Zobrazenie na čítanie

Grotta della Regina a Torre a Mare: il rilievo 3D riporta al centro una cavità costiera tra archeologia e mare

Condividi

La Grotta della Regina di Bari, a Torre a Mare, è stata studiata da Università di Bari e Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari: la documentazione 3D chiarisce morfologia, tracce di scavo e frequentazioni storiche del complesso costiero.

Grotta della Regina: una cavità naturale modificata nel tempo

La Grotta della Regina si apre sulla costa di Torre a Mare, poco a nord del porticciolo, nel territorio di Bari. È una cavità marina naturale, sviluppata nelle calcareniti costiere e profondamente trasformata dall’azione umana nel corso dei secoli.

Lo studio riunisce geologi, archeologi dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e speleologi del Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari. Il lavoro ha migliorato la georeferenziazione del sito e ha descritto in modo specialistico sia gli ambienti ipogei costieri sia quelli sommersi.

La roccia affiorante appartiene alle calcareniti plio-quaternarie della Formazione della Calcarenite di Gravina. Questi depositi poggiano sul basamento mesozoico del Calcare di Bari. L’erosione marina ha contribuito all’apertura della cavità, mentre interventi successivi ne hanno modificato pareti, pavimenti, nicchie e accessi.

La Grotta della Regina non va quindi letta come una semplice grotta marina. Il complesso conserva una sovrapposizione di processi naturali e di segni antropici. Questo rende necessaria una lettura integrata, capace di collegare geomorfologia costiera, speleologia e archeologia del paesaggio.

Il toponimo della Grotta della Regina tra fonti e tradizione

Le fonti storiche più antiche non permettono un’identificazione certa della cavità con l’attuale nome. Alla fine del Settecento, Emanuele Mola descrisse lungo il lido di Torre Pelosa alcuni “antri artefatti” confinanti con il mare. Il riferimento è compatibile con le cavità antropizzate della zona, senza consentire una prova definitiva.

Il toponimo Grotta della Regina è legato soprattutto alla tradizione popolare. Questa associa il luogo a Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia, vissuta tra il 1494 e il 1557. La connessione resta una tradizione locale e non un dato archeologico dimostrato.

Un primo contributo di taglio geografico e geomorfologico risale al 1936, con lo studio di Francesco Volpe sulla costa di Torre Pelosa. Negli anni Sessanta e Settanta la cavità fu poi considerata per le sue condizioni ecologiche e per la presenza di organismi marini, comprese spugne e alghe.

Rilievo 3D e fotogrammetria nella Grotta della Regina

La documentazione della Grotta della Regina ha impiegato rilievo topografico, fotogrammetria terrestre e aerea e ricognizione subacquea. Il modello digitale restituisce misure e dettagli con una precisione utile sia alla ricerca sia alla futura conservazione.

La superficie complessiva rilevata è di 189 metri quadrati. Di questi, 117 metri quadrati risultano calpestabili e 72 metri quadrati sono sommersi. L’altezza media passa da circa 1,80 metri nella parte posteriore a circa 2,5 metri nel settore anteriore. Le vasche d’acqua interne raggiungono una profondità di circa due metri.

Il rilievo ha reso più leggibili le regolarizzazioni delle pareti interne, le nicchie e le scale incise nella roccia. Le scale collegano la cavità con il pianoro soprastante. Sul pavimento sono state riconosciute anche tracce attribuibili a lavorazioni di cava e agli strumenti usati per estrarre conci.

Un R.O.V., cioè un veicolo filoguidato a controllo remoto, è stato usato per il rilievo fotogrammetrico negli specchi d’acqua interni ed esterni. Questa parte dell’indagine ha documentato elementi litici circolari e frammenti ceramici isolati. Fra essi compaiono pareti di vasi riferibili all’età del Bronzo, nella seconda metà del II millennio a.C., e anfore confrontabili con materiali dei vicini siti costieri.

Archeologia costiera e tracce di frequentazione

Le ricognizioni archeologiche effettuate tra il 2017 e il 2018 sul litorale di Bari-Torre a Mare hanno censito 233 Unità Topografiche Costiere in una fascia lunga circa sette chilometri. L’area attorno alla Grotta della Regina corrisponde all’UTC 62 e offre elementi per ricostruire una lunga storia di uso della costa.

Nel settore circostante sono state segnalate buche di palo, attribuite a capanne di età protostorica. Sono presenti anche sepolture scavate nel banco roccioso, reperti ceramici di varie epoche, scale per raggiungere la cavità e fronti di cava per l’estrazione di blocchi di calcarenite.

Di interesse è l’area di cava sul sopratterra della grotta. Una serie di solchi paralleli è stata interpretata come una fase di impostazione mai completata. La scarsa profondità dei tagli, la presenza di un solo concio estratto e l’assenza di ulteriori lavorazioni suggeriscono che il progetto sia stato abbandonato, probabilmente per problemi di stabilità legati al vuoto sottostante.

Sulle pareti interne della Grotta della Regina è presente un repertorio di graffiti. La loro classificazione e interpretazione è ancora in corso. Per questo non è possibile stabilire se siano legati a frequentazioni occasionali, pratiche con valore cultuale o a più fasi d’uso distinte.

Tutela, monitoraggio e ricerca interdisciplinare

La cavità è registrata nel Catasto delle Grotte e Cavità Artificiali della Puglia con il numero PU_29. Il contesto costiero è stato dichiarato di notevole interesse pubblico nel 1999. La normativa regionale sul patrimonio speleologico prevede il monitoraggio dello stato di conservazione e richiede autorizzazioni preventive per utilizzi diversi dall’attività speleologica, nel rispetto dei vincoli archeologici, naturalistici e paesaggistici.

L’attività di ricerca del 2020, sostenuta da fondi regionali, ha prodotto nuovi elementi per definire la storia geologica del sito, l’arretramento della costa e le possibili funzioni della cavità nelle diverse epoche. Ha inoltre previsto un percorso di monitoraggio archeologico e ambientale.

Per la Grotta della Regina, il risultato più rilevante è la disponibilità di una base documentaria verificabile. Il modello 3D non sostituisce le indagini stratigrafiche e le analisi dei materiali. Offre però una mappa accurata per programmare studi mirati, controllare lo stato delle pareti e confrontare nel tempo eventuali trasformazioni dell’ambiente costiero e sommerso.

Fonti

L'articolo Grotta della Regina a Torre a Mare: il rilievo 3D riporta al centro una cavità costiera tra archeologia e mare proviene da Scintilena.

  •  

Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri: nuove tracce dal Paleolitico al Medioevo

Condividi

Nel Finalese, le ricognizioni dello Speleo Club Gianni Ribaldone Genova tra il 2015 e il 2019 hanno segnalato materiali che ampliano il quadro delle frequentazioni umane nelle cavità. I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri richiamano la necessità di documentare, tutelare e studiare ogni contesto senza alterarlo.

Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri e il paesaggio del Finalese

I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri emersi nel quinquennio 2015-2019 restituiscono un quadro di lunga durata nel comprensorio di Finale Ligure e Borgio Verezzi, in provincia di Savona. Il contributo di Henry De Santis, presentato nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia del 2022, riunisce segnalazioni raccolte durante attività speleologiche e ricognizioni territoriali.

Non si tratta di campagne di scavo stratigrafico. I materiali erano visibili in superficie, in colluvi o in porzioni residue di deposito. Per questa ragione, le attribuzioni cronologiche indicate devono essere lette come ipotesi fondate su confronti tipologici, sullo stato di conservazione e sul rapporto con i siti noti dell’area.

Il Finalese possiede già una sequenza archeologica di riferimento di grande rilievo. La Caverna delle Arene Candide conserva un deposito che va dall’età tardo-romana al Paleolitico superiore. Il catalogo nazionale ricorda per la cavità fasi di frequentazione neolitica, dell’età del Rame, del Bronzo e del Ferro, oltre a contesti funerari e abitativi. [web:2]

In questo quadro, i nuovi ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri non definiscono da soli nuovi siti pienamente interpretati. Segnalano piuttosto punti del territorio nei quali potranno essere necessari controlli, verifiche e, quando autorizzate, indagini scientifiche mirate.

Paleolitico medio nell’Antro della Fettuccia

L’Antro della Fettuccia, nella valle Andrassa in località Le Manie, ha restituito un molare di cinghiale, resti ossei attribuiti a Equidae e una porzione di nucleo Levallois in selce locale. In una ricognizione successiva è stata individuata anche una tibia verosimilmente collegata al precedente metacarpale.

Le ossa sono fossilizzate e in parte concrezionate. Il contributo propone per il complesso una provenienza da un livello pleistocenico e un possibile riferimento al Paleolitico medio recente, o Musteriano. Il nucleo Levallois è un elemento importante perché rimanda a una tecnica di scheggiatura pianificata, nota in diversi contesti paleolitici dell’arco ligure.

Il dato si inserisce in un territorio nel quale la ricerca continua a confrontarsi con le testimonianze dei gruppi neandertaliani. Nel programma scientifico dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria del 2018 figurano, tra l’altro, studi su industrie musteriane dell’Arma delle Mànie e sui resti neandertaliani della Liguria occidentale. [web:8]

Neolitico medio e Vasi a Bocca Quadrata

Una parte consistente dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri descritti nel contributo è riferibile, con diversi gradi di certezza, al Neolitico medio. Nell’Arma di Caprazoppa sono stati raccolti frammenti ceramici, manufatti litici e un grosso ciottolo con tracce di ocra rossa. I frammenti fittili, per impasto e trattamento delle superfici, sono messi in relazione con la cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.

Il confronto territoriale è significativo. Alle Arene Candide, intorno a 6000 anni prima del presente, è attestata una fase di intensa occupazione connessa alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, seguita da ulteriori frequentazioni preistoriche. [web:2] Questo non autorizza a trasferire automaticamente la stessa cronologia a ogni reperto di superficie. Offre però un termine di confronto solido per valutare le evidenze del Caprazoppa e delle cavità vicine.

Nella Grotta della Valle, presso la Rocca di Perti, sono stati recuperati frammenti in pietra verde levigata, un ciottolo in arenaria con colorante rossastro e un’ansa a nastro orizzontale in ceramica scura. È soprattutto quest’ultima a essere considerata compatibile con la facies dei Vasi a Bocca Quadrata. I resti ossei di Ursus sp. e gli altri oggetti richiedono invece prudenza interpretativa.

Bronzo, Ferro e frequentazioni storiche

La sequenza prosegue nel tempo. Nella Grotta di Cima Castellaro, a Borgio Verezzi, erano presenti grossi frammenti di ceramica grezza con tracce di combustione e manufatti litici, tra cui una macina con un possibile macinello. La tipologia dei materiali sostiene una collocazione nella prima età del Ferro.

Nell’anfratto di Montesordo-Fosso Pianmarino sono stati segnalati circa trenta frammenti ceramici. Un orlo a tacche impresse, una parete con scanalatura e altri elementi permettono di ipotizzare una datazione tra la fine dell’età del Rame e l’inizio dell’età del Bronzo. L’Antro di Fronte alle Case Valle ha invece restituito ceramiche confrontabili con materiali dell’età del Bronzo finale dei siti vicini di Bric Reseghe e della Grotta del Sanguineto.

La Grotta II del Caprone pone un tema diverso. Nella saletta terminale affioravano resti ossei umani attribuibili ad almeno due individui, uno giovane e uno adulto. In assenza di manufatti diagnostici, il testo propone con cautela un possibile uso funerario in epoca pre-protostorica.

Anche le frequentazioni più recenti meritano attenzione. Nella Grotta del Mulo sono emersi cocci anforacei e una porzione di giara islamica iberica del XIII secolo, accanto a frammenti compatibili con produzioni preistoriche. Nel Grottino dell’Ulivo, quattro frammenti di maiolica arcaica monocroma sembrano appartenere a una coppa databile tra XIV e XV secolo. Le cavità risultano quindi luoghi riutilizzati in epoche molto distanti.

Tutela dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri

Il valore dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri dipende anche dalla precisione con cui vengono segnalati. La posizione, il rapporto con il deposito e le condizioni del rinvenimento sono dati essenziali. La rimozione non controllata può cancellare informazioni che nessun reperto isolato riesce a restituire.

Il Codice dei beni culturali prevede che le cose di interesse archeologico rinvenute nel sottosuolo appartengano allo Stato. Chi effettua una scoperta fortuita deve denunciarla entro 24 ore alla Soprintendenza, al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza e deve conservarla lasciandola, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni del rinvenimento. [web:10]

Il caso finalese mostra il ruolo concreto della formazione dei gruppi speleologici. Riconoscere un osso fossilizzato, una ceramica diagnostica, un manufatto litico o un deposito rimaneggiato non equivale a formulare una diagnosi definitiva. Significa attivare una procedura di tutela e mettere i dati a disposizione delle autorità e degli specialisti.

La segnalazione tempestiva è anche una risposta al depauperamento causato dagli scavi clandestini. Nei contesti ipogei, fragili e spesso già alterati, il deposito archeologico è una fonte non rinnovabile. La collaborazione tra speleologi, Soprintendenza, forze di polizia e ricercatori resta quindi centrale per trasformare una scoperta casuale in conoscenza verificabile.

Fonti

L'articolo Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri: nuove tracce dal Paleolitico al Medioevo proviene da Scintilena.

  •  

Le nuvole e la Grotta del Vento: dall’alluvione del 1996 ai cambiamenti climatici

Condividi

Il 28 agosto un incontro tra meteorologia, ambiente ipogeo e memoria del territorio

Venerdì 28 agosto, alle 21, la sala multifunzionale della Grotta del Vento ospiterà il secondo appuntamento estivo dedicato alla conoscenza del mondo sotterraneo. Il tema della serata sarà il rapporto fra atmosfera, montagna e cavità carsiche. Il percorso prenderà avvio dalla grande alluvione del 1996 e arriverà ai cambiamenti climatici che interessano la Toscana.

L’incontro, dal titolo Le nuvole e la grotta, vedrà gli interventi di Vittorio Verole Bozzello, direttore della Grotta del Vento, e di Valerio Capecchi, meteorologo del Consorzio LaMMA. La proposta mette in relazione fenomeni spesso osservati separatamente. Da una parte le piogge, le nuvole e le dinamiche meteorologiche. Dall’altra l’aria, l’acqua e le rocce di un sistema sotterraneo.

Grotta del Vento e microclima: aria, acqua e roccia in movimento

Vittorio Verole Bozzello illustrerà il microclima della Grotta del Vento. Temperatura, umidità, circolazione dell’aria e presenza dell’acqua definiscono un ambiente che reagisce alle condizioni esterne con tempi e modalità proprie. La cavità diventa così un punto di osservazione utile per leggere gli scambi fra superficie e sottosuolo.

Nelle grotte, l’aria non è immobile. Le differenze di quota fra ingressi, le variazioni termiche esterne e la geometria dei passaggi possono favorire correnti d’aria. Anche l’acqua meteorica, infiltrandosi nelle fratture e negli strati permeabili, collega direttamente gli episodi di pioggia ai processi carsici. Per questo la Grotta del Vento consente di affrontare in modo concreto il legame fra meteorologia e ambiente ipogeo.

Nel corso della serata saranno presentate immagini degli eventi del 1996. La memoria visiva sarà affiancata alla lettura dei dati. L’obiettivo è ricostruire il contesto territoriale nel quale un fenomeno atmosferico intenso può trasformarsi in piena, frana e trasporto di detriti.

Alluvione 1996 in Versilia e Garfagnana: il caso che segnò il territorio

Il 19 giugno 1996 un nubifragio di forte intensità colpì parte del bacino del torrente Versilia e il bacino della Turrite di Gallicano, in Garfagnana. L’evento produsse un’alluvione associata a dissesti diffusi. L’erosione degli alvei montani alimentò il trasporto solido verso i fondovalle, dove il cambio di pendenza favorì rilevanti depositi alluvionali, con vittime e danni ingenti.

La complessità dell’episodio portò a uno studio interdisciplinare promosso dall’allora Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente. Geologi, ingegneri idraulici, meteorologi, climatologi e altri specialisti analizzarono dinamiche naturali, condizioni territoriali e possibili linee guida per aree con caratteristiche simili.

Capecchi ripercorrerà il passaggio dagli strumenti disponibili negli anni Novanta alle attuali tecniche di osservazione, modellistica e previsione. Il confronto aiuta a comprendere come sono cambiati i sistemi di monitoraggio. Aiuta anche a distinguere il dato misurato dalla sua interpretazione nel contesto locale.

Cambiamenti climatici in Toscana: distinguere eventi e tendenze

La parte conclusiva dell’incontro sarà dedicata ai cambiamenti climatici in Toscana. Le domande riguardano la frequenza e l’intensità degli eventi estremi, ma anche il corretto uso delle serie storiche. Una singola precipitazione eccezionale è un evento meteorologico. Il clima descrive invece l’andamento statistico di temperatura, precipitazioni e altri parametri su periodi lunghi.

Il LaMMA svolge analisi climatiche regionali usando reti di stazioni meteorologiche, mappe di anomalia termica e pluviometrica e report periodici. Per la siccità impiega indicatori basati sia sulle piogge rilevate al suolo sia sullo stato della vegetazione osservato da satellite. Questi strumenti permettono di seguire fenomeni diversi, dalle carenze idriche alle anomalie stagionali.

Parlare di cambiamenti climatici non significa attribuire automaticamente ogni temporale o ogni ondata di calore a una sola causa. Significa esaminare le tendenze, la distribuzione degli estremi e la vulnerabilità dei territori. In aree montane e carsiche, dove l’acqua può concentrarsi rapidamente nei bacini e circolare nel sottosuolo, questa lettura richiede il confronto fra meteorologia, idrologia e conoscenza locale.

Grotta del Vento, cambiamenti climatici e conoscenza del paesaggio

L’appuntamento alla Grotta del Vento propone quindi una chiave di lettura che parte dalla cavità e arriva al paesaggio esterno. La Grotta del Vento sarà il luogo da cui osservare l’interazione continua fra aria, acqua, temperatura e roccia. I cambiamenti climatici saranno discussi attraverso dati, esempi e la memoria dell’alluvione del 1996, senza sovrapporre il tempo di un singolo giorno alle tendenze del clima.

Per il pubblico interessato alla speleologia, il tema richiama un aspetto centrale della ricerca in ambiente carsico: la grotta non è separata dalla montagna. È parte di un sistema nel quale le condizioni atmosferiche in superficie influenzano infiltrazione, portate idriche, ventilazione e microclima ipogeo. L’incontro si terrà venerdì 28 agosto alle 21, nella sala multifunzionale della Grotta del Vento.

Fonti

L'articolo Le nuvole e la Grotta del Vento: dall’alluvione del 1996 ai cambiamenti climatici proviene da Scintilena.

  •  

Puliamo il Buio e Clean-Up the Dark: sei dataset europei per rendere visibili le grotte bonificate

Condividi

La banca dati Clean-Up the Dark amplia la mappa delle cavità pulite e inquinate con Francia, Germania e Paese Basco. In Italia, Puliamo il Buio prosegue tra bonifiche, formazione e raccolta di dati sulle pressioni che interessano il carsismo.

Clean-Up the Dark, una mappa europea delle grotte ripulite

La tutela delle cavità carsiche passa anche dalla possibilità di conoscere dove si è intervenuti, con quali problemi e con quali risultati. In questa direzione si colloca l’aggiornamento annunciato dalla European Cave Protection Commission, organismo della Fédération Spéléologique Européenne: il sito Clean-Up the Dark dispone ora di sei dataset dedicati a grotte e aree carsiche ripulite o interessate da inquinamento in Europa.

Ai dati già disponibili per Croazia, Slovenia e Italia si aggiungono quelli relativi a Francia e Germania. È inoltre presente un dataset del Paese Basco. L’ampliamento porta a sei le raccolte territoriali consultabili e rende confrontabili, almeno per le aree documentate, le esperienze di censimento, segnalazione e pulizia.

Clean-Up the Dark è un progetto volontario della comunità speleologica europea. La sua funzione non consiste solo nel mostrare gli interventi conclusi. Il sito raccoglie infatti segnalazioni di cavità inquinate e di azioni di bonifica. Può quindi diventare uno strumento di documentazione utile per gruppi speleologici, associazioni, enti locali e soggetti che operano nella protezione del carsismo.

La Commissione europea per la protezione delle grotte invita le organizzazioni che dispongono di dati analoghi a condividerli. L’obiettivo è estendere il patrimonio informativo disponibile. Una banca dati più completa può aiutare a riconoscere i casi ricorrenti, a descrivere le tipologie di rifiuto e a conservare la memoria tecnica dei lavori svolti.

Puliamo il Buio, l’esperienza italiana nella protezione del carsismo

Nel quadro europeo, Puliamo il Buio rappresenta l’esperienza italiana di riferimento. L’iniziativa, promossa dalla Società Speleologica Italiana e collegata alla campagna Puliamo il Mondo, unisce bonifica, censimento delle cavità a rischio, valutazione della pericolosità e sensibilizzazione delle amministrazioni e dei cittadini.

Il problema non riguarda soltanto il decoro. Una dolina, un inghiottitoio o un pozzo trasformati in deposito di rifiuti possono mettere in comunicazione materiali contaminanti e circuiti idrici sotterranei. Plastica, vetro, metalli, pneumatici, ingombranti e materiali potenzialmente pericolosi richiedono quindi una valutazione attenta. In grotta, il recupero presenta anche difficoltà logistiche e di sicurezza. Spesso servono progressioni su corda, sistemi di sollevamento e una gestione separata dei materiali estratti.

La storia di Puliamo il Buio ha già ricevuto un riconoscimento europeo. Nel 2018 il progetto italiano ha ottenuto l’EuroSpeleo Protection Label. La documentazione della Fédération Spéléologique Européenne ricorda anche il lavoro di raccolta di informazioni sulle azioni di pulizia, con l’intento di rendere i dati condivisibili oltre i confini nazionali.

La nuova presenza dell’Italia tra i dataset di Clean-Up the Dark rafforza questo passaggio. L’esperienza operativa sviluppata nei territori può così essere letta insieme a quella di altri Paesi europei, senza ridurre l’attività a un singolo evento locale.

Le attività recenti di Puliamo il Buio in Italia

Nel 2026 Puliamo il Buio ha registrato iniziative distribuite in più regioni. La cronaca delle attività pubblicate da Scintilena segnala, tra le più recenti, la bonifica della Voragine di San Lorenzo sul Carso triestino. L’intervento ha coinvolto 21 volontari e ha riguardato rifiuti accumulati nel corso di decenni.

In Sardegna, a Cagliari, il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano e Legambiente hanno operato nella dolina di Tuvixeddu in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. L’azione ha riguardato rifiuti ingombranti e materiali abbandonati nella cavità. L’iniziativa è stata proposta anche come anteprima della campagna Puliamo il Mondo 2026.

In Veneto è stato segnalato il recupero di una tonnellata di rifiuti dal Bus del Corlaiti, abisso della Lessinia. L’episodio mostra la scala che possono assumere gli interventi. La pulizia richiede il coordinamento tra speleologi, volontari, gestori del territorio e soggetti incaricati della destinazione finale dei rifiuti.

Le attività recenti includono anche la formazione. Nel 2025 a Verona è stato annunciato un corso di secondo livello rivolto alla gestione delle operazioni di pulizia in grotta. Questo aspetto è centrale: documentare prima dell’intervento, pianificare la sicurezza, classificare i materiali e rendicontare l’esito sono passaggi che danno valore tecnico alla bonifica.

Dall’intervento locale alla rete Clean-Up the Dark nel mondo speleologico

La dimensione internazionale di Clean-Up the Dark si sviluppa oggi soprattutto nello spazio europeo. Il passaggio da tre a sei dataset indica una crescita della rete informativa. Francia, Germania e Paese Basco entrano in una base che già comprendeva Croazia, Slovenia e Italia.

La Federazione speleologica europea ha inoltre collegato il tema delle pulizie sotterranee alla Giornata mondiale della pulizia del 2024. In un documento della European Cave Protection Commission veniva indicata la volontà di sviluppare relazioni e scambio di dati con Clean-Up the Dark. Il dato è significativo perché sposta l’attenzione dalla sola rimozione dei rifiuti alla costruzione di criteri comuni per registrare i problemi.

Per le organizzazioni speleologiche, conferire dati alla piattaforma significa rendere consultabile un lavoro che altrimenti resterebbe frammentato in relazioni locali, fotografie e comunicati. I dataset possono favorire confronti tra contesti geologici e amministrativi diversi. Possono anche offrire una base per dialogare con enti pubblici e gestori delle risorse idriche.

Puliamo il Buio e Clean-Up the Dark condividono quindi una stessa prospettiva: rendere visibile ciò che spesso rimane nascosto nel sottosuolo. La pulizia è la parte più evidente. Il censimento, la documentazione e la prevenzione sono le parti che possono dare continuità alla tutela delle grotte e del carsismo.

Fonti

L'articolo Puliamo il Buio e Clean-Up the Dark: sei dataset europei per rendere visibili le grotte bonificate proviene da Scintilena.

  •  

Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: in Ungheria riflettori sul soccorso sotterraneo

Condividi

Dalla ricorrenza mondiale alla mostra sui 65 anni del Magyar Barlangi Ment?szolgálat

La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo porta al centro dell’attenzione il valore scientifico, ambientale e umano del mondo sotterraneo. In Ungheria, il tema si intreccia con il sessantacinquesimo anniversario del Magyar Barlangi Ment?szolgálat, il Servizio ungherese di soccorso speleologico, e con la mostra fotografica Ment?k Lámpafényben al Museo ungherese di storia naturale di Budapest. L’esposizione utilizza le immagini di Márton Kovács per documentare operazioni, addestramenti e lavoro volontario in ambiente ipogeo. [web:2][web:8]

Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: le date da distinguere

Nel testo di partenza il 25 giugno viene indicato come Giornata mondiale delle grotte e il 14 agosto come Giornata mondiale degli speleologi. Queste ricorrenze possono essere adottate localmente o circolare nella comunità speleologica, ma occorre distinguerle dalla nuova ricorrenza internazionale ufficiale.

L’UNESCO ha proclamato il 13 settembre Giornata internazionale delle grotte e del carsismo nel novembre 2025, su proposta della Slovenia sostenuta dall’Unione internazionale di speleologia. Il 13 settembre 2026 sarà quindi la prima celebrazione ufficiale della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. Il programma di avvio è previsto a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. [web:24][web:29]

La precisazione non è soltanto formale. La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo vuole riunire ricerca, educazione, protezione del patrimonio e cooperazione internazionale. L’UIS ricorda inoltre che i paesaggi carsici e le acque sotterranee associate costituiscono una risorsa essenziale per oltre un miliardo di persone. [web:26]

Soccorso speleologico ungherese e fragilità dell’ambiente ipogeo

Il messaggio della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo comprende anche la sicurezza. Le grotte richiedono competenze tecniche, preparazione fisica, pianificazione e rispetto delle condizioni ambientali. Un incidente in sotterraneo impone spesso tempi lunghi, comunicazioni complesse e sistemi di trasporto adattati a pozzi, meandri, strettoie e terreni instabili.

In questo quadro si inserisce il Magyar Barlangi Ment?szolgálat. L’organizzazione, fondata nel 1961, celebra nel 2026 i suoi 65 anni di attività ed è descritta dalle fonti ungheresi come una delle più longeve organizzazioni civili di soccorso attive senza interruzioni nel Paese. Il lavoro non riguarda esclusivamente le emergenze in cavità. Formazione, esercitazioni, gestione delle attrezzature e coordinamento con gli altri servizi di emergenza sono elementi decisivi per intervenire in sicurezza. [web:8][web:9]

La memoria degli incidenti resta parte della cultura della prevenzione speleologica. Il 14 agosto è infatti associato da molte comunità al ricordo di Marcel Loubens, speleologo francese morto nel 1952 dopo un grave incidente nella grotta Pierre-Saint-Martin. La ricorrenza non sostituisce la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, ma richiama il valore della prudenza nell’attività esplorativa.

Ment?k Lámpafényben: fotografie e storia del barlangi ment?

La mostra Ment?k Lámpafényben, traducibile come “Soccorritori alla luce delle lampade”, presenta fotografie realizzate da Márton Kovács. Kovács è speleologo, soccorritore e fotoreporter. Da circa quindici anni documenta con la macchina fotografica interventi ed esercitazioni del soccorso speleologico ungherese. Le immagini esposte non sono scene ricostruite. Sono fotografie di taglio documentario, selezionate per restituire procedure, collaborazione tra operatori e condizioni operative nel sottosuolo. [web:8]

L’iniziativa è stata inaugurata il 21 febbraio 2026 al Museo ungherese di storia naturale. Nella stessa occasione è stato presentato il volume di József Mészáros Barlangi mentés – Kézikönyv a mélység hétköznapi h?seinek, dedicato alla storia, alle tecniche e alla direzione degli interventi di soccorso in grotta in Ungheria. [web:8][web:9]

Le informazioni sulla durata della mostra meritano un aggiornamento. Le comunicazioni di febbraio la indicavano visitabile fino al 6 giugno. Un reportage di Telex del 22 agosto riferisce invece che l’esposizione, vista la partecipazione del pubblico, è stata prorogata fino a dicembre. Chi intende visitarla dovrebbe verificare gli orari e l’effettiva apertura sul sito del museo prima di programmare il viaggio. [web:2][web:8]

Le ricerche nelle grotte ungheresi: il caso recente del lago di Hévíz

Il testo ricevuto non nomina una singola grotta alla quale riferire nuove scoperte. Per integrare l’articolo con un aggiornamento verificabile sulle più recenti ricerche ipogee in Ungheria, il riferimento più pertinente è il sistema di cavità sommerso del lago termale di Hévíz.

Il 17 marzo 2026 due subacquei della Direzione del Parco nazionale degli altopiani del Balaton hanno effettuato misurazioni geodetiche degli ingressi di cinque piccole cavità lungo la sponda occidentale del lago. Non si tratta di cavità scoperte dal nulla: erano già state individuate circa cinquant’anni prima durante l’esplorazione della grotta sorgente. La novità è la localizzazione precisa degli accessi, ottenuta con boe in immersione e ricevitori GNSS operati dalla superficie. [web:47]

Le verifiche hanno permesso di acquisire anche immagini e filmati. Il fine dichiarato è inserire tutte le cavità note del lago nel registro nazionale delle grotte. È un passaggio rilevante per la ricerca e per la gestione conservativa di un sistema termale delicato, dove la conoscenza spaziale delle aperture costituisce una base per il monitoraggio. [web:43][web:47]

La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo offre dunque un contesto per collegare la tutela del carsismo al soccorso speleologico e alla documentazione scientifica. La mostra di Budapest racconta la componente umana delle emergenze. Le misurazioni di Hévíz mostrano invece come tecniche subacquee, rilievo e registrazione ufficiale possano ampliare la conoscenza di cavità già note solo in modo parziale. Entrambi i filoni richiamano una stessa esigenza: frequentare, studiare e proteggere il sottosuolo con metodi adeguati.

Fonti

L'articolo Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: in Ungheria riflettori sul soccorso sotterraneo proviene da Scintilena.

  •  

Grotta Battifratta, nuove ricerche tra clima, riti e frequentazioni nella Sabina preistorica

Condividi

Alla Grotta Battifratta di Poggio Nativo, nel Reatino, uno studio geoarcheologico pubblicato nel 2026 ricostruisce il rapporto tra dinamiche idroclimatiche, depositi carsici e presenza umana dal Neolitico all’età del Bronzo.

Grotta Battifratta e la valle del Farfa

La Grotta Battifratta si trova in località Casali di Poggio Nativo, lungo il versante sinistro della valle del Riano, piccolo affluente del Farfa. La cavità si apre in una scarpata di travertino attribuita al Sintema di Poggio Moiano, formato nel Pleistocene medio.

Oggi si presenta come un riparo sotto roccia collegato a un cunicolo che conduce a un ambiente interno. La morfologia attuale è il risultato di crolli, erosione e accumuli sedimentari. Alcuni collassi hanno sigillato settori della cavità e antichi accessi, contribuendo alla conservazione di parte del deposito archeologico.

La Grotta Battifratta era già nota per le indagini condotte negli anni Ottanta dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana. I saggi avevano individuato livelli di frequentazione riferibili al Neolitico e all’età del Bronzo. Dal 2021 il sito è tornato al centro delle ricerche con il Farfa Valley Project. Caves, people, and past environments, coordinato dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma e diretto da Cecilia Conati Barbaro.[1]

Archeologia della Grotta Battifratta

Le campagne recenti hanno ampliato in modo rilevante il quadro cronologico della Grotta Battifratta. Oltre alle attestazioni neolitiche e dell’età del Bronzo, sono emersi strumenti litici e reperti faunistici riferibili al Paleolitico medio. La sequenza documentata arriva poi fino alle fasi post-medievali.

Il sito conserva quindi tracce di utilizzi diversi e distanti nel tempo. L’attuale imbocco della cavità coincide con lo sbocco di un’antica sorgente, probabilmente stagionale. La disponibilità d’acqua può avere avuto un ruolo centrale nell’attrazione esercitata dal luogo sulle comunità preistoriche.

Nei livelli del Neolitico, datati tra la fine del VI e l’inizio del V millennio a.C., sono stati rinvenuti ceramiche, manufatti litici, resti faunistici e materiali botanici. Le ricerche hanno inoltre restituito resti umani e una statuina antropomorfa in argilla, datata a circa 7.000 anni fa. Il manufatto è oggetto di studio tecnologico e stilistico, per definirne tecniche produttive e possibili riferimenti culturali.[2]

I dati disponibili suggeriscono che la Grotta Battifratta non fosse usata solo per l’approvvigionamento idrico. Le evidenze archeologiche indicano pratiche funerarie e rituali associate ai livelli neolitici. Ceramiche decorate, utensili in selce e ossidiana, ornamenti in osso e resti di fauna sono stati esposti nel 2025-2026 nella mostra Acque nascoste. Grotte e riti nella preistoria della Sabina, al Museo Civico Archeologico di Rieti.[3][4]

Il nuovo studio sul clima

La principale novità emersa nel 2026 riguarda la pubblicazione di uno studio su Quaternary Science Reviews. Il lavoro, firmato da Luca Forti e da un gruppo interdisciplinare di ricercatori, analizza i depositi olocenici della Grotta Battifratta con un approccio integrato.

La ricerca combina dati di scavo, sedimentologia, micromorfologia, geochimica, mineralogia, micropaleontologia e datazioni radiocarboniche. L’obiettivo è capire come si sia formato il riempimento della cavità e in che modo clima, idrologia e attività umane abbiano interagito nel tempo.[5]

Per il Neolitico, lo studio riconosce brevi alternanze tra erosione e deposizione. Questi processi sono collegati a fasi di stabilità dei versanti, ruscellamento superficiale e riattivazioni episodiche del sistema carsico. Il deposito della Grotta Battifratta non rappresenta quindi un semplice accumulo di sedimenti. Registra anche le variazioni delle condizioni ambientali che modificavano l’accessibilità e la funzione della cavità.

Per l’età del Bronzo, le tracce di frequentazione risultano più limitate nello spazio e probabilmente episodiche. Gli autori collegano questa fase a pratiche pastorali e a una riorganizzazione del sistema idrologico carsico. In seguito si sviluppò una sedimentazione carbonatica a bassa energia, legata a condizioni differenti nella circolazione delle acque.[5]

Un archivio geoarcheologico sabino

La Grotta Battifratta conferma il valore delle cavità naturali come archivi complessi. Nei suoi sedimenti si intrecciano eventi di piena, erosione dei suoli, crolli, attività carsica e azioni umane. Ogni livello deve quindi essere letto attraverso il rapporto tra processi naturali e presenza antropica.

Le indagini paleoambientali in corso comprendono lo studio dei pollini, dei carboni, della fauna, dei sedimenti e delle materie prime impiegate per la produzione di strumenti e ceramiche. Queste analisi possono contribuire a ricostruire la vegetazione del passato, le risorse animali sfruttate e le strategie economiche delle comunità che frequentarono la valle del Farfa.

Nel caso della Grotta Battifratta, la ricerca speleologica sostiene direttamente l’archeologia. La conoscenza della cavità, delle sue morfologie, dei depositi e delle dinamiche idriche permette infatti di interpretare meglio la conservazione dei reperti e le trasformazioni del paesaggio preistorico della Sabina.

Fonti

Fonti
[1] Grotta Battifratta https://www.antichita.uniroma1.it/grotta-battifratta
[2] Rare clay figurine found in Lazio dating back 7000 years https://www.uniroma1.it/en/notizia/rare-clay-figurine-found-lazio-dating-back-7000-years
[3] In mostra a Rieti dal 25 ottobre le scoperte nel sito preistorico … https://sabap-met-rm.cultura.gov.it/in-mostra-a-rieti-dal-25-ottobre-le-scoperte-nel-sito-preistorico-della-grotta-battifratta/
[4] Acque nascoste. Grotte e riti della Sabina preistorica https://news.uniroma1.it/25102025_1700
[5] Catalogo dei prodotti della ricerca https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1766833
[7] Archeologia dell’edilizia storica e costruzione del documento archeologico. Problemi di popolamento mediterraneo. I. Un’archeologia del costruito per la storia del territorio medievale https://www.openaccessrepository.it/record/61640/files/fulltext.pdf
[8] Poggio Nativo – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Nativo
[9] Metamorfosi del paesaggio nella pianura fluviale mantovana (secoli VIII-XIII) https://revistes.ua.es/medieval/article/view/19812/pdf
[10] Chert sources, procurement strategies and mobility in central Italy … https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1760926
[11] Grotta Battifratta (Poggio Nativo, Rieti). Un nuovo progetto … https://air.unimi.it/handle/2434/1188955
[12] Discovered Neolithic statuette in Lazio – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/2023/05/18/scoperta-una-statuetta-nel-lazio/
[13] Lazio e Sabina 13 – Atti del Convegno. Roma 25-27 maggio 2022 https://edizioniquasar.it/products/lazio-e-sabina-13
[14] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/
[15] Atti del 6° Convegno Nazionale di Archeozoologia https://www.academia.edu/1499788/Atti_del_6_Convegno_Nazionale_di_Archeozoologia
[16] Scavi Archeologici alla Grotta di Battifratta: Un’Opportunità … https://www.scintilena.com/scavi-archeologici-alla-grotta-di-battifratta-unopportunita-per-gli-appassionati/07/10/
[17] The Farfa Valley Project: Grotta Battifratta https://www.ninatorp.com/battifratta.html
[18] Sinkhole: Quando la Terra Sprofonda https://www.scintilena.com/sinkhole-le-cause-delle-voragini-della-terra/10/04/
[19] Italia preistorica in grotta: a fine Ottobre il convegno di San … https://www.scintilena.com/italia-preistorica-in-grotta-a-fine-ottobre-il-convegno-di-san-lorenzo-bellizzi/10/03/
[20] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/1191/
[21] Sistemi informativi dinamici a supporto della documentazione archeologica per interventi in emergenza https://oaj.fupress.net/index.php/ra/article/download/14150/11981
[22] Cecilia Conati Barbaro https://research.uniroma1.it/researcher/7244b15667a9b712c877d48d8d089ace0c68ccc4c45dc8b862cd72ae
[23] Scoperta statuetta Neolitica nel Lazio – Preistoria in Italia https://www.preistoriainitalia.it/2023/05/18/scoperta-una-statuetta-nel-lazio/
[24] Grotta Battifratta, il nuovo studio lega clima e presenza umana nel … https://www.scintilena.com/grotta-battifratta-il-nuovo-studio-lega-clima-e-presenza-umana-nel-sito-di-rieti/05/11/
[25] Scavi nazionali https://www.antichita.uniroma1.it/scavi_nazionali
[26] Figurines – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/segnalazioni/statuine/
[27] Poggio Nativo, avviato il Progetto di scavo e valorizzazione delle grotte di Battifratta – Rieti Life https://www.rietilife.com/2021/07/13/poggio-nativo-avviato-il-progetto-di-scavo-e-valorizzazione-delle-grotte-di-battifratta/
[28] Reports – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/segnalazioni/
[29] A 7,000-year-old figurine may hold secrets about ancient rituals on … https://wildhunt.org/2023/05/a-7000-year-old-figurine-may-hold-secrets-about-ancient-rituals-on-the-italian-peninsula.html

L'articolo Grotta Battifratta, nuove ricerche tra clima, riti e frequentazioni nella Sabina preistorica proviene da Scintilena.

  •  

Fontanon di Goriuda, 25 anni di esplorazioni nel cuore del Canin

Condividi

Il Club Alpinistico Triestino celebra un quarto di secolo di attività speleosubacquea nella grande risorgenza della Val Raccolana. Una storia di esplorazione e ricerca che continua, con nuovi obiettivi ancora da raggiungere.

Venticinque anni dentro la montagna, seguendo l’acqua e cercando passaggi verso ambienti ancora sconosciuti. Il Club Alpinistico Triestino celebra un importante anniversario delle esplorazioni speleosubacquee al Fontanon di Goriuda, una delle più spettacolari risorgenze del massiccio del Canin.

Una lunga storia, iniziata nei primi anni Duemila e proseguita attraverso immersioni, risalite, campi sotterranei, rilievi e nuove scoperte, che hanno progressivamente modificato la conoscenza della cavità. Un lavoro che ha richiesto negli anni competenze tecniche, continuità e la capacità di tornare più volte sugli stessi interrogativi posti da un sistema carsico complesso e ancora lontano dall’essere completamente conosciuto.

L’anniversario è stato celebrato tornando proprio al Goriuda, con gli speleologi del CAT, il presidente Franco Riosa e Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni fin dalle prime fasi. Alla giornata ha partecipato anche una troupe Rai: le immagini girate nella cavità saranno trasmesse in autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1.

Duilio Cobol con la troupe della RAI al Fontanon di Goriuda – Foto A. Ressa

I venticinque anni sono occasione per guardare indietro e puntare avanti.

Il Fontanon conserva ancora importanti incognite: il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare a lavorare su quattro obiettivi esplorativi rimasti aperti, mentre sullo sfondo si fa sempre più interessante anche l’ipotesi di possibili collegamenti con altri sistemi carsici del Canin.

La parola ad Alessandra Ressa, dell’Ufficio Stampa del Club Alpinistico Triestino, che nel comunicato che segue ripercorre venticinque anni di esplorazioni al Fontanon di Goriuda, dalle prime immersioni alle grandi scoperte, fino alle domande che ancora oggi attendono una risposta.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

COMUNICATO STAMPA con preghiera di pubblicazione

FONTANON DI GORIUDA, 25 ANNI NEL CUORE DELLA MONTAGNA: IL CAT CELEBRA UNA LUNGA STORIA DI ESPLORAZIONI SPELEOSUBACQUEE

Da un quarto di secolo gli speleologi del Club Alpinistico Triestino esplorano, studiano e documentano uno dei più affascinanti sistemi carsici del Friuli Venezia Giulia, il Fontanon di Goriuda. Il CAT, il presidente Franco Riosa e lo speleosubacqueo Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni dal loro principio, hanno voluto festeggiare questo speciale compleanno proprio all’interno della cavità da cui sgorga la cascata più celebre della Regione alla presenza di una troupe della RAI, che racconterà questa straordinaria esperienza in autunno all’interno di “Linea Bianca”.

Trieste, 25 agosto 2026 – Venticinque anni di esplorazioni continuative. È questo il traguardo che il Club Alpinistico Triestino celebra al Fontanon di Goriuda, una delle più importanti e spettacolari risorgenze delle Alpi Giulie, dove da un quarto di secolo generazioni di speleologi del CAT hanno investito tempo, energie, competenze e passione nel tentativo di svelare ciò che si nasconde oltre la cascata e dentro la montagna.

Una ricorrenza che non è stata celebrata semplicemente con un incontro, ma tornando là dove tutto è cominciato: nel cuore della Val Raccolana, davanti e dentro quella poderosa risorgenza che continua a rappresentare, dopo tanti anni, una delle grandi sfide della speleologia regionale.

Alla recente uscita hanno partecipato gli speleologi del Club Alpinistico Triestino e il presidente Franco Riosa, insieme a Duilio Cobol, speleosubacqueo e protagonista di una parte fondamentale di questa lunga stagione esplorativa. È stato proprio Cobol a organizzare l’uscita, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività dedicata all’esplorazione e alla ricerca nel Fontanon di Goriuda.

La ricorrenza diventa così soprattutto un momento per ripercorrere una storia fatta di scoperte, immersioni, risalite, rilievi, campi interni, corde, attrezzature e interminabili ore trascorse nel buio della montagna. Una storia nella quale il CAT ha avuto un ruolo costante, contribuendo in modo significativo alla conoscenza di una cavità che, ancora oggi, conserva importanti incognite.

Il Fontanon di Goriuda, infatti, non è semplicemente la spettacolare cascata che si incontra in Val Raccolana. È una poderosa risorgenza perenne attraverso la quale riaffiorano le acque del sovrastante massiccio del Canin. La scheda del Catasto Speleologico Regionale la identifica con il numero 20 e ne indica l’ingresso a 861 metri di quota, uno sviluppo planimetrico catastato di 767,6 metri e un dislivello positivo di 119 metri. La Regione Friuli Venezia Giulia lo ha inoltre classificato come geosito di interesse nazionale.

Per chi osserva il Fontanon dall’esterno, la grotta sembra terminare dopo il primo tratto percorribile a piedi. In realtà, dopo circa 150 metri, un lago obbliga a passare dalle tecniche speleologiche tradizionali a quelle della speleosubacquea oppure ad utilizzare un canotto. Da quel punto inizia un ambiente completamente diverso, nel quale la progressione avviene tra acqua, sifoni, roccia e oscurità assoluta.

La storia moderna delle esplorazioni del CAT al Goriuda prende forma nei primi anni Duemila, dopo l’incontro di un gruppo di sette speleosubacquei esperti avvenuto durante Bora 2000, importante appuntamento internazionale della speleologia svoltosi a Trieste. Da quell’esperienza nacque la volontà di continuare a lavorare insieme e di individuare nel Fontanon un ambiente nel quale mettere alla prova e affinare tecniche di immersione. Il Goriuda divenne progressivamente un vero laboratorio di esplorazione, nel quale ogni immersione poteva significare una nuova osservazione, un nuovo passaggio, una diversa interpretazione della cavità.

La grande svolta arrivò tra il 2008 e il 2009, quando gli speleosub del CAT riuscirono a individuare, al di sopra dei rami allora conosciuti, grandi gallerie fossili. La documentazione del Parco Naturale delle Prealpi Giulie racconta la scoperta di ambienti di dimensioni sorprendenti: una grande galleria superiore, con spazi così vasti che inizialmente i fasci luminosi degli esploratori non riuscivano nemmeno a illuminarne i limiti. Quelle scoperte cambiarono la lettura della grotta. Quello che per anni era stato considerato il “terzo sifone” non sembrava infatti rappresentare la prosecuzione principale della cavità, ma una sorta di vasca sospesa, mentre le antiche vie dell’acqua conducevano verso livelli superiori. Da qui ebbe inizio una nuova fase di esplorazioni e risalite, con sviluppi verticali superiori ai cento metri.

Per rendere possibile il lavoro fu necessario organizzare un vero e proprio campo base sotterraneo. Nel 2008, le attività comprendevano già il ripristino di centinaia di metri di linea telefonica, la realizzazione di un campo interno e la sistemazione delle sagole e degli ancoraggi tra i diversi sifoni.

Ma il Fontanon non ha mai concesso facilmente i propri segreti. Le piene periodiche hanno più volte danneggiato o distrutto le installazioni, costringendo gli speleologi a ricostruire ancoraggi, sostituire corde e ripristinare le vie di progressione. Ogni nuova esplorazione ha quindi richiesto non soltanto capacità tecnica, ma anche una notevole dose di pazienza e determinazione.

Venticinque anni di esplorazione continuativa significano anche venticinque anni di conoscenza maturata sul campo. E proprio questa esperienza ha fatto del Goriuda anche un ambiente particolarmente significativo per il soccorso speleosubacqueo.

Nel corso degli anni la cavità ha ospitato importanti esercitazioni del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, sfruttando la complessità dei percorsi e la presenza dei sifoni per simulare interventi in condizioni estremamente impegnative. Nel 2018, ad esempio, un’esercitazione nazionale speleosubacquea del CNSAS coinvolse tredici speleosubacquei e altri sette tecnici, impegnati nel superamento di due sifoni e nella simulazione del soccorso di persone in difficoltà in profondità. Il Goriuda ha dunque rappresentato negli anni non soltanto un luogo di scoperta, ma anche un ambiente nel quale sviluppare e verificare tecniche, procedure e capacità operative.

La speleosubacquea, del resto, non lascia spazio all’improvvisazione. La temperatura dell’acqua, la difficoltà degli ambienti, l’oscurità, i lunghi percorsi, la gestione delle bombole e la possibilità di un problema tecnico rendono ogni immersione un’attività ad elevata complessità. È necessario lavorare con attrezzature ridondanti, linee di sicurezza e materiali di riserva, mantenendo sempre la possibilità di gestire un eventuale guasto.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che il CAT ha voluto mostrare anche in occasione di questa speciale uscita celebrativa.

A documentare la giornata, infatti, era presente una troupe della Rai, interessata a raccontare non soltanto la spettacolarità del Fontanon, ma soprattutto la storia degli uomini che da decenni ne inseguono le prosecuzioni. La troupe è stata accompagnata all’interno della cavità dalle Guide Turistiche Speleologiche del Friuli Venezia Giulia, che hanno curato l’accompagnamento in ambiente ipogeo e il supporto necessario alle riprese.

Le immagini realizzate al Goriuda confluiranno in un servizio che sarà trasmesso nel prossimo autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1. La presenza della televisione rappresenta un’importante occasione per far conoscere a un pubblico molto più vasto una realtà che normalmente rimane completamente nascosta: il lavoro degli speleologi, la complessità dell’esplorazione e, insieme alla bellezza del mondo sotterraneo, anche i rischi della speleosubacquea.

Ma la Rai, in questa occasione, è soprattutto una finestra su una storia che appartiene al CAT.

Una storia che non si conclude con i risultati già ottenuti. Perché, nonostante 25 anni di attività, il Fontanon di Goriuda continua a porre interrogativi.

Sono almeno quattro le grandi incognite sulle quali gli speleologi intendono tornare a lavorare. Una riguarda una difficile arrampicata di circa 40 metri sulla volta della galleria terminale; un’altra una risalita meno impegnativa che potrebbe aprire una nuova prosecuzione. Rimane poi da verificare un pozzo stimato in circa cinque metri, dal quale il rumore prodotto dalla caduta dei sassi potrebbe far pensare alla presenza di acqua. E proprio l’eventuale presenza di un nuovo sifone, a una distanza così importante dall’ingresso, rappresenterebbe una prospettiva esplorativa di grande interesse.

A rendere ancora più affascinante questa ricerca è il fatto che il Goriuda potrebbe non essere un sistema isolato. Negli ultimi anni le esplorazioni condotte da altri gruppi speleologici sull’altopiano del Canin hanno raggiunto settori che sembrano avvicinarsi a quelli esplorati dal CAT. L’ipotesi di un futuro collegamento fra sistemi carsici differenti appare quindi sempre più concreta.

Sarebbe una scoperta capace di aggiungere un capitolo importante alla conoscenza del carsismo del Canin e della circolazione delle acque sotterranee di uno dei più importanti territori carsici delle Alpi Giulie.

Per il Club Alpinistico Triestino, dunque, i 25 anni del gruppo speleosubacqueo non rappresentano un traguardo, ma la conferma di una scelta che continua nel tempo: esplorare, conoscere, documentare e trasmettere alle nuove generazioni la passione per il mondo sotterraneo.

Un quarto di secolo dopo l’inizio di questa avventura, Duilio Cobol e gli speleologi del CAT sono ancora davanti alle stesse domande che hanno accompagnato tante delle loro spedizioni: dove porta davvero l’acqua del Goriuda? Quanto si estende ancora la cavità? E soprattutto, cosa si nasconde oltre l’ultimo passaggio conosciuto?

Il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare al lavoro sulle quattro grandi incognite ancora aperte.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

Via R. Abro, 5/A
34144 Trieste
cell.: 348 5164550
codice fiscale: 80016650329
e-mail:cat@cat.ts.it
pec:cat.trieste@pec.csvfvg.it
http://www.cat.ts.it

Ufficio Stampa: Alessandra Ressa +39 348 3515270

Foto A. Ressa

Venticinque anni sono tanti, soprattutto quando si misurano non in chilometri percorsi in superficie, ma in metri conquistati nel buio, immersione dopo immersione, risalita dopo risalita.

La storia del Fontanon di Goriuda racconta bene uno degli aspetti più autentici della speleologia: una grotta non si esaurisce con una scoperta e nemmeno con una generazione di esploratori. Rimane lì, con le sue domande, mentre cambiano gli uomini, migliorano le tecniche e nuove conoscenze permettono di tornare dove, anni prima, ci si era dovuti fermare.

Al Goriuda le domande sono ancora molte. Ci sono pareti da risalire, passaggi da verificare, la possibilità di nuove vie d’acqua e, più lontano, l’affascinante prospettiva di un collegamento con altri grandi sistemi carsici del Canin.

Il modo migliore di festeggiare venticinque anni di esplorazioni è considerarli un punto per continuare a cercare: sotto il Canin, l’acqua continua il suo viaggio: gli speleologi, inevitabilmente, continueranno a seguirla.

L'articolo Fontanon di Goriuda, 25 anni di esplorazioni nel cuore del Canin proviene da Scintilena.

  •  

Ancora oltre nel Jafar

Condividi

Nella Grotta di Aladino, in Valdaone, nel Trentino occidentale, Gigi Casati torna dopo oltre trent’anni nel sifone a monte. Quattro giorni di esplorazione, acqua in aumento e un grande lavoro di squadra con il Gruppo Grotte Brescia

Più di trent’anni di esplorazioni, ritorni, tentativi e scoperte legano la Grotta di Aladino, nel cuore della Valdaone, ai suoi esploratori. Siamo nel Trentino occidentale, nelle Giudicarie, ai piedi del massiccio dell’Adamello, in un territorio profondamente segnato dall’acqua e dalla montagna.

La storia di Aladino è una storia di persone e di gruppi che, a distanza di tanto tempo, continuano a ritrovarsi sottoterra con la stessa passione, amicizia e reciproca stima.

Quattro intensi giorni hanno visto nuovamente impegnati gli speleologi nel cuore della grotta, con il fondamentale supporto del Gruppo Grotte BresciaCorrado Allegretti‘, che si è occupato dell’organizzazione e dell’indispensabile trasporto delle pesanti attrezzature fino al sifone, a circa -250 metri dall’ingresso. Un lavoro duro, affrontato con grande disponibilità e spirito di squadra, e reso ancora più impegnativo dalle piogge e dal rapido aumento della portata delle acque.

L’obiettivo era tornare nel sifone a monte da cui nasce il torrente Jafar, un settore esplorato molti anni fa e del quale ormai rimanevano ricordi piuttosto sfumati.

Dopo aver superato il primo sifone e riattrezzato il tratto necessario per raggiungere il secondo, l’esplorazione è finalmente ripartita dal vecchio limite. Sott’acqua la galleria è scesa fino a -44 metri di profondità, per poi cominciare nuovamente a risalire. La prosecuzione resta aperta.

Nel frattempo, però, fuori continuava a piovere. E parecchio. Il Jafar, inizialmente stimato intorno ai 250 litri al secondo, ha rapidamente aumentato la propria portata, arrivando nei giorni successivi a superare i 3 metri cubi al secondo. Alla sorgente del Fontanone, collegata alla Grotta di Aladino lo scorso anno, venivano stimate portate ancora maggiori.

È stata quindi un’esplorazione breve ma intensa, nella quale ogni metro guadagnato sott’acqua è stato possibile grazie al lavoro di molti: chi si è immerso, chi ha attrezzato, chi ha trasportato sacchi pesantissimi e chi, fuori e dentro la grotta, ha garantito supporto e sicurezza.

Per sapere davvero cosa è successo oltre quel sifone, è meglio lasciare il racconto a chi il filo dell’esplorazione lo ha materialmente portato un po’ più lontano.

Gigi Casati, uno dei grandi protagonisti della speleologia subacquea italiana, racconta così questi quattro giorni in Valdaone.

«Quattro intensi giorni trascorsi in Valdaone in compagnia del Gruppo Grotte Brescia…»

Quattro intensi giorni trascorsi in Valdaone in compagnia del Gruppo Grotte Brescia che si è occupato dell’organizzazione e dell’indispensabile aiuto per trasportare i materiali al sifone a -250m dall’ingresso. Una storia lunga più di 30 anni che vede ancora molti degli stessi interpreti, legati da amicizia e stima.
Nella Grotta di Aladino, questa volta ritorniamo nel sifone a monte che forma il torrente Jafar di cui le nostre memorie non ricordano quasi nulla.
Mercoledi 19 ci troviamo a La Piana e una volta trasportati con l’elicottero tutti i materiali in quota, scendiamo subito in grotta. Arrivati al sifone dopo una bella faticaccia, sostenuta dai membri del GGB, che si sobbarcano il trasporto di due pesanti sacchi a testa, Andrea e io, prepariamo tutto il necessario e ci immergiamo.
Superiamo il primo sifone con condizioni ideali, ma una volta oltre, quello che mi ricordavo essere solo un sassone da superare, risulta esser una arrampicata di 10m. Allora ricordo di averla risalita in libera e la corda utilizzata quella volta per tirar su i materiali, è ancora in posizione, fissata su un armo naturale. Con noi adesso abbiamo solo uno spezzone di corda, un martello e qualche spit ma, ci rendiamo conto che non abbiamo materiale adatto per tirar su il rebreather e le bombole, necessarie all’immersione nel secondo sifone. Rientriamo e ovviamente lasciamo tutto pronto all’ingresso del primo sifone.
Durante la notte, una pioggia a tratti forte, batte sul tetto della malga Casinei facendomi maturare neri pensieri. Il Giovedi mattina siamo in quattro ad entrare in grotta e a raggiungere velocemente l’ingresso del sifone. Incredibilmente pur essendo rispetto a ieri minore lo stillicidio lungo il percorso troviamo che il torrente Jafar, ha una portata a stima, doppia: circa 250l/s. Noto subito che la visibilità è peggiorata ma ci immergiamo senza esitare. Superato il sifone ci spogliamo delle attrezzature e trasportiamo i materiali alla base del pozzo.
Questa volta tocca a Andreino arrampicare. Una volta raggiunta la sommità del pozzo con il trapano mette due fix sulla verticale e paranchiamo in alto, i materiali. Mi preparo e parto nel secondo sifone di cui ricordo solo la profondità di -23m e il freddo patito all’epoca. Il sifone è un tubo di marmo bianco ricoperto da fango pesante: non siamo lontani dal bacino di assorbimento. La visibilità è di circa due metri e con il mio passaggio in alcuni punti si riduce a poche decine di centimetri. Raggiungo il limite esplorato dove ritrovo il mio vecchio filo rotto per diversi tratti ma, nel punto finale, ancora fissato su uno spuntone. Continuo: la galleria si inabissa, con una forma a mezza luna, alta meno di un metro e larga un paio di metri, il fondo ricoperto da uno spesso strato fangoso. Scendo facendo molta attenzione a non toccare il fondo, ma comunque una piccolissima valanga di fango mi anticipa. Finalmente spiana e mi sento più tranquillo; procedo raggiungendo la profondità di -44m (siamo a 1720m di quota) e dopo poco la galleria riprende a risalire. A tratti la galleria si allarga a circa 3m di diametro; mi fermo a -33m. Rientro facendo la topografia. Andreino non è rimasto con le mani in mano: nell’attesa ha spaccato delle lame di roccia per agevolare il passaggio dei materiali tra il pozzo e il secondo sifone.
Osservo la cascata che è decisamente più impressionante rispetto a ieri e percepisco che il flusso è aumentato da quando ci troviamo nel post sifone. Rientriamo dal primo sifone e anche lì, il livello si sta alzando a vista d’occhio, si stima 500l/s. Probabilmente fuori starà piovendo. Il Pota e il Super che ci aspettavano all’inizio del primo sifone escono dalla galleria del torrente e noi con le mute passiamo i materiali e li portiamo in un posto sicuro. Prepariamo il trasporto dei sacchi e poi risaliamo verso l’uscita. Lungo la risalita, fastidiose cascatelle, percorrono i pozzi della grotta.
Una volta fuori, ci dicono che ha piovuto tutto il giorno. Il venerdì in cinque volenterosi tra cui una ragazza che si è aggregata per l’occasione, Hélèn, scendono a recuperare i sacchi dalla grotta trovando sui pozzi, delle cascatelle si sono intensificate. E il torrente Jafar ha una portata superiore ai 3mc/s Niente di sorprendente poiché fuori le piogge sono intense.
Gli amici che ci raggiungono il venerdì sera stimano 6-7mc/s la portata della sorgente del Fontanone giuntato lo scorso anno con la grotta di Aladino.
Gradita sorpresa il risveglio del sabato mattina, con un bellissimo sole. Un gruppetto di amici che ci ha raggiunto sul posto, ci allevia la fatica di portare a valle armi e bagagli estratti dalla grotta.
To be continued

Fonte notizia e foto: post social Luigi Casati

L'articolo Ancora oltre nel Jafar proviene da Scintilena.

  •  

In 1930, a 17-year-old caver descended into the Trou du Glaz on the Dent de Crolles




In 1930, a 17-year-old caver descended into the Trou du Glaz on the Dent de Crolles. He couldn't get enough of this experience.

His name was 𝗙𝗲𝗿𝗻𝗮𝗻𝗱 𝗣𝗲𝘁𝘇𝗹, a machinist in Grenoble who solved problems by making the tools nobody else had. 🧐

By 1947, he and caving partner Pierre Chevalier had linked the deepest known cave system in the world. By 1956, they pushed past 1,000 metres down in the Gouffre Berger, nearly two weeks underground.

The company, Petzl, built from Fernand's workshop is still run by his family today. We've told the whole story, including how it reached our shop in 1977.

Full story in the first comment. 👇

---

Provided images courtesy of © Petzl, used with kind permission.

(Feed generated with FetchRSS)
  •  

Do propastí Jihoslovenského krasu a pomoc kamarádům ZO Aragonit

Je to už hodně dávno, kdy jsme jezdili trénovat, zkoušet nově vyvinuté a vyrobené prostředky SRT do propastí Jihoslovenského krasu. Zvonica byla naším nejčastějším cílem.  A teprve až nyní tam vyrazili Monika, Roman L., Dejv ze ZO Labyrint s průvodcem Tomášem Fussgänger – SK MEANDER.

V pátek večer přijíždíme k Tomovi domů do Háje. V sobotu ráno vyjíždíme na Plešiveckou planinu. Náš první cíl je jeskyně Zvonivá jáma s hloubkou -100,5m. Slaňujeme první šachtou -45 metrů o průměru zhruba 4 metry. Pohled do této propasti z lana je monumentální. Přecházíme prostřední kužel a míříme už rovnou dolů do obrovské komory o rozměrech 220m x 40m x 20m. Fotíme se u sloupu hrůzy s výškou 26 metrů a zapisujeme se do “vrcholové knížky”. V jeskyni jsou překrásné pagodovité stalagmity. Po zhlédnutí míříme nahoru. 

Po výlezu se přesunujeme k našemu druhému dnešnímu cíli jeskyni Kančí propast s hloubkou -123m. Svůj název dostala po kostře divočáka v sintru, jejíž stáří se odhaduje na 3.000 let. Jeskyně má úplně jiný charakter, řadou kratších slanění v užších prostorech se dostáváme na dno velké pukliny. Cestou míjíme unikátně vyzdobenou komoru se sintrovým jezírkem

Do Diviačej

 

Neděle ráno a poslední exkurze. Tom nám dává na výběr mnoho možností, ale spěcháme a tak vybíráme variantu Velká Bikfa -141 m. Jeskyně leží na Silické planině. Jedná se o puklinovou propast. Postupně proslaňováváme až k jezernímu dómu. Vody v jezírku je, ale vcelku skromně. Tom zde provádí stejně jako v některých svých lokalitách každý měsíc odečty košťákoměrů. 

Tímto děkujeme Tomáši Fussgängerovi za to, že nám ukázal místní jeskyně, které jsme chtěli navštívit a poznat tak historii Orcusu, kdy tyto jeskyně v sedmdesátých a osmdesátých létech  navštěvovali naši členové.

Velká Bikfa

 

A nejen tam byli Roman L. s Monikou aktivní. Přidal se k nim Láďa a Kuba V., 

Vyjeli na pomoc při kopáčské akci – vytahování suťi a sedimentů pod vstupní 20metrovou propastí. Celkově jsme pomohli vytahat za oba dny 130 kyblíků v Hranickém krasu

 

 

 

The post Do propastí Jihoslovenského krasu a pomoc kamarádům ZO Aragonit appeared first on Speleologický klub ORCUS Bohumín.

  •  

Due miniature in avorio di mammut: scoperte statuette di uccelli di 40.000 anni fa nella grotta di Hohle Fels

Condividi

Scoperta archeologica di statuette di uccelli in avorio di mammut nella grotta di Hohle Fels

Archeologi hanno portato alla luce due piccole sculture in avorio di mammut raffiguranti uccelli, datate a circa 40.000 anni fa, nella grotta di Hohle Fels, nel sud-ovest della Germania. [web:2][web:4]

Le due statuette, delle dimensioni di un pollice, rappresentano una delle espressioni più antiche e raffinate di arte figurativa dell’Era Glaciale. [web:6][web:8]

La scoperta è stata annunciata il 29 luglio 2026 al Museo di Preistoria e Arte dell’Era Glaciale di Blaubeuren, in Germania. [web:2][web:6]

Grotta di Hohle Fels e scavi archeologici nel Giura Svevo

La grotta di Hohle Fels si trova nel Giura Svevo, una regione montuosa della Germania sud-occidentale nota per i suoi importanti siti archeologici del Paleolitico superiore. [web:2][web:4]

Il sito fa parte di un’area protetta riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità»» UNESCO, che include diverse grotte con testimonianze di arte preistorica. [web:4][web:8]

Gli scavi nella grotta di Hohle Fels sono diretti da Nicholas Conard, archeologo dell’Università»» di Tubinga, che lavora sul sito dalla fine degli anni Novanta. [web:2][web:4]

Il team di Conard ha portato alla luce in passato alcuni dei manufatti più antichi e significativi dell’arte preistorica europea, tra cui la “Venere di Hohle Fels”, una statuetta femminile in avorio di mammut datata a circa 40.000 anni fa, e alcuni dei più antichi strumenti musicali conosciuti, come flauti realizzati con ossa di avvoltoio. [web:2][web:8]

Le nuove statuette di uccelli sono state rinvenute durante la campagna di scavo del 2025, nello stesso livello archeologico aurignaziano da cui provengono molti degli altri manufatti artistici del sito. [web:2][web:4]

Arte preistorica: statuette di uccelli in avorio di mammut di 40.000 anni

Le due statuette di uccelli sono state scolpite in avorio di mammut e misurano circa 2 centimetri di lunghezza, con uno spessore di circa 1 centimetro. [web:4][web:6]

Pesa ciascuna poco più di un grammo: una 1,3 grammi, l’altra 0,7 grammi. [web:4][web:6]

Sono le sculture più piccole finora scoperte nel sito di Hohle Fels, dove altre figurine animali dello stesso periodo sono generalmente tre o quattro volte più grandi. [web:4][web:8]

Una delle due statuette raffigura un uccello in posizione accovacciata, con il capo chino e le ali chiuse, in un atteggiamento che potrebbe essere interpretato come quello di un uccello che cova le uova. [web:2][web:4]

L’altra statuetta, parzialmente incompleta, mostra le ali parzialmente spiegate, come se l’uccello fosse in procinto di spiccare il volo, di atterrare o di compiere una parata di corteggiamento. [web:4][web:6]

Entrambe le sculture presentano dettagli anatomici accurati: testa, becco, occhi e, in un caso, tracce di piumaggio sono visibili nonostante le dimensioni ridotte. [web:2][web:4]

Scavi 2025 nella grotta di Hohle Fels: dettagli e interpretazioni

Le due statuette sono state trovate a circa 1,5 metri di distanza l’una dall’altra, nello stesso livello sedimentario aurignaziano, datato a circa 40.000 anni fa. [web:4][web:6]

La prossimità stratigrafica e stilistica suggerisce che possano essere state realizzate dalla stessa mano, o comunque nello stesso arco temporale e contesto culturale. [web:4][web:8]

Secondo gli archeologi, le statuette rappresentano probabilmente uccelli locali, forse della famiglia dei galliformi. [web:2][web:4]

In particolare, la statuetta dell’uccello accovacciato è stata confrontata con il fagiano di monte (ptarmigan, Lagopus sp.), un uccello diffuso nelle regioni fredde dell’Europa durante l’ultima glaciazione. [web:2][web:4]

La seconda statuetta potrebbe rappresentare un altro galliforme, come un gallo forcello o un uccello rapace, ma l’interpretazione resta incerta a causa dello stato frammentario del manufatto. [web:4][web:6]

Nicholas Conard ha sottolineato che le statuette dimostrano come i primi artisti del Paleolitico superiore fossero abili intagliatori di avorio, capaci di rappresentare motivi delicati in formato miniaturizzato. [web:2][web:4] “Le sculture non sono altamente stilizzate, ma includono molte caratteristiche specifiche e uniche”, ha dichiarato Conard. [web:2][web:4] “Qui l’artista ha registrato osservazioni dettagliate che ci permettono di considerare quale tipo di uccello sia rappresentato e cosa l’uccello potrebbe star facendo.” [web:2][web:4]

Importanza archeologica e simbolica delle miniature di uccelli

Le rappresentazioni di uccelli nell’arte aurignaziana del Giura Svevo sono estremamente rare. [web:4][web:8] Nella grotta di Hohle Fels e nei siti vicini, le figurine animali più comuni raffigurano mammuth, leoni delle caverne, orsi e cavalli. [web:2][web:4] La presenza di due statuette di uccelli, per di più di dimensioni così ridotte e con un livello di dettaglio così elevato, amplia il repertorio iconografico noto per questo periodo e questa regione. [web:6][web:8]

Gli archeologi non sono ancora in grado di stabilire con certezza la funzione di queste statuette. [web:4][web:6] Potrebbero essere state utilizzate come talismani personali, oggetti di ornamento corporeo o simboli di identità per l’individuo che le ha realizzate o possedute. [web:4][web:8] Alcuni ricercatori ipotizzano che possano aver avuto un ruolo in pratiche simboliche o rituali legate alla caccia, alla fertilità»» o alla rappresentazione del mondo naturale. [web:2][web:6]

La scoperta si inserisce in un quadro più ampio di sofisticazione cognitiva e culturale degli esseri umani moderni arrivati in Europa durante l’ultima glaciazione. [web:2][web:8] Conard sostiene che la capacità artistica e simbolica dimostrata a Hohle Fels e nelle grotte vicine possa aver contribuito al successo di questi gruppi umani in un ambiente difficile, favorendo la coesione sociale e la trasmissione di conoscenze. [web:2][web:8]

Esposizione e pubblicazioni scientifiche sulle statuette di uccelli

Le due statuette di uccelli in avorio di mammut sono attualmente esposte al Museo di Preistoria e Arte dell’Era Glaciale di Blaubeuren, dove rimarranno visibili al pubblico fino ad aprile 2027. [web:6] La descrizione scientifica dettagliata dei manufatti è stata presentata in un capitolo di un libro in lingua tedesca pubblicato nel 2026, curato dal team di scavo dell’Università»» di Tubinga. [web:2][web:4]

Un articolo tecnico completo è in corso di pubblicazione sulla rivista Archäologische Ausgrabungen in Baden-Wu”rttemberg, che raccoglie i risultati degli scavi archeologici condotti nella regione. [web:4][web:6] I ricercatori prevedono di approfondire lo studio delle statuette attraverso analisi del DNA sedimentario, esami microscopici delle tracce di lavorazione e confronti con altri manufatti in avorio del Paleolitico superiore europeo. [web:6][web:8]

Fonti

L'articolo Due miniature in avorio di mammut: scoperte statuette di uccelli di 40.000 anni fa nella grotta di Hohle Fels proviene da Scintilena.

  •  

Chieti sotterranea, sopralluogo negli ipogei e nuove attività dello Speleo Club Chieti

Condividi

Il Comune valuta un circuito stabile per il patrimonio sotterraneo, mentre il gruppo speleologico prosegue tra sicurezza, ricerca mineraria e formazione

Il sottosuolo di Chieti torna al centro dell’attenzione istituzionale e speleologica.

Il 22 agosto il sindaco Giovanni Legnini, con gli assessori Luigi Febo e Chiara Zappalorto, ha effettuato un sopralluogo in alcuni ipogei del centro storico insieme a tecnici, ingegneri, geologi, archeologi e rappresentanti della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. Lo Speleo Club Chieti ha fornito il supporto operativo per l’accesso in sicurezza.

La visita riguarda un progetto più ampio: costruire una strategia di fruizione turistica e culturale stabile.

L’obiettivo non è limitato al recupero di singoli ambienti. Il Comune punta a collegare più siti in un circuito di visite guidate, con modalità ancora da definire insieme agli enti di tutela e alle professionalità tecniche.

Chieti sotterranea tra via Gizzi e Palazzo de’ Mayo

La ricognizione si è concentrata sull’ipogeo di via Gizzi e sul complesso di Palazzo de’ Mayo con la Via Tecta. Il primo si trova sotto via Marco Vezio Marcello ed è collegato a Palazzo Olivieri. Si tratta di una struttura idrica di epoca romana, impermeabilizzata con opus signinum, il tradizionale cocciopesto.

La presenza di acqua di falda costituisce uno degli aspetti tecnici più delicati. Prima di una possibile apertura al pubblico servono verifiche sul convogliamento delle acque, sulle condizioni strutturali e sulle caratteristiche degli accessi.

Il sistema di Palazzo de’ Mayo e della Via Tecta comprende cunicoli e gallerie sotto il Corso Marrucino. Gli ambienti, in larga parte recuperati e restaurati, mostrano la sovrapposizione di fasi romane, rinascimentali e ottocentesche. Il sottosuolo teatino conserva così una documentazione continua dell’evoluzione urbana.

Studi storici e gestione dell’acqua

Durante il sopralluogo l’archeologo Serafino Lorenzo Ferreri ha illustrato la documentazione storica e cartografica disponibile. Le prime ricostruzioni sistematiche risalgono alla fine dell’Ottocento, con i lavori di Vincenzo Zecca e dell’architetto Tommaso Antonio Mammarella.

La rete comprende cisterne, pozzi e cunicoli per la captazione e la distribuzione dell’acqua. Chieti, posta su una collina e priva di un’ampia rete di sorgenti superficiali, ha sviluppato nel tempo soluzioni sotterranee per l’approvvigionamento idrico.

Una ricognizione svolta nel gennaio 2026 sulla cisterna ottocentesca di piazza San Giustino ha aggiunto nuovi dati alla conoscenza della Chieti sotterranea. Gli speleologi hanno eseguito verifiche degli ambienti, analisi dell’atmosfera, osservazioni sulle strutture e documentazione con tecniche digitali. Il progetto comunale prevede interventi per accessi, illuminazione e sicurezza, con un finanziamento superiore a 460 mila euro nell’ambito del PNRR. Il cronoprogramma pubblicato indicava una possibile apertura sperimentale nell’autunno 2026, subordinata alla conclusione dei lavori e alle verifiche tecniche.

Il ruolo dello Speleo Club Chieti negli ipogei cittadini

Il sopralluogo del 22 agosto conferma il ruolo dello Speleo Club Chieti nella gestione tecnica degli accessi agli ipogei cittadini. L’attività speleologica non consiste soltanto nell’accompagnamento. Comprende la valutazione preliminare dei rischi, la progressione in ambienti ristretti, la documentazione degli spazi e il contributo alla definizione delle condizioni di fruibilità.

La sicurezza resta un requisito essenziale. Acqua, atmosfera, stabilità delle volte, sedimenti e accessi verticali devono essere esaminati prima di organizzare visite regolari. Una futura apertura dovrà inoltre stabilire capienza, percorsi, illuminazione, ventilazione, controllo degli ambienti e procedure di emergenza.

Le ricerche sulle miniere di bitume della Maiella

Tra le attività più recenti dello Speleo Club Chieti figura la collaborazione con il Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella, il GRAIM. Nel 2026 la ricerca si è estesa ai territori di Taranta Peligna e Lama dei Peligni, all’interno del Parco Nazionale della Maiella.

L’indagine mira a verificare la presenza di antichi siti di estrazione del bitume. Le ipotesi derivano da documenti d’archivio, pubblicazioni del Servizio Minerario e testimonianze orali. Nel 2025 sono state esplorate alcune grotte dell’area, senza che siano state ancora individuate miniere di bitume riconducibili con certezza alle indicazioni storiche. Le autorizzazioni per proseguire le ricerche risultano già ottenute.

Il lavoro si inserisce in un quadro più ampio. Il GRAIM ha censito circa venti complessi minerari e oltre cento ingressi tra miniere e sondaggi. Il patrimonio comprende gallerie su più livelli, binari, carrelli, bunker, impianti di carico e strutture industriali. La collaborazione con lo Speleo Club Chieti unisce esplorazione, rilievo, ricerca storica e documentazione dell’archeologia industriale.

La Grotta della Lupa e la memoria mineraria

Le attività del GRAIM e dei gruppi speleologici abruzzesi hanno portato anche allo studio della Grotta della Lupa, individuata all’interno di un antico sito minerario. La cavità è ancora oggetto di approfondimenti e costituisce un esempio del rapporto tra fenomeni naturali e trasformazioni legate all’estrazione.

Nel maggio 2026 il Museo Universitario di Chieti ha ospitato la mostra “Miniere della Maiella”, con fotografie, documenti, oggetti, rilievi cartografici e materiali audiovisivi. L’esposizione ha restituito visibilità alla storia del bacino minerario e alle comunità coinvolte tra Ottocento e Novecento. Le ricerche dello Speleo Club Chieti hanno contribuito alla conoscenza degli ambienti sotterranei collegati a questa storia.

Una palestra speleologica a Grotta Scura

Un’altra attività recente riguarda la palestra speleologica di Grotta Scura, a Bolognano, inaugurata l’11 luglio 2026 dallo Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” APS-ETS. La struttura è stata dedicata a Enzo Bevilacqua, socio fondatore del club, scomparso nel 2022.

Il progetto ha previsto la rimozione di circa 350 vecchi spit e di altri ancoraggi installati nel corso degli anni. I fori sono stati richiusi con materiale lapideo e polvere di calcare. In seguito sono stati collocati ancoraggi destinati alle vie di esercitazione, sottoposti a prove di estrazione e accompagnati da una relazione tecnica.

La palestra speleologica è destinata alla formazione e alle esercitazioni tecniche, con autorizzazione degli enti competenti. Grotta Scura viene utilizzata da decenni per i corsi e per le simulazioni in ambiente ipogeo. Il sito ha anche interesse archeologico e naturalistico, per cui l’uso deve essere compatibile con la tutela della cavità.

Una rete da documentare e rendere accessibile

Le iniziative del Comune di Chieti e dello Speleo Club Chieti si muovono su piani collegati. Gli ipogei cittadini richiedono studi, manutenzione e controllo degli accessi. Le miniere della Maiella necessitano di censimento e conservazione della memoria materiale. Le palestre speleologiche offrono spazi per preparare gli operatori e i nuovi praticanti.

La possibile valorizzazione della Chieti sotterranea dipenderà dalla capacità di coordinare Comune, Soprintendenza, Parco Nazionale della Maiella, università, associazioni e tecnici. Un circuito stabile potrà essere attivato solo dopo la verifica delle condizioni di sicurezza e la definizione di un modello gestionale sostenibile.

Il sopralluogo del 22 agosto riporta quindi il tema al centro dell’agenda cittadina. La Chieti sotterranea non è soltanto una successione di ambienti ipogei. È un sistema di infrastrutture idriche, testimonianze archeologiche e percorsi storici che richiede documentazione scientifica, tutela e accessibilità regolamentata.

Fonti

L'articolo Chieti sotterranea, sopralluogo negli ipogei e nuove attività dello Speleo Club Chieti proviene da Scintilena.

  •  

Second Circular of the 18th EuroSpeleo Forum and Meeting of Croatian Speleologists in Pazin, Istria, Croatia, 13–15 November 2026 is available

The 18th EuroSpeleo Forum and the Meeting of Croatian Speleologists are two events joined into one, called “Mundus Spelaeus 2026”, both of which attract a great number of speleologists, friends of speleology, enthusiasts and nature lovers from across Croatia, Europe and beyond.

The aim of the event is to bring together researchers, scientists and enthusiasts to exchange experience and present the results of new research, to strengthen cooperation between European speleological federations and clubs, to share knowledge, standardize practices, and develop joint codes of ethics and technical standards for the exploration and protection of caves and pits.

This year, for the first time, Croatia is hosting the EuroSpeleo Forum – its 18th edition.

You will find the basic information about the preliminary program and venue of the event, the registration fee, submitting lectures and posters, the speleophotography exhibition, and more in the 2nd circular that can be downloaded here: https://www.eurospeleo.eu/wp-content/uploads/2026/08/Mundus_Spelaeus_Second_Circular-En.pdf

More information also on the event website:https://www.speleo.hr/mundus-spelaeus-en/

  •  

Corso di Speleologia per la Terza Età

Condividi

Scintilena – Prima Lezione

Lunedì 7 settembre 2026, ore 16:00
Docente: Andrea Scatolini


STORIA DELLA SPELEOLOGIA E SPELEOGENESI

Come si formano le grotte


INDICE

  1. Introduzione
  2. Parte I – Storia della Speleologia
  1. Parte II – Speleogenesi: Come si Formano le Grotte
  1. Parte III – Tipi di Grotte
  1. Glossario dei Termini Principali
  2. Approfondimenti e Risorse

INTRODUZIONE

Benvenuti al primo incontro del Corso di Speleologia per la Terza Età organizzato da Scintilena in collaborazione con ANCESCAO NARNI, Associazione Tutela Pipistrelli e Gruppo Speleologico UTEC NARNI.

Questa lezione ha due obiettivi principali:

  1. Comprendere la storia della speleologia: come l’uomo ha iniziato a esplorare e studiare le grotte, dalle prime esplorazioni preistoriche fino alle moderne tecniche scientifiche.
  2. Capire come si formano le grotte: quali processi naturali, chimici e fisici creano questi affascinanti ambienti sotterranei che esploriamo oggi.

Il materiale che trovate in questo fascicolo è pensato per accompagnarvi durante la lezione e per permettervi di rileggere e approfondire a casa i concetti spiegati dal docente.


PARTE I – STORIA DELLA SPELEOLOGIA

L’uomo e le grotte nella preistoria

Le grotte esistono da molto prima della comparsa dell’uomo sul nostro pianeta. Durante tutto il Paleolitico superiore, le cavità naturali sono state utilizzate principalmente come luogo di rifugio temporaneo dalle intemperie e dai predatori naturali. [cite:13]

Con l’evoluzione dell’uomo e lo sviluppo delle diverse civiltà, le caverne hanno iniziato a svolgere una funzione pratica più costante e duratura, divenendo in alcune zone addirittura la dimora privilegiata. L’uso del sottosuolo a scopo abitativo venne integrato e poi sostituito dalla costruzione di cavità artificiali, nate sul modello offerto dalla natura. [cite:13]

Col tempo le grotte iniziarono ad avere anche la funzione di luogo di culto. Grazie alla scoperta del fuoco, l’uomo poté apprendere come allontanare i predatori, scaldare l’ambiente e creare i primi riti di convivialità. [cite:13]

Con l’uomo di Neanderthal apparvero i primi esempi di linguaggio e comunicazione “visiva”. Così apparvero le prime pitture rupestri. Successivamente, l’uomo di Cro-Magnon sviluppò linguaggi e dipinti rupestri più complessi, rappresentando scene di caccia, vita quotidiana e raffigurazioni di animali selvatici più dettagliate. [cite:13]

Esempi di notevole rilevanza si possono osservare in:

  • Grotta di Altamira (Spagna)
  • Grotta di Lascaux (Francia)

Dove ci sono pitture rupestri risalenti a 17.000 anni fa. [cite:13]


Le prime esplorazioni scientifiche (XVI-XVIII secolo)

L’interesse per lo studio e l’esplorazione del mondo sotterraneo da un punto di vista scientifico ha origini più recenti.

È solo con l’avvento dei primi naturalisti moderni, nel Seicento, che iniziano ad apparire delle descrizioni accurate. [cite:13]

In Europa è in particolare il libro Mundus Subterraneus del gesuita Athanasius Kircher il primo a mostrare un interesse complessivo a quanto avviene nel sottosuolo. [cite:13]

La ricerca idrologica ha continuato ad essere fino a metà del XIX secolo l’unica vera disciplina capace di giustificare l’esplorazione e la ricerca scientifica nelle grotte.

Del resto si può effettivamente definire la speleologia scientifica moderna come ramo operativo dell’idrologia. [cite:13]

Alcuni momenti importanti:

  • XVI secolo: Prime esplorazioni di grotte eseguite con intento scientifico. Nei primi del ‘500, P. Coppo ammette un corso sotterraneo del Timavo. [cite:4]
  • 1537: G. G. Trissino, dietro richiesta di L. Alberti, esplora il Covolo di Costozza e, oltre a descrivere la grotta e il corso d’acqua che la percorre, nota gli animali cavernicoli che vi ha scoperto (pipistrelli e nifarghi). [cite:4]

L’Ottocento e la nascita della speleologia moderna

Nel 1841 l’ingegnere “montanistico” Federico Lindner guidò l’esplorazione dell’abisso di Trebiciano con l’intento di raggiungere la sorgente sotterranea del fiume Timavo, per portare l’acqua in superficie, rendendola disponibile all’assetata popolazione triestina dell’epoca. [cite:13]

Dopo 11 mesi di tentativi, Lindner riuscì a raggiungere il fondo dell’Abisso di Trebiciano (-329 metri), nel Carso triestino, soltanto con l’ausilio di scale di legno, corde, ferri e mazze da minatore. L’opera di Lindner, commissionatagli dal Governo Austriaco, non fu poi mai presa in seria considerazione a causa dei costi e così l’intrepido genio solitario morì in miseria e senza riconoscenza alcuna. [cite:13]

Edouard Alfred Martel: il padre della speleologia moderna

Colui che senza dubbio diede il maggior contributo alla definizione della speleologia moderna, migliorandone la tecnica esplorativa e rendendola popolare fu Edouard Alfred Martel. [cite:13]

L’avvocato francese, nato nel 1859 a Pontoise, fu ‘folgorato’ a vent’anni mentre si trovava in viaggio alla grotta di Adelsberg (Postumia) e decise di intraprendere nel tempo libero la ricerca esplorativa del mondo sotterraneo. [cite:13]

Con un gruppo di pionieri nel giugno 1888 attraversò il Torrente Bonheur lungo la forra di Bramabiau, avvalendosi dell’uso di una scala rigida e di un’imbarcazione pieghevole. In due puntate esplorative il gruppo riuscì a compiere la traversata da valle a monte lungo un percorso di 1300 metri, con un centinaio di metri di dislivello e sei cascate principali. [cite:13]

L’eco che i giornali francesi dell’epoca diedero all’impresa fu tale, che al 28 giugno 1888 si attribuisce la nascita della speleologia. [cite:13]

Da quel giorno tante furono le esplorazioni compiute da Martel, così come tante furono le pubblicazioni scientifiche e narrative in merito. La più importante è sicuramente “Les Abîmes”, un trattato di 600 pagine che racconta le prime duecento grotte esplorate nei primi anni di attività speleologica. [cite:13]


Il Novecento e la speleologia contemporanea

Se Martel fu l’ultimo grande ricercatore isolato, da questo momento si diffonde l’interesse collettivo per la speleologia. [cite:13]

  • Marzo 1883: Nasce il “Comitato Grotte della Società Alpina delle Giulie di Trieste”, divenuto poi Commissione Grotte Eugenio Boegan, la più antica associazione speleologica al mondo ancora in attività. [cite:13]
  • 25 giugno 1950: A Verona, presso il Museo Civico di Storia Naturale, viene costituita la Società Speleologica Italiana (SSI). [cite:13]
  • 1958: Viene fondata la Scuola Nazionale di Speleologia del Club Alpino Italiano, che formalizzò un metodo, condiviso dai vari gruppi aderenti, di educazione alla tecnica esplorativa in grotta. [cite:13]

Dagli anni ’60 si sviluppa l’attrezzatura e negli anni ‘70 si passa al metodo per la tecnica di progressione su corda singola, che permette di ridurre notevolmente i tempi di percorrenza in grotta e il carico dei materiali che il gruppo esplorativo deve portarsi dietro. [cite:13]

In tutta Italia nascono nuovi gruppi di speleologi, promotori di corsi o di missioni esplorative, ma anche di iniziative a più ampio respiro, come raduni, mostre e pubblicazioni di carattere saggistico o scientifico. [cite:13]

Appare finalmente un mercato di prodotti dedicati agli appassionati del mondo sotterraneo, come attrezzi, caschi, luci e abiti tecnici specifici ed esclusivi, realizzati per chi pratica speleologia. [cite:13]

Per garantire che lo sviluppo della tecnica di progressione in sicurezza sia affiancato allo sviluppo della tecnologia secondo norme precise nascono diversi laboratori per testare le resistenze di corde e attrezzi. Ad esempio nel 1980 nasce il Laboratorio Prove Materiali del CENS di Costacciaro, vicino al Monte Cucco. Si tratta di un punto di riferimento fondamentale per la conoscenza delle caratteristiche fisiche dei materiali usati in speleologia. [cite:13]

Ai giorni nostri le prospettive che si aprono agli occhi di chi si avvicina a questo mondo sono tantissime e stimolanti. Grazie al miglioramento della tecnica e degli strumenti per esplorare il mondo sotterraneo, i tempi di percorrenza si sono talmente ridotti da permettere nel corso degli ultimi decenni risultati eccezionali e impensabili precedentemente. [cite:13]


La speleologia in Italia

Grazie ad alcuni studiosi italiani e grazie forse al fenomeno carsico molto comune nelle nostre zone, il XVI secolo vede i primi importanti contributi italiani alla conoscenza delle grotte. [cite:15]

L’Italia, con il suo vasto patrimonio carsico (Carso triestino, Alpi Apuane, Massiccio del Marguareis, Monte Canin, Grotte di Castellana, solo per citarne alcuni), è stata ed è tuttora una delle nazioni più attive nella ricerca speleologica mondiale. [cite:11]

Il catasto nazionale delle grotte è in continua crescita e per chi si accontenta di un’escursione in ipogei già noti e “certificati” c’è l’imbarazzo della scelta. [cite:13]


PARTE II – SPELEOGENESI: COME SI FORMANO LE GROTTE

Cosa sono le grotte

Per grotta s’intende una cavità naturale di dimensioni tali da essere accessibile all’uomo (generalmente si considera una lunghezza minima di 5 metri). [cite:7][cite:2]

La speleogenesi è l’insieme dei processi che portano alla formazione delle grotte. [cite:7]

Nella maggioranza dei casi, le grotte derivano dalla corrosione (scioglimento o dissoluzione chimica) di rocce solubili, quali i calcari, le dolomie, i marmi, i gessi, i depositi di salgemma ed in forma minore, i calcescisti. [cite:3]

Alla corrosione si aggiunge, subordinatamente, anche il fenomeno dell’erosione meccanica. [cite:3]


Le rocce e il carsismo

Nei carbonati, e a loro spese, avviene un fenomeno denominato carsismo. [cite:3]

Il carsismo è il processo secondo il quale le rocce carbonatiche si “sciolgono”, seguendo una reazione chimica specifica. [cite:3]

Tale fenomeno avviene a partire dalle acque che, più o meno inacidite dalla presenza di CO? atmosferica, si trasformano in acido carbonico (H?CO?), intaccano il carbonato di calcio (CaCO?) trasformandolo sia in idrocarbonato che calcio, ed infine asportandoli in soluzione. [cite:3]

Per carsismo s’intende l’insieme di processi d’asportazione delle rocce in cui il fenomeno dominante è quello della dissoluzione della roccia in acqua. [cite:7]

La maggior parte delle grotte più lunghe e più profonde si sviluppa per processi di corrosione chimica in rocce che, per le loro caratteristiche e per i minerali che le costituiscono, sono particolarmente solubili in acqua. L’insieme di questi processi di dissoluzione prende il nome di carsismo. [cite:8]


La reazione chimica fondamentale

La reazione chimica alla base del carsismo può essere così schematizzata:

CaCO? + H?CO? ? Ca?+ + 2HCO??

[cite:3]

Dove:

  • CaCO? = carbonato di calcio (la roccia calcarea)
  • H?CO? = acido carbonico (acqua + anidride carbonica)
  • Ca?+ = ioni calcio (in soluzione)
  • HCO?? = ioni bicarbonato (in soluzione)

Spiegazione semplice:

Le acque meteoriche (pioggia) passando attraverso l’atmosfera e il suolo si arricchiscono in anidride carbonica e diventano acide, riescono così ad aggredire il carbonato di calcio (solido) e trasformarlo in bicarbonato di calcio (solubile). [cite:12]

In pratica:

  1. L’acqua piovana assorbe CO? dall’aria e dal suolo (dove la percentuale di CO? può arrivare al 7-10%)
  2. Si forma acido carbonico (H?CO?)
  3. Questo acido “attacca” il calcare (CaCO?)
  4. Il calcare si scioglie e viene trasportato via dall’acqua in forma di ioni

Le tre fasi della formazione di una grotta

Semplificando, le fasi secondo cui un sistema ipogeo si crea, sono tre: [cite:3]

1. La fratturazione

Crea le vie di deflusso idrico preferenziali. [cite:3]

Le cavità si sviluppano a partire da fessurazioni presenti nella roccia (giunti di strato, diaclasi). Queste si formano in seguito a compressioni, distensioni, e flessioni della roccia. [cite:10]

Durante l’emersione le rocce sono soggette a forti pressioni litostatiche e subiscono piegamenti e flessioni che inducono rotture nella roccia. [cite:10]

I principali tipi di fratture sono:

  • Giunti di stratificazione: contatti fra gli strati, spesso ricchi di argilla e silicati
  • Diaclasi: fratture senza spostamento significativo dei blocchi
  • Faglie: discontinuità dove si osserva uno spostamento differenziale tra le originarie strutture della roccia [cite:10]

2. L’invasione da parte delle acque

Crea i grandi vuoti ipogei, allargando le fratture. [cite:3]

L’acqua acidificata filtra attraverso le fratture, dissolvendo la roccia lungo i percorsi di minor resistenza e allargando gradualmente questi canali. [cite:9]

Nel tempo, ciò crea fessure, canali sotterranei e infine grotte. [cite:9]

La genesi delle grotte è un processo divergente in cui un sistema di fratture in sviluppo supera tre soglie: [cite:10]

  • Quella cinetica
  • Quella del moto in regime di turbolenza
  • Quella del trasporto di sedimenti clastici

La dimensione tipica per cui si superano queste soglie è di circa un centimetro. [cite:10]

3. L’abbandono delle acque

Dà vita al vuoto percorribile. [cite:3]

Quando il livello delle falde acquifere diminuisce o oscilla, alcune parti della grotta si riempiono d’aria (zona vadosa), dove l’acqua che scorre scava ulteriori passaggi e formazioni attraverso l’erosione. [cite:9]


Fratture, faglie e stratificazione

La stratificazione

Le rocce sedimentarie sono caratterizzate da una netta stratificazione dovuta alle variazioni delle condizioni di deposizione dei sedimenti. [cite:10]

I contatti fra gli strati formano giunti di stratificazione, spesso ricchi di argilla e silicati, disomogenei rispetto alla massa compatta degli strati. Questi formano dei limiti più o meno permeabili. [cite:10]

La disposizione degli strati determina un piano nello spazio, che viene descritto da:

  • Angolo di immersione: la pendenza rispetto al piano orizzontale
  • Direzione: l’angolo che la direzione (nel piano dello strato) orizzontale forma con il Nord [cite:10]

Le pieghe

I piegamenti delle rocce possono presentare diverse forme di cui la più comune è l’ondulazione degli strati. [cite:10]

Si chiamano:

  • Anticlinali: le creste
  • Sinclinali: gli avvallamenti [cite:10]

Il fenomeno del piegamento permette di comprendere la fessurazione della roccia: nelle anticlinali la roccia risulta stirata nella parte alta, mentre nelle sinclinali lo è nella parte bassa. [cite:10]

Fratture e faglie

In termini molto generali possiamo definire una frattura come una generica discontinuità che interrompe la originaria distribuzione regolare dei granuli che compongono la roccia e di età successiva alla formazione della stessa. [cite:10]

Nella maggior parte dei casi la fratturazione è dovuta al comportamento rigido delle rocce sottoposte alle forze che modellano le catene montuose. [cite:10]

Nel caso del carsismo hanno primaria importanza le fratture di origine tettonica (quelle legate alla formazione delle montagne) in quanto si assume che il carsismo si imposti solo dopo che le rocce si siano completamente formate e trasformate in strutture rigide. [cite:10]

Le faglie sono discontinuità dove si osserva uno spostamento differenziale tra le originarie strutture della roccia. Se si vede una dislocazione anche di pochi mm tra le posizioni opposte si è in presenza di una faglia. [cite:10]

Si parla di faglie:

  • Dirette: prodotte da fenomeni distensivi, in cui i blocchi di roccia tendono ad allargarsi
  • Inverse: prodotte da fenomeni di compressione [cite:10]

Il ruolo dell’acqua

L’acqua è l’agente principale della speleogenesi. Nelle rocce carbonatiche le grotte si formano essenzialmente grazie a due tipi di processi in cui l’agente è l’acqua: [cite:7]

  1. Processi chimici: dissoluzione della roccia e corrosione
  2. Processi fisici: erosione meccanica

Azione chimica dell’acqua

L’acqua può dissolvere la roccia. Questa sua qualità (aggressività) dipende dalla quantità di sali disciolti e dalla quantità di anidride carbonica disciolta (che la rende acida). [cite:10]

Per corrodere la roccia l’acqua non deve essere satura. [cite:10]

La percentuale di anidride carbonica disciolta dipende dalla sua pressione parziale nell’aria:

  • All’esterno: molto bassa (0,03%)
  • Nel suolo vegetale: può arrivare al 7-10%
  • All’interno delle grotte: varia da 0,3% (sistemi verticali) a 5-6% (sistemi orizzontali con grande copertura di suoli vegetali) [cite:10]

Dunque i fattori biochimici (suoli vegetali) hanno influenza solo sulla zona superficiale. Nella zona profonda si hanno solo meccanismi chimico-fisici. [cite:10]

Azione meccanica dell’acqua

L’azione fisica dell’acqua dipende dalla sua velocità e dalla quantità e tipologia dei grani di sabbia, roccia e detriti trasportati dall’acqua, che agiscono come agenti abrasivi. [cite:10]

La circolazione dell’acqua dipende dalle dimensioni dei vuoti:

  • Regime turbolento: condotto largo (almeno dell’ordine dei centimetri), elevata velocità e miscelazione dell’acqua
  • Regime laminare: fessure piccole, velocità inferiori e miscelazione praticamente assente [cite:10]

I tempi di svuotamento dopo una piena:

  • Gallerie: dell’ordine dei giorni (o ore)
  • Fessure: settimane (o mesi) [cite:10]

Le zone di una grotta

La formazione delle grotte nei paesaggi carsici avviene per fasi, che corrispondono alla continua dissoluzione e al successivo ampliamento dei cunicoli sotterranei. [cite:9]

1. Frattura iniziale

Piccole crepe e fratture si formano nel substrato roccioso a causa di sollecitazioni naturali, attività tettonica o leggera erosione chimica. [cite:9]

2. Allargamento precoce

L’acqua acidificata filtra attraverso le fratture, dissolvendo la roccia lungo i percorsi di minor resistenza e allargando gradualmente questi canali. [cite:9]

3. Sviluppo della zona freatica

Durante i periodi in cui le falde acquifere sono alte, si formano delle grotte nella zona freatica (satura), dove le acque sotterranee riempiono le grotte, allargandole lentamente attraverso la soluzione. [cite:9]

4. Formazione della zona vadosa

Quando il livello delle falde acquifere diminuisce o oscilla, alcune parti della grotta si riempiono d’aria (zona vadosa), dove l’acqua che scorre scava ulteriori passaggi e formazioni attraverso l’erosione. [cite:9]

5. Crollo e speleogenesi

Nel tempo, sezioni di grotte possono crollare a causa della gravità e della mancanza di supporto strutturale, creando nuove aperture. [cite:9]


PARTE III – TIPI DI GROTTE

Grotte carsiche

Le grotte carsiche sono le più comuni e si formano per l’azione dell’acqua su terreni calcarei e dolomitici. [cite:11]

La formazione di queste grotte inizia con l’infiltrazione di acqua piovana o di fonti sotterranee attraverso fessure e crepe della roccia. L’acqua, che spesso contiene acido carbonico, scioglie gradualmente il calcare, creando cavità sempre più grandi nel tempo. [cite:11]

Le grotte carsiche possono essere caratterizzate da:

  • Stalattiti e stalagmiti
  • Laghi sotterranei
  • Fiumi e canyon sotterranei [cite:11]

Esempi famosi:

  • Grotte di Postumia (Slovenia)
  • Grotte di Lascaux (Francia)
  • Grotte di Frasassi (Italia) [cite:11]

Le concrezioni: stalattiti e stalagmiti

Le stalattiti sono formazioni a forma di ghiacciolo appese al soffitto della caverna, create dall’acqua che gocciola depositando carbonato di calcio. [cite:17]

Le stalagmiti sono formazioni verticali che crescono dal pavimento della caverna, formate dallo stesso processo ma con l’acqua che gocciola sul pavimento. [cite:17]

Curiosità: La crescita delle concrezioni è molto lenta: circa 0,1-0,2 mm all’anno. Ci vogliono 50-100 anni per far crescere 1 cm di stalattite o stalagmite! [cite:5]

Quando una stalattite e una stalagmite si incontrano, formano una colonna. [cite:5]


Grotte vulcaniche

Le grotte vulcaniche si formano quando il magma solidifica in superficie, formando rocce vulcaniche come la lava. [cite:11]

Queste rocce sono permeabili all’acqua e, quando la pressione dell’acqua supera quella del magma, l’acqua penetra all’interno, dando origine a tunnel e gallerie sotterranee. [cite:11]

Le grotte vulcaniche possono contenere:

  • Formazioni di lava
  • Stalattiti di lava
  • Possono essere abbastanza grandi da ospitare laghi e cascate sotterranee [cite:11]

Esempi famosi:

  • Grotte di Jeju (Corea del Sud)
  • Grotte del Vento sull’Etna (Sicilia, Italia) [cite:11]

Tubi di lava

I tubi di lava sono un tipo particolare di grotta vulcanica. Si formano quando un flusso di lava fusa scorre in superficie: la parte esterna si raffredda e solidifica, creando un “tubo”, mentre la lava all’interno continua a scorrere. Quando il flusso si esaurisce, rimane un tunnel vuoto. [cite:17]


Grotte marine

Le grotte marine (o caverne marine) si formano quando l’acqua del mare erode la costa. [cite:11]

Le onde e le correnti marittime possono scavare grotte sottomarine, che possono poi diventare accessibili via mare o tramite gallerie di ingresso sulla terraferma. [cite:11]

Le caverne marine sono spesso caratterizzate da:

  • Acque cristalline
  • Fauna marina (coralli, pesci, mammiferi marini) [cite:11]

Le grotte marine si formano in zone costiere, dove l’acqua marina ha accesso alle rocce costiere. L’azione delle onde, delle correnti e dell’erosione marina crea cavità e tunnel nelle rocce, dando origine a grotte marine. [cite:11]

Esempi famosi:

  • Grotte di Tojinbo (Giappone)
  • Grotte di Benagil (Portogallo) [cite:11]

Grotte glaciali

Le grotte di ghiaccio si trovano in ambienti glaciali. Sono spesso temporanee, poiché si formano solo quando le condizioni climatiche sono favorevoli, e possono sciogliersi rapidamente quando le temperature aumentano. [cite:11]

Le grotte glaciali si formano in aree dove la temperatura è sufficientemente bassa da far congelare l’acqua. L’acqua si infiltra nelle crepe della roccia e si congela, espandendosi e creando cavità·¹ sempre più grandi. Quando la temperatura sale, il ghiaccio si scioglie, creando fiumi sotterranei e laghi. [cite:11]

Le grotte glaciali possono contenere:

  • Formazioni di ghiaccio
  • Stalattiti di ghiaccio
  • Pilastri di ghiaccio [cite:11]

Esempi famosi:

  • Grotte di Eisriesenwelt (Austria)
  • Grotte di Mendenhall (Alaska, USA) [cite:11]

Grotte artificiali

Infine, ci sono anche grotte di origine artificiale, create dall’uomo per svariate ragioni. [cite:11]

Tra le più comuni ci sono:

  • Grotte turistiche, aperte al pubblico per visite guidate
  • Grotte di miniera, create dall’estrazione di minerali
  • Tunnel per la circolazione stradale o ferroviaria
  • Rifugi e bunker [cite:11]

Le grotte di origine artificiale sono create dall’uomo per vari motivi, come ad esempio per l’estrazione di minerali, la costruzione di rifugi o la creazione di tunnel per la circolazione stradale o ferroviaria. Molte grotte di origine artificiale sono state abbandonate. [cite:11]

Esempi famosi:

  • Acquedotto della Formina (Narni)
  • Salzbergwerk Berchtesgaden (Germania) [cite:11]

GLOSSARIO DEI TERMINI PRINCIPALI

Termine Definizione Carsismo Insieme di processi di dissoluzione delle rocce carbonatiche (calcari, dolomie) da parte dell’acqua acidificata Speleogenesi Insieme dei processi che portano alla formazione delle grotte Speleologia Scienza che studia le grotte e i fenomeni carsici Grotta Cavità·¹ naturale di dimensioni tali da essere accessibile all’uomo (generalmente >5 metri) Stalattite Formazione di carbonato di calcio che pende dal soffitto della grotta Stalagmite Formazione di carbonato di calcio che cresce dal pavimento della grotta Dolina Depressione circolare o ellittica nel terreno, causata dal crollo di cavità·¹ sotterranee Inghiottitoio Punto in cui un corso d’acqua superficiale scompare nel sottosuolo Risorgiva Punto in cui l’acqua sotterranea riemerge in superficie Zona vadosa Parte della grotta dove l’acqua scorre a pelo libero (non satura) Zona freatica Parte della grotta completamente satura d’acqua Diaclasi Frattura della roccia senza spostamento significativo dei blocchi Faglia Frattura della roccia con spostamento differenziale dei blocchi Anticlinale Piega degli strati rocciosi con la convessità·¹ rivolta verso l’alto (cresta) Sinclinale Piega degli strati rocciosi con la convessità·¹ rivolta verso il basso (avvallamento)


APPROFONDIMENTI E RISORSE

Per saperne di più

  • Società Speleologica Italiana (SSI): www.speleo.it
  • Commissione Grotte Eugenio Boegan (Trieste): la più antica associazione speleologica al mondo ancora in attività [cite:13]
  • Scuola Nazionale di Speleologia del CAI: organizza corsi di speleologia in tutta Italia [cite:13]

Grotte da visitare in Italia

  • Grotte di Frasassi (Marche)
  • Grotte di Castellana (Puglia)
  • Grotta Gigante (Trieste)
  • Grotte di Postumia (Slovenia, vicino al confine italiano)

Letture consigliate

  • “Les Abìmes” di Edouard Alfred Martel (il trattato fondativo della speleologia moderna) [cite:13]
  • “Mundus Subterraneus” di Athanasius Kircher (XVII secolo, primo interesse complessivo per il sottosuolo) [cite:13]

NOTE

Questo materiale didattico è stato prodotto per il Corso di Speleologia per la Terza Età di Scintilena.

Per ulteriori informazioni: www.scintilena.com


Buona esplorazione!

Andrea Scatolini
Docente del Corso di Speleologia


Documento creato per la lezione del 7 settembre 2026

L'articolo Corso di Speleologia per la Terza Età proviene da Scintilena.

  •  

La fattoria più profonda del mondo a 1100 metri: miniere inglesi diventano laboratori agricoli

Condividi

Sperimentazione agricoltura sotterranea Boulby: lattuga e pak choi a 1100 metri di profondità

Nel North Yorkshire, in Inghilterra, un gruppo di ricercatori ha realizzato quella che viene descritta come la fattoria sotterranea più profonda del mondo.

A 1100 metri sotto la superficie, all’interno della miniera di Boulby vicino a Saltburn, sono state installate torri verticali dove crescono lattuga e pak choi, il cavolo cinese.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’Università»» di Sheffield e Farm Urban, un produttore alimentare con finalità sociali.

L’obiettivo non è sostituire l’agricoltura tradizionale, ma affiancarla con soluzioni innovative per colture che si adattano a condizioni controllate.

Agricoltura verticale miniere dismesse: ridurre consumi energetici con ambiente stabile

La stabilità dell’ambiente sotterraneo e la possibilità di riutilizzare infrastrutture già presenti potrebbero ridurre gli elevati consumi energetici associati alle tradizionali fattorie verticali.

Secondo i ricercatori, un singolo pozzo minerario di 7 metri quadrati potrebbe produrre circa 80 tonnellate di colture all’anno, otto-dieci volte il rendimento della stessa superficie di terreno agricolo.

Jacob Nickles, ricercatore dell’Università di Sheffield che guida il progetto, spiega che la questione cruciale riguarda la crescita della domanda mondiale di alimenti. «Dobbiamo raddoppiare la produzione alimentare entro il 2050 per sostenere la popolazione mondiale, afferma Nickles.

I sistemi di agricoltura verticale in ambienti sotterranei possono utilizzare fino al 98% in meno di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale di campo, poiché i sistemi idroponici e aeroponici ricircolano l’acqua in circuiti chiusi.

La miniera di Boulby è ancora operativa ed è l’unica al mondo a produrre polialite, un fertilizzante agricolo.

Nello stesso complesso esiste una struttura scientifica finanziata dal governo britannico, dove si svolgono anche esperimenti per la ricerca della materia oscura.

Per raggiungere le coltivazioni sotterranee occorre rispettare due procedure di sicurezza, indossare caschi, abbigliamento ad alta visibilità e affrontare una discesa di circa otto minuti con l’ascensore originario della miniera, costruito più di 50 anni fa.

Riconversione miniere Italia Sulcis Iglesiente: da estrazione a musei e turismo industriale

In Italia, il discorso sulla riconversione delle miniere dismesse assume connotati particolarmente complessi, soprattutto nel Sulcis Iglesiente in Sardegna.

Questa regione concentra l’area più estesa per varietà e diffusione delle attività minerarie svolte negli ultimi secoli in Sardegna.

Il Parco geominerario storico ed ambientale della Sardegna è stato il primo ad essere riconosciuto dall’UNESCO in questo settore.

La Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, chiusa negli anni sessanta, ospita oggi il Centro Italiano della Cultura del Carbone, con il Museo del Carbone che illustra la storia del carbone, delle miniere e dei minatori.

Il complesso è stato recuperato e ristrutturato a fini museali e didattici.

Il progetto per il recupero e la valorizzazione del sito ha reso fruibili gli edifici e le strutture minerarie che oggi costituiscono il Museo del Carbone, il Museo PAS Paleoambienti Sulcitani E.A. Martel, il Centro di Documentazione di Storia Locale e il Centro Ricerche Sotacarbo.

Carbosulcis, la società concessionaria della miniera di Monte Sinni nel Sulcis, ha messo a punto quattro progetti per sostituire l’estrazione del carbone, ormai dismessa da oltre cinquanta anni, con attività legate alla ricerca scientifica e alla innovazione tecnologica.

Il progetto “Aria” utilizza un pozzo di estrazione profondo oltre 500 metri per ricerche scientifiche sulla materia oscura.

Il progetto “Alga spirulina” utilizza l’acqua calda che risale dal sottosuolo per alimentare un fotobioreattore per la coltivazione delle alghe azzurre.

Il progetto “Energy storage” immagazzina energia da varie fonti rinnovabili. Il progetto “Liscivazione” utilizza gli enormi depositi di carbone inutilizzato per la produzione di fertilizzanti per l’agronomia biologica.

Riattivazione miniere dismesse potenziale estrattivo: criticità»» idrogeologiche e impatto falda acquifera

Nonostante le opportunità di riconversione, persistono proposte di riattivazione di miniere dismesse che hanno ancora delle potenzialità estrattive residue.

Questa prospettiva solleva preoccupazioni significative dal punto di vista idrogeologico e ambientale.

Secondo documenti ISPRA sul recupero e valorizzazione delle miniere dismesse, non basta far saltare e/o ostruire pozzi e gallerie per assicurare la sicurezza dei siti: spesso si registrano cedimenti del terreno e sollevamenti delle falde acquifere.

L’attività di realizzazione di gallerie o scavi e l’uso di tecniche che possono alterare le caratteristiche idrauliche della roccia potrebbero generare un impatto «sul funzionamento idrogeologico del sistema acquifero, inducendo anche un drenaggio delle eventuali falde sospese verso le sottostanti falde basali.

Questo porterebbe alla potenziale «scomparsa di eventuali sorgenti ad alta quota con conseguente impatto negativo sulle utenze, sugli habitat acquatici alimentati da queste fonti e sulla vegetazione sostenuta dalla presenza delle falde sospese.

L’immissione o mobilizzazione nell’ambiente di sostanze contaminanti avrebbe impatto negativo sulla qualità delle risorse idriche connesse con i fiumi, «coinvolgendo quindi tutti i Comuni della Val Taro e oltre.

In conclusione, «non si può escludere l’esistenza di una interconnessione idraulica tra le idrostrutture ofioliti che sarebbero direttamente coinvolte nell’attività mineraria di Corchia ed altre idrostrutture limitrofe.

Tale fenomeno potrebbe produrre un effetto domino in area vasta almeno fino alla barriera di permeabilità pedecollinare.

Miniere dismesse rischio idrogeologico Sardegna: 562 siti con pericolo ecologico-sanitario

Nella classificazione delle aree a rischio idrogeologico nel territorio sardo, la presenza di residui di attività minerarie porta a classificare i bacini sottesi come ad Elevato Rischio Idrogeologico.

Secondo indicatori ambientali ISPRA, 562 siti minerari dismessi o abbandonati presentano un grado di rischio ecologico-sanitario da medio ad alto.

In Sardegna, cessata l’attività»» estrattiva che a lungo ha tenuto viva l’economia di territori quali il Sulcis-Iglesiente-Guspinese, la tanto proclamata riconversione non è mai avvenuta completamente.

Il rischio crolli è anticipato dai cartelli sistemati attorno alle strutture.

Molti edifici storici delle miniere, ormai più simili a edifici bombardati, si arrendono impotenti anche alle piogge che ultimamente cadono con abbondanza.

Il Piano di monitoraggio della falda acquifera dell’Iglesiente, progettato da IGEA, prevede un sistema di monitoraggio della risalita della falda con pozzi minerari o piezometri, con postazioni di controllo distribuite in tutto l’anello del bacino idrogeologico.

Il monitoraggio permette di valutare le caratteristiche chimico-fisiche delle acque nel contesto del bacino idrogeologico dell’Iglesiente e l’eventuale influenza della falda sulla stabilità delle strutture minerarie sotterranee.

Scelte irreversibili miniere: compromettere falda acquifera profonda territori estesi

Le scelte di riattivazione estrattiva potrebbero risultare irreversibili e compromettere irrimediabilmente la falda acquifera profonda di interi grandi territori.

Per quanto riguarda la criticità al termine della concessione mineraria, la dismissione avverrebbe attraverso la chiusura mineraria degli stessi pozzi con il mantenimento della parte terminale del pozzo a protezione della falda sottostante.

Tuttavia, vista l’entità delle operazioni, non è previsto un piano di recupero al di là della semplice restituzione dell’area ad attività di tipo agricolo.

Questo scenario comporterebbe l’annullamento della protezione delle falde acquifere esistenti, che al di fuori della concessione mineraria rappresentano una fonte di acque utilizzabili sia per uso potabile che per irrigazione.

Si registrerebbe inoltre uno scarso miglioramento delle condizioni ambientali, tenuto conto che gli impatti attuali non risultano contenuti.

La legislazione regionale sarda sulla riattivazione di cave dismesse prevede che il progetto di riattivazione possa prevedere l’estensione della coltivazione su terreni non interessati da pregressa attività estrattiva nella misura massima del 40 per cento della superficie di cava dismessa.

Il recupero ambientale delle cave dismesse può prevedere la realizzazione di bacini di laminazione, di bacini di accumulo della risorsa idrica o bacini di ricarica della falda. In tal caso l’utilità»» delle opere deve essere attestata dall’autorità»» idrica competente.


Fonti

  1. The Guardian – Subterranean salad: underground farmers seek solution to food crisis in disused UK mines – https://www.theguardian.com/environment/article/2026/aug/22/underground-farm-uk-mines-food-crisis
  2. BBC – Boulby fertiliser mine becomes vertical farm growing salad – https://www.bbc.com/news/articles/ce85y5m11qqo
  3. Yahoo News UK – Subterranean salad: underground farmers seek solution to food crisis – https://uk.news.yahoo.com/subterranean-salad-underground-farmers-seek-070056498.html
  4. Vertical Farm Daily – This project will be the deepest vertical farm in the world – https://www.verticalfarmdaily.com/article/9822921/this-project-will-be-the-deepest-vertical-farm-in-the-world/
  5. Agritech Future – Beneath Britain: Could Underground Farming Reshape The UK’s Food Supply Resilience? – https://agritechfuture.com/smart-farming/beneath-britain-could-underground-farming-reshape-the-uks-food-supply-resilience/
  6. LinkedIn – Boulby Underground Laboratory’s Post – https://www.linkedin.com/posts/boulby-underground-laboratory_the-first-harvest-of-the-deep-underground-activity-7486329502671822849-JtI4
  7. ISPRA – Recupero e valorizzazione delle miniere dismesse (PDF) – https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/ambiente-societa/9196_QAS3ultimocorretto.pdf
  8. Repubblica Parma – Riattivazione delle miniere di Corchia, studio UniPr mostra effetti negativi – https://parma.bologna.repubblica.it/cronaca/2023/06/14/news/riattivazione_delle_miniere_di_corchia_studio_unipr_mostra_effetti_negativi_sulla_valle_e_in_pianura-404441226/
  9. Clionet – Riconversione della Grande Miniera di Serbariu a Carbonia – https://rivista.clionet.it/volume-10-2026/riconversione-della-grande-miniera-di-serbariu-a-carbonia-il-museo-del-carbone/
  10. La Provincia del Sulcis Iglesiente – Nasce un progetto per rendere la Carbosulcis un potenziale modello di transizione ambientale – https://www.laprovinciadelsulcisiglesiente.com/2021/02/nasce-un-progetto-per-rendere-la-carbosulcis-un-potenziale-modello-di-transizione-ambientale/
  11. Gente e Territorio – Nuova vita per la miniera Monte Sinni – https://www.genteeterritorio.it/nuova-vita-per-la-miniera-monte-sinni/
  12. Wikipedia – Miniere del Sulcis-Iglesiente – https://it.wikipedia.org/wiki/Miniere_del_Sulcis-Iglesiente
  13. Museo del Carbone – Grande Miniera di Serbariu – https://www.museodelcarbone.it/en/
  14. Carbonia Iglesias – Miniere – Portale turistico informativo del Sulcis Iglesiente – https://www.carboniaiglesias.net/miniere/
  15. Il Fatto Quotidiano – Ex miniere sarde, un patrimonio immobiliare che va in pezzi – https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/03/ex-miniere-sarde-un-patrimonio-immobiliare-che-va-in-pezzi-dopo-la-riconversione-fallita-la-regione-non-vende-e-non-investe-sul-recupero/6437777/
  16. Regione Sardegna – Linee Guida Aree Min Dism (PDF) – https://www.regione.sardegna.it/documenti/1_39_20051010164819.pdf
  17. IGEA – Piano di monitoraggio della falda acquifera dell’Iglesiente – http://www.igeaspa.it/it/indagini.wp;jsessionid=D135AFED2978BEBC4D0C59B9738C32D3?frame5_item=2
  18. Edizioni Europee – L.R. 5 luglio 2019, n. 22. Nuova disciplina generale in materia di cave – https://www.edizionieuropee.it/law/html/213/pu4_02_006.html

L'articolo La fattoria più profonda del mondo a 1100 metri: miniere inglesi diventano laboratori agricoli proviene da Scintilena.

  •  

Nuove scoperte nel sistema Reka–Timavo: la Jama 1 v Kanjaducah diventa la grotta più lunga del Carso di Sezana

Condividi

Una spedizione internazionale riapre il percorso oltre i sifoni e aggiunge circa 800 metri di gallerie al sistema ipogeo del fiume Reka

Nel luglio 2026 una spedizione speleologica internazionale, coordinata da speleologi cechi, ha superato per la prima volta dopo sedici anni i sifoni della Jama 1 v Kanjaducah, nel Carso sloveno, documentando nuovi ambienti a monte del fiume Reka.

L’intervento ha portato alla luce quasi mezzo chilometro di gallerie asciutte oltre i tratti allagati e, insieme ad altri rilievi in zona, ha incrementato lo sviluppo totale della cavità··di circa 800 metri, rendendola la grotta più estesa del Carso di Sezana.

La spedizione Reka Exploration 2026 e il superamento dei sifoni

La campagna Reka Exploration 2026 è stata organizzata dal Jamarsko drustvo Sezana con il supporto logistico della Grotta di Vilenica e ha coinvolto circa 60–70 speleologi da Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Germania.

Le operazioni si sono concentrate sulla Jama 1 v Kanjaducah, una cavità··profonda oltre 300 metri utilizzata come base operativa per l’avanzamento controcorrente lungo il corso attivo del Reka.

I due speleosub Petr Chmel e Radek Nejezchleb hanno attraversato il secondo sifone, lungo circa 400 metri e profondo 22 metri, superando un tratto che non veniva esplorato da anni.

Oltre il sifone è stata individuata una grande galleria asciutta, denominata Lipiski rov, lunga circa 450 metri, con ambienti attivi e tratti percorribili a piedi. Parallelamente, il team di speleologi “a secco” ha completato il rilievo delle zone asciutte e ha aggiunto nuovi tratti di galleria e pozzi al sistema noto.

Il nuovo record del Carso di Sezana: Jama 1 v Kanjaducah oltre i tre chilometri

Con gli sviluppi del 2026, la Jama 1 v Kanjaducah raggiunge una lunghezza prossima ai tre chilometri e si posiziona al primo posto tra le grotte più lunghe del Carso di Sezana.

Il risultato conferma il potenziale esplorativo di questa porzione del Carso classico, dove nonostante oltre un secolo di ricerche permangono tratti del percorso del Reka ancora non mappati.

La scoperta del Lipiski rov e il superamento dei sifoni offrono nuovi elementi per ricostruire il tracciato ipogeo del fiume, fondamentale per comprendere la connettività··idraulica tra l’inghiottitoio delle Grotte di San Canziano e le risorgive del Timavo in Italia.

Il sistema Reka–Timavo: un fiume transfrontaliero ancora in parte misterioso

Il Reka nasce in Croazia (dove è noto come Vela voda), attraversa in superficie parte della Slovenia e si inabissa nelle Grotte di San Canziano, proseguendo nel sottosuolo del Carso fino a riemergere in Italia con il nome di Timavo, presso San Giovanni di Duino.

La distanza ipogea stimata tra l’inghiottitoio sloveno e le risorgive italiane è dell’ordine di 38–40 chilometri, con un sistema che rappresenta uno dei più importanti bacini carsici dell’area alpino-dinarica.

Nonostante studi storici e campagne di traccianti fluorescenti (uranina, naftionato) che hanno misurato velocità dell’acqua tra 29 e 36 metri all’ora, ampie porzioni del percorso restano non direttamente osservate e mappate.

La conoscenza dettagliata del sistema è cruciale per la gestione della risorsa idrica, la protezione dall’inquinamento e la pianificazione territoriale transfrontaliera.

Nuove finestre italiane sul Timavo: Abisso Filipas e Grotta Luftloch

Sul versante italiano, negli ultimi anni si sono moltiplicate le “finestre” di accesso al Timavo.

Nel marzo 2024, dopo 23 anni di scavi, la Società Adriatica di Speleologia ha raggiunto il fiume nella Grotta Luftloch, in zona Trebiciano, individuando un grande vano a oltre 300 metri di profondità.

Il 23 gennaio 2026 la Commissione Grotte “E. Boegan” di Trieste ha aperto una nuova finestra sul Timavo nell’Abisso Luciano Filipas (nota anche come 104 / 87 VG) a Fernetti, dopo circa vent’anni di lavori e 874 uscite speleologiche.

Il nuovo pozzo immette in una caverna contenente il corso d’acqua a circa 315 metri sotto il piano di campagna (circa 302 metri sotto il livello del mare), offrendo un ulteriore punto di accesso per rilievi, monitoraggi e future esplorazioni.

Queste aperture si affiancano ad altre cavità storiche del Carso triestino e sloveno, creando una rete di punti di osservazione lungo il percorso del fiume, utili per studi idrogeologici, biospeleologici e di monitoraggio ambientale.

Microplastiche e inquinamento nel sistema carsico: le implicazioni delle nuove scoperte

La crescente accessibilità··al sistema Reka–Timavo ha anche permesso di documentare fenomeni di inquinamento in ambienti remoti.

Uno studio dell’Università di Trieste, pubblicato nel 2026 sulla rivista Microplastics, ha evidenziato la presenza di microplastiche in grotte profonde del sistema del Timavo, in ambienti mai frequentati dall’uomo.

Il ritrovamento conferma che i contaminanti trasportati dalle acque superficiali e sotterranee raggiungono anche settori ipogei isolati, con implicazioni per la qualità delle acque di risorgiva e per gli ecosistemi cavernicoli.

La mappatura di nuovi tratti, come il Lipiski rov e le gallerie della Jama 1, permette di localizzare con maggiore precisione i percorsi di trasporto dei contaminanti e di pianificare interventi di tutela più mirati.

Prospettive future: ancora chilometri di gallerie da esplorare

Nonostante i progressi del 2026, tra il punto di inabissamento del Reka e le risorgive del Timavo restano chilometri di condotte e gallerie non direttamente esplorate.

Gli speleologi ipotizzano l’esistenza di almeno due grandi rami non ancora documentati: uno con il corso attivo del fiume e un altro, più alto, legato alle piene.

Le nuove finestre italiane (Filipas, Luftloch) e gli avanzamenti sloveni (Jama 1, San Canziano) pongono le basi per future campagne congiunte, con l’obiettivo di collegare i tratti noti e affinare i modelli idrogeologici del sistema.

Ogni nuova galleria mappata rappresenta un tassello in più per comprendere la dinamica del Reka–Timavo e per proteggere una risorsa idrica strategica per il Carso transfrontaliero.

Fonti

L'articolo Nuove scoperte nel sistema Reka–Timavo: la Jama 1 v Kanjaducah diventa la grotta più lunga del Carso di Sezana proviene da Scintilena.

  •  

Tutela del patrimonio archeologico ipogeo: procedure corrette per speleologi e scoperte fortuite

Condividi

Archeologia ipogea e tutela del patrimonio: come segnalare reperti in grotta secondo il Codice dei Beni Culturali


Introduzione: il ruolo degli speleologi nella tutela archeologica

Le grotte italiane custodiscono testimonianze preziose della frequentazione umana e animale nel corso dei millenni. Gli speleologi, durante le esplorazioni, possono imbattersi fortuitamente in reperti archeologici, pitture parietali, incisioni rupestri o resti paleontologici. In questi casi, la legge impone procedure precise per tutelare il patrimonio archeologico ipogeo e garantire la corretta conservazione dei ritrovamenti.

Il quadro normativo di riferimento è il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42), che disciplina la tutela di tutte le evidenze di interesse archeologico, storico-artistico e paleontologico. La normativa si applica a tutti i beni che provengono dal sottosuolo, inclusi quelli rinvenuti in ambiente ipogeo.


Cosa dice il Codice dei Beni Culturali

Il Codice dei Beni Culturali protegge «le cose che interessano la paleontologia, la preistoria e le primitive civiltà»». Rientrano in questa categoria vasellame, ossa e fossili di animali estinti, strumenti preistorici in pietra, sepolture e qualsiasi altro oggetto di interesse archeologico o paleontologico. Anche le incisioni e le pitture parietali, pur non sempre databili con certezza, hanno interesse demo-etnoantropologico e devono essere segnalate.

Le indagini archeologiche sono riservate allo Stato, che le esegue tramite le Soprintendenze o concede l’attività di ricerca a Università ed Enti scientifici qualificati. Effettuare ricerche archeologiche senza concessione costituisce reato penale, punibile con l’arresto fino a un anno e ammenda da 310 a 3.099 euro. La Legge 9 marzo 2022, n. 22 ha inasprito le pene, introducendo nel Codice Penale nuovi reati come furto, appropriazione indebita, ricettazione e riciclaggio di beni culturali.


Scoperte fortuite: obblighi e tempistiche

La scoperta fortuita è definita come un ritrovamento effettuato senza aver scavato o modificato lo stato del terreno. Il Codice prevede che chiunque ritrovi fortuitamente beni di interesse archeologico o culturale debba farne denuncia entro 24 ore dalla scoperta. La segnalazione va indirizzata al Soprintendente competente per territorio, al Sindaco del comune entro cui ricade il sito oppure alle autorità di Pubblica Sicurezza.

La mancata denuncia di scoperta è punita con la stessa pena prevista per chi esegue ricerche clandestine. La tempestività della segnalazione è fondamentale per la salvaguardia del ritrovamento, poiché consente al personale addetto alla tutela di recarsi sul posto e mettere in sicurezza l’oggetto nel minor tempo possibile.


Procedura corretta per la segnalazione

La procedura migliore prevede di informare subito la Soprintendenza competente, inizialmente via telefono, e successivamente formalizzare la segnalazione a mezzo Posta Elettronica Certificata (PEC) o raccomandata A/R. I contatti di tutti gli organi periferici del Ministero della Cultura sono reperibili sul sito www.beniculturali.it. Le Regioni Sicilia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige possiedono Soprintendenze autonome a livello regionale o provinciale.

In caso di forza maggiore, è possibile contattare i Carabinieri (che dispongono dei Nuclei Tutela Patrimonio Culturale), la Guardia di Finanza o altra Forza di Polizia, spiegando quanto accaduto e attendendo istruzioni. Nella redazione della segnalazione è opportuno fornire dati personali completi, descrivere brevemente tempistiche e fasi della scoperta e indicare l’esatta posizione del sito, marcandola sulla carta topografica e segnando le coordinate geografiche mediante GPS.

Riprese video, fotografie, schizzi e rilievi speleologici costituiscono supporto eccellente per la documentazione. È inoltre buona prassi non divulgare pubblicamente la scoperta prima di aver inoltrato la segnalazione e senza aver concordato l’eventuale diffusione di notizie con il funzionario competente.


Rimozione e custodia dei reperti

Il Codice prevede che lo scopritore, in caso di assoluta e motivata necessità, possa asportare l’oggetto al fine di garantirne la tutela e l’incolumità. È molto importante richiedere il preventivo consenso alla Soprintendenza prima di rimuovere qualsiasi cosa, poiché tale azione può modificare permanentemente un contesto archeologico. Nel caso di un reperto intrasportabile valgono gli stessi obblighi di comunicazione, ma saranno le Autorità ministeriali, avvalendosi della forza pubblica, a provvedere alla messa in sicurezza della zona.

Tutti i beni tutelati dal Codice, da chiunque e in qualunque modo ritrovati (suolo, sottosuolo, fondali marini), appartengono allo Stato. L’impossessamento di tali oggetti è punito, quale «furto di beni culturali, con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 927 a 1.500 euro.


Premio allo scopritore e cavità»» artificiali

In caso di ritrovamenti di elevato valore scientifico, il Ministero può corrispondere un premio allo scopritore, non superiore a un quarto del valore dei beni, generalmente consistente in una somma di denaro. Nessun premio spetta a colui che si sia introdotto abusivamente nel fondo altrui.

Le procedure sopra esposte valgono anche per chi pratica speleologia in cavità artificiali, durante la quale è possibile trovare, oltre a manufatti antichi, camminamenti, cunicoli, tombe ipogee e altre opere protette dal Codice.


Tutela del patrimonio della Prima Guerra Mondiale

La Legge 7 marzo 2001, n. 78, complementare al Codice dei Beni Culturali, pone sotto tutela il «patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale. Sono catalogate quali evidenze da proteggere e valorizzare fortificazioni, trincee, camminamenti, lapidi, cippi, iscrizioni, cimeli ed oggetti personali che abbiano particolari caratteristiche di rarità o rilevanza storica.

La Legge n. 78 dispone che chiunque rivenga strutture, reperti mobili o cimeli relativi al fronte terrestre della Prima Guerra Mondiale, di notevole valore storico o documentario, debba farne denuncia entro sessanta giorni al Sindaco del comune entro cui ricade il sito di ritrovamento, pena una sanzione amministrativa da 258 a 512 euro. In questi casi la segnalazione va indirizzata anche alla Soprintendenza.


Armi, munizioni ed esplosivi: attenzione ai pericoli

Alcuni residuati d’armamento possono essere ancora oggi molto pericolosi. Non sono rari i casi di recuperanti feriti o deceduti tentando di rimuovere o smontare ordigni inesplosi. È possibile la presenza di munizionamento caricato con gas tossici o vescicanti, tipo iprite, che sottoposto ad oltre 100 anni di corrosione da parte degli agenti atmosferici può far fuoriuscire il pericoloso contenuto con evidenti rischi.

Tutti questi residuati sono sottoposti alle disposizioni della Legge n. 110 del 18 aprile 1975, che impone allo scopritore di armi, munizioni o materiali esplodenti l’immediata denuncia al più vicino commissariato di Pubblica Sicurezza o caserma dell’Arma dei Carabinieri (art. 20).


L’importanza del contributo degli speleologi nella ricerca archeologica

Gli speleologi svolgono un ruolo fondamentale nella ricerca archeologica in ambiente ipogeo. La loro presenza costante in grotta e la conoscenza approfondita degli ambienti sotterranei li rendono i primi testimoni di eventuali ritrovamenti fortuiti. Molte grotte italiane hanno restituito preziose tracce di frequentazione antica, contenenti reperti mobili, incisioni o pitture parietali.

Il contributo degli speleologi va oltre la semplice segnalazione. La loro capacità di documentare con precisione la posizione dei ritrovamenti mediante coordinate GPS, rilievi speleologici, fotografie e schizzi fornisce agli archeologi dati essenziali per l’inquadramento scientifico del contesto. La collaborazione tra speleologi e Soprintendenze ha permesso di avviare indagini scientifiche di rilievo partendo da piccole segnalazioni.

La protezione del patrimonio culturale ipogeo parte da ciascuno di noi. Collaborare con le Soprintendenze e gli altri organi preposti senza timori o pregiudizi consente di valorizzare il territorio e di non perdere importanti contesti archeologici. Gli speleologi, con la loro competenza tecnica e la conoscenza del territorio, rappresentano una risorsa preziosa per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico sotterraneo.


Conclusioni

La tutela del patrimonio archeologico ipogeo richiede consapevolezza, tempestività»» e collaborazione. Ogni speleologo può contribuire attivamente alla protezione dei beni culturali, seguendo le procedure indicate dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. La corretta segnalazione di scoperte fortuite garantisce la conservazione dei reperti e apre la strada a nuove indagini scientifiche.


Fonti

  • Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42): https://archiviodistatochieti.cultura.gov.it/fileadmin/user_upload/D.Lgs_422004_Codice_dei_beni_culturali_e_del_paesaggio.pdf
  • Legge 9 marzo 2022, n. 22: https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2022;22
  • Legge 7 marzo 2001, n. 78: https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2001;78
  • Legge 18 aprile 1975, n. 110: https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1975-04-18;110
  • SABAP Bologna: Comunicazione di scoperte fortuite di beni archeologici: https://sabapbo.cultura.gov.it/index.php/servizi/ufficio-tutele?view=article&layout=edit&id=167
  • SABAP Aquila-Teramo: Tutela archeologica: https://sabapaqte.cultura.gov.it/servizi/tutela-archeologica/
  • SABAP Pisa-Livorno-Massa: Tutela del patrimonio archeo-speleologico: https://sabapimsv.cultura.gov.it/attivita/tutela-del-patrimonio-archeo-speleologico/
  • Academia.edu: La tutela del patrimonio archeologico ipogeo: corrette procedure di segnalazione e protezione: https://www.academia.edu/108923142/La_tutela_del_patrimonio_archeologico_ipogeo_corrette_procedure_di_segnalazione_e_protezione
  • Ministero della Cultura: www.beniculturali.it

L'articolo Tutela del patrimonio archeologico ipogeo: procedure corrette per speleologi e scoperte fortuite proviene da Scintilena.

  •  
❌