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Al congresso europeo dedicato all’idrogeologia del carso e dei serbatoi carbonatici, Liviu Valenas ha presentato un contributo su geomorfologia e idrochimica delle cavità d’acqua in arenaria del Nord-Est della Thailandia.,
Eurokarst 2026, un confronto internazionale sulle acque sotterranee
Eurokarst 2026 si è svolto a Neuchâtel, in Svizzera, dal 31 agosto al 4 settembre.
La conferenza europea biennale è dedicata all’idrogeologia del carso e dei serbatoi carbonatici. Riunisce
Al congresso europeo dedicato all’idrogeologia del carso e dei serbatoi carbonatici, Liviu Valenas ha presentato un contributo su geomorfologia e idrochimica delle cavità d’acqua in arenaria del Nord-Est della Thailandia.,
Eurokarst 2026, un confronto internazionale sulle acque sotterranee
Eurokarst 2026 si è svolto a Neuchâtel, in Svizzera, dal 31 agosto al 4 settembre.
La conferenza europea biennale è dedicata all’idrogeologia del carso e dei serbatoi carbonatici. Riunisce ricercatori universitari, tecnici e professionisti impegnati nello studio delle acque sotterranee e degli ambienti carsici.
La sede non è casuale. Neuchâtel si trova ai piedi del Giura, in un territorio segnato da rocce calcaree e dalla circolazione idrica sotterranea. La città aveva già ospitato la prima edizione dell’incontro nel 2016. Per l’edizione 2026, l’Università di Neuchâtel e l’Istituto svizzero di speleologia e carsologia hanno avuto un ruolo centrale nell’organizzazione e nel contesto scientifico locale.
Il sito ufficiale descrive Eurokarst come un forum di confronto tra ricerca accademica e pratica professionale. Nel programma è stata inclusa anche la riunione della Karst Commission dell’International Association of Hydrogeologists, organismo internazionale attivo sui temi della gestione delle risorse idriche in acquiferi carsici.
Eurokarst 2026, numeri e temi del programma scientifico
Secondo quanto riferito da Mónica Ponce, presidente della Commissione Materiali e Tecniche dell’Unione Internazionale di Speleologia, a Eurokarst 2026 hanno partecipato 250 specialisti provenienti da tutti i continenti. Il dato restituisce la dimensione internazionale dell’incontro.
Prima dell’avvio della conferenza, la comunicazione dell’Università di Neuchâtel indicava la presenza attesa di circa 200 specialisti dell’idrogeologia delle rocce calcaree. La differenza tra previsione e numero riportato dopo l’apertura può essere letta come un possibile incremento della partecipazione effettiva; il dato di 250 resta attribuito alla comunicazione di Ponce.
Il programma diffuso dalla Karst Commission comprendeva cinque relazioni principali, circa 100 comunicazioni orali e 90 poster. Erano previsti anche corsi brevi nella giornata del 30 agosto e tre escursioni successive alla parte congressuale. Le sessioni hanno affrontato la modellazione dei flussi sotterranei, l’infiltrazione delle precipitazioni, la qualità delle acque, la protezione delle captazioni e l’uso di dati di campo per migliorare i modelli idrogeologici.
Questi temi hanno rilievo anche per la speleologia. Nei sistemi carsici, la rapida connessione fra superficie e sottosuolo rende spesso più vulnerabili le falde. Misure, tracciamenti, analisi chimiche e osservazioni geomorfologiche permettono di ricostruire percorsi dell’acqua, tempi di trasferimento e possibili sorgenti di contaminazione.
Arenarie quarzifere della Thailandia al Poster Blitz di Eurokarst 2026
Nella giornata del 31 agosto, nella sezione Poster Blitz di Eurokarst 2026, Liviu Valenas ha presentato lo studio dedicato alla geomorfologia e all’idrochimica delle pozze d’acqua sviluppate nelle arenarie quarzifere del Nord-Est della Thailandia. Il lavoro è firmato da Liviu Valenas, Christine Viehweger e Stephanie Gimmler della Technical University of Freiberg, in Germania.
Il contributo porta l’attenzione su forme e processi che non coincidono con il carso classico in roccia carbonatica. Le arenarie quarzifere sono costituite in larga misura da granuli di quarzo. La loro evoluzione superficiale e sotterranea può dipendere dall’alterazione dei minerali, dalla disgregazione fisica della roccia, dall’erosione e dalla persistenza dell’acqua nelle depressioni.
Le pozze d’acqua in roccia, spesso indicate in letteratura internazionale come rock pools o weathering pits, possono conservare informazioni sull’azione combinata dell’acqua e dei sedimenti. Lo studio integrato della forma delle cavità e della composizione chimica dell’acqua può aiutare a distinguere i processi dominanti. Può inoltre documentare la relazione tra caratteristiche della roccia, stagionalità delle piogge e condizioni locali di drenaggio.
La presenza di questo lavoro a Eurokarst 2026 amplia quindi il confronto oltre i soli acquiferi carbonatici. La geomorfologia delle arenarie e l’idrochimica delle acque raccolte in piccole cavità costituiscono un terreno di dialogo tra geologia, idrologia e studio dei paesaggi di alterazione.
Eurokarst 2026 e divulgazione sul patrimonio sotterraneo
Accanto alle sessioni scientifiche, Eurokarst 2026 ha previsto iniziative aperte al pubblico. Il 30 agosto si è tenuta l’esecuzione corale Inception Horizon alla Chapelle de la Maladière. Il 31 agosto l’Aula des Jeunes-Rives ha ospitato un incontro sulla grotta Cosquer e sul cambiamento climatico, con Bruno Arfib dell’Università di Aix-Marseille.
La scelta di affiancare divulgazione e ricerca riflette la natura applicata dei temi discussi. Le acque sotterranee, le grotte e le aree carsiche riguardano la disponibilità idrica, gli ecosistemi, i rischi ambientali e la conoscenza del patrimonio naturale. Per la comunità speleologica, Eurokarst 2026 ha rappresentato anche uno spazio utile per seguire metodi e risultati provenienti dall’idrogeologia, dalla geomorfologia e dalle scienze della Terra.
Fonti
Mónica Ponce, comunicazione Facebook citata nel testo dall’utente: dati sulla partecipazione e presentazione del Poster Blitz. URL non fornito nel materiale ricevuto.
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Un articolo di Lorenzo Giroffi su TGR Rai Friuli Venezia Giulia dal titolo accattivante “Esplorare il Timavo, l’acqua potabile della Trieste del futuro” – 1 settembre 2026
Sotto il Carso triestino, l’esplorazione speleologica guarda sempre più al futuro dell’acqua.
Su una ciclabile al confine tra Italia e Slovenia, a Trebiciano, parte il cammino che conduce alla dolina nella quale una caverna porta fino al fiume Timavo.
Nell’Abisso di Trebiciano, a circa 300 metri di profon
Un articolo di Lorenzo Giroffi su TGR Rai Friuli Venezia Giulia dal titolo accattivante “Esplorare il Timavo, l’acqua potabile della Trieste del futuro” – 1 settembre 2026
Sotto il Carso triestino, l’esplorazione speleologica guarda sempre più al futuro dell’acqua.
Su una ciclabile al confine tra Italia e Slovenia, a Trebiciano, parte il cammino che conduce alla dolina nella quale una caverna porta fino al fiume Timavo.
Nell’Abisso di Trebiciano, a circa 300 metri di profondità, la Società Adriatica di Speleologia monitora il Timavo sotterraneo attraverso una stazione sperimentale che registra livello del fiume, concentrazione di anidride carbonica e altri parametri ambientali.
Il tema supera ormai i confini dell’esplorazione. Le falde di pianura, dalle quali dipende gran parte degli acquedotti europei, sono sottoposte a pressioni crescenti anche per effetto dei cambiamenti climatici. Le acque carsiche potrebbero quindi assumere un ruolo strategico per la sicurezza idrica di Trieste.
Esplorare e comprendere il corso sotterraneo del Timavo significa così raccogliere oggi informazioni che potrebbero diventare essenziali domani. L’articolo originale è brve e interessante: va letto.
Conferma la funzione della speleologia come osservatorio privilegiato del sottosuolo: non soltanto scoperta geografica, ma ricerca, monitoraggio ambientale e conoscenza di una risorsa fondamentale.
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La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo
Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MF
La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo
Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MFs) nelle acque di stillicidio di una grotta, dimostrando come l’inquinamento prodotto dalle attività umane possa raggiungere anche gli ecosistemi sotterranei più delicati.
Scintilena ne ha già parlato a inizio agosto, ma è interessante riproporre l’articolo.
La ricerca è stata condotta nella Grotta delle Torri di Slivia (Pejca v Lazcu), nel Carso Classico, in provincia di Trieste, ed è stata pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development, edita da Elsevier.
I ricercatori hanno analizzato sette punti di campionamento, rilevando la presenza di particelle di origine antropica in quattro di essi. Oltre l’80% dei materiali individuati era costituito da fibre di cellulosa, prevalentemente cotone, mentre le microplastiche sono state riscontrate in tre punti, con la presenza di PET (polietilene tereftalato) e PU (poliuretano).
Secondo gli autori, le possibili fonti di contaminazione sono riconducibili a rifiuti abbandonati nelle doline, alla vicinanza di infrastrutture come autostrada e ferrovia, oltre che alle attività antropiche diffuse sul territorio. L’inquinamento verrebbe quindi trasferito nel sottosuolo attraverso le connessioni tra aria, acqua e suolo, tipiche degli ambienti carsici.
Lo studio sottolinea come la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio possa rappresentare un potenziale rischio per le risorse idriche, gli habitat sotterranei e le specie che li popolano. Per questo motivo gli autori evidenziano la necessità di avviare monitoraggi multidisciplinari sempre più approfonditi, capaci di comprendere le relazioni tra superficie e ambiente ipogeo e di fornire strumenti utili alla conservazione degli ecosistemi carsici.
Lo studio è stato realizzato da Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, con la collaborazione del CNR-STIIMA, dell’Università di Trieste, di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca e del gestore della Grotta delle Torri di Slivia, Corrado Greco.
Fonte: Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters, pubblicato nel 2026 sulla rivista Groundwater for Sustainable Development, Volume 34, articolo 101669 (Elsevier)
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Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare
Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.
Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequenta
Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare
Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.
Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequentato dalle comunità preistoriche sono oggi nascoste sotto il mare.
Un nuovo studio dell’Università di Southampton e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ha ricostruito l’evoluzione di questo paesaggio tra il 9000 e il 4000 a.C., durante il Mesolitico e il Neolitico.
Il protagonista della ricerca è proprio il territorio scomparso sotto il mare.
Geofisica per ricostruire un paesaggio invisibile
Lo studio, pubblicato su Quaternary Science Reviews, è firmato da Samuele Ongaro, Federica Donda, Emanuele Lodolo, Enrico Gordini, Rachel Bynoe e Fraser Sturt e si intitola Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications.
I ricercatori hanno combinato dati provenienti dalle carote di sedimento con nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’OGS, identificando gli antichi ambienti deposizionali e realizzando modelli dell’avanzamento del mare.
Ne emerge una geografia molto diversa da quella attuale: diverse generazioni di barriere costiere e zone retrostanti, lagune, paludi e delta. Questi ambienti si sviluppavano durante le fasi di rallentamento dell’innalzamento del mare e potevano essere successivamente sommersi durante nuove fasi di ingressione marina.
Non era quindi soltanto una costa che arretrava. Era un intero paesaggio che cambiava.
Terre frequentate dalle comunità preistoriche
La ricostruzione ha importanti implicazioni archeologiche. Le zone umide costiere dell’Alto Adriatico erano ambienti ricchi di risorse e potevano risultare particolarmente attrattive per i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico.
Con l’innalzamento del mare cambiavano però la posizione delle coste, le risorse disponibili e gli stessi territori abitabili. Il processo continuò anche nel Neolitico, mentre lungo l’Adriatico si diffondevano le comunità agricole.
La ricerca consente quindi di aggiungere all’archeologia terrestre una parte fondamentale della geografia preistorica oggi invisibile.
«Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua», osserva Federica Donda, geologa marina dell’OGS e coautrice dello studio. Per questo, sottolineano i ricercatori, i fondali devono essere considerati parte integrante del patrimonio archeologico.
Uno sguardo interessante anche dal Carso
La ricerca assume un interesse particolare anche per chi studia la preistoria dell’area carsica e nord-adriatica.
Le grotte e i ripari del Carso conservano testimonianze delle popolazioni preistoriche, ma il territorio nel quale quelle comunità si muovevano era molto diverso da quello che osserviamo oggi. Una parte delle pianure e delle antiche coste è stata progressivamente sommersa dall’Adriatico.
La nuova ricerca non stabilisce un collegamento diretto tra specifiche cavità carsiche e siti sommersi. Offre però uno strumento per ricostruire il paesaggio esterno nel quale vivevano e si spostavano le popolazioni preistoriche, restituendo alla ricerca territori che la geografia moderna ha cancellato dalla vista.
C’è infine una curiosa vicinanza geografica con il mondo speleologico: l’OGS, che ha acquisito i nuovi dati geofisici utilizzati nello studio, ha la propria sede a Borgo Grotta Gigante 42/C, a Sgonico, sul Carso triestino.
Dal Carso, dunque, la geofisica guarda sotto l’Adriatico per ricostruire un territorio che non possiamo più percorrere.
Oggi quel paesaggio è sotto il mare. Ma non è scomparso dalla storia.
Fonti
Ongaro S., Donda F., Lodolo E., Gordini E., Bynoe R., Sturt F., Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications, Quaternary Science Reviews, 2026.
Studio scientifico — Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic, Ongaro et al., Quaternary Science Reviews 391 (2026), 110206, DOI 10.1016/j.quascirev.2026.11020
Foto: Laguna di Grado. Il paesaggio lagunare attuale evoca gli ambienti di acque basse, zone umide e terre emerse ricostruiti dagli studiosi nell’Alto Adriatico preistorico. Foto: Gugganij / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0.
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Due nidi, sei giovani e una località mantenuta segreta. In Gran Bretagna il ritorno dell’albanella minore offre uno spunto interessante anche per chi si occupa di grotte e ambienti naturali vulnerabili: quando la diffusione di una localizzazione può trasformarsi in una minaccia?
Una località segreta, due nidi distanti circa un chilometro e sei giovani rapaci pronti a spiccare il volo. È la storia dell’albanella minore (Circus pygargus), uno degli uccelli nidificanti più rari della G
Due nidi, sei giovani e una località mantenuta segreta. In Gran Bretagna il ritorno dell’albanella minore offre uno spunto interessante anche per chi si occupa di grotte e ambienti naturali vulnerabili: quando la diffusione di una localizzazione può trasformarsi in una minaccia?
Una località segreta, due nidi distanti circa un chilometro e sei giovani rapaci pronti a spiccare il volo. È la storia dell’albanella minore (Circus pygargus), uno degli uccelli nidificanti più rari della Gran Bretagna, protagonista nel 2026 di una stagione riproduttiva particolarmente importante.
La Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) ha reso noto che quest’anno in Gran Bretagna sono stati individuati soltanto due nidi conosciuti della specie. Entrambi contenevano tre giovani e, fatto singolare, i sei pulcini avevano lo stesso padre: un unico maschio si era accoppiato con due femmine. I due nidi sono stati costantemente monitorati dagli specialisti della RSPB, ma la loro posizione esatta è rimasta volutamente segreta.
L’albanella minore è un elegante rapace migratore che trascorre l’inverno in Africa e raggiunge l’Europa per riprodursi. In Gran Bretagna si trova al margine settentrionale del proprio areale riproduttivo e la sua presenza è estremamente precaria. La RSPB la classifica nella Red List britannica e sottolinea come ogni coppia nidificante necessiti di una particolare protezione.
Nidi nei campi e raccolti sempre più precoci
Una delle particolarità della specie è la scelta del luogo in cui nidificare. Le albanelle minori depongono le uova a terra e, in Gran Bretagna, utilizzano sempre più frequentemente i terreni agricoli e in particolare le coltivazioni cerealicole.
È una scelta che comporta rischi considerevoli. I nidi possono essere distrutti dalle macchine durante il raccolto e la RSPB segnala che siccità e raccolti anticipati stanno rendendo ancora più delicata la situazione. Per questo la conservazione della specie richiede una stretta collaborazione tra naturalisti e agricoltori. Nel sito del 2026, una porzione del campo d’orzo è stata lasciata appositamente indisturbata dal proprietario per consentire agli animali di completare la riproduzione.
Non è la prima volta. Nel 2025 una coppia aveva allevato con successo quattro giovani in un’altra località inglese tenuta segreta: era stata la prima nidificazione riuscita in Gran Bretagna dal 2019. Anche in quel caso la collaborazione con l’agricoltore era risultata decisiva e attorno al nido era stata installata una piccola recinzione per proteggerlo dai predatori terrestri.
Per la prima volta due giovani seguiti dal satellite
La stagione 2026 ha portato anche una novità scientifica. Poco prima dell’involo, ricercatori autorizzati della RSPB hanno prelevato temporaneamente un giovane da ciascuno dei due nidi e hanno applicato trasmettitori satellitari di nuova generazione.
È la prima volta che giovani albanelle minori vengono dotate di questi dispositivi nel Regno Unito.
Il monitoraggio potrà fornire informazioni preziose sugli spostamenti dei giovani, sulle rotte migratorie verso l’Africa e, negli anni successivi, sull’eventuale ritorno nei territori europei di riproduzione. Dati particolarmente importanti per una popolazione tanto piccola e intermittente.
A volte le coordinate diventano un pericolo
C’è un altro particolare della vicenda che può interessare molto anche il mondo speleologico: nessuno ha comunicato dove si trovino esattamente questi nidi.
La località viene deliberatamente mantenuta segreta per proteggere gli animali. Persino l’agricoltore coinvolto nel progetto non viene identificato pubblicamente, proprio per evitare che attraverso il suo nome sia possibile risalire al sito. La stessa strategia era stata adottata per la nidificazione del 2025.
È un principio di conservazione che trova un evidente parallelo negli ambienti sotterranei da proteggere.
Le coordinate sono un’informazione scientifica fondamentale, ma in determinate circostanze la loro diffusione indiscriminata può aumentare la vulnerabilità del luogo che descrive. È il caso, per esempio, di cavità che ospitano importanti colonie di chirotteri, specie endemiche o estremamente localizzate, delicati depositi archeologici o paleontologici, mineralizzazioni e concrezionamenti particolarmente vulnerabili.
Internet, cartografia digitale e GPS hanno reso possibile raggiungere con grande facilità luoghi che soltanto pochi decenni fa richiedevano conoscenze locali e ricerche specifiche. È un progresso straordinario per la conoscenza e l’esplorazione, ma pone anche una responsabilità nuova nella gestione dei dati.
La vicenda dell’albanella minore britannica mostra una possibile risposta: conoscere con estrema precisione un luogo non significa necessariamente doverne rendere pubblica con altrettanta precisione la posizione.
Ricercatori e conservazionisti conoscono i nidi, li monitorano, raccolgono dati scientifici e collaborano con chi gestisce il territorio. Al pubblico viene invece comunicato ciò che serve per comprendere l’importanza della scoperta, senza fornire l’informazione che potrebbe mettere a rischio gli animali.
Un equilibrio tra condivisione della conoscenza e protezione della risorsa che, fuori dai campi inglesi e qualche metro più sotto terra, che riguarda molto da vicino anche speleologia e archeologia.
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Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.
È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio so
Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.
È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio sotterraneo dell’Iran.
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana
La sua storia attraversa quasi per intero quella della speleologia moderna del Paese: dalle prime esplorazioni compiute con mezzi elementari negli anni Quaranta alla nascita dei primi gruppi organizzati, dai rilievi topografici alla catalogazione sistematica delle cavità, fino alle battaglie degli ultimi anni per la loro conservazione.
Le prime grotte negli anni Quaranta
Nato a Mashhad nel 1927, Sheykhli iniziò molto giovane a frequentare la montagna e le grotte. Le sue prime esperienze speleologiche risalgono al 1943, quando in Iran l’esplorazione sistematica del mondo sotterraneo era ancora praticamente agli inizi.
Tre anni più tardi, il 29 novembre 1946, insieme a Sirus Mostofi e Akbar Shafizadeh, diede vita all’Hey’at-e Gharshenasi Iran, il primo nucleo organizzato dedicato alla speleologia nel Paese.
Le fonti iraniane distinguono questo gruppo dalla successiva associazione speleologica, costituita nel 1948. In ogni caso, proprio a quelle esperienze viene generalmente fatta risalire la nascita della speleologia organizzata iraniana, e Sheykhli ne fu per decenni uno dei principali protagonisti.
Esplorare significava misurare e documentare
E’ particolarmente interessante il metodo con cui Sheykhli affrontava l’esplorazione.
Già negli anni Quaranta e Cinquanta non si limitava infatti a entrare nelle cavità: effettuava misurazioni e rilievi, osservava le concrezioni e la circolazione delle acque e registrava eventuali testimonianze archeologiche.
Una lettera risalente al 1976, quando Sheykhli presiedeva il comitato speleologico della federazione iraniana, offre un’immagine particolarmente significativa del suo modo di intendere la speleologia.
Agli esploratori che individuavano nuove cavità raccomandava di produrre uno schizzo della grotta, misurarne lunghezza, larghezza e profondità, raccogliere campioni di roccia e acqua e segnalare eventuali frammenti ceramici o altre evidenze archeologiche.
Un’impostazione che oggi appare naturale, ma che testimonia quanto presto Sheykhli avesse concepito la grotta come un ambiente da esplorare, rilevare, studiare e conservare, mettendo in relazione speleologia, geologia, idrologia e archeologia.
Centinaia di grotte in oltre settant’anni
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA
Stabilire quante cavità abbia personalmente esplorato non è semplice, perché le fonti iraniane forniscono cifre differenti.
Le stime più prudenti gli attribuiscono oltre 500 grotte esplorate e documentate durante più di settant’anni di attività. Altre fonti parlano di un numero ancora maggiore.
Diverso è invece il patrimonio di informazioni da lui raccolto: il grande archivio costruito nel corso della sua vita sarebbe arrivato a comprendere dati relativi a circa 1.500 grotte dell’Iran.
È quindi opportuno distinguere le cavità personalmente esplorate da Sheykhli dal numero, molto superiore, di quelle entrate nel suo lavoro di catalogazione.
Partecipò inoltre a campagne di rilevamento e documentazione svolte in collaborazione con organismi geografici e sportivi iraniani. Alcune delle carte prodotte durante quelle attività sarebbero tuttora conservate negli archivi dell’organizzazione geografica nazionale.
I rilievi di Espahbod Khorshid
Tra le cavità legate al nome di Sheykhli compare anche la celebre Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran, una grande cavità naturale caratterizzata dalla presenza di importanti strutture fortificate storiche.
Alcune fonti in lingua inglese arrivano ad attribuirgli la “scoperta” della grotta. Una formulazione che appare però impropria per un luogo evidentemente conosciuto dalle popolazioni locali e legato a una lunga storia di frequentazione umana.
Più precisamente, Sheykhli fu tra coloro che contribuirono alla sua documentazione speleologica sistematica: già nel 1958 avrebbe realizzato disegni della grande arcata naturale, planimetrie e rilievi delle strutture presenti all’interno.
È un episodio emblematico del suo interesse per il rapporto tra cavità naturali e testimonianze archeologiche.
Sedici volumi per raccontare le grotte dell’Iran
Forse l’eredità più straordinaria di Changiz Sheykhli è quella rimasta sulla carta.
Nel corso di decenni raccolse schede, schizzi, rilievi, osservazioni e informazioni sulle grotte iraniane, organizzando il materiale in un’opera monumentale indicata dalle fonti come “Farhang-e Jame’-e Gharha-ye Iran”, traducibile come Enciclopedia completa delle grotte dell’Iran (https://www.tehrantimes.com/news/500396/Encyclopedia-of-Iran-s-caves-unveiled).
Il lavoro ha raggiunto complessivamente sedici volumi. La presentazione pubblica dell’Enciclopedia è avvenuta nel giugno 2024.
Già in un’intervista del 2015 Sheykhli lamentava la difficoltà di trovare un’istituzione disponibile a pubblicare l’intero corpus.
La sua morte pone quindi anche una questione che interessa direttamente la comunità speleologica: quale sarà il destino del suo archivio?
Se davvero una parte consistente dei rilievi, degli appunti e della documentazione accumulata in oltre settant’anni è ancora conservata privatamente, la sua tutela e digitalizzazione potrebbero rappresentare un’importante operazione per la memoria della speleologia iraniana.
Esplorazione e tutela
Negli ultimi anni Sheykhli aveva rivolto una crescente attenzione anche alla conservazione delle grotte.
Criticava gli interventi turistici invasivi, le alterazioni degli ambienti sotterranei e i danni provocati dai cercatori clandestini di tesori, fenomeno particolarmente distruttivo nelle cavità contenenti testimonianze archeologiche.
La grotta, nella sua concezione, non era dunque soltanto un luogo da conquistare o percorrere. Era un archivio naturale e culturale da conoscere prima di tutto attraverso la documentazione e da trasmettere alle generazioni successive.
Un principio che conserva una sorprendente attualità.
La scomparsa nell’agosto 2026
Le fonti iraniane collocano la morte di Changiz Sheykhli nel 28 Mordad 1405 del calendario persiano, corrispondente al 19 agosto 2026, mentre alcune fonti in lingua inglese indicano il 20 agosto. Aveva 99 anni.
Con lui scompare uno degli ultimi protagonisti della generazione che pose le basi della speleologia iraniana moderna.
Rimangono centinaia di esplorazioni, rilievi e documenti e, soprattutto, un metodo: entrare nel sottosuolo non soltanto per vedere cosa c’è oltre, ma per misurare, comprendere, documentare e conservare.
Una concezione della speleologia che, ottant’anni dopo le sue prime esplorazioni, continua a parlare la stessa lingua degli speleologi di oggi.
Fonti
Tehran Times, “Changiz Sheykhli, father of Iranian caving, dies at 99”, agosto 2026.
Amordad, articoli e intervista dedicati a Changiz Sheykhli e alla storia della speleologia iraniana.
ISNA e fonti iraniane riprese dalla stampa persiana, agosto 2026.
Documentazione storica speleologica iraniana relativa al Comitato speleologico e alle attività di Sheykhli.
Foto di copertina: La grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. La grande cavità naturale conserva importanti strutture fortificate storiche. Changiz Sheykhli ne realizzò già nel 1958 disegni, planimetrie e documentazione delle strutture interne. Foto: Faradeed
Altre immagini:
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNAhttps://cdn.isna.ir/d/off/mazandaran/2023/04/24/3/62587614.jpg?ts=1682313901941&
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana. Tra i fondatori del primo nucleo speleologico organizzato dell’Iran nel 1946, dedicò oltre settant’anni all’esplorazione, al rilievo e alla documentazione delle grotte del Paese. Fonte Federazione iraniana di alpinismo e arrampicatahttps://file.msfi.ir/msfiwebimage/GHGS4MU9F2.jpeg
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Sperimentazione agricoltura sotterranea Boulby: lattuga e pak choi a 1100 metri di profondità
Nel North Yorkshire, in Inghilterra, un gruppo di ricercatori ha realizzato quella che viene descritta come la fattoria sotterranea più profonda del mondo.
A 1100 metri sotto la superficie, all’interno della miniera di Boulby vicino a Saltburn, sono state installate torri verticali dove crescono lattuga e pak choi, il cavolo cinese.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’Univer
Sperimentazione agricoltura sotterranea Boulby: lattuga e pak choi a 1100 metri di profondità
Nel North Yorkshire, in Inghilterra, un gruppo di ricercatori ha realizzato quella che viene descritta come la fattoria sotterranea più profonda del mondo.
A 1100 metri sotto la superficie, all’interno della miniera di Boulby vicino a Saltburn, sono state installate torri verticali dove crescono lattuga e pak choi, il cavolo cinese.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’Università»» di Sheffield e Farm Urban, un produttore alimentare con finalità sociali.
L’obiettivo non è sostituire l’agricoltura tradizionale, ma affiancarla con soluzioni innovative per colture che si adattano a condizioni controllate.
Agricoltura verticale miniere dismesse: ridurre consumi energetici con ambiente stabile
La stabilità dell’ambiente sotterraneo e la possibilità di riutilizzare infrastrutture già presenti potrebbero ridurre gli elevati consumi energetici associati alle tradizionali fattorie verticali.
Secondo i ricercatori, un singolo pozzo minerario di 7 metri quadrati potrebbe produrre circa 80 tonnellate di colture all’anno, otto-dieci volte il rendimento della stessa superficie di terreno agricolo.
Jacob Nickles, ricercatore dell’Università di Sheffield che guida il progetto, spiega che la questione cruciale riguarda la crescita della domanda mondiale di alimenti. «Dobbiamo raddoppiare la produzione alimentare entro il 2050 per sostenere la popolazione mondiale, afferma Nickles.
I sistemi di agricoltura verticale in ambienti sotterranei possono utilizzare fino al 98% in meno di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale di campo, poiché i sistemi idroponici e aeroponici ricircolano l’acqua in circuiti chiusi.
La miniera di Boulby è ancora operativa ed è l’unica al mondo a produrre polialite, un fertilizzante agricolo.
Nello stesso complesso esiste una struttura scientifica finanziata dal governo britannico, dove si svolgono anche esperimenti per la ricerca della materia oscura.
Per raggiungere le coltivazioni sotterranee occorre rispettare due procedure di sicurezza, indossare caschi, abbigliamento ad alta visibilità e affrontare una discesa di circa otto minuti con l’ascensore originario della miniera, costruito più di 50 anni fa.
Riconversione miniere Italia Sulcis Iglesiente: da estrazione a musei e turismo industriale
In Italia, il discorso sulla riconversione delle miniere dismesse assume connotati particolarmente complessi, soprattutto nel Sulcis Iglesiente in Sardegna.
Questa regione concentra l’area più estesa per varietà e diffusione delle attività minerarie svolte negli ultimi secoli in Sardegna.
Il Parco geominerario storico ed ambientale della Sardegna è stato il primo ad essere riconosciuto dall’UNESCO in questo settore.
La Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, chiusa negli anni sessanta, ospita oggi il Centro Italiano della Cultura del Carbone, con il Museo del Carbone che illustra la storia del carbone, delle miniere e dei minatori.
Il complesso è stato recuperato e ristrutturato a fini museali e didattici.
Il progetto per il recupero e la valorizzazione del sito ha reso fruibili gli edifici e le strutture minerarie che oggi costituiscono il Museo del Carbone, il Museo PAS Paleoambienti Sulcitani E.A. Martel, il Centro di Documentazione di Storia Locale e il Centro Ricerche Sotacarbo.
Carbosulcis, la società concessionaria della miniera di Monte Sinni nel Sulcis, ha messo a punto quattro progetti per sostituire l’estrazione del carbone, ormai dismessa da oltre cinquanta anni, con attività legate alla ricerca scientifica e alla innovazione tecnologica.
Il progetto “Aria” utilizza un pozzo di estrazione profondo oltre 500 metri per ricerche scientifiche sulla materia oscura.
Il progetto “Alga spirulina” utilizza l’acqua calda che risale dal sottosuolo per alimentare un fotobioreattore per la coltivazione delle alghe azzurre.
Il progetto “Energy storage” immagazzina energia da varie fonti rinnovabili. Il progetto “Liscivazione” utilizza gli enormi depositi di carbone inutilizzato per la produzione di fertilizzanti per l’agronomia biologica.
Nonostante le opportunità di riconversione, persistono proposte di riattivazione di miniere dismesse che hanno ancora delle potenzialità estrattive residue.
Questa prospettiva solleva preoccupazioni significative dal punto di vista idrogeologico e ambientale.
Secondo documenti ISPRA sul recupero e valorizzazione delle miniere dismesse, non basta far saltare e/o ostruire pozzi e gallerie per assicurare la sicurezza dei siti: spesso si registrano cedimenti del terreno e sollevamenti delle falde acquifere.
L’attività di realizzazione di gallerie o scavi e l’uso di tecniche che possono alterare le caratteristiche idrauliche della roccia potrebbero generare un impatto «sul funzionamento idrogeologico del sistema acquifero, inducendo anche un drenaggio delle eventuali falde sospese verso le sottostanti falde basali.
Questo porterebbe alla potenziale «scomparsa di eventuali sorgenti ad alta quota con conseguente impatto negativo sulle utenze, sugli habitat acquatici alimentati da queste fonti e sulla vegetazione sostenuta dalla presenza delle falde sospese.
L’immissione o mobilizzazione nell’ambiente di sostanze contaminanti avrebbe impatto negativo sulla qualità delle risorse idriche connesse con i fiumi, «coinvolgendo quindi tutti i Comuni della Val Taro e oltre.
In conclusione, «non si può escludere l’esistenza di una interconnessione idraulica tra le idrostrutture ofioliti che sarebbero direttamente coinvolte nell’attività mineraria di Corchia ed altre idrostrutture limitrofe.
Tale fenomeno potrebbe produrre un effetto domino in area vasta almeno fino alla barriera di permeabilità pedecollinare.
Miniere dismesse rischio idrogeologico Sardegna: 562 siti con pericolo ecologico-sanitario
Nella classificazione delle aree a rischio idrogeologico nel territorio sardo, la presenza di residui di attività minerarie porta a classificare i bacini sottesi come ad Elevato Rischio Idrogeologico.
Secondo indicatori ambientali ISPRA, 562 siti minerari dismessi o abbandonati presentano un grado di rischio ecologico-sanitario da medio ad alto.
In Sardegna, cessata l’attività»» estrattiva che a lungo ha tenuto viva l’economia di territori quali il Sulcis-Iglesiente-Guspinese, la tanto proclamata riconversione non è mai avvenuta completamente.
Il rischio crolli è anticipato dai cartelli sistemati attorno alle strutture.
Molti edifici storici delle miniere, ormai più simili a edifici bombardati, si arrendono impotenti anche alle piogge che ultimamente cadono con abbondanza.
Il Piano di monitoraggio della falda acquifera dell’Iglesiente, progettato da IGEA, prevede un sistema di monitoraggio della risalita della falda con pozzi minerari o piezometri, con postazioni di controllo distribuite in tutto l’anello del bacino idrogeologico.
Il monitoraggio permette di valutare le caratteristiche chimico-fisiche delle acque nel contesto del bacino idrogeologico dell’Iglesiente e l’eventuale influenza della falda sulla stabilità delle strutture minerarie sotterranee.
Le scelte di riattivazione estrattiva potrebbero risultare irreversibili e compromettere irrimediabilmente la falda acquifera profonda di interi grandi territori.
Per quanto riguarda la criticità al termine della concessione mineraria, la dismissione avverrebbe attraverso la chiusura mineraria degli stessi pozzi con il mantenimento della parte terminale del pozzo a protezione della falda sottostante.
Tuttavia, vista l’entità delle operazioni, non è previsto un piano di recupero al di là della semplice restituzione dell’area ad attività di tipo agricolo.
Questo scenario comporterebbe l’annullamento della protezione delle falde acquifere esistenti, che al di fuori della concessione mineraria rappresentano una fonte di acque utilizzabili sia per uso potabile che per irrigazione.
Si registrerebbe inoltre uno scarso miglioramento delle condizioni ambientali, tenuto conto che gli impatti attuali non risultano contenuti.
La legislazione regionale sarda sulla riattivazione di cave dismesse prevede che il progetto di riattivazione possa prevedere l’estensione della coltivazione su terreni non interessati da pregressa attività estrattiva nella misura massima del 40 per cento della superficie di cava dismessa.
Il recupero ambientale delle cave dismesse può prevedere la realizzazione di bacini di laminazione, di bacini di accumulo della risorsa idrica o bacini di ricarica della falda. In tal caso l’utilità»» delle opere deve essere attestata dall’autorità»» idrica competente.
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La denuncia sulle grotte di Arpino riporta al centro la fragilità del carsismo frusinate
Una cavità del sistema carsico di Arpino, in provincia di Frosinone, è stata segnalata come ricettacolo di grandi quantità di rifiuti. La denuncia delle associazioni locali ha portato alla presentazione di un esposto al Comune. L’amministrazione ha avviato verifiche catastali per accertare la proprietà dell’area e definire le eventuali responsabilità per la rimozione dei materiali. In una second
La denuncia sulle grotte di Arpino riporta al centro la fragilità del carsismo frusinate
Una cavità del sistema carsico di Arpino, in provincia di Frosinone, è stata segnalata come ricettacolo di grandi quantità di rifiuti. La denuncia delle associazioni locali ha portato alla presentazione di un esposto al Comune. L’amministrazione ha avviato verifiche catastali per accertare la proprietà dell’area e definire le eventuali responsabilità per la rimozione dei materiali. In una seconda grotta, a Santopadre, sono state rinvenute carcasse di animali: sono intervenuti i carabinieri e restano al vaglio diverse ipotesi, comprese possibili macellazioni abusive o l’abbandono di animali morti.
Rifiuti nelle grotte di Arpino, il quadro segnalato dalle associazioni
Le grotte di Arpino fanno parte di un territorio ricco di cavità e fenomeni carsici. In una delle cavità raggiungibili dal bosco sarebbero stati gettati metri cubi di rifiuti. Carlo Scappaticci, dell’associazione Arpino Vacanze, ha definito il deposito «recente», ricordando che circa vent’anni fa, al momento della scoperta della cavità, non vi erano rifiuti al suo interno.
La segnalazione non descrive quindi un problema storico ormai stabilizzato. Indica una pressione recente su un ambiente sotterraneo vulnerabile. Il dato sarà da precisare attraverso gli accertamenti tecnici e amministrativi in corso, a partire dalla localizzazione della cavità e dalla titolarità del terreno.
La verifica catastale è un passaggio necessario. Se l’area risultasse privata, l’eventuale bonifica potrebbe ricadere sul proprietario secondo gli esiti dell’istruttoria. Al momento non risultano nel servizio consultato indicazioni su tempi, modalità operative o volume esatto dei materiali da rimuovere.
Carsismo e acque sotterranee nelle grotte di Arpino
Il caso delle grotte di Arpino riguarda direttamente la protezione delle acque. Patrizio Ricciotti, della Federazione Speleologica del Lazio, ha richiamato il legame tra sistemi carsici e risorsa idropotabile. Nel servizio RaiNews ha spiegato che gli inquinanti possono raggiungere rapidamente le sorgenti, soprattutto durante eventi meteorologici intensi.
Il meccanismo è noto a chi opera in ambiente carsico. Fratture, inghiottitoi e condotti sotterranei possono collegare in tempi brevi la superficie alla circolazione idrica profonda. La capacità di filtrazione del sottosuolo non equivale a una barriera sicura contro gli sversamenti. Rifiuti indifferenziati, percolati e carcasse possono rappresentare sorgenti di contaminazione, la cui effettiva incidenza va valutata con sopralluoghi, campionamenti e analisi mirate.
Nel maggio 2026, un progetto divulgativo dedicato alle grotte di Arpino aveva già posto al centro il rapporto tra comportamenti in superficie, qualità delle acque e tutela degli ecosistemi ipogei. L’iniziativa, denominata “Nel Cuore di Arpino – Grotte e Tutela dell’Ambiente”, aveva coinvolto scuole, fotografia e divulgazione sul carsismo locale. La nuova segnalazione rende più concreto quel tema educativo.
Santopadre, carcasse animali in un’altra cavità
A breve distanza da Arpino, nel territorio di Santopadre, è stata indicata un’altra situazione critica. In una grotta sono state trovate carcasse di animali. I carabinieri sono intervenuti sul posto. Tra le possibilità considerate figurano macellazioni abusive, animali deceduti per cause naturali e abbandonati nella cavità per evitare gli oneri di smaltimento.
Non sono elementi che consentono di attribuire responsabilità prima delle verifiche. Resta il rilievo ambientale dell’episodio. Una grotta non è un luogo idoneo per depositare resti animali o scarti. In un sistema carsico, ogni materiale immesso nel sottosuolo deve essere valutato anche in relazione al reticolo delle acque e agli habitat presenti.
Le esplorazioni speleologiche tra Arpino e Frosinone
La ricerca su Scintilena restituisce un quadro di attività e conoscenze che amplia il contesto della denuncia. Ad Arpino, nel 2026, il progetto “Nel Cuore di Arpino” ha valorizzato le cavità del conglomerato arpinate, il Sentiero dei Sotterranei, la Grotta delle Fate e la Grotta dello Zoppo. Il percorso ha prodotto anche il reportage fotografico “Segui il filo: Arpino sotterranea”, collegando patrimonio ipogeo, scuola e tutela ambientale.
Per quanto riguarda le esplorazioni recenti nella provincia di Frosinone, il riferimento più rilevante pubblicato da Scintilena è la Grotta degli Urli, nei Monti Ernici. Nel settembre 2025 il sito veniva indicato come il sistema carsico più esteso del Lazio per sviluppo complessivo, con oltre 6 chilometri di ambienti esplorati tra pozzi e gallerie. Nei due anni precedenti, le attività di Paolo Turrini, Roberto Pettirossi e altri speleologi avevano ampliato in modo significativo la conoscenza della cavità. Le aggiunte riportate comprendevano circa un chilometro di nuovi passaggi nel 2024, con 430 metri nella galleria LiberaDoria e 350 metri nella Via dei Campi Flegrei.
Il confronto è utile. Le grotte di Arpino e i sistemi ipogei del Frusinate non sono spazi marginali. Sono archivi geologici, habitat, percorsi idrici e luoghi di ricerca. La loro conoscenza dipende da esplorazione, documentazione e monitoraggio. La loro tutela richiede anche controlli sul territorio e una gestione tempestiva degli abbandoni.
Verifiche, bonifica e documentazione ambientale
Le priorità indicate dalla vicenda sono chiare: individuare con precisione l’area interessata, stabilire l’origine e la natura dei rifiuti, definire le responsabilità, rimuovere i materiali in condizioni di sicurezza e valutare se occorrano controlli sulle acque o sugli ambienti sotterranei connessi. Ogni operazione dovrebbe evitare ulteriori alterazioni della cavità e conservare la documentazione utile agli accertamenti.
La denuncia sulle grotte di Arpino mostra un contrasto netto tra valorizzazione e abbandono. Da un lato esistono iniziative per far conoscere il patrimonio sotterraneo. Dall’altro, l’uso improprio delle cavità può compromettere in poco tempo ambienti formati in scale geologiche molto più lunghe. Gli esiti delle verifiche comunali e delle indagini a Santopadre chiariranno quali interventi saranno necessari.
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Uno studio internazionale nelle foreste tropicali del Camerun porta alla descrizione di due nuove specie di pipistrelli e rivela una biodiversità ancora largamente da conoscere.
Due nuove specie di pipistrelli sono state descritte nelle foreste tropicali del Camerun: Glauconycteris baka e Glauconycteris lobeke. La scoperta è il risultato di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica ZooKeys, dedicato alla tassonomia e alla conservazione dei pipistrelli africani d
Uno studio internazionale nelle foreste tropicali del Camerun porta alla descrizione di due nuove specie di pipistrelli e rivela una biodiversità ancora largamente da conoscere.
Due nuove specie di pipistrelli sono state descritte nelle foreste tropicali del Camerun: Glauconycteris baka e Glauconycteris lobeke. La scoperta è il risultato di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica ZooKeys, dedicato alla tassonomia e alla conservazione dei pipistrelli africani del genere Glauconycteris.
Con le due nuove specie, il numero di specie attualmente riconosciute all’interno del genere sale a 15.
Le ricerche nelle foreste del Camerun
Il lavoro nasce da diverse campagne di ricerca condotte nel sud-est del Camerun, principalmente nel Parco Nazionale di Lobéké e nella Riserva della Biosfera di Dja, due aree caratterizzate dalle foreste pluviali del bacino del Congo.
Durante le indagini sul campo i ricercatori hanno raccolto nuovi dati sui pipistrelli del genere Glauconycteris, piccoli vespertilionidi forestali distribuiti nell’Africa subsahariana e ancora relativamente poco rappresentati nelle collezioni scientifiche.
Per distinguere le specie, il gruppo di ricerca ha adottato un approccio tassonomico integrato, combinando caratteristiche morfologiche e cranio-dentali con analisi genetiche e, quando disponibili, dati acustici.
I risultati hanno permesso di riconoscere due linee evolutive sufficientemente distinte da essere descritte come specie nuove per la scienza.
Glauconycteris baka
La prima nuova specie è stata chiamata Glauconycteris baka.
L’olotipo è un maschio adulto raccolto nel luglio 2023 nei pressi del villaggio di Mambele, nell’area del Parco Nazionale di Lobéké.
È un pipistrello di piccole dimensioni, caratterizzato da una pelliccia marrone scuro e da una piccola macchia chiara su ciascuna spalla. Le analisi genetiche e le caratteristiche anatomiche hanno consentito di distinguerlo dalle specie morfologicamente più simili.
Il nome baka rende inoltre omaggio al popolo Baka, comunità indigena strettamente legata alle foreste dell’Africa centrale.
Glauconycteris lobeke
La seconda nuova specie, Glauconycteris lobeke, prende invece il nome dal Parco Nazionale di Lobéké, sottolineando l’importanza di quest’area protetta per la conservazione della fauna forestale del bacino del Congo.
L’olotipo è un maschio adulto raccolto nel novembre 2023 presso il villaggio di Djombi, mentre un secondo esemplare utilizzato per la descrizione proviene dall’area di Yenga.
La specie presenta una pelliccia bruna, piccole macchie chiare sulle spalle e caratteristiche morfologiche e genetiche che consentono di distinguerla dalle altre specie conosciute del genere.
Una biodiversità maggiore del previsto
Lo studio non si limita alla descrizione delle due nuove specie.
I ricercatori segnalano infatti Glauconycteris superba per la prima volta in Camerun e mostrano che Glauconycteris beatrix, così come interpretata in precedenti studi genetici, comprende in realtà più linee evolutive e costituisce un complesso di specie.
Il quadro che emerge suggerisce quindi che la diversità dei pipistrelli forestali dell’Africa centrale sia ancora sottostimata.
Le foreste guineo-congolesi, e in particolare le zone ancora scarsamente campionate, potrebbero custodire ulteriori specie non ancora riconosciute dalla scienza.
Ricerca e conservazione
La scoperta mette in evidenza anche il valore delle aree protette del Camerun.
Conoscere con precisione quali specie vivono in questi ecosistemi è infatti essenziale per valutarne lo stato di conservazione e pianificare strategie efficaci di tutela.
Nel caso dei pipistrelli forestali africani, la difficoltà di campionamento e la scarsità di esemplari disponibili nelle collezioni scientifiche hanno a lungo limitato la conoscenza della loro reale diversità.
Le nuove ricerche dimostrano quanto sia importante continuare le indagini nelle foreste tropicali dell’Africa centrale, territori nei quali una parte significativa della biodiversità resta ancora da documentare.
Riferimento scientifico
Gomeh-Djame A., Bates P.J.J., Juste J., Suarez-Rubio M., Torrent L., García-Mudarra J.L., Agodigo Ayangma E., Yettore F., Bilong Bilong C.F., Bakwo-Fils E.-M. (2026).
An integrated taxonomic and conservation assessment of Glauconycteris (Chiroptera, Vespertilionidae) in Cameroon, with the description of two new species from the Northwestern Congolian Lowland Forest.
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Pipistrello di Nathusius, migrazione autunnale, monitoraggio e tutela dei chirotteri in Europa
Un animale lungo poco più di cinque centimetri può attraversare gran parte dell’Europa durante la migrazione stagionale.
È il pipistrello di Nathusius, Pipistrellus nathusii, piccolo vespertilionide capace di spostarsi per quasi 2.000 chilometri tra le aree riproduttive dell’Europa orientale e i quartieri di svernamento occidentali.
La specie misura generalmente 46-55 millimetri dal
Pipistrello di Nathusius, migrazione autunnale, monitoraggio e tutela dei chirotteri in Europa
Un animale lungo poco più di cinque centimetri può attraversare gran parte dell’Europa durante la migrazione stagionale.
È il pipistrello di Nathusius, Pipistrellus nathusii, piccolo vespertilionide capace di spostarsi per quasi 2.000 chilometri tra le aree riproduttive dell’Europa orientale e i quartieri di svernamento occidentali.
La specie misura generalmente 46-55 millimetri dalla testa al corpo. Il peso varia tra 6 e 16 grammi.
L’apertura alare raggiunge circa 228-250 millimetri. Le dimensioni ridotte rendono ancora più significativo il viaggio compiuto da questi chirotteri, che possono spostarsi dalla Russia o dai Paesi baltici fino all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia e alla penisola iberica.[1][2]
Migrazione del pipistrello di Nathusius
Il pipistrello di Nathusius è una specie migratrice a lungo raggio. In autunno, gli individui delle popolazioni nord-orientali si dirigono verso sud-ovest. Il viaggio segue spesso le coste del Baltico, le vallate fluviali e il litorale del Mare del Nord. In primavera, una parte degli animali ritorna verso le aree riproduttive dell’Europa orientale.[3][4]
Le rotte non sono ancora conosciute in ogni dettaglio. Le ricatture di animali inanellati hanno però fornito informazioni importanti. Un esemplare partito dalla Lettonia è stato ritrovato nell’Inghilterra meridionale. Un altro, inanellato nella Grande Londra, è stato successivamente segnalato in Russia. Il National Nathusius’ Pipistrelle Project ha raccolto dieci segnalazioni di spostamenti a lunga distanza tra il Regno Unito e il continente europeo.[5]
Il record di spostamento citato per la specie raggiunge circa 1.900 chilometri secondo la scheda della Regione Emilia-Romagna. Altri studi hanno documentato distanze superiori, fino a circa 2.200 chilometri, tra l’area baltica e la Spagna. Le differenze dipendono dai singoli casi analizzati e dal metodo utilizzato per ricostruire la rotta.[2][6]
Un piccolo pipistrello vicino all’acqua
Il pipistrello di Nathusius frequenta soprattutto boschi, margini forestali, radure e ambienti fluviali. È spesso osservato vicino a laghi, canali, zone umide e grandi bacini d’acqua. Gli insetti vengono catturati in volo con una tecnica definita “aerial hawking”.
La dieta comprende ditteri acquatici, chironomidi, zanzare, tricotteri, coleotteri e altri insetti di piccole o medie dimensioni. Le aree umide svolgono quindi una doppia funzione. Offrono alimento e possono rappresentare corridoi ecologici utilizzati durante gli spostamenti stagionali.[1][2]
Il volo è rapido e regolare. La specie alterna tratti rettilinei a virate improvvise. La caccia avviene spesso a pochi metri dal suolo, dalla superficie dell’acqua o dalla vegetazione. I rifugi possono trovarsi nelle cavità degli alberi, nelle fessure delle rocce, nei muri e sotto le coperture degli edifici.
Riconoscimento e ciclo annuale
Rispetto al pipistrello comune e al pipistrello soprano, il Nathusius è leggermente più grande. Il dorso presenta una pelliccia bruno-rossiccia, spesso più lunga e dall’aspetto arruffato. Il muso, le orecchie e le membrane alari sono generalmente scuri.
La specie utilizza segnali di ecolocalizzazione simili a quelli degli altri pipistrelli del genere Pipistrellus. La frequenza di massima intensità è indicata intorno ai 38 kHz, con valori compresi approssimativamente tra 36 e 40 kHz.[1]
In estate, le femmine possono formare colonie riproduttive numerose. Ogni femmina partorisce di norma un solo piccolo, tra giugno e l’inizio di luglio. I giovani iniziano a volare dopo circa quattro settimane e raggiungono l’autonomia alimentare intorno alla sesta settimana.
Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno si concentra il periodo degli accoppiamenti. In questa fase i maschi occupano rifugi individuali e utilizzano vocalizzazioni sociali per attirare le femmine. La migrazione autunnale si sovrappone quindi a una fase di intensa attività riproduttiva.
Monitoraggio e rischi lungo le rotte
Il monitoraggio del pipistrello di Nathusius utilizza bat-detector, catture autorizzate, inanellamento, radiotelemetria e sistemi automatici di rilevamento. Nel Regno Unito, il progetto nazionale ha registrato 2.761 dati tra aprile 2011 e ottobre 2022. Le informazioni hanno contribuito a chiarire l’origine migratoria di molti esemplari e a individuare alcune colonie riproduttive.[5]
La migrazione sul Mare del Nord presenta elementi di particolare interesse. Gli studi hanno rilevato attraversamenti marini e spostamenti in prossimità delle coste. Le condizioni meteorologiche influenzano la partenza. Temperature relativamente alte, venti favorevoli e velocità del vento contenute possono aumentare l’attività migratoria.[6][7]
Gli impianti eolici offshore rappresentano quindi un tema da valutare con attenzione. Le turbine possono intercettare animali in volo durante le notti migratorie. Il rischio riguarda soprattutto le specie che compiono lunghi spostamenti. Un monitoraggio preventivo, condotto anche con strumenti acustici, può aiutare a individuare i periodi di maggiore presenza e a definire eventuali misure di riduzione dell’impatto.
Tutela dei pipistrelli e degli habitat
In Italia il pipistrello di Nathusius è inserito nell’Allegato IV della Direttiva Habitat. La specie è inoltre collegata alla Convenzione di Bonn, dedicata alla conservazione delle specie migratrici. La normativa italiana tutela i chirotteri e vieta il disturbo, la cattura, la detenzione e la distruzione dei loro rifugi.[2]
La protezione non riguarda soltanto le colonie numerose. Anche un singolo esemplare o un piccolo gruppo può indicare la presenza di un rifugio utile durante una fase delicata del ciclo annuale. Le linee guida e i materiali di tutela dei chirotteri sottolineano l’importanza di valutare la specie presente, la funzione del rifugio e il contesto territoriale.[8]
Nelle cavità ipogee il disturbo può modificare il comportamento degli animali e alterare il microclima. Rumori, luci dirette, passaggi ravvicinati e variazioni della ventilazione possono compromettere il riposo o l’ibernazione. Gli speleologi devono quindi procedere in silenzio, mantenere le distanze, evitare di illuminare direttamente gli animali e rinunciare all’accesso nei siti occupati da colonie durante i periodi più sensibili.[8][9]
La conservazione del pipistrello di Nathusius richiede infine la tutela di una rete di ambienti. Boschi ripariali, zone umide, alberi maturi, edifici con fessure e aree di sosta lungo le rotte migratorie sono componenti dello stesso sistema ecologico. La protezione dei singoli rifugi deve quindi essere accompagnata dalla salvaguardia degli habitat e dalla pianificazione attenta delle infrastrutture, comprese quelle energetiche.
Fonti [1] Nathusius’ pipistrelle – UK Bats – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/about-bats/what-are-bats/uk-bats/nathusius-pipistrelle [2] Pipistrello di Nathusius https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/parchi-natura2000/sistema-regionale/fauna/mammiferi/schede/pipistrello-di-nathusius [3] [PDF] OESEA4 Appendix 1: Bats – GOV.UK https://assets.publishing.service.gov.uk/media/62308e42d3bf7f5a8a6955b8/Appendix_1a.7_-_Bats.pdf [4] New to this website? https://www.cms.int/species/pipistrellus-nathusii [5] National Nathusius’ Pipistrelle Project – Explore NBMP Surveys – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/our-work/national-bat-monitoring-programme/surveys/national-nathusius-pipistrelle-survey [6] Offshore Occurrence of a Migratory Bat, Pipistrellus … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8698179/ [7] Acoustic monitoring reveals spatiotemporal occurrence of Nathusius’ pipistrelle at the southern North Sea during autumn migration https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10397122/ [9] 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt [10] Migratory movements of bats are shaped by barrier effects, sex-biased timing and the adaptive use of winds https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11657297/ [11] Offshore and coastline migration of radio?tagged Nathusius’ pipistrelles http://library.wur.nl/WebQuery/wurpubs/fulltext/576549 [12] First record of a Nathusius’ pipistrelle (Pipistrellus nathusii) overwintering at a latitude above 60°N https://www.degruyter.com/document/doi/10.1515/mammalia-2020-0019/pdf [13] The Relation between Migratory Activity of Pipistrellus Bats at Sea and Weather Conditions Offers Possibilities to Reduce Offshore Wind Farm Effects https://www.mdpi.com/2076-2615/11/12/3457/pdf [14] Wageningen University & Research https://edepot.wur.nl/686916 [15] The Relation between Migratory Activity of Pipistrellus Bats at Sea and Weather Conditions Offers Possibilities to Reduce Offshore Wind Farm Effects https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8698069/ [16] A haplotype-resolved reference genome of a long-distance migratory bat, Pipistrellus nathusii (Keyserling & Blasius, 1839) https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11215541/ [17] Offshore and coastline migration of radio?tagged Nathusius’ pipistrelles https://www.vliz.be/imisdocs/publications/382598.pdf [18] Seasonal Activity of Urban Bats Populations in Temperate Climate Zone—A Case Study from Southern Poland https://www.mdpi.com/2076-2615/11/5/1474/pdf [19] Nomadic Nathusius – bat ringed in the UK discovered in Belgium – News – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/news/2018/10/nomadic-nathusius-bat-ringed-in-the-uk-discovered-in-belgium [20] Nathusius’ Pipistrelle distribution and migration – GRID-Arendal https://www.grida.no/resources/7643 [21] mec_12547_Nathusius Pipistrelle on migration.pdf https://orca.cardiff.ac.uk/id/eprint/53944/1/Kruger%20et%20al%20_Nathusius%20Pipistrelle%20on%20migration%20(1).pdf [22] „Bat species of the year“ (BoY) https://www.batlife-europe.info/_webedit/uploaded-files/All%20Files/BoY%202015%20P%20nathusii%20-%20fact%20sheet.pdf
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Venerdì 28 agosto passeggiata serale con esperti per conoscere da vicino la vita e le abitudini dei chirotteri
Venerdì 28 agosto, dalle 20:30 alle 23:00, la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, nel territorio di Borgo Val di Taro (Parma), ospita una Bat-Night, serata dedicata alla scoperta dei pipistrelli e della fauna notturna.
Accompagnati da esperti, i partecipanti potranno conoscere la vita segreta dei chirotteri e delle falene, approfondendone abitudini, caratte
Venerdì 28 agosto passeggiata serale con esperti per conoscere da vicino la vita e le abitudini dei chirotteri
Venerdì 28 agosto, dalle 20:30 alle 23:00, la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, nel territorio di Borgo Val di Taro (Parma), ospita una Bat-Night, serata dedicata alla scoperta dei pipistrelli e della fauna notturna.
Accompagnati da esperti, i partecipanti potranno conoscere la vita segreta dei chirotteri e delle falene, approfondendone abitudini, caratteristiche e importanza per gli ecosistemi e per la nostra vita quotidiana. L’incontro prevede una breve passeggiata serale nei dintorni del Centro Visite della Riserva.
La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria presso il Centro Visite. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare il numero 349 773 6093 tramite SMS o WhatsApp.
L’appuntamento è al Centro Visite della Riserva, località Predelle di Porcigatone, Borgo Val di Taro (PR).
Evento presso Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, Borgo Val di Taro (Parma), Emilia-Romagna
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La ricerca misura l’impatto dell’illuminazione artificiale
Uno studio condotto nell’area di Capo Caccia, in Sardegna, mette a confronto la Grotta Verde e la Grotta di Nettuno per valutare gli effetti dell’illuminazione artificiale sulla lampenflora. Il lavoro, firmato da Elena Piano, Daniela Cinus, Giuseppe Nicolosi, Quirico Antonio Cossu, Pierpaolo Duce e Marco Isaia, è stato sviluppato nell’ambito del progetto PRIN SHOWCAVE.
La ricerca affronta un problema centrale per la gesti
La ricerca misura l’impatto dell’illuminazione artificiale
Uno studio condotto nell’area di Capo Caccia, in Sardegna, mette a confronto la Grotta Verde e la Grotta di Nettuno per valutare gli effetti dell’illuminazione artificiale sulla lampenflora. Il lavoro, firmato da Elena Piano, Daniela Cinus, Giuseppe Nicolosi, Quirico Antonio Cossu, Pierpaolo Duce e Marco Isaia, è stato sviluppato nell’ambito del progetto PRIN SHOWCAVE.
La ricerca affronta un problema centrale per la gestione delle grotte turistiche: come rendere accessibile un ambiente ipogeo senza alterarne in modo significativo gli equilibri fisici e biologici. In una cavità naturalmente buia, la luce artificiale modifica le condizioni ecologiche e permette la crescita di alghe, cianobatteri, diatomee e altri organismi fotosintetici. L’insieme di questi biofilm viene indicato con il termine lampenflora.
Il fenomeno non riguarda soltanto l’aspetto estetico delle concrezioni. La crescita dei biofilm può modificare le superfici rocciose, introdurre materia organica in zone normalmente prive di produzione primaria e creare nuove relazioni tra microrganismi e fauna cavernicola.
Grotta Verde e Grotta di Nettuno a Capo Caccia
Le due cavità si trovano a Capo Caccia, nel territorio di Alghero, a circa 20 metri sul livello del mare. Entrambe presentano uno sviluppo subacqueo profondo e sono influenzate dalle temperature medie dell’ambiente esterno e del mare. Le grotte non sono connesse tra loro.
La Grotta di Nettuno è una cavità turistica attrezzata. La Grotta Verde, utilizzata nello studio come ambiente non turistico di confronto, rappresenta un riferimento utile per osservare la distribuzione naturale dei microrganismi fotosintetici prima della trasformazione in sito di visita. Il confronto consente di distinguere gli effetti della luce naturale da quelli prodotti dagli impianti artificiali.
I ricercatori hanno selezionato una parete o una concrezione illuminata ogni cinquanta metri lungo il percorso principale. Sono stati analizzati tredici punti nella Grotta di Nettuno e dieci nella Grotta Verde. In ogni area sono state eseguite tre misure della concentrazione di clorofilla-a, utilizzando un fluorimetro PAM BenthoTorch.
La clorofilla-a è stata impiegata come indicatore della presenza complessiva di organismi fotosintetici. L’intensità luminosa è stata misurata con una sonda fotometrica. La distanza dall’ingresso è stata rilevata con un distanziometro laser.
La lampenflora cresce dove arriva la luce
Nella Grotta di Nettuno, la concentrazione complessiva di clorofilla-a non mostrava una diminuzione significativa con l’aumento della distanza dall’ingresso. Anche l’intensità della luce artificiale rimaneva sostanzialmente uniforme lungo i punti analizzati. La componente di luce naturale, invece, diminuiva allontanandosi dall’apertura.
Il dato indica che le lampade estendono l’area favorevole alla fotosintesi anche nelle parti più profonde. La lampenflora non resta quindi confinata alla zona prossima all’ingresso, come avviene in una grotta priva di illuminazione artificiale.
Nella Grotta Verde il quadro era diverso. La concentrazione di clorofilla-a diminuiva in modo significativo con l’aumento della profondità. La stessa tendenza riguardava l’intensità della luce naturale. La distribuzione osservata risultava coerente con il gradiente naturale di illuminazione di una cavità non attrezzata.
I modelli statistici hanno permesso di simulare due scenari. Nel primo, la luce artificiale della Grotta di Nettuno veniva rimossa e restava soltanto la componente naturale. In questa condizione, la concentrazione prevista di lampenflora si riduceva di circa la metà, fino a valori prossimi a zero nelle aree più profonde.
Nel secondo scenario, la Grotta Verde veniva dotata di lampade capaci di aumentare l’illuminazione. La simulazione prevedeva un incremento medio di circa 0,5 microgrammi di clorofilla-a per centimetro quadrato. Il risultato suggerisce che l’apertura al turismo accompagnata da un impianto luminoso potrebbe ampliare il problema già presente nelle zone raggiunte dalla luce naturale.
Gestione sostenibile delle visite
Gli autori dello studio indicano la riduzione dell’intensità luminosa come una delle principali misure per rendere più sostenibile la fruizione della Grotta di Nettuno. La rimozione completa degli organismi fotosintetici richiede trattamenti specifici, compresi metodi chimici, ma la diminuzione della luce può limitare la loro crescita e ridurre la frequenza degli interventi di pulizia.
Per la Grotta Verde, l’installazione di lampade fisse viene sconsigliata. Una possibile alternativa consiste nell’utilizzo di torce o lampade frontali fornite ai visitatori. In questo modo la luce viene prodotta soltanto durante il passaggio dei gruppi e può essere orientata verso le superfici necessarie alla visita.
Un sistema di questo tipo non elimina ogni forma di impatto. Può però ridurre la durata dell’esposizione e impedire l’illuminazione permanente delle pareti. La progettazione dovrebbe includere anche gruppi di visita ridotti, tempi di permanenza controllati e un programma di monitoraggio biologico e microclimatico.
Il monitoraggio dovrebbe riguardare almeno luce, temperatura, umidità relativa, anidride carbonica e circolazione dell’aria. Il progetto SHOWCAVE ha applicato un’impostazione multidisciplinare su dodici grotte turistiche italiane, con il coinvolgimento di competenze biologiche, geologiche, idrogeologiche, archeologiche e fisiche. Il CNR-IBE ha incluso nel monitoraggio sardo la Grotta di Nettuno, la Grotta Verde, la Grotta del Bue Marino e la Grotta di Su Marmuri.
Dalla ricerca SHOWCAVE al progetto CAVESTOUR
Gli aggiornamenti più recenti collegano il caso sardo al progetto europeo CAVESTOUR, avviato nel quadro del Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2021-2027. Il progetto è indicato con una durata dal 1° febbraio 2025 al 31 gennaio 2028 e un budget complessivo di 1.778.545,45 euro, con un contributo di 1.422.836,36 euro.
CAVESTOUR coinvolge sei grotte pilota del Mediterraneo occidentale: Grotta di Nettuno, Grotta Verde e Grotta di Su Marmuri in Sardegna, Grotte di Equi Terme in Toscana, Grotta di Toirano in Liguria e una cavità nella regione francese Provenza-Alpi-Costa Azzurra.
L’iniziativa punta a integrare monitoraggio ambientale, gestione sostenibile e strumenti digitali per la visita. Le grotte pilota sono considerate laboratori nei quali sperimentare metodi replicabili in altri siti. L’obiettivo è costruire un sistema condiviso di conoscenze e buone pratiche per enti gestori, amministrazioni, operatori turistici, scuole e visitatori.
Tra le linee di ricerca più recenti rientrano anche tecniche alternative per il controllo della lampenflora. Un articolo divulgativo pubblicato da Scintilena riferisce di studi sulla radiazione ultravioletta a 222 nanometri, valutata per la degradazione di cianobatteri e microalghe. L’approccio appare promettente, ma richiede verifiche sugli effetti a lungo termine sulla fauna, sui funghi e sulle comunità microbiche della grotta.
Altri interventi in corso in Italia, come il Progetto Lampenflora nelle Grotte di Castellana, mostrano che la conservazione richiede manutenzione programmata, controlli scientifici e trattamenti mirati. La luce resta però il fattore preventivo più importante: ridurne intensità, durata e diffusione può limitare la formazione dei biofilm prima che diventi necessario rimuoverli.
Un modello per il turismo ipogeo
Il caso della Grotta Verde e della Grotta di Nettuno mostra che la sostenibilità non dipende soltanto dal numero di visitatori. Anche la tecnologia utilizzata per illuminare il percorso può trasformare la dinamica dell’ecosistema sotterraneo.
Una gestione basata sui dati dovrebbe definire la capacità portante della cavità e stabilire soglie operative per illuminazione, temperatura, anidride carbonica e affollamento. Le decisioni dovrebbero essere aggiornate attraverso misure periodiche e non soltanto attraverso valutazioni visive.
Per le grotte prossime all’apertura turistica, il confronto con cavità naturali come la Grotta Verde può fornire una condizione di riferimento. L’esperienza della Grotta di Nettuno dimostra invece che l’illuminazione artificiale può annullare il gradiente naturale della lampenflora e favorirne la presenza nelle aree profonde.
La fruizione turistica può quindi essere compatibile con la conservazione solo se il progetto di visita viene costruito attorno all’ecosistema della grotta. Illuminazione temporanea, gruppi limitati, monitoraggio continuo e interventi reversibili rappresentano strumenti concreti per mantenere l’accesso pubblico senza trasformare il buio sotterraneo in un ambiente permanentemente illuminato.
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L’iniziativa di divulgazione speleologica del Team Argod ha richiamato numerosi appassionati nel cuore del carsismo garganico
Si è concluso il 21 agosto 2026 il secondo appuntamento di “Esplora l’Ignoto: avventura nel Sottosuolo”, iniziativa organizzata dall’associazione Argod nella Grotta di Pian della Macina, a San Nicandro Garganico. L’evento ha visto la partecipazione di numerosi visitatori guidati da speleologi esperti attraverso gli ambienti concrezionati della cavità³¹, in un
L’iniziativa di divulgazione speleologica del Team Argod ha richiamato numerosi appassionati nel cuore del carsismo garganico
Si è concluso il 21 agosto 2026 il secondo appuntamento di “Esplora l’Ignoto: avventura nel Sottosuolo”, iniziativa organizzata dall’associazione Argod nella Grotta di Pian della Macina, a San Nicandro Garganico. L’evento ha visto la partecipazione di numerosi visitatori guidati da speleologi esperti attraverso gli ambienti concrezionati della cavità³¹, in un percorso di scoperta del patrimonio carsico pugliese.
L’iniziativa rientra in un più ampio programma di valorizzazione del territorio comunale, sostenuto dal Comune di San Nicandro Garganico e dalla Pro Loco locale, con l’obiettivo di promuovere la conoscenza delle grotte archeologiche e delle formazioni carsiche che caratterizzano l’area del Gargano.
Il contesto carsico di San Nicandro Garganico
Dolina Pozzatina e grotte archeologiche nel cuore del promontorio
San Nicandro Garganico rappresenta uno dei centri più significativi per il carsismo in Capitanata, con un territorio caratterizzato da numerose depressioni, voragini e cavit๹ naturali. Il fenomeno carsico più importante è la Dolina Pozzatina, un grande anfiteatro naturale profondo oltre 100 metri, con un perimetro di 1850 metri, considerata la più grande dolina d’Europa.
Recenti rilevamenti dello SpeleoTeam Montenero hanno portato alla luce nella dolina frammenti risalenti al Paleolitico e pitture parietali in ocra rossa in una delle tre grotte censite all’interno della depressione. Il sito è stato proposto come geosito Unesco per il suo valore scientifico e naturalistico.
Il territorio comunale ospita inoltre il Sito Archeologico di Monte d’Elio, con le rovine dell’antica città medievale di Devia e la Chiesa di Santa Maria di Monte d’Elio, di stile romanico, con dipinti risalenti al XII-XIII secolo. Nell’area di Devia sono state ritrovate tracce di un villaggio dell’Et๹ del Bronzo, con legami possibili con l’insediamento di Torre Mileto.
Le grotte archeologiche di San Nicandro
Grotta dell’Angelo e frequentazione umana dal Paleolitico al Medioevo
La Grotta dell’Angelo, situata sul monte d’Elio a circa 150 metri sul livello del mare, è una cavit๹ carsica di grande interesse archeologico e storico. La grotta si apre con un grande antro semiellittico e si sviluppa orizzontalmente all’interno della collina, con diramazioni verso est e nord.
La denominazione deriva da un’antica tradizione che la identifica come uno dei tre luoghi di culto dell’Arcangelo Michele nel Gargano, probabilmente sin dal tempo dell’impero bizantino o della dominazione longobarda.
Gli scavi condotti nel 1967-1968 da Mara Guerri dell’Istituto di Paletnologia dell’Universit๹ di Firenze hanno portato alla luce resti biologici, selci e ceramiche dal Paleolitico al Medioevo. Il ritrovamento di tombe di età alto-medievale e la presenza di una pila circolare ricavata da un vano naturale confermerebbero l’uso cultuale della grotta, probabilmente adibita a chiesa. Sulla parete destra sono tuttora visibili alcuni graffiti.
La Grotta di Pian della Macina
La “perla nascosta del Gargano” con concrezioni di rara bellezza
La Grotta del Pian della Macina è considerata una delle più belle grotte del Gargano, situata nell’area centro-occidentale del promontorio. Nonostante le dimensioni ridotte, la cavit๹ racchiude qualità e bellezze paragonabili alla Grotta di Castellana, come sottolineato dallo speleologo Roberto Rota nel 1969.
La scoperta della grotta risale al 1905, come riportato da Luigi Vittorio Bertarelli, geografo e speleologo, fondatore del Touring Club Italiano. La cavit๹ prende il nome dal pianoro carsico denominato “Piano della Macina”, per la presenza di grossi blocchi calcarei simili a enormi macine.
Dal punto di vista morfologico, la grotta si presenta come una galleria in pendenza caratterizzata da stalagmiti di diverse dimensioni e imponenti colonne. Gran parte degli speleotemi presenti nei primi 20 metri appaiono di colore rossastro, a causa della presenza di ossidi di ferro e minerali argillosi nel suolo.
Sulla parete spiccano i “coralloidi”, forme globulari ramificate saldate alla parete da un sottile gambo. La prima camera si conclude con una saletta dove il rosso bruno di stalagmiti contrasta con il bianco latte di stalattiti sul soffitto.
Proseguendo verso nord-ovest si attraversa un passaggio angusto che conduce a un terrazzo naturale affacciato su un’imponente caverna. Si discende lungo uno scivolo-pozzo di circa 18 metri, dove alla base la cavit๹ raggiunge il suo apice di bellezza con concrezioni a canne d’organo che si estendono fino alla volta.
Per gli esploratori più determinati è possibile accedere a un’ultima camera tramite una strettoia, dove si trovano stalattiti eccentriche e infiorescenze di cristalli di calcite.
Il lavoro decennale del Team Argod
Valorizzazione del territorio carsico e divulgazione speleologica
Il Gruppo Speleologico ARGOD opera da anni nel territorio di San Nicandro Garganico per la valorizzazione e la divulgazione del patrimonio carsico locale. L’associazione ha promosso nel 2025 il 120? anniversario della prima esplorazione documentata della Grotta di Pian della Macina, con il patrocinio della Federazione Speleologica Pugliese.
L’iniziativa ha previsto visite tecniche per gruppi speleologici, un convegno di speleologia con mostra fotografica e aperture al pubblico con prenotazione obbligatoria. Il Team Argod gestisce inoltre il progetto “Diversamente Speleo”, un’iniziativa sulle orme della speleoterapia, che rappresenta la prima edizione pugliese in una delle grotte più affascinanti del Gargano.
L’associazione organizza regolarmente visite guidate alla Grotta di Pian della Macina, alla Grotta delle Streghe, alla Grotta di Monte Nero, alla Grotta dei Pilastri e ad altre cavit๹ del territorio, contribuendo alla conoscenza e alla tutela del patrimonio speleologico garganico.
Altre cavit๹ del territorio
Grotta delle Streghe e Grotta dei Pilastri nel sistema carsico comunale
Oltre alla Grotta di Pian della Macina e alla Grotta dell’Angelo, il territorio di San Nicandro Garganico ospita numerose altre cavit๹ di interesse. La Grotta delle Streghe, situata in località “Lampione”, è una cavit๹ carsica costituita da due ampie caverne disposte su due livelli, che ospita diverse colonie di pipistrelli.
La grotta ha alimentato miti locali legati alla presenza di streghe, da cui deriva la denominazione. Altre cavit๹ censite nel territorio includono la Grotta di Ciavarella, la Grotta di Pilamelardi, la Grotta Papaglione e la Grotta delle Colonne d’Ercole, ricca di concrezioni.
Il sistema carsico di San Nicandro Garganico comprende quasi 4.000 doline dislocate sul territorio, che costituiscono una delle concentrazioni più significative di morfologie carsiche epigee del promontorio del Gargano.
Famedisud – San Nicandro Garganico: il fascino della natura e della storia: https://www.famedisud.it/san-nicandro-garganico-il-fascino-della-natura-e-della-storia-nella-terra-delle-visioni-angeliche/
Scintilena – Grotta delle Streghe: La Grotta dai Sussurri Notturni: https://www.scintilena.com/grotta-delle-streghe-la-grotta-dai-sussurri-notturni/11/11/
Gargano.it – San Nicandro Garganico: https://www.gargano.it/localita/san-nicandro-garganico/
Scintilena – Presenza di Cultura Musteriana e Aurignaziana a San Nicandro Garganico: https://www.scintilena.com/presenza-di-cultura-musteriana-e-aurignaziana-a-san-nicandro-garganico/02/08/
Civico93 – San Nicandro, la “Grotta dell’Angelo”: https://www.civico93.it/san-nicandro-la-grotta-dellangelo-2/
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Chirotteri, conservazione e ricerca in Lombardia: dal Life Gestire 2020 al monitoraggio delle colonie e al progetto LIFE NatConnect2030
Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia rappresenta uno dei principali strumenti regionali per la conservazione dei pipistrelli e dei loro habitat.
Approvato con deliberazione del Consiglio regionale n. 1028 del 17 dicembre 2018, il documento è nato da un percorso partecipato che ha coinvolto enti pubblici, ricercatori, associazioni, ges
Chirotteri, conservazione e ricerca in Lombardia: dal Life Gestire 2020 al monitoraggio delle colonie e al progetto LIFE NatConnect2030
Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia rappresenta uno dei principali strumenti regionali per la conservazione dei pipistrelli e dei loro habitat.
Approvato con deliberazione del Consiglio regionale n. 1028 del 17 dicembre 2018, il documento è nato da un percorso partecipato che ha coinvolto enti pubblici, ricercatori, associazioni, gestori di aree protette e mondo speleologico.
Il Piano è stato sviluppato nell’ambito del progetto europeo LIFE IP Gestire 2020, coordinato da Regione Lombardia.
L’obiettivo era rafforzare la tutela della biodiversità lombarda attraverso una migliore conoscenza delle specie, la formazione degli operatori e la realizzazione di interventi concreti sul territorio.[1][2]
Un piano partecipato per la conservazione dei chirotteri
Il documento regionale prende in esame 28 specie di pipistrelli presenti in Lombardia in modo stabile o occasionale.
Per ciascuna specie sono stati raccolti dati sulla distribuzione, sull’ecologia, sull’uso degli habitat e sullo stato di conservazione.
Il Piano individua inoltre le pressioni che possono compromettere la sopravvivenza delle popolazioni.
Tra queste figurano il disturbo nei rifugi ipogei, la chiusura inadeguata delle grotte, la ristrutturazione degli edifici, la perdita di alberi maturi e deperienti, la riduzione degli insetti disponibili e l’inquinamento luminoso.
Il percorso di elaborazione ha coinvolto anche la Federazione Speleologica Lombarda.
In tre incontri pubblici e tecnici sono stati coinvolti circa 50 speleologi e rappresentanti del settore. Il confronto ha permesso di definire misure specifiche per le cavità naturali e artificiali.
Tra le azioni previste rientrano:
la formazione degli speleologi sul riconoscimento e sulla gestione dei chirotteri;
la redazione di manuali tecnici;
l’integrazione dei dati sulla biodiversità nel Catasto regionale delle grotte;
l’adeguamento dei regolamenti per la fruizione degli ambienti ipogei;
la definizione di regole per le attività speleologiche nelle aree Natura 2000;
il monitoraggio dei rifugi riproduttivi, invernali e di swarming.
Il Piano è stato successivamente recepito negli strumenti regionali di pianificazione.
Gli indirizzi sulla tutela dei pipistrelli sono confluiti nel Piano Territoriale Regionale e nel Regolamento Edilizio Tipo.
Le informazioni sulle priorità, sui costi e sulle misure necessarie sono state utilizzate anche per il Prioritised Action Framework, approvato dalla Regione Lombardia nel 2021.[1][3]
Dal Piano agli interventi nelle grotte
Una delle applicazioni più concrete del Piano è stata il progetto Sos.Chiro, realizzato nel 2021 dal Parco Regionale Campo dei Fiori.
L’intervento ha riguardato quattro cavità della ZSC “Grotte del Campo dei Fiori”: Grotta di Cima Paradiso, Büs del Remeron, Grotta XXV Aprile e Grotta Totò il Magnifico.
I cancelli preesistenti sono stati sostituiti con strutture progettate per consentire il passaggio dei pipistrelli e la circolazione dell’aria. Sono state inoltre realizzate staccionate perimetrali.
Il monitoraggio successivo ha documentato il ritorno dei chirotteri in alcune cavità che erano rimaste inutilizzate per diversi anni.
Nella Grotta di Cima Paradiso, per esempio, il passaggio degli animali è stato rilevato dopo un’assenza che durava da oltre 50 anni.
La progettazione delle chiusure deve essere valutata caso per caso. Le indicazioni tecniche del Piano ricordano che alcune specie, come il miniottero (Miniopterus schreibersii), possono reagire negativamente anche alla presenza di cancelli permeabili.
Quando possibile, è quindi preferibile limitare l’accesso umano con recinzioni esterne, senza modificare l’ingresso della cavità.[4]
I risultati del monitoraggio 2022-2023
Le attività più recenti disponibili sono quelle realizzate tra la primavera del 2022 e l’autunno del 2023 nell’ambito dell’azione D3 di LIFE Gestire 2020.
Il monitoraggio ha interessato 18 siti lombardi, tra grotte, miniere, edifici storici, chiese, darsene e aree di passaggio migratorio.
Sono state valutate 16 colonie estive, autunnali o invernali di importanza regionale e, in alcuni casi, nazionale.
Le indagini hanno utilizzato conteggi all’involo, telecamere a infrarossi, rilevatori ultrasonori e campionamenti bioacustici.
La rete territoriale ha coinvolto esperti, Guardie ecologiche volontarie, speleologi e personale degli enti gestori.[5][6]
Il confronto con il precedente monitoraggio regionale del 2017-2018 ha prodotto un quadro articolato:
quattro colonie hanno mostrato un aumento degli individui;
cinque colonie sono risultate sostanzialmente stabili;
cinque colonie hanno evidenziato una diminuzione;
per una parte dei siti il confronto non è stato possibile per mancanza di dati omogenei.
Tra i risultati più rilevanti emerge quello della Miniera di Zu, in provincia di Bergamo. Nel 2022 sono stati stimati circa 870 pipistrelli, appartenenti con ogni probabilità a tre specie di interesse comunitario: rinolofo maggiore, vespertilio di Capaccini e miniottero.
Nel 2017 erano stati conteggiati 254 individui. L’incremento autunnale è quindi risultato superiore al 300 per cento, anche se la stabilità dell’ingresso è condizionata dal rischio di crolli.
Alla Grotta Buco del Frate, in provincia di Brescia, sono stati rilevati circa 400 individui appartenenti ad almeno quattro specie dell’Allegato II della Direttiva Habitat.
Il sito è considerato di importanza nazionale. La presenza del rinolofo maggiore, che in passato formava colonie numerose, resta invece molto ridotta rispetto ai dati storici.
Nel Bucone di Tremezzo, sul Lago di Como, sono stati conteggiati circa 385 vespertili di Capaccini. Il dato è inferiore ai circa 600 individui rilevati nel 2017.
La colonia è quindi considerata un elemento da seguire con attenzione, anche per la presenza di lavori infrastrutturali nell’area della variante della Tremezzina.
A Palazzo Gallio, a Gravedona, il monitoraggio del 2023 ha registrato una nursery di rinolofo maggiore composta da 39 adulti e 16 giovani.
Alla Rocca Castello di Romanengo, in provincia di Cremona, la colonia di vespertilio smarginato ha raggiunto 152 individui nel luglio 2023, compresi 33 giovani.
Nuove segnalazioni e migrazione attraverso le Alpi
Il monitoraggio regionale ha prodotto anche nuove informazioni sulla distribuzione dei pipistrelli in Lombardia.
Due colonie riproduttive di vespertilio smarginato sono state individuate in edifici storici delle province di Cremona e Lecco tra il 2018 e il 2021.
Nel 2023, inoltre, un gruppo speleologico ha segnalato una colonia nell’Abisso Spino, in provincia di Brescia.
La cavità è stata inserita tra i siti di monitoraggio regionale e ha confermato la presenza di più specie, tra cui rinolofo maggiore, vespertilio smarginato, vespertilio criptico e orecchione bruno.
Un risultato particolarmente significativo riguarda il Passo di Spino, nell’Alto Garda Bresciano. I rilevamenti hanno documentato per la prima volta in Lombardia un passaggio migratorio di pipistrelli attraverso l’arco alpino. Sono state identificate tre specie migratrici a lungo raggio: pipistrello di Nathusius (Pipistrellus nathusii), pipistrello soprano (Pipistrellus pygmaeus) e nottola di Leisler (Nyctalus leisleri).[5]
Il barbastello (Barbastella barbastellus) non è stato invece rilevato nei transetti della Valle Camonica, come già accaduto nel monitoraggio precedente. La specie è stata però individuata nella Riserva Naturale Monticchie, durante le indagini per la revisione delle misure di conservazione delle Zone Speciali di Conservazione.
Dalle ricerche a LIFE NatConnect2030
La conclusione di LIFE Gestire 2020 non ha interrotto le attività di conservazione. Dal 2024 è operativo LIFE NatConnect2030, progetto europeo della durata di nove anni, con Regione Lombardia come capofila e 16 partner istituzionali e scientifici.
Il progetto dispone di un budget superiore a 46 milioni di euro e interessa 843 siti Natura 2000 distribuiti nell’Italia settentrionale. Le attività comprendono il ripristino degli habitat, il rafforzamento della connettività ecologica, l’adattamento ai cambiamenti climatici, il contenimento delle specie aliene invasive e il miglioramento della governance della Rete Natura 2000.[7]
Per i pipistrelli lombardi, LIFE NatConnect2030 rappresenta la prosecuzione del lavoro avviato con il Piano d’Azione. La collaborazione tra Regione, Federazione Speleologica Lombarda e Istituto Oikos punta a mantenere attiva la rete di monitoraggio delle grotte e a migliorare la gestione dei rifugi.
La partecipazione degli speleologi resta essenziale. Le cavità naturali sono spesso difficili da raggiungere e richiedono competenze tecniche specifiche. Le osservazioni raccolte durante le esplorazioni possono fornire indicazioni su specie presenti, stagionalità, accessibilità e condizioni del microclima.
Il monitoraggio deve però essere svolto con protocolli condivisi. Nei periodi di ibernazione e riproduzione, rumori, luci e passaggi ravvicinati possono causare un consumo energetico elevato o l’abbandono della colonia. La conoscenza del sito deve quindi precedere ogni intervento, compresa l’installazione di cancelli, la manutenzione degli ingressi e la regolamentazione degli accessi.
Una panoramica delle scoperte recenti
Le principali evidenze emerse dagli studi lombardi più recenti possono essere così riassunte:
la Lombardia ospita 28 specie di chirotteri, con una presenza distribuita tra ambienti ipogei, edifici storici, boschi, corsi d’acqua e aree agricole;
il monitoraggio 2022-2023 ha interessato 18 siti regionali;
la Miniera di Zu ha registrato un forte aumento degli individui rispetto al 2017;
il Buco del Frate resta un sito di importanza nazionale, con almeno quattro specie dell’Allegato II;
il Bucone di Tremezzo ospita una colonia rilevante di vespertilio di Capaccini, in calo rispetto al precedente rilievo;
nuove colonie di vespertilio smarginato sono state documentate in edifici storici;
l’Abisso Spino ha aggiunto un nuovo sito ipogeo alla rete regionale;
il Passo di Spino ha fornito i primi dati lombardi su una rotta migratoria attraverso le Alpi;
la presenza del barbastello resta difficile da rilevare in alcuni settori montani, mentre la specie è stata confermata in altre aree regionali;
il progetto LIFE NatConnect2030 sta proseguendo il lavoro di monitoraggio, formazione e gestione integrata degli habitat.
Il quadro complessivo non è uniforme. Alcune colonie mostrano segnali positivi, mentre altre evidenziano riduzioni o necessità di controllo. Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia ha fornito una base comune per leggere questi cambiamenti e orientare gli interventi.
La conservazione dei pipistrelli dipende dalla continuità dei monitoraggi, dalla tutela dei rifugi e dalla collaborazione tra istituzioni, ricercatori, speleologi e comunità locali.
Fonti [1] Piano d’azione per i chirotteri in Lombardia https://www.regione.lombardia.it/content/dam/rl/canali-tematici-servizi/06-ambiente-e-territorio/05-biodiversita/piani-azione-specie-di-interesse-comunitario/allegati/piano-di-azione-per-i-chirotteri-in-lombardia.pdf [2] 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt [3] DELIBERAZIONE N° XI / 5028 Seduta del 12/07/2021 https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2021/07/Quadro-di-Azioni-Prioritarie-PAF-per-Natura-2000-in-Lombardia-per-il-quadro-finanziario-pluriennale-2021-2027-aggiornato-luglio-2021.pdf [5] N https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2019/12/A13-SCHEDE-TECNICHE-DI-INTERVENTO-CHIROTTERI.pdf [6] [PDF] LIFE GESTIRE 2020 Nature Integrated Management to 2020 https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2024/03/D3_Deliverable-IV-interim-report_monitoraggio_chirotteri_2023.pdf [7] Aggiornamento sullo stato di conservazione dei chirotteri in … https://naturachevale.it/news/aggiornamento-sullo-stato-di-conservazione-dei-chirotteri-in-lombardia-materiali-evento-11-dicembre-2023/ [8] Il progetto LIFE NatConnect2030 | Natura che vale https://naturachevale.it/news/il-progetto-life-natconnect2030/ [10] Notulae to the Italian alien vascular flora: 13 https://italianbotanist.pensoft.net/article/85863/download/pdf/ [11] life gestire 2020 – Bandi e Servizi – Regione Lombardia https://www.bandi.regione.lombardia.it/servizi/servizio/bandi/dettaglio/ambiente-energia/parchi-aree-protette/programma-regionale-interventi-territoriali-salvaguardia-biodiversit-life-gestire-2020-RLT12020010785 [12] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc [13] Monitoraggio e allertamento – Regione Lombardia https://www.regione.lombardia.it/sicurezza-e-protezione-civile/pianificazione-allertamento-e-gestione-emergenze/monitoraggio-e-allertamento [14] Analyses of occurrence data of protected insect species collected by citizens in Italy https://natureconservation.pensoft.net/article/12704/download/pdf/ [15] Direttiva nitrati – regione.lombardia.it https://www.regione.lombardia.it/agricoltura/direttiva-nitrati [16] Notulae to the Italian native vascular flora: 10 https://italianbotanist.pensoft.net/article/60743/download/pdf/ [17] Monitoraggio case e ospedali di comunità e servizi erogati https://www.regione.lombardia.it/sanita/monitoraggio-dei-servizi-sanitari/monitoraggio-case-e-ospedali-di-comunit–e-servizi-erogati [18] Black Soldier Meal in Feed Could Adversely Affect Organic Broiler Meat Quality When Used for the Total or Half Replacement of Diet Proteins https://www.mdpi.com/2674-1164/3/2/7/pdf?version=1711081614 [19] Agricoltura https://www.regione.lombardia.it/agricoltura [20] La – Piattaforma di Valutazione dei Rischi Naturali (PVR) https://www.regione.lombardia.it/sicurezza-e-protezione-civile/pianificazione-allertamento-e-gestione-emergenze/monitoraggio-e-allertamento/ser-piattaforma-valutazione-rischi-naturali-pvr [21] Il Sistema di Monitoraggio alle Emissioni – Regione Lombardia https://www.regione.lombardia.it/ambiente-e-territorio/autorizzazione-ambientali/autorizzazione-alle-emissioni-in-atmosfera-da-attivita-produttive/il-sistema-di-monitoraggio-in-continuo-alle-emissioni-in-lombardia [22] UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PARMA https://www.repository.unipr.it/bitstream/1889/6147/5/Lelli.pdf [23] LIFE Gestire 2020 https://www.wwf.it/cosa-facciamo/progetti/life-gestire-2020/ [24] Dal monitoraggio costante la scoperta del nuovo virus … https://www.izsler.it/2022/10/31/dal-monitoraggio-costante-la-scoperta-del-nuovo-virus-del-pipistrello-in-lombardia/ [25] allertaLOM – Home Page – Regione Lombardia https://www.allertalom.regione.lombardia.it/homepage [26] Lombardia, presentato LIFE NatConnect 2030 per la tutela … https://www.scintilena.com/lombardia-presentato-life-natconnect-2030-per-la-tutela-dei-pipistrelli-nelle-grotte/12/11/ [27] Gruppi di ricerca | Department of Civil Engineering and … https://dicar.dip.unipv.it/en/node/246 [28] Materiali del workshop “La conservazione dell’erpetofauna: esperienze e prospettive” – 30 ottobre 2025 | Natura che vale https://naturachevale.it/news/materiali-del-workshop-la-conservazione-dellerpetofauna-esperienze-e-prospettive-30-ottobre-2025/ [29] New Alien Plant Taxa for Italy and Europe: An Update https://www.mdpi.com/2223-7747/13/5/620/pdf?version=1708931258 [30] Pubblicati i dati finali dei report nazionali 2019-2024 delle Direttive … https://naturachevale.it/news/pubblicati-i-reporting-nazionali-2019-2024-delle-direttive-habitat-e-uccelli/ [31] Innovative Photonic Sensors for Safety and Security, Part I: Fundamentals, Infrastructural and Ground Transportations https://www.mdpi.com/1424-8220/23/5/2558/pdf?version=1677313954 [32] Contributo Semestre Aperto a.a. 2026-27 https://portale.unipv.it/it/didattica/corsi-di-laurea/ammissioni/corsi-di-laurea-magistrale-ciclo-unico-medicina-e-chirurgia-e-odontoiatria-e-protesi-dentaria/contributo-semestre-aperto-aa-2026-27 [33] Building Greener Cities Together: Urban Afforestation Requires Multiple Skills to Address Social, Ecological, and Climate Challenges https://www.mdpi.com/2223-7747/14/3/404 [34] Gruppi di ricerca https://dicar.dip.unipv.it/it/ricerca/gruppi-di-ricerca [35] Prevalence and risk factors associated with cat parasites in Italy: a multicenter study https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8441231/ [36] Regolazioni dell’invarianza idraulica e idrologica in Italia https://unitesi.unipv.it/handle/20.500.14239/33161 [37] Use of Mechanical Chest Compression for Resuscitation in Out-Of-Hospital Cardiac Arrest—Device Matters: A Propensity-Score-Based Match Analysis https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10342898/ [38] | Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e … https://spmsf.dip.unipv.it/it/node [39] The Use of Antimicrobials in Italian Heavy Pig Fattening Farms https://www.mdpi.com/2079-6382/9/12/892/pdf [40] Piano degli studi https://tecnichelaboratoriobiomedico.cdl.unipv.it/it/studiare/piano-degli-studi [41] New Record of Encarsia protransvena and Confirmed Occurrence of Encarsia hispida (Hymenoptera: Aphelinidae) as Parasitoids of Singhiella simplex (Hemiptera: Aleyrodidae) in Italy https://www.mdpi.com/2075-4450/16/1/40 [42] Laboratori – Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente https://terraeambiente.dip.unipv.it/it/dipartimento/risorse-musei-e-laboratori/laboratori-0 [43] Survey on Urinary Levels of Aflatoxins in Professionally Exposed Workers https://www.mdpi.com/2072-6651/9/4/117/pdf [44] Informazioni Utili (Guide e modulistica) https://dbb.dip.unipv.it/it/didattica/informazioni-utili-guide-e-modulistica [45] Canine Distemper Virus in Sardinia, Italy: Detection and Phylogenetic Analysis in Foxes https://www.mdpi.com/2076-2615/14/21/3134 [46] CHIROTTERI – Natura che vale https://naturachevale.it/chirotteri/ [47] Documents https://naturachevale.it/documenti/ [48] News | Natura che vale https://naturachevale.it/news/ [49] Il Rapporto grandi carnivori in Lombardia per l’anno 2023 https://naturachevale.it/news/il-rapporto-grandi-carnivori-in-lombardia-per-lanno-2023/ [50] Natura che vale | Biodiversità, ricchezza della Lombardia https://naturachevale.it/ [51] natura che vale https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2024/01/Programma-chirotteri.pdf [52] [PDF] Bollettino Ufficiale Serie Ordinaria n. 40 – Naturachevale https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2020/10/PAF-Lombardia-2021-2027-Burl.pdf [53] Pipistrelli e Grotte: I Chirotteri Come Custodi della … https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-i-chirotteri-come-custodi-della-biodiversita-negli-ambienti-carsici/01/03/ [54] Chirotteri in grotta: tre lezioni online gratuite della … https://www.scintilena.com/chirotteri-in-grotta-tre-lezioni-online-gratuite-della-federazione-speleologica-lombarda/07/06/ [55] Pipistrelli e grotte nel Corridoio carsico di Antioquia https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-nel-corridoio-carsico-di-antioquia-la-distanza-dalle-cavita-non-spiega-da-sola-luso-dellhabitat/08/18/ [56] Documenti – Natura che vale http://www.naturachevale.it/documenti [57] Attività formative integrative https://stp.cdl.unipv.it/it/studiare/attivita-formative-integrative [58] | Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Lazzaro Spallanzani” https://dbb.dip.unipv.it/it/node [59] Notice Board | Master’s degree in … https://wpir.cdl.unipv.it/en/notice-board [60] Attività didattica | Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali https://scienzepolitichesociali.dip.unipv.it/it/node/623 [61] Laboratori, corsi pratici e attività di campo https://agrifood.cdl.unipv.it/it/studiare/laboratori-corsi-pratici-e-attivita-di-campo
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Lo studio pubblicato su Antiquity indica un’occupazione epipaleolitica tra 12.900 e 12.000 cal BC: una cronologia che porta le tracce dei cacciatori-raccoglitori della grotta turca fino a quasi 15.000 anni fa
La scoperta della Grotta di Koskarli, nella regione orientale del Mar Nero in Turchia, ha suscitato grande interesse anche sulla stampa italiana. Nella diffusione della notizia è emersa una differenza importante nel modo di presentare la cronologia del sito: 12.900 anni fa oppu
Lo studio pubblicato su Antiquity indica un’occupazione epipaleolitica tra 12.900 e 12.000 cal BC: una cronologia che porta le tracce dei cacciatori-raccoglitori della grotta turca fino a quasi 15.000 anni fa
La scoperta della Grotta di Koskarli, nella regione orientale del Mar Nero in Turchia, ha suscitato grande interesse anche sulla stampa italiana. Nella diffusione della notizia è emersa una differenza importante nel modo di presentare la cronologia del sito: 12.900 anni fa oppure 12.900 a.C.?
Lo studio scientifico pubblicato il 10 agosto 2026 sulla rivista Antiquity è molto preciso: gli scavi hanno identificato nella grotta un’occupazione epipaleolitica in situ datata a circa 12.900–12.000 cal BC, cioè 12.900–12.000 anni calibrati avanti Cristo.
Questo significa che, espressa come distanza dal presente, l’occupazione risale approssimativamente a 14.900–14.000 anni fa.
Le datazioni al radiocarbonio riportate nello studio confermano questa cronologia: un campione di carbone è stato calibrato nell’intervallo 12.916–12.183 a.C., mentre un campione osseo ha restituito un intervallo di 12.413–12.070 a.C.
La precisazione non modifica l’importanza della scoperta, ma permette di collocarla correttamente nel tempo. Koskarli rappresenta infatti la prima indagine sistematica di un’occupazione epipaleolitica nella regione orientale del Mar Nero e costituisce un nuovo riferimento per lo studio dei cacciatori-raccoglitori del Pleistocene finale e delle loro connessioni regionali.
La grotta si trova nella valle del Sö?ütlü, circa 40 chilometri a sud di Trebisonda, a 1.030 metri di quota. Individuata nel 2019, è interessata da scavi sistematici dal 2024, condotti congiuntamente dal Museo di Trebisonda e dalla Karadeniz Technical University.
Grotta di Koskarli, panoramica delle aree interessate dagli scavi archeologici nel 2024. Foto: Çal??kan Akgül et al., Antiquity (2026), Fig. 2a, CC BY 4.0.
Nel deposito archeologico sono stati trovati un focolare conservato in situ, manufatti in selce e ossidiana, strumenti litici e oggetti di ornamento personale, tra cui un dente animale perforato e un frammento di palco di cervo lavorato.
Particolarmente interessante è anche l’industria litica, che presenta confronti con complessi dell’Anatolia, del Levante e del Caucaso. Gli studiosi mantengono prudenza nell’interpretazione di queste somiglianze, che potranno però contribuire alla ricostruzione della mobilità e della trasmissione delle tecnologie tra le comunità di cacciatori-raccoglitori alla fine dell’ultima fase glaciale.
La formula giornalistica “sito di 12.900 anni”, utilizzata anche da alcune testate che hanno ripreso la scoperta, rischia quindi di creare un equivoco: il riferimento scientifico è 12.900–12.000 cal BC. La fase più antica documentata a Koskarli ci porta dunque indietro di quasi 15.000 anni.
Fonti
Antiquity – Cambridge University Press: Koskarli Cave: excavations at an Epipalaeolithic site in the eastern Black Sea region of Türkiye
La Nuova Sardegna: Sito epipaleolitico di 12.900 anni trovato in una grotta – La scoperta archeologica è eccezionale
Scintilena: In Turchia scoperta la Grotta di Koskarli, un insediamento epipaleolitico datato tra 12.900 e 12.000 anni fa
Foto
Grotta di Koskarli, panoramica delle aree interessate dagli scavi archeologici nel 2024. Foto: Caliskan Akgül et al., Antiquity (2026), Fig. 2a, CC BY 4.0.