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Le spedizioni speleologiche nelle Filippine ampliano la conoscenza del carsismo tropicale
Le recenti spedizioni speleologiche nelle Filippine mostrano il ruolo crescente della ricerca internazionale nello studio degli ambienti carsici tropicali.
Nel 2025 due progetti hanno prodotto risultati di rilievo: la Tipan 2025 Expedition, nell’isola di Mindanao, e Samar 2025, nell’isola omonima.
Le attività hanno unito esplorazione, topografia, speleologia subacquea, documentazione fo
Le spedizioni speleologiche nelle Filippine ampliano la conoscenza del carsismo tropicale
Le recenti spedizioni speleologiche nelle Filippine mostrano il ruolo crescente della ricerca internazionale nello studio degli ambienti carsici tropicali.
Nel 2025 due progetti hanno prodotto risultati di rilievo: la Tipan 2025 Expedition, nell’isola di Mindanao, e Samar 2025, nell’isola omonima.
Le attività hanno unito esplorazione, topografia, speleologia subacquea, documentazione fotografica e raccolta di dati biologici.
Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana definisce la speleologia come la scienza delle grotte.
Il campo comprende oggi anche le attività volontarie svolte dall’uomo negli ambienti sotterranei.
Il carsismo, invece, studia i fenomeni legati alla dissoluzione delle rocce solubili e alla formazione dei sistemi ipogei. Questa distinzione aiuta a comprendere il valore scientifico delle spedizioni nelle Filippine.
Tipan 2025: immersioni e connessioni nel sistema di Mindanao
Tra il 16 marzo e il 5 aprile 2025, un gruppo internazionale di speleologi olandesi, belgi, svizzeri, austriaci e filippini ha lavorato nell’area di Tipan, nel comune di Naga, provincia di Zamboanga Sibugay, a Mindanao.
Il settore ricade nel Naga-Kabasalan Protected Landscape, istituito nel 2022. La spedizione ha operato con l’autorizzazione del Protected Area Management Board e con il supporto del Department of Environment and Natural Resources.
Gli obiettivi comprendevano il rilievo di nuovi ingressi, l’esplorazione di cavità già individuate, la documentazione fotografica e il sostegno alla ricerca accademica.
Una parte importante del programma riguardava le immersioni nei sifoni. Il gruppo intendeva verificare possibili collegamenti tra diverse grotte del sistema.
Nel corso della spedizione sono state effettuate quattro immersioni principali.
Il passaggio tra il ramo orientale di Tipan Cave e il sifone a valle di Along Cave ha portato alla connessione ufficiale tra le due cavità. Un secondo collegamento ha ampliato il sistema verso il ramo settentrionale di Tipan Cave e Galuyo 2.
La grotta Tanguile, individuata grazie alle coordinate fornite dai ranger del DENR, è stata rilevata per altri 1.351 metri.
Il percorso si è sviluppato in ambienti molto fangosi, con tratti allagati e passaggi difficili. Nove pozzi individuati tra Tanguile Cave e Along Cave sono stati armati e rilevati. Molti terminavano in ammassi di blocchi o richiedevano lavori di disostruzione.
Ricerca accademica, fauna ipogea e micologia
La Tipan 2025 Expedition ha coinvolto ricercatori dell’University of the Philippines Los Baños e dell’University of Alabama.
Le attività scientifiche si sono concentrate sulla fauna cavernicola, sui funghi e sui campioni raccolti durante le spedizioni precedenti.
Nel sistema di Tipan sono state documentate oltre 50 specie animali. Una parte potrebbe non essere ancora descritta dalla scienza.
Tra i ritrovamenti figurano isopodi troglomorfi, blatte adattate all’ambiente ipogeo, pesciolini d’argento, pseudoscorpioni e millepiedi. È stata segnalata anche una possibile prima osservazione di una famiglia di ragni nelle Filippine.
Alcuni pesci cavernicoli sono stati marcati con Visual Implant Elastomer, un sistema che consente il riconoscimento degli individui mediante luce ultravioletta.
La tecnica potrà aiutare a stimare la popolazione e a studiare gli spostamenti tra le diverse parti del sistema. I campioni di tessuto saranno utilizzati per analisi genetiche future.
La ricerca micologica ha documentato funghi presenti su guano, legno morto e pareti. Alcuni campioni sono stati coltivati in laboratorio in condizioni simili a quelle della grotta. I materiali sono stati conservati per creare archivi utili alla documentazione della biodiversità e al monitoraggio ambientale.
Particolare interesse hanno suscitato i tappeti microbici associati a una sorgente termale.
Le analisi del DNA hanno rilevato 989 specie, circa 97 delle quali ancora sconosciute. I ricercatori hanno osservato anche variazioni del pH dell’acqua tra il 2023 e il 2024. Il cambiamento della composizione microbica suggerisce una dinamica ambientale complessa.
Samar 2025: nuove cavità tra fiumi e foresta tropicale
Dall’8 aprile all’8 maggio 2025, il Gruppo Grotte Brescia “Corrado Allegretti” e Odissea Naturavventura hanno organizzato la spedizione Samar 2025. Il gruppo comprendeva speleologi italiani, sloveni e filippini. L’area di lavoro era quella del fiume Bugasan, nel sud dell’isola di Samar, con l’obiettivo di collegare l’inghiottitoio principale al sotano di Maangit.
La spedizione ha affrontato avvicinamenti nella foresta, corsi d’acqua sotterranei, piogge intense e lunghi trasferimenti verso campi avanzati. Le esplorazioni hanno interessato Bugasan Cave, Borabot Cave, Bugasan Dry Cave, Pati River e Togbong River.
Bugasan Cave è stata portata a oltre 6,5 chilometri di sviluppo. A Caponitan Cave sono stati esplorati più di 3,5 chilometri. Altri rilievi hanno interessato Tinonok e Asoyan Caves. Il bilancio complessivo indicato dalla spedizione è di 14,5 chilometri di nuove cavità esplorate.
Conservazione del carsismo e responsabilità scientifica
Le esperienze di Mindanao e Samar si collegano al tema della tutela del patrimonio sotterraneo filippino.
Nel luglio 2026, a Palawan, l’incontro “Bridging the Chasm: Merging Science & Fieldcraft for Karst Conservation” ha proposto un confronto tra ricercatori, speleologi, gestori ambientali e comunità locali.
La conservazione del carsismo riguarda le grotte, le acque sotterranee, la fauna, i depositi e i siti archeologici.
La Republic Act No. 9072 disciplina la gestione e la protezione delle cavità e delle loro risorse nelle Filippine.
Il rilievo speleologico fornisce dati utili alle amministrazioni, mentre la ricerca biologica e idrogeologica permette di valutare la sensibilità degli ecosistemi.
Le spedizioni speleologiche nelle Filippine confermano quindi la necessità di integrare esplorazione e metodo scientifico.
La collaborazione con ranger, università, enti ambientali e comunità locali riduce i tempi di ricerca e migliora la conoscenza dei territori. In aree coperte da foreste dense, le informazioni locali possono essere decisive per individuare nuovi ingressi e pianificare le attività.
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Cinque lezioni teoriche, sei esercitazioni pratiche e un campo speleo nelle Prealpi Venete dal 17 settembre al 18 ottobre 2026
La Sezione di Gubbio del Club Alpino Italiano e il Gruppo Speleologico CAI Gubbio – Buio Verticale organizzano il XII Corso di Introduzione alla Speleologia. L’iniziativa si svolgerà sotto l’egida della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI, struttura didattica della Commissione Centrale per la Speleologia e il Torrentismo.
Il corso è in programma dal 1
Cinque lezioni teoriche, sei esercitazioni pratiche e un campo speleo nelle Prealpi Venete dal 17 settembre al 18 ottobre 2026
La Sezione di Gubbio del Club Alpino Italiano e il Gruppo Speleologico CAI Gubbio – Buio Verticale organizzano il XII Corso di Introduzione alla Speleologia. L’iniziativa si svolgerà sotto l’egida della Scuola Nazionale di Speleologia del CAI, struttura didattica della Commissione Centrale per la Speleologia e il Torrentismo.
Il corso è in programma dal 17 settembre al 18 ottobre 2026. Le attività interesseranno Gubbio, le palestre naturali di roccia e le principali cavità dell’Appennino Centrale. Il programma prevede anche una trasferta conclusiva nelle Prealpi Venete.
La proposta è rivolta a chi desidera avvicinarsi alla speleologia con un percorso organizzato. L’obiettivo è fornire una preparazione tecnica e culturale di base. Le attività affronteranno la progressione in grotta, l’uso della corda, la sicurezza e la conoscenza dell’ambiente sotterraneo.
Corso di Introduzione alla Speleologia tra teoria e pratica
Il XII Corso di Introduzione alla Speleologia comprende cinque lezioni teoriche e sei esercitazioni pratiche. Le lezioni teoriche si terranno il giovedì sera, dalle 21 alle 23, nella sede della Sezione CAI di Gubbio, in via Cairoli 1.
L’ultima lezione è prevista a Scheggia, nella sede del gruppo speleologico. Le esercitazioni si svolgeranno in palestra naturale e in grotta. Orari e punti di incontro saranno comunicati durante il corso.
La Scuola Nazionale di Speleologia del CAI opera per diffondere l’insegnamento della speleologia sul territorio nazionale. La formazione comprende tecniche, materiali, fenomeni carsici e discipline scientifiche utili alla comprensione del mondo sotterraneo. [web:5]
Programma delle lezioni e delle uscite in grotta
Il calendario si apre giovedì 17 settembre con la presentazione del corso. La prima lezione affronterà la definizione della speleologia, l’esposizione al rischio, la sua mitigazione e il patto di corresponsabilità.
Domenica 20 settembre è prevista una prima esercitazione in palestra naturale di roccia. Gli allievi lavoreranno sulle tecniche di progressione di base.
Giovedì 24 settembre si parlerà dell’organizzazione di un’uscita in grotta, dell’abbigliamento, dell’alimentazione, del CAI e della storia della speleologia. Domenica 27 settembre seguirà un’uscita in una cavità suborizzontale.
La terza lezione teorica, fissata per giovedì 1 ottobre, sarà dedicata ai materiali speleo-alpinistici, alla catena di sicurezza, al comportamento in caso di incidente e all’allertamento del CNSAS. Saranno introdotti anche elementi di cartografia e rilievo ipogeo.
Domenica 4 ottobre gli iscritti torneranno in palestra naturale per affrontare tecniche avanzate di progressione. Giovedì 8 ottobre il programma entrerà negli aspetti scientifici, con carsismo, speleogenesi e meteorologia ipogea.
L’uscita di domenica 11 ottobre sarà dedicata alla progressione in grotta verticale. Mercoledì 14 ottobre l’ultima lezione teorica tratterà biospeleologia, ecologia e conservazione delle grotte, archeologia del sottosuolo e speleosubacquea.
Dal 16 al 18 ottobre il corso si concluderà con un campo speleo nelle Prealpi Venete. Sono previste due uscite pratiche.
Sicurezza speleologica e formazione tecnica
La sicurezza rappresenta uno degli elementi centrali del percorso. In ambiente ipogeo anche un infortunio di entità limitata può richiedere un intervento complesso. La durata del soccorso dipende da strettoie, pozzi, tratti allagati, profondità e distanza dall’ingresso. [web:10]
Per questo motivo il programma include materiali, catena di sicurezza, gestione dell’incidente e procedure di allertamento. Le esercitazioni progressive permetteranno di collegare le nozioni teoriche alla pratica sul terreno.
La direzione precisa che il programma potrà subire modifiche per ragioni di sicurezza o qualora non fosse possibile rispettare il calendario iniziale. Al termine sarà rilasciato un attestato di partecipazione.
Requisiti, quote e iscrizioni a Gubbio
Possono partecipare le persone che abbiano compiuto 15 anni. Per i minorenni è necessaria l’autorizzazione firmata da chi esercita la responsabilità genitoriale.
Il corso sarà attivato con almeno tre iscritti e potrà accogliere un massimo di dodici partecipanti. Le domande dovranno arrivare alla direzione entro l’11 settembre 2026.
La quota è di 180 euro per i non soci CAI. Per i non soci con meno di 25 anni è prevista una quota di 150 euro. I soci CAI in regola con il versamento della quota 2026 pagheranno 130 euro.
La quota comprende l’utilizzo dell’attrezzatura tecnica personale e di gruppo per la progressione su corda, sia in grotta sia in palestra esterna. Per i non soci CAI comprende anche l’iscrizione alla Sezione di Gubbio per il 2026 e le dispense didattiche digitali.
Restano escluse le spese di trasporto, l’abbigliamento personale, i pasti e le bevande. Per partecipare alle esercitazioni è richiesto un certificato medico di idoneità alla pratica sportiva non agonistica.
Documenti richiesti e contatti
La documentazione deve essere inviata via e-mail a buioverticale@gmail.com. Sono richiesti il modulo compilato e firmato, il certificato medico, la distinta del bonifico e, per i soci CAI, la copia della tessera con il bollino 2026 o un certificato d’iscrizione.
Il pagamento dovrà essere effettuato sul conto intestato a “Club Alpino Italiano – Sezione di Gubbio”. L’IBAN indicato dagli organizzatori è IT82T0200838484000102494908. La causale da riportare è “XII Corso di Introduzione alla Speleologia 2026”.
Gli originali della documentazione medica e una fototessera, necessaria per il tesseramento dei non soci CAI, dovranno essere consegnati entro la prima lezione teorica.
Per ulteriori informazioni è possibile contattare il direttore del corso, l’istruttore nazionale di speleologia Mirko Berardi, al numero 340 8236742. Sono disponibili anche l’indirizzo buioverticale@gmail.com e il sito www.buioverticale.it.
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Uno studio sloveno documenta le fasi iniziali della tafonomia di insetti incorporati nel flowstone
Un team di ricercatori sloveni ha descritto le prime fasi di fossilizzazione di insetti rimasti intrappolati nel flowstone di una piccola miniera di carbone abbandonata nella Slovenia nord-orientale. Lo studio, pubblicato su Acta Carsologica, offre spunti importanti per comprendere perché i resti di insetti in ambienti carsici raramente si conservano a lungo termine.
Il contesto del
Uno studio sloveno documenta le fasi iniziali della tafonomia di insetti incorporati nel flowstone
Un team di ricercatori sloveni ha descritto le prime fasi di fossilizzazione di insetti rimasti intrappolati nel flowstone di una piccola miniera di carbone abbandonata nella Slovenia nord-orientale. Lo studio, pubblicato su Acta Carsologica, offre spunti importanti per comprendere perché i resti di insetti in ambienti carsici raramente si conservano a lungo termine.
Il contesto dello studio: flowstone e insetti in una miniera abbandonata
Nell’area studiata, caratterizzata da un’intensa deposizione di flowstone, sono stati rinvenuti circa duecento carcasse della zanzara Culex pipiens s. l., insieme ad alcuni resti di un dittero invernale (Trichocera sp.), uno stafilinide (Atheta cf. spelaea) e una farfalla notturna (Digitivalva pulicariae). Gli insetti si trovavano sulla parete, parzialmente o completamente incorporati nel deposito carbonatico.
Il flowstone è una formazione speleologica composta da carbonato di calcio che si deposita in strati sottili sulle pareti e sui pavimenti delle grotte, spesso in presenza di acqua percolante ricca di minerali. La presenza di insetti in queste formazioni rappresenta un’opportunità rara per studiare i processi tafonomici in ambienti sotterranei.
Le fasi iniziali della tafonomia degli insetti nel flowstone
I ricercatori hanno descritto le prime fasi tafonomiche osservate nelle carcasse degli insetti rinvenuti. La tafonomia, termine coniato dal paleontologo russo Efremov nel 1940, studia i processi che portano dalla morte di un organismo alla sua fossilizzazione, includendo necrolisi, biostratinomia e diagenesi.
Nel caso degli insetti nel flowstone, le osservazioni indicano che i resti subiscono un processo di disintegrazione completa che interrompe la fossilizzazione. Questo fenomeno spiega perché i fossili di insetti in sedimenti carsici sono estremamente rari, nonostante la presenza occasionale di resti invertebrati in grotte relitte slovene.
Perché i resti di insetti si disintegrano nel flowstone
Lo studio discute le probabili ragioni per cui i resti di insetti si disintegrano completamente, impedendo la fossilizzazione a lungo termine. Diversi fattori possono contribuire a questo processo:
La natura delicata della struttura degli insetti, con esoscheletri sottili e tessuti molli, li rende vulnerabili alla degradazione rapida.
L’attività microbica e la decomposizione biologica possono accelerare la disintegrazione dei resti prima che il flowstone li protegga completamente.
I processi chimici legati alla deposizione del carbonato di calcio possono non essere favorevoli alla mineralizzazione dei resti organici.
La mancanza di seppellimento rapido e protettivo, condizione essenziale per la fossilizzazione, può esporre i resti a degradazione prolungata.
La ricerca evidenzia come la fossilizzazione degli insetti richieda condizioni eccezionali, come la presenza di biofilm microbici, la rapida sepoltura in sedimenti fini o la mineralizzazione precoce (ad esempio tramite pirite), condizioni raramente presenti nei depositi di flowstone.
Implicazioni per la paleontologia carsica e la ricerca speleologica
Questo studio ha implicazioni significative per la paleontologia carsica e la comprensione dei record fossili in ambienti sotterranei. I sedimenti di grotta possono conservare importanti registri paleoambientali, ma la rarità di fossili di insetti ben preservati limita le ricostruzioni paleoecologiche.
La ricerca di Tone Novak e colleghi contribuisce a colmare una lacuna nella comprensione della tafonomia degli invertebrati in ambienti carsici, un tema finora poco esplorato rispetto ad altri contesti sedimentari. Lo studio sottolinea l’importanza di un approccio attualistico per comprendere i processi di fossilizzazione in tempo reale.
Metodologia e approccio di ricerca
Lo studio si basa su un approccio osservazionale diretto, documentando lo stato di conservazione dei resti di insetti nel flowstone. L’uso di tecniche microscopiche e l’analisi tafonomica dettagliata hanno permesso di identificare le fasi iniziali del processo di incorporazione nei depositi carbonatici.
La pubblicazione su Acta Carsologica, rivista peer-reviewed aperta accessibile dedicata a speleologia, idrologia carsica, geomorfologia, speleobiologia e geologia del carsismo, garantisce la validità scientifica dei risultati presentati.
Prospettive future per la ricerca sui fossili di insetti in grotta
I risultati di questo studio aprono nuove prospettive per la ricerca sui fossili di insetti in ambienti carsici. Future indagini potrebbero concentrarsi su:
L’identificazione di condizioni specifiche che favoriscono la preservazione a lungo termine di resti di insetti nel flowstone.
Lo studio comparativo con altri contesti di fossilizzazione di insetti, come i depositi lacustri o le ambre.
L’analisi chimica e mineralogica dei depositi di flowstone per comprendere meglio i processi di interazione tra materia organica e carbonato di calcio.
La ricerca di fossili di insetti in formazioni carsiche più antiche, per valutare la possibilità di conservazione a scale temporali geologiche.
Conclusioni
Lo studio di Novak e colleghi rappresenta un contributo importante alla comprensione dei processi tafonomici in ambienti carsici. La documentazione delle fasi iniziali di fossilizzazione di insetti nel flowstone offre una base per future ricerche sulla preservazione di resti biologici in grotta.
La rarità di fossili di insetti in contesti carsici rimane una sfida per la paleontologia, ma studi come questo aiutano a chiarire i meccanismi che limitano la conservazione a lungo termine di questi delicati resti organici.
Fonti
Novak, T., Kozel, P., Gale, L., Slana Novak, L., & Adam, K. (2026). Initial steps of insect fossilisation in cave flowstone. Acta Carsologica, 55(1), 135–143. https://doi.org/10.3986/ac.v55i1.15100
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Innovazione tecnologica nei Virtual Tour 360 gradi per il Catasto Speleologico Regionale
La Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha ufficialmente integrato i Virtual Tour (VT) a 360 gradi nel proprio Catasto Speleologico Regionale, segnando un precedente importante nell’uso di tecnologie immersive per la documentazione e la fruizione pubblica del patrimonio ipogeo.
Questa innovazione, descritta in uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Michele Potleca e colleghi, rappres
Innovazione tecnologica nei Virtual Tour 360 gradi per il Catasto Speleologico Regionale
La Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha ufficialmente integrato i Virtual Tour (VT) a 360 gradi nel proprio Catasto Speleologico Regionale, segnando un precedente importante nell’uso di tecnologie immersive per la documentazione e la fruizione pubblica del patrimonio ipogeo.
Questa innovazione, descritta in uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Michele Potleca e colleghi, rappresenta un passo significativo verso la modernizzazione degli strumenti di catalogazione e valorizzazione delle grotte.
L’integrazione di immagini sferiche a 360 gradi e Virtual Tour nel catasto ufficiale della regione non solo migliora la funzionalità del database speleologico, ma apre nuove prospettive per la documentazione scientifica, la divulgazione e l’accessibilità pubblica delle cavità naturali.
Documentazione immersiva di grotte difficili da raggiungere
Lo studio ha esplorato l’applicazione di queste tecnologie per documentare cinque grotte naturali nella regione del Carso classico, caratterizzate da accessibilità limitata.
I Virtual Tour realizzati sono stati incorporati direttamente nel portale istituzionale del Catasto Speleologico Regionale (https://catastogrotte.regione.fvg.it/), rendendo possibile una visita virtuale degli ambienti sotterranei senza necessità di accesso fisico.
Questa approccio permette di superare le barriere fisiche e di sicurezza che spesso limitano la fruizione delle cavità, offrendo al contempo uno strumento prezioso per ricercatori, studiosi e appassionati di speleologia. La documentazione immersiva consente di preservare digitalmente la morfologia delle grotte e di condividere informazioni dettagliate su formazioni, strutture e caratteristiche ambientali.
Vantaggi per la ricerca scientifica e la divulgazione speleologica
L’integrazione dei Virtual Tour a 360 gradi nel catasto speleologico offre benefici multipli dal punto di vista della documentazione scientifica. I ricercatori possono analizzare le cavità in modo dettagliato senza dover effettuare accessi ripetuti, riducendo l’impatto antropico sugli ambienti ipogei e ottimizzando le risorse per le campagne di ricerca.
Dal punto di vista della promozione del patrimonio speleologico, i Virtual Tour rappresentano uno strumento efficace per avvicinare il pubblico alla conoscenza del mondo sotterraneo. La possibilità di esplorare virtualmente le grotte favorisce la sensibilizzazione sull’importanza della conservazione e protezione di questi ambienti fragili, contribuendo alla diffusione della cultura speleologica.
Sfide tecniche nell’acquisizione e post-elaborazione
Lo studio affronta anche le sfide tecniche incontrate durante le fasi di acquisizione delle immagini e di post-elaborazione dei dati. L’ambiente ipogeo presenta condizioni di illuminazione complesse, spazi ristretti e morfologie irregolari che richiedono approcci specifici per garantire la qualità del prodotto finale.
Le tecniche di fotogrammetria sferica e l’uso di camere a 360 gradi, come dimostrato in workshop recenti quali quello tenuto da Alessandro Maifredi sulla fotogrammetria sferica in grotta, offrono soluzioni accessibili ed efficaci per la documentazione tridimensionale. Queste tecnologie permettono di acquisire dati metrici da immagini fotografiche, generando modelli 3D dettagliati partendo da campionamenti densi di immagini bidimensionali.
Prospettive future per le tecnologie immersive in speleologia
Le linee guida e le prospettive future delineate nello studio indicano un potenziale ampio per l’applicazione di queste tecnologie nella ricerca speleologica e nella documentazione digitale. L’evoluzione degli strumenti disponibili, dai sensori LiDAR portatili alle metodiche di fotogrammetria geomatica, sta trasformando il rilievo speleologico in una pratica sempre più precisa e accessibile.
Recenti sviluppi includono l’uso di sistemi SLAM-based LiDAR per la mappatura su larga scala delle grotte, come dimostrato nel caso studio della cupola Majko nella grotta di Domica, e l’applicazione di tecniche di fotogrammetria terrestre per la creazione di modelli tridimensionali di cavitપ artificiali e naturali.
Accessibilità pubblica e geoturismo virtuale
L’iniziativa si inserisce in un contesto più ampio di promozione del geoturismo e della valorizzazione del patrimonio carsico regionale. La Regione Friuli Venezia Giulia ha recentemente lanciato iniziative come “Grotte aperte”, che permetteranno visite gratuite a cinque grotte turistiche in occasione della prima Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, affiancate da esperienze immersive in realtà virtuale.
Parallelamente, sono stati sviluppati tour virtuali dei siti UNESCO della regione, combinando immagini e video a 360 gradi da terra e dall’alto per raccontare il territorio da una prospettiva immersiva. Questi strumenti digitali non sostituiscono le visite fisiche, ma le integrano, ampliando le possibilità di fruizione del patrimonio speleologico e geologico.
Esempi applicativi nel territorio regionale
Un esempio concreto di applicazione di queste tecnologie è rappresentato dalla sorgente del Gorgazzo, dove nell’ambito del progetto PolceniGeo 2026 è stata realizzata una campagna di documentazione con riprese immersive a 360 gradi durante immersioni speleosubacquee. I contenuti prodotti saranno resi disponibili tramite piattaforme web e sistemi di realtà virtuale, ampliando l’accessibilità di questo importante geosito carsico.
Il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia, accessibile anche tramite l’app dedicata CSR-FVG, rappresenta quindi un modello innovativo di integrazione tra documentazione tradizionale e tecnologie digitali avanzate, ponendo le basi per future applicazioni nella ricerca, nella didattica e nella valorizzazione del patrimonio speleologico.
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Un geosito carsico di rilevanza scientifica nella regione di Taza
Kef El Ghar è una cavità carsica situata nella regione di Taza, nel Marocco nord-orientale, oggetto di uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026.
La ricerca, condotta da Saida Bouazza e colleghi dell’Università Mohammed V, ha l’obiettivo di caratterizzare la geodiversità della grotta e valutarne il significato come geosito carsico. Le indagini sul campo e le analisi descrittive hanno rivelato morf
Un geosito carsico di rilevanza scientifica nella regione di Taza
Kef El Ghar è una cavità carsica situata nella regione di Taza, nel Marocco nord-orientale, oggetto di uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026.
La ricerca, condotta da Saida Bouazza e colleghi dell’Università Mohammed V, ha l’obiettivo di caratterizzare la geodiversità della grotta e valutarne il significato come geosito carsico. Le indagini sul campo e le analisi descrittive hanno rivelato morfologie carsiche ben sviluppate, esposizioni stratigrafiche, sistemi idrologici attivi e una varietà di speleotemi che ne sottolineano il valore naturale.
Caratteristiche geologiche e idrologiche della grotta Kef El Ghar
La grotta presenta un sistema carsico attivo con evidenze di processi di dissoluzione e deposizione tipici degli ambienti ipogei. Gli speleotemi osservati includono formazioni calcitiche che testimoniano la continuità dei processi di precipitazione minerale nelle condizioni microclimatiche della cavità.
Il sistema idrologico attivo contribuisce alla dinamica interna della grotta, mantenendo condizioni di umidità e flusso d’acqua che influenzano la formazione e l’evoluzione delle strutture speleologiche.
Le esposizioni stratigrafiche visibili nelle pareti della cavità offrono opportunità per lo studio della successione geologica locale. Questi elementi rendono Kef El Ghar un sito rilevante per la ricerca geologica e per la comprensione dell’evoluzione del paesaggio carsico nella regione di Taza.
Valore culturale e tracce archeologiche nella cavità marocchina
Oltre agli aspetti naturali, Kef El Ghar conserva evidenze di utilizzo umano storico e tracce archeologiche che ne accrescono il valore culturale. La presenza di questi elementi suggerisce una frequentazione della cavità in epoche passate, inserendo la grotta in un contesto più ampio di interazione tra le comunità umane e l’ambiente sotterraneo. Le caratteristiche estetiche della cavità, con le sue formazioni e ambienti interni, contribuiscono ulteriormente al suo interesse come patrimonio naturale e culturale.
Minacce antropiche e necessità di conservazione del geosito
Nonostante il suo valore, il sito affronta minacce crescenti legate all’accesso non controllato, alla mancanza di protezione formale e al degrado antropico. Questi fattori mettono a rischio l’integrità della cavità e la conservazione delle sue caratteristiche geologiche, idrologiche ed ecologiche.
Lo studio propone strategie di conservazione e gestione per preservare l’integrità della grotta e promuovere la sua integrazione in iniziative di geoturismo regionale e di educazione pubblica.
La ricerca sottolinea che Kef El Ghar rappresenta una componente preziosa del patrimonio carsico della regione di Taza e supporta le iniziative volte all’istituzione di un geoparco regionale.
L’inclusione in un contesto di tutela più ampio potrebbe garantire la protezione a lungo termine del sito e la sua valorizzazione come risorsa scientifica e culturale.
Scoperte speleologiche recenti in Marocco: aggiornamenti dal 2025-2026
Oltre a Kef El Ghar, il Marocco ha visto negli ultimi mesi ulteriori sviluppi nel campo della ricerca speleologica e archeologica in ambiente carsico. Nella regione di Essaouira, la grotta di Bizmoun è stata oggetto di nuove campagne di scavo che hanno portato alla luce strumenti litici e ornamenti risalenti a oltre 150.000 anni fa. I livelli di suolo esplorati contenevano anche fossili di animali estinti, tra cui resti del leone dell’Atlante, rinoceronti, bovini antichi, cavalli, antilopi, gazzelle e uova di struzzo.
Nel Rif marocchino, l’expedition franco-marocaine Talassemtane – Rif 2025, svoltasi dall’11 al 23 agosto 2025, ha proseguito l’inventario della fauna cavernicola nella provincia di Chaouene. L’area esplorata comprende la dorsale calcarea del Rif, nel massiccio del Lakraa-Tissouka. Dal 2022 le scoperte si sono succedute nella regione: il pompaggio per l’irrigazione ha permesso di progredire nel Kef Ansar Tinioune, che raggiunge 2018 metri di sviluppo, mentre il disboscamento ha consentito la scoperta del Kef Radâa, con uno sviluppo di 4244 metri.
Le spedizioni hanno riunito 15 speleologi francesi e 7 marocchini, provenienti da club di Chaouene, Marrakech, Casablanca e Taza. Sei nuove cavità sono state censite e topografate, per un totale di 362 metri allo stato attuale dei rilievi. Una squadra regionale marocchina, composta dai club di Chaouene e Tetouan, ha realizzato nell’ottobre 2025 l’esplorazione del Kef Toghobeit, che raggiunge i -722 metri di profondità.
Nella zona di Casablanca, la Grotte à Hominidés nella cava Thomas I ha fornito nuovi fossili di ominini datati a circa 773.000 anni fa, grazie all’analisi magnetostratigrafica dell’inversione Matuyama-Brunhes. Il materiale studiato comprende diverse mandibole umane, tra cui quelle di due adulti e un bambino, oltre a resti dentali e post-cranici. Questi reperti offrono nuove informazioni su un periodo chiave dell’evoluzione umana e collocano il Marocco al centro del dibattito sulle origini degli ominini nel Nord Africa.
A Taforalt, conosciuta localmente come Grotta dei Piccioni, nella provincia di Berkane, gli scavi in corso dal 2003 hanno prodotto nuovi risultati pubblicati nel marzo 2025, tra cui ossa dell’otarda maggiore, un grande uccello ora a rischio in Marocco. La grotta di Mugharet el ‘Aliya, vicino a Tangeri, continua a essere studiata per la sua lunga sequenza archeologica che va dal Levalloiso-Mousteriano al Neolitico.
Queste scoperte confermano il ruolo del Marocco come area di rilevanza internazionale per la ricerca speleologica, archeologica e paleoantropologica. La combinazione di indagini geologiche, biologiche e archeologiche in ambiente carsico contribuisce a una comprensione più completa del patrimonio sotterraneo nordafricano.
Prospettive per il geoturismo e la ricerca futura
L’integrazione di Kef El Ghar in un geoparco regionale potrebbe favorire la protezione del sito e la sua valorizzazione come destinazione per il geoturismo e l’educazione scientifica. La presenza di altre cavità di interesse nella regione, come quelle esplorate nel Rif e nella zona di Taza, offre opportunità per itinerari tematici dedicati al carsismo e alla speleologia. La collaborazione tra istituzioni accademiche, associazioni speleologiche e enti locali rimane un elemento chiave per la gestione sostenibile di questi patrimoni sotterranei.
Fonti
Bouazza, S., Bargach, K., Najim, A., Ouchkar, A., Eddifai, I., & El Kassmi, Y. (2026). Kef El Ghar cave (Taza, Morocco): Geological, hydrological, ecological and cultural significance of a karst geosite. Acta Carsologica, 55(1), 109–119. https://doi.org/10.3986/ac.v55i1.14888
Africanews. Bizmoun Cave reveals new clues about early human life in Morocco. https://www.africanews.com/2025/11/17/bizmoun-cave-reveals-new-clues-about-early-human-life-in-morocco/
Greek Reporter. New Excavations Reveal 150,000-Year-Old Tools and Jewelry in Morocco Cave. https://greekreporter.com/2025/11/20/morocco-cave-tools-jewelry/
Al-Monitor. Fossil discovery repositions Morocco at center of human evolution 800,000 years ago. https://www.al-monitor.com/originals/2026/01/fossil-discovery-repositions-morocco-center-human-evolution-800000-years-ago
CREI FFSpeleo. Expedition spè¿¿lé¿¿ologique dans le rif marocain : l’inventaire de la faune cavernicole se poursuit. https://blog.crei.ffspeleo.fr/?p=1474
Harvard ASPR. ASPR at Mugharet el ‘Aliya (The High Cave), Tangier. https://sites.harvard.edu/aspr/2025/10/03/aspr-at-mugharet-el-aliya-the-high-cave-tangier/
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Un sistema bimodale governato dalla differenza di densitಲ dell’aria
La grotta Samograd, in Croazia, mostra un microclima stagionale nettamente bimodale, controllato dallo scambio d’aria tra superficie e interno della cavità.
Durante la stagione fredda l’aria esterna, più densa, penetra nella grotta attivando una ventilazione naturale che abbassa i livelli di CO2. Nella stagione calda questo meccanismo si spegne, favorendo stratificazione termica e accumulo di anidride carbonic
Un sistema bimodale governato dalla differenza di densitಲ dell’aria
La grotta Samograd, in Croazia, mostra un microclima stagionale nettamente bimodale, controllato dallo scambio d’aria tra superficie e interno della cavità.
Durante la stagione fredda l’aria esterna, più densa, penetra nella grotta attivando una ventilazione naturale che abbassa i livelli di CO2. Nella stagione calda questo meccanismo si spegne, favorendo stratificazione termica e accumulo di anidride carbonica.
Lo studio, pubblicato su Acta Carsologica e coordinato da Nenad Buzjak, si basa su monitoraggi continui della temperatura dell’aria e della CO2 lungo un profilo superficie–ingresso–interno, effettuati tra dicembre 2022 e febbraio 2024. I dati confermano che la ventilazione è guidata da gradienti termici e di densità, non dalla semplice frequenza di eventi freddi.
Metodologia del monitoraggio microclimatico nella grotta Samograd
Il monitoraggio è stato condotto con data logger posizionati in cinque punti fissi lungo un transetto che collega la superficie all’interno della grotta. Le misurazioni hanno coperto due inverni e una stagione calda, consentendo di osservare la risposta del sistema a cicli termici completi.
Per valutare l’efficienza della ventilazione e confermare la bimodalità microclimatica, sono state effettuate misurazioni spot mensili di CO? lungo la grotta e un monitoraggio continuo ad alta risoluzione nel punto più basso della cavità. La combinazione di temperatura e CO2 ha permesso di validare l’ipotesi di uno scambio d’aria guidato dalla densità.
Ventilazione invernale e accumulo estivo di CO2
In inverno, la differenza negativa tra temperatura superficiale e temperatura interna favorisce l’ingresso di aria fredda e densa. Questo innesca un flusso di scambio che rinnova l’atmosfera interna e riduce sensibilmente le concentrazioni di CO2.
In estate, invece, la circolazione si interrompe. La grotta si comporta come una trappola per aria fredda, con stratificazione termica stabile e livelli di CO2 elevati. Questo pattern è coerente con quanto osservato in altre grotte temperate, dove la ventilazione stagionale è il principale fattore di variabilità della CO2.
Gradienti termici e intensità della ventilazione naturale
L’analisi statistica ha mostrato che l’intensità della ventilazione dipende dalla grandezza e dalla persistenza dei gradienti termici stagionali, non solo dalla frequenza di eventi freddi isolati. Questo suggerisce che la durata delle condizioni favorevoli allo scambio d’aria sia più importante della loro occorrenza sporadica.
La correlazione tra variabilità termica, superficie e interno della grotta, insieme ai dati di CO2, conferma un accoppiamento stagionale robusto tra condizioni esterne e microclima ipogeo. La grotta Samograd può quindi essere interpretata come un sistema microclimatico bimodale, con due regimi distinti e prevedibili.
Contesto internazionale: microclima e CO2 nelle grotte temperate
Il comportamento di Samograd rientra in un quadro più ampio, documentato in numerose grotte delle zone temperate. In molte cavità, la CO2 raggiunge massimi estivi e minimi invernali, in risposta alla ventilazione guidata dalla differenza di densitಲ tra aria esterna e interna.
Studi recenti in Svizzera, Spagna e Cina mostrano pattern simili, con concentrazioni di CO2 che superano i livelli atmosferici in estate e vengono diluite in inverno dalla ventilazione termica. In alcuni casi, la CO2 in grotta può variare da valori atmosferici fino a 30.000 ppm, controllata dalla stagionalità termica.
Implicazioni per la biospeleologia e la conservazione
La comprensione dei regimi microclimatici è cruciale per la biospeleologia e la gestione delle grotte. La ventilazione stagionale influenza non solo la CO2, ma anche umidità, temperatura e qualità dell’aria, fattori determinanti per la fauna ipogea e per la conservazione dei depositi speleologici.
In grotte turistiche, la ventilazione naturale può mitigare l’impatto antropico, ma solo se i regimi microclimatici sono ben compresi. Il caso di Samograd offre un modello utile per prevedere la risposta di cavità simili a cambiamenti climatici o a modifiche dell’accesso.
Aggiornamenti e approfondimenti per Scintilena
Oltre allo studio su Samograd, recenti ricerche confermano il ruolo dominante della temperatura esterna nella ventilazione delle grotte.
In Svizzera, ad esempio, la temperatura esterna controlla il 95% della variabilità del flusso d’aria in una grotta temperata.
Altri studi evidenziano come la CO? in grotta sia influenzata anche da fonti del suolo e dall’attività biologica, ma la ventilazione stagionale rimane il principale fattore di diluizione. Questi elementi possono essere integrati in articoli futuri su Scintilena per approfondire il legame tra clima superficiale e dinamica ipogea.
Fonti
Acta Carsologica, Vol. 55 No. 1 (2026): “Seasonal control of cave microclimate by surface conditions: evidence from a density-driven exchange flow in Samograd Cave (Croatia)” – https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/issue/current
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La pubblicazione scientifica conferma una nuova specie e un nuovo genere nelle falde della pianura indo-gangetica
Una registrazione diffusa su TikTok nel 2024 ha orientato i ricercatori verso una scoperta che oggi trova conferma in una pubblicazione scientifica: Gangaichthys indonepalicus è una nuova specie di pesce sotterraneo. Non solo.
La foto di copertina, didascalia e autori:
Gli autori hanno istituito anche il nuovo genere Gangaichthys. Il piccolo animale è stato ri
La pubblicazione scientifica conferma una nuova specie e un nuovo genere nelle falde della pianura indo-gangetica
Una registrazione diffusa su TikTok nel 2024 ha orientato i ricercatori verso una scoperta che oggi trova conferma in una pubblicazione scientifica: Gangaichthys indonepalicus è una nuova specie di pesce sotterraneo. Non solo.
La foto di copertina, didascalia e autori:
Gli autori hanno istituito anche il nuovo genere Gangaichthys. Il piccolo animale è stato rinvenuto in pozzi perforati nel Bihar, nell’India settentrionale, lungo l’area di confine con il Nepal.
La notizia, per quanto insolita, è quindi verificata.
Lo studio è apparso l’11 agosto 2026 sulla rivista scientifica ad accesso aperto ZooKeys.
La ricerca integra osservazioni sul campo, dati morfologici, tomografia computerizzata e analisi genetiche. Gli elementi raccolti distinguono il pesce dalle specie e dai generi già noti della famiglia Chaudhuriidae.
Il video TikTok e la ricerca di Gangaichthys indonepalicus
Nel 2024 gli studiosi si sono imbattuti in un filmato realizzato nell’area di Triveni, in Nepal.
Il video mostrava un pesce molto piccolo fuoriuscito da un pozzo perforato.
L’aspetto pallido, gli occhi ridotti e il contesto idrogeologico hanno fatto ipotizzare un organismo stigobio, cioè adattato alle acque sotterranee.
Quella osservazione non è stata considerata una prova sufficiente per descrivere una specie.
Ha fornito invece una precisa indicazione geografica.
Nel 2024 e nel 2025 il gruppo di ricerca ha cercato esemplari nei pozzi della pianura indo-gangetica, nel distretto di Pashchim Champaran, in Bihar.
La ricerca ha dato risultati limitati. Da numerosi punti controllati sono arrivati soltanto tre esemplari. Uno era integro e vivo; gli altri erano danneggiati durante il pompaggio.
L’olotipo, lungo 40,6 millimetri, e un paratipo sono stati recuperati dallo stesso pozzo dopo l’estrazione di circa 2.000-2.500 litri d’acqua.
Un terzo esemplare, molto danneggiato, proveniva da un secondo pozzo posto a circa un chilometro di distanza.
Pesce sotterraneo delle falde alluvionali del Gange
Gangaichthys indonepalicus vive con ogni probabilità nel reticolo interstiziale delle falde alluvionali.
I campioni sono emersi soltanto dalle pompe manuali di pozzi perforati che raggiungono una profondità di circa dieci metri. Nei pozzi e negli stagni vicini, le ricerche non hanno restituito altri individui.
La distribuzione oggi documentata è molto ristretta. Due località sono nel villaggio di Balgangwa, in India. Una documentazione fotografica viene da Triveni, nel distretto nepalese di Nawalparasi. Le località note si trovano entro circa undici chilometri in linea d’aria.
Per gli autori, Gangaichthys indonepalicus è il primo pesce stigobio segnalato nel bacino del Gange e nelle falde alluvionali della pianura indo-gangetica. Questo dato non dimostra che sia l’unico pesce sotterraneo della regione. Indica piuttosto quanto le comunità biologiche delle acque di falda restino poco accessibili e poco campionate.
Gangaichthys indonepalicus e gli adattamenti alla vita senza luce
Il nuovo pesce appartiene ai Chaudhuriidae, un gruppo spesso chiamato in inglese “earthworm eels”, anguille lombrico.
Il corpo di Gangaichthys indonepalicus è allungato, con pinne dorsale, anale e caudale collegate da una membrana. L’esemplare integro misura poco più di quattro centimetri.
Le sue caratteristiche sono coerenti con una vita ipogea. Gli occhi sono molto ridotti e coperti dalla pelle. Corpo, capo e pinne non hanno pigmentazione e appaiono traslucidi.
Le analisi tomografiche non hanno rilevato costole ossificate. Lo studio segnala 64 vertebre, una sola radiazione nella pinna pettorale, 37 raggi dorsali, 35 anali e sei caudali.
Questi tratti non sono una semplice curiosità estetica. In ambienti permanentemente oscuri, gli organi visivi e la colorazione possono ridursi nel corso dell’evoluzione. La forma allungata può favorire il movimento negli spazi stretti tra sedimenti e materiali saturi d’acqua. Lo studio non fornisce invece una dimostrazione di locomozione sulla terraferma: descrive un pesce di falda, recuperato da pozzi, non un animale osservato mentre attraversa suolo asciutto.
Una verifica necessaria per la biospeleologia
Il caso di Gangaichthys indonepalicus mostra come un contenuto digitale possa aiutare a individuare un’area di ricerca, senza sostituire la verifica scientifica. La specie è stata formalmente descritta solo dopo la raccolta dei campioni e il confronto con altri Chaudhuriidae attraverso caratteri anatomici e sequenze di DNA mitocondriale.
Per la biospeleologia, la scoperta richiama l’attenzione sugli ecosistemi acquatici sotterranei esterni alle grotte accessibili. Pozzi, acquiferi porosi e depositi alluvionali ospitano habitat difficili da osservare direttamente. Sono anche sistemi vulnerabili al prelievo idrico, alle modifiche dell’uso del suolo e all’inquinamento. Capire distribuzione, ecologia e consistenza delle popolazioni di Gangaichthys indonepalicus richiederà ulteriori campionamenti condotti con metodi che riducano il rischio di danneggiamento degli animali.
Fonti
Khandekar, A., Thackeray, T., He, Y., Mohapatra, A. e Agarwal, I. (2026), “Gangaichthys indonepalicus, a new genus and species of miniature stygobitic earthworm eel (Synbranchiformes, Chaudhuriidae) from alluvial aquifers in the Indo-Gangetic Plain, Bihar, northern India”, ZooKeys 1289, pp. 185-202. URL: https://zookeys.pensoft.net/article/188089/
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La nuova specie della Serra Calderona amplia le conoscenze sulla fauna sotterranea iberica e richiama l’attenzione sul valore delle ricerche biospeleologiche nelle cavità carsiche.
Eukoenenia serrana e il palpigrado cavernicolo di Serra
Una nuova specie di palpigrado cavernicolo è stata descritta nella Sima del Pla de les Llomes, nel comune di Serra, nella provincia di Valencia.
Il nome scientifico è Eukoenenia serrana. La descrizione è stata pubblicata il 6 agosto 2026 sulla
La nuova specie della Serra Calderona amplia le conoscenze sulla fauna sotterranea iberica e richiama l’attenzione sul valore delle ricerche biospeleologiche nelle cavità carsiche.
Eukoenenia serrana e il palpigrado cavernicolo di Serra
Una nuova specie di palpigrado cavernicolo è stata descritta nella Sima del Pla de les Llomes, nel comune di Serra, nella provincia di Valencia.
Il nome scientifico è Eukoenenia serrana. La descrizione è stata pubblicata il 6 agosto 2026 sulla rivista internazionale Subterranean Biology da Pablo Barranco, Francisco Javier Sánchez-Camacho e Jaime Mayoral.
Il nuovo taxon appartiene all’ordine Palpigradi e alla famiglia Eukoeneniidae.
I palpigradi sono piccoli aracnidi poco conosciuti. Sono riconoscibili per il flagello terminale, spesso definito coda, dotato di setole sensoriali.
L’appendice è fragile e può staccarsi facilmente durante la cattura o la manipolazione. Questo rende ancora più delicato il lavoro di raccolta e documentazione.
L’olotipo di Eukoenenia serrana è un maschio raccolto il 6 dicembre 2021 da A. Sendra e collaboratori. È conservato nelle collezioni scientifiche dell’Università di Almería. La specie è stata formalmente inserita il 19 agosto nel World Arachnid Catalog, aggiornamento che consolida la sua presenza nella tassonomia internazionale dei Palpigradi.
Palpigrado cavernicolo: i caratteri descritti dalla ricerca
L’esemplare studiato misura 1,596 millimetri di lunghezza corporea, senza considerare il flagello, che non era conservato. Si tratta quindi di un animale quasi invisibile a occhio nudo. La descrizione non si limita alla sola segnalazione della specie. Il lavoro confronta Eukoenenia serrana con le specie del gruppo Eukoenenia mirabilis-berlesei e analizza i rapporti tra morfologia e ambiente di vita.
Il palpigrado cavernicolo di Valencia mostra caratteri troglomorfici marcati. In particolare, i ricercatori segnalano l’allungamento degli arti, con differenze evidenti nella tibia della prima zampa, nel basitarso della quarta zampa e nelle proporzioni di alcuni segmenti. Questi aspetti sono coerenti con una vita nelle zone profonde della cavità, dove luce, risorse e condizioni microclimatiche differiscono dagli ambienti superficiali.
Lo studio evidenzia un quadro evolutivo non uniforme. Alcuni caratteri sensoriali restano simili a quelli delle specie endogee, cioè legate al suolo, mentre gli arti presentano un’evidente specializzazione per l’ambiente ipogeo. Il palpigrado cavernicolo Eukoenenia serrana diventa quindi un riferimento utile per studiare come l’adattamento sotterraneo possa interessare in modo diverso le varie parti del corpo.
Sima del Pla de les Llomes, dolomie e fauna cavernicola
La Sima del Pla de les Llomes si apre a circa 570 metri di quota, lungo una frattura nelle dolomie del Triassico medio della Serra Calderona. La cavità ha uno sviluppo noto di circa 220 metri e una profondità accessibile di 42 metri. L’ingresso conduce a un pozzo di 11 metri, seguito da cunicoli, piccoli pozzi e pseudogallerie impostati sulle principali fratture nord-sud.
L’umidità è alta in buona parte dell’ambiente sotterraneo. Sono presenti settori con stillicidio e altri più asciutti. La zona oltre il primo pozzo viene considerata dagli autori un ambiente profondo. Qui l’umidità condensa sulle superfici e si concentra una fauna specializzata.
Nella stessa cavità sono già note altre specie di interesse biospeleologico. Tra esse figurano lo zigentomo Coletinia longitibia, esclusivo della grotta, il rincoto Valenciolenda fadaforesta e il dipluro Paratachycampa penyoensis, segnalato in un numero ristretto di cavità della Serra Calderona. La presenza di Eukoenenia serrana aggiunge un nuovo elemento a questo sistema locale di endemismi e specie a distribuzione limitata.
Ricerca biospeleologica e ruolo degli speleologi
Il caso di Eukoenenia serrana conferma le difficoltà della ricerca sui Palpigradi. Le loro dimensioni minime e la bassa densità delle popolazioni rendono sporadici i ritrovamenti. La descrizione della nuova specie si basa su un solo maschio. Non è nota la femmina.
Per questo il monitoraggio ripetuto delle cavità e una corretta segnalazione dei ritrovamenti assumono un ruolo rilevante. Gli speleologi che frequentano grotte e pozzi possono contribuire a individuare organismi poco osservati, purché ogni raccolta segua autorizzazioni, criteri scientifici e misure di tutela del sito.
Per un palpigrado cavernicolo, anche un singolo esemplare può offrire dati importanti sulla distribuzione, sull’ecologia e sull’evoluzione di gruppi ancora poco studiati.
Gli aggiornamenti di Scintilena sulla biodiversità sotterranea
Il tema della fauna ipogea trova riscontro anche nelle notizie più recenti pubblicate da Scintilena.
Il 19 agosto 2026 la testata ha riportato uno studio sulla Grotta del Baraccone, a Bagnasco, dedicato alla distribuzione degli invertebrati tra terreno e pareti.
Il lavoro richiama l’importanza dei microhabitat e del gradiente che separa l’ingresso dalle zone profonde.
È un tema vicino al caso valenciano, perché anche per Eukoenenia serrana la localizzazione nella parte terminale della cavità è centrale per interpretarne l’adattamento.
Il 20 agosto Scintilena ha inoltre aggiornato sulle ricerche biospeleologiche nella Shpella Shtares, nelle Alpi Albanesi.
La campagna 2026 comprende indagini faunistiche, misure delle correnti d’aria e della temperatura. Non risultano ancora dati conclusivi della spedizione.
Dal 7 al 12 settembre, infine, Mangalia in Romania ospiterà la 27ª International Conference on Subterranean Biology, dedicata a ecologia, evoluzione e conservazione degli ecosistemi sotterranei.
La scoperta del nuovo palpigrado cavernicolo in Valencia si inserisce in questo quadro di ricerche. La tassonomia, l’esplorazione responsabile e lo studio dei microambienti restano strumenti complementari per conoscere e proteggere la biodiversità delle grotte.
Fonti
Barranco, P.; Sánchez-Camacho, F.J.; Mayoral, J. (2026), “Troglomorphic trends of palpigrades in the Eukoenenia mirabilis-berlesei group, and discovery of a new cave-dwelling species from Spain (Palpigradi, Eukoeneniidae)”, Subterranean Biology 57, pp. 117-138. https://subtbiol.pensoft.net/article/202620/
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Dal Buzio al Dito, dal Pilastro alle cavità nel ghiaccio e non solo: quasi due settimane di pozzi, traversi, disostruzioni e nuovi ingressi
Da una giunzione sotto il Moncodeno comincia a prendere forma un’idea molto più grande
Anche quest’anno dal Grignone (la Grigna settentrionale, sopra il ramo di Lecco del Lago di Como) ottime notizie. Come accade da 24 anni a questa parte, molti speleologi hanno partecipato al Campo esplorativo del gruppo multigruppo InGrigna!, in costante es
Dal Buzio al Dito, dal Pilastro alle cavità nel ghiaccio e non solo: quasi due settimane di pozzi, traversi, disostruzioni e nuovi ingressi
Da una giunzione sotto il Moncodeno comincia a prendere forma un’idea molto più grande
Anche quest’anno dal Grignone (la Grigna settentrionale, sopra il ramo di Lecco del Lago di Como) ottime notizie. Come accade da 24 anni a questa parte, molti speleologi hanno partecipato al Campo esplorativo del gruppo multigruppo InGrigna!, in costante esplorazione del territorio grignesco, durata ufficiale dall’8 al 20 agosto 2026.
In questo luogo – bisogna dirlo – c’è sempre un problema: si parte quasi sempre con un programma, poi si trova una grotta nuova. Oppure si va a cercare un passaggio e si sbaglia quota, e nel posto sbagliato compare un pozzo. Oppure si apre una grottina, le si assegna diligentemente un numero e pochi giorni dopo bisogna cancellarlo perché si è già congiunta con un abisso conosciuto.
Il Campo InGrigna! 2026 è andato più o meno così. Partito con parecchi obiettivi — W le Donne (LOLC1936), Abisso Alberto Buzio (LOLC5935), Pozzo nel Dito (LOLC 1967), Pilastro (LOLC 5881), Poltergeist (LOLC 1775), cavità da ricontrollare e nuovi ingressi — giorno dopo giorno ha cominciato a raccontare una storia diversa: quella di grotte che in superficie hanno nomi e numeri differenti, ma che sottoterra sembrano avvicinarsi sempre di più. Fino a far pronunciare la frase che, a fine campo, gira ormai con una certa insistenza: «Sta nascendo un nuovo complesso».
Da registrare anche un debutto importante: breve exploit al Campo InGrigna! della piccola Petra Maconi, naturalmente con mamma Felicita e papà. La nuova generazione comincia presto.
W le Donne: si comincia prima di iniziare, già con un affondo
Il campo entra subito nel vivo con la produttiva punta precampo di Alex (mitico Alex Rinaldi), Francesco F. e Riccardo a W le Donne (LOLC1936), il cui ingresso è in Moncodeno, a quota 2170 m slm, sulla Costa della Piancaformia, lungo il sentiero di cresta che porta al Rifugio Brioschi.
Il 4 agosto la squadra scende velocemente nelle zone profonde per sistemare il nuovo campo interno, trasportare il materiale necessario a una risalita e cominciare subito i lavori: Francesco ne mette già a segno un primo tratto.
Tutto bene, compreso un confronto matematico — riferisce sorridendo Riccardo, uno dei pischelli di Bueno Fonteno — su ipotenuse, Pitagora e Archimede. L’Angolo della cultura del Campo InGrigna! 2026, evidentemente, ha iniziato i lavori in anticipo
Escono come razzi, e poi si continua.
Dall’8 agosto, le squadre si distribuiscono sui diversi obiettivi del Grignone. C’è chi esplora, chi riattrezza, chi rileva, chi traversa, chi risale, chi fotografa e chi va semplicemente a controllare un ingresso. Che è uno dei modi più efficaci, in Grigna, per trovare altro lavoro.
Andrea Maconi (che chiamerò Maconi perché c’è un altro Andrea M, ligure), riconosciuto guru della Grigna, durante una teorica tranquilla passeggiata dal Bregai al Passo della Capra, nel rivedere alcuni ingressi, dà un’occhiata anche al geode sotto il Pizzo della Pieve, giudicato «molto carino». Risale quasi casualmente un canale e si trova davanti un pozzo che non ricorda di aver mai visto. Nuovo ingresso? Cavità conosciuta e dimenticata? Altro tassello del puzzle carsico della Grigna? Da verificare, e naturalmente da aggiungere alla lista.
Qualche giorno dopo, poco oltre un’altra nuova grotta, Maconi individuerà un altro pozzo, con un po’ di detrito da spostare, ma anche quello arieggiante. Il programma del campo, a quel punto, ha già cominciato a prendere una direzione autonoma.
Al Buzio, per fortuna, si sbaglia strada e si scende ancora
Il 9 agosto Maurizio (Jack) aveva in realtà un altro programma: occuparsi insieme a Floriano dell’Abisso Poltergeist (LOLC 1775), dal notevole potenziale ma resa delicata da una dolina di crollo apertasi all’ingresso. Floriano arriverà più tardi, così Jack decide di fare prima un veloce salto all’Abisso Alberto Buzio (LOLC 5935), che si trova nella zona alta della Dolina Grande / Cima della Grigna settentrionale, quindi vicino all’inquietante Voragine, sotto il sentiero che prosegue allegramente verso il Rifugio Brioschi.
Con Matteo e Kaja, Frytka e Yure (i Polacchi), Jack va a cercare un punto indicato da Maconi. Individuata quella che sembra la condotta giusta, supera il pozzo successivo con un traverso e, oltre un grosso blocco, si affaccia su una nuova verticale. La mattina seguente arriva però un piccolo dettaglio: quella non è affatto la zona indicata da Andrea. Il punto che stavano cercando si trova a circa -100 e non a -70. Il posto non era quello, ma che risultato!
Nelle giornate successive, Rossella, Floriano e Matteo all’armo e Jack e Marco Corvi (Corvo) al rilievo scendono un P15, seguito da un grande meandro con blocchi di frana, quindi un P25 con una finestra ancora da controllare e una nuova grande verticale. Il giorno successivo, insieme anche a Francesca e Francesco, si sistemano gli armi e si prosegue fra terrazzi franosi, stillicidio e nuove verticali. Compaiono anche gallerie freatiche e restano diverse possibilità da verificare.
Insomma, la strada era sbagliata, ma il risultato no: al Buzio si aggiunge un’altra via da esplorare.
Il Buzio continua, ma da un’altra parte
Mentre la via individuata da Jack e compagni resta tra i lavori aperti, il Buzio continua a scendere da un’altra parte. Il 14 agosto Alex, Riccardo, Corvo, Kaja e Maconi tornano all’Abisso Buzio, questa volta lungo la via del fondo già individuata l’anno scorso. Dopo un P20, Alex arma un grande P60, circa 20 × 10 metri alla base, che verso l’alto prosegue anche in un enorme camino. Sotto, la cavità continua con una forra; Riccardo scende un altro P20 e la squadra si ferma ancora una volta in testa a un P20. Lungo la discesa restano inoltre due pozzi da vedere. Vengono intanto armati alcuni passaggi precedentemente percorsi in libera e sistemato lo scomodo meandro intorno a -170.
Il risultato è che il Buzio supera i -300 metri e non sembra avere alcuna intenzione di chiudere a breve. Nei giorni successivi vengono lasciati all’abisso altri 170 metri di corda.
Il pozzo nuovo che nuovo non era
Il 13 agosto Riccardo, Francesco O. e i Polacchi vanno a controllare la LOLC 5953, negli sfasciumi a sinistra del Passo della Capra con Maconi, seguendo un avvicinamento suggerito da quest’ultimo, quindi non esattamente il più comodo.
Il pozzo sembra nuovo, ma nuovo in realtà non è: sulla parete salta fuori una vecchia piastrina, sfuggita durante la precedente ricognizione. Dopo un lungo disgaggio, Riccardo riesce comunque a riarmarlo, nonostante la roccia sia poco collaborativa. Poco sotto i -20 metri, però, la cavità chiude.
Non tutti i nuovi punti interrogativi (fortunatamente) ne generano altri.
Il Dito non tradisce mai
Nel frattempo si lavora al Pozzo nel Dito (LOLC 1967) uno dei punti fermi dei vari Campi, che si apre a 2247 metri nel Dito della Piancaformia, in Grigna Settentrionale: mai eccessivamente ambito perché sale e scende, poi sale e poi scende, e così via.
Andrea e Alex e i Polacchi scendono fino a circa -350 metri. Alex traversa sopra un pozzo bagnato e raggiunge una finestra dalla quale arriva un torrentello; segue l’arrampicata di un caminetto, oltre il quale si apre un camino alto. La squadra passa poi a controllare un’altra possibilità: Andrea riesce a infilarsi nel passaggio, ma questa volta la montagna decide che può bastare e chiude.
Nel frattempo il trapano è scarico, le ore sottoterra aumentano e i freatici possono aspettare. Quando la squadra torna all’esterno sono passate 18 ore. Andrea sintetizza la giornata meglio di qualsiasi relazione tecnica: «Il Dito ti spacca sempre…»
Pilastro: -219 m, e non è finita
Il 15 agosto tocca all’Abisso Pilastro (LOLC 5881), scoperto nel 2019, che si apre in Moncodeno, sul versante settentrionale della Grigna, in un’area dove le grotte conosciute si fanno decisamente più rare: proprio per questo la sua posizione lo rende particolarmente interessante, perché potrebbe aprire la strada verso zone carsicamente ancora poco conosciute.
Lele torna con Simona e Ombretta e l’immancabile Corvo per lavorare il meandrino che, nella punta precedente, li aveva separati dalla verticale intravista oltre. La roccia li fa penare per qualche ora, ma alla fine il passaggio viene preparato e il pozzo può essere sceso.
La verticale si rivela più profonda del previsto: 21 metri, che portano il fondo rilevato del Pilastro a circa -219 metri. Alla base c’è già il regalo successivo: una nuova verticale stimata fra 15 e 18 metri, che attende di essere scesa dopo un veloce allargamento dell’accesso. Se ne riparlerà a settembre. Anche qui il risultato della punta è tornare fuori con più lavoro di quanto ce ne fosse prima: si torna a settembre.lusio Sandro, uno degli scopritori del Pilastro, esulta.
Ghiaccio, acqua e soprattutto aria
Un altro fronte riguarda una cavità nella quale, per due stagioni, si è cercato di limitare l’accumulo della neve all’ingresso, la Ghiacciaia (LOLC 1671), o Pozzo Gabriele, vicino al rifugio Bogani. L’anno scorso era stato verificato che la grotta proseguiva, e si era potuto scendere un P10, trovare circolazione d’aria ed effettuare la discesa nello scivolo di ghiaccio, fino a una saletta di 4×4 m, completa di soffitto, fondo e pilastro di ghiaccio con visibili gli strati di deposito. Durante il Campo 2026, Tiziano e Sandro, con Jack e Floriano, vi hanno riscontrato un’ulteriore fusione del ghiaccio esterno. Tiziano scrive che all’ingresso la neve è ancora diminuita e si è aperta una voragine, anche se, per evitare il materiale sospeso, è preferibile entrare ancora dalla fessura in parete. Dentro la grotta appare invece molto più ghiacciata, con parecchio verglas sulle pareti. Nella saletta scoperta nel 2025, compare anche neve fresca, senza che sia del tutto chiaro da dove provenga. Eppure la cavità è in scioglimento: sul fondo della saletta c’è una pozza con circa 15-20 centimetri d’acqua.
Sandro nella Giazzera
Interessante l’aria: una forte corrente proviene non dalla saletta, ma da un piccolo passaggio fra ghiaccio e roccia, là dove il piccolo meandro curva per entrarvi. Abbastanza per programmare un nuovo controllo a fine settembre o ottobre e vedere cosa avrà deciso di fare il ghiaccio.
Una grottina nuova. Anzi, no: una giunzione
Nei giorni successivi continuano disostruzioni e controlli sui nuovi ingressi. Il 16 agosto Rocca, in opera con l’Andrea M. ligure e il giovane Isaac, comunica che, dopo gli scavi e qualche miglioramento al sistema di lavoro, ormai «si viaggia». Il giorno seguente arriva invece il messaggio che cambia la prospettiva del campo: «Giunzione tra nuova grotta e Buzio!»
Pensare che Andrea aveva già scritto il numero della nuova cavità all’ingresso: ora deve cancellarlo: quella grotta non è più una grotta a sé, ma un altro ingresso dell’Abisso Buzio.
La mattina del 18 agosto Alex Rinaldi traduce l’entusiasmo generale senza troppi giri di parole: «Sta nascendo un nuovo complesso in Moncodeno!!!!!». I punti esclamativi abbondano, ma chi conosce lo youtuber più scherzoso del mondo sa che dietro l’entusiasmo c’è uno speleologo di gran classe e una questione speleologica molto concreta. Ne vedremo delle belle.
Buzio, Dito e gli altri: quanto sono vicini?
Maconi comincia a mettere insieme ingressi e distanze. Oltre alla possibile congiunzione fra Buzio e Dito, ci sono da considerare anche le cavità 5937 e 1739. Alcuni ingressi sono vicinissimi, in certi casi appena 10-20 metri, e se le ipotesi di collegamento trovassero conferma potrebbe delinearsi un sistema con una ventina di ingressi.
Per le prossime campagne si ragiona anche sulla possibilità di utilizzare l’ARTVA per individuare con maggiore precisione i punti di massimo avvicinamento fra le cavità. Intanto è già in programma una nuova grande punta per il 29 e 30 agosto e Alex avverte: «Bisogna esserci, sento l’odore di congiunzione con il Dito.» Odore non ancora certificato dal rilievo, naturalmente, ma sufficiente a rimettere le corde negli zaini. Andrea M. sta lavorando su Compass per chiarire le direzioni. Chissà che non gli tocchi rifare anche il rilievo di Capitan Paff (LOLC 1738), che si apre in Moncodeno a quota 2175 m s.l.m….
Il Pozzo del Testamento e le altre cose da fare
Andrea R., Rocca, dedica con altri quattro ore di disostruzione a un’altra grottina nuova. Il risultato è il Pozzo del Testamento (LOLC 5954), dove resta anche un camino da risalire. L’anno precedente una situazione analoga aveva portato, in cima a una risalita, all’intercettazione di un freatico: abbastanza per inserire anche questa nell’elenco dei lavori futuri.
Ci sarebbe poi da finire l’Abisso Paolo Trentinaglia (LOLC 5031), una bella grotta nel carsismo del Circo del Moncodeno.
In previsione delle prossime esplorazioni, sono già state acquistate le maglie rapide adeguate, e per il prossimo campo serviranno probabilmente anche corde nuove. La stima provvisoria è 400 metri, e potrebbero persino non essere sufficienti…
65 buone ragioni per tornare
Il 20 agosto Maconi verifica che nel solo versante del Moncodeno restano ancora da verificare, rivedere e disostruire circa 65 grotticelle sulle quali non è mai stato fatto un lavoro sistematico, alcune delle quali decisamente interessanti, come la 5893.
La risposta degli astanti è prevedibile: prepara l’elenco e le rivediamo tutte e 65. E l’elenco è già stilato.
A questo punto parlare di “fine del campo” comincia a sembrare soprattutto una convenzione del calendario.
Sta davvero nascendo un nuovo complesso nel Moncodeno?
È presto per dirlo. Una congiunzione c’è stata; le altre, per ora, sono ipotesi sostenute dalla vicinanza delle cavità e da quanto le esplorazioni stanno progressivamente mostrando. Bisognerà scendere, rilevare, confrontare, cercare i punti di massimo avvicinamento e, con ogni probabilità, disostruire parecchio.
Il Campo InGrigna! 2026 lascia una sensazione precisa: cavità finora esplorate come mondi distinti stanno cominciando a essere guardate come parti possibili di un sistema più grande. Il Buzio continua oltre i -300, il Dito resta aperto e difficile come sempre, il Pilastro ha raggiunto circa -219 e ha già una nuova verticale da scendere. Le cavità nel ghiaccio respirano, nuovi ingressi continuano a comparire e una grotta appena scoperta ha già perso il proprio numero perché si è congiunta.
Non è ancora un Complesso, ma vedremo cosa accadrà a breve.
L’angolo della cultura
Un campo non vive di sole grotte. Le telecamere di Alex testimoniano un Angolo della cultura. In una memorabile sessione, il Corvo ha disquisito di equazioni di quinto grado e del teorema dei quattro colori, davanti a un’attenta platea.
La discussione ha raggiunto livelli accademici difficilmente ripetibili e la soluzione del teorema dei quattro colori è stata confermata, naturalmente, da Alex, che è stato impossibile confutare.
La comunità matematica internazionale esulta.
Un campo fatto anche oltre la montagna
A parte gli scherzi, un campo – lo sappiamo – non è soltanto la somma dei metri scesi, dei pozzi armati e delle corde finite proprio quando servirebbero, ma soprattutto delle persone che esplorano, armano, rilevano, disostruiscono, fotografano, trasportano materiali e aspettano chi deve ancora uscire.
E da chi consente di concludere in bellezza: a fine campo Simona ci ha invitati a casa sua, raccogliendo anche le adesioni di chi stava tornando a casa dal Campo (di malavoglia). Così, intorno a una pizzoccherata senza pari accompagnata da birra autoctona, ci siamo ritrovati con diversi protagonisti del Campo 2026 e con alcuni che — come me, Leda e Franco, — quest’anno, per motivi diversi, non abbiamo potuto partecipare, con la bella sorpresa della presenza di Mariangela.
La conclusione ci vuole, e Simona lo ha descritto benissimo: sono giornate che danno un senso al fare speleologia, perché all’avventura e alla scoperta si uniscono la post-elaborazione e il rafforzamento di quell’amicizia vera che lega noi “pazzi amanti del sottoterra”.
Forse è anche questo il bello dei campi: ognuno fa qualcosa, prepara, esplora, rileva, disostruisce, qualcuno resta a casa. Ma alla pizzoccherata, per fortuna, ci si può ritrovare tutti.
Da InGrigna! un ringraziamento davvero speciale a Erica e Luca dell’Alpeggio Moncodeno (con Mirco, Michele e Mattia), per l’accoglienza, la disponibilità e l’insostituibile e insperato supporto dato al Campo InGrigna! e ai suoi partecipanti, che ha fatto rimpiangere un pochinomeno il Bogani e gli amici gestori Mariangela ed Enrico, che hanno regalato comunque una visita ferragostana.
Complimenti a tutti gli speleologi e ai gruppi che hanno partecipato alla preparazione, alle esplorazioni, alle ricognizioni, agli armi e disarmi, ai rilievi, alle disostruzioni e alla vita del campo.
E adesso?
C’è Buzio da continuare, il Dito da avvicinare, il Pilastro, i freatici, i camini, i pozzi nuovi, le grotte nel ghiaccio e gli ingressi arieggianti. Ci sono una ventina di ingressi che potrebbero un giorno raccontare la stessa storia e ci sono quelle famose 65 grotticelle.
Ah, sì. Ci sarebbe anche Poltergeist. Ma può attendere, direbbe Jack.
Campo InGrigna! 2026 concluso: il sottosuolo, evidentemente, non è d’accordo.
Fotografie dei partecipanti al Campo InGrigna! 2026
InGrigna! 2026 da vedere e da leggere
Per chi vuole entrare ancora un po’ nell’atmosfera del Campo InGrigna! 2026, ci sono anche le immagini di Alex Rinaldi, che ha raccontato le giornate dalla Grigna con tre video:
E non è finita qui. Presto arriveranno anche i Diari di campo, a cura di Marco Corvi, per ripercorrere dall’interno giornate, esplorazioni, personaggi e vita quotidiana del campo. Li troverete presto a questo indirizzo, insieme a quelli degli anni precedenti
Al Campo InGrigna! 2026 hanno preso parte speleologi provenienti da diversi Gruppi: Gruppo Grotte CAI Busto Arsizio, Gruppo Grotte Milano CAI SEM, Gruppo Speleologico Lecchese, Progetto Sebino, Speleo Club CAI Romano di Lombardia, Speleo Club Erba; Società Svizzera di Speleologia – Sezione Ticino; Krakowski Klub Taternictwa Jaskiniowego (KKTJ) di Cracovia, Speleo Klub Bielsko-Biala; Gruppo Grotte Borgio Verezzi, Gruppo Speleologico Ligure “A. Issel”, Speleo Club Ribaldone; ASG San Giorgio, CARS, Gruppo Speleologico Édouard-Alfred Martel e Le Grave.
A completare la squadra, a titolo personale, Ombretta, Simona e Lele.
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Nel Parco Nazionale croato esplorate e documentate 33 cavità da 51 speleologi di cinque Paesi. La campagna, guidata da Ema Buljan e Olga Jerkovic Peric, prosegue un filone di ricerca che Scintilena segue da anni. A giugno avevamo raccontato la spedizione nel Velebit centrale.
Il Velebit torna sulle pagine di Scintilena, questa volta con nuovi dati provenienti dal settore settentrionale della grande catena carsica croata. Del resto, abbiamo già parlato parecchio dello stesso filone d
Nel Parco Nazionale croato esplorate e documentate 33 cavità da 51 speleologi di cinque Paesi. La campagna, guidata da Ema Buljan e Olga Jerkovic Peric, prosegue un filone di ricerca che Scintilena segue da anni. A giugno avevamo raccontato la spedizione nel Velebit centrale.
Il Velebit torna sulle pagine di Scintilena, questa volta con nuovi dati provenienti dal settore settentrionale della grande catena carsica croata. Del resto, abbiamo già parlato parecchio dello stesso filone di ricerche.
Nel 2024 avevamo annunciato la spedizione “Northern Velebit 2024”, sottolineando come tra gli obiettivi ci fosse proprio il monitoraggio delle grotte con ghiaccio e delle particolari condizioni microclimatiche del sottosuolo.
Già nel 2023 avevamo affrontato il problema dello scioglimento del ghiaccio millenario nelle grotte del Velebit. Un dato che avevamo poi richiamato anche nell’articolo dedicato alla spedizione Velez 2026 in Bosnia-Erzegovina: nel Velebit il livello del ghiaccio in alcune cavità era diminuito di tre metri nell’arco di due anni.
Abbiamo seguito a lungo le esplorazioni nel Velebit settentrionale e nella Jama Nedam, raccontando, tra le altre, le campagne del 2019 e del 2021, quando le esplorazioni raggiunsero la profondità di -1.250 metri.
Più recentemente, nel giugno 2026, abbiamo invece parlato della campagna estiva Srednji Velebit 2026, dedicata al Velebit centrale. Si tratta quindi ora di una spedizione diversa da quella di cui arrivano ora i risultati, svolta nel Parco Nazionale del Velebit settentrionale.
Trentatré cavità esplorate nel Velebit settentrionale
La nuova campagna speleologica, durata due settimane, si è svolta nel Parco Nazionale del Velebit settentrionale sotto la guida di Ema Buljan e Olga Jerkovic Peric, della Sezione Speleologica del PDS Velebit e della Commissione Speleologica croata, con il sostegno del Parco Nazionale.
Alla spedizione hanno partecipato 51 speleologi appartenenti a dieci associazioni, provenienti da Croazia, Austria, Stati Uniti, Portogallo e Bosnia-Erzegovina.
Nel corso delle attività sono stati esplorati e documentati 33 oggetti speleologici, per una profondità complessiva di circa 1.100 metri. Sono stati inoltre integrati e aggiornati i dati relativi a cavità già conosciute.
L’esplorazione non rappresentava però l’unico obiettivo della campagna. Una parte importante del lavoro è stata dedicata al monitoraggio delle condizioni microclimatiche delle cavità, alla presenza del ghiaccio permanente e allo studio delle relazioni tra gli ambienti sotterranei profondi e gli ecosistemi di superficie.
Ghiaccio antico fino a 3.000 anni
Il Velebit settentrionale presenta condizioni climatiche particolarmente severe. Secondo i dati raccolti durante la spedizione, gli inverni continuano a essere estremamente freddi: in uno dei punti monitorati, nell’ultimo anno, è stata registrata una temperatura minima di circa -22 °C.
Anche durante l’estate il massiccio figura tra le aree più fredde della Croazia.
In alcune zone degli Hajducki kukovi, l’aria fredda che continua a fuoriuscire dalle cavità durante la stagione estiva ha consentito alla neve di conservarsi fino al mese di agosto, una testimonianza delle eccezionali condizioni microclimatiche che caratterizzano il carsismo d’alta quota del Velebit settentrionale.
Le basse temperature invernali contribuiscono a mantenere condizioni fredde anche nel sottosuolo. In alcune cavità si conserva infatti ghiaccio permanente la cui età, sulla base delle ricerche precedenti, viene stimata tra 400 e 3.000 anni.
In alcune cavità il ghiaccio è scomparso
Le temperature molto basse, tuttavia, non sembrano sufficienti a proteggere completamente questi depositi.
I monitoraggi stanno mostrando variazioni nella quantità e nel livello del ghiaccio permanente presente in alcune cavità. Secondo Dalibor Paar, della Facoltà di Scienze dell’Università di Zagabria, in alcune grotte viene registrata una diminuzione più marcata del livello del ghiaccio, mentre in determinati siti il ghiaccio permanente è ormai completamente scomparso.
Il dato acquista particolare significato proprio alla luce delle osservazioni condotte negli anni precedenti. Il monitoraggio continuativo permette infatti di distinguere le oscillazioni stagionali dalle trasformazioni che interessano il sistema sotterraneo su periodi più lunghi.
Le grotte e gli abissi del Velebit diventano così anche archivi naturali delle trasformazioni climatiche, nei quali ghiaccio, temperatura e circolazione dell’aria possono fornire informazioni preziose sull’evoluzione dell’ambiente montano.
Esplorazione e ricerca sul clima sotterraneo
La campagna 2026 conferma quindi la caratteristica consolidata delle spedizioni nel Velebit: esplorazione speleologica e ricerca scientifica procedono insieme.
Accanto alla ricerca di nuove prosecuzioni e alla documentazione delle cavità, gli speleologi stanno costruendo serie di osservazioni utili a comprendere come le variazioni climatiche superficiali possano propagarsi negli ambienti profondi.
Lukina Jama–Trojama, sistema carsico profondo del Velebit settentrionale, Croazia. Foto/immagine da Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0
I dati raccolti nel Parco Nazionale del Velebit settentrionale contribuiranno allo studio degli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi sotterranei e superficiali e potranno essere utilizzati anche per attività divulgative ed educative dedicate al patrimonio naturale croato.
Per Scintilena si tratta dunque della continuazione di una storia che seguiamo da diversi anni: dalle grandi esplorazioni profonde della Jama Nedam al monitoraggio delle cavità glaciali, fino alle campagne del Velebit centrale e settentrionale del 2026.
E proprio il ghiaccio antico del Velebit, conservato per secoli o millenni nel buio delle cavità, sta diventando uno degli indicatori più evidenti dei cambiamenti in corso.
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Il team di Bartlomiej Pitala atteso a Polcenigo per una nuova immersione esplorativa
La sorgente del Gorgazzo torna al centro dell’attenzione della speleologia subacquea internazionale. A Polcenigo, in provincia di Pordenone, il BAD Exploration Team, gruppo polacco specializzato nelle immersioni profonde in grotta, aveva programmato una nuova attività esplorativa tra il 20 e il 26 agosto 2026. La spedizione è guidata da Bartlomiej Pitala, speleosub polacco che negli ultimi anni ha p
Il team di Bartlomiej Pitala atteso a Polcenigo per una nuova immersione esplorativa
La sorgente del Gorgazzo torna al centro dell’attenzione della speleologia subacquea internazionale. A Polcenigo, in provincia di Pordenone, il BAD Exploration Team, gruppo polacco specializzato nelle immersioni profonde in grotta, aveva programmato una nuova attività esplorativa tra il 20 e il 26 agosto 2026. La spedizione è guidata da Bartlomiej Pitala, speleosub polacco che negli ultimi anni ha partecipato a esplorazioni in diversi sistemi sommersi europei.
L’iniziativa è stata autorizzata dal Comune di Polcenigo. La richiesta è stata presentata dall’Asd Centro Pordenonese Sommozzatori per conto del team. Il programma prevede immersioni con finalità scientifiche, oltre alla realizzazione di riprese video e fotografiche. Il progetto punta quindi a documentare la cavità e a raccogliere nuovi elementi utili alla conoscenza della sorgente carsica.
Maltempo e sicurezza possono modificare il calendario dell’immersione al Gorgazzo
Secondo quanto riportato da Il Gazzettino il 19 agosto 2026, le condizioni meteorologiche potrebbero costringere gli organizzatori a rinviare l’attività. Le piogge previste nei giorni successivi rischiano di rendere meno favorevoli le condizioni della sorgente. In un ambiente subacqueo profondo, la portata, la visibilità e la stabilità idrologica sono fattori decisivi per la sicurezza.
Il team ha spiegato che l’immersione potrebbe essere spostata ai mesi invernali, indicativamente tra gennaio e febbraio. La scelta segue un criterio prudenziale. Il gruppo ha anche sottolineato di non voler annunciare le spedizioni con eccessivo anticipo, per evitare pressioni sui subacquei impegnati nelle fasi più delicate dell’esplorazione.
L’autorizzazione comunale stabilisce che la responsabilità dell’attività e delle misure di sicurezza ricada sui richiedenti. Il provvedimento rientra nelle deroghe previste dal regolamento comunale sulle immersioni nella sorgente del Gorgazzo.
Bartlomiej Pitala e il percorso del BAD Exploration Team nelle grotte profonde
L’interesse per il gruppo polacco è legato soprattutto ai risultati ottenuti in altre risorgenze. Nel 2026 Bartlomiej Pitala ha raggiunto quota -292 metri nella grotta dell’Elefante Bianco, a Ponte Subiolo, nel Vicentino. L’immersione è durata circa otto ore ed è stata condotta con un articolato sistema di supporto e decompressione.
Nel 2024, nello stesso sito, Pitala aveva raggiunto circa -227 metri, esplorando oltre cento metri di nuove gallerie. Il gruppo ha inoltre lavorato nella Sintzi Spring, in Grecia, dove nel 2025 è stata raggiunta la quota di -255 metri. Nella grotta Vrelo, in Macedonia, le esplorazioni hanno toccato -287 metri. Questi precedenti spiegano perché il Gorgazzo rappresenti un obiettivo di interesse per il BAD Exploration Team.
La sorgente friulana, infatti, presenta una morfologia complessa. Il tratto conosciuto comprende condotte inclinate, pozzi e gallerie sommerse. La profondità raggiunta non coincide necessariamente con il termine del sistema. Ogni eventuale prosecuzione deve essere valutata attraverso pianificazione, posa o verifica della sagola guida, gestione delle miscele e controllo dei tempi di decompressione.
Il record del Gorgazzo: dai primi esploratori ai 222 metri
La storia delle esplorazioni al Gorgazzo è iniziata nella seconda metà del Novecento. Il catasto speleologico regionale ricorda una prima immersione documentata del 1964, fino a -21 metri. Sono presenti anche riferimenti a una possibile immersione francese del 1962-1963, con una profondità indicata in circa 58 metri.
Nel 1967 Giorgio Cobol e Giovanni Macor raggiunsero circa -67 metri. Nello stesso periodo William May, Charles Hayes e Sandro Piccini portarono l’esplorazione a -80 metri. Nel 1974 Antonio Fileccia e Rinaldo Carbonere fissarono un nuovo limite a -90 metri. Nel 1987 Luigi Russo e Maurizio Martini arrivarono a -108 metri. Nel 1992 Jean-Jacques Bolanz e la sua équipe raggiunsero -131 metri, mentre Luigi Casati esplorò una diramazione tra -90 e -104 metri.
Il passaggio successivo risale al 2008. Luigi Casati, affiancato da un gruppo di esperti e dal Nucleo Sommozzatori del Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Trieste, raggiunse -212 metri. Undici anni dopo, il 5 settembre 2019, Krzysztof Starnawski portò il limite a -222 metri.
L’immersione del 2019 ebbe anche un valore documentario. Starnawski lavorò con strumenti destinati al rilievo tridimensionale della cavità. Alla quota raggiunta individuò un allargamento del cunicolo, considerato meritevole di ulteriori verifiche. Il record resta quindi un punto di riferimento, non una conclusione definitiva della ricerca.
Le esplorazioni al Gorgazzo negli ultimi anni tra ricerca e divulgazione
Negli ultimi anni l’attività sul Gorgazzo si è sviluppata su più piani. Da una parte sono proseguite le riflessioni sulle esplorazioni speleosubacquee e sulla documentazione della cavità. Dall’altra sono state organizzate iniziative di divulgazione dedicate alla geologia, all’idrologia carsica e alla sicurezza.
Nel 2023 Scintilena ha raccontato anche il lavoro degli speleologi nel massiccio del Cansiglio. Dopo quindici anni di ricerche e cinque anni di scavi, il gruppo guidato da Filippo Felici ha individuato nella Grotta di Buselonghe nuovi pozzi e gallerie. La prosecuzione sembrava orientarsi verso il sistema idrologico collegato alla risorgenza del Gorgazzo, con un dislivello stimato di circa 1.400 metri tra le nuove esplorazioni e la sorgente.
Nel 2024, presso il Gorgazzo, il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico ha svolto un’esercitazione speleosubacquea. L’attività ha riguardato l’addestramento di soccorritori specializzati in un ambiente caratterizzato da profondità, acqua fredda, restringimenti e lunghi tempi di permanenza.
Nel 2025 PolceniGeo ha dedicato un convegno alla geodivulgazione e alla speleologia subacquea nel Nord-Est. Il programma ha compreso interventi sulle tecniche di ripresa e sulle attrezzature subacquee, oltre a dimostrazioni e iniziative sul territorio. Il Gorgazzo è stato presentato come geosito di interesse locale e come riferimento per comprendere il rapporto tra altopiano del Cansiglio, acque sotterranee e risorgenze.
Nel 2026 sono state diffuse anche immagini subacquee in due dimensioni e a 360 gradi realizzate da Andrea Mescalchin. Il materiale ha permesso di mostrare il percorso sommerso della cavità e di avvicinare il pubblico a un ambiente normalmente accessibile solo a squadre altamente specializzate.
Una sorgente carsica legata al sistema del Cansiglio
Il Gorgazzo è una risorgiva carsica perenne di tipo vauclusiano. Si trova nei pressi di Polcenigo e restituisce in superficie acque provenienti dall’area del Cansiglio-Cavallo. La scheda del Catasto Speleologico Regionale indica uno sviluppo planimetrico di circa 440 metri, uno sviluppo spaziale di circa 700 metri e una profondità catastale di 222 metri.
La cavità si apre sotto il livello del laghetto. A circa dieci metri di profondità una finestra conduce a un cunicolo che scende verso ambienti più ampi. Il percorso prosegue con tratti inclinati e condotte sommerse. La circolazione dell’acqua rende la sorgente un osservatorio importante per lo studio del carsismo e dell’idrologia sotterranea.
La storia del Gorgazzo ricorda anche i rischi dell’esplorazione. In passato si sono verificati incidenti mortali. Per questo le immersioni sono state sottoposte a divieti e autorizzazioni specifiche. L’attività contemporanea richiede esperienza, supporto logistico, attrezzatura ridondante e un piano di emergenza adeguato.
Il prossimo capitolo resta legato alle condizioni ambientali
La nuova immersione del BAD Exploration Team potrebbe offrire dati, immagini e rilievi utili a descrivere meglio i tratti ancora poco conosciuti della sorgente. Il calendario, però, dipende dalle condizioni idrologiche e dalla valutazione dei responsabili tecnici.
Il Gorgazzo resta così un sito nel quale il record di profondità convive con domande ancora aperte. Le esplorazioni degli ultimi anni mostrano che la ricerca non riguarda soltanto il raggiungimento di una nuova quota. Comprende anche il rilievo della cavità, la documentazione fotografica e video, lo studio delle acque, la sicurezza e la comunicazione scientifica.
Una eventuale spedizione invernale potrà chiarire quali margini esistano per nuove immersioni. Fino ad allora, il valore principale del Gorgazzo resta nella combinazione tra patrimonio carsico, storia speleosubacquea e possibilità di integrare osservazioni dirette con tecniche moderne di documentazione.
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Grotte marine, biospeleologia, specie protette e habitat prioritari in Liguria, Sardegna e Puglia: un quadro aggiornato per la conservazione
Grotte marine liguri: un habitat prioritario poco conosciuto
Le grotte marine sono riconosciute come habitat costieri prioritari dalle Direttive dell’Unione Europea. In Liguria, regione del Nord-Ovest italiano, sono note 77 grotte marine, ma le informazioni biologiche complete sono disponibili solo per 13 di esse, pari al 17% del tot
Grotte marine, biospeleologia, specie protette e habitat prioritari in Liguria, Sardegna e Puglia: un quadro aggiornato per la conservazione
Grotte marine liguri: un habitat prioritario poco conosciuto
Le grotte marine sono riconosciute come habitat costieri prioritari dalle Direttive dell’Unione Europea. In Liguria, regione del Nord-Ovest italiano, sono note 77 grotte marine, ma le informazioni biologiche complete sono disponibili solo per 13 di esse, pari al 17% del totale.
Per 5 grotte (6%) esistono elenchi floro-faunistici delle specie più frequenti, mentre per 3 cavitಳ sono disponibili serie storiche di dati quantitativi. Tra le grotte con maggiori informazioni spiccano la Grotta Grande e la Grotta Piccola di Marina dé La Rocca, la Grotta Marina di Bergeggi e la Grotta del Tinetto.
La presenza di numerose specie protette da convenzioni europee (Berna, Barcellona) e dalla Direttiva Habitat evidenzia l’importanza di questi ambienti unici. Tra le specie segnalate figurano la spugna Petrobiona massiliana, il corallo rosso Corallium rubrum, l’aragosta Palinurus elephas e la mormora Sciaena umbra.
Lacune conoscitive e necessità di monitoraggio
Nonostante l’interesse scientifico crescente, permangono ampie lacune sulla biodiversitಳ delle grotte marine liguri. Le informazioni geologiche, morfologiche e topografiche sono state recentemente implementate in una piattaforma GIS, ma i dati biotici restano frammentari.
Le serie storiche disponibili per tre grotte hanno permesso di valutare cambiamenti legati al riscaldamento delle acque e all’impatto di infrastrutture costiere, come porti turistici e commerciali. Questi dati dimostrano la sensibilità degli ecosistemi ipogei marini alle pressioni locali e globali.
Per colmare le lacune, sono indispensabili indagini nelle 64 grotte prive di dati biologici (83% del totale) e monitoraggi regolari nelle cavitಳ già studiate. Solo così sarà possibile valutare lo stato ecologico e applicare misure di conservazione adeguate.
Specie protette e valore conservazionistico
Nelle grotte marine liguri sono state rilevate almeno 14 specie protette da normative europee. Queste includono organismi sessili come le spugne Aplysina cavernicola e Spongia officinalis, il coralligeno Corallium rubrum, e molluschi come Lithophaga lithophaga e Luria lurida.
Tra i crostacei figurano l’aragosta Palinurus elephas, l’astice Homarus gammarus, e specie di scillardi (Scyllarides latus, Scyllarus arctus). La presenza di questi taxa conferma il ruolo delle grotte marine come rifugi per specie di interesse conservazionistico.
La protezione di questi habitat rientra negli obiettivi della Convenzione di Barcellona (ASPIM), della Convenzione di Berna e della Direttiva Habitat dell’UE. La gestione integrata delle coste liguri dovrebbe quindi includere piani specifici per le grotte marine.
Confronto con la biospeleologia di grotte marine italiane: Bue Marino e Zinzulusa
Grotta del Bue Marino (Sardegna)
La Grotta del Bue Marino, nel Golfo di Orosei in Sardegna, rappresenta uno dei siti di biospeleologia marina più studiati d’Italia. Recentemente, sono state identificate almeno 21 nuove specie, prevalentemente marine, che si aggiungono alle 50 già note.
La grotta è famosa per essere l’ultimo sito di riproduzione conosciuto della foca monaca (Monachus monachus) in Italia. Il sistema carsico si estende per oltre 70 km, con un ramo sommerso di oltre 20 km esplorati.
La ricchezza faunistica della Grotta del Bue Marino è eccezionale: 48 taxa di rango specifico ipogei terrestri e acquatici, rendendola la cavitಳ più ricca di fauna della Sardegna. Tra le specie di interesse vi sono crostacei stigobi e stigofili, molti dei quali endemici.
Recentemente, nella grotta sono stati segnalati anche esemplari di granchio blu (Callinectes sapidus), specie aliena invasiva, oggetto di monitoraggio da parte di speleosub volontari e ricercatori. Questo evidenzia la vulnerabilità³² degli ecosistemi ipogei marini alle invasioni biologiche.
Grotta Zinzulusa (Puglia)
La Grotta Zinzulusa, presso Castro in Puglia, è una delle più note grotte anchialine del Mediterraneo. Si tratta di una cavitಳ costiera semisommersa, con un sistema idrologico complesso che include acque marine, dolci e salmastre.
La grotta ospita una fauna cavernicola di notevole interesse, tra cui il porifero troglobio Higginsia ciccaresei, una spugna mai identificata in precedenza. Sono presenti anche numerosi crostacei stigobi, molti dei quali antichi e unici della penisola salentina.
La Zinzulusa è oggetto di intensa fruizione turistica, il che solleva preoccupazioni per la conservazione della sua biodiversitಳ. Studi recenti hanno evidenziato la presenza abbondante di “fovals”, formazioni argillose di origine ancora incerta, che ricoprono le superfici rocciose e gli speleotemi.
La grotta è stata anche oggetto di ricerche sul radon in acqua e aria, con implicazioni per la sicurezza dei visitatori e la comprensione dei processi geochimici ipogei.
Biospeleologia comparata: Liguria, Sardegna e Puglia
Aspetto Liguria Sardegna (Bue Marino) Puglia (Zinzulusa) Numero grotte marine note 77 1 (sistema >70 km) 1 (grotta principale) Grotte con dati biologici 13 (17%) 1 (dati molto completi) 1 (dati completi) Specie protette UE 14 Multiple (incl. foca monaca) Multiple (incl. Higginsia ciccaresei) Serie storiche disponibili 3 grotte Monitoraggi continui Monitoraggi periodici Pressioni antropiche Porti, turismo Turismo, specie aliene Turismo intensivo Stato di conservazione Lacunoso, da monitorare Buono, ma vulnerabile Buono, ma vulnerabile
La Liguria presenta un numero elevato di grotte marine, ma la conoscenza biologica è frammentaria. La Sardegna e la Puglia, pur avendo un numero inferiore di grotte marine principali, beneficiano di studi più approfonditi e monitoraggi continuativi.
La presenza di specie aliene, come il granchio blu nella Grotta del Bue Marino, evidenzia la necessità di sorveglianza attiva anche in contesti apparentemente isolati. Allo stesso modo, la fruizione turistica intensiva della Zinzulusa richiede piani di gestione per bilanciare accesso e conservazione.
Prospettive per la ricerca e la conservazione
La biospeleologia delle grotte marine italiane richiede un approccio integrato, che combini esplorazione, monitoraggio e conservazione. In Liguria, è prioritario colmare le lacune conoscitive attraverso campagne di campionamento nelle 64 grotte prive di dati biologici.
Per la Sardegna e la Puglia, la sfida è mantenere la qualità dei dati esistenti e ampliare i monitoraggi a nuove specie e parametri ambientali. L’uso di tecniche innovative, come il telerilevamento e la fotogrammetria subacquea, potrebbe migliorare l’efficienza dei monitoraggi.
La collaborazione tra ricercatori, speleologi e gestori delle aree protette è essenziale per garantire la conservazione di questi habitat unici. Le grotte marine, in quanto rifugi per specie protette e sensibili ai cambiamenti climatici, meritano un’attenzione particolare nelle politiche di gestione costiera.
Fonti
Montefalcone M., Azzola A., Bianchi C.N., Morri C., Oprandi A. (2023). Biospeleology of the Ligurian marine caves: a synthesis of current knowledge. Università di Genova, DiSTAV.
Granchio Blu, esemplari scoperti nella Grotta del Bue Marino – Sky TG24. URL: https://tg24.sky.it/ambiente/2023/10/30/granchio-blu-grotta-bue-marino-sardegna
La Grotta del Bue Marino: cinquanta anni di ricerche – Federazione Speleologica Sarda. URL: https://www.federazionespeleologicasarda.it/content/files/2023/05/059_071-Casale.pdf
LE FOVAL DELLA GROTTA ZINZULUSA IN PUGLIA (SE-ITALIA). URL: http://siba-ese.unile.it/index.php/thalassiasal/article/download/i15910725v26supp207/2040
L’applicazione di tecniche innovative nel monitoraggio costiero degli habitat prioritari. URL: https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=14825.pdf
Alla Grotta del Bue Marino il primato della biodiversità³² – Ildenaro.it. URL: https://www.ildenaro.it/alla-grotta-del-bue-marino-il-primato-della-biodiversita/
Grotta del Bue Marino | Nel Golfo di Orosei in Sardegna. URL: https://www.grottabuemarino.com/
La storia – Grotta Zinzulusa Castro. URL: https://www.grottazinzulusacastro.it/la-storia/
Grotte Zinzulusa e Romanelli – Capo di Leuca – Comune di Otranto. URL: https://comune.otranto.le.it/wp-content/uploads/2025/12/Relazione_finale_tecnico_scientifica_istruttoria_AMP-1.pdf
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Dalle prime indagini faunistiche alle campagne 2026, la grotta di Vrana e Madhe amplia la mappa del sistema e il quadro della biodiversità sotterranea
La Shpella Shtares continua a rappresentare uno dei principali cantieri di esplorazione e ricerca biospeleologica nelle Alpi Albanesi. La cavità si trova a Vrana e Madhe, nel Parco Naturale Regionale Nikaj-Mërtur, in Albania settentrionale. Le indagini avviate sul campo nel 2019 e rese note nella relazione sulle prime ricerche biospel
Dalle prime indagini faunistiche alle campagne 2026, la grotta di Vrana e Madhe amplia la mappa del sistema e il quadro della biodiversità sotterranea
La Shpella Shtares continua a rappresentare uno dei principali cantieri di esplorazione e ricerca biospeleologica nelle Alpi Albanesi. La cavità si trova a Vrana e Madhe, nel Parco Naturale Regionale Nikaj-Mërtur, in Albania settentrionale. Le indagini avviate sul campo nel 2019 e rese note nella relazione sulle prime ricerche biospeleologiche hanno documentato una fauna ipogea di forte interesse. Le campagne successive hanno ampliato in modo rilevante anche lo sviluppo topografico della grotta.
Il passaggio dal rilievo preliminare alla ricerca di lungo periodo è il dato centrale. La Shpella Shtares non è soltanto un obiettivo esplorativo. È un ambiente freddo, ventilato e complesso, nel quale la documentazione della fauna, del microclima e delle morfologie procede insieme alla progressione speleologica.
Biospeleologia della Shpella Shtares e i campionamenti del 2019
La relazione di Maria Grazia Mastronardi, Vito Alessio Lacirignola, Marianna Pastore, Achille Casale e Pier Mauro Giachino prende in esame i campionamenti effettuati nell’agosto 2019, durante la terza spedizione del Gruppo Speleologico Martinese nell’area. In quel momento la Shpella Shtares era nota per circa 4,6 chilometri e 129 metri di dislivello. L’obiettivo era affiancare alle esplorazioni una prima lettura della comunità biologica sotterranea.
L’ingresso, posto attorno a 1.500 metri di quota alla base del Monte Shtrezes, era caratterizzato da una forte corrente d’aria fredda. Il 25 agosto 2019 venne misurata una velocità di 23 metri al secondo. Nei punti di raccolta la temperatura era compresa fra 3,2 e 4 °C. I campioni furono raccolti a vista in tre giornate, il 20, 23 e 27 agosto, conservati in alcol assoluto e associati a dati di posizione, data e osservazioni comportamentali.
Furono riconosciuti anellidi, acari, ditteri, ragni, pseudoscorpioni, tricotteri e coleotteri. Tra i ritrovamenti identificati figuravano il ragno balcanico Troglohyphantes pretneri, due tricotteri attribuiti a Micropterna wageneri e pseudoscorpioni affini a Neobisium (Blothrus) latellai. Una parte degli esemplari era localizzata vicino a stillicidi e superfici bagnate. Il dato descrive una rete alimentare basata sui microrganismi, con detritivori o filtratori e predatori quali aracnidi e pseudoscorpioni.
Le tre specie della Shpella Shtares descritte nel 2022
L’elemento più significativo della prima indagine biospeleologica riguardava i Leiodidae Leptodirini. La relazione anticipava la presenza di due specie nuove nei generi Kircheria e Anthroherpon, oltre a un taxon riferibile a un nuovo genere. Quei risultati hanno trovato sbocco formale nel 2022, con la descrizione di Kircheria dritae, Anthroherpon shtarensis e Riberius stillicidii.
Lo studio tassonomico ha definito Riberius come genere nuovo. Le tre forme sono specie ultraspecializzate raccolte nella Shpella Shtares. La loro presenza conferma il valore della cavità come sito di endemismo e rende necessario mantenere separati i dati osservativi dalle identificazioni definitive: la raccolta di esemplari, la verifica morfologica e gli eventuali confronti genetici richiedono tempi lunghi.
La biospeleologia della Shpella Shtares rimane quindi un lavoro in corso. Le ricerche più recenti segnalano anche aracnidi, collemboli, oligocheti, millepiedi e altri coleotteri ancora in esame. Nel 2024 sono stati inoltre confermati i chirotteri attraverso l’identificazione di resti attribuiti a Myotis blythii ed Eptesicus serotinus.
Esplorazioni Albania: il percorso dal 2022 al 2026
Le campagne di esplorazioni in Albania documentate da Scintilena mostrano una crescita progressiva della Shpella Shtares. I valori di sviluppo vanno letti come risultati delle singole campagne e dei successivi rilievi topografici.
2022. Dopo due anni di interruzione, la spedizione dal 16 al 28 agosto individuò circa 1.100 metri di nuovi rami. Lo sviluppo riportato raggiunse 5,8 chilometri. Furono installati termometri e anemometri e ripresero i campionamenti della fauna ipogea.
2023. Diciannove speleologi parteciparono alle attività. Furono rilevati 2,4 chilometri di nuovi rami e ambienti, portando lo sviluppo a 8,2 chilometri. Operarono squadre dedicate a geologia, meteorologia, morfologie, faglie e biospeleologia. La componente francese esplorò anche una cavità a pozzi di neve sul Mali e Kakisë, fino a circa -200 metri.
2024. La spedizione raggiunse la soglia dei 10 chilometri, con 1,8 chilometri aggiunti ai rami già noti. Le attività puntarono alle risalite e ai settori superiori. Un campo interno e una comunicazione radio con la base esterna resero più efficiente la logistica. Le forti correnti d’aria hanno continuato a indicare possibili ingressi alti ancora sconosciuti.
2025. Il progetto proseguì verso i fronti lasciati in sospeso, con l’obiettivo di completare le risalite e cercare un nuovo livello orizzontale. La documentazione pubblicata per Shtares 2026 riferisce che il sistema aveva raggiunto circa 12 chilometri entro l’estate 2025. Il dato comprende l’avanzamento della ricerca sul massiccio del Maja e Kakisë.
2026. La campagna Shtares 2026 è in corso nel mese di agosto. Gli obiettivi dichiarati comprendono i settori oltre la Sala Rossa, la Via di Poseidone, il monitoraggio delle correnti d’aria e delle temperature, oltre alle indagini biospeleologiche. Alla data di questa notizia non risultano pubblicati risultati conclusivi della spedizione 2026.
Microclima e morfologie della Shpella Shtares
L’evoluzione esplorativa è legata alle caratteristiche fisiche della cavità. Le ricerche recenti descrivono condotti freatici arrotondati, pozzi e meandri vadosi, livelli impostati su faglie e tratti interessati da crolli. Il sistema si apre attorno a 1.400-1.450 metri di quota, mentre gli ingressi superiori ipotizzati potrebbero trovarsi fra 2.100 e 2.200 metri.
In estate l’aria fredda attraverserebbe i passaggi alti, spesso influenzati da neve e ghiaccio, per uscire dall’ingresso noto. Le misure indicate dalle campagne recenti parlano di flussi fra 30 e 40 m³/s e temperature interne estive generalmente comprese fra 3 e 4 °C. In inverno la direzione del flusso si inverte. Questa dinamica di “effetto camino” è importante per l’esplorazione, per i processi di gelo-disgelo e per l’ecologia degli organismi sotterranei.
Per la Shpella Shtares, la prosecuzione delle esplorazioni in Albania avrà quindi due esiti da verificare sul campo: la possibile individuazione di nuovi collegamenti in quota e l’ampliamento della checklist biologica. La relazione del 2019 ha aperto una linea di studio. Le pubblicazioni del 2022 e le campagne fino al 2026 mostrano che la cavità resta un laboratorio naturale ancora parzialmente conosciuto.
Fonti
Relazione fornita nel testo: Mastronardi M.G., Lacirignola V.A., Pastore M., Casale A., Giachino P.M., Prime indagini biospeleologiche nella Shpella Shtares, Vrana e Madhe (Alpi albanesi).
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Sedimenti di grotta e faglia Periadriatica: cronologia Plio-Pleistocene dell’incisione fluviale in Slovenia
Uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Andrej Mihevc fornisce nuove datazioni sui tempi di sollevamento lungo la Linea Periadriatica, basate sui sedimenti depositati in grotte suborizzontali della Slovenia nord-orientale.
Le ricerche indicano che i principali sistemi di faglia, tra cui la Periadriatic Fault System e la faglia SEMP (Salzach-Enns-Mariazell-Puchberg), h
Sedimenti di grotta e faglia Periadriatica: cronologia Plio-Pleistocene dell’incisione fluviale in Slovenia
Uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Andrej Mihevc fornisce nuove datazioni sui tempi di sollevamento lungo la Linea Periadriatica, basate sui sedimenti depositati in grotte suborizzontali della Slovenia nord-orientale.
Le ricerche indicano che i principali sistemi di faglia, tra cui la Periadriatic Fault System e la faglia SEMP (Salzach-Enns-Mariazell-Puchberg), hanno mostrato attività non solo nel Miocene, ma anche in epoca quaternaria recente.[1]
Il ruolo delle grotte come marcatori geomorfologici
Le grotte epifreatiche suborizzontali sono considerate ottimi marcatori morfologici per ricostruire i processi di approfondimento delle valli o di sollevamento crostale.
Questo perché la loro posizione riflette quella delle sorgenti, strettamente legata al fondovalle. Nella Slovenia nord-orientale, l’attività traspressiva lungo la Periadriatic Fault System ha generato sia scorrimento destro (dextral strike-slip) sia un possibile sollevamento delle aree adiacenti alla faglia.[1]
La presenza di quattro livelli di grotte in prossimità della Periadriatic Fault System documenta in modo chiaro i processi di sollevamento. Le datazioni presentate nello studio riguardano due di questi livelli e indicano una storia di incisione fluviale inquadrabile nel Plio-Pleistocene.[1]
Datazioni e correlazioni con altri sistemi di faglia
Le età ottenute dai sedimenti di grotta sono coerenti con le datazioni di grotte e depositi in altre parti della Slovenia nord-orientale. Inoltre, i risultati si allineano con le evidenze di attività più recente della faglia SEMP (Salzach-Enns-Mariazell-Puchberg), situata nelle Alpi Calcaree Settentrionali.
Questo suggerisce che i grandi sistemi di faglia dell’area alpino-dinarica non si siano limitati a un’attività miocenica, come spesso ipotizzato, ma abbiano continuato a muoversi fino al Quaternario recente.[1]
L’approccio si basa sull’analisi stratigrafica dei sedimenti clastici e chimici conservati nelle grotte, combinata con metodi di datazione assoluta.
I depositi interni alle cavità registrano le fasi di stabilità del livello di base idrogeologico, permettendo di correlare le pulsazioni di sollevamento con l’evoluzione del reticolo fluviale superficiale.[1]
Implicazioni per l’evoluzione tettonica dell’area
I risultati hanno implicazioni dirette per la ricostruzione dell’evoluzione tettonica dell’area di confine tra Alpi Orientali e Dinaridi.
La Periadriatic Fault System, nota come uno dei principali lineamenti tettonici dell’Europa centrale, mostra qui evidenze di attività neotettonica.
La combinazione di dati speleologici, stratigrafici e cronologici permette di affinare i modelli di sollevamento e di deformazione crostale nell’area.[1]
Inoltre, la correlazione con la faglia SEMP suggerisce che l’attività tettonica quaternaria non sia confinata a singoli segmenti, ma possa interessare sistemi di faglia coniugati su scala regionale.
Questo rafforza l’idea di una deformazione diffusa e prolungata nel tempo, con possibili ripercussioni anche sulla sismicità storica e attuale della regione.[1]
Metodologia e prospettive di ricerca
Lo studio utilizza le grotte come archivi naturali di processi geomorfologici e tettonici.
I sedimenti clastici all’interno delle cavità registrano le fasi di stabilità del livello di base, mentre i depositi chimici (speleotemi) possono fornire datazioni assolute tramite metodi radiometrici. L’integrazione di questi dati con la geomorfologia di superficie permette di ricostruire la cronologia dell’incisione fluviale e del sollevamento.[1]
Le prospettive future includono l’estensione delle datazioni ad altri livelli di grotta e l’integrazione con dati geofisici e geodetici. Questo approccio multidisciplinare potrà migliorare la comprensione dei tempi e dei modi del sollevamento lungo la Linea Periadriatica e dei suoi legami con la dinamica delle Alpi Orientali.[1]
Contesto geologico regionale: Periadriatic Fault System e SEMP fault nelle Alpi Calcaree Settentrionali, letteratura speleologica e neotettonica dell’area slovena e austriaca.[1]
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Un tubo pseudocarsico in arenaria calcarea nella Südwandhöhle del Dachstein ridefinisce i processi di genesi delle grotte in ambiente dolomitico
Una ricerca pubblicata il 18 agosto 2026 su Acta Carsologica descrive una formazione insolita all’interno della Südwandhöhle, nel massiccio del Dachstein (Alpi Orientali): un tubo lungo 700 metri sviluppato quasi interamente in sedimenti clastici litificati, interpretato come grotta pseudocarsica in arenaria calcarea.
La scoperta, firma
Un tubo pseudocarsico in arenaria calcarea nella Südwandhöhle del Dachstein ridefinisce i processi di genesi delle grotte in ambiente dolomitico
Una ricerca pubblicata il 18 agosto 2026 su Acta Carsologica descrive una formazione insolita all’interno della Südwandhöhle, nel massiccio del Dachstein (Alpi Orientali): un tubo lungo 700 metri sviluppato quasi interamente in sedimenti clastici litificati, interpretato come grotta pseudocarsica in arenaria calcarea.
La scoperta, firmata da Lukas Plan, aggiunge un tassello raro alla comprensione della speleogenesi in contesti dolomitici, dove la formazione di condotti in materiale clastico all’interno di una grotta carsica rappresenta un caso eccezionale.
La Südwandhöhle nel Dachstein: un sistema carsico dolomitico di 12 chilometri
La Südwandhöhle è un sistema cavernoso di 12 chilometri di lunghezza, ubicato nel massiccio carsico del Dachstein, nelle Alpi Calcaree Settentrionali. La grotta si sviluppa principalmente in dolomia della Formazione di Wetterstein (Triassico Medio), una litologia rara in questo settore alpino. Con uno sviluppo verticale di 509 metri e un carico roccioso di 1,5 chilometri, la cavità presenta sezioni di galleria molto ampie, fino a 250 m2.
Nelle zone più remote del sistema, i ricercatori hanno individuato un tubo lungo 0,7 chilometri, quasi interamente formato in sedimenti clastici litificati di tipo arenaceo. Questo condotto, con sezioni trasversali comprese tra 0,5 e 2 m2, si snoda all’interno del grande corridoio riempito di sedimenti, anziché lungo la volta come spesso accade in molte grotte.
Genesi pseudocarsica: erosione meccanica in arenaria calcarea dentro dolomia
Le pareti e le volte del tubo sono costituite da arenaria ben litificata, che mostra frequenti caratteri erosivi. Le componenti dell’arenaria includono calcite, in parte dedolomitizzata, quarzo, piccole quantità di dolomia e idrossidi di ferro. Il cemento è calcitico, con un contenuto totale di calcite compreso tra il 40 e il 70% nelle sezioni sottili analizzate.
L’assenza di strutture preesistenti nell’arenaria calcarea o di tettonica attiva che potessero fungere da fratture iniziali rende complessa la spiegazione della formazione del proto-condotto. Una possibile ipotesi è che la sabbia sia stata cementata dalle acque di poro provenienti dalla roccia ospite dolomitica circostante, con parti interne meno litificate o non consolidate. L’acqua migrante attraverso questa sabbia porosa avrebbe potuto dissolvere i granuli carbonatici; la successiva erosione meccanica e, infine, il fenomeno del “piping” (asportazione di materiale per flusso interstiziale) avrebbero generato il tubo.
Dato il contenuto carbonatico, la dissoluzione chimica ha probabilmente avuto un ruolo limitato. I ricercatori interpretano quindi questo condotto come una grotta pseudocarsica, formatasi principalmente per erosione meccanica dell’arenaria depositatasi all’interno di una grotta carsica.
Pseudokarst in arenaria: meccanismi di formazione e contesto internazionale
Il concetto di pseudokarst in arenaria è ben documentato in letteratura scientifica internazionale. Diversi studi hanno mostrato che la formazione di cavità in arenarie può derivare da una combinazione di dissoluzione chimica del cemento e asportazione meccanica della matrice, un processo noto come “arenizzazione”. In alcuni contesti, come i tepui venezuelani, la dissoluzione del quarzo gioca un ruolo minore, mentre processi di alterazione differenziale e asportazione di livelli poco litificati risultano determinanti.
Nel caso della Südwandhöhle, la presenza di un tubo in arenaria calcarea all’interno di una grotta dolomitica rappresenta un esempio raro di pseudokarst intrakarsico. La genesi meccanica predominante, con dissoluzione limitata, distingue questo caso da altri sistemi pseudocarsici dove la dissoluzione intergranulare del cemento carbonatico risulta il processo principale.
Speleologia nelle Dolomiti: esplorazioni recenti sul, Laresot e Dachstein
Oltre alla scoperta nella Südwandhöhle, la speleologia nelle Dolomiti e nelle Alpi Orientali registra diverse novità esplorative recenti. Sul Monte Canin, nel luglio 2026 è ripresa una campagna speleologica del Club Alpinistico Triestino (CAT), con l’obiettivo di esplorare tre nuove cavità individuate nel 2025 e di proseguire l’indagine nella Grotta G1, già esplorata fino a circa 270 metri di profondità.
Nel gruppo del Brenta, l’Abisso del Laresot ha visto nel 2025 l’individuazione di una nuova verticale che ha portato la profondità esplorata oltre i 1.140 metri, con la scoperta battezzata “Pozzo SAT Arco e Vigolo Vattaro”. Questa impresa si affianca alle esplorazioni dello scorso anno che avevano già spinto la cavità oltre i 1.100 metri di profondità.
Nel massiccio del Dachstein, la è stata oggetto di una spedizione di ricerca nel 2026 che ha aggiunto 700 metri di nuovi sviluppi, portando la lunghezza totale a 11,6 chilometri. I nuovi tratti esplorati si trovano a oltre 1.400 metri sotto il Ghiacciaio di Hallstatt, in zone molto remote del sistema.
Nuove grotte in Italia e Friuli-Venezia Giulia: attività di censimento ed esplorazione
In Friuli-Venezia Giulia, il Catasto Speleologico Regionale ha censito ulteriori 15 nuove cavità nel luglio 2026, con l’ultima grotta accatastata il 22 luglio 2026. Nel Carso triestino, dopo quasi vent’anni di lavoro, nel gennaio 2026 è stato raggiunto un nuovo pozzo che si apre direttamente in una grande caverna dove, a 315 metri di profondità, scorre il fiume Timavo sotterraneo. La prima discesa sul fondo, avvenuta nei primi giorni di aprile 2026, ha permesso di raccogliere campioni d’acqua e sabbia e di osservare protei, simbolo della vita ipogea.
In Carnia, il 29 giugno 2025 una squadra di speleologi e speleosub del CAT ha individuato un possibile passaggio asciutto nella grotta del Fontanone del Riu Neri, che potrebbe mettere in comunicazione il ramo principale con la caverna che conduce al sifone, finora accessibile solo con attrezzatura subacquea.
Prospettive di ricerca e implicazioni per la speleogenesi dolomitica
La scoperta del tubo pseudocarsico nella Südwandhöhle apre nuove prospettive per la comprensione dei processi di genesi delle grotte in ambiente dolomitico. L’interpretazione come pseudokarst formato prevalentemente per erosione meccanica suggerisce che, in determinate condizioni, i sedimenti clastici depositatisi all’interno di grotte carsiche possono evolvere in condotti secondari indipendenti.
Questo caso si inserisce in un quadro più ampio di ricerche sulla speleogenesi in rocce silicee e pseudocarsiche, dove i meccanismi di formazione possono includere dissoluzione chimica, erosione meccanica, piping e alterazione differenziale. La presenza di un tubo in arenaria calcarea all’interno di una grotta dolomitica rappresenta quindi un esempio raro e significativo per la comunità speleologica internazionale.
Fonti
Plan, Lukas. “A 700 m long pseudokarst cave in calcareous sandstone in the interior of a dolomitic karst cave (Dachstein, Eastern Alps)”. Acta Carsologica, 18 agosto 2026. https://www.actacarsologica.com
Verein für Höhlenkunde in Obersteier (VHO). “Sܰ?dwandhö°®°hle wird wieder länger”. Aggiornato al 1 giugno 2026. http://www.hoehle.at/wordpress/
Il Dolomiti. “Hanno seguito i segnali del fiume nascosto fino al risultato tanto atteso nel Carso”. 23 aprile 2026. https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/attualita/2026/hanno-seguito-i-segnali-del-fiume-nascosto-fino-al-risultato-tanto-atteso-nel-carso-dopo-ventanni-aperto-un-nuovo-pozzo-sul-timavo-nasce-nei-monti-sloveni-scompare-per-40-chilometri-e-riemerge-vicino-a-trieste
Il Quotidiano. “Nuova impresa della SAT: nel cuore del Brenta scoperta una grotta profonda oltre mille metri”. 27 aprile 2025. https://www.iltquotidiano.it/articoli/nuova-impresa-della-sat-nel-cuore-del-brenta-scoperta-una-grotta-profonda-oltre-mille-metri/
Scintilena. “Scintilena luglio 2025: le scoperte e le esplorazioni speleologiche più seguite”. 19 luglio 2025. https://www.scintilena.com/scintilena-luglio-2025-le-scoperte-e-le-esplorazioni-speleologiche-piu-seguite/07/19/
FSR-FVG. “Speleosub: Scoperta eccezionale durante l’esplorazione della grotta del Fontanone del Riu Neri”. 1 luglio 2025. https://www.fsrfvg.it/?cat=115
Catasto Speleologico Regionale – Regione FVG. “Ulteriori 15 nuove cavità®® censite”. 14 luglio 2026. https://catastogrotte.regione.fvg.it/
ScienceDirect. “Comment on ‘Sandstone caves on Venezuelan tepuis: Return to pseudokarst?'”. 2013. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0169555X12005351
USF Digital Commons. “Sandstone caves on Venezuelan tepuis: return to pseudokarst?”. 2022. https://digitalcommons.usf.edu/kip_articles/4657/
ShareOK. “HYDROLOGICAL CONTROLS ON PSEUDOKARST IN”. Tesi di laurea, Oklahoma State University. https://shareok.org/bitstream/handle/11244/337107/Massey_okstate_0664M_17457.pdf
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Uno studio recente ha censito le cavità sotterranee della penisola, distinguendo due tipologie di grotte e valutando il rischio di subsidenza per lo sviluppo del territorio
Uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026 ha fornito un quadro aggiornato sullo sviluppo delle grotte nella penisola del Qatar, con implicazioni dirette per la pianificazione territoriale e la mitigazione dei georischi. La ricerca, condotta da un team internazionale coordinato da Jerome Perrin (B
Uno studio recente ha censito le cavità sotterranee della penisola, distinguendo due tipologie di grotte e valutando il rischio di subsidenza per lo sviluppo del territorio
Uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026 ha fornito un quadro aggiornato sullo sviluppo delle grotte nella penisola del Qatar, con implicazioni dirette per la pianificazione territoriale e la mitigazione dei georischi. La ricerca, condotta da un team internazionale coordinato da Jerome Perrin (BRGM), ha combinato rilevamenti di campagna, analisi geologiche e idrogeologiche, e l’elaborazione di dati LiDAR ad alta risoluzione per identificare e classificare le forme carsiche presenti sul territorio qatariota. [web:9][web:11]
Contesto geologico e necessità di mappatura aggiornata
Il sottosuolo del Qatar è caratterizzato da ampie estensioni di rocce carbonatiche affioranti in superficie e da livelli evaporitici a profondità ridotta. Questa configurazione litologica favorisce la formazione di fenomeni carsici, tra cui depressioni superficiali e grotte, che possono rappresentare un fattore di rischio durante la realizzazione di infrastrutture o lo sviluppo urbano. [web:9]
Le autorità del Qatar hanno segnalato la necessità di migliorare le basi dati geologiche e le carte idrogeologiche esistenti, al fine di mitigare i rischi legati alla subsidenza. In questo contesto, il progetto di ricerca ha previsto un’analisi approfondita del georischio carsico, includendo un censimento delle forme, lo studio dei processi di carsificazione e la valutazione della subsidenza associata. [web:9]
Due tipologie di grotte: dissoluzione superficiale e collasso profondo
Lo studio individua due categorie principali di grotte. La prima corrisponde a cavità di dissoluzione superficiale, sviluppatesi in condizioni freatiche in un passato geologico più umido e successivamente troncate dall’erosione. Queste grotte sono generalmente poco profonde e rappresentano forme ereditate da un contesto geoclimatico diverso da quello attuale. [web:9]
La seconda tipologia comprende grotte di ampio sviluppo generate dal collasso della volta, originate in profondità attraverso processi di carsificazione intrastratale. Queste cavità si localizzano sistematicamente lungo i margini di grandi depressioni superficiali. La ricerca propone che depressioni e grotte da collasso facciano parte di un unico processo di sprofondamento/abbassamento, innescato dalla perdita di materiale in profondità, ad esempio per dissoluzione di evaporiti, compattazione di dolostone alterato o collasso incrementale di cavità relitte coalescenti. [web:9]
Mappatura LiDAR e identificazione di 3.537 depressioni carsiche
Per distinguere le depressioni da collasso carsico tra le numerose forme depressive mappate sul territorio, i ricercatori hanno utilizzato un dataset LiDAR DTM del 2017. L’ipotesi di lavoro ha previsto che le depressioni carsiche condividano le stesse caratteristiche geometriche (larghezza, lunghezza, area, profondità) delle poche depressioni che ospitano grotte da collasso di volta. [web:9]
Applicando questo criterio, lo studio ha identificato e mappato 3.537 depressioni carsiche distribuite sull’intera penisola del Qatar. Questa mappatura rappresenta un avanzamento significativo rispetto alle carte geologiche precedenti e fornisce una base dati aggiornata per la valutazione del rischio. [web:9]
Attività carsica attuale e livello di georischio
Secondo i risultati dello studio, le forme carsiche individuate appaiono per lo più inattive, ereditate da un contesto geoclimatico più favorevole alla carsificazione rispetto alle condizioni attuali. Sotto il regime geoclimatico presente, il georischio da subsidenza carsica risulta generalmente basso, poiché le grotte sono forme relitte e i processi di carsificazione in corso sono limitati. [web:9]
Nonostante ciò, il georischio è presente su ampie porzioni del territorio. La ricerca raccomanda che ogni futuro sviluppo del territorio includa piani e strategie per tenere conto della presenza di rocce carsificate nel sottosuolo, evitando che l’attivit๹ umana possa riattivare processi carsici. [web:9]
Integrazione con altri studi regionali sul carsismo in ambiente arido
Il quadro emerso dallo studio sul Qatar si inserisce in un contesto regionale più ampio di ricerche sul carsismo in ambienti aridi della Penisola Arabica. Studi recenti hanno documentato depressioni carsiche riempite di sedimenti nel sud del Qatar, definite riyad, che conservano un ricco patrimonio archeologico e testimoniano processi di subsidenza su cavit๹ gessose collassate. [web:3][web:14]
Altre ricerche condotte in Arabia Saudita, sulla piattaforma del Najd, hanno evidenziato come la subsidenza da dissoluzione evaporitica rappresenti un georischio crescente per le infrastrutture, monitorato mediante tecniche InSAR su dati Sentinel-1. Questi studi confermano che le unità sedimentarie solubili, in presenza di variazioni della falda o di apporti di acqua superficiale, possono innescare processi di subsidenza anche in regioni aride. [web:24]
Inoltre, lavori condotti su sabkha costiere del Golfo hanno mostrato come i processi di dissoluzione e ricircolo di brine influenzino la stabilità del sottosuolo carbonatico-evaporitico, con implicazioni per la valutazione del rischio in aree costiere soggette a sviluppo infrastrutturale. [web:6][web:10]
Implicazioni per la speleologia e la gestione del territorio
Per la comunità speleologica, lo studio offre un quadro di riferimento utile per comprendere l’origine e la distribuzione delle cavità nel Qatar, distinguendo tra forme ereditate e processi potenzialmente attivi. La mappatura delle 3.537 depressioni fornisce una base per future esplorazioni e per la valutazione della stabilità delle cavit๹ in relazione a interventi antropici. [web:9]
Sul piano della gestione del territorio, la ricerca sottolinea la necessità di integrare le carte dei georischi nei piani urbanistici e nei progetti infrastrutturali. L’uso combinato di LiDAR, rilevamenti di campagna e modelli geologici consente di identificare aree a maggiore suscettibilit๹ e di adottare misure preventive per ridurre il rischio di subsidenza. [web:9][web:26]
Fonti
Perrin, J., Couë¹¹ffé¹¹, R., Lemaire, B., Lerevenu, C., Pillai, R., Allanic, C., Yart, S., Mé11tais Bossard, M., Ortiz, A., Higgins, O., Masson, F., Matti, B., Noury, G., Ahmed, E., Samad, U. S., Bukhari, S., & Al-Yafei, S. (2026). Cave development in the Qatar peninsula: insights on their origin and associated geohazards. Acta Carsologica, 55(1), 5–23. https://doi.org/10.3986/ac.v55i1.14814
Engel, M., et al. (2020). Sediment-filled karst depressions and riyad – key archaeological environments of south Qatar. E&G Quaternary Science Journal, 68, 215–230. https://egqsj.copernicus.org/articles/68/215/2020/
Almusaylim, Z., Melebari, A., & Alothman, A. (2026). Analysis of Sinkholes on the Najd Plateau Using InSAR. EGU General Assembly 2026, EGU26-185. https://doi.org/10.5194/egusphere-egu26-185
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Duemila Grotte torna al centro della riflessione speleologica il 15 settembre 2026, tra storia del Carso, catasto delle cavità e sviluppo delle conoscenze scientifiche.
Duemila Grotte, un secolo di studi sul Carso
Trieste ospiterà martedì 15 settembre 2026 l’incontro “Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo”.
L’appuntamento è promosso dalla Direzione centrale difesa dell’ambiente, energia e sviluppo sostenibile della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. La
Duemila Grotte torna al centro della riflessione speleologica il 15 settembre 2026, tra storia del Carso, catasto delle cavità e sviluppo delle conoscenze scientifiche.
Duemila Grotte, un secolo di studi sul Carso
Trieste ospiterà martedì 15 settembre 2026 l’incontro “Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo”.
L’appuntamento è promosso dalla Direzione centrale difesa dell’ambiente, energia e sviluppo sostenibile della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. La sede sarà la Sala Luttazzi del Magazzino 26.
L’ingresso del pubblico è previsto dalle ore 17.00. L’inizio dei lavori è fissato alle 17.30. Le iscrizioni rimarranno aperte fino alle 23.59 di lunedì 14 settembre.
L’iniziativa richiama il centenario di Duemila Grotte. Quarant’anni di esplorazioni nella Venezia Giulia. Il volume fu pubblicato dal Touring Club Italiano nel 1926. Porta le firme di Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. La ricorrenza offre un’occasione di analisi storica sul rapporto tra esplorazione, documentazione e conoscenza del patrimonio ipogeo.
La Regione ricostruisce il ruolo del libro nella storia del catasto: nel 1926 rappresentava la raccolta più completa delle informazioni disponibili sulle oltre duemila cavità allora note nella Venezia Giulia. L’opera si colloca dopo le prime esperienze di ordinamento dei dati sul Carso triestino e dopo la definizione, nel 1924, di una scheda che usava per la prima volta il termine “Catasto”.
Il volume Duemila Grotte e la sua struttura
Duemila Grotte è una monografia di 494 pagine. L’edizione originaria comprendeva centinaia di incisioni e tavole, oltre a una carta speleologica della Venezia Giulia in scala 1:100.000, distribuita in due fogli. La dimensione editoriale non era un dettaglio ornamentale. Immagini, sezioni, piante e carta costituivano strumenti per leggere il territorio carsico e le sue cavità.
La prima parte del libro ha il carattere di un manuale interdisciplinare. Vi trovano spazio il fenomeno carsico, la flora e la fauna cavernicola, la paleontologia, l’archeologia preistorica e le indagini sulle acque sotterranee. Una sezione affronta anche l’esplorazione, il rilievo e la fotografia ipogea. Il volume dedica attenzione alle cosiddette grotte di guerra, tema legato agli adattamenti militari delle cavità nel contesto del primo conflitto mondiale.
Questa impostazione mostra come la speleologia del tempo non fosse limitata alla ricerca di nuovi vuoti sotterranei. L’esplorazione veniva collegata al rilevamento topografico, alla geologia, alla biologia e all’idrologia. La documentazione storica del Touring Club descrive un’opera coordinata da Bertarelli e costruita con contributi di studiosi di più discipline. Le prime 184 pagine erano destinate a monografie specialistiche e a un repertorio di terminologia tecnica.
Catasto delle grotte della Venezia Giulia
La seconda parte di Duemila Grotte è il nucleo catastale dell’opera. Raccoglie descrizioni, localizzazioni, rilievi, mappe e fotografie delle cavità della Venezia Giulia entro i confini del periodo fra le due guerre. Secondo la documentazione storica della Commissione Grotte, il catasto illustrato descriveva 2.142 cavità, con circa 800 rilievi.
Il dato va letto nel suo contesto territoriale e politico. La regione amministrativa e i confini richiamati nel libro non coincidono con quelli attuali. Dopo il secondo conflitto mondiale, il ridisegno dei confini rese necessaria una revisione degli archivi: una parte delle cavità prima comprese nel territorio italiano ricadde in area jugoslava, mentre per il Friuli emersero anche questioni di sovrapposizione con il Veneto.
L’attività di censimento non si è fermata. Il Catasto speleologico regionale del Friuli Venezia Giulia ricorda che il numero delle cavità conosciute arrivò a circa 3.000 prima della seconda guerra mondiale. Negli ultimi decenni, grazie a nuove tecniche e attrezzature, il dato regionale ha superato le 8.000 cavità. Dal 2016 il Catasto speleologico regionale comprende le sezioni dedicate alle grotte, alle cavità artificiali e alle cavità turistiche.
Il confronto tra Duemila Grotte e gli archivi contemporanei mette in evidenza una continuità metodologica. Cambiano gli strumenti, le coordinate, le banche dati e le norme di tutela. Resta centrale la necessità di attribuire a ogni cavità una posizione verificabile, una descrizione, un rilievo e una storia documentaria.
Ristampa e memoria editoriale
La vicenda editoriale di Duemila Grotte è segnata anche dalla distruzione delle matrici originali durante un bombardamento della seconda guerra mondiale. La perdita rese impossibile una normale ristampa dell’opera. Nel 1986 fu quindi pubblicata a Trieste una ristampa anastatica, utile a restituire il testo e il suo apparato iconografico alla consultazione di speleologi, ricercatori e biblioteche.
Il centenario non riguarda soltanto un libro raro. Riguarda la formazione di una pratica di lavoro fondata sulla raccolta sistematica delle informazioni. Nel Carso, un ambiente in cui le acque sotterranee, le cavità e le superfici sono strettamente collegate, il catasto è anche una base per studi idrogeologici, per la tutela del patrimonio geologico e per la pianificazione delle attività di ricerca.
L’incontro di Trieste è realizzato in collaborazione con la Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia APS, la Commissione Grotte Eugenio Boegan e la Società Speleologica Italiana ETS. La presenza delle tre realtà richiama il legame fra archivi storici, pratica associativa, ricerca e gestione del patrimonio speleologico.
Informazioni sull’incontro di Trieste
Evento: Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo
Data: martedì 15 settembre 2026
Luogo: Sala Luttazzi, Magazzino 26, Trieste
Apertura al pubblico: ore 17.00
Inizio: ore 17.30
Iscrizioni: entro le ore 23.59 di lunedì 14 settembre 2026
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Dall’Aqua Virgo alla Fontana di Trevi: duemila anni di infrastruttura idraulica
L’Aqua Virgo fu inaugurata nel 19 a.C. per iniziativa di Marco Vipsanio Agrippa. L’acquedotto portava acqua alle Terme di Agrippa e alle strutture del Campo Marzio. Oggi continua a rifornire alcune fontane del centro storico, tra cui la Fontana di Trevi, la Barcaccia di piazza di Spagna e fontane di piazza Navona. turismoroma
L’Aqua Virgo costituisce un caso rilevante nel quadro delle opere idrauliche
Dall’Aqua Virgo alla Fontana di Trevi: duemila anni di infrastruttura idraulica
L’Aqua Virgo fu inaugurata nel 19 a.C. per iniziativa di Marco Vipsanio Agrippa. L’acquedotto portava acqua alle Terme di Agrippa e alle strutture del Campo Marzio. Oggi continua a rifornire alcune fontane del centro storico, tra cui la Fontana di Trevi, la Barcaccia di piazza di Spagna e fontane di piazza Navona. turismoroma
L’Aqua Virgo costituisce un caso rilevante nel quadro delle opere idrauliche romane. La Sovrintendenza Capitolina la indica come l’unico tra gli undici principali acquedotti dell’antica Roma rimasto ininterrottamente in funzione fino all’età contemporanea. Non si tratta quindi di un condotto abbandonato e conservato soltanto come testimonianza archeologica. È una struttura che ha attraversato restauri, adattamenti e manutenzioni. sovraintendenzaroma
Il percorso prendeva avvio dalle sorgenti nell’area del casale di Salone, lungo la via Collatina. Entrava in città presso il Muro Torto e terminava originariamente con una mostra monumentale nelle Terme di Agrippa. Il suo tracciato era in gran parte sotterraneo. Questa scelta dipendeva dall’esigenza di mantenere una pendenza costante e di proteggere il canale. turismoroma
Aqua Virgo e restauri dell’acquedotto romano
L’acqua dell’Aqua Virgo non è naturalmente la stessa che scorreva nel 19 a.C. Le sorgenti alimentano in modo continuo il sistema. Ciò che permane è l’infrastruttura, con le sue captazioni, i condotti e la funzione di trasporto idrico.
La continuità d’uso è legata anche agli interventi realizzati nei secoli. Nel tratto di via del Nazareno è ancora visibile un fornice attribuito ai restauri di Claudio. Un’iscrizione ricorda la ricostruzione degli archi dell’acquedotto, danneggiati durante il principato di Caligola. In seguito Adriano intervenne sull’intero percorso e il condotto venne rialzato in età più tarda. turismoroma
Questi dati mostrano come l’Aqua Virgo sia stata una rete manutenzionata e aggiornata. La sua durata non deriva dall’assenza di modifiche. Deriva dalla capacità di conservare una funzione utile per la città.
Fontana di Trevi e Acqua Vergine
La Fontana di Trevi è la mostra terminale dell’Acqua Vergine. L’attuale configurazione monumentale venne avviata nel 1732, quando papa Clemente XII scelse il progetto di Nicola Salvi. La costruzione fu poi conclusa da Giuseppe Pannini, che intervenne anche nella sistemazione della scogliera e dei bacini. turismoroma
La fontana barocca non coincide quindi con l’opera romana, ma rende visibile una continuità idraulica iniziata in età augustea. L’Aqua Virgo alimenta ancora il sistema delle fontane storiche, mentre la vasca di Trevi dispone di un moderno impianto di ricircolo. Durante la manutenzione conclusa nel 2025, Acea ha operato sulle pompe, sulle apparecchiature elettromeccaniche e sugli elementi di regolazione della circolazione dell’acqua. comune.roma
Il monumento riunisce dunque epoche diverse. Il condotto antico, la trasformazione rinascimentale dell’Acqua Vergine e la scenografia settecentesca convivono con impianti tecnici contemporanei.
Acquedotti antichi di Roma
Roma disponeva di una rete articolata. Nel Parco degli Acquedotti restano visibili tratti di sei degli undici acquedotti che rifornivano la città antica: Anio Vetus, Aqua Marcia, Tepula, Iulia, Claudia e Anio Novus. parcoarcheologicoappiaantica
Acquedotto
Datazione
Funzione e tracce principali
Aqua Appia
312 a.C.
Primo acquedotto urbano romano, sviluppato in larga parte nel sottosuolo
Anio Vetus
272-269 a.C.
Portava a Roma acque dell’area dell’Aniene
Aqua Marcia
144 a.C.
Captava sorgenti dell’alta valle dell’Aniene; era nota in antico per la qualità dell’acqua sovraintendenzaroma
Aqua Tepula
125 a.C.
Rete destinata ai quartieri orientali della città
Aqua Iulia
33 a.C.
Realizzata nel quadro delle opere promosse da Agrippa
Aqua Virgo
19 a.C.
Ancora attiva e collegata alle fontane della Roma barocca sovraintendenzaroma
Aqua Alsietina
2 a.C.
Acquedotto augusteo alimentato dal lago di Martignano
Aqua Claudia
52 d.C.
Celebre per le grandi arcate ancora visibili nel suburbio
Anio Novus
52 d.C.
Inaugurato insieme al Claudio e alimentato dal bacino dell’Aniene
Aqua Traiana
109 d.C.
Convogliava sorgenti dell’area di Vicarello e del lago di Bracciano sovraintendenzaroma
Aqua Alexandrina
226 d.C.
Costruita per incrementare l’approvvigionamento delle terme di Alessandro Severo sovraintendenzaroma
Emissari, cloache e ricerche nel Lazio
Le cavità artificiali legate all’acqua comprendono emissari, cunicoli di captazione, acquedotti, cisterne e pozzi. Sono opere che regolano laghi e corsi d’acqua, intercettano sorgenti oppure trasportano risorse idriche a distanza. La classificazione speleo-archeologica riconosce gli emissari di Nemi e la Cloaca Massima tra le opere di regimazione e bonifica, mentre gli acquedotti rientrano nelle strutture di trasporto. [35](35 e 36 e da 41 a 43 cavità artificiali e archeologia.txt)
Tra gli esempi più noti nel Lazio figura l’Emissario del lago di Nemi, cunicolo artificiale lungo circa 1,6 chilometri. Fu scavato attraverso il versante occidentale del cratere per regolare il livello del lago e convogliare le acque verso Vallericcia. La datazione viene generalmente riferita al periodo compreso tra VI e V secolo a.C.; alcune parti dell’opera sono state ricondotte al 398-397 a.C. parchilazio
L’emissario ha avuto un ruolo anche nella storia delle navi romane di Nemi. Nel Novecento il drenaggio del lago consentì il recupero delle due grandi imbarcazioni di età imperiale. Le ricerche recenti si concentrano ora sul fondale. Tra il 18 e il 25 ottobre 2024, CNR, Direzione regionale Musei Lazio e altri enti hanno svolto rilievi geofisici non invasivi con ecoscandaglio multifascio. La nuova mappatura ha documentato frane sommerse e i resti dei canali di cantiere impiegati per recuperare le navi. Sono previste ulteriori analisi del sottofondo e possibili verifiche archeologiche mirate. engramma
L’Emissario del lago Albano è un’altra grande opera cunicolare dei Colli Albani. Il Parco dei Castelli Romani lo descrive come una struttura di valore storico, archeologico, geologico e speleologico. Al momento risulta inaccessibile per la difficoltà del percorso e per il livello dell’acqua. Dal 2013 il Progetto Albanus ha avviato esplorazioni, rilievi topografici e documentazione speleosubacquea del condotto. parchilazio
A Roma, la Cloaca Massima rappresenta un diverso modello di infrastruttura. Fu progettata in età arcaica per canalizzare il corso d’acqua del Velabro e contribuire alla bonifica della valle del Foro Romano. La Sovrintendenza la considera il più grande collettore fognario romano ancora funzionante. L’accesso interno è oggi chiuso per ragioni di sicurezza, condizione che conferma la necessità di distinguere tra studio scientifico, tutela e fruizione pubblica. sovraintendenzaroma
L’Aqua Virgo, l’Emissario di Nemi, l’Emissario Albano e la Cloaca Massima raccontano funzioni differenti. In comune hanno la presenza del sottosuolo come spazio tecnico. Le loro esplorazioni permettono di leggere il rapporto tra paesaggio, acque, manutenzione e insediamenti nell’antico Lazio.
Fonti
Turismo Roma, “Acquedotto Vergine in via del Nazareno” turismoroma https://www.turismoroma.it/it/luoghi/acquedotto-vergine-del-nazareno
Sovrintendenza Capitolina, “Acquedotti, Cisterne e Cloache” sovraintendenzaroma https://www.sovraintendenzaroma.it/content/acquedotti-cisterne-e-cloache
Turismo Roma, “Fontana di Trevi” turismoroma https://www.turismoroma.it/it/luoghi/fontana-di-trevi
Roma Capitale, “Fontana di Trevi, conclusa manutenzione straordinaria” comune.roma https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/fontana-di-trevi-conclusa-manutenzione-straordinaria.page
Parco Archeologico dell’Appia Antica, “Parco degli Acquedotti” parcoarcheologicoappiaantica https://www.parcoarcheologicoappiaantica.it/luoghi/via-appia-antica/parco-degli-acquedotti-via-lemonia/
Madricardo et al., “Il lago di Nemi e le sue rive. Indagini non invasive e prospettive di ricerca” engramma https://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=5969
Parchi Lazio, “L’Emissario del Lago di Nemi” parchilazio https://www.parchilazio.it/lago_albano-schede-32971-l_emissario_del_lago_di_nemi
Parchi Lazio, “Emissario del lago Albano” parchilazio https://www.parchilazio.it/schede-876-emissario_del_lago_albano
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Studio preliminare su temperatura, umidità relativa e ciclo vitale di otto specie di Duvalius nelle cavità sotterranee piemontesi rivela preferenze microambientali nel MSS e tempi di maturazione degli adulti
Un gruppo di ricercatori piemontesi ha pubblicato dati preliminari sulla bionomia di diverse specie di coleotteri del genere Duvalius (Coleoptera, Carabidae, Trechini) presenti nelle grotte del Piemonte. Lo studio, firmato da Pier Mauro Giachino della World Biodiversity Associat
Studio preliminare su temperatura, umidità relativa e ciclo vitale di otto specie di Duvalius nelle cavità sotterranee piemontesi rivela preferenze microambientali nel MSS e tempi di maturazione degli adulti
Un gruppo di ricercatori piemontesi ha pubblicato dati preliminari sulla bionomia di diverse specie di coleotteri del genere Duvalius (Coleoptera, Carabidae, Trechini) presenti nelle grotte del Piemonte. Lo studio, firmato da Pier Mauro Giachino della World Biodiversity Association onlus ed Enrico Lana di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, fornisce informazioni su temperatura, umidità°° relativa dell’aria, metamorfosi ed etologia di questi insetti ipogei.
Contesto della ricerca biospeleologica in Piemonte
Il Piemonte rappresenta una regione in cui la fauna legata all’ambiente sotterraneo può considerarsi ormai ben conosciuta, soprattutto dal punto di vista tassonomico e corologico. Il genere Duvalius Delarouzé e, 1859 occupa un posto di rilievo tra i Coleotteri Carabidi ipogei piemontesi, essendo stato oggetto di numerosi contributi scientifici che hanno portato alla descrizione di specie nuove anche in tempi recenti.
Nonostante le conoscenze tassonomiche avanzate, gli aspetti ecologici e bionomici di queste specie rimanevano poco esplorati. L’individuazione nel 2020, anno tendenzialmente caldo e siccitoso, di un microambiente sotterraneo dove alcune specie di Duvalius risultavano numericamente più abbondanti ha spinto i ricercatori ad approfondire le indagini.
Metodologia delle osservazioni sul campo
Le osservazioni sono state condotte in modo più o meno occasionale e non finalizzate a priori all’ottenimento di dati quantitativi statisticamente utilizzabili. I dati presentati devono quindi essere considerati strettamente qualitativi. In campo si è proceduto, in modo standardizzato, alla misurazione della temperatura ( °C) e dell’umidità relativa dell’aria (UR) mediante un termoigrometro digitale HD 2101.1 Delta Ohm con sonda combinata HP 472AC %RH e temperatura Pt100, posizionata nell’area di rinvenimento dei Duvalius in attività.
I dati relativi allo sviluppo larvale e ai tempi di maturazione degli adulti neo-sfarfallati sono stati ottenuti da esemplari allevati in frigorifero, alla temperatura di 7,5-9,0 °C, in barattoli di vetro contenenti terriccio proveniente dalla località di cattura.
Preferenze microambientali nel MSS (Ambiente Sotterraneo Superficiale)
Le osservazioni hanno rivelato che alcune specie di Duvalius (carantii, pecoudi, lanai, occitanus, morisii, chestai, meovignai) prediligono, nei mesi di giugno-agosto, soggiornare presso l’entrata delle cavità. In questo particolare microambiente, riconducibile a un vero Ambiente Sotterraneo Superficiale (o M.S.S. secondo la terminologia francese), queste specie possono essere rinvenute mediante scavo a una profondità variabile fra pochi centimetri e mezzo metro.
Contemporaneamente, le stesse specie scarseggiano nelle parti interne della cavità. I dati di temperatura e umidità relativa dell’aria ottenuti con misurazioni effettuate in contemporanea con la cattura delle diverse specie sono riportati in una tabella che include stazioni di raccolta distribuite su un ampio range altitudinale, da 690 a 2195 metri s.l.m.
Le temperature registrate nelle stazioni di raccolta variano da 3,7 °C a 12,5 °C, con valori medi intorno a 8-9 °C per la maggior parte delle specie. L’umidità°° relativa dell’aria si mantiene costantemente elevata, tra il 92% e il 98%, confermando la stretta dipendenza di questi insetti da ambienti ipogei con elevata umidità°° atmosferica.
Ciclo vitale e metamorfosi di Duvalius lanai
La cattura di larve ed esemplari adulti immaturi di Duvalius lanai Casale & Giachino, 2010 ha permesso di osservare per la prima volta le diverse fasi della metamorfosi di questa specie. Un esemplare al primo stadio di sviluppo è stato raccolto al Pozzo Congiuntivite il 29 novembre 2019; un esemplare al secondo stadio è stato raccolto al Pozzo del Rospo il 29 giugno 2020.
Esemplari maturi, al terzo stadio di sviluppo, sono stati raccolti ai Pozzi di Indiana Jones il 20 giugno 2020 e al Pozzo Innominato il 21 luglio 2020. Nella stessa grotta, il 13 agosto 2021, è stata rinvenuta una larva irrigidita nella tipica posizione prepupale. Questa larva dopo 2 giorni (il 15 agosto 2021) si era trasformata in pupa.
Dalla pupa, il 1 ottobre 2021 è sfarfallato un adulto che è stato seguito nelle fasi di maturazione fino al 9 novembre 2021. L’osservazione delle prime fasi di maturazione di questo adulto ha permesso, per comparazione del grado di maturità°° basato sul colore, di datare l’età°° dell’esemplare immaturo catturato alla Grotta della Navonera (stimata in circa 10 giorni) e tenuto in cattività per circa un anno.
I ricercatori stimano in circa 8 mesi il tempo necessario per la maturazione completa di un esemplare appena sfarfallato di Duvalius lanai. Questo dato rappresenta un’informazione preziosa per comprendere la biologia di questi coleotteri ipogei e il loro ciclo vitale nelle condizioni ambientali delle grotte piemontesi.
Comportamento alimentare ed etologia
L’allevamento in cattività di Duvalius lanai ha permesso di osservarne il comportamento alimentare, predatorio in particolare ai danni di Isopoda (Trichoniscus voltai e Buddelundiella zimmeri). Il comportamento alimentare mostra anche alcuni aspetti al momento poco comprensibili.
Diverse volte i ricercatori hanno osservato gli esemplari immaturi masticare lungamente grumi di argilla molto umida presenti sulle pareti del contenitore di allevamento. Non è chiaro se questo comportamento sia da ritenersi alimentare o se serva invece a idratarsi. Questa osservazione apre nuove domande sull’etologia di questi coleotteri e sulle loro strategie di sopravvivenza nell’ambiente ipogeo.
Limiti e prospettive della ricerca
I dati forniti portano ulteriori conoscenze sulla bionomia di alcune specie di Duvalius del Piemonte, ma devono essere considerati come assolutamente preliminari, necessitando di ulteriori approfondimenti in un ambito che lascia ancora ampi spazi di indagine. In particolare, i dati disponibili non sono sufficienti per l’esecuzione di analisi statistiche approfondite.
Sono pressoché totalmente assenti i dati di temperatura e umidità relativa delle stazioni in assenza di esemplari. Non si nota infine, se non a grandi linee, una correlazione fra altitudine della stazione di reperimento e temperatura, con una presenza di dati di praefé rendum apparentemente anomali rispetto alla quota.
Biologia Sotterranea Piemonte: vent’anni di ricerche
L’Associazione Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, fondata nel 2018 con sede presso la Grotta di Bossea in Frabosa Soprana (Cuneo), riunisce speleologi, ricercatori e appassionati con l’obiettivo di promuovere studi sulla fauna e sull’ambiente ipogeo. Il gruppo ha accumulato un ricco database di oltre 12.000 record di fauna sotterranea distribuiti tra 865 specie animali in 1.260 località censite.
L’associazione organizza regolarmente incontri online dedicati agli specialisti e agli appassionati di biospeleologia, affrontando temi che spaziano dalla chirotterologia del Carso alle microplastiche nei sistemi carsici, dalla paleontologia e archeologia in grotta alla biospeleologia piemontese.
Fonti
Casale A., Giachino P.M. (2010), “Due nuovi Coleotteri ipogei delle Alpi occidentali: Duvalius (Duvalius) lanai n. sp. (Carabidae: Trechini) e Archeoboldoria sturanii n. sp. (Cholevidae: Leptodirinae) (Coleoptera)”, Rivista piemontese di Storia naturale, 31: 213-240. https://www.storianaturale.org/anp/PDF%20ANP/31_2010_Casale%20Giachino_Due%20nuovi%20Coleotteri%20ipogei%20delle%20Alpi%20occidentali%20Duvalius%20lanai%20e%20Arche.pdf
Casale A., Giachino P.M., Lana E. (2019), “Note sul genere Duvalius nelle Alpi occidentali e nell’Appennino Ligure, con descrizione di due nuovi taxa ipogei del Piemonte: Duvalius (Duvalius) chestai n. sp. e Duvalius (Duvalius) gestroi cristianae n. ssp. (Coleoptera, Carabidae: Trechini)”, Rivista piemontese di Storia naturale, 40: 317-353. https://www.storianaturale.org/anp/rivista_XL.html
Casale A., Giachino P. M., Lana E., Magrini P. (2022), “Note su alcune specie di Duvalius Delarouzé°°e delle Alpi occidentali, con descrizione di D. (Duvalius) meovignai n. sp., nuovi dati corologici su D. lanai Casale & Giachino, e rivalutazione specifica di D. waillyi Giordan & Raffaldi (Coleoptera, Carabidae: Trechini)”, Rivista piemontese di Storia naturale, 43: 99-116. https://www.storianaturale.org/anp/rivista_XL.html
Lana E., Giachino P.M., Casale A. (2021), Fauna Hypogaea Pedemontana. Grotte e ambienti sotterranei del Piemonte e della Valle d’Aosta, WBA Monographs 6, WBA Project Ed., Verona, 1044 p. https://iris.polito.it/handle/11583/2983678
Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca: https://www.scintilena.com/habemus-associazione-biologia-sotterranea-piemonte-gruppo-di-ricerca-diventa-ufficiale/10/25/
Catasto Speleologico Piemontese e Valdostano: https://catastogrotte-piemonte.net/contatti.html
Museo Appunti – Biospeleologia del Piemonte: http://www.museoappunti.it/il-museo/appunti-di-biologia/biospeleologia-del-piemonte-storia-della-biologia-sotterranea/
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Nuove datazioni dei sedimenti della grotta croata di Mujina Pecina indicano frequentazioni musteriane risalenti fino a circa 80.000 anni fa. La presenza umana documentata in Dalmazia viene così retrodatata di circa 30.000 anni. Tra gli autori dello studio pubblicato su Antiquity anche il geoarcheologo italiano Giovanni Boschian, da anni impegnato nelle ricerche sul sito.
Le grotte della Dalmazia continuano a restituire informazioni importanti sulla presenza umana preistorica lungo l
Nuove datazioni dei sedimenti della grotta croata di Mujina Pecina indicano frequentazioni musteriane risalenti fino a circa 80.000 anni fa. La presenza umana documentata in Dalmazia viene così retrodatata di circa 30.000 anni. Tra gli autori dello studio pubblicato su Antiquity anche il geoarcheologo italiano Giovanni Boschian, da anni impegnato nelle ricerche sul sito.
Le grotte della Dalmazia continuano a restituire informazioni importanti sulla presenza umana preistorica lungo l’Adriatico orientale.
Nei mesi scorsi Scintilena aveva dato notizia della pubblicazione di un volume dedicato all’archeologia delle grotte della regione di Zara, nato dalle ricerche condotte nelle cavità carsiche della Dalmazia settentrionale e dalla lunga collaborazione tra archeologi e speleologi croati. Tra i siti ricordati figurava anche Velika Pecina, grotta con testimonianze musteriane attribuite ai Neandertal.
Ora una nuova ricerca porta ancora più indietro nel tempo la storia delle frequentazioni umane nelle grotte dalmate.
Protagonista è Mujina Pecina, cavità della Croazia meridionale situata a nord delle città di Trogir e Kastela, a circa 280 metri sul livello del mare. Il termine croato pecina significa semplicemente “grotta”.
La cavità misura circa 10 per 8 metri: dimensioni modeste, ma al suo interno è conservata una sequenza stratigrafica di grande importanza per lo studio del Paleolitico medio nell’Adriatico orientale.
Un nuovo studio pubblicato nel 2026 sulla rivista internazionale Antiquity da Ivor Karavanic, Slobodan Miko, Marko Banda, Giovanni Boschian, Rory Becker e Fred H. Smith presenta nuove datazioni ottenute mediante luminescenza otticamente stimolata (OSL).
I risultati indicano che alcuni degli strati archeologici più profondi della grotta sono molto più antichi di quanto ritenuto finora: le frequentazioni musteriane documentate a Mujina Pecina arriverebbero infatti a circa 80.000 anni fa.
Giovanni Boschian e le ricerche a Mujina Pecina
Tra gli autori dello studio figura Giovanni Boschian, geoarcheologo italiano da tempo coinvolto nelle ricerche sulla grotta dalmata.
Boschian era già tra gli autori dello studio pubblicato nel 2017 su Quaternary International, dedicato ai Neandertal della Croazia e, in particolare, ai processi di formazione del sito, alla cronologia, ai cambiamenti climatici e alle tracce dell’attività umana conservate a Mujina Pecina.
Le nuove datazioni non rappresentano quindi un risultato isolato, ma si inseriscono in una ricerca di lunga durata sulla successione sedimentaria della cavità: è questo uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista speleologico: per interpretare correttamente i reperti archeologici è necessario comprendere come si sono formati, modificati e conservati nel tempo i depositi all’interno della grotta.
Una piccola grotta, un grande archivio del Paleolitico
Mujina Pecina è il primo sito della Dalmazia scavato sistematicamente e datato con metodi radiometrici nel quale sia stata riconosciuta un’inequivocabile sequenza stratigrafica del Paleolitico medio.
Gli strati sono costituiti da sedimenti quaternari comprendenti grandi clasti calcarei e ghiaie, insieme a sabbie contenenti minerali silicatici, limo e argilla. Nell’intera successione prevalgono ghiaie fini e medie.
All’interno di questi depositi sono stati rinvenuti resti faunistici e manufatti appartenenti a differenti industrie musteriane, comprese industrie denticolate e il cosiddetto Charentiano balcanico.
Le precedenti datazioni, effettuate mediante radiocarbonio e in parte attraverso la risonanza di spin elettronico (ESR), avevano collocato la sequenza principalmente tra circa 49.000 e 39.000 anni fa.
Esisteva però un problema: alcuni campioni provenienti dagli strati più profondi erano troppo antichi per essere datati efficacemente con il radiocarbonio.
Quanto erano antichi, dunque, i livelli inferiori della grotta?
La OSL: quando sono i sedimenti a fornire la data
Per cercare una risposta i ricercatori hanno utilizzato la luminescenza otticamente stimolata, indicata con la sigla OSL (Optically Stimulated Luminescence).
Pianta di Mujina Pecina con l’ubicazione dei punti di prelievo dei campioni destinati alla datazione OSL. In grigio chiaro è indicata l’estensione della trincea di scavo. Figura: M. Banda. Da Karavanic et al., 2026, Antiquity, CC BY-NC-ND 4.0
La tecnica permette, in termini semplificati, di determinare quanto tempo sia trascorso dall’ultima esposizione alla luce di determinati minerali contenuti nei sedimenti. Nel caso di Mujina Pecina sono stati analizzati granuli di quarzo.
Il campionamento è stato effettuato nel 2020. Dopo aver ripulito la superficie del profilo stratigrafico, i ricercatori hanno inserito nel deposito tubi opachi lunghi 300 millimetri, in modo da evitare che il sedimento destinato alle analisi venisse esposto alla luce.
Sono stati campionati lo strato B, nella parte superiore della successione del Paleolitico medio, e due livelli profondi denominati E3A ed E3C.
Le analisi sono state effettuate presso il Luminescence Dating Laboratory dell’Institute of Physics della Silesian University of Technology di Gliwice, in Polonia.
La sorpresa arriva dagli strati più profondi
Il campione proveniente dallo strato B ha restituito un’età di circa 35.000-39.000 anni, sostanzialmente coerente con le precedenti datazioni al radiocarbonio.
Ben diverso è il quadro emerso dal complesso stratigrafico E3.
Profilo stratigrafico orientale di Mujina Pecina (profilo D, quadrato E5), con la successione dei livelli e la posizione dei campioni prelevati per le datazioni OSL. Figura: M. Banda. Da Karavanic et al., 2026, Antiquity, CC BY-NC-ND 4.0
Lo strato E3A è stato datato a circa 65.000-73.000 anni fa, mentre lo strato E3C, ancora più antico, ha restituito un’età compresa approssimativamente tra 73.000 e 82.000 anni fa.
La parte inferiore della successione stratigrafica di Mujina Pecina risulta quindi molto più antica di quanto si pensasse.
Questi livelli non apparterrebbero al MIS 3, come precedentemente ipotizzato, ma al MIS 4 e, nel caso dello strato E3C, addirittura al MIS 5a.
MIS è l’acronimo di Marine Isotope Stage, gli stadi isotopici marini utilizzati per ricostruire le grandi oscillazioni climatiche del Quaternario.
Il Musteriano in Dalmazia almeno 30.000 anni prima
La conseguenza archeologica delle nuove datazioni è rilevante.
Secondo gli autori, i risultati OSL mostrano che occupazioni musteriane erano presenti in questa parte della Dalmazia almeno 30.000 anni prima di quanto precedentemente documentato.
Non si tratta quindi semplicemente di correggere di qualche millennio la cronologia di un singolo sito. I nuovi risultati modificano sensibilmente il quadro conosciuto delle frequentazioni umane del Paleolitico medio lungo l’Adriatico orientale.
Ed è qui che il nuovo studio si collega direttamente alle altre ricerche nelle grotte dalmate.
Il confronto con Velika Pecina e Crvena Stijena
Una cronologia paragonabile sarebbe stata ottenuta anche nello strato 22 di Velika Pecina, grotta situata nel canyon di Klicevica, attraverso una datazione OSL che gli autori del nuovo lavoro indicano come ancora inedita.
Velika Pecina era già comparsa sulle pagine di Scintilena nel recente articolo dedicato all’archeologia delle grotte della regione di Zara e ai 120 anni di ricerche speleologiche in Croazia.
Il nuovo dato citato nello studio di Mujina Pecina è quindi particolarmente interessante: suggerisce che le testimonianze più antiche del Paleolitico medio nelle grotte dalmate potrebbero non rappresentare un caso isolato.
Le nuove età di Mujina Pecina sono inoltre vicine alla più antica datazione ottenuta mediante ESR per lo strato XXIV di Crvena Stijena, importante sito in grotta del Montenegro, attribuita al MIS 5a, circa 85.000-71.000 anni fa.
Mujina Pecina, Velika Pecina e Crvena Stijena cominciano così a delineare un quadro più ampio delle frequentazioni umane nelle grotte dell’Adriatico orientale durante il Paleolitico medio.
Il Charentiano balcanico
Le nuove date sono importanti anche per interpretare le industrie litiche rinvenute nella grotta.
Gli strati più antichi di Mujina Pecina appartengono al complesso E3 e contengono un’elevata percentuale di raschiatoi trasversali. Questa caratteristica ha portato gli archeologi ad attribuire l’industria al cosiddetto Charentiano balcanico, una particolare espressione del Musteriano.
Il Musteriano comprende industrie litiche del Paleolitico medio che, nel contesto europeo, sono associate soprattutto ai Neandertal.
Disporre ora di una cronologia che porta i livelli inferiori di Mujina Pecina fino a circa 80.000 anni fa permetterà confronti più precisi con i complessi musteriani provenienti da altre grotte dei Balcani e da altre regioni europee.
La ricerca di Mujina Pecina offre infine uno spunto interessante per gli speleologi. Una grotta non conserva soltanto reperti archeologici. Il suo riempimento sedimentario può essere esso stesso un archivio nel quale rimangono registrate le frequentazioni umane, le fasi deposizionali, i processi naturali che hanno interessato la cavità e le trasformazioni ambientali avvenute nell’arco di decine di migliaia di anni.
A Mujina Pecin, per la nuova cronologia, a parlare sono stati i sedimenti che li contengono.
Ingresso di Mujina Pecina, Dalmazia, Croazia. Foto: I. Karavanic. Da Karavanic et al., 2026, Antiquity, CC BY-NC-ND 4.0
La possibilità di datare mediante OSL i granuli di quarzo presenti nella successione ha consentito ai ricercatori di superare il limite incontrato dal radiocarbonio nei livelli più antichi.
È proprio l’integrazione tra archeologia, geoarcheologia, stratigrafia, studio dei processi di formazione dei depositi e tecniche di datazione a rendere particolarmente significativo il lavoro condotto nella grotta.
Una cavità di appena una decina di metri può così conservare decine di migliaia di anni di storia e contribuire a modificare il quadro della presenza umana preistorica di un’intera regione.
Mujina Pecina ci racconta oggi che circa 80.000 anni fa gruppi umani musteriani frequentavano già le grotte della Dalmazia. Il confronto con Velika Pecina e Crvena Stijena suggerisce inoltre che sotto i depositi delle cavità dell’Adriatico orientale possa essere conservata una storia della presenza umana ancora in parte da ricostruire.
In breve e in parole semplici: cosa ci racconta Mujina Pecina?
Mujina Pecina è una piccola grotta della Dalmazia che conserva tracce della presenza umana nel Paleolitico medio.
Finora si pensava che i suoi livelli musteriani più antichi risalissero a circa 50.000 anni fa. Le nuove analisi dei sedimenti con il metodo OSL hanno invece datato alcuni degli strati più profondi fino a circa 80.000 anni fa.
In sostanza, significa che gruppi umani frequentavano questa parte della Dalmazia circa 30.000 anni prima di quanto fosse stato documentato finora.
La cosa interessante, anche per gli speleologi, è che a permettere questo salto indietro nel tempo sono stati i sedimenti conservati nella grotta: minuscoli granuli di quarzo hanno consentito ai ricercatori di stabilire quando quei depositi si formarono.
Una piccola grotta, quindi, ha conservato per decine di migliaia di anni un pezzo importante della storia umana dell’Adriatico.