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Uno studio pubblicato su Neotropical Biology and Conservation e ripreso da Bioengineer.org suggerisce che alcune rane brasiliane utilizzino stabilmente le grotte come habitat
Per molto tempo le rane osservate nelle grotte brasiliane sono state considerate semplici presenze accidentali: animali entrati sottoterra occasionalmente, destinati prima o poi a uscire oppure a morire.
Un lavoro pubblicato su Neotropical Biology and Conservation propone però di rivedere questa interpretazi
Uno studio pubblicato su Neotropical Biology and Conservation e ripreso da Bioengineer.org suggerisce che alcune rane brasiliane utilizzino stabilmente le grotte come habitat
Per molto tempo le rane osservate nelle grotte brasiliane sono state considerate semplici presenze accidentali: animali entrati sottoterra occasionalmente, destinati prima o poi a uscire oppure a morire.
Un lavoro pubblicato su Neotropical Biology and Conservation propone però di rivedere questa interpretazione.
Secondo gli autori, diverse specie di anuri utilizzano infatti le grotte in modo regolare. L’ambiente sotterraneo offre condizioni particolarmente favorevoli agli anfibi: umidità elevata e stabile, temperature poco variabili, disponibilità d’acqua, invertebrati di cui nutrirsi e riparo dai predatori.
Le osservazioni provengono da grotte distribuite in diverse regioni del Brasile e scavate in rocce molto differenti, dal calcare alla quarzite fino alle formazioni ferrifere.
Per questo i ricercatori propongono che almeno alcune di queste rane vengano considerate trogloxene: animali che utilizzano abitualmente l’ambiente sotterraneo per rifugiarsi, alimentarsi o riprodursi, pur non essendo necessariamente legati alle grotte per l’intero ciclo vitale.
La distinzione non è soltanto terminologica. Considerare gli anuri fauna accidentale significa attribuire loro poco peso negli studi e nelle valutazioni ambientali delle grotte brasiliane. Riconoscere invece che le cavità possono costituire un vero habitat apre nuove domande sulla loro ecologia e sulla necessità di includerli nei programmi di monitoraggio e conservazione.
Restano molte cose da capire: se alcune specie possano riprodursi stabilmente sottoterra, quanto a lungo vi rimangano e quale parte del loro ciclo vitale dipenda realmente dalle grotte.
Ma il punto di partenza cambia: quelle rane potrebbero non essersi perse affatto. Potrebbero essere esattamente dove vogliono stare.
Fonte: Sperandei V.D.F., Alvarenga D.D.A., Araújo M.S.D. & Pereira C.C. (2023). Are caves true habitats for anurans or more a favorable rocky environment? A discussion of habitat occupation by frogs in Neotropical caves. Neotropical Biology and Conservation, 18(3), 131–137. DOI: 10.3897/neotropical.18.e100778
Foto di copertina: Leptodactylus labyrinthicus, una delle specie di anuri segnalate nelle grotte brasiliane. Foto: Mario Barroso / Wikimedia Commons – CC BY 4.0
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In Grecia, a Rodi, dopo le gravi inondazioni di ottobre torna al centro dell’attenzione un progetto da 5,16 milioni di euro fermo per anni nell’iter autorizzativo. Tra gli enti coinvolti anche l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia del Ministero greco della Cultura, chiamata a verificare gli effetti dell’intervento sul patrimonio sotterraneo e archeologico
Le violente piogge che hanno colpito Rodi il 14 ottobre 2026, provocando allagamenti, danni e la morte di una persona nella
In Grecia, a Rodi, dopo le gravi inondazioni di ottobre torna al centro dell’attenzione un progetto da 5,16 milioni di euro fermo per anni nell’iter autorizzativo. Tra gli enti coinvolti anche l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia del Ministero greco della Cultura, chiamata a verificare gli effetti dell’intervento sul patrimonio sotterraneo e archeologico
Le violente piogge che hanno colpito Rodi il 14 ottobre 2026, provocando allagamenti, danni e la morte di una persona nella zona di Archangelos e Stegna, hanno riaperto la discussione sulla mancata realizzazione di un importante intervento di protezione dalle alluvioni.
Il progetto per Archangelos, predisposto dalla Regione dell’Egeo Meridionale, è stato completato nel 2023 e dispone di un finanziamento di circa 5,16 milioni di euro, ma i lavori non sono ancora iniziati.
Le violente piogge che hanno colpito Rodi il 14 ottobre 2026, provocando allagamenti, danni e la morte di una persona nella zona di Archangelos e Stegna, hanno riaperto la discussione sulla mancata realizzazione di un importante intervento di protezione dalle alluvioni.
Il progetto per Archangelos, predisposto dalla Regione dell’Egeo Meridionale, è stato completato nel 2023 e dispone di un finanziamento di circa 5,16 milioni di euro, ma i lavori non sono ancora iniziati.
Ne parla un articolo di Dimokratiki del 18 ottobre 2026, ma la vicenda è stata ripresa anche in altre date e da altre fonti, tra cui Kathimerini, altro quotidiano ellenico.
Entra in gioco anche il modo speleologico: la notizia vede il coinvolgimento nell’iter dell’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia, servizio specializzato del Ministero greco della Cultura competente per la ricerca, la protezione e la gestione delle grotte e dei depositi paleontologici e archeologici.
Eforia viene dal greco Ephoreia: nell’amministrazione greca, indica un ufficio o servizio pubblico preposto alla tutela e alla gestione di un determinato patrimonio. Nel nostro caso, l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia è il servizio del Ministero greco della Cultura specializzato nella tutela del patrimonio paleontologico, paleoantropologico e delle grotte.
Una prima valutazione positiva, poi la richiesta di un sopralluogo
Secondo quanto ricostruito dalla stampa di Rodi sulla base delle dichiarazioni della Regione dell’Egeo Meridionale, l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia aveva inizialmente espresso un parere positivo sul progetto.
Successivamente il parere sarebbe stato ritirato, perché ritenuto necessario un sopralluogo nell’area interessata dai lavori.
È proprio questa fase ad avere prodotto uno dei rallentamenti contestati oggi dalla Regione. Secondo l’amministrazione regionale, per ottenere il sopralluogo sarebbe stato necessario chiedere l’intervento dell’Amministrazione Decentrata dell’Egeo, che avrebbe sollecitato per due volte l’Eforia. L’attesa avrebbe comportato un ritardo di circa sei mesi.
Si tratta, è bene precisarlo, della ricostruzione fornita dalla Regione dell’Egeo Meridionale nel dibattito seguito alle recenti alluvioni.
Anche l’archeologia interviene sul progetto
L’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia non è stato l’unico organismo del Ministero della Cultura coinvolto.
Un altro passaggio ha riguardato l’Eforia delle Antichità del Dodecaneso, che aveva espresso un parere negativo sostenendo che alcune opere previste avrebbero avuto un impatto visivo sul paesaggio.
La Regione ha quindi sottoposto la questione al Consiglio Archeologico Centrale greco, che ha successivamente dato il proprio assenso al progetto, superando il precedente parere negativo.
Nel complesso, secondo la Regione, il procedimento per ottenere l’autorizzazione ambientale si è protratto per circa tre anni.
Un progetto ancora da realizzare
La vicenda è tornata di attualità dopo le precipitazioni eccezionali che hanno interessato Rodi lo scorso ottobre.
Archangelos presenta una situazione idrografica particolarmente delicata: due corsi d’acqua convergono all’interno dell’area urbanizzata, aumentando rapidamente la quantità d’acqua che attraversa l’abitato durante gli eventi meteorologici più intensi.
Secondo i dati riportati dalla stampa greca, nell’arco di due giorni la stazione meteorologica di Rodi ha registrato precipitazioni pari a quasi sei volte la media dell’intero mese di ottobre.
Il progetto di protezione idraulica è stato inserito nel programma di finanziamento regionale nel gennaio 2025, ma deve ancora arrivare alla fase di gara. Anche dopo il completamento delle autorizzazioni saranno necessari ulteriori adeguamenti tecnici prima dell’avvio dei lavori.
Speleologia e tutela del territorio
La vicenda mostra anche un aspetto meno conosciuto del lavoro degli organismi che si occupano di grotte.
L’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia è una struttura del Ministero greco della Cultura, con competenze sulla tutela delle cavità naturali e dei depositi archeologici e paleontologici presenti al loro interno ed è composta da specialisti in archeologia, geologia, biologia e paleontologia.
La sua partecipazione alle procedure relative a grandi opere serve quindi a verificare l’eventuale presenza di elementi del patrimonio sotterraneo che potrebbero essere interessati dagli interventi.
Nel caso di Archangelos, resta aperto il confronto sui tempi delle procedure e sulle responsabilità dei diversi enti coinvolti. Dopo l’alluvione di ottobre 2026, una questione amministrativa rimasta per anni lontana dall’attenzione pubblica è diventata parte del dibattito sulla sicurezza idraulica dell’isola.
Foto di copertina: Archangelos, nell’isola di Rodi, l’area interessata dal progetto di protezione dalle alluvioni al centro del complesso iter autorizzativo. Foto: Bukvoed / Wikimedia Commons – CC BY 3.0
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Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promozionale nella “Sa Cava Romana” di Nuxis, una cavità naturale modificata in passato dall’attività estrattiva. L’iniziativa è adatta anche ai neofiti e a chi vuole vivere una prima esperienza nel mondo sotterraneo
Una giornata per avvicinarsi all’ambiente sotterraneo e conoscere una grotta nella quale carsismo e attività umana hanno lasciato insieme le loro tracce. Domenica 25 ottobre 2026 Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promo
Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promozionale nella “Sa Cava Romana” di Nuxis, una cavità naturale modificata in passato dall’attività estrattiva. L’iniziativa è adatta anche ai neofiti e a chi vuole vivere una prima esperienza nel mondo sotterraneo
Una giornata per avvicinarsi all’ambiente sotterraneo e conoscere una grotta nella quale carsismo e attività umana hanno lasciato insieme le loro tracce. Domenica 25 ottobre 2026 Sottosopra Verticale ASD propone un’uscita promozionale alla Cava Romana di Nuxis, in Sardegna.
Nonostante il nome possa far pensare a un ambiente scavato interamente dall’uomo, Sa Cava Romana è una cavità carsica naturale, sviluppata nei calcari e successivamente interessata e modificata da attività estrattive. La grotta è censita nel Catasto speleologico della Sardegna e presenta diversi ingressi, ambienti naturali e testimonianze delle lavorazioni di cava.
Anche il nome “Cava Romana” può trarre in inganno: secondo la documentazione speleologica disponibile, non sarebbe direttamente legato a un’attività estrattiva di epoca romana, ma a successive lavorazioni per l’estrazione di roccia alabastrina, i cosiddetti “onici”.
Una prima esperienza nel sottosuolo
L’iniziativa del 25 ottobre è presentata dagli organizzatori come adatta anche ai neofiti e a chi si trova alla prima esperienza, con un livello di difficoltà tecnica indicato come facile.
L’uscita permetterà così di osservare da vicino un ambiente sotterraneo nel quale le forme naturali della grotta convivono con i segni lasciati dall’uomo, offrendo anche lo spunto per comprendere la differenza tra una cavità naturale e gli ambienti modificati dalle attività estrattive.
Per partecipare sono obbligatorie le scarpe da trekking. Per informazioni sull’organizzazione dell’uscita e sulle modalità di partecipazione è possibile contattare direttamente Sottosopra Verticale ASD attraverso i riferimenti riportati nella locandina.
L’iniziativa è promossa da Sottosopra Verticale ASD, nell’ambito delle attività AICS – Comitato Provinciale di Cagliari.
Informazioni
Cava Romana Luxis – uscita promozionale Domenica 25 ottobre 2026 Grotta “Sa Cava Romana” – Nuxis Difficoltà tecnica: facile Adatta anche ai neofiti Scarpe da trekking obbligatorie Informazioni: 346 844 0354 (Paolo)
Fonti
Locandina dell’iniziativa diffusa da Sottosopra Verticale ASD
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Dal 23 al 26 ottobre lo Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” ospiterà nove speleologi del Greater Houston Grotto. In programma attività nella Riserva naturale di Pietrasecca e nella Grotta della Lupa, nel Parco Nazionale della Maiella
Nove speleologi provenienti dal Texas saranno in Abruzzo dal 23 al 26 ottobre 2026, ospiti dello Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” per quattro giornate dedicate alla conoscenza e all’esplorazione di alcune delle più interessanti cavità della regione
Dal 23 al 26 ottobre lo Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” ospiterà nove speleologi del Greater Houston Grotto. In programma attività nella Riserva naturale di Pietrasecca e nella Grotta della Lupa, nel Parco Nazionale della Maiella
Nove speleologi provenienti dal Texas saranno in Abruzzo dal 23 al 26 ottobre 2026, ospiti dello Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” per quattro giornate dedicate alla conoscenza e all’esplorazione di alcune delle più interessanti cavità della regione.
La delegazione appartiene al Greater Houston Grotto, gruppo speleologico di Houston affiliato alla National Speleological Society statunitense. L’incontro offrirà agli speleologi abruzzesi e americani la possibilità di confrontare sul campo esperienze e modalità di esplorazione.
Prima tappa nelle grotte di Pietrasecca
Il programma inizierà nella Riserva naturale delle Grotte di Pietrasecca, nel territorio di Carsoli, dove gli speleologi texani, accompagnati dai soci dello Speleo Club Chieti, visiteranno la Grotta dell’Ovito e la Grotta dei Cervi.
Per questa parte dell’iniziativa lo Speleo Club Chieti ha ringraziato il Comune di Carsoli per le autorizzazioni e il sindaco di Sante Marie, Lorenzo Berardinetti, per la disponibilità di una struttura destinata all’accoglienza del gruppo.
Nella Maiella alla Grotta della Lupa
La seconda parte dell’incontro porterà gli speleologi nel Parco Nazionale della Maiella, a Roccamorice, per un’attività nella Grotta della Lupa.
La cavità è particolarmente legata alla storia recente dello Speleo Club Chieti. Scoperta nel 2015 nell’ambito delle ricerche condotte dal GRAIM nelle antiche miniere della Maiella, fu esplorata in profondità proprio dagli speleologi teatini, anche con la collaborazione di altri gruppi. Scintilena ne raccontò la scoperta già nel luglio 2015.
La Grotta della Lupa presenta ambienti meandriformi, canyon e importanti concrezionamenti ed è stata interessata negli anni da ricerche di carattere geologico, paleontologico e ambientale.
Uno scambio tra esperienze speleologiche
Lo Speleo Club Chieti, attivo dal 1963, porta nell’incontro anche la propria esperienza internazionale: nel 2025 alcuni suoi componenti hanno partecipato a una spedizione speleologica in Perù.
La visita degli speleologi del Greater Houston Grotto permetterà ora un confronto direttamente nelle grotte abruzzesi, mettendo in relazione due realtà speleologiche geograficamente molto lontane attraverso l’attività sul campo.
Fonti
Il Giornale di Chieti – Speleologia, gemellaggio tra Chieti e Texas: nove esploratori americani alla scoperta delle grotte abruzzesi, 21 ottobre 2026
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Da una pubblicazione del 2023 un quadro interessante della biodiversità sotterranea
Costa Rica è famoso per la sua biodiversità. Anche sotto foreste e montagne esiste un mondo molto meno conosciuto: quello delle grotte.
Una recente revisione ha raccolto dati storici e osservazioni sul campo, arrivando a censire almeno 123 specie animali in 127 siti sotterranei.
Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna
Sembra già molto, ma in realtà il dato è soltanto una
Da una pubblicazione del 2023 un quadro interessante della biodiversità sotterranea
Costa Rica è famoso per la sua biodiversità. Anche sotto foreste e montagne esiste un mondo molto meno conosciuto: quello delle grotte.
Una recente revisione ha raccolto dati storici e osservazioni sul campo, arrivando a censire almeno 123 specie animali in 127 siti sotterranei.
Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna
Sembra già molto, ma in realtà il dato è soltanto una parte del quadro: nel paese sono note oltre 435 grotte e cavità artificiali, e solo circa il 30% è stato studiato dal punto di vista biologico.
I pipistrelli sono gli animali meglio documentati, con 36 specie registrate. Molto meno conosciuti sono invece gli invertebrati: insetti, aracnidi, crostacei, collemboli e altri piccoli organismi che spesso non sono stati identificati nemmeno fino alla specie.
Tra i casi più interessanti c’è Pseudothelphusa puntarenas, un granchio d’acqua dolce osservato soltanto sottoterra e considerato, al momento, l’unico vero abitante delle grotte formalmente descritto nel paese. In alcune cavità sono stati trovati anche pesci pallidi e con occhi ridotti, possibili segnali di adattamento alla vita nel buio.
Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna
Molte di queste grotte sono anche poco protette. Novantuno siti con presenza faunistica nota si trovano fuori dalle aree protette, esposti a disturbo, turismo, inquinamento e cambiamenti ambientali.
Per colmare le lacune, i ricercatori puntano su nuove tecniche come il DNA ambientale, che può rilevare la presenza di animali anche senza catturarli.
Il dato più interessante, alla fine, è proprio questo: in uno dei paesi più celebri al mondo per la conservazione della natura, gran parte della biodiversità sotterranea resta ancora da scoprire.
Fonte: Deleva, S., Ulloa, A., Oliveira, H. F. M., Simov, N., Didonna, F., & Chaverri, G. (2023). Cave-dwelling fauna of Costa Rica: current state of knowledge and future research perspectives. Subterranean Biology, 47, 29–62. https://doi.org/10.3897/subtbiol.47.113219
Foto di copertina: Amblypygio nella penisola di Osa, Costa Rica. Foto: Charles J. Sharp / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna
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La Federazione speleologica tedesca partecipa alla Conferenza ONU sulla biodiversità in Armenia. Al centro dell’impegno la tutela degli ecosistemi carsici e delle specie che vivono negli ambienti sotterranei
La speleologia entra nel dibattito internazionale sulla tutela della biodiversità. Alla COP17, la 17ª Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, in corsoa Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026, è presente anche il Verband der
La Federazione speleologica tedesca partecipa alla Conferenza ONU sulla biodiversità in Armenia. Al centro dell’impegno la tutela degli ecosistemi carsici e delle specie che vivono negli ambienti sotterranei
La speleologia entra nel dibattito internazionale sulla tutela della biodiversità. Alla COP17, la 17ª Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, in corsoa Yerevan, in Armenia, dal 19 al 30 ottobre 2026, è presente anche il Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher (VdHK), la Federazione tedesca di speleologia e ricerca sul carsismo.
Per il VdHK, sono presenti Ana K. Celis e Veronika Vogel, con il sostegno della Succow Stiftung.
L’obiettivo è portare all’attenzione della conferenza la biodiversità degli ambienti sotterranei, spesso poco visibile nelle politiche di conservazione nonostante la presenza di specie altamente specializzate e, in molti casi, caratterizzate da areali estremamente limitati. Studi recenti sottolineano infatti come numerose specie strettamente legate alle grotte siano conosciute in popolazioni ridotte o addirittura in singole cavità, una condizione che ne aumenta la vulnerabilità.
L’iniziativa si inserisce nel lavoro internazionale di Karst-Aware, rete che promuove una maggiore considerazione degli ecosistemi carsici e sotterranei nelle decisioni ambientali. Il VdHK è accreditato presso ECOSOC e UNEP dal 2020 e da anni porta nei contesti delle Nazioni Unite i temi della protezione delle grotte, delle acque carsiche e della biodiversità ipogea.
Alla collaborazione partecipano anche realtà internazionali legate alla tutela del carsismo e delle grotte, tra cui il Caves & Karst Specialist Group della IUCN-WCPA, la UIS Karst and Cave Protection Commission e la European Cave Protection Commission della Federazione Speleologica Europea.
Foto
La biodiversità sotterranea al centro dell’impegno speleologico alla COP17 di Yerevan. Immagine diffusa dal Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher (VdHK). Foto: Klaus Bogon
Fonti
Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher e.V. – comunicazione social 20 ottobre 2026
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I Soci della Società Speleologica Italiana ETS sono chiamati a due appuntamenti consecutivi: alle 15.30 l’Assemblea straordinaria per le modifiche statutarie richieste dal MASE, alle 16.00 l’Assemblea ordinaria con il rinnovo degli organi per il triennio 2027-2029
A Costacciaro, durante l’Incontro Internazionale di Speleologia, il pomeriggio di venerdì 30 ottobre 2026 vedrà due momenti molto importanti per la Società Speleologica Italiana ETS: si terranno in seconda convocazione due
I Soci della Società Speleologica Italiana ETS sono chiamati a due appuntamenti consecutivi: alle 15.30 l’Assemblea straordinaria per le modifiche statutarie richieste dal MASE, alle 16.00 l’Assemblea ordinaria con il rinnovo degli organi per il triennio 2027-2029
A Costacciaro, durante l’Incontro Internazionale di Speleologia, il pomeriggio di venerdì 30 ottobre 2026 vedrà due momenti molto importanti per la Società Speleologica Italiana ETS: si terranno in seconda convocazione due distinte Assemblee dei Soci, alle 15.30 la straordinaria e alle 16.00 l’ordinaria.
Convocate entrambe il 13 ottobre e ospitate nella Sala San Marco, affrontano questioni diverse ma altrettanto rilevanti per la vita della Società.
Convocate il 13 ottobre scorso nella Sala San Marco, sono altrettanto rilevanti.
Ore 15.30 – Assemblea straordinaria
L’Assemblea straordinaria è fissata in seconda convocazione venerdì 30 ottobre alle 15.30. La prima convocazione è prevista giovedì 29 ottobre alle 21.
All’ordine del giorno, dopo la nomina del Presidente, degli Scrutatori e del Verbalizzante e la verifica dei poteri dell’Assemblea, c’è la discussione e approvazione della variazione di due articoli dello Statuto della SSI ETS, gli articoli 10 e 14, su richiesta del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE).
Ore 16.00 – Assemblea ordinaria
Mezz’ora dopo, alle 16.00, è prevista in seconda convocazione l’Assemblea ordinaria. La prima convocazione è fissata per giovedì 29 ottobre alle 21.30.
L’ordine del giorno comprende diversi passaggi della vita della Società:
relazione del Presidente e del Consiglio sulle attività del triennio 2024-2026;
relazioni di Commissioni e Uffici;
definizione delle quote sociali 2027;
esiti del concorso “Rilievo: tra arte e tecnica”, del bando 5×1000 e del Premio speleologico internazionale Giovanni Badino;
scrutinio delle elezioni e rinnovo degli organi direttivi della SSI ETS per il triennio 2027-2029.
Scintilena ne ha già parlato lo scorso 17 ottobre, in un articolo dedicato all’Assemblea ordinaria e al futuro della Società Speleologica Italiana.
Hanno diritto di voto i Soci in regola con il pagamento della quota associativa 2026 e iscritti da almeno tre mesi.
Lo Statuto consente la partecipazione per delega: ogni Socio può ricevere al massimo tre deleghe. Per i Soci collettivi valgono le specifiche disposizioni previste per i rappresentanti dei Gruppi.
Due appuntamenti, una partecipazione importante
Le due Assemblee riuniscono nello stesso pomeriggio questioni diverse ma entrambe rilevanti: prima l’adeguamento dello Statuto, poi il bilancio del triennio trascorso e la definizione degli organi che guideranno la SSI dal 2027 al 2029.
Per i Soci presenti a Costacciaro sarà quindi importante tenere presenti entrambi gli orari: 15.30 Assemblea straordinaria, 16.00 Assemblea ordinaria, perché, come in ogni occasione di vita associativa, la partecipazione all’Assemblea è uno dei momenti in cui è possibile esercitare direttamente il proprio ruolo nella vita della Società.
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Due grandi finestre naturali illuminano dall’alto una galleria lunga 262 metri nel complesso carsico di Karlukovo. La loro forma ha reso celebre la cavità, ma dietro l’immagine spettacolare c’è una lunga storia di erosione, crolli ed evoluzione del paesaggio sotterraneo
Sembrano due grandi occhi rivolti verso chi entra nella grotta. Sono le aperture naturali nella volta della Grotta di Prohodna, in Bulgaria, divenute famose con il nome di “Occhi di Dio”.
L’immagine è certamente s
Due grandi finestre naturali illuminano dall’alto una galleria lunga 262 metri nel complesso carsico di Karlukovo. La loro forma ha reso celebre la cavità, ma dietro l’immagine spettacolare c’è una lunga storia di erosione, crolli ed evoluzione del paesaggio sotterraneo
Sembrano due grandi occhi rivolti verso chi entra nella grotta. Sono le aperture naturali nella volta della Grotta di Prohodna, in Bulgaria, divenute famose con il nome di “Occhi di Dio”.
L’immagine è certamente spettacolare, ma osservata con lo sguardo dello speleologo racconta soprattutto un’altra storia: quella dell’evoluzione di una grande cavità carsica progressivamente avvicinatasi alla superficie, nella quale l’erosione e il cedimento della copertura hanno aperto vere e proprie finestre verso il cielo.
Prohodna si trova nei pressi del villaggio di Karlukovo, nel comune di Lukovit, nella Bulgaria centro-settentrionale. È inserita in uno dei paesaggi carsici più importanti del Paese e fa parte del complesso carsico di Karlukovo, area protetta come monumento naturale.
Una grotta che attraversa la montagna
Il nome Prohodna può essere tradotto come grotta di passaggio. La ragione diventa evidente osservandone la morfologia: la cavità è costituita da un’enorme galleria che attraversa il rilievo per circa 262 metri, mettendo in comunicazione due ingressi contrapposti.
Il cosiddetto ingresso piccolo raggiunge circa 35 metri di altezza, mentre quello grande arriva a circa 45 metri. Dimensioni che fanno apparire minuscole le persone che percorrono il fondo della cavità.
La galleria è ampiamente illuminata dalla luce naturale che penetra dagli ingressi e, nella parte centrale, dalle due grandi aperture presenti nella volta.
Sono proprio queste ultime a rendere Prohodna immediatamente riconoscibile.
Cosa sono realmente gli “Occhi di Dio”
In bulgaro le aperture vengono indicate anche come Oknata, cioè “le finestre”.
Viste dal fondo della grotta, la loro forma allungata e la disposizione quasi simmetrica producono una sorprendente somiglianza con due occhi. Il cielo diventa così parte della parete della cavità e l’aspetto cambia continuamente con la luce, le nuvole e le condizioni meteorologiche.
Non occorre però ricorrere a spiegazioni misteriose.
Le aperture sono il risultato dell’evoluzione naturale della volta della cavità, interessata dai processi erosivi e dall’allargamento delle discontinuità della roccia fino all’apertura verso la superficie.
Dal punto di vista geomorfologico sono quindi particolarmente interessanti perché permettono di osservare un momento dell’evoluzione di un sistema carsico nel quale il confine tra ambiente sotterraneo e superficie diventa sempre più sottile.
Il processo che crea una grotta non termina infatti quando una cavità si è formata. Acqua, fratturazione della roccia, gravità, erosione e crolli continuano lentamente a modificarne forma e dimensioni.
Gli “Occhi” sono una manifestazione molto evidente di questa trasformazione.
Un frammento sopravvissuto di un sistema più antico
Prohodna può essere letta anche come ciò che rimane di un’antica cavità progressivamente intercettata dall’abbassamento e dall’evoluzione della superficie esterna.
Gli enormi ingressi, la galleria aperta da un versante all’altro e le finestre nella volta mostrano un paesaggio carsico in una fase molto avanzata della propria evoluzione.
È una situazione particolarmente efficace anche dal punto di vista divulgativo: permette di comprendere che le grotte non sono strutture immutabili, ma elementi di un paesaggio che nasce, si sviluppa e può infine essere progressivamente smantellato dall’erosione.
Il carso di Karlukovo
La cavità non è isolata: il territorio circostante è caratterizzato da un esteso paesaggio carsico nel quale sono conosciute numerose grotte e forme superficiali. Il registro ufficiale bulgaro delle aree protette comprende Prohodna nel complesso carsico di Karlukovo, insieme alle grotte Temnata Dupka, Svirchovitsa, Bankovitsa e Haydushka.
La protezione dell’area risale al 1962.
A poca distanza da Prohodna si trova inoltre il Centro Speleologico Nazionale “Petar Tranteev”, storico punto di riferimento per la speleologia bulgara. Secondo il Comune di Lukovit, nell’area circostante sono presenti oltre 150 grotte e formazioni rocciose.
Un contesto che spiega perché Karlukovo sia strettamente legata alla storia e alle attività della speleologia del Paese.
Una grotta frequentata anche nella preistoria
La storia di Prohodna non riguarda soltanto la geologia.
Nella cavità sono state documentate tracce di frequentazione umana preistorica, attribuite al Neolitico e al Calcolitico, a testimonianza di un rapporto con questo grande ambiente naturale iniziato migliaia di anni fa.
Intorno agli “Occhi di Dio” sono nate nel tempo anche interpretazioni simboliche e racconti legati alla particolare forma delle aperture. È opportuno però distinguere questi aspetti dalla documentazione archeologica: la frequentazione preistorica della grotta è attestata, mentre diverse interpretazioni rituali associate alle aperture appartengono al campo delle ipotesi e delle tradizioni.
Due finestre per leggere l’evoluzione di una grotta
La popolarità degli “Occhi di Dio” ha trasformato Prohodna in una delle cavità più fotografate della Bulgaria: quelle due aperture attirano migliaia di visitatori. Tuttavia, possono diventare uno strumento per raccontare qualcosa di molto più ampio.
Guardandole dal basso si osserva, oltre al curioso gioco della natura, anche il punto in cui superficie e sottosuolo cominciano a incontrarsi, mentre una cavità formatasi nella roccia calcarea continua lentamente la propria evoluzione: il lato di maggiore interesse della Grotta di Prohodna, al di là dello spunto che ha dato il via all’articolo.
Didascalia foto
Gli “Occhi di Dio” visti dall’interno della Grotta di Prohodna, nel complesso carsico di Karlukovo, in Bulgaria. Le due grandi finestre naturali mettono in comunicazione la volta della cavità con la superficie. Foto Franz Maurano.
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Candidature fino al 10 novembre 2026 per persone tra 18 e 45 anni con esperienza nelle attività di montagna. Il SASU punta a rafforzare le squadre territoriali, con particolare attenzione alle aree interne della regione
Il Soccorso Alpino e Speleologico Umbria (SASU) ha aperto le selezioni per nuovi volontari da inserire nelle proprie squadre territoriali.
L’invito è rivolto a persone che praticano alpinismo, speleologia, canyoning e altre attività in ambiente montano e che inten
Candidature fino al 10 novembre 2026 per persone tra 18 e 45 anni con esperienza nelle attività di montagna. Il SASU punta a rafforzare le squadre territoriali, con particolare attenzione alle aree interne della regione
Il Soccorso Alpino e Speleologico Umbria (SASU) ha aperto le selezioni per nuovi volontari da inserire nelle proprie squadre territoriali.
L’invito è rivolto a persone che praticano alpinismo, speleologia, canyoning e altre attività in ambiente montano e che intendono mettere la propria esperienza a disposizione del sistema di soccorso.
Le candidature sono aperte in tutta l’Umbria e dovranno essere presentate entro il 10 novembre 2026.
I requisiti richiesti
Le selezioni sono rivolte a persone di età compresa tra 18 e 45 anni che possiedano già esperienza e autonomia nella frequentazione dell’ambiente montano.
Tra i requisiti indicati figurano:
buona preparazione fisica e resistenza allo sforzo in montagna;
sicurezza e autonomia nella progressione su terreno impervio e su tratti esposti;
capacità di affrontare semplici passaggi di arrampicata;
capacità di effettuare calate in corda doppia;
conoscenza e corretto utilizzo dell’attrezzatura individuale di sicurezza;
conoscenza del territorio montano umbro;
equilibrio e consapevolezza nella valutazione del rischio;
attitudine al lavoro di squadra.
A queste capacità tecniche si aggiungono motivazione, disponibilità ad apprendere e soprattutto la possibilità di dedicare tempo alla formazione, all’addestramento e alle attività di soccorso.
Una particolare attenzione alle aree interne
Le candidature possono essere presentate da tutta la regione, ma il SASU ha indicato alcune aree nelle quali è particolarmente importante rafforzare la presenza dei volontari.
Avranno priorità le persone residenti, domiciliate o stabilmente presenti per motivi di lavoro nelle zone del Monte Cucco, del comprensorio eugubino-gualdese e territori limitrofi; Norcia, Cascia e Valnerina; aree interne del Ternano; Media Valle del Tevere.
La presenza di soccorritori che conoscono direttamente questi territori assume particolare importanza negli interventi in zone montane, impervie o difficilmente raggiungibili.
Nel 2025 soccorse e recuperate 225 persone
Il SASU è il servizio regionale umbro del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e interviene nelle operazioni di soccorso in ambiente montano, impervio e ipogeo.
Tecnici, operatori e personale sanitario – medici e infermieri – garantiscono l’operatività del servizio 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno.
Nel corso del 2025 le squadre del SASU hanno soccorso e recuperato 225 persone nelle aree interne dell’Umbria.
Un’attività che richiede non soltanto preparazione tecnica individuale, ma capacità di operare all’interno di squadre organizzate e disponibilità a mantenere nel tempo un elevato livello di formazione e addestramento.
Come presentare la candidatura
Gli interessati devono inviare la domanda di candidatura accompagnata dal curriculum delle attività svolte in montagna all’indirizzo: selezioni@sasu.it
Il termine per la presentazione delle candidature è fissato al 10 novembre 2026.
Fonti
Soccorso Alpino e Speleologico Umbria – comunicazione sulle selezioni 2026, ripresa dagli enti territoriali umbri.
Comune di Castel Giorgio – Diventa volontario del Soccorso Alpino e Speleologico Umbria: aperte le selezioni per nuovi volontari
Ed ecco un quadro delle selezioni annunciate pubblicamente, di cui abbiamo parlato fino a d oggi: non pretende di essere esaustivo delle procedure eventualmente attivate dalle singole strutture territoriali del CNSAS.
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Una nuova analisi dei resti di un Neanderthal rinvenuto nella cavità del Kurdistan iracheno documenta un trauma penetrante alla scapola: si riapre anche il tema delle deposizioni intenzionali nella grotta
Una lesione nella scapola di un Neanderthal vissuto circa 75.000 anni fa potrebbe essere stata provocata da una lancia di legno.
È quanto emerge dallo studio di Shanidar A, uno degli individui rinvenuti nella Grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno.
La ricerca, coordinata
Una nuova analisi dei resti di un Neanderthal rinvenuto nella cavità del Kurdistan iracheno documenta un trauma penetrante alla scapola: si riapre anche il tema delle deposizioni intenzionali nella grotta
Una lesione nella scapola di un Neanderthal vissuto circa 75.000 anni fa potrebbe essere stata provocata da una lancia di legno.
È quanto emerge dallo studio di Shanidar A, uno degli individui rinvenuti nella Grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno.
La ricerca, coordinata da Emma Pomeroy dell’Università di Cambridge e pubblicata il 15 ottobre 2026 su Scientific Reports, ha analizzato una perforazione quasi circolare, larga circa 15 millimetri, presente sulla scapola sinistra.
Le caratteristiche della frattura indicano che il trauma avvenne quando l’osso era ancora fresco.
La traiettoria ricostruita suggerisce inoltre che l’oggetto fosse penetrato dalla parte anteriore del torace verso la schiena prima di raggiungere la scapola.
La perforazione individuata sulla scapola sinistra di Shanidar A. Le analisi macroscopiche, microscopiche e µCT indicano un trauma penetrante avvenuto intorno al momento della morte, compatibile con l’impatto di una lancia di legno. Immagine: A. Pantoja-Pérez e N. Sala, da Pomeroy et al., Scientific Reports (2026) – CC BY 4.0.
Una possibile arma di legno La forma della lesione è stata confrontata con dati sperimentali relativi all’impiego di lance.
Secondo i ricercatori, risulta compatibile con la penetrazione di una punta lignea dalla sezione arrotondata.
Una ferita di questo tipo avrebbe potuto interessare il polmone e importanti vasi sanguigni ed essere quindi letale. Lo studio non permette però di stabilire le circostanze dell’episodio.
Gli autori considerano possibile un atto di violenza interpersonale, ma non escludono un incidente durante una battuta di caccia. La lesione è una possibile testimonianza indiretta dell’impiego di armi interamente in legno, materiali che solo eccezionalmente riescono a conservarsi per periodi così lunghi.
Una precedente ferita al volto Le analisi di Shanidar A hanno evidenziato anche un trauma più antico. Un incisivo inferiore è gravemente danneggiato e altri elementi dentari mostrano alterazioni riconducibili a un forte trauma al volto.
La presenza di tartaro sulla superficie danneggiata indica che l’individuo era sopravvissuto per un certo periodo dopo la ferita.
Secondo gli studiosi, questo dato potrebbe indicare assistenza da parte degli altri membri del gruppo, come già ipotizzato per altri Neanderthal rinvenuti nella stessa grotta.
Più individui nello stesso settore della grotta Shanidar A proviene da un piccolo settore della cavità, posto dietro un grande masso, nel quale sono stati identificati i resti di almeno cinque Neanderthal: quattro adulti e un bambino. Le analisi stratigrafiche indicano che gli individui non furono deposti contemporaneamente. Il luogo sarebbe stato utilizzato in momenti diversi, forse nell’arco di anni o decenni. Questo elemento contribuisce al dibattito sulla possibilità che i Neanderthal deponessero intenzionalmente i propri morti in luoghi determinati, anche se l’interpretazione dei comportamenti funerari neanderthaliani continua a essere oggetto di discussione scientifica.
Le nuove ricerche a Shanidar La Grotta di Shanidar, sui monti Zagros, è uno dei principali siti per lo studio dei Neanderthal del Vicino Oriente. Gli scavi condotti da Ralph Solecki tra il 1951 e il 1960 portarono alla scoperta dei resti di numerosi individui, alcuni dei quali presentavano patologie e traumi sopravvissuti a lungo.
Le ricerche sono riprese nel 2015, con un progetto diretto da Graeme Barker dell’Università di Cambridge. L’applicazione delle moderne tecniche di scavo e analisi sta permettendo di ricostruire con maggiore precisione la posizione dei resti e la successione degli eventi avvenuti nella cavità.
Il caso di Shanidar A aggiunge ora un nuovo elemento: una ferita penetrante compatibile con una lancia di legno, senza che sia ancora possibile stabilire se sia stata provocata intenzionalmente o accidentalmente.
Fonti
Pomeroy E., Hunt C.O., López-Polín L. et al., Evidence for funerary behaviour and lethal trauma in a new Neanderthal individual from Shanidar Cave, Scientific Reports, 2026.
Foto di copertina: grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno, uno dei principali siti per lo studio dei Neanderthal nel Vicino Oriente. Qui sono stati rinvenuti anche i resti di Shanidar A, oggetto del nuovo studio pubblicato su Scientific Reports. Foto: Osama Shukir Muhammed Amin FRCP(Glasg) / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0
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Le prove si svolgeranno il 6 e 7 febbraio 2027. Candidature entro il 10 gennaio: richieste esperienza speleologica, capacità di attrezzamento, autosoccorso e competenze di progressione in ambiente verticale e invernale
Sono aperte in Friuli Venezia Giulia le selezioni per gli aspiranti volontari del Soccorso Speleologico del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).
Le selezioni della II Delegazione – Friuli Venezia Giulia per l’anno 2027 si svolgeranno nelle giorna
Le prove si svolgeranno il 6 e 7 febbraio 2027. Candidature entro il 10 gennaio: richieste esperienza speleologica, capacità di attrezzamento, autosoccorso e competenze di progressione in ambiente verticale e invernale
Sono aperte in Friuli Venezia Giulia le selezioni per gli aspiranti volontari del Soccorso Speleologico del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS).
Le selezioni della II Delegazione – Friuli Venezia Giulia per l’anno 2027 si svolgeranno nelle giornate di sabato 6 e domenica 7 febbraio 2027.
Gli interessati in possesso dei requisiti richiesti dovranno presentare la domanda e la relativa documentazione entro il 10 gennaio 2027.
I requisiti per accedere alle selezioni
L’accesso al percorso richiede una preparazione speleologica già consolidata. Non si tratta infatti di un corso per avvicinarsi alla speleologia, ma di una selezione rivolta a persone che possiedono già autonomia ed esperienza nella progressione in ambiente ipogeo.
I candidati devono avere un’età compresa tra 18 e 45 anni ed essere soci del Club Alpino Italiano.
Tra le competenze richieste figurano:
ottima capacità di progressione in grotta;
ottime capacità di attrezzamento;
conoscenza delle tecniche di autosoccorso di base;
capacità di progressione in corda doppia;
padronanza delle tecniche di arrampicata libera fino al IV grado UIAA;
padronanza delle tecniche di arrampicata artificiale;
capacità di progressione e avvicinamento in ambiente invernale utilizzando attrezzature adeguate.
Il quadro dei requisiti evidenzia la preparazione tecnica richiesta a chi intende intraprendere il percorso per diventare volontario del Soccorso Speleologico.
Dalla speleologia al soccorso
L’attività del Soccorso Speleologico si svolge in ambienti nei quali le normali operazioni di emergenza diventano particolarmente complesse.
Pozzi, meandri, strettoie, corsi d’acqua sotterranei, grandi verticali e lunghi percorsi lontani dall’ingresso possono rendere necessario trasportare una persona infortunata per molte ore, talvolta per giorni.
Alle competenze proprie dello speleologo devono quindi aggiungersi una formazione specifica nelle tecniche di soccorso, la capacità di operare all’interno di squadre organizzate e un’attività costante di addestramento.
Le selezioni rappresentano il primo passaggio di questo percorso e servono a verificare che gli aspiranti possiedano le basi tecniche necessarie per affrontare la successiva formazione.
Informazioni e documentazione
Per informazioni sulle selezioni e per ottenere la documentazione necessaria è possibile contattare Stefano Gobessi, responsabile della Scuola regionale: tel. 348 3861322 – e-mail:stefano.gobessi@cnasas.it
Le candidature dovranno essere presentate entro e non oltre il 10 gennaio 2027.
Le selezioni degli aspiranti volontari del Soccorso Speleologico CNSAS del Friuli Venezia Giulia si svolgeranno sabato 6 e domenica 7 febbraio 2027.
Fonte
Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia APS – Selezione aspiranti soccorso speleologico CNSAS FVG ODV – 6-7 febbraio 2027
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Georadar e tomografia elettrica rivelano anomalie compatibili con vuoti sotterranei nei pressi dell’importante sito preistorico salentino: potrebbero appartenere a settori sconosciuti della grotta, ma servono indagini dirette per la conferma
Grotta delle Veneri, la geofisica individua possibili cavità ancora inesplorate nel sottosuolo di Parabita
Il sottosuolo intorno alla Grotta delle Veneri di Parabita, in provincia di Lecce, potrebbe nascondere cavità finora inesplorate. A in
Georadar e tomografia elettrica rivelano anomalie compatibili con vuoti sotterranei nei pressi dell’importante sito preistorico salentino: potrebbero appartenere a settori sconosciuti della grotta, ma servono indagini dirette per la conferma
Grotta delle Veneri, la geofisica individua possibili cavità ancora inesplorate nel sottosuolo di Parabita
Il sottosuolo intorno alla Grotta delle Veneri di Parabita, in provincia di Lecce, potrebbe nascondere cavità finora inesplorate. A indicarlo sono nuove indagini geofisiche condotte attraverso georadar e tomografia elettrica, i cui risultati sono stati pubblicati nel 2026 sulla rivista scientifica Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage
Lo studio, firmato da Dora Francesca Barbolla, Chiara Torre, Lara De Giorgi e Giovanni Leucci, aveva un obiettivo preciso: verificare la possibile presenza di ulteriori vuoti sotterranei collegati alla cavità conosciuta.
Due tecniche per guardare nel sottosuolo senza scavare
I ricercatori hanno utilizzato due metodologie geofisiche complementari: il Ground Penetrating Radar (GPR), o georadar, e la Electrical Resistivity Tomography (ERT), la tomografia di resistività elettrica.
Il primo permette di individuare discontinuità nel sottosuolo attraverso la propagazione e la riflessione di onde elettromagnetiche. La seconda ricostruisce invece le variazioni della resistività elettrica dei materiali attraversati.
L’impiego congiunto delle due tecniche è particolarmente utile negli ambienti carsici, dove fratture, zone alterate, riempimenti e cavità possono produrre segnali complessi. La corrispondenza tra anomalie rilevate con metodologie basate su differenti proprietà fisiche permette di rendere più robusta l’interpretazione dei dati.
Nel caso della Grotta delle Veneri, la morfologia accidentata del terreno e la presenza di alberi e vegetazione hanno impedito di estendere le acquisizioni tridimensionali all’intera area. Le indagini sono state quindi concentrate nei settori ritenuti più significativi.
Anomalie compatibili con cavità
I risultati hanno evidenziato diverse zone caratterizzate contemporaneamente da elevata resistività e forti riflessioni delle onde elettromagnetiche.
Gli autori interpretano alcune di queste anomalie come compatibili con la presenza di cavità. Altre sembrano invece associate a settori fortemente fratturati e potenzialmente instabili.
L’integrazione dei dati GPR ed ERT ha permesso di elaborare modelli bidimensionali e tridimensionali del sottosuolo e di individuare quelle che potrebbero essere prosecuzioni ancora sconosciute del sistema ipogeo.
Si tratta di un risultato di particolare interesse speleologico e archeologico, ma che richiede prudenza nell’interpretazione.
Non sono ancora nuove sale esplorate
Le indagini geofisiche non equivalgono infatti alla scoperta e all’esplorazione diretta di nuovi ambienti sotterranei.
Quello che è stato individuato sono segnali geofisici interpretati come cavità o zone carsificate, alcune delle quali potrebbero essere collegate alla Grotta delle Veneri. La loro effettiva natura potrà essere stabilita soltanto attraverso successive verifiche dirette.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dello studio: i modelli ottenuti forniscono indicazioni sulla posizione, sulla profondità e sui volumi delle anomalie, offrendo agli archeologi gli elementi necessari per progettare future indagini mirate.
La geofisica diventa così uno strumento per orientare la ricerca riducendo, almeno nelle prime fasi, la necessità di interventi invasivi in un sito archeologico particolarmente delicato.
Una grotta fondamentale per la preistoria del Salento
La Grotta delle Veneri è una cavità naturale di origine carsica situata nel territorio di Parabita. Lo sviluppo conosciuto supera il centinaio di metri ed è articolato in un settore esterno, interessato nel tempo da crolli della volta, e in una grotta interna con un ambiente centrale e cunicoli diretti verso nord e verso ovest.
Il sito è considerato tra i più importanti complessi preistorici dell’Italia meridionale.
Le campagne di scavo condotte dall’Università di Pisa tra il 1966 e il 1972 misero in evidenza una lunga sequenza di frequentazione, dal Paleolitico medio fino all’età del Bronzo. Le ricerche portarono inoltre alla scoperta di una sepoltura bisoma (vale a dire contenente i resti di due individui) del Paleolitico superiore e di numerosi reperti.
La grotta deve però il proprio nome soprattutto alle celebri Veneri di Parabita, due piccole figure femminili scolpite nell’osso e attribuite al Paleolitico superiore, oggi conservate al Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
La maggiore misura circa nove centimetri e presenta le braccia raccolte sotto il ventre; la seconda, più piccola, misura poco più di sei centimetri. Sono tra le testimonianze di arte paleolitica più significative provenienti dall’Italia meridionale.
Le ricerche sono riprese nel 2021
Dopo le storiche campagne del Novecento, nel 2021 sono riprese le ricerche archeologiche alla Grotta delle Veneri, nell’ambito di un progetto coordinato dal Dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze, con la collaborazione del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria, dell’Università del Salento e dell’Università di Siena e con il supporto dell’amministrazione comunale di Parabita.
Il progetto non riguarda soltanto la ricerca scientifica, ma anche la valorizzazione del sito e il recupero dei percorsi destinati alla sua fruizione.
In questo contesto le nuove indagini geofisiche aggiungono un elemento particolarmente suggestivo: la Grotta delle Veneri conosciuta oggi potrebbe non essere tutta la Grotta delle Veneri.
Sotto il terreno potrebbero esistere altri ambienti, forse appartenenti allo stesso sistema carsico e potenzialmente capaci di conservare nuovi dati sulla sua evoluzione naturale e sulla frequentazione umana del sito.
La geofisica ne ha indicato la possibile presenza. Il passo successivo sarà verificare che cosa corrisponda realmente a quelle anomalie e, soprattutto, se esista un modo scientificamente e archeologicamente sostenibile per raggiungerle e studiarle.
Fonti
Dora Francesca Barbolla, Chiara Torre, Lara De Giorgi, Giovanni Leucci, New data about Grotta delle Veneri by GPR and ERT surveys, Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage, Volume 42, 2026, e00560. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2212054826000676
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Le ricerche dello Speleo Club Tanaro, avviate nel 2024 anche con speleologi del Gruppo Speleologico Martel di Genova, hanno portato alla scoperta di nuove grandi gallerie e pozzi. Il sistema raggiunge ora circa tre chilometri di sviluppo, mentre forti correnti d’aria indicano possibili prosecuzioni ancora da esplorare
Quando alla fine di agosto avevamo raccontato su Scintilena le nuove esplorazioni all’Abisso Dolly, avevamo scelto di aspettare che fossero gli stessi speleologi a for
Le ricerche dello Speleo Club Tanaro, avviate nel 2024 anche con speleologi del Gruppo Speleologico Martel di Genova, hanno portato alla scoperta di nuove grandi gallerie e pozzi. Il sistema raggiunge ora circa tre chilometri di sviluppo, mentre forti correnti d’aria indicano possibili prosecuzioni ancora da esplorare
Quando alla fine di agosto avevamo raccontato su Scintilena le nuove esplorazioni all’Abisso Dolly, avevamo scelto di aspettare che fossero gli stessi speleologi a fornire un quadro più completo delle scoperte.
Quel momento è arrivato.
Le esplorazioni condotte sotto il massiccio del Mondolè, nelle Alpi Liguri piemontesi, hanno portato lo sviluppo rilevato dell’Abisso Dolly a circa tre chilometri, con grandi gallerie, nuovi pozzi e diverse prosecuzioni ancora aperte.
I risultati sono emersi soprattutto durante il campo organizzato nell’agosto 2026 dallo Speleo Club Tanaro nella zona del Lago delle Scalette, nei pressi del rifugio della Balma.
«Una settimana di campo dello SCT – Speleo Club Tanaro ci ha regalato tante emozioni e più di 800 metri di esplorazione in una grotta conosciuta da tempo, l’Abisso Dolly. Dietro uno stretto passaggio si sono svelati a noi ambienti inaspettati, grandi e affascinanti. Una settimana di convivialità sana con belle persone accomunate dalla stessa passione. Esplorare e rilevare, quanto mi mancavi grotta!!»
Una storia esplorativa ripresa nel 2024
L’Abisso Dolly non è una nuova cavità. Conosciuto ed esplorato fin dalla fine degli anni Settanta, aveva uno sviluppo noto di circa 1.400 metri e raggiungeva una profondità nell’ordine dei 270 metri.
Nel 2024 lo Speleo Club Tanaro, insieme ad alcuni componenti del Gruppo Speleologico Martel di Genova, ha ripreso le esplorazioni, effettuando un nuovo rilievo topografico e individuando nuove gallerie nelle parti profonde della cavità.
Un lavoro proseguito negli anni successivi e che nell’estate 2026 ha prodotto risultati ben superiori alle aspettative iniziali.
Le discese di agosto erano infatti programmate anche per completare il rilievo. Durante le esplorazioni, una facile arrampicata ha però consentito di raggiungere un passaggio sconosciuto e, oltre questo, una successione di gallerie di grandi dimensioni e pozzi.
Le nuove diramazioni sembrano svilupparsi in direzioni differenti: alcune verso la punta del Mondolè, altre verso cima Losera.
Un pozzo di 80 metri e molta aria
Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse.
Gli speleologi hanno raggiunto il fondo di un pozzo di circa 80 metri, mentre altre arrampicate hanno permesso di intravedere ulteriori gallerie ancora da percorrere.
Particolarmente interessante è la presenza, nei nuovi settori, di una forte circolazione d’aria.
Per gli speleologi l’aria è spesso uno degli indizi più importanti nella ricerca delle prosecuzioni: una corrente significativa può indicare collegamenti con altri ambienti, ingressi sconosciuti o comunque l’esistenza di un sistema sotterraneo più articolato rispetto a quello già percorso.
Non permette naturalmente di prevedere quanto proseguirà una grotta, ma rappresenta un segnale che invita a continuare le ricerche.
Il rilievo dell’Abisso Dolly raggiunge attualmente circa tre chilometri di sviluppo, mentre il nuovo fondo è indicato a -275 metri.
Le acque sotterranee del Mondolè
La Dolly è interessante anche dal punto di vista idrogeologico.
All’interno della cavità scorrono due corsi d’acqua sotterranei. Esperimenti effettuati in passato mediante traccianti hanno dimostrato il collegamento di uno di questi con la sorgente di Artesina, utilizzata per l’approvvigionamento idropotabile del centro turistico.
Le nuove esplorazioni possono quindi contribuire non soltanto alla conoscenza speleologica del massiccio, ma anche alla ricostruzione della circolazione delle acque all’interno del sistema carsico compreso fra il Mondolè e le sorgenti del torrente Maudagna.
Un campo con speleologi di diversi gruppi
Al campo esplorativo dell’agosto 2026 hanno partecipato circa quindici speleologi. Oltre allo Speleo Club Tanaro, sono stati coinvolti speleologi del Gruppo Speleologico Alpi Marittime e del Gruppo Speleologico Valsesiano, nonché alcuni componenti del Gruppo Speleologico Martel di Genova. Nella ripresa delle esplorazioni della Dolly, iniziata nel 2024, il Martel aveva lanciato il sasso e ritrovato l’ingresso della Dolly!
Il Comune di Frabosa Sottana ha sostenuto logisticamente le attività mettendo a disposizione degli speleologi, per una decina di giorni, la casera nei pressi del Lago delle Scalette, utilizzata come deposito per i materiali e punto d’appoggio.
Non soltanto Dolly: il ghiaccio che arretra sotto il Mondolè
Il campo ha interessato anche altre cavità del massiccio.
Nei pressi della grande depressione del Bacino del Mondolè è stata scesa e rilevata una grotta profonda circa 75 metri, nella quale sono presenti importanti depositi di neve e ghiaccio anche durante l’estate.
Ma proprio il confronto con le osservazioni del passato sta mostrando trasformazioni rilevanti.
In un’altra cavità verticale esplorata nel 1988, il deposito di neve ghiacciata iniziava allora a una decina di metri dall’ingresso e proseguiva per oltre 90 metri di profondità. Oggi il ghiaccio compare soltanto intorno ai 25 metri dall’ingresso, con una riduzione superiore a 15 metri dello spessore osservato in passato.
La Balma ghiacciata perde il suo ghiaccio estivo
Ancora più significativo è quanto sta accadendo alla storica Balma ghiacciata del Mondolè, oggetto dal 2022 di studi condotti da ARPA Piemonte e Politecnico di Torino.
La cavità è conosciuta da secoli: una sua descrizione compare già nel 1788, nel lavoro di Nallino Il corso del Fiume Ellero.
Per lungo tempo uno dei suoi elementi caratteristici è stato il ghiaccio, che riusciva a conservarsi negli ambienti prossimi all’ingresso anche durante l’estate.
Secondo quanto riferito dal professor Bartolomeo Vigna, negli ultimi due anni i depositi sono invece scomparsi completamente già nel mese di giugno.
Le misurazioni effettuate con termometri ad alta precisione, installati per registrare la temperatura dell’aria e della roccia, mostrano un aumento delle temperature, particolarmente significativo durante l’inverno. A questo si associa la diminuzione delle precipitazioni nevose.
Il meccanismo che consentiva alla cavità di accumulare aria fredda durante la stagione invernale e conservare il ghiaccio nei mesi successivi sta quindi modificandosi.
Un Mondolè ancora da esplorare
Sotto il Mondolè emergono così due storie apparentemente diverse ma strettamente legate alla conoscenza dell’ambiente sotterraneo.
Da una parte l’Abisso Dolly continua ad allungarsi sulle carte degli speleologi: da circa 1.400 metri conosciuti a un rilievo che oggi raggiunge i tre chilometri, con pozzi, gallerie e correnti d’aria che indicano che l’esplorazione non è terminata.
Dall’altra, le cavità ghiacciate conservano la memoria di condizioni climatiche che stanno cambiando rapidamente.
Nel sottosuolo del Mondolè, dunque, gli speleologi non stanno soltanto cercando nuovi passaggi. Stanno raccogliendo informazioni sulla circolazione delle acque, sull’evoluzione del carsismo e sulle trasformazioni ambientali di un massiccio che, nonostante decenni di esplorazioni, ha ancora molto da raccontare.
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Nella cavità di Sgonico/Zgonik, lunga appena 5,5 metri, gli archeologi hanno raggiunto i livelli del Mesolitico recente: un’ascia in corno di cervo, armi, ornamenti, ocra e il dente da latte di un bambino raccontano le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Adriatico nord-orientale
Scintilena ha già dato notizia nei giorni scorsi dei nuovi ritrovamenti nella grotta Tina Jama, sul Carso triestino. Torniamo ora sulla scoperta con un approfondimento dedicato alla cavità, alla
Nella cavità di Sgonico/Zgonik, lunga appena 5,5 metri, gli archeologi hanno raggiunto i livelli del Mesolitico recente: un’ascia in corno di cervo, armi, ornamenti, ocra e il dente da latte di un bambino raccontano le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Adriatico nord-orientale
Scintilena ha già dato notizia nei giorni scorsi dei nuovi ritrovamenti nella grotta Tina Jama, sul Carso triestino. Torniamo ora sulla scoperta con un approfondimento dedicato alla cavità, alla sua lunga stratigrafia archeologica e alle testimonianze lasciate dalle comunità che la frequentarono migliaia di anni fa.
Non occorre una grande grotta per conservare una grande storia. La Tina Jama, sul Carso triestino nel territorio di Sgonico/Zgonik, è una cavità di dimensioni modeste: secondo il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia ha uno sviluppo planimetrico di appena 5,5 metri, una profondità di 1,2 metri e l’ingresso a 473 metri di quota.
Eppure il deposito accumulato al suo interno sta restituendo una delle sequenze archeologiche più interessanti per comprendere la preistoria dell’Adriatico nord-orientale.
La quarta campagna di scavo, condotta nel 2026, ha raggiunto ricchi livelli attribuiti al Mesolitico recente, immediatamente precedenti alle testimonianze dei primi gruppi neolitici.
Tra i reperti spicca una rara ascia realizzata in corno di cervo, sulla quale è ancora visibile una perforazione rimasta incompleta. Manufatti confrontabili sono conosciuti soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, mentre in Italia esempi analoghi risultano estremamente rari.
Accanto all’ascia sono comparsi piccoli manufatti in pietra, elementi trapezoidali impiegati nelle armature delle frecce e scarti prodotti durante la loro lavorazione, oltre a punte in osso.
Un secondo oggetto in corno di cervo, lungo circa 11 centimetri e attraversato da perforazioni, potrebbe essere stato utilizzato per raddrizzare le aste delle frecce, anche se la sua funzione dovrà essere verificata attraverso ulteriori studi.
Ornamenti, ocra e strumenti di caccia
Il deposito racconta molto più della tecnologia utilizzata per la caccia.
Sono stati recuperati ornamenti ricavati da conchiglie marine e d’acqua dolce e canini atrofici di cervo perforati per essere utilizzati come pendagli. Uno di questi conserva tracce di ocra.
La stessa sostanza è stata individuata in diversi punti dello scavo e, in alcuni casi, è associata a residui di adesivi ancora presenti sugli strumenti in selce.
Sono tracce minuscole, ma capaci di fornire informazioni sulle tecniche di lavorazione degli utensili e, più in generale, sulla vita quotidiana delle comunità che utilizzarono la cavità.
Il dente di un bambino
Tra i ritrovamenti più significativi c’è anche un dente umano da latte.
Un reperto piccolissimo, ma potenzialmente molto importante. Il suo studio potrebbe fornire nuove informazioni sulle popolazioni che frequentavano il Carso alla fine del Mesolitico, una fase ancora scarsamente documentata nell’area.
La presenza del dente aggiunge inoltre un elemento umano particolarmente suggestivo al quadro ricostruito dagli archeologi: nella grotta non sono rimasti soltanto gli strumenti della caccia e della vita quotidiana, ma anche una traccia diretta delle persone che vi trovarono riparo quasi ottomila anni fa.
Un accampamento dentro la grotta
Una parte dei reperti proviene da quella che gli archeologi interpretano come la traccia di un vero accampamento mesolitico.
L’area era organizzata attorno a un focolare nella zona più protetta della cavità e risultava delimitata, verso l’ingresso, da pietre e blocchi.
La possibilità di leggere non soltanto singoli oggetti, ma anche l’organizzazione dello spazio occupato dagli uomini preistorici, rende Tina Jama particolarmente interessante per lo studio delle ultime comunità di cacciatori-raccoglitori del Caput Adriae.
La ricerca riguarda infatti una fase cruciale della preistoria europea: il passaggio dal mondo dei cacciatori-raccoglitori a quello delle comunità che praticavano agricoltura e allevamento.
Secondo gli studiosi, i primi gruppi neolitici raggiunsero il Carso seguendo la costa dalmata e istriana circa 7.500 anni fa.
Proprio le ultime comunità mesolitiche potrebbero aver avuto un ruolo importante nei cambiamenti che accompagnarono questo processo, ma le loro tracce nel Carso e in Istria sono spesso discontinue o disturbate.
Tina Jama conserva invece una sequenza archeologica particolarmente ricca.
Una cavità frequentata per millenni
Gli scavi degli anni precedenti avevano già mostrato quanto lunga fosse la storia umana della grotta.
Le ricerche hanno infatti documentato diversi momenti di frequentazione preistorica. Tra i reperti più noti emersi dalle campagne precedenti figura anche un raro pugnale in rame di oltre 4.000 anni fa, riferibile alla seconda metà del III millennio a.C.
Strato dopo strato, le indagini stanno quindi ricostruendo una storia che attraversa millenni, dalle frequentazioni mesolitiche alle successive fasi neolitiche, eneolitiche e dell’età dei metalli.
Tina Jama e la speleologia
Anche la storia speleologica della cavità presenta alcuni elementi curiosi.
La Tina Jama è registrata nel Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 6479 e la sigla locale 6189 VG.
La grotta era stata segnalata negli anni Settanta, ma con una posizione largamente errata. Fu rintracciata nuovamente negli anni Novanta da Elio Polli.
Il Catasto descrive una cavità costituita da un unico vano con fondo terroso, un tempo più ampia e utilizzata in passato anche come ricovero per gli ovini.
Una cavità apparentemente modesta che, grazie alle ricerche archeologiche, si sta invece rivelando un archivio straordinariamente complesso.
Tracce di caccia, tecnologia, alimentazione, ornamento e presenza umana permettono oggi di ricostruire il momento in cui, sul Carso, stava cambiando radicalmente il modo di vivere e di utilizzare il territorio.
Le indagini sono condotte dall’Università Ca’ Foscari Venezia, su concessione del Ministero della Cultura, in collaborazione con l’Institute of Archaeology dello ZRC SAZU di Lubiana, l’Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics, l’Università degli Studi di Siena e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia.
Fonti:
Il Piccolo
Università Ca’ Foscari Venezia
Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia
Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia
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Nel numero di ottobre 2026 del notiziario del GTS trovano spazio attività sul Carso e fuori regione, esplorazioni, incontri, pubblicazioni e documenti d’archivio
È online il numero 4 – ottobre 2026 di “Stillicidio – Idee che scavano la roccia”, il notiziario del Gruppo Triestino Speleologi APS. Trentatré pagine che restituiscono un quadro molto ampio dell’attività del gruppo e, allo stesso tempo, mostrano quanto possa essere importante in speleologia raccontare e conservare ciò che
Nel numero di ottobre 2026 del notiziario del GTS trovano spazio attività sul Carso e fuori regione, esplorazioni, incontri, pubblicazioni e documenti d’archivio
È online il numero 4 – ottobre 2026 di “Stillicidio – Idee che scavano la roccia”, il notiziario del Gruppo Triestino Speleologi APS. Trentatré pagine che restituiscono un quadro molto ampio dell’attività del gruppo e, allo stesso tempo, mostrano quanto possa essere importante in speleologia raccontare e conservare ciò che viene fatto sul terreno.
Si parte proprio con una riflessione sul valore delle pubblicazioni. Nell’editoriale, significativamente intitolato “Informarsi e informare, scrivere e raccogliere”, il GTS richiama l’importanza di far circolare bollettini e riviste, conservarli nelle biblioteche e renderli disponibili alla consultazione. Scrivere, raccogliere, conservare e condividere vengono indicati come aspetti diversi di uno stesso obiettivo: far circolare la conoscenza.
Il tema trova subito applicazione nella presentazione del XXIII volume del Bollettino del Gruppo Triestino Speleologi, la pubblicazione storica che Stillicidio affianca con una formula più agile e fortemente illustrata.
Gran parte del nuovo numero è naturalmente dedicata all’attività sul campo. Le pagine documentano lavori ed esplorazioni in cavità carsiche, con rilievi, fotografie degli ambienti sotterranei e immagini delle operazioni condotte dagli speleologi. Tra i contributi compaiono attività sul Monte Canin, una ricognizione alla Pivarna jama/Grotta presso Sesana, in Slovenia, e altre uscite nelle grotte del territorio.
Si scandaglia l’area triestina. Il fascicolo racconta anche un workshop sul Dvernice Grotte, svoltosi a Trieste nel settembre scorso, e dedica spazio alla partecipazione del gruppo ad appuntamenti e incontri nei quali esplorazione, ricerca e divulgazione si intrecciano.
Il numero permette anche di seguire la normale vita di gruppo speleologico, quella che raramente emerge dai grandi resoconti esplorativi: sopralluoghi, rilievi, lavori nelle cavità, incontri, assemblee, collaborazioni e momenti di confronto. Sono le attività, documentate con numerose fotografie, a far vivere nel lettore il senso della continuità del lavoro associativo.
Particolarmente interessante è la presenza delle pagine dedicate alla memoria storica della speleologia. Documenti dattiloscritti, fotografie d’epoca, vecchie pubblicazioni e materiali provenienti dagli archivi riportano il lettore a esperienze e testimonianze del passato: una scelta coerente con l’editoriale.
Completano il fascicolo contributi sulla divulgazione e sugli incontri pubblici, immagini di concrezioni e ambienti sotterranei, notizie sull’attività sociale e una rassegna di libri e pubblicazioni. Ne risulta un notiziario che racconta le esplorazioni e, la trama di attività, persone e documenti sulla quale si costruisce nel tempo la storia di un gruppo.
Al Gruppo Triestino Speleologi va quindi un sincero complimento. In un periodo nel quale molta comunicazione speleologica rischia di disperdersi rapidamente nei social network, scegliere di ordinare fotografie, rilievi, resoconti e documenti in una pubblicazione significa lasciare una traccia consultabile anche domani. Una formula semplice ma preziosa: raccontare ciò che si fa, conservarne memoria e metterlo a disposizione degli altri.
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Sabato 24 ottobre 2026 visite gratuite con gli speleologi del Club Alpinistico Triestino: viaggio alla scoperta della fauna ipogea e delle testimonianze naturali
Il Club Alpinistico Triestino APS propone per sabato 24 ottobre 2026 un’apertura straordinaria della Caverna III ad Est di Basovizza, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo. Basovizza apre al pubblico
Accompagnati dagli istruttori di tecnica speleologica e dal
Sabato 24 ottobre 2026 visite gratuite con gli speleologi del Club Alpinistico Triestino: viaggio alla scoperta della fauna ipogea e delle testimonianze naturali
Il Club Alpinistico Triestino APS propone per sabato 24 ottobre 2026 un’apertura straordinaria della Caverna III ad Est di Basovizza, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo. Basovizza apre al pubblico
Accompagnati dagli istruttori di tecnica speleologica e dal naturalista Sergio Dolce, i partecipanti potranno conoscere da vicino l’ambiente sotterraneo carsico, la sua fauna e alcune testimonianze del suo passato, tra cui il calco del cranio di un orso delle caverne.
Pubblichiamo di seguito integralmente il comunicato di Alessandra Ressa, del Club Alpinistico Triestino per Basovizza apre al pubblico.
CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS
COMUNICATO STAMPA
Alla scoperta del mondo sotterraneo: la Caverna III di Basovizza apre al pubblico
Sabato 24 ottobre un’occasione speciale per entrare nel sottosuolo del Carso e scoprire, accompagnati dagli speleologi, un ambiente che custodisce testimonianze della vita animale e della storia naturale del territorio
C’è un mondo che comincia pochi metri sotto i nostri piedi, invisibile a chi percorre ogni giorno il Carso in superficie, ma capace di raccontare una storia antichissima fatta di acqua, roccia, animali e uomini. È il mondo sotterraneo, un patrimonio naturale spesso nascosto e proprio per questo ancora più affascinante, che sabato 24 ottobre sarà possibile conoscere da vicino grazie all’apertura straordinaria al pubblico della Caverna III ad Est di Basovizza, organizzata dal Club Alpinistico Triestino. L’appuntamento fa parte della serie di eventi organizzati dal CAT dedicati alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo.
La giornata, istituita per la prima volta il 13 settembre 2026 su iniziativa dell’UNESCO e dell’UIS, Unione Internazionale di Speleologia, offre l’occasione per avvicinarsi alla speleologia non soltanto come disciplina dedicata all’esplorazione delle grotte, ma anche come strumento per conoscere e comprendere un ambiente fragile e ricco di testimonianze del passato.
Per l’occasione, la Caverna III ad Est di Basovizza sarà aperta ai visitatori, che potranno percorrerla accompagnati in sicurezza dagli Istruttori di Tecnica Speleologica del Club Alpinistico Triestino. La cavità, caratterizzata da uno sviluppo prevalentemente orizzontale e da un accesso relativamente agevole, permette anche a chi non ha mai avuto esperienza del mondo sotterraneo di compiere un primo viaggio nell’ambiente ipogeo, scoprendone caratteristiche, curiosità e peculiarità.
Ad accompagnare la visita ci sarà il dottor Sergio Dolce, già Direttore del Museo di Storia Naturale di Trieste, che illustrerà ai partecipanti alcuni degli aspetti più interessanti legati alla flora e alla fauna ipogea, permettendo di comprendere come la vita riesca ad adattarsi a condizioni ambientali completamente diverse da quelle della superficie.
La visita sarà inoltre un’occasione per fare un salto indietro nel tempo attraverso le testimonianze degli animali che un tempo popolavano le cavità carsiche. Per l’occasione sarà infatti esposto il calco del cranio di un orso delle caverne, grande mammifero preistorico che frequentò le grotte europee fino a circa 25.000 anni fa, insieme ad altri manufatti che contribuiranno a raccontare la lunga storia naturale del sottosuolo carsico.
L’iniziativa è gratuita e prevede due turni di visita, dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 16. Le iscrizioni saranno aperte dall’8 al 24 ottobre 2026 e potranno essere effettuate presso la sede del Club Alpinistico Triestino, in via Raffaele Abro 5/A a Trieste, il martedì dalle 21 alle 23, oppure scaricando il modulo dal sito www.cat.ts.it e inviandolo, una volta compilato, all’indirizzo cat@cat.ts.it. Per ulteriori informazioni è possibile contattare il Club Alpinistico Triestino anche tramite WhatsApp al 327 8461635.
Il 24 ottobre si apriranno le porte su un mondo insieme nuovo e antichissimo, quello del sottosuolo carsico, da scoprire passo dopo passo accompagnati da chi lo conosce, lo esplora e lo studia.
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A un secolo dalle esplorazioni del 1926, il grande sistema carsico dei Monti Ausoni racconta la storia dell’acqua, della speleologia e delle rocce mesozoiche in cui si sviluppano oltre tre chilometri di ambienti sotterranei.
Nel cuore dei Monti Ausoni, in provincia di Frosinone, le Grotte di Pastena rappresentano uno dei sistemi carsici più conosciuti del Lazio.
Nel 2026 il complesso sotterraneo celebra un anniversario particolarmente significativo: cento anni dalle esplorazioni
A un secolo dalle esplorazioni del 1926, il grande sistema carsico dei Monti Ausoni racconta la storia dell’acqua, della speleologia e delle rocce mesozoiche in cui si sviluppano oltre tre chilometri di ambienti sotterranei.
Nel cuore dei Monti Ausoni, in provincia di Frosinone, le Grotte di Pastena rappresentano uno dei sistemi carsici più conosciuti del Lazio.
Nel 2026 il complesso sotterraneo celebra un anniversario particolarmente significativo: cento anni dalle esplorazioni del 1926, ricordate lo scorso 22 settembre con una giornata organizzata dal Comune di Pastena, dalla Regione Lazio e da LAZIOcrea.
L’anniversario offre l’occasione per guardare alle grotte non soltanto come attrazione turistica, ma come un sistema naturale nel quale si intrecciano geologia, idrologia e storia della speleologia italiana.
Le rocce hanno decine di milioni di anni, la grotta una storia diversa
Un aspetto merita una precisazione. Le Grotte di Pastena vengono spesso presentate come cavità vecchie di “80 milioni di anni”.
Più correttamente, questa età è riferibile alle rocce carbonatiche mesozoiche nelle quali il sistema carsico si è sviluppato, indicate dalle fonti locali in un intervallo compreso indicativamente tra 80 e 50 milioni di anni.
La formazione e l’evoluzione delle cavità sono invece il risultato di processi carsici successivi, legati alla circolazione e all’azione dissolutiva delle acque nel massiccio calcareo.
Pastena si trova infatti ai margini di un antico polje carsico, il cui drenaggio converge verso l’inghiottitoio della grotta.
Una grotta di attraversamento
Una delle caratteristiche più interessanti di Pastena è la sua natura di grotta di attraversamento.
Le acque del Fosso Mastro penetrano nel sottosuolo attraverso l’inghiottitoio e percorrono il ramo attivo inferiore.
Il corso d’acqua prosegue per circa 2.200 metri e riemerge nel territorio di Falvaterra con il nome di Rio Obaco, dopo aver ricevuto l’apporto di sorgenti sotterranee perenni.
Al ramo attivo si affianca il ramo fossile superiore, ormai abbandonato dalla normale circolazione delle acque e caratterizzato da un ricco concrezionamento. Il percorso attraversa sale con stalattiti, stalagmiti, colonne, drappeggi di calcite e altre forme legate all’evoluzione carsica del sistema.
Fra gli ambienti più noti si trova la Sala del Lago Blu, dove una cascata di circa dieci metri raggiunge un piccolo bacino alimentato anche da sorgenti perenni.
La temperatura dell’acqua è indicata intorno ai 14-15 °C e l’umidità relativa raggiunge valori prossimi al 95-98 per cento.
Dalle esplorazioni del 1926 al ramo attivo
L’ingresso della grotta era naturalmente conosciuto dalla popolazione locale da molto tempo, ma la storia dell’esplorazione speleologica moderna di Pastena prende avvio nel 1926 con Carlo Franchetti e altri speleologi. L’anno successivo, nel 1927, le grotte furono già aperte alle visite turistiche.
L’esplorazione del sistema non terminò però con la sistemazione turistica.
Un passaggio decisivo avvenne nel 1966, quando il geologo e speleosub Lamberto Ferri Ricchi affrontò il ramo attivo, superando i sette sifoni che allora interrompevano la progressione e contribuendo a chiarire la complessa struttura idrologica della cavità. In seguito diversi sifoni furono eliminati o bypassati; il tratto sotterraneo rimane oggi un itinerario propriamente speleologico, distinto dal percorso attrezzato per il pubblico.
Cento anni di rapporto tra uomini e sottosuolo
La storia di Pastena non è solamente quella delle esplorazioni. L’ampio ingresso conserva testimonianze della frequentazione umana fin dalla preistoria e, durante la Seconda guerra mondiale, gli ambienti sotterranei furono utilizzati come rifugio dalla popolazione in fuga dai bombardamenti e dai combattimenti che interessavano il territorio del basso Lazio.
A cento anni dalle esplorazioni del 1926, oggi come allora (e molto tempo prima), le Grotte di Pastena mostrano le diverse dimensioni del mondo sotterraneo: laboratorio naturale per comprendere il carsismo, luogo di esplorazione speleologica, archivio della presenza umana e ambiente da proteggere e conoscere.
23 giugno 2019: Diversamente Speleo a Pastena
Nel 2019 le Grotte di Pastena hanno ospitato un’iniziativa di Diversamente Speleo, alla quale ha partecipato anche Fabrizio Toso, amico e coordinatore della Commissione Nazionale Catasto Cavità Naturali della SSI ETS.
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L’analisi del DNA antico recuperato da frammenti ossei della celebre cavità siberiana e di altri siti degli Altai ha identificato lo “yak X”, una linea genetica finora sconosciuta, sopravvissuta nella regione per circa 200 mila anni nella Grotta di Denisova
a Grotta di Denisova, celebre per le straordinarie scoperte sull’evoluzione umana, si conferma anche un eccezionale archivio della biodiversità del Pleistocene. L’analisi del DNA antico conservato in frammenti ossei provenienti d
L’analisi del DNA antico recuperato da frammenti ossei della celebre cavità siberiana e di altri siti degli Altai ha identificato lo “yak X”, una linea genetica finora sconosciuta, sopravvissuta nella regione per circa 200 mila anni nella Grotta di Denisova
a Grotta di Denisova, celebre per le straordinarie scoperte sull’evoluzione umana, si conferma anche un eccezionale archivio della biodiversità del Pleistocene. L’analisi del DNA antico conservato in frammenti ossei provenienti dalla cavità e da altri siti della Siberia ha infatti permesso di individuare una linea di bovini finora sconosciuta, strettamente imparentata con gli yak.
I ricercatori l’hanno denominata “yak X”. Non si tratta, almeno per il momento, della descrizione formale di una nuova specie, ma di una linea mitocondriale profondamente divergente rispetto a tutte quelle conosciute negli yak antichi e moderni.
La scoperta emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Genome Biology and Evolution, dedicato alla diversità dei bovini vissuti nell’Asia delle medie latitudini durante il Pleistocene.
Il DNA nascosto nelle ossa della grotta
I ricercatori hanno analizzato 63 frammenti ossei di bovini, 57 dei quali provenienti dalla Grotta di Denisova e sei da altri siti della Siberia occidentale e meridionale.
Molti dei reperti erano troppo frammentari per consentire una precisa identificazione sulla base della sola morfologia. Le ossa provenienti da Denisova erano state precedentemente attribuite alla sottofamiglia dei bovini attraverso analisi paleoproteomiche.
L’estrazione e il sequenziamento del DNA antico hanno permesso di andare molto oltre.
Le analisi genetiche hanno identificato uri (Bos primigenius), bisonti e numerosi individui appartenenti al gruppo degli yak. All’interno di questi ultimi è comparsa una linea mitocondriale mai documentata prima.
È lo yak X, una linea sorella rispetto alla diversità genetica conosciuta degli yak, ma nettamente distinta da essa.
Una presenza durata circa 200 mila anni
I dati indicano che questa linea non rappresentò una presenza occasionale negli Altai.
Lo yak X sembra essere rimasto nella regione per un arco temporale eccezionalmente lungo, attraversando importanti oscillazioni climatiche del Pleistocene.
Le datazioni e la stratigrafia documentano la sua presenza per circa 200 mila anni. Nella Grotta di Denisova la continuità della linea è attestata, secondo gli autori, approssimativamente da 203 mila fino a 18 mila anni fa.
Il risultato modifica anche l’immagine tradizionale della fauna degli Altai. Gli yak erano stati precedentemente considerati presenze relativamente rare nella regione, mentre le nuove analisi genetiche indicano che bovini con un mitogenoma simile a quello dello yak erano fra gli abitanti più comuni dell’area.
Non sappiamo ancora esattamente che animale fosse
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda proprio l’identità dello yak X.
Gli autori ipotizzano che la linea genetica possa corrispondere allo yak del Baikal (Bos mutus baikalensis), conosciuto attraverso precedenti osservazioni paleontologiche negli Altai.
Ma si tratta, per ora, soltanto di un’ipotesi.
Per verificarla saranno necessari altri reperti identificabili dal punto di vista morfologico e ulteriori analisi genetiche.
Gli stessi ricercatori sottolineano inoltre che lo studio si basa soprattutto sul DNA mitocondriale. L’ottenimento di genomi nucleari permetterà di comprendere meglio i rapporti evolutivi dello yak X con gli yak e con gli altri bovini.
Una grotta, molti abitanti scomparsi
La scoperta assume un significato particolare proprio perché arriva dalla Grotta di Denisova.
La cavità dei monti Altai è diventata uno dei luoghi simbolo della paleogenetica mondiale dopo l’identificazione dei Denisoviani, una popolazione umana arcaica riconosciuta inizialmente grazie al DNA ricavato da pochissimi resti fossili.
Nella stessa regione vissero anche Neanderthal e, successivamente, esseri umani moderni.
Ora le analisi mostrano che qualcosa di simile accadde anche per la fauna: negli Altai erano presenti linee di bovini profondamente divergenti che non sono sopravvissute nelle popolazioni attuali.
Oltre allo yak X, lo studio documenta infatti antiche linee di bisonti e la presenza, più rara, dell’uro.
Gli autori descrivono così gli Altai come un vero hotspot di diversità, tanto per gli ominini quanto per i grandi bovini.
Reperti litici e resti faunistici provenienti dalla Grotta di Denisova, nei monti Altai. Foto: Thilo Parg / Wikimedia Commons – Licenza CC BY-SA 4.0
Le grotte come archivi della biodiversità perduta
Una grande quantità di materiale proveniente dai depositi di grotta è costituita da frammenti ossei difficilmente identificabili con i metodi tradizionali. L’integrazione tra stratigrafia, paleoproteomica e DNA antico permette oggi di ottenere informazioni anche da questi reperti apparentemente anonimi.
Nel caso di Denisova, la forte frammentazione di parte delle ossa potrebbe essere collegata anche all’attività di predatori e necrofagi, in particolare delle iene delle caverne, la cui presenza emerge dalle analisi effettuate sui reperti.
Da frammenti che a prima vista avrebbero potuto raccontare molto poco è stato così possibile ricostruire una parte della biodiversità scomparsa degli Altai.
Non smetteremo mai di scriverlo: le grotte – in questo caso la grotta di Denisova – confermano sempre che i depositi sotterranei possono funzionare come archivi biologici del tempo profondo, conservando ossa, manufatti e tracce genetiche, in grado di rivelare popolazioni animali e umane delle quali, altrimenti, si conoscerebbe poco o nulla.
“Paleogenomics Reveals a Loss of Bovine Lineages in Mid-latitude Asia Over the Last 200,000 Years”, pubblicato su Genome Biology and Evolution, volume 17, numero 11 – DOI: 10.1093/gbe/evaf206
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La XIII Zona Speleologica apre le candidature per entrare nella squadra del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Richieste esperienza in grotta, iscrizione CAI, certificato medico e curriculum speleologico
Il Soccorso Speleologico ligure cerca nuovi volontari. Sabato 7 e domenica 8 novembre 2026 si svolgeranno le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e mettere la propria esperienza in grotta al serviz
La XIII Zona Speleologica apre le candidature per entrare nella squadra del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Richieste esperienza in grotta, iscrizione CAI, certificato medico e curriculum speleologico
Il Soccorso Speleologico ligure cerca nuovi volontari. Sabato 7 e domenica 8 novembre 2026 si svolgeranno le selezioni per gli speleologi interessati a entrare nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e mettere la propria esperienza in grotta al servizio delle operazioni di soccorso.
“Condividi la passione per la grotta. Unisciti alla nostra squadra: entra nel CNSAS” è l’invito rivolto agli speleologi nella campagna della XIII Zona Speleologica – Liguria.
Non un corso di speleologia, ma l’ingresso nel percorso del Soccorso
Le selezioni sono rivolte a persone che possiedono già esperienza speleologica. Entrare nel CNSAS non significa infatti iniziare a praticare speleologia, ma mettere una preparazione già acquisita a disposizione di un’organizzazione specializzata nel soccorso in ambiente ipogeo.
Il candidato deve avere familiarità con la progressione in grotta e con le tecniche speleologiche.
L’ammissione apre poi la strada allo specifico percorso di formazione e addestramento del CNSAS.
Il Soccorso Speleologico opera in condizioni spesso estremamente complesse, dove il recupero di una persona può richiedere molte ore o giorni e il coinvolgimento di numerose squadre. Per questo la preparazione tecnica, la capacità di lavorare in gruppo e l’addestramento continuo costituiscono elementi fondamentali dell’attività.
Il CNSAS dispone di una propria struttura nazionale dedicata alla formazione dei tecnici speleologici, con l’obiettivo di uniformare tecniche e procedure e permettere a soccorritori provenienti da diverse regioni di operare insieme durante gli interventi più complessi.
I requisiti per candidarsi
La locandina del CNSAS indica tra i documenti necessario da inviare per partecipare alle selezioni del 7 e 8 novembre 2026:
iscrizione al Club Alpino Italiano (CAI);
certificato medico agonistico;
curriculum vitae speleologico.
Per l’ammissione ordinaria come socio tecnico CNSAS è inoltre necessario essere maggiorenni e non aver superato il 45° anno di età, fermo restando che lo Statuto contempla la possibilità di deroghe motivate deliberate dalle strutture regionali o provinciali competenti.
Accanto ai soci tecnici, il CNSAS prevede anche la figura del socio collaboratore, che può mettere a disposizione particolari competenze gestionali, amministrative o logistiche e svolgere attività di supporto senza essere impiegato nella progressione speleologica e nelle manovre tecniche proprie dei soccorritori operativi.
Il Soccorso Speleologico in Liguria
La Liguria costituisce la XIII Zona Speleologica del CNSAS, inserita nell’organizzazione nazionale del Soccorso Speleologico.
Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico è una sezione nazionale del Club Alpino Italiano e svolge un servizio di pubblica utilità. Tra i suoi compiti rientrano il soccorso, la ricerca, il recupero e il trasporto sanitario degli infortunati e delle persone in pericolo negli ambienti montani, ipogei e impervi.
Nel caso della speleologia, l’ambiente sotterraneo impone problematiche particolari: verticali, strettoie, meandri, corsi d’acqua, basse temperature e grande distanza dall’esterno possono rendere estremamente impegnativo anche il trasporto di un singolo infortunato.
È proprio per affrontare scenari di questo tipo che il Soccorso Speleologico necessita di volontari già abituati all’ambiente di grotta e disponibili a intraprendere un percorso di formazione specialistica e di addestramento continuo.
Come presentare la candidatura
Gli interessati alle selezioni del 7 e 8 novembre2026 possono contattare il delegato Gianmarco De Astis al numero 3357271943, oppure scrivere all’indirizzo cnsasliguria.speleo@gmail.com.
Per informazioni relative alla logistica delle giornate, agli orari, al luogo di ritrovo e al materiale necessario, è opportuno fare riferimento direttamente agli organizzatori.
Le selezioni rappresentano una grande opportunità e un vero atto di servizio e buona volontà: gli speleologi che vogliono compiere un bel passo avanti, possono trasformare l’esperienza maturata nell’esplorazione delle grotte in competenza al servizio di chi, proprio in quell’ambiente, può trovarsi in difficoltà.
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Verona, una serata dedicata al rilievo in grotta con Giorgio Annichini
Giovedì 8 ottobre 2026 il Gruppo Speleologico CAI Verona propone una serata divulgativa dedicata al rilievo in grotta, uno degli strumenti fondamentali per trasformare l’esplorazione speleologica in conoscenza e documentazione del mondo sotterraneo.
Come si costruisce la carta di una grotta? Come si passa da una successione di pozzi, meandri e sale percorse sottoterra a una rappresentazione planimetrica e trid
Verona, una serata dedicata al rilievo in grotta con Giorgio Annichini
Giovedì 8 ottobre 2026 il Gruppo Speleologico CAI Verona propone una serata divulgativa dedicata al rilievo in grotta, uno degli strumenti fondamentali per trasformare l’esplorazione speleologica in conoscenza e documentazione del mondo sotterraneo.
Come si costruisce la carta di una grotta? Come si passa da una successione di pozzi, meandri e sale percorse sottoterra a una rappresentazione planimetrica e tridimensionale utilizzabile per l’esplorazione, la ricerca e il catasto?
A questi temi sarà dedicata la serata “Rilievo in grotta”, in programma giovedì 8 ottobre 2026 alle ore 21:00 presso la sede del CAI Verona, organizzata dal Gruppo Speleologico CAI Verona.
A condurre l’incontro sarà Giorgio Annichini, responsabile del Catasto Speleologico Veronese. Il suo nome è legato da molti anni alla documentazione delle cavità del territorio veronese e non solo: speleologo dal 1998, laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio e istruttore di tecnica della Società Speleologica Italiana, Annichini ha partecipato a esplorazioni e campagne di rilievo in Italia e all’estero. Tra i lavori più significativi figura anche l’aggiornamento del rilievo della Spluga della Preta, al quale è dedicato un suo contributo specifico nella monografia sulla celebre cavità del Corno d’Aquilio.
Il tema della serata assume particolare interesse anche alla luce dell’evoluzione recente del Catasto delle Grotte del Veneto. Con la versione 3.0.0 del database e del Geoportale WISH è stata completata la digitalizzazione dei dati cartacei: il catasto riporta oggi 8.984 cavità naturali censite e 10.294 rilievi topografici, comprendenti anche i primi rilievi tridimensionali ottenuti con tecnologia LIDAR.
Il rilievo costituisce infatti uno degli elementi essenziali della documentazione speleologica. Nel sistema catastale vengono registrati, tra gli altri dati, sviluppo spaziale e dislivelli della cavità, localizzazione e gruppi che hanno effettuato il rilievo. Il passaggio dalle vecchie misure effettuate con bussola, clinometro e strumenti analogici ai sistemi digitali, GPS e rilievi tridimensionali ha inoltre consentito di aumentare notevolmente precisione e possibilità di elaborazione dei dati.
L’appuntamento si inserisce nell’attività divulgativa del Gruppo Speleologico CAI Verona: una realtà speleologica importante, che nel 2025 ha celebrato i cento anni dalle prime esperienze, avviate nel 1925 con le discese nella Spluga della Preta e dalla nascita del gruppo all’interno della sezione veronese del Club Alpino Italiano.
L’appuntamento è per giovedì 8 ottobre 2026 alle ore 21:00 presso la sede del CAI Verona, in Via Porto San Pancrazio 83, a Verona.