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    Condividi Sabato 29 agosto a Glori una serata tra esplorazione, storia e ambiente dedicata alle gallerie della “diga fantasma” e a una vicenda che ha segnato profondamente il territorio GLORI (IM) – Un viaggio sotto la montagna, ma anche dentro la memoria della Valle Argentina. Sabato 29 agosto alle ore 20.30, in piazza della Chiesa a Glori, si terrà una serata dedicata alla Galleria Glori-Castellaro, il grande sistema sotterraneo realizzato nell’ambito di un progetto idroelettrico che avrebb
     

La Galleria Glori-Castellaro: viaggio nel cuore della Valle Argentina

August 22nd 2026 at 05:00

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Sabato 29 agosto a Glori una serata tra esplorazione, storia e ambiente dedicata alle gallerie della “diga fantasma” e a una vicenda che ha segnato profondamente il territorio

GLORI (IM) – Un viaggio sotto la montagna, ma anche dentro la memoria della Valle Argentina. Sabato 29 agosto alle ore 20.30, in piazza della Chiesa a Glori, si terrà una serata dedicata alla Galleria Glori-Castellaro, il grande sistema sotterraneo realizzato nell’ambito di un progetto idroelettrico che avrebbe potuto cambiare per sempre il volto della valle.

A raccontarne la storia e le esplorazioni saranno Marco Marchesini, del G.S. Ligure A. Issel, e Alessandro Pastorelli, dello Speleo Club CAI Sanremo, attraverso immagini, documentazione e testimonianze raccolte durante le ricognizioni nelle gallerie.

Quella di Glori-Castellaro non è soltanto una storia di cavità artificiali. È una vicenda nella quale si intrecciano ingegneria, geologia, acqua, paesaggio e opposizione popolare, e che ancora oggi conserva una forte valenza storica e ambientale per tutta la Valle Argentina.

La diga che avrebbe trasformato la valle

Alla fine degli anni Cinquanta venne progettato lungo il torrente Argentina un grande impianto idroelettrico. Il progetto prevedeva uno sbarramento alto circa 80 metri e un invaso della capacità di circa 20 milioni di metri cubi d’acqua.

I lavori, iniziati nel 1959 dalla società ILSA, portarono alla realizzazione di importanti opere: gallerie idrauliche scavate nella montagna, strutture in cemento armato, condotte e infrastrutture destinate al funzionamento del futuro impianto.

Il progetto, tuttavia, incontrò difficoltà tecniche legate anche alle caratteristiche della roccia e una crescente opposizione da parte degli abitanti della valle.

Il momento decisivo arrivò nel 1963. Il 9 ottobre, il disastro del Vajont mostrò in maniera drammatica quali conseguenze potessero derivare da grandi interventi realizzati in territori geologicamente delicati.

Poco più di un mese dopo, l’11 novembre 1963, circa seimila persone si mobilitarono in Valle Argentina per chiedere il blocco dei lavori della diga di Glori. La protesta, guidata dal sindaco di Badalucco Filippo Boeri, contribuì all’abbandono del progetto.

Una battaglia ambientale durata decenni

La vicenda, però, non terminò negli anni Sessanta.

Nel 1984 l’Enel tentò di riprendere il vecchio progetto, incontrando nuovamente l’opposizione dei comuni e degli abitanti della valle. Nel 2014 un’altra ipotesi di invaso riportò la popolazione a mobilitarsi.

Ancora nel 2023, un finanziamento ministeriale di 800.000 euro destinato a uno studio di fattibilità per una diga – o due invasi più piccoli – da circa 3-4 milioni di metri cubi riaccese il dibattito sull’utilizzo delle acque dell’Argentina e sul futuro della valle.

A Badalucco oltre 500 persone tornarono a manifestare contro l’ipotesi di nuove opere. La questione arrivò anche in Parlamento e nel 2024 giunse un nuovo stop al progetto.

È una storia che mostra quanto il rapporto tra acqua, necessità delle comunità, grandi opere e tutela del territorio sia complesso e, soprattutto, quanto continui a essere attuale.

Dentro la “diga fantasma”

Oggi, di quel gigantesco progetto mai completato rimane un paesaggio sotterraneo sorprendente.

Nella montagna sopravvivono circa 12 chilometri di gallerie idrauliche, insieme alla base dello sbarramento, allo scheletro della centrale e ad altre strutture costruite oltre sessant’anni fa e mai entrate realmente in funzione.

Percorrere queste gallerie significa entrare in un ambiente sospeso tra archeologia industriale e mondo sotterraneo.

foto M. Abisso

Nel buio compaiono tratti in cemento armato, condotte, binari e vecchi carrelli abbandonati. Ma il tempo ha lentamente trasformato ciò che l’uomo aveva scavato: infiltrazioni e scorrimenti d’acqua hanno favorito la formazione di concrezioni, mentre la montagna ha iniziato a riprendersi gli spazi aperti artificialmente al suo interno.

Sono ambienti suggestivi ma anche complessi e non percorribili in sicurezza senza preparazione, conoscenza dei luoghi e attrezzatura adeguata.

foto M. Abisso

L’esplorazione speleologica permette così non soltanto di documentare strutture sotterranee altrimenti dimenticate, ma anche di osservare l’evoluzione di un ambiente artificiale che, nel corso dei decenni, è entrato progressivamente a far parte del paesaggio della montagna.

Raccontare questa storia proprio a Glori è importante

La serata del 29 agosto assume un significato particolare perché questa volta la storia della galleria viene raccontata a Glori, nel cuore stesso del territorio che avrebbe subito le conseguenze della costruzione della diga.

foto M. Abisso

Sarà quindi un’occasione non soltanto per vedere immagini delle esplorazioni sotterranee, ma per ricostruire una pagina importante della memoria della Valle Argentina: quella di un’opera rimasta incompiuta, delle persone che si opposero alla sua realizzazione e delle tracce che quella vicenda ha lasciato, sopra e sotto la montagna.

Appuntamento sabato 29 agosto alle ore 20.30, in piazza della Chiesa a Glori (IM).

Una serata per scoprire, grazie alla geologia e alla speleologia ligure, cosa si nasconde sotto i nostri piedi, per ricordare una storia nella quale ambiente e memoria hanno salvato il territorio.

Le grandi tragedie dell’acqua e delle dighe nel Novecento: quello che resta, oltre all’insegnamento della memoria, è archeologia industriale

Il progetto della diga di Glori si colloca in un secolo nel quale la costruzione di grandi sbarramenti e bacini artificiali accompagna lo sviluppo industriale e la crescente richiesta di energia e acqua. Il Novecento è però segnato anche da numerose catastrofi che mostrano drammaticamente quanto la conoscenza della geologia, la corretta progettazione delle opere e la valutazione dei rischi siano determinanti.

Sono vicende diverse, alcune relativamente vicine alla Liguria, che meritano di essere raccontate singolarmente e sulle quali mi piacerebbe tornare nei prossimi articoli.

Prima del progetto Glori-Castellaro

Gleno – 1 dicembre 1923, Val di Scalve (Bergamo).
La diga del Gleno, da poco completata, cede improvvisamente liberando circa sei milioni di metri cubi di acqua, fango e detriti. L’onda percorre la valle, distrugge abitati, centrali e infrastrutture e raggiunge il lago d’Iseo. Le vittime ufficialmente riconosciute sono 356, anche se il numero esatto resta incerto. Il disastro mette in evidenza gravissime carenze costruttive e strutturali dell’opera.

Molare-Ortiglieto – 13 agosto 1935, Valle dell’Orba (Alessandria).
È il disastro geograficamente più vicino alla Liguria occidentale tra quelli italiani. Dopo precipitazioni eccezionali, con oltre 40 centimetri di pioggia caduti in circa otto ore, il bacino dell’Ortiglieto tracima. La diga principale di Bric Zerbino resiste, mentre cede lo sbarramento secondario della Sella Zerbino. Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano nell’Orba già in piena, investendo soprattutto Ovada e i territori a valle. Muoiono 111 persone. Gli studi successivi evidenziano anche la pessima qualità geotecnica della roccia sulla quale era stata costruita la diga secondaria.
La memoria di quella tragedia è ancora viva. Ogni anno il territorio torna a ricordare le vittime e, proprio il 13 agosto, anniversario del disastro, viene organizzata una camminata commemorativa da Molare a Ovada, promossa dalla locale Associazione Amici del Borgo: un percorso nei luoghi raggiunti dall’acqua che mantiene viva la memoria delle oltre cento persone che lì hanno perso la vita nel 1935. E ricorda quanto fragile possa diventare l’equilibrio tra opere dell’uomo e territorio quando conoscenza, responsabilità e prevenzione vengono meno.

Foro M. Abisso

Durante gli anni del progetto di Glori

Malpasset-Fréjus – 2 dicembre 1959, Var, Francia.
È forse il parallelo più significativo per la Valle Argentina, sia per la relativa vicinanza geografica sia per la coincidenza temporale. Proprio nel 1959, anno in cui prendono avvio i lavori del progetto di Glori, cede la diga ad arco di Malpasset, nell’entroterra di Fréjus. Decine di milioni di metri cubi d’acqua precipitano lungo la valle del Reyran e raggiungono la pianura di Fréjus in pochi minuti. Le vittime sono oltre 400. Le successive analisi individuano nelle condizioni geologiche delle rocce di fondazione uno degli elementi determinanti della catastrofe.

Vajont – 9 ottobre 1963, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.
È la tragedia destinata a segnare più profondamente la storia italiana delle grandi opere idrauliche. In questo caso la diga non crolla: circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Monte Toc e precipitano nell’invaso. L’impatto genera un’enorme onda che supera lo sbarramento e travolge Longarone e altri abitati. Le vittime sono 1.917.

Il Vajont mostra in maniera terribile quali conseguenze possa avere una valutazione insufficiente della stabilità geologica dei versanti.

Appena un mese dopo, l’11 novembre 1963, migliaia di persone manifestano in Valle Argentina contro la costruzione della diga di Glori. Non possiamo stabilire un rapporto diretto tra quelle tragedie e la mobilitazione locale senza specifiche testimonianze documentarie; possiamo però osservarne il risultato: la conoscenza del territorio, l’impegno della popolazione e l’azione delle istituzioni locali riescono a fermare un’opera destinata a trasformare profondamente la valle.

Le tragedie successive

Il Vajont non chiude purtroppo la storia italiana delle grandi catastrofi legate agli invasi artificiali.

Val di Stava – 19 luglio 1985, Tesero (Trento).
Non si tratta di una diga idroelettrica, ma di due bacini di decantazione utilizzati dalla miniera di fluorite di Prestavel. Il cedimento dell’argine del bacino superiore provoca il collasso di quello inferiore: circa 180.000 metri cubi di acqua, sabbia e fanghi precipitano lungo la valle raggiungendo una velocità prossima ai 90 chilometri orari. La colata distrugge case, alberghi, capannoni e ponti e provoca 268 vittime. Le successive indagini e i processi mettono in luce gravi responsabilità nella costruzione, nella gestione e nella sorveglianza degli impianti.

Gleno, Molare, Malpasset, Vajont e Stava sono tragedie diverse e non possono essere sovrapposte. Cambiano le opere, le cause e i meccanismi dei disastri. Ma tutte richiamano un principio comune: una grande opera non può essere separata dalla conoscenza profonda del territorio nel quale viene inserita. E neppure può essere imposta a chi quel territorio lo abita.

Geologia, idrologia, stabilità dei versanti, qualità della progettazione, manutenzione e controllo non sono aspetti secondari. E non lo sono nemmeno il coinvolgimento delle popolazioni, la conoscenza maturata da chi vive quotidianamente un territorio e la memoria storica dei luoghi.

È anche alla luce di questa storia che le gallerie abbandonate di Glori-Castellaro assumono oggi un significato particolare: non sono soltanto ciò che resta di un’opera incompiuta, ma una testimonianza sotterranea del rapporto, non sempre facile, tra sviluppo, acqua, ambiente e comunità.

Percorrerle e documentarle significa quindi fare speleologia, ma anche riportare alla luce una pagina della storia della Valle Argentina che non dovrebbe essere dimenticata.

Torniamo ora all’appuntamento

Cosa: “Glori-Castellaro: un viaggio nella Valle Argentina”
Dove: Piazza della Chiesa, Glori (IM)
Quando: Sabato 29 agosto, ore 20.30
Con chi: Marco Marchesini, G.S. Ligure A. Issel, e Alessandro Pastorelli, Speleo Club CAI Sanremo
Ingresso: libero

Diga di Glori 29a agosto 2026

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