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Fontanon di Goriuda, 25 anni di esplorazioni nel cuore del Canin

August 26th 2026 at 06:00

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Il Club Alpinistico Triestino celebra un quarto di secolo di attività speleosubacquea nella grande risorgenza della Val Raccolana. Una storia di esplorazione e ricerca che continua, con nuovi obiettivi ancora da raggiungere.

Venticinque anni dentro la montagna, seguendo l’acqua e cercando passaggi verso ambienti ancora sconosciuti. Il Club Alpinistico Triestino celebra un importante anniversario delle esplorazioni speleosubacquee al Fontanon di Goriuda, una delle più spettacolari risorgenze del massiccio del Canin.

Una lunga storia, iniziata nei primi anni Duemila e proseguita attraverso immersioni, risalite, campi sotterranei, rilievi e nuove scoperte, che hanno progressivamente modificato la conoscenza della cavità. Un lavoro che ha richiesto negli anni competenze tecniche, continuità e la capacità di tornare più volte sugli stessi interrogativi posti da un sistema carsico complesso e ancora lontano dall’essere completamente conosciuto.

L’anniversario è stato celebrato tornando proprio al Goriuda, con gli speleologi del CAT, il presidente Franco Riosa e Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni fin dalle prime fasi. Alla giornata ha partecipato anche una troupe Rai: le immagini girate nella cavità saranno trasmesse in autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1.

Duilio Cobol con la troupe della RAI al Fontanon di Goriuda – Foto A. Ressa

I venticinque anni sono occasione per guardare indietro e puntare avanti.

Il Fontanon conserva ancora importanti incognite: il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare a lavorare su quattro obiettivi esplorativi rimasti aperti, mentre sullo sfondo si fa sempre più interessante anche l’ipotesi di possibili collegamenti con altri sistemi carsici del Canin.

La parola ad Alessandra Ressa, dell’Ufficio Stampa del Club Alpinistico Triestino, che nel comunicato che segue ripercorre venticinque anni di esplorazioni al Fontanon di Goriuda, dalle prime immersioni alle grandi scoperte, fino alle domande che ancora oggi attendono una risposta.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

COMUNICATO STAMPA con preghiera di pubblicazione

FONTANON DI GORIUDA, 25 ANNI NEL CUORE DELLA MONTAGNA: IL CAT CELEBRA UNA LUNGA STORIA DI ESPLORAZIONI SPELEOSUBACQUEE

Da un quarto di secolo gli speleologi del Club Alpinistico Triestino esplorano, studiano e documentano uno dei più affascinanti sistemi carsici del Friuli Venezia Giulia, il Fontanon di Goriuda. Il CAT, il presidente Franco Riosa e lo speleosubacqueo Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni dal loro principio, hanno voluto festeggiare questo speciale compleanno proprio all’interno della cavità da cui sgorga la cascata più celebre della Regione alla presenza di una troupe della RAI, che racconterà questa straordinaria esperienza in autunno all’interno di “Linea Bianca”.

Trieste, 25 agosto 2026 – Venticinque anni di esplorazioni continuative. È questo il traguardo che il Club Alpinistico Triestino celebra al Fontanon di Goriuda, una delle più importanti e spettacolari risorgenze delle Alpi Giulie, dove da un quarto di secolo generazioni di speleologi del CAT hanno investito tempo, energie, competenze e passione nel tentativo di svelare ciò che si nasconde oltre la cascata e dentro la montagna.

Una ricorrenza che non è stata celebrata semplicemente con un incontro, ma tornando là dove tutto è cominciato: nel cuore della Val Raccolana, davanti e dentro quella poderosa risorgenza che continua a rappresentare, dopo tanti anni, una delle grandi sfide della speleologia regionale.

Alla recente uscita hanno partecipato gli speleologi del Club Alpinistico Triestino e il presidente Franco Riosa, insieme a Duilio Cobol, speleosubacqueo e protagonista di una parte fondamentale di questa lunga stagione esplorativa. È stato proprio Cobol a organizzare l’uscita, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività dedicata all’esplorazione e alla ricerca nel Fontanon di Goriuda.

La ricorrenza diventa così soprattutto un momento per ripercorrere una storia fatta di scoperte, immersioni, risalite, rilievi, campi interni, corde, attrezzature e interminabili ore trascorse nel buio della montagna. Una storia nella quale il CAT ha avuto un ruolo costante, contribuendo in modo significativo alla conoscenza di una cavità che, ancora oggi, conserva importanti incognite.

Il Fontanon di Goriuda, infatti, non è semplicemente la spettacolare cascata che si incontra in Val Raccolana. È una poderosa risorgenza perenne attraverso la quale riaffiorano le acque del sovrastante massiccio del Canin. La scheda del Catasto Speleologico Regionale la identifica con il numero 20 e ne indica l’ingresso a 861 metri di quota, uno sviluppo planimetrico catastato di 767,6 metri e un dislivello positivo di 119 metri. La Regione Friuli Venezia Giulia lo ha inoltre classificato come geosito di interesse nazionale.

Per chi osserva il Fontanon dall’esterno, la grotta sembra terminare dopo il primo tratto percorribile a piedi. In realtà, dopo circa 150 metri, un lago obbliga a passare dalle tecniche speleologiche tradizionali a quelle della speleosubacquea oppure ad utilizzare un canotto. Da quel punto inizia un ambiente completamente diverso, nel quale la progressione avviene tra acqua, sifoni, roccia e oscurità assoluta.

La storia moderna delle esplorazioni del CAT al Goriuda prende forma nei primi anni Duemila, dopo l’incontro di un gruppo di sette speleosubacquei esperti avvenuto durante Bora 2000, importante appuntamento internazionale della speleologia svoltosi a Trieste. Da quell’esperienza nacque la volontà di continuare a lavorare insieme e di individuare nel Fontanon un ambiente nel quale mettere alla prova e affinare tecniche di immersione. Il Goriuda divenne progressivamente un vero laboratorio di esplorazione, nel quale ogni immersione poteva significare una nuova osservazione, un nuovo passaggio, una diversa interpretazione della cavità.

La grande svolta arrivò tra il 2008 e il 2009, quando gli speleosub del CAT riuscirono a individuare, al di sopra dei rami allora conosciuti, grandi gallerie fossili. La documentazione del Parco Naturale delle Prealpi Giulie racconta la scoperta di ambienti di dimensioni sorprendenti: una grande galleria superiore, con spazi così vasti che inizialmente i fasci luminosi degli esploratori non riuscivano nemmeno a illuminarne i limiti. Quelle scoperte cambiarono la lettura della grotta. Quello che per anni era stato considerato il “terzo sifone” non sembrava infatti rappresentare la prosecuzione principale della cavità, ma una sorta di vasca sospesa, mentre le antiche vie dell’acqua conducevano verso livelli superiori. Da qui ebbe inizio una nuova fase di esplorazioni e risalite, con sviluppi verticali superiori ai cento metri.

Per rendere possibile il lavoro fu necessario organizzare un vero e proprio campo base sotterraneo. Nel 2008, le attività comprendevano già il ripristino di centinaia di metri di linea telefonica, la realizzazione di un campo interno e la sistemazione delle sagole e degli ancoraggi tra i diversi sifoni.

Ma il Fontanon non ha mai concesso facilmente i propri segreti. Le piene periodiche hanno più volte danneggiato o distrutto le installazioni, costringendo gli speleologi a ricostruire ancoraggi, sostituire corde e ripristinare le vie di progressione. Ogni nuova esplorazione ha quindi richiesto non soltanto capacità tecnica, ma anche una notevole dose di pazienza e determinazione.

Venticinque anni di esplorazione continuativa significano anche venticinque anni di conoscenza maturata sul campo. E proprio questa esperienza ha fatto del Goriuda anche un ambiente particolarmente significativo per il soccorso speleosubacqueo.

Nel corso degli anni la cavità ha ospitato importanti esercitazioni del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, sfruttando la complessità dei percorsi e la presenza dei sifoni per simulare interventi in condizioni estremamente impegnative. Nel 2018, ad esempio, un’esercitazione nazionale speleosubacquea del CNSAS coinvolse tredici speleosubacquei e altri sette tecnici, impegnati nel superamento di due sifoni e nella simulazione del soccorso di persone in difficoltà in profondità. Il Goriuda ha dunque rappresentato negli anni non soltanto un luogo di scoperta, ma anche un ambiente nel quale sviluppare e verificare tecniche, procedure e capacità operative.

La speleosubacquea, del resto, non lascia spazio all’improvvisazione. La temperatura dell’acqua, la difficoltà degli ambienti, l’oscurità, i lunghi percorsi, la gestione delle bombole e la possibilità di un problema tecnico rendono ogni immersione un’attività ad elevata complessità. È necessario lavorare con attrezzature ridondanti, linee di sicurezza e materiali di riserva, mantenendo sempre la possibilità di gestire un eventuale guasto.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che il CAT ha voluto mostrare anche in occasione di questa speciale uscita celebrativa.

A documentare la giornata, infatti, era presente una troupe della Rai, interessata a raccontare non soltanto la spettacolarità del Fontanon, ma soprattutto la storia degli uomini che da decenni ne inseguono le prosecuzioni. La troupe è stata accompagnata all’interno della cavità dalle Guide Turistiche Speleologiche del Friuli Venezia Giulia, che hanno curato l’accompagnamento in ambiente ipogeo e il supporto necessario alle riprese.

Le immagini realizzate al Goriuda confluiranno in un servizio che sarà trasmesso nel prossimo autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1. La presenza della televisione rappresenta un’importante occasione per far conoscere a un pubblico molto più vasto una realtà che normalmente rimane completamente nascosta: il lavoro degli speleologi, la complessità dell’esplorazione e, insieme alla bellezza del mondo sotterraneo, anche i rischi della speleosubacquea.

Ma la Rai, in questa occasione, è soprattutto una finestra su una storia che appartiene al CAT.

Una storia che non si conclude con i risultati già ottenuti. Perché, nonostante 25 anni di attività, il Fontanon di Goriuda continua a porre interrogativi.

Sono almeno quattro le grandi incognite sulle quali gli speleologi intendono tornare a lavorare. Una riguarda una difficile arrampicata di circa 40 metri sulla volta della galleria terminale; un’altra una risalita meno impegnativa che potrebbe aprire una nuova prosecuzione. Rimane poi da verificare un pozzo stimato in circa cinque metri, dal quale il rumore prodotto dalla caduta dei sassi potrebbe far pensare alla presenza di acqua. E proprio l’eventuale presenza di un nuovo sifone, a una distanza così importante dall’ingresso, rappresenterebbe una prospettiva esplorativa di grande interesse.

A rendere ancora più affascinante questa ricerca è il fatto che il Goriuda potrebbe non essere un sistema isolato. Negli ultimi anni le esplorazioni condotte da altri gruppi speleologici sull’altopiano del Canin hanno raggiunto settori che sembrano avvicinarsi a quelli esplorati dal CAT. L’ipotesi di un futuro collegamento fra sistemi carsici differenti appare quindi sempre più concreta.

Sarebbe una scoperta capace di aggiungere un capitolo importante alla conoscenza del carsismo del Canin e della circolazione delle acque sotterranee di uno dei più importanti territori carsici delle Alpi Giulie.

Per il Club Alpinistico Triestino, dunque, i 25 anni del gruppo speleosubacqueo non rappresentano un traguardo, ma la conferma di una scelta che continua nel tempo: esplorare, conoscere, documentare e trasmettere alle nuove generazioni la passione per il mondo sotterraneo.

Un quarto di secolo dopo l’inizio di questa avventura, Duilio Cobol e gli speleologi del CAT sono ancora davanti alle stesse domande che hanno accompagnato tante delle loro spedizioni: dove porta davvero l’acqua del Goriuda? Quanto si estende ancora la cavità? E soprattutto, cosa si nasconde oltre l’ultimo passaggio conosciuto?

Il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare al lavoro sulle quattro grandi incognite ancora aperte.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

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Foto A. Ressa

Venticinque anni sono tanti, soprattutto quando si misurano non in chilometri percorsi in superficie, ma in metri conquistati nel buio, immersione dopo immersione, risalita dopo risalita.

La storia del Fontanon di Goriuda racconta bene uno degli aspetti più autentici della speleologia: una grotta non si esaurisce con una scoperta e nemmeno con una generazione di esploratori. Rimane lì, con le sue domande, mentre cambiano gli uomini, migliorano le tecniche e nuove conoscenze permettono di tornare dove, anni prima, ci si era dovuti fermare.

Al Goriuda le domande sono ancora molte. Ci sono pareti da risalire, passaggi da verificare, la possibilità di nuove vie d’acqua e, più lontano, l’affascinante prospettiva di un collegamento con altri grandi sistemi carsici del Canin.

Il modo migliore di festeggiare venticinque anni di esplorazioni è considerarli un punto per continuare a cercare: sotto il Canin, l’acqua continua il suo viaggio: gli speleologi, inevitabilmente, continueranno a seguirla.

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    Condividi Nella Grotta di Aladino, in Valdaone, nel Trentino occidentale, Gigi Casati torna dopo oltre trent’anni nel sifone a monte. Quattro giorni di esplorazione, acqua in aumento e un grande lavoro di squadra con il Gruppo Grotte Brescia Più di trent’anni di esplorazioni, ritorni, tentativi e scoperte legano la Grotta di Aladino, nel cuore della Valdaone, ai suoi esploratori. Siamo nel Trentino occidentale, nelle Giudicarie, ai piedi del massiccio dell’Adamello, in un territorio profondam
     

Ancora oltre nel Jafar

August 26th 2026 at 05:00

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Nella Grotta di Aladino, in Valdaone, nel Trentino occidentale, Gigi Casati torna dopo oltre trent’anni nel sifone a monte. Quattro giorni di esplorazione, acqua in aumento e un grande lavoro di squadra con il Gruppo Grotte Brescia

Più di trent’anni di esplorazioni, ritorni, tentativi e scoperte legano la Grotta di Aladino, nel cuore della Valdaone, ai suoi esploratori. Siamo nel Trentino occidentale, nelle Giudicarie, ai piedi del massiccio dell’Adamello, in un territorio profondamente segnato dall’acqua e dalla montagna.

La storia di Aladino è una storia di persone e di gruppi che, a distanza di tanto tempo, continuano a ritrovarsi sottoterra con la stessa passione, amicizia e reciproca stima.

Quattro intensi giorni hanno visto nuovamente impegnati gli speleologi nel cuore della grotta, con il fondamentale supporto del Gruppo Grotte BresciaCorrado Allegretti‘, che si è occupato dell’organizzazione e dell’indispensabile trasporto delle pesanti attrezzature fino al sifone, a circa -250 metri dall’ingresso. Un lavoro duro, affrontato con grande disponibilità e spirito di squadra, e reso ancora più impegnativo dalle piogge e dal rapido aumento della portata delle acque.

L’obiettivo era tornare nel sifone a monte da cui nasce il torrente Jafar, un settore esplorato molti anni fa e del quale ormai rimanevano ricordi piuttosto sfumati.

Dopo aver superato il primo sifone e riattrezzato il tratto necessario per raggiungere il secondo, l’esplorazione è finalmente ripartita dal vecchio limite. Sott’acqua la galleria è scesa fino a -44 metri di profondità, per poi cominciare nuovamente a risalire. La prosecuzione resta aperta.

Nel frattempo, però, fuori continuava a piovere. E parecchio. Il Jafar, inizialmente stimato intorno ai 250 litri al secondo, ha rapidamente aumentato la propria portata, arrivando nei giorni successivi a superare i 3 metri cubi al secondo. Alla sorgente del Fontanone, collegata alla Grotta di Aladino lo scorso anno, venivano stimate portate ancora maggiori.

È stata quindi un’esplorazione breve ma intensa, nella quale ogni metro guadagnato sott’acqua è stato possibile grazie al lavoro di molti: chi si è immerso, chi ha attrezzato, chi ha trasportato sacchi pesantissimi e chi, fuori e dentro la grotta, ha garantito supporto e sicurezza.

Per sapere davvero cosa è successo oltre quel sifone, è meglio lasciare il racconto a chi il filo dell’esplorazione lo ha materialmente portato un po’ più lontano.

Gigi Casati, uno dei grandi protagonisti della speleologia subacquea italiana, racconta così questi quattro giorni in Valdaone.

«Quattro intensi giorni trascorsi in Valdaone in compagnia del Gruppo Grotte Brescia…»

Quattro intensi giorni trascorsi in Valdaone in compagnia del Gruppo Grotte Brescia che si è occupato dell’organizzazione e dell’indispensabile aiuto per trasportare i materiali al sifone a -250m dall’ingresso. Una storia lunga più di 30 anni che vede ancora molti degli stessi interpreti, legati da amicizia e stima.
Nella Grotta di Aladino, questa volta ritorniamo nel sifone a monte che forma il torrente Jafar di cui le nostre memorie non ricordano quasi nulla.
Mercoledi 19 ci troviamo a La Piana e una volta trasportati con l’elicottero tutti i materiali in quota, scendiamo subito in grotta. Arrivati al sifone dopo una bella faticaccia, sostenuta dai membri del GGB, che si sobbarcano il trasporto di due pesanti sacchi a testa, Andrea e io, prepariamo tutto il necessario e ci immergiamo.
Superiamo il primo sifone con condizioni ideali, ma una volta oltre, quello che mi ricordavo essere solo un sassone da superare, risulta esser una arrampicata di 10m. Allora ricordo di averla risalita in libera e la corda utilizzata quella volta per tirar su i materiali, è ancora in posizione, fissata su un armo naturale. Con noi adesso abbiamo solo uno spezzone di corda, un martello e qualche spit ma, ci rendiamo conto che non abbiamo materiale adatto per tirar su il rebreather e le bombole, necessarie all’immersione nel secondo sifone. Rientriamo e ovviamente lasciamo tutto pronto all’ingresso del primo sifone.
Durante la notte, una pioggia a tratti forte, batte sul tetto della malga Casinei facendomi maturare neri pensieri. Il Giovedi mattina siamo in quattro ad entrare in grotta e a raggiungere velocemente l’ingresso del sifone. Incredibilmente pur essendo rispetto a ieri minore lo stillicidio lungo il percorso troviamo che il torrente Jafar, ha una portata a stima, doppia: circa 250l/s. Noto subito che la visibilità è peggiorata ma ci immergiamo senza esitare. Superato il sifone ci spogliamo delle attrezzature e trasportiamo i materiali alla base del pozzo.
Questa volta tocca a Andreino arrampicare. Una volta raggiunta la sommità del pozzo con il trapano mette due fix sulla verticale e paranchiamo in alto, i materiali. Mi preparo e parto nel secondo sifone di cui ricordo solo la profondità di -23m e il freddo patito all’epoca. Il sifone è un tubo di marmo bianco ricoperto da fango pesante: non siamo lontani dal bacino di assorbimento. La visibilità è di circa due metri e con il mio passaggio in alcuni punti si riduce a poche decine di centimetri. Raggiungo il limite esplorato dove ritrovo il mio vecchio filo rotto per diversi tratti ma, nel punto finale, ancora fissato su uno spuntone. Continuo: la galleria si inabissa, con una forma a mezza luna, alta meno di un metro e larga un paio di metri, il fondo ricoperto da uno spesso strato fangoso. Scendo facendo molta attenzione a non toccare il fondo, ma comunque una piccolissima valanga di fango mi anticipa. Finalmente spiana e mi sento più tranquillo; procedo raggiungendo la profondità di -44m (siamo a 1720m di quota) e dopo poco la galleria riprende a risalire. A tratti la galleria si allarga a circa 3m di diametro; mi fermo a -33m. Rientro facendo la topografia. Andreino non è rimasto con le mani in mano: nell’attesa ha spaccato delle lame di roccia per agevolare il passaggio dei materiali tra il pozzo e il secondo sifone.
Osservo la cascata che è decisamente più impressionante rispetto a ieri e percepisco che il flusso è aumentato da quando ci troviamo nel post sifone. Rientriamo dal primo sifone e anche lì, il livello si sta alzando a vista d’occhio, si stima 500l/s. Probabilmente fuori starà piovendo. Il Pota e il Super che ci aspettavano all’inizio del primo sifone escono dalla galleria del torrente e noi con le mute passiamo i materiali e li portiamo in un posto sicuro. Prepariamo il trasporto dei sacchi e poi risaliamo verso l’uscita. Lungo la risalita, fastidiose cascatelle, percorrono i pozzi della grotta.
Una volta fuori, ci dicono che ha piovuto tutto il giorno. Il venerdì in cinque volenterosi tra cui una ragazza che si è aggregata per l’occasione, Hélèn, scendono a recuperare i sacchi dalla grotta trovando sui pozzi, delle cascatelle si sono intensificate. E il torrente Jafar ha una portata superiore ai 3mc/s Niente di sorprendente poiché fuori le piogge sono intense.
Gli amici che ci raggiungono il venerdì sera stimano 6-7mc/s la portata della sorgente del Fontanone giuntato lo scorso anno con la grotta di Aladino.
Gradita sorpresa il risveglio del sabato mattina, con un bellissimo sole. Un gruppetto di amici che ci ha raggiunto sul posto, ci allevia la fatica di portare a valle armi e bagagli estratti dalla grotta.
To be continued

Fonte notizia e foto: post social Luigi Casati

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Decompressione, una nuova strada contro la “decompression sickness” (“the bends”): uno studio che può interessare anche la speleologia subacquea

August 18th 2026 at 05:00

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Un esperimento condotto su maiali sottoposti a immersioni simulate studia l’impiego del tetrafluorometano per ridurre il rischio di malattia da decompressione. Una ricerca curiosa per le modalità con cui è stata condotta, ma che affronta un problema molto serio e potenzialmente interesante per le immersioni tecniche e anche per la speleologia subacquea

Cosa c’entrano i maiali con la muta da sub riscaldata e il pannolino con la speleosubacquea?

Mi ha attirato il titolo. Difficile, in effetti, non fermarsi davanti a:

Pigs wearing heated diving suits and diapers reveal a better way to beat ‘the bends’”

che potremmo tradurre:

Maiali con mute da sub riscaldate e pannolini rivelano un modo migliore per combattere la malattia da decompressione”.

Un titolo curioso, quasi surreale. Dietro l’immagine dei maiali equipaggiati con speciali mute riscaldate c’è però una ricerca che riguarda un problema molto serio e che interessa da vicino anche il mondo delle immersioni tecniche e, quindi, della speleologia subacquea: la malattia da decompressione.

Lo studio descritto da Live Science sperimenta infatti un approccio diverso alla gestione dei gas inerti accumulati nei tessuti durante un’immersione profonda, sfruttando un fenomeno conosciuto come controdiffusione isobarica.

Quaranta maiali in una “immersione” a 61 metri

Secondo quanto riportato da Live Science, la sperimentazione è stata condotta su 40 maiali all’interno di una camera iperbarica.

Gli animali sono stati sottoposti a immersioni simulate fino a una pressione equivalente a circa 61 metri di profondità, respirando una miscela di ossigeno ed elio, l’heliox.

Camera iperbarica utilizzata per immersioni sperimentali. Anche i maiali protagonisti dello studio non hanno effettuato una vera immersione: le condizioni di profondità sono state simulate in camera iperbarica. Foto: Tim Sheerman-Chase – Wikimedia Commons, CC BY 4.0

L’utilizzo dei maiali come modello sperimentale consente ai ricercatori di studiare in condizioni controllate fenomeni fisiologici rilevanti anche per l’organismo umano.

Ecco spiegato anche uno dei dettagli più singolari del titolo: durante l’esperimento gli animali indossavano speciali mute riscaldate, utilizzate per controllarne la temperatura corporea. I pannolini servivano invece alla ‘gestione’ degli animali durante la permanenza nella camera iperbarica.

La parte davvero interessante dell’esperimento riguardava ciò che respiravano.

Dall’elio al tetrafluorometano

Una parte degli animali ha continuato a respirare heliox. Per un altro gruppo, invece, negli ultimi dieci minuti dell’esposizione iperbarica l’elio è stato sostituito dal tetrafluorometano, insieme all’ossigeno.

Il tetrafluorometano, chiamato anche tetrafluoruro di carbonio, è un gas inerte caratterizzato da proprietà e solubilità nei tessuti differenti rispetto all’elio.

E’ proprio questa differenza ad essere al centro dell’esperimento.

Durante un’immersione, aumentando la pressione, i gas inerti respirati si dissolvono progressivamente nei tessuti. Durante la risalita devono essere eliminati in maniera sufficientemente graduale: se la decompressione avviene troppo rapidamente, possono formarsi bolle nell’organismo, provocando la malattia da decompressione, conosciuta in inglese come decompression sickness o, più colloquialmente, the bends.

Nel nuovo esperimento i ricercatori hanno provato a intervenire prima della decompressione, modificando il gas inerte respirato.

La controdiffusione isobarica

Il principio sfruttato è quello della controdiffusione isobarica.

In termini molto semplificati, gas inerti differenti possono muoversi contemporaneamente in direzioni opposte tra sangue e tessuti anche senza una variazione della pressione ambiente.

Passando dall’elio al tetrafluorometano, l’elio già presente nei tessuti può uscire mentre il nuovo gas entra.

Secondo quanto descritto da Live Science, nelle condizioni dell’esperimento l’elio veniva eliminato dai tessuti più rapidamente di quanto il tetrafluorometano vi si accumulasse.

Il risultato sarebbe quindi una diminuzione complessiva del carico di gas inerte presente nell’organismo prima della decompressione.

È questa l’idea particolarmente interessante della ricerca: non limitarsi a controllare ciò che accade durante la risalita, ma cercare di modificare preventivamente la quantità e il comportamento dei gas presenti nei tessuti.

Risultati molto diversi nei due gruppi

I risultati, secondo quanto riportato da Live Science, mostrano una marcata differenza tra i due gruppi.

Negli animali che avevano continuato a respirare heliox si manifestarono numerosi casi gravi di malattia da decompressione, con bolle gassose e problemi neurologici e motori.

Oltre l’80 per cento degli animali di questo gruppo morì entro tre ore dalla decompressione, riferisce Live Science.

Nel gruppo nel quale l’elio era stato sostituito con tetrafluorometano prima della decompressione, invece, non si verificarono decessi.

La differenza suggerisce che la sostituzione del gas inerte abbia ridotto le conseguenze della decompressione nelle condizioni sperimentali adottate.

È un risultato che merita attenzione, ma deve essere interpretato con molta cautela.

Non significa che avremo presto il tetrafluorometano nelle bombole

La ricerca è sperimentale ed è stata effettuata su animali in condizioni controllate all’interno di una camera iperbarica.

Non dimostra quindi che il tetrafluorometano possa essere utilizzato oggi come miscela respiratoria dai subacquei e, soprattutto, non costituisce un’indicazione a modificare le procedure decompressive o le miscele attualmente utilizzate nelle immersioni.

Tra un risultato ottenuto su un modello animale e una possibile applicazione nell’uomo esiste una distanza considerevole. Saranno necessari ulteriori studi per valutarne sicurezza, efficacia e modalità di eventuale impiego.

Il tetrafluorometano presenta inoltre un problema ambientale da non trascurare: appartiene ai perfluorocarburi ed è un gas a effetto serra estremamente persistente nell’atmosfera. Anche questo aspetto dovrebbe quindi essere preso in considerazione nell’ipotesi di un suo futuro utilizzo.

Interessa anche agli speleosub?

Perchè no? È qui che una notizia apparentemente lontana dalle grotte arriva fino a Scintilena.

La decompressione è uno degli aspetti fondamentali anche nell’immersione speleosubacquea, soprattutto nelle esplorazioni profonde e di lunga durata.

Nelle immersioni tecniche possono essere utilizzate miscele contenenti elio e i profili decompressivi possono diventare estremamente complessi, con tempi di risalita e soste decompressive che rappresentano una parte sostanziale dell’intera immersione.

In ambiente ipogeo esiste inoltre una complicazione evidente: lo speleosub non può necessariamente raggiungere la superficie semplicemente risalendo verticalmente. La morfologia della cavità, la presenza di sifoni, tratti ascendenti e discendenti e la distanza dall’ingresso condizionano la pianificazione dell’immersione.

Per questo le ricerche che aiutano a comprendere meglio come i gas inerti entrano ed escono dai tessuti e come possa essere ridotto il rischio di malattia da decompressione possono avere un interesse anche per la speleologia subacquea.

Non perché il metodo sperimentato sia già disponibile — non lo è — ma perché esplora un principio diverso: intervenire sulla composizione dei gas respirati per ridurre il carico di gas inerte prima della decompressione.

Una ricerca da seguire

Dal curioso titolo sui maiali con muta e pannolino emerge quindi una ricerca tutt’altro che folkloristica.

L’esperimento descritto da Live Science suggerisce che intervenire sulla composizione del gas respirato prima della decompressione, sfruttando le differenti proprietà dei gas inerti, possa rappresentare una strada di ricerca per ridurre il rischio di malattia da decompressione.

La distanza tra un esperimento su animali in camera iperbarica e un futuro utilizzo da parte dei subacquei è ancora grande.

Ma per chi esplora sott’acqua — e in particolare per chi lo fa dentro una grotta — capire sempre meglio ciò che accade ai gas nel corpo durante un’immersione profonda non è certo una semplice curiosità.

Ed è per questo che, dopo esserci fermati per quel titolo così insolito, abbiamo continuato a leggere.

Fonte

Live Science – “Pigs wearing heated diving suits and diapers reveal a better way to beat ‘the bends’”

https://www.livescience.com/health/pigs-wearing-heated-diving-suits-and-diapers-reveal-a-better-way-to-beat-the-bends

Nota: stiamo cercando di reperire il testo scientifico originale della ricerca citata da Live Science, per verificare e approfondire direttamente metodologia, risultati e conclusioni degli autori. Il riferimento allo studio originale sarà aggiunto all’articolo non appena disponibile.

Foto di copertina: speleosub durante un’immersione in grotta. Foto: Bailessa – Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

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  • Croazia, Bakovac chiude la spedizione di Gigi Casati con una scoperta inattesa: una grande sala oltre il secondo sifone
    Condividi L’ultima immersione raggiunge i -105 metri e porta lo sviluppo della sorgente a circa 1.100 metri. Tra gli enormi massi della frana gli esploratori individuano un vasto ambiente che apre nuovi obiettivi per il prossimo anno. Dopo la scoperta della nuova galleria oltre il secondo sifone, la spedizione di Luigi “Gigi” Casati alla sorgente di Bakovac si conclude con un’altra sorpresa. Negli ultimi giorni di permanenza in Croazia gli esploratori hanno infatti individuato una grande sala
     

Croazia, Bakovac chiude la spedizione di Gigi Casati con una scoperta inattesa: una grande sala oltre il secondo sifone

August 4th 2026 at 05:30

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L’ultima immersione raggiunge i -105 metri e porta lo sviluppo della sorgente a circa 1.100 metri. Tra gli enormi massi della frana gli esploratori individuano un vasto ambiente che apre nuovi obiettivi per il prossimo anno.

Dopo la scoperta della nuova galleria oltre il secondo sifone, la spedizione di Luigi “Gigi” Casati alla sorgente di Bakovac si conclude con un’altra sorpresa. Negli ultimi giorni di permanenza in Croazia gli esploratori hanno infatti individuato una grande sala nascosta tra i giganteschi blocchi della frana che interrompe il percorso oltre il sifone, aprendo prospettive del tutto nuove per le future esplorazioni.

L’intera campagna estiva è stata dedicata esclusivamente a Bakovac. Una scelta quasi obbligata: il trasporto delle attrezzature tra il primo e il secondo sifone richiede ore di lavoro e uno sforzo fisico considerevole, rendendo ogni immersione il risultato di una lunga e complessa organizzazione.

La prima settimana è stata dedicata soprattutto al lavoro oltre il secondo sifone da parte di Casati e Andrea Scipioni. Nella seconda si è aggiunto Riccardo Denaro, ma la spedizione è stata rallentata dai problemi alla schiena che hanno costretto Casati a fermarsi per alcuni giorni. Nonostante tutto, la terza settimana ha permesso di completare gli obiettivi principali.

L’ultima punta esplorativa è stata effettuata mercoledì. Pur ancora dolorante, Casati ha raggiunto nuovamente il fondo del secondo sifone, arrivando a -105 metri di profondità e percorrendo 380 metri di sviluppo, dei quali circa 230 oltre la quota di -85 metri. Per tutta la durata dell’immersione Andrea Scipioni ha atteso tra il primo e il secondo sifone per oltre un’ora e mezza, pronto a recuperare i materiali al ritorno del compagno. Terminata l’esplorazione, i due hanno affrontato un lungo lavoro di trasporto delle attrezzature oltre la strettoia e sotto la gigantesca frana, mentre Scipioni ha effettuato quattro traversate tra i due sifoni per trasferire il materiale. Solo dopo circa sei ore di lavoro la squadra è riuscita a uscire dalla cavità.

Il giorno successivo è stato dedicato allo smontaggio delle corde e al recupero delle ultime attrezzature. Prima di lasciare definitivamente il settore post-sifone, però, è arrivata la scoperta più inattesa della fase conclusiva della spedizione.

Esplorando una difficile arrampicata tra gli enormi blocchi della frana, Casati e Scipioni hanno individuato una grande sala, stimata in circa 30 metri di lunghezza, 20 di larghezza e quasi 50 metri di altezza rispetto al livello dell’acqua. Un ambiente che lascia intuire la presenza di ulteriori prosecuzioni asciutte e che cambia gli obiettivi della prossima spedizione: non solo la continuazione del sifone, ma anche una complessa serie di arrampicate in un settore completamente nuovo della cavità.

Il bilancio finale conferma l’importanza delle esplorazioni di quest’estate. Il primo sifone raggiunge ora uno sviluppo di circa 550 metri, con profondità massima di 60 metri; il secondo misura 380 metri, fino a -105 metri di profondità. Lo sviluppo conosciuto della sorgente di Bakovac sale così a circa 1.100 metri, aggiungendo un nuovo sifone oltre i cento metri di profondità al patrimonio delle sorgenti esplorate in Croazia.

La spedizione si è conclusa con un ultimo aiuto inatteso: il passaggio di Alan Kovacevic e dei suoi figli ha evitato agli esploratori il pesante trasporto finale delle attrezzature fino ai veicoli.

Casati, che come sempre ha un pensiero per tutti, ha infine voluto ringraziare Aleksandra Brmbota per l’ospitalità e il supporto ricevuti durante tutta la permanenza.

Bakovac non ha ancora rivelato tutti i suoi segreti. Se quest’estate la nuova galleria ha confermato il potenziale della sorgente, la sala scoperta tra i blocchi della frana suggerisce che il prossimo capitolo dell’esplorazione potrebbe svilupparsi non solo sott’acqua, ma anche nelle grandi gallerie asciutte ancora da raggiungere.

Video su Istagram: https://www.instagram.com/reel/DbneQ6uMsxN/?igsh=aDYzbzFyamdhZnBi

foto, immagini e video da profilo social di Gigi Casati.

Il pregresso: Scintilena https://www.scintilena.com/croazia-la-sorgente-di-bakovac-continua-a-sorprendere-casati-apre-una-nuova-galleria-oltre-il-secondo-sifon/07/29/

L'articolo Croazia, Bakovac chiude la spedizione di Gigi Casati con una scoperta inattesa: una grande sala oltre il secondo sifone proviene da Scintilena.

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