stato concepito come un tavolo di lavoro aperto a associazioni, gruppi e singoli speleologi.

Lo scopo è condividere lo stato dell’organizzazione, raccogliere proposte e attivare gruppi di lavoro sui diversi aspetti dell’evento: logistica, attività in grotta, formazione, comunicazione, rapporti istituzionali e tutela ambientale. [1][2][5]

Apolje 2027 e la rete associativa: C.A.R.S. ETS-APS e Vibrazioni Carsiche APS

L’evento è promosso da due realtà associative del territorio, il C.A.R.S. ETS-APS e Vibrazioni Carsiche APS, che firmano come Comitato Organizzatore Apolje 2027.

La scelta di Gravina in Puglia e dell’area delle Murge non è casuale: si inserisce in un contesto territoriale già molto attivo sul fronte della divulgazione carsica e speleologica.

Ne sono prova le recenti iniziative legate alla Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo (13 settembre 2026), con eventi in Puglia, tra cui Castellana Grotte e presentazioni di volumi sul patrimonio ipogeo delle Murge. [1][2][3]

Lamalunga, Altamura: il valore simbolico del Centro Visite per Apolje 2027

Il Centro Visite di Lamalunga, a pochi chilometri da Altamura, è un punto di riferimento per la didattica sul carsismo, la speleologia e la grotta di Lamalunga, nota per il ritrovamento dell’“Uomo di Altamura”.

Il centro, gestito dal Comune di Altamura all’interno del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, propone percorsi espositivi e didattici sul fenomeno carsico, sull’ambiente dell’Alta Murgia e sulle attività speleologiche che hanno portato alla scoperta e allo studio della grotta.

Scegliere Lamalunga come sede del primo tavolo di lavoro rafforza il legame tra ricerca scientifica (antropologia, paleontologia, geologia del carsismo), pratica speleologica e valorizzazione del patrimonio ipogeo e delle grotte della Puglia. [1][4][5]

Programma e modalità di partecipazione al tavolo di lavoro di Altamura

Secondo l’avviso diffuso dal comitato organizzatore, il tavolo di lavoro si svolgerà sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 al Centro Visite di Lamalunga, Altamura (BA).

Il programma completo e le informazioni logistiche sono stati pubblicati sul sito dedicato, mentre un modulo online permette ai partecipanti di confermare la presenza e indicare le attività di interesse. L’invito è rivolto ad associazioni, gruppi, singoli speleologi e collaboratori interessati a contribuire all’organizzazione del raduno.

Il modulo consente di segnalare disponibilità, aree di interesse (gestione logistica, attività tecniche, formazione, comunicazione, rapporti con enti, tutela ambientale) ed eventuali proposte di attività o laboratori da inserire nel programma di Apolje 2027. [1][2]

Apolje 2027 a Gravina in Puglia: un raduno partecipato nel cuore del carsismo delle Murge

Il raduno vero e proprio è annunciato come Apolje 2027 – Raduno Speleologico Nazionale, a Gravina in Puglia, dal 29 al 31 ottobre 2027, con possibile estensione al 1? novembre.

Il sito dedicato (apolje.it) prevede già una sezione “Contribuisci”, a conferma dell’impostazione partecipativa dell’evento: l’organizzazione vuole coinvolgere attivamente la comunità speleologica nazionale nella costruzione del programma e nella gestione operativa.

In un territorio ricco di grotte, doline (come il Pulo di Altamura) e cavit๹ artificiali, il raduno potrà integrare escursioni e attività tecniche in grotta, momenti formativi e scientifici, iniziative di divulgazione e tutela del patrimonio carsico. [1][2][3]

Il territorio delle Murge: Pulo di Altamura, grotte e patrimonio carsico

Il contesto territoriale scelto per Apolje 2027 è particolarmente significativo dal punto di vista speleologico e carsico. L’area delle Murge, con il Pulo di Altamura e la grotta di Lamalunga, rappresenta un laboratorio naturale per lo studio del carsismo, della speleologia e della valorizzazione del patrimonio ipogeo. La dolina del Pulo di Altamura rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia, mentre la grotta di Lamalunga custodisce i resti dell’Uomo di Altamura, un reperto di eccezionale valore per l’antropologia e la paleontologia. Questi elementi rendono il territorio un luogo ideale per un raduno che unisca esplorazione, formazione e tutela ambientale. [1][3][4]

Partecipazione e proposte: come contribuire ad Apolje 2027

Per chi desidera partecipare al tavolo di lavoro o contribuire all’organizzazione di Apolje 2027, il comitato ha reso disponibili due strumenti online: la pagina con il programma completo e le informazioni logistiche (https://apolje.it/tavolo-lavoro) e un modulo Google per confermare la presenza e indicare le aree di interesse (https://forms.gle/5pmbkgst6YuQeWYA7). L’invito è rivolto a tutti gli attori della comunità speleologica nazionale, con l’obiettivo di costruire insieme un raduno ricco di contenuti, attività e iniziative di tutela del patrimonio carsico. [1][2]


Fonti

[1] Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia – Scintilena
https://www.scintilena.com/pulo-di-altamura-la-dolina-carsica-che-rivela-il-sottosuolo-dellalta-murgia/09/14/

[2] Apolje 2027 — Contribuisci
https://apolje.it/contribuisci

[3] Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo 2026 – Scintilena
https://www.scintilena.com/giornata-internazionale-delle-grotte-e-del-carsismo-2026-dallitalia-una-rete-di-eventi-tra-ricerca-acqua-e-tutela/09/08/

[4] Uomo di Altamura – archeologiavocidalpassato
https://archeologiavocidalpassato.com/tag/uomo-di-altamura/

[5] Grotta di Lamalunga – archeologiavocidalpassato
https://archeologiavocidalpassato.com/tag/grotta-di-lamalunga/

[6] Centro visita Lamalunga – Comune di Altamura
https://www.comune.altamura.ba.it/it/vivere/centro-visita-lamalunga

[7] Apolje 2027 — Raduno Speleologico
https://apolje.it/

[8] Apolje 2027 — Programma
https://apolje.it/programma

Apolje 2027 Raduno Nazionale di Speleologia

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  • Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: scoperti 7,7 chilometri tra grotte e miniere di stagno
    Condividi La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha documentato dieci cavità della Nakawan Range, in un paesaggio carsico dove rilievo speleologico, storia mineraria, acque sotterranee e tutela della biodiversità richiedono una lettura comune. La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha rilevato 7,7 chilometri di sviluppo complessivo in dieci grotte del nord della Malaysia peninsulare. Il dato è contenuto nel report della campagna svolta dal 24 gennaio al 3 febbraio 2026 nell’area di Kaki
     

Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: scoperti 7,7 chilometri tra grotte e miniere di stagno

September 17th 2026 at 09:00

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La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha documentato dieci cavità della Nakawan Range, in un paesaggio carsico dove rilievo speleologico, storia mineraria, acque sotterranee e tutela della biodiversità richiedono una lettura comune.

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha rilevato 7,7 chilometri di sviluppo complessivo in dieci grotte del nord della Malaysia peninsulare. Il dato è contenuto nel report della campagna svolta dal 24 gennaio al 3 febbraio 2026 nell’area di Kaki Bukit–Wang Mu, sul margine orientale della Nakawan Range.

La missione ha riunito il Department of Geology dell’Universiti Malaya, la Malaysian Cave and Karst Conservancy e la Swiss Speleological Society. Hanno partecipato anche realtà locali, guide della comunità di Kaki Bukit e il Perlis Forestry Department. L’iniziativa è stata annunciata dalla European Speleological Federation fra gli EuroSpeleo Projects del 2026.

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha un valore che va oltre la somma delle nuove poligonali. Le cavità esplorate sono state infatti trasformate in più fasi dall’estrazione dello stagno. Condotti naturali, camere di dissoluzione, gallerie artificiali, pozzi, ponti di legno degradati e laghi minerari formano oggi un unico paesaggio sotterraneo. Rilevarlo significa documentare insieme carsismo e archeologia industriale.

Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: i rilievi del 2026

Secondo il report della spedizione, Gua Kelam 2 rappresenta il sistema più esteso della campagna, con circa 3,8 chilometri rilevati. Seguono Wang Mu, con 1,3 chilometri, e Fai Soo Long, con 1,2 chilometri. Per Foh Thye viene segnalato il ritrovamento dell’accesso al pozzo di superficie e la discesa del pozzo principale. Il documento menziona inoltre pozzi superiori a 140 metri, senza associare nel sommario ogni valore a una cavità e senza fornire la profondità finale dei sistemi.

Questi numeri vanno attribuiti con precisione al report di spedizione. Per una piena confrontabilità tecnica serviranno tavole di rilievo, datum cartografico, accuratezza degli strumenti, poligonali, coordinate degli ingressi e una legenda capace di separare i tratti naturali dalle gallerie minerarie e dai passaggi artificialmente ampliati.

Il confronto con la letteratura storica mostra un elemento interessante. Liz Price ha pubblicato per Gua Kelam 2 uno sviluppo di 3.748 metri e quattro ingressi. Il valore dichiarato nel 2026 appare quindi vicino alla documentazione già nota. La nuova campagna può offrire un aggiornamento utile, soprattutto se il materiale cartografico verrà reso consultabile e confrontato con i diari delle esplorazioni precedenti.

Carsismo della Nakawan Range e Setul Formation

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis si è svolta in una catena di rilievi che corre lungo il confine fra lo Stato malese del Perlis e la provincia thailandese di Satun. La Nakawan Range è riconosciuta come Key Biodiversity Area. La sua superficie è di 126,33 chilometri quadrati e la copertura di aree protette indicata nella scheda è del 39,83 per cento.

La parte meridionale dell’area di Wang Mu è costituita dal calcare grigio scuro della Setul Formation. Si tratta di una successione compresa tra Ordoviciano e Devoniano inferiore, considerata la più antica formazione calcarea della penisola malese. Nella catena sono presenti grotte, concrezioni e corsi d’acqua sotterranei permanenti.

Il contesto geologico aiuta a leggere la distribuzione delle cavità. Le rocce carbonatiche favoriscono la dissoluzione e lo sviluppo di condotti. Gli assetti strutturali, le fratture e il gradiente idraulico guidano la circolazione sotterranea. Il rilievo delle grotte può quindi contribuire alla ricostruzione dell’idrologia locale, ma per dimostrare collegamenti tra sistemi diversi servono misure ripetute e test con traccianti autorizzati.

Stagno nelle grotte del Perlis: il paesaggio minerario

La particolarità delle cavità di Kaki Bukit è legata alla cassiterite, il principale minerale dello stagno, con formula SnO?. Le acque hanno concentrato questo minerale pesante nei depositi alluvionali. Una quota dei sedimenti è stata intrappolata in condotti e sale delle grotte calcaree.

Nel XX secolo i depositi furono estratti in modo esteso. Price descrive il caso del Perlis come eccezionale per ampiezza dell’estrazione di stagno da profonde cavità calcaree. I minatori seguirono vuoti naturali e realizzarono accessi, allargamenti e infrastrutture per la movimentazione e il lavaggio dei sedimenti.

La conseguenza è leggibile ancora oggi. Alcuni percorsi sono naturali. Altri sono gallerie scavate. In altri punti, l’attività mineraria ha collegato settori prima separati o ha alterato i riempimenti sedimentari. La lunghezza totale di una cavità ex mineraria richiede quindi una descrizione qualitativa oltre al dato metrico. Questa distinzione serve alla speleogenesi, alla sicurezza e alla corretta comunicazione del patrimonio.

Biodiversità e protezione delle grotte del Perlis

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis ha operato in un’area di rilevanza naturalistica. La scheda della Nakawan Range segnala oltre 215 specie vegetali in 65 famiglie associate agli habitat calcarei. Il 22 per cento risulta endemico della Malaysia e otto specie sono indicate come endemiche del Perlis.

Le cavità ospitano anche importanti popolazioni di pipistrelli, comprese Hipposideros diadema e Hipposideros larvatus. La presenza di fauna in grotta impone modalità di lavoro prudenti. Il passaggio delle squadre, la fotografia, l’uso di luci e ogni eventuale campionamento devono limitare il disturbo ai rifugi e agli ambienti acquatici.

Il report della campagna cita osservazioni di pipistrelli, invertebrati, pesci, rettili e resti ossei. Si tratta di indicazioni preliminari. Non equivalgono a un censimento biologico o a determinazioni paleontologiche definitive. Per trasformarle in dati pubblicabili occorrono metodo di osservazione, georeferenziazione, documentazione fotografica, identificazioni specialistiche e, quando necessario, autorizzazioni per ogni prelievo.

Anche il turismo speleologico richiede cautela. La raccolta illegale di concrezioni e uno sviluppo turistico non adeguato sono segnalati fra le minacce per il Perlis State Park. Le cavità minerarie aggiungono rischi specifici: instabilità delle strutture, vuoti non visibili, materiali degradati, acqua profonda e possibili modifiche rapide delle condizioni idrologiche.

Dati da pubblicare dopo la spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis

Il risultato di 7,7 chilometri in dieci grotte costituisce una base di lavoro significativa. Il suo valore scientifico crescerà con la pubblicazione di una cartografia completa e di metadati tecnici. La priorità riguarda le planimetrie e le sezioni, l’elenco univoco delle cavità, le coordinate, i criteri di classificazione dei tratti e le informazioni sulla precisione del rilievo.

Sarebbe utile anche un inventario georeferenziato delle strutture minerarie. Binari, passerelle, tubazioni, paratie, fronti di scavo e zone allagate possono essere registrati come elementi distinti. Questo lavoro renderebbe più chiaro il rapporto tra morfologia naturale e trasformazioni antropiche.

La componente idrologica merita un programma dedicato. Misure stagionali di portata, temperatura, conducibilità, pH, torbidità e principali ioni possono definire meglio le acque sotterranee della Nakawan Range. Solo in seguito, con un protocollo ambientale e i necessari permessi, eventuali prove con traccianti potrebbero verificare le connessioni ipotizzate fra Foh Thye, Fai Soo Long, Wang Mu e gli altri settori.

La spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis riporta così l’attenzione su un settore in cui la conoscenza speleologica è strettamente connessa alla gestione del territorio. Le nuove mappe possono sostenere la ricerca, la prevenzione dei rischi, la tutela della fauna e la conservazione della memoria mineraria. Il passaggio decisivo sarà rendere i dati verificabili e utilizzabili da speleologi, geologi, biologi, enti del parco e comunità locali.

Fonti

Spedizione Eurospeleo

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  • CRYOSPHERE IN MOTION, il CNR invita a raccontare la criosfera anche attraverso la speleologia
    Condividi Video amatoriali sulla montagna, la ricerca e le trasformazioni di ghiaccio, neve e permafrost: candidature entro le ore 12 del 15 ottobre 2026 Il Consiglio Nazionale delle Ricerche apre la selezione CRYOSPHERE IN MOTION, un video contest promosso dal Dipartimento di Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente, il DSSTTA-CNR, insieme al Gruppo di Lavoro Montagne. L’iniziativa ha finalità divulgative e culturali, non commerciali, e mira a raccogliere contributi audiovis
     

CRYOSPHERE IN MOTION, il CNR invita a raccontare la criosfera anche attraverso la speleologia

September 17th 2026 at 08:00

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Video amatoriali sulla montagna, la ricerca e le trasformazioni di ghiaccio, neve e permafrost: candidature entro le ore 12 del 15 ottobre 2026

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche apre la selezione CRYOSPHERE IN MOTION, un video contest promosso dal Dipartimento di Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente, il DSSTTA-CNR, insieme al Gruppo di Lavoro Montagne.

L’iniziativa ha finalità divulgative e culturali, non commerciali, e mira a raccogliere contributi audiovisivi capaci di spiegare al pubblico le trasformazioni della criosfera e il rapporto tra scienza, ambiente e società. [web:2][web:14]

La scadenza è fissata alle ore 12:00 del 15 ottobre 2026. La candidatura sarà completa solo quando saranno stati inviati i documenti richiesti, compilato il modulo online e caricato il video attraverso il link personale trasmesso dal sistema. [web:2]

Criosfera e cambiamenti climatici nelle aree montane

Con il termine criosfera si indicano le componenti del sistema Terra che contengono acqua allo stato solido.

La definizione comprende neve, ghiacciai, calotte e piattaforme glaciali, ghiaccio marino, ghiaccio lacustre e fluviale, permafrost e suoli stagionalmente congelati. Il permafrost, in particolare, è il terreno che rimane a una temperatura uguale o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi. [web:22][web:34]

Nelle montagne la criosfera svolge un ruolo diretto nel ciclo dell’acqua. Neve e ghiaccio alimentano torrenti e sorgenti durante la fusione stagionale. Le variazioni della loro estensione e della loro durata possono influire sulle risorse idriche, sugli ecosistemi, sulla stabilità dei versanti e sulla sicurezza delle attività in quota.

Il Gruppo di Lavoro Montagne del DSSTTA affronta questi temi attraverso osservazioni, analisi degli impatti, scenari futuri e attività di formazione e comunicazione. Tra gli ambiti indicati dal gruppo figurano anche le ricostruzioni paleoclimatiche ottenute tramite carote di ghiaccio, sedimenti, torbiere e speleotemi. [web:48]

Tre categorie per raccontare la criosfera

Il bando prevede tre tematiche. La prima, “Vivere la Criosfera – Sperimentare i cambiamenti della criosfera”, è rivolta alle esperienze delle comunità montane, dei professionisti e delle persone che frequentano la montagna.

Un video può concentrarsi su un cambiamento osservato in un luogo preciso, come la durata dell’innevamento, la disponibilità d’acqua o l’accessibilità di un itinerario.

La seconda categoria, “Science in action – Storie di ricerca sulla criosfera”, riguarda il lavoro di scienziati e studenti. Il racconto può mostrare strumenti, misure, sopralluoghi, campionamenti e discussioni sull’interpretazione dei dati. L’attenzione è posta sul processo della ricerca, compresi i suoi limiti e le sue incertezze.

La terza categoria, “Sguardi creativi – Reimmaginare la criosfera attraverso il video”, accoglie interpretazioni artistiche e innovative. Sono possibili materiali d’archivio, montaggi comparativi, animazioni e paesaggi sonori. Restano necessari il rispetto dei diritti e la chiarezza delle eventuali informazioni scientifiche utilizzate. [web:2]

La glaciospeleologia come possibile chiave narrativa

La comunità speleologica può collegarsi al contest attraverso la glaciospeleologia, la disciplina che studia le cavità presenti nei ghiacciai. Le grotte glaciali sono modellate soprattutto dall’acqua di fusione. Fratture, pozzi e gallerie possono svilupparsi rapidamente e modificarsi nel corso di una stagione. [web:44][web:55]

Il tema è distinto da quello delle grotte in roccia che contengono ghiaccio perenne, spesso chiamate ice cave. In Italia sono state censite numerose cavità con neve, firn o ghiaccio pluriennale. Questi ambienti possono offrire informazioni sulla circolazione dell’acqua, sulle condizioni termiche sotterranee e sulla risposta degli ecosistemi alle variazioni climatiche. [web:42][web:56]

Un video speleologico sarà pertinente solo se il legame con la criosfera è dimostrato. Una grotta non diventa automaticamente un soggetto criosferico perché si trova in montagna. Il nesso può essere documentato attraverso il ghiaccio sotterraneo, l’acqua di fusione, il permafrost, la ricerca sul microclima o il confronto tra immagini realizzate in periodi diversi.

Anche gli speleotemi possono contribuire a un racconto scientifico. Le loro caratteristiche chimiche e isotopiche vengono utilizzate in studi paleoclimatici, pur richiedendo metodi di datazione, interpretazione e controllo delle incertezze. Il file di riferimento sulla storia e sull’introduzione alla speleologia richiama il valore delle grotte come ambienti di ricerca e documenta l’interesse della disciplina per il ghiaccio antartico, le cavità glaciali e gli archivi ambientali sotterranei. [file:1][web:23][web:48]

Requisiti e procedura di candidatura

Possono partecipare persone fisiche maggiorenni, singolarmente o in gruppo. Ogni partecipante può presentare un solo video e scegliere una sola tematica. Il filmato deve avere una durata massima di cinque minuti, essere in formato MOV, MP4, AVI o MKV, e utilizzare l’italiano o l’inglese. Deve inoltre essere originale e non violare diritti di terzi. [web:2]

La procedura prevede quattro adempimenti principali:

  • invio a gdl.montagne@cnr.it della Manifestazione di interesse, compilata e firmata, insieme a un documento di identità valido;
  • trasmissione di eventuali permessi per droni, del modulo SIAE per musiche acquistate con diritti d’autore e delle altre autorizzazioni pertinenti;
  • compilazione del modulo online, con indicazione della categoria e una relazione illustrativa di massimo 4.000 caratteri;
  • caricamento del video tramite il link personale ricevuto via e-mail dopo la compilazione del modulo.

L’avviso non indica un limite temporale per la realizzazione dei video. Un filmato d’archivio può quindi essere valutato in linea di principio, se è originale, utilizzabile dal punto di vista dei diritti e coerente con una delle tre categorie. La precedente pubblicazione non sostituisce la verifica della titolarità delle immagini, delle musiche, delle liberatorie e delle autorizzazioni sui luoghi ripresi.

Valutazione e presentazione dei video selezionati

Un Comitato di valutazione composto da cinque membri esaminerà i contributi. Nel comitato potranno essere presenti esperti di scienze della criosfera, comunicazione e divulgazione, produzione audiovisiva e rappresentanti del Gruppo di Lavoro Montagne. I criteri sono la coerenza con la tematica e il valore scientifico, l’originalità e la creatività del messaggio, oltre alla qualità tecnica e artistica. [web:2][web:14]

Saranno scelti tre video vincitori, uno per categoria. A ciascun vincitore sarà assegnato materiale tecnico per attività in ambiente montano, con un valore indicativo di 1.000 euro. La proclamazione e la presentazione dei contributi selezionati sono previste l’11 dicembre 2026, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, presso la sede centrale del CNR di Roma, in Piazzale Aldo Moro 7. [web:14]

Indicazioni per le riprese in grotta

Per le proposte speleologiche è importante distinguere sempre tra osservazioni dirette, interpretazioni e dati pubblicati. Le fonti scientifiche possono essere indicate nella relazione illustrativa o nei titoli di coda. Il racconto deve inoltre rispettare le condizioni di sicurezza e le regole di tutela dei siti.

Le riprese non devono favorire l’accesso improprio a cavità vulnerabili. Coordinate e dettagli sensibili possono essere omessi quando la loro diffusione espone il sito a danneggiamenti o disturbo. In presenza di chirotteri, la pianificazione deve evitare stress e interferenze durante i periodi più delicati del ciclo biologico. Sono necessarie anche le liberatorie delle persone riconoscibili e le autorizzazioni di proprietari, gestori, aree protette o autorità competenti, quando richieste.

Per la speleologia, CRYOSPHERE IN MOTION offre quindi uno spazio per raccontare il ghiaccio sotterraneo, l’acqua di fusione, la ricerca in grotta e il rapporto tra ambienti ipogei e cambiamenti della montagna. La solidità della candidatura dipenderà dalla coerenza scientifica del soggetto e dalla completezza della procedura, oltre che dalla qualità delle immagini.

Fonti

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  • La Scintilena, 25.000 articoli e una luce che resta sul Web
    Condividi Dalla prima scintilla al 25millesimo articolo Oggi La Scintilena raggiunge un traguardo che, nel panorama dell’informazione speleologica italiana, ha un valore particolare: dopo 23 anni di attività editoriale legata alla stagione dei blog, il notiziario pubblica il suo articolo numero 25.000. Stasera alle 21:30 in un collegamento su Meet a questo indirizzo potremo discutere e festeggiare tutti insieme, siete tutti invitati a partecipare: 25000 volte Scintilena – 17/9/2026 h 2
     

La Scintilena, 25.000 articoli e una luce che resta sul Web

September 17th 2026 at 07:00

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Dalla prima scintilla al 25millesimo articolo

Oggi La Scintilena raggiunge un traguardo che, nel panorama dell’informazione speleologica italiana, ha un valore particolare: dopo 23 anni di attività editoriale legata alla stagione dei blog, il notiziario pubblica il suo articolo numero 25.000.

Stasera alle 21:30 in un collegamento su Meet a questo indirizzo potremo discutere e festeggiare tutti insieme, siete tutti invitati a partecipare:

25000 volte Scintilena – 17/9/2026 h 21:30 · https://meet.google.com/fpq-aonm-dgf

25’000 volte Scintilena

Non è soltanto un numero. Venticinquemila articoli significano una presenza quasi quotidiana, una quantità enorme di lavoro volontario, migliaia di segnalazioni ricevute, testi letti e riletti, immagini raccolte, fonti inseguite e notizie messe in ordine.

Significano anche una memoria: quella di una comunità che, attraverso il Web, ha raccontato esplorazioni, scoperte, incidenti, ricerche, raduni, corsi, persone e luoghi del sottosuolo.

Il traguardo va letto insieme a una precisazione storica. La presenza online della Scintilena comincia il 18 agosto 2000, con una prima notizia dedicata a una riunione dell’UTEC Narni andata deserta a Ferragosto.

Il 3 febbraio 2003 nasce invece la versione blog, quella che trasforma il progetto in un notiziario più rapido, aggiornabile e aperto a un pubblico nazionale.

Per questo la ricorrenza dei 23 anni si riferisce alla lunga stagione del blog e del notiziario online, mentre la presenza complessiva in Rete è ancora più antica. [web:4][web:3]

Un progetto nato nel Web pionieristico

Quando La Scintilena cominciò, Internet era molto diverso da quello di oggi.

Le connessioni erano lente, i siti venivano costruiti a mano, i motori di ricerca erano meno efficaci e i social network non esistevano.

Un sito speleologico poteva consistere in poche pagine HTML, spesso con sfondi, frames, contatori e link aggiornati manualmente.

La prima esperienza di Andrea Scatolini nasce proprio in quel contesto: un computer, una connessione a 56 kbit/s e uno spazio Web gratuito.

L’obiettivo iniziale era dare una presenza online all’UTEC Narni, gruppo che fino ad allora compariva sul Web soprattutto negli elenchi istituzionali.

Le prime pagine furono costruite nelle ore notturne, con strumenti rudimentali e con un lavoro paziente di raccolta di racconti, nomi, materiali e informazioni sulle attività del gruppo. [web:3][web:4]

La Scintilena non nasce quindi come una redazione strutturata. Nasce come iniziativa individuale al servizio di una comunità locale, ma con una vocazione immediatamente più ampia: portare in superficie ciò che accadeva nel mondo sotterraneo e rendere reperibili informazioni che altrimenti sarebbero rimaste disperse tra bollettini, telefonate, messaggi personali e pagine isolate.

Il nome stesso contiene il programma editoriale. La scintilena è l’acetilene: una luce nel buio. La metafora non è decorativa. La funzione del notiziario è stata, fin dall’inizio, illuminare un ambiente ricco di attività ma poco visibile fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori.

Prima dei social: speleo.it e le mailing list

Per capire l’importanza della Scintilena bisogna ricordare l’ecosistema digitale nel quale si è formata. Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, speleo.it rappresentava uno dei principali punti di aggregazione della speleologia italiana. Il dominio, collegato all’Università di Bologna, offriva spazio a gruppi, federazioni, associazioni e progetti speleologici.

Accanto ai siti Web esisteva la mailing list Speleoit. Nata all’inizio del 1996, la lista consentiva agli speleologi italiani di scambiarsi informazioni e idee prima che forum, blog e social diventassero strumenti comuni. La sua forza era la distribuzione diretta: un messaggio inviato alla lista raggiungeva gli iscritti senza dipendere da un algoritmo e senza la necessità di visitare decine di siti diversi. [web:3][web:8]

La ricostruzione storica pubblicata dalla Scintilena descrive una crescita progressiva: dai pochi indirizzi dei pionieri si passò a centinaia di iscritti tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, fino al superamento dei mille iscritti nel 2005. La mailing list fu per molti anni un luogo di aggiornamento, discussione, confronto tecnico e, inevitabilmente, anche di polemica. Vi circolarono notizie di esplorazioni, soccorso, congressi, progetti, questioni organizzative e riflessioni di figure importanti della speleologia italiana. [web:3]

La Scintilena si alimentò inizialmente proprio di questo flusso. Molte notizie venivano diffuse sulla lista e poi raccolte, organizzate e rilanciate sul notiziario. In questo senso il blog non sostituì immediatamente la mailing list: la trasformò in una delle sue principali fonti e contribuì a rendere il materiale più stabile, indicizzabile e consultabile nel tempo.

Il passaggio decisivo al blog

L’aggiornamento dei siti statici era lento e faticoso. Ogni nuova notizia richiedeva modifiche manuali alla pagina principale, agli archivi e alle sezioni collegate. La tecnologia dei blog cambiò il rapporto tra autore e pubblicazione: per aggiornare il notiziario era sufficiente inserire un nuovo post.

Il 3 febbraio 2003 La Scintilena approdò a Clarence con una veste rinnovata. Il sistema Movable Type rese possibile pubblicare anche tre o quattro notizie al giorno, con una velocità impensabile rispetto al precedente lavoro in HTML. Il blog trasformò così un progetto locale in un notiziario nazionale. [web:3][web:4]

Quella scelta ebbe effetti immediati. La pubblicazione frequente attirò lettori, aumentò la riconoscibilità del nome e facilitò la circolazione delle notizie attraverso link, feed RSS e collaborazioni con siti italiani e stranieri. Nel 2003 la Scintilena iniziò a dialogare con realtà internazionali come Speleomania; nel 2004 Google News la inserì tra le proprie fonti, pur storpiandone inizialmente il nome in “Scintinella”. [web:3]

Il blog, inoltre, aprì la speleologia a un pubblico che non frequentava necessariamente gruppi speleologici o mailing list. Una notizia sulle esplorazioni della Grigna, su Krubera-Voronja, su una spedizione internazionale o su un progetto di tutela poteva essere letta anche da studenti, giornalisti, amministratori, appassionati di montagna e curiosi.

Che cosa ha raccontato

In 25.000 articoli non c’è un solo tema, ma un intero paesaggio culturale e scientifico. La Scintilena ha seguito la speleologia come attività esplorativa, disciplina scientifica, pratica associativa e forma di conoscenza del territorio.

Esplorazioni e scoperte

Una parte centrale dell’archivio è costituita dai resoconti di esplorazione: nuove prosecuzioni, collegamenti tra cavità, discese in profondità, campagne in aree carsiche italiane e straniere, esplorazioni speleosubacquee e lavori di scavo. Sono notizie spesso prodotte dai gruppi stessi, che il notiziario ha contribuito a rendere visibili oltre il contesto locale.

Geologia, idrologia e carsismo

Le grotte sono state raccontate come parte di sistemi più ampi: massicci carbonatici, fiumi sotterranei, sorgenti, inghiottitoi, doline e paesaggi carsici. La divulgazione ha collegato l’esperienza diretta degli speleologi alla comprensione dei processi geologici e idrogeologici.

Biospeleologia e pipistrelli

L’archivio comprende notizie sulla fauna sotterranea, sulla ricerca biospeleologica, sui monitoraggi e sulla conservazione dei chirotteri. Questo filone mostra come una grotta non sia soltanto un luogo da esplorare, ma anche un habitat fragile, un archivio biologico e un elemento da proteggere.

Archeologia e cavità artificiali

La Scintilena ha dato spazio a ipogei urbani, miniere, acquedotti, cunicoli, necropoli, insediamenti e cavità artificiali. Il sottosuolo è stato quindi rappresentato anche come patrimonio storico e archeologico, connesso alla memoria dei territori e delle comunità.

Tecniche, sicurezza e soccorso

Attrezzatura, rilievo, cartografia, speleosubacquea, formazione, incidenti e attività del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico fanno parte della cronaca del notiziario. Sono temi che richiedono attenzione e precisione, perché riguardano sia l’efficacia dell’esplorazione sia la sicurezza delle persone.

Eventi, corsi e vita associativa

Raduni, congressi, corsi, concorsi fotografici, iniziative didattiche e attività dei gruppi costituiscono la trama quotidiana della speleologia. Questa dimensione è essenziale: la speleologia non vive solo di grandi scoperte, ma anche di scuole, riunioni, campagne di pulizia, accompagnamento dei nuovi iscritti e lavoro organizzativo.

Tutela e divulgazione ambientale

Nel tempo il notiziario ha pubblicato campagne contro l’inquinamento delle cavità, iniziative di pulizia, riflessioni sulla vulnerabilità delle aree carsiche e informazioni sulla protezione degli ambienti ipogei. Anche un testo divulgativo dedicato alle “99 cose da sapere se abiti in un territorio carsico” mostra la volontà di tradurre conoscenze specialistiche in strumenti accessibili al pubblico. [file:2]

Una redazione fatta di persone

Il numero più importante, dopo 25.000 articoli, non è soltanto quello dei post ma quello delle persone coinvolte. Nel 2021 risultavano oltre 150 autori abilitati alla pubblicazione, con un sistema che prevedeva sia contributi diretti sia testi sottoposti a controllo, correzione e validazione. [web:41]

La pagina storica “Chi eravamo” conserva un elenco molto ampio di collaboratori aggiornato al 16 luglio 2011. Vi compaiono speleologi, fotografi, traduttori, tecnici, gruppi e collaboratori stranieri. L’elenco è una fotografia di una fase della storia, non necessariamente l’elenco completo degli autori dei 25.000 articoli, ma documenta bene la natura collettiva del progetto. [web:42]

Un articolo dedicato al traguardo dei 20.000 post indicava che gli oltre 150 autori avevano contribuito con più di 4.000 articoli. Il dato rende evidente il doppio binario della Scintilena: da una parte una forte continuità editoriale centrale, dall’altra una rete di contributori che ha portato nel notiziario esperienze, linguaggi e territori diversi. [web:43]

Questa pluralità è stata una delle ragioni della durata. Un notiziario speleologico non può raccontare tutto da un solo luogo. Ha bisogno dei gruppi locali, degli esploratori, dei ricercatori, dei fotografi, degli organizzatori e di chi decide di inviare una segnalazione. La redazione ha il compito di trasformare quella materia in informazione leggibile, contestualizzata e archiviata.

Il lavoro invisibile

Dietro un articolo pubblicato ci sono attività che il lettore spesso non vede: verificare la fonte, controllare nomi e località, distinguere una scoperta annunciata da una scoperta confermata, capire se un dato è aggiornato, ridurre ambiguità e mantenere il rispetto per gli ambienti sotterranei.

La pagina “Chi siamo” definisce il metodo in modo semplice: raccogliere le informazioni, verificarle, metterle in ordine e renderle accessibili. La redazione è volontaria e indipendente; le opinioni sono responsabilità degli autori, mentre la linea editoriale presta attenzione alla correttezza, alla sicurezza e al rispetto degli ambienti ipogei. [web:9]

La divulgazione speleologica richiede inoltre equilibrio. Un articolo deve essere abbastanza comprensibile per chi si avvicina alla materia, ma non può sacrificare la precisione scientifica o tecnica. Deve raccontare l’emozione della scoperta senza trasformare ogni notizia in una gara; deve valorizzare l’esplorazione senza incoraggiare comportamenti pericolosi o accessi irresponsabili alle grotte.

Dalle mailing list ai social

L’evoluzione della comunicazione speleologica segue quella dell’intero Web. Prima arrivarono i siti statici, poi le mailing list, i forum, i blog, i feed RSS, i social network, i gruppi WhatsApp e i canali di messaggistica. Ogni strumento ha modificato la velocità e la forma della circolazione delle notizie.

La mailing list privilegiava la partecipazione di una comunità definita. Il messaggio arrivava nella casella di posta, restava nell’archivio e poteva essere recuperato. Il blog aggiunse una dimensione editoriale: titoli, categorie, permalink, motori di ricerca e archivi consultabili. I social hanno reso la distribuzione più rapida e potenzialmente più ampia, ma anche più effimera e dipendente da piattaforme private.

Nel 2020 la chiusura di Yahoo Groups impose il trasferimento di Speleoit a Google Groups. La lista contava quasi 2.000 speleologi e il passaggio richiese una nuova iscrizione manuale. L’episodio ha mostrato la fragilità degli strumenti digitali: una comunità costruita in più di vent’anni può rischiare di perdere il proprio archivio e la propria continuità quando cambia la piattaforma che la ospita. [web:7]

Il declino delle mailing list non equivale alla loro inutilità. La stessa Scintilena ricordava che Speleoit aveva rappresentato un luogo dove nulla si perdeva con la velocità del flusso social: le discussioni restavano leggibili, le richieste raggiungevano gli iscritti e i messaggi potevano diventare documenti della storia speleologica. [web:8]

Perché il sito resta

I social sono fondamentali per raggiungere il pubblico, ma non sono sufficienti per conservare la memoria. Un post può ottenere molte visualizzazioni e scomparire dal flusso in poche ore. Un articolo sul sito, invece, può essere indicizzato, citato, aggiornato, collegato ad altri contenuti e ritrovato dopo anni.

Questa differenza è decisiva per la speleologia. Una notizia su una grotta, una spedizione, un progetto scientifico o una campagna di tutela non è soltanto un contenuto da consumare: può diventare una traccia documentaria. Gli archivi della Scintilena, comprese le raccolte PDF e le pagine storiche, rappresentano un tentativo di dare forma stabile a una produzione quotidiana altrimenti destinata a disperdersi. [web:10][web:20]

Il sito resta anche perché mantiene un’identità editoriale. Non è soltanto un profilo che rilancia immagini, ma un luogo nel quale le notizie vengono raccolte, titolate, organizzate e presentate all’interno di un contesto. La pagina “Chi siamo” lo descrive come un notiziario rivolto contemporaneamente a speleologi, gruppi, commissioni, istruttori, soccorritori, studenti, amministratori, giornalisti e curiosi. [web:9]

I dati recenti mostrano inoltre che il pubblico non è limitato alla comunità speleologica. Nel giugno 2026 il sito ha dichiarato 385.000 pagine visualizzate, oltre 10.000 lettori al giorno e 1,6 milioni di visualizzazioni complessive nei primi sei mesi dell’anno. Gli articoli più letti riguardavano esplorazioni, archeologia, preistoria, Neanderthal, grandi cavità e tutela degli ecosistemi ipogei. [web:20]

Questi numeri vanno considerati come statistiche pubblicate dal sito, non come una misurazione indipendente. Ma indicano una tendenza importante: le grotte interessano un pubblico molto più vasto di quello che pratica direttamente la speleologia.

Un patrimonio editoriale da conservare

Il 25millesimo articolo è anche un invito a pensare al futuro dell’archivio. Venticinquemila testi costituiscono un patrimonio informativo che meriterebbe strumenti di conservazione, indicizzazione e ricerca sempre più avanzati.

Sarebbe utile rafforzare alcuni percorsi:

  • mantenere copie stabili degli articoli e delle raccolte mensili;
  • conservare immagini, didascalie, metadati e collegamenti alle fonti;
  • distinguere chiaramente notizie, comunicati, approfondimenti e contenuti editoriali;
  • indicare autori, gruppi, luoghi, date e temi con criteri coerenti;
  • segnalare gli articoli aggiornati o corretti;
  • rendere ricercabili i grandi filoni: esplorazione, biospeleologia, archeologia, geologia, speleosubacquea, soccorso, tutela e formazione.

La tecnologia può aiutare, compresi i sistemi di intelligenza artificiale per la trascrizione, la classificazione e la ricerca interna. Ma l’automazione non sostituisce la responsabilità editoriale. La qualità di un archivio dipende dalla capacità di distinguere una fonte primaria da un rilancio, un dato verificato da un’ipotesi e una notizia ancora in evoluzione da un risultato consolidato.

La Scintilena come infrastruttura della comunità

La Scintilena ha svolto tre funzioni insieme.

La prima è informativa: ha raccontato ciò che accadeva nelle grotte e intorno alle grotte.

La seconda è comunitaria: ha messo in relazione gruppi, esploratori, ricercatori, organizzatori e lettori lontani tra loro.

La terza è documentaria: ha conservato una parte della storia recente della speleologia italiana in una forma accessibile e consultabile.

Queste tre funzioni spiegano perché un notiziario nato da un gruppo di Narni abbia potuto raggiungere un pubblico nazionale e internazionale. La sua forza non è stata soltanto pubblicare molto, ma continuare a esserci mentre cambiavano gli strumenti, le abitudini e le piattaforme.

Dal modem a 56k agli smartphone, dalle pagine costruite con i frames ai social, dai messaggi di Speleoit ai feed RSS e ai canali di messaggistica, la comunicazione ha cambiato velocità. La necessità di raccontare, verificare e conservare le notizie, però, è rimasta.

Un notiziario che resta@Web

Il 25millesimo articolo può essere letto come una celebrazione, ma anche come una dichiarazione di metodo. La Scintilena non è rimasta online per inerzia. È rimasta perché qualcuno ha continuato a raccogliere notizie, perché gli autori hanno inviato resoconti, perché i lettori hanno cercato informazioni e perché la speleologia ha avuto bisogno di uno spazio pubblico riconoscibile.

I social possono accendere una notizia. Le mailing list possono farla circolare tra persone già coinvolte. Il sito può darle una casa, un titolo, un contesto e una memoria.

Dopo 25.000 articoli, La Scintilena resta quindi una luce nel buio non soltanto in senso simbolico. Resta come presidio editoriale, archivio collettivo e punto di accesso alla speleologia italiana. Una luce fatta di molte mani, più di 150 autori nel corso degli anni, migliaia di segnalazioni e un impegno quotidiano che ha trasformato la cronaca delle grotte in una parte della memoria del Web.

Il 25millesimo articolo non chiude una storia. Dimostra che quella storia continua.

Fonti consultate

  • Storia della comunicazione speleo su Internet, Scintilena.
  • 25 anni de La Scintilena online: una luce nel buio della speleologia italiana, Scintilena.
  • Speleoit, la mailing list degli speleologi italiani, Scintilena.
  • La mailing list della speleologia italiana trasloca su Google Groups, Scintilena.
  • Chi siamo, Scintilena.
  • Chi eravamo, Scintilena.
  • Scintilena celebra il 20.000º post, Scintilena.
  • Scintilena: un giugno 2026 da record per le visualizzazioni, Scintilena.
  • “99 cose da sapere se abiti in un territorio carsico”, materiale del progetto.

L'articolo La Scintilena, 25.000 articoli e una luce che resta sul Web proviene da Scintilena.

Neanderthal e Sapiens nelle grotte del Cilento: a Marina di Camerota, nel Cilento, in Campania, le nuove ricerche sulla preistoria

September 17th 2026 at 06:00

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Venerdì 25 settembre 2026, al Cinema Bolivar di Marina di Camerota, saranno presentati i risultati delle più recenti indagini archeologiche nella Grotta del Poggio e nella Grotta della Cala. Tra i protagonisti dell’incontro, Silvia Gazzo, giovane dottoranda dell’Università di Genova, e Adriana Moroni, direttrice delle ricerche e professoressa di Preistoria a Siena

Marina di Camerota, luogo caro agli speleologi: dal 29 ottobre al 1° novembre 2021 ha ospitato Speleo Kamaraton, il Raduno Internazionale di Speleologia organizzato nel difficile periodo della pandemia. Un raduno coraggioso, che riportò centinaia di speleologi a incontrarsi e condividere esperienze dopo mesi di restrizioni e incertezze

Le grotte possono conservare per decine di migliaia di anni le tracce delle persone che le hanno frequentate. Strumenti in pietra, resti di animali, sedimenti e altri reperti permettono agli archeologi di ricostruire frammenti della vita delle popolazioni preistoriche e degli ambienti nei quali vivevano.

Di questo si parlerà venerdì 25 settembre alle ore 9.30, al Cinema Bolivar di Marina di Camerota, durante l’incontro “Due umanità, una penisola. La storia di Neanderthal e Sapiens in Italia centro-meridionale”.

Le nuove ricerche alla Grotta del Poggio e alla Grotta della Cala

L’appuntamento nasce dal lavoro del gruppo di ricerca impegnato nella Grotta del Poggio e nella Grotta della Cala, due importanti siti per lo studio della preistoria del Cilento.

Durante la mattinata saranno presentati i risultati delle più recenti indagini di archeologia preistorica condotte nell’Italia centro-meridionale, con particolare attenzione alla storia di Neanderthal e Homo sapiens e alle nuove conoscenze emerse dalle ricerche nelle grotte del territorio di Camerota.

L’incontro sarà aperto dai saluti istituzionali dell’Amministrazione comunale di Camerota. Sono annunciati gli interventi di Anna Onesti, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Salerno e Avellino, e degli studiosi Adriana Moroni, Marie Bignon, Silvia Gazzo, Jacopo Gennai, Giulia Marciani, Erica Piccirilli e Sem Scaramucci.

Appuntamento a Marina di Camerota

“Due umanità, una penisola. La storia di Neanderthal e Sapiens in Italia centro-meridionale” si terrà venerdì 25 settembre 2026, alle ore 9.30, presso il Cinema Bolivar di Marina di Camerota.

Per chi segue Scintilena, l’incontro rappresenta anche l’occasione per tornare sulle ricerche di Fabio Negrino, archeologo e speleologo dell’Università di Genova, che abbiamo già incontrato diverse volte sulle nostre “pagine”. Fabio non sarà presente all’incontro; tra gli studiosi che interverranno ci saranno invece Silvia Gazzo, sua dottoranda all’Università di Genova, e Adriana Moroni, professoressa di Preistoria all’Università di Siena e direttrice delle ricerche.

L’Arma delle Manie e quella lezione dei Neanderthal che parla anche a tutti noi – Scintilena

Fabio Negrino racconta Neandertaliani e grotte preistoriche – Scintilena

Fonte: comunicazione dell’iniziativa e informazioni diffuse dal team di ricerca della Grotta del Poggio e della Grotta della Cala

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  • ✇Scintilena
  • Arte rupestre paleolitica nei Paesi Baschi: gli animali nelle grotte seguivano uno schema preciso
    Condividi Uno studio su 500 figure di nove grotte dei Paesi Baschi individua relazioni ricorrenti tra specie, posizione e orientamento degli animali. Secondo il ricercatore Inaki Intxaurbe, dietro le composizioni potrebbe esserci una vera e propria “sintassi grafica”. Le figure animali dipinte e incise nelle grotte paleolitiche non sarebbero state collocate casualmente sulle pareti. Bisonti, cavalli e caprini sembrano occupare posizioni precise all’interno delle composizioni e persino la dire
     

Arte rupestre paleolitica nei Paesi Baschi: gli animali nelle grotte seguivano uno schema preciso

September 17th 2026 at 05:00

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Uno studio su 500 figure di nove grotte dei Paesi Baschi individua relazioni ricorrenti tra specie, posizione e orientamento degli animali. Secondo il ricercatore Inaki Intxaurbe, dietro le composizioni potrebbe esserci una vera e propria “sintassi grafica”.

Le figure animali dipinte e incise nelle grotte paleolitiche non sarebbero state collocate casualmente sulle pareti. Bisonti, cavalli e caprini sembrano occupare posizioni precise all’interno delle composizioni e persino la direzione verso cui sono rivolti mostra regolarità statisticamente significative.

È quanto emerge da una ricerca condotta da Iñaki Intxaurbe, ricercatore post-dottorato dell’Università dei Paesi Baschi (EHU), pubblicata sul Journal of Archaeological Method and Theory.

Lo studio ha preso in esame circa 500 motivi grafici appartenenti a nove grotte dei Paesi Baschi, datati approssimativamente tra 16.000 e 14.000 anni fa. Utilizzando analisi statistiche multivariate e tecniche di network analysis, Intxaurbe ha cercato di verificare se le associazioni tra le diverse figure fossero casuali oppure rispondessero a regole ricorrenti.

Bisonti, cavalli e caprini al centro delle composizioni

Dall’analisi emerge una struttura nella quale tre categorie di animali – bisonti, cavalli e caprini – assumono un ruolo centrale, mentre le altre specie tendono a distribuirsi in relazione a esse.

Un elemento particolarmente interessante riguarda l’orientamento delle figure.

I bisonti e numerosi altri animali risultano prevalentemente rivolti verso sinistra, mentre i cavalli mostrano una tendenza statisticamente significativa a essere rappresentati verso destra.

Esistono inoltre alcuni casi nei quali questo schema si inverte: i cavalli sono rivolti a sinistra e gli altri animali a destra. Proprio queste inversioni, secondo il ricercatore, rafforzerebbero l’ipotesi dell’esistenza di una regola compositiva, piuttosto che di una semplice preferenza grafica degli autori.

Il risultato mette anche in discussione una vecchia spiegazione secondo la quale la prevalenza di animali rivolti verso sinistra sarebbe stata conseguenza della maggiore diffusione della mano destra tra gli artisti paleolitici. Se si trattasse soltanto di una questione ergonomica, infatti, sarebbe più difficile spiegare il comportamento differente e ricorrente delle figure di cavallo.

Una “sintassi” sulle pareti delle grotte?

Intxaurbe propone di leggere queste relazioni utilizzando un concetto preso in prestito dalla linguistica: quello di sintassi.

Non significa che le pitture costituissero necessariamente una lingua nel senso moderno del termine. L’ipotesi è che le figure fossero organizzate secondo regole condivise, capaci di stabilire quali elementi potessero essere associati e in quale relazione reciproca.

Mappa delle grotte e datazioni. Sono utilizzati dati GADM e dati propri; il grafico delle datazioni è stato prodotto con OxCal e modificato dall’autore

In questa prospettiva, la parete decorata della grotta non sarebbe quindi semplicemente una raccolta di immagini indipendenti, ma un sistema grafico strutturato.

L’idea che le associazioni tra animali nell’arte paleolitica non siano casuali non è nuova. Già nel Novecento diversi studiosi avevano cercato di individuare regolarità nella distribuzione delle specie e nell’organizzazione delle composizioni.

La novità di questo lavoro risiede soprattutto nell’applicazione di strumenti quantitativi e dell’analisi delle reti di co-occorrenza, utilizzate per verificare statisticamente le relazioni tra i diversi motivi.

Un codice che ancora non sappiamo leggere

Il risultato più suggestivo dello studio è anche quello che richiede maggiore cautela.

Individuare una struttura non significa infatti averne decifrato il significato.

Le analisi mostrano che determinate figure e determinati orientamenti ricorrono secondo schemi riconoscibili, ma non permettono di stabilire che cosa questi schemi significassero per le comunità paleolitiche.

Non sappiamo quindi se fossero collegati a racconti, pratiche rituali, classificazioni del mondo animale, sistemi di memoria, identità sociali o ad altre forme di comunicazione simbolica.

Lo stesso Intxaurbe sottolinea questa distinzione: ciò che la ricerca permette di sostenere è l’esistenza di un’organizzazione; il messaggio eventualmente contenuto in quell’organizzazione rimane invece sconosciuto.

Non tutte le grotte venivano decorate

Un’altra osservazione riguarda la scelta stessa delle cavità.

Le manifestazioni artistiche paleolitiche non compaiono indistintamente in tutte le grotte frequentate dall’uomo. Solo alcune cavità, e spesso determinati settori al loro interno, furono scelti per ospitare pitture e incisioni.

Ricostruzione geoarcheologica e spaziale della Chamber of Paintings di Santimamiñe. Cartografie e modelli 3D sono stati prodotti dall’autore

Questo carattere selettivo rafforza l’idea che la produzione delle immagini avesse un’importanza specifica per le comunità che le realizzarono.

Alla scelta della grotta e della parete potrebbe dunque essersi aggiunta una scelta altrettanto precisa riguardo a quali animali rappresentare, come associarli e verso quale direzione orientarli.

La comprensione di questi sistemi non può quindi prescindere dal contesto sotterraneo nel quale le immagini furono create.

Dati e metodologia disponibili per nuove ricerche

Un aspetto importante del lavoro è la scelta di rendere disponibili la metodologia e il database utilizzato per l’analisi.

Questo permetterà di applicare lo stesso metodo ad altri complessi di arte paleolitica e verificare se le regolarità individuate nei Paesi Baschi compaiano anche nelle grotte della Francia, di altre regioni della Penisola Iberica o in contesti differenti.

L’ampliamento del campione sarà particolarmente importante per capire se la struttura individuata rappresenti una caratteristica locale, regionale oppure un fenomeno più ampio dell’arte paleolitica europea.

La metodologia basata sulle co-occorrenze potrebbe inoltre trovare applicazione nello studio di altri sistemi grafici e di scritture non ancora pienamente comprese.

Per l’archeologia delle grotte, la ricerca apre soprattutto una prospettiva affascinante: le pareti decorate potrebbero conservare non soltanto immagini, ma tracce dell’ordine con cui gli uomini del Paleolitico organizzavano e mettevano in relazione quelle immagini.

La struttura sembra cominciare a emergere. Comprenderne il significato resta una sfida aperta.

Riferimento scientifico
Iñaki Intxaurbe, Mapping the Symbolic Structure of Palaeolithic Rock Art Using Co-occurrence Network Analysis, Journal of Archaeological Method and Theory, 2026.
DOI: 10.1007/s10816-026-09796-y

Fonte: Università dei Paesi Baschi – EHU

Fotografie: Da Intxaurbe I. (2026), Mapping the Symbolic Structure of Palaeolithic Rock Art Using Co-occurrence Network Analysis, Journal of Archaeological Method and Theory, CC BY 4.0 – DOI: 10.1007/s10816-026-09796-y.

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  • ✇European Speleological Federation
  • ESP 2026-03 Malaysian-Swiss Expedition Perlis, Malaysia
    The expedition cooperation between the University Malaya (University of Malaysia), the Malaysian Cave and Karst Conservancy (MCKC) and the Swiss Speleological Society (SGH) documented the caves at Perlis from 24. January – 3rd of February 2026. It resulted in the survey of 7.7 km of passages in 10 caves with Gua Kelam 2 being 3.8 km and Wang Mu of 1.3 km length. The exploration of caves with a tin mining history requiring special techniques was an unforgettable experience. There are minor lea
     

ESP 2026-03 Malaysian-Swiss Expedition Perlis, Malaysia

September 16th 2026 at 15:31

The expedition cooperation between the University Malaya (University of Malaysia), the Malaysian Cave and Karst Conservancy (MCKC) and the Swiss Speleological Society (SGH) documented the caves at Perlis from 24. January – 3rd of February 2026. It resulted in the survey of 7.7 km of passages in 10 caves with Gua Kelam 2 being 3.8 km and Wang Mu of 1.3 km length.

The exploration of caves with a tin mining history requiring special techniques was an unforgettable experience. There are minor leads open as well as the descent of two pits with a depth of more than 140m.

The caves in Perlis are unique since they contain alluvial tin deposits and have been mined extensively until 1980. Therefore, natural cave passages connect with man made extended passages and a lot of mining debris is scattering on the floor. The mined passages with deep pits are now flooded making the survey an adventure by swimming and walking over old, decayed walking bridges fixed by metal wires on the ceiling.

The Status as EuroSpeleo Project from the FSE European Speleological Federation is highly appreciated as well as related sponsoring from Aventure Verticale (AV) with equipment.

Read the full report

Photo by Jörg Dreybrodt
Gua Kelam 2. Photo by Satoshi Goto
Chuping Hills. Photo by Satoshi Goto
Kaki Bukit Gua Baba. Photo by Satoshi Goto
Kaki Bukit Gua Baba. Photo by Satoshi Goto
Photo by Satoshi Goto
Photo by Along
Photo by Jörg Dreybrodt
Photo by Jörg Dreybrodt
Photo by Along
  • ✇Scintilena
  • Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica
    Condividi Il rinvenimento speleo-archeologico amplia la conoscenza del territorio di Trebula Mutuesca Nel territorio di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti, è stato esplorato e documentato un acquedotto ipogeo attribuito in via preliminare all’età preromana. L’indagine è stata condotta dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, con la collabora
     

Acquedotto preromano a Monteleone Sabino, un nuovo tassello per la gestione delle acque nella Sabina antica

September 16th 2026 at 14:00

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Il rinvenimento speleo-archeologico amplia la conoscenza del territorio di Trebula Mutuesca

Nel territorio di Monteleone Sabino, in provincia di Rieti, è stato esplorato e documentato un acquedotto ipogeo attribuito in via preliminare all’età preromana. L’indagine è stata condotta dal Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e la provincia di Rieti, con la collaborazione del Comune.

Il tratto oggi percorribile misura circa 100 metri. Il dato non coincide necessariamente con l’estensione complessiva dell’opera. Le caratteristiche del manufatto suggeriscono una progettazione articolata e una relazione diretta con la gestione delle acque nel paesaggio rurale della Sabina antica.

L’attribuzione preromana resta una proposta da verificare con rilievi completi, analisi stratigrafiche, confronto con opere analoghe ed eventuali datazioni scientifiche. La prudenza è necessaria perché la presenza di un cunicolo sotterraneo, da sola, non permette di stabilire con certezza né la cronologia né la funzione originaria.

La tecnica costruttiva dell’acquedotto ipogeo

L’acquedotto preromano presenta una sezione ogivale. Il condotto è stato scavato in depositi plio-pleistocenici formati da banchi conglomeratici alternati a livelli marnoso-argillosi. La composizione geologica ha condizionato le modalità di scavo, la stabilità delle pareti e la circolazione dell’acqua.

La sequenza costruttiva comunicata per il manufatto prevede l’apertura di cunicoli trasversali a intervalli regolari. In una fase successiva sarebbe stato scavato il condotto principale, seguendo un andamento parallelo a una dorsale collinare. Una simile organizzazione può avere consentito di lavorare da più punti, controllare la direzione dello scavo e ridurre la distanza necessaria per rimuovere il materiale estratto.

I cunicoli trasversali potevano svolgere più funzioni. Oltre a facilitare l’avanzamento del cantiere, potevano servire per la ventilazione, l’ispezione, la manutenzione e l’intercettazione di infiltrazioni laterali. La loro interpretazione dovrà essere verificata attraverso il rilievo diretto delle sezioni, delle connessioni e delle tracce lasciate dagli strumenti.

Drenaggio e agricoltura nella Sabina preromana

Nel linguaggio comune, il termine acquedotto indica spesso un’opera destinata a portare acqua potabile verso un abitato. Per il manufatto di Monteleone Sabino, l’interpretazione preliminare privilegia una funzione più ampia. L’opera potrebbe avere svolto attività di drenaggio, regimentazione delle acque e miglioramento della produttività agricola dei suoli.

In un territorio collinare, il controllo dell’acqua incide sulla stabilità dei versanti e sulla possibilità di coltivare i terreni. Un cunicolo può intercettare acque infiltrate, ridurre i ristagni, limitare l’erosione e indirizzare i flussi verso punti di raccolta o di deflusso. Per questo motivo, la definizione più prudente è quella di cunicolo idraulico plurifunzionale, con prevalente finalità rurale e territoriale.

La realizzazione di un’opera lunga almeno 100 metri avrebbe richiesto conoscenze empiriche della pendenza, della geologia e del comportamento delle acque. Sarebbero state necessarie anche squadre coordinate, strumenti adeguati, sistemi per lo smaltimento del materiale e attività di manutenzione. Questi elementi suggeriscono una comunità capace di organizzare il lavoro su scala superiore a quella della singola famiglia. Non costituiscono, da soli, la prova dell’esistenza di una specifica autorità politica.

Trebula Mutuesca e il paesaggio idraulico locale

Monteleone Sabino conserva le testimonianze dell’antica Trebula Mutuesca, centro di origine sabina sviluppatosi tra la fase preromana e l’età romana. Il nuovo acquedotto preromano si inserisce in un paesaggio nel quale abitati, santuari, percorsi, aree coltivate e opere idrauliche dovevano interagire.

La romanizzazione non cancellò un territorio privo di infrastrutture. Al contrario, la successiva organizzazione municipale poté inserirsi in un ambiente già frequentato e trasformato dalle comunità locali. L’acquedotto ipogeo offre quindi un possibile contributo alla ricostruzione del pagus dei Mutuesci, inteso come distretto rurale e comunità territoriale collegata a Trebula Mutuesca.

Il rinvenimento non deve essere confuso con i cunicoli romani dell’anfiteatro e delle terme, né con il sistema preromano già noto sotto la chiesa di Santa Vittoria. Le diverse evidenze appartengono allo stesso paesaggio idraulico, ma presentano cronologie, tecniche e funzioni che devono essere analizzate separatamente.

Il confronto con Santa Vittoria e le opere romane

Sotto la chiesa romanica di Santa Vittoria è noto un sistema di gallerie di captazione e drenaggio attribuito all’età preromana e studiato dal Gruppo Vespertilio a partire dal 1997. L’accesso avviene attraverso un pozzo profondo sette metri. Dal fondo si diramano cunicoli ogivali scavati in breccioni e argille pleistoceniche. In epoca romana l’acqua del pozzo sarebbe stata utilizzata anche per finalità cultuali e terapeutiche, in relazione al santuario di Vacuna. [web:8]

Le analogie con il nuovo acquedotto riguardano la sezione ogivale, l’impiego di ambienti sotterranei e il possibile rapporto con la gestione delle acque. Questi elementi non dimostrano una contemporaneità o una connessione diretta. Servono confronti puntuali tra rilievi, tecniche di scavo, sedimenti, tracce di utensili e materiali associati.

Le opere idrauliche romane note nell’area archeologica hanno caratteristiche differenti. Il sistema dell’anfiteatro comprende pozzi di accesso, condotti fognari e un collettore anulare destinato allo smaltimento delle acque. Il cunicolo della zona termale è largo circa 50 centimetri, alto 1,70 metri e rivestito in cocciopesto. La pendenza, pari al 20 per cento, favoriva lo scarico di grandi quantità d’acqua. [web:3]

Le prossime verifiche per datare l’opera

Per trasformare l’annuncio preliminare in una ricostruzione archeologica più solida saranno utili un rilievo topografico georeferenziato, una restituzione tridimensionale e la misurazione delle pendenze. Sarà importante individuare i possibili punti di captazione e di uscita, oltre alle relazioni con sorgenti, impluvi, coltivi e strutture antiche.

Potranno contribuire anche il campionamento controllato di sedimenti e incrostazioni, l’analisi delle tracce di scavo e la ricerca di eventuali tratti ostruiti. Le indagini non invasive nel sottosuolo potrebbero aiutare a riconoscere pozzi, prosecuzioni e collegamenti non ancora accessibili.

Il valore della scoperta risiede nella possibilità di studiare insieme speleologia, archeologia, geologia e idrogeologia. Il nuovo acquedotto preromano non è ancora una prova definitiva sull’organizzazione politica della Sabina antica. È un’evidenza concreta che può contribuire a comprendere come le comunità locali abbiano progettato e utilizzato il sottosuolo prima e durante il processo di integrazione nel mondo romano.

Fonti consultate

Acquedotto Lazio

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  • Raccontando i Campi 2026: racconti speleologici alle Tane del Diavolo di Parrano
    Condividi Il 26 e 27 settembre la 18ª edizione dell’incontro organizzato dalla FUGS propone esplorazioni, aggiornamenti sulle ricerche locali e testimonianze da diversi paesi La 18ª edizione di Raccontando i Campi si svolgerà sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 alle Tane del Diavolo di Parrano, in provincia di Terni. L’appuntamento è promosso dalla Federazione Umbra Gruppi e Speleologi, FUGS, e conserva la formula che ne ha caratterizzato la storia: mettere al centro i racconti delle attiv
     

Raccontando i Campi 2026: racconti speleologici alle Tane del Diavolo di Parrano

September 16th 2026 at 13:00

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Il 26 e 27 settembre la 18ª edizione dell’incontro organizzato dalla FUGS propone esplorazioni, aggiornamenti sulle ricerche locali e testimonianze da diversi paesi

La 18ª edizione di Raccontando i Campi si svolgerà sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 alle Tane del Diavolo di Parrano, in provincia di Terni. L’appuntamento è promosso dalla Federazione Umbra Gruppi e Speleologi, FUGS, e conserva la formula che ne ha caratterizzato la storia: mettere al centro i racconti delle attività sul campo, dando spazio a esplorazioni, rilievi, incontri e progetti della comunità speleologica.

L’edizione 2026 amplia il formato tradizionale. Dopo le esperienze ospitate a Narni, compresa l’edizione 2025 intitolata “Malamente”, l’incontro torna in un ambiente naturale direttamente legato alla ricerca speleologica e speleo-archeologica. Il programma unisce una visita al complesso carsico, una sessione di aggiornamento sulle ricerche di Parrano, racconti da diverse aree italiane ed europee e una domenica dedicata alla lettura.

Tane del Diavolo di Parrano, tra carsismo e archeologia

Le Tane del Diavolo di Parrano si aprono lungo la forra del Fosso del Bagno, alle pendici del rilievo sul quale sorge il paese. Il complesso comprende grotte e forre modellate dall’azione dell’acqua. Nell’area è presente anche una sorgente termale con temperatura indicata intorno ai 28 °C.

Il sito possiede un interesse che riguarda più discipline. Le cavità hanno restituito materiali riferibili a diverse fasi della frequentazione umana, dall’età eneolitica fino all’età del Bronzo, secondo le informazioni riportate dalle fonti territoriali e dai materiali di ricerca pubblicati negli ultimi anni. Per questo le Tane del Diavolo rappresentano un contesto nel quale esplorazione, documentazione del sottosuolo e tutela del patrimonio archeologico devono procedere insieme.

L’area è inserita nel territorio della Riserva della Biosfera MAB UNESCO Monte Peglia, riconosciuta nel 2018. Il riconoscimento riguarda un paesaggio nel quale ambiente naturale, attività umane e sviluppo sostenibile sono considerati in relazione tra loro. Il contesto contribuisce a spiegare la scelta di Parrano per un appuntamento che non propone soltanto conferenze, ma anche una presenza diretta sul terreno.

Grotta dei Conoidi e ricerca speleo-archeologica

Tra gli argomenti collegati alle Tane del Diavolo di Parrano ci sarà l’evoluzione delle ricerche sul sistema del Fosso del Bagno. In particolare, la Grotta dei Conoidi è stata individuata nel 2022 e presentata pubblicamente nel 2024. La cavità ha uno sviluppo planimetrico superiore a mezzo chilometro e un andamento labirintico, con passaggi stretti e sale di dimensioni maggiori.

Le informazioni diffuse sulla grotta riferiscono anche della presenza di concrezioni calcitiche e di materiali archeologici sottoposti a studio. Tra i reperti è stata segnalata un’emimandibola umana, elemento che può contribuire a successive analisi sulla storia delle popolazioni che hanno frequentato l’ambiente sotterraneo.

Il tema della Grotta dei Conoidi si inserisce in un quadro più ampio di documentazione. Nel workshop speleo-archeologico svolto a giugno 2026, le attività hanno riguardato rilievi topografici, aggiornamenti catastali e ricognizioni nell’area del Fosso del Rio Bagno. Sono stati impiegati anche strumenti per il rilievo tridimensionale e la costruzione di nuvole di punti. La ricerca sulla Grotta dei Conoidi mantiene una propria autonomia scientifica e, come indicato nei programmi pubblicati, è soggetta alle autorizzazioni e ai vincoli della Soprintendenza competente.

Sabato 26 settembre, esplorazioni e racconti

Il programma di sabato prevede un giro nel canyon e la visita ad alcune grotte del complesso. L’attività consentirà ai partecipanti di conoscere direttamente l’ambiente nel quale si svolgono le ricerche e di osservare la relazione tra morfologia della forra, sorgenti e accessi alle cavità.

Alle 17 inizierà la sessione principale di Raccontando i Campi. L’apertura sarà dedicata alle nuove scoperte e ai nuovi rilievi delle grotte di Parrano. Questo spazio consentirà di collegare l’incontro alle attività recenti di documentazione e alla situazione della ricerca locale.

La seconda parte proporrà testimonianze da più aree geografiche. Nel programma sono indicati racconti dall’Islanda, dai Picos d’Europa in Spagna, da Creta, dal Marguareis, da Cipro e dall’Albania. Sono previsti anche contributi italiani dedicati ad Arnetola e all’Abisso dei Monti Lepini.

La serata proseguirà con la cena e con l’Open Speleo Bar. La formula mantiene il carattere informale dell’incontro, nel quale le esperienze di campo vengono condivise attraverso immagini, resoconti e conversazioni tra partecipanti provenienti da gruppi e territori diversi.

Domenica 27 settembre, reading e cultura speleologica

La novità organizzativa del 2026 è l’estensione dell’appuntamento alla domenica. Le attività si sposteranno nell’area del grande arco naturale e nell’androne della Tana. Il programma prevede letture di racconti antichi e moderni, con un’attenzione alla narrazione come strumento per conservare e trasmettere la memoria delle esplorazioni.

È inoltre annunciata un’anteprima del nuovo libro di Andrea Gobetti. L’autore leggerà alcuni brani collegati ai temi della montagna e della grotta. Il reading completa la parte più tecnica del sabato con un momento dedicato alla cultura, alla scrittura e alla rappresentazione dell’esperienza sotterranea.

In questa prospettiva, Raccontando i Campi non si limita alla presentazione dei risultati esplorativi. Il programma mette in evidenza anche il valore documentario dei resoconti personali, delle immagini e dei testi. La narrazione diventa una modalità per rendere comprensibili attività che spesso si svolgono lontano dal pubblico e in ambienti difficili da raggiungere.

Iscrizioni, quote e informazioni logistiche

Le iscrizioni saranno aperte fino al 25 settembre 2026, salvo raggiungimento dei posti disponibili. La quota per il sabato è di 20 euro e comprende cena, pernottamento in area tenda, partecipazione alle attività e accesso alla piscina termale. La quota per la domenica è di 15 euro e comprende colazione, pranzo, partecipazione ai reading, accesso alle terme e Open Speleo Bar.

I partecipanti dovranno portare l’attrezzatura personale necessaria per il campeggio e le eventuali vettovaglie non comprese nei pasti organizzati. Il programma indica la disponibilità di servizi essenziali per il campo. È inoltre previsto un servizio navetta gratuito dalla stazione ferroviaria, con i dettagli del punto di arrivo da verificare con l’organizzazione.

Per informazioni e iscrizioni è indicato il contatto di Roberto Pettirossi: telefono 3468422259, email r.pettirossi77@gmail.com. La partecipazione richiede attenzione alle indicazioni organizzative e alle eventuali condizioni di accesso alle cavità, in un’area che comprende siti di interesse archeologico sottoposti a tutela.

Fonti

Raccontando i campi

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  • Grotte glaciali, un mondo che scompare: Monti Sorgenti 2026 apre alla glaciospeleologia
    Condividi La serata del 29 settembre al CAI Lecco racconta le cavità effimere dei ghiacciai alpini Lecco, settembre 2026 — Si terrà martedì 29 settembre 2026, alle ore 21.00, il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, dedicato quest’anno al tema “Grotte glaciali, un mondo che scompare“. L’incontro si svolgerà nella sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, a ingresso libero, e propone al pubblico un viaggio dentro ambienti nascosti e spettacolari della c
     

Grotte glaciali, un mondo che scompare: Monti Sorgenti 2026 apre alla glaciospeleologia

September 16th 2026 at 12:00

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La serata del 29 settembre al CAI Lecco racconta le cavità effimere dei ghiacciai alpini

Lecco, settembre 2026 — Si terrà martedì 29 settembre 2026, alle ore 21.00, il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, dedicato quest’anno al tema “Grotte glaciali, un mondo che scompare“. L’incontro si svolgerà nella sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, a ingresso libero, e propone al pubblico un viaggio dentro ambienti nascosti e spettacolari della criosfera alpina, oggi sempre più fragili e destinati a trasformarsi o scomparire in tempi rapidissimi.

Protagonisti della serata saranno Mauro Inglese e Paola Tognini, del Gruppo Grotte Milano CAI-SEM, e Andrea Ferrario, del Gruppo Grotte Saronno CAI-SSI. Tutti e tre sono da anni impegnati nel Progetto Speleologia Glaciale (PSG), attivo dal 2008, che coordina esplorazioni e monitoraggi di cavità glaciali in diversi ghiacciai dell’arco alpino. Durante l’incontro verranno presentate immagini di esplorazioni, racconti di campagne sul campo e osservazioni dirette su morfologia, dinamica e fragilità delle cavità endoglaciali e subglaciali.

Glaciospeleologia: che cos’è e perché studiare le grotte glaciali

La glaciospeleologia, o speleologia glaciale, è la branca della speleologia che studia ed esplora le cavità presenti nei ghiacciai. A differenza delle grotte in roccia, le grotte glaciali sono ambienti dinamici, effimeri e mutevoli nel tempo. Si formano e si evolvono rapidamente, spesso nell’arco di una singola stagione estiva, e molte strutture collassano o scompaiono in pochi mesi o anni. Questi ambienti sono fortemente condizionati dall’acqua di fusione, che scolpisce nel ghiaccio tunnel, pozzi, saloni e sistemi di drenaggio complessi.

Le grotte glaciali offrono uno sguardo privilegiato sulla morfologia interna del ghiacciaio, sui processi idrologici subglaciali ed endoglaciali e sulle interazioni tra ghiaccio, roccia e acqua. Per questo la glaciospeleologia è considerata un laboratorio accelerato di processi carsici: ciò che in roccia richiede millenni, nel ghiaccio avviene in settimane o stagioni. Studiare queste cavità significa quindi comprendere meglio la dinamica dei ghiacciai e i loro cambiamenti in un contesto di clima che si modifica.

Classificazione delle cavità glaciali: endoglaciali, subglaciali e di contatto

Il Progetto Speleologia Glaciale e la letteratura specialistica distinguono principalmente tre categorie di cavità glaciali. Le grotte di contatto si sviluppano all’interfaccia tra ghiaccio e roccia, spesso alla fronte o ai fianchi del ghiacciaio. Le grotte endoglaciali sono interamente scavate nella massa di ghiaccio, per azione dell’acqua di fusione e di correnti interne. Le grotte subglaciali si formano alla base del ghiacciaio, lungo il bedrock, e possono essere molto stabili se guidate da strutture rocciose.

A queste si aggiungono i mulini glaciali (pozzi di assorbimento) e le bé»»diè»»res (alvei superficiali), morfologie analoghe a quelle carsiche ma modellate da processi fisici diversi. Le grotte endoglaciali “vivono” soltanto durante la fase estiva, nel periodo di ablazione, e si richiudono durante il periodo invernale. Le grotte subglaciali possono invece perdurare più a lungo e sono considerate indicatori di una situazione di fragilità»» del ghiacciaio. Questa classificazione è utile per interpretare sia l’evoluzione del ghiacciaio sia i rischi legati all’esplorazione.

Il Progetto Speleologia Glaciale: storia, obiettivi e ghiacciai studiati

Il Progetto Speleologia Glaciale (PSG) nasce nel 2008 dalla collaborazione tra il Gruppo Speleologico CAI Varallo, il Gruppo Grotte Milano CAI-SEM e il Gruppo Grotte CAI Saronno, e coinvolge nel tempo altri gruppi e singoli ricercatori. Obiettivi principali del PSG sono esplorare e documentare cavità»» endoglaciali e subglaciali in ghiacciai alpini italiani e transfrontalieri, effettuare monitoraggi ripetuti per registrare cambiamenti morfologici e idrologici, e produrre rilievi topografici, fotografie, dati e pubblicazioni scientifiche e divulgative.

Attualmente al PSG aderiscono più di 50 speleologi provenienti da una dozzina di gruppi di varie regioni italiane. In questi anni sono state effettuate attività sui ghiacciai lombardi dei Forni, del Ventina, dello Scalino, e sui ghiacciai del Gorner, dell’Aletsch, del Morteratsch e del Pers in Svizzera. Il PSG ha anche organizzato campi glaciospeleologici nazionali nel 2011 e nel 2012, contributi a convegni nazionali e internazionali, e collaborazioni con la Federazione Speleologica Lombarda e con la comunità scientifica internazionale.

Perché le grotte glaciali sono “un mondo che scompare”

Le grotte glaciali sono strettamente legate allo stato di salute dei ghiacciai. Con il ritiro glaciale in atto nelle Alpi, molte cavità di contatto e endoglaciali si riducono o collassano. Alcune strutture subglaciali diventano accessibili solo per brevi periodi, prima che il fronte retroceda o che il sistema di drenaggio cambi. Interi sistemi esplorati pochi anni fa oggi non esistono più o sono radicalmente trasformati. Questo rende la documentazione glaciospeleologica urgente e necessaria.

Ogni esplorazione è anche un atto di conservazione della memoria di un ambiente in rapida scomparsa. I dati raccolti contribuiscono a comprendere meglio gli effetti del cambiamento climatico sulla criosfera alpina. Come sintetizzano alcuni protagonisti del settore, visitare una grotta glaciale e vederla scomparire poco dopo “riporta tutto alla giusta scala” e ricorda la fragilità di ciò che appare solido. La glaciospeleologia diventa quindi anche un modo per documentare la trasformazione degli ambienti di alta quota.

Esperienze recenti: esempi di esplorazioni in Pitzaler Gletscher e Gepatschferner

Alcuni resoconti recenti aiutano a capire la concretezza di questo lavoro. Sul Pitzaler Gletscher in Austria, nel 2025, una squadra guidata da Paolo Testa ha esplorato e documentato una grande grotta di contatto alla fronte del ghiacciaio, con saloni spettacolari, vasche glaciali e tratti pericolosi per crolli di ghiaccio. Parte della cavità era già isolata e destinata a vita breve. Sul Gepatschferner, nelle Alpi Venoste sul versante austriaco, esplorazioni ripetute hanno mostrato un forte ritiro della lingua glaciale e la persistenza di condotte subglaciali guidate da strutture rocciose.

Questi casi illustrano bene il duplice valore della glaciospeleologia: scientifico, per il monitoraggio di processi idrologici e morfologici, e culturale e documentario, per la testimonianza di ambienti effimeri. Le esplorazioni richiedono attrezzature specifiche, come mute e corde, e una buona conoscenza dei rischi legati ai crolli di ghiaccio e alle variazioni rapide delle strutture. Ogni campagna sul campo produce dati utili per la ricerca e per la comprensione della dinamica glaciale.

Contesto scientifico e convegnistico: IWIC e incontri nazionali di glaciospeleologia

La glaciospeleologia italiana si inserisce in un contesto internazionale attivo. La serie di workshop biennali IWIC – International Workshop on Ice Caves è dedicata alle grotte di ghiaccio. L’edizione italiana, IWIC V, si è tenuta nel 2012 in Lombardia, sulla Grigna, con forte coinvolgimento del PSG. La prossima edizione, IWIC XI, è prevista per febbraio 2026 in Romania. In Italia si sono svolti diversi incontri nazionali, tra cui “Vuoti e ghiaccio” a Novara nel 2018, “Dentro un pozzo di cielo” a Finalborgo nel 2019, e il 3 ° Incontro di Speleologia Glaciale a Bergamo nel 2023.

Questi momenti hanno consolidato una rete di ricercatori, speleologi e appassionati che condividono metodi, dati e riflessioni sulla crisi della criosfera alpina. Conferenze regionali su glaciologia ipogea e cambiamento climatico si sono tenute in Trentino-Alto Adige nel 2025. La Federazione Speleologica Lombarda e la Commissione Scientifica del CAI sostengono da anni queste attività, riconoscendo il valore scientifico e divulgativo della glaciospeleologia. Il contesto convegnistico offre opportunità di confronto e di aggiornamento per tutti gli operatori del settore.

Monti Sorgenti 2026: una rassegna per approfondire la montagna e i suoi ambienti

La serata del 29 settembre è il secondo appuntamento di settembre della rassegna Monti Sorgenti 2026, promossa dal CAI Lecco, dalla Fondazione Cassin e dal Gruppo Ragni della Grignetta per approfondire temi legati all’ambiente montano attraverso esperienze, studi e testimonianze. La rassegna propone incontri su rifugi d’alta quota, innovazione e sostenibilità, e ora anche sulle grotte glaciali. L’obiettivo è far entrare il pubblico in un “mondo nascosto e spettacolare”, ma anche far comprendere le trasformazioni in atto negli ambienti di alta quota.

L’ingresso è libero e la serata rappresenta un’occasione per avvicinarsi a un tema di nicchia ma di grande attualità»», come la glaciospeleologia. I relatori porteranno immagini e racconti diretti, rendendo accessibili al pubblico contenuti normalmente riservati agli addetti ai lavori. La sede del CAI Lecco, in via Papa Giovanni XXIII 11, ospiterà»» l’incontro dalle ore 21.00. Per informazioni è possibile contattare la sede sezionale, aperta nei consueti orari di segreteria.


Fonti

Glaciospeleologia

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  • Le Grotte a Udine: mostra sul patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia fino al 27 settembre
    Condividi “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca” è aperta alla Società Filologica Friulana. Pannelli, reperti, immagini e realtà virtuale raccontano cavità, ricerca e tutela del patrimonio speleologico regionale. Le Grotte a Udine, date e orari della mostra La mostra “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia” resta visitabile a Udine fino a domenica 27 settembre 2026. L’esposizione è ospitata nella sede della Società Filologica Friulana,
     

Le Grotte a Udine: mostra sul patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia fino al 27 settembre

September 16th 2026 at 11:00

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“Le Grotte: tra esplorazione e ricerca” è aperta alla Società Filologica Friulana. Pannelli, reperti, immagini e realtà virtuale raccontano cavità, ricerca e tutela del patrimonio speleologico regionale.

Le Grotte a Udine, date e orari della mostra

La mostra “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia” resta visitabile a Udine fino a domenica 27 settembre 2026. L’esposizione è ospitata nella sede della Società Filologica Friulana, in via Manin 18. L’ingresso è libero.

Le Grotte ha aperto al pubblico l’11 settembre. L’inaugurazione si è svolta alle 17.30, nel quadro delle iniziative regionali legate alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo. La ricorrenza cade ogni anno il 13 settembre ed è stata proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025.

La visita è possibile dal martedì al venerdì, dalle 16 alle 20. Il sabato e la domenica la mostra è aperta dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 20. La chiusura settimanale è prevista il lunedì.

L’iniziativa è stata realizzata dalla Federazione Speleologica Regionale FVG APS con la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, il Circolo Speleologico e Idrologico Friulano e la Società Filologica Friulana. La collaborazione riunisce associazioni speleologiche, istituzioni pubbliche e realtà culturali attive nella conoscenza del territorio regionale.

Patrimonio speleologico Friuli Venezia Giulia tra rilievo e ricerca

Il nucleo della mostra Le Grotte è il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia. Pannelli esplicativi, fotografie e reperti illustrano le attività che rendono possibile la conoscenza delle cavità: esplorazione, rilievo topografico, documentazione fotografica, osservazione biologica, studio delle acque e aggiornamento dei dati catastali.

Il percorso evita di presentare la speleologia come sola frequentazione del sottosuolo. L’esplorazione è anche produzione di dati. Una nuova prosecuzione, un ingresso localizzato con precisione o un rilievo aggiornato possono contribuire a comprendere la struttura di un sistema carsico, le sue relazioni con le acque sotterranee e le esigenze di protezione dell’ambiente ipogeo.

Il territorio regionale comprende contesti carsici differenti. Il Carso classico, le Prealpi Giulie e il massiccio del Canin presentano morfologie, sistemi idrici e vicende esplorative proprie. Questa varietà rende il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia un tema che coinvolge geologia, idrogeologia, biologia, archeologia e storia delle esplorazioni.

In questo quadro opera il Catasto Speleologico Regionale, istituito dalla legge regionale 15 del 2016 presso il Servizio geologico della Regione. Il Catasto è definito dall’amministrazione regionale come centro di raccolta dati e studi sul patrimonio speleologico, sulle aree carsiche e sugli acquiferi carsici. Svolge una funzione tecnica per conoscenza, tutela, gestione, divulgazione e valorizzazione, in collaborazione con enti di ricerca e gruppi speleologici.

I dati richiamati nel programma regionale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo indicano 8.691 cavità censite e 9.540 ingressi. Il numero degli accessi è superiore a quello delle cavità perché un medesimo complesso ipogeo può avere più entrate. Il dato offre una misura della diffusione del patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia, senza ridurre le grotte a semplici luoghi di visita.

Realtà virtuale per conoscere le cavità regionali

Le Grotte include una sezione dedicata alle tecnologie immersive. I visitatori possono usare visori per realtà virtuale e navigare video a 360 gradi. Schermi e postazioni digitali propongono inoltre virtual tour e filmati divulgativi.

Questi strumenti consentono di avvicinarsi a spazi sotterranei che non sono ordinariamente accessibili a un pubblico ampio. Una visualizzazione digitale non sostituisce l’attività sul campo né il rigore della documentazione speleologica. Può però rendere più chiari gli ambienti, le dimensioni dei vuoti sotterranei e le modalità di lavoro adottate dai gruppi.

La soluzione ha anche un valore di tutela. Molte grotte ospitano concrezioni vulnerabili, sedimenti con interesse scientifico, fauna specializzata e tracce archeologiche. Limitare gli accessi non necessari e proporre forme di divulgazione digitale può contribuire a ridurre le pressioni sugli ambienti più delicati, mantenendo la possibilità di farne conoscere caratteristiche e valore.

La presenza di materiali fisici e contenuti immersivi mette in relazione due piani. Da una parte ci sono i reperti, le immagini e la memoria delle esplorazioni. Dall’altra ci sono gli strumenti contemporanei con cui si possono comunicare luoghi complessi, spesso non raggiungibili o inadatti alla fruizione ordinaria.

Giornata UNESCO e speleologia regionale

La mostra Le Grotte si collega alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo. L’UNESCO indica che la ricorrenza mira a richiamare l’attenzione sulle cavità naturali sotterranee, sulle risorse idriche e sui paesaggi geologici. Il riferimento internazionale colloca quindi la tutela del carsismo in un ambito che unisce ricerca, educazione ambientale e gestione responsabile.

Il Friuli Venezia Giulia ha accompagnato la ricorrenza con un programma diffuso. Tra le iniziative figuravano “Grotte aperte”, con visite gratuite in cinque cavità turistiche del Catasto regionale, e un workshop a Trieste dedicato al centenario di Duemila Grotte di Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. L’opera è ricordata dalla Regione come il primo catasto speleologico al mondo.

Per la mostra udinese sono stati annunciati anche contributi sulla storia della speleologia friulana e sulla Grotta Tirfor, nel Complesso Bernardo Chiappa del Monte Bernadia. La presentazione di casi di studio permette di riportare il discorso dal patrimonio generale a esplorazioni e territori concreti.

Le Grotte propone così una lettura accessibile del mondo ipogeo regionale. Il visitatore trova una sintesi tra paesaggio carsico, attività associativa, ricerca scientifica e strumenti di divulgazione. La conoscenza delle cavità resta un passaggio essenziale anche per la loro tutela.

Informazioni utili

Mostra: “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia”
Sede: Società Filologica Friulana, via Manin 18, Udine
Periodo: fino al 27 settembre 2026
Orari: dal martedì al venerdì, 16-20; sabato e domenica, 10-12 e 16-20
Ingresso: libero

Fonti

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  • Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D
    Condividi Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam. Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei. La campagna si è svo
     

Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D

September 16th 2026 at 10:00

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Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari

Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam.

Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei.

La campagna si è svolta a Cava Bertocchi, gestita dalla Vaccari Antonio Giulio S.p.A. Il sito è stato scelto per la presenza di basalto, una roccia magmatica che offre un analogo utile per alcune caratteristiche delle superfici lunari.

L’analogia resta parziale. Sulla Luna mancano atmosfera e acqua liquida, la gravità è molto più bassa e le condizioni di illuminazione, temperatura e radiazione sono diverse.

Il test ha riunito competenze di geologia, ottica, fotogrammetria, robotica e operazioni con droni. Vi hanno partecipato gruppi dell’INAF, del Politecnico di Milano, dell’Università di Padova, Planetek Italia e dell’Agenzia spaziale italiana.

La campagna ha rappresentato il primo impiego delle quattro camere PanCam montate insieme nella configurazione prevista per DaedalusCam. [web:9][file:2]

DaedalusCam e la visione panoramica iperemisferica

DaedalusCam non è una singola fotocamera. È composta da quattro camere dotate di lenti bifocali panoramiche, disposte in una configurazione incrociata.

Ogni lente combina un campo panoramico di circa 360 gradi in azimut e 100 gradi in elevazione con una regione frontale circolare più ristretta, ma a maggiore risoluzione.

La copertura molto ampia serve a osservare pareti, fondo, soffitto e traiettoria durante la discesa nella cavità. La configurazione consente inoltre una visione stereoscopica ridondante. Secondo la documentazione tecnica del progetto, ogni punto dello spazio circostante dovrebbe essere osservato da almeno due camere, mentre alcune aree possono essere viste da tre o quattro sistemi.

L’aggettivo iperemisferica indica un campo di vista più esteso rispetto a quello di un obiettivo fisheye convenzionale. La caratteristica riduce le zone cieche, ma rende più complessa la calibrazione geometrica. La parte centrale ad alta risoluzione può essere utilizzata anche con filtri a banda stretta, per ottenere indicazioni sulla composizione delle pareti. L’interpretazione spettrometrica dovrà considerare illuminazione, polvere, angolo di osservazione e calibrazione radiometrica. [web:15]

Fotogrammetria e modello tridimensionale

Il compito principale di DaedalusCam è documentare la geometria della skylight e della discesa. Le immagini non producono automaticamente una mappa 3D. Prima devono essere calibrate, corrette dalla distorsione e allineate tra loro.

La catena di elaborazione comprende la trasformazione delle immagini, la registrazione dei punti omologhi, la stima del movimento e la fusione dei dati provenienti dalle quattro camere. Gli algoritmi SLAM possono contribuire a ricostruire nello stesso momento la traiettoria della piattaforma e la forma dell’ambiente.

Il risultato può essere una nuvola di punti, una mesh o un Digital Terrain Model. La qualità del prodotto deve essere verificata con misure indipendenti. Nel caso della Cava Bertocchi, il modello fotogrammetrico sarà confrontato con un rilievo ottenuto tramite laser altimetro. Il confronto consentirà di stimare l’errore sulle quote, la deriva della traiettoria e la capacità di ricostruire pareti verticali e superfici con poca tessitura.

Per un’applicazione planetaria è importante distinguere una superficie visivamente coerente da una misura geometrica affidabile. La validazione quantitativa sarà quindi una delle fasi centrali dello sviluppo.

La missione Daedalus verso Marius Hills

Il concetto Daedalus è stato sviluppato nell’ambito degli studi ESA SysNova e di una successiva attività Concurrent Design Facility. Il principale obiettivo è l’esplorazione della Marius Hills Hole, una depressione verticale situata nell’Oceanus Procellarum, nella regione equatoriale della Luna.

La cavità è stata individuata grazie alle osservazioni della missione giapponese SELENE-Kaguya. Le immagini hanno mostrato un’apertura verticale con dimensioni stimate nell’ordine di alcune decine di metri e una profondità di circa 80-90 metri. Dati successivi di altre missioni hanno rafforzato l’interesse per la possibile presenza di vuoti sotterranei. La continuità e lo sviluppo effettivo del lava tube non sono ancora stati verificati direttamente da un robot. [web:5][web:15]

La sequenza operativa ipotizzata prevede l’arrivo di un rover sul bordo della skylight. Un sistema di calata dovrebbe abbassare la sfera robotica lungo il pozzo. Durante la discesa, prevista per circa 50 metri nel progetto descritto da INAF, il cavo potrebbe fornire energia e trasmettere dati.

Una volta raggiunta la parte inferiore, Daedalus potrebbe sganciarsi e procedere autonomamente. Il robot non è concepito per tornare in superficie. La fase profonda dovrebbe basarsi soprattutto su lidar e sensori ambientali, perché non è prevista un’illuminazione artificiale per le camere ottiche.

Perché studiare le cavità lunari

I lava tube si formano quando la parte esterna di una colata lavica si raffredda, mentre il materiale interno continua a scorrere. L’esaurimento del flusso può lasciare un condotto vuoto. Il crollo parziale del tetto può generare una skylight, cioè un’apertura che collega la superficie al sistema sotterraneo.

Le cavità lunari interessano la ricerca per la loro possibile funzione di schermatura. La roccia sovrastante può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni rispetto alla superficie. L’ambiente sotterraneo potrebbe anche presentare variazioni termiche più contenute. Queste condizioni spiegano l’interesse per future missioni robotiche e, in prospettiva, per l’esplorazione umana.

Si tratta di potenzialità, non di condizioni già dimostrate per ogni cavità. Non è ancora noto se la Marius Hills Hole conduca a un ambiente ampio, stabile e percorribile. Restano da valutare accesso, comunicazioni, polvere, regolite, ostacoli, stabilità delle pareti e disponibilità energetica.

Un collegamento con la speleologia terrestre

Il progetto richiama diversi metodi della speleologia. Anche in una grotta terrestre il rilievo serve a trasformare osservazioni parziali in una rappresentazione spaziale. Sono importanti la ridondanza delle misure, la valutazione dell’incertezza e l’individuazione delle zone non osservate.

Le condizioni operative restano molto diverse. Una grotta terrestre può essere raggiunta da persone o robot, dispone di atmosfera e può essere illuminata artificialmente. Un lava tube lunare richiede invece sistemi autonomi, collegamenti radio, gestione della polvere e strumenti capaci di operare nel vuoto e in condizioni termiche difficili.

Il confronto è utile soprattutto sul piano metodologico. Prima di discutere la possibilità di una base, la cavità dovrà essere misurata, mappata e interpretata. DaedalusCam è pensata per la prima parte di questo percorso: osservare l’ingresso, documentare la discesa e produrre un modello tridimensionale delle pareti.

Prossimi sviluppi della tecnologia

La campagna sui Monti Lessini ha mostrato la possibilità di utilizzare la configurazione completa a quattro camere durante un volo con drone. Il gruppo dovrà ora completare l’elaborazione delle immagini e verificare la precisione del modello rispetto al rilievo laser.

Tra le criticità da affrontare ci sono la gestione della luce solare, la differenza di esposizione tra le camere, la distorsione ottica e la quantità di dati da elaborare. Un campo di vista così ampio aumenta la copertura, ma può introdurre saturazione, riflessi e perdita di contrasto quando la sorgente luminosa entra nell’inquadratura.

Sono allo studio ulteriori test in ambienti vulcanici naturali, comprese possibili campagne nelle grotte dell’Etna. Un simile passaggio permetterebbe di avvicinare la sperimentazione alle condizioni di una cavità, mantenendo la possibilità di intervento diretto degli operatori.

La data del 2033, citata nelle prime fasi del progetto Daedalus, non risulta confermata. Le informazioni più recenti riportano un orizzonte successivo al 2033 e non indicano ancora un lancio operativo definito. DaedalusCam rappresenta quindi una tecnologia in sviluppo all’interno di un concetto di missione, non uno strumento già inserito in una missione lunare finanziata e programmata.

Fonti

Dedalus

L'articolo Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D proviene da Scintilena.

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Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard

September 16th 2026 at 09:00

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Studio approfondito per divulgazione scientifica

Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che le acque di fusione di 19 ghiacciai vallivi della Svalbard trasportano metano in concentrazioni superiori all’equilibrio atmosferico. Il metano è in gran parte di origine geologica e termogenica, non semplicemente prodotto dai microbi sotto il ghiaccio. La mobilizzazione è maggiore quando coincidono due condizioni: un substrato ricco di shale organico e un letto glaciale temperato, cioè non congelato, umido e attraversato da acqua.

Il risultato non significa che ogni aumento della fusione determini automaticamente un aumento proporzionale delle emissioni atmosferiche. Indica però un meccanismo plausibile di feedback climatico: più acqua di fusione può raggiungere il letto del ghiacciaio e favorire il trasporto verso valle di metano antico accumulato nella roccia o nei sistemi di fratture. La quantità effettivamente emessa in atmosfera dipende poi da degassamento, turbolenza, ossidazione microbica, tempi di permanenza e condizioni idrologiche.

La ricerca del 2026

Domanda scientifica

Il lavoro di Gabrielle E. Kleber, Erik Schytt Mannerfelt e colleghi studia come la geologia subglaciale e il regime termico basale regolino la presenza di metano nelle acque di fusione. Gli autori hanno cercato di superare una limitazione degli studi precedenti: la difficoltà di distinguere il ruolo della geologia da quello delle condizioni fisiche del ghiacciaio.

Area e campionamento

La ricerca ha interessato 19 fiumi alimentati da ghiacciai nella Svalbard centrale. Secondo il resoconto dello studio, sono stati raccolti 148 campioni d’acqua. Tutti i corsi d’acqua analizzati risultavano sovrasaturi di metano rispetto all’equilibrio con l’atmosfera; le concentrazioni massime arrivavano a circa 425 volte il valore di equilibrio atmosferico. [web:7]

Metodi principali

Gli autori hanno combinato:

  • analisi delle concentrazioni di metano disciolto;
  • composizione isotopica del carbonio del metano, espressa come ?¹³C-CH?;
  • ricerca di etano e propano, idrocarburi associati a gas naturali termogenici;
  • caratterizzazione della geologia sottostante i bacini glaciali;
  • rilievi radar a penetrazione del suolo, o GPR, per stimare la distribuzione del ghiaccio temperato e del ghiaccio freddo alla base dei ghiacciai.

La forza dell’impostazione sta nell’analisi congiunta della chimica dell’acqua e della struttura fisico-termica del ghiaccio. Un’elevata concentrazione di metano, da sola, non dimostra infatti né l’origine del gas né il percorso seguito prima del campionamento.

Da dove proviene il metano

Metano microbico e metano termogenico

Il metano può avere origini diverse.

Il metano microbico, o biogenico, si forma quando microrganismi degradano materia organica in ambienti poveri di ossigeno, come sedimenti saturi o il letto di un ghiacciaio. È stato documentato in diversi ambienti glaciali, compreso il margine della Groenlandia.

Il metano termogenico, invece, deriva dalla trasformazione geologica di materia organica sepolta. Pressione e temperatura, agendo per tempi geologici, trasformano il materiale organico in idrocarburi. Il gas può migrare attraverso fratture e livelli permeabili della roccia, oppure rimanere intrappolato sotto una copertura relativamente impermeabile.

Gli indicatori utilizzati

Nel caso delle Svalbard, la firma isotopica del metano e la presenza di etano e propano indicano che il gas è prevalentemente geologico e termogenico. La presenza di idrocarburi più pesanti è importante perché il metano prodotto esclusivamente da processi microbici tende ad avere una composizione diversa e, in genere, non è accompagnato dalle stesse proporzioni di etano e propano.

La formulazione corretta è tuttavia “in gran parte termogenico”: l’analisi non implica necessariamente l’assenza totale di produzione microbica. In un sistema subglaciale possono coesistere sorgenti differenti e i processi biologici possono modificare, consumare o diluire il segnale originario.

Il ruolo della geologia

Shale ricchi di materia organica

Le concentrazioni più elevate sono associate ai ghiacciai il cui letto si trova sopra formazioni ricche di shale organico. Gli shale sono rocce sedimentarie fini, spesso ricche di materia organica, che in determinate condizioni possono funzionare da rocce madri per idrocarburi.

Nel contesto delle Svalbard, la Formazione Carolinefjellet è un esempio rilevante di successione cretacica con shale e arenarie ricche di materia organica. Uno studio precedente sul bacino di Vallåkrabreen ha descritto questa unità come una roccia sorgente petrolifera associata a gas termogenici C1-C4. [web:5]

Geologia come controllo della disponibilità

La geologia non produce necessariamente metano nuovo durante ogni stagione di fusione. Più spesso determina la disponibilità di un serbatoio antico e le vie attraverso cui il gas può migrare. La fusione agisce quindi soprattutto come processo di mobilizzazione e trasporto:

  1. l’acqua di fusione penetra nelle crepacciature e nei condotti del ghiaccio;
  2. raggiunge il letto del ghiacciaio;
  3. entra in contatto con sedimenti, fratture e rocce organiche;
  4. dissolve o trascina il metano presente nei pori e nei fluidi sotterranei;
  5. convoglia il gas disciolto verso il portale glaciale e il fiume proglaciale;
  6. il metano passa all’atmosfera per degassamento, soprattutto nei tratti turbolenti.

Il ruolo della temperatura basale

Ghiaccio freddo e ghiaccio temperato

Un ghiacciaio con letto congelato è relativamente poco connesso al substrato attraverso acqua liquida continua. L’acqua può comunque circolare localmente, ma il contatto idrologico con la roccia è più limitato.

Un letto temperato è invece prossimo al punto di fusione e contiene acqua liquida. Le pressioni elevate, la deformazione del ghiaccio, la presenza di sedimenti e la rete di drenaggio subglaciale possono favorire un contatto più efficace tra acqua e substrato.

Il GPR ha permesso di valutare l’estensione del ghiaccio temperato alla base dei ghiacciai. Il risultato centrale è che il regime termico non è un semplice dettaglio: modifica la capacità del ghiacciaio di intercettare e trasferire metano dalla base verso il sistema fluviale.

Il modello concettuale

La maggiore mobilizzazione si verifica quando coesistono:

  • roccia o sedimento ricco di materia organica e gas geologico;
  • letto glaciale temperato;
  • drenaggio subglaciale attivo;
  • sufficiente produzione di acqua di fusione;
  • vie di deflusso che collegano il letto al fiume proglaciale.

Se manca il substrato favorevole, l’acqua può circolare senza acquisire molto metano. Se il substrato è ricco di gas ma il letto è congelato, il contatto idrologico può essere insufficiente. L’emissione è quindi il prodotto dell’interazione tra geologia, temperatura e idrologia.

Risultati quantitativi e contesto

Il nuovo studio riporta sovrasaturazioni fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico nelle acque di fusione. Una stima complessiva citata nel materiale di comunicazione associato alla ricerca colloca il trasporto annuo dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard nell’intervallo 182-368 tonnellate di metano. Si tratta di una stima di trasporto o potenziale emissione e non equivale necessariamente alla quantità che raggiunge effettivamente l’atmosfera. [web:7]

Un lavoro precedente, condotto su un singolo bacino glaciale centrato su Vallåkrabreen, aveva misurato fino a 3170 nM di metano nel fiume glaciale, quasi 800 volte l’equilibrio atmosferico. Per l’intera stagione di fusione del 2021 gli autori avevano stimato circa 616 kg di potenziale emissione dal fiume, con un intervallo di 484-766 kg. [web:5]

Questi numeri non sono direttamente intercambiabili: il primo studio riguarda un singolo bacino e una particolare stagione, mentre il lavoro del 2026 amplia il campionamento a 19 ghiacciai. Differenze di metodo, scala spaziale, condizioni meteorologiche, periodo di campionamento e definizione di “emissione” possono produrre valori diversi.

Perché il metano può sfuggire all’atmosfera

Degassamento fisico

Il metano è poco solubile in acqua. Quando l’acqua passa da condizioni confinate e pressurizzate a un fiume aperto, la riduzione di pressione facilita la fuoriuscita del gas. La turbolenza aumenta enormemente lo scambio acqua-atmosfera.

Nel bacino di Vallåkrabreen, il lavoro precedente ha osservato una perdita rapida di metano lungo il fiume: circa il 76% in un tratto di 650 metri. Questo dato illustra perché le concentrazioni misurate vicino al portale glaciale e quelle misurate più a valle possono essere molto diverse. [web:5]

Ossidazione microbica

Il metano non degassato immediatamente può essere consumato da microrganismi metanotrofi nelle acque e nei sedimenti proglaciali. Questo processo può attenuare la quota emessa in atmosfera.

Uno studio su sistemi glaciali islandesi ha trovato che l’ossidazione in un fiume proglaciale poteva ridurre le emissioni atmosferiche stimate fino al 53%, pur sottolineando che l’effetto dipende dalla concentrazione iniziale, dal tempo di permanenza e dalla turbolenza. [web:10]

Per questo motivo, una concentrazione elevata di metano nell’acqua non deve essere tradotta automaticamente in un flusso atmosferico equivalente. Sono necessarie misure dirette o bilanci completi che considerino degassamento e ossidazione.

Feedback climatico: quanto è solido?

Il meccanismo plausibile

Il possibile feedback è il seguente:

  1. il riscaldamento aumenta la fusione superficiale;
  2. una maggiore quantità d’acqua raggiunge il letto glaciale;
  3. il drenaggio subglaciale entra in contatto con substrati ricchi di gas;
  4. il metano viene trasportato verso i fiumi proglaciali;
  5. una parte del gas degassa nell’atmosfera;
  6. il metano aumenta il forzante radiativo e contribuisce al riscaldamento.

Il nuovo studio fornisce un meccanismo e identifica le condizioni geologiche e termiche che lo rendono più probabile. Non dimostra però che l’intero sistema glaciale sia destinato a emettere sempre più metano in modo lineare.

Perché la risposta può essere non lineare

La fusione può inizialmente aumentare il trasporto di metano, ma l’evoluzione successiva dipende dalla dinamica del ghiacciaio:

  • un aumento dell’acqua può aprire vie di drenaggio più efficienti e accelerare il flushing;
  • la diluizione può ridurre le concentrazioni, anche se il carico totale aumenta;
  • la turbolenza può aumentare il degassamento;
  • l’ossidazione microbica può sottrarre metano prima dello scambio con l’atmosfera;
  • il ritiro può esporre nuove sorgenti di acque sotterranee nella zona proglaciale;
  • in alcuni ghiacciai, cambiamenti del bilancio termico possono ridurre l’estensione del letto temperato e quindi il contatto acqua-roccia.

La formulazione più prudente è quindi: l’aumento della fusione può amplificare la mobilizzazione del metano dove sussistono le condizioni geologiche e termiche adatte, ma l’effetto netto sulle emissioni atmosferiche deve essere quantificato caso per caso.

Collegamento con gli studi precedenti

Sorgenti di acque sotterranee nei forefield

Nel 2023 Kleber e colleghi hanno studiato sorgenti di acque sotterranee formatesi nei forefield lasciati liberi dal ritiro glaciale. Su 78 ghiacciai con terminazione terrestre nella Svalbard centrale, le acque erano sovrasature fino a 600.000 volte rispetto all’equilibrio atmosferico. Gli autori stimavano fino a 2,31 kt di metano annue dalle acque sotterranee proglaciali dell’arcipelago. [web:13]

Questo percorso è distinto dal trasporto diretto attraverso il fiume di fusione, ma appartiene allo stesso quadro: la perdita della copertura criosferica rende accessibili serbatoi geologici prima isolati.

Confronto con la Groenlandia

Sotto la calotta groenlandese è stata documentata una componente microbica importante, associata a sedimenti anossici e carbonio organico subglaciale. Alle Svalbard, invece, gli isotopi e gli idrocarburi associati indicano una prevalenza di metano geologico termogenico.

La differenza è scientificamente rilevante: non esiste un’unica “firma del metano glaciale”. Il bilancio dipende dall’età e dalla natura del carbonio, dalla litologia del substrato, dalla disponibilità di acqua e dall’attività biologica.

Limiti e cautele interpretative

Sovrasaturazione non significa flusso atmosferico diretto

La sovrasaturazione indica che l’acqua contiene più metano di quanto potrebbe mantenere in equilibrio con l’atmosfera. È un indicatore di potenziale degassamento, non una misura automatica del flusso atmosferico. Per calcolare il flusso servono portata, concentrazione, geometria del corso d’acqua, turbolenza, velocità di trasferimento e, idealmente, misure eddy covariance o camere di flusso.

Campionamento stagionale

Le concentrazioni possono essere molto elevate all’inizio della stagione perché il metano si accumula durante l’inverno sotto il ghiaccio e viene rilasciato quando riparte il drenaggio. Campioni raccolti solo durante il picco di portata giornaliero possono inoltre essere diluiti dall’acqua superficiale e sottostimare le concentrazioni nei periodi di magra.

Upscaling

Trasferire una stima da 19 ghiacciai a tutto l’arcipelago richiede cautela. Servono informazioni sulla distribuzione delle litologie, sull’estensione del ghiaccio temperato, sulla portata stagionale, sull’evoluzione dei sistemi di drenaggio e sulla quota di metano che viene ossidata o degassata.

Terminologia

È preferibile distinguere tra:

  • concentrazione di metano nell’acqua;
  • trasporto fluviale di metano;
  • potenziale emissione, cioè metano eccedente l’equilibrio atmosferico;
  • emissione atmosferica effettivamente misurata;
  • origine termogenica del gas;
  • mobilizzazione di un serbatoio antico;
  • produzione contemporanea di nuovo metano.

Implicazioni per l’Artico e per altri ghiacciai

Il meccanismo potrebbe essere rilevante anche fuori dalle Svalbard dove ghiaccio e substrati organici ricchi di idrocarburi entrano in contatto. Le analogie più immediate riguardano altre regioni artiche, ma il trasferimento del risultato ad aree come Himalaya, Alpi o Antartide deve essere verificato geologicamente.

Non basta sapere quanto rapidamente si ritira un ghiacciaio. Occorre conoscere cosa c’è sotto il ghiaccio: shale, carbone, sedimenti organici, rocce madri, faglie, fratture, permafrost e possibili accumuli di gas. La stessa perdita di massa glaciale può quindi produrre risposte molto diverse in bacini con substrati differenti.

Proposta di monitoraggio

Un programma efficace dovrebbe integrare:

  1. cartografia geologica e geomorfologica dei bacini;
  2. rilievi GPR e, dove possibile, metodi elettromagnetici o sismici per il regime basale;
  3. monitoraggio continuo della portata e della temperatura dell’acqua;
  4. campionamenti ad alta frequenza durante l’intera stagione di fusione;
  5. concentrazioni di CH?, CO?, etano e propano;
  6. isotopi del carbonio e dell’idrogeno del metano;
  7. misure di ossigeno disciolto e attività metanotrofica;
  8. misure dirette del flusso aria-acqua nei tratti fluviali;
  9. telerilevamento del bilancio di massa e dell’evoluzione del reticolo di drenaggio;
  10. bilanci separati per portale glaciale, fiume proglaciale, sorgenti e falde.

L’esperienza degli acquiferi carsici offre un’analogia metodologica utile: acqua, fratture e condotti possono trasferire rapidamente sostanze dal substrato alla superficie, mentre la struttura del sistema controlla tempi di residenza, diluizione e attenuazione. Il parallelismo non implica che ghiacciai e acquiferi carsici siano sistemi equivalenti, ma suggerisce l’importanza di studiare il sottosuolo come rete di vie preferenziali e non come semplice serbatoio omogeneo. [file:2]

Valutazione complessiva

La ricerca di Kleber e colleghi compie un passo importante perché trasforma un’osservazione locale — metano nelle acque di fusione — in un modello meccanicistico verificabile. La mobilizzazione dipende dalla coincidenza tra una sorgente geologica ricca di materia organica e un letto glaciale temperato capace di sostenere il contatto acqua-roccia.

Il messaggio divulgativo “più fusione, più metano” è utile ma deve essere qualificato. La fusione può favorire la mobilizzazione, soprattutto nelle fasi iniziali e nei bacini predisposti; non è però sufficiente da sola a determinare il bilancio atmosferico. Degassamento, ossidazione, stagionalità, idrologia e trasformazioni termiche del ghiacciaio possono attenuare, amplificare o invertire la risposta.

Il significato più ampio dello studio è che il cambiamento climatico non agisce soltanto sulla quantità di ghiaccio, ma anche sulla connettività tra atmosfera, acqua, ghiaccio e geologia profonda. I ghiacciai possono funzionare come coperture criosferiche che isolano serbatoi di gas; quando cambiano, possono diventare anche vie di trasferimento per carbonio antico.

Scheda rapida per articolo

Titolo consigliato: Metano antico sotto i ghiacciai: alle Svalbard contano shale e temperatura del letto glaciale

Sottotitolo: Le acque di fusione di 19 ghiacciai risultano sovrasature di metano, in gran parte termogenico. Il rilascio è maggiore dove il ghiaccio temperato entra in contatto con rocce ricche di materia organica.

Dati chiave:

  • 19 ghiacciai vallivi studiati;
  • 148 campioni d’acqua, secondo il resoconto associato alla ricerca;
  • sovrasaturazione fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico;
  • firma isotopica e presenza di etano e propano compatibili con origine termogenica;
  • ruolo decisivo della presenza di letto glaciale temperato;
  • stima di 182-368 tonnellate annue trasportate dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard;
  • emissione atmosferica reale probabilmente inferiore o diversa dal semplice trasporto, a seconda di degassamento e ossidazione.

Frase da evitare: “Lo scioglimento dei ghiacciai libererà certamente enormi quantità di metano.”

Frase consigliata: “L’aumento della fusione può intensificare la mobilizzazione di metano geologico sotto i ghiacciai, ma l’entità dell’emissione atmosferica dipende dalla geologia, dal regime termico basale e dai processi di degassamento e ossidazione.”

Fonti principali

  • Kleber, G. E. et al. (2026), “Subglacial geology and thermal conditions regulate methane emissions from Svalbard glaciers”, Nature Communications, vol. 17, articolo 9347, DOI: 10.1038/s41467-026-77190-z.
  • Kleber, G. E. et al. (2025), “Proglacial methane emissions driven by meltwater and groundwater flushing in a high-Arctic glacial catchment”, Biogeosciences, 22, 659-674. [web:5]
  • Kleber, G. E. et al. (2023), “Groundwater springs formed during glacial retreat are a large source of methane in the high Arctic”, Nature Geoscience. [web:13]
  • Strock, K. E. et al. (2024), “Oxidation is a potentially significant methane sink in land-terminating glacial runoff”. [web:10]
  • Phys.org, “Melting Svalbard glaciers may flush ancient methane from rocks beneath the ice”, 8 settembre 2026. [web:7]

Fonte: https://www.nature.com/articles/s41467-026-77190-z

L'articolo Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard proviene da Scintilena.

Alla Grotta del Vento la prima Giornata UNESCO delle Grotte e del Carsismo: tecnica, memoria e divulgazione in Garfagnana

September 16th 2026 at 08:00

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Domenica 13 settembre 2026, Fornovolasco ha ospitato dimostrazioni di progressione verticale, attrezzature speleosubacquee e una visita storica guidata. L’iniziativa ha collegato la ricorrenza internazionale UNESCO alla conoscenza concreta del patrimonio carsico delle Alpi Apuane.


La prima Giornata internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo

Il 13 settembre 2026 è stata celebrata per la prima volta la Giornata internazionale delle Grotte e del Carsismo – International Day of Caves and Karst (IDCK), ricorrenza annuale proclamata dall’UNESCO per sensibilizzare sul valore degli ambienti ipogei e dei paesaggi carsici.

La celebrazione internazionale si è svolta a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale nella celebre grotta turistica.

Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone, oltre a conservare biodiversità sotterranea, archivi geologici e testimonianze della storia umana.


Grotta del Vento: un laboratorio pubblico di speleologia nelle Alpi Apuane

La Grotta del Vento, situata a Fornovolasco nel cuore del Parco delle Alpi Apuane (Garfagnana, provincia di Lucca), ha aderito alla ricorrenza con una giornata dedicata a tecnica, esplorazione e memoria storica della speleologia.

La cavità turistica, sviluppata in rocce calcaree, offre tre itinerari di durata diversa e consente di osservare gallerie fossili, condotti freatici e ambienti in concrezionamento.

La valorizzazione turistica è iniziata negli anni Sessanta: i lavori per l’accessibilità sono cominciati nel 1965, il primo itinerario è stato completato nel 1967, il secondo nel 1970 e il terzo nel 1982.


Dalla corrente d’aria alle prime esplorazioni: la storia della cavità

Prima dell’esplorazione sistematica, la grotta era conosciuta soprattutto per la corrente d’aria che usciva dall’apertura, sfruttata in una struttura usata come frigorifero naturale.

Nel 1898 una bambina di quattro anni, Bettina, penetrò per pochi metri nella cavità, aprendo simbolicamente la strada alla conoscenza moderna della grotta.

Le prime esplorazioni speleologiche organizzate risalgono al 1929, quando il Gruppo Speleologico Fiorentino del CAI raggiunse circa 60 metri di sviluppo, fermandosi davanti a una galleria a U piena d’acqua interpretata come sifone.


La mostra delle attrezzature: evoluzione della tecnica speleologica

Nel piazzale della Grotta del Vento è stata allestita una mostra storica che ha ripercorso l’evoluzione delle tecniche di progressione verticale e di illuminazione.

La progressione verticale è stata illustrata attraverso le scalette di corda con pioli di legno, le scale “superleggere” degli anni Sessanta e infine la progressione su sola corda con discensori e bloccanti, che ha reso più efficiente la salita e la discesa lungo i pozzi.

Il percorso storico ha ricordato anche il passaggio dalle prime lampade a incandescenza alle lampade frontali ad acetilene con accensione piezoelettrica, fino all’attuale illuminazione elettrica a LED.


Dimostrazioni di progressione verticale e arrampicata in grotta

Dal piazzale pendeva una corda dalla parete strapiombante, sulla quale gli speleologi hanno eseguito manovre dimostrative per mostrare il funzionamento dei sistemi di progressione moderna.

Le dimostrazioni sono state realizzate da Davide Massarenti, Pietro Taddei dello Speleo Club Garfagnana, Simona Marioti e Federico Bucci.

L’arrampicata in grotta e la discesa su corda dalla sommità della Sala dei Trenta Metri hanno aggiunto una dimensione spettacolare, subordinata però alla spiegazione tecnica per il pubblico non specialista.


Speleosubacquea: attrezzature e spiegazioni sui sifoni

L’esposizione ha incluso anche le attrezzature per l’esplorazione dei sifoni, introducendo il pubblico alla speleosubacquea, una delle discipline più complesse dell’esplorazione ipogea.

Un sifone è un tratto di cavità completamente o parzialmente allagato che richiede tecniche subacquee per essere attraversato, in un ambiente confinato e spesso privo di luce naturale.

Il pubblico ha ricevuto spiegazioni da Davide Massarenti, indicato come speleosub e istruttore subacqueo della Marina Militare.


Visita storica conclusiva guidata da Massimo Goldoni

La giornata si è conclusa con una visita speciale guidata da Massimo Goldoni, speleologo modenese, che ha riportato l’attenzione sui primi naturalisti che, agli inizi del Novecento, affrontarono le parti conosciute della grotta con strumenti e conoscenze molto più limitati.

Il percorso ha trasformato la grotta in un archivio di memoria, presentando sale e pozzi non soltanto come forme geologiche, ma come luoghi segnati da tentativi, errori, intuizioni e passaggi generazionali.


Il significato scientifico e ambientale del carsismo

Il carsismo nasce dall’interazione tra acqua, roccia solubile, fratture e tempo, creando gallerie, pozzi e reti idrologiche sotterranee.

Le aree carsiche sono riconoscibili per calcari e dolomie, doline, inghiottitoi, sorgenti, fiumi sotterranei e scarso sviluppo del reticolo superficiale.

Gli acquiferi carsici sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento perché l’acqua può trasferirsi rapidamente attraverso fessure e cavità»», rendendo più difficile la filtrazione naturale degli inquinanti.


Valutazione dell’evento e prospettive future

La manifestazione ha avuto un esito positivo, con la partecipazione di un pubblico composto sia da speleologi e appassionati sia da visitatori curiosi.

L’evento ha trasformato una visita turistica in un’esperienza di interpretazione del patrimonio sotterraneo, mettendo in relazione strumenti, tecniche, persone e storia dell’esplorazione.

Inserita nella prima ricorrenza UNESCO dedicata alle grotte e al carsismo, l’iniziativa assume un significato più ampio: ricordare che il mondo sotterraneo è un sistema fragile, scientificamente prezioso e connesso alla sicurezza dell’acqua e alla conservazione della natura.


Fonti

Grotta del Vento

L'articolo Alla Grotta del Vento la prima Giornata UNESCO delle Grotte e del Carsismo: tecnica, memoria e divulgazione in Garfagnana proviene da Scintilena.

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  • Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio
    Condividi La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico Una revisione cambia il quadro del proteo Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel
     

Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio

September 16th 2026 at 07:00

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La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico

Una revisione cambia il quadro del proteo

Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel genere Proteus.

Lo studio, firmato da Christophe Dufresnes e collaboratori, integra dati genomici e filogeografici, morfologia, distribuzione, modellistica ambientale, valutazioni del rischio e analisi nomenclaturale. Il risultato non indica la comparsa improvvisa di nove animali distinti. Rende visibile una diversità evolutiva già suggerita da precedenti ricerche genetiche.

La revisione descrive il proteo come un esempio di microendemismo sotterraneo. Le nove specie occupano areali molto ristretti nel Carso dinarico, tra Italia nord-orientale, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Il nuovo quadro modifica anche le priorità di conservazione.

Proteo, un anfibio stigionte del Carso dinarico

Il proteo è una salamandra acquatica. Vive in acquiferi, fiumi e laghi sotterranei, sorgenti carsiche e zone di contatto tra ambiente ipogeo ed epigeo. È uno stigionte, cioè un organismo strettamente associato alle acque sotterranee.

Il corpo allungato, la riduzione degli occhi, la pigmentazione generalmente scarsa e le branchie esterne persistenti sono adattamenti alla vita nel buio. La pedamorfosi consente all’animale adulto di conservare caratteri larvali. Il proteo vive e si riproduce in acqua senza completare la metamorfosi terrestre tipica di molte salamandre.

Il nome popolare “pesce delle caverne” è quindi improprio. La denominazione riflette l’aspetto e la vita acquatica, ma non la posizione sistematica dell’animale. Anche il dato sulla longevità, spesso indicata oltre il secolo, va riferito alla letteratura sul complesso storico di P. anguinus. Non può essere trasferito automaticamente a tutte le specie riconosciute nel 2026.

Nove specie e tre nuove descrizioni

La revisione riconosce nove specie di Proteus. Sei corrispondono a nomi già disponibili nella letteratura zoologica. Tre sono descritte formalmente nel nuovo lavoro.

Le specie riconosciute sono:

  • Proteus anguinus.
  • Proteus xanthostictus.
  • Proteus freyeri.
  • Proteus carrarae.
  • Proteus croaticus.
  • Proteus parkelj.
  • Proteus ikae.
  • Proteus bosniensis.
  • Proteus maurii.

Il proteo nero sloveno, Proteus parkelj, viene trattato come specie autonoma. La forma è caratterizzata da pigmentazione più marcata e da occhi maggiormente sviluppati rispetto alle forme bianche troglomorfe.

Le tre specie nuove sono P. ikae, associata all’Istria, P. bosniensis, riferita alla Bosnia nord-occidentale, e P. maurii, legata al Carso Classico. Il lavoro sottolinea che sei nomi erano già disponibili e sono stati recuperati attraverso una verifica storica della nomenclatura.

Proteus maurii, il proteo del Carso Classico

La nuova specie italiana è Proteus maurii. Il suo areale comprende le popolazioni del Carso Classico, nell’area del bacino sotterraneo del Timavo-Reka tra Italia e Slovenia. Il nome specifico rende omaggio al naturalista Edgardo Mauri, impegnato per anni nello studio e nella conservazione del proteo.

La diagnosi non dipende soltanto dall’aspetto esterno. Nel Carso Classico sono stati osservati individui bianchi e longilinei in grotta, ma anche esemplari più robusti e con tonalità dorate presso ambienti superficiali. La variazione fenotipica può dipendere dall’habitat e non basta a identificare una specie.

La delimitazione di Proteus maurii deriva dalla convergenza di più evidenze. I ricercatori hanno considerato la differenziazione genetica, la distribuzione geografica, la morfologia, l’ecologia e la storia dei nomi zoologici. È questo il principio della tassonomia integrativa.

Speciazione e acquiferi carsici isolati

Nel sottosuolo carsico, la continuità apparente del paesaggio non coincide con la connessione delle acque. Fratture, condotti, sifoni, cavità e sorgenti formano reti complesse. La riorganizzazione dei drenaggi, le catture fluviali e le variazioni del livello di base possono interrompere il flusso tra bacini diversi.

Il percorso evolutivo può essere ricostruito in modo semplice. Una popolazione ancestrale occupa le acque sotterranee. Un cambiamento del reticolo carsico isola alcuni gruppi. Il flusso genetico diminuisce. Deriva genetica, selezione e tempo producono lignaggi indipendenti.

Le grotte visitabili sono finestre su acquiferi più ampi. Due cavità vicine in superficie non sono necessariamente collegate in profondità. Due sorgenti lontane possono invece appartenere allo stesso sistema idrogeologico. Questa cautela è essenziale per interpretare la distribuzione del proteo.

Microendemismo e rischio di estinzione

L’abbandono del modello di una sola specie ampiamente distribuita ha conseguenze concrete. Quando tutte le popolazioni erano incluse in P. anguinus, la perdita di una sorgente poteva apparire come un declino locale. Se quella popolazione appartiene a una specie autonoma, lo stesso evento può rappresentare una perdita globale per il taxon.

L’abstract dello studio afferma che le nove specie sono in immediato pericolo di estinzione. La pubblicazione associa alla delimitazione tassonomica anche valutazioni di Lista Rossa e modelli di distribuzione. L’obiettivo è fornire una base per la gestione della conservazione a scala di specie.

Il caso di P. parkelj mostra la fragilità delle distribuzioni minime. Per il proteo nero sloveno viene indicata un’estensione di presenza di circa 3 chilometri quadrati, compatibile con una valutazione di In Pericolo Critico. P. bosniensis è riferito ai bacini superiori di Una e Sana, nella Bosnia nord-occidentale, con un’area occupata molto più piccola dell’estensione complessiva stimata.

Acquiferi carsici e pressioni ambientali

Il proteo dipende dalla qualità dell’acqua sotterranea. Gli acquiferi carsici sono vulnerabili perché l’acqua può infiltrarsi rapidamente attraverso fessure e inghiottitoi. I contaminanti possono transitare lungo i condotti e raggiungere sorgenti e habitat sotterranei con limitata filtrazione naturale.

Le pressioni principali includono nitrati, pesticidi, reflui civili, scarichi industriali, idrocarburi e rifiuti. Si aggiungono captazioni, emungimenti, cave, infrastrutture e cambiamenti nell’uso del suolo. Siccità e variazioni della ricarica possono modificare portate, livelli di falda e temperatura dell’acqua.

La tutela del proteo non può limitarsi al punto in cui viene osservato. Deve comprendere il bacino di ricarica, le connessioni idrogeologiche e le attività svolte in superficie. La documentazione sul progetto SOS Proteus richiama la necessità di integrare il monitoraggio chimico con quello ecologico delle acque sotterranee.

Monitoraggio e ruolo della speleologia

La conservazione richiede dati affidabili e raccolti con metodi a basso impatto. L’eDNA può rilevare tracce genetiche nell’acqua senza catturare direttamente gli animali. Le osservazioni standardizzate alle sorgenti, le fototrappole a infrarossi e il monitoraggio idrochimico possono completare il quadro.

La speleologia può contribuire alla conoscenza delle connessioni tra cavità, sorgenti e sistemi di drenaggio. Il lavoro sul campo deve rispettare protocolli rigorosi. Manipolazioni non necessarie, contaminazione delle attrezzature e divulgazione indiscriminata di località sensibili possono aumentare i rischi.

La gestione dovrebbe coinvolgere speleologi, idrogeologi, zoologi, enti gestori, laboratori genetici e comunità locali. Nessuna disciplina osserva da sola l’intero acquifero. La nuova tassonomia rende necessario coordinare le informazioni biologiche con la cartografia delle falde.

Una nuova scala per la conservazione

La revisione del 2026 modifica il modo di leggere il proteo. Non si tratta più soltanto di una specie simbolo del Carso dinarico, ma di un insieme di linee evolutive legate a sistemi sotterranei distinti. Proteus maurii porta questa revisione direttamente nel Carso Classico italiano.

Il punto centrale riguarda il rapporto tra specie e habitat. Una linea evolutiva isolata in un acquifero piccolo richiede una tutela commisurata alla sua distribuzione reale. La protezione della sorgente è importante, ma deve essere accompagnata dalla salvaguardia del bacino di ricarica e delle acque che lo alimentano.

Per la speleologia, il proteo conferma il valore scientifico delle cavità e delle sorgenti carsiche. Per la conservazione, mostra quanto la diversità sotterranea possa rimanere nascosta fino a quando genetica, idrogeologia e ricerca sul campo non vengono integrate.

Fonti

  1. Dufresnes, C. et al. (2026), Olm sweet olm: unearthing nine species of Proteus hidden beneath the Dinaric Karst, Amphibia-Reptilia, DOI 10.1163/15685381-bja10266. URL: https://orbi.uliege.be/handle/2268/347905
  2. Brill, Amphibia-Reptilia, articolo scientifico. URL: https://brill.com/view/journals/amre/aop/article-10.1163/15685381-bja10266/article-10.1163/15685381-bja10266.xml
  3. Università degli Studi di Milano, “Il proteo non è una sola specie: una ricerca ne riconosce nove, tra cui una italiana”. URL: https://lastatalenews.unimi.it/proteo-non-sola-specie-ricerca-ne-riconosce-nove-cui-italiana
  4. La Scintilena, “Il proteo non è più solo: nove specie nelle acque sotterranee dei Balcani”. URL: https://www.scintilena.com/il-proteo-non-e-piu-solo-nove-specie-nelle-acque-sotterranee-dei-balcani/08/17/
  5. Trontelj, P. et al. (2026), “Four new species of the genus Proteus (Amphibia: Proteidae)”, Natura Sloveniae. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/view/29865
  6. Society for Cave Biology, SOS Proteus, “Implementation of monitoring and practical actions”. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/download/16745/14135/51729
  7. Tular Cave Laboratory, “With Proteus we share dependence on groundwater”. URL: https://www.tular.si/images/pdf/Threats_on_Proteus_and_groundwater.pdf
  8. Materiale di progetto, file di riferimento.txt, sezione “Biologia & grotte”.

https://rivistanatura.com/il-pesce-delle-caverne-non-e-piu-il-solo/

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  • Puliamo il Buio 2026 alla Buca di Pianiza dell’Alpe: la speleologia toscana in prima linea per la tutela del carsismo
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Puliamo il Buio 2026 alla Buca di Pianiza dell’Alpe: la speleologia toscana in prima linea per la tutela del carsismo

September 16th 2026 at 06:00

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In occasione della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, la Federazione Speleologica Toscana ha bonificato la cavità 2385 T/LU a Molazzana, rimuovendo 400 kg di rifiuti con il supporto del Comune.

La coincidenza simbolica: Giornata UNESCO e azione concreta

Il 13 settembre 2026 ha segnato un doppio appuntamento per la comunita speleologica internazionale e italiana. Da un lato, la prima celebrazione ufficiale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo (International Day of Caves and Karst – IDCK), istituita dall’UNESCO nel novembre 2025 su proposta della Slovenia e dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS). [web:2][web:3][web:4] Dall’altro, l’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026, la campagna nazionale promossa dalla Societa Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, dedicata alla bonifica e alla tutela delle cavita carsiche. [web:7][web:11]

La scelta di fissare l’intervento alla Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio proprio in questa data ha conferito all’iniziativa un valore operativo oltre che simbolico: non solo una ricorrenza istituzionale, ma un’azione concreta di salvaguardia di un ambiente ipogeo vulnerabile. [web:7][web:10]

Obiettivi della campagna Puliamo il Buio

Puliamo il Buio nasce con una missione chiara e articolata. Individuare e documentare le situazioni di rischio ambientale nelle grotte e nelle cavita naturali o artificiali. Intervenire, dove tecnicamente possibile, con operazioni di bonifica e rimozione dei rifiuti. Contribuire a individuare soluzioni per la prevenzione dell’abbandono dei rifiuti e la gestione sostenibile del carsismo. [web:5][web:7]

La campagna e collegata a Puliamo il Mondo, l’iniziativa nazionale di Legambiente, e dal 2005 unisce la rimozione dei rifiuti al censimento delle criticita, alla valutazione del rischio e alla sensibilizzazione delle comunita locali. [web:7][web:13]

Svolgimento dell’evento: numeri e partecipazione

All’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026 hanno aderito circa 30 volontari, provenienti da diversi gruppi speleologici della Federazione Speleologica Toscana (FST). Tra i gruppi coinvolti figurano lo Speleo Club Garfagnana, il GST Speleo Fucecchio, il GSAA Massa, il GSF Firenze, il GSPI Pisa, l’ASS Siena, la SST Firenze e il GSAV. [web:5][web:6][web:7]

L’evento e stato organizzato con il patrocinio del Comune di Molazzana, che ha fornito supporto logistico per il trasporto dei sacchi di rifiuti raccolti. [web:5][web:6][web:7] Il ritrovo era previsto alle ore 9 davanti al Municipio di Molazzana, da dove sono stati organizzati equipaggi, trasferimenti e squadre di lavoro. [web:7][web:11]

Quantita e tipologia dei rifiuti recuperati

Nel corso della giornata, gli speleologi hanno recuperato dalla cavita una quantita considerevole di materiali. Circa 400 kg di rifiuti sono stati riportati in superficie, distribuiti in 30 sacchi riempiti, con un peso medio di circa 15 kg ciascuno. [web:5][web:6][web:7]

La tipologia dei rifiuti era principalmente composta da vetro, plastica e metalli, oltre ad alcune batterie, particolarmente problematiche per il loro potenziale impatto ambientale. [web:5][web:6][web:7] Al termine delle operazioni, grazie alla collaborazione dell’amministrazione comunale, i sacchi sono stati trasportati con un mezzo messo a disposizione dal Comune in un luogo idoneo, dove resteranno temporaneamente in attesa del successivo conferimento ai centri di raccolta. [web:5][web:6][web:7]

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio (2385 T/LU)

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio e una cavita carsica censita con il numero 2385 T/LU nel catasto speleologico toscano. [web:5][web:6][web:7] Si trova nel territorio del Comune di Molazzana, in provincia di Lucca, nell’area dell’Alpe di Sant’Antonio, un settore dell’Appennino Tosco-Emiliano caratterizzato da estesi fenomeni carsici. [web:5][web:6][web:7]

La cavita si apre a 910 metri di quota nel cuore delle Alpi Apuane. E una cavita in calcare con uno sviluppo spaziale di 120 metri e un dislivello di 40 metri, caratterizzata da una fessura discendente e da un inghiottitoio occasionale. [web:10] La scheda catastale, aggiornata nel 2023, segnalava la presenza di rifiuti non recenti nella prima parte della grotta, rendendo ancora piu significativo l’intervento di bonifica promosso dalla Federazione Speleologica Toscana. [web:10]

Vulnerabilita delle aree carsiche e rischi ambientali

Le aree carsiche sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento e all’abbandono dei rifiuti per diverse ragioni. La permeabilita elevata favorisce l’infiltrazione rapida dell’acqua superficiale nel sottosuolo attraverso fessure e inghiottitoi, trasportando con se eventuali contaminanti. [file:1] La difficolta di accesso rende molte cavita poco visibili o difficili da raggiungere, favorendo l’abbandono illegale di rifiuti. [web:9] Gli ecosistemi ipogei ospitano specie endemiche e adattate a condizioni di scarsa energia, molto sensibili alle alterazioni ambientali. [web:2][web:8]

I rifiuti recuperati (vetro, plastica, metalli, batterie) rappresentano una fonte di inquinamento potenzialmente grave per gli ecosistemi sotterranei. Vetro e plastica possono frammentarsi in microplastiche e microvetri, con effetti negativi sulla fauna ipogea. [web:5][web:6][web:7] I metalli possono rilasciare ioni metallici tossici nelle acque sotterranee. [web:5][web:6][web:7] Le batterie contengono metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio) e sostanze chimiche pericolose, con elevato potenziale di contaminazione delle falde acquifere. [web:5][web:6][web:7]

Gestione post-bonifica e collaborazione istituzionale

Dopo la raccolta, i sacchi sono stati trasportati in un’area di stoccaggio temporaneo, in attesa del conferimento ai centri di raccolta differenziata. [web:5][web:6][web:7] Questa fase e cruciale per garantire che i materiali vengano smaltiti correttamente, evitando che tornino a inquinare l’ambiente. [web:5][web:9]

L’intervento alla Buca di Pianiza rappresenta un esempio di collaborazione virtuosa tra associazioni speleologiche, volontari, amministrazione pubblica e organizzazioni nazionali e internazionali. [web:5][web:7][web:9] Questa sinergia e fondamentale per garantire la sostenibilita delle azioni di tutela e la continuita degli interventi nel tempo. [web:5][web:7]

Contesto nazionale e internazionale: altre iniziative Puliamo il Buio 2026

Nel 2026, Puliamo il Buio ha registrato iniziative distribuite in piu regioni italiane. Alla Voragine di San Lorenzo sul Carso triestino si e svolta una bonifica con 21 volontari, per rimuovere rifiuti accumulati nel corso di decenni. [web:9] Alla Dolina di Tuvixeddu a Cagliari e intervenuto il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano insieme a Legambiente in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. [web:9] All’Inghiottitoio di Monte Carello (Puglia) il GASP! ha operato tra Noci e Alberobello, con rimozione di rifiuti e sensibilizzazione delle comunita locali. [web:3][web:13]

Queste iniziative dimostrano come la campagna sia radicata in tutto il territorio nazionale, con un impatto significativo sulla tutela del carsismo italiano. [web:9][web:13]

Il progetto europeo Clean-Up the Dark

A livello europeo, l’esperienza italiana di Puliamo il Buio si inserisce nel contesto del progetto Clean-Up the Dark, una banca dati che amplia la mappa delle cavita pulite e inquinate con dati da Francia, Germania e Paese Basco. [web:9] Il progetto mira a rendere visibili le grotte bonificate e a monitorare le pressioni antropiche sugli ambienti ipogei. [web:9]

La speleologia al servizio dell’ambiente: responsabilita e tutela

Puliamo il Buio dimostra come la speleologia non sia soltanto esplorazione e ricerca, ma anche responsabilita e tutela del territorio. [web:5][web:7] Gli speleologi, grazie alle loro competenze tecniche e alla conoscenza degli ambienti sotterranei, sono figure chiave per identificare le criticita ambientali nelle grotte, intervenire in sicurezza per la rimozione dei rifiuti e documentare le situazioni di rischio. [web:5][web:7][web:9]

Prospettive future: monitoraggio, sensibilizzazione e formazione

Le prospettive future includono il monitoraggio continuo delle cavita a rischio, per identificare tempestivamente nuove situazioni di inquinamento. [web:9] La sensibilizzazione delle comunita locali e dei visitatori, per ridurre l’abbandono dei rifiuti. [web:5][web:9] L’integrazione con progetti europei come Clean-Up the Dark, per condividere dati e buone pratiche a livello internazionale. [web:9] La formazione degli speleologi e dei tecnici, per migliorare le capacita di intervento in sicurezza e di documentazione delle criticita. [web:5][web:9]

In questo contesto, la speleologia si conferma non solo una disciplina scientifica e sportiva, ma anche un presidio attivo per la tutela del patrimonio carsico italiano ed europeo. [web:5][web:7][web:9]


Fonti consultate

Federazione Speleologica Toscana

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