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Esplorazioni, memoria storica, speleosubacquea, grotte di ghiaccio e appuntamenti autunnali nel numero 8/2026 di Cronache Ipogee, periodico di informazione speleologica del Friuli Venezia Giulia.
È disponibile il numero di agosto 2026 di Cronache Ipogee, che in 38 pagine raccoglie attività, racconti, ricerche e iniziative della speleologia friulana, giuliana e delle vicine aree carsiche slovene. Il fascicolo propone un panorama molto ampio, dalla memoria storica alle esplorazion
Esplorazioni, memoria storica, speleosubacquea, grotte di ghiaccio e appuntamenti autunnali nel numero 8/2026 di Cronache Ipogee, periodico di informazione speleologica del Friuli Venezia Giulia.
È disponibile il numero di agosto 2026 di Cronache Ipogee, che in 38 pagine raccoglie attività, racconti, ricerche e iniziative della speleologia friulana, giuliana e delle vicine aree carsiche slovene. Il fascicolo propone un panorama molto ampio, dalla memoria storica alle esplorazioni sul Canin, fino agli appuntamenti legati alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo.
Il numero si apre con il ricordo di Sergio Derossi, speleologo del Club Alpinistico Triestino, protagonista di numerose esplorazioni sul Carso e sul Canin, oltre che alpinista, fotografo e illustratore.
Tra le pagine dedicate al territorio trova spazio anche la presentazione del volume “Contovello, il territorio, la storia e le sue grotte”, settimo contributo della serie dedicata alle cavità naturali del Comune di Trieste. Il lavoro descrive 47 grotte, oltre ad altre sette non catastate, inserendole nel più ampio contesto storico e geografico del borgo di Contovello.
Dal Carso si passa quindi all’alta montagna, con un racconto dal campo speleologico sul Canin, dove proseguono le esplorazioni di cavità dai nomi come “Trapa e Cola”, “Ernia” e “G1”. La zona viene descritta anche attraverso il paesaggio modellato dall’acqua e dagli antichi ghiacciai, fino alla Grotta del Ghiaccio del Leupa.
La speleologia oltreconfine è protagonista del diario dedicato al Matarsko Podolje, in Slovenia, con Jama v Zjati, Albinova Ledenica e Kramerjeva Pe?ina. L’Albinova Ledenica assume durante i periodi freddi un aspetto particolarmente suggestivo, con colate, stalattiti, stalagmiti e veli di ghiaccio che rivestono diversi settori della cavità.
Ampio spazio è riservato al Fontanon di Goriuda, dove il Club Alpinistico Triestino celebra venticinque anni di esplorazioni speleosubacquee. La grande risorgenza della Val Raccolana continua ancora oggi a porre importanti interrogativi esplorativi e conserva diverse prosecuzioni da verificare. Una troupe Rai ha inoltre seguito gli speleologi all’interno della cavità per un servizio previsto in autunno su Linea Bianca.
Completano il fascicolo la discesa nella Forra del Vinadia, le attività del Gruppo Grotte del CAT, racconti di storia speleologica e diversi appuntamenti per i mesi successivi. Tra questi, “Grotte Aperte”, in programma il 12 e 13 settembre nelle cinque grotte turistiche del Friuli Venezia Giulia, e la sedicesima edizione di Speleorando, dedicata quest’anno alle grotte e alla fauna cavernicola.
Le ultime pagine sono infine dedicate alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, proclamata nell’ambito UNESCO grazie all’azione dell’Unione Internazionale di Speleologia, che nel 2026 accompagnerà anche la ripresa delle Giornate Nazionali della Speleologia. Un’occasione per riportare al centro il valore scientifico, ambientale e culturale del mondo sotterraneo e dei paesaggi carsici.
Fonte:Cronache Ipogee, n. 8, agosto 2026 – pagine di informazione speleologica per il Friuli Venezia Giulia. Link:Cronache Ipogee
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Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare
Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.
Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequenta
Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare
Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.
Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequentato dalle comunità preistoriche sono oggi nascoste sotto il mare.
Un nuovo studio dell’Università di Southampton e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ha ricostruito l’evoluzione di questo paesaggio tra il 9000 e il 4000 a.C., durante il Mesolitico e il Neolitico.
Il protagonista della ricerca è proprio il territorio scomparso sotto il mare.
Geofisica per ricostruire un paesaggio invisibile
Lo studio, pubblicato su Quaternary Science Reviews, è firmato da Samuele Ongaro, Federica Donda, Emanuele Lodolo, Enrico Gordini, Rachel Bynoe e Fraser Sturt e si intitola Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications.
I ricercatori hanno combinato dati provenienti dalle carote di sedimento con nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’OGS, identificando gli antichi ambienti deposizionali e realizzando modelli dell’avanzamento del mare.
Ne emerge una geografia molto diversa da quella attuale: diverse generazioni di barriere costiere e zone retrostanti, lagune, paludi e delta. Questi ambienti si sviluppavano durante le fasi di rallentamento dell’innalzamento del mare e potevano essere successivamente sommersi durante nuove fasi di ingressione marina.
Non era quindi soltanto una costa che arretrava. Era un intero paesaggio che cambiava.
Terre frequentate dalle comunità preistoriche
La ricostruzione ha importanti implicazioni archeologiche. Le zone umide costiere dell’Alto Adriatico erano ambienti ricchi di risorse e potevano risultare particolarmente attrattive per i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico.
Con l’innalzamento del mare cambiavano però la posizione delle coste, le risorse disponibili e gli stessi territori abitabili. Il processo continuò anche nel Neolitico, mentre lungo l’Adriatico si diffondevano le comunità agricole.
La ricerca consente quindi di aggiungere all’archeologia terrestre una parte fondamentale della geografia preistorica oggi invisibile.
«Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua», osserva Federica Donda, geologa marina dell’OGS e coautrice dello studio. Per questo, sottolineano i ricercatori, i fondali devono essere considerati parte integrante del patrimonio archeologico.
Uno sguardo interessante anche dal Carso
La ricerca assume un interesse particolare anche per chi studia la preistoria dell’area carsica e nord-adriatica.
Le grotte e i ripari del Carso conservano testimonianze delle popolazioni preistoriche, ma il territorio nel quale quelle comunità si muovevano era molto diverso da quello che osserviamo oggi. Una parte delle pianure e delle antiche coste è stata progressivamente sommersa dall’Adriatico.
La nuova ricerca non stabilisce un collegamento diretto tra specifiche cavità carsiche e siti sommersi. Offre però uno strumento per ricostruire il paesaggio esterno nel quale vivevano e si spostavano le popolazioni preistoriche, restituendo alla ricerca territori che la geografia moderna ha cancellato dalla vista.
C’è infine una curiosa vicinanza geografica con il mondo speleologico: l’OGS, che ha acquisito i nuovi dati geofisici utilizzati nello studio, ha la propria sede a Borgo Grotta Gigante 42/C, a Sgonico, sul Carso triestino.
Dal Carso, dunque, la geofisica guarda sotto l’Adriatico per ricostruire un territorio che non possiamo più percorrere.
Oggi quel paesaggio è sotto il mare. Ma non è scomparso dalla storia.
Fonti
Ongaro S., Donda F., Lodolo E., Gordini E., Bynoe R., Sturt F., Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications, Quaternary Science Reviews, 2026.
Studio scientifico — Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic, Ongaro et al., Quaternary Science Reviews 391 (2026), 110206, DOI 10.1016/j.quascirev.2026.11020
Foto: Laguna di Grado. Il paesaggio lagunare attuale evoca gli ambienti di acque basse, zone umide e terre emerse ricostruiti dagli studiosi nell’Alto Adriatico preistorico. Foto: Gugganij / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0.
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La storia dell’acqua – Primo capitolo. Nel 1923 il crollo della diga della Val di Scalve provoca 356 vittime. Archi, condotte e opere artificiali restano raccontare il difficile rapporto tra l’uomo, l’acqua e la montagna
Le recenti serate dedicate alla diga mai realizzata di Glori-Castellaro e alle sue gallerie mi hanno spinto ad approfondire la storia delle grandi opere idrauliche e dei disastri che hanno segnato il Novecento. Nasce così “La storia dell’acqua”, un viaggio tra dighe
La storia dell’acqua – Primo capitolo. Nel 1923 il crollo della diga della Val di Scalve provoca 356 vittime. Archi, condotte e opere artificiali restano raccontare il difficile rapporto tra l’uomo, l’acqua e la montagna
Le recenti serate dedicate alla diga mai realizzata di Glori-Castellaro e alle sue gallerie mi hanno spinto ad approfondire la storia delle grandi opere idrauliche e dei disastri che hanno segnato il Novecento. Nasce così “La storia dell’acqua”, un viaggio tra dighe, territorio, cavità artificiali e memoria. Il primo capitolo ci porta al Gleno.
A Pian del Gleno, a circa 1.500 metri di quota, la diga sembra interrompersi nel mezzo.
Due grandi ali ad archi multipli rimangono appoggiate ai fianchi della montagna. In mezzo, un enorme vuoto.
Non è un’opera rimasta incompiuta. Quel vuoto è ciò che resta della mattina del 1° dicembre 1923.
È da qui che comincia il nostro viaggio nella storia dell’acqua: una storia fatta di montagne e torrenti, ma anche di dighe, gallerie, condotte e cavità artificiali costruite dall’uomo per raccogliere l’acqua, deviarla e trasformarne la forza in energia.
Quando l’acqua diventa energia
All’inizio del Novecento l’industrializzazione aumenta rapidamente la richiesta di energia elettrica. Le valli alpine, con i loro torrenti e i grandi dislivelli, diventano luoghi ideali per lo sviluppo dell’idroelettrico.
Sul torrente Povo, in Val di Scalve, nasce il progetto del Gleno. L’acqua raccolta nell’invaso deve alimentare un sistema idroelettrico composto da opere di derivazione, condotte e centrali a valle.
Il progetto originario prevede una diga a gravità. Ma mentre il cantiere procede cambia radicalmente: sulla struttura già realizzata nella parte centrale della valle, il cosiddetto tampone, viene impostata una diga ad archi multipli sostenuti da contrafforti.
Nasce così un’opera particolare, frutto della sovrapposizione di concezioni strutturali differenti.
Dentro quella massa di muratura e calcestruzzo esiste anche un elemento che interessa particolarmente chi si occupa di cavità artificiali: sul fondo della valle viene realizzato un tombone con una luce di circa quattro metri, destinato allo scarico di fondo. Quando il progetto della diga cambia, la struttura viene conservata e incorporata nella nuova opera.
Un passaggio artificiale nel cuore dello sbarramento, costruito per restituire all’acqua una via d’uscita controllata.
Una valle dentro la montagna
La Val di Scalve è, del resto, una terra abituata al sottosuolo.
Poco lontano, le rocce carbonatiche del massiccio della Presolana custodiscono cavità naturali, mentre a Schilpario chilometri di gallerie minerarie raccontano un’altra storia dell’uomo dentro la montagna.
Anche le opere idroelettriche appartengono a questo paesaggio nascosto: condotte, scarichi, canali e passaggi scavati nella roccia accompagnano l’acqua nel suo percorso verso le centrali.
Una diga, quindi, non è soltanto il grande muro che appare nel paesaggio. Esiste anche una parte meno visibile, fatta di strutture costruite per intercettare, incanalare e controllare l’acqua.
Le perdite
Ma al Gleno l’acqua comincia presto a trovare altre strade.
La diga del Gleno nel 1923, prima del disastro. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Già durante i primi riempimenti vengono segnalate infiltrazioni intorno al tampone e nelle murature della base. Con l’aumentare del livello dell’invaso aumentano anche le perdite.
Nell’autunno del 1923 il bacino raggiunge il massimo riempimento.
La diga è praticamente terminata.
1° dicembre 1923
Sono circa le 7.15 del mattino.
La parte centrale dello sbarramento cede.
Si apre una breccia di circa 80 metri e milioni di metri cubi d’acqua precipitano nella valle. L’onda trascina rocce, alberi, fango e detriti, investe Bueggio e Dezzo, percorre la Val di Scalve e raggiunge la Val Camonica, continuando la sua corsa fino al lago d’Iseo.
Il bilancio ufficiale conta 356 vittime.
Non è soltanto la storia di una calamità naturale.
Le indagini e il successivo processo portano al centro dell’attenzione il progetto, le modifiche introdotte durante la costruzione, la qualità dei materiali e le modalità con cui l’opera viene realizzata e controllata.
Il Gleno diventa così uno dei casi più significativi nella storia italiana della sicurezza delle grandi opere idrauliche.
La diga che racconta ancora
Oggi rimangono i due tronconi laterali della diga e il grande squarcio centrale.
È archeologia industriale, ma anche qualcosa di più.
Osservando gli archi, i contrafforti e ciò che resta delle strutture idrauliche è ancora possibile leggere fisicamente una parte della storia dell’opera. Anche gli studi moderni, attraverso rilievi tridimensionali, analisi dei materiali e verifiche strutturali, continuano a interrogare quei ruderi.
Camminare fino al Gleno significa quindi entrare in un luogo della memoria, ma anche osservare da vicino il rapporto tra acqua e montagna, tra tecnica e territorio, tra ciò che l’uomo progetta e ciò che realmente costruisce.
E forse è proprio questo il motivo per cui, a più di un secolo di distanza, il Gleno continua a parlarci.
Geologia, idrologia, qualità dei materiali, progettazione e controlli non sono elementi separati da una grande opera: sono parte del territorio nel quale quell’opera deve vivere.
Darfo, dicembre 1923, dopo il disastro del Gleno. L’onda percorre la Val di Scalve e la Val Camonica, lasciando dietro di sé distruzione e 356 vittime. Foto: autore sconosciuto, da Il disastro del Gleno – Wikimedia Commons, pubblico dominio
Il grande vuoto al centro della diga rimane a ricordarlo.
Se qualche lettore è stato recentemente al Gleno e vuole condividere fotografie della diga e delle sue strutture, ci farà piacere aggiungerle a questo articolo, citando naturalmente l’autore.
La storia dell’acqua continua
Gleno è soltanto il primo capitolo.
Nel corso del Novecento altre dighe, bacini e grandi opere legate all’acqua diventano teatro di tragedie: Molare nel 1935, Malpasset in Francia nel 1959, il Vajont nel 1963, Stava nel 1985.
Sono storie profondamente diverse, che non devono essere confuse né sovrapposte. Ma tutte riportano alla stessa domanda: quanto conosciamo davvero l’acqua, la roccia e il territorio prima di cercare di trasformarli?
Ne parleremo ancora.
Raccontare la storia dell’acqua significa raccontare anche la storia dell’uomo, delle sue opere, dei suoi errori e della memoria che questi luoghi continuano a custodire.
Foto di copertina: la diga spezzata del Gleno. A oltre un secolo dalla tragedia del 1° dicembre 1923, il grande vuoto al centro dello sbarramento racconta ancora la forza dell’acqua e gli errori dell’uomo. Foto: Gcanca/Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
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La Federazione Speleologica Toscana rinnova l’adesione a “Puliamo il Buio”, l’iniziativa nazionale dedicata alla salvaguardia degli ambienti ipogei. L’appuntamento è domenica 13 settembre alla Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio, nel Comune di Molazzana, in una giornata che quest’anno assume anche un particolare valore simbolico.
La Federazione Speleologica Toscana (FST) ha pubblicato sul proprio sito l’articolo dedicato all’edizione 2026 di “Puliamo il Buio”, l’iniziativa ideata d
La Federazione Speleologica Toscana rinnova l’adesione a “Puliamo il Buio”, l’iniziativa nazionale dedicata alla salvaguardia degli ambienti ipogei. L’appuntamento è domenica 13 settembre alla Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio, nel Comune di Molazzana, in una giornata che quest’anno assume anche un particolare valore simbolico.
La Federazione Speleologica Toscana (FST) ha pubblicato sul proprio sito l’articolo dedicato all’edizione 2026 di “Puliamo il Buio”, l’iniziativa ideata dalla Società Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, alla quale anche quest’anno la Federazione toscana ha scelto di aderire.
L’intervento è in programma domenica 13 settembre 2026 presso la Buca di Pianiza dell’Alpe S. Antonio (2385 T/LU), nel territorio del Comune di Molazzana, in provincia di Lucca.
L’operazione rientra nelle attività di tutela e sensibilizzazione dedicate al mondo sotterraneo e punta ancora una volta l’attenzione su un problema spesso poco visibile all’esterno: l’abbandono di rifiuti nelle grotte, negli inghiottitoi e negli ambienti carsici.
“Puliamo il Buio” porta infatti sottoterra lo spirito delle campagne ambientali dedicate alla pulizia del territorio, coinvolgendo direttamente gli speleologi nell’individuazione, documentazione e rimozione dei rifiuti presenti nelle cavità naturali.
Un 13 settembre dal significato particolare
L’edizione di quest’anno assume inoltre un valore speciale. La giornata scelta per l’intervento coincide infatti con la prima celebrazione della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, istituita dall’UNESCO.
La concomitanza lega idealmente l’azione concreta di pulizia della Buca di Pianiza a un messaggio più ampio: le grotte e i territori carsici sono ambienti naturali delicati, archivi di storia geologica e climatica, habitat e riserve d’acqua che richiedono conoscenza, attenzione e tutela.
Per gli speleologi, la frequentazione del mondo sotterraneo non significa soltanto esplorazione e ricerca. Significa anche assumersi la responsabilità della sua conservazione, documentare le situazioni di degrado e contribuire alla diffusione di una maggiore consapevolezza sul valore degli ambienti ipogei.
La FST rinnova l’impegno per Puliamo il Buio
Con l’appuntamento alla Buca di Pianiza, la Federazione Speleologica Toscana rinnova dunque la propria partecipazione alla campagna promossa dalla SSI insieme a Legambiente, trasformando la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo in un’occasione concreta di intervento sul territorio.
L’iniziativa del 13 settembre a Molazzana sarà così non soltanto una giornata dedicata alla rimozione dei rifiuti dal sottosuolo, ma anche un momento per richiamare l’attenzione sul ruolo che la speleologia può svolgere nella conoscenza, nel monitoraggio e nella protezione del patrimonio carsico.
Avevamo già anticipato l’iniziativa lo scorso luglio, annunciando la scelta della Buca di Pianiza come luogo dell’intervento 2026. La nuova comunicazione della Federazione Speleologica Toscana conferma ora l’appuntamento del 13 settembre e invita a conoscere più nel dettaglio l’operazione attraverso l’articolo pubblicato sul sito della FST.
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L’organizzazione segnala ripetuti tentativi di attacco al sito e disagi durante le iscrizioni. La tariffa agevolata resterà disponibile fino alle 23:59 di giovedì 10 settembre 2026
Solo due giorni fa raccontavamo su Scintilena di un sogno che, giorno dopo giorno, sta prendendo forma: Costacciaro 2026, il Raduno Internazionale di Speleologia in programma dal 29 ottobre al 1° novembre nel cuore del Monte Cucco.
E ricordavamo anche una scadenza: quella dell’Early Bird, prevista per
L’organizzazione segnala ripetuti tentativi di attacco al sito e disagi durante le iscrizioni. La tariffa agevolata resterà disponibile fino alle 23:59 di giovedì 10 settembre 2026
Solo due giorni fa raccontavamo su Scintilena di un sogno che, giorno dopo giorno, sta prendendo forma: Costacciaro 2026, il Raduno Internazionale di Speleologia in programma dal 29 ottobre al 1° novembre nel cuore del Monte Cucco.
E ricordavamo anche una scadenza: quella dell’Early Bird, prevista per il 31 agosto.
Adesso arriva una buona notizia per chi non è riuscito a completare l’iscrizione, anche se il motivo che ha portato alla proroga è decisamente meno piacevole.
Secondo quanto comunica Luca Bussolati a nome dell’organizzazione di Costacciaro 2026, negli ultimi giorni il sito del Raduno sarebbe stato interessato da ripetuti tentativi di attacco informatico, che avrebbero provocato problemi e disagi anche ad alcune persone impegnate nella procedura di iscrizione.
Da qui la decisione: la tariffa Early Bird viene prorogata fino alle ore 23:59 di giovedì 10 settembre 2026.
Con l’ironia che da sempre accompagna i raduni speleologici, il messaggio diffuso dall’organizzazione comincia così:
Care Speleologhe, cari Speleologi, cari Amici e cari Nemici!
Lo diciamo con un misto di orgoglio ed imbarazzo: il sito del Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro 2026 è evidentemente troppo interessante!
Talmente interessante che negli ultimi giorni è stato preso di mira più volte da tentativi di attacco informatico.
Capiamo che non è esattamente il tipo di attenzione che cercavamo (avremmo preferito la vostra sinceramente) ma qualcuno, da qualche parte, ha deciso che le nostre grotte meritassero anche un po’ di attenzione… digitale.
Onorati, ma anche un po’ scocciati, visto che questo ha creato disagi a chi stava cercando di iscriversi.
L’organizzazione si scusa con quanti abbiano incontrato difficoltà e annuncia quindi la nuova scadenza:
Per questo motivo, e con sincere scuse a chiunque abbia avuto problemi durante il processo di iscrizione, abbiamo deciso di prorogare l’Early Bird fino alle 23:59 di giovedì 10 settembre 2026.
Avete quindi qualche giorno in più per assicurarvi la quota agevolata, senza dover competere con eventuali hacker per un posto nel form di registrazione.
Chi avesse riscontrato problemi tecnici viene invitato a contattare direttamente l’organizzazione, che assicura di essere già al lavoro per risolverli.
Se avete riscontrato problemi tecnici durante il tentativo di iscrizione, scriveteci con uno spirito collaborativo e risolveremo tutto, promesso (i nostri whitehat sono già all’opera).
Insomma, questa volta l’Early Bird vola un po’ più a lungo.
La nuova scadenza da segnare è giovedì 10 settembre alle 23:59.
Poi davvero niente scuse: Costacciaro si avvicina.
Aria. Acqua. Terra. Fuoco. Vuoto. E, a quanto pare, anche qualche hacker.
Il Raduno Internazionale di Speleologia si svolgerà a Costacciaro dal 29 ottobre al 1° novembre 2026.
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Buzio–Capitano Paff: la giunzione che cambia la geografia sotterranea del Moncodeno
Una nuova esplorazione collega la Buzio allo storico Capitano Paff. Nasce un grande complesso che, secondo le prime stime, potrebbe superare gli 800 metri di profondità. Sotto, restano acqua, pozzi, finestre e tanti punti interrogativi e domande ancora aperte
Progetto InGrigna! all’opera nel weekend del 29 e 30 agosto 2026.
I partecipanti al week end speleo sui monti del Grignone, anziché limit
Buzio–Capitano Paff: la giunzione che cambia la geografia sotterranea del Moncodeno
Una nuova esplorazione collega la Buzio allo storico Capitano Paff. Nasce un grande complesso che, secondo le prime stime, potrebbe superare gli 800 metri di profondità. Sotto, restano acqua, pozzi, finestre e tanti punti interrogativi e domande ancora aperte
Progetto InGrigna! all’opera nel weekend del 29 e 30 agosto 2026.
I partecipanti al week end speleo sui monti del Grignone, anziché limitarsi a tornare a casa stanchi, sporchi e soddisfatti, sono andati oltre: hanno spalancato una porta che per anni era esistita soltanto nei rilievi e nelle intuizioni, e da sempre nella geologia del Moncodeno.
L’Abisso Buzio ha giuntato Capitano Paff.
La notizia è arrivata con l’entusiasmo incontenibile degli esploratori: una connessione attesa, immaginata e inseguita che ridisegna la geografia sotterranea del Moncodeno e unisce due storie esplorative fino a ieri separate.
«È nato il complesso del Moncodeno», è stato uno dei primi commenti circolati dopo la punta.7
Quale definizione può essere più efficace?
foto Francesco Ornaghi
La squadra ha seguito la prosecuzione profonda della Buzio privilegiando il ramo più fossile, lasciandosi alle spalle numerose possibilità laterali.
La progressione non è stata semplice. Lunghi traversi, tratti bagnati, armi da sistemare e passaggi impegnativi hanno rallentato l’avanzamento. Uno dei traversi ha richiesto un notevole lavoro di attrezzamento e il consumo di parecchia corda.
Foto Gialuca Perucchini
Al fondo gli esploratori stimano di essere scesi di circa 90 metri, raggiungendo una quota nell’ordine dei –410 metri rispetto alla Buzio.
Qui la situazione comincia a diventare ancora più interessante.
Pischelli in avvicinamento – foto Gianluca Perucchini
Il ramo principale non sembra infatti aver detto la sua ultima parola: una prosecuzione è stata lasciata su un piccolo pozzo e, soprattutto, lungo l’esplorazione sono state volutamente trascurate diverse finestre.
La corsa era verso il fondo.
Adesso bisognerà tornare indietro a guardare tutto ciò che è rimasto ai lati.
Un altro indizio importante viene dall’idrologia.
Foto Matteo Pinna
In alcuni punti inferiori gli esploratori hanno chiaramente percepito il rumore dell’acqua. Nella forra la portata osservata era relativamente modesta, ma nulla esclude che possa aumentare più in basso.
Da qui nasce una delle ipotesi più suggestive: sotto il ramo fossile percorso potrebbe esistere un bypass attivo, capace di riconnettersi ad altri settori del sistema.
La giunzione appena realizzata, quindi, potrebbe essere soltanto una delle connessioni possibili.
Una circostanza perfettamente coerente con un reticolo carsico complesso, nel quale vie fossili sovrapposte e drenaggi attivi possono incontrarsi, separarsi e ritrovarsi a quote differenti.
Tra gli obiettivi delle prossime esplorazioni ci saranno soprattutto le numerose finestre osservate durante la discesa.
Foto Rossella Giannuzzi
Una, in particolare, è stata segnalata nella zona di un grande pozzo indicato inizialmente come P60. Il confronto successivo con i vecchi rilievi ha portato a collocarla probabilmente nella zona del P42, ma sarà il nuovo rilievo a stabilirne con precisione la posizione.
Alcune delle aperture tralasciate mostrerebbero caratteristiche freatiche. Questo dettaglio le rende interessanti.
Le vie freatiche, spesso più orizzontali, potrebbero infatti rappresentare antichi livelli di circolazione capaci di intercettare altri rami del complesso senza obbligare gli esploratori a inseguire soltanto le grandi verticali.
«Con poco sbattimento si trovano vie orizzontali che collegano al resto», è stata una delle osservazioni a caldo.
Tradotto: c’è ancora parecchio da cercare.
Dopo l’esplorazione è iniziata immediatamente una seconda avventura: quella sui rilievi.
Il confronto con i dati Compass e con la documentazione delle vecchie esplorazioni belghe ha permesso di riconoscere nell’area interessata il ramo Euphoria di Capitano Paff.
I rilievi storici CSARI del 1993–1994 riportano per Euphoria circa 340 metri di sviluppo topografico, con un dislivello che raggiunge approssimativamente i –420 metri rispetto all’ingresso di Capitano Paff.
Particolarmente significativo è risultato il confronto con alcuni capisaldi dei vecchi rilievi, collocati proprio nella zona più prossima alla Buzio.
Pezzo dopo pezzo, le due geografie hanno cominciato a sovrapporsi.
Vecchie poligonali tracciate più di trent’anni fa e nuove misure digitali hanno finito per raccontare la stessa cosa.
La giunzione era lì.
Nel rileggere il vecchio rilievo è emerso anche un curioso dettaglio.
Come Francesca ha fatto notare, Jack, parlando delle zone esplorate, aveva tirato ballo Euphoria. Non si sa se per doti profetiche e se per confusione nella nomenclatura, il nostro Jack aveva indicato come Pozzo Euphoria quello che sarebbe invece il Pozzo dell’Oblio. L’attenzione era lì, proprio sul settore che avrebbe poi assunto un ruolo fondamentale nell’interpretazione della giunzione.
Memoria, vecchi nomi, rilievi incompleti, intuizioni e correzioni che acquistano senso soltanto molti anni dopo.
Prima ancora che il collegamento fosse completamente interpretato, si era già intuito che il fondo della Buzio potesse terminare nuovamente su Capitano Paff o avvicinarsi al Dito, nel ramo dell’Udito.
Alla luce della nuova giunzione, questa ipotesi acquista ancora più interesse.
Il settore potrebbe infatti contenere ulteriori connessioni tra i due sistemi, forse a quote diverse e attraverso morfologie differenti.
Foto Gianluca Perrucchini
Anche alcuni toponimi riportati nelle vecchie esplorazioni hanno quindi richiesto una rilettura: il confronto fra testimonianze, rilievi CSARI e dati moderni sta permettendo di ricostruire con maggiore precisione quali ambienti fossero effettivamente stati raggiunti dagli esploratori precedenti.
Una scoperta nuova può costringere a rileggere anche quella vecchia.
Con Buzio divenuta ingresso alto del sistema collegato a Capitano Paff, le prime valutazioni effettuate dagli esploratori indicano per il nuovo complesso una profondità potenzialmente superiore agli 800 metri.
È però un dato che dovrà essere verificato con la chiusura e l’elaborazione definitiva del rilievo.
La prudenza, in questi casi, è obbligatoria.
Ma la sostanza della scoperta non cambia: la connessione modifica radicalmente la lettura speleologica dell’area e apre prospettive esplorative considerevoli.
Perché il punto più interessante non è soltanto ciò che è stato unito.
È tutto quello che, grazie alla giunzione, improvvisamente diventa possibile cercare.
Al fondo resta una prosecuzione.
Sotto si sente l’acqua.
Lungo la discesa rimangono finestre.
I vecchi rilievi suggeriscono altri settori da confrontare.
E le geometrie del sistema fanno immaginare possibili ulteriori collegamenti.
La prossima fase sarà dunque fatta di nuove punte, rilievi, sovrapposizioni e ritorni nei punti volutamente ignorati durante la corsa verso il basso.
Dopo una giunzione del genere sarebbe facile parlare di un’esplorazione conclusa.
In realtà sembra vero esattamente il contrario.
Ed è Floriano Grigna a condensare perfettamente il senso di quanto sta accadendo sotto il Moncodeno: come ha detto Jack in grotta, in un momento clou, «…in realtà non può chiudere, la geologia non sbaglia.»
Mi è sembrata la miglior conclusione possibile, perché la giunzione Buzio–Capitano Paff è arrivata.
E ora a Maconi toccherà rifare il rilievo di Capitano Paff, come aveva profetizzato Marzio Merazzi a fine campo.
Toccherà agli speleo verficare fin dove ha ragione la geologia.
Salvo dimenticanze, sono stati coinvolti nelle attività del tranquillo week end di giunzioni: Alex Rinaldi, Andrea Maconi, Gianluca Perucchini, Riccardo Temponi, Cristian Paccani, Francesco Ornaghi, Rossella Giannuzzi (la prima -1150 della Puglia, ricordiamolo!), Floriano Martinaglia, Matteo Pinna, Francesca Cassina, Maurizio “Jack” Rizzotto,
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Sabato 5 settembre 2026 al Festival Sinestesie un incontro dedicato alla preistoria del territorio del Beigua e al Museo dell’Alpicella. Nell’entroterra di Varazze il Riparo di Rocca Due Teste conserva le tracce di frequentazioni dal Neolitico all’età dei metalli, in un particolare ambiente di roccia non calcarea.
VARAZZE (SV) – Un viaggio nella preistoria del Beigua, tra archeologia, ambiente e testimonianze delle comunità che migliaia di anni fa frequentavano l’entroterra ligure.
Sabato 5 settembre 2026 al Festival Sinestesie un incontro dedicato alla preistoria del territorio del Beigua e al Museo dell’Alpicella. Nell’entroterra di Varazze il Riparo di Rocca Due Teste conserva le tracce di frequentazioni dal Neolitico all’età dei metalli, in un particolare ambiente di roccia non calcarea.
VARAZZE (SV) – Un viaggio nella preistoria del Beigua, tra archeologia, ambiente e testimonianze delle comunità che migliaia di anni fa frequentavano l’entroterra ligure. È il tema dell’incontro con Fabio Negrino, docente di Archeologia preistorica e Paleontologia all’Università di Genova e speleologo, in programma sabato 5 settembre alle 21 al Giardino delle Boschine di Varazze, nell’ambito del Festival Sinestesie.
L’appuntamento, intitolato “La preistoria del Beigua e il Museo dell’Alpicella”, offre l’occasione per riscoprire un sito particolarmente interessante anche per chi si occupa del rapporto tra uomo e ambienti naturali: il Riparo sotto Roccia di Fenestrelle, o Rocca Due Teste, nei pressi della frazione di Alpicella.
Un riparo preistorico tra le rocce del Beigua
Scoperto casualmente nel 1977 da Mario Fenoglio, il riparo fu interessato da campagne archeologiche a partire dal 1979. Si apre alla base di una parete caratterizzata da una marcata scistosità ed è costituito da una stretta piattaforma naturale lunga circa 22 metri e larga non più di quattro.
Particolarmente curioso dal punto di vista geomorfologico è un profondo inghiottitoio, associato a un affioramento roccioso, che interrompe la piattaforma all’incirca a metà e divide il riparo in due settori.
Non si tratta, tuttavia, di una grotta carsica. Il Parco del Beigua definisce infatti Rocca Due Teste come una delle rare testimonianze liguri di insediamento preistorico in ambiente di roccia non calcarea: una precisazione importante in ambito speleologico, perché permette di inserire il sito nel più ampio tema dell’utilizzo umano di ripari e cavità naturali senza attribuirgli impropriamente un’origine carsica.
Dal Neolitico all’Età del Bronzo
Gli scavi hanno restituito una stratigrafia articolata. Nel settore occidentale sono particolarmente importanti i materiali riferibili al Neolitico Medio, con ceramiche della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata. La quantità dei reperti suggerisce che la frequentazione non fosse semplicemente occasionale.
Il riparo conobbe successivamente altre fasi di utilizzo. Tra i reperti figurano ceramiche e manufatti riferibili all’Età del Bronzo, compreso uno spillone in bronzo; la documentazione archeologica indica una presenza particolarmente significativa anche durante il Bronzo Finale.
Un dato di notevole interesse è inoltre la scoperta di una sepoltura incompleta di un fanciullo. Il Comune di Varazze la segnala come un caso finora unico di questo tipo al di fuori delle aree del Finalese e dell’Albenganese-Val Pennavaira.
Il sito racconta quindi un rapporto con il riparo naturale protratto per millenni e modificatosi nel tempo, dall’insediamento neolitico alle frequentazioni successive.
I reperti nel rinnovato Museo dell’Alpicella
Una parte importante dei materiali rinvenuti negli scavi è oggi conservata nell’Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio” di Alpicella, intitolata proprio allo studioso e conoscitore del territorio che individuò Rocca Due Teste nel 1977.
L’esposizione raccoglie reperti provenienti dalle campagne archeologiche condotte tra il 1979 e il 1987 a Fenestrelle-Rocca Due Teste e Alpicella ed è stata completamente riallestita tra il 2025 e il 2026. Il percorso mette in relazione i reperti con il contesto archeologico, geologico e paesaggistico nel quale vissero le comunità preistoriche del Beigua.
Pietra verde e incisioni rupestri
Rocca Due Teste non è un episodio isolato. Il comprensorio del Beigua conserva numerose testimonianze di frequentazione preistorica. In particolare nell’area di Sassello sono stati rinvenuti manufatti, asce, accette e semilavorati in pietra verde, mentre il territorio conserva anche un articolato patrimonio di incisioni rupestri: coppelle, intagli, croci, canalette e altri segni prodotti in epoche differenti.
Il Parco ha creato anche l’itinerario “Alpicella Neolitica”, che collega idealmente l’esposizione archeologica, il sito di Fenestrelle e il territorio circostante. Dal paese il riparo è raggiungibile seguendo un sentiero che scende verso il torrente Teiro e attraversa il cosiddetto Ponte dei Saraceni.
È un paesaggio nel quale archeologia e geologia risultano strettamente intrecciate: proprio le caratteristiche naturali delle rocce e dei rilievi contribuirono a determinare i luoghi scelti dall’uomo preistorico per sostare e insediarsi.
La Strada Megalitica di Alpicella
Nel territorio di Alpicella si trova anche la suggestiva Strada Megalitica, inserita dal Parco del Beigua nell’itinerario escursionistico “Alpicella Neolitica”. Il tracciato, immerso nel bosco, presenta un tratto lastricato lungo poco più di cento metri, delimitato da grandi blocchi di pietra, e conduce verso un’area caratterizzata da massi infissi nel terreno. La particolare disposizione delle strutture e l’orientamento verso il Monte Greppino hanno fatto ipotizzare in passato possibili funzioni rituali o legami con il ciclo solare. Datazione e funzione restano tuttavia incerte, poiché la struttura non è stata oggetto di indagini archeologiche sufficienti a confermarne l’origine preistorica. La cosiddetta Strada Megalitica rimane quindi uno degli elementi più enigmatici del paesaggio archeologico del Beigua, da leggere con cautela accanto alle testimonianze preistoriche documentate di Alpicella.
Foto Fabio Negrino
L’incontro a Varazze
L’incontro con Fabio Negrino si svolgerà sabato 5 settembre 2026 alle ore 21 al Giardino delle Boschine, in Piazza San Bartolomeo 3 a Varazze. La partecipazione è gratuita.
La serata fa parte di Sinestesie – Festival Varazze, manifestazione dedicata all’incontro tra cultura, natura e differenti forme espressive.
Per gli appassionati di archeologia e speleologia, l’appuntamento rappresenta soprattutto l’occasione per conoscere meglio uno dei siti preistorici più interessanti dell’immediato entroterra ligure: un riparo naturale che, insieme ai reperti conservati ad Alpicella, testimonia una storia di frequentazioni umane lunga diversi millenni.
Fonti: Parco Naturale Regionale del Beigua; Comune di Varazze – Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio”; programma Sinestesie – Festival Varazze.
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Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita.
A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio.
Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al
Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita.
A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio.
Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso aveva aperto la strada verso due nuovi pozzi e portato la grotta a circa -100 metri, lasciando intravedere la possibilità di proseguire ancora.
Nel giugno 2026 le esplorazioni ripartono. Quello che sembrava poter essere un grande pozzo si rivela una lunga diaclasi, che scende per circa 70 metri fino a una strettoia: F15 raggiunge così quota -170.
Con il campo di agosto la storia cambia passo. Una settimana di disostruzione permette di superare l’ostacolo e raggiungere due piccoli salti, poi un grande pozzo di 50 metri. Alla sua base si apre quello che gli esploratori battezzano semplicemente “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua che accompagna la discesa fino a -300 metri.
Un’altra strettoia, ancora un passaggio, poi improvvisamente lo spazio si allarga: un grande volume nel quale confluiscono tre pozzi di oltre 30 metri di larghezza. Ed è qui che compare un segno inequivocabile lasciato da chi era passato da un’altra parte del sistema: un vecchio spit. F15 ha raggiunto F33.
Una breve ricognizione fino al grande incrocio F5–Abisso Aldo–Fiat Lux–F33 conferma la nuova connessione: un altro tassello entra nel Complesso del Colle dei Signori e F15 diventa un nuovo -400.
E il punto finale, per ora, non c’è. Nell’ultima settimana del campo gli esploratori raggiungono un’altra finestra e scoprono un pozzo di 25 metri. A fermarli non è la grotta, ma la mancanza di materiale.
“Le esplorazioni continuano.”
A raccontare questa nuova pagina dell’esplorazione del Colle dei Signori è Agostino Chiesa, del GS Cycnus. Le fotografie sono di Alessia Calcagno, del GS Édouard-Alfred Martel.
Lasciamo dunque la parola ad Agostino e continuiamo a cullarci con le immagini di Alessia, per entrare con loro in F15.
F15, un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori di Agostino Chiesa – GS Cycnus
CAMPO SPELEO FRANCO-ITALIANO AL COLLE DEI SIGNORI
F15 un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori
Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, viene esplorato un nuovo ramo di F15. Attraverso una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso, si sono scesi due pozzi che hanno portato la grotta a circa -100 m. Da qui ci si ferma di fronte a una diaclasi che faceva sperare in un ulteriore grande pozzo, valutato all’incirca 80m.
A giugno 2026 riprendono le esplorazioni. Il pozzo si rivela una lunga diaclasi che scende per circa 70 m, portando lo sviluppo in sezione fino a -170 m dall’ingresso. Ci si ferma davanti ad una strettoia, da affrontare durante il campo estivo.
Ad agosto si installa il campo e si comincia la grande disostruzione. Dopo una settimana di lavori, accediamo a due piccoli salti che sono l’anticamera di un grande pozzo di 50 m alla cui base si apre quello che verrà chiamato “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua e che raggiunge la quota di -300 m.
Qui, una ulteriore strettoia rallenta l’esplorazione e richiede nuovo impegno disostruttivo. La fatica viene velocemente ricompensata perché al di là il vuoto è immenso: tre grandi pozzi si congiungono con dimensioni di oltre 30 m di larghezza per 70m circa di profondità. Si scende e, trovando un vecchio spit, ci rendiamo conto di aver congiunto F15 con F33.
Una breve ricognizione ci permette di giungere al grande incrocio F5-Abisso Aldo-Fiat Lux-F33 aggiungendo così un altro tassello al complesso del Colle dei Signori e un nuovo -400 m con F15.
Durante l’ultima settimana del campo ci si dedica a raggiungere una finestra sull’ultimo pozzo, quello della congiunzione. Al di là si trova un pozzo da 25 m che per mancanza di materiale non riusciamo a scendere, ma che sembrerebbe puntare a sud, in una zona “bianca”.
Le esplorazioni continueranno a settembre.
Tantissimi complimenti ad Agostino Chiesa, Alessia Calcagno e Jo Lamboglia, e anche a Stefania Castellino e a tutti gli speleologi italiani e francesi che hanno preso parte al campo e alle esplorazioni.
Un nuovo -400, un’importante congiunzione e tanto bel vuoto da inseguire: un risultato bellissimo, frutto di intuito, tenacia, fatica e soprattutto di un grande lavoro di squadra.
Bravissimi tutti, buone grotte e avanti così: F15 ha ancora molto da raccontare!
Le esplorazioni continuano!
Fonti: testo di Agostino Chiesa (GS Cycnus); fotografie di Alessia Calcagno (GS Édouard-Alfred Martel).
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Finiscono i campi estivi, restano esplorazioni, dati e grotte da documentare: è il momento di trasformare il lavoro sul campo in buoni rilievi, aggiornare il Catasto e, perché no, partecipare al concorso SSI
La stagione dei campi speleologici estivi si avvia verso la conclusione. È il momento dei rientri, dei bilanci, delle fotografie da riordinare e soprattutto delle esplorazioni da raccontare.
E raccontatele! Agli amici, sui social, ma anche sui Bollettini e sulle riviste: e su
Finiscono i campi estivi, restano esplorazioni, dati e grotte da documentare: è il momento di trasformare il lavoro sul campo in buoni rilievi, aggiornare il Catasto e, perché no, partecipare al concorso SSI
La stagione dei campi speleologici estivi si avvia verso la conclusione. È il momento dei rientri, dei bilanci, delle fotografie da riordinare e soprattutto delle esplorazioni da raccontare.
E raccontatele! Agli amici, sui social, ma anche sui Bollettini e sulle riviste: e su Scintilena, naturalmente.
Tra una relazione, qualche bella fotografia e il resoconto di ciò che è successo sottoterra, c’è un altro lavoro fondamentale, meno immediato ma indispensabile: realizzare buoni rilievi e fare in modo che i dati raccolti confluiscano nel Catasto.
Perché un’esplorazione non è soltanto arrivare dove prima non era arrivato nessuno: significa anche misurare, documentare e restituire agli altri speleologi e al futuro una rappresentazione chiara e affidabile della cavità.
Attraverso il rilievo e il Catasto, una parte importante del lavoro svolto sottoterra diventa patrimonio condiviso e rimane disponibile per le esplorazioni e gli studi futuri.
Quale momento migliore, allora, per ricordare che è aperta la terza edizione del concorso a premi “Rilievo: tra arte e tecnica”, promosso dalla Società Speleologica Italiana ETS, attraverso la Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali?
Il termine per presentare gli elaborati è fissato al 19 ottobre 2026. Per chi, terminati i campi estivi, si trova davanti appunti, misure e poligonali da trasformare in un rilievo completo, può essere uno stimolo in più per portare a termine il lavoro. E magari mettersi in gioco.
Chi può partecipare
La partecipazione è riservata ai soci SSI in regola con la quota associativa 2026. Sono ammessi rilievi 2D di cavità naturali italiane già inserite nel Catasto Grotte.
Ogni partecipante può concorrere con un solo elaborato, del quale deve essere autore principale.
L’obiettivo dell’iniziativa è promuovere la qualità del rilievo speleologico considerando i diversi aspetti che concorrono alla sua efficacia: leggibilità, completezza delle informazioni, accuratezza tecnica e qualità della restituzione grafica.
Il rilievo viene quindi valutato non soltanto come documento tecnico, ma anche come strumento attraverso il quale rendere leggibile e trasmettere la conoscenza di una cavità.
Quattro premi, compreso quello del pubblico
Il concorso prevede quattro riconoscimenti. I primi tre saranno assegnati da una giuria di esperti, mentre il quarto sarà deciso attraverso il voto del pubblico:
1° premio: 350 euro
2° premio: 300 euro
3° premio: 250 euro
Premio del pubblico: 200 euro
Il Premio del pubblico sarà assegnato attraverso la votazione dei partecipanti al Raduno Internazionale di Speleologia 2026 di Costacciaro, utilizzando l’apposita scheda che sarà inserita nella documentazione che si riceverà alla registrazione al Raduno.
I lavori selezionati saranno esposti durante il Raduno di Costacciaro.
Ogni partecipante al Raduno potrà votare un solo rilievo: sarà possibile votare fino alle ore 17:00 del 31/10/2026
A seguire, la proclamazione dei vincitori.
Come partecipare
Il rilievo dovrà essere presentato in formato A0 e accompagnato dalla documentazione tecnica prevista dal bando.
Gli elaborati dovranno essere inviati entro il 19 ottobre 2026 all’indirizzo: concorsorilievo@socissi.it
È previsto un contributo di 20 euro per la stampa del rilievo.
Gli elaborati devono inoltre rispettare i criteri formali indicati nel regolamento. Tra questi, l’esclusione di elementi grafici non ammessi, come fotografie o sfondi decorativi, e la distribuzione del rilievo con licenza Creative Commons CC-BY-NC-SA.
Prima di preparare il materiale è quindi importante leggere attentamente il bando completo, nel quale sono specificati requisiti, caratteristiche degli elaborati e documentazione richiesta.
Perché soltanto rilievi 2D?
La scelta di dedicare il concorso ai rilievi bidimensionali tiene conto dell’attuale fase di evoluzione degli strumenti di rilievo e rappresentazione.
Le tecnologie 3D stanno infatti assumendo un ruolo sempre più importante nella documentazione delle cavità, ma le modalità con cui questi dati vengono rappresentati e restituiti sono ancora in rapido sviluppo e non pienamente standardizzate.
Questo non significa che il 3D resterà fuori dal Raduno: la Sala Rilievi potrà ospitare anche contributi fuori concorso ed esperienze multimediali tridimensionali, offrendo uno spazio di confronto sulle nuove possibilità della documentazione speleologica.
Dai campi estivi al Catasto
I campi finiscono, le esplorazioni continuano a vivere nei dati raccolti.
Un buon rilievo richiede tempo. Nasce sottoterra, tra capisaldi, misure, osservazioni e inevitabili difficoltà operative, e continua fuori dalla grotta con l’elaborazione e la restituzione dei dati.
E’ importante che quel lavoro non rimanga soltanto negli archivi dei gruppi o negli hard disk di chi ha partecipato alle esplorazioni. Documentare le cavità e aggiornare il Catasto significa mettere a disposizione della comunità speleologica conoscenze che potranno essere utilizzate, verificate e sviluppate nel tempo.
Il concorso SSI offre un’occasione in più per valorizzare questo lavoro, confrontarlo con quello di altri speleologi e contribuire alla diffusione di una cultura del rilievo fondata sulla qualità tecnica e sulla chiarezza della rappresentazione.
La scadenza per partecipare è il 19 ottobre 2026.
Quindi, finite di raccontare i vostri campi estivi – e mandateci pure le notizie per Scintilena – poi recuperate taccuini, dati e poligonali.
Fate rilievi accurati, metteteli a Catasto.
E mettetevi in gioco!
Per tutti i dettagli, i requisiti e le modalità di partecipazione è possibile consultare il bando completo:
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Dal 13 al 23 agosto la Federazione Speleologica Campana è tornata a riunire i gruppi sul massiccio degli Alburni. Dieci giorni di esplorazioni, attività sul territorio e vita da campo, culminati nell’importante risultato ottenuto da Renato Ricco con l’attraversamento del sifone a monte della Grava II di Campitelli (CP 107).
Dal 13 al 23 agosto 2026 il massiccio degli Alburni ha ospitato il Campo Speleologico Federativo Alburni 2026, organizzato dalla Federazione Speleologica Campana
Dal 13 al 23 agosto la Federazione Speleologica Campana è tornata a riunire i gruppi sul massiccio degli Alburni. Dieci giorni di esplorazioni, attività sul territorio e vita da campo, culminati nell’importante risultato ottenuto da Renato Ricco con l’attraversamento del sifone a monte della Grava II di Campitelli (CP 107).
Dal 13 al 23 agosto 2026 il massiccio degli Alburni ha ospitato il Campo Speleologico Federativo Alburni 2026, organizzato dalla Federazione Speleologica Campana: un appuntamento che, dopo alcuni anni, ha riportato speleologi e gruppi campani a condividere sul campo esplorazioni, ricerca, lavoro e momenti di socialità.
Sono stati più di 60 i partecipanti che hanno preso parte alle attività, con numerose uscite nelle cavità del massiccio e giornate trascorse tra grotte e boschi, facendo del campo non soltanto una base per l’attività speleologica, ma anche un importante momento di incontro e collaborazione.
Grava II di Campitelli: confermata la connessione con DPiF
Il risultato speleologico più significativo del campo è arrivato alla Grava II di Campitelli (CP 107).
Nel corso delle esplorazioni Renato Ricco ha attraversato il sifone a monte della cavità, confermando la connessione con Don Pasquale il Fotografo – DPiF (CP 1399).
Un risultato importante per la conoscenza del sistema carsico degli Alburni, che aggiunge un nuovo elemento alla ricostruzione dei rapporti tra le cavità dell’area e apre la strada alla prosecuzione delle ricerche e delle esplorazioni.
Ripristinato anche il Sentiero delle Grave
Il Campo Federativo non è stato dedicato soltanto all’attività sotterranea.
I partecipanti sono intervenuti anche sul Sentiero delle Grave, effettuando lavori di ripristino nel tratto compreso dall’Aresta a Madonna del Monte.
L’intervento ha riguardato la sistemazione del percorso e l’installazione di nuovi pali segnaletici, contribuendo così a rendere nuovamente riconoscibile e percorribile un itinerario strettamente legato al territorio carsico degli Alburni.
Dieci giorni di speleologia e condivisione
Accanto alle esplorazioni e ai lavori sul territorio, il Campo Speleologico Federativo ha ritrovato uno degli aspetti che storicamente caratterizzano questi appuntamenti: la vita comune.
Le immagini del campo raccontano tende e attrezzature nel bosco, partenze verso le grotte, preparativi per le esplorazioni e lunghe serate attorno al fuoco. Dieci giorni di grotte, boschi, lavoro, risate e vita da campo, nei quali gruppi e speleologi hanno potuto tornare a confrontarsi e lavorare fianco a fianco.
«Grazie davvero a tutti. È stato bello tornare a stare insieme così», è il messaggio con cui la Federazione Speleologica Campana ha concluso il racconto dell’iniziativa.
Fonte: post social e foto Federazione Speleologica Campana
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Nuove esplorazioni, vecchi abissi e ancora molti punti interrogativi nel sottosuolo della Grigna Settentrionale
Link al numero 43 – agosto 2026: https://archive.org/details/lga-c-43
È online, uscito a spron battuto, il numero 43 della “Grigna al Contrario”, il magazine di InGrigna!, curato da Marco Corvi e dedicato alle esplorazioni speleologiche nel massiccio della Grigna Settentrionale.
Il nuovo numero, datato agosto 2026, racconta il campo estivo di quest’anno: un campo
È online, uscito a spron battuto, il numero 43 della “Grigna al Contrario”, il magazine di InGrigna!, curato da Marco Corvi e dedicato alle esplorazioni speleologiche nel massiccio della Grigna Settentrionale.
Il nuovo numero, datato agosto 2026, racconta il campo estivo di quest’anno: un campo senza il Bogani, ma favorito dal bel tempo e dalla presenza di molti volti nuovi. Ancora una volta le esplorazioni si sono distribuite su diversi fronti, dall’Abisso Buzio, che continua a promettere sviluppi importanti per la conoscenza del carsismo profondo della Grigna, all’Abisso del Pilastro, al Dito della Piancaformia e a W le Donne.
Nel Dedalo del Dito si torna a lavorare nei rami laterali del Dito LOLC 1967. La revisione delle zone intorno al P106 e del Ramo dell’Udito porta alla scoperta di nuovi ambienti e soprattutto di un interessante reticolo di condotte freatiche, con nuove possibilità di sviluppo orizzontale. Una punta di 21 ore aggiunge anche una sessantina di metri al rilievo.
L’incisione “La Grigna al Contrario” è un’opera di Laura Pitscheider, originariamente pubblicata sul blog Acquatintared
A W le Donne, nel ramo a -1300 metri, l’esplorazione continua in un ambiente decisamente severo: freddo, acqua e forti correnti d’aria accompagnano il riarmo di alcuni tratti, il rilievo e la prosecuzione di una risalita, mentre viene individuato anche il posto per un nuovo campo interno nella galleria “Grazie Giovanni”.
Una curiosa dotta parentesi storico-bibliografica “Ad perpetuam rei memoriam”, dedicata al documento pontificio che indica San Benedetto Abate come patrono degli speleologi italiani.
Grande protagonista del numero l’Abisso del Pilastro: dopo una lunga pausa le esplorazioni sono ripartite con una serie di punte ravvicinate: strettoie da disostruire, meandri, nuovi pozzi e soprattutto tanta aria che indica la strada.
Completano il numero altri racconti e contributi — da “Poltergeist può aspettare” alla “Scoperta delle molte facce della Grigna”, fino a “Ho paura di svegliarmi e scoprire che era tutto un sogno” e “Certezze granitiche al Pilastro” — che restituiscono, con registri diversi, il clima delle esplorazioni e della vita nel Grignone.
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Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo
Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica
In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi.
In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risa
Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo
Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica
In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi.
In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risalite e ostinazione riesce a trasformare un punto quasi invisibile nel bosco in una nuova porta verso un grande sistema sotterraneo.
È ciò che è accaduto al Gruppo Grotte Schio CAI, che nell’estate 2026 ha portato a termine un risultato davvero entusiasmante: l’apertura del quinto ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela. Il nuovo accesso è stato battezzato Buso del Seciòn.
Il “buchetto” individuato in superficie durante le ricerche con gli ARVA: sembrava la strada giusta, ma avrebbe condotto gli esploratori a un falso ingresso
La cosa straordinaria è anche dove si trova. Il Seciòn si apre ad appena otto metri dall’ingresso della Pisatela e tre metri più in basso. Eppure, per andare sottoterra dall’uno all’altro, occorre percorrere quasi un chilometro. Il nuovo ingresso costituisce così una sorta di accesso diretto al cuore della Pisatela, con conseguenze importanti non soltanto per le future esplorazioni, ma anche per un eventuale intervento del Soccorso Speleologico nelle zone più interne.
Il punto, contrassegnato dalla pietra, dove sotto inizierà il “Buco del Seciòn”
Il risultato finale racconta solo una parte della storia. Per arrivarci sono serviti una buona conoscenza della grotta e del suo rilievo, risalite impegnative, il confronto continuo fra ciò che diceva la topografia e ciò che realmente si incontrava sottoterra e persino l’impiego degli ARVA, gli apparecchi normalmente utilizzati per la ricerca delle persone travolte da valanga, qui trasformati in preziosi strumenti per mettere in relazione il mondo sotterraneo con la superficie.
A un certo punto, sopra e sotto erano separati da appena un metro di terra. Cesare Raumer, all’esterno, batteva sul terreno con una pietra e una mazzetta; gli speleologi sotto di lui rispondevano battendo sulla roccia. Poi le voci: da una parte all’altra del prato. È uno di quei momenti che spiegano, forse meglio di molte definizioni, perché si continua a cercare.
A raccontarci tutta la storia, con il suo stile inconfondibile e senza risparmiare fatica, entusiasmo, ironia e qualche riflessione destinata probabilmente a far discutere, è Cesare Raumer, per il Gruppo Grotte Schio CAI.
Giunzione è fatta!
A lui la parola.
IL “BUSO DEL SECION” diventa il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela
di Cesare Raumer – Gruppo Grotte Schio CAI
La speleologia è un’attività fantastica. Gli speleologi (veri) lo sanno benissimo, da sempre. Tuttavia questa pratica comporta talvolta un impegno ed un sacrificio non indifferenti, in certi casi addirittura al limite della sopportazione umana. Ma ciò nonostante, chissà perché, ogni speleologo (vero) non si tira mai indietro….
Così mentre mi soffermo a riflettere un po’ su queste cose mi vengono in testa certi pensieri…. Una piccola e breve digressione dal tema speleo di questo articolo.
Da qualche tempo (un bel po’) tante cose sono cambiate nel modo di pensare e di approcciare la vita in questa folle epoca storica. Lo spartiacque del prima e del dopo sicuramente è stato l’avvento di internet ed in particolare l’utilizzo dello smartphone nei rapporti personali. Questo fantastico e nello stesso tempo diabolico dispositivo ha decisamente trasformato il modo di fare speleologia.
Il potente respiro del Sistema Rana – Pisatela
Se un tempo ci si trovava regolarmente in gruppo per decidere l’attività del successivo fine settimana ora le occasioni si propongono attraverso i cosiddetti “social” e le attività conseguenti risultano spesso frammentate e anche meno partecipate. Ma il problema più grande consiste nel fatto che le nuove generazioni di giovani, bombardate sullo smartphone da una miriade di informazioni a 360°, si trovano attratte da un notevole e ampio ventaglio di opportunità che alla fine non consente loro la necessaria dote di concentrazione e focalizzazione per concretizzare anche pochi ma significativi obiettivi.
In poche parole, la maggioranza dei giovani di quest’epoca sono propensi a provare molteplici emozioni derivate da mille e più varie esperienze possibili piuttosto che condensare il proprio tempo in un’unica attività. Il risultato diventa inevitabilmente una dispersione di esperienza e anche di conoscenza approfondita di tutte le varie facce che una vera passione pretende.
Il Seciòn prima
Insomma, tornando ora al nostro discorso speleo, tutta questa premessa per dire che se in speleologia vogliamo vedere dei risultati importanti ci si deve applicare assiduamente, costantemente ed esclusivamente, con tenacia e continuità. Con spirito di sacrificio certo, ma sempre con passione. Il risultato di una speleologia turistica da fine settimana inizia e finisce nella stessa giornata. È così, purtroppo.
Il Seciòn poi
Ma attenzione, non mi sento minimamente di criticare chi pratica anche questo tipo di speleologia. Si tratta di una scelta legittima, spesso anche determinata da fattori più che comprensibili (tempo a disposizione, famiglia, lavoro, capacità, curiosità, ecc.). Ma resta comunque il fatto che questa pratica non è “vera” speleologia. È qualcosa d’altro.
Mi sono venute in mente queste considerazioni perché mentalmente pensavo a come sia stato possibile che il mio gruppo grotte, il Gruppo Grotte Schio CAI, realizzasse la scoperta di quello che da pochi giorni è diventato il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela.
Vediamo un po’, riavvolgendo il nastro.
Innanzitutto determinante è stata, all’origine, la realizzazione di una buona e completa mappatura della grotta. Poi lo studio del rilievo topografico di questa grande cavità ha fatto capire, tra molte altre cose, che un particolare ramo in una regione particolare della “Pissy” finisse quasi a fuoriuscire all’esterno.
Interessante.
La sommità di questo ramo che si sviluppa in salita è costituita da una sala a cui è stato dato il nome di “Sala della Dolina”. Ma non una dolina qualsiasi, ma proprio la dolina sul cui bordo sommitale si apre l’ingresso della Pisatela stessa. Che strana coincidenza…
Ma quanti metri mancavano effettivamente per sbucare da sotto nei verdi e scoscesi bordi di questa dolina? Boh, era tutto da vedere. Ed inoltre, dove sarebbe ubicato “esattamente” questo ipotetico punto dato che una accurata ispezione di questo grosso catino carsico con diametro di almeno una sessantina di metri, non presentava alcun degno pertugio che si chiamasse tale?
Il nuovo accesso al Sistema Rana–Pisatela.
Tuttavia i dati altimetrici parlavano chiaro e quindi abbiamo deciso di metterci a lavorare per venirne a capo. Sapevamo che il risultato non sarebbe stato per niente scontato. Le grotte ti fregano spesso….
Nel giugno scorso con un socio del mio gruppo iniziamo quindi a vedere cosa c’è in cima ad un interessante camino situato alla base di una propaggine laterale di detta sala. Volevamo verificare se il nome “Sala della Dolina” che le era stato dato fosse sensato.
Il camino si presenta molto bene, bello verticale. Roccia asciutta e compatta, liscia e senza fratture. Le condizioni ideali di risalita col sistema Stick-Up. Risaliamo così molto in fretta. Quasi sulla sommità, ad una decina di metri d’altezza, si raggiunge l’imbocco di un meandrino che dopo pochi metri un po’ stretti si affaccia, attraverso una finestra, su un pozzo parallelo di ragionevoli dimensioni.
Ad una decina di metri sotto la nostra verticale si scorge un diaframma che divide il pozzo in due parti. Da una parte a occhio il pozzo continua per altri 6/7 metri. Dalla parte opposta si intravvede invece uno sprofondo abbastanza stretto. Successivamente abbiamo capito però, indagando da un’altra parte, che il diaframma si poteva raggiungere da sotto anche con una risalita in libera.
Dalla finestra il fusoide continua verso l’alto dapprima con dimensioni abbastanza ragionevoli. Ma alla luce dello zoom la sommità appare però decisamente stretta. Mah!! Saranno c…i acidi risalirlo, pensavo mentre tornavo fuori col mio amico.
Per un’altra uscita successiva ci siamo dotati di un paio di strumenti ARVA (il noto dispositivo progettato per trovare le persone travolte da valanga) che anche in altre occasioni si sono rivelati estremamente utili. Mi riferisco in particolare alla campagna esplorativa condotta un paio di anni fa e che ci ha permesso di trovare il 4° ingresso di questo stesso sistema sotterraneo, l’ingresso “Carnevale” (vedi Scintilena, 6 aprile 2024).
L’uscita ha funzionato così: una squadra si è portata all’interno della grotta in corrispondenza del bordo della “finestra” con uno strumento acceso sulla funzione “send”. Un’altra squadra all’esterno con un altro dispositivo in funzione “search” a scandagliare i bordi della dolina.
Girando in lungo ed in largo lungo la superficie della dolina finalmente il “bip-bip” dello strumento localizza un punto particolare, in pratica un esile buchetto di 20 cm, chiuso da terriccio. La distanza dallo strumento sottoterra dava circa 10 metri.
Beh ottimo! Ottimo pensavo, specialmente tenendo conto che sopra la finestra il camino risaliva ancora per circa 8 metri buoni. Quindi, con un rapido calcolo, sulla sommità del camino dovrebbero mancare “solo” un paio di metri. È fatta!
Qualche giorno dopo, animati ed euforici iniziamo l’allargamento del buchetto. Mmh, il buchetto si è rivelato però subito proprio ostico. Poco sotto come buco diventa quasi invisibile, solo una fessurina larga un dito in una roccia bella dura. Ma mancano due metri, no?
Lavorando come muli allarghiamo comunque il buco per una cinquantina di centimetri. Poca cosa…. ma soprattutto su roccia viva, senza senso quindi. Qualcosa non torna.
Bisogna indagare meglio per cui in un’altra uscita successiva una coppia di speleo si fionda dentro alla Pissy, ma non prima di aver piazzato uno strumento ARVA all’interno del “buchetto”, questa volta in funzione “send”.
Raggiunta la finestra il secondo strumento portato appresso dava una distanza, come già appurato, di 10 metri. Attrezzati per la risalita del camino il “solito speleo” raggiunge la sommità. In arrampicata libera. Come abbia fatto ancora adesso non lo so.
Non lo so perché so che le pareti ad un certo punto stringono così tanto che se da sopra ci cascassi dentro, sul fondo non ci finisco. Io che ho misure da “normodotato” per esempio non ci passo, l’ho capito tempo dopo….
Fatto sta che il “solito speleo”, che è anche un ottimo climber appunto, arriva in cima. Qui trova che il fusoide interseca un meandro. Da una parte questo muore dopo 3 metri. Dalla parte opposta invece il meandro si presenta parzialmente occluso da una frana, ma al di là però si intravvede qualcosa.
Per capire dove si trova tira fuori l’ARVA, lo accende e lo mette in posizione search. Il responso dà 9 metri.
9 metri? Ma come, non dovevano mancarne solo due?
Lì per lì sembra impossibile, qualcosa non ha funzionato. E quindi giù poi tutti insieme a fare mille congetture per capire qualcosa da questi dati.
All’epoca del “buchetto” siamo stati effettivamente un po’ superficiali ad interpretarli. Mi spiego. Gli ARVA in realtà hanno sempre funzionato benissimo. Bisogna capire però che gli strumenti inviano/ricevono il segnale in/da tutte le direzioni, come se fossero al centro di una sfera.
Se sull’esterno della sfera ci mettiamo uno strumento posizionato in un punto qualsiasi della superficie, ci darà sempre la stessa distanza dal centro, dove è appunto posizionato lo strumento gemello.
Quindi, se lo strumento interno dava 9 metri dallo strumento esterno significava che la sommità del camino non si trovava sulla loro verticale ma in un qualunque altro punto della “sfera” considerata. Potenzialmente anche sopra….
Sopra? Beh, perché no? Ricordiamoci che l’esterno, come dicevo, è costituito dai fianchi della dolina con bordi piuttosto inclinati e scoscesi.
Arriviamo così all’ennesima uscita “finale”, quella della prova del nove. Una coppia di speleo, tra cui sempre il “solito speleo”, ritorna in cima al camino/fusoide. Il meandro con la franetta viene facilmente superato scoprendo al di là una piccola saletta, tipo un geode per intendersi.
Il “solito speleo” piazza l’ARVA sulla sommità del geode in posizione send. In quel momento io sono fuori con l’altro strumento.
All’ora concordata e partendo dal “buchetto” riprendo a scandagliare il bordo della dolina. Il bip-bip del mio strumento inizia quasi subito ad aumentare la frequenza. I metri segnalati sono sempre meno, sempre meno, fino al punto che un bip-bip frenetico ed impazzito mi dice “1 metro”!!!
Sono eccitatissimo. I ragazzi sono sotto di me ad appena un metro (!) di distanza, sotto il prato. Roba da non crederci!
Qui non ci sono rocce, solo terra, erba e qualche fiore. Corro in cerca di una pietra, la porto sul punto e comincio a batterla con una mazzetta. Da sotto mi rispondono con altrettanti colpi sulle pareti, perfettamente udibili.
Urlo di gioia, tanto fuori sono da solo…
Ma no, non sono solo, appena lì sotto ci sono i miei amici. Sentendomi urlare urlano a loro volta.
Incredibile, ci parliamo attraverso il prato. Ci parliamo capite? Una cosa mai vista! Questa mi mancava proprio.
Ma ci pensate? Provate ad immaginarvi la scena. Un escursionista che casualmente passasse di là in quel momento e vedesse un tipo (io) che urlo come un ossesso e a parlare inginocchiato verso il suolo con la bocca vicina alla madre terra. Cosa penserebbe se non a chiamare il 118 per un TSO immediato?
Per fortuna non è passato nessuno….
Ecco, questa era la situazione.
Neanche un paio di giorni dopo eravamo lì in tre baldi giovanotti speleo (tre splendidi pensionati) tra cui ovviamente il “solito speleo” per rompere l’ultimo diaframma e creare così l’apertura del 5° ingresso del Sistema.
Dopo neanche un’oretta di scavo, dapprima su terra e sassi e poi su roccia frammentata notiamo un forellino nero. Un forte sputo d’aria gelida proveniva da esso. Lo allarghiamo senza alcuna difficoltà fino ad un diametro di 30 centimetri. L’aria ora si fa veramente forte e gelida, un piacere sentirla così se rammentiamo quanto calde sono state le giornate dello scorso luglio.
Questo improvviso cambiamento del flusso d’aria che abbiamo artificialmente provocato però non ci piaceva affatto per cui abbiamo pensato subito di correre ai ripari. Dovevamo risolvere il problema.
Abbiamo così realizzato un grosso cilindro in robusto acciaio inox e l’abbiamo intubato nel buco fino a filo del terreno. La chiusura poi è garantita da un coperchio dello stesso materiale ma dipinto con una vernice color marrone/cioccolato, per confondersi con l’ambiente.
Tutto intorno il terreno è stato quindi ripristinato esattamente come era prima dell’intervento. L’erba qui ricrescerà presto e l’unica cosa visibile sarà la presenza di questo disco marrone.
Tutto qua. Siamo contenti perché abbiamo fatto proprio un bel lavoro. Abbiamo centrato almeno tre obiettivi. Uno, è stato consolidare le pareti del buco altrimenti costituite da terra, radici e sassi che franano continuamente ad ogni passaggio. Due, rendere l’ingresso perfettamente stagno, adesso non passa un filo d’aria. Corrente zero. Tre, ripristinare l’ambiente dove abbiamo lavorato com’era precedentemente. È ritornato il prato.
E anche il famoso “buchetto”, cioè il falso ingresso, lo abbiamo accuratamente richiuso dapprima con le pietre di risulta, poi con terra e infine con le foglie. Non si riesce a vedere neanche dov’era.
Così, data la circostanza del tutto singolare abbiamo chiamato questo 5° ingresso il “BUSO DEL SECION” (che tradotto dal dialetto veneto significa “secchione”). Non poteva chiamarsi altrimenti….
Ecco, adesso sì che siamo davvero tutti contenti del risultato.
Ed è incredibile notare dove si trova ubicato questo nuovo ingresso. È impossibile non trovarlo: è infatti situato ad appena 8 metri (!) di distanza dall’ingresso del notissimo Buso della Pisatela, 3 metri più in basso.
E stranamente questi due ingressi non hanno niente in comune. Entrando dalla Pissy e uscire dal Seciòn (o viceversa) comporta infatti una traversata di quasi un chilometro.
Ora però dal Seciòn si penetra nel cuore della Pisatela molto più velocemente, una vera diretta. Ciò comporta molto meno tempo ad esplorare la grotta nelle regioni a monte dello Stargate. Inoltre una eventuale uscita di una barella del Soccorso da queste zone risulta molto facilitata e veloce.
Sempre dal Seciòn si possono raggiungere le regioni a valle dello Stargate più facilmente attraverso una lunga galleria inclinata che parte dalla Sala della Dolina (il nome dato era in effetti sensato…) fino alla gigantesca Sala delle Mogli, il Lago Lungo e poi, più giù, fino alla giunzione col Buso della Rana.
In corrispondenza della Sala della F-Rana parte il noto ramo in salita chiamato Ramo Carnevale che, come ho citato prima, fuoriesce sotto la Valle delle Lore. A questo proposito, sulla falsariga della logica ambientale che abbiamo voluto dare al Buso del Seciòn, stiamo adesso lavorando anche alla chiusura ermetica dell’Ingresso Carnevale, ristabilendo presto anche qui le condizioni meteorologiche preesistenti alla sua apertura. Cioè corrente d’aria zero. Come anche già fatto a suo tempo all’ingresso del Pater Noster, il terzo ingresso trovato dal nostro gruppo GGS CAI SCHIO.
Considerazioni finali
Riprendendo la logica delle frasi nel deragliamento descrittivo nella premessa iniziale voglio qui sottolineare che il raggiungimento di questo risultato non è stato affatto semplice.
Siamo scesi in Pisatela parecchie volte e la risalita del “Pozzo a T”, il fusoide, non è stata affatto banale, anzi.
Dio, niente di assolutamente eccezionale però tengo a sottolineare che tutta questa storia è durata solo più o meno due mesi molto intensi. Un tempo esplorativo speleologicamente breve. Ma è perché ci tenevamo tantissimo, specie il “solito speleo”.
Con fatica, con determinazione ma specialmente con passione e soprattutto con divertimento ci siamo riusciti.
Cesare Raumer per il Gruppo Grotte Schio CAI Agosto 2026
Tutto quello che si vede del Buso del Seciòn dall’ingresso della Pisatela
E da parte nostra: complimenti!
C’è poco da aggiungere dopo un racconto così, se non un grande applauso a Cesare Raumer e a tutto il Gruppo Grotte Schio CAI.
Dietro un nuovo ingresso, oltre al momento esaltante in cui finalmente “si passa”, ci sono rilievi studiati e ristudiati, ipotesi che sembrano giuste e poi non lo sono, risalite, strettoie, giornate di lavoro, capacità di leggere la grotta e anche la disponibilità a riconoscere un errore e ricominciare da un’altra parte.
In questo caso c’è qualcosa in più: l’attenzione con cui, una volta aperto il nuovo ingresso, il gruppo ha cercato di non alterare la circolazione d’aria del sistema e di restituire alla superficie il suo aspetto originario.
E poi c’è quella scena che difficilmente si dimentica: uno speleologo inginocchiato sul prato e gli altri sotto di lui, separati da un metro di terra, che riescono prima a sentirsi battere e poi addirittura a parlarsi.
A volte una giunzione comincia proprio così: con due mondi che scoprono di essere ormai a un metro di distanza.
Complimenti al Gruppo Grotte Schio CAI e a tutti coloro che hanno lavorato al Buso del Seciòn.
E naturalmente complimenti al “solito speleo”, chiunque egli sia: dopo essere comparso così tante volte in questa storia, se li è decisamente guadagnati.
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Aria, Acqua, Terra, Fuoco, Vuoto. Il Raduno Internazionale di Speleologia prende forma. E fino al 31 agosto iscriversi costa meno
Si sta delineando un sogno.
Giorno dopo giorno Costacciaro 2026 acquista volti, immagini, parole e contenuti. Quello che qualche mese fa cominciava appena a prendere forma sta diventando il grande Raduno Internazionale di Speleologia, in programma dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, nel cuore del Monte Cucco.
Il filo conduttore saranno ancora una vo
Aria, Acqua, Terra, Fuoco, Vuoto. Il Raduno Internazionale di Speleologia prende forma. E fino al 31 agosto iscriversi costa meno
Si sta delineando un sogno.
Giorno dopo giorno Costacciaro 2026 acquista volti, immagini, parole e contenuti. Quello che qualche mese fa cominciava appena a prendere forma sta diventando il grande Raduno Internazionale di Speleologia, in programma dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, nel cuore del Monte Cucco.
Il filo conduttore saranno ancora una volta i cinque elementi: ARIA, ACQUA, TERRA, FUOCO e VUOTO.
Cinque dimensioni per raccontare la speleologia e il mondo ipogeo: l’aria che respira nelle montagne, l’acqua che scava e trasforma, la terra che conserva la memoria, il fuoco come energia e trasformazione, il vuoto come spazio dell’esplorazione e dell’ignoto.
E adesso quei cinque elementi hanno anche cinque voci: Luca Mercalli, Simone Villotti, Antonio De Vivo, Gaetano Giudice e Robbie Shone, testimonial scelti per interpretarli e accompagnare il cammino verso Costacciaro.
Intanto il programma cresce: conferenze, mostre, workshop, esplorazioni, incontri e occasioni di confronto stanno componendo, tassello dopo tassello, quello che si annuncia come uno dei grandi appuntamenti della speleologia del 2026. Già a luglio Scintilena raccontava l’apertura delle iscrizioni e il ritorno dei cinque elementi come filo conduttore dell’incontro.
E per chi sta ancora pensando “mi iscrivo domani”, il momento è questo: l’iscrizione Early Bird a prezzo agevolato termina il 31 agosto.
Mancano pochi giorni.
Poi resterà l’attesa.
Quella di ritrovarsi a Costacciaro, tutti insieme, ancora una volta.
Aria. Acqua. Terra. Fuoco. Vuoto.
Cinque elementi. Un Raduno. Un sogno che sta prendendo forma.
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A Oltre il Colle, nel massiccio dell’Arera, scoperto e disceso un nuovo pozzo da 185 metri. Il 27 agosto la squadra ha raggiunto il Fondo JetLag a -302 metri, nonostante il regime idrico sfavorevole
OLTRE IL COLLE (BG) – «Sembrava una ventina di metri». Poi è arrivato il sasso giusto. E dal buio è arrivata una risposta decisamente diversa.
Sul Monte Arera, nella grotta LoBG 3990, l’esplorazione degli ultimi giorni ha preso improvvisamente una dimensione verticale impressionante:
A Oltre il Colle, nel massiccio dell’Arera, scoperto e disceso un nuovo pozzo da 185 metri. Il 27 agosto la squadra ha raggiunto il Fondo JetLag a -302 metri, nonostante il regime idrico sfavorevole
OLTRE IL COLLE (BG) – «Sembrava una ventina di metri». Poi è arrivato il sasso giusto. E dal buio è arrivata una risposta decisamente diversa.
Sul Monte Arera, nella grotta LoBG 3990, l’esplorazione degli ultimi giorni ha preso improvvisamente una dimensione verticale impressionante: quello che a una prima occhiata appariva come un pozzo di modeste dimensioni si è rivelato un P185, un salto da 185 metri che ha dato alla grotta una dimensione verticale del tutto inattesa.
«Apriamo la testa di un pozzo che ad una prima occhiata sembrava una ventina di metri, ma lanciando il sasso giusto abbiamo ricevuto una risposta adeguata. Per ora i 185 m ci sono… Ma non siamo in fondo…», raccontava pochi giorni fa Gianluca Perucchini, impegnato nell’esplorazione insieme a Giorgio Pannuzzo e Riccardo Temponi.
In quel momento, infatti, non avevano ancora raggiunto il fondo del P185.
Nella parte inferiore del P185, cento metri di corda sono bastati appena per raggiungere un terrazzo, fermandosi davanti a un ulteriore tiro di una ventina di metri. Il fondo del P185 è stato poi raggiunto nella stessa punta esplorativa che ha portato gli speleologi al Fondo JetLag, a -302 metri. Al fondo del P185, al momento, non sono state individuate prosecuzioni plausibili; resta però da scendere un altro pozzo laterale.
È avvenuto la mattina del 27 agosto 2026: Giorgio, Gianluca e Riccardo sono tornati sottoterra e, nonostante un regime idrico sfavorevole, hanno continuato l’esplorazione. L’anteprima arriva direttamente da Giorgio Pannuzzo: «Oggi ci siamo tornati e, nonostante il regime idrico sfavorevole, abbiamo continuato le esplorazioni fino a -302 m. Fondo JetLag».
Un metro in più sulla carta, ma soprattutto un altro passo nell’ignoto, dentro una grotta che in pochissimi giorni ha cambiato volto e dimensioni.
Nell’esplorazione sono impegnati Giorgio Pannuzzo, del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole, Gianluca Perucchini (CAI Lovere – Progetto Sebino) e Riccardo Temponi (Progetto Sebino). Tutti e tre partecipano al Progetto InGrigna.
Gianluca e Riccardo, inoltre, appartengono a quella nuova generazione di esploratori che Alex Rinaldi chiama affettuosamente “i Pischelli di Bueno Fonteno”: giovani speleologi cresciuti nel fermento delle grandi esplorazioni del Sebino e ormai protagonisti anche su altri importanti fronti esplorativi lombardi.
UN NUOVO ABISSO SOTTO L’ARERA
Lo scenario è quello spettacolare del Pizzo Arera, 2.512 metri, nel territorio di Oltre il Colle, nelle Prealpi Orobie bergamasche. Il massiccio appartiene alla fascia carbonatica delle Orobie: montagne che sopra terra mostrano pareti, rupi e grandi bastionate rocciose e che nel sottosuolo continuano a custodire vuoti ancora tutti da scoprire.
E questa volta la sorpresa ha assunto dimensioni davvero notevoli: il P185 è stato sceso fino al fondo e LoBG 3990 ha raggiunto la quota di -302 metri, al nuovo Fondo JetLag
Dove porterà LoBG 3990?
È presto per dirlo. Ma una frase scritta dagli esploratori quando il grande pozzo aveva appena cominciato a svelarsi sembra oggi ancora più bella:
«Ma non siamo in fondo…»
E allora non resta che aspettare la prossima discesa, con quel pozzo laterale ancora da esplorare.
Tantissimi complimenti a Giorgio Pannuzzo, Gianluca Perucchini, Riccardo Temponi e a tutti gli esploratori impegnati sull’Arera! Un P185, una grotta che supera i 300 metri di profondità e soprattutto un pozzo laterale che attende ancora di essere esplorato: avanti così, ragazzi! L’Arera non ha ancora finito di raccontare la sua storia.
Foto: esplorazioni nella LoBG 3990, Monte Arera – per gentile concessione degli esploratori.
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Due nidi, sei giovani e una località mantenuta segreta. In Gran Bretagna il ritorno dell’albanella minore offre uno spunto interessante anche per chi si occupa di grotte e ambienti naturali vulnerabili: quando la diffusione di una localizzazione può trasformarsi in una minaccia?
Una località segreta, due nidi distanti circa un chilometro e sei giovani rapaci pronti a spiccare il volo. È la storia dell’albanella minore (Circus pygargus), uno degli uccelli nidificanti più rari della G
Due nidi, sei giovani e una località mantenuta segreta. In Gran Bretagna il ritorno dell’albanella minore offre uno spunto interessante anche per chi si occupa di grotte e ambienti naturali vulnerabili: quando la diffusione di una localizzazione può trasformarsi in una minaccia?
Una località segreta, due nidi distanti circa un chilometro e sei giovani rapaci pronti a spiccare il volo. È la storia dell’albanella minore (Circus pygargus), uno degli uccelli nidificanti più rari della Gran Bretagna, protagonista nel 2026 di una stagione riproduttiva particolarmente importante.
La Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) ha reso noto che quest’anno in Gran Bretagna sono stati individuati soltanto due nidi conosciuti della specie. Entrambi contenevano tre giovani e, fatto singolare, i sei pulcini avevano lo stesso padre: un unico maschio si era accoppiato con due femmine. I due nidi sono stati costantemente monitorati dagli specialisti della RSPB, ma la loro posizione esatta è rimasta volutamente segreta.
L’albanella minore è un elegante rapace migratore che trascorre l’inverno in Africa e raggiunge l’Europa per riprodursi. In Gran Bretagna si trova al margine settentrionale del proprio areale riproduttivo e la sua presenza è estremamente precaria. La RSPB la classifica nella Red List britannica e sottolinea come ogni coppia nidificante necessiti di una particolare protezione.
Nidi nei campi e raccolti sempre più precoci
Una delle particolarità della specie è la scelta del luogo in cui nidificare. Le albanelle minori depongono le uova a terra e, in Gran Bretagna, utilizzano sempre più frequentemente i terreni agricoli e in particolare le coltivazioni cerealicole.
È una scelta che comporta rischi considerevoli. I nidi possono essere distrutti dalle macchine durante il raccolto e la RSPB segnala che siccità e raccolti anticipati stanno rendendo ancora più delicata la situazione. Per questo la conservazione della specie richiede una stretta collaborazione tra naturalisti e agricoltori. Nel sito del 2026, una porzione del campo d’orzo è stata lasciata appositamente indisturbata dal proprietario per consentire agli animali di completare la riproduzione.
Non è la prima volta. Nel 2025 una coppia aveva allevato con successo quattro giovani in un’altra località inglese tenuta segreta: era stata la prima nidificazione riuscita in Gran Bretagna dal 2019. Anche in quel caso la collaborazione con l’agricoltore era risultata decisiva e attorno al nido era stata installata una piccola recinzione per proteggerlo dai predatori terrestri.
Per la prima volta due giovani seguiti dal satellite
La stagione 2026 ha portato anche una novità scientifica. Poco prima dell’involo, ricercatori autorizzati della RSPB hanno prelevato temporaneamente un giovane da ciascuno dei due nidi e hanno applicato trasmettitori satellitari di nuova generazione.
È la prima volta che giovani albanelle minori vengono dotate di questi dispositivi nel Regno Unito.
Il monitoraggio potrà fornire informazioni preziose sugli spostamenti dei giovani, sulle rotte migratorie verso l’Africa e, negli anni successivi, sull’eventuale ritorno nei territori europei di riproduzione. Dati particolarmente importanti per una popolazione tanto piccola e intermittente.
A volte le coordinate diventano un pericolo
C’è un altro particolare della vicenda che può interessare molto anche il mondo speleologico: nessuno ha comunicato dove si trovino esattamente questi nidi.
La località viene deliberatamente mantenuta segreta per proteggere gli animali. Persino l’agricoltore coinvolto nel progetto non viene identificato pubblicamente, proprio per evitare che attraverso il suo nome sia possibile risalire al sito. La stessa strategia era stata adottata per la nidificazione del 2025.
È un principio di conservazione che trova un evidente parallelo negli ambienti sotterranei da proteggere.
Le coordinate sono un’informazione scientifica fondamentale, ma in determinate circostanze la loro diffusione indiscriminata può aumentare la vulnerabilità del luogo che descrive. È il caso, per esempio, di cavità che ospitano importanti colonie di chirotteri, specie endemiche o estremamente localizzate, delicati depositi archeologici o paleontologici, mineralizzazioni e concrezionamenti particolarmente vulnerabili.
Internet, cartografia digitale e GPS hanno reso possibile raggiungere con grande facilità luoghi che soltanto pochi decenni fa richiedevano conoscenze locali e ricerche specifiche. È un progresso straordinario per la conoscenza e l’esplorazione, ma pone anche una responsabilità nuova nella gestione dei dati.
La vicenda dell’albanella minore britannica mostra una possibile risposta: conoscere con estrema precisione un luogo non significa necessariamente doverne rendere pubblica con altrettanta precisione la posizione.
Ricercatori e conservazionisti conoscono i nidi, li monitorano, raccolgono dati scientifici e collaborano con chi gestisce il territorio. Al pubblico viene invece comunicato ciò che serve per comprendere l’importanza della scoperta, senza fornire l’informazione che potrebbe mettere a rischio gli animali.
Un equilibrio tra condivisione della conoscenza e protezione della risorsa che, fuori dai campi inglesi e qualche metro più sotto terra, che riguarda molto da vicino anche speleologia e archeologia.
The 2026 France Habe Prize
This year, although the topics addressed by the candidates were very diverse, they were approached through a wide range of options, such as the protection and conservation of caves and karst environments, raising awareness of caving, the interplay between exploration findings and scientific research, education and tourism, whilst also identifying ways to ensure the long-term sustainability of their objectives.
The members of the jury for the 2026 France Habe Prize asse
This year, although the topics addressed by the candidates were very diverse, they were approached through a wide range of options, such as the protection and conservation of caves and karst environments, raising awareness of caving, the interplay between exploration findings and scientific research, education and tourism, whilst also identifying ways to ensure the long-term sustainability of their objectives.
The members of the jury for the 2026 France Habe Prize assessed each submission using an evaluation grid that focused on relevance, presentation, interdisciplinarity, photography, scientific content, readability, and originality.
They unanimously decided to award the 2025 France Habe Prize to the project entitled “Photographic, topographical and digital documentation of the deep sections of the Aven d’Orgnac” (France), submitted by Rémi FLAMENT.
The winner receives a cash prize of €300 awarded by the UIS, as well as caving equipment donated by the firms BARHAR ($250) and RESSEG (€300).
Details of the project will be presented by the winner in the next UIS Bulletin.
The Jury congratulates the other participants on their enthusiasm for caving and their commitment to the protection of caves and karst.
Origin of the prize
The France HABE Prize has been awarded since 2013 by the Commission for the Protection of Karst and Caves of the International Union of Speleology (UIS).
The aim of this award is to promote the protection of karst and caves for future generations. This natural heritage is a proven source of increasingly rich information about the history of our planet and humanity, enabling people to act in a more thoughtful, effective, and sustainable manner for the future of our environment.
The prize is named in memory and honor of Dr France HABE († 10 December 1999) from Slovenia (Yugoslavia), who, amongst her many roles and achievements, served as Chair of the UIS Protection Department from 1973 to 1997.
Jean-Pierre Bartholeyns
UIS Karst and Cave Protection Commission
Past President
The European Cave Protection Commission is proud to announce that there are now 6 datasets of cleaned caves in Europe available at the “Clean-Up the Dark” website.
Following the initial data from Croatia, Slovenia and Italy, there is data now also about cleaned and polluted caves and karst from France and from Germany available.
Furthermore there is a dataset from The Basque Country listed as well.
In case your organisation has such data it would be a pleasure to integrate this in
Following the initial data from Croatia, Slovenia and Italy, there is data now also about cleaned and polluted caves and karst from France and from Germany available.
Furthermore there is a dataset from The Basque Country listed as well.
In case your organisation has such data it would be a pleasure to integrate this in the Clean-up the Dark database and make efforts of cleaned underground available to all.
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Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni in
Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni internazionali, delle spettacolari concrezioni di gesso e delle ricerche scientifiche, ci fu un indizio apparentemente semplice. Aria che passava attraverso un accumulo di detriti dove, in teoria, non avrebbe dovuto esserci altro.
Quarant’anni fa quell’intuizione portò a uno degli sfondamenti più importanti della speleologia moderna.
Una piccola grotta che non convinceva gli speleologi
Lechuguilla si trova nel Carlsbad Caverns National Park, nelle Guadalupe Mountains del New Mexico.
Prima del 1986 era considerata dal National Park Service una cavità di scarsa importanza. All’ingresso si apriva un pozzo di circa 27 metri, seguito da appena 122 metri di passaggi asciutti apparentemente senza prosecuzione. All’inizio del Novecento vi era stato estratto per un breve periodo anche guano di pipistrello.
Non sembrava esserci molto altro da vedere.
Ma dagli anni Cinquanta gli speleologi che visitavano la cavità notarono qualcosa di difficile da ignorare: dal fondo ostruito della grotta proveniva un forte vento.
Non esisteva un passaggio evidente. L’aria, però, suggeriva esattamente il contrario.
Se un volume così importante d’aria riusciva a muoversi attraverso i detriti, da qualche parte oltre quell’ostruzione doveva esserci spazio. E probabilmente molto.
Scavare seguendo il vento
Nel corso degli anni diversi speleologi tentarono di trovare la prosecuzione.
La svolta arrivò nel 1984, quando un gruppo di speleologi del Colorado ottenne dal National Park Service l’autorizzazione a scavare nell’ostruzione.
Non si trattò quindi di una scoperta improvvisa. Fu il risultato di un’intuizione coltivata per decenni e di un lavoro di disostruzione portato avanti con la convinzione che quel vento non potesse provenire dal nulla.
La letteratura speleologica statunitense descrive il flusso d’aria come eccezionale: in determinate condizioni il rumore proveniente dall’ostruzione ricordava quello di un treno merci sotterraneo. La polvere poteva essere sollevata e spinta verso l’alto lungo il pozzo d’ingresso.
Poi, il 26 maggio 1986, accadde quello che gli speleologi aspettavano.
L’ostruzione cedette verso la cavità sottostante e il gruppo riuscì a entrare in grandi gallerie percorribili.
Dietro quella frana non c’era semplicemente una prosecuzione.
C’era Lechuguilla.
Da poche centinaia di metri a centinaia di chilometri
Quello sfondamento cambiò completamente la storia della grotta.
Le esplorazioni partirono a un ritmo impressionante. Speleologi provenienti dagli Stati Uniti e successivamente da molti altri Paesi parteciparono alle campagne di esplorazione, rilievo e ricerca.
Secondo il National Park Service, sono stati cartografati oltre 233 chilometri di gallerie, con un dislivello che raggiunge 489 metri.
Il dato riportato nella pagina ufficiale del Parco è però riferito alla situazione del 2019 e deve quindi essere letto come un valore minimo consolidato, non necessariamente come la misura aggiornata dell’attuale sviluppo esplorato.
La National Speleological Society, presentando il volume Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, parla infatti di oltre 240 chilometri esplorati.
Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.
Una grotta che ha cambiato anche la scienza delle grotte
Lechuguilla si è rivelata un ambiente sotterraneo eccezionale non soltanto per le dimensioni.
Le esplorazioni hanno incontrato enormi depositi di gesso e zolfo giallo, concrezioni e mineralizzazioni di straordinaria varietà: giganteschi “lampadari” di gesso, lunghissimi cristalli e filamenti, cannule, perle di grotta, balloon di idromagnesite ed eccentriche subacquee.
Alcune morfologie erano praticamente sconosciute prima dell’esplorazione della cavità.
Lechuguilla ha inoltre fornito elementi fondamentali per comprendere la speleogenesi ipogenica legata all’acido solforico nelle Guadalupe Mountains. La presenza di grandi quantità di gesso e zolfo ha contribuito a rafforzare un modello genetico molto diverso dalla classica dissoluzione del calcare operata dalle acque meteoriche provenienti dalla superficie.
La grotta è diventata così un enorme laboratorio naturale nel quale geologia, mineralogia, microbiologia e speleologia si incontrano.
I batteri di Lechuguilla e la resistenza agli antibiotici
Di un altro aspetto sorprendente della grotta Scintilena si è occupata recentemente, nell’articolo “Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici”, pubblicato il 28 marzo 2026.
In ambienti profondi e fortemente isolati di Lechuguilla sono stati studiati microrganismi dotati di meccanismi naturali di resistenza agli antibiotici, nonostante non fossero stati precedentemente esposti ai farmaci utilizzati dalla medicina moderna.
Queste ricerche hanno contribuito a mostrare come la resistenza agli antibiotici non sia esclusivamente una conseguenza dell’attività umana: alcuni dei meccanismi biologici che oggi osserviamo hanno origini molto più antiche.
È uno degli esempi più affascinanti di come una scoperta nata dall’ostinazione di alcuni speleologi davanti a una frana abbia finito per aprire nuove strade anche alla ricerca scientifica.
Il vento come promessa di vuoto
A quarant’anni dallo sfondamento del 1986, forse l’aspetto più suggestivo della storia di Lechuguilla rimane proprio il suo inizio.
Gli speleologi non vedevano la prosecuzione.
Non potevano conoscere le dimensioni del sistema che si trovava sotto di loro. Non avevano davanti una grande finestra nera o un pozzo inesplorato.
Avevano una frana e del vento.
Ma per chi esplora le grotte il movimento dell’aria può essere una misura invisibile del vuoto. Una corrente importante attraverso una strettoia, una fessura o un accumulo di detriti può raccontare l’esistenza di ambienti che ancora nessuno ha visto.
A Lechuguilla quell’indizio conduceva a uno dei più grandi sistemi sotterranei conosciuti.
Dopo decenni di tentativi e due anni di nuovi scavi, il 26 maggio 1986 gli speleologi riuscirono finalmente a seguirlo.
E il vento aveva ragione.
Fonti
National Park Service – Carlsbad Caverns National Park, Lechuguilla Cave. Fonte principale per la storia dell’ingresso, gli scavi iniziati nel 1984, lo sfondamento del 26 maggio 1986, sviluppo, profondità, mineralizzazioni e attività scientifica.
National Speleological Society, pubblicazioni e materiali dedicati alla Lechuguilla Cave e alla storia delle esplorazioni.
Patricia Kambesis, Sixty-Five and Still Going Strong, Journal of Cave and Karst Studies. Ricostruzione della storia delle esplorazioni nelle Guadalupe Mountains e del ruolo della scoperta di Lechuguilla.
Scintilena, Marina Abisso, Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici, 28 marzo 2026.
Scintilena, Per Natale regala un bel libro: Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, 9 dicembre 2023
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Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.
È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio so
Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.
È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio sotterraneo dell’Iran.
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana
La sua storia attraversa quasi per intero quella della speleologia moderna del Paese: dalle prime esplorazioni compiute con mezzi elementari negli anni Quaranta alla nascita dei primi gruppi organizzati, dai rilievi topografici alla catalogazione sistematica delle cavità, fino alle battaglie degli ultimi anni per la loro conservazione.
Le prime grotte negli anni Quaranta
Nato a Mashhad nel 1927, Sheykhli iniziò molto giovane a frequentare la montagna e le grotte. Le sue prime esperienze speleologiche risalgono al 1943, quando in Iran l’esplorazione sistematica del mondo sotterraneo era ancora praticamente agli inizi.
Tre anni più tardi, il 29 novembre 1946, insieme a Sirus Mostofi e Akbar Shafizadeh, diede vita all’Hey’at-e Gharshenasi Iran, il primo nucleo organizzato dedicato alla speleologia nel Paese.
Le fonti iraniane distinguono questo gruppo dalla successiva associazione speleologica, costituita nel 1948. In ogni caso, proprio a quelle esperienze viene generalmente fatta risalire la nascita della speleologia organizzata iraniana, e Sheykhli ne fu per decenni uno dei principali protagonisti.
Esplorare significava misurare e documentare
E’ particolarmente interessante il metodo con cui Sheykhli affrontava l’esplorazione.
Già negli anni Quaranta e Cinquanta non si limitava infatti a entrare nelle cavità: effettuava misurazioni e rilievi, osservava le concrezioni e la circolazione delle acque e registrava eventuali testimonianze archeologiche.
Una lettera risalente al 1976, quando Sheykhli presiedeva il comitato speleologico della federazione iraniana, offre un’immagine particolarmente significativa del suo modo di intendere la speleologia.
Agli esploratori che individuavano nuove cavità raccomandava di produrre uno schizzo della grotta, misurarne lunghezza, larghezza e profondità, raccogliere campioni di roccia e acqua e segnalare eventuali frammenti ceramici o altre evidenze archeologiche.
Un’impostazione che oggi appare naturale, ma che testimonia quanto presto Sheykhli avesse concepito la grotta come un ambiente da esplorare, rilevare, studiare e conservare, mettendo in relazione speleologia, geologia, idrologia e archeologia.
Centinaia di grotte in oltre settant’anni
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA
Stabilire quante cavità abbia personalmente esplorato non è semplice, perché le fonti iraniane forniscono cifre differenti.
Le stime più prudenti gli attribuiscono oltre 500 grotte esplorate e documentate durante più di settant’anni di attività. Altre fonti parlano di un numero ancora maggiore.
Diverso è invece il patrimonio di informazioni da lui raccolto: il grande archivio costruito nel corso della sua vita sarebbe arrivato a comprendere dati relativi a circa 1.500 grotte dell’Iran.
È quindi opportuno distinguere le cavità personalmente esplorate da Sheykhli dal numero, molto superiore, di quelle entrate nel suo lavoro di catalogazione.
Partecipò inoltre a campagne di rilevamento e documentazione svolte in collaborazione con organismi geografici e sportivi iraniani. Alcune delle carte prodotte durante quelle attività sarebbero tuttora conservate negli archivi dell’organizzazione geografica nazionale.
I rilievi di Espahbod Khorshid
Tra le cavità legate al nome di Sheykhli compare anche la celebre Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran, una grande cavità naturale caratterizzata dalla presenza di importanti strutture fortificate storiche.
Alcune fonti in lingua inglese arrivano ad attribuirgli la “scoperta” della grotta. Una formulazione che appare però impropria per un luogo evidentemente conosciuto dalle popolazioni locali e legato a una lunga storia di frequentazione umana.
Più precisamente, Sheykhli fu tra coloro che contribuirono alla sua documentazione speleologica sistematica: già nel 1958 avrebbe realizzato disegni della grande arcata naturale, planimetrie e rilievi delle strutture presenti all’interno.
È un episodio emblematico del suo interesse per il rapporto tra cavità naturali e testimonianze archeologiche.
Sedici volumi per raccontare le grotte dell’Iran
Forse l’eredità più straordinaria di Changiz Sheykhli è quella rimasta sulla carta.
Nel corso di decenni raccolse schede, schizzi, rilievi, osservazioni e informazioni sulle grotte iraniane, organizzando il materiale in un’opera monumentale indicata dalle fonti come “Farhang-e Jame’-e Gharha-ye Iran”, traducibile come Enciclopedia completa delle grotte dell’Iran (https://www.tehrantimes.com/news/500396/Encyclopedia-of-Iran-s-caves-unveiled).
Il lavoro ha raggiunto complessivamente sedici volumi. La presentazione pubblica dell’Enciclopedia è avvenuta nel giugno 2024.
Già in un’intervista del 2015 Sheykhli lamentava la difficoltà di trovare un’istituzione disponibile a pubblicare l’intero corpus.
La sua morte pone quindi anche una questione che interessa direttamente la comunità speleologica: quale sarà il destino del suo archivio?
Se davvero una parte consistente dei rilievi, degli appunti e della documentazione accumulata in oltre settant’anni è ancora conservata privatamente, la sua tutela e digitalizzazione potrebbero rappresentare un’importante operazione per la memoria della speleologia iraniana.
Esplorazione e tutela
Negli ultimi anni Sheykhli aveva rivolto una crescente attenzione anche alla conservazione delle grotte.
Criticava gli interventi turistici invasivi, le alterazioni degli ambienti sotterranei e i danni provocati dai cercatori clandestini di tesori, fenomeno particolarmente distruttivo nelle cavità contenenti testimonianze archeologiche.
La grotta, nella sua concezione, non era dunque soltanto un luogo da conquistare o percorrere. Era un archivio naturale e culturale da conoscere prima di tutto attraverso la documentazione e da trasmettere alle generazioni successive.
Un principio che conserva una sorprendente attualità.
La scomparsa nell’agosto 2026
Le fonti iraniane collocano la morte di Changiz Sheykhli nel 28 Mordad 1405 del calendario persiano, corrispondente al 19 agosto 2026, mentre alcune fonti in lingua inglese indicano il 20 agosto. Aveva 99 anni.
Con lui scompare uno degli ultimi protagonisti della generazione che pose le basi della speleologia iraniana moderna.
Rimangono centinaia di esplorazioni, rilievi e documenti e, soprattutto, un metodo: entrare nel sottosuolo non soltanto per vedere cosa c’è oltre, ma per misurare, comprendere, documentare e conservare.
Una concezione della speleologia che, ottant’anni dopo le sue prime esplorazioni, continua a parlare la stessa lingua degli speleologi di oggi.
Fonti
Tehran Times, “Changiz Sheykhli, father of Iranian caving, dies at 99”, agosto 2026.
Amordad, articoli e intervista dedicati a Changiz Sheykhli e alla storia della speleologia iraniana.
ISNA e fonti iraniane riprese dalla stampa persiana, agosto 2026.
Documentazione storica speleologica iraniana relativa al Comitato speleologico e alle attività di Sheykhli.
Foto di copertina: La grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. La grande cavità naturale conserva importanti strutture fortificate storiche. Changiz Sheykhli ne realizzò già nel 1958 disegni, planimetrie e documentazione delle strutture interne. Foto: Faradeed
Altre immagini:
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNAhttps://cdn.isna.ir/d/off/mazandaran/2023/04/24/3/62587614.jpg?ts=1682313901941&
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana. Tra i fondatori del primo nucleo speleologico organizzato dell’Iran nel 1946, dedicò oltre settant’anni all’esplorazione, al rilievo e alla documentazione delle grotte del Paese. Fonte Federazione iraniana di alpinismo e arrampicatahttps://file.msfi.ir/msfiwebimage/GHGS4MU9F2.jpeg
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La Grotta della Regina di Bari, a Torre a Mare, è stata studiata da Università di Bari e Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari: la documentazione 3D chiarisce morfologia, tracce di scavo e frequentazioni storiche del complesso costiero.
Grotta della Regina: una cavità naturale modificata nel tempo
La Grotta della Regina si apre sulla costa di Torre a Mare, poco a nord del porticciolo, nel territorio di Bari. È una cavità marina naturale, sviluppata nelle calcareniti costie
La Grotta della Regina di Bari, a Torre a Mare, è stata studiata da Università di Bari e Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari: la documentazione 3D chiarisce morfologia, tracce di scavo e frequentazioni storiche del complesso costiero.
Grotta della Regina: una cavità naturale modificata nel tempo
La Grotta della Regina si apre sulla costa di Torre a Mare, poco a nord del porticciolo, nel territorio di Bari. È una cavità marina naturale, sviluppata nelle calcareniti costiere e profondamente trasformata dall’azione umana nel corso dei secoli.
Lo studio riunisce geologi, archeologi dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e speleologi del Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari. Il lavoro ha migliorato la georeferenziazione del sito e ha descritto in modo specialistico sia gli ambienti ipogei costieri sia quelli sommersi.
La roccia affiorante appartiene alle calcareniti plio-quaternarie della Formazione della Calcarenite di Gravina. Questi depositi poggiano sul basamento mesozoico del Calcare di Bari. L’erosione marina ha contribuito all’apertura della cavità, mentre interventi successivi ne hanno modificato pareti, pavimenti, nicchie e accessi.
La Grotta della Regina non va quindi letta come una semplice grotta marina. Il complesso conserva una sovrapposizione di processi naturali e di segni antropici. Questo rende necessaria una lettura integrata, capace di collegare geomorfologia costiera, speleologia e archeologia del paesaggio.
Il toponimo della Grotta della Regina tra fonti e tradizione
Le fonti storiche più antiche non permettono un’identificazione certa della cavità con l’attuale nome. Alla fine del Settecento, Emanuele Mola descrisse lungo il lido di Torre Pelosa alcuni “antri artefatti” confinanti con il mare. Il riferimento è compatibile con le cavità antropizzate della zona, senza consentire una prova definitiva.
Il toponimo Grotta della Regina è legato soprattutto alla tradizione popolare. Questa associa il luogo a Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia, vissuta tra il 1494 e il 1557. La connessione resta una tradizione locale e non un dato archeologico dimostrato.
Un primo contributo di taglio geografico e geomorfologico risale al 1936, con lo studio di Francesco Volpe sulla costa di Torre Pelosa. Negli anni Sessanta e Settanta la cavità fu poi considerata per le sue condizioni ecologiche e per la presenza di organismi marini, comprese spugne e alghe.
Rilievo 3D e fotogrammetria nella Grotta della Regina
La documentazione della Grotta della Regina ha impiegato rilievo topografico, fotogrammetria terrestre e aerea e ricognizione subacquea. Il modello digitale restituisce misure e dettagli con una precisione utile sia alla ricerca sia alla futura conservazione.
La superficie complessiva rilevata è di 189 metri quadrati. Di questi, 117 metri quadrati risultano calpestabili e 72 metri quadrati sono sommersi. L’altezza media passa da circa 1,80 metri nella parte posteriore a circa 2,5 metri nel settore anteriore. Le vasche d’acqua interne raggiungono una profondità di circa due metri.
Il rilievo ha reso più leggibili le regolarizzazioni delle pareti interne, le nicchie e le scale incise nella roccia. Le scale collegano la cavità con il pianoro soprastante. Sul pavimento sono state riconosciute anche tracce attribuibili a lavorazioni di cava e agli strumenti usati per estrarre conci.
Un R.O.V., cioè un veicolo filoguidato a controllo remoto, è stato usato per il rilievo fotogrammetrico negli specchi d’acqua interni ed esterni. Questa parte dell’indagine ha documentato elementi litici circolari e frammenti ceramici isolati. Fra essi compaiono pareti di vasi riferibili all’età del Bronzo, nella seconda metà del II millennio a.C., e anfore confrontabili con materiali dei vicini siti costieri.
Archeologia costiera e tracce di frequentazione
Le ricognizioni archeologiche effettuate tra il 2017 e il 2018 sul litorale di Bari-Torre a Mare hanno censito 233 Unità Topografiche Costiere in una fascia lunga circa sette chilometri. L’area attorno alla Grotta della Regina corrisponde all’UTC 62 e offre elementi per ricostruire una lunga storia di uso della costa.
Nel settore circostante sono state segnalate buche di palo, attribuite a capanne di età protostorica. Sono presenti anche sepolture scavate nel banco roccioso, reperti ceramici di varie epoche, scale per raggiungere la cavità e fronti di cava per l’estrazione di blocchi di calcarenite.
Di interesse è l’area di cava sul sopratterra della grotta. Una serie di solchi paralleli è stata interpretata come una fase di impostazione mai completata. La scarsa profondità dei tagli, la presenza di un solo concio estratto e l’assenza di ulteriori lavorazioni suggeriscono che il progetto sia stato abbandonato, probabilmente per problemi di stabilità legati al vuoto sottostante.
Sulle pareti interne della Grotta della Regina è presente un repertorio di graffiti. La loro classificazione e interpretazione è ancora in corso. Per questo non è possibile stabilire se siano legati a frequentazioni occasionali, pratiche con valore cultuale o a più fasi d’uso distinte.
Tutela, monitoraggio e ricerca interdisciplinare
La cavità è registrata nel Catasto delle Grotte e Cavità Artificiali della Puglia con il numero PU_29. Il contesto costiero è stato dichiarato di notevole interesse pubblico nel 1999. La normativa regionale sul patrimonio speleologico prevede il monitoraggio dello stato di conservazione e richiede autorizzazioni preventive per utilizzi diversi dall’attività speleologica, nel rispetto dei vincoli archeologici, naturalistici e paesaggistici.
L’attività di ricerca del 2020, sostenuta da fondi regionali, ha prodotto nuovi elementi per definire la storia geologica del sito, l’arretramento della costa e le possibili funzioni della cavità nelle diverse epoche. Ha inoltre previsto un percorso di monitoraggio archeologico e ambientale.
Per la Grotta della Regina, il risultato più rilevante è la disponibilità di una base documentaria verificabile. Il modello 3D non sostituisce le indagini stratigrafiche e le analisi dei materiali. Offre però una mappa accurata per programmare studi mirati, controllare lo stato delle pareti e confrontare nel tempo eventuali trasformazioni dell’ambiente costiero e sommerso.
Fonti
Università degli Studi di Bari Aldo Moro, archivio della ricerca, “Grotta della Regina (Bari – Torre a Mare, Puglia): grotta anonima, grotta ‘regale’, grotta dimenticata”, 2022: https://ricerca.uniba.it/handle/11586/432721
Università degli Studi di Bari Aldo Moro, archivio della ricerca, “Attività per la tutela e studio degli insediamenti rupestri presso Lama Picone e Grotta della Regina (Bari, Puglia)”, 2022: https://ricerca.uniba.it/handle/11586/429202
Disantarosa, G.; Petruzzelli, M.; D’Onghia, F. M.; Cinquepalmi, G.; Derossi, E.; Marella, G.; Parise, M.; Greco, R., “Grotta della Regina (Bari – Torre a Mare, Puglia): grotta anonima, grotta ‘regale’, grotta dimenticata”, in Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, s. II, 42, XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, Ormea, 2022. Riferimento bibliografico fornito nel testo di partenza.