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Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: 300.000 Simboli Incisi nella Roccia che Sfidano i Millenni

Apríl 25th 2026 at 10:00

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Incisioni Rupestri

Il primo sito UNESCO italiano custodisce uno dei più grandi archivi preistorici al mondo, ma molti dei suoi simboli restano ancora senza risposta


La Val Camonica e il suo Patrimonio Rupestre

Nel cuore delle Alpi lombarde, tra le montagne della provincia di Brescia, si estende uno dei più grandi complessi di arte rupestre al mondo. La Val Camonica conserva oltre 300.000 incisioni rupestri distribuite in più di 180 località, lungo 24 comuni del fondovalle e delle valli laterali. Nel 1979 il sito fu iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.

L’arco temporale coperto dalle incisioni rupestri è notevole. Le figure vanno dalla fine del Paleolitico fino all’età romana e medievale, abbracciando circa 10.000–13.000 anni di storia umana. Le incisioni furono realizzate su superfici di roccia levigate dai ghiacciai. I popoli che si succedettero in valle usarono due tecniche principali: la percussione, con strumenti in quarzite o selce, e il graffito, che scalfiva la superficie con punte aguzze.

Le figure rappresentano una varietà sorprendente di soggetti. Si trovano scene di caccia, animali selvatici e domestici, guerrieri armati, carri, aratri, capanne, simboli geometrici e segni cosmologici. Circa il 75% di tutte le incisioni risale all’Età del Ferro, il periodo più produttivo dell’intera sequenza.


Diecimila Anni di Storia Stratificata sulla Roccia

Le più antiche incisioni rupestri della Val Camonica risalgono al Mesolitico. Gruppi di cacciatori nomadi lasciarono figure zoomorfe di grandi dimensioni — alci, bovidi selvatici, cervi colpiti da dardi — in stile semi-naturalistico. Con l’avvento del Neolitico e dell’agricoltura, il tema dominante si spostò sull’essere umano. Comparvero le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti oranti, rappresentati con le braccia alzate in segno di invocazione.

Durante l’Età del Rame e del Bronzo arrivarono i massi-menhir e le statue-stele. Queste pietre scolpite esprimono una nuova religione cosmologica con armi incise come simboli delle energie divine. Con l’Età del Ferro la produzione si intensificò fino a diventare il periodo più prolifico. La Val Camonica era abitata dai Camuni, popolo di montagna con una struttura sociale articolata, che praticava la metallurgia, commerciava con Etruschi e Celti, e usava una forma di scrittura derivata dall’alfabeto etrusco.


I Simboli della Val Camonica: Tra Interpretazione e Mistero

Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un sistema di ideogrammi. Ogni figura rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea” all’interno di un contesto rituale, mitico e propiziatorio. Non tutti i simboli, però, si prestano a una lettura univoca.

Tra i misteri più discussi ci sono le figure topografiche. Si tratta di incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e la loro funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora oggetto di dibattito. Altri segni mostrano schemi geometrici ripetuti — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — che potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura o ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno individuato in altri contesti sistemi di comunicazione protonotazionali, aprendo nuove prospettive anche sull’interpretazione dei segni camuni.

Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del Centro Camuno di Studi Preistorici, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico. Per comprenderla appieno occorre integrare archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica, alla ricerca delle matrici archetipiche dei simboli.

Petroglifi preistorici, incisioni rupestri, di disegni geometrici 


La Rosa Camuna: Un Simbolo Senza Risposta Definitiva

Tra tutti i simboli della Val Camonica, la rosa camuna è quello che ha raggiunto la maggiore notorietà. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove coppelle allineate. È stata identificata 92 volte su tutto il comprensorio, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica tra Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto e Paspardo.

Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C. Nelle incisioni rupestri, la rosa camuna appare spesso associata a figure di guerrieri che sembrano ruotarle intorno, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna, portando alcuni ricercatori a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche dell’area indoeuropea. Il suo significato preciso — culto solare, emblema guerriero o simbolo di buona sorte — rimane aperto.

Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani composto da Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia. Dal 1975 compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.


Emmanuel Anati e la Ricerca Scientifica Moderna

La scoperta moderna delle incisioni rupestri della Val Camonica risale al 1914, quando l’alpinista Walter Laeng le segnalò nella Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche seguirono tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, ad opera di Giovanni Marro, Paolo Graziosi e Raffaello Battaglia.

La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati. L’archeologo, nato a Firenze nel 1930 e formatosi tra Gerusalemme, Harvard, Parigi e Oxford, raggiunse la Val Camonica nel 1956. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi scientifica sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, che nel 2024 ha celebrato il suo 60º anniversario. Il centro è oggi un riferimento internazionale per lo studio dell’arte rupestre.


La Tutela del Sito: Parchi, Fondi e Sfide Contemporanee

Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili. Il principale è il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, istituito nel 1958. La gestione e la valorizzazione del sito sono coordinate dalla Fondazione Valle dei Segni in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica.

È attualmente in corso un programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi completati nel 2025 hanno interessato i parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero, con cure della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e rilievi con droni e tecnologie 3D. Per il 2026 sono previsti nuovi cantieri al Parco Nazionale di Naquane, al Coren delle Fate di Sonico e nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.

Una delle questioni aperte riguarda la riduzione degli orari di apertura dei parchi, conseguenza di tagli ministeriali. Per farvi fronte si stanno sviluppando programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.


Un Cantiere Sempre Aperto

Le incisioni rupestri della Val Camonica non smettono di interrogare chi le studia. Ogni nuovo rilievo, ogni nuova tecnologia applicata — dalla fotogrammetria ai modelli 3D — porta alla luce dettagli prima invisibili e apre nuove domande. La ricerca continua su più fronti: l’interpretazione dei simboli, la datazione precisa delle figure, l’identificazione delle lingue e delle credenze dei popoli che le produssero.

Nel panorama internazionale, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze. Le incisioni rupestri sono un archivio inciso nella pietra che attraversa millenni — e che non ha ancora rivelato tutti i suoi significati.

Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: Simboli, Misteri e Civiltà nella Roccia

Panoramica

La Val Camonica, situata nell’area alpina della Lombardia, ospita uno dei più grandi e straordinari complessi di arte rupestre al mondo. Con oltre 300.000 figure incise in oltre 180 località distribuite su 24 comuni, questo archivio millenario abbraccia un arco temporale di circa 10.000–13.000 anni, dalla fine del Paleolitico all’età romana e medievale. Nel 1979 il sito è stato iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.[1][2][3][4][5]

Le incisioni — tecnicamente definite petroglifi, dal greco petro (pietra) e glyphein (incidere) — furono realizzate prevalentemente su superfici di roccia levigata dai ghiacciai, di colore grigio o azzurro-violetto. Due tecniche principali furono impiegate: la percussione, con strumenti in quarzite, selce o metallo, e il graffito, che graffiava la superficie con punte aguzze. Le figure si presentano talvolta semplicemente sovrapposte, ma spesso appaiono in relazione logica tra loro, illustrando un rito, una scena di caccia o un atto di lotta.[4][6]


La Scoperta in Epoca Moderna

Le prime segnalazioni risalgono all’alpinista bresciano Walter Laeng, che nel 1914 segnalò la presenza delle incisioni nel volume della Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche furono condotte tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta dall’antropologo Giovanni Marro, dal geologo Paolo Graziosi e dal paleontologo Raffaello Battaglia. Il clamore internazionale che ne derivò coinvolse specialisti dell’Institut für Kulturmorphologie di Francoforte.[7]

La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati, un giovane archeologo nato a Firenze nel 1930 che aveva studiato all’Università di Gerusalemme e poi ad Harvard, Parigi e Oxford. Giunto in Val Camonica nel 1956, spinto in parte dall’abate Henri Breuil — il “padre” dell’arte preistorica europea — Anati comprese subito la necessità di uno studio sistematico ed estensivo delle figurazioni. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, istituzione dedicata allo studio, alla conservazione e alla promozione dell’arte rupestre. Grazie al suo impegno, nel 1979 la Valcamonica fu il primo monumento italiano a essere inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.[8][9][10]


Cronologia: Diecimila Anni di Storia Incisa

Le incisioni rupestri della Val Camonica non appartengono a un’unica epoca, ma si stratificano lungo un percorso millenario che riflette i profondi cambiamenti culturali, religiosi ed economici delle popolazioni alpine.[11]

Il Periodo Proto-Camuno e il Mesolitico (8000–5000 a.C.)

Le più antiche incisioni note in Val Camonica risalgono a gruppi di cacciatori nomadi del Mesolitico (VIII–V millennio a.C.). Sono in prevalenza figure zoomorfe a linea di contorno, di dimensioni talvolta pari a quelle naturali dell’animale rappresentato, in uno stile detto “semi-naturalistico”. Figurano l’alce e il bovide selvatico — animali poi scomparsi dalla fauna lombarda — colpiti da dardi, a indicare pratiche di caccia e probabili culti totemici. I luoghi dove si concentrano queste prime incisioni sono quelli del Parco di Luine presso Darfo Boario Terme.[11][12]

Il Neolitico (5000–3000 a.C.)

Con l’avvento dell’agricoltura nel VI millennio a.C., lo stile artistico cambiò drasticamente: il tema dominante passò dall’animale selvatico all’essere umano. Compaiono le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti “oranti” — individui con le braccia sollevate verso l’alto in segno di invocazione o preghiera. Appaiono anche le prime raffigurazioni di animali domestici e testimonianze di culti agricoli legati al sole e alla pioggia. Affiorano le prime “raffigurazioni topografiche“, interpretate come primitive mappe del territorio.[1][5][11]

L’Eneolitico e le Statue Menhir (3200–2500 a.C.)

Durante il Calcolitico (Età del Rame), con lo sviluppo della prima metallurgia e la scoperta dell’aratura, si diffusero in Val Camonica i massi-menhir e le statue stele, pietre scolpite che riflettevano una nuova religione cosmologica. Anati interpreta questi monumenti come espressione di una concezione tripartita dell’universo — cielo, terra e mondo sotterraneo — che trova paralleli nelle più antiche manifestazioni dell’ideologia indoeuropea, con possibili origini proprio nell’area alpina. Le armi metalliche — pugnali, asce, alabarde — erano incise come simboli delle energie divine.[1][11]

L’Età del Bronzo (2500–1000 a.C.)

Con l’Età del Bronzo si afferma il culto delle armi, che vengono magnificate come oggetti magici dotati di vita propria. Appaiono anche le “figure topografiche“, raffigurazioni di campi, muretti e strutture abitative interpretate come mappe di proprietà terriere e paesaggi. Si moltiplicano le figure di carri a due e quattro ruote, a testimonianza del grande sviluppo del commercio transalpino dell’epoca. Compaiono i primi spiriti antropomorfi malefici e benefici, progenitori delle future divinità del pantheon protostorico.[11]

L’Età del Ferro (1000–16 a.C.)

Il periodo più prolifico: circa il 75% di tutte le incisioni fu prodotto in questa fase. La Val Camonica era abitata dal popolo dei Camuni (o Camunni), ricordati dalle fonti latine come antagonisti di Roma, finalmente sottomessi nel 16 a.C.. Le scene dell’Età del Ferro sono vivacissime: guerrieri armati di lance, cavalieri, artigiani, sacerdoti, capanne su palafitte, carri, cerimonie rituali e scene di lotta. La civiltà camuna all’apice della sua fioritura possedeva una struttura socio-politica organizzata, praticava commerci a lunga distanza con Etruschi, Celti e Veneti, e sapeva scrivere con caratteri prestati dagli Etruschi.[1][4][13][14][11][15][12]


I Simboli: Tra Significato e Mistero

Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un taccuino pittografico, dove ogni figura è un ideogramma che rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea”. La loro funzione è riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici e propiziatori.[4]

Tipologie di Figure

CategoriaEsempiEpoca predominante
Figure zoomorfeAlci, cervi, bovini, cavalli, caniMesolitico ? Età del Ferro
AntropomorfeOranti, guerrieri, sacerdoti, figure danzantiNeolitico ? Età del Ferro
Armi e strumentiPugnali, asce, alabarde, carri, aratriEneolitico ? Età del Ferro
Simboli geometriciCoppelle, labirinti, spirali, figure topograficheNeolitico ? Età del Ferro
Simboli cosmologiciSoli, cerchi, croci ansate, rose camuneEtà del Ferro

Le figure di guerrieri rappresentano uno dei temi più ricorrenti: si vedono uomini armati di lance a cavallo, figure legate insieme che evocano la cattura di prigionieri, e maniscalchi al lavoro. Accanto a queste, le scene rituali mostrano personaggi descritti dai ricercatori come “sacerdoti-artisti”, figure che si isolavano per meditare e incidere in luoghi lontani dai centri abitati.[15]

Le “Figure Topografiche”: Mappe Preistoriche?

Tra i misteri più affascinanti spiccano le cosiddette figure topografiche, incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e raggiungono una grande diffusione. La loro precisa funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora dibattuta. La loro presenza testimonia comunque un forte senso di legame con il territorio e con la proprietà della terra.[11]

Simboli Rituali e Cosmologici

Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del CCSP, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico che si inserisce in un contesto rituale, mitico, teologico e magico. I simboli rispondono a esigenze profonde dell’individuo e della comunità. Per comprenderli appieno, Sansoni propone una metodologia interdisciplinare che integra archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica junghiana — alla ricerca delle “matrici archetipiche” dei simboli.[16]


La Rosa Camuna: Il Simbolo dei Simboli


Camunian rose
Tra tutte le incisioni della Val Camonica, nessuna ha raggiunto la notorietà della rosa camuna. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove pallini o coppelle allineate. È stata ritrovata 92 volte tra le 300.000 incisioni del sito, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica (Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto, Paspardo).[17]

Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C.. È spesso associato a guerrieri che sembrano danzarle intorno e a difenderla da nemici armati, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna (celebre la Swastika Stone di Ilkley Moor, Yorkshire), portando alcuni studiosi a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche.[17]

Il suo significato rimane fonte di dibattito: alcuni studiosi la collegano al culto solare, altri la interpretano come simbolo di buona fortuna o emblema di un’identità guerriera diffusa tra i popoli indoeuropei. Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani — Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia — scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia, adottata nel 1975. Da allora compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.[18][19]


Il Popolo dei Camuni

Il termine “Camuni” (o Camunni) designa le popolazioni che abitarono la Val Camonica dal Neolitico fino alla conquista romana. La loro origine è incerta: secondo Plinio il Vecchio erano Euganei, secondo Strabone erano Reti — una questione che ancora oggi solo lo studio approfondito della loro lingua potrà risolvere.[20]

La civiltà camuna all’apice della sua fioritura — tra il 1000 e l’800 a.C. — era tutt’altro che primitiva. Aveva una struttura sociale articolata con capi, sacerdoti, mercanti e artigiani; viveva in castellieri di pietra e in capanne di legno; usava il carro e l’aratro; estraeva e lavorava il ferro nelle numerose miniere locali; produceva ceramica decorata e intratteneva commerci con Etruschi, Celti e Veneti. I Camuni avevano persino una forma di scrittura con caratteri derivati dall’alfabeto etrusco, adattati alla propria lingua che mostrava influenze retiche e celtiche a seconda delle aree.[11][15]

La conquista romana del 16 a.C. non cancellò immediatamente la tradizione incisoria, ma la ridimensionò drasticamente: si conoscono incisioni di epoca romana, medievale e finanche del XIX secolo, ma in numero non comparabile con la grandiosa attività preistorica.[4]


Metodologia di Studio e Datazione

La datazione delle incisioni rupestri è una delle sfide più complesse dell’archeologia preistorica, in quanto le rocce non contengono materia organica databile con il carbonio-14. I ricercatori ricorrono a un approccio multidisciplinare:[21]

  • Analisi stilistica: ogni periodo ha uno stile caratteristico (semi-naturalistico per i cacciatori del Mesolitico, schematico per i neolitici, ecc.).
  • Stratigrafia visiva: quando le figure si sovrappongono, quella sottostante è necessariamente più antica.
  • Confronto iconografico: le armi, gli strumenti e i tipi di animali rappresentati permettono di collocare le incisioni in specifici orizzonti culturali.
  • Contesto archeologico: le scoperte nei livelli del suolo vicini alle rocce istoriate forniscono ulteriori dati.
  • Luce radente e colorazione: tecniche di rilevazione introdotte dai pionieri Battaglia e Marro, ancora in uso oggi.[21]
  • Tecnologie avanzate: rilievi 3D, fotogrammetria e modelli digitali di elevazione.[22]

La funzione delle incisioni è riconducibile, secondo la maggior parte degli studiosi, a riti celebrativi, propiziatori, commemorativi e iniziatici svolti sotto la guida di figure religiose — sacerdoti, sciamani o capi — nelle zone rupestri funzionanti come veri e propri santuari a cielo aperto.[6]


I Misteri Irrisolti

Nonostante decenni di ricerche, una parte significativa delle incisioni resiste a ogni interpretazione definitiva.[16]

I Segni Geometrici Ripetuti

Alcune incisioni presentano schemi geometrici — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — ripetuti ossessivamente su diverse rocce e in periodi diversi. La loro funzione è tuttora incerta: potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura, rappresentazioni di tessuti o semplicemente ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno rilevato in altri contesti l’esistenza di sistemi di comunicazione protonotazionali — apertura che invita a rileggere anche i segni camuni con occhi nuovi.[23][6]

Le Figure Topografiche

Come citato in precedenza, le rappresentazioni topografiche dell’Età del Bronzo restano uno dei misteri più dibattuti. Alcune di queste figure mostrano strutture geometriche che ricordano stranamente le attuali divisioni catastali del territorio — una coincidenza che ha alimentato ipotesi affascinanti sulla continuità del paesaggio agrario lombardo.[11]

La Sovrapposizione delle Immagini

Molte rocce presentano incisioni di epoche diverse sovrapposte le une alle altre senza un ordine apparente, come se lo stesso “supporto” fosse stato utilizzato più volte nel corso di secoli. Perché le generazioni successive tornavano sulle stesse rocce? Emmanuel Anati suggerisce che potrebbe trattarsi di luoghi sacri, dove il valore simbolico del supporto si accumulava nel tempo.[6]


Il Sito UNESCO e la Tutela Attuale


Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili: il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte), il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo, il Parco Comunale di Seradina-Bedolina, la Riserva Naturale di Ceto-Cimbergo-Paspardo, il Parco del Lago Moro-Luine-Monticolo (Darfo Boario Terme), il Parco di Asinino-Anvòia (Ossimo), il Parco Comunale di Sellero e il Percorso di Sonico. La maggiore concentrazione si trova nell’area di Capo di Ponte, dove nel 1958 fu istituito il Parco Nazionale di Naquane.[2]

La Fondazione Valle dei Segni, in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica, coordina attualmente un importante programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi — completati nel 2025 nei parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero — comprendono cura della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e documentazione con droni e rilievi 3D. Per il 2026 sono previsti lavori nel Parco Nazionale di Naquane e al Coren delle Fate di Sonico, con nuovi interventi nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.[22][24][25]

Una sfida attuale riguarda la riduzione degli orari di apertura a causa di tagli ministeriali, problema al quale si sta cercando di rispondere con programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.[25]


La Val Camonica nel Panorama Internazionale dell’Arte Rupestre

Il Centro Camuno di Studi Preistorici celebrò nel 2024 il suo 60º anniversario, confermando il ruolo di riferimento internazionale della Val Camonica per lo studio dell’arte rupestre. Negli ultimi decenni l’interesse scientifico per l’arte rupestre è esploso a livello globale: dall’Indonesia (dove nel 2024 è stata scoperta la pittura rupestre figurativa più antica del mondo, risalente a oltre 51.000 anni fa) fino alle Alpi Liguri (dove recenti studi hanno portato alla luce incisioni rituali dell’Età del Ferro), il dialogo tra siti diversi arricchisce continuamente la comprensione del fenomeno camuno.[26][27][28]

Nel quadro italiano, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze, ma scoperte recenti hanno ampliato il perimetro della ricerca: ad esempio, nel 2024 sono state individuate le incisioni rupestri più alte d’Europa ai piedi del ghiacciaio del Pizzo Tresero (3.000 m), databili alla Media Età del Bronzo, aprendo nuove prospettive sulle frequentazioni umane in alta quota.[29][2]


Conclusioni: Un Archivio Aperto

Le incisioni della Val Camonica sono molto più di semplici disegni su pietra: sono un archivio vivente di 10.000 anni di pensiero umano, credenze religiose, strutture sociali e trasformazioni economiche. Ogni strato racconta una storia diversa — dai cacciatori nomadi del Mesolitico ai guerrieri dell’Età del Ferro, dai primi agricoltori neolitici ai commercianti indoeuropei. La continuità di questo archivio, che attraversa il Paleolitico, il Neolitico, il Calcolitico, l’Età del Bronzo, l’Età del Ferro e giunge all’epoca romana, non ha equivalenti in Europa.[11]

Eppure molti significati restano inaccessibili. Come osserva il CCSP, per decifrare i simboli occorre “calarsi nella realtà del mondo vissuto in quel tempo, rivivere le esperienze e le emozioni di quei popoli lontani” — un compito che sfida ogni generazione di ricercatori a sviluppare nuovi metodi, nuove tecnologie e nuova sensibilità. La Val Camonica è, in questo senso, un cantiere intellettuale sempre aperto: un luogo dove l’umanità continua a interrogarsi sulle proprie origini e sul proprio modo di dare forma al mondo.[16]

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DNA antico dalla Grotta di Stajnia: ricostruito il profilo genetico del più antico gruppo di Neanderthal dell’Europa centro-orientale

Apríl 24th 2026 at 08:00

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Un’indagine dell’Università di Bologna ricostruisce per la prima volta la struttura genetica di almeno sette individui vissuti circa 100.000 anni fa in una grotta della Polonia meridionale


La ricerca sui Neanderthal di Stajnia pubblicata su Current Biology

Il 20 aprile 2026 è stato pubblicato su Current Biology uno studio che ricostruisce per la prima volta il profilo genetico di un gruppo di Neanderthal dell’Europa centro-orientale. L’indagine è coordinata da Andrea Picin e Sahra Talamo, professori del Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician” dell’Università di Bologna, con la collaborazione di ricercatori di oltre una dozzina di istituzioni internazionali.magazine.unibo+1

Il materiale analizzato proviene dalla Grotta di Stajnia, una cavità calcarea del Giurassico ubicata nell’Altopiano di Cracovia-Cz?stochowa, in Polonia meridionale. Dallo scavo sistematico condotto tra il 2007 e il 2010 sono stati recuperati otto denti fossili di Neanderthal. Quei denti hanno consentito, attraverso l’estrazione di DNA mitocondriale antico, di identificare almeno sette individui distinti appartenenti allo stesso sito e alla stessa fase cronologica.phys+1


Otto denti, sette individui: come il DNA mitocondriale antico svela la composizione del gruppo

Il DNA mitocondriale è la molecola preferita nella ricerca paleogenetica sui Neanderthal. Ogni cellula ne contiene centinaia o migliaia di copie, il che aumenta significativamente la probabilità di recuperarlo in fossili antichi e degradati. Si trasmette esclusivamente per via materna, senza ricombinazione, e presenta posizioni genomiche che permettono di distinguere sequenze neandertaliane autentiche da eventuali contaminazioni moderne.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Dall’analisi dei mitogenomi dei denti di Stajnia sono emersi almeno sette individui distinti, collocati in un arco cronologico corrispondente al Marine Isotope Stage 5 (MIS 5), circa 100.000 anni fa. Due denti appartenuti a giovani e uno appartenuto a un adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale. Poiché il mtDNA si eredita per via materna, questo dato indica che i tre individui erano probabilmente strettamente imparentati in linea materna — madre e figli, o discendenti della stessa linea. È la prima volta che si riesce a ricostruire una struttura di gruppo coerente per i Neanderthal a nord dei Carpazi.eurekalert+2

La paleogenetista Mateja Hajdinjak del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha sottolineato questo elemento: “Due denti appartenuti a individui giovani e uno appartenuto a un adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale”.magazine.unibo


Un lignaggio materno diffuso in tutta l’Eurasia occidentale

I mitogenomi dei Neanderthal di Stajnia non sono filogeneticamente isolati. Si collocano nello stesso ramo genetico di individui rinvenuti in siti distanti migliaia di chilometri:bioengineer+1

  • Mezmaiskaya (Caucaso settentrionale, Russia): massima affinità mitocondriale
  • Penisola iberica (Spagna e Portogallo): stesso ramo filogenetico
  • Francia meridionale: stesso clade mitocondriale

Questa distribuzione geografica indica che la componente genetica materna rappresentata a Stajnia era ampiamente diffusa in tutta l’Eurasia occidentale durante il MIS 5. In seguito — probabilmente a causa di eventi demografici successivi al peggioramento climatico del MIS 4 — fu sostituita dai lignaggi tipici dei Neanderthal più recenti.eurekalert+1

Andrea Picin ha chiarito il senso del risultato: “Nella maggior parte dei casi, i dati genetici neandertaliani derivano da singoli fossili o da reperti dispersi in siti e tempi diversi: a Stajnia, invece, è stato possibile ricostruire un piccolo gruppo di individui, restituendo per la prima volta un quadro genetico coerente dei Neanderthal in questa parte d’Europa”.magazine.unibo


Il collegamento con Thorin: una linea antica e pan-eurasiatica

Uno degli aspetti più discussi dello studio riguarda il confronto con il Neanderthal noto come “Thorin”, scoperto nel 2015 alla Grotte Mandrin, in Francia mediterranea, e descritto in un lavoro pubblicato su Cell Genomics nel 2024. Thorin era stato presentato come portatore di una linea genetica del tutto inedita, isolata da altri Neanderthal europei per circa 50.000 anni, con un genoma caratterizzato da elevata omozigosi.livescience+1

La nuova analisi mostra che Thorin porta un DNA mitocondriale simile a quello dei Neanderthal di Stajnia, vissuti oltre 50.000 anni prima. Questo dato colloca il lignaggio di Thorin non come un’anomalia solitaria, ma come l’ultimo rappresentante di un clade antico e geograficamente diffuso, le cui radici risalgono al MIS 5. La professoressa Talamo ha ricordato la necessità di prudenza nelle cronologie: “Quando i valori radiocarbonici si avvicinano al limite della calibrazione, il confronto tra archeologia, radiocarbonio e genetica diventa decisivo”.phys+1


Il contesto culturale: il Micoquiano nell’Europa centro-orientale

I Neanderthal di Stajnia erano portatori della tradizione culturale Micoquiana, tecno-complesso diffuso negli ambienti periglaciali e boreali tra la Francia orientale, la Polonia e il Caucaso settentrionale. L’industria litica recuperata nel sito — prodotta su selce giurassica locale — include coltelli bifacciali asimmetrici (Keilmesser), raschiatoi e manufatti groszak, diagnostici del Micoquiano centro-europeo.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Le caratteristiche dell’assemblea litica suggeriscono occupazioni brevi e ricorrenti della grotta, coerenti con strategie di alta mobilità su larga scala. L’affinità tecnologica con siti del Caucaso e dell’Altai — grotta di Chagyrskaya — è stata proposta come ulteriore evidenza di connessioni a lungo raggio tra i gruppi neandertaliani di quest’area. I corridoi di dispersione lungo i fiumi Prut e Dniester potrebbero aver facilitato questi movimenti tra la Polonia meridionale e il Caucaso.nature+2


L’Europa centro-orientale al centro della storia neandertaliana

Lo studio ribalta la tradizionale lettura dell’Europa centro-orientale come area marginale della storia dei Neanderthal. La Polonia meridionale e il quadrante centro-europeo emergono invece come zona di snodo critica per la comprensione dei movimenti di popolazione, delle connessioni biologiche e della diffusione delle tradizioni tecniche nel Paleolitico medio.magazine.unibo

“Si tratta di un risultato rilevante perché, per la prima volta, abbiamo la possibilità di osservare un piccolo gruppo di almeno sette Neanderthal dell’Europa centro-orientale vissuti circa 100.000 anni fa”, ha dichiarato Andrea Picin.magazine.unibo

Per il futuro, l’analisi di ulteriori campioni dalla stessa grotta — eventualmente con estrazione di DNA nucleare, che fornisce informazioni anche sulla linea paterna e sul grado di consanguineità — potrebbe consentire di determinare il sesso degli individui e approfondire le relazioni di parentela interne al gruppo.magazine.unibo


Cosa rende straordinario questo studio

Un’indagine internazionale pubblicata su Current Biology il 20 aprile 2026 ha ricostruito per la prima volta il profilo genetico di un piccolo gruppo coerente di Neanderthal dell’Europa centro-orientale. Il coordinamento scientifico è dell’Università di Bologna, con i professori Andrea Picin e Sahra Talamo.

Il materiale analizzato: 8 denti fossili dalla Grotta di Stajnia (Polonia meridionale), da cui è stato estratto DNA mitocondriale antico — il solo tipo di DNA ereditato per via materna e sufficientemente abbondante per sopravvivere 100.000 anni.magazine.unibo+1

Il gruppo ricostruito: almeno 7 individui distinti, vissuti nel Marine Isotope Stage 5 (~100.000 anni fa), nell’ambito della tradizione culturale Micoquiana. La novità assoluta è che provengono tutti dallo stesso sito e dalla stessa fase cronologica — non da fossili dispersi in luoghi e tempi diversi.bioengineer+2

La struttura familiare: due denti di giovani e uno di adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale, suggerendo che fossero strettamente imparentati in linea materna.phys+1

La rete genetica eurasiatica: i Neanderthal di Stajnia si collocano nello stesso ramo filogenetico di individui dal Caucaso settentrionale, dalla Francia meridionale e dalla penisola iberica — indicando una linea materna un tempo ampiamente diffusa, poi sostituita.eurekalert+1

Il confronto con Thorin: il fossile “Thorin” della Grotte Mandrin (Francia), ritenuto una linea isolata risalente a ~42.000 anni fa, porta un mtDNA simile a quello di Stajnia — ricollegandolo a un lignaggio antico e pan-eurasiatico.pmc.ncbi.nlm.nih+2nhm.ac

Il Profilo Genetico del Più Antico Gruppo di Neanderthal dell’Europa Centro-Orientale

Sintesi dello Studio

Un’indagine internazionale pubblicata il 20 aprile 2026 su Current Biology sotto il titolo “First multi-individual Neanderthal mitogenomes from north of the Carpathians” ha ricostruito per la prima volta il profilo genetico di un piccolo gruppo coerente di Neanderthal vissuti nell’Europa centro-orientale circa 100.000 anni fa. Lo studio è coordinato da Andrea Picin e Sahra Talamo, entrambi professori del Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician” dell’Università di Bologna, e coinvolge ricercatori di oltre una dozzina di istituzioni internazionali.[1][2][3]

L’analisi si basa sull’estrazione di DNA mitocondriale antico (aDNA) da otto denti fossili scoperti nella Grotta di Stajnia, in Polonia meridionale, consentendo — per la prima volta nella storia della paleoantropologia — di ricostruire la struttura genetica di un gruppo Neanderthal proveniente dallo stesso sito e dallo stesso orizzonte cronologico, a nord dei Carpazi.[4][5]


Il Sito: La Grotta di Stajnia


Stajnia Cave bone fragments
La Grotta di Stajnia è ubicata nell’Altopiano di Cracovia-Cz?stochowa, nella Polonia meridionale meridionale (50°36?58?N, 19°29?04?E), a circa 359 m s.l.m., incassata in un massiccio calcareo del Giurassico superiore. La grotta presenta una morfologia stretta (lunghezza ~23 m, larghezza ~2–4 m, altezza ~6 m) e dispone di una sequenza stratigrafica di circa 1,5 m articolata in 15 livelli litostratigrafici accumulatisi dal MIS 5 all’Olocene.[6]

Il sito è stato oggetto di campagne di scavo sistematiche tra il 2007 e il 2010, concentrate nella zona posteriore della cavità per un’area di circa 16 m². Stajnia Cave è riconosciuta come uno dei siti paleolitici più importanti della Polonia per la presenza di resti di Neanderthal — i più antichi sul territorio polacco — e decine di migliaia di manufatti litici del Paleolitico medio.[7][8]

La cavità ha restituito nel tempo più denti neandertaliani: il primo molare isolato (S5000) fu descritto in uno studio del 2020, mentre la ricerca del 2026 amplia enormemente il quadro portando a otto i denti analizzati geneticamente.[1][6]

Contesto Paleoambientale

Intorno a 100.000 anni fa (Marine Isotope Stage 5, MIS 5), il paesaggio dell’Europa centro-orientale subì una profonda trasformazione: le foreste calde dell’Eemiano (MIS 5e, ~130.000–115.000 anni fa) cedettero il passo a ambienti di steppa e taiga periglaciale, favorendo la migrazione di fauna freddo-adattata come il mammut lanoso (Mammuthus primigenius), il rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis) e la renna. I dati faunistici di Stajnia rispecchiano pienamente questo contesto: l’assemblea vertebratica conta oltre 13.500 resti, dominati da specie freddo-adattate, con presenza di orsi delle caverne, volpi polari e lupi tra i carnivori.[6][9][10]


Metodologia: DNA Antico da Denti Fossili

Il DNA mitocondriale è la molecola privilegiata nella paleogenetica dei Neanderthal per diverse ragioni:[11][12]

  • Abbondanza: ogni cellula contiene centinaia o migliaia di copie di mtDNA, aumentando la probabilità di recupero nei fossili antichi e degradati
  • Ereditarietà materna: il mtDNA è trasmesso esclusivamente per via materna, senza ricombinazione, permettendo la ricostruzione di lignee matrilineari con elevata chiarezza filogenetica
  • Marcatori diagnostici: esistono posizioni del genoma mitocondriale in cui Neanderthal e Homo sapiens differiscono in modo sistematico, permettendo di distinguere sequenze antiche genuine da contaminazione moderna

Per lo studio del 2026, i denti sono stati trattati con tecniche di sequenziamento ad alto rendimento (High-Throughput Sequencing) preceduto da protocolli di decontaminazione. Il team ha applicato la metodologia di cattura per ibridazione del mtDNA, già sperimentata con successo nello studio del 2020 sul molare S5000 dove la copertura media raggiunse 363x con il 84–100% di sequenze di origine neandertaliana autentica (dopo filtraggio delle frazioni deaminate). Le date genetiche sono state ottenute tramite stima dell’età molecolare ramo-per-ramo (molecular clock) combinata con datazione al radiocarbonio accelerata (AMS) su fauna associata e datazione U-Th su materiale speleotematico.[6][13][2]

La professoressa Sahra Talamo ha sottolineato l’importanza dell’approccio integrato: “Quando i valori radiocarbonici si avvicinano al limite della calibrazione, è fondamentale non attribuire più precisione di quella che il dato può realmente sostenere: in questi casi, il confronto tra archeologia, radiocarbonio e genetica diventa decisivo”.[1]


Risultati: Il Gruppo Neandertaliano di Stajnia

Composizione del Gruppo

L’analisi degli otto denti ha consentito di identificare almeno sette individui distinti, ricostruendo per la prima volta la struttura di un piccolo gruppo neandertaliano coeso nell’Europa centro-orientale. Questo risultato è eccezionale perché nella grande maggioranza dei casi i dati genetici neandertaliani provengono da singoli fossili isolati oppure da reperti di siti e periodi diversi — rendendo impossibile delineare la struttura di un gruppo reale.[14][3][5]

La co-autrice Mateja Hajdinjak del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha evidenziato un dettaglio particolarmente significativo: “Due denti appartenuti a individui giovani e uno appartenuto a un adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale”. Poiché il mtDNA è ereditato per via materna, questa coincidenza suggerisce che i tre individui potessero essere strettamente imparentati — madre e figli, o individui della stessa linea materna — confermando la natura familiare o di piccolo clan del gruppo.[1][5]

Collocazione Cronologica

Le stime cronologiche basate sulla lunghezza dei rami filogenetici (datazione molecolare) collocano gli individui nel Marine Isotope Stage 5 (MIS 5), corrispondente all’intervallo compreso grosso modo tra 120.000 e 92.000 anni fa. Questa attribuzione è coerente con il contesto paleoambientale: l’espansione glaciale del MIS 4 avrebbe reso la Polonia meridionale sostanzialmente inabitabile, rendendo improbabili le code più giovani delle distribuzioni di probabilità. Il dente S5000, analizzato nel 2020, aveva già ottenuto una data genetica di ~116.000 anni (intervallo 95% HPDI: 83.000–152.000 anni fa), confermando la grande antichità delle presenze neandertaliane a Stajnia.[6][13][15]

Profilo Filogenetico del mtDNA

I mitogenomi dei Neanderthal di Stajnia si inseriscono in un ramo filogenetico condiviso con altri individui distribuiti su tutta l’Eurasia occidentale:[4][3]

Sito ComparativoPosizione GeograficaAffinità con Stajnia
Mezmaiskaya 1 (Caucaso settentrionale)RussiaMassima affinità mtDNA; stesso clade basale[6][11]
Siti della penisola ibericaSpagna/PortogalloStesso ramo mtDNA[5]
France du Sud-EstFrancia meridionaleStesso ramo mtDNA[1]
Scladina (~120.000 anni)BelgioRelazione più distante; Neanderthal più recenti[6]
Hohlenstein-Stadel (~120.000 anni)GermaniaRelazione più distante[6]

Questa distribuzione indica che la componente genetica materna rappresentata a Stajnia era ampiamente diffusa in tutta l’Eurasia occidentale prima di essere sostituita — probabilmente in seguito a eventi demografici post-MIS 4 — dai lignaggi tipici dei Neanderthal più recenti.[3][5]


Il Confronto con Thorin: Un Collegamento Inatteso

Uno degli aspetti più rilevanti e inattesi dello studio riguarda il confronto con il fossile neandertaliano “Thorin”, scoperto nel 2015 alla Grotte Mandrin, in Francia mediterranea.[16][17]

Thorin era stato descritto in uno studio del 2024 (pubblicato su Cell Genomics) come appartenente a una linea genetica del tutto inedita, rimasta isolata da altri Neanderthal europei per circa 50.000 anni, con un genoma che mostrava elevata omozigosi coerente con introgressione in un gruppo piccolo e isolato. La datazione dello scheletro era stata stimata intorno a 42.000–50.000 anni fa.[18][19][16]

Il nuovo confronto effettuato nell’ambito dello studio di Stajnia 2026 ha rivelato che Thorin porta un genoma mitocondriale simile a quello dei Neanderthal di Stajnia, vissuti oltre 50.000 anni prima. Questo dato apre due scenari interpretativi:[1][5]

  1. Il lignaggio mitocondriale di Thorin non era affatto un’anomalia isolata, ma l’ultimo rappresentante di un clade antico e diffuso che aveva radici nel MIS 5, poi sopravvissuto in nicchie geografiche fino a 42.000 anni fa
  2. Le cronologie stesse di Thorin vanno trattate con maggiore cautela, poiché la somiglianza con i Neanderthal più antichi di Stajnia potrebbe indicare una data di morte più antica rispetto a quanto finora stimato

La professoressa Talamo ha ricordato esplicitamente: “Il nostro studio ricorda che le cronologie più antiche vanno trattate con grande prudenza. Quando i valori radiocarbonici si avvicinano al limite della calibrazione, il confronto tra archeologia, radiocarbonio e genetica diventa decisivo”.[1]


Il Contesto Micoquiano: Cultura e Mobilità

I Neanderthal di Stajnia erano portatori della tradizione culturale Micoquiana, il tecno-complesso più ampio e duraturo del Paleolitico medio europeo. Il Micoquiano si diffuse negli ambienti periglaciali e boreali fra la Francia orientale, la Polonia e il Caucaso settentrionale, ed è caratterizzato dalla produzione di coltelli bifacciali asimmetrici (Keilmesser), raschiatoi, utensili a foglia e manufatti groszak.[6][20][10]

L’industria litica di Stajnia, prodotta su selce giurassica locale, mostra:

  • Bassa frequenza di elementi corticali, indicando che i Neanderthal arrivavano al sito con toolkit già configurato
  • Produzione discoidale e Levallois centripeta come metodo principale di scheggiatura
  • Presenza di bifacciali esausti e di un raschiaio con ritocco Quina, diagnostici del Micoquiano centro-europeo[6]

Questi elementi suggeriscono occupazioni brevi e ricorrenti della grotta, coerenti con strategie di alta mobilità su larga scala. L’affinità tecnologica tra il Micoquiano del Polonia, quello del Caucaso e quello dell’Altai (grotta di Chagyrskaya) è confermata da comparazioni statistiche delle assemblee litiche e potrebbe spiegare la connessione genetica tra Stajnia e Mezmaiskaya.[9][6]

I fiumi Prut e Dniester sono stati proposti come probabili corridoi di dispersione neandertaliana tra le pianure dell’Europa centro-orientale e il Caucaso.[20][6]


Implicazioni Paleoantropologiche

Ricambio Demografico e Lignaggi Materni

Lo studio conferma e precisa il modello di turnover demografico già noto per i Neanderthal: attorno a 90.000 anni fa, i Neanderthal dell’Europa occidentale sostituirono i gruppi locali dell’Altai. Il lignaggio mitocondriale di Stajnia — condiviso da individui dal Caucaso alla penisola iberica — doveva essere il lignaggio neandertaliano dominante nel MIS 5, prima di essere soppiantato da quello tipico dei Neanderthal più tardivi del MIS 3, come Mezmaiskaya 2 e Feldhofer.[6][11]

Questo quadro è coerente con i risultati dello studio su Mezmaiskaya 3 (2022, pubblicato su Genome Biology), che aveva identificato connessioni genetiche privilegiate tra i Neanderthal più antichi del Caucaso e quelli contemporanei di altre aree d’Europa, prima del definitivo rimpiazzo da parte di gruppi geneticamente distinti.[11]

L’Europa Centro-Orientale come Hub Neandertaliano

La scoperta ribalta il tradizionale modello che relegava l’Europa centro-orientale a periferia marginale della storia neandertaliana. Al contrario, la Polonia meridionale e il quadrante centro-europeo emergono come area di snodo critica per:[1]

  • La connessione tra le popolazioni neandertaliane dell’Europa occidentale e quelle caucasico-asiatiche
  • La diffusione e la persistenza delle tradizioni tecniche del Micoquiano
  • L’esplorazione dei movimenti demografici e dei flussi genetici nel Paleolitico medio

Come ha dichiarato Andrea Picin: “La scoperta rafforza l’idea che l’Europa centro-orientale non fosse una periferia marginale della storia neandertaliana, ma un’area chiave per comprendere movimenti di popolazione, connessioni biologiche e diffusione di tradizioni tecniche nel Paleolitico medio”.[1]

Le Dimensioni del Gruppo e la Struttura Sociale

La possibilità di analizzare contemporaneamente almeno sette individui dello stesso sito e della stessa fase cronologica offre una finestra rara sulla struttura sociale neandertaliana. I gruppi neandertaliani erano tipicamente piccoli — con stime di dimensione effettiva della popolazione spesso inferiori a poche migliaia di individui per l’intera Eurasia — e caratterizzati da bassa variabilità genetica. La presenza di individui imparentati per via materna (stesso mtDNA tra adulto e giovani) è compatibile con gruppi a struttura familiare estesa, in cui la discendenza e l’identità del gruppo si trasmettevano attraverso la linea materna.[21][14][4]


Il Team di Ricerca

Lo studio è il frutto di una collaborazione internazionale coordinata dall’Università di Bologna:[2]

  • Andrea Picin (Università di Bologna, PI del progetto FIS 2 POOL) — archeologia e paleoantropologia
  • Sahra Talamo (Università di Bologna, Principal Investigator di RESOLUTION ERC) — datazione al radiocarbonio
  • Mateja Hajdinjak (Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology) — paleogenetica
  • Wioletta Nowaczewska (Università di Breslavia) e Adam Nadachowski (Accademia Polacca delle Scienze) — paleoantropologia dei denti e paleozoologia

Hanno collaborato anche studiosi della Queen’s University di Belfast, dell’Università di Bristol, dell’Università di Leeds, dell’Università della California Irvine, dell’ETH di Zurigo, dell’Università di Groningen, del Collège de France, dell’Istituto Polacco di Geologia e dell’Università LUM Giuseppe Degennaro.[1]

Lo studio ha beneficiato del supporto dei progetti RESOLUTION (ERC Starting Grant No. 803147), DYNASTY (PRIN No. 20209LLK8S_001) e EURHOPE (FARE Prot. R20L4N7MS5).[1]


Contesto nella Ricerca Paleogenetica Neandertaliana

Questo studio si inserisce in un panorama di scoperte paleogenetiche sempre più ricco degli ultimi anni:

  • 2019: Sequenziamento del DNA nucleare di due Neanderthal di ~120.000 anni fa (Hohlenstein-Stadel e Scladina), che rivelò 80.000 anni di continuità genetica in Europa[22]
  • 2020: Primo studio Stajnia S5000, mtDNA datato a ~116.000 anni fa, più prossimo a Mezmaiskaya 1 che ai Neanderthal contemporanei dell’Europa occidentale[6]
  • 2022: Analisi del genoma di Mezmaiskaya 3, con strette connessioni ai Neanderthal del MIS 5 di tutta l’Eurasia[11]
  • 2024: Scoperta di Thorin (Grotte Mandrin, Francia), linea isolata per 50.000 anni, con elevata consanguineità[23][17]
  • 2024: Studio su Science dei flussi genici in due ondate dagli umani moderni verso i Neanderthal[21]
  • 2026: Studio multi-individuale di Stajnia, primo profilo di gruppo neandertaliano coerente a nord dei Carpazi[1][3]

Limiti e Prospettive Future

Il DNA mitocondriale, pur potente, fornisce soltanto la storia della linea materna: non offre informazioni sui lignaggi paterni né sul genoma nucleare, che permetterebbe di stimare con maggiore precisione le dimensioni della popolazione, il grado di consanguineità e le relazioni di parentela tra tutti gli individui (non solo quelli con lo stesso mtDNA). Il confronto con Thorin è per ora limitato a un genoma mitocondriale, mentre il DNA nucleare di Thorin mostra caratteristiche di un clade divergente da oltre 105.000 anni — un’apparente contraddizione che le prossime analisi dovranno chiarire.[1][17]

Per il futuro, il sito di Stajnia si conferma un osservatorio privilegiato del Paleolitico medio europeo. L’analisi di ulteriori campioni, eventualmente con estrazione di DNA nucleare, potrebbe consentire di:

  • Determinare il sesso dei sette individui
  • Stimare il grado di consanguineità interna al gruppo
  • Chiarire i flussi migratori tra Europa centro-orientale, Caucaso e Altai

Come affermano Nowaczewska e Nadachowski: “Sapevamo da tempo che la grotta di Stajnia conservava testimonianze eccezionali, ma questi risultati hanno superato le nostre aspettative. Riuscire a identificare un piccolo gruppo di Neanderthal così antico in un sito tanto complesso è un traguardo importante per la ricerca polacca e per lo studio dei Neanderthal in Europa”.[1]

Fonti consultate

L'articolo DNA antico dalla Grotta di Stajnia: ricostruito il profilo genetico del più antico gruppo di Neanderthal dell’Europa centro-orientale proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Il Carso prima dei Sapiens: Giovanni Boschian ospite di “Racconti dal Buio” su Radio Fragola
    Condividi Martedì 21 aprile in diretta FM e streaming: paleoecologia, micromammiferi e speleologia sul Carso di 450.000 anni fa Martedì 21 aprile, dalle ore 20 alle 21, la rubrica “Racconti dal Buio – Carsismo e Speleologia raccontati da chi indaga i misteri del mondo sotterraneo” torna in onda su Radio Fragola, alle frequenze FM 104.6–104.8 e in streaming sul sito www.radiofragola.com. Ospite della puntata il professor Giovanni Boschian, del Dipartimento di Biologia dell’Università d
     

Il Carso prima dei Sapiens: Giovanni Boschian ospite di “Racconti dal Buio” su Radio Fragola

Apríl 21st 2026 at 06:00

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Martedì 21 aprile in diretta FM e streaming: paleoecologia, micromammiferi e speleologia sul Carso di 450.000 anni fa

Martedì 21 aprile, dalle ore 20 alle 21, la rubrica “Racconti dal Buio – Carsismo e Speleologia raccontati da chi indaga i misteri del mondo sotterraneo” torna in onda su Radio Fragola, alle frequenze FM 104.6–104.8 e in streaming sul sito www.radiofragola.com.

Ospite della puntata il professor Giovanni Boschian, del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, studioso delle interazioni tra uomo e ambiente durante la preistoria.[1][2]


Un viaggio nel tempo: il Carso carsico del Pleistocene medio

La puntata porta gli ascoltatori molto indietro nel tempo, verso un Carso radicalmente diverso da quello odierno. Il professor Boschian guiderà un percorso tra paleoclimatologia, paleoecologia e paleontologia, discipline che permettono di ricostruire gli ambienti del passato attraverso i dati emersi dagli scavi nelle cavità naturali.[3]

Il Carso, come ricordano le ricerche interdisciplinari condotte in questa area, racconta una lunghissima storia geologica e biologica. Le sue cavità e i suoi ripari sotto roccia hanno conservato per centinaia di migliaia di anni i resti delle faune e delle frequentazioni umane. Grazie a queste “capsule del tempo” naturali, è possibile ricostruire paesaggi in cui prosperavano specie oggi scomparse, come il rinoceronte e il cavallo selvatico, in un ambiente climatico molto diverso dall’attuale.[4][5]


Il Riparo dei Micromammiferi di Visogliano: un archivio paleoecologico sul Carso

Il sito principale attorno a cui si sviluppa la discussione è il Riparo dei Micromammiferi, noto anche come Riparo di Visogliano (numero catasto 3575, Previs pri Vižovljah), ubicato in prossimità dell’abitato di Visogliano, nel comune di Duino Aurisina, sul fianco meridionale di una dolina che costituisce il residuo di un antico sistema carsico.[6]

Il sito fu segnalato nel 1974 dopo il rinvenimento di resti di fauna pleistocenica e di manufatti paleolitici. Gli scavi regolari iniziarono nel 1975–1976, e nel 2003 una campagna condotta dall’Università di Pisa, sotto la direzione dello stesso Giovanni Boschian, ha approfondito le indagini sul deposito sotto alla volta. I reperti portati alla luce sono di rilievo scientifico a livello internazionale: oltre a manufatti litici del Paleolitico inferiore, la breccia esterna ha restituito un dente e un frammento di mandibola attribuiti a individui della specie Homo heidelbergensis, risalenti a un arco temporale compreso tra 450.000 e 80.000 anni fa.[7][8][4][6]

Il Riparo di Visogliano è considerato la più importante stazione preistorica del Carso per l’antichità dei reperti. I resti faunistici — ossa di rinoceronte, cavallo e appunto micromammiferi — costituiscono i dati proxy per ricostruire le condizioni ambientali e climatiche del Pleistocene medio sul Carso triestino.[9][6]


Il profilo scientifico del professor Boschian

Giovanni Boschian è ricercatore presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa. Il suo principale campo di ricerca riguarda le interazioni tra popolazioni umane e ambiente nel passato remoto, con particolare attenzione agli adattamenti comportamentali e culturali in risposta ai cambiamenti ambientali. Lavora principalmente su siti rupestri e sui loro processi di formazione, applicando tecniche geoarcheologiche e micromorfologiche del suolo allo studio di sedimenti naturali e antropici. Studia anche la reazione dell’ambiente e delle popolazioni mediterranee alle fasi fredde, in aree non direttamente influenzate dalla copertura glaciale. Il suo approccio è sistemico: dallo scavo al contesto ambientale più ampio, analizzando la complessità dei fattori che hanno plasmato le culture preistoriche nel tempo e nello spazio.[10][1][3]


Speleologi e ricerca paleontologica: il GRPU e la figura di Giorgio Marzolini

La puntata affronta anche il tema del rapporto storico tra i gruppi speleologici e la ricerca archeologica nelle cavità naturali. Viene portato come esempio il Gruppo Ricerche di Paleontologia Umana (GRPU), costituito in seno all’Associazione XXX Ottobre di Trieste, una delle principali organizzazioni speleologiche triestine, attiva fin dal 1918.[11][12]

Centrale, in questa parte della trasmissione, sarà il ricordo di Giorgio Marzolini (Trieste, 19 ottobre 1936 – 18 marzo 2009), speleologo che per circa quarant’anni ha condotto ricerche archeologiche nelle grotte del Carso triestino. Il suo contributo scientifico è documentato da una vasta bibliografia, che comprende studi su depositi ipogei di grande interesse: la Grotta degli Zingari, la Grotta dell’Edera, la Grotta dell’Ansa, la Grotta del Pettine, la Grotta 2 delle Ossa, la Caverna sul Monte S. Leonardo, la Grotta del Tasso e altri siti ancora.[13][14][15]

Marzolini aveva iniziato la sua attività speleologica negli anni Cinquanta del Novecento. Il suo impegno sul campo, unito a una solida metodologia di indagine, ha permesso di documentare e rendere noti numerosi depositi archaeologici sotterranei del Carso, i cui risultati sono stati esposti in pubblicazioni di notevole valore scientifico. Il GRPU che guidava fu una realtà fondamentale nella storia della speleologia triestina, capace di costruire un ponte duraturo tra l’esplorazione in grotta e la ricerca paleoantropologica.[14][16][17]


Come seguire la puntata e contattare la redazione

La puntata del 21 aprile è ascoltabile in diretta su Radio Fragola alle frequenze FM 104.6–104.8 oppure in streaming sul sito www.radiofragola.com. Chi desiderasse intervenire durante la trasmissione può farlo via WhatsApp al numero +39 340 191 6542. Le puntate precedenti di “Racconti dal Buio” sono disponibili all’indirizzo www.radiofragola.com/racconti-dal-buio/.[2][18]

Fonti
[1] PROF. GIOVANNI BOSCHIAN: “DISSESTI AMBIENTALI SULLE … https://caisag.ts.it/onc-conf-prof-g-boschian-2026/
[2] Racconti dal buio – Trieste – Radio Fragola https://www.radiofragola.com/racconti-dal-buio/
[3] Un approccio sistemico: dallo scavo al contesto e ai … – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=zdkcQrUxWpU
[4] Riparo di Visogliano – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Riparo_di_Visogliano
[5] Riscoprire gli antichi ambienti del Carso: animali e uomini tra Slivia … https://museostorianaturaletrieste.it/riscoprire-gli-antichi-ambienti-del-carso-animali-e-uomini-tra-slivia-e-visogliano/
[6] 3575 | Riparo dei Micromammiferi – Catasto Speleologico Regionale https://catastogrotte.regione.fvg.it/scheda/3575-Riparo_dei_Micromammiferi
[7] DUINO-AURISINA (Ts), loc. Visogliano. Riparo preistorico. https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/duino-aurisina-ts-loc-visogliano-riparo-preistorico/
[8] Percorso Geopaleontologico – Civico Orto Botanico di Trieste https://ortobotanicotrieste.it/le-zone/percorso-geopleontologico/
[9] [PDF] BOSSEA MMV – Comitato Scientifico Centrale https://csc.cai.it/wp-content/uploads/2018/04/atti-bossea.pdf
[10] Giovanni Boschian – UNIPI https://www.unipi.it/ateneo/organizzazione/persone/giovanni-boschian-4778/
[11] La nostra storia – AXXXO https://www.axxxo.net/la-nostra-storia/
[12] Annali vol. V – 1971-1972 – AXXXO https://www.axxxo.net/annali-vol-v-1971-1972/
[13] G.Marzolini – boegan.it https://www.boegan.it/2018/04/g-marzolini/
[14] Giorgio Marzolini – boegan.it https://www.boegan.it/2018/03/giorgio-marzolini/
[15] PRCS 2 GROTTA GIGANTE – Catasto Storico delle grotte https://www.catastogrotte.it/grotta/2/grotta-gigante
[16] Pubblicazioni Edite – Federazione Speleologica Regionale https://www.fsrfvg.it/lagazzetta/lagazz58/pub-edite.html
[17] [PDF] pdf – ATTI DEL MUSEO CIVICO DI STORIA NATURALE DI TRIESTE https://museostorianaturaletrieste.it/wp-content/uploads/Atti/Atti-Museo-58.pdf
[18] il martedì sera su Radio Fragola tra grotte, acque sotterranee e Timavo https://www.scintilena.com/racconti-dal-buio-il-martedi-sera-su-radio-fragola-tra-grotte-acque-sotterranee-e-timavo/01/13/

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  • Caverne di Fond de Forêt: un sito neandertaliano nel cuore del Belgio
    Condividi Una doppia caverna preistorica in territorio vallone racconta centomila anni di storia sotterranea Il sito: due grotte su una terrazza comune Nella vallata della Magne, affluente della Vesdra, nel comune di Trooz (provincia di Liegi, Belgio), si aprono le Grottes des Fonds de Forêt — in italiano Caverne di Fond de Forêt. Le due entrate distano meno di dieci metri l’una dall’altra e sboccano su un’unica terrazza che domina di circa venti metri il torrente sottostante.[1] Le
     

Caverne di Fond de Forêt: un sito neandertaliano nel cuore del Belgio

Apríl 18th 2026 at 13:00

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Una doppia caverna preistorica in territorio vallone racconta centomila anni di storia sotterranea


Il sito: due grotte su una terrazza comune

Nella vallata della Magne, affluente della Vesdra, nel comune di Trooz (provincia di Liegi, Belgio), si aprono le Grottes des Fonds de Forêt — in italiano Caverne di Fond de Forêt. Le due entrate distano meno di dieci metri l’una dall’altra e sboccano su un’unica terrazza che domina di circa venti metri il torrente sottostante.[1]

Le due grotte hanno morfologia distinta. La caverna di sinistra è una larga galleria che si allarga in una vasta sala dal soffitto obliquo, con uno sviluppo di 45 metri. Quella di destra presenta una sala prolungata da un corridoio con 25 metri di dislivello. Lo sviluppo totale del sistema è di 70 metri.[2][1]

Le cavità si trovano a un’altitudine di circa 146–150 metri s.l.m., in posizione boscosa sul versante sud-est del promontorio calcareo noto come Bay-Bonnet, a circa 100 metri dal corso d’acqua.[1]


Geologia: il calcaire viséen del Carbonifero

Le rocce che ospitano le grotte sono calcari visean, formatisi nel Carbonifero mississippiano tra 330 e 346 milioni di anni fa. Si tratta di una delle formazioni calcaree più tipiche della Vallonia orientale, diffusa lungo tutto il massiccio della Vesdra.[3][1]

Le pareti della grotta a monte mostrano tracce inconfondibili di un antico passaggio idrico. Il profilo è arrotondato “a fondo di barca” e le superfici sono lucidate dall’erosione. Questo indica che la cavità ha funzionato, in epoche remote, come galleria di deflusso di un corso d’acqua sotterraneo. La cava di Bay-Bonnet, adiacente al sito, ha permesso agli studiosi di analizzare in dettaglio la stratigrafia del Viséano superiore locale, ricco di Productus giganteus.[4][2]


L’archeologia: Neanderthal abitava qui

Le Grottes des Fonds de Forêt sono uno dei siti del Paleolitico medio più rilevanti del Belgio. La sequenza degli scavi è lunga quasi due secoli.

Philippe-Charles Schmerling (1790–1836), medico e paleontologo liégeois, fu il primo a esplorare sistematicamente le grotte negli anni 1830–1833. È considerato il fondatore della paleoantropologia umana: in oltre quaranta grotte della provincia di Liegi portò alla luce ossamenti umani e animali e strumenti in selce, anticipando di decenni le teorie evolutive.[5][6]

Nel 1895, il dottor F. Tihon scoprì nella grotta a monte un femore umano neandertaliano. Il reperto fu studiato definitivamente da F. Twiesselmann nel 1961 (pubblicato come Mémoire n° 148 dell’Institut royal des Sciences naturelles de Belgique).[2]


Industria litica: oltre 11.000 selci moustériane

Dall’insieme dei sedimenti esplorati nelle due grotte e nella terrazza antistante provengono circa 11.000 selci lavorate. L’analisi tipologica ha classificato questo materiale come Moustériano Charentiano di tipo Quina — una delle varianti culturali del Paleolitico medio attribuita ai Neandertaliani.[7][2]

Le caratteristiche principali dell’industria sono:

  • Predominanza di racloirs (421 esemplari), spesso convessi e con dorso spesso
  • Presenza di limaces (circa 12 esemplari) e bifaces sommari
  • Débitage levallois poco sviluppato
  • Assenza di punte moustériane tipiche[2]

Questa industria trova confronti con siti analoghi del bacino mosano (Spy, Goyet, Trou Al’Wesse) e con la grotta di Kartstein nell’Eifel tedesco, a suggerire reti di mobilità neandertaliana lungo le linee di displuvio tra bacino della Vesdra e bacino renano.[2]

La stratigrafia ha individuato tre livelli ossiferi sovrapposti: il livello inferiore moustériano (con tracce aurignacoidi), un livello magdaleniano e uno superiore assimilabile all’Ahrensburgiano.[2]


Interesse biologico: le grotte come rifugio per i chirotteri

Le grotte ospitano popolazioni di chirotteri che utilizzano le cavità come sito di ibernazione invernale. Per questo motivo, le chiusure installate agli ingressi sono dotate di passaggi calibrati per permettere il transito dei pipistrelli.[8][9]

Il sito è riconosciuto come Site de Grand Intérêt Biologique (SGIB) dalla Regione Vallona, oltre che come cavità di interesse biologico, idrologico, geomorfologico e mineralogico.[10][1]


La protezione del patrimonio: tre livelli di tutela

Le Grottes des Fonds de Forêt godono di una protezione patrimoniale stratificata e raramente attribuita a un sito belga di questa dimensione. Protezione Anno Strumento normativo Patrimoine classé (sito) 1949 Decreto di classamento[11] Cavità sotterranea di interesse scientifico (CSIS) 2001 AM del 01/03/2001[8] Patrimoine immobilier exceptionnel de Wallonie 2009 Arrêté del 27/05/2009[12]

Le grotte non sono aperte al pubblico. La gestione del sito è affidata a un comitato che associa autorità locali, regionali, ricercatori e speleologi. L’attività scientifica è permessa nel rispetto di protocolli rigorosi di conservazione.[13]


Il sito nel contesto karstico della Vesdra

Le Caverne di Fond de Forêt si collocano in un’area di eccezionale concentrazione di siti karstici preistorici. Nella stessa zona di Trooz si trovano la Grotte Walou — sito di riferimento per il Paleolitico belga con scavi dal 1996 al 2004 che hanno restituito resti neandertaliani — il Trou Wuinant, cavità di 40 metri poi proseguita oltre due sifoni per circa 1.500 metri di sviluppo, e la Chantoire de la Falise (Olne), con industria moustériana analoga.[14][15][16][2]

Il Belgio vallone vanta la più alta densità di siti a fossili neandertaliani diagnosticati dell’Europa settentrionale: almeno otto siti con resti umani datati. Il territorio della Vesdra, con la sua rete di grotte in calcari visean e tournaisiani, è il cuore di questa concentrazione.[17]


Conferenza: archeologia speleologica a Namur il 20 aprile

Per chi è interessato al tema dell’archeologia in ambiente sotterraneo, lunedì 20 aprile 2026 alle ore 19h30 è in programma una conferenza presso la Maison de la Spéléologie di Namur. L’evento è organizzato nell’ambito delle attività della comunità speleologica belga ed è aperto a iscrizione. La Maison de la Spéléologie è la sede istituzionale della speleologia in Vallonia, dove opera tra gli altri la CWEPSS (Commission Wallonne d’Étude et de Protection des Sites Souterrains).[18][13]

Iscrizioni: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfWyZ0JzQoSAIL267Se035dseXjPAMjHYUVmvWOG-wJ9uI6pA/viewform


Fonti consultate

  1. Wikipedia FR – Grottes des Fonds de Forêt: https://fr.wikipedia.org/wiki/Grottes_des_Fonds_de_For%C3%AAt
  2. Wikipedia DE – Grotten des Fonds von Forêt: https://de.wikipedia.org/wiki/Benutzer:JEW/Grotten_des_Fonds_von_For%C3%AAt
  3. Bulletin Institut Archéologique Liégeois (BIAL 84) – studio dell’industria moustériana: https://www.ialg.be/ebibliotheque/bial/bial084.pdf
  4. Biodiversité Wallonie – Grottes préhistoriques des Fonds de Forêt: https://biodiversite.wallonie.be/fr/6821-grottes-prehistoriques-des-fonds-de-foret.html
  5. CWEPSS – Cavités Souterraines d’Intérêt Scientifique (CSIS): https://www.cwepss.org/csis.htm
  6. Wallex – Arrêté ministériel CSIS du 01/03/2001: https://wallex.wallonie.be/eli/arrete/2001/03/01/2001027205/
  7. Wallex – Liste du patrimoine exceptionnel 2022: https://wallex.wallonie.be/files/pdfs/0/68710_Arrêté_du_Gouvernement_wallon.pdf
  8. Wikipedia FR – Liste du patrimoine immobilier exceptionnel de Wallonie: https://fr.wikipedia.org/wiki/Liste_du_patrimoine_immobilier_exceptionnel_de_la_Wallonie
  9. CartoDOC Wallonie – fiche karst 427-012z: https://cartodoc.wallonie.be/fiches/?ctx=karst&srv=id&value=427-012z
  10. Stratigraphie du Viséen du Massif de la Vesdre (VLIZ): https://www.vliz.be/imisdocs/publications/ocrd/293108.pdf
  11. Biblio Natural Sciences BE – Grotte Walou fouilles 1996–1998: https://biblio.naturalsciences.be/associated_publications/notae-praehistoricae/np18/np18_25-32_walou_261007_p.pdf
  12. Academia.edu – La grotte Walou à Trooz, fouilles 1996–2004: https://www.academia.edu/41046271/La_grotte_Walou_àTrooz_Belgique_Fouilles_de_1996à_2004_Abstract
  13. Speleoubs – Regards 05 (Trou Wuinant): https://speleoubs.be/images/regards/regards-05/Regards_05.pdf
  14. ULiège – Les débuts de la paléontologie humaine et de la Préhistoire (Schmerling): https://www.uliege.be/cms/c_9925157/fr/les-debuts-de-la-paleontologie-humaine-et-de-la-prehistoire
  15. Wikipedia FR – Philippe-Charles Schmerling: https://fr.wikipedia.org/wiki/Philippe-Charles_Schmerling
  16. Les Chercheurs de Wallonie – Schmerling archives: https://leschercheursdelawallonie.be/pdf/archives-du-mois/2018-06_archive_du_mois_schmerling.pdf
  17. UNESCO – Sites à fossiles néandertaliens de Wallonie: https://whc.unesco.org/fr/listesindicatives/6398/
  18. Daily Science BE – Autopsie du vallon Schmerling: https://dailyscience.be/31/01/2025/35561/
  19. Natagora Plecotus – pôle chauves-souris Wallonie: https://www.natagora.be/plecotus-pole-chauves-souris
  20. Tourwallonie80jours – Grotte Walou e Fonds-de-Forêt: https://www.tourwallonie80jours.be/index.php/trip/1-2-la-grotte-walou-les-grottes-des-fonds-de-foret-et-la-vesdre-mousterienne/

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  • L’acqua nelle città romane al centro di un convegno scientifico a Roma
    Condividi Palazzo Massimo ospita due giornate di studio sull’acqua nell’Italia romana, tra archeologia, epigrafia e paesaggio urbano Un convegno scientifico sull’acqua nell’Italia romana Roma è la sede scelta per il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda”, in corso il 17 e 18 aprile 2026 presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. L’evento, organizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura, riunisce studiosi e speciali
     

L’acqua nelle città romane al centro di un convegno scientifico a Roma

Apríl 18th 2026 at 11:00

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Palazzo Massimo ospita due giornate di studio sull’acqua nell’Italia romana, tra archeologia, epigrafia e paesaggio urbano


Un convegno scientifico sull’acqua nell’Italia romana

Roma è la sede scelta per il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda”, in corso il 17 e 18 aprile 2026 presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. L’evento, organizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura, riunisce studiosi e specialisti provenienti da diverse istituzioni accademiche e di ricerca italiane. Il convegno affronta il tema dell’acqua nelle città romane con un approccio multidisciplinare che integra archeologia, storia, epigrafia e analisi del paesaggio urbano.

Il titolo richiama tre gerundivi latini — utenda (da usare), servanda (da conservare), ducenda (da condurre) — che sintetizzano efficacemente le tre dimensioni fondamentali della gestione dell’acqua nel mondo romano: uso, conservazione e distribuzione.


Il programma: due giornate dense di interventi

Le sessioni si sono svolte in quattro blocchi distinti, distribuiti tra le mattine e i pomeriggi del 17 e del 18 aprile. La presidenza dei lavori è stata affidata a figure di rilievo del panorama accademico italiano: Andrea Giardina, Gianluca Tagliamonte, Marcello Guaitoli, Simone Quilici, Patrizia Basso e Maria Luisa Marchi.

Nella prima giornata, i lavori hanno preso avvio con i saluti istituzionali di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi e Stefania Quilici Gigli. Tra i temi affrontati nella mattina del 17 aprile: la regolamentazione dei condotti d’acqua pubblica nelle città romane (L. Maganzani), le fistulae aquariae di Roma e il loro contributo agli studi prosopografici (S. Orlandi), e l’acqua nelle città del Salento con i casi di Ugento e Lecce (G. Scardozzi). Nel pomeriggio della stessa giornata, le relazioni si sono concentrate sull’acqua a Ostia dall’età arcaica al tardo impero (A. D’Alessio), sugli aspetti urbanistici nelle città di fondazione in Italia tra il IV e il II secolo a.C. (M. Spanu), e sull’approvvigionamento idrico a servizio del Palazzo Imperiale (P. Quaranta, F. Coletti).


Le città dell’Italia romana sotto la lente degli studiosi

La seconda giornata, in corso oggi 18 aprile, ha aperto i lavori con interventi dedicati ad Aquileia — analizzata come città d’acque tra fiumi, canali e fosse (G. Furlan, A. Borsato) — e a Ravenna, con un focus sull’evoluzione del paesaggio urbano tra canali e acque interne in età antica (E. Giorgi, S. Morsiani, M. Cavalazzi). Nel pomeriggio, i relatori affronteranno i temi dell’acquedotto di Nora (J. Bonetto, G. Da Villa), della raccolta e distribuzione dell’acqua nelle castella aquarum dell’Italia romana (G. Cera), e della gestione dell’acqua a Pompei (F. Giletti, M. Covolan).

Le cisterne nelle città dell’Italia romana saranno al centro dell’intervento di S. Cespa, dedicato a metodologie e tecniche di conservazione dell’acqua. Chiuderà i lavori G. Renda con una riflessione sull’acqua nell’arredo urbano dell’Italia romana, a partire dall’espressione latina ut sine intermissione diebus noctibusque aqua fluat.


Acquedotti, cisterne e condotti: le infrastrutture idriche romane

Il convegno dedicato all’acqua nelle città romane non si limita alle grandi infrastrutture. Accanto agli acquedotti — tra i più imponenti sistemi ingegneristici dell’antichità — trovano spazio anche le strutture minori: cisterne, condotti, fistulae in piombo, fontane pubbliche e canali urbani. L’acquedotto romano di Vicenza, ad esempio, è oggetto di uno studio specifico basato su dati d’archivio e nuove acquisizioni (M.S. Busana, G. Mariotti, J. Turchetto), mentre la distribuzione dell’acqua a Verona è trattata nell’intervento di G. Falezza.

Questi casi studio mostrano come la gestione dell’acqua nelle città romane non fosse uniforme, ma variasse in base alla morfologia del territorio, alle risorse disponibili e all’organizzazione amministrativa locale.


Un approccio multidisciplinare alla storia dell’acqua

Uno degli aspetti più significativi del convegno sull’acqua nelle città romane è la varietà metodologica degli approcci proposti. Accanto all’archeologia classica, trovano spazio l’epigrafia — con lo studio delle iscrizioni legate alle fistulae e alla regolamentazione delle acque — e la storia del paesaggio, che consente di ricostruire le trasformazioni urbane legate alla presenza di fiumi, canali e infrastrutture idriche.

Il comitato scientifico è composto da specialisti di diverse università e istituzioni: J. Bonetto, L. Capogrossi Colognesi, G. Cera, G. Ceraudo, H. Dessales, G. Gregori, M. Guaitoli, P. Liverani, L. Quilici, S. Quilici Gigli, F. Rinaldi, A. Russo e M. Spanu. La diversità delle competenze riflette la complessità del tema trattato.


Ingresso libero e informazioni pratiche

Il convegno si svolge presso il Museo Nazionale Romano — Palazzo Massimo alle Terme, in Piazza dei Cinquecento a Roma. L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Per informazioni è possibile contattare gli organizzatori agli indirizzi: stefanella.quilici@gmail.com e mn-rm@cultura.gov.it.

Fonti
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  • Il Museo di Altamira svela il ruolo delle femmine di cervo nel Paleolitico cantabrico
    Condividi Il DIMS2026 porta ad Altamira una visita guidata sul ruolo delle cerve nell’arte preistorica Il Museo Nazionale e Centro di Ricerca di Altamira aderisce alle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026 (#DIMS2026) con un’attività dedicata alle cerve nel Paleolitico cantabrico. L’appuntamento è fissato per il 18 aprile 2026 alle 11:45 e si intitola Cerve (in)visibili: la loro rilevanza nell’arte e nella vita del Paleolitico Cantabrico. L’ingresso è gratuito con il bigli
     

Il Museo di Altamira svela il ruolo delle femmine di cervo nel Paleolitico cantabrico

Apríl 18th 2026 at 08:00

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Il DIMS2026 porta ad Altamira una visita guidata sul ruolo delle cerve nell’arte preistorica

Il Museo Nazionale e Centro di Ricerca di Altamira aderisce alle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026 (#DIMS2026) con un’attività dedicata alle cerve nel Paleolitico cantabrico. L’appuntamento è fissato per il 18 aprile 2026 alle 11:45 e si intitola Cerve (in)visibili: la loro rilevanza nell’arte e nella vita del Paleolitico Cantabrico. L’ingresso è gratuito con il biglietto del museo; è richiesta l’iscrizione preventiva tramite la piattaforma meapunto.unican.es.[1]


La Neocueva e la mostra permanente come scenari della visita guidata

L’attività si svolge lungo due percorsi distinti all’interno del complesso museale. Il primo è la Neocueva, la replica fedele della grotta originale di Altamira che ricostruisce l’atmosfera del Paleolitico superiore con illuminazione e ambientazione sonora. Il secondo è la mostra permanente “I tempi di Altamira”, uno spazio espositivo che documenta le tecniche pittoriche, la vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori e il contesto culturale in cui nacque l’arte rupestre cantabrica.[2][3]

I visitatori percorrono entrambi gli spazi sotto la guida di un esperto. Lo scopo è orientare lo sguardo su una figura animale spesso rimasta in secondo piano rispetto ai celebri bisonti: la cerva. L’animale è presente nelle pitture di Altamira, ma il suo ruolo simbolico ed ecologico è stato a lungo sottovalutato rispetto ad altri soggetti della volta policroma.[4]


Le cerve nell’arte paleolitica cantabrica: tra caccia, simbolismo e identità

Le cerve e i cervi rossi (Cervus elaphus) compaiono con frequenza nell’arte rupestre dell’area franco-cantabrica, nelle grotte di Altamira, Lascaux e in numerosi altri siti. Le raffigurazioni paleolitiche riproducono soprattutto cervi rossi, nonostante i reperti zooarcheologici indichino che caprioli, alci e renne fossero più frequentemente cacciati. Questo dato suggerisce che il significato delle pitture non si riduca alla documentazione delle prede di caccia, ma rimandi a un complesso universo simbolico.[5]

Secondo alcune interpretazioni consolidate nello studio dell’arte paleolitica, le figure animali sulle pareti delle grotte cantabriche esprimevano principi cosmologici. Le coppie ricorrenti — cavallo e bisonte, maschio e femmina — incarnavano simbolicamente i due principi generatori della vita. In questo schema, la cerva rappresentava il principio femminile. Non era un’immagine accessoria: era parte di un sistema visivo carico di significati rituali e sociali.[4][6]


Il ruolo della donna nel Paleolitico: nuove letture dell’arte di Altamira

L’attività del #DIMS2026 si inserisce in un dibattito scientifico più ampio che riguarda la visibilità della donna nelle comunità del Paleolitico cantabrico. Recenti studi e iniziative del Museo di Altamira hanno messo in discussione la narrazione tradizionale che vedeva l’uomo come unico soggetto attivo nella caccia e nell’arte rupestre. Indagini paleogenetiche e paleoantropologiche su alcuni siti preistorici documentano sepolture femminili con corredi ricchi, suggerendo un ruolo preponderante delle donne nelle comunità paleolitiche.[7][8]

Nel 2024, il Museo di Altamira ha avviato una collaborazione con l’illustratrice e archeologa Esperanza Martín per la realizzazione di serie di illustrazioni sulla vita quotidiana dei gruppi del Paleolitico superiore, con una prospettiva di genere esplicita. Il progetto intende superare le rappresentazioni stereotipate e mostrare donne impegnate nella caccia, nella vita sociale e nell’espressione artistica. La stessa possibilità che alcune pitture di Altamira siano opere femminili è oggi oggetto di dibattito accademico: non ci sono prove che fossero opera esclusiva di uomini, né che lo fossero di donne.[8][7]


Il #DIMS2026: “Musei che uniscono un mondo diviso”

L’evento rientra nel calendario delle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026, che si tiene ufficialmente il 18 maggio di ogni anno su iniziativa dell’ICOM — Consiglio Internazionale dei Musei — a partire dal 1977. Il tema scelto per il 2026 è “Musei che uniscono un mondo diviso”, con l’obiettivo di valorizzare il ruolo dei musei come ponti tra culture, comunità e generazioni in un contesto geopolitico complesso.[9][10][11]

Il Museo di Altamira ha scelto di anticipare le celebrazioni con attività distribuite nel corso delle settimane precedenti al 18 maggio, tra cui quella del 18 aprile sulle cerve del Paleolitico. L’ICOMOS spagnolo coordina un calendario di eventi tematici in diversi musei, consultabile tramite una mappa interattiva disponibile all’indirizzo icomos.es/mapa-de-actividades.[1]


Un patrimonio UNESCO sotto sorveglianza continua

La grotta di Altamira è riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1985, inserita in un sistema di diciotto grotte con arte rupestre paleolitica distribuite nel nord della Spagna. La struttura geologica della grotta è fragile. Dal 2018 il museo ha installato una rete sismica composta da quattro sismometri — con un quinto previsto — per monitorare in tempo reale la stabilità della cavità e prevenire danni alle pitture.[12][13]

La grotta originale non è aperta al pubblico, ma la Neocueva riproduce fedelmente i suoi ambienti. Questo spazio ospita regolarmente attività didattiche, visite guidate tematiche e conferenze che permettono al pubblico di avvicinarsi all’arte paleolitica cantabrica in modo accessibile e scientificamente fondato.[2][3]

Fonti
[1] ICOMOS – Facebook https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1894845501232539&set=a.1029491771101254&type=3
[2] Neocueva y Museo de Altamira: CUEVA DE ALTAMIRA https://museoaltamira.com
[3] Primary https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/en/que-hacer/para-escolares/primaria.html
[4] La pittura rupestre del Paleolitico: un tesoro artistico e simbolico https://www.scintilena.com/la-pittura-rupestre-del-paleolitico-un-tesoro-artistico-e-simbolico/12/19/
[5] 363 https://www.ccsp.it/wp-content/uploads/2024/02/attiVCS2007_Nember.pdf
[6] Arte paleolítico cantábrico. Signos y símbolos: los … https://portalcientifico.uned.es/documentos/5fb5ca142999527339681de4
[7] Esperanza Martín: el reto de ilustrar la visión de género en … – ILEON https://ileon.eldiario.es/historia/esperanza-martin-reto-ilustrar-vision-genero-paleolitico-cantabrico-altamira_1_12990728.html
[8] Cueva de Altamira: ¿Quién fue la niña de 8 años que descubrió las … https://www.educandoenigualdad.com/2018/10/02/cueva-de-altamira-quien-fue-la-nina-de-8-anos-que-descubrio-las-pinturas/
[9] Día Internacional de los Museos 2026: Museos uniendo un mundo … https://www.accioncultural.es/es/dia-internacional-de-los-museos-2026-museos-uniendo-un-mundo-dividido
[10] Museos uniendo un mundo dividido: el tema del Día Internacional … https://icom.museum/es/news/museos-uniendo-un-mundo-dividido-el-tema-del-dia-internacional-de-los-museos-2026/
[11] Día Internacional de los Museos 2026: Museos uniendo un mundo … https://www.mynewsdesk.com/es/icom-international-council-of-museums/pressreleases/dia-internacional-de-los-museos-2026-museos-uniendo-un-mundo-dividido-3441699
[12] Monitoraggio Sismico nella Grotta di Altamira – Scintilena https://www.scintilena.com/monitoraggio-sismico-nella-grotta-di-altamira/02/11/
[13] Grotta di Altamira e arte rupestre paleolitica della Spagna … https://it.wikipedia.org/wiki/Grotta_di_Altamira_e_arte_rupestre_paleolitica_della_Spagna_settentrionale
[14] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[15] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[16] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
[17] Le pitture rupestri di Altamira – Le origini dell’Arte in mostra … https://www.scintilena.com/le-pitture-rupestri-di-altamira-le-origini-dellarte-in-mostra-al-museo-nazionale-ungherese/12/30/
[18] 300 anni di storia della speleologia spagnola in mostra a Granada https://www.scintilena.com/300-anni-di-storia-della-speleologia-spagnola-in-mostra-a-granada/06/15/
[19] Scoperta una delle maggiori concentrazioni di arte paleolitica nella Penisola Iberica nella Cova Dones a Valencia – Scintilena https://www.scintilena.com/scoperta-una-delle-maggiori-concentrazioni-di-arte-paleolitica-nella-penisola-iberica-nella-cova-dones-a-valencia/09/16/
[20] I Primi Artisti della Storia: Viaggio nella Penombra delle Grotte … https://www.scintilena.com/i-primi-artisti-della-storia-viaggio-nella-penombra-delle-grotte-dipinte-che-svelano-i-segreti-del-paleolitico/08/13/
[21] Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026: il festival di … – Scintilena https://www.scintilena.com/espeleo-canyoning-cinema-asedeb-2026-il-festival-di-cinema-di-speleologia-e-canyoning-arriva-a-malaga/03/03/
[22] Arte Neanderthaliana in grotta – Spagna – Scintilena https://www.scintilena.com/arte-nearderthaliana-in-grotta/03/11/
[23] L’Alto Asón si prepara a diventare la Capitale Mondiale del … https://www.scintilena.com/lalto-ason-si-prepara-a-diventare-la-capitale-mondiale-del-soccorso-speleologico-la-14a-conferenza-internazionale-di-cave-rescue-in-arrivo/05/31/
[24] Esperienza immersiva nel mondo sotterraneo a Expominerales Madrid 2025 – Scintilena https://www.scintilena.com/esperienza-immersiva-nel-mondo-sotterraneo-a-expominerales-madrid-2025/02/23/
[25] L’Uomo di Altamura, il Neanderthal più antico d’Italia, svela … https://www.scintilena.com/luomo-di-altamura-il-neanderthal-piu-antico-ditalia-svela-i-segreti-della-sua-specie/07/01/
[26] BOL_CFLP_2 https://www.scintilena.com/allegati/bollettinofealc2.pdf
[27] Methodology for the Monitoring and Control of the Alterations Related to Biodeterioration and Physical-Chemical Processes Produced on the Paintings on the Ceiling of the Polychrome Hall at Altamira https://www.mdpi.com/2673-7159/4/4/42
[28] inVisibili. Le Pioniere del Cinema – Turismo Roma https://turismoroma.it/it/eventi/invisibili-le-pioniere-del-cinema
[29] Día Internacional de los Museos 2026 https://www.mncn.csic.es/es/visita-el-mncn/actividades/dia-internacional-de-los-museos-2026
[30] RISONANZE INVISIBILI – Comune di Venezia. https://www.comune.venezia.it/it/content/risonanze-invisibili
[31] ferdinando scianna – Musa Fotografia https://saramunari.blog/tag/ferdinando-scianna/
[32] Comenzamos 2026 con un recorrido por el Museo de Altamira https://www.instagram.com/reel/DTDKhq5DVxw/
[33] ArteRaku.it Mostre e Manifestazioni – L’Appuntamento con l’Arte. https://www.arteraku.it/pagine/manifestazioni-storico.asp
[34] The ALTAMIRA CAVES – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=YXfxgtvtpGQ
[35] archivio – The Italian Review | https://www.theitalianreview.com/archivio/
[36] Día Internacional de los Museos 2026 en Madrid | IFEMA MADRID https://www.ifema.es/visita-madrid/eventos/dia-internacional-museos-madrid
[37] Ricerca archeologica amplia le conoscenze sulla Grotta … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-amplia-le-conoscenze-sulla-grotta-dei-cervi-di-porto-badisco-il-rapporto-tra-uomini-e-animali-nella-preistoria/09/14/
[38] Arte Rupestre del Paleolitico a Malaga Un Viaggio nel Passato Preistorico – Scintilena https://www.scintilena.com/malaga-un-viaggio-nel-passato-preistorico/12/28/
[39] La newsletter BCRA di marzo 2026 annuncia workshop, escursioni … https://www.scintilena.com/ora-ho-raccolto-informazioni-sufficienti-per-scrivere-larticolo-procedo-con-la-stesura/03/05/
[40] Grotta Chauvet: l’arte paleolitica sigillata per 21.000 anni – Scintilena https://www.scintilena.com/grotta-chauvet-la-cattedrale-darte-paleolitica-rimasta-sigillata-per-21-000-anni/05/09/
[41] Le Grotte di Pertosa-Auletta a TourismA 2026 – Scintilena https://www.scintilena.com/le-grotte-di-pertosa-auletta-a-tourisma-2026-la-monografia-di-carucci-del-1907-torna-in-ristampa-anastatica/02/28/
[42] Cave and Karst News (gennaio 2026): scadenze, eventi … – Scintilena https://www.scintilena.com/cave-and-karst-news-gennaio-2026-scadenze-eventi-e-opportunita-per-la-comunita-speleologica/01/15/
[43] Puglia alla Scoperta della Grotta del Riposo: Arte Rupestre dalle Caratteristiche Uniche e Simboli Ancestrali – Scintilena https://www.scintilena.com/puglia-alla-scoperta-della-grotta-del-riposo-arte-rupestre-dalle-caratteristiche-uniche-e-simboli-ancestrali/12/27/
[44] Grotte Day 2026: a Onferno si esplora il percorso storico – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-day-2026-a-onferno-si-esplora-il-percorso-storico-tra-gessaroli-guerra-e-patrimonio-unesco/03/19/
[45] Lascaux: Quando il Patrimonio Paleolitico Incontra la … https://www.scintilena.com/lascaux-quando-il-patrimonio-paleolitico-incontra-la-fragilita-dellambiente-carsico/01/20/
[46] Soporte lítico con decoración lineal en el yacimiento de Labeko Koba (Arrasate, País Vasco) https://www.semanticscholar.org/paper/a85b944f7bc593e537859d3e4b8806e399d8c73b
[47] Mefitis “dea salutifera”? https://revistas.ucm.es/index.php/GERI/article/download/46671/43809
[48] [PDF] Altamira en femenino. Evidencias y carencias de las narrativas en … https://www.aranzadi.eus/fileadmin/docs/Munibe/maa.2024.75.mis04.pdf
[49] MOSTRA D’OLTREMARE S.P.A. – AEFIwww.aefi.it › quartiere › mostra-d-oltremare-s-p-a https://www.aefi.it/it/quartiere/mostra-d-oltremare-s-p-a/
[50] The Cantabrian Paleolithic https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/en/investigacion/publicaciones/museo-patrimonio/otros-yacimientos/el-paleolitico-cantabrico.html
[51] Las Cuevas de Altamira. Análisis artístico detallado https://www.youtube.com/watch?v=8iEPvQYDO-0
[52] Eventi – Aprile 2026 – Napoli – Mostra d’Oltremare https://mostradoltremare.it/events/
[53] Arte parietal paleolítico en la cueva de Aitzbitarte V ( … https://tp.revistas.csic.es/index.php/tp/article/download/839/890/959
[54] [PDF] MUSE CAMP 2026 https://www.muse.it/contrib/uploads/2026/02/166878231Avviso-MUSE-CAMP-2026.pdf
[55] Arte paleolítico cantábrico. Signos y símbolos: los signos como indicadores gráficos de territorio y territorialidad. El caso del valle del Sella en la comarca oriental asturiana https://produccioncientifica.ucm.es/documentos/5fb5ca142999527339681de4
[56] [PDF] Los bisontes de Altamira los descubrió una mujer. Museos … https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/gl/dam/jcr:0432d0bf-fb5b-440b-bc80-a120331ef662/2024-mujeres-si-pero-que-relatos-monografia-29-altamira.pdf
[57] Mostra d’Oltremare: Home https://mostradoltremare.it

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  • PaleoFestival 2026: a Spezia un viaggio interattivo nel mondo antico
    Condividi Due giornate di laboratori per divulgare l’archeologia presso adulti e bambini Un fine settimana dedicato all’archeologia sperimentale e alla divulgazione del mondo antico: il 18 e 19 aprile 2026 il Museo del Castello San Giorgio di Spezia ospita il PaleoFestival, un evento ricco di attività pensate per avvicinare il pubblico alla storia attraverso l’esperienza diretta. Il programma propone un’ampia varietà di laboratori e dimostrazioni interattive, rivolte sia ai più giovani si
     

PaleoFestival 2026: a Spezia un viaggio interattivo nel mondo antico

Apríl 17th 2026 at 05:00

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Due giornate di laboratori per divulgare l’archeologia presso adulti e bambini

Un fine settimana dedicato all’archeologia sperimentale e alla divulgazione del mondo antico: il 18 e 19 aprile 2026 il Museo del Castello San Giorgio di Spezia ospita il PaleoFestival, un evento ricco di attività pensate per avvicinare il pubblico alla storia attraverso l’esperienza diretta.

Il programma propone un’ampia varietà di laboratori e dimostrazioni interattive, rivolte sia ai più giovani sia agli adulti, con attività che spaziano dalla lavorazione dei materiali preistorici alla metallurgia dell’età del Bronzo, dalla tessitura antica alla scrittura geroglifica, fino alla sperimentazione di tecniche di sopravvivenza e produzione artigianale.

Tra i nomi presenti al festival figura anche Alfio Tomaselli, socio collaboratore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (IIPP), da anni impegnato nella divulgazione dell’archeologia sperimentale. Attraverso il sito archeologiasperimentale.it e il suo canale YouTube “Musteriano”, Tomaselli promuove attività laboratoriali e ricostruzioni delle tecnologie preistoriche. Da decenni collabora con università, musei, parchi archeologici e istituzioni culturali, contribuendo alla diffusione di pratiche e conoscenze legate alla vita e alle tecniche dell’uomo preistorico, con un’intensa attività didattica e divulgativa sia in Italia che all’estero.

Ci saranno quindi momenti di approfondimento scientifico, come incontri dedicati all’archeologia sperimentale e alla divulgazione, ed esposizioni e rievocazioni che ricostruiscono scene di vita antica, e offrono uno sguardo concreto sulle pratiche quotidiane delle civiltà del passato.

Il contesto spezzino, inoltre, aggiunge un ulteriore elemento di interesse: il territorio conserva importanti testimonianze archeologiche legate anche al mondo sotterraneo, dalla presenza dell’Ursus spelaeus e altri animali preistorici in grotte locali fino a evidenze di frequentazione umana preistorica. A queste si aggiunge il recente ritrovamento della Grotta dei Picconi, al momento in fase si studio, che ha restituito testimonianze di epoca neolitica, a conferma del valore archeologico del sottosuolo della zona.

Il PaleoFestival è una preziosa occasione per far incontrare ricerca, didattica e partecipazione: il museo, che è stupendo, diventerà spazio dinamico per far rivivere il passato.

Sintesi del programma:
Tra le attività in programma: laboratori di pittura preistorica, lavorazione della selce e accensione del fuoco, tessitura e lavorazione della pelle, dimostrazioni di metallurgia e costruzione di archi, scrittura antica e geroglifica, oltre a rievocazioni storiche, attività sulla vita quotidiana nel mondo antico e incontri dedicati all’archeologia sperimentale.

Dove: Museo del Castello San Giorgio, La Spezia
Quando: 18 e 19 aprile 2026
Come: attività e laboratori per tutte le età, ingresso secondo modalità del museo

Per approfondimenti sull’attività di Alfio Tomaselli: https://www.archeologiasperimentale.it/

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  • Chiese Rupestri di Matera: accordo triennale tra il Parco e l’IUSE di Torino per l’europrogettazione
    Condividi L’Ente Parco della Murgia Materana punta sui fondi europei con una convenzione quadro triennale con l’Istituto Universitario di Studi Europei L’Ente Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri di Matera e l’Istituto Universitario di Studi Europei (IUSE) di Torino hanno firmato una Convenzione Quadro di collaborazione e consulenza della durata di tre anni. L’accordo mira a rafforzare la capacità progettuale del Parco, intercettare i finanziamenti europei e promuovere mo
     

Chiese Rupestri di Matera: accordo triennale tra il Parco e l’IUSE di Torino per l’europrogettazione

Apríl 16th 2026 at 12:00

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L’Ente Parco della Murgia Materana punta sui fondi europei con una convenzione quadro triennale con l’Istituto Universitario di Studi Europei

L’Ente Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri di Matera e l’Istituto Universitario di Studi Europei (IUSE) di Torino hanno firmato una Convenzione Quadro di collaborazione e consulenza della durata di tre anni. L’accordo mira a rafforzare la capacità progettuale del Parco, intercettare i finanziamenti europei e promuovere modelli innovativi di gestione del patrimonio ambientale e culturale.[1]

La firma e i protagonisti dell’accordo sul patrimonio rupestre

La convenzione è stata siglata dal Presidente dello IUSE, professor Piercarlo Rossi, e dal Presidente dell’Ente Parco, Giovanni Mianulli. Il Parco delle Chiese Rupestri di Matera è un sito UNESCO di rilevanza internazionale, e la partnership nasce dall’esigenza concreta dell’Ente di potenziare le proprie competenze in materia di europrogettazione e gestione di iniziative finanziate da fondi nazionali e regionali. L’accordo è stato annunciato il 14 aprile 2026 e riportato da diversi organi di informazione regionali e nazionali.[1][2][3]

I quattro pilastri della collaborazione per lo sviluppo sostenibile

Lo IUSE, forte di una consolidata esperienza decennale nelle politiche dell’Unione Europea e nello sviluppo territoriale sostenibile, fornirà supporto tecnico-scientifico articolato in quattro aree principali.[1]

  • Monitoraggio bandi e progettazione: supporto nella presentazione di proposte su programmi UE e fondi strutturali
  • Strategie di sviluppo: analisi dei fabbisogni e definizione di modelli di gestione in linea con i trend europei di sostenibilità
  • Capacity Building: percorsi di formazione specialistica per il personale dell’Ente e per gli stakeholder locali
  • Ricerca e Valutazione: studi di impatto e divulgazione su temi legati alla tutela ambientale e al turismo sostenibile[1]

Le parole dei presidenti: valorizzare le Chiese Rupestri con l’europrogettazione

Il presidente dello IUSE, Piercarlo Rossi, ha dichiarato che con questa firma si consolida il ruolo dell’istituto come partner strategico per gli enti pubblici che guardano all’Europa. Rossi ha sottolineato come l’obiettivo sia tradurre le grandi sfide del Green Deal e della transizione ecologica in opportunità concrete per il territorio materano.[1]

Il presidente dell’Ente Parco, Giovanni Mianulli, ha evidenziato che la collaborazione con lo IUSE permetterà di rafforzare la capacità di analisi e progettazione del Parco. L’accordo, a suo giudizio, garantirà una valorizzazione sempre più efficace e moderna del patrimonio inestimabile delle Chiese Rupestri.[1]

Il Parco delle Chiese Rupestri: un sito UNESCO al centro delle politiche di tutela

Il Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano è uno dei territori protetti più significativi del Mezzogiorno d’Italia. Il sito, riconosciuto dall’UNESCO, custodisce un patrimonio rupestre unico che intreccia storia, archeologia, natura e spiritualità. Negli ultimi anni l’Ente ha avviato percorsi di collaborazione istituzionale per rispondere alle sfide della conservazione e della fruizione sostenibile, anche attraverso l’accesso ai fondi strutturali europei del ciclo 2021-2027.[4]

La nuova convenzione con lo IUSE si inserisce in questo quadro strategico. L’accordo mira a dotare il Parco delle Chiese Rupestri degli strumenti tecnici e delle competenze necessarie per competere efficacemente nell’accesso ai programmi di finanziamento europei dedicati alla tutela della biodiversità, alla transizione ecologica e al turismo sostenibile.[1]

Fonti
[1] Ricerca e territorio, intesa per valorizzare le Chiese rupestri https://agr.regione.basilicata.it/post/ricerca-e-territorio-intesa-per-valorizzare-le-chiese-rupestri/
[2] Matera, accordo tra IUSE e Parco della Murgia – trmtv https://www.trmtv.it/primo-piano/2026_04_14/536605.html/amp
[3] A Matera siglato un accordo tra IUSE e Parco della Murgia per … https://www.facebook.com/trmtv/posts/a-matera-siglato-un-accordo-tra-iuse-e-parco-della-murgia-per-innovazione-fondi-/1556749956457893/
[4] Schema di Accordo di Collaborazione – Basilicata Europa https://europa.regione.basilicata.it/2021-27/wp-content/uploads/2025/01/Accordo_Parco-Murgia-1.pdf
[11] Firma del Protocollo d’Intesa per la Valorizzazione delle Grotte di … https://www.scintilena.com/firma-del-protocollo-dintesa-per-la-valorizzazione-delle-grotte-di-luppa-tra-il-comune-di-sante-marie-e-la-federazione-speleologica-abruzzese-ets/03/07/
[12] Rural Karst: un progetto per promuovere la scienza e la tecnologia nelle scuole rurali della Romania – Scintilena https://www.scintilena.com/rural-karst-un-progetto-per-promuovere-la-scienza-e-la-tecnologia-nelle-scuole-rurali-della-romania/11/28/
[13] “Paesaggio culturale e sistema ipogeo nell’Alta Murgia: tra dimore … https://www.scintilena.com/giornate-europee-del-patrimonio-paesaggio-culturale-e-sistema-ipogeo-nellalta-murgia-tra-dimore-luoghi-di-culto-e-sepolture/09/18/
[14] Progetto Conservazione Habitat 8310: 110 grotte ripulite, restaurate e protette in un sito Natura 2000 in Romania – Scintilena https://www.scintilena.com/progetto-conservazione-habitat-8310-110-grotte-ripulite-restaurate-e-protette-in-un-sito-natura-2000-in-romania/04/22/
[15] EuroSpeleo Protection Label 2026: aperta la call europea per i … https://www.scintilena.com/eurospeleo-protection-label-2026-aperta-la-call-europea-per-i-progetti-di-tutela-delle-grotte/02/13/
[16] Palagianello rilancia il futuro della civiltà rupestre https://www.scintilena.com/palagianello-rilancia-il-futuro-della-civilta-rupestre/10/06/
[17] Nuovo Protocollo d’Intesa tra Regione Abruzzo e Federazione Speleologica Abruzzese – Scintilena https://www.scintilena.com/nuovo-protocollo-dintesa-tra-regione-abruzzo-e-federazione-speleologica-abruzzese/12/12/
[18] CALL FOR SURVEY DA ERC-KARST – Scintilena https://www.scintilena.com/call-for-survey-da-erc-karst-2/11/24/
[19] L’Alta Murgia alla BIT Milano 2025: turismo, cultura e … https://www.scintilena.com/lalta-murgia-alla-bit-milano-2025-turismo-cultura-e-sostenibilita/02/13/
[20] Puglia Archivi – Pagina 17 di 21 – Scintilena https://www.scintilena.com/category/puglia/page/17/
[21] Marche Approvata la mozione per il rifinanziamento della … https://www.scintilena.com/marche-approvata-la-mozione-per-il-rifinanziamento-della-legge-regionale-sulla-speleologia/08/25/
[22] Riscoperta del Patrimonio Minerario Abruzzese: Oggi Una … https://www.scintilena.com/riscoperta-del-patrimonio-minerario-abruzzese-oggi-una-conferenza-a-san-valentino-in-abruzzo-citeriore-pe/05/16/
[23] La Federazione Speleologica Pugliese aderisce al Contratto di Fiume del Torrente Asso, la speleologia al servizio del territorio. – Scintilena https://www.scintilena.com/la-federazione-speleologica-pugliese-aderisce-al-contratto-di-fiume-del-torrente-asso-la-speleologia-al-servizio-del-territorio/05/26/
[24] Pag. 1 a 20 https://www.sportesalute.eu/images/bandi_di_gara/RA_127_PA/08_RA_127_23PA__Accordo_Quadro_Foligno_-Matera.pdf [25] parco nazionale https://www.parcoaltamurgia.it/sites/default/files/albopretorio/upload/1420_z_DETERM.%2078-2014%20-%20AVVISO%20PUBBLICO%20CONVENZIONI.pdf [26] accordo di sviluppo tra parco delle chiese rupestri e iuse do torino https://www.facebook.com/basilicatadigitalchannel/posts/accordo-di-sviluppo-tra-parco-delle-chiese-rupestri-e-iuse-do-torino-rafforzare-/1565040368954775/ [27] TRA Il Comune di Matera, rappresentato dalla Dott.ssa … https://www.provincia.matera.it/images/amm_trasp/bandi_di_concorso/attivi/schema_di_convenzione-_ambientale.pdf
[28] [PDF] FAC-SIMILE ACCORDO DI PARTENARIATO – Comune di Matera – https://comune.matera.it/wp-content/uploads/2024/09/Delibera-della-giunta-comunale-n.942022.pdf
[29] Matera, accordo tra IUSE e Parco della Murgia https://x.com/TRMh24/status/2044012403281609006
[30] CONVENZIONE DI COPRODUZIONE https://amministrazionetrasparente.matera-basilicata2019.it/download/all-1-dd-73-convenzione-5ba4f428ba7e0.pdf
[31] ?’???????? ????????????? ?? ????? … https://www.facebook.com/Parcomurgiamaterana/photos/-%F0%9D%97%A6%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BB%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B4%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%AE-%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%AE-%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%B0%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B0%F0%9D%97%AE-%F0%9D%97%B2-%F0%9D%98%81%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BC%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%B9%F0%9D%97%9C%F0%9D%98%80%F0%9D%98%81%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%98%82%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%A8%F0%9D%97%BB%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%83%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%98%80%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%97%AE%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%B1%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%A6%F0%9D%98%81%F0%9D%98%82%F0%9D%97%B1%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%98%F0%9D%98%82%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%BC%F0%9D%97%BD%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%B2-%F0%9D%97%B9%F0%9D%97%98/1256002466703475/
[32] [PDF] 1 LA MURGIA ABBRACCIA MATERA https://trasparenza.regione.puglia.it/sites/default/files/paragrafi_semplici/20_Concorso%20di%20idee%20-%20La%20Murgia%20abbraccia%20Matera.pdf
[33] ??? ???????? ??? ??????? ? … https://www.facebook.com/groups/673361526137687/posts/3703031746503968/
[34] [PDF] convenzione – Formez – Monitoraggio progetti https://monitoraggioprogetti.formez.it/Home/StampaConvenzione/25038RO37

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  • Le neviere della Murgia: gli ipogei del freddo tra Piccola Era Glaciale, archeologia e speleologia pugliese
    Condividi Quando la neve scavata nella roccia alimentava l’industria del ghiaccio in Puglia Neviere della Murgia: cisterne ipogee per raccogliere e conservare la neve Le neviere della Murgia sono cisterne scavate nella roccia calcarea, strutture ipogee in cui la neve veniva raccolta durante i mesi invernali e conservata fino a trasformarsi in ghiaccio. Il fenomeno si diffuse in tutto il territorio pugliese: dal Gargano al basso Salento, con una concentrazione significativa nelle ar
     

Le neviere della Murgia: gli ipogei del freddo tra Piccola Era Glaciale, archeologia e speleologia pugliese

Apríl 16th 2026 at 06:00

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Quando la neve scavata nella roccia alimentava l’industria del ghiaccio in Puglia


Neviere della Murgia: cisterne ipogee per raccogliere e conservare la neve

Le neviere della Murgia sono cisterne scavate nella roccia calcarea, strutture ipogee in cui la neve veniva raccolta durante i mesi invernali e conservata fino a trasformarsi in ghiaccio. Il fenomeno si diffuse in tutto il territorio pugliese: dal Gargano al basso Salento, con una concentrazione significativa nelle aree della Murgia. Martina Franca, con le sue 30 strutture censite, si conferma la principale capitale regionale dell’industria del ghiaccio.[1]

Queste strutture non erano semplici buche nel terreno. Erano manufatti architettonici complessi, composti da cisterne o pozzi a pianta rettangolare, scavati nella roccia calcarea con una profondità variabile tra i 4 e i 12 metri. La struttura sovrastante era in pietra calcarea, con volta a botte e copertura a chiancarelle su falde inclinate. I conci estratti durante lo sbancamento erano riutilizzati per innalzare le pareti e le strutture esterne. Nelle aree della Murgia, il costo della lavorazione era più elevato rispetto alle zone costiere, dove la calcarenite tenera rendeva lo scavo più agevole rispetto alla compatta roccia calcarea della murgia.[2]


Piccola Era Glaciale e clima pugliese: le nevicate che resero possibile l’industria del freddo

Le neviere non avrebbero potuto esistere senza le condizioni climatiche che le resero necessarie. La cosiddetta Piccola Era Glaciale (PEG) — in inglese Little Ice Age — fu una fase di raffreddamento climatico durata approssimativamente dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo. Questo periodo portò, anche nelle regioni mediterranee del Sud Italia, nevicate abbondanti e persistenti che resero economicamente vantaggioso costruire e gestire queste strutture.[3][1]

La prova della diffusione delle neviere è, in sé, una testimonianza climatica diretta. Non si sarebbe potuto creare un simile numero di opere idrauliche se la natura non avesse offerto periodicamente quella materia prima che era la neve. I segni della Piccola Era Glaciale sono visibili in numerose opere dell’intelletto umano: dai dipinti ai racconti letterari, fino alle prime osservazioni di carattere scientifico. In Puglia, le centinaia di neviere documentate ne rappresentano la testimonianza materiale più concreta.[1][3]


Il ciclo produttivo: dal nevaiolo alla stecca di ghiaccio da bicchiere

La gestione delle neviere era una vera e propria attività imprenditoriale, organizzata secondo regole precise. Erano figure specializzate a presiedere l’intera filiera: il nevaiolo, ovvero l’appaltatore responsabile della raccolta, della conservazione e della trasformazione della neve in ghiaccio. La proprietà dei beni era concentrata nelle mani dell’aristocrazia locale. A Martina Franca e nei territori circostanti, i duchi Caracciolo detenevano il monopolio dell’industria del ghiaccio.[4][5]

Il ghiaccio era una merce preziosa. La sua purezza e igiene erano fondamentali, soprattutto per il consumo alimentare. Per la sorbetteria si selezionavano le cosiddette stecche di ghiaccio “da bicchiere”, le più pregiate. Il ghiaccio di qualità inferiore era invece impiegato per la conservazione di carni e pesci, rallentandone il deperimento, o utilizzato nella farmacopea per trattare diversi malanni.[6]


Un viaggiatore del 1818 racconta i sorbetti di Martina Franca

Una fonte storica di primo piano è il diario di viaggio del marchese di Pietracatella Giuseppe Ceva Grimaldi, intendente di Terra d’Otranto. Nel 1818, descrivendo il suo itinerario da Napoli a Lecce, il marchese annotò i piaceri della tavola dei martinesi, elogiando i sorbetti squisiti prodotti grazie alle famose conserve di neve che nel Salento si trovano — scriveva — sui monti di Martina. Era possibile gustarli nel pieno dell’estate, nonostante il caro prezzo. Questa testimonianza conferma come il commercio del ghiaccio avesse già allora un’organizzazione consolidata e una clientela esigente, tra nobiltà e ceto abbiente.[7][1]


Architettura ipogea delle neviere: dall’escavazione alla volta a botte

Lo sviluppo architettonico delle neviere seguì le logiche costruttive dell’edilizia rurale pugliese. Le strutture adottavano tecniche simili a quelle delle case a pignon e delle grandi cisterne aperte. La morfologia del tavoliere pugliese, privo di catene montuose e con un suolo calcareo, aveva già abituato gli abitanti a scavare invasi e cisterne per raccogliere l’acqua piovana. Le neviere si inseriscono in questa tradizione millenaria di architettura ipogea, declinandola in funzione di un uso diverso: non l’acqua, ma la neve.[2][6]

La struttura tipica comprendeva aperture nella volta per lo scarico della neve e aperture laterali per la ventilazione e l’accesso. La sovrapposizione di strati compatti di neve, alternati con paglia o foglie per l’isolamento termico, era la tecnica che permetteva la lenta trasformazione in ghiaccio nel corso dei mesi.[6][2]


Speleologi in prima linea per la tutela delle neviere pugliesi

A tutelare le neviere sono oggi principalmente gli speleologi. In Puglia, la normativa di riferimento è la Legge Regionale 4 dicembre 2009, n. 33, “Tutela e valorizzazione del patrimonio geologico e speleologico”. Questa legge ha istituito e regola il Catasto delle grotte e delle cavità artificiali della Puglia, affidato alla Federazione Speleologica Pugliese attraverso apposita convenzione con la Regione. Le neviere rientrano a pieno titolo nel catasto come cavità artificiali di interesse storico e antropologico.[8][9][10]

La Puglia conta già 2.377 cavità naturali censite e oltre 1.050 cavità artificiali registrate. Il lavoro di catalogazione è continuo: speleologi e ricercatori affiancano le istituzioni nel censire, documentare e proteggere queste strutture. Il volume Neviere della Murgia dei Trulli e nevicate storiche in Valle d’Itria ha censito quasi un centinaio di neviere solo in quella porzione di territorio.[10][1]


Archeologia dell’Età Contemporanea: un patrimonio da salvaguardare

Ciò che resta delle neviere pugliesi costituisce una preziosa testimonianza di archeologia dell’età contemporanea. Queste strutture narrano un capitolo di storia economica e sociale che coinvolge climatologia, architettura, storia locale e speleologia. L’abbandono dell’industria del ghiaccio naturale fu determinato da due fattori combinati: il progressivo cambiamento climatico che ridusse le nevicate, e l’avvento del ghiaccio artificiale prodotto con l’energia elettrica.[3][1]

Oggi un frigorifero produce ghiaccio in poche ore, a costo irrisorio. Per i nostri avi, ottenere quel bene richiedeva fatica collettiva, ingegno architettonico, organizzazione imprenditoriale e le giuste condizioni meteorologiche. I manufatti sopravvissuti alla distruzione andrebbero salvaguardati, tutelati e valorizzati per trasmettere alle generazioni future un capitolo fondamentale dell’identità culturale delle comunità pugliesi.[1][3]

Fonti
[1] Neviere e nevicate d’agosto: il “tempo” porta sotto terra la memoria … https://www.scintilena.com/neviere-e-nevicate-dagosto-il-tempo-porta-sotto-terra-la-memoria-del-freddo/08/27/
[2] Le neviere murgiane | La Voce News https://www.lavocenews.it/coronavirus-4/puglia-coronavirus-4/in-evidenza/le-neviere-murgiane/
[3] Le neviere della Murgia e le nevicate storiche in Valle d’Itria https://www.scintilena.com/le-neviere-della-murgia-e-le-nevicate-storiche-in-valle-ditria-un-viaggio-nel-passato-climatico-della-puglia/04/26/
[4] [PDF] ricchezza di pietra. i fabbricati urbani e rurali dei duchi http://siba-ese.unisalento.it/index.php/medietas/article/download/28625/23466
[5] Caracciolo – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Caracciolo
[6] Le neviere https://www.altosalentorivieradeitrulli.it/le_neviere.htm
[7] Giuseppe Ceva Grimaldi Pisanelli di Pietracatella – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ceva_Grimaldi_Pisanelli_di_Pietracatella
[8] La tutela del patrimonio ipogeo attraverso i catasti delle cavità artificiali – Scintilena https://www.scintilena.com/la-tutela-del-patrimonio-ipogeo-attraverso-i-catasti-delle-cavita-artificiali/02/15/
[9] Catasto delle grotte e delle formazioni naturali – S.I.T. – Puglia.con https://pugliacon.regione.puglia.it/web/sit-puglia-sit/catasto-delle-grotte-e-delle-formazioni-naturali
[10] Catasto delle Grotte e Cavità Artificiali https://www.fspuglia.it/catasto/catasto-puglia/31
[11] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[12] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[13] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
[14] “SUI SENTIERI DEI BRIGANTI” con il Centro Speleologico … https://www.scintilena.com/sui-sentieri-dei-briganti-con-il-centro-speleologico-dellalto-salento/12/29/
[15] Dal Buio: una mostra speleologica a Martina Franca https://www.scintilena.com/dal-buio-una-mostra-speleologica-a-martina-franca/01/13/
[16] COMPIE 50 ANNI LO STORICO GRUPPO SPELEOLOGICO VALLE DEL NOCE – Scintilena https://www.scintilena.com/compie-50-anni-lo-storico-gruppo-speleologico-valle-del-noce/01/15/
[17] L’arte del trarre l’olio: viaggio nei trappeti ipogei tra storia e … https://www.scintilena.com/larte-del-trarre-lolio-viaggio-nei-trappeti-ipogei-tra-storia-e-speleologia/08/16/
[18] Cittadinanza Onoraria di Cerchiara di Calabria al regista … – Scintilena https://www.scintilena.com/cittadinanza-onoraria-di-cerchiara-di-calabria-al-regista-frammartino-senza-gloria-gli-speleologi-del-61/12/11/
[19] Grotte e Voragini di Martina Franca – Il libro – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-e-voragini-di-martina-franca-il-libro/06/04/
[20] “Monte Nerone racconta” all’incontro di speleologia “Scintilena e … https://www.scintilena.com/monte-nerone-racconta-allincontro-di-speleologia-scintilena-e-friends-a-febbraio-a-narni/01/07/
[21] Neviere e ghiacciaie del Molise: una nuova proposta di classificazione – Scintilena https://www.scintilena.com/neviere-e-ghiacciaie-del-molise-una-nuova-proposta-di-classificazione/04/06/
[22] Scintilena https://www.scintilena.com/page/93/
[23] Speleologi che hanno fatto la Storia: Dott. Mario Marchetti (1913-1996) https://www.scintilena.com/speleologi-che-fecero-la-storia-dott-mario-marchetti-1913-1996/11/15/
[24] La memoria di alcune intense nevicate della “Piccola Era Glaciale” nel Salento | La Naturalizzazione d’Italia http://naturalizzazioneditalia.altervista.org/la-memoria-di-alcune-intense-nevicate-della-piccola-era-glaciale-nel-salento/
[25] Famiglia Caracciolo di Martina – nobili napoletani https://www.nobili-napoletani.it/Caracciolo-Martina.htm
[26] IL SALENTO DALL PREISTORIA ALLA MODERNITÀ https://www.lecceoggi.com/salento-dall-preistoria-alla-modernita-3/
[27] Piccola era glaciale – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Piccola_era_glaciale
[28] Preistoria e Protostoria della Puglia https://www.iipp.it/wp-content/uploads/Indice_Preistoria-e-protostoria-della-Puglia.pdf
[29] [PDF] Le vicende patrimoniali dei Caracciolo di Martina Franca durante e … https://emeroteca.provincia.brindisi.it/Archivio%20Storico%20Pugliese/2000/Articoli/LeVicendePatrimoniali.pdf
[30] IL COMMERCIO DELLA NEVE FRA LA MURGIA E … https://www.perieghesis.it/Neve%20fra%20Murgia%20e%20Taranto%201700.pdf
[31] La Puglia nel Neolitico dalle Veneri di Parabita a Porto Badisco https://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1979/III/art/R79III025.html
[32] ai tempi della “piccola era glaciale” anche in valle d’itria nevicava https://www.facebook.com/groups/274848366302720/posts/2340523653068504/
[33] Regolamento Catasto Speleologico del Friuli Venezia Giulia in via … https://www.scintilena.com/regolamento-catasto-speleologico-del-friuli-venezia-giulia-in-via-di-approvazione/01/03/
[34] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/623/?c=7
[35] Importanti novità nella speleologia del Lazio: il Catasto Cavità … https://www.scintilena.com/importanti-novita-nella-speleologia-del-lazio-il-catasto-cavita-artificiali/06/22/
[36] Il Catasto Speleologico Regionale: uno strumento … https://www.scintilena.com/il-catasto-speleologico-regionale-uno-strumento-essenziale-per-la-tutela-delle-grotte/02/15/
[37] Umbria – Legge regionale 23 settembre 2009, n. 19 – Scintilena https://www.scintilena.com/umbria-legge-regionale-23-settembre-2009-n-19/12/24/
[38] Acque sotterranee – DECRETO LEGISLATIVO 16 marzo 2009, n. 30 – Scintilena https://www.scintilena.com/acque-sotterranee-decreto-legislativo-16-marzo-2009-n-30/04/05/
[39] Catasto Nazionale Cavità Artificiali – Scintilena http://www.scintilena.com/utec/old/utec/catasto/fruizione.htm
[40] ACCATASTAMENTO CAVITA’ IPOGEE E/O ARTIFICIALI https://www.scintilena.com/accatastamento-cavita-ipogee-eo-artificiali/05/08/
[41] Scintilena https://www.scintilena.com/page/2263/?sid=18&lang=cn&act=topiccont&fid=1&id=1&page=1&pageall=1&numall=10
[42] Scintilena, Autore presso Scintilena – Pagina 1814 di 1890 https://www.scintilena.com/author/Scintilena/page/1814/
[43] [PDF] Giuseppe Ceva Grimaldi – Cisva https://viaggio-adriatico.com/wp-content/uploads/2024/01/ceva_grimaldi.pdf
[44] Catasto delle grotte e delle cavità artificiali della Puglia – CNR Irpi https://www.irpi.cnr.it/progetto/catasto-delle-grotte-cavita-artificiali-della-puglia/
[45] Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di terra d’Otranto nell … https://books.google.com/books/about/Itinerario_da_Napoli_a_Lecce_e_nella_pro.html?hl=it&id=B5YuAAAAYAAJ
[46] [PDF] geositi della puglia – CAI SCUOLA https://caiscuola.cai.it/wp-content/uploads/2025/02/2025-Corso-Rete-Natura-2000-Salvatore-Valletta-Geositi-della-Puglia_def.pdf
[47] # **IL MONDO SCOMPARSO DEGLI IPOGEI DEL … – Facebook https://www.facebook.com/groups/235044483499015/posts/2836822846654486/
[48] legge regionale 4 dicembre 2009, n. 33 https://portale2015.consiglio.puglia.it/documentazione/leges/azione.asp?K=2009LV33
[49] Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di Terra d’Otranto nell … https://archive.org/details/bub_gb_0VDtzC5EPiUC
[50] Art. 4 – Catasto regionale del patrimonio speleologico https://legislazionetecnica.it/node/3607308
[51] SEI DI GIOIA DEL COLLE SE……. – Facebook https://www.facebook.com/groups/1801570513409931/posts/4518198808413741/
[52] [PDF] Un approccio metodologico per lo studio delle cavità artificiali pugliesi https://www.sigeaweb.it/documenti/convegni/massafra-2017/1_Parise_Sigea_Massafra.pdf
[53] Sei di Ceglie Messapica se… – Facebook https://www.facebook.com/groups/1466176263612111/posts/4538422423054131/
[54] Nuovo Catasto delle Grotte e delle Cavità Artificiali della Regione … https://www.ambienteambienti.com/nuovo-catasto-delle-grotte-e-delle-cavita-artificiali-della-regione-puglia/

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  • Sudafrica, una cava di pietra risalente a 220.000 anni fa riscrive la storia del comportamento umano
    Condividi Un nuovo studio su Nature Communications documenta a Jojosi la più antica estrazione sistematica di materia prima finora nota per Homo sapiens La scoperta e il sito di Jojosi Nel KwaZulu-Natal, una regione di praterie aperte del Sudafrica orientale, sorge il complesso di siti denominato Jojosi, a circa 140 chilometri dalla costa dell’Oceano Indiano e a 1.200 metri di quota. Il paesaggio è inciso da profonde vallecole erosive, chiamate localmente donga, che nel corso d
     

Sudafrica, una cava di pietra risalente a 220.000 anni fa riscrive la storia del comportamento umano

Apríl 15th 2026 at 08:00

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Un nuovo studio su Nature Communications documenta a Jojosi la più antica estrazione sistematica di materia prima finora nota per Homo sapiens


La scoperta e il sito di Jojosi

Nel KwaZulu-Natal, una regione di praterie aperte del Sudafrica orientale, sorge il complesso di siti denominato Jojosi, a circa 140 chilometri dalla costa dell’Oceano Indiano e a 1.200 metri di quota. Il paesaggio è inciso da profonde vallecole erosive, chiamate localmente donga, che nel corso del Pleistocene hanno esposto affioramenti di hornfels e livelli sedimentari stratificati conservati con rarissima integrità.[1][2]

È in questo contesto che un team internazionale di ricercatori, guidato dal dr. Manuel Will dell’Università di Tubinga, ha identificato e scavato cinque livelli manufatturali distribuiti in tre aree principali. I risultati, pubblicati il 6 aprile 2026 su Nature Communications (DOI: 10.1038/s41467-026-70783-8), dimostrano che gli esseri umani estraevano intenzionalmente la pietra in questo luogo già 220.000 anni fa, tornandovi sistematicamente per almeno 110.000 anni.[3][4]


I manufatti: una cava, non un accampamento

Durante gli scavi, ogni centimetro cubo di sedimento è stato setacciato. Il risultato è un assemblaggio di oltre 20.000 manufatti, tutti in un’unica roccia: l’hornfels, una roccia metamorfica di contatto dalla grana finissima, durissima, che produce schegge con bordi affilati e resistenti.[5][6]

La scelta non è banale. Accanto al sito affiorano dolerite e quarzo, rocce disponibili immediatamente. I gruppi umani li hanno ignorati, puntando sistematicamente all’hornfels.[5]

L’assemblaggio litico mostra una composizione precisa:

  • blocchi di hornfels testati per valutarne la qualità, con scheggiature esplorative superficiali
  • schegge di tutte le dimensioni, prodotto delle fasi di riduzione del blocco
  • migliaia di micro-frammenti di scarto, inferiori ai 5 millimetri
  • martelli litici usati per percuotere la roccia
  • quasi nessun utensile finito: i prodotti erano trasportati altrove[4][1]

L’analisi di refit — il riassemblaggio fisico dei frammenti per ricostruire la sequenza di scheggiatura — ha prodotto 123 gruppi da 353 pezzi analizzati, tutti concentrati entro 30 centimetri: sequenze coerenti con soste brevi e mirate. L’analisi tracciologica su 40 manufatti ha rilevato tracce d’uso su un solo pezzo. Il resto era pronto per essere portato via.[7][5]

Nessun focolare. Nessun resto faunistico. Nessuno strumento per attività diverse dalla scheggiatura. Jojosi era una cava specializzata, visitata con un obiettivo preciso: procurarsi la materia prima migliore disponibile nel territorio.[1]


La datazione OSL: visite ripetute per 110.000 anni

Per determinare l’età dei depositi, il team ha utilizzato la datazione per luminescenza otticamente stimolata (OSL), una tecnica che misura l’energia accumulata nei cristalli di quarzo e feldspato dal momento della loro sepoltura, e quindi dalla loro ultima esposizione alla luce solare. Il metodo è applicabile a un intervallo che va da pochi decenni a centinaia di migliaia di anni.[1]

I campioni analizzati hanno restituito un quadro preciso: Fase isotopica marina Età approssimativa Attività documentata MIS 7 240–210.000 anni fa Prime evidenze di estrazione MIS 6 190–130.000 anni fa Uso continuativo durante il glaciale MIS 5e 125–110.000 anni fa Ultima fase documentata

Il sito viene frequentato durante almeno tre stadi climatici diversi, alternando glaciali e interglaciali. Il comportamento rimane identico.[8][4]


Il modello teorico che viene messo in discussione

Fino a oggi, il paradigma dominante nella paleoantropologia era quello dell’embedded procurement: i cacciatori-raccoglitori del Pleistocene raccoglievano la pietra incidentalmente, durante spostamenti dettati da altre necessità — la caccia, la raccolta di cibo, il trasferimento stagionale. Escursioni programmate con il solo scopo di ottenere una materia prima specifica erano considerate comportamenti tardivi, documentabili con certezza solo nel Paleolitico Superiore e nel Neolitico.[9][10]

A Jojosi, questa lettura non regge. Cinque prove indipendenti convergono verso un’unica interpretazione:

  1. esclusività assoluta dell’hornfels, nonostante la disponibilità di altri litotipi in loco
  2. assenza totale di utensili finiti, portati sistematicamente altrove
  3. assenza di qualsiasi altra attività: nessun rifiuto alimentare, nessun focolare
  4. refit concentrati spazialmente, tipici di soste brevi e funzionali
  5. ripetizione del comportamento per oltre 110.000 anni[8][5]

Lo studio conclude che i gruppi di Homo sapiens che frequentavano Jojosi conoscevano la localizzazione del sito, valutavano la qualità della roccia, pianificavano il viaggio per ottenerla e trasmettevano questa conoscenza alle generazioni successive.[11][3]


Le implicazioni per la storia cognitiva di Homo sapiens

La modernità comportamentale — quella costellazione di capacità cognitive che include il pensiero simbolico, la pianificazione a lungo termine, l’apprendimento sociale complesso — è stata a lungo collocata intorno ai 100–75.000 anni fa, sulla base di evidenze come i disegni geometrici e gli ornamenti in conchiglia della Grotta di Blombos, in Sudafrica, datati a ~73.000 anni fa.[12][13]

Jojosi anticipa questa soglia di oltre un secolo di migliaia di anni. La scoperta si inserisce in un quadro interpretativo in cui la modernità comportamentale non è una rivoluzione improvvisa, ma un mosaico di capacità emergenti gradualmente nel corso del Pleistocene Medio.[13][14]

Come scrivono gli autori nell’articolo, le evidenze di Jojosi dimostrano che “capacità chiave di Homo sapiens, inclusa la pianificazione a lungo termine e la plasticità comportamentale nell’interazione con il mondo materiale, sono emerse presto nella loro storia evolutiva”.[3]


Il metodo di scavo: documentazione in tre dimensioni

Gli scavi del 2022–2024 hanno impiegato un tachimetro laser per documentare in tre dimensioni la posizione esatta di ogni singolo reperto. Il rilievo 3D, affiancato da ricognizioni aeree con droni per identificare i siti in superficie, ha permesso di costruire un modello spaziale preciso degli assemblaggi. Il team comprende dieci ricercatori distribuiti tra l’Università di Tubinga, l’Università di Johannesburg, l’Università di Colonia e istituzioni sudafricane. Greg A. Botha, uno dei co-autori, aveva scoperto il sito di Jojosi già nel 1991.[4][7][1]


Fonti consultate

Fonti
[1] Early humans in South Africa were quarrying stone as long … https://uni-koeln.de/en/research/research-news/detail-forschungsmeldung-en/early-humans-in-south-africa-were-quarrying-stone-as-long-as-220000-years-ago
[2] The Jojosi Dongas: An interdisciplinary project to study … https://doaj.org/article/dbcce0fdece9462195e9a0da393b1849
[3] Specialised and persistent raw material procurement by humans in the Middle Pleistocene – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41946717/
[4] Early humans in South Africa were quarrying stone as far … – Phys.org https://phys.org/news/2026-04-early-humans-south-africa-quarrying.html
[5] The Stone Seekers of Jojosi – Anthropology.net https://www.anthropology.net/p/the-stone-seekers-of-jojosi
[6] Hornfels Facts https://softschools.com/facts/rocks/hornfels_facts/2985/
[7] Revisited and Revalorised: Technological and Refitting Studies at the Middle Stone Age Open-Air Knapping Site Jojosi 1 (KwaZulu-Natal, South Africa) https://link.springer.com/10.1007/s41982-024-00205-y
[8] Specialised and persistent raw material procurement by … https://www.nature.com/articles/s41467-026-70783-8
[9] A game of two halves: Looking for evidence for both embedded and direct procurement in a simulated dataset https://journals.ed.ac.uk/lithicstudies/article/view/7248
[10] Hunter-gatherer mobility and embedded raw-material procurement strategies in the mediterranean upper paleolithic: Hunter-gatherer mobility and embedded raw material procurement strategies https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/evan.21488
[11] Specialised and persistent raw material procurement by … https://ideas.repec.org/a/nat/natcom/v17y2026i1d10.1038_s41467-026-70783-8.html
[12] Middle Stone Age – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Middle_Stone_Age
[13] Behavioral modernity – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Behavioral_modernity
[14] Regional variability in the Acheulian to Middle Stone Age … https://www.nature.com/articles/s41598-026-40075-8
[15] 220000-Year-Old Quarry Site in South Africa Studied https://archaeology.org/news/2026/04/08/220000-year-old-quarry-site-in-south-africa-studied/
[16] Early Humans Already Had Fixed Quarries in South Africa … https://www.labrujulaverde.com/en/2026/04/early-humans-already-had-fixed-quarries-in-south-africa-220000-years-ago-returning-to-them-for-generations-to-obtain-stone-for-their-tools/
[17] Early Humans Quarried Stone 220000 Years Ago, Far … https://greekreporter.com/2026/04/08/early-humans-quarried-stone/
[18] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[19] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[20] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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Le catacombe di Parigi riaprono e riaccendono il dibattito etico sul trattamento dei resti umani nelle istituzioni culturali e scientifiche

Apríl 15th 2026 at 07:00

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Resti umani sotto terra e nei musei: un patrimonio che interroga la scienza

Le Catacombe di Parigi hanno riaperto al pubblico l’8 aprile 2026 dopo cinque mesi di chiusura e un intervento da 5,5 milioni di euro. L’evento ha riportato al centro dell’attenzione un tema che attraversa trasversalmente archeologia, speleologia, museologia e diritto: come si gestiscono i resti umani custoditi nel sottosuolo, nei depositi scientifici e nei musei? Un’inchiesta pubblicata il 6 aprile 2026 da Le Monde, firmata da Hervé Morin, ricostruisce un panorama complesso e per molti versi irrisolto.[1]


Le Catacombe di Parigi: sei milioni di scheletri sotto la città

L’ossuario municipale di Parigi è il più grande al mondo. Nelle sue gallerie sotterranee sono custoditi i resti di circa sei milioni di parigini, trasferiti dalle chiese e dai cimiteri sovraffollati a partire dalla fine del XVIII secolo.[1]

Con 600.000 visitatori l’anno, il sito rischiava di scivolare verso una logica da parco di divertimenti. La nuova scénographie punta a un approccio più sobrio. Isabelle Knafou, amministratrice delle catacombe, ha scelto deliberatamente di mantenere i resti umani accessibili al visitatore: «È la migliore barriera contro l’irrispetto. Nel corso della visita, il tono cambia. I burloni vengono presi alle viscere».[2][1]

I lavori di restauro hanno richiesto l’intervento di un muratore specializzato in pietra a secco. Il suo compito era raddrizzare le cosiddette hagues, i muri di ossa che rischiano di cedere. Il cemento è stato escluso: aumenta l’umidità e fragilizza le ossa. La tecnica a secco si è rivelata più stabile e più rispettosa del materiale.[1]


Musei e laboratori: 24.000 resti umani solo in Francia

Il problema non riguarda solo le catacombe. Il Muséum national d’histoire naturelle (MNHN) di Parigi custodisce 24.000 resti umani: 18.000 crani, 360 scheletri montati, 70 mummie complete. Un lavoro di inventario avviato nel 2005 è ancora in corso.[1]

Questi resti sono il prodotto di secoli di raccolta sistematica, spesso condotta senza alcun consenso. Laure Cadot, conservatrice-restauratrice indipendente, lo dice con chiarezza: «Siamo eredi di un patrimonio talvolta difficile da assumere. Non siamo responsabili dell’acquisizione di queste collezioni, ma dei gesti verso questi resti umani».[1]

Il nodo centrale è teorico prima ancora che pratico. Ogni resto umano occupa una zona grigia tra oggetto e soggetto: è un archivio biologico – genetico, isotopico, osteologico – ma è stato anche una persona. Il Codice etico dell’ICOM (adottato nel 2004) definisce i resti umani «materiali sensibili». Quel codice è attualmente in corso di revisione.[3][4][5]


Mostrare o nascondere: le scelte delle istituzioni

Il Musée de l’Homme di Parigi ha preso posizione con la mostra Momies, aperta dal 19 novembre 2025 al 25 maggio 2026, che espone nove mummie provenienti dall’Egitto antico, dall’America del Sud e dall’Europa medievale. Il paleoantropólogo Pascal Sellier, tra i curatori, ha spiegato che tenere le mummie nei magazzini è una forma di ipocrisia, e che le repliche «trasformano queste persone in cose».[1][6]

Altre istituzioni hanno scelto la strada opposta. In Giamaica, il Museo nazionale di Kingston ha ritirato dall’esposizione i resti dei Taíno, originariamente raccolti «per dimostrare l’esistenza di razze inferiori». Il Musée d’ethnographie di Ginevra propone una terza via: il dialogo con le comunità di appartenenza prima di qualsiasi decisione espositiva, perché rendere invisibile un resto umano può significare rendere invisibile anche la comunità che lo rivendica.[1]


Le restituzioni coloniali: dalla Vénus Hottentote al re Toera

La dimensione coloniale del problema è quella che ha prodotto i cambiamenti giuridici più rilevanti. Il caso di Saartjie Baartman (1788/1789–1815), donna khoisan del Sudafrica esposta come attrazione scientifica a Londra e Parigi prima di morire di malattia, è diventato il simbolo di questa storia. I suoi resti – genitali, cervello e calco del corpo – rimasero al Musée de l’Homme per quasi due secoli. Furono restituiti al Sudafrica solo nel 2002, attraverso una legge ad hoc, prima breccia nel principio di inalienabilità delle collezioni pubbliche francesi.[7][8]

La breccia si è poi allargata. La Loi n° 2023-1251 del 26 dicembre 2023 ha creato un quadro generale per la restituzione di resti umani dalle collezioni pubbliche francesi. La prima applicazione è arrivata il 26 agosto 2025 con la restituzione a Madagascar di tre crani sakalava conservati al MNHN, tra cui quello presumibilmente appartenente al re Toera, decapitato nel 1897 dalle truppe coloniali francesi.[9][10][11][12][13]

Ancora in attesa di risposta è la richiesta dei discendenti dei Kali’na della Guyana, 32 persone attirate a Parigi con false promesse nel 1892 ed esposte come attrazione al Jardin d’acclimatation prima di morire di malattia. Le loro ossa sono tuttora al MNHN.[14][15]


Il modello americano: il NAGPRA e l’Uomo di Kennewick

Negli Stati Uniti il problema è stato affrontato con una legge specifica: il Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA) del 1990 obbliga ogni istituzione che riceva fondi federali a inventariare e restituire i resti di nativi americani ai loro discendenti legittimi. Nel 2023 risultavano ancora oltre 97.000 resti non restituiti.[16][17]

Il caso più discusso è quello dell’Uomo di Kennewick: uno scheletro di 8.500 anni scoperto nel 1996 nel Washington State, conteso per vent’anni tra antropologi e cinque tribù amerindiane. Un’analisi genetica ha confermato nel 2015 i legami con le tribù. Il 18 febbraio 2017 il corpo è stato infine inumato in un luogo segreto lungo il fiume Columbia.[18][19]

L’American Museum of Natural History di New York ha annunciato la rimozione di circa 12.000 resti umani dalle proprie collezioni. Il presidente Sean Decatur ha riconosciuto che molte di quelle raccolte erano state costituite «per portare avanti programmi scientifici profondamente radicati nella supremazia bianca».[20]


Archeologia preventiva: il problema della saturazione

L’INRAP (Institut national de recherches archéologiques préventives), fondato nel 2001, ha presieduto in Francia allo scavo di 50.000-60.000 tombe. I depositi gestiti dallo Stato iniziano a essere saturi. Dominique Garcia, presidente dell’INRAP, propone una soluzione circolare: «Forse bisogna immaginare nuove catacombe, diverse dai depositi archeologici dello Stato e dai musei, per accogliere queste sepolture».[1]

Il caso della Dame de Quengo — Louise de Quengo (1584–1656), ritrovata in stato di conservazione quasi integrale nel 2013 durante gli scavi a Rennes e reinumata nel 2015 per volere dei discendenti — ha diviso il mondo scientifico. Per molti archeologi si è trattato di un «crimine scientifico», perché quella dépouille aveva ancora molto da rivelare.[21][1]

I cimiteri ebraici pongono un caso ulteriore: a Lione, le prescrizioni religiose hanno impedito qualsiasi studio scientifico dei defunti trovati in una cripta medievale. A Châteauroux, invece, è stato raggiunto un accordo per condurre analisi genetiche prima della reinumazione.[1]


Il quadro giuridico: dignità, inalienabilità e decolonizzazione

L’articolo 16-1-1 del codice civile francese stabilisce che «il rispetto dovuto al corpo umano non cessa con la morte». Questo principio è in tensione permanente con le esigenze dell’archeologia preventiva. Il vice-presidente del Senato francese Pierre Ouzoulias, archeologo di formazione, si è detto pronto a portare un’iniziativa legislativa per definire meglio il trattamento dei resti umani in archeologia: «Riguardo ai resti umani, esiste una sorta di deroga tacita rispetto al codice civile, concessa agli archeologi. Prelevarli non è un atto scientifico neutro».[1]

La decolonizzazione delle collezioni, ricorda il Musée d’ethnographie di Ginevra, «non è un risultato, ma un processo». Restituire un resto umano senza aver consultato le comunità interessate non è automaticamente la scelta giusta. La ricercatrice tunisina Chedlia Annabi lo dice senza ambiguità: «Non bisogna eludere la violenza che ha talvolta accompagnato la costituzione di queste collezioni».[1]


Fonti consultate

  • Le Monde, Hervé Morin, 6 aprile 2026 — Catacombes, musées, laboratoires : les restes humains, des vestiges pas comme les autreshttps://www.lemonde.fr/sciences/article/2026/04/06/catacombes-musees-laboratoires-les-restes-humains-des-sujets-sensibles_6677506_1650684.html
  • Ville de Paris — Les Catacombes de Paris font peau neuvehttps://www.paris.fr/pages/les-catacombes-de-paris-font-peau-neuve-25835
  • Ulysse.com — Réouverture catacombes Paris 2026https://ulysse.com/news/reouverture-catacombes-paris-2026
  • Pikaia.eu — I resti umani come beni culturali tra potenzialità e problemi — https://pikaia.eu/i-resti-umani-come-beni-culturali-tra-potenzialita-e-problemi/
  • Musée de l’Homme — Exposition Momies — https://www.museedelhomme.fr/fr/exposition-evenement/momies
  • Expo.paris — Expo Momies au Musée de l’Homme — https://expo.paris/exposition/momies-musee-de-l-homme-2025
  • ICOM Italia — Il Codice Etico di ICOM — https://www.icom-italia.org/codice-etico/
  • Regione Toscana — Codice etico ICOM per i musei (PDF) — https://www.regione.toscana.it/documents/10180/13648183/codice-etico-ICOM-per-i-musei.pdf
  • Vie-publique.fr — Loi restitution restes humains 26 décembre 2023 — https://www.vie-publique.fr/loi/289831-loi-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques
  • Légifrance — LOI n° 2023-1251 du 26 décembre 2023 — https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000048668800
  • Seban & Associés — Patrimoine culturel ou dignité de la personne humaine — https://www.seban-associes.avocat.fr/patrimoine-culturel-ou-dignite-de-la-personne-humaine-une-loi-permettant-la-restitution-de-restes-humains/
  • JSS.fr — Restitution de restes humains : la loi de décembre 2023 — https://jss.fr/post/Restitution_de_restes_humains_:_la_loi_de_decembre_2023__une_porte_qui_s-ouvre_vers_une_nouvelle_cooperation
  • Lexpress.mg — La France officialise la restitution du kabeso du roi Toera — https://www.lexpress.mg/2025/04/patrimoine-la-france-officialise-la.html
  • Le Monde — Avec le retour annoncé du crâne du roi Toera, Madagascar célèbre la mémoire de ses royautés — https://www.lemonde.fr/afrique/article/2025/04/24/avec-le-retour-annonce-du-crane-du-roi-toera-madagascar-celebre-la-memoire-de-ses-royautés-brisées-par-la-colonisation
  • Africanews — La France restitue 3 crânes mahorais à Madagascar — https://fr.africanews.com/2025/08/26/la-france-restitue-3-cranes-mahorais-a-madagascar/
  • Ministère de la Culture — Trois crânes sakalava restitués à Madagascar — https://www.culture.gouv.fr/actualites/trois-cranes-sakalava-restitues-a-madagascar
  • Le Monde — Des restes d’Amérindiens kaliña guyanais dans les limbes du Musée de l’Homme — https://www.lemonde.fr/sciences/article/2026/04/06/des-restes-d-amerindiens-kalina-guyanais-dans-les-limbes-du-musee-de-l-homme
  • Ouest-France — Elle se bat pour récupérer les corps des Guyanais exhibés dans un zoo humain à Paris — https://www.ouest-france.fr/region-guyane/elle-se-bat-pour-recuperer-les-corps-des-guyanais-exhibes-dans-un-zoo-humain-a-paris
  • Assemblée nationale — Restitution de la dépouille de la Vénus hottentote — https://www.assemblee-nationale.fr/11/dossiers/0101140102.asp
  • National Park Service — NAGPRA — https://www.nps.gov/subjects/nagpra/
  • La Voce di New York — I musei USA rimpatriano i resti di migliaia di nativi americani — https://lavocedinewyork.com/news/2023/12/27/tornano-a-casa-i-musei-usa-rimpatriano-i-resti-di-migliaia-di-nativi-americani/
  • Vulcano Statale — La rimozione dei resti umani dall’AMNH di New York — https://vulcanostatale.it/2023/10/la-rimozione-dei-resti-umani-dallamnh-di-new-york/
  • Sciences et Avenir — L’Homme de Kennewick a été réenterré — https://www.sciencesetavenir.fr/archeo-paleo/archeologie/l-homme-de-kennewick-a-ete-reenterre_110761
  • Wikipedia — Homme de Kennewick — https://fr.wikipedia.org/wiki/Homme_de_Kennewick
  • Le Monde — Archéologie : Dame Louise de Quengo, deux fois enterrée — https://www.lemonde.fr/sciences/article/2015/10/12/archeologie-dame-louise-de-quengo-deux-fois-enterree_4788060_1650684.html
  • INRAP — L’exceptionnelle sépulture de Louise de Quengo — https://www.inrap.fr/l-exceptionnelle-sepulture-de-louise-de-quengo-dame-du-xviie-siecle-5407

Fonti
[1] vulnerabilità aree carsiche.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_aeff132f-4e90-4a57-9599-51b44b46c5c8/7bb85516-a81a-4be5-8e60-ab6ca58753a0/vulnerabilita-aree-carsiche.txt
[2] Les Catacombes de Paris entament une rénovation historique https://www.paris.fr/pages/les-catacombes-de-paris-font-peau-neuve-25835
[3] I resti umani come beni culturali tra potenzialità e problemi – Pikaia https://pikaia.eu/i-resti-umani-come-beni-culturali-tra-potenzialita-e-problemi/
[4] [PDF] Codice etico dell’ICOM per i musei – Regione Toscana https://www.regione.toscana.it/documents/10180/13648183/codice-etico-ICOM-per-i-musei.pdf/e1e3dbcc-4dd9-4561-bc49-4e0b8ab5ccfc
[5] Il Codice Etico di ICOM https://www.icom-italia.org/codice-etico/
[6] Expo Momies au Musée de l’Homme | Réservation de Billet https://expo.paris/exposition/momies-musee-de-l-homme-2025
[7] Sur les traces de la Vénus Hottentote https://www.persee.fr/doc/gradh_0764-8928_2000_num_27_1_1221
[8] “Restitution de la dépouille de la “”Vénus hottentote””” https://www.assemblee-nationale.fr/11/dossiers/0101140102.asp
[9] Loi restitution de restes humains appartenant aux … https://www.vie-publique.fr/loi/289831-loi-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques
[10] Patrimoine culturel ou dignité de la personne humaine https://www.seban-associes.avocat.fr/patrimoine-culturel-ou-dignite-de-la-personne-humaine-une-loi-permettant-la-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques/
[11] LOI n° 2023-1251 du 26 décembre 2023 relative à la … https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000048668800
[12] La France restitue 3 crânes mahorais à Madagascar https://fr.africanews.com/2025/08/26/la-france-restitue-3-cranes-mahorais-a-madagascar/
[13] Trois crânes sakalava restitués à Madagascar – Ministère de la Culture https://www.culture.gouv.fr/actualites/trois-cranes-sakalava-restitues-a-madagascar
[14] Des restes d’Amérindiens kaliña guyanais dans les limbes … https://www.lemonde.fr/sciences/article/2026/04/06/des-restes-d-amerindiens-kalina-guyanais-dans-les-limbes-du-musee-de-l-homme_6677501_1650684.html
[15] Elle se bat pour récupérer les corps des Guyanais exhibés … https://www.ouest-france.fr/region-guyane/elle-se-bat-pour-recuperer-les-corps-des-guyanais-exhibes-dans-un-zoo-humain-a-paris-au-xixe-siecle-6d051e2a-242a-11f0-a582-b99d95c418a8
[16] Native American Graves Protection and Repatriation Act https://www.nps.gov/subjects/nagpra/
[17] Tornano a casa: i musei USA ‘rimpatriano’ i resti di migliaia … https://lavocedinewyork.com/news/2023/12/27/tornano-a-casa-i-musei-usa-rimpatriano-i-resti-di-migliaia-di-nativi-americani/
[18] L’Homme de Kennewick a été réenterré https://www.sciencesetavenir.fr/archeo-paleo/archeologie/l-homme-de-kennewick-a-ete-reenterre_110761
[19] Homme de Kennewick https://fr.wikipedia.org/wiki/Homme_de_Kennewick
[20] La rimozione dei resti umani dall’AMNH di New York – https://vulcanostatale.it/2023/10/la-rimozione-dei-resti-umani-dallamnh-di-new-york/
[21] Archéologie : Dame Louise de Quengo, deux fois enterrée – Le Monde https://www.lemonde.fr/sciences/article/2015/10/12/archeologie-dame-louis-de-quengo-deux-fois-enterree_4788060_1650684.html
[22] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[23] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[24] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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  • ✇Scintilena
  • Padova Il vuoto sotto la città: ESCA esplora e racconta il patrimonio ipogeo della Provincia Patavina
    Condividi Martedì 14 aprile 2026 a Vicenza la conferenza pubblica di ESCA – Padova Sotterranea ripercorre anni di esplorazioni, scoperte e ricerca nel sottosuolo della provincia di Padova: dalle gallerie medievali del Castello Carrarese all’acquedotto romano dei Colli Euganei La provincia patavina come laboratorio di speleologia in cavità artificiali Sotto le strade, le piazze e i campi della provincia di Padova si nasconde un archivio millenario di opere umane. Acquedotti romani,
     

Padova Il vuoto sotto la città: ESCA esplora e racconta il patrimonio ipogeo della Provincia Patavina

Apríl 14th 2026 at 08:00

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Martedì 14 aprile 2026 a Vicenza la conferenza pubblica di ESCA – Padova Sotterranea ripercorre anni di esplorazioni, scoperte e ricerca nel sottosuolo della provincia di Padova: dalle gallerie medievali del Castello Carrarese all’acquedotto romano dei Colli Euganei


La provincia patavina come laboratorio di speleologia in cavità artificiali

Sotto le strade, le piazze e i campi della provincia di Padova si nasconde un archivio millenario di opere umane. Acquedotti romani, gallerie medievali, bastioni cinquecenteschi, cunicoli estrattivi e rifugi bellici: il territorio patavino è uno dei contesti più ricchi d’Italia per la speleologia in cavità artificiali.

A esplorarlo sistematicamente da anni è ESCA – Padova Sotterranea (Esplorazioni Speleologiche Cavità Artificiali), gruppo iscritto all’Albo Regionale dei Gruppi Speleologici del Veneto. L’occasione per un bilancio pubblico è la conferenza “Un viaggio nello spazio e nella storia della provincia Patavina”, in programma martedì 14 aprile 2026 alle ore 21:00 presso il Centro Civico di Via Turra 70 a Vicenza. L’ingresso è libero.


ESCA Padova Sotterranea: identità e metodo

ESCA è dedicata allo studio, alla ricerca e all’esplorazione di ambienti sotterranei di origine antropica. Il gruppo è guidato da Marco Romano e conta tra i suoi protagonisti figure come Adriano Menin, Eleonora Berto, Giacomo Ghiotto, Martina Barazzuol e Umberto Fortini.

La filosofia del gruppo parte da una premessa precisa: la speleologia in cavità artificiali viaggia nel tempo umano, fatto di secoli di lavoro. Ogni galleria, ogni cunicolo, ogni cisterna è la traccia concreta di una scelta, di una necessità, di un progetto costruito da chi ha abitato questo territorio prima di noi. Le indagini mirano all’individuazione geografica e tipologica delle cavità, all’analisi delle tecniche costruttive e alla comprensione delle funzioni originarie, con un rigore che unisce speleologia, archeologia e storia.

Le frasi sono volutamente brevi. Il sottosuolo parla da solo. Il compito degli speleologi è ascoltarlo.


Il progetto “Padova Sotterranea”: trent’anni di bastioni e gallerie

Alla fine del 2008 nasce il progetto “Padova Sotterranea”, per iniziativa del Comitato Mura di Padova e del Gruppo Speleologico Padovano CAI, con cui ESCA collabora strettamente. L’obiettivo era rilevare e documentare tutti gli ambienti ipogei del sistema bastionato veneziano di Padova — la cinta muraria cinquecentesca più estesa conservata in Europa, con undici chilometri di mura e diciannove bastioni.

Le esplorazioni hanno portato alla luce casematte, gallerie di soccorso, cunicoli di scarico e camere mai segnalate. Per ogni bastione — dal Baluardo San Prosdocimo al bastione Pontecorvo, dalla Saracinesca al Venier — è stata prodotta documentazione fotografica e cartografica consegnata al Comune di Padova senza alcun onere per l’amministrazione. Il risultato di oltre trent’anni di ricerca è confluito nel volume “Padova sotterranea. Nel cuore delle mura rinascimentali esistenti più estese d’Europa”, pubblicato nel 2018 da Edizioni Chartesia, 240 pagine con fotografie, disegni architettonici e documenti d’archivio.


La scoperta del tunnel medievale sotto il Castello Carrarese

Tra le esplorazioni più recenti di ESCA spicca quella del 2024 al Castello Carrarese. Durante i sopralluoghi preparatori al progetto di restauro dell’ala est del castello — un intervento da 18 milioni di euro — la squadra guidata da Adriano Menin ha individuato e percorso per prima un tunnel sotterraneo di circa 50 metri, completamente ignoto e assente da qualsiasi mappa dei sotterranei del castello.

La galleria si articola in due sezioni: una parte risalente al XIII secolo, che si estende verso il Naviglio carraresco, e una porzione più recente di epoca ottocentesca. La funzione principale sembra essere idraulica — uno scolo per le acque meteoriche e reflue — ma non si escludono usi secondari. L’assessore alla Cultura Andrea Colasio ha riconosciuto che la scoperta ha imposto una revisione della strategia di restauro, con implicazioni dirette sul passaggio dei tubi fognari e sui tempi del cantiere. Una singola esplorazione speleologica ha cambiato il piano operativo di un cantiere milionario.


I Colli Euganei: dal Buso della Casara alle grotte Frassanelle

I Colli Euganei costituiscono un capitolo autonomo nel patrimonio speleologico della provincia. Le loro rocce — rioliti, trachiti, calcari — custodiscono sia grotte naturali sia un sistema articolato di cavità artificiali che attraversa i secoli.

Il sito più significativo è il Buso della Casara, a Cinto Euganeo: un sistema di gallerie romane scavate nella riolite per oltre 100 metri, costruito per captare le sorgenti interne del Monte Vendevolo e convogliare l’acqua verso la città di Ateste (Este). Cinque polle di sorgente alimentavano un bacino di raccolta, da cui l’acqua scorreva lungo 10 chilometri di condottura in tubuli di trachite. I cunicoli presentano incavi per le lucerne usate durante la manutenzione: un dettaglio che dice molto sulla cura con cui i romani progettavano le loro infrastrutture.

ESCA ha esplorato e documentato il Buso della Casara con rilievo LIDAR fotografico, producendo una ricostruzione tridimensionale virtuale presentata alla Soprintendenza nel 2024 con Adriano Menin ed Eleonora Berto come relatori. I dati sono stati consegnati all’autorità di tutela competente.

Sul versante opposto della storia, le Grotte delle Frassanelle a Rovolon raccontano un episodio ottocentesco: il conte Alberto Papafava le fece costruire artificialmente per sette anni, usando lastre di pietra calcarea locale, per replicare le grotte naturali del suo parco romantico all’inglese. Il risultato — cunicoli, stalattiti, laghetti — è oggi visitabile all’interno del parco.


L’acquedotto romano di Padova: una scoperta da 24 chilometri

In parallelo alle esplorazioni dirette, il territorio patavino ha rivelato negli ultimi anni un altro segreto di dimensioni storiche. Nel 2025 uno studio pubblicato sul Journal of Ancient Topography — firmato da ricercatori dell’Università di Padova e della Soprintendenza — ha identificato nell’Arzeron della Regina, il lungo terrapieno a nordovest di Padova per secoli interpretato come argine o strada sopraelevata, il supporto di un acquedotto romano di 24 chilometri, di cui 12 ipogei.

L’opera risale all’ultimo quarto del I secolo a.C. e portava le acque di risorgiva dalla località Fontanon del Diavolo di Gazzo Padovano fino alla città. Questa scoperta si aggiunge a un quadro che si arricchisce continuamente: tombe protostoriche dei Veneti antichi emerse nei cantieri universitari, necropoli romane, resti di domus affrescate sotto il Palazzo della Ragione. Il sottosuolo della Provincia Patavina è, letteralmente, un archivio a cielo aperto.


Formazione, relazioni e tutela: il valore aggiunto di una rete

L’attività di ESCA non si esaurisce nell’esplorazione. Il gruppo porta avanti da anni una serie di conferenze divulgative — le “Pillole di ESCA” — su temi come la cartografia catastale, le tecnologie di rilievo e la storia delle singole cavità. Collabora con il Gruppo Speleologico Padovano CAI, con Treviso Sotterranea, con il Gruppo San Marco di Venezia, con la Soprintendenza e con il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.

Ogni rilievo prodotto da ESCA viene consegnato alle autorità competenti — Comune, Soprintendenza, enti di tutela — contribuendo al patrimonio di conoscenza pubblica del territorio. In questo senso, la speleologia in cavità artificiali non è solo un’attività tecnica o sportiva: è un atto di responsabilità civica. Scoprire, documentare e condividere sono le tre fasi di un unico gesto.

La conferenza del 14 aprile a Vicenza è l’occasione per raccontare tutto questo a un pubblico più ampio. Non solo esplorazioni: anche le persone, le relazioni, le scoperte condivise e i momenti di crescita che la Provincia Patavina ha regalato agli speleologi di ESCA nel corso degli anni.


Evento: “Un viaggio nello spazio e nella storia della provincia Patavina” — martedì 14 aprile 2026, ore 21:00 — Centro Civico, Via Turra 70, Vicenza — ingresso libero.


Fonti consultate

L'articolo Padova Il vuoto sotto la città: ESCA esplora e racconta il patrimonio ipogeo della Provincia Patavina proviene da Scintilena.

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  • A Chiavari (GE) si parla della cultura di Golasecca: conferenza al Museo Archeologico
    Condividi Giovedì 16 aprile ultimo appuntamento sul ciclo dedicato all’Italia preromana, con intervento dell’archeologa Barbara Grassi Un nuovo appuntamento con la storia e l’archeologia dell’Italia preromana è in programma giovedì 16 aprile 2026 al Museo Archeologico Nazionale di Chiavari. Alle ore 15.30 si terrà la conferenza “Cultura di Golasecca. I dati delle ricerche recenti”, ultimo incontro di un ciclo che ha già approfondito Liguri, Etruschi e Veneti. Protagonista dell’incontro sar
     

A Chiavari (GE) si parla della cultura di Golasecca: conferenza al Museo Archeologico

Apríl 14th 2026 at 05:00

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Giovedì 16 aprile ultimo appuntamento sul ciclo dedicato all’Italia preromana, con intervento dell’archeologa Barbara Grassi

Un nuovo appuntamento con la storia e l’archeologia dell’Italia preromana è in programma giovedì 16 aprile 2026 al Museo Archeologico Nazionale di Chiavari.

Alle ore 15.30 si terrà la conferenza “Cultura di Golasecca. I dati delle ricerche recenti”, ultimo incontro di un ciclo che ha già approfondito Liguri, Etruschi e Veneti. Protagonista dell’incontro sarà Barbara Grassi, funzionaria archeologa della Soprintendenza ABAP, che presenterà i risultati aggiornati delle ricerche su una delle principali culture protostoriche dell’Italia settentrionale.

Un po’ di Lombardia in Liguria: Golasecca si trova in provincia di Varese, in Lombardia, ed è situato vicino al fiume Ticino, tra il Lago Maggiore e la pianura padana: qui ono stati scoperti i primi importanti ritrovamenti archeologici già nell’Ottocento.

La cultura di Golasecca, sviluppatasi tra il XII e il V secolo a.C., rappresenta una realtà di grande rilievo nell’Italia nord-occidentale, con importanti connessioni anche con gli antichi Liguri del Tigullio.

La cultura di Golasecca, sviluppatasi nell’area del Ticino, intratteneva rapporti con le popolazioni liguri del Tigullio, inserendosi in una rete di scambi che collegava il Nord Italia all’Europa continentale. Le indagini archeologiche, avviate già nel XIX secolo, hanno restituito strutture funerarie circolari e rettangolari, con urne cinerarie accompagnate da ricchi corredi in ceramica, bronzo e ferro.

Le ricerche più recenti, grazie anche al contributo di discipline come archeobotanica, archeozoologia e antropologia, stanno ampliando le conoscenze su ambiente, insediamenti e rituali funerari, offrendo un quadro sempre più dettagliato di questa civiltà.

Il programma prevede alle ore 15 una breve visita al museo guidata dal direttore (ingresso a pagamento), seguita dalla conferenza a ingresso gratuito fino a esaurimento posti. È consigliata la prenotazione.

Un’occasione per avvicinarsi alla storia più antica del territorio, in un’area che, tra l’altro, presenta anche interessanti contesti naturali e carsici, con la presenza di grotte in rocce cristalline come la Grotta dei Monti o Frigna di Golasecca.

?????? e dove: Giovedì 16 aprile 2026 al Museo Archeologico Nazionale di Chiavari, in Via Costaguta 2

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??? ??.?? –  breve visita al Museo di Chiavari, insieme al direttore del museo – ingresso a bigliettazione ordinaria  

??? ??.?? – “Cultura di Golasecca. I dati delle ricerche recenti” – conferenza di Barbara Grassi | ingresso gratuito fino a esaurimento posti

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???????????? ? ????????????: drm-lig.museochiavari@cultura.gov.it Tel. 0185.320829

?????????: 3€ intero – 2€ ridotto (18-25 anni) – Gratuito minori di 18 anni e altre agevolazioni

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  • Perugia Sotterranea: due giorni di speleologia urbana tra millenni di storia nascosta
    Condividi Il Gruppo Speleologico CAI Perugia apre il sottosuolo della città il 18 e 19 aprile 2026 con sette tappe che attraversano oltre 2.500 anni di stratificazioni storiche, dall’acropoli etrusca al rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale Perugia Sotterranea 2026: il programma di speleologia urbana Il 18 e 19 aprile 2026, Perugia torna ad aprire il proprio sottosuolo al pubblico con l’evento “Perugia Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Perugia (GSCAI PG) c
     

Perugia Sotterranea: due giorni di speleologia urbana tra millenni di storia nascosta

Apríl 13th 2026 at 06:00

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Il Gruppo Speleologico CAI Perugia apre il sottosuolo della città il 18 e 19 aprile 2026 con sette tappe che attraversano oltre 2.500 anni di stratificazioni storiche, dall’acropoli etrusca al rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale


Perugia Sotterranea 2026: il programma di speleologia urbana

Il 18 e 19 aprile 2026, Perugia torna ad aprire il proprio sottosuolo al pubblico con l’evento “Perugia Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Perugia (GSCAI PG) con il patrocinio del Comune di Perugia. Si tratta di un percorso di speleologia urbana che guida i partecipanti attraverso sette siti ipogei del centro storico, ciascuno rappresentativo di un’epoca diversa della millenaria storia della città.[1]

Le visite guidate partono da Viale Indipendenza, davanti alla chiesa di Sant’Ercolano, dalle ore 8:30 alle 16:30 con turni ogni 60 minuti. L’intero percorso ha una durata indicativa di tre ore. La quota di partecipazione è di €20 (€17 per i soci CAI); sono ammessi bambini dai 6 anni in su. La prenotazione è obbligatoria e avviene tramite il sito www.speleopg.it. Nel costo è compresa l’attrezzatura personale, l’assicurazione e un coupon per visitare autonomamente il Pozzo Etrusco entro 15 giorni dalla data dell’evento.[1]


Sette tappe nella speleologia urbana di Perugia: i siti del percorso

Il percorso di speleologia urbana tocca sette luoghi emblematici del sottosuolo perugino. Si inizia con il rifugio antiaereo sotto Sant’Ercolano, costruito nell’ottobre 1943 per proteggere la popolazione dai bombardamenti alleati: un dedalo di corridoi in mattoni con lampadari arrugginiti e resti di vecchie panche.[2][3][1]

Tra le novità del 2026 figura l’affresco sotterraneo dell’Ospedale Grande, la struttura ospedaliera istituita nel 1303 per l’accoglienza di pellegrini, poveri e bambini abbandonati. I suoi sotterranei conservano decorazioni pittoriche rimaste sepolte per secoli, di notevole interesse artistico.[4][1]

Il percorso prosegue con i resti del muro etrusco del Sopramuro: le mura di Perugia, edificate tra il IV e il III secolo a.C. con blocchi di travertino a secco, si estendono per circa 3 km secondo un andamento planimetrico “a trifoglio” dettato dalla conformazione delle due alture della città. Su di esse, intorno al 1330, vennero costruiti grandi archi che sorreggono l’attuale piazza Matteotti.[5][6]


Cisterne, pozzi e cunicoli: l’ingegneria idraulica etrusca e medievale

Il pozzo di via Sant’Agata e la cisterna di Porta Sole testimoniano la sofisticata ingegneria idraulica degli antichi perugini. Il Monte di Porta Sole corrisponde all’antica acropoli della città: la collocazione di cisterne in questa zona era strategica per il rifornimento idrico dell’area più importante e difesa dell’abitato.[7][8][1]

La Postierla della Conca è una porta minore della cinta muraria etrusca, databile al III-II sec. a.C., rimasta sepolta per secoli e conservatasi quasi intatta. Si trova all’interno di un cunicolo medievale costruito nel XIII secolo come parte dell’acquedotto che portava l’acqua dalla sorgente di Monte Pacciano alla Fontana Maggiore di Piazza IV Novembre. I lavori per quell’acquedotto iniziarono nel 1254 e si conclusero il 13 febbraio 1278.[9][10][11]

L’ultima tappa è il cunicolo di Braccio, legato al condottiero Andrea “Braccio” Fortebraccio (1368–1424), che dominò Perugia all’inizio del XV secolo. Si tratta di gallerie sotterranee riconducibili al suo sistema di controllo difensivo della città, testimonianza materiale rara del suo potere.[12]


Il Pozzo Etrusco: capolavoro dell’ingegneria idraulica del III sec. a.C.

Il percorso di speleologia urbana include un coupon per visitare il Pozzo Etrusco (o Pozzo Sorbello), in Piazza Danti 18. Costruito nella seconda metà del III secolo a.C., è la più monumentale infrastruttura idrica della città etrusca: 37 metri di profondità, oltre 5,6 metri di diametro massimo e una capacità di 424.000 litri.[13][14]

La struttura è scavata in un terreno di origine fluvio-lacustre e rivestita da conci di travertino, lo stesso materiale delle mura etrusche. Il pozzo era in grado di garantire l’approvvigionamento idrico dell’intera città anche in caso di assedio prolungato. Sulle pareti sono ancora visibili i solchi lasciati dalle funi usate dagli Etruschi per sollevare i secchi d’acqua.[14][15]


Il Gruppo Speleologico CAI Perugia: una storia che inizia nel 1934

Il GSCAI PG è tra i più antichi gruppi speleologici d’Italia. La prima evidenza storica ufficiale risale al 9 maggio 1934, con una lettera del Segretario Generale del Club Alpino Italiano. Dopo un’interruzione, l’attività riprese nel 1953; nel 1959 il gruppo adottò come simbolo i quattro “diavoletti” ispirati a una vecchia incisione, divenuti il suo marchio riconoscibile.[16]

Il gruppo è particolarmente legato alla Grotta di Monte Cucco: le esplorazioni iniziarono nel 1956 e culminarono nel 1978 con l'”Operazione Scirca”, che portò alla scoperta delle gallerie e dei pozzi del fondo della cavità. Accanto alla speleologia tradizionale, il GSCAI PG è attivo da decenni nella formazione e nella divulgazione.[17][16]


Speleologia urbana e turismo ipogeo in Umbria: un settore in crescita

“Perugia Sotterranea” si inserisce in un contesto umbro sempre più orientato alla valorizzazione del patrimonio sotterraneo. Nel 2023 è stato sottoscritto un accordo di promozione integrata tra Narni Sotterranea, il Pozzo di San Patrizio di Orvieto e le Cisterne romane di Amelia. Il progetto mira a creare percorsi tematici e a incrementare la permanenza dei turisti nella regione.[18]

La speleologia in cavità artificiali — che studia acquedotti, cisterne, rifugi, cunicoli difensivi e cripte — offre una chiave di lettura del territorio urbano non accessibile in altro modo. Nel caso di Perugia, la stratificazione plurimillenaria del sottosuolo porta dall’VIII sec. a.C. fino alla Seconda Guerra Mondiale, con livelli sovrapposti di cultura etrusca, romana, medievale e novecentesca.[19][20][21][22]

La proposta di strutturare “Perugia Sotterranea” come appuntamento permanente è già oggetto di iniziative istituzionali. Il progetto Oltre le Pietre di Way Experience ha introdotto visite guidate con realtà virtuale, che permettono di rivivere la Perugia di 2000 anni fa attraverso appositi visori.[23][24]


Info e prenotazioni: www.speleopg.it


Fonti consultate

Fonti
[1] Perugia Sotterranea 18 e 19 aprile 2026 – GSCAI PG https://www.speleopg.it/2026/03/28/perugia-sotterranea-2026/
[2] Percorsi di speleologia urbana alla scoperta della città sotterranea https://www.scintilena.com/perugia-sotterranea-percorsi-di-speleologia-urbana-alla-scoperta-della-citta-sotterranea/02/16/
[3] Rifugi antiaerei: la tana dove si nasconde Perugia | Emergenze https://www.emergenzeweb.it/rifugi-antiaerei/
[4] Ex Ospedale ed ex Chiesa Santa Maria della Misericordia https://www.comune.perugia.it/luogo/ex-ospedale-ed-ex-chiesa-santa-maria-della-misericordia/
[5] Mura Etrusche – Umbria https://www.umbria.website/content/mura-etrusche-perugia
[6] Mura di Perugia https://it.wikipedia.org/wiki/Mura_di_Perugia
[7] Perugia Sotterranea: speleologia urbana alla scoperta della città … https://www.scintilena.com/perugia-sotterranea-speleologia-urbana-alla-scoperta-della-citta-nascosta/06/27/
[8] ARTE.it – Mappare l’Arte in Italia https://www.arte.it/luogo/pozzo-etrusco-6499
[9] Postierla della Conca – The Etruscan “postierla” (postern) … https://www.comune.perugia.it/luogo/postierla-della-conca/
[10] Giorgio – La “Postierla della Conca” è una piccola porta … https://www.facebook.com/giorgio.faina.7/photos/la-postierla-della-conca-%C3%A8-una-piccola-porta-nascosta-nella-cinta-muraria-etrusc/1647007902145864/
[11] Acquedotto medievale della Fontana Maggiore https://it.wikipedia.org/wiki/Acquedotto_medievale_della_Fontana_Maggiore
[12] Braccio Fortebraccio, l’eroe dimenticato. – Medioevo in Umbria https://www.medioevoinumbria.it/curiosita/braccio-fortebraccio-leroe-dimenticato/
[13] Pozzo etrusco – Ministero della cultura https://cultura.gov.it/luogo/pozzo-etrusco
[14] Pozzo Etrusco di Perugia, il trionfo dell’alta ingegneria etrusca | Wayglo Umbria https://umbria.wayglo.it/scheda/pozzo-etrusco-di-perugia-il-trionfo-dellalta-ingegneria-etrusca/
[15] IL POZZO ETRUSCO DI PERUGIA – B&B Tre metri sopra il cielo https://www.tremetrisoprailcielo.net/?p=594
[16] Storia – GSCAI PG – Gruppo Speleologico CAI Perugia https://www.speleopg.it/storia/
[17] Attività – GSCAI PG – Gruppo Speleologico CAI Perugia https://www.speleopg.it/attivita-3/
[18] La storia dell’Umbria dal profondo: accordo tra Pozzo di San … https://orvietosi.it/2023/02/la-storia-dellumbria-dal-profondo-accordo-tra-pozzo-di-san-patrizio-narni-sotterranea-e-cisterne-di-amelia/
[19] Speleologia in cavità artificiali – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Speleologia_in_cavit%C3%A0_artificiali
[20] Le cavità artificiali e la speleologia urbana – SAS https://sastrieste.it/index.php/2019/11/21/le-cavita-artificiali-e-la-speleologia-urbana/
[21] L’antica Perugia sotterranea https://www.festivalumbriantica.it/umbria-antica/etruschi/perugia-sotterranea-romani-etruschi-archeologia/
[22] Tuttoggi vi porta nella Perugia sotterranea, tra rifugi … https://tuttoggi.info/tuttoggi-vi-porta-nella-perugia-sotterranea-tra-rifugi-antiaerei-e-i-segreti-nascosti-della-cattedrale-guarda-video/126959/
[23] Perugia Sotterranea: strutturazione del percorso di speleologia urbana https://www.tommasobori.it/perugia-sotterranea-strutturazione-del-percorso-di-speleologia-urbana/
[24] Perugia Sotterranea: scoprire la città tra epoche lontane e … https://www.guidaviaggi.it/2025/08/10/perugia-sotterranea-tra-epoche-lontane-e-realta-virtuale/
[25] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[26] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[27] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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  • Nel Bollettino di aprile 2026 del Comitato Scientifico Centrale del CAI si parla di grotte (ma non solo)
    Condividi Tra clima, biodiversità e archeologia, le cavità naturali emergono come archivi preziosi per leggere il passato e il presente dell’ambiente montano Le grotte nel Bollettino CSC del CAI – 4/2026 Il nuovo Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del CAI (aprile 2026) è come un numero ricco e articolato, capace di attraversare molti dei temi oggi più urgenti per chi si occupa di montagna: cambiamento climatico, biodiversità, gestione del territorio e ricerca scientifica. In q
     

Nel Bollettino di aprile 2026 del Comitato Scientifico Centrale del CAI si parla di grotte (ma non solo)

Apríl 13th 2026 at 05:00

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Tra clima, biodiversità e archeologia, le cavità naturali emergono come archivi preziosi per leggere il passato e il presente dell’ambiente montano

Le grotte nel Bollettino CSC del CAI – 4/2026

Il nuovo Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del CAI (aprile 2026) è come un numero ricco e articolato, capace di attraversare molti dei temi oggi più urgenti per chi si occupa di montagna: cambiamento climatico, biodiversità, gestione del territorio e ricerca scientifica.

In questo mosaico di contributi, le grotte trovano uno spazio significativo, non isolato ma inserito in una visione più ampia dell’ambiente montano come sistema complesso, dinamico e fragile.

Le grotte come archivi del passato: le “grotte a orso” alpine

Tra gli articoli più vicini alla sensibilità speleologica spicca il contributo di Davide Delpiano, Marco Peresani e Fabio Bona dedicato alle cosiddette “Grotte a orso” alpine.

Si tratta di cavità che, nel corso del Paleolitico, erano frequentate sia dagli orsi che dagli esseri umani. Il lavoro mette in luce un aspetto affascinante: la possibile alternanza stagionale nell’uso delle grotte. Durante l’inverno gli orsi le occupavano per il letargo e la riproduzione, mentre in estate gli stessi ambienti venivano utilizzati dai Neanderthal come rifugi temporanei durante attività di caccia in quota.

Queste cavità diventano così veri e propri archivi paleoecologici, capaci di conservare tracce biologiche, sedimentologiche e culturali. Non solo luoghi fisici, ma spazi di interazione tra specie diverse e testimoni di adattamenti ambientali profondi.

Per il mondo speleologico, questo significa riconoscere alle, oltre all’interesse esplorativo, un valore scientifico interdisciplinare sempre più centrale.

Dalla profondità alla superficie: il filo comune dell’ambiente

Il tema delle grotte si intreccia con altri contributi del Bollettino, mostrando una continuità tra ambienti ipogei e paesaggi di superficie.

L’articolo sui Rifugi Sentinella del clima e dell’ambiente descrive una rete di monitoraggio diffusa lungo tutta la dorsale alpino-appenninica, pensata per raccogliere dati meteorologici e ambientali in alta quota.

Questo progetto evidenzia come gli ambienti montani – comprese le aree carsiche – siano veri “hot spot” del cambiamento climatico, dove gli effetti si manifestano in modo rapido e spesso amplificato.

In questa prospettiva, le grotte possono essere lette come ambienti di registrazione lenta, capaci di conservare nel tempo segnali che in superficie risultano più difficili da isolare.

Biodiversità nascosta (e fragile)

Un altro contributo interessante, anche se non direttamente speleologico, riguarda gli endemismi dei Sibillini, con lo studio sui chirocefali condotto da Enrico Ripa e Loredana Di Giacomo.

Qui il focus è su due specie uniche, legate a piccoli ambienti acquatici d’alta quota e oggi minacciate da pressioni antropiche. Il parallelo con il mondo ipogeo è immediato:
ecosistemi isolati, equilibri delicatissimi, specie spesso uniche e vulnerabili.

La perdita di biodiversità è questione ecologica e culturale: la scomparsa di questi ambienti significa perdere conoscenza, storia e possibilità di studio.

Una visione integrata della montagna

Il valore di questo numero del Bollettino sta proprio nella sua capacità di mettere in relazione ambiti diversi: clima, geologia, biologia, archeologia.

Le grotte, in questo contesto, non sono un tema marginale, ma diventano uno dei tasselli fondamentali per comprendere la complessità del sistema montano.

Dalle cavità frequentate dai Neanderthal alle reti di monitoraggio climatico, fino agli ecosistemi più fragili e nascosti, emerge un messaggio chiaro: la montagna è un archivio vivente, e le grotte ne rappresentano alcune delle pagine più profonde e meno leggibili, ma anche tra le più preziose.

In queste righe abbiamo richiamato solo alcuni spunti, in particolare quelli più vicini alla sensibilità speleologica, ma il Bollettino offre molto di più.

Per questo l’invito è semplice: prendetevi il tempo di leggerlo con attenzione. È un numero ricco, ben costruito e capace di offrire chiavi di lettura profonde sul rapporto tra uomo, ambiente e montagna.

Davvero una lettura interessante, da non perdere.

Il Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del CAI è pubblicato online in formato PDF ed è liberamente scaricabile dal sito ufficiale del CSC. Una scelta importante, che conferma la volontà del Club Alpino Italiano di diffondere conoscenza scientifica accessibile e condivisa, in linea con la propria missione storica di studio e tutela dell’ambiente montano.

Bollettino CSC CAI: https://csc.cai.it/bollettino-aprile-2026/

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  • “L’Acqua del Passato e le Esplorazioni del Futuro”: a Trieste la storia dell’Acquedotto Teresiano rivive in 3D
    Condividi La Società Adriatica di Speleologia presenta al Museo Civico di Storia Naturale il risultato di anni di esplorazioni e rilievi LiDAR nelle gallerie dell’antico acquedotto settecentesco di Trieste L’Acquedotto Teresiano di Trieste torna protagonista Sabato 18 aprile 2026, presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (Via dei Tominz, 4), si terrà un evento dedicato all’Acquedotto Teresiano, uno dei sistemi idrici sotterranei più significativi del patrimonio storico
     

“L’Acqua del Passato e le Esplorazioni del Futuro”: a Trieste la storia dell’Acquedotto Teresiano rivive in 3D

Apríl 12th 2026 at 13:00

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La Società Adriatica di Speleologia presenta al Museo Civico di Storia Naturale il risultato di anni di esplorazioni e rilievi LiDAR nelle gallerie dell’antico acquedotto settecentesco di Trieste


L’Acquedotto Teresiano di Trieste torna protagonista

Sabato 18 aprile 2026, presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (Via dei Tominz, 4), si terrà un evento dedicato all’Acquedotto Teresiano, uno dei sistemi idrici sotterranei più significativi del patrimonio storico di Trieste. L’appuntamento, organizzato dalla Società Adriatica di Speleologia APS (SAS) in convenzione con il Comune di Trieste, è in programma dalle ore 13:45 alle ore 18:00.[1][2]

Il titolo dell’evento è emblematico: “L’Acqua del Passato e le Esplorazioni del Futuro – Dalla ricerca storica alla ricostruzione 3D dell’Acquedotto Teresiano”. L’iniziativa intende presentare al pubblico i risultati di un lungo lavoro speleologico che unisce ricerca storica e tecnologia digitale applicata alle cavità sotterranee urbane.


Un’opera idraulica settecentesca: storia e caratteristiche dell’Acquedotto Teresiano

L’Acquedotto Teresiano nasce per volontà imperiale. L’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo ne ordinò la costruzione con un editto del 19 novembre 1749; i lavori si conclusero nel 1751. L’opera fu progettata per captare le falde acquifere del Carso e portare acqua potabile alla città di Trieste, allora in forte espansione commerciale.[3][1]

La struttura è composta da un complesso sistema di gallerie sotterranee scavate nella roccia carsica. Nel corso dei secoli, l’acquedotto cadde in disuso e le gallerie si riempirono di detriti, colate di cemento e materiali di risulta. L’Acquedotto Teresiano è oggi inserito nell’elenco dei 120 acquedotti antichi d’Italia.[3]

La sua importanza storica, ingegneristica e idrogeologica lo rende un oggetto di studio rilevante per chi si occupa di speleologia urbana e di patrimonio sotterraneo.


Le esplorazioni speleologiche della SAS: dal 2018 a oggi

Dal 2018, gli speleologi volontari della Società Adriatica di Speleologia hanno avviato il Progetto Theresia, un’ambiziosa operazione di recupero e riapertura delle gallerie dell’acquedotto. Il lavoro ha richiesto la rimozione di decine di metri cubi di detriti, macerie e ostruzioni accumulate in oltre un secolo di abbandono.[4]

Il presidente della SAS, Marco Restaino, ha descritto il progetto come “l’operazione di riqualificazione basata unicamente sul volontariato più grande e ambiziosa che Trieste abbia mai visto”. Si tratta di un’affermazione che fotografa bene la portata dell’impresa.[4]

Nel 2024, dopo anni di lavoro sistematico, gli speleologi hanno raggiunto la parte terminale dell’acquedotto, inclusa la galleria Tschebull — lunga quasi 200 metri e battezzata con il nome di uno dei progettisti originali — connettendo così il centro cittadino al cuore del Carso triestino. Un traguardo che ha aperto nuove possibilità di studio e documentazione dell’intero sistema ipogeo.[5]


La ricostruzione 3D con tecnologia LiDAR

Al centro della presentazione del 18 aprile c’è il rilievo tridimensionale dell’acquedotto realizzato dall’Equipe Lidar, la Scuola ufficiale SSI di rilievo con LiDAR della Società Adriatica di Speleologia. Il rilievo speleologico con LiDAR (Light Detection and Ranging) è una tecnica laser ad alta precisione che consente di creare modelli digitali tridimensionali dettagliati di ambienti ipogei complessi.[6]

La SAS utilizza i sensori LiDAR integrati negli iPhone abbinati al software open source CloudCompare per la gestione e visualizzazione delle nuvole di punti. Questa metodologia, sviluppata e perfezionata negli anni, permette di ottenere modelli 3D precisi a costi contenuti, accessibili anche alle associazioni di volontariato.[7][6]

Il corso di rilievo speleologico con LiDAR organizzato dalla SAS aveva registrato il tutto esaurito già a febbraio 2025, a dimostrazione dell’interesse crescente per queste tecniche nel mondo della speleologia italiana. A marzo 2026, la SAS ha replicato il corso a San Quirino per titolati e qualificati CAI.[8][6]


La Società Adriatica di Speleologia e il Museo Civico di Storia Naturale

La Società Adriatica di Speleologia di Trieste è una delle realtà speleologiche più attive del Friuli Venezia Giulia. Gestisce lo Speleovivarium Erwin Pichl e l’Abisso di Trebiciano (grotta n. 17 VG), già considerato per oltre ottant’anni il più profondo al mondo. L’associazione opera in stretto rapporto con le istituzioni locali, come testimonia la convenzione con il Comune di Trieste per la gestione del Progetto Theresia.[2]

L’evento si svolge presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, fondato nel 1846 e considerato uno dei musei scientifici più antichi d’Italia. Le sue collezioni coprono zoologia, botanica, mineralogia, paleontologia e geologia, offrendo un contesto scientifico coerente con le tematiche dell’evento.[9][10]


Informazioni pratiche

  • Data: Sabato 18 aprile 2026
  • Orario: ore 13:45 – 18:00
  • Sede: Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, Via dei Tominz, 4 – Trieste
  • Organizzatore: Società Adriatica di Speleologia APS, in convenzione con il Comune di Trieste e il Museo di Storia Naturale
  • Rilievo 3D: Equipe Lidar – Scuola ufficiale SSI di rilievo con LiDAR

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Fonti consultate

  1. Scintilena – Trieste: gli speleologi della Società Adriatica di Speleologia raggiungono la parte finale dell’Acquedotto: https://www.scintilena.com/trieste-gli-speleologi-della-societa-adriatica-di-speleologia-raggiungono-la-parte-finale-dellacquedo[5]
  2. Friuli Sera – Società Adriatica di Speleologia: le acque nascoste di Trieste: https://friulisera.it/societa-adriatica-di-speleologia-le-acque-nascoste-di-trieste-convegno-e-ultime-scoperte-allacquedotto-ter[11]
  3. SAS Trieste – Sito ufficiale della Società Adriatica di Speleologia: https://sastrieste.it[2]
  4. Scintilena – Corso di rilievo speleologico con Lidar e CloudCompare – tutto esaurito: https://www.scintilena.com/corso-di-rilievo-speleologico-con-lidar-e-cloudcompare-iscrizioni-chiuse-per-il-tutto-esaurito/[6]
  5. FSRFVG – Corso di rilievo con Lidar e CloudCompare (29.3.2025): https://www.fsrfvg.it/?p=11593[7]
  6. Scintilena – Rilievo speleologico 3D con il Lidar a San Quirino: https://www.scintilena.com/rilievo-speleologico-3d-con-il-lidar-a-san-quirino-il-corso-nazionale-per-titolati-e-qualificati-cai/[8]
  7. Il Piccolo – La speleo-missione che riapre le gallerie dell’Acquedotto di Maria Teresa: https://www.ilpiccolo.it/cronaca/la-speleo-missione-che-riapre-le-gallerie-dellacquedotto-di-maria-teresa-nb2n91b1[1]
  8. Friuli Oggi – I bimbi esplorano l’acquedotto teresiano: è la prima volta in 250 anni: https://www.friulioggi.it/friuli-venezia-giulia/bimbi-esplorano-acquedotto-teresiano-prima-volta-250-anni-19-aprile-2024/[4]
  9. Artsupp – Museo di Storia Naturale di Trieste: https://artsupp.com/it/trieste/musei/museo-di-storia-naturale-di-trieste[9]
  10. CoopCulture – Museo di Storia Naturale di Trieste: https://www.coopculture.it/it/poi/museo-di-storia-naturale-di-trieste/[10]
  11. La Mia Trieste – Capofonte: https://www.lamiatrieste.com/2015/12/30/capofonte/[3]

Fonti
[1] La speleo-missione che riapre le gallerie dell’Acquedotto … https://www.ilpiccolo.it/cronaca/la-speleo-missione-che-riapre-le-gallerie-dellacquedotto-di-maria-teresa-nb2n91b1
[2] Società Adriatica di Speleologia di Trieste – SAS https://sastrieste.it
[3] Capofonte https://www.lamiatrieste.com/2015/12/30/capofonte/
[4] I bimbi esplorano l’acquedotto teresiano: è la prima volta … https://www.friulioggi.it/friuli-venezia-giulia/bimbi-esplorano-acquedotto-teresiano-prima-volta-250-anni-19-aprile-2024/
[5] Trieste: gli speleologi della Società Adriatica di … https://www.scintilena.com/trieste-gli-speleologi-della-societa-adriatica-di-speleologia-raggiungono-la-parte-finale-dellacquedotto-teresiano-a-100-metri-di-profondita-nel-cuore-del-carso-ad-attenderli-una-strao/10/19/
[6] Corso di rilievo speleologico con Lidar e CloudCompare – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-rilievo-speleologico-con-lidar-e-cloudcompare-iscrizioni-chiuse-per-il-tutto-esaurito/02/26/
[7] Corso di rilievo con Lidar e CloudCompare (29.3.2025) https://www.fsrfvg.it/?p=11593
[8] Rilievo speleologico 3D con il Lidar: a San Quirino il corso … https://www.scintilena.com/rilievo-speleologico-3d-con-il-lidar-a-san-quirino-il-corso-nazionale-per-titolati-e-qualificati-cai/03/06/
[9] Museo di Storia Naturale di Trieste, Trieste | Orari, mostre e opere su Artsupp https://artsupp.com/it/trieste/musei/museo-di-storia-naturale-di-trieste
[10] Museo di Storia Naturale di Trieste https://www.coopculture.it/it/poi/museo-di-storia-naturale-di-trieste/
[11] Società Adriatica di Speleologia: Le acque nascoste di Trieste … https://friulisera.it/societa-adriatica-di-speleologia-le-acque-nascoste-di-trieste-convegno-e-ultime-scoperte-allacquedotto-teresiano/
[12] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[13] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[14] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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Le caverne ossifere della Liguria e Giovanni Ramorino: la storia dimenticata di un pioniere della speleologia scientifica

Apríl 12th 2026 at 07:00

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Un naturalista genovese tra le grotte del Finalese e l’emigrazione in Argentina: il contributo di A. Romani svela una vicenda poco nota della paleontologia ottocentesca


Le caverne ossifere della Liguria al centro di un nuovo studio

Nel 2026, all’interno del volume collettaneo Connessioni: oggetti, saperi, parole, culture e civiltà (Museo delle Civiltà, Roma), l’autore A. Romani ha pubblicato un contributo dedicato a Giovanni Ramorino (Genova, 1841–1876), naturalista e geologo ligure, che fu tra i primissimi ricercatori a condurre indagini sistematiche nelle caverne ossifere della Liguria.

Lo studio ricostruisce una figura fino ad oggi poco nota alla storia della speleologia italiana, intrecciando due filoni paralleli: il contributo scientifico di Ramorino alle ricerche preistoriche liguri e la sua successiva emigrazione in Argentina, che lo trasformò in un esponente della scienza italo-argentina del tardo Ottocento.

Le grotte al centro delle sue ricerche erano quelle del Finalese — in particolare la Caverna delle Arene Candide, la Grotta di Verezzi (poi nota come Grotta della Ferrovia) — e i siti dei Balzi Rossi. Questi depositi, ricchi di faune pleistoceniche e manufatti litici, costituivano un archivio naturale di straordinaria importanza per la nascente paletnologia italiana.


L’assistente del Museo di Genova tra Arene Candide e Verezzi

Giovanni Ramorino operava come assistente presso il Museo di Storia Naturale della Regia Università di Genova. In questa veste, nell’agosto del 1864, affiancò Arturo Issel nelle prime esplorazioni sistematiche alla Caverna delle Arene Candide, a Finale Ligure.

Il 14 agosto 1864, Issel e Ramorino visitarono congiuntamente le Arene Candide e la cosiddetta Grotta della Ferrovia, nei pressi di Verezzi. In quest’ultima recuperarono carboni, ossa animali e schegge di quarzo, materiali che divennero fondamentali per le successive interpretazioni paleoetnologiche.

Il lavoro sul campo confluì nella memoria scientifica pubblicata nel 1866 presso la Reale Accademia delle Scienze di Torino: Sopra le caverne di Liguria e specialmente sopra una recentemente scoperta a Verezzi sopra Finale (serie II, vol. 24, pp. 277–304). Il testo fu presentato in Accademia il 28 gennaio 1866 e discusso con una relazione di Bartolomeo Gastaldi. Si tratta di uno dei contributi più precoci e metodologicamente consapevoli sulla geologia delle caverne ossifere liguri.


Un metodo sistematico per le grotte ossifere

La memoria del 1866 non si limita alla descrizione dei rinvenimenti. Ramorino vi propone criteri geologici e topografici per individuare depositi fossiliferi nelle cavità carsiche liguri, anticipando un approccio metodologico che diventerà consolidato solo decenni dopo.

Le “caverne ossifere” — termine tecnico dell’epoca per le grotte con accumuli di resti faunistici in matrice sedimentaria — erano considerate archivi naturali capaci di restituire informazioni sull’ambiente e sulla presenza umana nel passato. Ramorino distingue tra depositi di breccia ossifera, livelli di cenere e carbone, e strati con manufatti litici, impostando una lettura stratigrafica ante-litteram dei depositi ipogei.

Questo contributo inserisce Ramorino a pieno titolo nella genealogia della paletnologia ligure, accanto a Issel, Perrando, Morelli e Amerano. Issel stesso, nella sua sintesi Liguria preistorica (1908), riconosce il ruolo delle esplorazioni del Finalese come momento fondativo per la disciplina.


Il Finalese come laboratorio della paletnologia italiana

Il territorio del Finalese divenne a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento un polo di riferimento per i naturalisti italiani. Le grotte di questa fascia costiera ligure — con le loro sequenze stratigrafiche intatte e la ricchezza di materiali paleontologici e paleoetnologici — attiravano ricercatori da tutta Italia.

Attorno ad Arturo Issel si costruì una rete scientifica che coinvolgeva geologi, naturalisti, religiosi e collezionisti. Giovanni Ramorino ne fu parte attiva nella fase iniziale, contribuendo con le sue esplorazioni del 1864 e con la memoria del 1866 a definire i caratteri fondamentali di questo programma di ricerca.

Le caverne ossifere liguri fornirono negli anni successivi materiali che alimentarono le collezioni dei musei genovesi e di altri istituti scientifici. Il Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, fondato nel 1867, divenne il principale centro di raccolta e studio di questi materiali.


L’emigrazione in Argentina e la doppia identità scientifica

Attorno al 1876, Ramorino lasciò Genova per l’Argentina. Le fonti lo definiscono “geologo e paleontologo italo-argentino”, una qualifica che riflette l’integrazione nella comunità scientifica del paese di adozione. La data del 1876 coincide con quella che storici dell’emigrazione identificano come l’inizio della prima grande ondata migratoria italiana verso l’Argentina.

Il trasferimento non rappresentò una rottura ma piuttosto una continuazione del progetto scientifico. L’Argentina era in quegli anni un paese che cercava attivamente competenze europee per costruire le proprie istituzioni scientifiche. La Costituzione del 1853 incoraggiava esplicitamente l’immigrazione di chi portasse “scienze e arti”.

Il contributo di Romani mette in luce questo doppio versante: da una parte un giovane ricercatore che contribuisce alla nascita della paletnologia ligure con esplorazioni pionieristiche e pubblicazioni metodologicamente avanzate; dall’altra, una traiettoria migratoria che trasporta in Argentina competenze maturate nelle grotte del Finalese, in un percorso che rispecchia il ruolo degli scienziati italiani nell’Argentina della seconda metà dell’Ottocento.


Una storia da recuperare per la speleologia italiana

Il contributo di Romani restituisce alla memoria collettiva un protagonista dimenticato della speleologia scientifica ottocentesca. La vicenda di Giovanni Ramorino ricorda come la storia della speleologia italiana sia fatta non solo di grandi esploratori, ma anche di ricercatori che, con mezzi limitati e carriere brevi o interrotte dall’emigrazione, posero le basi metodologiche per le discipline speleologiche successive.

Le caverne ossifere della Liguria, oggi patrimonio di siti come le Arene Candide e i Balzi Rossi, conservano ancora la memoria di queste prime indagini. Recuperare le storie di chi le ha studiate per primo — come Giovanni Ramorino — è parte integrante della storia della speleologia italiana.


Fonti consultate

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  • Grotte dell’Aspromonte: patrimonio speleologico tra storia, spiritualità e ricerca scientifica
    Condividi Le cavità naturali del massiccio reggino come specchio dell’identità calabrese: dalle laure dei monaci basiliani alle esplorazioni contemporanee Il convegno che ha acceso i riflettori sul sottosuolo calabrese Il 10 aprile 2026, la Sala Conferenze del Collegio di Merito – dAeD dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria (UniRC) ha ospitato il convegno “Il sotterraneo come luogo di culto in Calabria”, curato da Francesco Stilo, Dottore di Ricerca presso UniRC. L’evento
     

Grotte dell’Aspromonte: patrimonio speleologico tra storia, spiritualità e ricerca scientifica

Apríl 11th 2026 at 07:00

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Le cavità naturali del massiccio reggino come specchio dell’identità calabrese: dalle laure dei monaci basiliani alle esplorazioni contemporanee


Il convegno che ha acceso i riflettori sul sottosuolo calabrese

Il 10 aprile 2026, la Sala Conferenze del Collegio di Merito – dAeD dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria (UniRC) ha ospitato il convegno “Il sotterraneo come luogo di culto in Calabria”, curato da Francesco Stilo, Dottore di Ricerca presso UniRC. L’evento è stato organizzato con il patrocinio di Italia Nostra – Sezione di Reggio Calabria e introdotto dal Prof. Daniele Colistra, Coordinatore del Dottorato di Ricerca in Architettura-dAeD. I saluti istituzionali sono stati portati dal Prof. Francesco Bagnato, Rettore del Collegio di Merito.

In tale occasione, il portale L’Altro Aspromonte di Alfonso Picone Chiodo ha presentato la propria mappa interattiva dedicata alle grotte del massiccio reggino. Uno strumento cartografico che raccoglie tutte le cavità censite nella provincia, aggiornato con nuove scoperte e corredato di schede tecniche.

Il simbolo scelto per l’evento è emblematico: una Virgo lactans proveniente dalla Chiesa di Sotterra di Paola (CS), affresco rupestre che sintetizza il legame profondo tra culto cristiano e spazio sotterraneo in Calabria.


Il Geoparco UNESCO: un massiccio geologicamente unico

Per comprendere le grotte dell’Aspromonte bisogna partire dalla geologia. Il Parco Nazionale dell’Aspromonte, istituito nel 1989, ha ottenuto il riconoscimento di Geoparco Mondiale UNESCO il 22 aprile 2021, in virtù della sua eccezionale storia geodinamica e sismotettonica. Il massiccio è un frammento della catena alpina separatosi da Spagna, Italia nord-orientale, Sardegna e Corsica in seguito a due cicli orogenici: un processo raro che conferisce all’area una singolarità unica nel Mediterraneo centrale.

Il parco si estende su circa 65.645 ettari e comprende 37 comuni. La vetta più alta, Montalto, raggiunge i 1.956 metri s.l.m. Le fiumare — i torrenti a regime torrentizio tipici della Calabria — hanno modellato nel tempo rocce, gole e cavità naturali. Sono proprio queste formazioni a costituire la cornice entro cui si sviluppa il patrimonio speleologico dell’Aspromonte.


La speleologia in Aspromonte: storia di un’esplorazione tardiva

L’Aspromonte è stato, paradossalmente, l’ultimo massiccio calabrese ad essere esplorato dagli speleologi. La relativa scarsità di terreni carsificabili aveva scoraggiato le ricerche sistematiche. Le indagini avviate negli anni Novanta del Novecento hanno poi rivelato scoperte inattese.

I protagonisti delle prime esplorazioni sono stati i fratelli Tassone di Piminoro, Nicola Sgambelluri di Siderno e Alfonso Picone Chiodo, che hanno individuato e documentato le prime cavità di rilievo. Un interesse per le grotte era già presente dagli anni Settanta, quando il Prof. Domenico Minuto aveva avviato studi sulle cavità medievali del territorio.

Dal 1985, la Sezione Aspromonte del Club Alpino Italiano (CAI) ha promosso la creazione di una Commissione Speleologica composta da soci esperti, tra cui Luigi Dattola, Alfonso Mammone e Pasquale Neri.

Nel 2005, su incarico dell’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria, la Commissione ha condotto uno studio sistematico su dodici cavità rappresentative del patrimonio speleologico reggino. Il progetto è stato realizzato con il supporto del Centro Regionale di Speleologia “Enzo dei Medici”, con la direzione scientifica del Prof. Felice Larocca, e con la collaborazione di Nicola Sgambelluri e Diego Festa. Le attività hanno incluso rilievi topografici, studi geomorfologici, compilazione di schede per il Catasto Grotte d’Italia e documentazione fotografica. In alcune fasi le esplorazioni sono state condotte in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici.

La scoperta più recente censita nella mappa è la Grotta dei Quatrari di Piminoro, nel territorio di Oppido Mamertina: la conferma che il potenziale esplorativo dell’Aspromonte è tutt’altro che esaurito.


Le grotte basiliane: il monachesimo rupestre tra VII e XII secolo

Il capitolo più ricco di significati storici è quello legato al monachesimo italo-greco. A partire dal VII-VIII secolo, a seguito delle persecuzioni iconoclaste dell’impero bizantino e delle invasioni arabe della Sicilia, ondate successive di monaci siro-melchiti, egiziani, siriani e italogreci si spinsero nelle regioni più isolate dell’Italia meridionale. L’Aspromonte, con le sue vallate selvagge, i boschi fitti e le numerose cavità rocciose, divenne un rifugio ideale.

La spiritualità che si diffuse era individuale e rupestre: non grandi monasteri costruiti secondo regole scritte, ma singoli eremiti che ricavavano le loro celle direttamente nelle fenditure della roccia. Vivevano seguendo la Regula di San Basilio Magno: preghiera liturgica, studio delle Scritture, lavoro manuale. Le laure e gli asceteri venivano adattati con giacigli, nicchie per icone e piccoli altari.

Tra i siti rupestri più significativi documentati nell’area aspromontana:

  • Asceterio di Pietra Cappa (Natile Vecchio di Careri): una grotta con tre aperture e due livelli interni scavati nella roccia, con giacigli e un ripiano a forma di altare nel livello superiore. Pietra Cappa è il monolite più alto d’Europa, con i suoi 829 metri di altezza.
  • Grotta di San Silvestro (Santo Stefano d’Aspromonte): un catino absidale di probabile epoca bizantino-normanna (XII secolo), posto sull’antica via che collegava la marina di Gallico al santuario di Polsi.
  • Grotte Basiliane di Bruzzano Vecchio (Bruzzano Zeffirio): romitori rupestri scavati tra l’VIII e il IX secolo da monaci anacoreti, presumibilmente provenienti dall’Armenia.
  • Grotta di San Jeiunio (Gerace): ogni anno al suo interno viene celebrata la liturgia greco-ortodossa, con una continuità devozionale che dura da secoli.
  • Eremo di San Nicodemo (Mammola): la piccola grotta in cui San Nicodemo (m. 990) visse il suo ultimo periodo, praticando penitenza e digiuno.

Il Santuario di Polsi: millenni di pellegrinaggio nel cuore dell’Aspromonte

Il Santuario della Madonna della Montagna di Polsi (San Luca) occupa un posto centrale nella spiritualità rupestre aspromontana. Situato a 862 metri s.l.m. nella vallata della fiumara del Bonamico, le sue origini risalgono al IX secolo, quando monaci bizantini fuggiti dalla Sicilia si insediarono ai piedi di Montalto.

La tradizione vuole che nell’XI secolo un pastore di nome Italiano, cercando una giumenta smarrita, scoprì un animale che dissotterrava una croce greca di ferro: nel luogo gli apparve la Beata Vergine col Bambino, che gli chiese di erigere una chiesa. La statua della Madonna della Montagna — in pietra tufacea — è tuttora venerata all’interno del santuario. Il 2 settembre, giorno della festa solenne, decine di migliaia di pellegrini da tutta la Calabria, dalla Sicilia e dalla diaspora meridionale si radunano a Polsi, facendone uno dei santuari mariani più frequentati del Mezzogiorno.


Un patrimonio mineralogico di rilevanza scientifica

Le grotte aspromontane custodiscono anche risorse mineralogiche di interesse scientifico. Lungo il torrente Valanidi, la località “A Petra Virdi” — la pietra verde — è caratterizzata da tonalità verde-blu dovute alla presenza di carbonati e solfati di rame. Tra i minerali rinvenuti figurano malachite, azzurrite, calcantite, serpierite e woodwardite, quest’ultimo particolarmente raro.

La storia estrattiva della zona risale al XIX secolo: l’opera di Melograni (1823) documenta già miniere gestite da operatori tedeschi lungo il Valanidi. Analisi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università della Calabria confermano che l’area offre un ambiente ideale per studiare processi di neoformazione minerale riprodotti altrove solo in laboratorio.


La mappa interattiva: uno strumento per la valorizzazione

Il lavoro di decenni di esplorazione è oggi consultabile attraverso la mappa interattiva disponibile su L’Altro Aspromonte. Lo strumento raccoglie tutte le grotte esplorate e studiate, con schede tecniche, topografie e fotografie. È in continuo aggiornamento e rappresenta, al momento, il censimento più completo delle cavità del territorio reggino.

La mappa si inserisce nel quadro istituzionale offerto dal riconoscimento UNESCO del Geoparco e dalla pubblicazione nel 2021 della Guida ai siti archeologici del Parco Nazionale dell’Aspromonte, con 44 siti censiti e schedati (autore Lino Licari, editrice Kaleidon).

Le grotte aspromontane sono palinsesti in cui si sovrappongono strati di storia: dai cacciatori paleolitici ai monaci basiliani, dai cercatori di minerali dell’Ottocento agli speleologi contemporanei. Capirle significa capire meglio l’identità di questo territorio.


Scopri la mappa delle grotte dell’Aspromonte:
? https://www.laltroaspromonte.it/cartografia/mappe/#grotte-aspromonte


Fonti consultate

  1. L’Altro Aspromonte – Mappa delle grotte: https://www.laltroaspromonte.it/grotte-dellaspromonte/
  2. L’Altro Aspromonte – Mappe interattive: https://www.laltroaspromonte.it/cartografia/mappe/
  3. L’Altro Aspromonte – La cupola di San Silvestro: https://www.laltroaspromonte.it/storie/la-cupola-di-san-silvestro/
  4. Scintilena – Grotta dei Quatrari di Oppido Mamertina: https://www.scintilena.com/grotte-e-speleologia-in-aspromonte-la-grotta-dei-quatrari-di-oppido-mamertina/06/09/
  5. Scintilena – Aspromonte: Tesori Minerali lungo il Torrente Valanidi: https://www.scintilena.com/aspromonte-tesori-minerali-e-memoria-storica-lungo-il-torrente-valanidi/01/18/
  6. Scintilena – Miniere dimenticate dell’Aspromonte: https://www.scintilena.com/miniere-dimenticate-dellaspromonte-storia-geologia-e-archeologia/07/13/
  7. Eremi e chiese rupestri d’Italia – Calabria: https://eremos.eu/index.php/calabria/
  8. Avvenire di Calabria – Itinerario basiliano in Aspromonte: https://www.avveniredicalabria.it/i-monaci-daspromonte-alla-scoperta-dellitinerario-basiliano/
  9. Meraviglie di Calabria – Santuario della Madonna di Polsi: https://www.meravigliedicalabria.it/destinazioni/il-santuario-della-madonna-di-polsi/
  10. Wikipedia – Santuario della Madonna di Polsi: https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_della_Madonna_di_Polsi
  11. Comune di San Luca – Santuario di Polsi: https://www.comune.sanluca.rc.it/vivere-il-comune/luoghi/santuario-della-madonna-di-polsi/
  12. Grotte preistoriche Calabria – Itinerari Archeo Calabria: https://itinerariarcheocalabria.it/grotte-preistoriche/
  13. Patrimonio UNESCO – Geoparco dell’Aspromonte: https://www.patrimoniounesco.it/directory-tangibili/listing/geoparco-dellaspromonte/
  14. Geologia e Turismo – Parco dell’Aspromonte: https://geologiaeturismo.it/park/aspromonte/
  15. Calabria Direttanews – Grotte basiliane di Bruzzano Vecchio: https://www.calabriadirettanews.com/2023/08/24/le-grotte-basiliane-di-bruzzano-vecchio-un-tesoro-nascosto-nel-cuore-dellaspromonte/
  16. Giovanni Musolino, Santi eremiti italogreci. Grotte e chiese rupestri in Calabria, Rubbettino 2002: https://books.google.com/books/about/Santi_eremiti_italogreci.html?id=YZZ-20LOg1cC
  17. PDF Grotta del Pertuso d’Oro – L’Altro Aspromonte: https://www.laltroaspromonte.it/wp-content/uploads/2023/11/Pertuso-dOro.pdf
  18. Italia.it – Grotta del Romito a Papasidero: https://www.italia.it/it/calabria/papasidero/musei/grotta-del-romito
  19. inalto.org – Parco dell’Aspromonte: https://www.inalto.org/punti-di-interesse/parco-dellaspromonte

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  • La grotta di Combarelles I rivela i suoi segreti: il colore al centro dell’arte magdaleniana
    Condividi Un programma di ricerca durato quattro anni ridefinisce la comprensione del più grande santuario inciso del Paleolitico europeo La grotta di Combarelles I, nelle vicinanze di Les Eyzies-de-Tayac (Dordogna, Francia), è da sempre considerata uno dei più straordinari esempi di arte parietale paleolitica, con oltre 600 incisioni di cavalli, bisonti, mammut e figure antropomorfe scavate nella roccia circa 15.000 anni fa. Eppure, per oltre un secolo, il vero volto della grotta
     

La grotta di Combarelles I rivela i suoi segreti: il colore al centro dell’arte magdaleniana

Apríl 10th 2026 at 13:00

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Un programma di ricerca durato quattro anni ridefinisce la comprensione del più grande santuario inciso del Paleolitico europeo


La grotta di Combarelles I, nelle vicinanze di Les Eyzies-de-Tayac (Dordogna, Francia), è da sempre considerata uno dei più straordinari esempi di arte parietale paleolitica, con oltre 600 incisioni di cavalli, bisonti, mammut e figure antropomorfe scavate nella roccia circa 15.000 anni fa.

Eppure, per oltre un secolo, il vero volto della grotta era rimasto nascosto: quello a colori.

Un programma di ricerca quadriennale (2016–2019) diretto da Elena Paillet ha rimesso in discussione l’immagine consolidata di Combarelles come grotta «solo incisa», dimostrando che il colore era un elemento costitutivo e non accessorio del suo sistema decorativo.[1][2]

I risultati principali sono stati pubblicati nel 2021 sulla rivista scientifica PALEO con il titolo evocativo «Colore le monde». Le rôle de la couleur dans le dispositif pariétal de la grotte de Combarelles I, e la scheda di sintesi del programma è apparsa nel 2026 sulla rivista ADLFI. Archéologie de la France – Informations.[3][1]

Un inventario che cambia tutto

Il team guidato da Paillet, con Emeline Deneuve (DRAC Nouvelle-Aquitaine), Patrick Paillet (MNHN) e Catherine Cretin (MNP), ha condotto un inventario sistematico di tutte le tracce colorate della cavità.

Il risultato ha sorpreso la comunità scientifica: 121 entità grafiche colorate sono state identificate, di cui ben 31 completamente inedite rispetto all’inventario precedente di Claude Barrière (1997). Di queste, 110 sono nere — realizzate quasi certamente con ossido di manganese — e 11 rosse, ottenute con ocra (ematite).[4][5]

La svolta metodologica è stata l’uso sistematico del plugin DStretch© applicato al software ImageJ©, uno strumento di elaborazione digitale dell’immagine capace di amplificare i contrasti cromatici nelle fotografie delle pareti, rendendo visibili tracce di pigmento scomparse sotto strati di calcite depositatisi nel corso di millenni.

Come spiegano i ricercatori, le infiltrazioni d’acqua hanno progressivamente dissolto i pigmenti nel tempo, mentre le incisioni si sono conservate intatte perché fisicamente intagliate nella roccia.[6][7][4]

Tecniche miste: incisione e pittura come un unico gesto

La scoperta più rivoluzionaria del programma riguarda la documentazione di tecniche miste, ovvero rappresentazioni realizzate alternando incisione e pittura nella stessa sequenza operativa.

Il caso più eloquente è quello del Cavallo 89, situato nella parte più profonda della galleria: l’artista magdaleniano delineò dapprima il collo e la linea dorsale con una leggera incisione, poi applicò il pigmento nero per completare testa, arti e criniera, e infine tornò con una seconda fase di incisione più marcata che seguiva scrupolosamente il contorno dipinto.

Un processo articolato in tre fasi che rivela una concezione integrata del gesto artistico, in cui pennello e bulino erano strumenti complementari di un’unica idea figurativa.[5][4]

Analogamente, nello Stambecco IXD123, i contorni furono prima incisi superficialmente, poi le tracce nere (probabilmente applicate con le dita) completarono il treno anteriore, e una seconda incisione concluse la rappresentazione, in alcuni punti cancellando deliberatamente il colore.[5]

Una rivalutazione storica

Per decenni il manuale di riferimento per Combarelles I era stato il grande studio di Claude Barrière (1997), che catalogò 625 motivi e sostenne con convinzione che «tutte le tracce colorate sono anteriori alle incisioni», interpretandole come strati di fondo preesistenti.

Il programma Paillet ha dimostrato che questa affermazione non è una costante: le analisi rivelano cronologie complesse, con alternanza delle tecniche nell’ambito di una stessa sequenza. Incisioni e dipinti non furono due momenti separati, ma un dialogo continuo sulla parete.[4]

La grotta, classificata Monumento Storico già nel 1902 e iscritta al Patrimonio UNESCO dal 1979 assieme agli altri siti della valle della Vézère, deve ora essere riletta come un insieme bicromatico (il nero del pigmento e il bianco-grigio della calcare incisa), con inserzioni di rosso in punti strategicamente scelti — tra cui gli antropomorfi della zona centrale e un suggestivo rettangolo compartimentato accanto a una leonessa.[7][8][4]

Un patrimonio ancora da svelare

Il programma ha confermato che la zona più ricca di tracce colorate è il settore X, il più profondo e inaccessibile della galleria, il che suggerisce come la migliore conservazione differenziale in questa area lontana dall’ingresso abbia preservato ciò che altrove il tempo ha cancellato.

La mano negativa parziale, rinvenuta in una piccola nicchia della volta nella parte terminale della cavità, resta uno dei motivi più eccezionali dell’intero corpus dipinto.[4]

Questi risultati aprono nuove prospettive per lo studio delle grotte ornate magdaleniane dell’intera regione della Vézère — tra cui Font-de-Gaume e Rouffignac — suggerendo che le tecniche miste e l’uso integrato del colore potrebbero essere state una pratica condivisa molto più diffusa di quanto finora ipotizzato.[9][5]


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Fonti consultate

  1. E. Paillet — «Les Eyzies-de-Tayac-Sireuil – Les traces colorées de la grotte de Combarelles I. Relevé d’art rupestre (2019)», ADLFI. Archéologie de la France – Informations, 2026 ? https://journals.openedition.org/adlfi/229442?lang=fr
  2. E. Paillet — «’Colore le monde’. Le rôle de la couleur dans le dispositif pariétal de la grotte de Combarelles I», PALEO, n° 31, 2021 ? https://journals.openedition.org/paleo/6404?lang=fr
  3. E. Man-Estier (Paillet), E. Deneuve, P. Paillet, L. Loiseau, C. Cretin — «Du nouveau aux Combarelles I (Les Eyzies-de-Tayac, Dordogne, France)», PALEO, n° 26, 2015 ? https://journals.openedition.org/paleo/2987?lang=fr / https://pdfs.semanticscholar.org/08f5/ebbb2f074b82b1535e7451f5b3d56bacd144.pdf
  4. Combarelles, grotte (Les Eyzies-de-Tayac, Dordogne, France) — Base de données «Bestiaire de la Représentation Animale», CNRS ? https://animal-representation.cnrs.fr/s/bjc-en/item/6236
  5. Les Combarelles, grotte — OpenEdition Books / Presses Universitaires de Provence ? https://books.openedition.org/pup/59854?lang=fr
  6. Grotte des Combarelles — Musée national de Préhistoire des Eyzies ? https://musee-prehistoire-eyzies.fr/grotte-des-combarelles
  7. Grotte des Combarelles — Wikipedia FR ? https://fr.wikipedia.org/wiki/Grotte_des_Combarelles
  8. Combarelles grotte — Hominidés.com ? https://www.hominides.com/musees-et-sites/les-combarelles/
  9. Elena Paillet — Scheda autore, OpenEdition ? https://journals.openedition.org/paleo/4088
  10. Découverte et découvreurs — Font-de-Gaume — Archéologie, Ministère de la Culture ? https://archeologie.culture.gouv.fr/font-de-gaume/fr/decouverte-et-decouvreurs

Fonti
[1] Les Eyzies-de-Tayac-Sireuil – Les traces colorées de la grotte de … https://journals.openedition.org/adlfi/229442?lang=fr
[2] Elena Paillet https://archeo-actu.fr/2019/11/16/2019-epaillet/
[3] « Colore le monde ». Le rôle de la couleur dans le dispositif parié… https://journals.openedition.org/paleo/6404
[4] [PDF] Du nouveau aux Combarelles I (Les Eyzies-de – Semantic Scholar https://pdfs.semanticscholar.org/08f5/ebbb2f074b82b1535e7451f5b3d56bacd144.pdf
[5] Combarelles, grotte (Les Eyzies-de-Tayac, Dordogne, France) https://animal-representation.cnrs.fr/s/bjc-en/item/6236
[6] Combarelles grotte – Hominides https://www.hominides.com/musees-et-sites/les-combarelles/
[7] Grotte des Combarelles — Wikipédia https://fr.wikipedia.org/wiki/Grotte_de_Combarelles
[8] Grotte des Combarelles – Wikipédia https://fr.wikipedia.org/wiki/Grotte_des_Combarelles
[9] Les Eyzies – Grotte de Font-de-Gaume – OpenEdition Journals https://journals.openedition.org/adlfi/163255
[10] vulnerabilita-aree-carsiche.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_aeff132f-4e90-4a57-9599-51b44b46c5c8/7bb85516-a81a-4be5-8e60-ab6ca58753a0/vulnerabilita-aree-carsiche.txt

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    Condividi Prima Tappa · La Miniera di Montevecchio (Guspini): dove la terra custodisce piombo, zinco e memoria Di Scintilena – Aprile 2026 Nel cuore della Sardegna sud-occidentale, a pochi chilometri da Guspini, sorge uno dei complessi di archeologia industriale più straordinari d’Italia: la Miniera di Montevecchio. Prima tappa della nascente Route Mineraria del Sud Ovest della Sardegna — 14 siti candidati all’accreditamento come Route Regionale della rete europea ERIH (Europea
     

Route Mineraria del Sud Ovest della Sardegna

Apríl 10th 2026 at 12:00

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Prima Tappa · La Miniera di Montevecchio (Guspini): dove la terra custodisce piombo, zinco e memoria

Di Scintilena – Aprile 2026


Nel cuore della Sardegna sud-occidentale, a pochi chilometri da Guspini, sorge uno dei complessi di archeologia industriale più straordinari d’Italia: la Miniera di Montevecchio. Prima tappa della nascente Route Mineraria del Sud Ovest della Sardegna — 14 siti candidati all’accreditamento come Route Regionale della rete europea ERIH (European Route of Industrial Heritage) — Montevecchio è molto più di un museo a cielo aperto. È il racconto vivo di quasi 150 anni di storia, sudore e innovazione sotterranea.


Un giacimento nato nelle viscere dell’Ercinico

La geologia è il punto di partenza di tutto. L’area di Guspini-Arbus appartiene a un’unità sedimentaria e vulcanica di età Cambriano-Ordoviciana (circa 500 milioni di anni fa), attraversata da un’intensa attività tettonica ercinica (320–280 Ma) che ha generato fratture riempite da vene metallifere di piombo, zinco e argento.

Il risultante filone di Montevecchio si sviluppa per circa 12 chilometri: uno dei più estesi e ricchi d’Europa. Le riserve stimate dell’intero bacino raggiungono 50–60 milioni di tonnellate di minerale, con un tenore medio del 10–11% di piombo e zinco combinati.


Le origini: un prete, un imprenditore e un re

La storia moderna della miniera prende avvio nell’ottobre del 1842, quando don Giovanni Antonio Pischedda — un sacerdote di Tempio Pausania trasferitosi a Guspini per commerciare sughero — ottenne un permesso di ricerca per 25 quintali di galena.

Intuita la portata del giacimento, si recò a Marsiglia in cerca di capitali e incontrò il giovane imprenditore sardo Giovanni Antonio Sanna. Il 28 aprile 1848, il re Carlo Alberto firmò la concessione perpetua per lo sfruttamento del sito: nasceva la Società della miniera di piombo argentifero detta di Montevecchio.

La crescita fu fulminante: nel 1865, con 1.100 operai al lavoro, Montevecchio era già diventata la miniera più importante del Regno d’Italia. Nel 1890 il villaggio ospitava circa 2.000 operai.

Il genero di Sanna, l’ing. Alberto Castoldi — laureato cum laude alla Bergakademie Freiberg in Germania — introdusse innovazioni decisive: sistemi di perforazione ad acqua meno nocivi per i polmoni dei minatori, l’elettrificazione della miniera tra le prime in Italia, una ferrovia interna per il trasporto dei minerali. Nel dopoguerra, un dipendente della società di nome Letterio Freni inventò l’autopala, uno dei contributi più importanti offerti dall’Italia all’ingegneria mineraria mondiale.


Il villaggio nella montagna: una città autosufficiente

Montevecchio non era solo una miniera: era un microcosmo urbano completo.

Nel periodo di massimo sviluppo, il borgo di Gennas Serapis — sede del centro amministrativo sull’altopiano — ospitava fino a circa 3.000 abitanti e disponeva di tutto il necessario: ospedale aziendale, scuole di ogni ordine, chiesa dedicata a Santa Barbara (patrona dei minatori), caserma dei Carabinieri, ufficio postale, cinema, campo da calcio con la propria squadra e persino un laboratorio chimico e geologico interno.

Tra i fenomeni socio-economici più singolari spicca la moneta aziendale. Realizzato intorno al 1938, lo spaccio di Montevecchio — che forniva vestiario, scarpe e generi alimentari — accettava i “Gettoni“, una moneta coniata direttamente dalla società mineraria e circolante liberamente tra i dipendenti. In alternativa, la spesa veniva annotata su un libretto e detratta dallo stipendio mensile: un sistema autarchico che rese Montevecchio di fatto autonoma dal tessuto economico circostante.


Il declino e la chiusura

Nel dopoguerra la miniera raggiunse l’apice della sua potenza: si stima producesse circa l’11% dello zinco mondiale, per una produzione storica complessiva di circa 1.600.000 tonnellate di piombo e 1.100.000 tonnellate di zinco. Nel 1961 la fusione con Monteponi generò la Monteponi e Montevecchio S.p.A., ma la crisi era già nell’aria. La chiusura totale arrivò nel 1991, dopo mesi di vertenze sindacali e un’ultima drammatica occupazione del Pozzo Amsicora da parte dei minatori che rivendicavano un futuro alternativo per il sito.


Sei percorsi per rivivere la miniera (Area Guspini)

Oggi Montevecchio è pienamente visitabile attraverso sei percorsi tematici nell’area di Guspini:

1. Palazzo della Direzione — Costruito tra il 1869 e il 1878 per volere della famiglia Sanna-Castoldi, ospita arredi d’epoca e una preziosa collezione di oggetti personali dell’ing. Alberto Castoldi. Il sontuoso Salone Azzurro, completamente affrescato, è il fulcro della visita. Dal 2013 è anche sede del Municipio e ospita cerimonie civili.

2. Villaggio Operaio — Il percorso attraversa le case dei minatori e ricostruisce l’organizzazione sociale di una comunità chiusa e autosufficiente, dalla stalla al deposito minerali, nell’area del primo cantiere concesso da Carlo Alberto nel 1848.

3. Pozzo Sant’Antonio e il Compressore Sullivan — Il cuore tecnico della miniera. Il cantiere fu avviato nel 1852 e coltivato per circa 600 metri in altezza, dagli affioramenti a +420 m s.l.m. fino oltre –180 m. Il protagonista assoluto è il Compressore Sullivan (1903): proveniente dall’America, questo imponente macchinario produceva aria compressa per l’intero ciclo estrattivo — martelli pneumatici, perforatrici, ventilazione, illuminazione. Rimase in servizio fino al 1981 e, secondo i minatori che vi lavorarono, potrebbe ancora oggi riprendere a funzionare. È un esemplare unico in Italia per dimensioni e stato di conservazione.

4. Officine meccaniche ed elettriche — Il cuore tecnologico dell’area. L’edificio attuale sorge sulla prima centrale elettrica del sito (1901) e comprende la Fonderia (1885: nel primo anno produsse 63 tonnellate di ghisa e 188 di ottone), le forge, la falegnameria che forniva i modelli in legno per gli stampi, e l’officina meccanica (1938) con gru a ponte scorrevole. Le officine cessarono l’attività nel 1985 e sono oggi visitabili con tutti i macchinari originali al loro posto.

5. Galleria Anglosarda — L’esperienza più immersiva. La galleria — scavata dalla Compagnia Reale Anglosarda a partire dal 1852 — è una vera galleria di estrazione lungo il filone metallifero, non un semplice corridoio di transito. Ristrutturata e messa in sicurezza da IGEA S.p.A., è stata inaugurata al pubblico il 23 maggio 2018. Per circa un chilometro i visitatori, equipaggiati di caschetto e lampada LED, osservano armature lignee, binari con vagoncini, diramazioni di aerazione e straordinari cristalli aciculari di gesso bianchissimo che emergono sullo sfondo solfureo. Le visite sono disponibili in cinque lingue: italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo.

6. Ponente 4×4 verso le Dune di Piscinas — Il percorso più avventuroso. Un tour in fuoristrada conduce dalla miniera fino alla costa ovest della Sardegna, attraversando boschi abitati da cervi sardi, cinghiali e aquile, e i villaggi fantasma di Ingurtosu e Naracauli. La meta finale sono le dune di Piscinas, tra le più alte d’Europa con i loro 60 metri di altezza, dove a giugno le tartarughe marine depongono le uova.


La Route Mineraria e il riconoscimento europeo

Il progetto della Route Mineraria del Sud Ovest della Sardegna raggruppa 14 siti minerari nelle aree del Sulcis, dell’Iglesiente e del Guspinese, candidati all’accreditamento come Route Regionale ERIH — la rete europea del patrimonio industriale che collega oltre 2.000 siti in tutto il continente. La candidatura è stata presentata al Board ERIH nell’aprile 2026. L’intero comprensorio si inserisce nel Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, primo geoparco riconosciuto dall’UNESCO nel 1997 e inserito nella rete mondiale dei Geoparchi nel 2001.


Per i visitatori

  • Indirizzo: Piazza Rotundi, 09030 Guspini (SU)
  • Come arrivare: ca. 10 km dal centro di Guspini lungo la SP66/SP4 direzione Arbus
  • Guide disponibili in: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo
  • Sito ufficiale: www.minieradimontevecchio.it
  • Laboratori didattici: disponibili per scolaresche di ogni ordine e grado

Fonti consultate

Fonti
[1] vulnerabilita-aree-carsiche.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_aeff132f-4e90-4a57-9599-51b44b46c5c8/7bb85516-a81a-4be5-8e60-ab6ca58753a0/vulnerabilita-aree-carsiche.txt

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