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    Condividi Tre chiese ipogee tra Charente e Gironda, con Saint-Georges di Gurat al centro di nuove attenzioni Nel sud-ovest della Francia, tra la Charente e la Gironda, tre chiese ipogee consentono di osservare un capitolo particolare dell’architettura medievale: edifici religiosi ottenuti scavando il calcare invece di costruire muri con blocchi sovrapposti. L’église Saint-Georges di Gurat, meno nota rispetto ai grandi complessi di Aubeterre-sur-Dronne e Saint-Émilion, è il sito più raccol
     

Chiese ipogee in Nuova Aquitania: Gurat, Aubeterre e Saint-Émilion raccontano il Medioevo scavato nel calcare

August 11th 2026 at 10:00

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Tre chiese ipogee tra Charente e Gironda, con Saint-Georges di Gurat al centro di nuove attenzioni

Nel sud-ovest della Francia, tra la Charente e la Gironda, tre chiese ipogee consentono di osservare un capitolo particolare dell’architettura medievale: edifici religiosi ottenuti scavando il calcare invece di costruire muri con blocchi sovrapposti.

L’église Saint-Georges di Gurat, meno nota rispetto ai grandi complessi di Aubeterre-sur-Dronne e Saint-Émilion, è il sito più raccolto di questo itinerario sotterraneo.

La cappella di Gurat si trova ai piedi della falesia, a sud della chiesa parrocchiale del paese. La banca dati patrimoniale francese la identifica come “église souterraine monolithe dite chapelle Saint-Georges”, la colloca nel XII secolo e ricorda che è iscritta tra i Monumenti storici dal 30 ottobre 1963. [web:2]

Chiesa ipogea di Gurat, un’architettura ottenuta per sottrazione

La definizione di chiesa monolitica descrive un edificio ricavato, in larga misura, entro una sola massa rocciosa. A Gurat il cantiere non aggiunse pietre. Tolse il calcare, lasciando in posto le parti necessarie a sostenere la volta e a organizzare gli spazi.

La cappella Saint-Georges deriva da un’antica cavità. Presenta una navata a fondo piatto e un secondo spazio più stretto sul lato nord. I due ambienti sono separati da due colonne risparmiate nella roccia, collegate da arcate. Nella seconda navata una parte della volta è stata svuotata per suggerire l’effetto di una cupola. [web:2]

Questo principio costruttivo rende leggibile il rapporto tra forma architettonica e caratteristiche geologiche. Le colonne non sono elementi portati in cantiere, ma porzioni di banco calcareo che gli scavatori decisero di conservare. Nicchie, sedute e sepolture indicano inoltre che il luogo ebbe usi religiosi e funerari.

Il testo che ha riportato l’attenzione sul monumento riferisce di indagini archeologiche che orienterebbero la cronologia alla fine dell’XI e all’inizio del XII secolo. Le fonti patrimoniali facilmente consultabili mantengono invece una datazione generale al XII secolo. Per ora è corretto distinguere tra questa classificazione consolidata e le possibili precisazioni che potranno emergere da pubblicazioni scientifiche delle campagne di scavo. [web:2]

Le chiese ipogee e le ipotesi su pellegrini ed eremitaggio

Attorno a Saint-Georges circolano racconti che la collegano a pellegrini diretti a Santiago de Compostela, a un eremitaggio e a ripari in tempi di conflitto. La scheda monumentale riporta tali tradizioni e segnala due vicine escavazioni che potrebbero corrispondere ad antiche celle eremitiche. Non costituiscono però, da sole, la prova documentaria di un monastero medievale stabile sul posto. [web:2]

Questa cautela è importante per la lettura speleologica e archeologica del sito. Un vuoto scavato può cambiare funzione nel tempo. Dopo la dismissione cultuale, cavità e fronti di cava potevano diventare depositi, ambienti rurali o spazi di servizio. Le trasformazioni successive possono alterare le tracce del primo impianto e rendere più complessa l’interpretazione.

Le chiese ipogee non sono semplicemente “grotte adattate”. Richiedono una valutazione preventiva della resistenza della roccia, della geometria dei pilastri, delle fratture e del deflusso delle acque. In una falesia calcarea, gestire l’umidità e le infiltrazioni è parte della conservazione del monumento quanto la lettura delle sue forme liturgiche.

Da Gurat ad Aubeterre, le chiese monolitiche della Charente

Aubeterre-sur-Dronne offre il confronto più diretto. La chiesa sotterranea di Saint-Jean è registrata nella piattaforma nazionale del patrimonio francese come “Eglise souterraine monolithe Saint-Jean”. [web:20] Le fonti locali descrivono un grande ambiente rupestre realizzato nel XII secolo sotto l’antico castello e collegato in passato alla fortificazione da un corridoio oggi chiuso. [web:25]

La scala di Aubeterre è molto diversa da quella di Gurat. Una fonte turistica locale stima in 9.000 metri cubi la roccia estratta in circa vent’anni, un dato che restituisce l’entità del lavoro necessario per il complesso. [web:26] All’interno sono segnalati un reliquiario di pietra alto circa sei metri e strutture funerarie, elementi che rendono evidente il ruolo del santuario nella memoria religiosa e signorile della località. [web:23]

Le tradizioni storiche attribuiscono l’ampliamento del XII secolo a Pierre de Castillon, visconte di Aubeterre, dopo il ritorno dalle crociate. La sua figura è spesso associata anche a Saint-Émilion. È un nesso da trattare con precisione: le fonti divulgative presentano questa attribuzione, mentre l’identificazione di singole maestranze comuni tra i cantieri resta priva di una documentazione diretta nota. [web:18][web:23]

Gurat non può quindi essere assegnata automaticamente allo stesso committente o alla stessa squadra. La vicinanza territoriale e cronologica mostra comunque che le chiese monolitiche erano una scelta praticata in un’area dove il calcare offriva condizioni favorevoli all’escavazione e alla modellazione di spazi sacri.

Saint-Émilion e la dimensione regionale delle chiese monolitiche

A Saint-Émilion, in Gironda, il tema raggiunge una scala urbana. L’ufficio del turismo della città definisce la chiesa monolitica un edificio religioso sotterraneo scavato all’inizio del XII secolo, lungo 38 metri e alto 12. Il termine “monolitico” richiama proprio l’edificio ricavato nell’altopiano calcareo, la cui struttura rimane un unico blocco. [web:10]

Il complesso di Saint-Émilion è ancora consacrato e ospita celebrazioni e concerti. L’accesso alla chiesa avviene esclusivamente con visita guidata, secondo le indicazioni dell’ente turistico locale. [web:16] Il campanile, realizzato tra XII e XV secolo e rinforzato alla base nel secolo successivo, appartiene a una fase architettonica distinta dall’escavazione dell’aula sotterranea. [web:10]

Le tre chiese monolitiche non sono copie l’una dell’altra. Gurat conserva una dimensione più discreta, Aubeterre mostra un vasto santuario rupestre con un programma monumentale complesso, Saint-Émilion integra il vuoto scavato nel paesaggio storico di una città costruita sul calcare. Letti insieme, i tre siti mostrano come nel Medioevo la roccia potesse essere insieme substrato geologico, materiale da estrarre, parete architettonica e spazio di culto.

Tutela e visita delle chiese monolitiche

Per chi osserva questi luoghi con interesse speleologico, la priorità è distinguere il patrimonio rupestre visitabile dalle cavità naturali. L’analisi riguarda qui ambienti artificiali o profondamente rielaborati, inseriti in pareti e banchi calcarei. La loro fragilità dipende dalle condizioni della roccia, dai cicli di umidità, dalle infiltrazioni, dall’uso pubblico e dalle modifiche accumulate nel tempo.

A Gurat, la tutela come Monumento storico offre un riferimento formale per la conservazione. [web:2] Ad Aubeterre e Saint-Émilion le informazioni per la visita devono essere controllate presso i gestori locali prima della partenza, poiché modalità e calendari possono cambiare. Un percorso tra questi tre siti permette di seguire una stessa tecnica, il grande scavo nel calcare, senza cancellare le differenze tra funzioni, dimensioni e storie documentate.

Fonti

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  • Brian Kakuk, la conservazione delle grotte prima della mappa
    Condividi Lo speleosub delle Bahamas racconta come cambia l’esplorazione Dopo quasi quarant’anni di attività, Brian Kakuk descrive un passaggio che interessa da vicino la speleologia subacquea: l’esplorazione delle cavità sommerse non può essere separata dalla tutela dei dati, dei reperti e degli ecosistemi che esse custodiscono. Il tema è al centro del suo recente intervento per InDEPTH Magazine e riguarda in particolare i blue holes delle Bahamas, ambienti nei quali ricerca, documentazi
     

Brian Kakuk, la conservazione delle grotte prima della mappa

August 11th 2026 at 09:00

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Lo speleosub delle Bahamas racconta come cambia l’esplorazione

Dopo quasi quarant’anni di attività, Brian Kakuk descrive un passaggio che interessa da vicino la speleologia subacquea: l’esplorazione delle cavità sommerse non può essere separata dalla tutela dei dati, dei reperti e degli ecosistemi che esse custodiscono.

Il tema è al centro del suo recente intervento per InDEPTH Magazine e riguarda in particolare i blue holes delle Bahamas, ambienti nei quali ricerca, documentazione e conservazione delle grotte devono procedere insieme.

Brian Kakuk e la speleologia subacquea delle Bahamas

All’inizio della sua esperienza, racconta Kakuk, l’attrazione principale era l’ignoto.

Il vuoto nero oltre il limite della linea e lo spazio ancora assente dalle carte rappresentavano il motore dell’esplorazione.

Con il tempo, la domanda è cambiata: non soltanto dove prosegue una grotta, ma perché esiste, quali processi l’hanno formata e quali testimonianze conserva.

Brian Kakuk è un esploratore e istruttore di immersione in grotta attivo alle Bahamas da decenni.

È fondatore e direttore della Bahamas Caves Research Foundation e opera anche attraverso Bahamas Underground, struttura dedicata alla formazione e alle immersioni tecniche.

Il suo percorso comprende esplorazione, fotografia, supporto alla ricerca e attività di tutela delle cavità sommerse di Abaco e Andros.

Questo cambiamento di prospettiva è significativo per la speleologia subacquea.

La misura di un’attività non coincide più soltanto con i metri di condotta rilevati o con una nuova diramazione individuata.

Conta anche la qualità delle osservazioni, il metodo di documentazione e la capacità di lasciare l’ambiente nelle condizioni più vicine possibili a quelle originarie.

Blue holes delle Bahamas, archivi naturali delicati

I blue holes sono doline o cavità allagate. Nelle Bahamas formano sistemi molto diversi tra loro per morfologia, collegamento con il mare, stratificazione delle acque e comunità biologiche.

In diversi casi uno strato di acqua dolce sovrasta acqua salata di origine marina. Sotto l’aloclino possono svilupparsi condizioni povere di ossigeno o anossiche, con processi chimici che rendono questi ambienti difficili da attraversare e al tempo stesso importanti per la ricerca.

La rilevanza non è solo biologica. A Sawmill Sink, sull’isola di Great Abaco, studi pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences hanno documentato resti vegetali e di vertebrati del Quaternario tardo. La buona conservazione è collegata alla deposizione in acqua salata anossica. I reperti datati nel deposito torboso coprono un intervallo compreso approssimativamente fra 4.200 e 1.000 anni calibrati prima del presente.

Le grotte sommerse possono quindi conservare tracce di fauna scomparsa, cambiamenti ambientali, sedimenti e indizi archeologici. Per Kakuk, il confronto con ricercatori di discipline diverse ha reso evidente questa densità di informazioni. La grotta non è un semplice spazio da percorrere. È un archivio naturale, culturale e biologico, nel quale ogni passaggio umano può produrre conseguenze.

Conservazione delle grotte e limiti all’impatto

Il messaggio proposto dall’esploratore è concreto. In alcuni contesti significa raccogliere meno campioni. In altri, vuol dire ridurre il contatto con fondali, pareti, sedimenti e concrezioni. Vuol dire anche scegliere con attenzione l’assetto, il percorso e le procedure di posa della sagola.

La conservazione delle grotte può richiedere una decisione ancora più netta: riavvolgere la linea e non cartografare una sala appena raggiunta. Non è la rinuncia alla conoscenza. È la scelta di valutare il rapporto tra il valore dell’informazione ottenibile e il rischio di alterare un ambiente fragile. Nelle cavità con depositi non consolidati, acque stratificate o testimonianze paleontologiche, il danno può essere immediato e spesso non reversibile.

Il principio vale anche per le attività scientifiche. La ricerca produce conoscenza necessaria alla tutela, ma richiede progettazione, autorizzazioni, tecniche adeguate e un prelievo proporzionato alle domande di studio. La conservazione delle grotte non esclude l’esplorazione: ne ridefinisce le priorità e impone una responsabilità condivisa fra subacquei, speleologi, ricercatori, gestori e comunità locali.

Abaco, tutela territoriale e ricerca condivisa

L’attività di Kakuk si collega anche alla protezione territoriale dei blue holes di South Abaco. La South Abaco Blue Holes Conservation Area, istituita nel 2015, protegge una rete di grotte e blue holes sotterranei insieme agli habitat terrestri circostanti, tra pinete e coppice forest. La presenza di un’area protetta non sostituisce le buone pratiche sul campo. Offre però un quadro nel quale ricerca, fruizione e conservazione delle grotte possono essere pianificate con maggiore continuità.

L’esperienza bahamense mostra che le mappe restano strumenti essenziali. Servono alla sicurezza, alla conoscenza idrogeologica e alla gestione. Non devono però diventare l’unico fine dell’attività. Lasciare una porzione di grotta non esplorata o non divulgata può essere una scelta di protezione, soprattutto quando l’accesso futuro non garantirebbe condizioni compatibili con la sua integrità.

Per la comunità della speleologia subacquea, la riflessione di Brian Kakuk riporta al centro una domanda operativa: quale informazione è davvero necessaria e con quale impronta può essere ottenuta? Nelle grotte delle Bahamas, la risposta passa dal riconoscimento del loro valore scientifico e dalla pratica quotidiana della conservazione delle grotte.

Fonti

https://www.facebook.com/share/1HdZaEjktU/?mibextid=wwXIfr

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  • Salamandre delle caverne europee: lo studio che ricostruisce gli spostamenti nel buio
    Condividi La ricerca su Speleomantes strinatii misura uso dello spazio, attività stagionale e differenze tra i sessi in una popolazione sotterranea ligure Un nuovo studio dedicato alle salamandre delle caverne europee analizza come gli individui utilizzino lo spazio in ambiente ipogeo. La ricerca riguarda il geotritone di Strinati, Speleomantes strinatii, e porta la firma di Giacomo Rosa, Andrea Costa e Sebastiano Salvidio. Il lavoro è apparso il 6 agosto 2025 sulla rivista Population
     

Salamandre delle caverne europee: lo studio che ricostruisce gli spostamenti nel buio

August 11th 2026 at 08:03

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La ricerca su Speleomantes strinatii misura uso dello spazio, attività stagionale e differenze tra i sessi in una popolazione sotterranea ligure

Un nuovo studio dedicato alle salamandre delle caverne europee analizza come gli individui utilizzino lo spazio in ambiente ipogeo.

La ricerca riguarda il geotritone di Strinati, Speleomantes strinatii, e porta la firma di Giacomo Rosa, Andrea Costa e Sebastiano Salvidio.

Il lavoro è apparso il 6 agosto 2025 sulla rivista Population Ecology con il titolo Moving in the Dark: Enlightening the Spatial Population Ecology of European Cave Salamanders.

La ricerca applica modelli di cattura-ricattura spaziale a una popolazione sotterranea.

L’obiettivo è descrivere movimenti, aree frequentate, sovrapposizione tra individui e condizioni che rendono più probabile osservare gli animali.

Il risultato offre elementi utili per comprendere l’ecologia delle salamandre delle caverne europee, un gruppo per il quale il sottosuolo è rifugio e ambiente di attività, ma non l’unico spazio vitale.

Salamandre delle caverne europee e il contesto di studio

Speleomantes strinatii è un urodelo pletodontide distribuito nel sud-est della Francia e nel nord-ovest dell’Italia.

È una specie terrestre e priva di polmoni: gli scambi respiratori avvengono attraverso pelle e mucosa orale.

Per questo la disponibilità di aria umida è un vincolo biologico rilevante.

La specie frequenta grotte, fessure, accumuli di blocchi, affioramenti rocciosi e ambienti forestali umidi.

Le cavità e gli ambienti sotterranei superficiali possono offrire riparo nelle fasi climaticamente sfavorevoli.

La presenza all’esterno resta importante, soprattutto per l’alimentazione e per l’uso stagionale del mosaico di microhabitat.

Questa premessa aiuta a leggere il nuovo lavoro senza ridurre il geotritone a un animale esclusivamente cavernicolo.

Le salamandre delle caverne europee studiate dagli autori appartengono infatti a una specie capace di collegare habitat epigei e ipogei.

La qualità del reticolo di rifugi, delle foreste e delle cavità può quindi incidere sulla continuità ecologica locale.

Cattura-ricattura spaziale per seguire i geotritoni

Il campione comprendeva 104 individui riconosciuti fotograficamente: 43 maschi, 35 femmine e 26 subadulti. Il riconoscimento individuale è stato ottenuto dalle caratteristiche del disegno ventrale, evitando la marcatura fisica diretta. Le osservazioni sono state collocate nello spazio e analizzate con il metodo della cattura-ricattura spaziale, noto con la sigla SCR dall’inglese spatial capture-recapture.

Questo approccio non considera soltanto quante volte un individuo viene ritrovato. Tiene conto anche del punto in cui avviene l’osservazione. In questo modo è possibile stimare densità, centro dell’area frequentata, estensione dell’home range e probabilità di rilevamento in rapporto alle caratteristiche dell’ambiente.

Una comunicazione scientifica precedente degli autori, riferita alla Stazione Biospeleologica A. Issel di Besolagno, nel Genovese, indicava già l’impiego di una griglia permanente e della foto-identificazione del ventre con il software WILD-ID. Gli autori avevano rilevato una probabilità di osservazione più elevata in estate e sulle pareti più scabre. Il nuovo articolo integra questi elementi in un’analisi della dinamica individuale e dell’organizzazione spaziale.

Ecologia spaziale delle salamandre delle caverne europee

I dati mostrano differenze tra maschi e femmine. Le femmine hanno percorso distanze maggiori in tempi più brevi: 0,60 metri al giorno contro 0,22 metri al giorno per i maschi durante il monitoraggio. Anche la sovrapposizione delle aree frequentate non è risultata simmetrica. Una quota più ampia dell’home range dei maschi era coperta dall’home range delle femmine, rispetto alla situazione opposta.

Il dato non definisce da solo le cause di questa configurazione. Può però orientare nuove verifiche su disponibilità delle risorse, incontri riproduttivi, comportamento alimentare e struttura dei microhabitat. In una cavità, differenze anche piccole nella rugosità delle pareti, nell’umidità o nella distanza dall’ingresso possono influenzare la distribuzione degli animali.

Le salamandre delle caverne europee sono risultate più attive nel periodo estivo. Gli animali hanno inoltre mostrato una preferenza per i settori interni della cavità e per pareti più rugose. Le superfici irregolari possono mettere a disposizione appigli, fessure e discontinuità utili come rifugio, oltre a generare microcondizioni diverse su scala molto ridotta.

Monitoraggio di Speleomantes strinatii e tutela degli habitat

Il valore dello studio riguarda anche il metodo. Le cavità sono spesso ambienti con struttura apparentemente semplice, ma ospitano gradienti climatici e microhabitat molto selettivi. Dati di presenza privi di localizzazione precisa rischiano di perdere una parte essenziale di questa variabilità.

L’integrazione tra foto-identificazione, griglia di rilievo e modelli SCR permette invece di collegare le osservazioni individuali alla struttura dello spazio. Lo stesso impianto può sostenere programmi di monitoraggio ripetuti, purché le procedure di visita siano standardizzate e a basso impatto.

La letteratura recente segnala per S. strinatii associazioni con microhabitat freschi, umidi e poco illuminati. Studi demografici di lungo periodo hanno anche indicato la sopravvivenza degli adulti come parametro centrale per la crescita della popolazione. Ne deriva l’importanza di evitare alterazioni dei regimi di umidità, della copertura forestale e dei rifugi sotterranei, naturali o artificiali.

Per speleologi e gestori, il messaggio operativo è misurabile: documentare con precisione il luogo delle osservazioni può generare informazioni utili senza trasformare la cavità in un laboratorio invasivo. La ricerca sulle salamandre delle caverne europee mostra che il sottosuolo non è uno spazio uniforme. È un insieme di settori, superfici e condizioni microclimatiche che gli animali selezionano nel tempo.

Fonti

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  • Comunicazioni in grotta con Cueva a Cueva dal Messico alla Russia un collegamento in tempo reale
    Condividi Cueva a Cueva: dalla Gruta de La Puente un collegamento in tempo reale tra Messico e Russia Il Progetto Búho prepara nella Sierra de Álvarez una rete con fibra ottica, WiFi e satellite per mettere in comunicazione il sottosuolo potosino con specialisti internazionali Dal 14 al 16 agosto 2026 la Gruta de La Puente, nella Sierra de Álvarez dello Stato messicano di San Luis Potosí, sarà sede di Cueva a Cueva, un’attività tecnica promossa dal Proyecto Búho. L’obiettivo dichiarato
     

Comunicazioni in grotta con Cueva a Cueva dal Messico alla Russia un collegamento in tempo reale

August 11th 2026 at 06:55

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Cueva a Cueva: dalla Gruta de La Puente un collegamento in tempo reale tra Messico e Russia


Il Progetto Búho prepara nella Sierra de Álvarez una rete con fibra ottica, WiFi e satellite per mettere in comunicazione il sottosuolo potosino con specialisti internazionali


Dal 14 al 16 agosto 2026 la Gruta de La Puente, nella Sierra de Álvarez dello Stato messicano di San Luis Potosí, sarà sede di Cueva a Cueva, un’attività tecnica promossa dal Proyecto Búho.

L’obiettivo dichiarato è realizzare una comunicazione audiovisiva in tempo reale dall’interno della cavità con speleologi e specialisti collegati dalla Russia e da altri Paesi.

Il programma prevede l’installazione di un’infrastruttura temporanea composta da fibra ottica, rete WiFi sotterranea e collegamento satellitare dal posto di controllo in superficie.

Il test avrà quindi una duplice funzione. Da una parte collegherà un gruppo in grotta con interlocutori a distanza intercontinentale.

Dall’altra offrirà un banco di prova per soluzioni utili alla coordinazione in esplorazione, addestramento e soccorso speleologico.

Cueva a Cueva e la Gruta de La Puente nella Sierra de Álvarez

Cueva a Cueva si svolgerà nelle Grutas de La Puente, cavità situate nella Sierra de Álvarez, nel territorio del municipio di San Nicolás Tolentino.

Le fonti locali descrivono un ambiente ipogeo con tratti percorsi dall’acqua, passaggi stretti e temperature basse.

Una cronaca di esplorazione riferisce valori prossimi a 4 °C durante le soste interne.

La scelta della Gruta de La Puente colloca l’iniziativa in un’area già frequentata per attività escursionistiche e speleologiche.

Le informazioni disponibili descrivono percorsi sotterranei con concrezioni e tratti bagnati.

Questi elementi rendono necessaria una pianificazione attenta delle operazioni, sia per la gestione dei cavi e dei nodi di rete sia per la tutela dell’ambiente di grotta.

Nel contesto di Cueva a Cueva, la comunicazione non sarà affidata al solo segnale radio.

Le pareti rocciose e la geometria delle gallerie attenuano o interrompono facilmente le trasmissioni convenzionali.

Per questo il progetto indica un’architettura fisica di collegamento, con fibra e rete locale, integrata verso l’esterno da un terminale satellitare.

Fibra ottica e WiFi per la comunicazione speleologica

Il primo giorno, venerdì 14 agosto, sarà dedicato all’arrivo, alla registrazione, al campo e alla preparazione del posto di controllo.

Sono previste l’alimentazione elettrica, la configurazione del collegamento Starlink, la posa della fibra ottica, la configurazione del WiFi e le prove iniziali.

Sabato 15 agosto sarà la giornata dell’ingresso in cavità.

I partecipanti prepareranno le attività interne e le sessioni di confronto.

Il momento centrale annunciato è una videoconferenza internazionale.

Il collegamento dovrebbe mettere in relazione il gruppo nella Gruta de La Puente con gli specialisti in Russia e con altri contributori remoti.

Domenica 16 agosto il calendario indica la documentazione fotografica e audiovisiva, il ritiro di fibra e attrezzature, la pulizia del sito, l’inventario e la chiusura.

Il carattere temporaneo dell’allestimento è un dato rilevante.

Cavi, punti WiFi e apparati dovranno essere rimossi al termine delle prove, evitando di lasciare infrastrutture nella cavità.

Cueva a Cueva si inserisce in un filone tecnico già sperimentato in ambito speleologico.

Un lavoro dell’International Journal of Speleology del 2026 descrive, per esempio, un sistema italiano per inviare dati da sensori collocati a centinaia di metri di profondità verso un server web.

La soluzione utilizza un collegamento Ethernet tra il dispositivo in grotta e una stazione esterna, quindi una rete LoRaWAN per l’invio dei dati.

La finalità di Cueva a Cueva è diversa, perché mira anche a voce e video in diretta.

Il principio operativo resta vicino: creare un percorso affidabile tra l’ambiente sotterraneo e una stazione esterna, quindi instradare la comunicazione su reti di superficie.

In questo caso, il collegamento satellitare rappresenta la tratta finale verso Internet.


Proyecto Búho, test precedenti e soccorso in grotta

Il Proyecto Búho presenta il proprio sistema come una piattaforma di comunicazione per grotte, miniere e luoghi remoti.

L’architettura comprende messaggi di testo, audio, video e aggiornamenti sullo stato delle attività.

Il posto di controllo può così ricevere informazioni dalle squadre sotterranee e registrare l’avanzamento delle operazioni.

Il gruppo messicano segnala una prima prova nella Cueva de Las Peñas, nella Sierra de Álvarez, con connessione satellitare e circa dieci ore di attività continua.

Un secondo prototipo è stato installato nelle Grutas Xoxafi, nello Stato di Hidalgo, durante il sesto corso internazionale di soccorso in grotta, dal 20 al 25 ottobre 2025.

Secondo i dati pubblicati dal progetto, l’allestimento comprendeva 700 metri di cablaggio Ethernet e fibra, cinque punti WiFi e un’autonomia energetica fino a 48 ore.

Tali dati sono riferiti dagli organizzatori e costituiscono un utile precedente tecnico, non una certificazione indipendente delle prestazioni.

Cueva a Cueva potrà offrire nuovi elementi osservabili, soprattutto sulla posa della fibra, sulla stabilità della rete locale, sui consumi energetici e sulla qualità del collegamento audiovisivo.

Per il soccorso speleologico, una comunicazione bidirezionale può migliorare il flusso delle informazioni tra squadra interna e direzione esterna.

Non sostituisce procedure, competenze, ridondanze e pianificazione dell’emergenza.

Può però fornire un supporto operativo per aggiornamenti, immagini, assegnazione di compiti e verifica della situazione.


Impatto ambientale e valore della sperimentazione Cueva a Cueva

La sperimentazione tecnologica in grotta richiede anche attenzione ambientale.

La posa di cavi, il transito degli operatori e l’uso di illuminazione e apparati possono incidere su sedimenti, concrezioni, fauna e microclima.

Il programma di Cueva a Cueva include espressamente il ritiro delle apparecchiature e la pulizia del sito.
Questo passaggio deve essere considerato parte integrante della prova.

La qualità del risultato non dipenderà solo dalla riuscita della videoconferenza tra Messico e Russia.

Conteranno anche la documentazione delle modalità di installazione, il recupero completo dei materiali e la limitazione delle interferenze con l’ambiente ipogeo.

Cueva a Cueva propone quindi una verifica sul campo di una rete speleologica temporanea a scala internazionale.

I risultati attesi dovranno essere valutati sui dati effettivamente raccolti durante l’iniziativa.

La Gruta de La Puente diventerà per tre giorni un punto di incontro tra speleologia, telecomunicazioni e organizzazione del soccorso.

Fonti:


• Proyecto Búho, comunicazione in tempo reale e descrizione dei prototipi: https://www.proyectobuho.org/


• International Journal of Speleology, “Riki&Dolphin: real time data transmission from the bottom of a cave to a website”: https://digitalcommons.usf.edu/ijs/vol55/iss2/3/


• La Brecha, “Viaje a las Grutas de la Puente”: https://labrecha.me/turismo/2024/10/11/viaje-a-las-grutas-de-la-puente/


• Civitatis, informazioni descrittive sull’escursione alla Gruta de La Puente: https://www.civitatis.com/mx/san-luis-potosi/espeleologia-gruta-puente/

Per maggiori approfondimenti leggi anche:

1] Proyecto Búho | Comunicación en tiempo real https://www.proyectobuho.org/

[2] “Real-time cave data transmission” by Luca Tringali, Giacomo … https://digitalcommons.usf.edu/ijs/vol55/iss2/3/

[3] Viaje a las Grutas de la Puente https://labrecha.me/turismo/2024/10/11/viaje-a-las-grutas-de-la-puente/

[5] real time data transmission from the bottom of a cave to a … https://digitalcommons.usf.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=2603&context=ijs

[6] A LOW-COST ICT SOLUTION TO SUPPORT VISITORS IN … https://isprs-archives.copernicus.org/articles/XLVIII-1-W1-2023/121/2023/isprs-archives-XLVIII-1-W1-2023-121-2023.pdf

[7] Development of underground communication system for … https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0886779824004656

[9] Espeleología en la gruta de La Puente desde San Luis Potosí https://www.civitatis.com/mx/san-luis-potosi/espeleologia-gruta-puente/

[10] De Cueva a Cueva Proyecto Búho https://www.facebook.com/proyectobuhooficial/videos/cuevas/4387139304890302/

[11] SWAR-2EX: Mining Rescue Communication System – EASTAV https://www.eastav.com/en/servicios/mineria-y-subsuelo/sybet

[12] Caving in La Puente Cave from San Luis Potosí – Civitatis.com https://www.civitatis.com/en/san-luis-potosi/caving-la-puente-cave/

[14] LoCave – Revolutionary Underground Communication System for Cave … https://locave.org/

[15] SpellCom – Robust wireless communication in caves https://sybet.eu/systems/spellcom/

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  • 3D Cave Viewer, le grotte entrano nel browser: la speleologia diventa virtuale e accessibile
    Condividi Il progetto open source sviluppato da Davide Brugnoni del Gruppo Speleologico Buio Verticale, permette di esplorare rilievi tridimensionali di cavità direttamente online, anche in realtà virtuale e senza installare programmi Tutto parte da un post di presentazione del Gruppo Speleologico Buio Verticale del CAI Gubbio. La presentazione pubblica è prevista al raduno speleologico di Costacciaro nel novembre 2026 Il progetto open source è stato sviluppato da Davide Brugnoni del Grupp
     

3D Cave Viewer, le grotte entrano nel browser: la speleologia diventa virtuale e accessibile

August 11th 2026 at 05:00

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Il progetto open source sviluppato da Davide Brugnoni del Gruppo Speleologico Buio Verticale, permette di esplorare rilievi tridimensionali di cavità direttamente online, anche in realtà virtuale e senza installare programmi

Tutto parte da un post di presentazione del Gruppo Speleologico Buio Verticale del CAI Gubbio. La presentazione pubblica è prevista al raduno speleologico di Costacciaro nel novembre 2026

Il progetto open source è stato sviluppato da Davide Brugnoni del Gruppo Speleologico Buio Verticale, affiliato al CAI di Gubbio, attivo sul territorio umbro nell’esplorazione, nel rilievo e nella documentazione delle cavità naturali e artificiali della zona. 3D Cave Viewer permette di esplorare rilievi tridimensionali di cavità direttamente online, anche in realtà virtuale e senza installare programmi

Gli obiettivi: entrare virtualmente in una grotta, osservarne la morfologia tridimensionale e muoversi al suo interno direttamente dal proprio browser, facilitate visualizzazione e la condivisione dei rilievi tridimensionali delle cavità.

Qui il comunicato:

Le cavità di Gubbio entrano nel browser, in 3D e senza installare nulla
Un progetto open source del Gruppo Speleologico CAI Gubbio «Buio Verticale» rende esplorabili online i rilievi tridimensionali delle cavità, anche in realtà virtuale.


Gubbio, 2026 — Chi esplora una cavità porta con sé torce, corde e strumenti di rilievo. Chi vuole scoprirla senza scendere sottoterra, fino a ieri, doveva accontentarsi di fotografie o planimetrie. Con 3D Cave Viewer, il progetto open source sviluppato da Davide Brugnoni per il Gruppo Speleologico Buio Verticale del CAI di Gubbio, questo non è più necessario: basta un browser per entrare in una cavità vera, muoversi al suo interno come uno speleologo o viverla in realtà virtuale con un semplice visore.
Negli ultimi anni la diffusione del sensore LiDAR sugli iPhone e iPad Pro ha reso il rilievo tridimensionale delle cavità naturali alla portata di qualunque gruppo speleologico: uno smartphone e un’app come Scaniverse permettono di ottenere in pochi minuti un modello 3D che un tempo avrebbe richiesto attrezzature professionali molto più costose.

Uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Archaeological Science ha confermato, in una cavità spagnola, l’affidabilità di questo approccio per la documentazione speleologica, pur con i limiti di portata tipici di un sensore da smartphone rispetto a uno scanner laser professionale.
Il problema, semmai, arriva dopo: come condividere questi rilievi con chi non è speleologo, o anche solo con altri gruppi? Le piattaforme oggi disponibili — da Sketchfab a Matterport, dai visualizzatori di nuvole di punti ai software desktop specialistici — coprono in parte questa esigenza, quasi sempre a un prezzo: abbonamenti a pagamento, file troppo pesanti, nessuno strumento di misura integrato, assenza di reale immersività in VR, difficoltà a collocare la cavità su una mappa.
3D Cave Viewer nasce per colmare questo spazio.

È un’applicazione web che gira in qualunque browser, senza installazioni: si apre da una mappa geolocalizzata delle cavità e si entra nel modello 3D con un click, scegliendo tra tre livelli di immersione — orbitale, in prima persona con rilevamento delle collisioni, oppure in realtà virtuale a scala 1:1 con un visore WebXR. Include strumenti per chi lavora sul campo — misurazioni 3D con aggancio automatico ai vertici, sezioni sui tre assi, annotazioni esportabili — funziona offline una volta scaricato il modello ed è disponibile in quattro lingue.
Il codice è pubblicato sotto licenza GNU GPL v3: qualunque gruppo speleologico può adottarlo gratuitamente, personalizzarlo con il proprio nome e i propri colori e pubblicare i propri rilievi, mantenendo la citazione dell’autore originale.

Il progetto sarà presentato pubblicamente in occasione del raduno speleologico di Costacciaro, nel novembre 2026, quando il repository diventerà accessibile a tutti su GitHub.


«Ci siamo accorti che facevamo tutti rilievi con l’iPhone, ma non riuscivamo a condividerli in modo semplice e intuitivo, né a renderli pubblici a chi è curioso e non è speleologo.» — Davide Brugnoni, autore del progetto

Il progetto nasce quindi da un’esigenza sempre più sentita nel mondo speleologico. La diffusione dei sensori LiDAR integrati negli smartphone ha infatti reso più accessibile la realizzazione di modelli tridimensionali, ma rimane il problema di come mostrarli facilmente anche a chi non dispone di software specialistici. «Ci siamo accorti che facevamo tutti rilievi con l’iPhone, ma non riuscivamo a condividerli in modo semplice e intuitivo, né a renderli pubblici a chi è curioso e non è speleologo», spiega Brugnoni nella presentazione ufficiale del progetto.

3D Cave Viewer non richiede installazioni e offre tre modalità di esplorazione: orbitale, in prima persona e attraverso la realtà virtuale. Supporta i formati tridimensionali GLB, GLTF e OBJ ed è disponibile con interfaccia in italiano, inglese, francese e spagnolo. Tra le tecnologie impiegate figurano PHP, Three.js, Leaflet/OpenStreetMap e WebXR.

Uno degli aspetti più interessanti è la filosofia con cui il software è stato concepito. Il progetto sarà distribuito come open source con licenza GNU GPL v3. I gruppi speleologici potranno adottarlo e adattarlo alle proprie esigenze, m laa licenza GNU GPL v3 impone due regole: condividere il codice di qualsiasi versione derivata sotto questa stessa licenza, e citare l’autore linkando il repository GitHub originale. Questo garantisce che il software resti sempre libero e permette a chiunque di risalire alla fonte e ripartire da lì.

Il progetto è gratuito e sviluppato nel tempo libero, senza sponsor. Se è utile o si vuole vederlo crescere, una donazione aiuta a coprire le ore di sviluppo e l’intelligenza artificiale che affianca Davide nella scrittura del codice.

Attenzione: come è stato scritto, il repository con il codice sorgente diventerà accessibile dal 1° novembre 2026, in occasione della presentazione pubblica prevista al Raduno 2026.

L’obiettivo va quindi oltre la semplice spettacolarizzazione del mondo sotterraneo: lo strumento è rivolto a gruppi speleologici e sezioni CAI, ricercatori, geologi, scuole e attività di divulgazione, offrendo una modalità immediata per documentare e comunicare ambienti normalmente accessibili soltanto a persone preparate e attrezzate.

3D Cave Viewer è un bel punto d’incontro fra speleologia, rilievo digitale e divulgazione, trasformando il browser in una finestra sul sottosuolo e offrendo ai gruppi la possibilità di valorizzare e condividere il proprio patrimonio di rilievi tridimensionali.

Fonte: post Buio Verticale e comunicato stampa e press kit ufficiale di 3D Cave Viewer – Gruppo Speleologico CAI Gubbio «Buio Verticale», progetto sviluppato da Davide Brugnoni. Press kit aggiornato al 30 luglio 2026

PayPal https://www.paypal.com/paypalme/DavideBrugnoni92

Repository: https://www.3dcaveviewer.com/?fbclid=IwY2xjawTjqqFwZG9mAWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY4NTUzMTcyOAABHkjRrD1ea6BRodsd3scnWKXsLC9Wh60p8C_O0gmP4j01ObNIIesXvzj-hNiR_aem_9mt7eJ03qSMy9JOMNKyADg#cv-countdown

Comunicato stampa: https://www.3dcaveviewer.com/press

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  • Giornata epica per la speleologia: raggiunte le zone alte del Landre Scur!
    Condividi Un sogno lungo più di quarant’anni sembra essersi finalmente realizzato nelle profondità delle Dolomiti Friulane: “A volte i sogni si avverano. 9 agosto 2026, grazie a tutti!”, scrive Felpe «Siamo entrati nelle zone alte del Landre Scur!». Poche parole, quelle pubblicate sui social da Filippo Felici (Felpe), ma sufficienti ad accendere l’entusiasmo di chi conosce la storia delle esplorazioni speleologiche di quest’area. Il Landre Scur, nel territorio di Claut, è una delle cavi
     

Giornata epica per la speleologia: raggiunte le zone alte del Landre Scur!

August 10th 2026 at 12:21

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Un sogno lungo più di quarant’anni sembra essersi finalmente realizzato nelle profondità delle Dolomiti Friulane: “A volte i sogni si avverano. 9 agosto 2026, grazie a tutti!”, scrive Felpe


«Siamo entrati nelle zone alte del Landre Scur!».

Poche parole, quelle pubblicate sui social da Filippo Felici (Felpe), ma sufficienti ad accendere l’entusiasmo di chi conosce la storia delle esplorazioni speleologiche di quest’area.

Il Landre Scur, nel territorio di Claut, è una delle cavità più importanti del massiccio del Monte Resettum e da decenni rappresenta uno degli obiettivi delle esplorazioni condotte sotto questa straordinaria montagna. Il Catasto Speleologico regionale registra quasi quattro chilometri di sviluppo e indica ancora la presenza di prosecuzioni accessibili. (catastogrotte.regione.fvg.it)

Scintilena aveva raccontato nei mesi scorsi, traendo le notizie dagli esploratori, il grande fermento esplorativo nel vicino Colciavath, dove nuove scoperte continuano ad alimentare l’ipotesi di un sistema sotterraneo molto più vasto e complesso. (Scintilena)

Nella fotografia pubblicata da Felici, una scritta rossa sulla roccia sembra condensare tutta l’emozione del momento: “9-8-2026 – Le terre non più lontane”.

Per conoscere la portata della scoperta e capire esattamente quale collegamento sia stato raggiunto bisognerà attendere il racconto dettagliato degli esploratori. E noi lo aspettiamo con impazienza!

Intanto, però, una cosa possiamo già dirla: congratulazioni a Felpe e a tutti gli speleologi protagonisti di questa esplorazione. Una giornata da ricordare per la speleologia!

Foto e notizia: dal post di Filippo Felici

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  • Al Festival Amore & Rabbia due appuntamenti dedicati al buio: grotte, ricerca e arte
    Condividi Il 12 e 13 agosto 2026, a Verzino (Crotone), visite alle Grotte Rupestri e l’incontro “Ascoltare il buio” Il Festival Amore & Rabbia, giunto alla sua diciassettesima edizione, dedica quest’anno due appuntamenti al mondo sotterraneo e al fascino del buio, proponendo un percorso tra patrimonio rupestre, speleologia, ricerca scientifica e arte. Il primo appuntamento è fissato per il 12 agosto alle ore 10, con una visita guidata alle Grotte Rupestri di Verzino, uno dei siti stori
     

Al Festival Amore & Rabbia due appuntamenti dedicati al buio: grotte, ricerca e arte

August 10th 2026 at 05:30

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Il 12 e 13 agosto 2026, a Verzino (Crotone), visite alle Grotte Rupestri e l’incontro “Ascoltare il buio”

Il Festival Amore & Rabbia, giunto alla sua diciassettesima edizione, dedica quest’anno due appuntamenti al mondo sotterraneo e al fascino del buio, proponendo un percorso tra patrimonio rupestre, speleologia, ricerca scientifica e arte.

Il primo appuntamento è fissato per il 12 agosto alle ore 10, con una visita guidata alle Grotte Rupestri di Verzino, uno dei siti storici più suggestivi della Calabria. Accompagnati da guide specializzate, i partecipanti potranno conoscere un complesso scavato nell’arenaria ai piedi del centro storico, in località Sperone, abitato fin dalla preistoria e successivamente utilizzato dai monaci bizantini e dalle famiglie del paese.

Le grotte, sviluppate su più livelli come un edificio naturale, rappresentano una straordinaria testimonianza della storia del territorio e sono oggi candidate tra “I Luoghi del Cuore” del FAI, iniziativa che punta alla loro tutela e valorizzazione. Durante il festival sarà possibile anche sostenere la candidatura, che può essere votata anche qui: voto FAI Grotte Rupestri di Verzino

Il secondo appuntamento è in programma il 13 agosto alle ore 19, nell’atrio del Palazzo Ducale, con “Ascoltare il buio – Un viaggio tra grotte, suoni, ricerca e arte”, realizzato in collaborazione con la Società Speleologica Italiana ETS e il Gruppo Speleologico Le Grave di Verzino.

L’incontro accompagnerà il pubblico alla scoperta delle grotte attraverso una prospettiva originale, dove il buio diventa spazio di ascolto, esplorazione e conoscenza.

Due appuntamenti diversi ma complementari, per dialogare con il pubblico attraverso esperienze immersive e multidisciplinari.

Informazioni utili

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  • “Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure
    Condividi Un articolo di Mario De Biasi e Silvano Motti anticipava la necessità di conoscere e tutelare le principali aree carsiche della Liguria Fabio Negrino, Professore associato di Preistoria e Protostoria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Genova, sempre attento alle connessioni con la speleologia, ha condiviso un articolo del Notiziario Culturale dell’Università Popolare Sestrese, del mese di luglio 1980. Lo ringraziamo come sempre della
     

“Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure

August 10th 2026 at 05:00

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Un articolo di Mario De Biasi e Silvano Motti anticipava la necessità di conoscere e tutelare le principali aree carsiche della Liguria

Fabio Negrino, Professore associato di Preistoria e Protostoria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Genova, sempre attento alle connessioni con la speleologia, ha condiviso un articolo del Notiziario Culturale dell’Università Popolare Sestrese, del mese di luglio 1980. Lo ringraziamo come sempre della sua attenzione, da archeologo e da speleologo.

La pubblicazione, a firma di Mario De Biasi e Silvano Motti e’ destinata a diventare una preziosa testimonianza della conoscenza speleologica ligure dell’epoca. Intitolato “Le aree carsiche liguri”, il contributo proponeva una panoramica delle principali zone carsiche della regione, sottolineandone il valore naturalistico, idrogeologico, archeologico e paesaggistico.

Il testo prendeva spunto dalla (allora) recente Legge regionale 12 settembre 1977, n. 40, dedicata alla tutela dei valori naturali e alla promozione dei parchi e delle riserve naturali.

Gli autori osservavano come il patrimonio carsico meritasse strumenti di tutela specifici, auspicando una normativa regionale dedicata alla speleologia e alla conservazione delle aree carsiche.

A onor del vero, in Liguria, dopo la LR 40/1977, per la speleologia è arrivata la Legge regionale 3 aprile 1990, n. 14, “Norme per la tutela del patrimonio speleologico e delle aree carsiche e per lo sviluppo della speleologia”, abrogata e sostituita dalla successiva Legge regionale 6 ottobre 2009, n. 39, recante “Norme per la valorizzazione della geodiversità, dei geositi e delle aree carsiche in Liguria” (GU 3a Serie Speciale – Regioni n.25 del 26-06-2010).

Torniamo all’articolo, che ha riflessioni che, rilette oggi, appaiono di straordinaria attualità.

Si passano in rassegna le principali aree carsiche della Liguria, dalle grotte dei Balzi Rossi all’Alta Valle Nervia, dalle gole di Creppo e Realdo alle valli Tanarello, Tanaro e Arroscia, fino al Bric Galero, Toirano, Melogno, Finale Ligure, Bergeggi, Isoverde, Monte Maggio, Portovenere e alle isole Palmaria, Tino e Tinetto. Ogni zona viene descritta evidenziandone gli aspetti geologici, speleologici, idrogeologici e archeologici, offrendo una vera e propria carta d’identità del patrimonio carsico ligure.

Un aspetto particolarmente interessante è l’attenzione riservata al ruolo delle acque sotterranee. De Biasi e Motti ricordano infatti come molte aree carsiche costituiscano i bacini di alimentazione delle principali sorgenti della regione, sottolineando il legame tra speleologia e gestione delle risorse idriche, un tema che negli ultimi decenni è diventato sempre più centrale.

Tra le aree descritte compare anche il Monte Gazzo, a Sestri Ponente. Già nel 1980 gli autori evidenziavano come l’intensa attività estrattiva avesse distrutto numerosi fenomeni carsici, pur riconoscendo l’importanza speleologica della montagna e la presenza di molte cavità.

A distanza di quarantacinque anni, quella descrizione assume il valore di una fotografia storica: l’escavazione è infatti proseguita, ampliando ulteriormente il fronte di cava e trasformando il rilievo ben oltre quanto fosse allora documentabile. Il confronto tra il testo del 1980 e la situazione attuale restituisce con chiarezza la portata delle trasformazioni subite da uno dei principali affioramenti calcarei dell’area genovese.

Anzi, in alcuni casi, il rilievo è tutto ciò che resta del patrimonio speleologico. E’ il caso del Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone: la grotta era stata scoperta già nel 1971 proprio grazie alla cava che ne intercettato la parte superiore, una condotta forzata molto concrezionata che immetteva in un pozzo da 30 metri. L’ingresso è stato poi distrutto. Parte della grotta è tornata alla luce nel 1973 per un breve periodo. In questo anno la grotta è stata in parte esplorata, purtroppo la prosecuzione dei lavori di estrazione della cava hanno impedito di ultimare l’esplorazione.

Nel 2012 è stato steso un nuovo rilievo. Dopo di questo, il nulla.

Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone – foto Daniele Gortan

Rileggere oggi “Le aree carsiche liguri” significa riscoprire uno dei primi tentativi di descrivere in modo organico il patrimonio carsico regionale. Molti dei siti citati sono oggi meglio conosciuti e tutelati, mentre altri hanno subito profonde trasformazioni. Proprio per questo la documentazione storica assume un valore fondamentale: conoscere il passato permette di comprendere l’evoluzione del territorio e di misurare ciò che è stato conservato e ciò che, invece, è andato perduto. Il lavoro di Mario De Biasi e Silvano Motti conserva quindi un duplice valore: da un lato rappresenta una sintesi della conoscenza speleologica ligure all’inizio degli anni Ottanta, dall’altro costituisce una preziosa testimonianza dello stato di conservazione del territorio prima delle profonde trasformazioni che hanno interessato alcune delle sue aree più significative.

Un esempio significativo è il Monte Gazzo. Se il rilievo del Monte è stato profondamente modificato dall’attività estrattiva rispetto alla situazione descritta nel 1980, oggi continua però a raccontare la propria storia attraverso il Catasto Speleologico della Delegazione Speleologica Ligure – DSL, ma anche grazie al Museo di Speleologia del Monte Gazzo (https://srvcarto.regione.liguria.it/geoservices/apps/viewer/pages/apps/cultura/?LUOGO=32899).

Il Museo, voluto e animato per anni dall’impegno dell’inossidabile Carlo Marzio, è oggi aperto regolarmente nei fine settimana grazie all’attività dei volontari, che ne portano avanti l’opera di divulgazione e conservazione della memoria. Questo è un modo concreto per ricordare che la tutela del patrimonio carsico passa anche attraverso la conoscenza della sua storia e delle persone che l’hanno studiato e raccontato.

Ne riparleremo: è una promessa, non una minaccia. Del Museo Speleologico del Monte Gazzo e delle persone che oggi ne garantiscono l’apertura torneremo a parlare nei prossimi giorni.

Grazie a Fabio Negrino per la condivisione dell’articolo “Le aree carsiche liguri” : un’importante memoria storica per la Liguria speleologica.

Fonte

De Biasi M., Motti S. (1980), Le aree carsiche liguri, Notiziario Culturale, Bollettino mensile dell’Università Popolare Sestrese, Anno XXVI, n. 6, luglio 1980

Info sul Museo di Speleologia “Monte Gazzo” https://www.museionline.info/musei/museo-di-speleologia-monte-gazzo-di-genova

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Dalle Apuane al catalogo mondiale dei minerali: la delchiaroite, minerale unico al mondo, specie mineralogica ufficialmente riconosciuta

August 9th 2026 at 05:30

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La scoperta avvenuta nella cava La Piana di Colonnata è entrata definitivamente nella mineralogia internazionale. PArlarne è un’occasione per ricordare che le Alpi Apuane continuano a custodire tesori scientifici straordinari, mentre il loro paesaggio viene consumato giorno dopo giorno

Dalle cave di Colonnata la delchiaroite: la sua scoperta racconta la straordinaria complessità geologica di un territorio fragile e prezioso. Riparliamone.

Fa male, spesso, guardare le Alpi Apuane. Lo sguardo passa dalle montagne amputate, dalle creste trasformate in gradoni, dai versanti divorati dall’escavazione a scorci di un paesaggio che, nonostante tutto, continua a essere di una bellezza quasi disarmante. È una contraddizione difficile da accettare.

Proprio pensando alle Apuane mi è tornata alla mente una storia che avevamo raccontato nei mesi scorsi su Scintilena. Una storia diversa, che parla ancora di cave, ma di ricerca, di scienza e della straordinaria capacità della natura di sorprenderci.

È la storia della delchiaroite.

Un nome nuovo per la scienza, ma soprattutto una prova di quanto le Alpi Apuane rappresentino ancora uno dei laboratori mineralogici più straordinari del pianeta. Non soltanto cave, non soltanto marmo: un laboratorio naturale ancora capace di rivelare pagine inedite della storia della Terra.

La delchiaroite, di formula Cu3I(CH3S)2, è un minerale eccezionale sotto molti aspetti. È il primo ioduro-metantiolato naturale mai scoperto e, almeno per ora, è conosciuto in un’unica località al mondo: la cava La Piana di Colonnata, nel bacino marmifero di Carrara.

La nuova specie è dedicata a Lorenzo Del Chiaro, appassionato ricercatore e collezionista toscano, che ha contribuito in modo determinante alla conoscenza della mineralogia apuana.

Lorenzo Del Chiaro, a cui è dedicata la nuova specie mineralogica scoperta a Carrara – da https://www.dst.unipi.it/archivio/item/2416-miner_carrara.html

La scoperta è frutto del lavoro di un gruppo di ricerca coordinato dall’Università di Pisa, con Cristian Biagioni tra gli autori principali dello studio, insieme a studiosi italiani e internazionali che hanno analizzato composizione chimica, struttura cristallina e genesi del minerale.

Con l’approvazione dell’International Mineralogical Association e la successiva pubblicazione della descrizione scientifica sull’European Journal of Mineralogy, la delchiaroite è oggi a pieno titolo una specie mineralogica riconosciuta a livello internazionale.

Si presenta in minuscoli cristalli di colore giallo chiaro (il verde che si vede nella foto appartiene alla zincolivenite associata, non alla delchiaroite) spesso inferiori al decimo di millimetro. Per identificarla non basta certo una lente d’ingrandimento: sono necessarie sofisticate analisi mineralogiche, cristallografiche e chimiche che hanno permesso di dimostrare come si tratti di una specie completamente nuova.

Dalle cave di Colonnata la delchiaroite: la sua scoperta parla della complessità geologica di un territorio fragile e prezioso – foto Cristian Biagioni – EJM – CC BY 4.0

La sua particolarità risiede nella presenza dello iodio, un elemento estremamente raro nel mondo minerale. Soltanto 31 delle oltre 6.100 specie minerali conosciute contengono infatti iodio come costituente chimico. Ancora più sorprendente è la presenza di un gruppo organico nella sua struttura: un aspetto che suggerisce un legame profondo tra processi geologici e materia biologica. Lo studio dell’Università di Pisa indica infatti la delchiaroite come una possibile “biofirma” legata alla formazione dei marmi delle Apuane.

Le Alpi Apuane non sono nuove a queste sorprese. Da oltre due secoli rappresentano uno dei territori più importanti al mondo per la mineralogia. In un’area relativamente limitata sono state descritte oltre cento specie minerali, molte delle quali rare o addirittura uniche, favorite dalla straordinaria complessità geologica di queste montagne.

È un patrimonio che continua a crescere. Ancora oggi, dopo secoli di studi e di attività estrattiva, le Apuane sono capaci di regalare nuove scoperte alla scienza internazionale.

Le Apuane: un patrimonio oltre il marmo

Per chi frequenta il mondo sotterraneo, questa scoperta non arriva come una sorpresa, ma come l’ennesima conferma dell’unicità di questi monti travagliati.

Le Alpi Apuane sono uno dei sistemi carsici più importanti d’Italia, un territorio dove cavità naturali, miniere, sorgenti e ambienti ipogei convivono con una biodiversità e una geodiversità straordinarie.

Ed è proprio nelle cavità dei marmi, spesso invisibili o distrutte dall’attività estrattiva, che si nascondono queste rarità. La delchiaroite diventa così anche un simbolo: dimostra quanto poco conosciamo ancora di questi ambienti e quanto sia facile perderne per sempre le testimonianze.

La cava La Piana (Colonnata, Carrara), dove è stata rinvenuta la delchiaroite
Tra i fronti di escavazione delle Alpi Apuane continua a emergere un patrimonio scientifico di valore mondiale @Alessandro Michelazzi

Mentre il marmo continua a essere estratto e il paesaggio cambia sotto gli occhi di tutti, queste montagne dimostrano di custodire ancora informazioni preziose sulla storia della Terra, minerali mai osservati prima e processi geologici ancora da comprendere.

Ogni nuova scoperta ricorda che il valore delle Apuane non risiede soltanto nel marmo che se ne può ricavare, ma anche nella conoscenza che continuano a offrire alla comunità scientifica internazionale.

Il punto di vista di noi speleologi

Dal nostro punto di vista, questa scoperta assume un significato ancora più forte.

Oltre la curiosità per un nuovo minerale, c’è un richiamo all’attenzione sul valore delle Apuane come sistema complesso: geologico, biologico e culturale.

Le stesse montagne che hanno fornito il marmo più famoso al mondo continuano a restituire conoscenza, ma lo fanno in contesti fragili, dove l’equilibrio tra sfruttamento e conservazione è sempre più delicato.

Per gli speleologi, abituati a leggere il territorio dall’interno, questa scoperta è un invito a guardare oltre la superficie. Ogni cavità, ogni frattura, ogni microambiente può custodire informazioni uniche e irripetibili.

Una scoperta che interroga il futuro

La delchiaroite rappresenta oggi un unicum mondiale. Ma soprattutto rappresenta una domanda aperta: quante altre storie invisibili custodiscono ancora queste montagne?

Le Apuane non sono soltanto un giacimento di marmo. Sono un archivio della storia della Terra, un laboratorio naturale che continua a sorprendere la scienza. Ogni nuova scoperta ci ricorda che il loro valore non può essere misurato soltanto in tonnellate estratte.

Continuare a consumarle, cava dopo cava, versante dopo versante, significa correre il rischio di distruggere pagine di quel grande libro prima ancora di averle lette.

Difendere le Alpi Apuane non significa opporsi alla conoscenza o al lavoro. Significa riconoscere che alcune ricchezze non possono essere ricreate una volta perdute. La delchiaroite, oggi unica al mondo, ce lo ricorda con la forza silenziosa di un minuscolo cristallo nato milioni di anni fa.

Le Apuane continuano a insegnarci che non sono soltanto cave. Sono laboratori vivi. E sarebbe un errore irreparabile distruggerli prima di aver compreso fino in fondo ciò che hanno ancora da raccontare.

Le istituzioni hanno il dovere di difendere questo patrimonio. La tutela può passare anche dallo studio del minerale di recente scoperta.

Foto: Delchiaroite, olotipo proveniente dalla cava La Piana (Colonnata, Carrara), conservato presso il Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa. Foto: Cristian Biagioni (da European Journal of Mineralogy, CC BY 4.0)

Fonti:

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  • La Cjasa dei Venth si presenta: un viaggio nel cuore della speleologia
    Condividi Un appuntamento per conoscere da vicino l’affascinante mondo delle grotte, delle esplorazioni e della ricerca scientifica Giovedì 13 agosto 2026, alle 20.30, il Rifugio Pradut ospiterà “La Cjasa dei Venth si presenta”, un incontro organizzato in collaborazione con il Gruppo Speleologico di Sacile. L’evento offrirà al pubblico l’opportunità di entrare nel mondo della speleologia attraverso il racconto delle attività del gruppo, delle più recenti esplorazioni e delle scoperte che c
     

La Cjasa dei Venth si presenta: un viaggio nel cuore della speleologia

August 9th 2026 at 05:00

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Un appuntamento per conoscere da vicino l’affascinante mondo delle grotte, delle esplorazioni e della ricerca scientifica

Giovedì 13 agosto 2026, alle 20.30, il Rifugio Pradut ospiterà “La Cjasa dei Venth si presenta”, un incontro organizzato in collaborazione con il Gruppo Speleologico di Sacile.

L’evento offrirà al pubblico l’opportunità di entrare nel mondo della speleologia attraverso il racconto delle attività del gruppo, delle più recenti esplorazioni e delle scoperte che continuano ad arricchire la conoscenza del patrimonio carsico del territorio e non solo.

Sarà l’occasione per ascoltare le esperienze direttamente dalla voce degli speleologi, conoscere le tecniche di esplorazione e comprendere il valore scientifico e ambientale delle ricerche condotte nel sottosuolo.

L’incontro è aperto a tutti: dagli appassionati di montagna e natura a chi desidera avvicinarsi per la prima volta alla speleologia, in un contesto informale e suggestivo come quello del Rifugio Pradut, punto di riferimento per gli escursionisti delle Dolomiti Friulane.

Un invito a lasciarsi affascinare da un mondo nascosto, dove ogni esplorazione può trasformarsi in una nuova scoperta, diffuso anche tramite social.

A invitare il pubblico è Filippo Felici, che su Facebook ha lanciato un semplice messaggio: “Vi aspettiamo”.

Il Rifugio Pradut si trova nel territorio di Claut, in provincia di Pordenone, a 1.450 metri di quota, sul versante nord del Monte Resettum, all’interno del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane.

Per raggiungerlo si attraversa l’abitato di Claut fino alla frazione di Lesis. Dal parcheggio di Pian del Muscol (accesso regolamentato da pedaggio) si può salire al rifugio percorrendo la strada forestale oppure il sentiero CAI 960A, più diretto.

Appuntamento: giovedì 13 agosto 2026, ore 20.30, Rifugio Pradut.

L’ingresso è libero, ma meglio telefonare o arrivare presto: la presentazione è già slittata dalle 17.30 alle attuali 20.30 per la prevista grande partecipazione!

CONTATTI RIFURIO PRADUT:

Tel +39 3458289307

Mail: rifugio.pradut@gmail.com

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  • L’eredità dei Neanderthal vive nei nostri muscoli: scoperta una variante genetica che aumenta la massa muscolare
    Condividi Un recettore dell’ormone della crescita ereditato dagli incroci tra Neanderthal e Homo sapiens è ancora presente in alcune popolazioni moderne Uno studio condotto su oltre un milione di persone mostra che la variante rende le cellule più sensibili all’ormone della crescita ed è associata a una maggiore massa muscolare e ad alcuni caratteri anatomici che ricordano i Neanderthal I Neanderthal sono scomparsi come popolazione umana distinta circa 40.000 anni fa, ma una parte della lo
     

L’eredità dei Neanderthal vive nei nostri muscoli: scoperta una variante genetica che aumenta la massa muscolare

August 8th 2026 at 05:30

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Un recettore dell’ormone della crescita ereditato dagli incroci tra Neanderthal e Homo sapiens è ancora presente in alcune popolazioni moderne

Uno studio condotto su oltre un milione di persone mostra che la variante rende le cellule più sensibili all’ormone della crescita ed è associata a una maggiore massa muscolare e ad alcuni caratteri anatomici che ricordano i Neanderthal

I Neanderthal sono scomparsi come popolazione umana distinta circa 40.000 anni fa, ma una parte della loro biologia continua letteralmente a vivere dentro di noi.

Un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology ha individuato una variante del recettore dell’ormone della crescita (GHR, Growth Hormone Receptor), ereditata dai Neanderthal, che negli esseri umani moderni è associata a una maggiore massa muscolare.

La ricerca, coordinata da Philipp Kanis e Hugo Zeberg e realizzata da un gruppo internazionale che comprende ricercatori del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology e del Karolinska Institutet, offre una delle dimostrazioni più interessanti di come l’antica mescolanza genetica tra Homo sapiens e Neanderthal possa avere ancora oggi conseguenze fisiologiche misurabili.

Un corpo robusto non era soltanto questione di ossa

Lo scheletro dei Neanderthal racconta da tempo la storia di esseri umani dalla corporatura particolarmente robusta.

Ossa massicce, articolazioni potenti e numerose caratteristiche anatomiche suggeriscono una muscolatura sviluppata. Ma stabilire quali componenti genetiche contribuissero a questa costituzione è molto più difficile.

Gli autori dello studio hanno quindi rivolto l’attenzione all’asse biologico che regola la crescita corporea e, in particolare, al recettore dell’ormone della crescita.

Cranio di Homo neanderthalensis esposto al Naturmuseum Freiburg. Foto: Daderot, CC0/Wikimedia Commons

Il GH, prodotto dall’ipofisi, esercita infatti numerosi effetti sulla crescita e sul metabolismo legandosi a specifici recettori presenti sulla superficie delle cellule. Una variazione nella struttura del recettore può quindi modificare il modo in cui le cellule rispondono al segnale ormonale.

Analizzando genomi neanderthaliani ad alta copertura, i ricercatori hanno identificato nel loro recettore dell’ormone della crescita due modificazioni di amminoacidi caratteristiche, insieme ad altre differenze genetiche.

Una parte di questo patrimonio genetico non è però scomparsa con loro.

Un gene passato dai Neanderthal ai Sapiens

Circa 47.000 anni fa, secondo la ricostruzione effettuata dai ricercatori, un segmento di DNA contenente la versione neanderthaliana del recettore entrò nel patrimonio genetico degli esseri umani moderni attraverso gli incroci fra le due popolazioni.

È uno dei numerosi esempi di quella che i genetisti chiamano introgressione neanderthaliana.

Calotta cranica di Neanderthal 1, scoperta nel 1856 nella grotta di Feldhofer, in Germania. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Quando Homo sapiens, uscito dall’Africa, incontrò le popolazioni neanderthaliane dell’Eurasia, gli incontri non furono soltanto culturali o competitivi: ci furono anche incroci e discendenza fertile.

Per questo motivo una parte del genoma delle popolazioni umane attuali di origine non africana deriva ancora oggi dai Neanderthal.

La variante del recettore dell’ormone della crescita studiata dai ricercatori non è distribuita uniformemente nel mondo. Oggi è presente soprattutto nell’Asia meridionale e orientale e, in alcune popolazioni, può raggiungere una frequenza di circa il 24 per cento.

In Europa, invece, risulta molto più rara.

Le cellule con il recettore neanderthaliano crescono di più

Per capire se le differenze genetiche avessero davvero un effetto biologico, gli scienziati non si sono limitati al confronto dei genomi.

Hanno realizzato esperimenti cellulari confrontando cellule dotate della forma più comune del recettore umano moderno con cellule nelle quali era presente il recettore di tipo neanderthaliano.

Quando sono state stimolate con l’ormone della crescita prodotto dall’ipofisi, le cellule con il recettore neanderthaliano hanno mostrato una risposta decisamente più intensa.

Nell’esperimento, nell’arco di cinque giorni, la loro crescita è risultata circa il 40 per cento superiore rispetto alle cellule con il recettore umano moderno più comune.

Una delle modificazioni del recettore sembra essere particolarmente importante perché prolunga l’attivazione del segnale cellulare collegato all’ormone della crescita.

Il dato suggerisce quindi che il recettore neanderthaliano non rappresenti semplicemente una curiosità genetica sopravvissuta per decine di migliaia di anni: funziona in maniera leggermente diversa.

La prova in oltre un milione di persone

Il passaggio successivo è stato verificare se questa differenza osservata in laboratorio producesse conseguenze visibili anche negli esseri umani contemporanei.

Ricostruzione di Homo neanderthalensis al MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Foto: Matteo De Stefano/MUSE, CC BY-SA 3.0

I ricercatori hanno analizzato dati genetici e biometrici relativi a oltre 1,1 milioni di adulti.

Il risultato è sorprendentemente coerente con gli esperimenti cellulari.

Le persone portatrici della variante neanderthaliana presentano mediamente un peso corporeo leggermente superiore. Lo studio quantifica l’associazione in circa 285 grammi per copia della variante, e quasi tutta questa differenza è riconducibile alla massa magra, in particolare alla massa muscolare, e non a una maggiore quantità di grasso.

Non significa naturalmente che chi possiede questa variante sia automaticamente molto muscoloso.

L’effetto sul singolo individuo è piccolo e la costituzione fisica dipende da moltissimi geni, dall’alimentazione, dall’attività fisica, dall’età e da numerosi altri fattori biologici e ambientali.

Ma su una popolazione molto numerosa il segnale genetico emerge.

Nei bambini l’effetto non compare

Un altro risultato particolarmente interessante riguarda l’età.

Analizzando più di 6.000 bambini di età pari o inferiore a 11 anni, i ricercatori non hanno osservato lo stesso effetto sulla massa corporea.

La differenza sembra quindi manifestarsi più avanti nella vita, probabilmente in relazione ai cambiamenti ormonali della pubertà.

È un particolare che rafforza l’ipotesi del coinvolgimento del sistema dell’ormone della crescita: l’effetto genetico sembra infatti comparire proprio quando quel sistema assume un ruolo importante nello sviluppo della massa muscolare adulta.

Non soltanto muscoli: denti e mandibola conservano altre tracce

L’eredità neanderthaliana individuata nello studio non sembra riguardare esclusivamente i muscoli.

Nei portatori della variante i ricercatori hanno osservato anche radici dentarie leggermente più corte e sottili differenze nella forma della mandibola.

Sono caratteristiche che, pur essendo molto modeste negli esseri umani contemporanei, richiamano alcuni tratti osservati nei fossili neanderthaliani.

Il risultato è particolarmente suggestivo perché mette in relazione tre livelli di osservazione normalmente studiati separatamente: il DNA antico, gli esperimenti di biologia cellulare e l’anatomia delle popolazioni umane moderne.

Un tema già discusso a Finalborgo

Il tema dell’eredità neanderthaliana nell’uomo moderno era stato affrontato anche da Fabio Negrino e Franco Capone nell’incontro di Finalborgo del 18 giugno 2026.

Nel volume ‘Neanderthal, l’altra umanità’, Capone ricorda come gli antichi incroci abbiano lasciato nei Sapiens una percentuale di geni neanderthaliani «incorporati in noi».

La nuova ricerca sul recettore dell’ormone della crescita aggiunge oggi un tassello a questo scenario: alcune di quelle antiche varianti genetiche non sono soltanto sopravvissute, ma continuano ad avere effetti biologici misurabili.

Il Neanderthal che continua a vivere in noi

Negli ultimi anni la paleogenetica ha profondamente cambiato l’immagine dei Neanderthal.

Non erano semplicemente una popolazione umana arcaica sostituita dai Sapiens. Una parte di loro è sopravvissuta geneticamente nelle popolazioni che discendono dagli incontri avvenuti in Eurasia decine di migliaia di anni fa.

Sono già note varianti neanderthaliane associate, per esempio, alla risposta immunitaria e ad altre caratteristiche fisiologiche. Il nuovo studio aggiunge un tassello particolarmente concreto: una variante genetica che modifica la risposta delle cellule all’ormone della crescita e lascia una piccola ma misurabile impronta sulla costituzione fisica degli esseri umani di oggi.

«È affascinante che una variante genetica ereditata dai Neanderthal continui ancora oggi a influenzare le persone», osserva Hugo Zeberg del Karolinska Institutet, responsabile dello studio. Lo stesso ricercatore invita però alla cautela: il gene GHR rappresenta soltanto uno dei moltissimi fattori che determinano la crescita e la forma del corpo umano.

La scoperta, quindi, non dimostra che esista un semplice “gene neanderthaliano della forza”.

Mostra qualcosa di scientificamente più interessante.

Un segmento di DNA passato da una popolazione umana all’altra circa 47.000 anni fa può attraversare centinaia di generazioni, sopravvivere fino al presente e continuare a modificare, sia pure in maniera sottile, il funzionamento delle nostre cellule e perfino alcuni aspetti del nostro corpo.

I Neanderthal sono scomparsi.

Ma una parte della loro anatomia continua a vivere negli esseri umani di oggi.

Cranio del Neanderthal di Le Moustier conservato al Neues Museum di Berlino. Foto di Gary Todd, CC0/Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Le_Moustier_Neanderthal_Skull_Neues_Museum_Berlin.jpg

Fonti

Studio scientifico originale

Philipp Kanis, Miriam Berreiter, Daniel Sieme, Olivia Wootton, Xiang-Chun Ju, Nicholas E. Holzwart, David Ziliang Hu, Shu Tadaka, Makiko Taira, Kengo Kinoshita, Richard Agren, Johan G. Olsen, Tomislav Maricic, Hilary C. Martin, Birthe B. Kragelund, Svante Pääbo, Andrew J. Brooks, Hugo Zeberg, Increased signaling of the Neanderthal growth hormone receptor, Current Biology, pubblicato online il 5 agosto 2026. DOI: 10.1016/j.cub.2026.07.025.

Karolinska Institutet, Neanderthal gene variant may increase muscle mass in people living today, 5 agosto 2026, aggiornato il 6 agosto 2026.

Le Scienze / Scientific American, Jackie Flynn Mogensen, Potrebbero essere i geni dei Neanderthal a potenziare i muscoli di alcuni di noi, 7 agosto 2026.

Foto di copertina: Ricostruzione di Homo neanderthalensis al MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Foto: Matteo De Stefano/MUSE, CC BY-SA 3.0

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  • Stillicidio n. 3: esplorare significa anche raccontare
    Condividi È già al terzo numero di Stillicidio, il notiziario online del Gruppo Triestino Speleologi APS. La pubblicazione conferma la propria identità editoriale: non limitarsi a documentare l’attività sociale, ma trasformare esplorazioni, ricerche e iniziative culturali in strumenti di divulgazione. L’editoriale, significativamente intitolato “Divulgare”, chiarisce subito la filosofia del numero. Scoprire nuove cavità, rilevarle e studiarle è fondamentale, ma altrettanto importante è con
     

Stillicidio n. 3: esplorare significa anche raccontare

August 8th 2026 at 05:00

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È già al terzo numero di Stillicidio, il notiziario online del Gruppo Triestino Speleologi APS.

La pubblicazione conferma la propria identità editoriale: non limitarsi a documentare l’attività sociale, ma trasformare esplorazioni, ricerche e iniziative culturali in strumenti di divulgazione.

L’editoriale, significativamente intitolato “Divulgare”, chiarisce subito la filosofia del numero. Scoprire nuove cavità, rilevarle e studiarle è fondamentale, ma altrettanto importante è condividere i risultati con un pubblico sempre più ampio. La divulgazione viene interpretata nelle sue molteplici forme: pubblicazioni, conferenze, mostre, accompagnamenti in grotta e perfino attraverso un curioso excursus storico dedicato alle figurine Liebig, interessante esempio di comunicazione scientifica del passato.

Il tema ritorna già nelle prime pagine dedicate al corso nazionale SSI di III livello sulla documentazione speleologica, organizzato a Bologna. L’articolo evidenzia come oggi, accanto all’esplorazione, diventi essenziale saper reperire fonti attendibili, consultare archivi e costruire una documentazione rigorosa.

Colpisce anche una riflessione molto attuale: la necessità di conoscere gli strumenti bibliografici senza affidarsi esclusivamente all’intelligenza artificiale.

Naturalmente anche l’esplorazione è protagonista. Diverse pagine raccontano i cantieri aperti sul Carso triestino e sloveno: dalla grotta presso la cava Skabar di Monrupino, dove anni di lavori hanno consentito di completare il rilievo della cavità, ai nuovi scavi nella vecchia cava di Lipica, fino alla promettente Dretov dol, dove un ingresso soffiante ha portato alla scoperta di una caverna riccamente concrezionata e ancora in fase di esplorazione. Sono cronache essenziali ed efficaci, accompagnate da rilievi e fotografie che restituiscono il carattere concreto del lavoro degli speleologi.

Escursione alle Grotte di San Canziano (Skocjanske jame), una delle attività divulgative raccontate nel numero

Interessante anche il resoconto delle verifiche nella Jama z verigo pri Jegnu, sul Monte Taiano/Slavnik. Oltre all’indagine sulla corrente d’aria che alimenta la cavità, emerge la presenza di un importante deposito di ossa, elemento che lascia intuire possibili sviluppi interdisciplinari tra speleologia e paleontologia.

Accanto alle esplorazioni, Stillicidio dedica spazio alle attività di aggiornamento del Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia: il lavoro degli speleologi non consiste soltanto nello scoprire nuove grotte, ma anche nel verificare dati, correggere posizioni, aggiornare rilievi e documentare lo stato del patrimonio ipogeo. È un’attività meno evidente, ma fondamentale per la conoscenza e la memoria del territorio carsico.

La divulgazione torna protagonista nel servizio dedicato al Festival dell’Acqua di Staranzano, dove il Gruppo Triestino Speleologi ha contribuito variamente, sia con installazioni artistiche, sia con una conferenza dedicata al ruolo delle grotte come possibili rifugi climatici. Un esempio riuscito di dialogo tra ricerca scientifica, arte contemporanea e sensibilizzazione ambientale.

Il Gruppo Triestino Speleologi al Festival dell’Acqua di Staranzano

Con questo terzo numero, Stillicidio si conferma quale diario dell’attività del Gruppo Triestino Speleologi e, soprattutto, come strumento di comunicazione efficace, che trasforma l’esperienza dell’esplorazione in patrimonio condiviso.

La rivista è consultabile gratuitamente in versione sfogliabile e scaricabile all’indirizzo: https://gtspeleo.it/stillicidio-numero-3-2026

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  • Microplastiche nelle acque di stillicidio: il Carso di Slivia entra nello studio sulle contaminazioni sotterranee
    Condividi Microplastiche nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia: uno studio pubblicato su Groundwater for Sustainable Development rileva fibre cellulosiche, PET e poliuretano e richiama la necessità di monitorare le connessioni tra superficie e sottosuolo. Microplastiche nelle acque di stillicidio, un primo riscontro Le microplastiche nelle acque di stillicidio sono state documentate per la prima volta da una ricerca condotta nella Grotta delle Torri di Slivia, o Pej
     

Microplastiche nelle acque di stillicidio: il Carso di Slivia entra nello studio sulle contaminazioni sotterranee

August 7th 2026 at 07:30

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Microplastiche nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia: uno studio pubblicato su Groundwater for Sustainable Development rileva fibre cellulosiche, PET e poliuretano e richiama la necessità di monitorare le connessioni tra superficie e sottosuolo.

Microplastiche nelle acque di stillicidio, un primo riscontro

Le microplastiche nelle acque di stillicidio sono state documentate per la prima volta da una ricerca condotta nella Grotta delle Torri di Slivia, o Pejca v Lazcu, nel Carso Classico del Nord-Est italiano.

Il lavoro, intitolato Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters, è apparso nel volume 34 di Groundwater for Sustainable Development, rivista Elsevier, ed è disponibile in accesso aperto.

Lo studio è firmato da Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede. Le affiliazioni riuniscono Università di Torino, Politecnico di Torino, CNR-STIIMA, Università di Trieste e Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca.

La ricerca concentra l’attenzione sull’acqua che percola dalla copertura rocciosa e alimenta gli stillicidi di grotta.

Questo flusso rappresenta un collegamento diretto tra ciò che avviene al suolo e gli ambienti ipogei. Nei sistemi carsici, fratture, condotti e doline favoriscono un trasferimento relativamente rapido degli inquinanti verso falde e cavità.

Grotta delle Torri di Slivia e campionamento

Alla Grotta delle Torri di Slivia sono stati esaminati sette punti di campionamento.

Microparticelle antropiche sono state rilevate in quattro punti; le microplastiche vere e proprie sono emerse in tre. Le quantità di microplastiche variavano da zero a 23 particelle per litro.

Il dato non descrive una contaminazione uniforme della cavità.

Indica, invece, differenze locali che potranno essere chiarite solo ricostruendo con maggiore dettaglio i percorsi dell’acqua di infiltrazione, le condizioni meteorologiche e gli usi del suolo nelle rispettive aree di alimentazione.

Gli autori hanno combinato microscopia e analisi spettroscopiche per contare e caratterizzare le particelle.

Questo passaggio è rilevante perché l’osservazione visiva da sola non consente di attribuire con certezza la composizione del materiale.

Una precedente indagine in acque carsiche italiane aveva già applicato filtrazione, microscopia con e senza luce UV e verifiche spettroscopiche, evidenziando l’utilità di metodi integrati.

Microfibre cellulosiche, PET e poliuretano

Il risultato più evidente riguarda la composizione. L’80,5% delle microparticelle antropiche analizzate era di natura cellulosica e l’81,6% presentava forma fibrosa. Il cotone è risultato il materiale più frequente tra le fibre.

Le microplastiche nelle acque di stillicidio identificate con certezza comprendevano soprattutto PET, cioè polietilene tereftalato, e poliuretano. Erano prevalentemente frammenti; è stata segnalata una sola fibra in PET.

Le particelle inferiori a un millimetro costituivano l’89,3% del totale. La classe dimensionale tra 0,49 e 0,10 millimetri era la più rappresentata, con il 51,5% delle particelle.

Il quadro è coerente con quanto osservato in altre ricerche dedicate alle acque carsiche.

Un’indagine pubblicata nel 2023 ha rilevato nelle acque di grotta tra 12 e 54 microplastiche per litro, con una media di 28; le fibre rappresentavano il 95,1% delle particelle e la maggioranza misurava meno di un millimetro.

Doline, infrastrutture e vie di trasporto

Lo studio non attribuisce la contaminazione a una fonte unica. Tra le possibili sorgenti sono indicate discariche e rifiuti nelle doline, attività umane del territorio, infrastrutture viarie e ferroviarie prossime, oltre alle interazioni tra inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo.

Queste ipotesi richiedono verifiche mirate. Il carsismo è un sistema aperto e vulnerabile: le acque superficiali possono entrare rapidamente nel sottosuolo, con tempi di filtrazione spesso ridotti rispetto ad altri acquiferi. In un monitoraggio statunitense su sorgenti carsiche, le concentrazioni di microplastiche sono aumentate in relazione all’urbanizzazione e ai regimi di piena, a conferma dell’importanza del contesto territoriale e degli eventi idrologici.

Per le microplastiche nelle acque di stillicidio, un futuro programma di indagine dovrà quindi associare analisi dei sedimenti e delle acque superficiali, caratterizzazione delle particelle aerodisperse, tracciamento idrogeologico e controlli ripetuti nelle diverse stagioni.

Anche le piogge intense meritano attenzione: studi su falde carsiche hanno osservato che gli eventi di precipitazione possono modificare abbondanza e trasporto delle microplastiche.

Conservazione delle acque carsiche e fauna ipogea

La presenza di microplastiche nelle acque di stillicidio pone una questione che riguarda insieme risorsa idrica, habitat e fauna sotterranea.

Le cavità carsiche ospitano comunità adattate a condizioni ambientali stabili e dipendono da apporti idrici che provengono dall’esterno.

Le evidenze disponibili non consentono di definire nello specifico il rischio ecologico per la Grotta delle Torri di Slivia.

Lo studio segnala però la necessità di considerare gli effetti potenziali su ecosistemi e risorse idriche e propone monitoraggi multidisciplinari orientati alla conservazione.

Il risultato si inserisce in un filone di ricerca in crescita. Nelle grotte turistiche italiane, uno studio sui sedimenti ha trovato microplastiche in tutte le cavità considerate, con valori medi più alti sui percorsi turistici rispetto alle aree speleologiche: 4.300 contro 2.570 particelle per chilogrammo.

La nuova indagine aggiunge un elemento diverso: non riguarda soltanto i depositi o le acque interne, ma le microplastiche nelle acque di stillicidio, cioè nel passaggio con cui la superficie continua a interagire con la grotta. Per gestori, speleologi, ricercatori e amministrazioni locali, la priorità indicata è estendere i controlli dal sottosuolo al bacino di alimentazione.

La collaborazione con grotte turistiche e gruppi speleologici viene indicata dagli autori come utile per avviare studi pilota e raccogliere dati comparabili.

Fonti

Fonti
[1] first evidence of microplastic and microfibre pollution in … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352801X26000949
[2] Preliminary investigations of microplastic pollution in karst systems, from surface watercourses to cave waters – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36424222/
[3] Microplastiche nelle grotte turistiche: una nuova minaccia per il … https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondiale/11/23/
[4] Urbanization and Flooding Enhance Microplastic Pollution in Karst Aquifers https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2022AGUFM.H56D..07B/abstract
[5] Preliminary Study on the Distribution, Source, and Ecological … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9691064/
[6] Microplastics in caves: A new threat in the most famous geo-heritage in the world. Analysis and comparison of Italian show caves deposits https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479723009775
[7] Microplastiche nelle grotte del Timavo: la contaminazione raggiunge … https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-del-timavo-la-contaminazione-raggiunge-300-metri-di-profondita/02/19/
[8] Microplastiche e Microfibre nei Sistemi Carsici – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-e-microfibre-nei-sistemi-carsici-nella-tesi-di-dottorato-di-valentina-balestra/01/29/
[9] Microplastiche in Grotte Inesplorate: Studio Inedito Rivela Inquinamento nel “Continente Buio” Abruzzese – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-in-grotte-inesplorate-studio-inedito-rivela-inquinamento-nel-continente-buio-abruzzese-2/08/24/
[10] Microplastiche nei Sistemi Carsici: l’Inquinamento Silenzioso che … https://www.scintilena.com/microplastiche-nei-sistemi-carsici-linquinamento-silenzioso-che-raggiunge-il-cuore-della-terra/04/26/
[11] Microplastiche nelle grotte turistiche italiane: una nuova minaccia per il patrimonio geologico mondiale – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondiale/08/17/
[12] Microplastiche nelle acque sotterranee: identificata … https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-acque-sotterranee-identificata-presenza-anche-nella-fauna-ipogea/12/28/
[13] Grotte del Carso e Ambiente: Un Evento di Divulgazione … https://www.scintilena.com/grotte-del-carso-e-ambiente-un-evento-di-divulgazione-scientifica-alle-torri-di-slivia/09/17/
[14] Nuovo libro: Impatto umano sulla grotte messicane (in inglese e … https://www.scintilena.com/nuovo-libro-impatto-umano-sulla-grotte-messicane-in-inglese-e-spagnolo/02/26/
[15] Libri: Karst Hydrogeology, Geomorphology and Caves in offerta fino … https://www.scintilena.com/libri-karst-hydrogeology-geomorphology-and-caves-in-offerta-fino-a-fine-anno/06/23/
[16] Solo un mese per scaricare il nuovo studio sulle microplastiche nelle … https://www.scintilena.com/solo-un-mese-per-scaricare-il-nuovo-studio-sulle-microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane/06/10/
[17] Microplastiche nelle Acque Sotterranee: Nuovo Studio nel Regno Unito Rivela Dati Preoccupanti – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-acque-sotterranee-nuovo-studio-nel-regno-unito-rivela-dati-preoccupanti/11/20/
[18] Studio e ricerca delle tracce invisibili dell’inquinamento … https://www.scintilena.com/studio-e-ricerca-delle-tracce-invisibili-dellinquinamento-plastico/04/25/
[19] Slovenia – 25th International Karstological School “Classical Karst” MILESTONES AND CHALLENGES IN KARSTOLOGY – Scintilena https://www.scintilena.com/slovenia-25th-international-karstological-school-classical-karst-milestones-and-challenges-in-karstology/03/05/
[20] Via all’ International Spring Project per monitorare le microplastiche nelle grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/via-all-international-spring-project-per-monitorare-le-microplastiche-nelle-grotte/08/04/
[21] Lost in the Dark: Current Evidence and Knowledge Gaps About Microplastic Pollution in Natural Caves https://arts.units.it/retrieve/2bffc6be-4ce5-4101-b6fe-b6f791b2dca5/Piccardo%20&%20Bevilacqua_2024_Environments.pdf
[22] Microplastic pollution in karst areas: a threat to caves … https://iris.polito.it/handle/11583/2972057
[23] Preliminary investigations of microplastic pollution in karst systems, from surface watercourses to cave waters https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0169772222001656
[24] Above and in the underground: Linking microplastic patterns in cave … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749125013120
[25] Research article Seasonal dynamics and typology of microplastic pollution in Huixian karst wetland groundwater: Implications for ecosystem health https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0301479724008685
[26] Microplastics in Pristine Caves of the Classic Karst (NE Italy) https://arts.units.it/handle/11368/3125238
[27] [PDF] A case study from Classical karst – AIR Unimi https://air.unimi.it/retrieve/d649ed0d-9515-4fcd-8280-45d334b6fe77/Balestra%20et%20al%202024%20microplastics%20karst%20proteus.pdf
[28] The invisible problem of microplastics and microfibres in … https://iris.polito.it/retrieve/14d5b429-f9d4-426b-97cc-92cf6a97fafe/conv_2025-12%20thesis%20balestra%20valentina%20mps%20karst%20systems%20nd%20aquifers.pdf
[29] Assessing Microplastic Contamination Within Karst … https://uknowledge.uky.edu/context/ees_etds/article/1120/viewcontent/FareediThesis2024.pdf

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  • Campo InGrigna! 2026, si parte. E qualcuno è già a -1200
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Campo InGrigna! 2026, si parte. E qualcuno è già a -1200

August 7th 2026 at 06:00

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Tra elicotteri, corde, Nutella che anche quest’anno non congela, un orso curioso e una squadra già sottoterra, prende il via Campo InGrigna! 2026

Ci siamo. Per qualcuno il conto alla rovescia è finito già da un pezzo, per altri inizierà sabato mattina con il primo zaino da sollevare. Per tutti, però, Campo InGrigna! significa la stessa cosa: tornare sotto il Grignone per esplorare, scavare, cercare quello che ancora non si conosce.

Dopo settimane di preparativi, carichi improbabili e una logistica che farebbe impallidire una spedizione himalayana, sabato 8 agosto prende ufficialmente il via Campo InGrigna! 2026.

Anzi, a dire il vero, per qualcuno il campo è già iniziato.

Mentre il resto della compagnia prepara zaini, tende e pentoloni, Alex Rinaldi, mitico youtuber e ormai anche anglofono, Francesco Ferraro e Federico Temponi, uno dei “Pischelli” del Progetto Sebino, sono già impegnati in una punta al fondo di W le Donne. L’obiettivo? Scendere, sistemare il campo alle Gallerie Grazie Giovanni (-1200 m) e trasportare tutto il necessario per la successiva risalita dell’attivo a circa -1330 metri.

In ogni caso dovrebbero riemergere sabato mattina. Se così non fosse… diciamo che inizieremo a preoccuparci. Se invece usciranno come previsto, li aspettano le brioche.

Nel frattempo la Grigna fa sapere di essere pronta ad accogliere tutti. Persino un orso, avvistato nei pressi dell’Alpe di Era, sembra interessato al programma del campo. Speriamo soltanto che decida di seguire un altro itinerario.

Anche il meteo contribuisce alle sorprese. Erika e Luca, dell’alpeggio vicino, raccontano che quest’anno la temperatura notturna non scende sotto i 18 °C. Un’anomalia che farà sorridere chi ricorda le edizioni in cui, ad agosto, la Nutella si trasformava in un blocco di marmo già all’ora di colazione.

Sabato arriveranno naturalmente gli immancabili Andrea Maconi, con Felicita e la piccola Petra, e Marco Corvi — perché, diciamolo, senza di loro il Grignone non apre la stagione speleologica — insieme agli immancabili locali e non locali protagonisti degli altri campi, ai primi liguri, agli svizzeri e agli ormai “italici polacchi” Kaja, Frytka e Jurek, ormai di casa sulle montagne lecchesi.

I preparativi sono stati quelli delle grandi occasioni. Un volo di elicottero, naturalmente — che campo sarebbe senza elicottero? —, poche auto ma caricate ben oltre ogni ragionevole concetto di bagagliaio (in totale sicurezza… probabilmente), un super generatore arrivato dalla Liguria (chi mai si aspetterebbe una simile generosità?), bobine di corda, viveri, acqua e tutto ciò che serve per far funzionare una piccola comunità speleologica in quota.

Gli obiettivi, come sempre, non mancano. Oltre al ritorno a W le Donne, c’è da verificare se Poltergeist sia ancora aperto e, nel caso, armarlo, raggiungere una promettente cavità sulla parete del Sasso dei Carbonari e un misterioso buco in parete per il quale servirebbero “appena” 250 metri di corda, da calare lungo una parete alta circa 500 metri. Poi ci sono il Pozzo nel Dito, il celebre Abisso delle Spade, l’Abisso Buzio, Trentinaglia e, naturalmente, Orione, magari con una notte al Rifugio Bietti.

Insomma, il solito facile riscaldamento (Bietti a parte).

Quest’anno, però, mancherà qualcosa di importante. Il Rifugio Bogani resta chiuso e, più ancora dell’edificio, mancheranno il sorriso e l’accoglienza di Mariangela ed Enrico, che per tanti anni hanno rappresentato una presenza familiare per generazioni di speleologi e che ora si godono il meritato riposo.

Una vera spedizione, altro che Uzbekistan“, scrive Alex Rinaldi. Difficile dargli torto.

Vista la chiusura del Bogani, è stato importante comunicare per tempo la propria partecipazione, così da permettere agli organizzatori di pianificare logistica e approvvigionamenti. E’ richiesto un piccolo contributo, destinato a coprire viveri comuni, acqua, materiali di consumo e trasporto con elicottero. Colazione e pranzo al sacco sono invece a carico dei partecipanti.

Per informazioni si possono contattare Andrea Maconi o Alex Rinaldi. Naturalmente, se e quando escono di grotta. Oppure, più semplicemente, quando ritroveranno un po’ di… campo (telefonico).

Buon Campo InGrigna! 2026.

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  • Nascosto in piena vista: il “Demon Cavefish” protagonista di un webinar della Balkan Speleological Union
    Condividi Una grotta monitorata per oltre tre decenni ha restituito una delle più sorprendenti scoperte della biospeleologia moderna: un nuovo genere di pesce cavernicolo. Il 12 agosto prossimo Matthew L. Niemiller ne racconterà la storia in un webinar della BSU Hidden in Plain Sight: The Discovery of Demogorgonichthys arcanus, a New Genus and Species of Cavefish from Alabama È il titolo usato da Matthew L. Niemiller per raccontare la scoperta del nuovo pesce cavernicolo dell’Alabama. “Hid
     

Nascosto in piena vista: il “Demon Cavefish” protagonista di un webinar della Balkan Speleological Union

August 7th 2026 at 05:00

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Una grotta monitorata per oltre tre decenni ha restituito una delle più sorprendenti scoperte della biospeleologia moderna: un nuovo genere di pesce cavernicolo. Il 12 agosto prossimo Matthew L. Niemiller ne racconterà la storia in un webinar della BSU

Hidden in Plain Sight: The Discovery of Demogorgonichthys arcanus, a New Genus and Species of Cavefish from Alabama

È il titolo usato da Matthew L. Niemiller per raccontare la scoperta del nuovo pesce cavernicolo dell’Alabama. “Hidden in Plain Sight” è un’espressione inglese che significa letteralmente “Nascosto in piena vista”, cioè qualcosa che è sempre stato davanti agli occhi di tutti, ma che nessuno aveva riconosciuto per ciò che era. È un titolo particolarmente azzeccato, considerando che il pesce viveva in una grotta studiata da oltre trent’anni.

Anche le grotte più conosciute possono custodire segreti inattesi.

La Balkan Speleological Union (BSU) propone per il 12 agosto 2026 un incontro online dedicato a una delle scoperte biospeleologiche più sorprendenti degli ultimi anni: Demogorgonichthys arcanus, il “Demon Cavefish”.

Si tratta di un pesce cavernicolo cieco e privo di pigmentazione che ha portato gli studiosi a descrivere non solo una nuova specie, ma addirittura un nuovo genere. Uno studio, pubblicato nel luglio 2026 sulla rivista Scientific Reports, descrive Demogorgonichthys arcanus, un nuovo genere e una nuova specie di pesce cavernicolo scoperti in una grotta dell’Alabama monitorata da oltre trent’anni.

Figura 1. Demogorgonichthys arcanus, il “Demon Cavefish”. Da Niemiller et al. (2026), Scientific Reports, DOI: 10.1038/s41598-026-54315-4. Licenza Creative Commons CC BY 4.0

A raccontare questa straordinaria vicenda sarà Matthew L. Niemiller, direttore del Cave Biology Lab dell’Università dell’Alabama a Huntsville e tra i massimi esperti mondiali di fauna cavernicola.

La domanda da cui prende il titolo la conferenza è tanto semplice quanto affascinante: come può un animale completamente sconosciuto alla scienza vivere in una grotta esplorata e monitorata da oltre trent’anni?

La risposta è una: il mondo sotterraneo è ancora ricco di sorprese.

Una scoperta inattesa

Il nuovo pesce è stato individuato nella Bobcat Cave, in Alabama, una cavità oggetto di studi biologici continuativi da decenni.

La grotta era già considerata ben conosciuta dagli specialisti, soprattutto per il monitoraggio di altre specie rare.

Eppure, grazie a osservazioni sul campo, analisi morfologiche, studi genetici e tomografia computerizzata (micro-CT), i ricercatori hanno dimostrato che alcuni esemplari appartenevano a una linea evolutiva completamente distinta da tutti gli altri pesci cavernicoli nordamericani.

La scoperta ha portato all’istituzione del nuovo genere Demogorgonichthys, un evento estremamente raro nella zoologia dei vertebrati.

Olotipo di Demogorgonichthys arcanus gen. et sp. nov. (UAIC 52236.01), mostrato in vista dorsale (A), laterale (B) e ventrale (C), a confronto con Typhlichthys subterraneus (AUM 89701) in vista laterale (D). Barra di scala = 1 cm. Adattato da Niemiller et al. (2026), Scientific Reports, DOI: 10.1038/s41598-026-54315-4.

Un messaggio importante per gli speleologi

Oltre all’interesse zoologico, questa scoperta ricorda una lezione fondamentale: anche le grotte meglio conosciute possono ancora nascondere specie sconosciute.

Per la comunità speleologica, quindi, è un invito a continuare l’esplorazione, il monitoraggio e la documentazione scientifica degli ambienti sotterranei.

Ogni rilievo, ogni campagna di osservazione e ogni studio possono contribuire a rivelare aspetti ancora ignoti della biodiversità ipogea.

Il webinar si inserisce in un periodo particolarmente ricco di novità per la biospeleologia nordamericana. Solo pochi mesi fa un altro studio aveva descritto la nuova specie Typhlichthys styx, contribuendo a superare l’idea delle grotte come “vicoli ciechi evolutivi”. Ne avevamo parlato su Scinrilena (https://www.scintilena.com/nuova-specie-di-pesce-cavernicolo-sfida-lidea-dei-vicoli-ciechi-evolutivi/05/30/), dove si citava uno studio dell’Università di Yale che ha identificato una nuova specie di cavefish e ha riaperto il dibattito sull’evoluzione negli ecosistemi sotterranei

Ora la scoperta di Demogorgonichthys arcanus va ancora oltre, introducendo un nuovo genere di pesce cavernicolo e dimostrando quanto la biodiversità sotterranea abbia ancora da raccontare.

Il webinar

L’incontro darà a tutti l’occasione di conoscere direttamente la storia di una scoperta destinata a diventare un punto di riferimento nella ricerca sulla fauna cavernicola.

Il webinar, organizzato dalla Balkan Speleological Union, si svolgerà come segue:

  • 12 agosto 2026 ore 20:00 (EEST)
  • Piattaforma: Microsoft Teams
  • Al termine della presentazione è prevista una sessione di domande e risposte con il relatore
  • Le modalità di accesso al webinar (link o eventuale codice Teams) saranno comunicate dagli organizzatori attraverso i canali ufficiali della Balkan Speleological Union

Fonte scientifica
Niemiller M.L., Armbruster J.W., Sandel M.W., Maxwell E.C., Bierstein O.M., Anderson C.L., Schaefer J., Quering C.I., Hinkle A., Candeias M., Kendall Niemiller K.D. & Hart P.B. (2026). Surprising cryptic cavefish diversity in a long-studied karst cave ecosystem of northern Alabama. Scientific Reports, 16: 20765. https://doi.org/10.1038/s41598-026-54315-4

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  • Francesco Guccini, cantore della nostra terra
    Condividi Non ricordiamo Guccini perché aveva ragione. Lo ricordiamo perché ci ha insegnato ad amare. La terra, le persone, i ricordi e la speranza. Pensavo che Guccini fosse immortale. Non nel senso che non dovesse morire, ma perché era diventato parte del paesaggio. Come certi boschi, certi paesi dell’Appennino, certe osterie. Alcune presenze sembrano destinate ad accompagnarci sempre, e solo quando scompaiono ci accorgiamo di quanto fossero entrate nella nostra vita. Con la sua scomp
     

Francesco Guccini, cantore della nostra terra

August 6th 2026 at 13:24

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Non ricordiamo Guccini perché aveva ragione. Lo ricordiamo perché ci ha insegnato ad amare. La terra, le persone, i ricordi e la speranza.

Pensavo che Guccini fosse immortale.

Non nel senso che non dovesse morire, ma perché era diventato parte del paesaggio. Come certi boschi, certi paesi dell’Appennino, certe osterie. Alcune presenze sembrano destinate ad accompagnarci sempre, e solo quando scompaiono ci accorgiamo di quanto fossero entrate nella nostra vita.

Con la sua scomparsa perdiamo un grande autore, ma soprattutto uno sguardo. Uno sguardo capace di vedere valore nelle cose semplici: un paese di montagna, un’osteria, una strada sterrata, un bosco, una casa di pietra, una sera passata a parlare con gli amici.

Le sue canzoni non raccontavano una natura da cartolina. Raccontavano una terra vissuta. L’Appennino, certo, ma anche quell’Italia minore che esiste ovunque: nei paesi che resistono allo spopolamento, nei vecchi che custodiscono la memoria, nei bambini che imparano a guardare il mondo, nelle persone che continuano a credere che i luoghi abbiano un’anima.

Molto prima che si parlasse di sostenibilità o di crisi climatica, Guccini ci ricordava che un paesaggio non è fatto soltanto di alberi, montagne e fiumi. È fatto di storie, di relazioni, di cultura, di chi quei luoghi li ha abitati e li ha amati.

Mi torna in mente un pensiero che Guccini ha espresso più volte nel corso della sua vita: gli interessavano più le persone che i personaggi. Forse è anche per questo che le sue canzoni continuano a vivere. Perché non raccontano eroi, ma uomini e donne comuni, con i loro dubbi, le loro amicizie, le loro sconfitte, le loro speranze e la loro ostinazione. Persone che, ancora oggi, ci assomigliano.

Il vecchio e il bambino è una delle riflessioni più profonde sul rapporto tra uomo e ambiente che la canzone italiana abbia saputo esprimere. Non è un manifesto ecologista. È il racconto di un mondo ferito e, insieme, la fiducia che lo sguardo limpido di un bambino possa ancora immaginarne uno migliore.

E poi c’è Vorrei, una canzone che non smette di emozionare. Non è un elenco di rimpianti, ma di desideri. Il desiderio di un mondo più autentico, di rapporti sinceri, di cultura, di libertà, di rispetto per la natura e per le persone. Una canzone che continua a parlarci perché ci ricorda ciò che conta davvero.

E poi c’è Dio è morto. Per molti è stata la canzone della protesta. Per me è soprattutto una canzone di speranza. Dopo aver attraversato le delusioni di un’epoca, Guccini lascia aperta una porta: la possibilità che il mondo possa rinascere grazie a chi continua a credere nell’onestà, nella libertà e nella dignità dell’uomo.

Forse è questo il lascito più grande di Francesco Guccini. Averci insegnato che la nostra terra non è soltanto un luogo da attraversare o da proteggere. È un patrimonio di memoria, di parole, di paesaggi e di affetti. Se perdiamo uno solo di questi elementi, perdiamo qualcosa anche di noi.

Continueremo ad ascoltare le sue canzoni ai nostri Raduni. Sono entrate, quasi senza accorgercene, nella colonna sonora della comunità speleologica, grazie anche alla voce e alla sensibilità di Marco Repetto e degli Snaeffels, che da anni le portano con sé e le condividono con tutti noi. Parte della nostra storia: sono uno dei momenti in cui la comunità si riconosce, canta insieme e si ritrova

Ogni comunità sceglie inconsapevolmente il proprio canzoniere.

Anche il nostro, in qualche pagina, senza che ce ne accorgessimo, ha finito per portare la firma porta la firma di Francesco Guccini.

Da oggi, quando una sua canzone tornerà a risuonare davanti a una fuoco, al Raduno, in un rifugio o attorno a un tavolo tra amici, non sarà soltanto un ricordo. Sarà un modo per dire grazie a chi ci ha insegnato ad amare la nostra terra, le persone che la abitano e la speranza che, nonostante tutto, vale ancora la pena di coltivare.

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  • Dieci torrentisti bloccati in una forra a Bognanco: maxi intervento di soccorso in Val d’Ossola
    Condividi Cinque sportivi francesi non rientrano dall’escursione. Un secondo gruppo entra nella gola per cercarli e rimane a sua volta intrappolato. Tutti recuperati nella notte. Una complessa operazione di soccorso ha impegnato nella notte tra lunedì e martedì i tecnici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico nel Rio Rasiga, in Val d’Ossola, nel territorio di Bognanco (VB), dove dieci torrentisti sono rimasti bloccati all’interno di una forra durante un’uscita di canyoning. Se
     

Dieci torrentisti bloccati in una forra a Bognanco: maxi intervento di soccorso in Val d’Ossola

August 6th 2026 at 00:00

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Cinque sportivi francesi non rientrano dall’escursione. Un secondo gruppo entra nella gola per cercarli e rimane a sua volta intrappolato. Tutti recuperati nella notte.

Una complessa operazione di soccorso ha impegnato nella notte tra lunedì e martedì i tecnici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico nel Rio Rasiga, in Val d’Ossola, nel territorio di Bognanco (VB), dove dieci torrentisti sono rimasti bloccati all’interno di una forra durante un’uscita di canyoning.

Secondo quanto presente nel comunicato del CNSAS Piemonte, i cinque sportivi erano bloccati già dal pomeriggio, quando un violento temporale aveva provocato un rapido innalzamento del livello del Rio Rasiga, impedendo ogni prosecuzione in sicurezza

L’allarme è scattato intorno alle 22, quando è stato segnalato il mancato rientro di un gruppo composto da cinque sportivi francesi. Altri cinque compagni hanno tentato di prestare assistenza al gruppo, rimanendo anch’essi bloccati.

Le squadre del Soccorso hanno raggiunto i dieci torrentisti nella parte alta del Rio Rasiga intorno alle 23.30. Poiché l’innalzamento del livello dell’acqua rendeva impraticabile l’uscita lungo la forra, i soccorritori hanno dovuto risalire le ripide pendici del vallone con tecniche alpinistiche, accompagnando progressivamente tutti i partecipanti all’esterno. Le operazioni si sono concluse intorno alle 3 del mattino senza conseguenze per le persone coinvolte.

Il canyoning consiste nella progressione lungo gole e forre seguendo il corso dell’acqua, alternando tratti a piedi, nuoto, tuffi, calate su corda e passaggi in ambienti modellati dall’erosione. È una disciplina che richiede preparazione tecnica, adeguata attrezzatura e un’attenta valutazione delle condizioni ambientali e meteorologiche.

L’episodio di Bognanco richiama ancora una volta l’importanza della gestione dell’emergenza in ambiente impervio. L’iniziativa del secondo gruppo, nata con l’intenzione di aiutare i compagni, ha finito per aumentare il numero delle persone coinvolte nell’incidente, rendendo più complessa l’organizzazione dei soccorsi. È una situazione nota agli operatori del CNSAS, che raccomandano, in caso di mancato rientro o difficoltà, di allertare tempestivamente il Numero Unico di Emergenza 112 evitando interventi autonomi che potrebbero aggravare lo scenario operativo.

L’efficacia dell’intervento ha permesso di riportare tutti i torrentisti all’esterno della forra in sicurezza, confermando ancora una volta l’elevata preparazione delle squadre specializzate nel soccorso in ambiente impervio.

Pubblichiamo integralmente il resoconto diffuso dal CNSAS Piemonte:

Intervento lungo e complesso la scorsa notte in Val Bognanco (VB).

Intorno alle 22 viene lanciato l’allarme per un gruppo di forristi francesi dispersi.

Dopo lunghe verifiche si localizzano nella parte alta del Rio Rasiga. Vengono raggiunti intorno alle 23.30.

Sono 5 persone bloccate dalle 16 quando un forte temporale ha provocato un notevole innalzamento del livello del torrente. Altri 5 compagni stanno cercando di aiutarli e li hanno estratti dall’acqua.

La squadra di soccorritori è composta da 5 nostri forristi tra cui 2 sanitari, 5 tecnici della stazione di valle, 2 tecnici Sagf e 5 Vvf.

Le condizioni del corso d’acqua non consentono l’uscita lungo la forra, occorre risalire le pendici del vallone con tecniche alpinistiche per portare tutti in salvo.

Le operazioni si concludono intorno alle 3 di questa mattina.Soccorso Alpino e Speleologico

Fonte:

  • Comunicato con foto del CNSAS Piemonte diffuso via canali social

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  • Geoportale AGEA: ortofoto e immagini satellitari gratuite per conoscere il territorio
    Condividi Il Geoportale AGEA non è una novità, in realtà: esiste da tempo. La novità è che UNIMONT ora dedichi ad esso una scheda informativa sul proprio portale Chi frequenta la montagna per esplorazione, ricerca o attività speleologica sa quanto sia importante poter consultare immagini aeree aggiornate del territorio. Tra gli strumenti messi a disposizione gratuitamente dalla Pubblica Amministrazione c’è il Geoportale AGEA, la piattaforma cartografica dell’Agenzia per le Erogazioni in Agric
     

Geoportale AGEA: ortofoto e immagini satellitari gratuite per conoscere il territorio

August 6th 2026 at 05:30

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Il Geoportale AGEA non è una novità, in realtà: esiste da tempo. La novità è che UNIMONT ora dedichi ad esso una scheda informativa sul proprio portale

Chi frequenta la montagna per esplorazione, ricerca o attività speleologica sa quanto sia importante poter consultare immagini aeree aggiornate del territorio. Tra gli strumenti messi a disposizione gratuitamente dalla Pubblica Amministrazione c’è il Geoportale AGEA, la piattaforma cartografica dell’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura.

Il portale consente di visualizzare ortofoto ad alta risoluzione, immagini satellitari e altri dati geografici relativi all’intero territorio nazionale. Nato principalmente per il settore agricolo e per la gestione amministrativa del territorio, rappresenta una risorsa utile anche per geologi, tecnici, amministrazioni locali e associazioni che operano in ambiente montano.

Anche per gli speleologi il Geoportale AGEA può diventare uno strumento di supporto nelle fasi preliminari di ricerca: le ortofoto permettono infatti di individuare doline, conche carsiche, aree prive di copertura boschiva, tracce di vecchi sentieri, piste forestali e altri elementi che possono suggerire la presenza di fenomeni carsici o facilitare la pianificazione delle uscite.

L’accesso a immagini di epoche differenti consente inoltre di confrontare l’evoluzione del paesaggio, documentando modifiche dovute a eventi naturali, interventi antropici, incendi, frane o cambiamenti della copertura vegetale.

Il Geoportale è consultabile liberamente via web e rappresenta uno dei principali strumenti cartografici pubblici disponibili in Italia. Recentemente il Polo UNIMONT dell’Università degli Studi di Milano ha dedicato una scheda informativa al servizio all’interno del portale territorimontani.it, con una breve guida e il collegamento diretto alla piattaforma.

Per chi svolge attività di esplorazione e documentazione del territorio, vale la pena aggiungere questo strumento alla propria raccolta di risorse cartografiche, insieme ai geoportali regionali, alle mappe catastali storiche e ai servizi cartografici nazionali.

Geoportale AGEA: https://geoportale.agea.gov.it/

Lo avete già utilizzato nelle vostre ricerche speleologiche o per l’esplorazione del territorio? Raccontate la vostra esperienza nei commenti.

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  • Pubblicato il numero 7 di Cronache Ipogee
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Pubblicato il numero 7 di Cronache Ipogee

August 6th 2026 at 05:00

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Dalla tutela delle grotte alle esplorazioni nel Carso e nelle Alpi Giulie: un numero ricco di attività, ricerca e divulgazione speleologica.

È disponibile il numero 7 di Cronache Ipogee, il periodico di informazione speleologica del Club Alpinistico Triestino, dedicato alle attività esplorative, scientifiche e culturali del Friuli Venezia Giulia.

Il link è questo:

https://cronacheipogee.jimdofree.com/cronache-ipogee

Anche questa edizione propone un ricco panorama di contributi che spaziano dalla tutela dell’ambiente ipogeo alle esplorazioni, dalla divulgazione alla memoria storica della speleologia.

L’apertura è affidata a un ricordo di Giorgio Rossi, assessore del Comune di Trieste recentemente scomparso, che nel corso della sua attività amministrativa ha sostenuto numerose iniziative culturali, museali e didattiche, mantenendo un dialogo costante anche con il Club Alpinistico Triestino.

Ampio spazio è dedicato alla pulizia della Voragine di San Lorenzo, dove oltre venti volontari hanno recuperato rifiuti accumulati nel corso degli anni, restituendo dignità a una cavità segnata da una lunga storia di abbandono e dimostrando come la tutela delle grotte passi anche attraverso il lavoro concreto degli speleologi.

La rubrica “Dal mio diario speleo-escursionistico” accompagna i lettori alla scoperta della grotta slovena Vilenica pri Praprocah, illustrandone l’accesso, le caratteristiche geomorfologiche, le ricche concrezioni e la presenza di una numerosa colonia di pipistrelli, con un invito al rispetto di questi delicati ambienti sotterranei.

Vilenica pri Praprocah

Il fascicolo propone, tra gli altri spunti, il resoconto dell’uscita sociale alla Grotta Cinquantamila, celebre per le rare “bambole di saldame”, singolari concrezioni naturali ancora oggetto di studi scientifici.

Troviamo anche il racconto di un’esplorazione alla Risorgiva di Eolo, uno dei più importanti sistemi carsici del Friuli Venezia Giulia, dove acqua, morfologia ed esplorazione si fondono in un ambiente di grande fascino.

E ampio spazio è dedicato al Canin: qui sotto uno degli articoli.

Come di consueto, Cronache Ipogee spazia tra descrizioni di attività sul campo e approfondimenti dedicati alla divulgazione, conoscenza del patrimonio carsico e vita associativa: è un punto di riferimento per chi segue la speleologia del Friuli Venezia Giulia e del vicino Carso sloveno, con uno sguardo al di là di questi orizzonti.

Il nuovo numero è disponibile gratuitamente in formato PDF sul sito di Cronache Ipogee, il periodico del Club Alpinistico Triestino, consultabile e scaricabile online: https://cronacheipogee.jimdofree.com/cronache-ipogee

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  • Picos de Europa, rimossa una tonnellata di rifiuti da una profonda cavità naturale
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Picos de Europa, rimossa una tonnellata di rifiuti da una profonda cavità naturale

August 5th 2026 at 11:00

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Nei Picos de Europa un intervento coordinato tra speleologi, tecnici e volontari ha permesso di recuperare circa una tonnellata di rifiuti da una grotta di difficile accesso, nell’ambito del Progetto LIBERA dedicato alla tutela degli ambienti naturali.

Bonifica in una sima dei Picos de Europa

Un’importante operazione di pulizia ambientale è stata portata a termine nei Picos de Europa, dove circa una tonnellata di rifiuti è stata rimossa da una sima di difficile accesso.

L’intervento è stato realizzato da tecnici della Federazione Cantabrica degli Sport di Montagna e Arrampicata e della Federazione Cantabrica di Speleologia, con il supporto di volontari esperti di alta montagna e progressione in ambiente ipogeo. (Cadena SER?)

L’attività si è svolta nell’arco di diversi giorni e ha richiesto tecniche specifiche per il recupero dei materiali da una cavità naturale particolarmente impegnativa.

Al termine delle operazioni sono stati recuperati otto sacchi di rifiuti, accumulati nel corso degli anni.

Plastica, metalli e vetro tra i materiali recuperati

I materiali rinvenuti con maggiore frequenza sono stati plastica, metalli e vetro.

La presenza di questi rifiuti in una cavità remota evidenzia come anche gli ambienti naturali più difficili da raggiungere possano essere interessati dall’abbandono incontrollato di materiali.

Il recupero ha richiesto un’attenta organizzazione logistica, sia per garantire la sicurezza degli operatori sia per movimentare all’esterno il materiale raccolto. Operazioni di questo tipo richiedono competenze speleologiche, esperienza nella progressione su corda e una pianificazione accurata delle attività, caratteristiche indispensabili quando si interviene in cavità profonde o con accessi complessi. (Cadena SER?)

Il Progetto LIBERA e la tutela degli ambienti naturali

L’iniziativa rientra nel programma di adozione degli spazi naturali del Progetto LIBERA, promosso da SEO/BirdLife in collaborazione con Ecoembes e sviluppato in Cantabria dalla Federazione Cantabrica di Montagna e Arrampicata.

Il progetto opera in tutta la Spagna con attività di sensibilizzazione, monitoraggio e raccolta dei rifiuti dispersi nell’ambiente, fenomeno definito con il termine spagnolo basuraleza, che indica l’abbandono di rifiuti negli ecosistemi naturali.

Negli ultimi anni il programma ha coinvolto migliaia di volontari e centinaia di interventi in aree protette, coste, fiumi e zone montane. (Cadena SER?)

Un richiamo alla protezione delle cavità naturali

Secondo SEO/BirdLife, questa operazione dimostra che il problema dell’abbandono dei rifiuti interessa anche alcuni degli spazi naturali più remoti e di maggiore valore ecologico della Spagna.

L’associazione sottolinea che nemmeno gli ambienti apparentemente incontaminati sono immuni da questo fenomeno. (Cadena SER?)

Per il mondo della speleologia, interventi di questo tipo rappresentano anche un’occasione per richiamare l’attenzione sull’importanza della tutela delle cavità naturali.

Le grotte e le doline costituiscono ecosistemi delicati, caratterizzati da equilibri ambientali che possono essere compromessi dalla presenza di rifiuti, con conseguenze sulla qualità delle acque, sulla fauna sotterranea e sul valore naturalistico dei siti.

L’operazione conclusa nei Picos de Europa evidenzia il ruolo della collaborazione tra federazioni speleologiche, volontari e organizzazioni ambientaliste nella conservazione del patrimonio carsico e degli ambienti montani.

Fonti

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