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Etna: scoperto il condotto magmatico profondo che alimenta il vulcano

Apríl 17th 2026 at 11:00

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La tomografia sismica e l’analisi geochimica rivelano come il magma risale da 80 chilometri nel mantello superiore attraverso una struttura verticale stabile


L’Etna non è un vulcano come gli altri

L’Etna non appartiene a nessuna delle tre categorie classiche di vulcani. È quanto emerge da uno studio pubblicato il 7 aprile 2026 sul Journal of Geophysical Research – Solid Earth da un team internazionale guidato dal professor Sébastien Pilet dell’Università di Losanna, in collaborazione con l’INGV di Catania.[1][2]

Il titolo del paper è diretto: “Mount Etna as a Leaking Pipe of Magmas From the Low Velocity Zone”. Il vulcano siciliano funziona come una tubatura che perde: il magma non si forma poco prima di un’eruzione, ma è già presente nel mantello superiore a circa 80 km di profondità e risale attraverso fratture nella placca tettonica.[3][4]

I ricercatori propongono di classificare l’Etna in una quarta categoria, quella dei cosiddetti vulcani petit-spot. Prima di questo studio, i petit-spot erano noti soltanto come piccoli edifici sottomarini, alti poche centinaia di metri. L’Etna sarebbe il primo grande stratovulcano al mondo a rientrare in questa categoria.[5]


Il condotto verticale profondo 10 km: una struttura già nota, ora spiegata

Al centro della ricerca c’è un condotto magmatico verticale profondo circa 10 chilometri. Questa struttura — già identificata da studi sismologici degli anni ’90 — collega la camera magmatica superiore con zone più profonde della crosta.[6]

Studi dell’INGV realizzati tra il 2021 e il 2024 avevano mappato tre zone a bassa velocità sismica fino a 10-12 km di profondità, interpretate come aree contenenti magma in percentuale ridotta ma in grado di alimentare l’attività eruttiva per lunghi periodi. Il nuovo studio aggiunge il tassello mancante: quelle zone non sono semplici serbatoi locali, ma l’ultimo tratto di un percorso che inizia a 80 km di profondità.[2][7][8]

La sorgente primaria si trova nella Low Velocity Zone (LVZ), una fascia del mantello superiore in cui le onde sismiche rallentano per la presenza di magma parzialmente fuso. Il condotto verticale di 10 km rappresenta la porzione finale di un’autostrada magmatica che parte dal mantello e arriva in superficie.[9][3]


Come funziona il meccanismo: la placca ionica come pompa

Il meccanismo che innesca la risalita è legato alla tettonica delle placche. La placca ionica, scendendo in subduzione al di sotto della Calabria, si piega verso il basso. Questa flessione genera fratture nella litosfera che agiscono come canali attraverso cui il magma già presente a 80 km viene spinto verso l’alto.[4][10]

I ricercatori hanno ricostruito l’evoluzione chimica delle lave eruttate dall’Etna nell’arco degli ultimi 500.000 anni. La composizione è rimasta pressoché costante nel tempo, nonostante i cambiamenti del regime tettonico. Questa stabilità è la prova chiave del modello: il magma proviene da una sorgente preesistente e persistente, non generata di volta in volta.[2]

I volumi eruttivi nel tempo dipendono quindi principalmente dall’intensità dei movimenti tettonici: più forti le deformazioni della placca, maggiore il magma mobilizzato verso la superficie.[4]


Perché l’Etna erutta così frequentemente

Questo modello risponde a una domanda centrale della vulcanologia moderna. L’Etna erutta più volte all’anno — in media tra le 2 e le 4 eruzioni per anno — con una frequenza difficilmente spiegabile con i modelli classici di vulcanismo da subduzione.[11]

La risposta del nuovo studio è chiara. Il vulcano non “aspetta” che nuove fusioni del mantello si formino prima di eruttare. Il magma è già disponibile in profondità, in riserva, nella Low Velocity Zone. Il condotto verticale profondo 10 km garantisce una via di risalita stabile e continua.[3][2]

Tre caratteristiche dell’Etna trovano così una spiegazione unitaria:

  • La rapidità della risalita magmatica, perché il materiale è già parzialmente fuso e mobilizzabile
  • La continuità dell’attività, perché il sistema attinge da una riserva mantellica persistente
  • La composizione costante delle lave, perché la sorgente è la stessa da 500.000 anni[10]

I Petit-Spot: la quarta categoria di vulcani

I vulcani petit-spot furono descritti per la prima volta nel 2006 da geologi giapponesi, che individuarono piccoli edifici vulcanici sottomarini nel Pacifico nord-occidentale, al largo del Giappone.[5][2]

Quegli edifici confermarono l’esistenza di tasche di magma al tetto del mantello terrestre — un’ipotesi avanzata in precedenza ma priva di prove dirette. Studi successivi mostrarono che questi vulcani sono alimentati da magma ricco di CO? derivato da fusione parziale dell’astenosfera, e che la loro genesi è legata alla flessione della placca tettonica nelle zone di subduzione.[12]

L’Etna condivide queste caratteristiche. La differenza è la scala: un edificio di oltre 3.000 metri di altezza, con eruzioni documentate per mezzo milione di anni, si rivela funzionare con lo stesso meccanismo di strutture vulcaniche di poche centinaia di metri. È una scoperta che allarga considerevolmente i confini di questo tipo di vulcanismo.[4]


Struttura verticale: dal mantello ai crateri

La sintesi tra il nuovo studio e le ricerche precedenti descrive un sistema a più livelli: Livello Profondità Struttura Funzione Sorgente primaria ~80 km Low Velocity Zone nel mantello superiore Riserva di magma preesistente Canale di risalita ~80–10 km Fratture nella placca ionica Via di migrazione del magma Zona di accumulo profonda 4–12 km Zona a bassa velocità sismica Pressurizzazione del sistema Serbatoio intermedio ~3–5 km Camera magmatica Differenziazione dei magmi Serbatoio superficiale ~1,5–2 km Zona di stoccaggio gas Generazione di fontane di lava Superficie 0–3.330 m s.l.m. Crateri sommitali e bocche laterali Eruzione

Il condotto verticale profondo 10 km è dunque il raccordo tra il sistema superficiale e la sorgente profonda nel mantello. Non il punto di partenza, ma l’ultimo tratto del percorso del magma.[7][6]


Monitoraggio e rischio vulcanico in Sicilia

Circa 700.000 persone vivono sulle pendici dell’Etna. Catania si trova a poche decine di chilometri dalle zone di possibile impatto delle colate laviche. La comprensione del sistema di alimentazione non è solo una questione scientifica: riguarda direttamente la sicurezza di una delle aree più popolose della Sicilia.[13]

L’INGV mantiene una rete di monitoraggio permanente con stazioni sismiche, GNSS, inclinometri e sensori geochimici. Un archivio di dati satellitari sull’eruzione del febbraio 2025 ha integrato immagini da più satelliti con misurazioni di SO? elaborate con intelligenza artificiale, fornendo tassi di effusione e mappe delle colate in quasi tempo reale.[14]

Un paper del 2025 dell’INGV aveva già dimostrato che l’analisi del parametro sismologico “b-value” permette di anticipare di mesi i segnali di risalita del magma, tracciando il percorso dalla crosta profonda fino alla superficie. Il nuovo modello del 2026 aggiunge un orizzonte temporale più ampio: conoscere la riserva mantellica e il meccanismo di ricarica può migliorare la capacità di prevedere non solo quando avverrà un’eruzione, ma anche quanto magma è disponibile e per quanto tempo l’attività potrà persistere.[15][4]


Implicazioni per la vulcanologia mondiale

La possibilità che l’Etna appartenga a una quarta categoria di vulcani ha implicazioni che vanno ben oltre la Sicilia. Se un grande stratovulcano può formarsi e mantenersi attivo attraverso il meccanismo dei petit-spot, altri edifici vulcanici con composizioni anomale rispetto alla loro posizione tettonica potrebbero essere re-interpretati con questo modello.[9]

Il magma parzialmente fuso nella Low Velocity Zone è universalmente presente alla base della litosfera su tutto il pianeta. Diventa quindi una fonte potenziale di vulcanismo ovunque esistano le fratture adatte a convogliarlo verso la superficie.[12]

Come segnalano gli stessi autori, il modello rimane per ora una proposta supportata da evidenze geochimiche e petrologiche. L’imaging sismico diretto della LVZ sotto l’Etna a quella profondità non è ancora disponibile. Campagne future di sismica profonda o array di sismografi su larga scala potranno confermare o raffinare il quadro. La collaborazione tra l’Università di Losanna e l’INGV apre la strada a una valutazione del rischio vulcanico basata su scale temporali e spaziali più ampie di quelle finora considerate.[9]


Fonti consultate

  • Pilet S. et al. (2026), “Mount Etna as a Leaking Pipe of Magmas From the Low Velocity Zone”, Journal of Geophysical Research – Solid Earth, DOI: 10.1029/2025JB032785 ? https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025JB032785
  • EurekAlert! – “A breakthrough in understanding the origin of Mount Etna” (12 aprile 2026) ? https://www.eurekalert.org/news-releases/1123763
  • Phys.org – “Mount Etna breaks volcano rules, tapping 80-kilometer-deep…” (12 aprile 2026) ? https://phys.org/news/2026-04-mount-etna-volcano-kilometer-deep.html
  • Greenreport.it – “L’Etna è un petit-spot. Ecco perché non rientra in nessuna categoria di vulcani” (13 aprile 2026) ? https://www.greenreport.it/news/scienza-e-tecnologie/61178-letna-e-un-petit-spot-ecco-perche-non-rientra-in-nessuna-categoria-di-vulcani/
  • Sbircialanotizia.it – “Etna, studio sull’origine: magma da 80 km e ipotesi petit-spot” (14 aprile 2026) ? https://www.sbircialanotizia.it/articoli/2026/04/etna-origine-8k2qp/
  • INGV – “Etna. Con la Tomografia sismica definita la struttura interna del vulcano” (11 ottobre 2021) ? https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/comunicati-stampa/4979-etna-con-la-tomografia-sismica-definita-la-struttura-interna-del-vulcano
  • INGV – “Individuato il ‘cuore pulsante’ dell’Etna dallo studio delle fontane di lava” (20 maggio 2021) ? https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/comunicati-stampa/individuato-il-cuore-pulsante-dell-etna-dallo-studio-delle-fontane-di-lava
  • Il Vulcanico – “Dalla sismicità naturale dell’Etna ai movimenti di risalita del magma” (22 marzo 2022) ? https://ilvulcanico.it/dalla-sismicita-naturale-delletna-ai-movimenti-di-risalita-del-magma/
  • Free Press Online – “Etna, studio INGV svela movimenti del magma” (ottobre 2025) ? https://www.freepressonline.it/2025/10/09/etna-studio-ingv-svela-movimenti-del-magma/
  • INGV – “Etna, nuovo archivio di dati satellitari sull’eruzione del 2025” (agosto 2025) ? https://agenparl.eu/2025/08/13/ingv-comunicato-stampa-vulcani-etna-nuovo-archivio-di-dati-satellitari-sulleruzione-del-2025/
  • Petit-spot volcanism (2017), PMC – “Petit-spot as definitive evidence for partial melting in the asthenosphere caused by CO?” ? https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5296659/
  • INGV CT – “Evoluzione geologica del Monte Etna” ? https://www.ct.ingv.it/index.php/ricerca/i-vulcani-siciliani/etna/evoluzione-geologica-del-monte-etna
  • INGV Vulcani – “Aggiornamento attività eruttiva Etna, gennaio 2026” ? https://ingvvulcani.com/2026/01/09/un-aggiornamento-sulla-attivita-eruttiva-delletna/

Fonti
[1] Mount Etna as a Leaking Pipe of Magmas From the Low Velocity Zone https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025JB032785
[2] A breakthrough in understanding the origin of Mount Etna – EurekAlert! https://www.eurekalert.org/news-releases/1123763
[3] Mount Etna breaks volcano rules, tapping 80-kilometer-deep … https://phys.org/news/2026-04-mount-etna-volcano-kilometer-deep.html
[4] L’Etna è un petit-spot. Ecco perché non rientra in nessuna categoria … https://www.greenreport.it/news/scienza-e-tecnologie/61178-letna-e-un-petit-spot-ecco-perche-non-rientra-in-nessuna-categoria-di-vulcani
[5] L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo – tgcom24 https://amp.tgcom24.mediaset.it/tgcom24/article/111021465
[6] USGS Publications Warehouse https://pubs.usgs.gov/publication/70020443
[7] Etna, ecco la Tomografia sismica 4 E. Individuate zone di … https://ilvulcanico.it/etna-ecco-la-tomografia-sismica-4-e-individuate-zone-di-accumulo-del-magma-che-possono-alimentare-lattivita-eruttiva/
[8] Etna. Seismic tomography defined the internal structure of the volcano and identified surface areas of accumulation of magma https://ingv.it/en/stampa-urp/ufficio-stampa/comunicati-stampa/etna-con-la-tomografia-sismica-definita-la-struttura-interna-del-vulcano-e-individuate-zone-superficiali-di-accumulo-del-magma
[9] Etna, studio sull’origine: magma da 80 km e ipotesi petit-spot https://www.sbircialanotizia.it/articoli/2026/04/etna-origine-8k2qp/
[10] The origin of Mount Etna (Sicily) : a « petit-spot » volcano https://claudegrandpeyvolcansetglaciers.com/2026/04/14/lorigine-de-letna-sicile-un-volcan-de-petit-spot-the-origin-of-mount-etna-sicily-a-petit-spot-volcano/
[11] Eruzioni dell’Etna – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Eruzioni_dell’Etna
[12] Petit-spot as definitive evidence for partial melting in the asthenosphere caused by CO2 https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5296659/
[13] Evoluzione geologica del Monte Etna – INGV https://www.ct.ingv.it/index.php/ricerca/i-vulcani-siciliani/etna/evoluzione-geologica-del-monte-etna
[14] [INGV Comunicato stampa] VULCANI | Etna, nuovo archivio di dati satellitari sull’eruzione del 2025 – Agenparl https://agenparl.eu/2025/08/13/ingv-comunicato-stampa-vulcani-etna-nuovo-archivio-di-dati-satellitari-sulleruzione-del-2025/
[15] Etna, studio INGV svela movimenti del magma – Free Press Online https://www.freepressonline.it/2025/10/09/etna-studio-ingv-svela-movimenti-del-magma/
[16] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[17] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[18] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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  • Perforare il cuore dei vulcani: per la prima volta gli scienziati puntano a studiare il magma vivo dall’interno
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Perforare il cuore dei vulcani: per la prima volta gli scienziati puntano a studiare il magma vivo dall’interno

Apríl 14th 2026 at 10:00

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Un gruppo internazionale di ricercatori ha pubblicato su Nature i risultati di uno studio inedito che ricostruisce le condizioni reali di una camera magmatica attiva. Il traguardo apre la strada al Krafla Magma Testbed, il primo osservatorio permanente al mondo direttamente nel magma.


Il vulcano come laboratorio: il campo vulcanico di Krafla

Il vulcano Krafla, nel nord-est dell’Islanda, si trova su una delle zone geologicamente più attive del pianeta: il margine della Dorsale Medio-Atlantica, dove la crosta terrestre è insolitamente sottile e il magma sale vicino alla superficie. Questa caratteristica lo ha reso uno dei siti vulcanici più studiati al mondo, con circa trenta eruzioni nell’ultimo millennio e un campo geotermico attivo da decenni.[1][2][3][4]

Proprio questa peculiarità geologica ha trasformato Krafla nel teatro di uno degli episodi più significativi nella storia della vulcanologia moderna: l’incontro accidentale con una camera magmatica a soli 2.094 metri di profondità.[5][6]


Il pozzo IDDP-1: un incidente che ha cambiato la scienza

Nel 2009, nell’ambito dell’Iceland Deep Drilling Project (IDDP), la compagnia energetica islandese Landsvirkjun stava perforando un pozzo geotermico con l’obiettivo di raggiungere i 4.500 metri di profondità, alla ricerca di fluidi idrotermali supercritici. La punta della trivella si spezzò a soli 2.094 metri quando intercettò, del tutto inaspettatamente, un corpo magmatico riolítico attivo.[6][7][8][5]

I fluidi di perforazione freddi versarono acqua sul magma incandescente — a circa 900–1.000 °C — raffreddandolo istantaneamente in minuscoli frammenti di vetro vulcanico. Il pozzo fu abbandonato dopo che l’ossidiana solidificata ostruì i 20 metri inferiori del foro. Quell’incidente, però, dimostrò qualcosa di fondamentale: penetrare una camera magmatica non aveva scatenato alcuna eruzione. Era possibile avvicinarsi al magma vivo senza provocare catastrofi.[7][9][10][11]


Lo studio su Nature del 2026: decodificare il magma

A marzo 2026, la vulcanologa Dr. Janine Birnbaum dell’Università Ludwig-Maximilians di Monaco ha guidato un team internazionale nella pubblicazione su Nature del primo studio capace di ricostruire le condizioni termodinamiche reali all’interno di quella camera magmatica.[12][13]

Il problema era apparentemente insormontabile. I frammenti di vetro vulcanico recuperati nel 2009 presentavano una composizione anomala: contenevano meno gas disciolto di quanto atteso in base alle pressioni e temperature della camera. Questa distorsione era il risultato delle reazioni chimiche e fisiche avvenute nei cinque minuti in cui il magma si era raffreddato dalla fase liquida (~900 °C) alla vetrificazione (~520 °C).[10][13][14]

Il team ha sviluppato un modello numerico del disequilibrio cinetico per simulare quel processo e “invertire” le distorsioni. Come ha spiegato la stessa Birnbaum: “È come una foto sfocata. Ma se conosciamo il tempo di esposizione e la velocità del sistema, possiamo ricostruire da dove è partito.”[10]

Il risultato ha dimostrato che il magma di Krafla era conservato a pressioni dei volatili significativamente più elevate di quanto stimato in precedenza. Questo dato ribalta alcune assunzioni consolidate sulla struttura delle camere magmatiche riolítiche e ha implicazioni dirette per la comprensione dei meccanismi che innescano le eruzioni esplosive.[13][14]


Il Krafla Magma Testbed: un osservatorio dentro il vulcano

Lo studio di Birnbaum non è un punto di arrivo, ma la base scientifica di un progetto ben più ambizioso: il Krafla Magma Testbed (KMT). Si tratta del primo tentativo sistematico di stabilire un osservatorio permanente direttamente all’interno di una camera magmatica attiva, con l’obiettivo di installare sensori che misurino in tempo reale temperatura, pressione, composizione e dinamica dei gas.[2][15][16][17]

Il KMT coinvolge attualmente 38 istituti di ricerca e aziende di 11 Paesi, tra cui l’Italia con l’INGV, l’Islanda, la Germania, il Regno Unito, il Canada e la Nuova Zelanda. Nel 2024, il progetto si è costituito come ente no-profit indipendente e ha firmato un accordo formale con il governo islandese e le principali compagnie energetiche del Paese.[18][19][20]

Il piano prevede il primo pozzo deliberato nel magma — denominato KMT-1 — a una profondità di circa 2,1 km, sulla traccia di IDDP-1. Il primo simposio internazionale del progetto si è tenuto a Monaco di Baviera il 10-12 aprile 2026.[21][22][23]


Monitoraggio vulcanico e sicurezza: misure dirette invece di segnali indiretti

Oggi circa 800 milioni di persone vivono entro 100 km da vulcani attivi pericolosi. I metodi di monitoraggio attuali — sismometri, GPS, misure di gas in superficie, satelliti InSAR — forniscono segnali indiretti che spesso risultano chiari solo a posteriori.[24][25][26][27]

Sensori inseriti direttamente nel magma permetterebbero di rilevare variazioni di pressione dei volatili, movimenti di fluidi e anomalie termiche settimane o mesi prima che emergano segnali in superficie. Conoscere il contenuto reale di H?O e CO? disciolti nel magma è la chiave per distinguere eruzioni effusive da eruzioni esplosive, che dipendono proprio dalla velocità con cui questi gas si liberano dal fuso.[28][29][30][13]


La frontiera energetica: geotermia supercritica vicino al magma

Accanto alle finalità scientifiche, il KMT esplora anche un potenziale energetico inedito. La prossimità al magma produce fluidi supercritici — uno stato fisico in cui l’acqua, a pressioni superiori a 221 bar e temperature oltre i 374 °C, trasporta un’entalpia enormemente superiore al vapore geotermico convenzionale.[8][31]

Il pozzo IDDP-1, pur nella sua breve vita operativa, aveva già prodotto vapore a 440 °C con un’entalpia specifica di 3.200 kJ/kg. I geotermisti stimano che sistemi near-magma possano generare da 10 a 100 volte l’energia di un pozzo geotermico tradizionale per metro perforato.[19][31][32]


Verso un nuovo capitolo della vulcanologia

Il progetto è ancora in fase di avvio e le sfide tecnologiche sono significative: i fluidi geotermici supercritici vicino al magma sono altamente corrosivi, ricchi di acido cloridrico e silice disciolta, e richiedono materiali e connessioni di rivestimento che non esistono ancora nella pratica standard.[17][33]

Lo studio di Birnbaum su Nature ha fornito il primo quadro teorico per progettare sensori capaci di misurare le condizioni originarie del magma, e non quelle distorte dall’impatto della perforazione. Il passo successivo è tradurre questi modelli in strumenti fisici in grado di sopravvivere nel cuore di un vulcano.[34][35]

Per secoli, la vulcanologia ha studiato i vulcani dall’esterno. Il Krafla Magma Testbed e i risultati pubblicati su Nature nel 2026 aprono la prospettiva di osservarli dall’interno.[15][30][28]


Fonti

Fonti
[1] KMT, Iceland https://www.icdp-online.org/projects/by-continent/europe/kmt-iceland/
[2] Drilling into magma: Risky plan takes geothermal to … https://newatlas.com/energy/kmt-magma-geothermal-supercritical/
[3] Volcano power: Icelandic scientist plan to drill down to magma – BBC https://www.bbc.com/news/articles/c1e8q4j1yygo
[4] 3D Model of the Shallow Crustal Density Distribution of the Krafla Volcanic System in Iceland https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025JB031670
[5] [PDF] The IDDP Success Story – International Geothermal Association (IGA) https://www.worldgeothermal.org/pdf/IGAstandard/WGC/2020/37000.pdf
[6] Drilling into Magma https://www.aapg.org/news-and-media/details/explorer/articleid/68758/drilling-into-magma
[7] Krafla Magma Drilling Project https://geo.au.dk/en/research/research-areas/department-groups/earth-system-petrology/show/artikel/krafla-magma-drilling-project
[8] L’ultima frontiera della geotermia: elettricità dal magma dei … https://www.greenreport.it/news/green-economy/9195-lultima-frontiera-della-geotermia-elettricita-dal-magma-dei-vulcani
[9] Textural and geochemical window into the IDDP-1 rhyolitic melt, Krafla, Iceland, and its reaction to drilling https://pubs.geoscienceworld.org/gsabulletin/article/133/9-10/1815/593788/Textural-and-geochemical-window-into-the-IDDP-1
[10] Unraveling active magma by drilling in the heart of volcanoes https://phys.org/news/2026-03-unraveling-magma-drilling-heart-volcanoes.html
[11] Scientists Unveil Radical Plan to Drill Into a Volcano For Near … https://www.sciencealert.com/scientists-unveil-radical-plan-to-drill-into-a-volcano-for-near-unlimited-energy
[12] Disequilibrium response to tapping crustal magma reveals storage conditions https://www.nature.com/articles/s41586-026-10317-w
[13] Unravelling active magma by drilling in the heart of volcanoes https://www.lmu.de/en/newsroom/news-overview/news/unravelling-active-magma-by-drilling-in-the-heart-of-volcanoes-2e5d6d90.html
[14] Disequilibrium response to tapping crustal magma reveals storage … https://ideas.repec.org/a/nat/nature/v652y2026i8109d10.1038_s41586-026-10317-w.html
[15] Krafla Magma Testbed https://kmt.is
[16] About – KMT https://kmt.is/about/
[17] Krafla Magma Testbed: an International In-situ Magma Laboratory for the Future https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2018EGUGA..2019545S/abstract
[18] World’s top magma minds embark on journey into molten Earth https://kmt.is/wp-content/uploads/2024/01/Krafla-press-release_FINAL-website.pdf
[19] Perforare una camera magmatica: la nuova frontiera della ricerca … https://www.pi.ingv.it/perforare-una-camera-magmatica-la-nuova-frontiera-della-ricerca-nei-campi-della-vulcanologia-e-dellenergia-geotermica/
[20] Iceland magma research initiative secures key funding and … https://www.thinkgeoenergy.com/iceland-magma-research-initiative-secures-key-funding-and-support/
[21] Interview – Exploring new frontiers of magma energy with … https://www.thinkgeoenergy.com/interview-exploring-new-frontiers-of-magma-energy-with-kmt/
[22] Magma for Power Plants? Harvesting Earth’s Molten Underworld https://eepower.com/tech-insights/magma-for-power-plants-harvesting-earths-molten-underworld/
[23] News – KMT https://kmt.is/category/news/
[24] MAGMA: Magma Accommodation and Ground Movement Analysis https://environment.leeds.ac.uk/dir-record/research-projects/2092/magma-magma-accommodation-and-ground-movement-analysis
[25] [PDF] Global Volcano Model Network: collaborative volcanology for … https://www.preventionweb.net/files/45270_034.pdf?startDownload=true
[26] Report Identifies Grand Challenges for Scientific Community to … https://www.nationalacademies.org/news/report-identifies-grand-challenges-for-scientific-community-to-better-prepare-for-volcanic-eruptions
[27] Previsione e monitoraggio dei rischi vulcanici | FP7 | CORDIS https://cordis.europa.eu/article/id/155856-volcanic-prediction-and-monitoring/it
[28] Drilling Into a Volcano | Earth Science Article for Students https://scienceworld.scholastic.com/issues/2024-25/082624/drilling-into-volcano.html
[29] Implementing the Krafla Magma Testbed (KMT) https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU23/EGU23-7958.html
[30] Unravelling active magma by drilling in the heart of volcanoes https://www.eurekalert.org/news-releases/1121626
[31] I 5 perché: produrre energia dai vulcani – The Future Of https://the-future-of.it/i-5-perche-produrre-energia-dai-vulcani/
[32] Supercritical fluids around magmatic intrusions: IDDP-1 at … https://iris.landsbokasafn.is/en/publications/supercritical-fluids-around-magmatic-intrusions-iddp-1-at-krafla-/
[33] Utilization of the Hottest Well in the World, IDDP-1 in Krafla https://www.academia.edu/68821884/Utilization_of_the_Hottest_Well_in_the_World_IDDP_1_in_Krafla
[34] Constraining the response of magma to drilling at Krafla, Iceland https://gepris.dfg.de/gepris/projekt/560559274?language=en
[35] Janine Birnbaum’s Magma Study at Krafla’s IDDP1 Hole – LinkedIn https://www.linkedin.com/posts/ben-kennedy-6b27329a_disequilibrium-response-to-tapping-crustal-activity-7442765489887617024-pfln
[36] In Iceland the first magma observatory in the world – INGV https://ingv.it/en/urp-press/Press-office/Press-releases/the-first-magmatic-observatory-in-the-world-in-Iceland
[37] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[38] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[39] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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Yellowstone: nuova ricerca rivela come la tettonica profonda alimenta il sistema magmatico del supervulcano

Apríl 12th 2026 at 11:00

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Un nuovo studio pubblicato su Science integra sismologia, tomografia 3D e geodinamica per ridefinire il “plumbing system” di Yellowstone e chiarire i reali meccanismi di alimentazione magmatica

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science (DOI: 10.1126/science.aeg3511) ridefinisce la comprensione del sistema magmatico di Yellowstone. La ricerca, firmata da Zebin Cao e colleghi, dimostra che il supervulcano non si alimenta soltanto attraverso il classico pennacchio del mantello — il cosiddetto mantle plume — ma anche attraverso processi tettonici profondi che spingono materiale caldo verso la crosta terrestre. Il risultato è un’immagine molto più articolata del plumbing system di Yellowstone, il complesso reticolo di condotti, camere e intrusioni magmatiche che sostengono il sistema vulcanico.[1]


Il modello tradizionale del mantle plume e i suoi limiti

Per decenni il modello dominante spiegava il vulcanismo di Yellowstone con un mantle plume: una colonna di materiale caldo che risale verticalmente dal mantello profondo fino alla base della crosta. Questo pennacchio caldo, inclinato verso sud-ovest per effetto dei grandi flussi del mantello, era stato confermato da numerose campagne di tomografia sismica. Il modello prevedeva che il materiale fuso risalisse verticalmente, alimentasse una o due camere magmatiche nella crosta superiore e inferiore, e generasse periodicamente eruzioni esplosive. Studi precedenti avevano già identificato due principali serbatoi sovrapposti: uno superficiale a circa 5–16 km di profondità e uno più profondo tra i 20 e i 50 km.[2][3][1]

Il plume di Yellowstone è alla base anche della migrazione del vulcanismo lungo la Snake River Plain. Man mano che la placca nordamericana si sposta verso sud-ovest, l’area attiva “migra” verso nord-est. Questo spiegava, almeno in parte, la storia eruttiva complessa e geograficamente distribuita del sistema vulcanico.[4]


Due sorgenti di alimentazione magmatica: il contributo della tettonica profonda

Il lavoro di Cao e collaboratori combina sismologia ad alta risoluzione, tomografia tridimensionale della crosta e del mantello, modelli geodinamici e dati raccolti nell’arco degli ultimi vent’anni. La scoperta centrale è che il magma raggiunge la crosta da due direzioni distinte: dal basso, attraverso il classico mantle plume che risale verticalmente; e lateralmente, tramite flussi orizzontali di materiale caldo del mantello, innescati e guidati dalla tettonica della placca nordamericana.[5][6]

Questa combinazione produce un sistema di alimentazione molto più complesso di quanto i modelli precedenti ipotizzassero. La tettonica profonda non è un fattore secondario: contribuisce in modo attivo alla generazione e alla distribuzione del magma all’interno della crosta. Il movimento della placca nordamericana sopra il plume stira e assottiglia la litosfera, creando zone di debolezza strutturale attraverso le quali il magma può risalire in modo irregolare e distribuito. Questo processo spiega la geometria complessa del sistema vulcanico e la storia eruttiva “migrante” di Yellowstone nel tempo geologico.[5]


La camera magmatica superiore: un magma mush, non un lago di lava

Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda la natura della camera magmatica superiore. Contrariamente all’immagine popolare di un vasto serbatoio di magma liquido pronto a esplodere, il sistema di Yellowstone è in realtà un magma mush: una miscela complessa di cristalli solidi, fuso parziale e fluidi caldi.[3][7]

La percentuale di magma effettivamente fuso è troppo bassa per alimentare un’eruzione catastrofica nelle condizioni attuali. La camera superiore contiene solo una piccola frazione di melt libero, ben al di sotto delle soglie critiche associate a sistemi eruttivi imminenti. Questa struttura ibrida è fondamentale per capire il comportamento del sistema. Un sistema magmatico attivo, come quello di Yellowstone, non è necessariamente un sistema prossimo all’eruzione.[7][8]


Perché Yellowstone produce eruzioni esplosive e non solo effusive

Il nuovo modello chiarisce anche la natura delle grandi eruzioni del passato. I tre eventi calderici avvenuti circa 2,1, 1,3 e 0,64 milioni di anni fa hanno generato enormi quantità di materiale piroclastico. La combinazione tra alimentazione dal plume e flussi tettonici laterali crea condizioni di accumulo rapido e disomogeneo del magma nella crosta. Studi precedenti avevano già mostrato che i serbatoi magmatici di Yellowstone si assemblano in modo eterogeneo, attraverso ripetute iniezioni di magma basaltico caldo proveniente dal mantello.[9][3]

Il contributo tettonico, ora meglio quantificato, aggiunge un elemento di variabilità che può accelerare i processi di carica del sistema. La geometria irregolare del plumbing system e la natura ibrida del magma mush favoriscono l’accumulo di pressione in modo non lineare: questo spiega perché Yellowstone produce periodicamente eruzioni esplosive su scala catastrofica, a differenza di molti vulcani effusivi.[1]


Il rischio eruttivo attuale: il sistema di Yellowstone è stabile

Nonostante la complessità del sistema magmatico rivelata dallo studio, la valutazione del rischio eruttivo attuale rimane invariata. La ricerca di Cao et al. non segnala alcun aumento del pericolo vulcanico a Yellowstone. Il sistema si trova in una fase di stabilità.[8][10]

I dati attuali indicano che la percentuale di melt nella camera superiore è troppo bassa per innescare un’eruzione. Non sono stati rilevati segnali precursori significativi: né deformazione anomala della crosta, né attività sismica inusuale, né variazioni geochimiche nei fluidi idrotermali. Il sistema idrotermale di superficie — geyser, sorgenti calde, fumarole — è monitorato continuativamente dall’USGS e dallo Yellowstone Volcano Observatory, e mostra comportamenti coerenti con la normale variabilità del sistema.[10][11][12]

Lo studio contribuisce a ridimensionare la narrativa popolare che dipinge Yellowstone come un supervulcano “in ritardo” rispetto a un ciclo eruttivo. Quella lettura è scientificamente infondata: non esiste alcun orologio biologico vulcanico, e la storia eruttiva di un sistema non ne determina la prossima attivazione.


Un’immagine più complessa apre nuove prospettive per il monitoraggio vulcanico

Il contributo più rilevante della ricerca per la comunità scientifica internazionale è metodologico e interpretativo. Dimostrare che i supervulcani sono alimentati da reti magmatiche dinamiche — e non da un’unica camera isolata — cambia il modo in cui vengono impostati i modelli di monitoraggio.[1]

Se il sistema di Yellowstone è alimentato contemporaneamente da un plume verticale e da flussi tettonici laterali, i parametri da monitorare si moltiplicano. Non basta osservare la deformazione superficiale della caldera: è necessario integrare dati profondi sulla velocità delle onde sismiche, sulla distribuzione del melt a scala crostale e mantellica, e sull’evoluzione termica del sistema. Studi correlati sulle Cascade Volcanoes hanno mostrato che i serbatoi magmatici possono restare parzialmente fusi per migliaia di anni senza generare eruzioni, a condizione che la percentuale di melt rimanga sotto le soglie critiche. Applicata a Yellowstone, questa prospettiva rafforza l’interpretazione dello studio: un sistema complesso e dinamico non è necessariamente un sistema pericoloso nel breve termine.[13][1]


Fonti consultate

Fonti
[1] The Yellowstone magmatic system from the mantle plume to the upper crust https://www.science.org/doi/10.1126/science.aaa5648
[2] Yellowstone Plume Conduit Tilt Caused by Large?Scale Mantle Flow https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1029/2019GC008490
[3] Rapid heterogeneous assembly of multiple magma reservoirs prior to Yellowstone supereruptions https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4564848/
[4] HOTSPOT: The Snake River Scientific Drilling Project – Tracking the Yellowstone Hotspot Through Space and Time https://sd.copernicus.org/articles/3/56/2006/sd-3-56-2006.pdf
[5] Plume?Lithosphere Interaction and Delamination at Yellowstone and Its Implications for the Boundary of Craton Stability https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1029/2021GL096864
[6] Deep mantle plumes feeding periodic alignments of asthenospheric fingers beneath the central and southern Atlantic Ocean https://pnas.org/doi/10.1073/pnas.2407543121
[7] Eruptible magma https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5150370/
[8] Determining the current size and state of subvolcanic magma reservoirs https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7644707/
[9] Discovery of two new super-eruptions from the Yellowstone hotspot track (USA): Is the Yellowstone hotspot waning? https://pubs.geoscienceworld.org/gsa/geology/article-pdf/48/9/934/5135163/934.pdf
[10] A Newly Emerging Thermal Area in Yellowstone https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/feart.2020.00204/pdf
[11] A shake and a surge: Assessing the possibility of an earthquake-triggered eruption at Steamboat Geyser https://www.jvolcanica.org/ojs/index.php/volcanica/article/view/276
[12] Multi?Scale Geophysical Imaging of a Hydrothermal System in Yellowstone National Park, USA https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2024JB029839
[13] Scoperti enormi serbatoi di magma sotto i vulcani dormienti … https://www.scintilena.com/scoperti-enormi-serbatoi-di-magma-sotto-i-vulcani-dormienti-del-pacifico-nord-occidentale/02/18/

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Nella penisola arabica, tra lava e vuoto, un sistema di grotte basaltiche sfida i limiti dell’esplorazione: Jabal Al-Hil

Apríl 11th 2026 at 12:00

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Una spedizione internazionale riporta in superficie i dati su uno dei sistemi di cavità vulcaniche più complessi dell’Arabia Saudita, aprendo nuovi scenari per la speleologia della Penisola Arabicau


Harrat Kishb: il contesto vulcanologico saudita

L’Arabia Saudita ospita uno dei più estesi sistemi di campi lavici al mondo. Le harrat — termine arabo per “campo di lava” — coprono circa 80.000 km² lungo il margine occidentale della penisola, dal Yemen alla Siria. Il vulcanismo è legato a un pennacchio mantellico attivo da circa 30 milioni di anni, in stretta associazione con l’apertura del rift del Mar Rosso e l’hotspot dell’Afar.[1][2]

Tra queste distese basaltiche si trova Harrat Kishb, un campo lavico di 5.892 km² situato nella parte centro-occidentale del Paese. Sulla base di 18 datazioni K/Ar, il vulcanismo del campo è stato collocato in un arco temporale che va da meno di 2 milioni di anni fa fino a tempi storici (4.500–2.000 anni BP). Al suo interno si trova anche il maar di Al Wahbah, una delle strutture vulcaniche più imponenti della penisola: circa 2,3 km di diametro e 250 m di profondità.[3][4][5]

Il campo è suddiviso in tre unità vulcanostratigrafiche. La più giovane — la Hil Basalt — è quella che custodisce tutte le grotte vulcaniche finora documentate nell’area.[6]


Jabal Al-Hil: morfologia e struttura di un vulcano scudo

Al centro di Harrat Kishb si erge Jabal Al-Hil, un vulcano scudo che raggiunge 1.475 m di quota, circa 150–200 m sopra il piano lavico circostante. Il cratere sommitale — una caldera di circa 380×430 m — e la morfologia cilindrica ben conservata lo rendono uno degli elementi più riconoscibili del paesaggio.[6]

La storia eruttiva del vulcano fu complessa e multifasica. Una prima fase produsse accumuli piroclastici visibili ancora oggi nelle migliaia di bombe vulcaniche sparse sulle pendici. Seguirono colate di lava pahoehoe e lava ?a?? e una spettacolare lava fall sul fianco sudoccidentale. Le terrazze laviche lungo il bordo della caldera testimoniano oscillazioni ripetute del livello magmatico nel condotto, con la formazione di un lago di lava che non tracimò mai dalle pareti del cratere.[7]

Le immagini satellitari rivelano un allineamento di aperture che si estende dalla sommità verso ovest per oltre 2 km, indizio della presenza di un sistema di lava tube sotterraneo di potenziale dimensione record per l’Arabia Saudita.


I pionieri: Roobol, Camp e John Pint

Le aperture sul lato ovest di Jabal Al-Hil furono identificate per la prima volta durante la campagna di cartografia geologica del 1991 condotta da Roobol e Camp. In quell’occasione, i due geologi stimarono che la profondità delle cavità non avrebbe superato i 42,5 m e annotarono tutti i potenziali accessi, senza tuttavia entrare nelle grotte.[3]

La fase esplorativa vera e propria cominciò un decennio dopo, con le spedizioni del novembre 2001 e del febbraio 2002 guidate da John Pint, speleologo americano che giunse in Arabia Saudita come insegnante di inglese. In collaborazione con il Saudi Geological Survey (SGS), Pint partecipò alla scoperta e documentazione di grotte in pressoché tutti i campi basaltici del Paese, classificando le aperture di Jabal Al-Hil con il termine hawaiiano “puka” (da Puka 1 a Puka 7). Le aperture sul lato ovest del vulcano rimasero tuttavia inesplorate per le difficoltà di accesso verticale.[8][9]


La spedizione internazionale del 2025

Nel febbraio 2025 un team multinazionale composto da partecipanti provenienti da Germania, Inghilterra, Paesi Bassi, USA e Repubblica Ceca ha raggiunto Jabal Al-Hil. La spedizione — inquadrata come iniziativa di geotourismo — è stata sostenuta da Speleo Nederland e dalla Federazione Speleologica Europea (FSE), che ha messo a disposizione le corde Korda’s IRIS 10 mm. L’obiettivo principale era stabilire se le aperture identificate formassero un sistema continuo o più grotte separate.[7]

Le sfide logistiche erano notevoli: basalto discontinuo e localmente friabile, assenza di massi vicino alle entrate e difficoltà nell’ancoraggio su pareti verticali. Il campo base è stato allestito ai piedi del vulcano, sotto un’acacia solitaria che ha fatto da punto di riferimento per tutto il periodo delle ricerche.


Il sistema sotterraneo di Jabal Al-Hil: le grotte

Sono state rilevate più di 8 grotte attorno al vulcano, per una lunghezza cumulativa superiore a 1,3 km e una profondità massima di 70 m.[7]

Puka 1 e Puka 2, localizzate nella caldera sommitale, sono collegate da un condotto lavico intrusionale verticale. Puka 1 è un pozzo di circa 45 m con alla base un ingresso ostruito da frane sul lato della caldera. Puka 2 è una grande doline di 120×120 m e 70 m di profondità. La Cave A si estende per circa 103 m con una profondità di 67 m; la Cave B — scoperta sul lato meridionale — percorre circa 75 m con una caratteristica sezione trasversale triangolare e mostra lastroni di lava accretata ancora visibili sulle pareti.[7]

Puka 3, alla base del fianco sudoccidentale, è un massiccio collasso di tunnel di 40×52 m e circa 44 m di profondità. Al suo interno sono stati documentati due fenomeni rari: i “guanomiti”, stalagmiti formate dall’accumulo e dalla mineralizzazione di guano di piccione, e la mummia essiccata di un avvoltoio delle steppe, conservata per le condizioni di aridità estrema del deserto. Il condotto occidentale raggiunge 67 m di profondità e si chiude su un blocco di pahoehoe lava.

Puka 4–7 formano il settore principale del sistema. Il condotto si estende per circa 225 m con dimensioni spettacolari: fino a 30 m di larghezza e 20 m di altezza. Oltre i 400 m dall’ingresso di Puka 4, il sistema termina in uno stretto crawlway caldo e umido, sigillato da lava balls e lava solidificata. Puka 7 è classificata come “warm puka” — apertura primaria direttamente connessa al condotto durante l’eruzione — mentre le Puka 4, 5 e 6 sono “cold pukas”, entrate da collasso secondario formatesi dopo la fine del flusso lavico.[10]

La “Other Cave” (83 m, profondità 12 m) ospita pipistrelli della famiglia Rhinolophidae e corna di stambecco nubiano. La Double Chamber Cave (circa 90 m, profondità 25 m) presenta due camere con morfologia a cupola collassata, delicate formazioni di gesso e calcite, lava balls all’ingresso e crani di stambecco nubiano.[7]

Le Feature 8–11 sono laghi di lava collassati di dimensioni fino a 100×80 m. Le immagini satellitari mostrano flussi lavici secondari diretti verso nord e sud, perpendicolari alla direzione principale est–ovest del campo: conferma che questi siti funzionavano come overflow vent durante la fase eruttiva.[7]


Fauna e frequentazione umana

Le grotte di Jabal Al-Hil funzionano come trappole naturali che conservano testimonianze di vita animale e umana. Nelle cavità sono stati osservati o documentati: pipistrelli Rhinopoma (pipistrello dalla coda a topo) e Rhinolophidae (pipistrello a ferro di cavallo), un geco Ptyodactylus hasselquistii, iena striata (Hyaena hyaena) viva, corna e crani di stambecco nubiano (Capra nubiana), nidi della vespa muraria nera Sceliphron e la mummia dell’avvoltoio delle steppe in Puka 3.[7]

La frequentazione umana è attestata da bastoni di legno con intagli artificiali — la cui presenza, in assenza di alberi nell’area, implica un trasporto intenzionale da oltre un chilometro — pali con bordi tagliati, un cranio di capra e bossoli di cacciatori di piccioni. I reperti sono stati lasciati in loco.[7]


Un sistema geneticamente unico, oggi frammentato

Sul piano genetico, il sistema di Jabal Al-Hil rappresenta un unico episodio eruttivo complesso, oggi frammentato da collassi e ostruzioni che impediscono il percorso sotterraneo continuo. La ricostruzione della sequenza indica una fase iniziale da vulcano scudo con overflow pahoehoe, seguita dallo sviluppo di un condotto intrusionale sul fianco sudoccidentale, dalla formazione di cold e warm pukas, dall’accumulo di laghi di lava in corrispondenza di ostruzioni e infine dalla cessazione dell’apporto lavico con drenaggio e solidificazione.[7]

Il confronto con la grotta Umm Jirsan (Harrat Khaybar, 1.481 m), attualmente la più lunga lava tube ufficialmente documentata in Arabia Saudita, mostra che il potenziale di Jabal Al-Hil è tutt’altro che esaurito. L’allineamento delle aperture si estende per oltre 2 km e non è escluso che un condotto continuo integro attenda ancora di essere percorso.[11][12]


Speleologia saudita e prospettive future

Il Saudi Geological Survey ha censito oltre 1.800 grotte e doline nel territorio nazionale. Il programma Vision 2030 ha selezionato cinque grotte per lo sviluppo ecoturistico e la grotta Abu Al-Waul (Harrat Khaybar) è stata recentemente approvata come destinazione geoturistica. Il settore resta ampiamente inesplorato: ulteriori campagne di rilevamento — supportate da geofisica di superficie e analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione — potrebbero rivelare sistemi di lava tube tra i più significativi dell’intero Medio Oriente.[13][14][15][7]


Vedi l’articolo completo pubblicato sull’ultimo numero di SpeleoMedit – Underground Vision Magazine: https://speleomedit.tetide.org/magazine/

Fonti consultate

  1. Roobol, M.J. & Camp, V.E. (1991) – Geologic map of the Cenozoic lava field of Harrat Kishb, Saudi Arabian Directorate General of Mineral Resources, GM-132. http://www.saudicaves.com/kishb/kishb.htm
  2. Pint, J.J. (2006) – Vulcanospeleology in Saudi Arabia. Acta Carsologica, 35(1). https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/247
  3. Roobol et al. (2002) – Preliminary survey for lava-tube caves on Harrat Kishb. SGS Open-File report SGS-OF-2002-3. http://www.saudicaves.com/kishb/kishb.htm
  4. Smets, L.M.J., Langford, B. & Fröhlich, D. (2025) – Volcanic caving as geotourism in Saudi Arabia. UIS Commission on Volcanic Caves e-Newsletter, No. 85. https://www.vulcanospeleology.org/newsletters/Vulcano85%20Sep%202025.pdf
  5. Saudi Geological Survey – Volcanism https://sgs.gov.sa/en/pages/volcanism
  6. Al Wahbah maar – Geoheritage – The geology and geochronology of Al Wahbah maar crater. Journal of Volcanology and Geothermal Research (2013). https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1871101413000095
  7. Harrat Kishb – VolcanoDiscovery https://www.volcanodiscovery.com/harrat_kishb.html
  8. Umm Jirsan Cave – Archeologia – First evidence for human occupation of a lava tube in Arabia. PLOS ONE (2024). https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0299292
  9. John Pint – Curriculum ed esplorazioni http://www.saudicaves.com/resumejp.htm
  10. National Speleological Society – Entrances lava tube https://caves.org/virtualcave/lava-tube-entrances/
  11. Ghar Al Hibashi – Minerali – Acta Carsologica (2016). https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/299
  12. Hyena dens in Arabia – TaphonomyArchaeological and Anthropological Sciences (2021). https://link.springer.com/10.1007/s12520-021-01365-6
  13. Saudi Arabia caves – tourism news https://www.arabnews.com/node/2611505/saudi-arabia
  14. Vision 2030 – Cave tourism Saudi Arabia https://www.saudigazette.com.sa/article/603863
  15. Abu Al-Waul Cave – geosito https://www.mediaoneonline.com/en/saudi-arabias-abu-al-waul-cave-approved-as-new-geological-tourist-destination-243447

Fonti
[1] Volcanism – SGS https://sgs.gov.sa/en/pages/volcanism
[2] Asthenospheric Flow of Plume Material Beneath Arabia Inferred From S Wave Traveltime Tomography https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1029/2020JB019668
[3] Volcano Live http://volcanolive.com/kishb.html
[4] The geology and geochronology of Al Wahbah maar crater, Harrat … https://www.academia.edu/12747395/The_geology_and_geochronology_of_Al_Wahbah_maar_crater_Harrat_Kishb_Saudi_Arabia
[5] the Al Wahbah Crater and other volcanoes (Harrat Kishb, Saudi … https://www.academia.edu/79641895/Geoheritage_values_of_one_of_the_largest_maar_craters_in_the_Arabian_Peninsula_the_Al_Wahbah_Crater_and_other_volcanoes_Harrat_Kishb_Saudi_Arabia_
[6] Harrat Kishb Volcano – Saudi Arabia https://www.volcanodiscovery.com/harrat_kishb.html
[7] No. 85 September 2025 https://www.vulcanospeleology.org/newsletters/Vulcano85%20Sep%202025.pdf
[8] John J. Pint http://www.saudicaves.com/resumejp.htm
[9] THE LAVA TUBES OF HARRAT KISHB http://www.saudicaves.com/kishb/kishb.htm
[10] Entrances – National Speleological Society https://caves.org/virtualcave/lava-tube-entrances/
[11] TRACCE DI VITA DI 7000 ANNI FA NEL TUBO DI LAVA … https://www.danielemancini-archeologia.it/tracce-di-vita-di-7000-anni-fa-nel-tubo-di-lava-di-umm-jirsan-arabia-saudita/
[12] UMM JIRSAN: ARABIA’S LONGEST LAVA-TUBE SYSTEM https://www.semanticscholar.org/paper/dbb2ea5a60deb52af12074d4b356a7d6897aae89
[13] Adventurers will soon be able to go caving in Saudi Arabia https://www.thenationalnews.com/lifestyle/travel/adventurers-will-soon-be-able-to-go-caving-in-saudi-arabia-1.823287
[14] Saudi Arabia to tap unexplored potential of cave tourism https://www.saudigazette.com.sa/article/603863
[15] Saudi Arabia’s Abu Al-Waul Cave Approved as New Geological … https://www.mediaoneonline.com/en/saudi-arabias-abu-al-waul-cave-approved-as-new-geological-tourist-destination-243447
[16] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[17] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[18] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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