Un viaggio nel tempo tra archeologia e speleologia nel cuore della Calabria
Le Grotte di Sant’Angelo di Cassano allo Ionio (CS) riaprono le porte al pubblico con l’evento “Le Grotte Raccontano: dalla Preistoria ai nostri giorni”, in programma domenica 23 agosto 2026.
L’iniziativa propone tre turni di visita alle ore 18:00, 19:00 e 20:00, con posti limitati e prenotazione obbligatoria ai numeri 393 451 3339 e 393 445 3554. Il percorso sotterraneo è guidato simbolicamente da Donna Marsilia, figura emblematica del Pollino, che accompagna i visitatori attraverso sale e gallerie dove si fondono natura e archeologia.
Il complesso carsico di Sant’Angelo: un sistema ipogeo di rilevanza nazionale
Le Grotte di Sant’Angelo costituiscono il più esteso sistema carsico della Calabria, con uno sviluppo totale di 3,65 km e un dislivello di circa 100 metri. Il complesso è formato da una serie di cavità di origine carsica, ricche di concrezioni calcaree e gessose, che si sviluppano a partire da quota 435 m s.l.m. Il sito è gestito dal Centro Speleologico Regionale Enzo De Medici e rappresenta una delle principali attrazioni speleologiche e archeologiche del Mezzogiorno.
La genesi di queste cavità è legata a processi di speleogenesi da acido solforico, un fenomeno geologico che ha prodotto un pavimento disseminato di fratture, depressioni e pozzi di diverse profondità. All’interno di queste strutture si conservano abbondanti materiali archeologici, tra cui ceramiche, strumenti litici, resti faunistici e alcune ossa umane.
La frequentazione preistorica: dal Neolitico all’Età del Bronzo
Gli scavi archeologici condotti tra il 1978 e il 1982 hanno documentato una presenza umana continua nelle Grotte di Sant’Angelo a partire dal Neolitico Medio (V-IV millennio a.C.) fino alla fine dell’Età del Bronzo. Le stratigrafie hanno permesso di identificare quattro fasi principali di occupazione: Neolitico Medio-Tardo (strato IV, 5500-4000 a.C.), Età del Rame antica (strato III, 3700/3600-3300 a.C.), Età del Rame tarda-Età del Bronzo antica (strato II, 2350-2150 a.C.) ed Etಲ del Bronzo tarda (strato I, 1200-1100 a.C.).
Le grotte di Cassano furono sede stabile di comunità agricole neolitiche, offrendo un riparo sicuro e un ambiente adatto all’insediamento. In epoche successive, il sito fu frequentato da popolazioni dell’Età dei Metalli, con evidenze di attività rituali e funerarie.
La Grotta Pavolella: un raro esempio di cremazione neolitica
Uno dei ritrovamenti più significativi riguarda la grotta denominata “Pavolella”, dove è stata accertata una destinazione funeraria con un rarissimo esempio di cremazione in età neolitica. Gli scavi hanno restituito ceramica figulina acroma e ceramica dipinta a bande, oltre a ossidiana utilizzata per la produzione di lame, punte di frecce e monili.
Nel 2023 è stato pubblicato uno studio bioarcheologico e paleogenomico su una sepoltura neolitica insolita rinvenuta in una grotta del territorio di Cassano, caratterizzata da una deposizione prona, priva di equipaggiamento funerario e collocata ad alta quota, lontano da aree abitate. Questo ritrovamento rappresenta un caso unico per la preistoria dell’Italia meridionale e apre nuove prospettive sulle pratiche funerarie del Neolitico calabrese.
Le ricerche più recenti: ceramiche del IV millennio a.C. e nuovi scavi
Nel 2026 è stato pubblicato uno studio approfondito sulla ceramica preistorica del IV millennio a.C. proveniente dal complesso delle Grotte di Sant’Angelo. La ricerca, condotta su materiali recuperati nell’area denominata “Trivio” durante scavi effettuati nel 2017, valuta il potenziale di analisi cronologiche e funzionali approfondite sulla ceramica preistorica in contesti di grotta europei.
Lo studio mostra come i vasi preistorici di questa cavità riflettano i cambiamenti culturali osservati nel corso del IV millennio a.C. (Età del Rame) in Calabria e oltre. I contesti archeologici del “Trivio” offrono un’opportunità eccellente per sperimentare un approccio combinato, archeologico e scientifico, volto a ricostruire l’uso della ceramica nel complesso delle Grotte di Sant’Angelo attraverso il tempo.
Le recenti scoperte speleo-archeologiche a Cassano allo Ionio
Oltre alle Grotte di Sant’Angelo, il territorio di Cassano allo Ionio è oggetto di ricerche speleologiche e archeologiche continue. Nel maggio 2025 si è concluso il campo di ricerca speleologica “I Quadènè 2025”, organizzato dal Gruppo Speleo-Archeologico Aquila Libera con il patrocinio delle Terme Sibarite. L’iniziativa ha promosso esplorazioni e nuove connessioni nel sistema carsico del Monte San Marco.
Nel maggio 2026 si è svolta la quarta edizione consecutiva del campo internazionale di speleologia “I Cuadènè”, con la partecipazione di quattro gruppi speleologici italiani e tedeschi. Le ricerche hanno interessato il Complesso delle Grotte di Sant’Angelo, la Grotta dello Scoglio, la Grotta Zia Caterina (una delle cavità più profonde della Calabria, con 130 metri di dislivello), la Grotta dei Cappuccini e il Pozzo dei Monaci.
Nel marzo 2025 le Grotte di Sant’Angelo hanno riaperto al pubblico dopo un lungo periodo di chiusura, con un programma di visite guidate e iniziative di valorizzazione del patrimonio naturale e culturale locale. Il sito custodisce 3.650 metri di condotte sotterranee e 7.000 anni di frequentazioni umane attestate da ricerche e scavi archeologici.
L’evento “Le Grotte Raccontano: dalla Preistoria ai nostri giorni” è stato proposto per la prima volta nell’ottobre 2025 e riproposto nel gennaio 2026, riscuotendo un notevole successo di pubblico. In ogni snodo sotterraneo, attori e guide danno voce ai protagonisti ideali delle diverse epoche, dalla preistoria fino ai giorni nostri, trasformando le cavit๲ in veri e propri palcoscenici di storia e mito.
Il biglietto d’ingresso è fissato a 9,00 euro per gli adulti e 5,00 euro per bambini e ragazzi (6-18 anni). Le visite sono organizzate con turni prestabiliti e la prenotazione è obbligatoria per garantire l’accesso al complesso.
L’importanza archeologica e speleologica del sito
Le Grotte di Sant’Angelo rappresentano un sito di prim’ordine sia per la speleologia sia per l’archeologia e la paleonatura dell’area sibarita. Il complesso carsico è stato frequentato dall’uomo sin dal Neolitico Medio, circa 6.000 anni fa, e offre un’opportunità unica per studiare l’interazione tra le comunità preistoriche e l’ambiente sotterraneo.
Durante gli scavi sono stati recuperati numerosi manufatti ceramici di uso quotidiano, alcuni vasi con simboli grafici ancora non decifrati e testimonianze di una frequentazione ad uso funerario. I ritrovamenti archeologici dimostrano come il complesso di grotte e caverne fosse utilizzato come spazio di insediamento per abitazioni, luoghi di culto e ripari in caso di invasioni e guerre, dal Neolitico fino ai tempi del Regno delle Due Sicilie.
Circa 25 tartarughe di pietra rinvenute nella Grotta di ?n, presso Gedikkaya in Anatolia nord-occidentale, riaprono lo studio sui gesti rituali delle comunità epipaleolitiche e sul valore attribuito al paesaggio sotterraneo.
Il ritrovamento nella Grotta di ?n
Circa 25 tartarughe di pietra sono state recuperate nella Grotta di ?n, conosciuta anche come Gedikkaya Ma?aras?, nel distretto di ?nhisar della provincia turca di Bilecik. I reperti sono emersi durante la campagna di scavo condotta tra il 18 maggio e il 18 luglio da un gruppo di 14 archeologi, guidato da Deniz Sar? dell’Università Bilecik ?eyh Edebali.
Le piccole sculture sono in prevalenza di calcare. Alcune risultano ricoperte di argilla. L’esemplare maggiore misura all’incirca 30 centimetri in lunghezza e 20 in larghezza. La forma è spesso sommaria. Alcuni manufatti appaiono incompleti. Questo dato non indica necessariamente una minore abilità tecnica. Per gli archeologi può suggerire una produzione rapida, destinata a un gesto cerimoniale e non alla circolazione come oggetto ornamentale.
Le tartarughe di pietra sono state trovate infisse nel terreno vicino a strutture delimitate da disposizioni circolari. La posizione, e non solo l’immagine animale, è quindi decisiva per interpretare il ritrovamento. Le indagini, la conservazione e il restauro dei reperti proseguiranno presso il Museo di Bilecik e l’università che coordina gli scavi.
Tartarughe di pietra e cronologia epipaleolitica
Il contesto è attribuito all’Epipaleolitico. Le datazioni radiocarboniche disponibili per la grotta collocano i livelli più antichi in una sequenza compresa, a seconda dei campioni e delle aree indagate, tra circa 14.500 e 11.200 avanti Cristo. Espressa rispetto a oggi, la fase iniziale risale a circa 16.500 anni fa.
Non si tratta quindi di una singola data assoluta applicabile indistintamente a ogni tartaruga. È più corretto riferire la cronologia all’orizzonte archeologico nel quale le figurine sono state deposte. Questa distinzione è importante. Le analisi future dovranno definire con maggiore precisione la relazione tra ciascun oggetto, i sedimenti e le strutture circolari.
Gedikkaya conserva una lunga frequentazione. La ricerca scientifica ha documentato occupazioni epipaleolitiche, neolitiche e calcolitiche. La cavità è lunga circa 180 metri e si sviluppa nei calcari di Bilecik, tra Giurassico superiore e Cretaceo inferiore. L’ingresso guarda a nord e la grotta domina la valle del Sakarya. Il sito era stato riconosciuto come ricco di depositi preistorici nel 2017; le ricerche di salvataggio si sono svolte dal 2019 al 2023, prima della recente campagna universitaria.
Perché deporle nel buio della grotta
La domanda centrale è perché le tartarughe di pietra siano state collocate in una parte interna della cavità. La risposta più prudente è che furono verosimilmente oggetti di deposito rituale. La disposizione intenzionale attorno a elementi circolari e la loro infissione nel terreno rendono poco convincente l’ipotesi di un semplice accumulo domestico.
La grotta aveva già restituito indizi di pratiche non ordinarie. A circa 40 metri dall’ingresso, gli scavi precedenti hanno documentato un’area interpretata come fossa votiva: due file di pietre a semicerchio delimitavano il deposito attorno alla porzione superiore di una stalagmite, modificata intenzionalmente. Nel riempimento erano presenti oggetti in arenaria e osso, oltre a una figurina antropomorfa stilizzata.
Le tartarughe di pietra potrebbero quindi appartenere alla stessa tendenza a trasformare elementi naturali della grotta, nicchie, pietre e concrezioni, in riferimenti per pratiche collettive. Non è possibile definire il contenuto preciso del rito. Mancano iscrizioni e testimonianze dirette. È possibile, invece, dire che gli oggetti sembrano essere stati fabbricati e depositati per rendere visibile un’azione condivisa, forse legata alla memoria del gruppo, alla protezione, al territorio o ai cicli naturali.
Un’ipotesi discussa da Deniz Sar? riguarda anche il rilievo di Gedikkaya. Alcune figurine potrebbero richiamare il profilo della collina. Se questa lettura fosse confermata, le tartarughe di pietra indicherebbero un rapporto simbolico tra l’animale, la cavità e il paesaggio esterno. Per ora resta una proposta di lavoro, non una conclusione.
Il significato della tartaruga
Perché scegliere proprio una tartaruga? Gli studiosi segnalano che la figura dell’animale compare in contesti del Paleolitico superiore e della cultura natufiana del Vicino Oriente. Ciò non dimostra un identico significato a Gedikkaya. Mostra però che l’animale era disponibile come immagine riconoscibile nel repertorio simbolico di comunità preistoriche.
La tartaruga offre caratteristiche osservabili che possono avere favorito la scelta: il guscio protettivo, i movimenti lenti, la lunga durata della vita e il legame con suolo e acqua. Questi tratti possono aver suggerito idee di difesa, continuità o stabilità. Sono ipotesi interpretative, non traduzioni certe del pensiero epipaleolitico.
I confronti con le grandi religioni dell’antichità devono essere usati con cautela. Nell’induismo, Kurma è l’avatar tartaruga di Vishnu e sostiene il monte Mandara nel mito della zangolatura dell’oceano di latte. Nella tradizione cinese la tartaruga fu associata a cosmologia, longevità e pratiche divinatorie. Queste immagini sono molto più tarde e appartengono a società diverse. Non spiegano le figurine anatoliche. Aiutano solo a ricordare quanto la forma dell’animale abbia potuto assumere, in tempi e luoghi differenti, valori di sostegno, durata e relazione tra mondo terrestre e ordine cosmico.
Una ricerca ancora aperta
La scoperta aggiunge un nuovo insieme di dati allo studio dell’arte mobiliare e dei rituali nel passaggio tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene. Le tartarughe di pietra non autorizzano ancora a parlare di un culto definito, né di una religione organizzata nel senso moderno. Indicano però una scelta ripetuta e spazialmente strutturata.
Le prossime analisi dovranno chiarire le tecniche di lavorazione del calcare e dell’argilla, la provenienza delle materie prime, la successione delle deposizioni e l’eventuale presenza di residui o tracce d’uso. Sarà utile confrontare le figurine con la fauna rinvenuta nella grotta e con altri siti epipaleolitici dell’Anatolia e del Vicino Oriente. In questo quadro, la Grotta di ?n si conferma un sito rilevante per capire come le comunità di cacciatori-raccoglitori abbiano attribuito significati ai luoghi sotterranei.
Operazione di soccorso speleologico nella grotta Rat’s Nest: per la prima volta impiegata una radio sotterranea QDX-M sviluppata da volontari per comunicare attraverso la roccia durante un soccorso verticale in grotta.
La cronaca del soccorso speleologico in Alberta
Un speleologo è stato liberato dopo essere rimasto intrappolato in posizione verticale all’interno della Rat’s Nest Cave, nei pressi di Canmore, in Alberta. L’incidente si è verificato sabato 15 agosto 2026, intorno alle 11:30 locali, in un passaggio stretto noto come “Psych Squeeze”, a poche centinaia di metri dall’ingresso della grotta. L’uomo era accompagnato da altri esploratori, che hanno potuto allertare i soccorsi. La liberazione è avvenuta verso le 22:00, con l’uscita definitiva dalla grotta poco prima della mezzanotte, dopo oltre dieci ore di operazioni.
Tecnica di soccorso verticale e rischi gestiti
I soccorritori hanno lavorato sia sopra sia sotto lo speleologo bloccato, utilizzando trapani a percussione per asportare piccole quantità di roccia e guadagnare spazio centimetro dopo centimetro. La progressione è stata descritta come “pochi centimetri all’ora”, con un’attenzione costante ai rischi di compressione corporea, esaurimento e ipotermia, data la temperatura stabile della grotta, intorno a 4,5 °C. Il coordinamento ha richiesto competenze tipiche del soccorso speleologico: gestione delle corde, lavoro in ambienti confinati e supporto medico in grotta da parte di paramedici di Canmore Fire-Rescue.
Impiego di nuova tecnologia per soccorso in grotta: radio QDX-M
Per la prima volta in un’operazione reale è stata utilizzata una radio sotterranea in grado di trasmettere segnali attraverso la roccia. Il sistema, denominato QDX-M, è stato sviluppato da volontari dell’Alberta/BC Cave Rescue, parte di Search and Rescue Alberta, con competenze di ingegneria elettronica e radioamatori. La tecnologia consente comunicazioni testuali affidabili tra l’interno della grotta e la superficie, o tra diversi punti della cavità··superando il limite di telefoni, radio tradizionali e dispositivi satellitari, che non funzionano sottoterra a causa dell’attenuazione del segnale attraverso la roccia.
Durante il soccorso, la radio ha permesso ai team in grotta di comunicare all’esterno il momento in cui lo speleologo era stato liberato e si stava muovendo in autonomia. Questa informazione ha ottimizzato la gestione delle risorse, evitando di mobilitare ulteriori persone per l’assistenza in uscita. Il sistema QDX-M è in grado di comunicare attraverso oltre 500 metri di roccia compatta ed è più compatto e leggero rispetto alle vecchie radio analogiche, ormai difficili da mantenere e riparare.
Squadre coinvolte e tempistiche del soccorso speleologico
All’operazione hanno partecipato 13 soccorritori speleologici, 10 vigili del fuoco di Canmore e due membri del Kananaskis Mountain Rescue, con autorizzazione della RCMP. Lo speleologo è stato liberato intorno alle 22:00 ed è uscito dalla grotta alle 23:46, camminando lungo il sentiero con l’accompagnamento dei soccorritori. Non ha richiesto ulteriori trattamenti medici. Christian Stenner, coordinatore provinciale per l’Alberta del servizio di soccorso speleologico Alberta/British Columbia, ha ricordato che i soccorsi in grotta sono eventi rari, con una media di uno o due interventi ogni due anni tra Alberta e British Columbia, e che i casi di persone fisicamente bloccate sono ancora meno frequenti.
Contesto della grotta Rat’s Nest e accessi regolamentati
La Rat’s Nest Cave si estende per circa quattro chilometri sotto il Grotto Mountain, vicino a Canmore. È classificata come “wild cave”, senza illuminazione né scale, ed è un Provincial Historic Resource. L’accesso è regolamentato: sono previste visite guidate commerciali gestite da Canmore Cave Tours, mentre l’ingresso indipendente del pubblico non è consentito. Speleologi esperti possono ottenere permessi per accedere a zone al di fuori dei percorsi turistici. La zona della “Psych Squeeze” non è inclusa nei tour commerciali e richiede tecniche di progressione che includono camminata, strisciamento, passaggi stretti e, in alcune sezioni, l’uso di corde e attrezzature specifiche.
Innovazione nel soccorso speleologico e prospettive operative
Il sistema QDX-M è stato sviluppato nell’arco di tre anni, principalmente da volontari, con un contributo di finanziamenti provinciali per la personalizzazione dell’apparato radio. Search and Rescue Alberta ha indicato che il team di soccorso speleologico di Alberta e British Columbia dispone ora di otto unità operative. John Alexander, CEO di Search and Rescue Alberta, ha definito il soccorso alla Rat’s Nest un esempio di collaborazione tra agenzie e di innovazione portata avanti dai circa 1.500 volontari del sistema di ricerca e soccorso.
Fonti
CityNews Calgary, “Alberta cave rescue: new tech used to save trapped caver”, 21 agosto 2026.
Airdrie City View, “Man trapped in cave near Canmore freed after 10-hour rescue”, 21 agosto 2026.
CJME, “In the news today: … Alberta cave rescue”, 21 agosto 2026.
Disastro minerario al confine con il Camerun: operazioni di soccorso a mano mentre sale il bilancio delle vittime
Il bilancio delle vittime e i dispersi
La Repubblica Centrafricana è teatro di una delle più gravi tragedie minerarie degli ultimi anni. Un crollo in una miniera d’oro artigianale nel villaggio di Zamboye, situato nella prefettura di Nana-Mambè a circa 50 chilometri dalla città di Baboua e vicino al confine con il Camerun, ha causato la morte di oltre 100 persone.
Secondo le dichiarazioni di Gervais Ganagoroh, volontario della Croce Rossa impegnato nelle operazioni di soccorso, sono stati recuperati più di 100 corpi dalle macerie. Bertrand Be Yangué membro del consiglio giovanile di Zamboye, ha confermato che il bilancio delle vittime supera le 100 unità e ha aggiunto che il numero è destinato a salire, poiché diverse persone risultano ancora disperse e altre rimangono intrappolate sotto le macerie.
Le autorità non hanno ancora stabilito con precisione quante persone si trovassero all’interno della miniera al momento del crollo, avvenuto martedì 18 agosto intorno alle 14 locali (le 17 in Italia). Tra le vittime accertate vi sono almeno tre cittadini del Camerun, secondo quanto riportato dalle fonti locali. Il ministro delle miniere centrafricano ha dichiarato che tra i deceduti figurano 35 cittadini della Repubblica Centrafricana, 12 cameruni e due ciadiani.
Le operazioni di soccorso e lo scavo
Le operazioni di ricerca dei dispersi sono tuttora in corso, ma si svolgono in condizioni estremamente difficili. I soccorritori, composti da volontari della Croce Rossa, residenti locali e minatori, stanno lavorando con attrezzature limitate e devono recuperare i corpi praticamente a mano.
Secondo le testimonianze raccolte sul posto, minatori per lo più giovani, uomini e donne coperti di fango, sono stati visti estrarre corpi dalla fossa mentre decine di altri lavoratori erano sparsi nell’ampio sito, alcuni che chiedevano aiuto. I soccorritori continuano a trovare corpi: solo giovedì mattina ne sono stati recuperati più di 10.
‘Ogni ora vengono scoperti corpi, aumentando il numero delle vittime’, ha dichiarato un responsabile locale delle operazioni di soccorso.
Le speranze di trovare sopravvissuti si stanno affievolendo a due giorni dal disastro, mentre il bilancio continua a salire. I feriti sono stati trasportati all’ospedale di Baboua per ricevere le cure necessarie.
Le dichiarazioni delle autorità e l’inchiesta
Le autorità della Repubblica Centrafricana hanno aperto un’inchiesta giudiziaria per determinare le cause del crollo, identificare le vittime e accertare le responsabilità di chi gestiva il sito minerario. Il procuratore di Baboua ha annunciato che verrà avviata un’indagine per stabilire le cause esatte del crollo e individuare eventuali responsabilità penali.
Il ministro delle miniere centrafricano ha ordinato la chiusura della miniera artigianale di Zamboye, che non disponeva dei permessi per operare. La miniera è stata descritta come illegale o informale dalle autorità, che hanno sottolineato come il settore dell’estrazione artigianale dell’oro nel paese abbia conosciuto una forte espansione negli ultimi anni, portando a una serie di incidenti mortali.
Souleymane Bi, vice sindaco della sottoprefettura, ha dichiarato inizialmente che soccorritori e residenti erano riusciti nell’arco di diverse ore a recuperare 30 corpi dalla miniera crollata. Laurent Ngon Baba, eletto locale di Baboua, ha affermato che «in questa fase è difficile stabilire un bilancio formale? mentre le operazioni di ricerca continuavano.
Il contesto del disastro minerario
La miniera di Zamboye era un sito di estrazione artigianale a cielo aperto dove lavoravano centinaia di minatori. Secondo le testimonianze, verso le 14 del pomeriggio del 18 agosto la parte alta della miniera ha cominciato a cedere e in pochi minuti è franata l’intera parete, riversandosi sui lavoratori presenti.
Cedric Mbango, un minatore presente sul sito, ha descritto l’incidente come ‘catastrofico’, raccontando che ‘il terreno è completamente crollato e ha sepolto le persone’. Il vescovo Gazzera ha dichiarato che i minatori «scavavano a mani nude?, sottolineando le precarie condizioni di sicurezza nel sito illegale.
Il crollo è stato causato da una frana che ha interessato diversi tunnel sotterranei nei quali operavano i minatori, secondo quanto riportato dall’ufficio del procuratore pubblico di Baboua. La tragedia si inserisce in un contesto più ampio di incidenti mortali nel settore dell’estrazione artigianale dell’oro nella Repubblica Centrafricana, un’attività³³ rappresenta una fonte di sostentamento per molte comunità locali ma che spesso si svolge in condizioni di sicurezza precarie.
Il Fatto Quotidiano – Crolla una miniera d’oro nella Repubblica Centrafricana: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/19/crollo-miniera-oro-repubblica-centrafricana-notizie/8482860/
Deutsche Welle – CAR: Scores killed in landslide at illegal gold mine: https://www.dw.com/en/car-scores-killed-in-landslide-at-illegal-gold-mine/a-78435510
TGCom24 – Crolla una miniera illegale in Repubblica Centrafricana: https://www.tgcom24.mediaset.it/2026/video/crolla-una-miniera-illegale-in-repubblica-centrafricana-almeno-100-morti_115645923-02k.shtml
Avvenire – Repubblica Centrafricana, oltre 100 vittime nel crollo di una miniera d’oro: https://www.avvenire.it/mondo/repubblica-centrafricana-oltre-100-vittime-nel-crollo-di-una-miniera-doro_112156
Times of India – At least 100 killed after illegal gold mine collapses: https://timesofindia.indiatimes.com/world/rest-of-world/at-least-100-killed-after-illegal-gold-mine-collapses-in-central-african-republic/articleshow/133356183.cms
Notte speleologica Grotta della Miniera: l’ultimo atto del 50° anniversario del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino
Sabato 29 agosto 2026 si chiude il ciclo di eventi per il cinquantenario del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino (GSGT). L’appuntamento è “Alla Grotta della Miniera sotto l’ultima luna di agosto”, un percorso notturno che unisce trekking, visita ipogea e festeggiamenti al Rifugio Monte Penna.
L’iniziativa rientra nel programma “Percorsi dentro la terra: cinquant’anni a illuminare il buio”, ideato per celebrare mezzo secolo di attività del gruppo fondato nel settembre 1976, proprio dopo la riscoperta e la prima esplorazione della Grotta della Miniera sul Monte Penna.
Programma dell’evento speleologico del 50° anniversario
Il ritrovo è previsto alle 20.45 in Piazza Baden-Powell, presso il supermercato Gala di Gualdo Tadino. Da lì, trasferimento in auto alla Pineta di Roti (Casa Petrini, quota 590 m). Alle 21.00 parte il percorso a piedi: Pineta del Soldato (630 m), i Renacci (810 m), fino a Cava del Ferro – Grotta della Miniera (1040 m).
ȱ prevista la visita alla “Galleria di Italo”, parte orizzontale della Grotta della Miniera (catasto 106 UPG). Si tratta di un tratto pianeggiante di circa cento metri, con fondo bagnato e temperatura intorno agli 8 °C. Consigliati luce frontale, giacchetto resistente e guanti da lavoro.
Dopo la visita, il gruppo prosegue per sentieri e la strada del Troscia Penna fino al Rifugio Monte Penna (1200 m). Intorno a mezzanotte sono attesi i festeggiamenti per il cinquantennale, seguiti da un momento conviviale. Il contributo richiesto è di 15 euro, da versare sul posto. Sono disponibili 12 posti letto in rifugio, oppure si può pernottare in tenda o rientrare alle auto lungo lo stesso percorso di salita.
Percorso notturno e requisiti tecnici per la Grotta della Miniera
Il cammino è su sentieri facili ma in salita, con durata stimata di circa tre ore in salita e due ore per il ritorno. È richiesto abbigliamento da montagna, pantaloni lunghi, luce frontale, acqua e viveri di conforto. Lo svolgimento dell’evento e il percorso potranno essere modificati in base alle condizioni meteo e al giudizio unanime dei partecipanti.
Come di consueto per il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, chi si aggrega è responsabile per sé e per eventuali minori sotto la propria tutela. Le prenotazioni vanno effettuate entro venerdì 28 agosto 2026 contattando Peppe al numero 333 343 9751.
Gli eventi 2026 del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino per i 50 anni
Il 2026 ha visto il GSGT organizzare una serie di iniziative nell’ambito del progetto “Percorsi dentro la terra”, per celebrare i 50 anni di attività. Tra gli appuntamenti principali:
Aprile 2026: “Percorsi dentro la terra: Gualdo Tadino apre le porte del Monte Maggio”, con visita al Buco della Neve (641 UPG) e alla Grotta delle Balze di Monte Maggio, followed da riunione tecnica e convivio presso la sede del gruppo in via della Rocchetta 29.
Maggio 2026: “Percorsi dentro la terra” a Sascupo di Rigali, con visita alla Cava del Ferro e alla Grotta della Miniera lungo il Sentiero dei Minatori, comprendente le Gallerie 649 e le Gallerie di Italo.
Giugno 2026: “Percorsi dentro la terra” a Valsorda, con percorrenza della forra asciutta di Bocca di Valsorda (“Giungla Inesplorata”), seguita da riunione tecnica e convivio presso la sede del GSGT.
Agosto 2026: chiusura delle celebrazioni con l’evento notturno alla Grotta della Miniera e festeggiamenti al Rifugio Monte Penna.
Questi eventi hanno permesso di aprire al pubblico cavità±± di interesse speleologico, geologico e storico-minerario, mantenendo un approccio didattico e sicuro, tipico delle attività del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino.
La Grotta della Miniera e il valore storico-minerario
La Grotta della Miniera prende il nome da una miniera di ferro ottocentesca. Gli scavi minerari, ripresi intorno al 1940 per la ricerca di ferro, intercettarono il pozzo naturale sottostante, rivelando un sistema ipogeo che divenne oggetto di studio sistematico da parte dei fondatori del GSGT.
L’area della Cava del Ferro e della Grotta della Miniera rappresenta un caso significativo di archeologia mineraria appenninica, con gallerie artificiali e cavità±± naturali che raccontano secoli di attività estrattiva e di esplorazione speleologica.
Le registrazioni acustiche di Nycteris thebaica documentano per la prima volta con solide evidenze la specie e l’intera famiglia dei Nycteridae in Europa. I ricercatori ipotizzano sull’isola una piccola popolazione finora sfuggita ai monitoraggi: ora la sfida è individuarne i rifugi e ricostruirne l’origine.
Per quasi due secoli è rimasto un fantasma nella zoologia siciliana. Non un animale estinto e neppure, necessariamente, un nuovo arrivato dall’Africa: potrebbe essere semplicemente un pipistrello così difficile da rilevare da essere rimasto fuori dai radar della ricerca.
Ora una serie di registrazioni effettuate a Pantelleria fornisce la prima evidenza solida della presenza in Europa di Nycteris thebaica, specie africana conosciuta in inglese anche come Egyptian slit-faced bat, il pipistrello egiziano dalla faccia fessurata.
La scoperta è descritta nello studio “A ghost from the past: Acoustic evidence for the long-overlooked occurrence of the African bat Nycteris thebaica in Europe”, pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Global Ecology and Conservation da Danilo Russo, Luca Cistrone, Andrea Biddittu e Mirjam Knörnschild.
Il risultato è particolarmente importante perché non aggiunge soltanto una specie alla chirotterofauna europea: Nycteris thebaica rappresenta anche il primo membro della famiglia dei Nycteridae documentato con solide evidenze in Europa.
Un fantasma che viene dal passato
Il titolo, “A ghost from the past”, non è casuale: la storia affonda le radici nella letteratura zoologica siciliana dell’Ottocento, nella quale comparivano indicazioni della possibile presenza di pipistrelli riconducibili al genere Nycteris.
Quelle antiche segnalazioni, tuttavia, non potevano essere verificate in maniera affidabile: mancavano esemplari conservati e informazioni sufficientemente precise per stabilire con certezza l’identità degli animali osservati.
Per quasi 200 anni le indicazioni sono quindi rimaste sospese tra storia della zoologia e mistero.
Le registrazioni effettuate a Pantelleria riportano oggi sorprendentemente alla luce quel vecchio interrogativo.
Il pipistrello che “sussurra”
Uno degli aspetti più affascinanti della scoperta riguarda proprio il modo in cui l’animale è stato individuato.
Nycteris thebaica è adattata a volare lentamente e molto vicino al terreno, anche in ambienti complessi. Soprattutto, utilizza segnali di ecolocalizzazione estremamente deboli.
Per questa caratteristica appartiene a quei pipistrelli che vengono definiti “whispering bats”, letteralmente pipistrelli che “sussurrano”: questo comportamento potrebbe aver contribuito a renderne tanto difficile l’individuazione con i normali sistemi di monitoraggio acustico.
Durante un monitoraggio passivo condotto a Pantelleria, i ricercatori hanno rilevato alcuni segnali insoliti: l’anomalia li ha spinti a modificare il metodo di ricerca.
I rilevatori sono stati collocati a meno di mezzo metro dal terreno e impostati con un’elevata sensibilità, in modo da intercettare i debolissimi ultrasuoni emessi da animali che volano a bassa quota: la nuova strategia ha funzionato.
Le registrazioni hanno restituito richiami di ecolocalizzazione con caratteristiche compatibili con quelle di Nycteris thebaica. Ma non soltanto.
Sono state rilevate anche vocalizzazioni sociali e, in almeno una sequenza, segnali riconducibili alla presenza contemporanea di due individui in volo.
Non è un semplice visitatore africano
È un dettaglio particolarmente importante: la presenza di più individui e di vocalizzazioni sociali rende meno convincente l’ipotesi di un unico pipistrello arrivato accidentalmente dall’Africa.
I ricercatori ritengono plausibile che a Pantelleria possa esistere una piccola popolazione residente, rimasta fino a oggi inosservata proprio a causa delle particolari caratteristiche ecologiche e acustiche della specie.
In altre parole, il pipistrello potrebbe non essere arrivato adesso, ma essere lì da molto tempo.
E’ un’ipotesi che rende ancora più significativo il richiamo alle misteriose segnalazioni zoologiche del XIX secolo.
Pantelleria, ponte tra Africa ed Europa
La scoperta accende nuovamente i riflettori anche sulla straordinaria posizione biogeografica di Pantelleria.
L’isola vulcanica si trova nel Canale di Sicilia, tra la costa nordafricana e la Sicilia, in una posizione cruciale per comprendere gli scambi faunistici tra Africa ed Europa.
Gli autori dello studio prendono in considerazione anche una prospettiva paleogeografica.
Durante le fasi glaciali del passato, quando il livello del Mediterraneo era più basso di quello attuale, le distanze di mare aperto tra le terre emerse del Canale di Sicilia risultavano ridotte.
Pantelleria e altre terre del Mediterraneo centrale potrebbero quindi avere svolto il ruolo di “stepping stones”, vere e proprie pietre di guado biogeografiche che avrebbero facilitato la dispersione verso nord di specie provenienti dall’Africa.
La popolazione di Nycteris thebaica individuata a Pantelleria potrebbe quindi rappresentare una presenza periferica di origine africana molto più antica di quanto si possa immaginare.
Per stabilirlo saranno però necessarie ulteriori ricerche.
Ora bisogna trovare i rifugi
Le registrazioni acustiche sono solo l’inizio della ricerca.
Uno dei prossimi obiettivi sarà infatti individuare i rifugi utilizzati dagli animali, verificare le dimensioni della popolazione e ottenere dati che permettano di confermarne anche geneticamente l’origine.
Sarà poi importante capire se Nycteris thebaica sia presente esclusivamente a Pantelleria oppure se piccole popolazioni possano essere sopravvissute inosservate anche in altre isole del Canale di Sicilia o nella stessa Sicilia.
La ricerca dovrà infine chiarire lo stato di conservazione di questa popolazione e valutarne le possibili minacce.
Tra quelle prese in considerazione dagli studiosi figurano gli incendi e la presenza di gatti domestici liberi di vagare, potenziali predatori di animali che, per le loro abitudini di volo a bassissima quota, potrebbero risultare particolarmente vulnerabili.
La scoperta insegna anche un metodo di ricerca
La storia del “fantasma” di Pantelleria contiene anche una lezione metodologica che va oltre la scoperta di una singola specie: quando un animale non viene rilevato, infatti, non significa necessariamente che non esista. Può anche significare che non lo stiamo cercando nel modo giusto.
Nel caso di Nycteris thebaica, è stato necessario cambiare prospettiva: abbassare i rilevatori quasi fino al terreno, aumentarne la sensibilità e mettersi in ascolto di segnali molto più deboli di quelli normalmente registrati durante i monitoraggi dei pipistrelli.
Il dettaglio tecnico ha trasformato un’anomalia acustica in una scoperta biogeografica, e lascia aperta una domanda affascinante: quanti altri “fantasmi” potrebbero essere ancora presenti nel Mediterraneo, semplicemente perché non abbiamo ancora imparato ad ascoltarli?
Grazie ad Henry De Santis, presidente dello Speleo Club Ribaldone, per aver l’articolo pubblicato sulla Sicilia, da cui è partita la ricerca delle fonti scientifiche alla base di questo articolo.
Fonti e approfondimenti
Russo D., Cistrone L., Biddittu A., Knörnschild M. (2026), A ghost from the past: Acoustic evidence for the long-overlooked occurrence of the African bat Nycteris thebaica in Europe, Global Ecology and Conservation, 70, e04377. DOI: 10.1016/j.gecco.2026.e04377 – https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2351989426003276?via%3Dihub
Ein Geist aus der Vergangenheit: Seit zwei Jahrhunderten übersehene afrikanische Fledermaus in Europa entdeckt, comunicazione sulla ricerca pubblicata da VBIO – Verband Biologie, Biowissenschaften & Biomedizin in Deutschland.
Pantelleria, torna il “fantasma del passato”: trovata la presenza di un animale, è l’unica presenza in Europa, La Sicilia.
Speleosubacquei italiani, messicani e spagnoli impegnati in tre giorni di esplorazioni, rilievi topografici e monitoraggio idrogeologico nel sistema carsico sommerso di 2315 metri
Una squadra internazionale di speleosubacquei ha dato il via alla campagna esplorativa estiva 2026 nella Grotta Acqua Nera, uno dei sistemi carsici sommersi più significativi delle Prealpi Venete. L’attività, coordinata dal Gruppo Grotte Giara Modon (GGG) di Valstagna, vede la partecipazione di membri del gruppo vicentino insieme a colleghi provenienti da Messico e Spagna, riuniti per approfondire le conoscenze di questa cavità che rappresenta un obiettivo di rilevanza per la speleologia subacquea italiana.
La Grotta Acqua Nera: caratteristiche del sistema carsico
La Grotta Acqua Nera si apre nel territorio di Lamon (BL), in località San Donato, lungo la valle del torrente Senaiga, sul versante meridionale delle Alpi Feltrine. Il sistema presenta uno sviluppo planimetrico conosciuto di 2315 metri e raggiunge una profondità massima di 54 metri. Il fiume sotterraneo che scorre all’interno della cavità attraversa tre sifoni principali, separati da tratti in ambiente aereo. Tra il primo e il terzo sifone si sviluppa una rete labirintica di cunicoli che rende tecnicamente impegnativa la progressione.
Le esplorazioni speleosubacquee nella Grotta Acqua Nera sono iniziate negli anni Settanta del XX secolo e continuano ancora oggi, con campagne regolari che hanno permesso di mappare oltre 1600 metri di condotti sommersi. La grotta rappresenta uno degli obiettivi speleosub più significativi del settore dolomitico meridionale, grazie alla combinazione di acque limpide, passaggi sommersi tecnicamente complessi e un ambiente ipogeo di particolare interesse geomorfologico.
Campo base interno: innovazione logistica per la sicurezza
A partire dal 2026 è stato predisposto un campo base interno nei pressi della partenza del terzo sifone, una soluzione logistica che garantisce maggior sicurezza agli speleosubacquei e agevola le attività esplorative. Grazie a questa infrastruttura, il team di esploratori può rimanere all’interno della grotta per tre giorni consecutivi, riducendo i tempi di trasporto del materiale e ottimizzando le finestre di immersione.
L’allestimento del campo interno richiede un lavoro di squadra significativo: per tutta la giornata di mercoledì, speleologi e speleosub sono stati impegnati nel trasporto del materiale necessario, dalle attrezzature subacquee ai sistemi di supporto vitale, fino ai punti di immersione. Questa organizzazione logistica segue modelli già sperimentati in altre campagne esplorative italiane, come quelle condotte nella Risorgiva di Eolo a Trasaghis e nella Grotta Grande dei Cervi a Carsoli, dove campi base sotterranei hanno permesso di spingere oltre i limiti conosciuti dei sistemi carsici.
Attività esplorative e ricerca scientifica
Oltre alle attività di pura esplorazione, la campagna 2026 nella Grotta Acqua Nera include un programma di ricerca scientifica articolato. Verranno raccolti i dati necessari alla stesura dei rilievi topografici, con l’obiettivo di aggiornare la documentazione cartografica del sistema e mappare eventuali nuovi tratti scoperti durante le immersioni.
Parallelamente, saranno installate sonde per la registrazione delle temperature interne, nell’ambito di uno studio più ampio sul sistema idrogeologico dell’area. Il monitoraggio termico delle acque sotterranee fornisce dati preziosi per comprendere i flussi idrici, le connessioni tra diversi settori del carsismo e le dinamiche di ricarica delle falde. Queste informazioni risultano utili anche per la gestione delle risorse idriche potabili, visto che le acque della Valbrenta e delle Prealpi Venete alimentano importanti acquedotti.
Il Gruppo Grotte Giara Modon, fondatore dell’iniziativa, è attivo da decenni nella speleologia terrestre e subacquea della Valbrenta, con un curriculum che include partecipazioni a progetti di tracciamento delle acque sotterranee in collaborazione con Etra, Arpav e l’istituto agrario Parolini. La presenza di colleghi messicani e spagnoli nella squadra 2026 sottolinea il carattere internazionale della speleologia subacquea, disciplina che richiede competenze tecniche avanzate e una preparazione specifica per operare in ambienti ipogei sommersi.
Contesto regionale: la Valbrenta e le sue grotte
La Grotta Acqua Nera si inserisce in un contesto carsico di particolare ricchezza. La Valbrenta e le Prealpi Venete ospitano alcune delle grotte più profonde e significative d’Italia, tra cui la sorgente dell’Elefante Bianco a Valstagna, che nel febbraio 2026 è stata oggetto di una spedizione record guidata dallo speleosub polacco Bart ?omiej Pitala, raggiungendo i -292 metri di profondità. Il territorio di Lamon, dove si apre la Grotta Acqua Nera, è caratterizzato da formazioni dolomitiche e calcaree che favoriscono lo sviluppo di sistemi carsici complessi, con gallerie, sifoni e condotti modellati dall’azione erosiva delle acque sotterranee.
La speleologia subacquea in quest’area richiede dotazioni precise: filo di Arianna per l’orientamento, torce ad alta potenza, ridondanza di attrezzature e miscele respiratorie appropriate per le profondità raggiunte. La regola del terzo, fondamentale nella speleosubacquea, prevede di consumare un terzo della riserva d’aria per il percorso di andata, un terzo per il ritorno e mantenere un terzo disponibile per gli imprevisti.
Aggiornamenti e prospettive
La squadra rimarrà operativa nella Grotta Acqua Nera per tutta la settimana, con immersioni programmate nei tre sifoni principali e nei tratti labirintici intermedi. Gli aggiornamenti sulle eventuali nuove scoperte saranno comunicati al termine della campagna, una volta completate le elaborazioni dei rilievi e l’analisi preliminare dei dati raccolti.
L’attività del 2026 si inserisce in una tradizione di esplorazioni regolari che hanno portato, nel corso dei decenni, a estendere progressivamente la conoscenza di questo sistema. La Grotta Acqua Nera continua a rappresentare una sfida tecnica e scientifica per gli speleosubacquei, con potenziali sviluppi ancora inesplorati oltre i tratti attualmente mappati.
CAI Feltre – “I Giovedì³² del CAI – 7^ edizione” (19 gennaio 2026) https://www.caifeltre.it/2026/01/19/i-giovedi-del-cai-7-edizione/
Valstagna.info – “Alberto Cavedon – Valstagna” (28 dicembre 2025) http://www.valstagna.info/index.php/sport/256-alberto-cavedon
Scintilena – “Speleosub a Lamon: la Grotta dell’Acqua Nera protagonista della serata a Borgo Valsugana” (31 agosto 2025) https://www.scintilena.com/speleosub-a-lamon-la-grotta-dellacqua-nera-protagonista-della-serata-a-borgo-valsugana/08/31/
Scintilena – “Acqua Nera: speleosub alla scoperta di una grotta dimenticata” (21 gennaio 2025) https://www.scintilena.com/acqua-nera-speleosub-alla-scoperta-di-una-grotta-dimenticata/01/21/
Scintilena – “Scoprire il mondo sotterraneo con il Corso di Avvicinamento alla Speleologia del Gruppo Grotte Giara Modon di Valstagna” (23 aprile 2025) https://www.scintilena.com/scoprire-il-mondo-sotterraneo-con-il-corso-di-avvicinamento-alla-speleologia-del-gruppo-grotte-giara-modon-di-valstagna/04/23/
Scintilena – “Racconti dal Buio: speleosubacquea e Fontanon di Riu Neri nella puntata del 10 marzo su Radio Fragola” (12 marzo 2026) https://www.scintilena.com/racconti-dal-buio-speleosubacquea-e-fontanon-di-riu-neri-nella-puntata-del-10-marzo-su-radio-fragola/03/12/
Aggrottiamoci – “Inferniglio – 01 agosto 2026” (2 agosto 2026) https://aggrottiamoci.com/2026/08/02/inferniglio-01-agosto-2026/
Scintilena – “Gorgazzo, la nuova sfida degli speleosub polacchi” (20 agosto 2026) https://www.scintilena.com/gorgazzo-la-nuova-sfida-degli-speleosub-polacchi-ricerca-e-immagini-nel-cuore-della-sorgente/08/20/
FSR FVG – Archivio Agosto 2026 https://www.fsrfvg.it/?m=202608&ec3_listing=disable
Scintilena – “Risorgiva di Eolo: superati i sifoni terminali, esplorati 300 metri di nuove gallerie oltre il limite noto” (1 marzo 2026) https://www.scintilena.com/risorgiva-di-eolo-superati-i-sifoni-terminali-esplorati-300-metri-di-nuove-gallerie-oltre-il-limite-noto/03/01/
Scintilena – “Speleo-subacquea: della Sotto Carsoli c’è³² un ‘mondo sommerso'” (25 gennaio 2026) https://www.scintilena.com/speleo-subacquea-della-sotto-carsoli-ce-un-mondo-sommerso-oltre-30-speleologi-sfidano-il-sifone-finale-della-grotta-grande-dei-cervi/01/25/
Il Giornale di Vicenza – “L’Oliero si tinge di ‘fluo’. Studio sull’acqua potabile” (17 gennaio 2025) https://www.ilgiornaledivicenza.it/territorio-vicentino/bassano/l-oliero-si-tinge-di-fluo-studio-sull-acqua-potabile-1.12557871
Komoot – “Le grotte più suggestive nei dintorni di Pieve Tesino” (2 giugno 2026) https://www.komoot.com/it-it/guide/3805612/grotte-nei-dintorni-di-pieve-tesino
Nautica Mare – “292 mt. Impresa da record di Bart ?omiej Pitala” (3 marzo 2026) https://www.nauticamare.it/diving-news/oltre-i-limiti-dellelefante-bianco-292-mt-impresa-da-record-di-bartlomiej-pitala.html
Valstagna.info – “Sorgente Elefante Bianco 2004” (24 febbraio 2025) https://www.valstagna.info/index.php/geositi/150-subiolo/246-sorgente-elefante-bianco-2004
Valstagna.info – “Sorgente Elefante Bianco 2003” (17 giugno 2025) http://www.valstagna.info/index.php/geositi/150-subiolo/244-sorgente-elefante-bianco-2003
Scintilena – “Nueva Vida continua a crescere: 750 metri nuovi nelle profondità del Sebino” (13 marzo 2026) https://www.scintilena.com/nueva-vida-continua-a-crescere-750-metri-nuovi-nelle-profondita-del-sebino/03/13/
Sardegna Sentieri – “Grotta di San Giovanni” (29 luglio 2025) https://www.sardegnasentieri.it/node/865
Bagagli Leggero – “Cascata del Salton: l’inaspettata sorpresa a Lamon” (12 giugno 2025) https://www.bagaglioleggero.it/cascata-del-salton-lamon/
Parco Majella – “La Grotta Nera” (12 ottobre 2025) https://www.parcomajella.it/La-Grotta-Nera.htm
La Traccia Escursioni – “Grotta Acqua Nera” (10 febbraio 2022) https://latracciaescursioniemontagna.com/
Valstagna.info – “Speleosub – Valstagna” (12 luglio 2026) https://www.valstagna.info/index.php/sport/255-speleosub
Valstagna.info – “Grotte di Oliero 2005 Covol dei Veci” (1 febbraio 2026) https://www.valstagna.info/index.php/geositi/148-grotte-oliero/249-grotte-di-oliero-2005-covol-dei-veci
Parco Majella – “Valle Inferno – Selvaromana, M. Ugni, Eremo Grotta S. Angelo” (6 luglio 2025) https://www.parcomajella.it/Valle-Inferno-Selvaromana-M-Ugni-Eremo-Grotta-S-Angelo.htm
Grotte di Oliero – “Info e regolamento” (18 marzo 2026) https://www.grottedioliero.it/info-e-regolamento/
Cuevas de Nerja – “Geologia della Cueva de Nerja” (22 maggio 2026) https://cuevasnerja.com/it/guides/nerja-cave-geology-stalactites/
Timavo System Exploration 2026 porta una diretta di Radio Fragola a circa 329 metri di profondità nel Carso triestino. Sabato 22 agosto è previsto un nuovo collegamento, dedicato alla conclusione della campagna e al rientro degli speleosub.
Timavo System Exploration 2026 e la diretta del 22 agosto
La giornata conclusiva della Timavo System Exploration 2026 sarà raccontata in diretta da Radio Fragola sabato 22 agosto, dalle 15.35, sulle frequenze FM 104.6-104.8 e sul sito dell’emittente.
Il collegamento è programmato in attesa dell’uscita della squadra francese di speleosub della Fédération Française d’Études et de Sports Sous-Marins, FFESSM, e degli speleologi impegnati nel recupero dei materiali dal fondo dell’Abisso di Trebiciano.
La trasmissione offrirà spazio alle impressioni dei partecipanti e alle informazioni che il gruppo renderà disponibili sulla campagna.
Il progetto Timavo System Exploration è promosso dalla Società Adriatica di Speleologia di Trieste. Riunisce speleologi e speleosub italiani, francesi e sloveni attorno allo studio del corso sotterraneo del Timavo-Reka.
La pagina della SAS descrive il programma come un’iniziativa internazionale nata dalle esplorazioni riprese nel 2013, dopo oltre vent’anni dalle precedenti attività speleosubacquee nel settore.
Radio Fragola all’Abisso di Trebiciano
Il 16 agosto Radio Fragola ha già realizzato una puntata speciale di Racconti dal Buio dall’interno della cavità.
La postazione era collocata presso il fiume Timavo, alla quota di circa ?329 metri dall’ingresso.
La diretta ha documentato la preparazione e lo svolgimento delle immersioni, con Edi Pernici alla conduzione e l’assistenza di Piero Luchesi e Stefano Schirinzi.
L’operazione ha richiesto una catena logistica compatibile con un ambiente profondo e non turistico.
Il segnale è stato trasferito all’esterno attraverso la connessione interna già disponibile nella grotta.
La comunicazione ipogea, in questo caso, è stata usata per trasformare attività normalmente percepite solo dagli operatori in un racconto radiofonico accessibile al pubblico.
La pagina di Racconti dal Buio presenta la rubrica come uno spazio dedicato alla geologia, alla biologia, alla storia, all’archeologia e alla tutela delle acque sotterranee.
Il podcast della diretta del 16 agosto è indicato dall’emittente tra i contenuti della serie.
Abisso di Trebiciano, dati e accesso speleologico
L’Abisso di Trebiciano, noto anche come Labadnìca, è la cavità numero 3 del Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia.
Si trova nel Carso triestino, nel territorio del Comune di Trieste. Il Catasto indica uno sviluppo planimetrico di 1.198 metri e una profondità di 329 metri, con quota del fondo pari a 13 metri sul livello del mare.
Il valore scientifico della grotta dipende soprattutto dalla presenza del Timavo sotterraneo nella parte terminale.
Il Catasto ricorda che Trebiciano è un punto intermedio fondamentale per osservare il fiume tra la scomparsa alle Grotte di San Canziano e le risorgive.
L’accesso richiede preparazione, attrezzatura e gestione del rischio proprie della speleologia verticale. La cavità non è una grotta turistica.
Il Timavo System Exploration 2026 prosegue quindi un lavoro che si svolge in condizioni impegnative.
La visibilità variabile, le correnti e la necessità di trasportare materiali in profondità incidono sui tempi delle attività.
Le immersioni nei sifoni richiedono inoltre una documentazione accurata delle sagole, della topografia e delle condizioni idrologiche.
Timavo System Exploration, gli aggiornamenti recenti
Le novità più recenti disponibili prima della chiusura della campagna 2026 delineano un quadro di ricerca più ampio.
Nell’edizione 2024 del Timavo System Exploration gli speleosub hanno esplorato per alcune centinaia di metri il sifone di uscita della Caverna Maucci.
Il percorso ha superato circa metà della distanza che separa Maucci dalla Grotta Luftloch. Sono stati inoltre rilevati con strumenti di precisione i sifoni a valle e quelli a monte dell’Abisso di Trebiciano.
La Caverna Maucci era stata raggiunta nel 2022 oltre il sifone a valle di Trebiciano, dopo circa 200 metri di galleria sommersa.
La Grotta Luftloch è stata invece aperta dagli speleologi della SAS il 23 marzo 2024, dopo una lunga attività di scavo.
Le informazioni diffuse nel 2024 stimavano in circa 200 metri il tratto ancora da chiarire tra i due sistemi.
L’obiettivo di collegare Trebiciano, Maucci e Luftloch resta una delle principali prospettive della Timavo System Exploration: una congiunzione permetterebbe di ricostruire un tratto continuo del Timavo sotterraneo per oltre due chilometri.
Nel gennaio 2026, un’altra ricerca nel Carso triestino ha aperto una nuova finestra sul fiume: l’Abisso Luciano Filipas, 87 VG, in zona Fernetti. La scoperta, attribuita alla Commissione Grotte Eugenio Boegan dopo 874 uscite in circa vent’anni, non fa parte del progetto Timavo System Exploration che vede in prima linea la Società Adriatica di Speleologia, ma aggiunge un punto di osservazione importante nel medesimo sistema idrogeologico.
Un ulteriore aggiornamento arriva dal Carso sloveno. Nel luglio 2026 la Reka Exploration ha annunciato oltre 800 metri di nuove gallerie nella Jama 1 v Kanjaducah, presso Sežana. Il fiume Reka prosegue nel sottosuolo verso l’Italia, dove riemerge come Timavo. Anche queste esplorazioni contribuiscono alla conoscenza complessiva del sistema transfrontaliero.
Una cronaca utile alla ricerca sul Timavo
La diretta prevista per il 22 agosto colloca Timavo System Exploration 2026 anche sul piano della divulgazione. Il collegamento radiofonico non sostituisce la relazione esplorativa, ma può rendere visibili la complessità operativa, le attese e i limiti di una campagna speleosubacquea.
Per la comunità speleologica, i risultati da seguire saranno soprattutto tre: l’eventuale avanzamento nei sifoni, la qualità e l’integrazione dei rilievi e la distanza residua verso il possibile collegamento con Luftloch.
Sarà rilevante anche capire se le osservazioni idrologiche raccolte durante la Timavo System Exploration 2026 offriranno elementi nuovi sulla circolazione delle acque nel Carso triestino.
Fonti
Comunicato ufficiale:
?????? ?? ?????? ????? ??? ??:?? vi aspetta su ????? ??????? ( FM 104.6-104.8 e www.radiofragola.com ) uno ???????? ???? ??? ????? ????????? con il racconto della giornata conclusiva di ?????? ?????? ??????????? ????.
Attenderemo l’uscita della squadra francese di speleo subacquei della ?????? e degli speleologi in supporto per il recupero dei materiali dal fondo dell’?????? ?? ??????????. Ascolteremo le impressioni dei protagonisti che hanno vissuto questa esperienza e ci faremo raccontare le novità relative la campagna esplorativa ??? ????.
Da segnalare, per questa stagione di rilievi ed esplorazioni di ?????? ?????? ???????????, è anche la collaborazione con l’emittente ????? ??????? con cui si sono programmate due dirette ?? ????, di cui una molto speciale svoltasi domenica 16 agosto, dalla ???????? ?????? ?? ???? ?? ??????, ? ????? ??? ????? ?? ??????????’, con conduzione di ??? ??????? assistito da ????? ??????? e ??????? ??????????.
Infatti, durante il ??? ???? abbiamo trasmesso oltre un’ora di ???????? ??? ???? in diretta radiofonica ??? ????? ????’ ?????? ?? ??????????, usando la connessione interna per portare il segnale all’esterno e quindi sulle frequenze FM 104.6-104.8 di ????? ???????. La postazione di chi conduceva e trasmetteva questo ???????? ???? è stata effettivamente approntata sulle rive del Timavo, a una profondità di circa ?329 metri dall’ingresso e nel bel mezzo delle manovre di preparazione e svolgimento delle immersioni dei speleo sub, dunque con tutte le difficoltà logistiche che queste attività comportano e che la trasmissione radio ha potuto cogliere.
In sé, il Wi-Fi installato in una grotta non rappresenta né una novità né un primato mondiale: all’ ?????? ?? ?????????? l’infrastruttura per le comunicazioni via internet è stata inaugurata nell’agosto del ???? e nel ???? in Grecia (?????????????) è stata documentata la presenza del Wi-Fi fino a ???? ?. Per quanto concerne, invece, le trasmissioni radio possiamo ricordare la diretta della ??? ????? del ???? in una miniera in Canada, da una profondità di ??.??? ? (Guinness World Records).
Parlando di trasmissioni operate da grotte naturali, possiamo citare quello delle ???????? ??????? nel ????, con una diretta da circa ???? ?.
Sono esistite anche dirette televisive da cavità naturali come nel caso degli ambienti ipogei del massiccio carsico di ??????-?????-?????? (Pirenei Atlantici), ma in questo caso va segnalato che la famosa ???? ?? ?? ????? (larga circa 250 metri, alta 194 metri e ha un volume di 3,6 milioni di metri cubi) sita sul fondo è raggiungibile tramite un tunnel artificiale di circa 660-800 metri che permette di entrare nel cuore della montagna con estrema facilità. Diverso è il caso dell’?????? ?? ?????????? (numero catasto: 3) la cui maggior profondità si raggiunge percorrendo una via ferrata, muniti di debita attrezzatura (imbrago, longe, moschettoni, caschetto con torcia frontale …) e assicurazione in quando tale grotta non è turistica.
Per coloro che non hanno avuto la possibilità di seguire questa speciale trasmissione radio dalle profondità del Carso triestino, sul portale di ????? ??????? ( www.radiofragola.com ) è disponibile la registrazione.
Il progetto ?????? ?????? ??????????? (TSE), organizzato dalla ???????’ ????????? ?? ??????????? (SAS), negli anni ha coinvolto circa 300 speleologi appartenenti a 34 associazioni di 4 diverse nazionalità. L’impiego di materiali moderni e tecniche innovative ha permesso di raggiungere ragguardevoli traguardi esplorativi.
Le foto che alleghiamo mostrano qualche momento della diretta radiofonica dal fondo dell’abisso, l’avvio delle immersioni subacquee e alcuni dei partecipanti del ??? ????.
Crediti fotografici: Stefano Schirinzi, Paola Rovis e Gigliola Antonazzi.
La Grotta Uhlovitsa in Bulgaria racconta l’evoluzione carsica dei Monti Rodopi
La Grotta Uhlovitsa, nei Monti Rodopi della Bulgaria meridionale, viene indicata dalle fonti turistiche locali come una cavità di oltre 3,5 milioni di anni.
Si trova nell’area delle Sinite Virove, i “Laghi Blu”, nei pressi del villaggio di Mogilitsa e nell’alto bacino dell’Arda. La sua lunghezza è di circa 460 metri. Il tratto attrezzato e visitabile misura 330 metri.
L’età attribuita alla Grotta Uhlovitsa la colloca fra le cavità più antiche dei Rodopi. Questo dato va letto come una stima divulgativa relativa alla storia del sistema carsico.
È un elemento utile per comprendere la lunga azione dell’acqua sulle rocce calcaree della zona.
Le fonti locali descrivono una grotta su due livelli, con un dislivello di 25 metri tra l’ingresso e il punto più basso.
L’ingresso è posto a 1.040 metri di quota. All’interno la temperatura resta intorno a 10-11 °C in ogni stagione.
La stabilità del microclima è una delle condizioni che caratterizzano molti ambienti ipogei, insieme alla limitata circolazione d’aria e alla presenza di acque di percolazione.
Carsismo e speleotemi della Grotta Uhlovitsa
La morfologia della Grotta Uhlovitsa è legata ai processi del carsismo.
L’acqua meteorica, arricchita di anidride carbonica nel suolo, può sciogliere il carbonato di calcio e allargare fratture e condotti nella roccia.
Nel tempo si sviluppano gallerie e ambienti sotterranei. Quando l’acqua deposita nuovamente calcite, si formano gli speleotemi.
Nella cavità sono segnalati stalattiti, stalagmiti, colate e concrezioni dendritiche.
I dendriti, spesso paragonati per aspetto a strutture coralline, sono una delle peculiarità più citate. Sono presenti anche coralliti ed eccentriche, forme che testimoniano condizioni di deposizione differenti rispetto alla semplice crescita verticale di una stalattite.
Nella parte finale del percorso compare una colata calcitica bianca, descritta come cascata o “cascata cristallina”.
Ai suoi piedi sono riportati piccoli laghetti di concrezione. Le fonti non coincidono sul numero: una descrizione locale ne indica sette, mentre un servizio radiofonico ne menziona quattro. In entrambi i casi, il loro riempimento è collegato soprattutto al periodo primaverile e alle condizioni idrologiche stagionali.
Dalla scoperta alla fruizione speleoturistica
La Grotta Uhlovitsa fu esplorata e documentata nel 1967 da Dimitar e Georgi Raychevi, secondo le fonti del territorio.
L’apertura ufficiale al pubblico avvenne l’8 settembre 1984, dopo l’allestimento del percorso interno. Il tracciato turistico comprende 280 gradini metallici e parapetti.
Anche l’avvicinamento richiede attenzione. Dal parcheggio si percorre un sentiero in salita di circa 800 metri, seguito da 190 gradini metallici.
Il dislivello dichiarato dal parcheggio all’ingresso è di 160 metri. Si tratta quindi di una visita che unisce osservazione speleologica e cammino in ambiente montano.
La Grotta Uhlovitsa è indicata come aperta durante tutto l’anno. Orari, tariffe e modalità di accesso possono cambiare: prima della partenza è opportuno verificarli presso i gestori locali. La visita guidata resta lo strumento più adatto per accompagnare il pubblico in una cavità attrezzata e per trasmettere regole essenziali, come non toccare le concrezioni e non raccogliere materiali dal suolo.
Tutela della Grotta Uhlovitsa e fauna sotterranea
La valorizzazione della Grotta Uhlovitsa richiede un equilibrio tra accessibilità e protezione. Le concrezioni calcaree crescono con ritmi molto lenti. Il contatto diretto può alterarne le superfici, mentre la presenza umana può modificare localmente umidità, temperatura e qualità dell’aria.
La guida turistica di Smolyan segnala inoltre la presenza stagionale di otto specie di pipistrelli. Il dato conferma l’importanza della cavità anche come habitat. Per questo l’accesso ai settori non attrezzati del bacino dell’Arda è riservato a speleologi formati e dotati di attrezzatura idonea. La tutela non riguarda solo le forme minerali visibili. Comprende anche gli organismi, le acque e i delicati equilibri del sottosuolo.
Dal 13 al 17 agosto 2026 il Gruppo Speleologico Lunense è tornato al suo campo nel cuore del Retrocorchia
Quattro gli obiettivi principali: Abisso della Venere, nuovo pozzo vicino al campo, Buca di Jack e ricognizioni verso il 19° ingresso e il Farolfi. In pochi giorni, nuove verticali e nuovi interrogativi hanno rilanciato l’esplorazione
Bisogna lasciare l’auto a Passo Croce e proseguire a piedi, salendo per almeno mezz’ora, per raggiungere il Campo dei Lunensi. È qui, nel cuore del Retrocorchia, che dal 13 al 17 agosto 2026 il Gruppo Speleologico Lunense ha organizzato il tradizionale campetto di Ferragosto, insieme agli amici che hanno raggiunto il gruppo per condividere alcuni giorni di esplorazione.
Il campo si trova nei pressi del 17° ingresso del Complesso del Monte Corchia, la Buca del Campo–Ingresso Lorenzo Brizzi, aperto e collegato al sistema nel 2012 dal Gruppo Speleologico Lunense e dedicato alla memoria di Lorenzo Brizzi, giovane socio del gruppo prematuramente scomparso.
Le coordinate dell’Ingresso Lorenzo Brizzi sono 44.03913 N, 10.28948 E.
Gli obiettivi principali del campo erano quattro: proseguire le esplorazioni nell’Abisso della Venere; tornare sul nuovo pozzo scoperto a poca distanza dal campo; continuare la lunga disostruzione alla Buca di Jack; effettuare giri e ricognizioni nella zona del 19° ingresso e dell’Abisso Rodolfo Farolfi.
Un programma fitto per un campo relativamente breve. Eppure, in appena due giorni e mezzo effettivi di attività, i risultati non sono mancati.
foto Massimo Fiamberti
Nell’Abisso della Venere, 23° ingresso del Corchia, la discesa di una nuova verticale ha rivelato un grande P50, probabilmente uno dei pozzi più spettacolari della cavità. Sempre nella Venere, una risalita sopra il Pozzo del Cristo ha intercettato una forte corrente d’aria e un ampio meandro: elementi che potrebbero fornire una nuova chiave per interpretare la circolazione dell’aria nella parte profonda dell’abisso e forse indicare l’esistenza di un ingresso alto ancora sconosciuto.
Anche il piccolo ingresso vicino al campo ha riservato una sorpresa. Dove tutto sembrava chiudere, un sasso lanciato oltre una pozza ha restituito il rumore inequivocabile del vuoto. La successiva disostruzione ha reso percorribile il passaggio e ora un nuovo pozzo attende di essere sceso. Potrebbe avvicinare alle gallerie alte del Farolfi, da tempo cercate dall’esterno, oppure finire per collegarsi al vicino 17° ingresso. Saranno le prossime esplorazioni a dirlo.
Alla Buca di Jack, intanto, è continuato il paziente lavoro di disostruzione, mentre i giri esterni hanno permesso anche di posizionare le targhette FST su nove cavità del Retrocorchia.
Un campo, dunque, fatto di esplorazioni molto diverse tra loro: grandi verticali, risalite seguendo l’aria, rilievi, disostruzioni e ricognizioni esterne. Ma anche di vita condivisa al campo, amicizia, serate insieme e quella miscela di fatica, curiosità e divertimento che accompagna da sempre l’esplorazione speleologica.
Il risultato più importante, forse, è proprio quello che ogni buon campo dovrebbe lasciare: nuovi vuoti da esplorare e più domande di quante ce ne fossero all’arrivo.
foto Massimo Fiamberti
Ma per raccontare cosa è successo sottoterra è meglio lasciare la parola a chi c’era.
Resoconto Campetto Lunense di Ferragosto in Retrocorchiadi Luca Dadà
Abisso della Venere Squadra “I Compagni del Disperso” (di punta) Scendiamo il pozzo parallelo alla via principale a -190 m che, come si preannunciava, porta a -240 m in corrispondenza di un grosso camino allo Zenith. Un risultato che potrebbe sembrare scontato ma che, in realtà, ha rivelato uno dei più grandi e spettacolari pozzi dell’Abisso della Venere (23° ingresso del Corchia): un P50 di notevoli dimensioni che lascia tutti a bocca aperta. In primis Giorgio che, alle sue prime vere esperienze di armo su grosse verticali, si cimenta nell’attrezzamento del pozzo. Al suo fianco Max, forte della sua ampia esperienza. Nel frattempo io, nelle retrovie, seguo con un orecchio il progredire dell’armo e i dubbi che man mano emergono, mentre con l’altro mi dedico insieme a Michele e Ivan al rilievo delle nuove parti esplorate. Un pozzo tutt’altro che banale, caratterizzato da una gigantesca pietra tombale che domina la verticale dall’alto. Nonostante qualche salto sopra per verificarne la stabilità, non si muove di un millimetro e questo, almeno in parte, rassicura. Portiamo così a casa quello che probabilmente è il nuovo pozzo più scenografico della grotta, oltre a una finestra che meriterà una rivisitazione futura, ma non prima di un’ulteriore pulizia delle pareti del pozzo.
Squadra Superfighi (solo Fighi per gli amici) Dai racconti dei compagni provo a riassumere la loro esplorazione. Carlos e Denis, insieme a Jacopo, e ad Emma ed Enrico (new entry di quest’anno), si dirigono a -140 m all’attacco del Pozzo del Cristo. La risalita, iniziata da me e Ivan durante una precedente uscita invernale, era stata individuata come particolarmente interessante per due motivi: in quel punto l’aria invertiva e si registrava inoltre una marcata anomalia termica. Durante l’uscita precedente ero riuscito a risalire una ventina di metri; questa volta Carlos ed Emma proseguono la risalita e traversano in alto. L’impressione che la morfologia lasciasse presagire l’arrivo in una forra si rivela corretta. Completato il traverso e guadagnati ancora alcuni metri di quota, intercettano una forte corrente d’aria e si apre un ampio meandro semi -appoggiato che comanda l’aria della maggior parte della grotta. Di fatto la Venere, che solo in piena estate inizia a soffiare verso l’esterno (quest’anno per la prima volta), non controlla il circuito predominante della cavità. Questo sembra invece fare capo, dal Cristo in poi, a un ingresso alto più importante che aspira. Con questa uscita si è iniziato a dipanare quella che potrebbe essere la chiave di lettura per comprendere la circolazione dell’aria nella Venere profonda.
Nuovo pozzo sotto al campo Durante il campetto di giugno una disostruzione particolarmente fruttuosa ci aveva permesso di aprire un pozzo occluso. Il pozzo si era rivelato profondo circa 50 metri. In una successiva uscita, insieme a Marchino e Ivan, oltre alla pulizia della cavità da detriti e rocce sospese e alla messa in sicurezza della verticale, ci eravamo dedicati allo scavo del fondo franoso. Il lavoro, lungo e impegnativo, ci aveva consentito di guadagnare ulteriori 6-7 metri di profondità. Sembrava però che la grotta terminasse lì, davanti a un piccolo passaggio nero oltre il quale, lanciando sassi, si sentiva soltanto il rumore dell’acqua. Tutto lasciava quindi pensare a una prosecuzione irrimediabilmente chiusa. Venerdì, arrivati al campo e sistemato il materiale, partiamo io, Emma e Gianlu per effettuare il rilievo della cavità e ricontrollarla palmo a palmo. Il risultato arriva subito. Giunti alla base del pozzo, Gianlu tira un sasso “ad effetto” che supera miracolosamente la pozzetta d’acqua e si perde nel vuoto per almeno una quindicina di metri. Un lancio incredibile che provo e riprovo a replicare senza alcun successo. Gasatissimi torniamo al campo per cena. La domenica Gianlu ed Emma, insieme a Luca e Manu, due new entry GSAV decisamente cariche, si dedicano alla disostruzione del passaggio e all’apertura del pozzo che eravamo riusciti soltanto a sentire. La cosa promette molto bene, la prossima uscita si riuscirà a scendere il pozzo che a fine giornata risultava ormai percorribile. Che si entri realmente nelle fantomatiche gallerie alte del Farolfi, di cui da tempo si cerca un eventuale ingresso, oppure che il vicino 17° ingresso si papperà questo pozzo, poco importa. In entrambi i casi l’esplorazione si è rivelata estremamente soddisfacente e divertente, senza contare la comodità di avere l’ingresso letteralmente a due passi dal campo esterno.
Buca di Jack Sabato Rat, Gianlu e La Fede si sono invece dedicati alla prosecuzione della disostruzione della cavità, una disostruzione ormai storica per il gruppo. Dopo aver ripulito il passaggio dai detriti accumulati nelle precedenti fasi di scavo, è proseguito l’allargamento. Alcune bolle che si intravedono più avanti lasciano ben sperare e fanno pensare che questa lunga e minuziosa disostruzione possa essere finalmente vicina a una svolta.
Conclusioni Oltre ai vari giri esterni sono state posizionate le targhette FST su nove cavità del Retrocorchia. E, sebbene ci siamo dedicati anche alle consuete baldorie notturne e non sia mancata una ricerca notturna/mattutina del nostro disperso preferito, siamo comunque riusciti a portare a casa ottimi risultati su più fronti in appena due giorni e mezzo di campo. La partecipazione è stata alta, sia da parte del gruppo, sia degli amici che si sono uniti al campetto. Breve ma intenso, ci ha lasciato nuovi fronti aperti, ottimi risultati e parecchi motivi per tornare presto sottoterra.
Buk Ellen – posa placchetta catastale – foto Ettore Callegari
Complimenti a tutti i partecipanti al Campo dei Lunensi, a chi ha esplorato, armato, rilevato, disostruito e percorso il Retrocorchia, e a chi ha condiviso lavoro, fatica e vita di campo. In pochi giorni sono stati portati avanti molti fronti diversi, lasciando nuove prospettive e nuove domande per le prossime esplorazioni.
E complimenti al Gruppo Speleologico Lunense, che ancora una volta dimostra come l’esplorazione sia fatta di tenacia, curiosità, competenza amicizia e, soprattutto, di persone capaci di condividere un progetto e un’avventura.
Sabato 29 agosto a Glori una serata tra esplorazione, storia e ambiente dedicata alle gallerie della “diga fantasma” e a una vicenda che ha segnato profondamente il territorio
GLORI (IM) – Un viaggio sotto la montagna, ma anche dentro la memoria della Valle Argentina. Sabato 29 agosto alle ore 20.30, in piazza della Chiesa a Glori, si terrà una serata dedicata alla Galleria Glori-Castellaro, il grande sistema sotterraneo realizzato nell’ambito di un progetto idroelettrico che avrebbe potuto cambiare per sempre il volto della valle.
A raccontarne la storia e le esplorazioni saranno Marco Marchesini, del G.S. Ligure A. Issel, e Alessandro Pastorelli, dello Speleo Club CAI Sanremo, attraverso immagini, documentazione e testimonianze raccolte durante le ricognizioni nelle gallerie.
Quella di Glori-Castellaro non è soltanto una storia di cavità artificiali. È una vicenda nella quale si intrecciano ingegneria, geologia, acqua, paesaggio e opposizione popolare, e che ancora oggi conserva una forte valenza storica e ambientale per tutta la Valle Argentina.
La diga che avrebbe trasformato la valle
Alla fine degli anni Cinquanta venne progettato lungo il torrente Argentina un grande impianto idroelettrico. Il progetto prevedeva uno sbarramento alto circa 80 metri e un invaso della capacità di circa 20 milioni di metri cubi d’acqua.
I lavori, iniziati nel 1959 dalla società ILSA, portarono alla realizzazione di importanti opere: gallerie idrauliche scavate nella montagna, strutture in cemento armato, condotte e infrastrutture destinate al funzionamento del futuro impianto.
Il progetto, tuttavia, incontrò difficoltà tecniche legate anche alle caratteristiche della roccia e una crescente opposizione da parte degli abitanti della valle.
Il momento decisivo arrivò nel 1963. Il 9 ottobre, il disastro del Vajont mostrò in maniera drammatica quali conseguenze potessero derivare da grandi interventi realizzati in territori geologicamente delicati.
Poco più di un mese dopo, l’11 novembre 1963, circa seimila persone si mobilitarono in Valle Argentina per chiedere il blocco dei lavori della diga di Glori. La protesta, guidata dal sindaco di Badalucco Filippo Boeri, contribuì all’abbandono del progetto.
Una battaglia ambientale durata decenni
La vicenda, però, non terminò negli anni Sessanta.
Nel 1984 l’Enel tentò di riprendere il vecchio progetto, incontrando nuovamente l’opposizione dei comuni e degli abitanti della valle. Nel 2014 un’altra ipotesi di invaso riportò la popolazione a mobilitarsi.
Ancora nel 2023, un finanziamento ministeriale di 800.000 euro destinato a uno studio di fattibilità per una diga – o due invasi più piccoli – da circa 3-4 milioni di metri cubi riaccese il dibattito sull’utilizzo delle acque dell’Argentina e sul futuro della valle.
A Badalucco oltre 500 persone tornarono a manifestare contro l’ipotesi di nuove opere. La questione arrivò anche in Parlamento e nel 2024 giunse un nuovo stop al progetto.
È una storia che mostra quanto il rapporto tra acqua, necessità delle comunità, grandi opere e tutela del territorio sia complesso e, soprattutto, quanto continui a essere attuale.
Dentro la “diga fantasma”
Oggi, di quel gigantesco progetto mai completato rimane un paesaggio sotterraneo sorprendente.
Nella montagna sopravvivono circa 12 chilometri di gallerie idrauliche, insieme alla base dello sbarramento, allo scheletro della centrale e ad altre strutture costruite oltre sessant’anni fa e mai entrate realmente in funzione.
Percorrere queste gallerie significa entrare in un ambiente sospeso tra archeologia industriale e mondo sotterraneo.
foto M. Abisso
Nel buio compaiono tratti in cemento armato, condotte, binari e vecchi carrelli abbandonati. Ma il tempo ha lentamente trasformato ciò che l’uomo aveva scavato: infiltrazioni e scorrimenti d’acqua hanno favorito la formazione di concrezioni, mentre la montagna ha iniziato a riprendersi gli spazi aperti artificialmente al suo interno.
Sono ambienti suggestivi ma anche complessi e non percorribili in sicurezza senza preparazione, conoscenza dei luoghi e attrezzatura adeguata.
foto M. Abisso
L’esplorazione speleologica permette così non soltanto di documentare strutture sotterranee altrimenti dimenticate, ma anche di osservare l’evoluzione di un ambiente artificiale che, nel corso dei decenni, è entrato progressivamente a far parte del paesaggio della montagna.
Raccontare questa storia proprio a Glori è importante
La serata del 29 agosto assume un significato particolare perché questa volta la storia della galleria viene raccontata a Glori, nel cuore stesso del territorio che avrebbe subito le conseguenze della costruzione della diga.
foto M. Abisso
Sarà quindi un’occasione non soltanto per vedere immagini delle esplorazioni sotterranee, ma per ricostruire una pagina importante della memoria della Valle Argentina: quella di un’opera rimasta incompiuta, delle persone che si opposero alla sua realizzazione e delle tracce che quella vicenda ha lasciato, sopra e sotto la montagna.
Appuntamento sabato 29 agosto alle ore 20.30, in piazza della Chiesa a Glori (IM).
Una serata per scoprire, grazie alla geologia e alla speleologia ligure, cosa si nasconde sotto i nostri piedi, per ricordare una storia nella quale ambiente e memoria hanno salvato il territorio.
Le grandi tragedie dell’acqua e delle dighe nel Novecento: quello che resta, oltre all’insegnamento della memoria, è archeologia industriale
Il progetto della diga di Glori si colloca in un secolo nel quale la costruzione di grandi sbarramenti e bacini artificiali accompagna lo sviluppo industriale e la crescente richiesta di energia e acqua. Il Novecento è però segnato anche da numerose catastrofi che mostrano drammaticamente quanto la conoscenza della geologia, la corretta progettazione delle opere e la valutazione dei rischi siano determinanti.
Sono vicende diverse, alcune relativamente vicine alla Liguria, che meritano di essere raccontate singolarmente e sulle quali mi piacerebbe tornare nei prossimi articoli.
Prima del progetto Glori-Castellaro
Gleno – 1 dicembre 1923, Val di Scalve (Bergamo). La diga del Gleno, da poco completata, cede improvvisamente liberando circa sei milioni di metri cubi di acqua, fango e detriti. L’onda percorre la valle, distrugge abitati, centrali e infrastrutture e raggiunge il lago d’Iseo. Le vittime ufficialmente riconosciute sono 356, anche se il numero esatto resta incerto. Il disastro mette in evidenza gravissime carenze costruttive e strutturali dell’opera.
Molare-Ortiglieto – 13 agosto 1935, Valle dell’Orba (Alessandria). È il disastro geograficamente più vicino alla Liguria occidentale tra quelli italiani. Dopo precipitazioni eccezionali, con oltre 40 centimetri di pioggia caduti in circa otto ore, il bacino dell’Ortiglieto tracima. La diga principale di Bric Zerbino resiste, mentre cede lo sbarramento secondario della Sella Zerbino. Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano nell’Orba già in piena, investendo soprattutto Ovada e i territori a valle. Muoiono 111 persone. Gli studi successivi evidenziano anche la pessima qualità geotecnica della roccia sulla quale era stata costruita la diga secondaria. La memoria di quella tragedia è ancora viva. Ogni anno il territorio torna a ricordare le vittime e, proprio il 13 agosto, anniversario del disastro, viene organizzata una camminata commemorativa da Molare a Ovada, promossa dalla locale Associazione Amici del Borgo: un percorso nei luoghi raggiunti dall’acqua che mantiene viva la memoria delle oltre cento persone che lì hanno perso la vita nel 1935. E ricorda quanto fragile possa diventare l’equilibrio tra opere dell’uomo e territorio quando conoscenza, responsabilità e prevenzione vengono meno.
Foro M. Abisso
Durante gli anni del progetto di Glori
Malpasset-Fréjus – 2 dicembre 1959, Var, Francia. È forse il parallelo più significativo per la Valle Argentina, sia per la relativa vicinanza geografica sia per la coincidenza temporale. Proprio nel 1959, anno in cui prendono avvio i lavori del progetto di Glori, cede la diga ad arco di Malpasset, nell’entroterra di Fréjus. Decine di milioni di metri cubi d’acqua precipitano lungo la valle del Reyran e raggiungono la pianura di Fréjus in pochi minuti. Le vittime sono oltre 400. Le successive analisi individuano nelle condizioni geologiche delle rocce di fondazione uno degli elementi determinanti della catastrofe.
Vajont – 9 ottobre 1963, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia. È la tragedia destinata a segnare più profondamente la storia italiana delle grandi opere idrauliche. In questo caso la diga non crolla: circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Monte Toc e precipitano nell’invaso. L’impatto genera un’enorme onda che supera lo sbarramento e travolge Longarone e altri abitati. Le vittime sono 1.917.
Il Vajont mostra in maniera terribile quali conseguenze possa avere una valutazione insufficiente della stabilità geologica dei versanti.
Appena un mese dopo, l’11 novembre 1963, migliaia di persone manifestano in Valle Argentina contro la costruzione della diga di Glori. Non possiamo stabilire un rapporto diretto tra quelle tragedie e la mobilitazione locale senza specifiche testimonianze documentarie; possiamo però osservarne il risultato: la conoscenza del territorio, l’impegno della popolazione e l’azione delle istituzioni locali riescono a fermare un’opera destinata a trasformare profondamente la valle.
Le tragedie successive
Il Vajont non chiude purtroppo la storia italiana delle grandi catastrofi legate agli invasi artificiali.
Val di Stava – 19 luglio 1985, Tesero (Trento). Non si tratta di una diga idroelettrica, ma di due bacini di decantazione utilizzati dalla miniera di fluorite di Prestavel. Il cedimento dell’argine del bacino superiore provoca il collasso di quello inferiore: circa 180.000 metri cubi di acqua, sabbia e fanghi precipitano lungo la valle raggiungendo una velocità prossima ai 90 chilometri orari. La colata distrugge case, alberghi, capannoni e ponti e provoca 268 vittime. Le successive indagini e i processi mettono in luce gravi responsabilità nella costruzione, nella gestione e nella sorveglianza degli impianti.
Gleno, Molare, Malpasset, Vajont e Stava sono tragedie diverse e non possono essere sovrapposte. Cambiano le opere, le cause e i meccanismi dei disastri. Ma tutte richiamano un principio comune: una grande opera non può essere separata dalla conoscenza profonda del territorio nel quale viene inserita. E neppure può essere imposta a chi quel territorio lo abita.
Geologia, idrologia, stabilità dei versanti, qualità della progettazione, manutenzione e controllo non sono aspetti secondari. E non lo sono nemmeno il coinvolgimento delle popolazioni, la conoscenza maturata da chi vive quotidianamente un territorio e la memoria storica dei luoghi.
È anche alla luce di questa storia che le gallerie abbandonate di Glori-Castellaro assumono oggi un significato particolare: non sono soltanto ciò che resta di un’opera incompiuta, ma una testimonianza sotterranea del rapporto, non sempre facile, tra sviluppo, acqua, ambiente e comunità.
Percorrerle e documentarle significa quindi fare speleologia, ma anche riportare alla luce una pagina della storia della Valle Argentina che non dovrebbe essere dimenticata.
Torniamo ora all’appuntamento
Cosa: “Glori-Castellaro: un viaggio nella Valle Argentina” Dove: Piazza della Chiesa, Glori (IM) Quando: Sabato 29 agosto, ore 20.30 Con chi: Marco Marchesini, G.S. Ligure A. Issel, e Alessandro Pastorelli, Speleo Club CAI Sanremo Ingresso: libero
Le spedizioni speleologiche nelle Filippine ampliano la conoscenza del carsismo tropicale
Le recenti spedizioni speleologiche nelle Filippine mostrano il ruolo crescente della ricerca internazionale nello studio degli ambienti carsici tropicali.
Nel 2025 due progetti hanno prodotto risultati di rilievo: la Tipan 2025 Expedition, nell’isola di Mindanao, e Samar 2025, nell’isola omonima.
Le attività hanno unito esplorazione, topografia, speleologia subacquea, documentazione fotografica e raccolta di dati biologici.
Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana definisce la speleologia come la scienza delle grotte.
Il campo comprende oggi anche le attività volontarie svolte dall’uomo negli ambienti sotterranei.
Il carsismo, invece, studia i fenomeni legati alla dissoluzione delle rocce solubili e alla formazione dei sistemi ipogei. Questa distinzione aiuta a comprendere il valore scientifico delle spedizioni nelle Filippine.
Tipan 2025: immersioni e connessioni nel sistema di Mindanao
Tra il 16 marzo e il 5 aprile 2025, un gruppo internazionale di speleologi olandesi, belgi, svizzeri, austriaci e filippini ha lavorato nell’area di Tipan, nel comune di Naga, provincia di Zamboanga Sibugay, a Mindanao.
Il settore ricade nel Naga-Kabasalan Protected Landscape, istituito nel 2022. La spedizione ha operato con l’autorizzazione del Protected Area Management Board e con il supporto del Department of Environment and Natural Resources.
Gli obiettivi comprendevano il rilievo di nuovi ingressi, l’esplorazione di cavità già individuate, la documentazione fotografica e il sostegno alla ricerca accademica.
Una parte importante del programma riguardava le immersioni nei sifoni. Il gruppo intendeva verificare possibili collegamenti tra diverse grotte del sistema.
Nel corso della spedizione sono state effettuate quattro immersioni principali.
Il passaggio tra il ramo orientale di Tipan Cave e il sifone a valle di Along Cave ha portato alla connessione ufficiale tra le due cavità. Un secondo collegamento ha ampliato il sistema verso il ramo settentrionale di Tipan Cave e Galuyo 2.
La grotta Tanguile, individuata grazie alle coordinate fornite dai ranger del DENR, è stata rilevata per altri 1.351 metri.
Il percorso si è sviluppato in ambienti molto fangosi, con tratti allagati e passaggi difficili. Nove pozzi individuati tra Tanguile Cave e Along Cave sono stati armati e rilevati. Molti terminavano in ammassi di blocchi o richiedevano lavori di disostruzione.
Ricerca accademica, fauna ipogea e micologia
La Tipan 2025 Expedition ha coinvolto ricercatori dell’University of the Philippines Los Baños e dell’University of Alabama.
Le attività scientifiche si sono concentrate sulla fauna cavernicola, sui funghi e sui campioni raccolti durante le spedizioni precedenti.
Nel sistema di Tipan sono state documentate oltre 50 specie animali. Una parte potrebbe non essere ancora descritta dalla scienza.
Tra i ritrovamenti figurano isopodi troglomorfi, blatte adattate all’ambiente ipogeo, pesciolini d’argento, pseudoscorpioni e millepiedi. È stata segnalata anche una possibile prima osservazione di una famiglia di ragni nelle Filippine.
Alcuni pesci cavernicoli sono stati marcati con Visual Implant Elastomer, un sistema che consente il riconoscimento degli individui mediante luce ultravioletta.
La tecnica potrà aiutare a stimare la popolazione e a studiare gli spostamenti tra le diverse parti del sistema. I campioni di tessuto saranno utilizzati per analisi genetiche future.
La ricerca micologica ha documentato funghi presenti su guano, legno morto e pareti. Alcuni campioni sono stati coltivati in laboratorio in condizioni simili a quelle della grotta. I materiali sono stati conservati per creare archivi utili alla documentazione della biodiversità e al monitoraggio ambientale.
Particolare interesse hanno suscitato i tappeti microbici associati a una sorgente termale.
Le analisi del DNA hanno rilevato 989 specie, circa 97 delle quali ancora sconosciute. I ricercatori hanno osservato anche variazioni del pH dell’acqua tra il 2023 e il 2024. Il cambiamento della composizione microbica suggerisce una dinamica ambientale complessa.
Samar 2025: nuove cavità tra fiumi e foresta tropicale
Dall’8 aprile all’8 maggio 2025, il Gruppo Grotte Brescia “Corrado Allegretti” e Odissea Naturavventura hanno organizzato la spedizione Samar 2025. Il gruppo comprendeva speleologi italiani, sloveni e filippini. L’area di lavoro era quella del fiume Bugasan, nel sud dell’isola di Samar, con l’obiettivo di collegare l’inghiottitoio principale al sotano di Maangit.
La spedizione ha affrontato avvicinamenti nella foresta, corsi d’acqua sotterranei, piogge intense e lunghi trasferimenti verso campi avanzati. Le esplorazioni hanno interessato Bugasan Cave, Borabot Cave, Bugasan Dry Cave, Pati River e Togbong River.
Bugasan Cave è stata portata a oltre 6,5 chilometri di sviluppo. A Caponitan Cave sono stati esplorati più di 3,5 chilometri. Altri rilievi hanno interessato Tinonok e Asoyan Caves. Il bilancio complessivo indicato dalla spedizione è di 14,5 chilometri di nuove cavità esplorate.
Conservazione del carsismo e responsabilità scientifica
Le esperienze di Mindanao e Samar si collegano al tema della tutela del patrimonio sotterraneo filippino.
Nel luglio 2026, a Palawan, l’incontro “Bridging the Chasm: Merging Science & Fieldcraft for Karst Conservation” ha proposto un confronto tra ricercatori, speleologi, gestori ambientali e comunità locali.
La conservazione del carsismo riguarda le grotte, le acque sotterranee, la fauna, i depositi e i siti archeologici.
La Republic Act No. 9072 disciplina la gestione e la protezione delle cavità e delle loro risorse nelle Filippine.
Il rilievo speleologico fornisce dati utili alle amministrazioni, mentre la ricerca biologica e idrogeologica permette di valutare la sensibilità degli ecosistemi.
Le spedizioni speleologiche nelle Filippine confermano quindi la necessità di integrare esplorazione e metodo scientifico.
La collaborazione con ranger, università, enti ambientali e comunità locali riduce i tempi di ricerca e migliora la conoscenza dei territori. In aree coperte da foreste dense, le informazioni locali possono essere decisive per individuare nuovi ingressi e pianificare le attività.
Cinque lezioni teoriche, sei esercitazioni pratiche e un campo speleo nelle Prealpi Venete dal 17 settembre al 18 ottobre 2026
La Sezione di Gubbio del Club Alpino Italiano e il Gruppo Speleologico CAI Gubbio – Buio Verticale organizzano il XII Corso di Introduzione alla Speleologia. L’iniziativa si svolgerà sotto l’egida della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI, struttura didattica della Commissione Centrale per la Speleologia e il Torrentismo.
Il corso è in programma dal 17 settembre al 18 ottobre 2026. Le attività interesseranno Gubbio, le palestre naturali di roccia e le principali cavità dell’Appennino Centrale. Il programma prevede anche una trasferta conclusiva nelle Prealpi Venete.
La proposta è rivolta a chi desidera avvicinarsi alla speleologia con un percorso organizzato. L’obiettivo è fornire una preparazione tecnica e culturale di base. Le attività affronteranno la progressione in grotta, l’uso della corda, la sicurezza e la conoscenza dell’ambiente sotterraneo.
Corso di Introduzione alla Speleologia tra teoria e pratica
Il XII Corso di Introduzione alla Speleologia comprende cinque lezioni teoriche e sei esercitazioni pratiche. Le lezioni teoriche si terranno il giovedì sera, dalle 21 alle 23, nella sede della Sezione CAI di Gubbio, in via Cairoli 1.
L’ultima lezione è prevista a Scheggia, nella sede del gruppo speleologico. Le esercitazioni si svolgeranno in palestra naturale e in grotta. Orari e punti di incontro saranno comunicati durante il corso.
La Scuola Nazionale di Speleologia del CAI opera per diffondere l’insegnamento della speleologia sul territorio nazionale. La formazione comprende tecniche, materiali, fenomeni carsici e discipline scientifiche utili alla comprensione del mondo sotterraneo. [web:5]
Programma delle lezioni e delle uscite in grotta
Il calendario si apre giovedì 17 settembre con la presentazione del corso. La prima lezione affronterà la definizione della speleologia, l’esposizione al rischio, la sua mitigazione e il patto di corresponsabilità.
Domenica 20 settembre è prevista una prima esercitazione in palestra naturale di roccia. Gli allievi lavoreranno sulle tecniche di progressione di base.
Giovedì 24 settembre si parlerà dell’organizzazione di un’uscita in grotta, dell’abbigliamento, dell’alimentazione, del CAI e della storia della speleologia. Domenica 27 settembre seguirà un’uscita in una cavità suborizzontale.
La terza lezione teorica, fissata per giovedì 1 ottobre, sarà dedicata ai materiali speleo-alpinistici, alla catena di sicurezza, al comportamento in caso di incidente e all’allertamento del CNSAS. Saranno introdotti anche elementi di cartografia e rilievo ipogeo.
Domenica 4 ottobre gli iscritti torneranno in palestra naturale per affrontare tecniche avanzate di progressione. Giovedì 8 ottobre il programma entrerà negli aspetti scientifici, con carsismo, speleogenesi e meteorologia ipogea.
L’uscita di domenica 11 ottobre sarà dedicata alla progressione in grotta verticale. Mercoledì 14 ottobre l’ultima lezione teorica tratterà biospeleologia, ecologia e conservazione delle grotte, archeologia del sottosuolo e speleosubacquea.
Dal 16 al 18 ottobre il corso si concluderà con un campo speleo nelle Prealpi Venete. Sono previste due uscite pratiche.
Sicurezza speleologica e formazione tecnica
La sicurezza rappresenta uno degli elementi centrali del percorso. In ambiente ipogeo anche un infortunio di entità limitata può richiedere un intervento complesso. La durata del soccorso dipende da strettoie, pozzi, tratti allagati, profondità e distanza dall’ingresso. [web:10]
Per questo motivo il programma include materiali, catena di sicurezza, gestione dell’incidente e procedure di allertamento. Le esercitazioni progressive permetteranno di collegare le nozioni teoriche alla pratica sul terreno.
La direzione precisa che il programma potrà subire modifiche per ragioni di sicurezza o qualora non fosse possibile rispettare il calendario iniziale. Al termine sarà rilasciato un attestato di partecipazione.
Requisiti, quote e iscrizioni a Gubbio
Possono partecipare le persone che abbiano compiuto 15 anni. Per i minorenni è necessaria l’autorizzazione firmata da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Il corso sarà attivato con almeno tre iscritti e potrà accogliere un massimo di dodici partecipanti. Le domande dovranno arrivare alla direzione entro l’11 settembre 2026.
La quota è di 180 euro per i non soci CAI. Per i non soci con meno di 25 anni è prevista una quota di 150 euro. I soci CAI in regola con il versamento della quota 2026 pagheranno 130 euro.
La quota comprende l’utilizzo dell’attrezzatura tecnica personale e di gruppo per la progressione su corda, sia in grotta sia in palestra esterna. Per i non soci CAI comprende anche l’iscrizione alla Sezione di Gubbio per il 2026 e le dispense didattiche digitali.
Restano escluse le spese di trasporto, l’abbigliamento personale, i pasti e le bevande. Per partecipare alle esercitazioni è richiesto un certificato medico di idoneità alla pratica sportiva non agonistica.
Documenti richiesti e contatti
La documentazione deve essere inviata via e-mail a buioverticale@gmail.com. Sono richiesti il modulo compilato e firmato, il certificato medico, la distinta del bonifico e, per i soci CAI, la copia della tessera con il bollino 2026 o un certificato d’iscrizione.
Il pagamento dovrà essere effettuato sul conto intestato a “Club Alpino Italiano – Sezione di Gubbio”. L’IBAN indicato dagli organizzatori è IT82T0200838484000102494908. La causale da riportare è “XII Corso di Introduzione alla Speleologia 2026”.
Gli originali della documentazione medica e una fototessera, necessaria per il tesseramento dei non soci CAI, dovranno essere consegnati entro la prima lezione teorica.
Per ulteriori informazioni è possibile contattare il direttore del corso, l’istruttore nazionale di speleologia Mirko Berardi, al numero 340 8236742. Sono disponibili anche l’indirizzo buioverticale@gmail.com e il sito www.buioverticale.it.
Uno studio sloveno documenta le fasi iniziali della tafonomia di insetti incorporati nel flowstone
Un team di ricercatori sloveni ha descritto le prime fasi di fossilizzazione di insetti rimasti intrappolati nel flowstone di una piccola miniera di carbone abbandonata nella Slovenia nord-orientale. Lo studio, pubblicato su Acta Carsologica, offre spunti importanti per comprendere perché i resti di insetti in ambienti carsici raramente si conservano a lungo termine.
Il contesto dello studio: flowstone e insetti in una miniera abbandonata
Nell’area studiata, caratterizzata da un’intensa deposizione di flowstone, sono stati rinvenuti circa duecento carcasse della zanzara Culex pipiens s. l., insieme ad alcuni resti di un dittero invernale (Trichocera sp.), uno stafilinide (Atheta cf. spelaea) e una farfalla notturna (Digitivalva pulicariae). Gli insetti si trovavano sulla parete, parzialmente o completamente incorporati nel deposito carbonatico.
Il flowstone è una formazione speleologica composta da carbonato di calcio che si deposita in strati sottili sulle pareti e sui pavimenti delle grotte, spesso in presenza di acqua percolante ricca di minerali. La presenza di insetti in queste formazioni rappresenta un’opportunità rara per studiare i processi tafonomici in ambienti sotterranei.
Le fasi iniziali della tafonomia degli insetti nel flowstone
I ricercatori hanno descritto le prime fasi tafonomiche osservate nelle carcasse degli insetti rinvenuti. La tafonomia, termine coniato dal paleontologo russo Efremov nel 1940, studia i processi che portano dalla morte di un organismo alla sua fossilizzazione, includendo necrolisi, biostratinomia e diagenesi.
Nel caso degli insetti nel flowstone, le osservazioni indicano che i resti subiscono un processo di disintegrazione completa che interrompe la fossilizzazione. Questo fenomeno spiega perché i fossili di insetti in sedimenti carsici sono estremamente rari, nonostante la presenza occasionale di resti invertebrati in grotte relitte slovene.
Perché i resti di insetti si disintegrano nel flowstone
Lo studio discute le probabili ragioni per cui i resti di insetti si disintegrano completamente, impedendo la fossilizzazione a lungo termine. Diversi fattori possono contribuire a questo processo:
La natura delicata della struttura degli insetti, con esoscheletri sottili e tessuti molli, li rende vulnerabili alla degradazione rapida.
L’attività microbica e la decomposizione biologica possono accelerare la disintegrazione dei resti prima che il flowstone li protegga completamente.
I processi chimici legati alla deposizione del carbonato di calcio possono non essere favorevoli alla mineralizzazione dei resti organici.
La mancanza di seppellimento rapido e protettivo, condizione essenziale per la fossilizzazione, può esporre i resti a degradazione prolungata.
La ricerca evidenzia come la fossilizzazione degli insetti richieda condizioni eccezionali, come la presenza di biofilm microbici, la rapida sepoltura in sedimenti fini o la mineralizzazione precoce (ad esempio tramite pirite), condizioni raramente presenti nei depositi di flowstone.
Implicazioni per la paleontologia carsica e la ricerca speleologica
Questo studio ha implicazioni significative per la paleontologia carsica e la comprensione dei record fossili in ambienti sotterranei. I sedimenti di grotta possono conservare importanti registri paleoambientali, ma la rarità di fossili di insetti ben preservati limita le ricostruzioni paleoecologiche.
La ricerca di Tone Novak e colleghi contribuisce a colmare una lacuna nella comprensione della tafonomia degli invertebrati in ambienti carsici, un tema finora poco esplorato rispetto ad altri contesti sedimentari. Lo studio sottolinea l’importanza di un approccio attualistico per comprendere i processi di fossilizzazione in tempo reale.
Metodologia e approccio di ricerca
Lo studio si basa su un approccio osservazionale diretto, documentando lo stato di conservazione dei resti di insetti nel flowstone. L’uso di tecniche microscopiche e l’analisi tafonomica dettagliata hanno permesso di identificare le fasi iniziali del processo di incorporazione nei depositi carbonatici.
La pubblicazione su Acta Carsologica, rivista peer-reviewed aperta accessibile dedicata a speleologia, idrologia carsica, geomorfologia, speleobiologia e geologia del carsismo, garantisce la validità scientifica dei risultati presentati.
Prospettive future per la ricerca sui fossili di insetti in grotta
I risultati di questo studio aprono nuove prospettive per la ricerca sui fossili di insetti in ambienti carsici. Future indagini potrebbero concentrarsi su:
L’identificazione di condizioni specifiche che favoriscono la preservazione a lungo termine di resti di insetti nel flowstone.
Lo studio comparativo con altri contesti di fossilizzazione di insetti, come i depositi lacustri o le ambre.
L’analisi chimica e mineralogica dei depositi di flowstone per comprendere meglio i processi di interazione tra materia organica e carbonato di calcio.
La ricerca di fossili di insetti in formazioni carsiche più antiche, per valutare la possibilità di conservazione a scale temporali geologiche.
Conclusioni
Lo studio di Novak e colleghi rappresenta un contributo importante alla comprensione dei processi tafonomici in ambienti carsici. La documentazione delle fasi iniziali di fossilizzazione di insetti nel flowstone offre una base per future ricerche sulla preservazione di resti biologici in grotta.
La rarità di fossili di insetti in contesti carsici rimane una sfida per la paleontologia, ma studi come questo aiutano a chiarire i meccanismi che limitano la conservazione a lungo termine di questi delicati resti organici.
Fonti
Novak, T., Kozel, P., Gale, L., Slana Novak, L., & Adam, K. (2026). Initial steps of insect fossilisation in cave flowstone. Acta Carsologica, 55(1), 135–143. https://doi.org/10.3986/ac.v55i1.15100
Innovazione tecnologica nei Virtual Tour 360 gradi per il Catasto Speleologico Regionale
La Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha ufficialmente integrato i Virtual Tour (VT) a 360 gradi nel proprio Catasto Speleologico Regionale, segnando un precedente importante nell’uso di tecnologie immersive per la documentazione e la fruizione pubblica del patrimonio ipogeo.
Questa innovazione, descritta in uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Michele Potleca e colleghi, rappresenta un passo significativo verso la modernizzazione degli strumenti di catalogazione e valorizzazione delle grotte.
L’integrazione di immagini sferiche a 360 gradi e Virtual Tour nel catasto ufficiale della regione non solo migliora la funzionalità del database speleologico, ma apre nuove prospettive per la documentazione scientifica, la divulgazione e l’accessibilità pubblica delle cavità naturali.
Documentazione immersiva di grotte difficili da raggiungere
Lo studio ha esplorato l’applicazione di queste tecnologie per documentare cinque grotte naturali nella regione del Carso classico, caratterizzate da accessibilità limitata.
I Virtual Tour realizzati sono stati incorporati direttamente nel portale istituzionale del Catasto Speleologico Regionale (https://catastogrotte.regione.fvg.it/), rendendo possibile una visita virtuale degli ambienti sotterranei senza necessità di accesso fisico.
Questa approccio permette di superare le barriere fisiche e di sicurezza che spesso limitano la fruizione delle cavità, offrendo al contempo uno strumento prezioso per ricercatori, studiosi e appassionati di speleologia. La documentazione immersiva consente di preservare digitalmente la morfologia delle grotte e di condividere informazioni dettagliate su formazioni, strutture e caratteristiche ambientali.
Vantaggi per la ricerca scientifica e la divulgazione speleologica
L’integrazione dei Virtual Tour a 360 gradi nel catasto speleologico offre benefici multipli dal punto di vista della documentazione scientifica. I ricercatori possono analizzare le cavità in modo dettagliato senza dover effettuare accessi ripetuti, riducendo l’impatto antropico sugli ambienti ipogei e ottimizzando le risorse per le campagne di ricerca.
Dal punto di vista della promozione del patrimonio speleologico, i Virtual Tour rappresentano uno strumento efficace per avvicinare il pubblico alla conoscenza del mondo sotterraneo. La possibilità di esplorare virtualmente le grotte favorisce la sensibilizzazione sull’importanza della conservazione e protezione di questi ambienti fragili, contribuendo alla diffusione della cultura speleologica.
Sfide tecniche nell’acquisizione e post-elaborazione
Lo studio affronta anche le sfide tecniche incontrate durante le fasi di acquisizione delle immagini e di post-elaborazione dei dati. L’ambiente ipogeo presenta condizioni di illuminazione complesse, spazi ristretti e morfologie irregolari che richiedono approcci specifici per garantire la qualità del prodotto finale.
Le tecniche di fotogrammetria sferica e l’uso di camere a 360 gradi, come dimostrato in workshop recenti quali quello tenuto da Alessandro Maifredi sulla fotogrammetria sferica in grotta, offrono soluzioni accessibili ed efficaci per la documentazione tridimensionale. Queste tecnologie permettono di acquisire dati metrici da immagini fotografiche, generando modelli 3D dettagliati partendo da campionamenti densi di immagini bidimensionali.
Prospettive future per le tecnologie immersive in speleologia
Le linee guida e le prospettive future delineate nello studio indicano un potenziale ampio per l’applicazione di queste tecnologie nella ricerca speleologica e nella documentazione digitale. L’evoluzione degli strumenti disponibili, dai sensori LiDAR portatili alle metodiche di fotogrammetria geomatica, sta trasformando il rilievo speleologico in una pratica sempre più precisa e accessibile.
Recenti sviluppi includono l’uso di sistemi SLAM-based LiDAR per la mappatura su larga scala delle grotte, come dimostrato nel caso studio della cupola Majko nella grotta di Domica, e l’applicazione di tecniche di fotogrammetria terrestre per la creazione di modelli tridimensionali di cavitપ artificiali e naturali.
Accessibilità pubblica e geoturismo virtuale
L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di promozione del geoturismo e della valorizzazione del patrimonio carsico regionale. La Regione Friuli Venezia Giulia ha recentemente lanciato iniziative come “Grotte aperte”, che permetteranno visite gratuite a cinque grotte turistiche in occasione della prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, affiancate da esperienze immersive in realtà virtuale.
Parallelamente, sono stati sviluppati tour virtuali dei siti UNESCO della regione, combinando immagini e video a 360 gradi da terra e dall’alto per raccontare il territorio da una prospettiva immersiva. Questi strumenti digitali non sostituiscono le visite fisiche, ma le integrano, ampliando le possibilità di fruizione del patrimonio speleologico e geologico.
Esempi applicativi nel territorio regionale
Un esempio concreto di applicazione di queste tecnologie è rappresentato dalla sorgente del Gorgazzo, dove nell’ambito del progetto PolceniGeo 2026 è stata realizzata una campagna di documentazione con riprese immersive a 360 gradi durante immersioni speleosubacquee. I contenuti prodotti saranno resi disponibili tramite piattaforme web e sistemi di realtà virtuale, ampliando l’accessibilità di questo importante geosito carsico.
Il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia, accessibile anche tramite l’app dedicata CSR-FVG, rappresenta quindi un modello innovativo di integrazione tra documentazione tradizionale e tecnologie digitali avanzate, ponendo le basi per future applicazioni nella ricerca, nella didattica e nella valorizzazione del patrimonio speleologico.
Un geosito carsico di rilevanza scientifica nella regione di Taza
Kef El Ghar è una cavità carsica situata nella regione di Taza, nel Marocco nord-orientale, oggetto di uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026.
La ricerca, condotta da Saida Bouazza e colleghi dell’Università Mohammed V, ha l’obiettivo di caratterizzare la geodiversità della grotta e valutarne il significato come geosito carsico. Le indagini sul campo e le analisi descrittive hanno rivelato morfologie carsiche ben sviluppate, esposizioni stratigrafiche, sistemi idrologici attivi e una varietà di speleotemi che ne sottolineano il valore naturale.
Caratteristiche geologiche e idrologiche della grotta Kef El Ghar
La grotta presenta un sistema carsico attivo con evidenze di processi di dissoluzione e deposizione tipici degli ambienti ipogei. Gli speleotemi osservati includono formazioni calcitiche che testimoniano la continuità dei processi di precipitazione minerale nelle condizioni microclimatiche della cavità.
Il sistema idrologico attivo contribuisce alla dinamica interna della grotta, mantenendo condizioni di umidità e flusso d’acqua che influenzano la formazione e l’evoluzione delle strutture speleologiche.
Le esposizioni stratigrafiche visibili nelle pareti della cavità offrono opportunità per lo studio della successione geologica locale. Questi elementi rendono Kef El Ghar un sito rilevante per la ricerca geologica e per la comprensione dell’evoluzione del paesaggio carsico nella regione di Taza.
Valore culturale e tracce archeologiche nella cavità marocchina
Oltre agli aspetti naturali, Kef El Ghar conserva evidenze di utilizzo umano storico e tracce archeologiche che ne accrescono il valore culturale. La presenza di questi elementi suggerisce una frequentazione della cavità in epoche passate, inserendo la grotta in un contesto più ampio di interazione tra le comunità umane e l’ambiente sotterraneo. Le caratteristiche estetiche della cavità, con le sue formazioni e ambienti interni, contribuiscono ulteriormente al suo interesse come patrimonio naturale e culturale.
Minacce antropiche e necessità di conservazione del geosito
Nonostante il suo valore, il sito affronta minacce crescenti legate all’accesso non controllato, alla mancanza di protezione formale e al degrado antropico. Questi fattori mettono a rischio l’integrità della cavità e la conservazione delle sue caratteristiche geologiche, idrologiche ed ecologiche.
Lo studio propone strategie di conservazione e gestione per preservare l’integrità della grotta e promuovere la sua integrazione in iniziative di geoturismo regionale e di educazione pubblica.
La ricerca sottolinea che Kef El Ghar rappresenta una componente preziosa del patrimonio carsico della regione di Taza e supporta le iniziative volte all’istituzione di un geoparco regionale.
L’inclusione in un contesto di tutela più ampio potrebbe garantire la protezione a lungo termine del sito e la sua valorizzazione come risorsa scientifica e culturale.
Scoperte speleologiche recenti in Marocco: aggiornamenti dal 2025-2026
Oltre a Kef El Ghar, il Marocco ha visto negli ultimi mesi ulteriori sviluppi nel campo della ricerca speleologica e archeologica in ambiente carsico. Nella regione di Essaouira, la grotta di Bizmoun è stata oggetto di nuove campagne di scavo che hanno portato alla luce strumenti litici e ornamenti risalenti a oltre 150.000 anni fa. I livelli di suolo esplorati contenevano anche fossili di animali estinti, tra cui resti del leone dell’Atlante, rinoceronti, bovini antichi, cavalli, antilopi, gazzelle e uova di struzzo.
Nel Rif marocchino, l’expedition franco-marocaine Talassemtane – Rif 2025, svoltasi dall’11 al 23 agosto 2025, ha proseguito l’inventario della fauna cavernicola nella provincia di Chaouene. L’area esplorata comprende la dorsale calcarea del Rif, nel massiccio del Lakraa-Tissouka. Dal 2022 le scoperte si sono succedute nella regione: il pompaggio per l’irrigazione ha permesso di progredire nel Kef Ansar Tinioune, che raggiunge 2018 metri di sviluppo, mentre il disboscamento ha consentito la scoperta del Kef Radâa, con uno sviluppo di 4244 metri.
Le spedizioni hanno riunito 15 speleologi francesi e 7 marocchini, provenienti da club di Chaouene, Marrakech, Casablanca e Taza. Sei nuove cavità sono state censite e topografate, per un totale di 362 metri allo stato attuale dei rilievi. Una squadra regionale marocchina, composta dai club di Chaouene e Tetouan, ha realizzato nell’ottobre 2025 l’esplorazione del Kef Toghobeit, che raggiunge i -722 metri di profondità.
Nella zona di Casablanca, la Grotte à Hominidés nella cava Thomas I ha fornito nuovi fossili di ominini datati a circa 773.000 anni fa, grazie all’analisi magnetostratigrafica dell’inversione Matuyama-Brunhes. Il materiale studiato comprende diverse mandibole umane, tra cui quelle di due adulti e un bambino, oltre a resti dentali e post-cranici. Questi reperti offrono nuove informazioni su un periodo chiave dell’evoluzione umana e collocano il Marocco al centro del dibattito sulle origini degli ominini nel Nord Africa.
A Taforalt, conosciuta localmente come Grotta dei Piccioni, nella provincia di Berkane, gli scavi in corso dal 2003 hanno prodotto nuovi risultati pubblicati nel marzo 2025, tra cui ossa dell’otarda maggiore, un grande uccello ora a rischio in Marocco. La grotta di Mugharet el ‘Aliya, vicino a Tangeri, continua a essere studiata per la sua lunga sequenza archeologica che va dal Levalloiso-Mousteriano al Neolitico.
Queste scoperte confermano il ruolo del Marocco come area di rilevanza internazionale per la ricerca speleologica, archeologica e paleoantropologica. La combinazione di indagini geologiche, biologiche e archeologiche in ambiente carsico contribuisce a una comprensione più completa del patrimonio sotterraneo nordafricano.
Prospettive per il geoturismo e la ricerca futura
L’integrazione di Kef El Ghar in un geoparco regionale potrebbe favorire la protezione del sito e la sua valorizzazione come destinazione per il geoturismo e l’educazione scientifica. La presenza di altre cavità di interesse nella regione, come quelle esplorate nel Rif e nella zona di Taza, offre opportunità per itinerari tematici dedicati al carsismo e alla speleologia. La collaborazione tra istituzioni accademiche, associazioni speleologiche e enti locali rimane un elemento chiave per la gestione sostenibile di questi patrimoni sotterranei.
Fonti
Bouazza, S., Bargach, K., Najim, A., Ouchkar, A., Eddifai, I., & El Kassmi, Y. (2026). Kef El Ghar cave (Taza, Morocco): Geological, hydrological, ecological and cultural significance of a karst geosite. Acta Carsologica, 55(1), 109–119. https://doi.org/10.3986/ac.v55i1.14888
Africanews. Bizmoun Cave reveals new clues about early human life in Morocco. https://www.africanews.com/2025/11/17/bizmoun-cave-reveals-new-clues-about-early-human-life-in-morocco/
Greek Reporter. New Excavations Reveal 150,000-Year-Old Tools and Jewelry in Morocco Cave. https://greekreporter.com/2025/11/20/morocco-cave-tools-jewelry/
Al-Monitor. Fossil discovery repositions Morocco at center of human evolution 800,000 years ago. https://www.al-monitor.com/originals/2026/01/fossil-discovery-repositions-morocco-center-human-evolution-800000-years-ago
CREI FFSpeleo. Expedition spè¿¿lé¿¿ologique dans le rif marocain : l’inventaire de la faune cavernicole se poursuit. https://blog.crei.ffspeleo.fr/?p=1474
Harvard ASPR. ASPR at Mugharet el ‘Aliya (The High Cave), Tangier. https://sites.harvard.edu/aspr/2025/10/03/aspr-at-mugharet-el-aliya-the-high-cave-tangier/
Un sistema bimodale governato dalla differenza di densitಲ dell’aria
La grotta Samograd, in Croazia, mostra un microclima stagionale nettamente bimodale, controllato dallo scambio d’aria tra superficie e interno della cavità.
Durante la stagione fredda l’aria esterna, più densa, penetra nella grotta attivando una ventilazione naturale che abbassa i livelli di CO2. Nella stagione calda questo meccanismo si spegne, favorendo stratificazione termica e accumulo di anidride carbonica.
Lo studio, pubblicato su Acta Carsologica e coordinato da Nenad Buzjak, si basa su monitoraggi continui della temperatura dell’aria e della CO2 lungo un profilo superficie–ingresso–interno, effettuati tra dicembre 2022 e febbraio 2024. I dati confermano che la ventilazione è guidata da gradienti termici e di densità, non dalla semplice frequenza di eventi freddi.
Metodologia del monitoraggio microclimatico nella grotta Samograd
Il monitoraggio è stato condotto con data logger posizionati in cinque punti fissi lungo un transetto che collega la superficie all’interno della grotta. Le misurazioni hanno coperto due inverni e una stagione calda, consentendo di osservare la risposta del sistema a cicli termici completi.
Per valutare l’efficienza della ventilazione e confermare la bimodalità microclimatica, sono state effettuate misurazioni spot mensili di CO? lungo la grotta e un monitoraggio continuo ad alta risoluzione nel punto più basso della cavità. La combinazione di temperatura e CO2 ha permesso di validare l’ipotesi di uno scambio d’aria guidato dalla densità.
Ventilazione invernale e accumulo estivo di CO2
In inverno, la differenza negativa tra temperatura superficiale e temperatura interna favorisce l’ingresso di aria fredda e densa. Questo innesca un flusso di scambio che rinnova l’atmosfera interna e riduce sensibilmente le concentrazioni di CO2.
In estate, invece, la circolazione si interrompe. La grotta si comporta come una trappola per aria fredda, con stratificazione termica stabile e livelli di CO2 elevati. Questo pattern è coerente con quanto osservato in altre grotte temperate, dove la ventilazione stagionale è il principale fattore di variabilità della CO2.
Gradienti termici e intensità della ventilazione naturale
L’analisi statistica ha mostrato che l’intensità della ventilazione dipende dalla grandezza e dalla persistenza dei gradienti termici stagionali, non solo dalla frequenza di eventi freddi isolati. Questo suggerisce che la durata delle condizioni favorevoli allo scambio d’aria sia più importante della loro occorrenza sporadica.
La correlazione tra variabilità termica, superficie e interno della grotta, insieme ai dati di CO2, conferma un accoppiamento stagionale robusto tra condizioni esterne e microclima ipogeo. La grotta Samograd può quindi essere interpretata come un sistema microclimatico bimodale, con due regimi distinti e prevedibili.
Contesto internazionale: microclima e CO2 nelle grotte temperate
Il comportamento di Samograd rientra in un quadro più ampio, documentato in numerose grotte delle zone temperate. In molte cavità, la CO2 raggiunge massimi estivi e minimi invernali, in risposta alla ventilazione guidata dalla differenza di densitಲ tra aria esterna e interna.
Studi recenti in Svizzera, Spagna e Cina mostrano pattern simili, con concentrazioni di CO2 che superano i livelli atmosferici in estate e vengono diluite in inverno dalla ventilazione termica. In alcuni casi, la CO2 in grotta può variare da valori atmosferici fino a 30.000 ppm, controllata dalla stagionalità termica.
Implicazioni per la biospeleologia e la conservazione
La comprensione dei regimi microclimatici è cruciale per la biospeleologia e la gestione delle grotte. La ventilazione stagionale influenza non solo la CO2, ma anche umidità, temperatura e qualità dell’aria, fattori determinanti per la fauna ipogea e per la conservazione dei depositi speleologici.
In grotte turistiche, la ventilazione naturale può mitigare l’impatto antropico, ma solo se i regimi microclimatici sono ben compresi. Il caso di Samograd offre un modello utile per prevedere la risposta di cavità simili a cambiamenti climatici o a modifiche dell’accesso.
Aggiornamenti e approfondimenti per Scintilena
Oltre allo studio su Samograd, recenti ricerche confermano il ruolo dominante della temperatura esterna nella ventilazione delle grotte.
In Svizzera, ad esempio, la temperatura esterna controlla il 95% della variabilità del flusso d’aria in una grotta temperata.
Altri studi evidenziano come la CO? in grotta sia influenzata anche da fonti del suolo e dall’attività biologica, ma la ventilazione stagionale rimane il principale fattore di diluizione. Questi elementi possono essere integrati in articoli futuri su Scintilena per approfondire il legame tra clima superficiale e dinamica ipogea.
Fonti
Acta Carsologica, Vol. 55 No. 1 (2026): “Seasonal control of cave microclimate by surface conditions: evidence from a density-driven exchange flow in Samograd Cave (Croatia)” – https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/issue/current
La pubblicazione scientifica conferma una nuova specie e un nuovo genere nelle falde della pianura indo-gangetica
Una registrazione diffusa su TikTok nel 2024 ha orientato i ricercatori verso una scoperta che oggi trova conferma in una pubblicazione scientifica: Gangaichthys indonepalicus è una nuova specie di pesce sotterraneo. Non solo.
La foto di copertina, didascalia e autori:
Gli autori hanno istituito anche il nuovo genere Gangaichthys. Il piccolo animale è stato rinvenuto in pozzi perforati nel Bihar, nell’India settentrionale, lungo l’area di confine con il Nepal.
La notizia, per quanto insolita, è quindi verificata.
Lo studio è apparso l’11 agosto 2026 sulla rivista scientifica ad accesso aperto ZooKeys.
La ricerca integra osservazioni sul campo, dati morfologici, tomografia computerizzata e analisi genetiche. Gli elementi raccolti distinguono il pesce dalle specie e dai generi già noti della famiglia Chaudhuriidae.
Il video TikTok e la ricerca di Gangaichthys indonepalicus
Nel 2024 gli studiosi si sono imbattuti in un filmato realizzato nell’area di Triveni, in Nepal.
Il video mostrava un pesce molto piccolo fuoriuscito da un pozzo perforato.
L’aspetto pallido, gli occhi ridotti e il contesto idrogeologico hanno fatto ipotizzare un organismo stigobio, cioè adattato alle acque sotterranee.
Quella osservazione non è stata considerata una prova sufficiente per descrivere una specie.
Ha fornito invece una precisa indicazione geografica.
Nel 2024 e nel 2025 il gruppo di ricerca ha cercato esemplari nei pozzi della pianura indo-gangetica, nel distretto di Pashchim Champaran, in Bihar.
La ricerca ha dato risultati limitati. Da numerosi punti controllati sono arrivati soltanto tre esemplari. Uno era integro e vivo; gli altri erano danneggiati durante il pompaggio.
L’olotipo, lungo 40,6 millimetri, e un paratipo sono stati recuperati dallo stesso pozzo dopo l’estrazione di circa 2.000-2.500 litri d’acqua.
Un terzo esemplare, molto danneggiato, proveniva da un secondo pozzo posto a circa un chilometro di distanza.
Pesce sotterraneo delle falde alluvionali del Gange
Gangaichthys indonepalicus vive con ogni probabilità nel reticolo interstiziale delle falde alluvionali.
I campioni sono emersi soltanto dalle pompe manuali di pozzi perforati che raggiungono una profondità di circa dieci metri. Nei pozzi e negli stagni vicini, le ricerche non hanno restituito altri individui.
La distribuzione oggi documentata è molto ristretta. Due località sono nel villaggio di Balgangwa, in India. Una documentazione fotografica viene da Triveni, nel distretto nepalese di Nawalparasi. Le località note si trovano entro circa undici chilometri in linea d’aria.
Per gli autori, Gangaichthys indonepalicus è il primo pesce stigobio segnalato nel bacino del Gange e nelle falde alluvionali della pianura indo-gangetica. Questo dato non dimostra che sia l’unico pesce sotterraneo della regione. Indica piuttosto quanto le comunità biologiche delle acque di falda restino poco accessibili e poco campionate.
Gangaichthys indonepalicus e gli adattamenti alla vita senza luce
Il nuovo pesce appartiene ai Chaudhuriidae, un gruppo spesso chiamato in inglese “earthworm eels”, anguille lombrico.
Il corpo di Gangaichthys indonepalicus è allungato, con pinne dorsale, anale e caudale collegate da una membrana. L’esemplare integro misura poco più di quattro centimetri.
Le sue caratteristiche sono coerenti con una vita ipogea. Gli occhi sono molto ridotti e coperti dalla pelle. Corpo, capo e pinne non hanno pigmentazione e appaiono traslucidi.
Le analisi tomografiche non hanno rilevato costole ossificate. Lo studio segnala 64 vertebre, una sola radiazione nella pinna pettorale, 37 raggi dorsali, 35 anali e sei caudali.
Questi tratti non sono una semplice curiosità estetica. In ambienti permanentemente oscuri, gli organi visivi e la colorazione possono ridursi nel corso dell’evoluzione. La forma allungata può favorire il movimento negli spazi stretti tra sedimenti e materiali saturi d’acqua. Lo studio non fornisce invece una dimostrazione di locomozione sulla terraferma: descrive un pesce di falda, recuperato da pozzi, non un animale osservato mentre attraversa suolo asciutto.
Una verifica necessaria per la biospeleologia
Il caso di Gangaichthys indonepalicus mostra come un contenuto digitale possa aiutare a individuare un’area di ricerca, senza sostituire la verifica scientifica. La specie è stata formalmente descritta solo dopo la raccolta dei campioni e il confronto con altri Chaudhuriidae attraverso caratteri anatomici e sequenze di DNA mitocondriale.
Per la biospeleologia, la scoperta richiama l’attenzione sugli ecosistemi acquatici sotterranei esterni alle grotte accessibili. Pozzi, acquiferi porosi e depositi alluvionali ospitano habitat difficili da osservare direttamente. Sono anche sistemi vulnerabili al prelievo idrico, alle modifiche dell’uso del suolo e all’inquinamento. Capire distribuzione, ecologia e consistenza delle popolazioni di Gangaichthys indonepalicus richiederà ulteriori campionamenti condotti con metodi che riducano il rischio di danneggiamento degli animali.
Fonti
Khandekar, A., Thackeray, T., He, Y., Mohapatra, A. e Agarwal, I. (2026), “Gangaichthys indonepalicus, a new genus and species of miniature stygobitic earthworm eel (Synbranchiformes, Chaudhuriidae) from alluvial aquifers in the Indo-Gangetic Plain, Bihar, northern India”, ZooKeys 1289, pp. 185-202. URL: https://zookeys.pensoft.net/article/188089/
La nuova specie della Serra Calderona amplia le conoscenze sulla fauna sotterranea iberica e richiama l’attenzione sul valore delle ricerche biospeleologiche nelle cavità carsiche.
Eukoenenia serrana e il palpigrado cavernicolo di Serra
Una nuova specie di palpigrado cavernicolo è stata descritta nella Sima del Pla de les Llomes, nel comune di Serra, nella provincia di Valencia.
Il nome scientifico è Eukoenenia serrana. La descrizione è stata pubblicata il 6 agosto 2026 sulla rivista internazionale Subterranean Biology da Pablo Barranco, Francisco Javier Sánchez-Camacho e Jaime Mayoral.
Il nuovo taxon appartiene all’ordine Palpigradi e alla famiglia Eukoeneniidae.
I palpigradi sono piccoli aracnidi poco conosciuti. Sono riconoscibili per il flagello terminale, spesso definito coda, dotato di setole sensoriali.
L’appendice è fragile e può staccarsi facilmente durante la cattura o la manipolazione. Questo rende ancora più delicato il lavoro di raccolta e documentazione.
L’olotipo di Eukoenenia serrana è un maschio raccolto il 6 dicembre 2021 da A. Sendra e collaboratori. È conservato nelle collezioni scientifiche dell’Università di Almería. La specie è stata formalmente inserita il 19 agosto nel World Arachnid Catalog, aggiornamento che consolida la sua presenza nella tassonomia internazionale dei Palpigradi.
Palpigrado cavernicolo: i caratteri descritti dalla ricerca
L’esemplare studiato misura 1,596 millimetri di lunghezza corporea, senza considerare il flagello, che non era conservato. Si tratta quindi di un animale quasi invisibile a occhio nudo. La descrizione non si limita alla sola segnalazione della specie. Il lavoro confronta Eukoenenia serrana con le specie del gruppo Eukoenenia mirabilis-berlesei e analizza i rapporti tra morfologia e ambiente di vita.
Il palpigrado cavernicolo di Valencia mostra caratteri troglomorfici marcati. In particolare, i ricercatori segnalano l’allungamento degli arti, con differenze evidenti nella tibia della prima zampa, nel basitarso della quarta zampa e nelle proporzioni di alcuni segmenti. Questi aspetti sono coerenti con una vita nelle zone profonde della cavità, dove luce, risorse e condizioni microclimatiche differiscono dagli ambienti superficiali.
Lo studio evidenzia un quadro evolutivo non uniforme. Alcuni caratteri sensoriali restano simili a quelli delle specie endogee, cioè legate al suolo, mentre gli arti presentano un’evidente specializzazione per l’ambiente ipogeo. Il palpigrado cavernicolo Eukoenenia serrana diventa quindi un riferimento utile per studiare come l’adattamento sotterraneo possa interessare in modo diverso le varie parti del corpo.
Sima del Pla de les Llomes, dolomie e fauna cavernicola
La Sima del Pla de les Llomes si apre a circa 570 metri di quota, lungo una frattura nelle dolomie del Triassico medio della Serra Calderona. La cavità ha uno sviluppo noto di circa 220 metri e una profondità accessibile di 42 metri. L’ingresso conduce a un pozzo di 11 metri, seguito da cunicoli, piccoli pozzi e pseudogallerie impostati sulle principali fratture nord-sud.
L’umidità è alta in buona parte dell’ambiente sotterraneo. Sono presenti settori con stillicidio e altri più asciutti. La zona oltre il primo pozzo viene considerata dagli autori un ambiente profondo. Qui l’umidità condensa sulle superfici e si concentra una fauna specializzata.
Nella stessa cavità sono già note altre specie di interesse biospeleologico. Tra esse figurano lo zigentomo Coletinia longitibia, esclusivo della grotta, il rincoto Valenciolenda fadaforesta e il dipluro Paratachycampa penyoensis, segnalato in un numero ristretto di cavità della Serra Calderona. La presenza di Eukoenenia serrana aggiunge un nuovo elemento a questo sistema locale di endemismi e specie a distribuzione limitata.
Ricerca biospeleologica e ruolo degli speleologi
Il caso di Eukoenenia serrana conferma le difficoltà della ricerca sui Palpigradi. Le loro dimensioni minime e la bassa densità delle popolazioni rendono sporadici i ritrovamenti. La descrizione della nuova specie si basa su un solo maschio. Non è nota la femmina.
Per questo il monitoraggio ripetuto delle cavità e una corretta segnalazione dei ritrovamenti assumono un ruolo rilevante. Gli speleologi che frequentano grotte e pozzi possono contribuire a individuare organismi poco osservati, purché ogni raccolta segua autorizzazioni, criteri scientifici e misure di tutela del sito.
Per un palpigrado cavernicolo, anche un singolo esemplare può offrire dati importanti sulla distribuzione, sull’ecologia e sull’evoluzione di gruppi ancora poco studiati.
Gli aggiornamenti di Scintilena sulla biodiversità sotterranea
Il tema della fauna ipogea trova riscontro anche nelle notizie più recenti pubblicate da Scintilena.
Il 19 agosto 2026 la testata ha riportato uno studio sulla Grotta del Baraccone, a Bagnasco, dedicato alla distribuzione degli invertebrati tra terreno e pareti.
Il lavoro richiama l’importanza dei microhabitat e del gradiente che separa l’ingresso dalle zone profonde.
È un tema vicino al caso valenciano, perché anche per Eukoenenia serrana la localizzazione nella parte terminale della cavità è centrale per interpretarne l’adattamento.
Il 20 agosto Scintilena ha inoltre aggiornato sulle ricerche biospeleologiche nella Shpella Shtares, nelle Alpi Albanesi.
La campagna 2026 comprende indagini faunistiche, misure delle correnti d’aria e della temperatura. Non risultano ancora dati conclusivi della spedizione.
Dal 7 al 12 settembre, infine, Mangalia in Romania ospiterà la 27ª International Conference on Subterranean Biology, dedicata a ecologia, evoluzione e conservazione degli ecosistemi sotterranei.
La scoperta del nuovo palpigrado cavernicolo in Valencia si inserisce in questo quadro di ricerche. La tassonomia, l’esplorazione responsabile e lo studio dei microambienti restano strumenti complementari per conoscere e proteggere la biodiversità delle grotte.
Fonti
Barranco, P.; Sánchez-Camacho, F.J.; Mayoral, J. (2026), “Troglomorphic trends of palpigrades in the Eukoenenia mirabilis-berlesei group, and discovery of a new cave-dwelling species from Spain (Palpigradi, Eukoeneniidae)”, Subterranean Biology 57, pp. 117-138. https://subtbiol.pensoft.net/article/202620/
Dal Buzio al Dito, dal Pilastro alle cavità nel ghiaccio e non solo: quasi due settimane di pozzi, traversi, disostruzioni e nuovi ingressi
Da una giunzione sotto il Moncodeno comincia a prendere forma un’idea molto più grande
Anche quest’anno dal Grignone (la Grigna settentrionale, sopra il ramo di Lecco del Lago di Como) ottime notizie. Come accade da 24 anni a questa parte, molti speleologi hanno partecipato al Campo esplorativo del gruppo multigruppo InGrigna!, in costante esplorazione del territorio grignesco, durata ufficiale dall’8 al 20 agosto 2026.
In questo luogo – bisogna dirlo – c’è sempre un problema: si parte quasi sempre con un programma, poi si trova una grotta nuova. Oppure si va a cercare un passaggio e si sbaglia quota, e nel posto sbagliato compare un pozzo. Oppure si apre una grottina, le si assegna diligentemente un numero e pochi giorni dopo bisogna cancellarlo perché si è già congiunta con un abisso conosciuto.
Il Campo InGrigna! 2026 è andato più o meno così. Partito con parecchi obiettivi — W le Donne (LOLC1936), Abisso Alberto Buzio (LOLC5935), Pozzo nel Dito (LOLC 1967), Pilastro (LOLC 5881), Poltergeist (LOLC 1775), cavità da ricontrollare e nuovi ingressi — giorno dopo giorno ha cominciato a raccontare una storia diversa: quella di grotte che in superficie hanno nomi e numeri differenti, ma che sottoterra sembrano avvicinarsi sempre di più. Fino a far pronunciare la frase che, a fine campo, gira ormai con una certa insistenza: «Sta nascendo un nuovo complesso».
Da registrare anche un debutto importante: breve exploit al Campo InGrigna! della piccola Petra Maconi, naturalmente con mamma Felicita e papà. La nuova generazione comincia presto.
W le Donne: si comincia prima di iniziare, già con un affondo
Il campo entra subito nel vivo con la produttiva punta precampo di Alex (mitico Alex Rinaldi), Francesco F. e Riccardo a W le Donne (LOLC1936), il cui ingresso è in Moncodeno, a quota 2170 m slm, sulla Costa della Piancaformia, lungo il sentiero di cresta che porta al Rifugio Brioschi.
Il 4 agosto la squadra scende velocemente nelle zone profonde per sistemare il nuovo campo interno, trasportare il materiale necessario a una risalita e cominciare subito i lavori: Francesco ne mette già a segno un primo tratto.
Tutto bene, compreso un confronto matematico — riferisce sorridendo Riccardo, uno dei pischelli di Bueno Fonteno — su ipotenuse, Pitagora e Archimede. L’Angolo della cultura del Campo InGrigna! 2026, evidentemente, ha iniziato i lavori in anticipo
Escono come razzi, e poi si continua.
Dall’8 agosto, le squadre si distribuiscono sui diversi obiettivi del Grignone. C’è chi esplora, chi riattrezza, chi rileva, chi traversa, chi risale, chi fotografa e chi va semplicemente a controllare un ingresso. Che è uno dei modi più efficaci, in Grigna, per trovare altro lavoro.
Andrea Maconi (che chiamerò Maconi perché c’è un altro Andrea M, ligure), riconosciuto guru della Grigna, durante una teorica tranquilla passeggiata dal Bregai al Passo della Capra, nel rivedere alcuni ingressi, dà un’occhiata anche al geode sotto il Pizzo della Pieve, giudicato «molto carino». Risale quasi casualmente un canale e si trova davanti un pozzo che non ricorda di aver mai visto. Nuovo ingresso? Cavità conosciuta e dimenticata? Altro tassello del puzzle carsico della Grigna? Da verificare, e naturalmente da aggiungere alla lista.
Qualche giorno dopo, poco oltre un’altra nuova grotta, Maconi individuerà un altro pozzo, con un po’ di detrito da spostare, ma anche quello arieggiante. Il programma del campo, a quel punto, ha già cominciato a prendere una direzione autonoma.
Al Buzio, per fortuna, si sbaglia strada e si scende ancora
Il 9 agosto Maurizio (Jack) aveva in realtà un altro programma: occuparsi insieme a Floriano dell’Abisso Poltergeist (LOLC 1775), dal notevole potenziale ma resa delicata da una dolina di crollo apertasi all’ingresso. Floriano arriverà più tardi, così Jack decide di fare prima un veloce salto all’Abisso Alberto Buzio (LOLC 5935), che si trova nella zona alta della Dolina Grande / Cima della Grigna settentrionale, quindi vicino all’inquietante Voragine, sotto il sentiero che prosegue allegramente verso il Rifugio Brioschi.
Con Matteo e Kaja, Frytka e Yure (i Polacchi), Jack va a cercare un punto indicato da Maconi. Individuata quella che sembra la condotta giusta, supera il pozzo successivo con un traverso e, oltre un grosso blocco, si affaccia su una nuova verticale. La mattina seguente arriva però un piccolo dettaglio: quella non è affatto la zona indicata da Andrea. Il punto che stavano cercando si trova a circa -100 e non a -70. Il posto non era quello, ma che risultato!
Nelle giornate successive, Rossella, Floriano e Matteo all’armo e Jack e Marco Corvi (Corvo) al rilievo scendono un P15, seguito da un grande meandro con blocchi di frana, quindi un P25 con una finestra ancora da controllare e una nuova grande verticale. Il giorno successivo, insieme anche a Francesca e Francesco, si sistemano gli armi e si prosegue fra terrazzi franosi, stillicidio e nuove verticali. Compaiono anche gallerie freatiche e restano diverse possibilità da verificare.
Insomma, la strada era sbagliata, ma il risultato no: al Buzio si aggiunge un’altra via da esplorare.
Il Buzio continua, ma da un’altra parte
Mentre la via individuata da Jack e compagni resta tra i lavori aperti, il Buzio continua a scendere da un’altra parte. Il 14 agosto Alex, Riccardo, Corvo, Kaja e Maconi tornano all’Abisso Buzio, questa volta lungo la via del fondo già individuata l’anno scorso. Dopo un P20, Alex arma un grande P60, circa 20 × 10 metri alla base, che verso l’alto prosegue anche in un enorme camino. Sotto, la cavità continua con una forra; Riccardo scende un altro P20 e la squadra si ferma ancora una volta in testa a un P20. Lungo la discesa restano inoltre due pozzi da vedere. Vengono intanto armati alcuni passaggi precedentemente percorsi in libera e sistemato lo scomodo meandro intorno a -170.
Il risultato è che il Buzio supera i -300 metri e non sembra avere alcuna intenzione di chiudere a breve. Nei giorni successivi vengono lasciati all’abisso altri 170 metri di corda.
Il pozzo nuovo che nuovo non era
Il 13 agosto Riccardo, Francesco O. e i Polacchi vanno a controllare la LOLC 5953, negli sfasciumi a sinistra del Passo della Capra con Maconi, seguendo un avvicinamento suggerito da quest’ultimo, quindi non esattamente il più comodo.
Il pozzo sembra nuovo, ma nuovo in realtà non è: sulla parete salta fuori una vecchia piastrina, sfuggita durante la precedente ricognizione. Dopo un lungo disgaggio, Riccardo riesce comunque a riarmarlo, nonostante la roccia sia poco collaborativa. Poco sotto i -20 metri, però, la cavità chiude.
Non tutti i nuovi punti interrogativi (fortunatamente) ne generano altri.
Il Dito non tradisce mai
Nel frattempo si lavora al Pozzo nel Dito (LOLC 1967) uno dei punti fermi dei vari Campi, che si apre a 2247 metri nel Dito della Piancaformia, in Grigna Settentrionale: mai eccessivamente ambito perché sale e scende, poi sale e poi scende, e così via.
Andrea e Alex e i Polacchi scendono fino a circa -350 metri. Alex traversa sopra un pozzo bagnato e raggiunge una finestra dalla quale arriva un torrentello; segue l’arrampicata di un caminetto, oltre il quale si apre un camino alto. La squadra passa poi a controllare un’altra possibilità: Andrea riesce a infilarsi nel passaggio, ma questa volta la montagna decide che può bastare e chiude.
Nel frattempo il trapano è scarico, le ore sottoterra aumentano e i freatici possono aspettare. Quando la squadra torna all’esterno sono passate 18 ore. Andrea sintetizza la giornata meglio di qualsiasi relazione tecnica: «Il Dito ti spacca sempre…»
Pilastro: -219 m, e non è finita
Il 15 agosto tocca all’Abisso Pilastro (LOLC 5881), scoperto nel 2019, che si apre in Moncodeno, sul versante settentrionale della Grigna, in un’area dove le grotte conosciute si fanno decisamente più rare: proprio per questo la sua posizione lo rende particolarmente interessante, perché potrebbe aprire la strada verso zone carsicamente ancora poco conosciute.
Lele torna con Simona e Ombretta e l’immancabile Corvo per lavorare il meandrino che, nella punta precedente, li aveva separati dalla verticale intravista oltre. La roccia li fa penare per qualche ora, ma alla fine il passaggio viene preparato e il pozzo può essere sceso.
La verticale si rivela più profonda del previsto: 21 metri, che portano il fondo rilevato del Pilastro a circa -219 metri. Alla base c’è già il regalo successivo: una nuova verticale stimata fra 15 e 18 metri, che attende di essere scesa dopo un veloce allargamento dell’accesso. Se ne riparlerà a settembre. Anche qui il risultato della punta è tornare fuori con più lavoro di quanto ce ne fosse prima: si torna a settembre.lusio Sandro, uno degli scopritori del Pilastro, esulta.
Ghiaccio, acqua e soprattutto aria
Un altro fronte riguarda una cavità nella quale, per due stagioni, si è cercato di limitare l’accumulo della neve all’ingresso, la Ghiacciaia (LOLC 1671), o Pozzo Gabriele, vicino al rifugio Bogani. L’anno scorso era stato verificato che la grotta proseguiva, e si era potuto scendere un P10, trovare circolazione d’aria ed effettuare la discesa nello scivolo di ghiaccio, fino a una saletta di 4×4 m, completa di soffitto, fondo e pilastro di ghiaccio con visibili gli strati di deposito. Durante il Campo 2026, Tiziano e Sandro, con Jack e Floriano, vi hanno riscontrato un’ulteriore fusione del ghiaccio esterno. Tiziano scrive che all’ingresso la neve è ancora diminuita e si è aperta una voragine, anche se, per evitare il materiale sospeso, è preferibile entrare ancora dalla fessura in parete. Dentro la grotta appare invece molto più ghiacciata, con parecchio verglas sulle pareti. Nella saletta scoperta nel 2025, compare anche neve fresca, senza che sia del tutto chiaro da dove provenga. Eppure la cavità è in scioglimento: sul fondo della saletta c’è una pozza con circa 15-20 centimetri d’acqua.
Sandro nella Giazzera
Interessante l’aria: una forte corrente proviene non dalla saletta, ma da un piccolo passaggio fra ghiaccio e roccia, là dove il piccolo meandro curva per entrarvi. Abbastanza per programmare un nuovo controllo a fine settembre o ottobre e vedere cosa avrà deciso di fare il ghiaccio.
Una grottina nuova. Anzi, no: una giunzione
Nei giorni successivi continuano disostruzioni e controlli sui nuovi ingressi. Il 16 agosto Rocca, in opera con l’Andrea M. ligure e il giovane Isaac, comunica che, dopo gli scavi e qualche miglioramento al sistema di lavoro, ormai «si viaggia». Il giorno seguente arriva invece il messaggio che cambia la prospettiva del campo: «Giunzione tra nuova grotta e Buzio!»
Pensare che Andrea aveva già scritto il numero della nuova cavità all’ingresso: ora deve cancellarlo: quella grotta non è più una grotta a sé, ma un altro ingresso dell’Abisso Buzio.
La mattina del 18 agosto Alex Rinaldi traduce l’entusiasmo generale senza troppi giri di parole: «Sta nascendo un nuovo complesso in Moncodeno!!!!!». I punti esclamativi abbondano, ma chi conosce lo youtuber più scherzoso del mondo sa che dietro l’entusiasmo c’è uno speleologo di gran classe e una questione speleologica molto concreta. Ne vedremo delle belle.
Buzio, Dito e gli altri: quanto sono vicini?
Maconi comincia a mettere insieme ingressi e distanze. Oltre alla possibile congiunzione fra Buzio e Dito, ci sono da considerare anche le cavità 5937 e 1739. Alcuni ingressi sono vicinissimi, in certi casi appena 10-20 metri, e se le ipotesi di collegamento trovassero conferma potrebbe delinearsi un sistema con una ventina di ingressi.
Per le prossime campagne si ragiona anche sulla possibilità di utilizzare l’ARTVA per individuare con maggiore precisione i punti di massimo avvicinamento fra le cavità. Intanto è già in programma una nuova grande punta per il 29 e 30 agosto e Alex avverte: «Bisogna esserci, sento l’odore di congiunzione con il Dito.» Odore non ancora certificato dal rilievo, naturalmente, ma sufficiente a rimettere le corde negli zaini. Andrea M. sta lavorando su Compass per chiarire le direzioni. Chissà che non gli tocchi rifare anche il rilievo di Capitan Paff (LOLC 1738), che si apre in Moncodeno a quota 2175 m s.l.m….
Il Pozzo del Testamento e le altre cose da fare
Andrea R., Rocca, dedica con altri quattro ore di disostruzione a un’altra grottina nuova. Il risultato è il Pozzo del Testamento (LOLC 5954), dove resta anche un camino da risalire. L’anno precedente una situazione analoga aveva portato, in cima a una risalita, all’intercettazione di un freatico: abbastanza per inserire anche questa nell’elenco dei lavori futuri.
Ci sarebbe poi da finire l’Abisso Paolo Trentinaglia (LOLC 5031), una bella grotta nel carsismo del Circo del Moncodeno.
In previsione delle prossime esplorazioni, sono già state acquistate le maglie rapide adeguate, e per il prossimo campo serviranno probabilmente anche corde nuove. La stima provvisoria è 400 metri, e potrebbero persino non essere sufficienti…
65 buone ragioni per tornare
Il 20 agosto Maconi verifica che nel solo versante del Moncodeno restano ancora da verificare, rivedere e disostruire circa 65 grotticelle sulle quali non è mai stato fatto un lavoro sistematico, alcune delle quali decisamente interessanti, come la 5893.
La risposta degli astanti è prevedibile: prepara l’elenco e le rivediamo tutte e 65. E l’elenco è già stilato.
A questo punto parlare di “fine del campo” comincia a sembrare soprattutto una convenzione del calendario.
Sta davvero nascendo un nuovo complesso nel Moncodeno?
È presto per dirlo. Una congiunzione c’è stata; le altre, per ora, sono ipotesi sostenute dalla vicinanza delle cavità e da quanto le esplorazioni stanno progressivamente mostrando. Bisognerà scendere, rilevare, confrontare, cercare i punti di massimo avvicinamento e, con ogni probabilità, disostruire parecchio.
Il Campo InGrigna! 2026 lascia una sensazione precisa: cavità finora esplorate come mondi distinti stanno cominciando a essere guardate come parti possibili di un sistema più grande. Il Buzio continua oltre i -300, il Dito resta aperto e difficile come sempre, il Pilastro ha raggiunto circa -219 e ha già una nuova verticale da scendere. Le cavità nel ghiaccio respirano, nuovi ingressi continuano a comparire e una grotta appena scoperta ha già perso il proprio numero perché si è congiunta.
Non è ancora un Complesso, ma vedremo cosa accadrà a breve.
L’angolo della cultura
Un campo non vive di sole grotte. Le telecamere di Alex testimoniano un Angolo della cultura. In una memorabile sessione, il Corvo ha disquisito di equazioni di quinto grado e del teorema dei quattro colori, davanti a un’attenta platea.
La discussione ha raggiunto livelli accademici difficilmente ripetibili e la soluzione del teorema dei quattro colori è stata confermata, naturalmente, da Alex, che è stato impossibile confutare.
La comunità matematica internazionale esulta.
Un campo fatto anche oltre la montagna
A parte gli scherzi, un campo – lo sappiamo – non è soltanto la somma dei metri scesi, dei pozzi armati e delle corde finite proprio quando servirebbero, ma soprattutto delle persone che esplorano, armano, rilevano, disostruiscono, fotografano, trasportano materiali e aspettano chi deve ancora uscire.
E da chi consente di concludere in bellezza: a fine campo Simona ci ha invitati a casa sua, raccogliendo anche le adesioni di chi stava tornando a casa dal Campo (di malavoglia). Così, intorno a una pizzoccherata senza pari accompagnata da birra autoctona, ci siamo ritrovati con diversi protagonisti del Campo 2026 e con alcuni che — come me, Leda e Franco, — quest’anno, per motivi diversi, non abbiamo potuto partecipare, con la bella sorpresa della presenza di Mariangela.
La conclusione ci vuole, e Simona lo ha descritto benissimo: sono giornate che danno un senso al fare speleologia, perché all’avventura e alla scoperta si uniscono la post-elaborazione e il rafforzamento di quell’amicizia vera che lega noi “pazzi amanti del sottoterra”.
Forse è anche questo il bello dei campi: ognuno fa qualcosa, prepara, esplora, rileva, disostruisce, qualcuno resta a casa. Ma alla pizzoccherata, per fortuna, ci si può ritrovare tutti.
Da InGrigna! un ringraziamento davvero speciale a Erica e Luca dell’Alpeggio Moncodeno (con Mirco, Michele e Mattia), per l’accoglienza, la disponibilità e l’insostituibile e insperato supporto dato al Campo InGrigna! e ai suoi partecipanti, che ha fatto rimpiangere un pochinomeno il Bogani e gli amici gestori Mariangela ed Enrico, che hanno regalato comunque una visita ferragostana.
Complimenti a tutti gli speleologi e ai gruppi che hanno partecipato alla preparazione, alle esplorazioni, alle ricognizioni, agli armi e disarmi, ai rilievi, alle disostruzioni e alla vita del campo.
E adesso?
C’è Buzio da continuare, il Dito da avvicinare, il Pilastro, i freatici, i camini, i pozzi nuovi, le grotte nel ghiaccio e gli ingressi arieggianti. Ci sono una ventina di ingressi che potrebbero un giorno raccontare la stessa storia e ci sono quelle famose 65 grotticelle.
Ah, sì. Ci sarebbe anche Poltergeist. Ma può attendere, direbbe Jack.
Campo InGrigna! 2026 concluso: il sottosuolo, evidentemente, non è d’accordo.
Fotografie dei partecipanti al Campo InGrigna! 2026
InGrigna! 2026 da vedere e da leggere
Per chi vuole entrare ancora un po’ nell’atmosfera del Campo InGrigna! 2026, ci sono anche le immagini di Alex Rinaldi, che ha raccontato le giornate dalla Grigna con tre video:
E non è finita qui. Presto arriveranno anche i Diari di campo, a cura di Marco Corvi, per ripercorrere dall’interno giornate, esplorazioni, personaggi e vita quotidiana del campo. Li troverete presto a questo indirizzo, insieme a quelli degli anni precedenti
Al Campo InGrigna! 2026 hanno preso parte speleologi provenienti da diversi Gruppi: Gruppo Grotte CAI Busto Arsizio, Gruppo Grotte Milano CAI SEM, Gruppo Speleologico Lecchese, Progetto Sebino, Speleo Club CAI Romano di Lombardia, Speleo Club Erba; Società Svizzera di Speleologia – Sezione Ticino; Krakowski Klub Taternictwa Jaskiniowego (KKTJ) di Cracovia, Speleo Klub Bielsko-Biala; Gruppo Grotte Borgio Verezzi, Gruppo Speleologico Ligure “A. Issel”, Speleo Club Ribaldone; ASG San Giorgio, CARS, Gruppo Speleologico Édouard-Alfred Martel e Le Grave.
A completare la squadra, a titolo personale, Ombretta, Simona e Lele.