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Zobrazenie na čítanie

Sotto il mare della Florida alla ricerca dei paesaggi perduti dell’Era glaciale

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Un articolo pubblicato il 23 ottobre 2026 da National Geographic racconta le ricerche archeologiche lungo le antiche coste oggi sommerse tra Texas e Florida. Sonar, carotaggi e immersioni cercano le tracce delle popolazioni che vivevano in questi territori migliaia di anni fa

Un articolo di Nicolás Rivero, pubblicato da National Geographic il 23 ottobre 2026 con il titolo “Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies”, racconta una delle frontiere dell’archeologia subacquea americana: la ricerca delle tracce lasciate dalle popolazioni preistoriche nei territori oggi sommersi tra Texas e Florida.

Durante e dopo l’ultima glaciazione, quando il livello del mare era molto più basso, la costa occidentale della Florida si estendeva fino a circa 100 miglia, oltre 160 chilometri, più al largo. Dove oggi c’è il mare esistevano pianure attraversate da fiumi e sorgenti, frequentate dagli esseri umani.

Con lo scioglimento dei ghiacci quei territori sono stati progressivamente sommersi. Oggi gli archeologi cercano sul fondo del mare ciò che resta di quei paesaggi e delle persone che li abitavano.

Un utensile di pietra sotto il fondale

Nel dicembre 2024, a circa cinque miglia dalla costa della Florida, l’archeologo Morgan Smith, professore associato di antropologia alla University of Tennessee at Chattanooga, ha partecipato a una ricerca subacquea sulle tracce dell’antica presenza umana.

Sotto circa 75 centimetri di sabbia e frammenti di conchiglie ha raggiunto uno strato di sedimento argilloso grigio-blu formatosi quando la zona era ancora terraferma.

Qui ha trovato uno strumento di pietra per raschiare risalente a circa 7.000 anni fa. Più in profondità, insieme a uno studente, ha recuperato anche un frammento di legno di circa 8.500 anni.

Il ritrovamento dimostra che sotto i sedimenti marini possono essersi conservati antichi suoli terrestri insieme alle testimonianze delle attività umane.

89 milioni di acri da esplorare

Il progetto di ricerca descritto da National Geographic interessa circa 89 milioni di acri di terre oggi sommerse, dal Texas alla Florida occidentale.

Quasi una dozzina di scienziati partecipano a un programma quinquennale che punta non soltanto a trovare manufatti, ma a ricostruire il paesaggio nel quale vivevano le popolazioni preistoriche.

I ricercatori analizzano scansioni sonar del fondale e profili del sottosuolo ottenuti mediante onde sonore. Le indagini hanno rivelato una rete di antichi canali fluviali sepolti sotto il mare, che in alcuni casi proseguono per chilometri oltre le attuali foci.

Sono luoghi molto interessanti per le ricerche archeologiche: lungo i corsi d’acqua si poteva pescare e cacciare e in alcune zone erano disponibili selce e altre rocce utilizzate per fabbricare utensili.

Sonar, carotaggi e immersioni

Individuate le aree più promettenti, le indagini possono proseguire con carotaggi del fondale. Lunghi tubi vengono spinti nei sedimenti per prelevare campioni degli strati sepolti e riconoscere superfici che un tempo erano esposte all’aria.

Gli archeologi cercano manufatti, schegge prodotte dalla lavorazione della pietra e altri indizi della presenza umana.

Alle prospezioni geofisiche si affiancano le immersioni, utilizzate in quest’area per la ricerca archeologica almeno dalla fine degli anni Ottanta.

Il fiume Aucilla e le tracce di 14.500 anni fa

Uno dei territori più importanti è il fiume Aucilla, a sud di Tallahassee.

Nel 2016, all’interno di una dolina sommersa a circa nove metri sotto la superficie del fiume, i ricercatori hanno trovato un utensile di pietra e ossa di mastodonte con tracce di macellazione umana datate a circa 14.500 anni fa.

Questi ritrovamenti hanno rafforzato le prove di una presenza umana in Nord America precedente alle cronologie tradizionalmente accettate in passato.

Nella stessa regione sono stati individuati altri siti sommersi, tra cui antichi accumuli di conchiglie e aree utilizzate per l’approvvigionamento e la lavorazione della pietra.

A 40 metri di profondità sull’antica riva di un fiume

National Geographic ricorda anche un’esplorazione effettuata nel 2009 dall’archeologo Andy Hemmings, dell’Aucilla Research Institute.

Seguendo verso il largo l’antico corso sommerso del fiume Suwannee, i ricercatori hanno raggiunto un punto situato a circa 125 miglia dalla costa settentrionale della Florida, soprannominato Thor’s Elbow, il “gomito di Thor”.

Hemmings è sceso fino a circa 40 metri di profondità, raggiungendo quella che migliaia di anni fa era la riva di un fiume.

Il tempo operativo a quella profondità era molto limitato. Hemmings ha lasciato alcune apparecchiature sul fondale con l’intenzione di tornare per effettuare carotaggi, ma una tempesta tropicale ha impedito la nuova spedizione e in seguito sono mancati i finanziamenti per proseguire. Il sito rimane ancora da studiare approfonditamente.

Le coste sommerse e l’arrivo dei primi americani

Queste ricerche possono contribuire a rispondere a una delle grandi domande dell’archeologia americana: quando e attraverso quali percorsi gli esseri umani sono arrivati nelle Americhe?

Gli studiosi discutono da tempo sul ruolo del ponte terrestre di Bering e sulla possibilità che alcune delle prime migrazioni siano avvenute seguendo le coste.

Gran parte delle linee costiere dell’ultima glaciazione si trova però oggi sott’acqua. Individuare siti lungo quelle antiche rive potrebbe quindi fornire nuove informazioni sui movimenti delle prime popolazioni americane.

Un mondo conservato sotto il mare

Le indagini permettono anche di studiare la risposta delle comunità preistoriche a profonde trasformazioni ambientali.

Circa 14.000 anni fa, durante alcune delle fasi più rapide dello scioglimento dei ghiacci, secondo National Geographic il mare poteva innalzarsi di circa 30 centimetri ogni dieci anni.

Fiumi e sorgenti hanno cambiato configurazione, le falde si sono sollevate e vaste porzioni delle pianure costiere sono state sommerse, costringendo le comunità a spostarsi verso l’interno.

Una parte di quel paesaggio è ancora conservata sotto il mare. Ricostruire gli antichi fiumi, individuare i suoli sepolti ed esplorarli significa recuperare testimonianze della preistoria rimaste per millenni sul fondo del Golfo del Messico.

Un archeologo subacqueo durante la documentazione di un sito sommerso nelle Florida Keys. Foto: NOAA / Wikimedia Commons.

Fonte

National Geographic – Nicolás Rivero, “Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies”, 23 ottobre 2026 Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies | National Geographic
https://www.nationalgeographic.com/environment/article/mapping-texas-florida-coasts-ancient-american-archaeology

Foto di copertina: Il fiume Aucilla, in Florida, uno dei territori chiave per le ricerche archeologiche sulle prime popolazioni americane e sugli antichi paesaggi oggi in parte sommersi. Foto: Michael Rivera / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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Le stalagmiti del Perù raccontano 450.000 anni di monsoni

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Trenta stalagmiti provenienti da tre grotte delle Ande hanno permesso di ricostruire le variazioni delle piogge in Sud America

Uno studio universitario ha dimostrato che la consueta “altalena” tra i monsoni asiatici e sudamericani ha avuto importanti eccezioni

Le stalagmiti conservano nella loro crescita una memoria dei climi del passato. Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da studiosi dello Union College di New York, con la partecipazione di ricercatori della University of Minnesota, University of Massachusetts Amherst, University at Albany e di collaboratori locali delle grotte peruviane, ha ricostruito circa 450.000 anni di variazioni del monsone estivo sudamericano.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, si basa sulle variazioni degli isotopi dell’ossigeno registrate in 30 stalagmiti, datate con metodi radiometrici. I campioni provengono dalle grotte di Antipayarguna, Huagapo e Pacupahuain, nelle Ande peruviane.

L’altalena dei monsoni non funziona sempre

Normalmente i grandi sistemi monsonici dell’Asia e del Sud America mostrano un comportamento opposto: quando uno si rafforza, l’altro tende a indebolirsi. Una sorta di “altalena” tra i due emisferi, legata anche alle variazioni dell’orbita terrestre e della quantità di radiazione solare ricevuta.

Il lungo archivio conservato nelle stalagmiti peruviane conferma questo comportamento generale, e rivela anche qualcosa di inatteso.

I ricercatori hanno individuato dieci periodi durante i quali i monsoni asiatico e sudamericano si sono mossi nella stessa direzione, rafforzandosi o indebolendosi contemporaneamente. Alcuni di questi episodi sono durati migliaia di anni.

Diversi periodi di indebolimento simultaneo coincidono con le transizioni alla fine delle ere glaciali, caratterizzate da importanti aumenti della temperatura globale e della concentrazione atmosferica di anidride carbonica.

Temperature oceaniche, gas serra e differenze termiche tra gli emisferi potrebbero avere modificato temporaneamente il normale meccanismo che regola i monsoni.

Le grotte rivelano sempre qualcosa di interessante: anche come archivi del clima.

Un esempio vicino a noi arriva dalla Grotta della Bàsura di Toirano, in Liguria, dove un altro studio, pubblicato nel 2026 su Nature Communications e già raccontato da Scintilena, ha utilizzato gli speleotemi per ricostruire le condizioni climatiche durante la Terminazione IV, circa 340.000 anni fa, associata a uno dei più rapidi innalzamenti del livello marino documentati nell’ultimo mezzo milione di anni.

La Grotta della Bàsura di Toirano, in Liguria. Le sue stalagmiti sono state utilizzate in un recente studio paleoclimatico per ricostruire i cambiamenti avvenuti durante la Terminazione IV, circa 340.000 anni fa. Foto: Davide Papalini / Wikimedia Commons – CC BY 2.5

Dalle Ande alla Liguria, le concrezioni delle grotte conservano registrazioni climatiche che possono attraversare centinaia di migliaia di anni, offrendo informazioni preziose sui grandi cambiamenti del sistema terrestre.

Foto di copertina: la Gruta de Huagapo, nella regione di Junín, in Perù, una delle tre grotte dalle quali provengono le stalagmiti utilizzate per ricostruire circa 450.000 anni di variazioni dei monsoni. Foto: Ottocarotto / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

Fonti

Nature – Interhemispheric monsoon dynamics over the past 450,000 years – 2026Studio scientifico originale

https://www.nature.com/articles/s41586-026-11166-3

Phys.org – Ancient stalagmites reveal exceptions to Asia–South America monsoon seesaw over the past 450,000 years – 24 ottobre 2026

https://doi.org/10.1038/s41586-026-11166-3

https://phys.org/news/2026-10-ancient-stalagmites-reveal-exceptions-asiasouth.html

Nature Communications – Protracted ocean circulation slowdown drove exceptional ice-sheet melting during ice age termination IV – 16 giugno 2026

https://www.nature.com/articles/s41467-026-73733-6

Scintilena – Grotta della Bàsura: le stalagmiti raccontano uno dei più rapidi innalzamenti del mare degli ultimi 340 mila anni – 2 luglio 2026 – https://www.scintilena.com/grotta-della-basura-le-stalagmiti-raccontano-uno-dei-piu-rapidi-innalzamenti-del-mare-degli-ultimi-340-mila-anni/07/02/

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Boris Hora, una vita tra grotte, montagne e viaggi: uno speleologo ucraino di 57 anni muore in guerra

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Speleologo, guida e viaggiatore, aveva scelto di vivere vicino alla grotta Mlynky, dove aveva creato una base speleologica

Boris Hora aveva fatto delle grotte una parte della propria vita. Speleologo, viaggiatore, guida e formatore di giovani, era una figura conosciuta nella regione di Ternopil, nell’Ucraina occidentale.

La notizia della sua morte è stata comunicata dalla figlia Alina. Hora è morto il 19 ottobre 2026, a 57 anni, mentre prestava servizio nelle forze armate ucraine. La famiglia ha precisato di essere ancora in attesa dell’esito dell’esame del DNA.

Nato il 10 marzo 1969 a Ternopil, si è avvicinato giovanissimo alla speleologia. Nel 1998, nell’ambito dell’organizzazione scout ucraina Plast, ha fondato il club turistico Kristal, dedicandosi anche alla formazione dei giovani.

Ha viaggiato dal Caucaso ai Tatra, dagli Urali all’Altaj, ma un luogo ha segnato particolarmente la sua vita: la grotta Mlynky, grande sistema sotterraneo nei gessi della regione di Ternopil. Proprio qui ha conosciuto Svitlana, diventata poi sua moglie, e nel 1991 i due hanno celebrato il loro matrimonio in grotta.

Hora ha scelto successivamente di trasferirsi a Zalissia, a poca distanza da Mlynky, dove ha creato una base speleologica e ha lavorato come guida, accompagnando molte persone alla scoperta del mondo sotterraneo. Si è dedicato anche alle escursioni sul Dniester, al volontariato e alla tutela dell’ambiente.

Dopo l’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina è entrato nelle forze armate ucraine.

La sua morte tocca anche la comunità speleologica: quella comunità internazionale che nelle grotte, sulle montagne e durante le esplorazioni impara ad affidarsi agli altri, al di là della lingua e della provenienza.

Scintilena ripudia la guerra, ogni guerra, perché porta via vite, affetti, conoscenze e una parte di quel mondo che costruiamo insieme.

Davanti alla morte di un uomo resta una domanda semplice e terribile: chi siamo noi per togliere la vita a un altro essere umano?

Ogni persona che muore porta via con sé una parte irripetibile del mondo, anche del nostro.

A Boris Hora, alla sua famiglia e a quanti hanno condiviso con lui grotte, sentieri e viaggi va il nostro pensiero.

Fonti

https://suspilne.media/ternopil/1435599-zaginuv-speleolog-mandrivnik-gid-boris-gora-z-ternopilsini

https://zaxid.net/na_viyni_zaginuv_ternopilskiy_viyskoviy_i_speleolog_boris_gora_n1648623

https://ternopoliany.te.ua/zhittya/121224-ridni-chekaiut-na-rezultaty-dnk-povidomyly-pro-zahybel-mandrivnyka-z-ternopilshchyny-borysa-hory

https://gazeta.ua/articles/opinions-journal/_sob-realizuvati-sebe-treba-zhiti-dlya-kogos-boris-gora-47-rokiv-speleolog-mandrivnik/728622

Foto di copertina: la grotta Mlynky, nella regione di Ternopil, in Ucraina, alla quale Boris Hora ha legato gran parte della sua vita di speleologo e guida. Foto: Volodymyr Bondar / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0.

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Nelle grotte del Brasile le rane non sono lì per caso

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Uno studio pubblicato su Neotropical Biology and Conservation e ripreso da Bioengineer.org suggerisce che alcune rane brasiliane utilizzino stabilmente le grotte come habitat

Per molto tempo le rane osservate nelle grotte brasiliane sono state considerate semplici presenze accidentali: animali entrati sottoterra occasionalmente, destinati prima o poi a uscire oppure a morire.

Un lavoro pubblicato su Neotropical Biology and Conservation propone però di rivedere questa interpretazione.

Secondo gli autori, diverse specie di anuri utilizzano infatti le grotte in modo regolare. L’ambiente sotterraneo offre condizioni particolarmente favorevoli agli anfibi: umidità elevata e stabile, temperature poco variabili, disponibilità d’acqua, invertebrati di cui nutrirsi e riparo dai predatori.

Le osservazioni provengono da grotte distribuite in diverse regioni del Brasile e scavate in rocce molto differenti, dal calcare alla quarzite fino alle formazioni ferrifere.

Per questo i ricercatori propongono che almeno alcune di queste rane vengano considerate trogloxene: animali che utilizzano abitualmente l’ambiente sotterraneo per rifugiarsi, alimentarsi o riprodursi, pur non essendo necessariamente legati alle grotte per l’intero ciclo vitale.

La distinzione non è soltanto terminologica. Considerare gli anuri fauna accidentale significa attribuire loro poco peso negli studi e nelle valutazioni ambientali delle grotte brasiliane. Riconoscere invece che le cavità possono costituire un vero habitat apre nuove domande sulla loro ecologia e sulla necessità di includerli nei programmi di monitoraggio e conservazione.

Restano molte cose da capire: se alcune specie possano riprodursi stabilmente sottoterra, quanto a lungo vi rimangano e quale parte del loro ciclo vitale dipenda realmente dalle grotte.

Ma il punto di partenza cambia: quelle rane potrebbero non essersi perse affatto. Potrebbero essere esattamente dove vogliono stare.

Fonte: Sperandei V.D.F., Alvarenga D.D.A., Araújo M.S.D. & Pereira C.C. (2023). Are caves true habitats for anurans or more a favorable rocky environment? A discussion of habitat occupation by frogs in Neotropical caves. Neotropical Biology and Conservation, 18(3), 131–137. DOI: 10.3897/neotropical.18.e100778

Approfondimento: Bioengineer, “Frogs in Brazilian caves are residents, not lost visitors, study argues” https://bioengineer.org/frogs-in-brazilian-caves-are-residents-not-lost-visitors-study-argues/

Foto di copertina: Leptodactylus labyrinthicus, una delle specie di anuri segnalate nelle grotte brasiliane. Foto: Mario Barroso / Wikimedia Commons – CC BY 4.0

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Rodi, il progetto contro le alluvioni di Archangelos e il ruolo dell’Eforia di Speleologia

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In Grecia, a Rodi, dopo le gravi inondazioni di ottobre torna al centro dell’attenzione un progetto da 5,16 milioni di euro fermo per anni nell’iter autorizzativo. Tra gli enti coinvolti anche l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia del Ministero greco della Cultura, chiamata a verificare gli effetti dell’intervento sul patrimonio sotterraneo e archeologico

Le violente piogge che hanno colpito Rodi il 14 ottobre 2026, provocando allagamenti, danni e la morte di una persona nella zona di Archangelos e Stegna, hanno riaperto la discussione sulla mancata realizzazione di un importante intervento di protezione dalle alluvioni.

Il progetto per Archangelos, predisposto dalla Regione dell’Egeo Meridionale, è stato completato nel 2023 e dispone di un finanziamento di circa 5,16 milioni di euro, ma i lavori non sono ancora iniziati.

Le violente piogge che hanno colpito Rodi il 14 ottobre 2026, provocando allagamenti, danni e la morte di una persona nella zona di Archangelos e Stegna, hanno riaperto la discussione sulla mancata realizzazione di un importante intervento di protezione dalle alluvioni.

Il progetto per Archangelos, predisposto dalla Regione dell’Egeo Meridionale, è stato completato nel 2023 e dispone di un finanziamento di circa 5,16 milioni di euro, ma i lavori non sono ancora iniziati.

Ne parla un articolo di Dimokratiki del 18 ottobre 2026, ma la vicenda è stata ripresa anche in altre date e da altre fonti, tra cui Kathimerini, altro quotidiano ellenico.

Entra in gioco anche il modo speleologico: la notizia vede il coinvolgimento nell’iter dell’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia, servizio specializzato del Ministero greco della Cultura competente per la ricerca, la protezione e la gestione delle grotte e dei depositi paleontologici e archeologici.

Eforia viene dal greco Ephoreia: nell’amministrazione greca, indica un ufficio o servizio pubblico preposto alla tutela e alla gestione di un determinato patrimonio. Nel nostro caso, l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia è il servizio del Ministero greco della Cultura specializzato nella tutela del patrimonio paleontologico, paleoantropologico e delle grotte.

Una prima valutazione positiva, poi la richiesta di un sopralluogo

Secondo quanto ricostruito dalla stampa di Rodi sulla base delle dichiarazioni della Regione dell’Egeo Meridionale, l’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia aveva inizialmente espresso un parere positivo sul progetto.

Successivamente il parere sarebbe stato ritirato, perché ritenuto necessario un sopralluogo nell’area interessata dai lavori.

È proprio questa fase ad avere prodotto uno dei rallentamenti contestati oggi dalla Regione. Secondo l’amministrazione regionale, per ottenere il sopralluogo sarebbe stato necessario chiedere l’intervento dell’Amministrazione Decentrata dell’Egeo, che avrebbe sollecitato per due volte l’Eforia. L’attesa avrebbe comportato un ritardo di circa sei mesi.

Si tratta, è bene precisarlo, della ricostruzione fornita dalla Regione dell’Egeo Meridionale nel dibattito seguito alle recenti alluvioni.

Anche l’archeologia interviene sul progetto

L’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia non è stato l’unico organismo del Ministero della Cultura coinvolto.

Un altro passaggio ha riguardato l’Eforia delle Antichità del Dodecaneso, che aveva espresso un parere negativo sostenendo che alcune opere previste avrebbero avuto un impatto visivo sul paesaggio.

La Regione ha quindi sottoposto la questione al Consiglio Archeologico Centrale greco, che ha successivamente dato il proprio assenso al progetto, superando il precedente parere negativo.

Nel complesso, secondo la Regione, il procedimento per ottenere l’autorizzazione ambientale si è protratto per circa tre anni.

Un progetto ancora da realizzare

La vicenda è tornata di attualità dopo le precipitazioni eccezionali che hanno interessato Rodi lo scorso ottobre.

Archangelos presenta una situazione idrografica particolarmente delicata: due corsi d’acqua convergono all’interno dell’area urbanizzata, aumentando rapidamente la quantità d’acqua che attraversa l’abitato durante gli eventi meteorologici più intensi.

Secondo i dati riportati dalla stampa greca, nell’arco di due giorni la stazione meteorologica di Rodi ha registrato precipitazioni pari a quasi sei volte la media dell’intero mese di ottobre.

Il progetto di protezione idraulica è stato inserito nel programma di finanziamento regionale nel gennaio 2025, ma deve ancora arrivare alla fase di gara. Anche dopo il completamento delle autorizzazioni saranno necessari ulteriori adeguamenti tecnici prima dell’avvio dei lavori.

Speleologia e tutela del territorio

La vicenda mostra anche un aspetto meno conosciuto del lavoro degli organismi che si occupano di grotte.

L’Eforia di Paleoantropologia e Speleologia è una struttura del Ministero greco della Cultura, con competenze sulla tutela delle cavità naturali e dei depositi archeologici e paleontologici presenti al loro interno ed è composta da specialisti in archeologia, geologia, biologia e paleontologia.

La sua partecipazione alle procedure relative a grandi opere serve quindi a verificare l’eventuale presenza di elementi del patrimonio sotterraneo che potrebbero essere interessati dagli interventi.

Nel caso di Archangelos, resta aperto il confronto sui tempi delle procedure e sulle responsabilità dei diversi enti coinvolti. Dopo l’alluvione di ottobre 2026, una questione amministrativa rimasta per anni lontana dall’attenzione pubblica è diventata parte del dibattito sulla sicurezza idraulica dell’isola.

Fonti

Dimokratiki, 18 ottobre 2026
https://www.dimokratiki.gr/en/18-10-2026/spileologi-ke-archeologi-kratisan-3-chronia-sta-syrtaria-to-antiplimmyriko-ergo-tou-archangelou/

Dimokratiki, 17 ottobre 2026
https://www.dimokratiki.gr/en/17-10-2026/i-periferia-apanta-gia-ton-archangelo-me-meleti-tou-2023-pou-perimeni-3-chronia-tin-perivallontiki-adiodotisi/

Dimokratiki, 16 ottobre 2026
https://www.dimokratiki.gr/16-10-2026/antiplimmyriki-prostasia-archangelou-i-periferia-notiou-egeou-apanta-stin-stochopiisi-me-stichia/

Eforia di Paleoantropologia e Speleologia – Ministero della Cultura della Grecia
https://www.cavearchaeology.gr/en/i-eforia-paleoanthropologias-spileologias/

Kathimerini, 16 ottobre 2026
https://www.ekathimerini.com/news/environment/1318341/rhodes-floods-expose-years-of-permit-delays/

Foto di copertina: Archangelos, nell’isola di Rodi, l’area interessata dal progetto di protezione dalle alluvioni al centro del complesso iter autorizzativo. Foto: Bukvoed / Wikimedia Commons – CC BY 3.0

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Dall’Abruzzo al Texas: speleologi americani alla scoperta delle grotte abruzzesi

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Dal 23 al 26 ottobre lo Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” ospiterà nove speleologi del Greater Houston Grotto. In programma attività nella Riserva naturale di Pietrasecca e nella Grotta della Lupa, nel Parco Nazionale della Maiella

Nove speleologi provenienti dal Texas saranno in Abruzzo dal 23 al 26 ottobre 2026, ospiti dello Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” per quattro giornate dedicate alla conoscenza e all’esplorazione di alcune delle più interessanti cavità della regione.

La delegazione appartiene al Greater Houston Grotto, gruppo speleologico di Houston affiliato alla National Speleological Society statunitense. L’incontro offrirà agli speleologi abruzzesi e americani la possibilità di confrontare sul campo esperienze e modalità di esplorazione.

Prima tappa nelle grotte di Pietrasecca

Il programma inizierà nella Riserva naturale delle Grotte di Pietrasecca, nel territorio di Carsoli, dove gli speleologi texani, accompagnati dai soci dello Speleo Club Chieti, visiteranno la Grotta dell’Ovito e la Grotta dei Cervi.

Per questa parte dell’iniziativa lo Speleo Club Chieti ha ringraziato il Comune di Carsoli per le autorizzazioni e il sindaco di Sante Marie, Lorenzo Berardinetti, per la disponibilità di una struttura destinata all’accoglienza del gruppo.

Nella Maiella alla Grotta della Lupa

La seconda parte dell’incontro porterà gli speleologi nel Parco Nazionale della Maiella, a Roccamorice, per un’attività nella Grotta della Lupa.

La cavità è particolarmente legata alla storia recente dello Speleo Club Chieti. Scoperta nel 2015 nell’ambito delle ricerche condotte dal GRAIM nelle antiche miniere della Maiella, fu esplorata in profondità proprio dagli speleologi teatini, anche con la collaborazione di altri gruppi. Scintilena ne raccontò la scoperta già nel luglio 2015.

La Grotta della Lupa presenta ambienti meandriformi, canyon e importanti concrezionamenti ed è stata interessata negli anni da ricerche di carattere geologico, paleontologico e ambientale.

Uno scambio tra esperienze speleologiche

Lo Speleo Club Chieti, attivo dal 1963, porta nell’incontro anche la propria esperienza internazionale: nel 2025 alcuni suoi componenti hanno partecipato a una spedizione speleologica in Perù.

La visita degli speleologi del Greater Houston Grotto permetterà ora un confronto direttamente nelle grotte abruzzesi, mettendo in relazione due realtà speleologiche geograficamente molto lontane attraverso l’attività sul campo.

Fonti

Il Giornale di Chieti – Speleologia, gemellaggio tra Chieti e Texas: nove esploratori americani alla scoperta delle grotte abruzzesi, 21 ottobre 2026

Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara – GRAIM

https://sabapchpe.beniculturali.it/attivita/sub-attivita/convenzioni/graim

Scintilena – Scoperta nuova grotta in Majella; più di 1,5 km di gallerie. Grotta della Lupa, 6 luglio 2015

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Costa Rica, il mondo sconosciuto sotto la foresta

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Da una pubblicazione del 2023 un quadro interessante della biodiversità sotterranea

Costa Rica è famoso per la sua biodiversità. Anche sotto foreste e montagne esiste un mondo molto meno conosciuto: quello delle grotte.

Una recente revisione ha raccolto dati storici e osservazioni sul campo, arrivando a censire almeno 123 specie animali in 127 siti sotterranei.

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

Sembra già molto, ma in realtà il dato è soltanto una parte del quadro: nel paese sono note oltre 435 grotte e cavità artificiali, e solo circa il 30% è stato studiato dal punto di vista biologico.

I pipistrelli sono gli animali meglio documentati, con 36 specie registrate. Molto meno conosciuti sono invece gli invertebrati: insetti, aracnidi, crostacei, collemboli e altri piccoli organismi che spesso non sono stati identificati nemmeno fino alla specie.

Tra i casi più interessanti c’è Pseudothelphusa puntarenas, un granchio d’acqua dolce osservato soltanto sottoterra e considerato, al momento, l’unico vero abitante delle grotte formalmente descritto nel paese. In alcune cavità sono stati trovati anche pesci pallidi e con occhi ridotti, possibili segnali di adattamento alla vita nel buio.

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

Molte di queste grotte sono anche poco protette. Novantuno siti con presenza faunistica nota si trovano fuori dalle aree protette, esposti a disturbo, turismo, inquinamento e cambiamenti ambientali.

Per colmare le lacune, i ricercatori puntano su nuove tecniche come il DNA ambientale, che può rilevare la presenza di animali anche senza catturarli.

Il dato più interessante, alla fine, è proprio questo: in uno dei paesi più celebri al mondo per la conservazione della natura, gran parte della biodiversità sotterranea resta ancora da scoprire.

Fonte: Deleva, S., Ulloa, A., Oliveira, H. F. M., Simov, N., Didonna, F., & Chaverri, G. (2023). Cave-dwelling fauna of Costa Rica: current state of knowledge and future research perspectives. Subterranean Biology, 47, 29–62. https://doi.org/10.3897/subtbiol.47.113219

Foto di copertina: Amblypygio nella penisola di Osa, Costa Rica. Foto: Charles J. Sharp / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

Costa Rica – Tropical karst forest -foto Ferdinando Didonna

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Grind Explo 2026, immersione nel sifone a meno 815 nella grotta più profonda della Romania

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Conclusa la spedizione nell’Avenul de sub Vârful Grind: 27 giorni di attività e 37 speleologi impegnati. Radu Puscas ha stabilito il record nazionale rumeno per un’immersione speleologica effettuata alla maggiore profondità verticale rispetto all’ingresso di una grotta

Si è conclusa Grind Explo 2026, la spedizione speleologica nell’Avenul de sub Vârful Grind, nel massiccio di Piatra Craiului, la cavità più profonda conosciuta della Romania.

Scintilena aveva seguito il progetto fin dall’8 giugno 2026, quando aveva annunciato il campo internazionale e i suoi obiettivi esplorativi, per tornare poi sottoterra il 5 ottobre 2026, raccontando la rotazione dei bivacchi e il complesso lavoro di disostruzione e trasporto dei materiali nelle zone profonde.

Ora il bilancio pubblicato dal Clubul de Speologie Silex Brazov permette di ricostruire i risultati complessivi: 27 giorni di attività sul campo, 37 speleologi coinvolti e operazioni condotte fino al sifone terminale a meno 815 metri.

Ringraziamo Alex Pologea per averci segnalato la notizia e per averci permesso di seguire ancora una volta da vicino le esplorazioni del Grind.

Nel sifone a meno 815 metri

Uno dei momenti più importanti della spedizione è stato raggiunto il 23 settembre, quando lo speleosub Radu Puscas si è immerso nel sifone situato al fondo della cavità.

L’operazione ha stabilito un record nazionale rumeno: si tratta dell’immersione speleologica effettuata alla maggiore profondità verticale rispetto all’ingresso di una grotta.

Il dato non deve essere confuso con la profondità raggiunta sott’acqua. Il sifone si trova infatti a meno 815 m rispetto all’ingresso dell’Avenul de sub Vârful Grind, mentre l’acqua nel passaggio ha una profondità inferiore al metro.

Puscas è riuscito a penetrare parzialmente nella strettoia sommersa, ma la morfologia del passaggio non ha consentito di superarla completamente.

Nei giorni successivi gli speleologi hanno continuato quasi quotidianamente i lavori di disostruzione e allargamento, rimuovendo blocchi e roccia sopra il passaggio. Al termine della spedizione il sifone restava ancora impraticabile, ma il lavoro svolto ha preparato il terreno per nuovi tentativi.

Una complessa operazione sotterranea

Portare un subacqueo e tutta l’attrezzatura necessaria fino al sifone ha richiesto una logistica considerevole.

Centinaia di chilogrammi di materiali sono stati trasportati prima fino all’ingresso, situato a 1.922 metri di quota nel ripido terreno carsico sotto la cresta di Piatra Craiului, e successivamente calati nella cavità attraverso una successione di verticali.

Sono stati riattivati i bivacchi sotterranei a meno 540 e meno 775 m, fondamentali per consentire alle squadre di lavorare nei settori più profondi senza dover percorrere ogni volta l’intera cavità.

Circa un terzo dei 37 partecipanti alla spedizione ha raggiunto il terminus, vale a dire l’attuale punto estremo dell’esplorazione, a meno 815 m.

Nuove esplorazioni anche lontano dal fondo

Grind Explo 2026 non si è concentrata soltanto sul sifone terminale.

Nella zona del Pozzo Walter Gutt, a circa meno 450 metri, sono stati rilevati circa 25 metri di nuovi ambienti.

A circa – 400 metri una risalita ha inoltre permesso di raggiungere un grande pozzo, ancora da esplorare verso l’alto. Sono prosecuzioni che mostrano come il sistema conservi possibilità esplorative anche nei livelli superiori rispetto al suo punto più profondo.

Comunicazioni e monitoraggio fino a meno 815 m

Una parte importante della spedizione è stata dedicata anche alle infrastrutture necessarie per proseguire le ricerche.

La linea telefonica sotterranea è stata ripristinata ed estesa fino a meno 815 m, migliorando le comunicazioni tra le squadre impegnate in profondità e quelle in superficie.

Sono stati inoltre installati sensori per registrare la temperatura in diversi punti della cavità, aggiungendo alla componente esplorativa anche una raccolta sistematica di dati ambientali.

Un’esplorazione ancora aperta

Il bilancio di Grind Explo 2026 non chiude l’esplorazione dell’Avenul de sub Vârful Grind.

Il sifone terminale rimane da superare, le disostruzioni potranno proseguire e alcune delle nuove vie individuate attendono ancora di essere percorse.

La spedizione ha però consolidato conoscenze, infrastrutture e logistica necessarie per continuare a lavorare in una cavità nella quale raggiungere il fondo, a 815 m al di sotto dell’l’ingresso, rappresenta già una complessa operazione speleologica.

Per gli speleologi rumeni il Grind resta dunque un sistema ancora aperto, non soltanto verso il basso.

L’immagine di copertina è stata realizzata unendo il volantino ufficiale di Grind Explo 2026 e un’immagine tratta dal resoconto della spedizione pubblicato dal Clubul de Speologie Silex Brazov

I precedenti articoli su Scintilena

8 giugno 2026 – Romania, torna il campo di esplorazione Grind 2026 nella grotta più profonda del Paese https://www.scintilena.com/romania-torna-il-campo-di-esplorazione-grind-2026-nella-grotta-piu-profonda-del-paese/06/08/

5 ottobre 2026 – GrindExplo 2026: rotazione dei bivacchi e disostruzione nella grotta più profonda della Romania https://www.scintilena.com/grindexplo-2026-rotazione-dei-bivacchi-e-disostruzione-nella-grotta-piu-profonda-della-romania/10/05/

Fonti

Clubul de Speologie Silex Brazov – Grind Explo 2026 expedition: National Cave-Diving Record at – 815 Metres in Romania’s Deepest Cave, 18 ottobre 2026 https://speosilex.ro/grind-explo-2026-romanian-expedition/

Scintilena, 8 giugno 2026

Scintilena, 5 ottobre 2026

Altre informazioni: FSE Report — 2025 Expedition/Camps:

https://speosilex.ro/grind/doc/2025/fse_report/ESP_2025_04_Grind_Report.pdf

Grind Explo 2026 Expedition Journal (Romanian):

Grind Explo Facebook Page:

https://www.facebook.com/GrindExplo

About the Cave (Romanian):

https://speosilex.ro/avenul-de-sub-varful-grind/

L'articolo Grind Explo 2026, immersione nel sifone a meno 815 nella grotta più profonda della Romania proviene da Scintilena.

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Grotta di Prohodna, gli “Occhi di Dio” aperti nella volta del carso bulgaro

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Due grandi finestre naturali illuminano dall’alto una galleria lunga 262 metri nel complesso carsico di Karlukovo. La loro forma ha reso celebre la cavità, ma dietro l’immagine spettacolare c’è una lunga storia di erosione, crolli ed evoluzione del paesaggio sotterraneo

Sembrano due grandi occhi rivolti verso chi entra nella grotta. Sono le aperture naturali nella volta della Grotta di Prohodna, in Bulgaria, divenute famose con il nome di “Occhi di Dio”.

L’immagine è certamente spettacolare, ma osservata con lo sguardo dello speleologo racconta soprattutto un’altra storia: quella dell’evoluzione di una grande cavità carsica progressivamente avvicinatasi alla superficie, nella quale l’erosione e il cedimento della copertura hanno aperto vere e proprie finestre verso il cielo.

Prohodna si trova nei pressi del villaggio di Karlukovo, nel comune di Lukovit, nella Bulgaria centro-settentrionale. È inserita in uno dei paesaggi carsici più importanti del Paese e fa parte del complesso carsico di Karlukovo, area protetta come monumento naturale.

Una grotta che attraversa la montagna

Il nome Prohodna può essere tradotto come grotta di passaggio. La ragione diventa evidente osservandone la morfologia: la cavità è costituita da un’enorme galleria che attraversa il rilievo per circa 262 metri, mettendo in comunicazione due ingressi contrapposti.

Il cosiddetto ingresso piccolo raggiunge circa 35 metri di altezza, mentre quello grande arriva a circa 45 metri. Dimensioni che fanno apparire minuscole le persone che percorrono il fondo della cavità.

La galleria è ampiamente illuminata dalla luce naturale che penetra dagli ingressi e, nella parte centrale, dalle due grandi aperture presenti nella volta.

Sono proprio queste ultime a rendere Prohodna immediatamente riconoscibile.

Cosa sono realmente gli “Occhi di Dio”

In bulgaro le aperture vengono indicate anche come Oknata, cioè “le finestre”.

Viste dal fondo della grotta, la loro forma allungata e la disposizione quasi simmetrica producono una sorprendente somiglianza con due occhi. Il cielo diventa così parte della parete della cavità e l’aspetto cambia continuamente con la luce, le nuvole e le condizioni meteorologiche.

Non occorre però ricorrere a spiegazioni misteriose.

Le aperture sono il risultato dell’evoluzione naturale della volta della cavità, interessata dai processi erosivi e dall’allargamento delle discontinuità della roccia fino all’apertura verso la superficie.

Dal punto di vista geomorfologico sono quindi particolarmente interessanti perché permettono di osservare un momento dell’evoluzione di un sistema carsico nel quale il confine tra ambiente sotterraneo e superficie diventa sempre più sottile.

Il processo che crea una grotta non termina infatti quando una cavità si è formata. Acqua, fratturazione della roccia, gravità, erosione e crolli continuano lentamente a modificarne forma e dimensioni.

Gli “Occhi” sono una manifestazione molto evidente di questa trasformazione.

Un frammento sopravvissuto di un sistema più antico

Prohodna può essere letta anche come ciò che rimane di un’antica cavità progressivamente intercettata dall’abbassamento e dall’evoluzione della superficie esterna.

Gli enormi ingressi, la galleria aperta da un versante all’altro e le finestre nella volta mostrano un paesaggio carsico in una fase molto avanzata della propria evoluzione.

È una situazione particolarmente efficace anche dal punto di vista divulgativo: permette di comprendere che le grotte non sono strutture immutabili, ma elementi di un paesaggio che nasce, si sviluppa e può infine essere progressivamente smantellato dall’erosione.

Il carso di Karlukovo

La cavità non è isolata: il territorio circostante è caratterizzato da un esteso paesaggio carsico nel quale sono conosciute numerose grotte e forme superficiali. Il registro ufficiale bulgaro delle aree protette comprende Prohodna nel complesso carsico di Karlukovo, insieme alle grotte Temnata Dupka, Svirchovitsa, Bankovitsa e Haydushka.

La protezione dell’area risale al 1962.

A poca distanza da Prohodna si trova inoltre il Centro Speleologico Nazionale “Petar Tranteev”, storico punto di riferimento per la speleologia bulgara. Secondo il Comune di Lukovit, nell’area circostante sono presenti oltre 150 grotte e formazioni rocciose.

Un contesto che spiega perché Karlukovo sia strettamente legata alla storia e alle attività della speleologia del Paese.

Una grotta frequentata anche nella preistoria

La storia di Prohodna non riguarda soltanto la geologia.

Nella cavità sono state documentate tracce di frequentazione umana preistorica, attribuite al Neolitico e al Calcolitico, a testimonianza di un rapporto con questo grande ambiente naturale iniziato migliaia di anni fa.

Intorno agli “Occhi di Dio” sono nate nel tempo anche interpretazioni simboliche e racconti legati alla particolare forma delle aperture. È opportuno però distinguere questi aspetti dalla documentazione archeologica: la frequentazione preistorica della grotta è attestata, mentre diverse interpretazioni rituali associate alle aperture appartengono al campo delle ipotesi e delle tradizioni.

Due finestre per leggere l’evoluzione di una grotta

La popolarità degli “Occhi di Dio” ha trasformato Prohodna in una delle cavità più fotografate della Bulgaria: quelle due aperture attirano migliaia di visitatori. Tuttavia, possono diventare uno strumento per raccontare qualcosa di molto più ampio.

Guardandole dal basso si osserva, oltre al curioso gioco della natura, anche il punto in cui superficie e sottosuolo cominciano a incontrarsi, mentre una cavità formatasi nella roccia calcarea continua lentamente la propria evoluzione: il lato di maggiore interesse della Grotta di Prohodna, al di là dello spunto che ha dato il via all’articolo.

Didascalia foto

Gli “Occhi di Dio” visti dall’interno della Grotta di Prohodna, nel complesso carsico di Karlukovo, in Bulgaria. Le due grandi finestre naturali mettono in comunicazione la volta della cavità con la superficie. Foto Franz Maurano.

Fonti

https://eea.government.bg/zpo/en/area.jsp?NEM_Partition=1&areaID=27&categoryID=3

https://www.lukovit.bg/en/national-speleology-center-petar-tranteev

https://visitbulgaria.com/bg/%D0%BF%D0%B5%D1%89%D0%B5%D1%80%D0%B0-%D0%BF%D1%80%D0%BE%D1%85%D0%BE%D0%B4%D0%BD%D0%B0

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Le ferite della Grotta di Shanidar: Neanderthal in Iraq

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Una nuova analisi dei resti di un Neanderthal rinvenuto nella cavità del Kurdistan iracheno documenta un trauma penetrante alla scapola: si riapre anche il tema delle deposizioni intenzionali nella grotta


Una lesione nella scapola di un Neanderthal vissuto circa 75.000 anni fa potrebbe essere stata provocata da una lancia di legno.

È quanto emerge dallo studio di Shanidar A, uno degli individui rinvenuti nella Grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno.

La ricerca, coordinata da Emma Pomeroy dell’Università di Cambridge e pubblicata il 15 ottobre 2026 su Scientific Reports, ha analizzato una perforazione quasi circolare, larga circa 15 millimetri, presente sulla scapola sinistra.

Le caratteristiche della frattura indicano che il trauma avvenne quando l’osso era ancora fresco.

La traiettoria ricostruita suggerisce inoltre che l’oggetto fosse penetrato dalla parte anteriore del torace verso la schiena prima di raggiungere la scapola.

La perforazione individuata sulla scapola sinistra di Shanidar A. Le analisi macroscopiche, microscopiche e µCT indicano un trauma penetrante avvenuto intorno al momento della morte, compatibile con l’impatto di una lancia di legno. Immagine: A. Pantoja-Pérez e N. Sala, da Pomeroy et al., Scientific Reports (2026) – CC BY 4.0.

Una possibile arma di legno
La forma della lesione è stata confrontata con dati sperimentali relativi all’impiego di lance.

Secondo i ricercatori, risulta compatibile con la penetrazione di una punta lignea dalla sezione arrotondata.

Una ferita di questo tipo avrebbe potuto interessare il polmone e importanti vasi sanguigni ed essere quindi letale.
Lo studio non permette però di stabilire le circostanze dell’episodio.

Gli autori considerano possibile un atto di violenza interpersonale, ma non escludono un incidente durante una battuta di caccia.
La lesione è una possibile testimonianza indiretta dell’impiego di armi interamente in legno, materiali che solo eccezionalmente riescono a conservarsi per periodi così lunghi.

Una precedente ferita al volto
Le analisi di Shanidar A hanno evidenziato anche un trauma più antico.
Un incisivo inferiore è gravemente danneggiato e altri elementi dentari mostrano alterazioni riconducibili a un forte trauma al volto.

La presenza di tartaro sulla superficie danneggiata indica che l’individuo era sopravvissuto per un certo periodo dopo la ferita.

Secondo gli studiosi, questo dato potrebbe indicare assistenza da parte degli altri membri del gruppo, come già ipotizzato per altri Neanderthal rinvenuti nella stessa grotta.


Più individui nello stesso settore della grotta
Shanidar A proviene da un piccolo settore della cavità, posto dietro un grande masso, nel quale sono stati identificati i resti di almeno cinque Neanderthal: quattro adulti e un bambino.
Le analisi stratigrafiche indicano che gli individui non furono deposti contemporaneamente. Il luogo sarebbe stato utilizzato in momenti diversi, forse nell’arco di anni o decenni.
Questo elemento contribuisce al dibattito sulla possibilità che i Neanderthal deponessero intenzionalmente i propri morti in luoghi determinati, anche se l’interpretazione dei comportamenti funerari neanderthaliani continua a essere oggetto di discussione scientifica.


Le nuove ricerche a Shanidar
La Grotta di Shanidar, sui monti Zagros, è uno dei principali siti per lo studio dei Neanderthal del Vicino Oriente.
Gli scavi condotti da Ralph Solecki tra il 1951 e il 1960 portarono alla scoperta dei resti di numerosi individui, alcuni dei quali presentavano patologie e traumi sopravvissuti a lungo.

Le ricerche sono riprese nel 2015, con un progetto diretto da Graeme Barker dell’Università di Cambridge. L’applicazione delle moderne tecniche di scavo e analisi sta permettendo di ricostruire con maggiore precisione la posizione dei resti e la successione degli eventi avvenuti nella cavità.


Il caso di Shanidar A aggiunge ora un nuovo elemento: una ferita penetrante compatibile con una lancia di legno, senza che sia ancora possibile stabilire se sia stata provocata intenzionalmente o accidentalmente.


Fonti


Pomeroy E., Hunt C.O., López-Polín L. et al., Evidence for funerary behaviour and lethal trauma in a new Neanderthal individual from Shanidar Cave, Scientific Reports, 2026.

https://www.nature.com/articles/s41598-026-69193-z


DOI
?https://doi.org/10.1038/s41598-026-69193-z


University of Cambridge, 15 ottobre 2026
?https://www.cam.ac.uk/stories/neanderthal-spear-wound-shanidar-cave


BBC News

https://www.bbc.com/news/articles/c6jrwn3y3xe9o
?

Foto di copertina: grotta di Shanidar, nel Kurdistan iracheno, uno dei principali siti per lo studio dei Neanderthal nel Vicino Oriente. Qui sono stati rinvenuti anche i resti di Shanidar A, oggetto del nuovo studio pubblicato su Scientific Reports. Foto: Osama Shukir Muhammed Amin FRCP(Glasg) / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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Spedizioni speleologiche in Malaysia: a Perlis rilevati 7,7 chilometri tra grotte e antiche miniere

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La missione internazionale del progetto EuroSpeleo ESP 2026-03 documenta dieci cavità. Le spedizioni speleologiche in Malaysia collegano esplorazione, ricerca scientifica e conservazione, dalla penisola al Borneo.

Perlis 2026: dieci grotte nella campagna Malaysia-Svizzera

Dieci grotte documentate e circa 7,7 chilometri di gallerie rilevate. È il bilancio della Malaysia-Swiss Caving Expedition 2026, realizzata nel Perlis, all’estremità settentrionale della penisola malese. La missione ha lavorato vicino al confine thailandese, lungo i rilievi calcarei che si sviluppano a sud di Kaki Bukit verso Kangar. Il rapporto, firmato da Joerg Dreybrodt e datato 17 settembre 2026, presenta risultati topografici, osservazioni scientifiche e obiettivi per le prossime esplorazioni.[1]

La campagna rientra nel progetto EuroSpeleo ESP 2026-03. Ha coinvolto speleologi e ricercatori di Malaysia, Svizzera, Regno Unito e Giappone. La collaborazione ha unito il Dipartimento di Geologia della Universiti Malaya, la Malaysian Cave and Karst Conservancy e la Società Svizzera di Speleologia. Il lavoro sul territorio ha ricevuto il contributo dei Perlis Climbers, della comunità di Kaki Bukit e della guida locale Along. Le attività si sono svolte con l’autorizzazione del Dipartimento forestale del Perlis.[1]

Gua Kelam 2, Wang Mu e Fai Soo Long: i risultati del rilievo speleologico

Gua Kelam 2 costituisce il principale risultato cartografico della campagna, con circa 3,8 chilometri rilevati. Wang Mu raggiunge 1,3 chilometri. Fai Soo Long, non menzionata nei precedenti rapporti consultati dalla spedizione, aggiunge circa 1,2 chilometri di sviluppo documentato. Questi valori fanno parte del totale di 7,7 chilometri distribuito fra dieci cavità. Il dato indica la lunghezza dei passaggi rilevati durante la missione, comprendendo grotte già conosciute e settori di nuova documentazione.[1]

Nell’ultima giornata è stato individuato l’ingresso del pozzo Foh Thye, del quale è stata discesa la verticale principale. Restano da verificare possibili collegamenti con Fai Soo Long o Wang Mu. Il programma futuro comprende anche due pozzi, indicati nel riepilogo come profondi oltre 140 metri, rimasti da scendere. Nelle cavità rilevate sono inoltre rimaste alcune prosecuzioni minori. Brevi immersioni hanno consentito di esaminare il potenziale esplorativo di alcuni sifoni.[1]

Carsismo del Perlis e miniere di stagno nella Formazione di Setul

Le grotte interessate dalla missione si aprono soprattutto nei calcari della Formazione di Setul. La successione viene riferita all’intervallo compreso fra Ordoviciano e Devoniano inferiore. Queste rocce costruiscono parte della catena di Nakawan e proseguono oltre il confine thailandese. Il contatto con il granito mesozoico di Bukit China è associato alle mineralizzazioni che hanno alimentato i depositi di stagno della zona.[1]

La cassiterite, minerale dal quale si ricava lo stagno, si è concentrata nei sedimenti alluvionali delle valli e delle grotte. Il maggiore peso dei granuli rispetto ad altri componenti dei sedimenti ha favorito accumuli economicamente sfruttabili. Nel Novecento questi depositi hanno sostenuto un’attività estrattiva diffusa negli ambienti sotterranei del Perlis. Lo studio di Liz Price pubblicato su Acta Carsologica ne descrive la particolare estensione e il rapporto con le cavità naturali.[2]

Il paesaggio sotterraneo conserva ancora passerelle, strutture lignee, cavi e altri resti del lavoro minerario. In diversi punti, le gallerie naturali comunicano con tratti ampliati o modificati dall’uomo. Alcuni scavi profondi sono oggi allagati. La documentazione speleologica interessa quindi un ambiente nel quale morfologie carsiche e archeologia industriale si sovrappongono. Le vecchie infrastrutture, spesso deteriorate, aggiungono difficoltà alla progressione.[1]

Acque sotterranee, fossili e fauna delle grotte del Perlis

La spedizione ha affiancato il rilievo alle osservazioni scientifiche. A Gua Baba sono state misurate temperatura e conducibilità elettrica delle acque in più corsi sotterranei. Il rapporto riporta una temperatura di circa 25,5 °C e valori iniziali fra loro simili nei punti confrontati. Queste misure forniscono una prima caratterizzazione delle acque del sistema.[1]

Le osservazioni paleontologiche raccolte nelle campagne 2025 e 2026 comprendono resti attribuiti a pipistrelli, roditori, cervidi, cinghiali, primati e rinoceronti. Il documento segnala anche gasteropodi, conchiglie, brecce quaternarie e accumuli di origine archeologica. Si tratta di testimonianze di natura diversa, distribuite nelle cavità visitate. Il rapporto le presenta come un inventario di osservazioni, senza attribuire a tutti i reperti una medesima età.[1]

Durante i rilievi sono stati osservati anche pipistrelli, millepiedi, serpenti, granchi, rospi, tartarughe e pesci. La componente biologica collega il lavoro esplorativo alla conoscenza degli ecosistemi sotterranei. Il progetto ha ricevuto un contributo finanziario dalla Federazione Speleologica Europea e supporto in attrezzature da Aventure Verticale, partner ufficiale FSE.[1]

Dalle grotte del Perlis alle spedizioni speleologiche in Malaysia

La missione del 2026 prosegue una collaborazione già attiva nella campagna del febbraio 2025. In quell’occasione furono esplorate 54 cavità e rilevati 11.036 metri di passaggi fra Langkawi, Perlis, Baling e Merapoh. Il nuovo lavoro concentra l’attenzione su un settore preciso della penisola e ne aggiorna la cartografia. Si inserisce così nella storia delle spedizioni speleologiche in Malaysia, sviluppata attraverso progetti internazionali con caratteristiche differenti fra penisola e Borneo.[3]

Relazione di approfondimento sulle spedizioni speleologiche internazionali in Malaysia

Due grandi contesti per le spedizioni speleologiche in Malaysia

La storia delle spedizioni speleologiche in Malaysia comprende almeno due grandi contesti geografici. Il primo è la penisola, con le aree carsiche di Perlis, Kedah, Perak, Pahang e Kelantan. Il secondo è il Borneo malese, dove il Sarawak ospita il territorio di Gunung Mulu e altri importanti settori di ricerca. La distinzione aiuta a comprendere obiettivi, organizzazione e risultati delle diverse campagne.[3][4]

A Mulu si è consolidata una sequenza di spedizioni collegate, con ritorni ripetuti sugli stessi sistemi. Nella penisola, la documentazione mostra campagne distribuite fra massicci e colline calcaree differenti. Qui il lavoro ha spesso combinato ricognizione degli ingressi, primi rilievi, revisione di grotte già note e osservazioni naturalistiche. Le due esperienze condividono un elemento centrale: la collaborazione con istituzioni, personale e comunità locali.[3][5]

Mulu prima delle grandi spedizioni internazionali

Le prime descrizioni europee delle cavità di Mulu appartengono alla storia delle ricognizioni nel Sarawak ottocentesco. Spenser St. John descrisse calcari, caverne e gallerie naturali osservati nell’area nel 1858. Queste testimonianze documentano uno sguardo esterno su luoghi già appartenenti al territorio vissuto dalle popolazioni locali. La storia dell’esplorazione speleologica organizzata prese forma più tardi.[4]

Nel 1961 G. E. Wilford, del servizio geologico malese, visitò la zona e rilevò Deer Cave e parte di Cave of the Winds. Il suo lavoro anticipò il potenziale dei massicci calcarei di Mulu. La fase successiva avrebbe trasformato quelle indicazioni in un programma sistematico di esplorazione e ricerca.[4]

La spedizione Royal Geographical Society del 1977-1978 a Gunung Mulu

La Royal Geographical Society organizzò nel 1977-1978 una grande spedizione scientifica in collaborazione con il governo del Sarawak. Il progetto interessò il parco nazionale appena istituito e studiò diversi aspetti dell’ambiente forestale. Robin Hanbury-Tenison ne fu responsabile e direttore sul campo. Il coordinamento scientifico fu affidato a Clive Jermy, del British Museum of Natural History.[6]

La scheda istituzionale indica 145 membri complessivi e un’attività distribuita su quindici mesi, fra giugno 1977 e settembre 1978. All’interno di quel programma, sei speleologi esplorarono e rilevarono circa 50 chilometri di gallerie in tre mesi. Le attività interessarono Clearwater, Green Cave, Prediction Cave, Wonder Cave e altri ambienti. Il rapporto fra grandi volumi sotterranei, sedimenti e circolazione idrica diventò uno dei temi della ricerca successiva.[4][6]

Quella campagna costituisce il punto di partenza della cooperazione continuativa oggi descritta dal Mulu Caves Project. Il parco presenta il progetto come una collaborazione fra speleologi britannici, autorità del Sarawak, Sarawak Forestry Corporation e gestione locale. L’esplorazione non è quindi una successione di visite indipendenti, ma un’attività costruita attraverso relazioni mantenute nel tempo.[5]

Sarawak Chamber e le campagne speleologiche degli anni Ottanta

La spedizione denominata Mulu ’80 aggiunse circa 50 chilometri di passaggi rilevati. Fra i suoi risultati figura Sarawak Chamber, nel sistema di Lubang Nasib Bagus, conosciuto anche come Good Luck Cave. L’individuazione della grande sala ampliò l’interesse per le dimensioni dei vuoti sotterranei e per i processi che li avevano prodotti.[4]

Sarawak ’84 rilevò altri 54 chilometri di grotte. Clearwater aumentò di circa 14 chilometri, mentre a Benarat l’esplorazione di Cobweb Cave aggiunse circa 15 chilometri. Le campagne affiancarono alla topografia indagini geologiche, geomorfologiche, ecologiche e mineralogiche. Furono svolti anche tracciamenti delle acque, utili a riconoscere connessioni idrologiche fra settori del massiccio.[4]

Nel 1988 arrivò un cambiamento organizzativo. Una squadra di sei persone dimostrò la possibilità di ottenere risultati anche con una spedizione più leggera. Furono esplorati altri 16 chilometri e individuata Blackrock Cave. Nel 1989 una squadra di otto persone rilevò oltre 24 chilometri di passaggi, avvicinando progressivamente Blackrock e Clearwater.[4]

Clearwater: le connessioni che hanno costruito un grande sistema carsico

Nel 1991 venne individuato il collegamento fisico fra Blackrock e Clearwater. Il sistema superò così i 102 chilometri di sviluppo allora conosciuto. Questo passaggio illustra un meccanismo centrale dell’esplorazione a Mulu: riconoscere come grotte con ingressi diversi appartengano a una rete comune. Topografia e tracciamenti idrici hanno avuto ruoli complementari in questa ricostruzione.[4]

La distinzione fra collegamento idrologico e collegamento percorribile è importante. Alla fine degli anni Ottanta i tracciamenti avevano già mostrato il percorso delle acque dalla gola del Melinau attraverso Blackrock verso Clearwater. La successiva esplorazione rese possibile unire fisicamente le due cavità. La conoscenza del drenaggio e quella degli itinerari accessibili agli speleologi avanzarono quindi con tempi differenti.[4]

Whiterock, individuata nel 2003, entrò nel sistema Clearwater attraverso due connessioni nel 2005. Nello stesso anno, immersioni nei sifoni contribuirono a collegare componenti del sistema Terikan. Nel 2014 le esplorazioni dei livelli superiori di Clearwater portarono lo sviluppo complessivo oltre i 200 chilometri. Queste misure descrivono tappe storiche precise, non una lunghezza definitiva del sistema.[4]

Benarat, Hidden Valley e il contributo di squadre internazionali

L’attività nel Sarawak non si è limitata a Clearwater. Le spedizioni hanno lavorato anche a Benarat, nelle doline di Hidden Valley e nell’area di Gunung Buda. Nel 1997 una spedizione statunitense attiva a Buda esplorò Deliverance Cave sul margine nordorientale di Benarat. Una successiva campagna americana, nel 2000, ne portò lo sviluppo conosciuto a circa 4,3 chilometri.[4]

A Hidden Valley, le spedizioni degli anni Novanta dovettero affrontare soprattutto problemi di accesso e rifornimento. La campagna del 1998 utilizzò il percorso sotterraneo attraverso Cobra Cave come principale via di transito verso le doline. Nello stesso anno fu stabilito il collegamento fra Cloud e Bridge, all’interno del sistema Cobra-Cloud-Bridge. Il risultato mostra quanto esplorazione e logistica possano dipendere dalla stessa rete di cavità.[4]

Anche i progetti recenti mantengono obiettivi territoriali distinti. Benarat 2024, svolta fra il 29 dicembre 2023 e il 21 gennaio 2024, si concentrò sulle grotte di Gunung Benarat. Il programma comprendeva la ricerca esterna dell’ingresso Upper Cobweb, i livelli alti di Cobweb e possibili prosecuzioni verso Terikan.[7]

Mulu 2025: nove giorni nel campo sotterraneo di Armistice

La spedizione Mulu Caves 2025 operò dal 2 al 25 novembre 2025. Il progetto la identifica come la trentaquattresima spedizione anglo-sarawakiana a Gunung Mulu. Guidata da Rostam Namaghi, concentrò il lavoro sul settore Armistice di Clearwater, con l’assistenza del parco e di collaboratori locali.[8]

Un campo interno permise a sei speleologi di restare sottoterra per nove giorni. Una squadra di tre portatori effettuò un rifornimento intermedio. Una coppia lavorò su una risalita presso la sala Velodrome, mentre gli altri partecipanti cercarono prosecuzioni nel livello superiore di Armistice.[8]

Il superamento di un’ostruzione oltre il limite raggiunto nel 1989 aprì l’accesso a Reputation. Il rapporto preliminare descrive una galleria alta circa 40 metri e oltre 2,7 chilometri di nuovi passaggi di grandi dimensioni. Il ramo meridionale e varie diramazioni rimasero disponibili per ulteriori esplorazioni. La campagna conferma l’utilità di riesaminare limiti conosciuti da decenni, sostenendo la progressione con una logistica adeguata.[8]

Perlis: dalle campagne WWF e Axbridge al progetto EuroSpeleo 2026

Nella penisola, il Perlis possiede una storia esplorativa distinta. Il rapporto del 2026 richiama le attività WWF Malaysia del 1992 e la documentazione del 1998. A queste si affiancarono le campagne britanniche dell’Axbridge Caving Group del 1996 e del 1998, dedicate a esplorazione, rilievo, riprese e fauna delle grotte.[1][3]

L’archivio Caves of Malaysia attribuisce alla spedizione del 1996 circa 2.192 metri di passaggi scoperti e a quella del 1998 altri 1.628 metri. Il lavoro attuale riprende quel percorso in un ambiente fortemente modificato dall’estrazione mineraria. I rilievi del 2026 aggiornano la rappresentazione delle principali cavità e indicano obiettivi concreti per le campagne successive.[1][3]

Il contributo delle strutture malesi ha un ruolo operativo e scientifico. Università, associazioni, guide e comunità locali partecipano all’individuazione degli accessi e allo sviluppo delle ricerche. Nel progetto Perlis, questa collaborazione collega topografia, storia mineraria, osservazioni paleontologiche e conoscenza del territorio.[1]

Perak e Pahang: le spedizioni nella penisola malese

Nel Perak, le campagne internazionali hanno interessato Gua Tempurung e numerose colline calcaree della valle di Kinta. La spedizione del gruppo VHO a Gunung Lanno, nel novembre 2001, documentò 32 cavità e rilevò circa 12 chilometri di gallerie in tre settimane. Nello stesso anno speleologi di Adelaide rilevarono Gua Anak Tempurung, Gua Kanthan e Gua Kandu.[3]

La partecipazione italiana compare nel Lenggong Karst Project del 2015. Il progetto coinvolse il CIRS di Ragusa e l’AWAN Adventure Team di Kuala Lumpur. L’archivio delle spedizioni riporta la documentazione di cinque grotte. La Scintilena dedicò una notizia alla missione internazionale, inserendola nel percorso delle attività esplorative del gruppo ragusano.[3][9]

Nel Pahang operarono squadre francesi a Kenong Rimba nel 1990 e nell’area di Merapoh nel 1999. Nel settembre 2012 nove speleologi croati lavorarono con collaboratori locali attorno a Merapoh. Furono esplorate più di 25 grotte e rilevate le maggiori. Fra i risultati figura Gua Hari Malaysia, una cavità attiva di circa 930 metri con cascate e salti d’acqua.[3]

Nel 2013 una squadra giapponese proseguì i rilievi attorno a Merapoh e visitò il settore di Gua Musang, nel Kelantan. L’insieme di queste campagne mostra una geografia esplorativa distribuita. Il contributo internazionale non coincide soltanto con le grandi reti del Borneo, ma comprende sistemi minori e colline isolate della penisola.[3]

La campagna Malaysia-Svizzera 2025 e il ritorno nel Perlis

La spedizione Malaysia-Svizzera del 2025 si svolse dall’8 al 28 febbraio. L’archivio Caves of Malaysia indica sei partecipanti provenienti da Svizzera, Germania e Giappone, affiancati da sei malesi. I risultati comprendono 54 cavità esplorate e 11.036 metri rilevati in quattro aree: Langkawi, Perlis, Baling e Merapoh.[3]

La Scintilena ha descritto quella campagna mettendo in relazione grotte in marmo, sistemi fluviali e antiche miniere di stagno. Ha inoltre evidenziato il contributo di ranger, arrampicatori e appassionati locali. Il ritorno nel Perlis nel 2026 rappresenta una prosecuzione mirata: dalla ricognizione su più territori alla documentazione approfondita di un’area selezionata.[1][10]

Rilievo speleologico, dati digitali e ricerca scientifica in Malaysia

Le spedizioni speleologiche in Malaysia producono risultati differenti e complementari. Il rilievo misura lo sviluppo delle gallerie e ne ricostruisce le relazioni. I tracciamenti verificano le connessioni idriche. Gli studi su sedimenti, minerali e forme delle cavità affrontano la storia del carsismo. Le osservazioni biologiche descrivono gli organismi che frequentano questi ambienti. Queste attività sono documentate sia nelle campagne storiche di Mulu sia nel progetto Perlis 2026.[1][4]

A Mulu, nel 2011, Deer Cave e Sarawak Chamber furono sottoposte a scansione laser. Nella stessa campagna vennero stabiliti punti GPS di riferimento per migliorare la coerenza dei dati topografici. Nel 2018 iniziò anche un nuovo rilievo di parti di Clearwater. L’evoluzione tecnica affianca quindi la scoperta di passaggi alla revisione e al consolidamento della cartografia esistente.[4]

Il parco di Mulu ospita inoltre programmi internazionali su biogeochimica delle grotte, pipistrelli e registrazioni climatiche nelle stalagmiti. La speleologia fornisce accesso, orientamento e documentazione degli ambienti studiati. Le cavità diventano così luoghi di cooperazione fra esploratori e specialisti di discipline diverse.[5]

Biodiversità delle grotte malesi e conservazione del carsismo

Il valore scientifico delle cavità emerge anche dagli studi indipendenti dalle singole spedizioni. Una ricerca pubblicata nel 2024 su Tropical Life Sciences Research ha esaminato ragni di Gua Kelam 1. L’analisi morfologica e il DNA barcoding hanno identificato Nephilengys malabarensis, Orsinome vethi e un ragno attribuito al genere Pholcus. Lo studio riguarda Gua Kelam 1, distinta dalla Gua Kelam 2 rilevata nel progetto 2026.[11]

Gli autori descrivono popolazioni di origine epigea presenti in un settore privo di luce naturale, ma interessato dall’illuminazione artificiale. Non hanno riscontrato i caratteri morfologici tipici di una stretta specializzazione alla vita sotterranea. Il risultato mostra l’importanza di associare identificazioni accurate alle osservazioni sul campo, distinguendo presenza in grotta e adattamento esclusivo all’ambiente ipogeo.[11]

La conservazione coinvolge anche il rapporto fra grotte, attività economiche e paesaggio. Nel Perlis, le miniere hanno modificato passaggi e depositi. Nell’area di Merapoh, la documentazione delle esplorazioni richiama la pressione delle attività di cava su alcune colline calcaree. Cartografia, inventari e studi biologici forniscono elementi utilizzabili per conoscere e gestire questi territori.[2][3]

Prospettive delle spedizioni speleologiche internazionali in Malaysia

Le campagne recenti indicano due direzioni di lavoro. A Mulu proseguono l’esplorazione delle diramazioni e dei livelli superiori di reti già molto estese. Nella penisola, il lavoro comprende ancora ricognizioni territoriali, aggiornamento delle grotte note e documentazione di cavità poco descritte. Il Perlis riunisce questi obiettivi con lo studio del patrimonio minerario.[1][3][8]

Il progetto ESP 2026-03 lascia una base operativa precisa: dieci cavità rilevate, possibili collegamenti da verificare e verticali ancora da affrontare. Il suo significato si colloca nella continuità delle spedizioni speleologiche in Malaysia. La collaborazione internazionale acquista valore attraverso dati condivisi, ritorni sul terreno e partecipazione delle realtà locali.[1]

Fonti e documenti consultati


Fonti
[1] [PDF] Report Perlis – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/wp-content/uploads/2026/09/ESP-2026-03_Malaysia_Expedition_Perlis_2026.pdf
[2] [PDF] TIN MINING IN THE LIMESTONE CAVES OF PERLIS, MALAySIA … https://pdfs.semanticscholar.org/28e4/69f7f775c02e6ae68ca54bf0d39baafc80d0.pdf
[3] Expeditions – CAVES OF MALAYSIA – WordPress.com https://cavesofmalaysia.wordpress.com/expeditions/
[4] Exploration History – Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/history-of-exploration
[5] Research – OFFICIAL PAGE Mulu National Park World Heritage Area https://mulupark.com/education-research/research/
[6] [PDF] RGS-IBG Field Research Programmes Gunung Mulu Expedition … https://www.rgs.org/media/01vfivyf/malaysia-mulu-sarawak-rp-1977-78.pdf
[7] Benarat 2024 Preliminary Report – Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/expeditions/benarat-2024/benarat-2024-preliminary-report
[8] Mulu Caves 2025 https://mulucaves.org.uk/expeditions/mulu-caves-2025
[9] SPEDIZIONE INTERNAZIONALE IN MALESIA: LENGGONG KARST … https://www.scintilena.com/spedizione-internazionale-in-malesia-lenggong-karst-projcet/07/27/
[10] Alla Scoperta delle Grotte della Penisola Malaysia tra Giungle … https://www.scintilena.com/alla-scoperta-delle-grotte-della-penisola-malaysia-tra-giungle-miniere-e-marmo/07/19/
[11] Discovery of Web-Building Spiders in Gua Kelam, Perlis State Park … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11383626/
[12] file di riferimento.txt https://pplxfilegitgateway-projectfiles-prod-use1.s3.us-east-1.amazonaws.com/projectfiles-prod/gateway-object-store/repos/files-aefdb4c5417341983edaa662cb6682cd/lfs/objects/c4/53/c4535c97910b5909e4e5f508f1ef48045ec4ff9f733613404c4fc19d35c71df4?X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&X-Amz-Checksum-Mode=ENABLED&X-Amz-Credential=ASIA2F3EMEYEZX4K7JUD%2F20261015%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&X-Amz-Date=20261015T044825Z&X-Amz-Expires=900&X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEPr%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEaCXVzLWVhc3QtMSJIMEYCIQDtIqAXm2BA28qVllw1qCZAYEkpMsfuFfgZkCAv%2Bz7HwgIhAOslfpkeNSSfCSfZ13%2Fb7e4CaaM1NjIdQlxvw%2F0ZxCgWKrAFCML%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEQARoMNjk5NzUzMzA5NzA1IgygYi3P%2Bb49J8MWpnEqhAWjKcNGHr9r38NIAfzS9YpBogeZmXr0%2BJmvc48id7EOv8boGr6Jo4iL39qpMP%2BO3nUU9OacxdTIkFlxyuicFqogU1UrU0QZLWab1Pus4n4wo06rgBoPVsy3o4GQUUqJrWviru8Tsc8%2BxHEM%2BZUXkA1zdi%2FBo2K0VDniiAr98jG4%2Brkf1RUPavVQk3IIy%2Fi6ysaTHwh4hnfzvuyLgifFhB5xg8iVdlpIvoSS8Ibc5zInoQhy7hdiW2DwWSnajE9Gh5617NEvAs4kijr6%2BGXzkdGsZvjb6SVfyE0DZgo1wZ2LlHluzGfFLdzPFqsFvhe01pVUif%2BsfOoPLo8uSF%2Fz6uc10IM%2BAtfcbgxRv%2FNUdEWPlFGBNkEJwQCUnrsqATcnCl7QL7fRf84a9zQnay2R6JSeAcWVxbPlos%2B2yrHRJ5WnlKaf1nX09HK7Wjj12G48%2BqwdlD6druE9MpFKSYjTad%2BXvBSjERJdmw85ziviknPVHcruHhKNtEOvNQuuG4y6F%2Bx0NwpLg2DaN%2FJfTFsXjTn%2FwBb%2FfVZ8BZ0d2jQHSFPqT47Fgro7f82BfhbLnrLtTni5FSI7DFsRkFlnXsBZ1pdfvxaTCODBV9Oe1MCq%2FNKEh96lxX9Av2QL0KMV%2Fp5rUfjY%2FmdPkO%2FK%2Fjh8j2nY44hCzISlrhG4OjvxiE4wHfCQTMn9oAsV%2BzWhnO%2FhLpjMg5jhGp1vLttn2j%2BCbC1BrHlOWyJ%2F9X6lGuNcQ%2BKxeSSa0L9AkZQBxMfAs595SMum3Sz9KEZI6BPHFKRQ1Dk2Ac6rtEZENyXvbG4%2BYpw7x%2BJbsSOhw4CGWF7UuzP2ihNh3lnaxDM%2BC1ss8Tut0QFgtLrOrlCyHjDZ1cDWBjqPAddP09R9cjHtgyeqYy9JH3YVxoI9r%2BJQPCqT2hpXE9QXktIv9CeoESc%2B9m4gA%2FNSCQSQl1iHNItgJDg57L22ixsNmDyg8LJ2%2BTANwpa%2BCxt%2BRZDhr8MyTuDcMHoYZhsxMDnGfmBOybMvI9YAUlfJ9Umif4E5GDYEMfCBqNEfv3iqnM1pJMV3jNupd9BUv3yJ&X-Amz-SignedHeaders=host&x-id=GetObject&X-Amz-Signature=6b4cee4cea4436cec9f142dcb2931a4dbff8856d7e487c05d7c412cd94b67d3e
[13] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/63
[14] Discovery of Web-Building Spiders in Gua Kelam, Perlis State Park, Malaysia https://ejournal.usm.my/tlsr/article/download/tlsr_vol35-no-1-2024_5/graphical-abstract
[15] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia – dLib https://www.dlib.si/details/URN:NBN:SI:doc-LVPNIQ6L?&language=eng
[16] The Geological History of the Malay Peninsula https://zenodo.org/record/2467037/files/article.pdf
[17] Clearwater Cave system – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Clearwater_Cave_system
[18] Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: scoperti 7,7 chilometri tra … https://www.scintilena.com/spedizione-malaysia-svizzera-in-perlis-scoperti-77-chilometri-tra-grotte-e-miniere-di-stagno/09/17/
[19] Mulu 1984 https://mulucaves.org.uk/stories/mulu-1984
[20] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia | Price | Acta … https://ojs2.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/63
[21] M is for Mulu National Park – Museum Volunteers, JMM https://museumvolunteersjmm.com/2021/10/25/m-is-for-mulu-national-park/
[22] Mulu National Park – Taman Negara Malaysia https://tamannegara2u.com/mulu-national-park/
[23] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia – Academia.edu https://www.academia.edu/62534422/Tin_mining_in_the_limestone_caves_of_Perlis_Malaysia
[24] Scoperte nelle Grotte di Mulu: Un Aggiornamento dal SUICRO 2024 https://www.scintilena.com/scoperte-nelle-grotte-di-mulu-un-aggiornamento-dal-suicro-2024/08/14/
[25] The Expeditions – Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/expeditions
[26] Mulu Caves 2024 https://mulucaves.org.uk/expeditions/mulu-caves-2024
[27] Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/
[28] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/
[29] Bibliografia – C I R S Ragusa https://cirs-ragusa.org/blog/attivita/bibliografia/
[30] La Speleologia secondo ChatGPT – Scintilena https://www.scintilena.com/la-speleologia-secondo-openai-chatcgp/03/18/

Malaysia

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EuroSpeleo Forum 2026 a Pazin: la FSE cerca nuovi collaboratori per la speleologia europea

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Dal 13 al 15 novembre, l’EuroSpeleo Forum 2026 riunirà in Croazia speleologi e istituzioni. In programma tutela del carsismo, sostegno ai giovani e confronto sulle candidature per il rinnovo degli organismi federali nel 2027.

La Federazione Speleologica Europea invita gli speleologi a partecipare alle proprie attività e a valutare una candidatura nei suoi organismi.

Il prossimo punto di incontro sarà l’EuroSpeleo Forum 2026, previsto a Pazin, in italiano Pisino, dal 13 al 15 novembre.

La manifestazione porterà per la prima volta in Croazia il raduno europeo, affiancandolo all’incontro degli speleologi croati sotto il nome di Mundus Spelaeus 2026.

L’appello arriva dal presidente Jean-Claude Thies. Nel messaggio rivolto alla comunità speleologica, la FSE collega la partecipazione al Forum a un percorso più ampio. L’obiettivo è coinvolgere nuovi collaboratori nel Bureau, nelle commissioni e nei gruppi di lavoro. Il rinnovo dei mandati è previsto durante l’assemblea generale del maggio 2027 a Morteau, in Francia.

EuroSpeleo Forum 2026: la rete europea si incontra in Istria

La Federazione Speleologica Europea conta oggi 32 organizzazioni aderenti. Nel suo messaggio, Thies ricorda i 36 anni di attività della federazione e la presenza costruita nel tempo attraverso incontri nazionali e regionali. Il Forum di Pazin prosegue questo lavoro di collegamento fra le comunità speleologiche.

L’organizzazione locale fa capo alla Società Speleologica Istra di Pazin. Collaborano l’associazione speleologica Estavela, la Società Speleologica di Karlovac e il club Ursus spelaeus di Karlovac. L’evento si svolge sotto l’egida della FSE. Lo sostengono la Federazione Speleologica Croata, la Commissione di speleologia dell’Associazione alpinistica croata e la Città di Pazin.

L’EuroSpeleo Forum 2026 riunirà esploratori, ricercatori e appassionati. Il confronto riguarderà nuove ricerche, esperienze di esplorazione e protezione degli ambienti sotterranei. Fra gli obiettivi figurano anche la cooperazione fra federazioni e club, la condivisione delle conoscenze e lo sviluppo di riferimenti etici e tecnici comuni.

Tutela del carsismo: il workshop della commissione europea ECPC

La conservazione delle grotte sarà uno dei temi centrali della presenza federale a Pazin. Nel messaggio di Thies è annunciato il “Workshop on Karst Underground Preservation”, organizzato dalla European Cave Protection Commission, la commissione della FSE dedicata alla protezione delle grotte.

Al confronto sono invitati speleologi, amministratori locali, esperti regionali, organizzazioni impegnate nella conservazione della natura e autorità competenti. Il workshop metterà in dialogo esperienze e responsabilità diverse. Il tema comune sarà la ricerca di idee e soluzioni per proteggere grotte e territori carsici.

Il programma dell’EuroSpeleo Forum 2026 comprende anche una tavola rotonda sulle discariche sotterranee. Il tema collega direttamente l’attività speleologica alla gestione dei problemi ambientali. Nella giornata di domenica 15 novembre sono previsti inoltre incontri delle organizzazioni croate e un confronto sul catasto speleologico.

Pazinska jama e Martel: 130 anni di storia speleologica

L’appuntamento si inserisce nella lunga tradizione esplorativa dell’Istria. Il territorio è legato alle origini della speleologia europea moderna e presenta paesaggi carsici che costituiscono parte del contesto scientifico del raduno.

Nel 2026 ricorrono anche i 130 anni dall’ultima visita ed esplorazione di Édouard-Alfred Martel alla grotta di Pazin, la Pazinska jama, avvenuta nel 1896. Thies richiama questa ricorrenza nel messaggio di presentazione della partecipazione federale.

Il programma affianca al confronto contemporaneo alcune esposizioni dedicate al patrimonio sotterraneo. Sono previste mostre sulla voragine di Rašpor, sui valori naturali, scientifici e culturali del carsismo e sulle grotte e sugli abissi dell’Istria.

Giovani speleologi: due borse FSE fino a 500 euro

Per favorire la partecipazione giovanile, la Federazione Speleologica Europea ha messo a disposizione due borse di studio. Ciascun contributo può raggiungere un massimo di 500 euro. Il sostegno riguarda la partecipazione al 18° EuroSpeleo Forum di Pazin.

I requisiti indicati dalla FSE sono:

  • affiliazione, tramite il proprio club, a un’organizzazione membro della federazione;
  • età non superiore a 26 anni;
  • almeno 18 anni al momento della firma e dell’invio della domanda;
  • presentazione del modulo di candidatura e di una lettera di raccomandazione.

Le domande devono essere inviate all’indirizzo contact@eurospeleo.eu. Il modulo ufficiale specifica i dettagli e la scadenza. L’iniziativa sostiene giovani attivi nella speleologia, nella ricerca sul carsismo o nella protezione delle grotte.

Candidature FSE 2027: il rinnovo a Morteau

L’invito di Thies riguarda incarichi diversi. Gli speleologi possono valutare un impegno nel Bureau, nelle commissioni oppure nei gruppi di lavoro. Gli avvisi dettagliati sulle candidature saranno pubblicati all’inizio del 2027, secondo il calendario annunciato dal presidente.

Le elezioni per tutti i mandati si svolgeranno alla successiva assemblea generale della FSE. La sede sarà Morteau, durante l’incontro nazionale franco-svizzero e il 19° EuroSpeleo Forum. La manifestazione è in calendario dal 14 al 17 maggio 2027.

L’evento riunirà il 51° Congresso nazionale della Federazione Speleologica Francese, il 15° Congresso nazionale della Società Svizzera di Speleologia e il Forum europeo. Il tema sarà la speleologia e il carsismo dell’Arco giurassiano, con attenzione a grotte, acqua e clima dal passato al futuro.

Pazin rappresenterà quindi un primo luogo di confronto per chi intende collaborare alla vita federale. Il presidente invita gli interessati a incontrare il Bureau durante il Forum oppure a contattarlo direttamente.

Stand FSE e informazioni per partecipare a Pazin

Al prossimo EuroSpeleo Forum saranno disponibili anche nuovi capi di abbigliamento della federazione. Il progetto grafico è stato fornito da Taraneh Khaleghi. Secondo l’annuncio di Thies, i capi saranno distribuiti attraverso lo stand FSE nei prossimi Forum europei.

Per partecipare all’EuroSpeleo Forum 2026, la quota è di 30 euro con preiscrizione e pagamento ricevuto entro le ore 16 del 6 novembre. L’iscrizione sul posto costa 35 euro. Relatori e autori di poster possono inviare gli abstract entro il 20 ottobre 2026 a mundusspelaeus@gmail.com.

Fonti

[1] MUNDUS SPELAEUS [EN] – Hrvatski speleološki savez https://www.speleo.hr/mundus-spelaeus-en/

[2] News https://www.eurospeleo.eu/category/news/

[3] EuroSpeleo Forum 2026 a Pazin, il programma di Mundus Spelaeus … https://www.scintilena.com/eurospeleo-forum-2026-a-pazin-il-programma-di-mundus-spelaeus-prende-forma/09/11/

[4] Scholarships to attend the 18th EuroSpeleo Forum https://www.eurospeleo.eu/2026/06/16/fse-scholarships-to-encourage-young-cavers-to-attend-the-18th-eurospeleo-forum-in-pazin-croatia-13-15-november-2026/

[5] 19th EuroSpeleo Forum 2027 in Morteau, France https://www.eurospeleo.eu/event/19th-eurospeleo-forum-2027-in-morteau-france/

[6] European Congress of Speleology – Congrès Spéléo 2027 https://congres2027.speleo-doubs.com/en/home/

[10] Mundus Spelaeus 2026: l’EuroSpeleo Forum arriva a Pisino, in Istria https://www.scintilena.com/mundus-spelaeus-2026-leurospeleo-forum-arriva-a-pisino-in-istria/06/27/

[11] EuroSpeleo Youth Contest 2026: giovani speleologi invitati a … https://www.scintilena.com/eurospeleo-youth-contest-2026-giovani-speleologi-invitati-a-raccontare-il-mondo-sotterraneo/10/06/

[12] EuroSpeleo Newsletter luglio 2026: la FSE mette in rete … – Scintilena https://www.scintilena.com/eurospeleo-newsletter-luglio-2026-la-fse-mette-in-rete-eventi-progetti-e-tutela-del-carsismo/07/03/

[13] Borse di studio per giovani speleologi: partecipare al 18 … – Scintilena https://www.scintilena.com/borse-fse-per-giovani-speleologi-partecipare-al-18-eurospeleo-forum-a-pazin-croaziasottotitolo-la-federazione-speleologica-europea-offre-borse-di-studio-fino-a-500-euro-per-favorire-la-parte/06/17/

[14] Animazione Grotta di Monte Cucco in 3D – Scintilena https://www.scintilena.com/animazione-grotta-di-monte-cucco-in-3d/04/28/

[16] Visioni Sotterranee – young contest – Tetide https://www.tetide.org/progetti/visioni-sotterranee-young-contest/

[17] EuroSpeleo Forum 2026 – UK Caving https://ukcaving.com/board/index.php?threads/eurospeleo-forum-2026.34584/

[18] EuroSpeleo Projects – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/eurospeleo-projects/

[19] Public Workshop on “The natural and cultural value of kar | Alpconv https://www.alpconv.org/it/home/organizzazione/gruppi-di-lavoro-tematici/public-workshop-on-the-natural-and-cultural-value-of-karst-landscapes-focus-on-classic-karst/

[20] On ouvre au sec samedi à Morteau https://www.estrepublicain.fr/sport/2026/09/25/on-ouvre-au-sec-samedi-a-morteau

[22] EuroSpeleo Newsletter – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/eurospeleo-newsletter/

[23] Nature Workshop: Karst – A Mosaic of Life – Chiesa di San Lorenzo https://www.go2025.eu/en/imports/events/proposed/anonymous/nature-workshop-karst-a-mosaic-of-life

[24] Events from August 31 – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/events/

[25] Venir à Morteau – Congrès Spéléo 2027 https://congres2027.speleo-doubs.com/venir-a-morteau/

[26] Congrès International de Spéléologie de MORTEAU 2027 https://www.speleoubs.be/agenda/congres-international-de-speleologie-de-morteau-2027

[27] [PDF] EuroSpeleo Newsletter – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/wp-content/uploads/2026/06/Newsletter_July_2026_EN.pdf

[28] Newsletter Feed Archives https://www.ocbj.com/category/newsletter-feed/

[29] October 2021 EuroSpeleo Newsletter – UK Caving https://ukcaving.com/board/index.php?threads/october-2021-eurospeleo-newsletter.28742/

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Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima

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Gli speleotemi dei monti Uinta documentano la presenza e il disgelo del permafrost montano. Lo studio collega gli archivi delle grotte ai processi che trasformano il sottosuolo, dalle montagne americane alle voragini della Siberia e ai terreni vulcanici della Kamchatka.

Speleotemi e permafrost: la ricerca nelle grotte dello Utah

Le concrezioni di due grotte calcaree dello Utah settentrionale hanno permesso di ricostruire una storia del permafrost montano lunga 600.000 anni. Il risultato arriva da uno studio pubblicato su Quaternary Research, nel volume 131 del 2026, alle pagine 77–84. I ricercatori hanno utilizzato 108 datazioni uranio-torio degli speleotemi per individuare i periodi nei quali l’acqua liquida raggiungeva le cavità. La crescita delle concrezioni si concentra quasi interamente nelle fasi interglaciali. Le interruzioni corrispondono invece ai periodi glaciali, quando il terreno congelato ostacolava l’infiltrazione.

La ricerca riguarda i monti Uinta. Gli autori sono Jeffrey Munroe, Madison Wittmer, David McGee, Gabriela Serrato Marks, Kristin Kimble, Abigail Santis, Christoph Spötl e David Herron. Il gruppo riunisce competenze del Middlebury College, del Massachusetts Institute of Technology, dell’Università di Innsbruck e del servizio forestale statunitense. L’articolo è stato pubblicato online il 2 marzo 2026.

Permafrost montano e speleotemi: quando l’acqua torna a infiltrarsi

Gli speleotemi comprendono stalattiti, stalagmiti e altre concrezioni minerali delle grotte. Molte di queste strutture crescono quando l’acqua deposita carbonato di calcio. La presenza di acqua liquida costituisce quindi un requisito fondamentale per la loro formazione.

Nei monti Uinta, la sequenza delle età racconta l’alternanza fra condizioni favorevoli alla crescita e lunghi arresti. Durante le fasi fredde, il permafrost sopra le cavità limitava il passaggio dell’acqua. Nei periodi più caldi, il suo degrado consentiva la ripresa dell’infiltrazione e della deposizione minerale. Le grotte conservano così una registrazione indiretta delle condizioni termiche del sottosuolo.

Le 108 datazioni non corrispondono a 108 grotte né necessariamente ad altrettante concrezioni. Sono misure effettuate su speleotemi provenienti da due sistemi sotterranei indipendenti. La ricorrenza degli stessi raggruppamenti di età in più campioni rafforza l’interpretazione climatica del fenomeno.

Datazioni degli speleotemi e cicli del permafrost nel Quaternario

La crescita si concentra nei sottostadi isotopici marini MIS 5e, 7e, 9e, 11c e nello stadio MIS 13. Queste sigle identificano intervalli della cronologia climatica usata per confrontare le successioni del Quaternario. Nel lavoro corrispondono alle condizioni interglaciali che favorivano l’alimentazione idrica delle grotte.

Il metodo uranio-torio misura i rapporti fra isotopi radioattivi presenti nei carbonati. Consente di assegnare un’età alla deposizione delle concrezioni, anche per intervalli di centinaia di migliaia di anni. La qualità della ricostruzione dipende dalla conservazione del campione e dal controllo delle componenti iniziali di torio.

Il confronto fra le grotte e gli archivi paleoclimatici vicini indica una risposta regionale. Il permafrost montano si formava e si degradava seguendo i cicli climatici scanditi dalle variazioni orbitali terrestri. Le interruzioni degli speleotemi non rappresentano quindi soltanto una vicenda locale delle singole cavità.

Permafrost dei monti Uinta: il ruolo di un raffreddamento di 3–5 °C

I gradienti termici regionali indicano che un raffreddamento di circa 3–5 °C rispetto alle condizioni attuali sarebbe sufficiente a generare permafrost sopra le grotte studiate. Il dato riguarda questo specifico ambiente montano. Descrive la sensibilità del terreno alle variazioni climatiche e aiuta a interpretare le pause nella deposizione.

La ricerca fornisce un riferimento per i modelli climatici e per la valutazione dei rischi geomorfologici e idrologici. La degradazione del terreno congelato modifica infatti la stabilità dei versanti e la circolazione dell’acqua. Nelle aree carsiche, gli archivi delle grotte permettono di osservare questi rapporti su tempi molto più lunghi delle misurazioni strumentali.

Dalle grotte dello Utah al permafrost della Siberia

Il collegamento con la Siberia passa anche attraverso la speleologia. Nel 2013, una ricerca pubblicata su Science aveva utilizzato la crescita degli speleotemi lungo un transetto di grotte siberiane. L’obiettivo era ricostruire la storia del permafrost nelle condizioni climatiche del passato. Il lavoro dei monti Uinta estende questa prospettiva a un contesto montano nordamericano.

Sul terreno, il disgelo assume forme diverse. In Siberia produce depressioni termocarsiche, laghi, frane da disgelo e, in particolari condizioni geologiche, crateri da emissione di gas. In Kamchatka, il permafrost convive con depositi vulcanici, ghiaccio sepolto e sorgenti locali di calore. La relazione seguente approfondisce questi processi e distingue le loro conseguenze per il paesaggio e il sottosuolo.

Scioglimento del permafrost e voragini: relazione su Siberia e Kamchatka

Il disgelo del permafrost modifica la struttura dei terreni, la circolazione idrica e il ciclo del carbonio. Le voragini rappresentano una delle sue manifestazioni. Per comprenderle occorre distinguere la fusione del ghiaccio sotterraneo, le frane termiche e le espulsioni di gas in pressione.

Permafrost e strato attivo: che cosa cambia nel sottosuolo

Il permafrost è terreno che rimane a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi. Può comprendere suolo, sedimenti e roccia. Non identifica necessariamente un unico strato compatto di ghiaccio. La quantità e la distribuzione del ghiaccio variano da un luogo all’altro.

Sopra il permafrost si trova spesso lo strato attivo. Questa porzione superficiale disgela nella stagione calda e ricongela durante quella fredda. Il suo ispessimento consente al calore e all’acqua di raggiungere livelli prima protetti dal gelo persistente.

È quindi più preciso parlare di disgelo del terreno e fusione del ghiaccio contenuto al suo interno. La differenza chiarisce anche perché il riscaldamento non produca ovunque una voragine. I cedimenti più marcati richiedono depositi ricchi di ghiaccio, la cui fusione lascia una struttura incapace di conservare il volume precedente.

Un’indagine internazionale basata su 156 siti di monitoraggio ha documentato un’accelerazione della degradazione del permafrost fra il 2000 e il 2024. Le osservazioni comprendono regioni artiche, antartiche e di alta montagna. L’aumento dello spessore dello strato attivo mostra che la trasformazione interessa ambienti geograficamente diversi.

Termocarsismo e voragini del permafrost: come si formano

Il termocarsismo è l’insieme dei processi e delle forme prodotti dal disgelo di terreni ricchi di ghiaccio. Quando il ghiaccio fonde, il terreno si assesta in modo irregolare. Si formano avvallamenti, conche, solchi, scarpate e depressioni che possono raccogliere acqua.

La sequenza può svilupparsi attraverso passaggi collegati:

  • Il ghiaccio sotterraneo fonde e riduce il sostegno dei sedimenti.
  • La superficie si abbassa, spesso in modo disomogeneo.
  • L’acqua si concentra nelle depressioni e trasferisce calore al sottosuolo.
  • L’erosione rimuove il materiale scongelato e può esporre altro terreno ricco di ghiaccio.

Il processo non richiede sempre una cavità aperta preesistente. Molte depressioni nascono dall’assestamento dei sedimenti dopo la perdita del ghiaccio. Altre evolvono attraverso frane e arretramento delle pareti. Il termine giornalistico “voragine” può quindi riunire morfologie con origini differenti.

Il nome richiama il carsismo per la somiglianza delle forme superficiali. Il meccanismo è diverso: il termocarsismo dipende dalla fusione del ghiaccio nel terreno, non dalla dissoluzione delle rocce carbonatiche. Questa distinzione è centrale anche per il pubblico speleologico.

Siberia e Batagay: la grande frana da disgelo del permafrost

Il caso di Batagay, noto anche come Batagaika, si trova nella Yakutia settentrionale, sui rilievi del bacino della Yana. La letteratura scientifica lo descrive come il più grande megaslump da disgelo retrogressivo conosciuto. Si tratta di una grande frana che si amplia mediante fusione del ghiaccio esposto e arretramento della scarpata.[8]

La forma viene spesso chiamata “cratere”. La sua evoluzione non corrisponde a quella di una singola esplosione. Il disgelo libera i sedimenti, che scivolano o vengono trasportati dall’acqua. La parete arretra e mette a nudo nuove porzioni del deposito congelato.[8]

Una revisione scientifica del 2023 ricostruisce tre fasi. Dopo il disturbo della vegetazione e del suolo fra gli anni Quaranta e Sessanta, si sviluppò un’incisione sul versante. Negli anni Ottanta l’erosione passò a una frana da disgelo. Negli anni Novanta il fenomeno raggiunse le dimensioni di un megaslump.[8]

I dati riferiti al 2019 indicavano circa 80 ettari di superficie. La forma raggiungeva 1,8 chilometri di lunghezza e una larghezza massima di 0,89 chilometri. La parete principale arrivava a circa 55 metri sopra il fondo. Queste misure descrivono un momento preciso della sua evoluzione.[8]

Il contenuto di ghiaccio spiega parte della vulnerabilità. Nel complesso glaciale superiore studiato, il ghiaccio raggiungeva fino all’87% del volume. La sua fusione comporta quindi una perdita importante della struttura del deposito, seguita dalla mobilizzazione di sabbia, limo e materia organica.[8]

Permafrost di Batagay: un archivio ambientale di almeno 650.000 anni

Le pareti della frana espongono depositi che conservano una storia ambientale estesa ad almeno 650.000 anni. La successione comprende complessi ricchi di ghiaccio, livelli sabbiosi, resti vegetali e tracce di antiche superfici erosive. Il sito permette di studiare la persistenza del permafrost attraverso più cicli climatici.[8][14]

Il disgelo porta alla luce anche ossa, denti e carcasse conservate. La Scintilena ha raccontato nel dicembre 2024 il ritrovamento del giovane mammut Yana, proveniente da Batagaika e presentato come risalente a circa 50.000 anni fa. La notizia si inserisce nella più ampia documentazione paleontologica del sito.[15]

L’esposizione rende questi archivi accessibili, ma avvia anche la loro trasformazione. L’acqua trasferisce sedimenti e materia organica verso il fiume Batagay e poi verso la Yana. I microrganismi possono decomporre parte del carbonio prima conservato nel terreno congelato.[16]

Il confronto con lo Utah è utile, pur mantenendo distinti i materiali. Nelle grotte, gli speleotemi registrano quando l’acqua poteva infiltrarsi. A Batagay, la stratigrafia conserva ghiaccio, sedimenti e resti biologici. Entrambi gli archivi contribuiscono alla ricostruzione del rapporto fra clima e sottosuolo.[1][8]

Siberia occidentale: i crateri da emissione di gas di Yamal e Gydan

Un’altra categoria di voragini è documentata nelle penisole di Yamal e Gydan. Sono i gas emission craters, indicati con la sigla GEC. La loro formazione coinvolge gas in pressione e l’espulsione di terreno congelato. Non sono semplicemente conche prodotte da un lento assestamento.[6]

Uno dei casi che richiamarono l’attenzione internazionale fu osservato nella penisola di Yamal nel 2014. Il modello descritto dai ricercatori prevede un accumulo di metano sotto o dentro il permafrost ricco di ghiaccio. La sovrapressione può deformare la superficie e superare la resistenza dei materiali sovrastanti.[17]

Il fenomeno produce una rottura rapida, con espulsione di ghiaccio e sedimenti. Successivamente, l’erosione delle pareti e l’ingresso dell’acqua possono trasformare il cratere. La forma iniziale diventa quindi meno riconoscibile nel paesaggio.[6][18]

Una ricerca del 2021 ha analizzato 327.000 chilometri quadrati della regione Yamal-Gydan. Il metodo riconosceva i sette GEC allora riportati nella letteratura e individuava tre ulteriori forme simili. Il 5% del paesaggio risultava modificato fra il 1984 e il 2017. Questa percentuale riguarda tutti i cambiamenti rilevati, non soltanto i crateri da gas. Le frane retrogressive da disgelo erano più abbondanti dei GEC.[6]

Permafrost, gas profondi e riscaldamento: i processi dei crateri siberiani

La formazione dei GEC coinvolge condizioni geologiche e termiche specifiche. Uno studio del 2025 propone un ruolo determinante per flussi concentrati di gas e calore provenienti da sotto il permafrost. Il lavoro associa i crateri alla presenza di faglie e all’incontro fra zone scongelate sotto laghi o fiumi e assottigliamenti locali del terreno congelato.[9]

In questa interpretazione, il riscaldamento atmosferico agisce anche indirettamente. Favorisce la trasformazione del permafrost e lo sviluppo di laghi e corsi d’acqua, modificando le condizioni che consentono l’accumulo e la fuoriuscita del gas. L’origine di un cratere dipende quindi dall’interazione fra clima, struttura geologica e circolazione dei fluidi.[9]

I modelli scientifici descrivono contributi diversi e continuano a essere affinati. Il punto comune è il ruolo di una pressione capace di rompere il terreno. Questo separa i crateri da gas dalle depressioni termocarsiche ordinarie e dal megaslump di Batagay.[6][8][9]

Kamchatka: permafrost montano e terreni vulcanici

La Kamchatka presenta un contesto diverso dalle pianure di Yamal. Nel gruppo vulcanico Klyuchevskaya, il permafrost è diffuso anche in prossimità di vulcani attivi. La sua distribuzione dipende dalla quota, dalle condizioni termiche superficiali, dalla neve e dalle caratteristiche dei depositi vulcanici.[7]

Uno studio di Andrey Abramov, Stephan Gruber e David Gilichinsky, pubblicato nel 2008, descrive misurazioni e campagne condotte fra il 2002 e il 2007. I risultati documentano temperature medie annue del terreno vicine a 0 °C intorno a 950 metri di quota e prossime a ?7 °C a 2.500 metri. Il modello prevedeva permafrost a partire da circa 700 metri, con variazioni locali.[7]

Le simulazioni indicavano spessori dell’ordine di un chilometro sotto le cime più alte. Si tratta di stime modellistiche relative all’area studiata, non di misure applicabili all’intera penisola. Il lavoro costituisce una base per comprendere la struttura del sottosuolo vulcanico congelato.[7]

La presenza di magma non impedisce automaticamente la conservazione del permafrost. Il calore delle fumarole e dei condotti ha effetti localizzati. Le scorie vulcaniche possono inoltre isolare il ghiaccio sepolto. Nei sondaggi descritti dagli autori erano presenti livelli di ghiaccio massivo protetti da depositi vulcanici.[7]

Disgelo e voragini in Kamchatka: ghiaccio sepolto, infiltrazione e cedimenti

Nei terreni vulcanici della Kamchatka convivono lave, ceneri, scorie, sedimenti congelati e ghiaccio sepolto. Alcuni materiali sono molto porosi. L’acqua può quindi infiltrarsi anche attraverso substrati parzialmente congelati, quando i pori non sono completamente occupati dal ghiaccio.[7]

La risposta al riscaldamento dipende dalla struttura locale. Nei depositi ricchi di ghiaccio, la fusione può favorire assestamenti e depressioni. Sui versanti può contribuire alla mobilizzazione dei materiali. In questo ambiente, la valutazione dei cedimenti deve considerare insieme il ghiaccio sotterraneo, l’acqua e le proprietà meccaniche dei depositi vulcanici.[5][7][19]

Occorre distinguere anche il permafrost dal ghiaccio di origine glaciale sepolto. Le depressioni prodotte dalla fusione di ghiaccio glaciale relitto non sono classificate nello stesso modo del termocarsismo dei terreni permanentemente congelati. Una forma simile in superficie può dunque corrispondere a una storia diversa del sottosuolo.[12]

Per la Kamchatka, il riferimento è quindi un sistema montano e vulcanico con condizioni locali molto variabili. I crateri da emissione di gas studiati a Yamal e Gydan appartengono a un altro quadro geologico. La distinzione consente di descrivere il rischio senza trasferire automaticamente un meccanismo da una regione all’altra.[6][7]

Laghi termocarsici e permafrost: il ruolo dell’acqua nel disgelo

L’acqua non è soltanto un prodotto della fusione. È anche un mezzo di trasporto del calore. Quando una depressione diventa un lago che non congela fino al fondo, può mantenere una zona scongelata nel sottosuolo: il talik. La presenza di questa zona modifica la circolazione idrica e la distribuzione del permafrost.[13]

Nel delta della Lena, uno studio su cinque laghi ha misurato temperature medie annue sul fondo comprese fra 2,7 e 4 °C. Durante il periodo senza ghiaccio, le temperature mensili dell’acqua di fondo arrivavano a 15 °C. I bacini funzionavano come assorbitori di calore, trasferendolo ai sedimenti sottostanti.[20]

I laghi possono ampliarsi, unirsi o drenarsi attraverso nuovi percorsi. L’evoluzione idrologica modifica quindi anche l’evoluzione termica del terreno. Non esiste una sequenza identica per tutti i bacini: il risultato dipende dal ghiaccio disponibile, dalla topografia e dai collegamenti con il reticolo idrografico.[13][21]

Permafrost e carbonio: perché le voragini hanno effetti climatici

La regione settentrionale del permafrost conserva grandi quantità di carbonio organico. Una sintesi NOAA del 2019 stimava un deposito di 1.460–1.600 miliardi di tonnellate di carbonio nei suoli della regione. È una riserva complessiva, non una quantità destinata a essere emessa immediatamente.[22]

Il disgelo rende parte della materia organica disponibile alla decomposizione microbica. Si producono anidride carbonica e metano, con proporzioni influenzate anche dall’umidità e dalla disponibilità di ossigeno. Gli ambienti saturi d’acqua favoriscono la produzione di metano.[22][23]

Le forme di disgelo rapido possono esporre livelli profondi in tempi brevi. Per questo, frane e depressioni termocarsiche hanno rilevanza nel bilancio del carbonio. Una valutazione circumpolare del 2016 stimava che i paesaggi termocarsici occupassero circa il 20% della regione settentrionale del permafrost e conservassero circa metà del carbonio organico sotterraneo dell’area studiata.[5]

Il carbonio mobilizzato non si trasforma interamente e subito in gas. Una parte viene trasportata, depositata o ulteriormente trasformata nei fiumi e nei laghi. La ricerca su Batagay documenta proprio il collegamento fra disgelo, erosione e trasferimento della materia organica.[16]

Rischi del permafrost per infrastrutture e versanti

Il terreno congelato sostiene edifici, strade e altre infrastrutture. La sua degradazione può ridurre la capacità portante e aumentare i cedimenti differenziali. Le deformazioni dipendono dal contenuto di ghiaccio e dalla distribuzione del disgelo, non soltanto dalla temperatura dell’aria.[10][19]

In Yakutia, studi sulle comunità rurali collegano il termocarsismo a deformazioni di abitazioni e fabbricati, riduzione delle aree edificabili e perdita di terreni agricoli. Si tratta di trasformazioni che coinvolgono direttamente l’uso del territorio.[24]

Il monitoraggio combina osservazioni sul campo e telerilevamento. I sondaggi misurano la temperatura del terreno. Le misure dello strato attivo seguono il disgelo stagionale. Le immagini satellitari e i rilievi topografici documentano l’evoluzione delle depressioni e delle scarpate.[6][7][25]

I crateri da gas richiedono inoltre attenzione alla possibile deformazione della superficie e alla distribuzione delle condizioni geologiche favorevoli. Le mappe aiutano a individuare le trasformazioni, mentre la valutazione del rischio deve distinguere i diversi processi che le producono.[6][9]

Speleologia e permafrost: gli archivi delle grotte completano il monitoraggio

Le misurazioni strumentali descrivono il cambiamento contemporaneo. Gli archivi geologici estendono l’osservazione ai cicli climatici del passato. Le 108 datazioni dei monti Uinta offrono una ricostruzione della risposta del permafrost montano su 600.000 anni.[1]

Il contributo delle grotte riguarda soprattutto il rapporto fra gelo e infiltrazione. Gli speleotemi mostrano quando l’acqua poteva raggiungere il sottosuolo e depositare carbonati. Le successioni di Batagay conservano invece ghiaccio e materiali antichi. I sondaggi della Kamchatka descrivono la distribuzione termica nei terreni vulcanici.[1][7][8]

Questi strumenti osservano componenti diverse dello stesso sistema. Il loro confronto aiuta a comprendere la vulnerabilità dei terreni congelati, i cambiamenti idrologici e l’evoluzione dei versanti. Per la speleologia, lo studio dello Utah conferma il valore delle concrezioni come documenti della storia climatica e della circolazione dell’acqua.[1]

Scheda di studio: concetti chiave sul permafrost

  • Permafrost: terreno a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi.[10]
  • Strato attivo: porzione superficiale che disgela e ricongela stagionalmente.[11]
  • Termocarsismo: assestamento e trasformazione di terreni ricchi di ghiaccio durante il disgelo.[5]
  • Talik: zona di terreno scongelato che può persistere sotto un lago.[13]
  • GEC: cratere prodotto dall’espulsione di terreno associata a gas in pressione.

Fonti
[1] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain permafrost | Quaternary Research | Cambridge Core https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/abs/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[2] Speleothems – Caves and Karst (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/subjects/caves/speleothems.htm
[3] Uranium-Series Dating of Speleothems: Current Techniques, Limits … https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-1-4419-9118-8_10
[4] Speleothems reveal 500000-year history of Siberian permafrost. – ORA https://ora.ox.ac.uk/objects/uuid:c6d6a31f-6a5d-4975-ac06-10885254649e
[5] Circumpolar distribution and carbon storage of thermokarst … https://www.nature.com/articles/ncomms13043
[6] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21
[7] [PDF] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://scispace.com/pdf/mountain-permafrost-on-active-volcanoes-field-data-and-3xijvzrjoi.pdf
[8] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits … https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ppp.2194
[9] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40695218/
[10] Permafrost – ClimateChangePost https://www.climatechangepost.com/countries/russia/permafrost/
[11] Global study indicates widespread permafrost degradation https://www.preventionweb.net/news/global-study-indicates-widespread-permafrost-degradation
[12] Thermokarst | Types, Formation, & Facts – Britannica https://www.britannica.com/science/thermokarst
[13] Story Map »Thermokarst Lakes – Arctic Landscape EXplorer (ALEX) https://alex.awi.de/en/story-maps/thermokarst-lakes/slide-02
[14] A multimethod dating study of ancient permafrost, Batagay megaslump, east Siberia https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/A9EF8CD9E70A048C45ECF590A49D892D/S0033589421000272a.pdf/div-class-title-a-multimethod-dating-study-of-ancient-permafrost-batagay-megaslump-east-siberia-div.pdf
[15] Scoperta di un Cucciolo di Mammut di 50.000 Anni in … https://www.scintilena.com/scoperta-di-un-cucciolo-di-mammut-di-50-000-anni-in-siberia-un-ritrovamento-eccezionale-nel-permafrost-siberiano/12/26/
[16] Molecular biomarkers in Batagay megaslump permafrost deposits … https://tc.copernicus.org/articles/16/3601/2022/
[17] New study reveals formation of new gas emissions craters in the Arctic https://www.woodwellclimate.org/new-study-reveals-formation-of-new-gas-emissions-craters-in-the-arctic/
[18] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – EarthArXiv https://eartharxiv.org/repository/view/6351/
[19] Permafrost Degradation: Mechanisms, Effects, and (Im)Possible Remediation https://www.mdpi.com/2073-445X/14/10/1949
[20] Thermal processes of thermokarst lakes in the continuous permafrost zone of northern Siberia – observations and modeling (Lena River Delta, Siberia) https://www.biogeosciences.net/12/5941/2015/bg-12-5941-2015.pdf
[21] Gradual and Abrupt Permafrost Thaw as Drivers of Rapid Geomorphic Change in Arctic Permafrost Regions https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU2020/EGU2020-11772.html
[22] Permafrost and the Global Carbon Cycle – NOAA Arctic https://arctic.noaa.gov/report-card/report-card-2019/permafrost-and-the-global-carbon-cycle/
[23] How emissions from thawing permafrost reshape carbon budgets https://www.sciencespo.fr/chair-sustainable-development/news/how-emissions-from-thawing-permafrost-reshape-carbon-budgets/
[24] Influence of Permafrost Landscapes Degradation on Livelihoods of Sakha Republic (Yakutia) Rural Communities https://www.mdpi.com/2073-445X/10/2/101/pdf
[25] Thermokarst Development Detected from High-Definition Topographic Data in Central Yakutia https://www.mdpi.com/2072-4292/10/10/1579/pdf?version=1538384706
[27] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs). https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969725016821
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[31] Paleoclimate Inferred from Concentration of Greenhouse Gas and Ratios of O2/Ar and N2/Ar in Ice Wedges in Northeastern Siberia and Northern Alaska https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU21/EGU21-6965.html
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[33] Speleothems in Utah Caves Record Past Dynamics of Mountain … https://static.cambridge.org/content/id/urn:cambridge.org:id:article:S0033589426100763/resource/name/S0033589426100763sup001.pdf
[34] Deep ice-Rich permafrost and Its Carbon Vulnerability https://www.semanticscholar.org/paper/e83493a309c51bec13a9ed08092f9a6753d3246c
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[36] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits, Quaternary environmental history, and recent development https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1002/ppp.2194
[37] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://quaternary.uibk.ac.at/publication/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/
[38] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21/pdf
[39] Gas emission crater – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Gas_emission_crater
[40] Formation of Gas-Emission Craters in Northern West Siberia: Shallow Controls https://www.mdpi.com/2076-3263/11/9/393/pdf
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[69] Review of Permafrost Degradation in the Mongolian Plateau https://www.mdpi.com/2073-445X/14/2/383
[70] A Blessing and a Curse: Melting Permafrost in the Russian Arctic https://www.thearcticinstitute.org/blessing-curse-melting-permafrost-russian-arctic/
[71] Methane-cycling microbiomes in soils of the pan-Arctic and their response to permafrost degradation https://www.nature.com/articles/s43247-025-02765-5
[72] Geomorphology of the Central Kamchatka Depression, the Kamchatka Peninsula, NE Pacific https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/17445647.2023.2252006?needAccess=true&role=button
[73] A shift of thermokarst lakes from carbon sources to sinks during the … https://www.usgs.gov/publications/a-shift-thermokarst-lakes-carbon-sources-sinks-during-holocene-epoch
[74] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[75] INFLUENCE OF RIFT ZONES AND THERMOKARST LAKES ON THE FORMATION OF SUBAQUEOUS PERMAFROST AND THE STABILITY ZONE OF METHANE HYDRATES OF THE LAPTEV SEA SHELF IN THE PLEISTOCENE https://ice-snow.igras.ru/jour/article/download/458/269
[76] Active thermokarst zones on permafrost territory and their dete?ting … https://izvestiya.tpu.ru/archive/article/view/1685
[77] Geocryological conditions triggering thermokarst processes in Central Yakutia https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2020/23/e3sconf_vc2020_02007.pdf
[78] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://ideas.repec.org/a/wly/perpro/v19y2008i3p261-277.html
[79] ?????????? – ????????? https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A2%D0%B5%D1%80%D0%BC%D0%BE%D0%BA%D0%B0%D1%80%D1%81%D1%82
[80] Vulnerability of the Ancient Peat Plateaus in Western Siberia https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8707802/
[81] Kamchatka Peninsula – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Kamchatka_Peninsula
[82] Glaciers in the Russian Mountains (Caucasus, Altai, Kamchatka) in … https://journals.eco-vector.com/2076-6734/article/view/659370
[83] Thermokarst lakes – Brockmann Consult https://www.brockmann-consult.de/lakes/thermokarst-lakes/
[84] Climate warming has lead to widespread thawing in – CNN https://www.cnn.com/2019/06/11/americas/thermokarst-arctic-climate-change-intl-hnk
[85] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.gt-crust.ru/jour/article/download/86/88
[86] Speleothems in subglacial caves: An emerging archive of glacial climate history and mountain glacier dynamics https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0277379124001859
[87] U–Th dating of speleothems with high initial 230Th using … https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1871101407000222
[88] The antiquity of Nullarbor speleothems and implications for karst palaeoclimate archives https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6345804/
[89] Petrology, geochronology, and tectonic implications of c. 500 Ma metamorphic and igneous rocks along the northern margin of the Central Asian Orogen (Olkhon terrane, Lake Baikal, Siberia) https://ndownloader.figshare.com/files/5425988
[90] [PDF] Speleothems Reveal 500000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/files/11622548/PDF_Science2013.pdf
[91] Paleolithic occupation of arid Central Asia in the Middle Pleistocene https://dx.plos.org/10.1371/journal.pone.0273984
[92] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.earth.ox.ac.uk/publication/385519/scopus
[93] Speleothems Reveal 500,000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/en/publications/speleothems-reveal-500000-year-history-of-siberian-permafrost/
[94] Uranium–thorium dating – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Uranium%E2%80%93thorium_dating
[95] What is Uranium-Thorium Dating? – Isobar Science https://isobarscience.com/what-is-u-th-dating/
[96] Speleothems Reveal 500000-Year History of Siberian Permafrost https://scispace.com/papers/speleothems-reveal-500-000-year-history-of-siberian-1hmx4a1z89
[97] Siberian caves warn of permafrost meltdown https://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130619101521.htm
98 Uranium–thorium dating method and Palaeolithic rock art https://www.academia.edu/90905663/Uranium_thorium_dating_method_and_Palaeolithic_rock_art
[99] [PDF] Uranium-thorium dating: the race towards the earliest rock art https://aplombpublications.net/wp-content/uploads/2026/03/AOJHAE-02-0007_Final.pdf

Permafrost

L'articolo Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima proviene da Scintilena.

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Biospeleologia, 445 specie in 16 grotte brasiliane: la biodiversità si decide nei microhabitat

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Risorse alimentari, temperatura e rifugi: uno studio sulla Serra da Bodoquena mostra come la biospeleologia possa orientare la conservazione delle grotte

Biospeleologia nella Serra da Bodoquena: i risultati della ricerca

La biodiversità delle grotte dipende anche da differenze ambientali che si manifestano su pochi metri, fino alla scala del singolo metro quadrato. Una ricerca condotta in 16 grotte calcaree della Serra da Bodoquena, nel Mato Grosso do Sul, in Brasile, ha registrato 445 specie di invertebrati terrestri, appartenenti a 27 ordini. Venti specie presentavano caratteristiche associate alla vita cavernicola. Lo studio collega la distribuzione delle comunità alla varietà delle risorse alimentari, alla distanza dall’ingresso, alla temperatura e alla disponibilità di rifugi. [web:32]

Il lavoro si intitola “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”. È pubblicato su Ecological Research, volume 41, numero 2, articolo e70045, del 2026. Gli autori sono Rayanne Lays Sant’Ana Merlo, Leandro Mata da Rocha Melo, Lívia Medeiros Cordeiro, Marconi Souza Silva e Rodrigo Lopes Ferreira. [web:32]

La ricerca affronta un tema centrale della biospeleologia: comprendere perché organismi diversi occupino settori differenti della stessa cavità. Il sottosuolo presenta condizioni relativamente stabili, ma non uniformi. Anche variazioni contenute possono selezionare le specie capaci di vivere in un determinato ambiente. [web:32]

Microhabitat delle grotte: due scale per studiare gli invertebrati

Il campionamento è stato organizzato su due livelli spaziali. I ricercatori hanno esaminato 39 aree di 3 × 10 metri, riferite alla mesoscala. Hanno inoltre studiato 117 quadrati di 1 × 1 metro, riferiti alla microscala. Alle raccolte sistematiche si sono aggiunte ricerche generali mirate alla fauna troglobia. [web:32]

Questo disegno consente di leggere la grotta sia attraverso settori relativamente ampi, sia attraverso piccole porzioni del substrato. Cambiando la scala di osservazione, cambiano anche i fattori che spiegano meglio la composizione delle comunità. È uno dei risultati più rilevanti dello studio. [web:32]

Il censimento riguarda l’insieme delle 16 cavità. Le 445 specie rappresentano il totale registrato dalla ricerca, non la ricchezza di ciascuna grotta. Il dato descrive una fauna distribuita attraverso numerosi ambienti e condizioni locali. [web:32]

Biodiversità delle grotte e risorse alimentari: conta la varietà

La ricchezza di specie è risultata associata alla diversità delle risorse trofiche, cioè delle fonti di nutrimento. Una maggiore eterogeneità alimentare favoriva comunità più ricche. La ricchezza diminuiva invece con l’aumento della distanza dall’ingresso. [web:32]

Il risultato si inserisce nel funzionamento generale degli ecosistemi cavernicoli. Nelle zone prive di luce, la fotosintesi non sostiene le reti alimentari come avviene in superficie. Molte comunità dipendono quindi da materia organica proveniente dall’esterno, trasportata dall’acqua o dagli animali. [web:11][web:16]

Foglie, frammenti vegetali e altri apporti organici possono alimentare catene ecologiche differenti. Il guano dei pipistrelli costituisce un ulteriore collegamento tra superficie e sottosuolo. La biospeleologia studia questi flussi per comprendere come si mantenga la vita nelle cavità. [web:2][web:16]

Temperatura delle grotte e rifugi: filtri ecologici su pochi metri

Alla mesoscala, la composizione delle comunità era associata soprattutto a piccole variazioni di temperatura. In un ambiente termicamente stabile, differenze contenute possono funzionare da filtri ecologici. Favoriscono alcune specie e rendono meno adatto lo stesso settore ad altre. [web:32]

Alla microscala emergeva invece il ruolo della disponibilità di rifugi. La struttura fisica del substrato offre spazi protetti e microclimi differenti. La distribuzione degli invertebrati risponde quindi anche all’organizzazione materiale dell’habitat. [web:32]

Una grotta non può essere descritta soltanto attraverso la sua temperatura media. La ricerca mostra il valore di misure locali e osservazioni ravvicinate. Per la biospeleologia, il dettaglio spaziale diventa parte della spiegazione ecologica. [web:32]

Diversità tassonomica delle grotte e conservazione della fauna

Lo studio ha rilevato una correlazione positiva tra ricchezza di specie e distintività tassonomica. Quest’ultima considera quanto siano differenziati i gruppi presenti nella classificazione biologica. Le comunità più ricche sostenevano anche una maggiore varietà tassonomica, interpretata dagli autori in termini di diversità evolutiva. [web:32]

I risultati forniscono una base scientifica per orientare la conservazione. La tutela deve considerare non soltanto le specie, ma anche le condizioni che ne permettono la presenza. Risorse alimentari, rifugi e microclima sono componenti dell’habitat da integrare nella gestione delle cavità. [web:32]

Il quadro si collega anche alla protezione degli ambienti esterni. Una ricerca pubblicata nel 2026 su PeerJ, dedicata a sei grotte ferruginose dell’Amazzonia, ha documentato legami tra fauna cavernicola e lettiera forestale circostante. Gli autori indicano la conservazione delle foreste prossime alle cavità come parte della tutela delle comunità sotterranee. [web:11]

Relazione: l’importanza della biospeleologia e della ricerca scientifica nelle grotte

Biospeleologia e ambiente sotterraneo: oltre le gallerie accessibili

La biospeleologia studia gli organismi degli ambienti sotterranei e le loro relazioni con le condizioni fisiche, le risorse e gli altri esseri viventi. Il suo campo comprende grotte, acque sotterranee e spazi molto più piccoli. Fratture, pori e interstizi partecipano infatti alla continuità dell’habitat ipogeo. [web:21][web:24]

Questa prospettiva cambia il significato biologico di una grotta. La cavità percorribile dagli speleologi è una porzione osservabile di una rete più estesa. Il confine riportato su una topografia non coincide necessariamente con quello attraversato dagli organismi. Le connessioni possono proseguire attraverso fessure o circuiti idrici non accessibili alle persone. [web:21]

Scintilena ha approfondito questo tema attraverso il contributo di Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Fabrizio Serena negli Atti del Congresso nazionale di speleologia di Ormea del 2022. Il passaggio dalla singola grotta all’ambiente sotterraneo esteso collega ricerca biologica, esplorazione e pianificazione della tutela. [web:21]

Ne deriva un criterio operativo importante. La conservazione non può fermarsi all’ingresso o alle gallerie conosciute. Deve considerare anche le aree di alimentazione, il suolo sovrastante e le connessioni dell’acquifero. La scala della protezione deve seguire il funzionamento del sistema naturale. [web:21]

Fauna cavernicola e adattamenti: il valore evolutivo della biospeleologia

Gli organismi sotterranei offrono modelli per studiare l’evoluzione in condizioni di oscurità, disponibilità energetica limitata e relativa stabilità ambientale. In diversi gruppi compaiono riduzione degli occhi e della pigmentazione, appendici allungate e modificazioni dei sistemi sensoriali. Questi caratteri sono spesso indicati come troglomorfismi. [web:16]

Non tutte le specie rinvenute in grotta hanno lo stesso rapporto con il sottosuolo. Gli organismi troglobi, o troglobionti, sono legati agli ambienti sotterranei. Gli stigobi rappresentano la componente acquatica specializzata. Le specie troglofile possono invece mantenere popolazioni sia negli ambienti ipogei sia in quelli di superficie. [web:11][web:16]

Queste categorie aiutano a interpretare le comunità. La presenza di un animale in una cavità acquista significato attraverso il suo ciclo biologico e la sua distribuzione. Anche le connessioni con l’esterno possono essere molto differenti tra specie. [web:16]

La ricerca sugli adattamenti comprende inoltre fisiologia e storia delle popolazioni. Molti organismi specializzati presentano crescita lenta, maturazione ritardata o capacità di resistere a periodi di scarsità alimentare. Il confronto con specie affini di superficie permette di studiare come questi caratteri si siano sviluppati. [web:16]

L’isolamento tra popolazioni sotterranee può favorire una marcata differenziazione genetica. Per numerose specie, la capacità di dispersione è ridotta. Comprendere questi processi serve sia alla biologia evolutiva sia alla conservazione di popolazioni con distribuzioni limitate. [web:16]

Reti alimentari delle grotte: risorse, decompositori e pipistrelli

Le reti alimentari sotterranee collegano microbi, invertebrati e vertebrati. Negli ambienti bui, gli apporti esterni assumono un ruolo fondamentale. La materia organica può arrivare attraverso infiltrazioni, corsi d’acqua, ingressi e movimento degli animali. In alcuni sistemi interviene anche la produzione microbica basata su reazioni chimiche. [web:16]

La distribuzione del nutrimento non è necessariamente uniforme. Un deposito organico può creare condizioni diverse rispetto a un tratto povero di risorse. Lo studio della Serra da Bodoquena dimostra che la varietà delle risorse alimentari è associata alla ricchezza degli invertebrati. [web:32]

I pipistrelli partecipano a questi scambi quando utilizzano le grotte come rifugio e si alimentano all’esterno. Il guano trasferisce nutrienti all’ambiente ipogeo e sostiene processi biologici locali. Una sintesi del 2026 sui servizi ecosistemici sotterranei richiama anche il loro ruolo nella trasformazione degli ambienti cavernicoli. [web:2]

La protezione dei chirotteri riguarda quindi sia le colonie sia le relazioni ecologiche che contribuiscono a mantenere. Nei siti di svernamento, il disturbo può provocare risvegli e consumo delle riserve energetiche. Tutela Pipistrelli richiama per questo la necessità di ridurre la frequentazione e gli stimoli vicino agli animali in torpore. [web:43]

Microhabitat e ricerca nelle grotte: perché cambiare scala di osservazione

Il contributo dello studio brasiliano riguarda anche il metodo. Un settore di trenta metri quadrati e un quadrato di un metro quadrato non descrivono lo stesso livello di organizzazione. Il primo intercetta differenze tra porzioni della grotta. Il secondo evidenzia condizioni locali del substrato. [web:32]

Analizzare più scale consente di riconoscere fattori che una misura complessiva potrebbe attenuare. Nella Serra da Bodoquena, la temperatura emergeva soprattutto alla mesoscala. I rifugi assumevano il ruolo principale alla microscala. I due risultati descrivono livelli complementari della struttura delle comunità. [web:32]

Questo approccio aiuta a evitare una lettura omogenea dell’ambiente sotterraneo. Una stessa cavità può contenere combinazioni differenti di risorse e condizioni fisiche. La biodiversità va quindi studiata attraverso unità spaziali coerenti con le dimensioni e le esigenze degli organismi. [web:32]

Anche il confronto tra grotte richiede attenzione al contesto. Nelle cavità ferruginose amazzoniche studiate su PeerJ, la lettiera e la copertura vegetale contribuivano a spiegare i legami con la fauna esterna. Nei sistemi calcarei della Bodoquena, lo studio mette a fuoco i fattori interni dei microhabitat. Le due ricerche illuminano componenti diverse della stessa rete ecologica. [web:11][web:32]

Acque sotterranee e servizi ecosistemici: il valore della biodiversità ipogea

La ricerca scientifica nelle grotte riguarda anche funzioni rilevanti per la società. Gli ambienti sotterranei partecipano ai cicli biogeochimici, sostengono habitat di superficie e custodiscono risorse idriche. La componente biologica contribuisce ad alcuni processi che influenzano la qualità delle acque, insieme alla geochimica e alle condizioni fisiche. [web:2]

Una revisione pubblicata nel 2026 su Biological Reviews, coordinata da Stefano Mammola e numerosi specialisti, ha ricondotto gli ecosistemi sotterranei a 68 dei 90 servizi della classificazione internazionale CICES. Il risultato corrisponde a circa il 75% delle categorie considerate. [web:2]

La percentuale riguarda il numero di tipologie di servizi alle quali il sottosuolo contribuisce. Non rappresenta la quota di tutti i benefici ambientali del pianeta prodotta dalle grotte. La revisione comprende ambienti terrestri, acque dolci sotterranee e sistemi sotterranei salmastri o marini. [web:2]

Tra i benefici figurano approvvigionamento idrico, regolazione ambientale, ricerca, educazione e valori culturali. Molti contributi sono documentati qualitativamente. La loro quantificazione resta un campo di lavoro importante per collegare conoscenza scientifica e decisioni pubbliche. [web:2]

La tutela della fauna non si riduce comunque a una valutazione economica. Gli organismi sotterranei possiedono anche un valore intrinseco. La ricerca permette di riconoscerlo, descrivendo diversità, funzioni e relazioni che resterebbero altrimenti poco visibili. [web:2]

Grotte e cambiamenti climatici: stabilità non significa immobilità

La relativa stabilità delle grotte le rende laboratori naturali per studiare le risposte degli organismi ai cambiamenti ambientali. La roccia attenua molte oscillazioni esterne. Il sottosuolo resta però collegato alla superficie attraverso scambi di calore, aria, acqua e materia organica. [web:16]

Il riscaldamento esterno può propagarsi nelle cavità con tempi differenti. La profondità, la circolazione dell’aria e il movimento dell’acqua influenzano la risposta. Gli ambienti sotterranei superficiali possono mostrare variazioni più rapide rispetto ai settori profondi. [web:16]

Per la fauna, gli effetti dipendono dalla specie. Alcuni organismi tollerano intervalli termici ristretti. Altri presentano capacità di risposta più ampie. Anche l’umidità e la disponibilità delle risorse possono modificare l’idoneità dell’habitat. La valutazione richiede quindi dati biologici e ambientali integrati. [web:16]

Il risultato della Bodoquena conferma il rilievo ecologico delle piccole differenze termiche. Da questo punto di vista, il monitoraggio del microclima non è un’attività separata dalla biospeleologia. È uno strumento per interpretare la distribuzione della fauna e seguirne i cambiamenti. [web:32][web:16]

Metodi della biospeleologia: campionamento, sensori e DNA ambientale

La ricerca nelle grotte combina osservazione diretta, campionamenti mirati, identificazione tassonomica e misurazione delle condizioni ambientali. Transetti e aree di campionamento definite rendono più confrontabili le osservazioni. Sensori e registrazioni ripetute consentono di affiancare ai dati biologici serie di temperatura e umidità. [web:21][web:24]

L’identificazione delle specie rimane essenziale. Nel lavoro sulle grotte ferruginose amazzoniche, gli autori hanno coinvolto specialisti di diversi gruppi e depositato esemplari in collezioni scientifiche. Queste raccolte mantengono un riferimento verificabile per successive revisioni e confronti. [web:11]

Il DNA ambientale amplia le possibilità di indagine. La tecnica ricerca tracce genetiche lasciate dagli organismi nell’acqua o nei sedimenti. Il metabarcoding permette di analizzare insieme segnali appartenenti a più gruppi. Questi strumenti integrano il lavoro tradizionale e aiutano a studiare comunità difficili da osservare. [web:21]

La continuità temporale è altrettanto importante. Un censimento descrive una situazione. Un monitoraggio ripetuto permette di confrontare periodi diversi e valutare variazioni. Per gli ecosistemi cavernicoli, le serie di lungo termine sono particolarmente utili nello studio dei cambiamenti climatici. [web:16]

Conservazione delle grotte: collegare pressioni e processi ecologici

Le pressioni sulle grotte possono agire dall’interno o provenire dalla superficie. Infrastrutture turistiche e illuminazione possono modificare condizioni locali. Inquinamento, trasformazione del territorio e alterazioni del drenaggio possono raggiungere il sottosuolo attraverso la rete idrica e le fratture. [web:21][web:2]

La biospeleologia aiuta a collegare queste pressioni alle esigenze degli organismi. Se i rifugi spiegano una parte della composizione faunistica, le modifiche del substrato diventano rilevanti nella gestione. Se le risorse esterne sostengono le comunità, la tutela deve includere i processi che ne regolano l’arrivo. [web:32][web:11]

Le misure possono comprendere percorsi regolamentati, controllo degli accessi e monitoraggio stagionale. Nei siti con chirotteri occorre considerare svernamento e riproduzione. Gli interventi vanno adattati alle caratteristiche della cavità e delle popolazioni presenti. [web:21][web:43]

Il fine non consiste soltanto nel conservare un numero di specie. Comprende la continuità degli habitat e delle interazioni ecologiche. Lo studio brasiliano offre elementi concreti per riconoscere le componenti locali che sostengono questa continuità. [web:32]

Speleologi e ricerca scientifica: dati condivisi per la biodiversità delle grotte

Gli speleologi contribuiscono alla ricerca attraverso accesso agli ambienti, rilievi e conoscenza del territorio. Biologi, tassonomi ed ecologi trasformano osservazioni e campioni in informazioni sulle specie e sulle comunità. La collaborazione rende possibile lo studio di habitat complessi da raggiungere. [web:21]

La qualità dei dati dipende dalla documentazione. Località, data, metodo, posizione nella cavità e condizioni ambientali consentono di riutilizzare un’osservazione. Protocolli condivisi permettono di integrare il contributo dei gruppi speleologici con programmi scientifici più ampi. [web:21]

Un esempio italiano è il dataset sulla fauna sotterranea pugliese richiamato da Scintilena. Riunisce 109 specie, 224 siti e 622 record di presenza, con informazioni dal 1931 al 2024. L’organizzazione secondo Darwin Core facilita la condivisione e il riutilizzo dei dati. [web:21]

Archivi di questo tipo permettono di collegare raccolte storiche e indagini recenti. La ricerca sulla Serra da Bodoquena aggiunge un’altra prospettiva: alla conoscenza della distribuzione delle specie affianca quella delle condizioni che ne organizzano le comunità. È su questo collegamento tra inventario, ecologia e monitoraggio che può svilupparsi una tutela scientificamente fondata delle grotte. [web:21][web:32]

Fonti dell’articolo e della relazione

  1. Merlo R. L. S., Melo L. M. R., Cordeiro L. M., Silva M. S., Ferreira R. L. — “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”, Ecological Research, 41(2), e70045, 2026. DOI: 10.1111/1440-1703.70045. [web:32]
    https://esj-journals.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1440-1703.70045
  2. Oliveira M. P. A., Ferreira R. L. — “Beneath the canopy, beneath the ground: how surface microhabitats shape cave communities”, PeerJ, 14:e20593, 2026. [web:11]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12794640/
  3. Mammola S. e altri — “Subterranean environments contribute to three-quarters of classified ecosystem services”, Biological Reviews, 101(3), 1582–1605, 2026. [web:2]
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/brv.70137
  4. Mammola S., Piano E., Cardoso P., Vernon P., Domínguez-Villar D., Isaia M. — “Climate change going deep: the effects of global climatic alterations on cave ecosystems”, manoscritto disponibile nell’archivio istituzionale dell’Università di Torino. DOI: 10.1177/2053019619851594. [web:16]
    https://iris.unito.it/retrieve/e27ce42e-33c5-2581-e053-d805fe0acbaa/REVIEW_GLOBAL_WARMING_CAVES.pdf
  5. Scintilena — “Biospeleologia e biodiversità sotterranea: dalle grotte al reticolo invisibile delle fratture”, 19 agosto 2026. [web:21]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-e-biodiversita-sotterranea-dalle-grotte-al-reticolo-invisibile-delle-fratture/08/19/
  6. Scintilena — “Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del sud della Spagna”, 13 settembre 2026. [web:24]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-in-andalusia-quattro-nuove-specie-di-tychobythinus-nelle-grotte-del-sud-della-spagna/09/13/
  7. Tutela Pipistrelli — “Il periodo invernale”. [web:43]
    https://www.tutelapipistrelli.it/il-periodo-invernale/

Strategie di sopravvivenza

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Grotte degli Urali: 32 siti raccontano il Paleolitico tra Europa e Asia

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Una rassegna su Boreas ricostruisce il popolamento delle grotte degli Urali, dai rifugi attribuiti ai Neanderthal all’arte rupestre di Shulgan-Tash

Le grotte degli Urali conservano una parte importante della storia dei cacciatori-raccoglitori vissuti tra Europa e Asia durante l’ultima glaciazione. Una rassegna di Jiri Chlachula, pubblicata nel volume 55 di Boreas, riunisce le testimonianze archeologiche e ambientali di questa regione. Il quadro comprende 32 grotte con evidenze di frequentazione nel Pleistocene superiore, all’interno di circa 120 siti indagati. Non si tratta soltanto di grandi cavità. Il censimento considera anche ripari sotto roccia, piccoli antri e grotte utilizzate come ricoveri temporanei. [web:2]

Lo studio, intitolato “Cave Palaeolithic of the Ural Mountains – a review”, occupa le pagine 4–28 del primo fascicolo del 2026. Collega reperti, stratigrafie e indicatori paleoambientali. L’obiettivo è ricostruire gli adattamenti umani lungo una catena montuosa che separa geograficamente il continente europeo dall’Asia settentrionale. [web:2]

Grotte degli Urali e prime frequentazioni: una storia di oltre 57.000 anni

La testimonianza più antica riportata nella sintesi proviene da Sikiyaz-Tamak 7. La rassegna la colloca oltre 57.300 anni fa e la attribuisce a gruppi neandertaliani. Smelovskaya II documenta invece una fase iniziale del Paleolitico superiore. Il suo strato 4 è datato fra 49.223 e 42.137 anni calibrati prima del presente. [web:2]

Questi siti aprono una sequenza che attraversa diversi momenti dell’ultima glaciazione. Fra circa 35.000 e 24.000 anni fa, i ritrovamenti registrano lo sviluppo delle attività e delle tecnologie paleolitiche. Le fasi successive comprendono importanti complessi archeologici meridionali e settentrionali. [web:2]

Le cavità furono soprattutto ripari e luoghi di sosta. La loro posizione nelle valli fluviali permetteva di raggiungere acqua, risorse animali e materie prime. Lungo la Chusovaya, negli Urali centrali, il sistema delle valli offriva anche percorsi di attraversamento della catena montuosa. [web:2]

Archeologia delle grotte degli Urali: strumenti, ornamenti e attività simboliche

I reperti comprendono manufatti in pietra, oggetti in osso, avorio lavorato, pigmenti e ornamenti personali. Medvezhya, negli Urali settentrionali, ha restituito 1.517 manufatti litici e sei oggetti in osso. Assemblaggi numerosi provengono anche da Ignatievskaya e Bayslan-Tash, nel settore meridionale. [web:2]

Le industrie litiche documentano la produzione di lame, schegge, raschiatoi e bulini. Gli scarti di lavorazione aiutano a ricostruire le operazioni svolte nei siti. Gli ornamenti aggiungono informazioni sulle pratiche sociali. A Shulgan-Tash sono documentate perle, pendagli e oltre 60 conchiglie perforate. [web:2]

La presenza di ocra, strumenti per preparare i pigmenti e oggetti interpretati come lampade collega la cultura materiale alle attività sotterranee. Le pareti dipinte mostrano che alcune grotte ebbero funzioni ulteriori rispetto al semplice riparo. Le interpretazioni archeologiche includono pratiche simboliche e rituali. [web:2][web:5]

Shulgan-Tash e arte rupestre: le grotte degli Urali nel patrimonio UNESCO

Shulgan-Tash, conosciuta anche come Kapova, occupa un posto centrale in questa storia. Le sue pitture raffigurano mammut, rinoceronti lanosi, bisonti, cavalli e un cammello bactriano. Compaiono anche figure antropomorfe e motivi geometrici, fra cui i caratteristici trapezi. [web:28]

Nel 2025 le pitture della grotta sono entrate nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO. La documentazione del riconoscimento colloca il complesso artistico e archeologico nel Paleolitico superiore. I materiali del livello culturale sono datati fra 20.600 e 16.500 anni calibrati prima del presente. Le concrezioni sovrapposte ad alcune immagini ne attestano un’antichità superiore a 14.500 anni. [web:28]

Clima e popolamento nelle grotte degli Urali dopo il massimo glaciale

La rassegna individua, dopo il massimo glaciale, un aumento dei siti frequentati. Questo andamento suggerisce una crescita demografica e una maggiore diffusione degli insediamenti. Il quadro riguarda ambienti montani e pedemontani, con boschi, spazi aperti e condizioni variabili nel tempo. La fase conclusiva, fra circa 14.500 e 12.000 anni fa, presenta un segnale archeologico meno definito. Lo studio propone una riduzione del popolamento attorno a 15.000 anni fa. [web:2]

Sedimenti, pollini, resti animali e concrezioni permettono di collocare queste presenze nel loro ambiente. Per la speleologia, le grotte degli Urali rappresentano quindi archivi integrati. La lettura del sottosuolo mette in relazione la formazione delle cavità, le trasformazioni climatiche e le attività umane. [web:2][web:13]

Relazione di approfondimento: i ritrovamenti archeologici nelle grotte degli Urali

1. Carsismo e archeologia nelle grotte degli Urali: il contesto geografico

La catena degli Urali si estende per oltre 2.000 chilometri, dalle regioni artiche alle steppe meridionali. I siti archeologici in grotta si distribuiscono in settori con caratteristiche geologiche e ambientali differenti. Questa articolazione spiega perché il popolamento non segua una sola sequenza uniforme. [web:2]

Molte cavità si sviluppano in calcari paleozoici, soprattutto devoniani e carboniferi. Le fratture della roccia, la circolazione delle acque e la dissoluzione hanno contribuito alla loro formazione. Sollevamento del rilievo ed evoluzione delle valli hanno modificato la posizione degli ingressi rispetto ai corsi d’acqua. [web:2][web:13]

Per l’archeologia, una cavità non è soltanto uno spazio abitabile. È anche un contenitore sedimentario. Può conservare materiali trasportati dall’esterno, resti di animali, tracce di fuochi e manufatti. L’associazione fra questi elementi permette di studiare attività umane e trasformazioni ambientali. [web:2]

Il numero di 32 grotte paleolitiche indica il campione censito dalla rassegna. Non coincide con la totalità delle grotte note negli Urali. Inoltre, i circa 120 siti indagati comprendono forme carsiche di dimensioni molto diverse. Il dato descrive un insieme archeologico, non un inventario speleologico completo della catena. [web:2]

2. Cronologia del Paleolitico nelle grotte degli Urali

Le principali tappe ricostruite dalla rassegna possono essere ordinate in una sequenza di riferimento. Le età calibrate traducono le misure radiocarboniche in intervalli cronologici confrontabili. Vanno distinte dalle età radiocarboniche non calibrate, riportate in alcuni studi precedenti. [web:2][web:13] Fase Cronologia di riferimento Testimonianze principali Frequentazione più antica riportata dalla rassegna Oltre 57.300 anni fa Sikiyaz-Tamak 7, attribuita nello studio a gruppi neandertaliani. [web:2] Paleolitico superiore iniziale 49.223–42.137 anni calibrati prima del presente Strato 4 di Smelovskaya II. [web:2] Sviluppo delle frequentazioni glaciali Circa 35.000–24.000 anni fa Progressiva articolazione delle testimonianze archeologiche regionali. [web:2] Grandi complessi del Paleolitico superiore recente Quadro sintetico di circa 20.000–16.000 anni calibrati prima del presente Shulgan-Tash, Kul’yurt-Tamak e Medvezhya; singoli livelli possono avere età differenti. [web:2] Fase conclusiva dell’ultima glaciazione Circa 14.500–12.000 anni fa Frequentazioni meno nettamente riconoscibili nella sintesi regionale. [web:2]

Le grotte non documentano un’occupazione ininterrotta dell’intera catena. Conservano episodi distribuiti nello spazio e nel tempo. Una stessa cavità può contenere livelli paleolitici e materiali molto più recenti. Questo aspetto diventa particolarmente evidente nei siti riutilizzati durante l’Olocene. [web:2][web:13]

3. Sikiyaz-Tamak e Smelovskaya II: i ritrovamenti più antichi

Il complesso di Sikiyaz-Tamak si trova lungo il fiume Ai, nella regione di Chelyabinsk. Le cavità si aprono in una formazione calcarea, decine di metri sopra il corso d’acqua. La successione dei depositi conserva testimonianze di frequentazione e indicatori ambientali del Pleistocene finale e dell’Olocene. [web:2]

Sikiyaz-Tamak 7 costituisce il riferimento più antico dell’abstract di Chlachula. L’attribuzione neandertaliana riguarda la frequentazione proposta nella rassegna. Non va trasformata nella notizia di un ritrovamento di scheletri umani, che l’abstract non descrive. Il rilievo del sito deriva dalla sua posizione nella cronologia del popolamento regionale. [web:2]

A Smelovskaya II, nella valle del Piccolo Kyzyl, lo strato 4 contiene un’industria litica di aspetto arcaico. Sono presenti anche ossa di grandi mammiferi, comprese ossa di mammut fratturate e parzialmente bruciate. La rassegna segnala inoltre una possibile struttura di combustione. [web:2]

La datazione del livello deriva da una misura radiocarbonica di 41.000 ± 1.800 anni, calibrata nell’intervallo 49.223–42.137 anni prima del presente. È un riferimento per il Paleolitico superiore iniziale negli Urali. I manufatti non consentono una classificazione culturale altrettanto precisa. Cronologia e attribuzione a una specifica tradizione archeologica restano due informazioni distinte. [web:2]

4. Shulgan-Tash: pitture paleolitiche e archeologia del sottosuolo

Shulgan-Tash si trova nella Repubblica del Bashkortostan, presso la valle della Belaya. Il sistema comprende sale, gallerie e passaggi distribuiti su più livelli. Le pitture sono presenti anche nella zona afotica, priva di illuminazione naturale. La loro realizzazione richiedeva quindi l’accesso intenzionale alle parti interne della grotta. [web:28]

Lo zoologo Alexander Ryumin riconobbe le pitture nel 1959. Otto Bader avviò successivamente le ricerche archeologiche. La scoperta ampliò la distribuzione allora conosciuta dell’arte parietale paleolitica, portandola migliaia di chilometri a est dei principali complessi dell’Europa sudoccidentale. [web:42]

Gli inventari moderni comprendono centinaia di elementi grafici. La ricognizione discussa da Aitor Ruiz-Redondo indica almeno 246 unità. Il conteggio considera motivi e segni, non soltanto animali riconoscibili. Include dunque una componente non figurativa importante per comprendere l’organizzazione delle composizioni. [web:9][web:23]

Mammut, cavalli, rinoceronti e bisonti appartengono alla fauna raffigurata. Il cammello bactriano aggiunge un soggetto meno comune. Trapezi, linee e altri motivi geometrici mostrano che le pareti non costituiscono soltanto un repertorio zoologico. Sono anche una testimonianza dell’espressione simbolica dei gruppi paleolitici. [web:28]

I livelli archeologici hanno restituito manufatti litici e ossei, frammenti di ocra, ornamenti e oggetti per l’illuminazione. Sono documentate perle in serpentinite e avorio, pendagli e conchiglie perforate. Alcuni pezzi di ocra presentano superfici levigate dall’uso. Questi reperti permettono di studiare le operazioni svolte all’interno del sistema sotterraneo. [web:2]

5. Datazione delle pitture nelle grotte degli Urali: radiocarbonio e concrezioni

A Shulgan-Tash, la cronologia si costruisce combinando diversi archivi. Il radiocarbonio data materiali organici, come carboni e ossa. Il metodo uranio-torio viene applicato alle concrezioni carbonatiche associate alle pitture. I due procedimenti non misurano necessariamente lo stesso evento. [web:42]

Una concrezione sottostante deve essersi formata prima dell’immagine. Una concrezione che la ricopre si è invece depositata dopo. La pittura si colloca fra questi due momenti. La data della calcite sovrapposta fornisce quindi un’età minima dell’opera. [web:42]

Nella Sala del Caos, lo studio pubblicato su Scientific Reports nel 2018 ha individuato una finestra fra circa 36.400 e 14.500 anni fa. Le datazioni dei materiali archeologici restringono il quadro delle attività documentate verso la fase finale di questo intervallo. La documentazione UNESCO colloca il livello culturale fra 20.600 e 16.500 anni calibrati prima del presente. [web:42][web:28]

Questa distinzione rende leggibile il rapporto fra immagini, pavimenti archeologici e concrezioni. Una data ottenuta su un carbone nel sedimento documenta quel materiale e il suo contesto. L’attribuzione cronologica di una pittura richiede anche la valutazione della sua relazione con gli altri elementi della grotta. [web:42][web:5]

6. Ignatievskaya e Serpievskaya II: altri siti di arte rupestre negli Urali

Ignatievskaya, nota anche come Yamazy-Tash, si apre nella valle del Sim. Nel 1980, Valery Petrin, Sergei Chairkin e Vladimir Shirokov identificarono immagini rosse e nere. Le ricerche successive hanno documentato pannelli dipinti e materiali archeologici nelle sale interne. [web:39][web:9]

Il repertorio comprende figure animali e segni. Le analisi stilistiche riconoscono collegamenti con Shulgan-Tash. Quattro datazioni radiocarboniche del contesto archeologico interno collocano attività associate alle pitture fra circa 17.400 e 16.300 anni calibrati prima del presente. Le concrezioni offrono ulteriori vincoli cronologici. [web:9]

La grotta ha restituito un insieme litico superiore a 1.300 pezzi. Il diaspro compare in diverse varietà cromatiche. Schegge, lame, nuclei e frammenti ricostruiscono le fasi della lavorazione. Fra gli altri reperti figurano ocra e ornamenti in materiali ossei. [web:2]

Serpievskaya II amplia la distribuzione dei siti decorati meridionali. Il repertorio pubblicato comprende una dozzina di pitture rosse e diverse incisioni, soprattutto non figurative. La sua attribuzione paleolitica si basa su confronti tecnici e iconografici. Le immagini non dispongono della stessa definizione cronologica dei principali contesti datati. [web:9][web:5]

7. Kul’yurt-Tamak e Bayslan-Tash: accampamenti e produzione di strumenti

Kul’yurt-Tamak si trova circa un chilometro a valle di Shulgan-Tash. Gli scavi hanno recuperato alcune centinaia di manufatti. Una parte consistente è costituita da scarti litici. Sono presenti anche lame, microlame, bulini e strumenti perforanti. [web:2]

Il livello culturale si colloca fra circa 20.185 e 16.517 anni calibrati prima del presente. Resti animali e pollini descrivono un ambiente con spazi aperti. Il sito è interpretato come un accampamento temporaneo di caccia. La vicinanza a Shulgan-Tash consente di osservare funzioni differenti delle cavità all’interno di uno stesso territorio. [web:2]

Bayslan-Tash conserva uno degli assemblaggi litici più numerosi degli Urali meridionali. Selce nera e diaspri multicolori furono utilizzati per produrre lame, schegge e strumenti ritoccati. La rassegna collega le materie prime ai depositi alluvionali dei corsi d’acqua vicini. [web:2]

Le datazioni riportate per il sito comprendono un intervallo di circa 17.082–15.666 anni calibrati prima del presente. I reperti mostrano somiglianze tecnologiche con Ignatievskaya e Kul’yurt-Tamak. Il confronto riguarda modalità di lavorazione e forme degli strumenti, senza richiedere che tutte le grotte avessero la stessa funzione. [web:2]

8. Zapovednaya e le ossa di orso nelle grotte degli Urali

Zapovednaya si trova nella valle della Lemeza. Le indagini hanno individuato più livelli culturali e un insieme di circa 130 manufatti. La particolarità riguarda anche le materie prime: calcare e frammenti di calcite furono lavorati per ottenere strumenti di diverse forme. [web:2]

Fra i reperti figurano crani e altri resti di orso delle caverne. Alcuni contesti sono stati interpretati come espressione di attività rituali. Le età riportate per i resti manipolati comprendono intervalli di circa 43.048–40.441 e 35.246–31.130 anni calibrati prima del presente. [web:2]

L’interesse archeologico deriva dalla combinazione fra resti animali, distribuzione dei reperti e tracce di attività umana. Le ossa presenti in una grotta possono anche derivare dall’uso naturale della cavità da parte degli animali. La ricostruzione delle pratiche umane richiede quindi una lettura del deposito e della storia dei resti. [web:2][web:13]

9. Urali centrali: grotte della Chusovaya e collegamenti fra i versanti

Negli Urali centrali, numerosi siti si distribuiscono lungo la Chusovaya. Fra questi figurano Bolshoy Glukhoy, Stolbovoy, Kotel, Kumyshanskaya e Ust’-Koivinskaya. La posizione nelle valli lega la frequentazione delle cavità ai percorsi di mobilità attraverso il rilievo. [web:2]

Le datazioni mostrano episodi differenti. Bliznetsov comprende carboni datati fra circa 33.714 e 31.868 anni calibrati prima del presente. Stolbovoy restituisce un intervallo di circa 27.671–26.486 anni. Kotel e Ust’-Koivinskaya documentano invece fasi più recenti, prossime alla conclusione del Paleolitico superiore. [web:2]

Sul versante orientale, Bobylek e Bezymyanny aggiungono testimonianze di lavorazione dei materiali e ornamenti personali. Da Bezymyanny provengono frammenti di un bracciale in avorio di mammut. A Bobylek è documentato un oggetto ricavato da una fibula di orso delle caverne, interpretato anche come possibile parte di un fischietto o flauto. Quest’ultima lettura resta un’ipotesi funzionale. [web:2]

10. Medvezhya e le grotte degli Urali settentrionali

Medvezhya, o Grotta dell’Orso, costituisce uno dei principali riferimenti archeologici del settore settentrionale. Il sito si trova nell’area dell’alta Pechora. Gli scavi considerati dalla rassegna coprono circa 184 metri quadrati, un’estensione significativa rispetto a molti piccoli saggi effettuati altrove. [web:2][web:13]

L’assemblaggio di 1.517 manufatti litici e sei reperti in osso documenta attività umane in un ambiente di alta latitudine. Le serie radiocarboniche comprendono livelli del massimo glaciale e della successiva transizione. Il quadro dimostra che la storia del popolamento non riguarda soltanto le grotte dipinte meridionali. [web:2][web:13]

Uninskaya e Studenaya hanno restituito manufatti attribuiti alla seconda metà del Paleolitico superiore. Cheremukhovo conserva anche una testimonianza più antica: un singolo manufatto nello strato 10, associato a depositi riferiti al MIS 3. L’integrazione di questi dati amplia il quadro territoriale dei ritrovamenti. [web:13]

Una sintesi di Pavel Kosintsev e Olga Bachura, pubblicata nel 2023, esamina 19 località settentrionali. Riunisce dati stratigrafici, faunistici e botanici dal Pleistocene superiore all’Olocene. Il campione non coincide con quello delle 32 grotte paleolitiche di Chlachula. Comprende soprattutto archivi ambientali, dei quali soltanto una parte contiene manufatti paleolitici. [web:13]

11. Ornamenti, pigmenti e cultura materiale nelle grotte degli Urali

Gli ornamenti rappresentano una componente significativa dei ritrovamenti. Perle in avorio di mammut provengono da Ignatievskaya, Bobylek e Bayslan-Tash. I semilavorati consentono di ricostruire alcune fasi produttive: taglio di piccoli segmenti, levigatura e perforazione. [web:2]

A Shulgan-Tash, pendagli, perle e conchiglie perforate si affiancano agli strumenti ordinari. La scelta dei materiali e la trasformazione in oggetti da indossare documentano pratiche diverse dalla sola produzione di utensili. Questi reperti permettono di affrontare il tema dell’espressione personale e delle relazioni sociali. [web:2][web:23]

L’ocra collega gli oggetti mobili alle attività sulle pareti. Uno studio pubblicato su Heritage nel 2024 analizza i colori di piccoli frammenti provenienti da Kapova e Kamennaya Balka II. Combina osservazione al microscopio, classificazione cromatica e analisi statistica. L’obiettivo è riconoscere rapporti fra pigmenti e strutture del livello culturale. [web:22]

Lo studio dei pigmenti non si esaurisce nell’identificazione del rosso. Permette di esplorare la preparazione dei materiali e la distribuzione delle attività. A Kapova, l’integrazione fra frammenti di ocra, strumenti e pitture rende possibile una lettura più articolata del lavoro svolto sottoterra. [web:22][web:2]

12. Paleoclima nelle grotte degli Urali: il contributo degli speleotemi

Le concrezioni carbonatiche registrano condizioni diverse da quelle descritte dai soli reperti archeologici. Stalagmiti e colate si formano in presenza di acqua liquida. La calcite criogenica può invece documentare processi di congelamento dell’acqua all’interno delle cavità. [web:42]

La ricerca del 2018 su Shulgan-Tash e altre grotte vicine combina questi archivi. I risultati indicano ripetute fasi di permafrost negli Urali meridionali. Ricostruiscono anche temperature sottozero nella grotta durante l’intervallo dell’attività artistica considerato dallo studio. [web:42]

Le pitture furono realizzate su superfici asciutte. Secondo questa ricostruzione, l’assenza di acqua sulle pareti dipendeva dal gelo. Il contesto sotterraneo non era quindi necessariamente un ambiente mite, anche quando veniva raggiunto per dipingere. [web:42]

Pollini e resti animali completano il quadro. Le associazioni di piccoli mammiferi aiutano a distinguere paesaggi aperti e boschivi. I grandi mammiferi documentano la composizione delle faune. Il confronto con le concrezioni collega queste informazioni all’evoluzione climatica e idrologica delle cavità. [web:13][web:42]

13. Dalla preistoria ai santuari: riutilizzo delle grotte degli Urali

La frequentazione delle cavità proseguì dopo il Paleolitico. Negli Urali settentrionali sono documentati materiali mesolitici, neolitici, eneolitici, dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro. Altri contesti appartengono al Medioevo. Alcune grotte conservarono anche sepolture. [web:13]

Kaninskaya e altre cavità furono utilizzate come santuari in epoche successive. La documentazione comprende pratiche legate all’orso bruno e deposizioni di ossa. Questi episodi appartengono a contesti storici e culturali differenti dalle frequentazioni paleolitiche. Non costituiscono, da soli, la prova di una tradizione rituale rimasta identica per millenni. [web:13]

Anche Shulgan-Tash conserva testimonianze successive all’ultima glaciazione. La rassegna riporta materiali interpretati in relazione a pratiche rituali fino all’età del Bronzo. Separare le diverse fasi consente di leggere la lunga storia delle cavità senza sovrapporre reperti lontani nel tempo. [web:2]

14. Conservazione delle grotte degli Urali: tutela delle pitture e degli archivi sedimentari

L’iscrizione UNESCO del 2025 riconosce le pitture di Shulgan-Tash secondo il criterio relativo alla testimonianza di una tradizione culturale. La protezione riguarda anche il contesto carsico e paesaggistico. La stabilità dei parametri geologici, geochimici e microclimatici contribuisce alla conservazione delle immagini e dei depositi archeologici. [web:28]

La decisione UNESCO raccomanda di limitare rigorosamente l’accesso alle sale dipinte agli scienziati, quando necessario per ricerca o conservazione. Chiede inoltre di rafforzare il monitoraggio e di integrare i dati climatici interni con le valutazioni dello stato delle pitture. [web:28]

La documentazione delle immagini assume un ruolo operativo. Per Ignatievskaya, una ricerca pubblicata nel 2024 descrive l’impiego di mosaici fotografici e rilievi fotogrammetrici delle superfici dipinte. Questi strumenti consentono di migliorare la registrazione dei pannelli e di confrontare le osservazioni nel tempo. [web:39]

Per il pubblico speleologico, il valore dei ritrovamenti comprende quindi tre dimensioni inseparabili. La cavità conserva una forma geologica, un archivio ambientale e un contesto culturale. La tutela dell’intero sistema permette di mantenere leggibili le relazioni fra questi elementi. [web:2][web:28]

Fonti scientifiche e istituzionali

Urali

L'articolo Grotte degli Urali: 32 siti raccontano il Paleolitico tra Europa e Asia proviene da Scintilena.

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Le grotte carsiche diventano un pozzo di metano: identificati i batteri che lo consumano

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Lo studio sulle grotte carsiche e il metano documenta un nuovo ruolo del sottosuolo nel ciclo climatico

Una ricerca pubblicata su Science Advances mostra che i sedimenti delle grotte carsiche possono sottrarre metano all’aria grazie all’attività di batteri specializzati. Lo studio, firmato da Xiaoyan Liu e collaboratori, riguarda la Chang Cave nello Hubei, in Cina, e attribuisce il processo a microrganismi capaci di usare il metano atmosferico come fonte di energia e di carbonio.

Il risultato interessa direttamente la speleologia. Il metano è noto agli esploratori soprattutto come gas da rilevare in contesti particolari, mentre qui emerge una funzione diversa: in una normale cavità carsica povera di nutrienti, una comunità microbica non si limita a convivere con il gas, ma lo consuma attivamente. I ricercatori descrivono quindi le grotte carsiche come un serbatoio naturale di assorbimento del metano finora poco considerato nei bilanci climatici.

Metano nelle grotte carsiche, i dati della Chang Cave

I campioni sono stati prelevati in una grotta con temperatura stabile tra 15 e 18 gradi e umidità prossima alla saturazione. In laboratorio, i sedimenti hanno mostrato una crescente capacità di ossidare il metano quando la sua disponibilità passava da 2 a 500 parti per milione: l’attività è salita da 2,9 a 90,7 nanogrammi per grammo di sedimento all’ora.

Le prove con isotopi del carbonio hanno confermato il percorso del gas. Il carbonio del metano è stato ritrovato nella biomassa microbica e nell’anidride carbonica prodotta durante l’ossidazione. Più della metà del carbonio fornito, con valori compresi fra il 52,6 e il 73,2 per cento, è stata incorporata dalla biomassa. Il metano, quindi, alimenta sia il metabolismo sia la costruzione delle cellule.

L’indagine ha combinato esperimenti in microcosmi, analisi isotopiche, microscopia ionica su scala nanometrica, metagenomica e metatrascrittomica. È un approccio che unisce la misura del consumo del gas all’identificazione degli organismi e dei geni effettivamente attivi.

Batteri metanotrofi delle grotte: tre generi nella famiglia Methyloligotrophaceae

I principali responsabili appartengono al gruppo in precedenza indicato come USC?, una linea di batteri metanotrofi atmosferici. L’analisi genomica li colloca nella famiglia provvisoriamente denominata Candidatus Methyloligotrophaceae. Lo studio distingue tre generi: Candidatus Methyloligotropha, Candidatus Methylotierraosa e Candidatus Methylocavernigena; gli ultimi due vengono proposti per la prima volta nella ricerca.

Questi batteri dominavano la comunità dei microrganismi che ossidano metano nei sedimenti esaminati. La loro caratteristica decisiva è l’affinità per concentrazioni molto basse del gas. Il parametro che descrive questa capacità, chiamato costante di semisaturazione, è risultato pari a 138,8 parti per milione. In termini semplici, il sistema microbico resta efficiente anche dove il metano è scarso, condizione tipica degli ambienti sotterranei ventilati dall’aria esterna.

La ricerca rileva anche una flessibilità metabolica utile in un ambiente oligotrofico, cioè povero di risorse. Oltre al metano, questi microrganismi possiedono geni che suggeriscono l’impiego di idrogeno in tracce come fonte energetica complementare. L’ipotesi richiede ancora verifiche sperimentali in coltura, ma aiuta a spiegare la persistenza di queste comunità nel sottosuolo.

Il pozzo di metano nel carsismo della Cina sud-occidentale

Confrontando le velocità di ossidazione in cavità e suoli, gli autori stimano in modo prudente che il carsismo sotterraneo della Cina sud-occidentale possa sequestrare circa 0,56 teragrammi di metano l’anno. È una stima territoriale, non un valore da trasferire automaticamente a tutte le regioni carsiche del pianeta. Gli stessi ricercatori sottolineano che servono misure aggiuntive su distribuzione dei batteri, geometria delle cavità e superfici effettivamente colonizzate.

Il dato modifica comunque il quadro di partenza. I suoli sono già riconosciuti come importanti consumatori biologici di metano; le cavità carsiche, grazie a microclimi relativamente stabili, sedimenti e rocce alterate, possono rappresentare una componente ulteriore. Le sequenze genetiche affini ai microrganismi individuati sono state trovate in tutti i continenti, anche in suoli forestali, praterie, aree agricole e ambienti polari. Il passaggio dalla presenza genetica a una stima globale del flusso richiederà campagne coordinate di monitoraggio.

La curiosità per gli speleologi: metano basso, ma consumato in modo misurabile

La curiosità più concreta per gli speleologi riguarda il livello a cui si manifesta il fenomeno. Non si tratta di una cavità con una vistosa emissione di metano, come può avvenire presso fluidi profondi, sorgenti sulfuree, strutture vulcaniche o depositi organici in condizioni particolari. I batteri studiati sono invece adattati a consumare metano a concentrazioni molto basse, comprese quelle vicine all’aria ambiente.

Nella pratica speleologica, il metano rientra tra i parametri da controllare dove la geologia e la ventilazione fanno ipotizzare accumuli di gas. In questa ricerca diventa anche un indicatore di processi invisibili: la sua diminuzione rispetto all’esterno può segnalare l’azione di una comunità microbica sotterranea. La grotta non è soltanto un volume d’aria e roccia, ma un sistema in cui atmosfera, sedimento, acqua e microbi si scambiano materia in modo continuo.

Gas nelle grotte naturali: una relazione per l’esplorazione e il monitoraggio

Atmosfera di grotta e ventilazione: perché le concentrazioni cambiano

L’aria delle grotte naturali non è uniforme. Dipende dalla morfologia della cavità, dal numero e dalla quota degli ingressi, dalle fratture, dalla temperatura esterna, dal vento, dall’acqua e dalle sorgenti geologiche o biologiche di gas. Nelle cavità temperate il ricambio è spesso guidato dalla differenza di densità tra aria esterna e aria sotterranea, il cosiddetto effetto camino. I cicli giornalieri e stagionali possono cambiare rapidamente la composizione dell’aria in un ramo, in una saletta o in un fondo cieco.

Le misure devono perciò essere spaziali e ripetute nel tempo. Una lettura all’ingresso non definisce l’atmosfera di un ambiente distante. Anche l’idea di una stratificazione immutabile è insufficiente: anidride carbonica e altri gas possono concentrarsi in zone basse o poco ventilate, ma flussi, temperatura, turbolenza e geometria modificano i profili. Il campionamento remoto con pompa e sonda evita di esporre l’operatore durante la prima verifica.

Anidride carbonica nelle grotte: il gas più frequente nelle cavità carsiche

L’anidride carbonica è il gas che più spesso merita attenzione nelle grotte carsiche. Può arrivare dal suolo sovrastante, dove respirazione delle radici e decomposizione della sostanza organica la arricchiscono; può essere prodotta da processi biologici in cavità, da guano e materiale organico, oppure provenire da sorgenti geologiche profonde e aree vulcaniche. La ventilazione ne controlla diluizione e accumulo.

Non ha odore né colore. L’esposizione elevata provoca aumento della ventilazione respiratoria, mal di testa, capogiri, affanno e, a livelli estremi, perdita di coscienza e asfissia. L’anidride carbonica è inoltre più densa dell’aria, dettaglio utile per capire alcuni accumuli locali ma non sufficiente per dichiarare sicura una zona più alta. La sua concentrazione influenza anche la chimica carsica: regola l’equilibrio fra acqua e carbonati, con effetti su dissoluzione e deposizione delle concrezioni.

Ossigeno in grotta: il parametro che definisce la respirabilità

L’ossigeno non è un inquinante, ma è il primo parametro di sicurezza. Può diminuire perché viene consumato da respirazione e ossidazioni, oppure perché altri gas lo diluiscono e lo sostituiscono. Una percentuale inferiore al 19,5 per cento viene convenzionalmente trattata come atmosfera carente di ossigeno negli standard per spazi confinati. Con valori inferiori peggiorano capacità di giudizio e prestazione fisica; con ulteriore riduzione il rischio di collasso è rapido.

Per questo un misuratore di esplosività non sostituisce un rilevatore di ossigeno. I sensori per gas combustibili possono fornire letture non affidabili quando l’ossigeno è basso. L’ordine di controllo resta essenziale: ossigeno, infiammabilità, gas tossici. La misura deve avvenire prima dell’ingresso e proseguire durante la permanenza, se il contesto è sospetto o variabile.

Metano nelle grotte naturali: da pericolo potenziale a risorsa per i microbi

Il metano può provenire da risalite di fluidi profondi, fenomeni vulcanici e idrotermali, degradazione anaerobica di materia organica, sedimenti saturi d’acqua o attività umane nelle vicinanze. È incolore e inodore. In alte concentrazioni può ridurre la disponibilità di ossigeno; soprattutto è infiammabile e una miscela con l’aria diventa esplosiva fra il 5 e il 15 per cento in volume.

La concentrazione osservata nella ricerca cinese è di ordine completamente diverso da quello di un rischio esplosivo. La scoperta riguarda infatti il consumo di tracce di metano, non l’accumulo di grandi quantità. Questa distinzione è decisiva: una cavità può essere un assorbitore biologico di metano atmosferico e, in un altro settore o in un altro tipo di sistema geologico, presentare una sorgente di gas che richiede protocolli di sicurezza specifici.

Un esempio di ambiente con chimica opposta è la Grotta Movile, in Romania, dove acque sulfuree alimentano una rete biologica basata sulla chemiosintesi. Nei suoi settori più isolati l’ossigeno è molto basso, mentre metano, anidride carbonica e idrogeno solforato hanno ruoli rilevanti. Anche in Italia, la Grotta del Cane ai Campi Flegrei mostra quanto siano importanti la misura strumentale e le procedure per atmosfere con ossigeno ridotto e anidride carbonica elevata.

Idrogeno solforato nelle grotte sulfuree: tossicità, corrosione e chemosintesi

L’idrogeno solforato è associato a sorgenti termali e sulfuree, risalite profonde, processi anaerobici e cavità generate o modificate dall’acido solforico. È spesso riconoscibile per l’odore di uova marce, ma l’olfatto non è uno strumento di sicurezza: l’adattamento olfattivo può avvenire rapidamente. Il gas è tossico, può irritare occhi e vie respiratorie, agire sul sistema nervoso e formare miscele infiammabili.

Questo gas ha anche un peso speleogenetico. Quando fluidi ricchi di idrogeno solforato incontrano ossigeno e acqua, le trasformazioni chimiche e microbiche producono acidità capace di aggredire i carbonati. In tali cavità prosperano batteri che ottengono energia dall’ossidazione dei composti ridotti dello zolfo; biofilm e formazioni gelatinose molto acide possono esserne l’espressione visibile.

Radon nelle grotte: rischio radiologico legato al tempo di esposizione

Il radon è un gas radioattivo naturale, senza colore, odore o sapore, prodotto nella catena di decadimento di elementi presenti nelle rocce e nei suoli. Le grotte, come miniere e altri spazi poco ventilati, possono favorirne l’accumulo. Il rischio non è l’effetto acuto durante una breve esposizione, ma la dose cumulativa associata all’inalazione dei prodotti di decadimento, che possono danneggiare il tessuto polmonare.

Il monitoraggio del radon serve soprattutto a chi frequenta una cavità con continuità: guide, ricercatori, operatori di grotte turistiche e speleologi impegnati in campionamenti ripetuti. Dosimetri e misure integrate nel tempo permettono di stimare l’esposizione reale. La gestione richiede registri di presenza, valutazione stagionale e adattamento dei tempi di permanenza alle caratteristiche del sito.

Monossido di carbonio, ammoniaca e altri gas nelle cavità

Il monossido di carbonio è un gas incolore e inodore, prodotto da combustione incompleta. In una grotta naturale non è in genere un costituente di fondo, ma può comparire per motori a combustione, generatori, incendi, fumi o fonti esterne trasportate dalla ventilazione. È tossico perché interferisce con il trasporto di ossigeno nel sangue. La prevenzione più efficace è evitare fonti di combustione nelle cavità e verificarne ogni eventuale immissione.

L’ammoniaca può essere collegata alla degradazione di guano e materiale organico, soprattutto in cavità con grandi colonie di chirotteri o uccelli. È irritante e richiede sensori adeguati quando le condizioni del sito lo rendono plausibile. Composti dello zolfo diversi dall’idrogeno solforato, come anidride solforosa, possono essere presenti in contesti vulcanici e fumarolici. Vapori acidi, temperature elevate e carenza di ossigeno rendono questi ambienti non assimilabili alla normale progressione speleologica.

Rilevazione dei gas in grotta: strumenti, calibrazione e decisioni operative

La sicurezza atmosferica non si affida alla fiamma, all’odore o alla sensazione respiratoria. Occorre un rilevatore multigas scelto in base al rischio atteso e dotato almeno di canali per ossigeno, infiammabilità e, dove necessario, anidride carbonica, idrogeno solforato e monossido di carbonio. Il radon richiede strumentazione dedicata. Per idrogeno solforato, ammoniaca, anidride solforosa e altri composti, il sensore deve essere appropriato allo specifico gas.

Lo strumento va controllato prima di ogni uscita, sottoposto a verifica funzionale e calibrato con gas campione secondo il manuale del costruttore. Umidità molto elevata, condensa, polvere, temperatura e interferenze tra sostanze possono alterare le letture. Gli apparecchi destinati ad ambienti potenzialmente esplosivi devono essere certificati per quell’impiego.

Un allarme non richiede interpretazioni improvvisate. La condotta corretta è interrompere la progressione, arretrare verso aria nota come sicura, mantenere il contatto con l’esterno e applicare il piano della squadra. Il soccorso di una persona in atmosfera ignota richiede formazione, procedure e protezione respiratoria idonea; un intervento spontaneo può esporre altri soccorritori allo stesso pericolo.

Grotte, microbi e gas: una stessa dinamica ambientale

Lo studio sul metano collega la microbiologia delle grotte a una questione climatica globale senza trasformare le cavità in una scorciatoia per compensare le emissioni. Le stime disponibili riguardano un’area definita e devono essere consolidate da nuove misure. Il contributo più solido è aver identificato un meccanismo: batteri adattati a concentrazioni minime di metano lo ossidano e ne assimilano una parte rilevante nella biomassa.

Per la speleologia il messaggio è duplice. I gas restano un fattore di sicurezza da riconoscere con strumenti e competenza. Nello stesso tempo, la loro distribuzione racconta la ventilazione, l’idrologia, la geologia e il metabolismo delle comunità sotterranee. Misurare l’aria in grotta significa quindi proteggere chi entra e comprendere meglio l’ecosistema che si sta esplorando.

Fonti

Metano

L'articolo Le grotte carsiche diventano un pozzo di metano: identificati i batteri che lo consumano proviene da Scintilena.

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Klasies River, nei sedimenti di grotta la storia del clima e delle popolazioni umane

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I sedimenti di grotta della costa sudafricana conservano fossili, conchiglie e tracce di occupazione. Le ricerche a Klasies River collegano cambiamenti ambientali, risorse alimentari e frequentazioni del Pleistocene superiore.

Klasies River: i sedimenti di grotta raccontano il Pleistocene superiore

Le ricerche a Klasies River, sulla costa di Tsitsikamma in Sudafrica, ricostruiscono il rapporto tra ambiente e popolazioni umane attraverso i depositi conservati nelle cavità. Ossa, conchiglie, strumenti litici e residui di combustione documentano trasformazioni del paesaggio e differenti modalità di utilizzo del sito. Il complesso custodisce una successione archeologica spessa circa 20 metri. Le frequentazioni di Homo sapiens del Middle Stone Age coprono, secondo la sintesi dell’Università di Bergen, un intervallo compreso approssimativamente tra 120.000 e 59.000 anni fa. [web:14]

Al centro dell’indagine ci sono i sedimenti di grotta. Non costituiscono soltanto il materiale che circonda i reperti. Conservano anche informazioni sulla vegetazione, sulle comunità animali e sui processi che hanno portato resti biologici nelle cavità. La lettura congiunta di questi elementi permette di ricostruire gli ecosistemi frequentati dalle popolazioni preistoriche. [web:21][web:37]

La ricerca a Klasies River: dagli scavi di Deacon alle indagini di Sarah Wurz

Il programma descritto nel lavoro di H. J. Deacon, V. B. Geleijnse, A. I. Thackeray, J. F. Thackeray, M. L. Tusenius e J. C. Vogel affronta i cambiamenti ambientali dell’ultimo ciclo interglaciale-glaciale. L’obiettivo è collegare le variazioni climatiche alla produttività e alla diversità delle comunità vegetali e animali. Il quadro comprende anche la distribuzione e la frequenza delle presenze umane.

Questa linea di ricerca si inserisce in una storia di scavi avviata negli anni Sessanta. Ronald Singer e John Wymer condussero le prime campagne nel 1967 e nel 1968. Hilary Deacon guidò le indagini tra il 1984 e il 1995. Sarah Wurz, dell’Università del Witwatersrand, ha aperto una nuova fase di ricerca nel 2013 e dirige gli scavi attuali descritti da SapienCE. [web:14]

Fossili e paleoecologia: il contributo dei sedimenti di grotta

I depositi di Klasies River contengono resti di organismi marini e terrestri. Le conchiglie documentano lo sfruttamento delle risorse costiere. Le ossa dei mammiferi contribuiscono alla ricostruzione degli habitat e delle attività di sussistenza. Anche i piccoli vertebrati offrono informazioni ambientali, attraverso materiali introdotti nella cavità da rapaci e altri animali. [web:14][web:21]

La paleoecologia studia gli ecosistemi del passato. A Klasies River integra l’identificazione delle specie con la tafonomia, cioè l’analisi dei processi di accumulo e trasformazione dei resti. Tagli, bruciature, segni di denti e alterazioni digestive aiutano a riconoscere l’azione umana e quella dei carnivori. [web:21]

Howiesons Poort e livello marino nella sequenza di Cave 1A

La successione di Cave 1A conserva livelli attribuiti all’Howiesons Poort, un complesso tecnologico del Middle Stone Age caratterizzato anche da piccoli manufatti litici a dorso. Le ricostruzioni paleoambientali collegano questa parte della sequenza a fasi di regressione marina. Il mare si allontanava dalla posizione attuale, modificando l’accessibilità delle risorse costiere e l’estensione degli ambienti terrestri. [web:21]

L’abbassamento del livello marino esponeva porzioni della piattaforma continentale. La pianura così emersa, nota come Palaeo-Agulhas Plain, offriva nuovi habitat e percorsi per gli erbivori. Questi cambiamenti trasformavano il territorio disponibile ai gruppi umani. Nella sequenza di Klasies River, il contributo dei molluschi appare ridursi dal MSA II all’Howiesons Poort, in relazione alle regressioni marine. [web:21]

Datazione dei sedimenti di grotta e intensità delle frequentazioni

La cronologia dei depositi viene costruita attraverso metodi complementari. A Klasies River sono state applicate la risonanza di spin elettronico allo smalto dentale e le datazioni uranio-torio su formazioni carbonatiche associate alla successione. Il confronto tra misure e posizione stratigrafica permette di collocare reperti e cambiamenti ambientali nel tempo. [web:66][web:21]

Uno studio pubblicato nel 2022 su Frontiers in Earth Science ha analizzato i resti faunistici provenienti dagli scavi Deacon e Wurz. I risultati indicano frequentazioni più intense nel MSA II inferiore e nella parte iniziale dell’Howiesons Poort rispetto a quella successiva. Nei livelli MSA III cresce il ruolo dei carnivori nell’accumulo delle ossa. Il deposito registra quindi anche l’alternanza tra utilizzo umano e presenza animale. [web:21]

Speleologia e ricerca: il valore scientifico dei depositi di Klasies River

Il caso sudafricano mostra perché lo studio delle cavità richieda attenzione anche ai depositi meno appariscenti. Una conchiglia, un frammento osseo e una lente di cenere acquistano significato attraverso la loro posizione e le associazioni con altri materiali. La ricerca sui sedimenti di grotta collega così paleontologia, archeologia e ricostruzione del clima. La documentazione del contesto permette di passare dal singolo reperto alla storia dell’ecosistema. [web:21][web:37]

Relazione scientifica: l’importanza dei sedimenti di grotta per la ricerca biologica e paleontologica

Sedimenti di grotta: un archivio naturale e un habitat biologico

I sedimenti di grotta svolgono due funzioni scientifiche distinte. Conservano tracce degli organismi e degli ambienti del passato. Ospitano anche comunità biologiche attuali, soprattutto microbiche, coinvolte nella trasformazione dei nutrienti. Paleontologia e biologia studiano quindi lo stesso materiale da prospettive differenti, che possono essere integrate. [web:6][web:60]

La documentazione didattica della Società Speleologica Italiana descrive le cavità come luoghi di accumulo di resti animali e depositi fisici o chimici. Questi materiali contribuiscono allo studio delle specie estinte e alla ricostruzione dei paleoambienti. Il valore scientifico non risiede soltanto nella conservazione degli oggetti. Dipende anche dalle relazioni rimaste leggibili tra sedimento, fossili e superfici di deposizione. [file:1][web:37]

Origine dei sedimenti di grotta e collegamenti con il paesaggio esterno

Il riempimento di una cavità può comprendere materiali di provenienza diversa. Sabbie, limi e argille arrivano attraverso corsi d’acqua, ruscellamento o apporti eolici. Frammenti rocciosi possono derivare dalle pareti e dalla volta. Guano, resti di prede, conchiglie, carboni e ceneri costituiscono apporti biologici o legati alle attività umane. [web:23][web:37][web:50]

La distinzione tra queste componenti chiarisce quali processi abbiano formato il deposito. Un livello sabbioso può registrare un apporto naturale. Una concentrazione di ossa può derivare da un’attività di consumo o dall’azione di carnivori. Una lente carboniosa può essere associata a combustione e frequentazione umana. L’interpretazione nasce dal confronto tra composizione, struttura e distribuzione dei materiali. [web:21][web:37]

Le acque sotterranee collegano inoltre il deposito al bacino esterno. Nel sistema carsico di Postojna–Planina, in Slovenia, i fiumi trasportano componenti minerali e organiche che vengono depositate, erose e ridepositate. Il sedimento conserva così informazioni sui rapporti tra superficie e sottosuolo. È anche un ambiente che risponde agli impulsi idrologici. [web:60]

Stratigrafia e micromorfologia dei sedimenti di grotta

La stratigrafia descrive l’organizzazione dei depositi in unità riconoscibili. Colore, dimensione dei granuli, geometria e contenuto permettono di distinguere livelli e superfici. Lo spessore, da solo, non misura la durata. Deposizioni rapide, pause e rimaneggiamenti possono produrre successioni molto diverse. [web:23][web:37]

La micromorfologia esamina sezioni sottili ricavate da blocchi di sedimento conservati nella loro disposizione originale. Il microscopio mostra relazioni che sfuggono all’osservazione sul campo. Si possono riconoscere frammenti ossei, residui fecali, prodotti della combustione e strutture dovute a processi successivi alla deposizione. [web:6]

Questa scala di osservazione è importante anche per la genetica. In uno stesso strato, punti distanti pochi millimetri possono contenere DNA di gruppi animali differenti. La micromorfologia permette di associare l’informazione genetica a componenti precise del deposito. Aiuta inoltre a individuare zone disturbate e contesti meglio conservati. [web:6]

Paleontologia dei sedimenti di grotta: ossa, denti e piccoli vertebrati

Ossa e denti consentono di identificare gli animali presenti negli accumuli. Il confronto anatomico restituisce informazioni sulla composizione della fauna. Le caratteristiche ecologiche delle specie aiutano poi a ricostruire gli habitat circostanti. A Klasies River, la distinzione tra erbivori pascolatori, brucatori e specie a dieta mista viene utilizzata per studiare i cambiamenti del paesaggio. [web:21]

I grandi mammiferi documentano ambienti e risorse, ma anche trasporto e trattamento delle carcasse. I piccoli vertebrati possono invece essere introdotti da rapaci, carnivori o altri agenti. Le borre dei rapaci, cioè i residui non digeriti delle prede, contribuiscono agli accumuli ossei. La composizione di questi materiali registra una selezione operata dall’animale che li ha prodotti. [web:14][web:21]

Per questo la lista delle specie non coincide automaticamente con una fotografia completa dell’ecosistema. Il dato paleontologico acquista maggiore precisione quando l’identificazione viene affiancata allo studio dell’origine dell’accumulo. Il deposito documenta sia gli animali presenti nel territorio sia le modalità con cui i loro resti sono entrati nella grotta. [web:21]

Tafonomia dei sedimenti di grotta e ricostruzione delle attività umane

La tafonomia analizza il percorso dei resti biologici fino al loro ritrovamento. Le superfici ossee conservano tracce di macellazione, percussione, rosicchiamento, digestione, combustione e calpestio. Il confronto tra queste modificazioni permette di ricostruire processi differenti. Una frattura associata a segni di percussione, per esempio, può documentare l’estrazione del midollo. [web:21]

A Klasies River questa analisi collega comportamento umano e frequentazione animale. Le proporzioni tra modificazioni antropiche e segni prodotti dai carnivori cambiano lungo la sequenza. Lo studio del 2022 ha utilizzato anche densità faunistica, fratture trasversali e tracce di calpestio. Il risultato è una ricostruzione delle diverse intensità di utilizzo del sito. [web:21]

La densità dei reperti deve essere letta insieme al ritmo di accumulo del sedimento. Un deposito che cresce lentamente può concentrare materiali prodotti in periodi lunghi. Uno che cresce rapidamente può distribuirli in un volume maggiore. Questa relazione distingue la quantità degli oggetti dall’intensità effettiva delle attività. [web:21]

Molluschi e sedimenti di grotta: risorse alimentari ed ecosistemi costieri

Le conchiglie presenti nei siti costieri documentano la raccolta di risorse marine. La loro associazione con livelli archeologici permette di studiare l’utilizzo della costa. A Klasies River, i molluschi fanno parte di un insieme che comprende anche altri animali marini e fauna terrestre. Questa combinazione consente di osservare strategie alimentari articolate. [web:14][web:21]

Il rapporto con il mare cambia quando varia il livello marino. Una regressione amplia gli ambienti terrestri emersi e modifica le distanze tra riparo e litorale. Le trasformazioni della fauna e dei resti alimentari possono quindi essere confrontate con quelle del paesaggio. Il deposito registra le conseguenze ecologiche delle variazioni costiere, oltre alle attività svolte nella cavità. [web:21]

Pollini e resti vegetali nei sedimenti di grotta

Pollini, semi, frammenti vegetali e carboni aggiungono una componente botanica alla ricostruzione. I pollini possono documentare la vegetazione esterna. I resti vegetali carbonizzati possono collegarsi ad attività umane e processi di combustione. L’insieme permette di integrare informazioni che le sole ossa non restituiscono. [web:26][web:37]

Anche il polline possiede una storia di trasporto e conservazione. La letteratura sulla tafonomia pollinica dei depositi cavernicoli esamina proprio il rapporto tra il segnale osservato e la vegetazione esterna. Trasporto, degradazione chimica e attività microbica influenzano ciò che rimane nel campione. Il guano dei pipistrelli può inoltre contribuire a conservare segnali della vegetazione circostante. [web:26][web:22]

L’utilità dei diversi indicatori aumenta quando vengono confrontati nello stesso quadro stratigrafico. La fauna descrive gli habitat attraverso le esigenze ecologiche degli animali. I resti botanici aggiungono informazioni sulle comunità vegetali. La sedimentologia chiarisce come questi materiali siano arrivati e rimasti nella cavità. [web:21][web:23][web:26]

DNA antico nei sedimenti di grotta: la ricerca oltre i fossili visibili

Il DNA antico sedimentario, indicato con la sigla sedaDNA, permette di riconoscere tracce genetiche nel deposito. Non richiede necessariamente il ritrovamento di ossa identificabili. La ricerca può così individuare presenze biologiche non documentate dai reperti macroscopici. È una prospettiva affrontata anche dalla divulgazione speleologica di Scintilena. [web:6][web:32]

Uno studio pubblicato online su PNAS nel dicembre 2021 ha analizzato 47 blocchi di sedimento provenienti da 13 siti preistorici. Il lavoro ha dimostrato che campioni conservati per la micromorfologia possono contenere DNA antico. Nella grotta di Denisova, i ricercatori hanno individuato concentrazioni soprattutto in minuscoli frammenti ossei e coproliti, cioè resti fecali conservati. [web:6]

L’informazione genetica era molto eterogenea alla scala millimetrica. Questo risultato mostra perché il sedimento non debba essere considerato una miscela uniforme. Il collegamento tra genetica e microstratigrafia permette di ricostruire associazioni biologiche con un dettaglio maggiore. I campioni già archiviati possono inoltre diventare materiale per nuove indagini. [web:6]

La conservazione varia tra siti e tipi di deposito. Nello stesso studio, i blocchi esaminati provenienti dai siti africani, compreso Klasies River Mouth, non hanno restituito DNA mitocondriale antico di mammiferi. Le applicazioni positive documentate a Denisova illustrano quindi una possibilità generale della ricerca, non un risultato genetico attribuibile a tutti i depositi di Klasies River. [web:6]

Biologia attuale dei sedimenti di grotta e cicli dei nutrienti

I depositi non conservano soltanto una memoria biologica. Ospitano microrganismi che utilizzano sostanze organiche e partecipano ai cicli di carbonio, azoto, zolfo e altri elementi. La disponibilità di ossigeno, la composizione chimica e gli apporti d’acqua contribuiscono a selezionare comunità differenti. [web:60]

Una ricerca pubblicata nel dicembre 2025 su Frontiers in Microbiology ha studiato sedimenti recenti e un deposito di paleofiume nel sistema Postojna–Planina. Gli autori hanno integrato analisi del DNA batterico, caratteristiche chimiche e prove di utilizzo di substrati organici. I risultati mostrano differenze nella composizione e nelle capacità metaboliche delle comunità. [web:60]

L’indagine distingue quindi la domanda «quali microrganismi sono presenti?» dalla domanda «quali trasformazioni possono compiere?». Le analisi tassonomiche identificano i gruppi. Le prove funzionali descrivono risposte metaboliche in condizioni sperimentali. Il confronto aiuta a comprendere il funzionamento ecologico del sedimento. [web:60]

L’età del deposito e l’età degli organismi devono rimanere concetti separati. Lo studio di una comunità microbica oggi presente in un sedimento antico non dimostra, da solo, che quella comunità risalga alla deposizione. La ricostruzione del passato attraverso il sedaDNA richiede un percorso analitico distinto dalla caratterizzazione del microbioma attuale. [web:6][web:60]

Guano dei pipistrelli e biodiversità nei sedimenti di grotta

Il guano introduce materia organica e nutrienti negli ambienti sotterranei. Può sostenere comunità di batteri, funghi, protisti e piccoli artropodi. Collega così l’attività alimentare dei pipistrelli all’ecosistema della cavità. Il suo contributo è particolarmente importante negli ambienti bui privi di produzione fotosintetica locale. [web:50]

Gli accumuli di guano modificano anche la chimica del deposito. Le trasformazioni della materia organica e la formazione di minerali fosfatici influenzano le condizioni di conservazione. Lo studio su Denisova ha collegato alcune alterazioni del sedimento a processi di fosfatizzazione e componenti associate al guano. Il medesimo materiale può quindi nutrire un ecosistema attuale e modificare l’archivio biologico antico. [web:50][web:6]

Datazione dei sedimenti di grotta e confronto tra archivi ambientali

Ogni metodo cronologico viene applicato a materiali e processi specifici. Nei depositi cavernicoli si utilizzano radiocarbonio, serie dell’uranio, luminescenza e risonanza di spin elettronico, secondo il contesto. A Klasies River sono documentate datazioni ESR sullo smalto dentale e U-Th su componenti carbonatiche. A Vanguard Cave, a Gibilterra, la luminescenza è stata applicata ai granuli di quarzo dei depositi. [web:37][web:66][web:21][web:43]

La data di una concrezione non coincide necessariamente con quella di un osso vicino. Il significato della misura dipende dalla relazione stratigrafica. Una colata carbonatica sopra un deposito può contribuire a vincolarne la cronologia. Un frammento già formato, poi caduto o trasportato nello strato, richiede una lettura diversa. [web:23][web:21]

Grotta Romanelli, in Puglia, offre un esempio italiano di ricerca integrata. Lo studio del 2022 ha combinato nuove datazioni uranio-torio, stratigrafia e osservazioni geomorfologiche. La successione collega depositi marini, apporti terrestri, fossili e frequentazioni umane. Il confronto tra interno ed esterno della cavità ha ampliato la ricostruzione della sua storia pleistocenica. [web:23]

Conservazione dei sedimenti di grotta e ruolo della speleologia

Il valore di un reperto dipende anche dal contesto. La posizione, la vicinanza a una superficie e l’associazione con altri materiali possono documentare eventi e processi. La rimozione non documentata interrompe queste relazioni. La tutela riguarda quindi l’intero deposito, non soltanto le ossa o i manufatti visibili. [web:37]

Per la ricerca, la conservazione comprende anche l’archiviazione dei campioni e dei dati di provenienza. I blocchi studiati con tecniche micromorfologiche possono essere riesaminati con nuovi metodi. L’indagine sul DNA antico mostra che materiali raccolti decenni prima possono continuare a produrre informazioni. La documentazione rende possibile questo riutilizzo scientifico. [web:6]

La speleologia contribuisce alla conoscenza degli ambienti che custodiscono tali archivi. L’osservazione dei depositi, il rilievo della cavità e il raccordo con le discipline specialistiche permettono di leggere insieme spazio sotterraneo e successione temporale. Nel caso di Klasies River, questa integrazione collega la storia del mare, quella degli ecosistemi e quella delle popolazioni umane. [file:1][web:21]

Sedimenti di grotta: concetti essenziali e domande di approfondimento

  • Stratigrafia: descrive l’organizzazione e le relazioni tra le unità del deposito. [web:37]
  • Tafonomia: ricostruisce i processi di accumulo e trasformazione dei resti biologici. [web:21]
  • Paleoecologia: studia gli ecosistemi del passato attraverso indicatori biologici e ambientali. [web:21]
  • SedaDNA: identifica tracce genetiche antiche conservate nei sedimenti, anche senza fossili visibili. [web:6]
  • Microbioma del sedimento: comprende le comunità microbiche studiate nel deposito e le loro funzioni ecologiche. [web:60]

Quattro domande riassumono i principali temi della relazione:

  1. Quali tracce permettono di distinguere un accumulo umano da uno prodotto da carnivori?
  2. Come cambia il significato di un fossile quando viene collegato alla sua posizione stratigrafica?
  3. Perché il DNA antico sedimentario e il microbioma attuale rispondono a domande differenti?
  4. In che modo le variazioni del livello marino trasformano risorse e habitat intorno a una grotta costiera?

Fonti consultate e URL completi

  1. Università di Bergen, centro SapienCE — “The sites”, scheda su Klasies River e sulle ricerche dirette da Sarah Wurz. [web:14]
    https://www4.uib.no/en/research/research-centres/centre-for-early-sapiens-behaviour-sapience/the-sites
  2. J. P. Reynard, 2022 — “Human occupational intensity and palaeoecology at Klasies River from MIS 5–3: Preliminary taphonomic analyses of faunal remains from the Deacon and Wurz excavations”, Frontiers in Earth Science. [web:21]
    https://www.frontiersin.org/journals/earth-science/articles/10.3389/feart.2022.974582/full
  3. Università di Stellenbosch — bibliografia delle pubblicazioni di H. J. Deacon e S. Wurz, con riferimenti alla stratigrafia di Klasies River e alle datazioni ESR. [web:66]
    http://academic.sun.ac.za/archaeology/wwwpubl.htm
  4. “Microstratigraphic preservation of ancient faunal and hominin DNA in Pleistocene cave sediments”, PNAS, pubblicazione online del 27 dicembre 2021. [web:6]
    https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113666118
  5. J. Mulec, L. Paši? e A. Oarga-Mulec, 2025 — “Metabolic traits of sediment bacteria in karst caves in the light of environmental changes”, Frontiers in Microbiology. [web:60]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12742472/
  6. “The Life Hidden Inside Caves: Ecological and Economic Importance of Bat Guano”, 2020. [web:50]
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1155/2020/9872532
  7. C. O. Hunt e M. Fiacconi, 2017 — “Pollen taphonomy of cave sediments: What does the pollen record in caves tell us about external environments and how do we assess its reliability?”. [web:26]
    https://researchonline.ljmu.ac.uk/id/eprint/6694/1/Pollen%20taphonomy%20Final.pdf
  8. “Palaeobotanical records from cave environments”, rassegna scientifica sui resti botanici dei depositi cavernicoli. [web:22]
    https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0034666722001579
  9. P. Pieruccini e collaboratori, 2022 — “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports. [web:23]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9358667/
  10. “Chronology of the Late Pleistocene archaeological sequence at Vanguard Cave, Gibraltar: Insights from quartz single and multiple grain luminescence dating”, 2019. [web:43]
    https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S1040618216312320
  11. Scintilena — “SedaDNA, perché è una svolta metodologica per la ricerca in grotta e la paleoecologia”. [web:32]
    https://www.scintilena.com/sedadna-perche-e-una-svolta-metodologica-per-la-ricerca-in-grotta-e-la-paleoecologia/07/08/
  12. Scintilena — “Grotte archivi del tempo”. [web:37]
    https://www.scintilena.com/grotte-archivi-del-tempo/07/08/

Materiale di riferimento del progetto: Paolo Forti, “Speleologia e ricerca scientifica”, Società Speleologica Italiana, 2009. [file:1]

Testo di partenza fornito: H. J. Deacon, V. B. Geleijnse, A. I. Thackeray, J. F. Thackeray, M. L. Tusenius e J. C. Vogel, “Late Pleistocene cave deposits in the southern Cape: current research at Klasies River”, Palaeoecology of Africa, volume 17.

Sedimenti pleistocenici

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Microrganismi delle grotte e gas serra: il clima passa anche dal sottosuolo

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I microrganismi delle grotte partecipano ai cicli di metano, anidride carbonica e protossido di azoto. Una revisione scientifica del 2026 collega microbiologia ipogea, biomineralizzazione e modelli climatici, aprendo nuove prospettive per lo studio della speleogenesi e delle concrezioni.

Microrganismi delle grotte: una revisione collega microbiologia e clima

Le grotte sono ecosistemi biologicamente attivi che partecipano alla trasformazione dei gas serra. Batteri e altri organismi microscopici consumano metano, utilizzano anidride carbonica e intervengono nel ciclo dell’azoto. Alcune comunità favoriscono anche la formazione di carbonato di calcio. Questi processi collegano il sottosuolo al funzionamento del sistema climatico terrestre. [web:4]

A ricostruire questo quadro è la revisione Cave microorganisms: hidden players in global greenhouse gas cycling and climate regulation. Il lavoro è stato pubblicato online il 27 gennaio 2026 su Current Opinion in Microbiology, volume 90, articolo 102707. Gli autori sono Tamara Martin-Pozas, Soledad Cuezva, Angel Fernandez-Cortes, Janez Mulec e Marcela Hernández. [web:4]

Il gruppo riunisce competenze di istituti spagnoli, sloveni e britannici. La proposta centrale riguarda l’integrazione degli ecosistemi sotterranei nei modelli climatici globali. Le cavità vengono considerate ambienti nei quali circolano materia ed energia, non semplici vuoti nella roccia. [web:4]

Microrganismi delle grotte e metano: il ruolo dei sedimenti

Uno dei collegamenti più documentati riguarda il consumo di metano. I microrganismi metanotrofi utilizzano questo gas attraverso reazioni metaboliche. La loro attività può ridurne la concentrazione nell’aria delle cavità. Pareti alterate, sedimenti e superfici umide offrono habitat per queste comunità. [web:42]

Uno studio del 2022, firmato da Martin-Pozas e collaboratori, ha associato misure dei flussi gassosi, analisi isotopiche e caratterizzazione del microbioma. Nei sedimenti esaminati, i ricercatori hanno registrato un consumo continuo di metano, con una rimozione compresa tra il 65% e il 90%. Il dato descrive le condizioni studiate e non una percentuale applicabile a tutte le grotte. [web:5]

La ventilazione mantiene il collegamento con l’atmosfera esterna. L’aria introduce nuovo metano, mentre i microrganismi delle grotte possono consumarlo sulle superfici colonizzate. Il risultato dipende dall’incontro tra circolazione dell’aria, disponibilità d’acqua e attività biologica. [web:42][web:12]

Biomineralizzazione e moonmilk: quando i batteri formano concrezioni

La revisione del 2026 collega il ciclo dei gas anche alla biomineralizzazione. Alcuni microrganismi modificano le condizioni chimiche dell’acqua e favoriscono la precipitazione di carbonato di calcio. Le loro cellule e i biofilm possono fornire superfici sulle quali iniziano a crescere i cristalli. [web:4][web:42]

Il moonmilk, conosciuto come latte di monte, rappresenta uno degli esempi più studiati. È un deposito generalmente bianco, composto spesso da aggregati finissimi di calcite. La consistenza varia con il contenuto d’acqua. Batteri filamentosi, altri gruppi batterici e funghi possono partecipare ai processi che ne determinano lo sviluppo. [web:60][web:42]

In Italia, la Grotta Nera della Majella offre un caso significativo. Uno studio pubblicato nel 2024 su Environmental Microbiome, ripreso da Scintilena, ha analizzato strutture di moonmilk lunghe oltre due metri. Le diverse parti delle concrezioni ospitano comunità microbiche e frazioni organiche differenti. Il deposito costituisce quindi un insieme di microambienti, collegati alla roccia e alla vegetazione soprastante. [web:60][web:57]

Microrganismi delle grotte, azoto e nuove analisi multi-omiche

Il quadro comprende anche il protossido di azoto, indicato dalla formula N?O. Il suo destino dipende da trasformazioni microbiche dell’azoto, capaci di produrlo oppure consumarlo. La revisione include questi processi nella valutazione delle funzioni biogeochimiche sotterranee. [web:4]

Gli strumenti multi-omici permettono di collegare la composizione delle comunità alle loro funzioni. Le analisi del DNA ricostruiscono il patrimonio genetico. Quelle dell’RNA e delle proteine aiutano a individuare le attività effettivamente espresse. Il confronto con misure geochimiche rende più precisa la lettura dei processi osservati in grotta. [web:12]

Speleologia e clima: dalle comunità microbiche ai modelli globali

Per la ricerca speleologica, queste conoscenze uniscono formazione delle cavità, sviluppo delle concrezioni e scambio di gas. I microrganismi delle grotte possono contribuire sia alla dissoluzione della roccia sia alla deposizione di nuovi minerali. Il loro ruolo cambia secondo la geologia, l’idrologia e le risorse disponibili. [web:12][web:42]

Il lavoro del 2026 propone di includere queste funzioni nella rappresentazione del sistema climatico. Indica inoltre la biomineralizzazione come un processo da studiare per il sequestro del carbonio e per nuove applicazioni biotecnologiche. La direzione di ricerca consiste nel collegare osservazioni locali e bilanci ambientali, mantenendo al centro gli ecosistemi ipogei e la loro conservazione. [web:4]


Relazione di approfondimento: microrganismi delle grotte, speleogenesi e formazione delle concrezioni

La componente microbica e batterica nella speleogenesi: comunità, reazioni chimiche, biomineralizzazione, moonmilk e cicli dei gas serra.

1. Geomicrobiologia ipogea: il rapporto tra microrganismi e rocce

La geomicrobiologia studia le relazioni tra organismi microscopici e materiali geologici. Negli ambienti ipogei descrive come la vita interagisce con rocce, acque, sedimenti e atmosfera. Questo approccio consente di collegare processi che operano a scale differenti. Una reazione sulla superficie di una cellula può modificare un cristallo. L’attività di un biofilm può alterare una parete. La trasformazione dei gas può influire sugli scambi tra grotta e ambiente esterno. [web:12][web:42]

I microrganismi delle grotte non costituiscono una popolazione uniforme. Il microbiota comprende gli organismi presenti in un ambiente. Il concetto di microbioma considera anche il loro patrimonio genetico e il contesto delle interazioni. Batteri, archei e funghi rappresentano componenti importanti delle comunità ipogee. Alghe e cianobatteri trovano spazio dove esiste luce sufficiente, vicino agli ingressi o alle illuminazioni artificiali. [web:12]

La speleogenesi riguarda l’origine e l’evoluzione delle cavità. La formazione degli speleotemi riguarda invece i depositi minerali secondari che crescono al loro interno. I microrganismi possono partecipare a entrambi i processi. Il primo comporta spesso l’asportazione di materia; il secondo la sua deposizione. Non sono fenomeni contraddittori: dipendono dalle condizioni chimiche locali e possono verificarsi in settori vicini della stessa grotta. [web:12][web:42]

2. Microbiologia delle grotte: energia e nutrienti senza luce

Nelle zone completamente buie, la fotosintesi non alimenta direttamente le comunità residenti. Una parte delle risorse arriva dall’esterno. Le acque trasportano materia organica disciolta e particellare. L’aria introduce particelle e composti volatili. Gli animali apportano materiale organico, compreso il guano. [web:12]

Gli organismi eterotrofi utilizzano questa materia come fonte di carbonio ed energia. Gli organismi chemioautotrofi possono invece produrre biomassa fissando carbonio inorganico. L’energia deriva da reazioni chimiche, anziché dalla luce. In particolare, i chemio-lito-autotrofi sfruttano composti inorganici, come forme ridotte dello zolfo o dell’azoto. Le grotte sulfuree offrono condizioni favorevoli a questi metabolismi. [web:12][web:42]

La scarsità di nutrienti, chiamata oligotrofia, non equivale all’assenza di vita. Favorisce organismi capaci di utilizzare risorse diluite e di riciclare i prodotti metabolici delle altre popolazioni. Una comunità può quindi funzionare attraverso scambi tra gruppi differenti. La produzione primaria microbica alimenta anche organismi che non fissano direttamente la CO?. [web:12][web:42]

Questa organizzazione spiega perché il metabolismo non possa essere ricostruito soltanto dalla presenza di un genere batterico. La disponibilità di ossigeno, acqua e substrati determina quali funzioni risultano vantaggiose. Anche comunità apparentemente simili possono svolgere attività differenti in microambienti diversi. [web:12]

3. Biofilm in grotta: microambienti che favoriscono dissoluzione e precipitazione

Molti microrganismi aderiscono alle superfici formando biofilm. Le cellule sono associate a una matrice extracellulare che trattiene acqua, sostanze organiche e particelle minerali. Questa organizzazione crea un’interfaccia attiva tra vita e roccia. [web:12][web:42]

All’interno del biofilm possono svilupparsi gradienti chimici. L’ossigeno disponibile sulla superficie diminuisce negli strati interni. Il pH può differire da quello dell’acqua circostante. Anche la concentrazione degli ioni può variare a distanze molto piccole. Queste differenze consentono la coesistenza di metabolismi aerobici e anaerobici. [web:60][web:42]

La superficie cellulare e la matrice offrono siti di nucleazione. Sono punti nei quali può iniziare la crescita di un cristallo. La nucleazione biologicamente favorita non implica sempre una produzione attiva del minerale da parte della cellula. Può derivare dall’interazione tra una superficie organica e una soluzione già favorevole alla precipitazione. [web:42][web:18]

Il biofilm svolge quindi più funzioni. Può modificare la chimica locale, trattenere elementi e organizzare la deposizione minerale. In altre condizioni, gli stessi rapporti tra cellule e substrato favoriscono la corrosione. [web:12][web:42]

4. Speleogenesi carbonatica: la componente biologica della dissoluzione

Nelle grotte calcaree, la dissoluzione carbonatica è spesso sostenuta dall’acqua arricchita di CO?. Il gas proviene dall’atmosfera e, in misura importante, dall’attività biologica del suolo. La respirazione delle radici e dei microrganismi contribuisce alla disponibilità di anidride carbonica nelle acque di infiltrazione. [web:12]

La reazione complessiva può essere rappresentata così:

[
\mathrm{CaCO_3 + CO_2 + H_2O \rightleftharpoons Ca^{2+} + 2HCO_3^-}
]

Il carbonato di calcio della roccia passa in soluzione come calcio e bicarbonato. La circolazione dell’acqua trasporta questi prodotti e permette alla dissoluzione di proseguire. Le fratture, i gradienti idraulici e la geometria del massiccio controllano l’evoluzione degli spazi sotterranei. [web:12]

La componente microbica interviene anche direttamente sulle superfici. Batteri e funghi possono produrre acidi organici. Possono inoltre rilasciare molecole capaci di legare elementi metallici e favorirne la mobilizzazione. Acido ossalico, acido formico e agenti complessanti sono tra i meccanismi discussi nella letteratura geomicrobiologica. [web:12]

Il contributo biologico opera quindi su più livelli. Nel suolo alimenta la disponibilità di CO?. Sulle pareti modifica le condizioni di contatto con i minerali. La formazione di grandi cavità resta un processo integrato, governato anche da struttura geologica, idrologia e tempo. [web:12]

5. Speleogenesi sulfurea: batteri che producono acidità

La speleogenesi da acido solforico rappresenta un collegamento diretto tra metabolismo microbico e dissoluzione del calcare. Nei sistemi sulfurei, acque profonde possono trasportare idrogeno solforato, H?S. Quando il composto incontra ossigeno, può ossidarsi. I microrganismi che utilizzano lo zolfo possono accelerare e organizzare questa trasformazione. [web:12][web:42]

Una rappresentazione complessiva dell’ossidazione è:

[
\mathrm{H_2S + 2O_2 \rightarrow H_2SO_4}
]

La reazione reale può attraversare intermedi e dipende dagli organismi presenti. L’acido solforico reagisce con il carbonato di calcio:

[
\mathrm{H_2SO_4 + CaCO_3 + H_2O \rightarrow CaSO_4\cdot 2H_2O + CO_2}
]

Si forma gesso e viene liberata anidride carbonica. La successiva rimozione del gesso contribuisce all’ampliamento dei vuoti. L’attività biologica partecipa quindi all’evoluzione delle cavità e modifica contemporaneamente il ciclo del carbonio. [web:12]

Queste reazioni non caratterizzano tutte le grotte ipogeniche. Il termine “ipogenico” indica l’alimentazione della speleogenesi da fluidi provenienti dal basso. La speleogenesi sulfurea è uno dei processi che possono operare in tale contesto. [web:12]

6. Frasassi e grotte sulfuree italiane: comunità microbiche e corrosione

Il sistema di Frasassi è tra gli ambienti più studiati per comprendere la relazione tra microbiologia e speleogenesi sulfurea. Nei corsi d’acqua sotterranei si sviluppano comunità filamentose associate al ciclo dello zolfo. Tra i gruppi descritti figurano organismi con caratteristiche riconducibili a Beggiatoa e Thiothrix. [web:29][web:42]

Un’indagine sui biofilm di Frasassi ha collegato la diversità delle popolazioni ossidanti e riducenti dello zolfo ai processi di corrosione del calcare. Le trasformazioni possono riciclare i composti solforati all’interno della comunità. Questo riciclo alimenta le reazioni che producono acidità alle interfacce con la roccia. [web:29]

Sulle pareti e sui soffitti di alcune grotte sulfuree compaiono gli snottites. Sono aggregati microbici pendenti, dalla consistenza viscosa. Possono raggiungere valori di pH prossimi a 1, e in alcuni sistemi anche inferiori. A Frasassi sono state descritte comunità dominate da batteri affini ad Acidithiobacillus, capaci di ossidare lo zolfo e fissare CO?. [web:12][web:42]

Altri ambienti italiani documentati comprendono Acquasanta Terme e la Grotta Fetida di Santa Cesarea Terme. I rapporti tra solfuro, ossigeno e circolazione dell’acqua selezionano comunità differenti. Le forme filamentose osservate non rappresentano quindi un’unica associazione microbica, ma risposte a condizioni geochimiche specifiche. [web:39][web:25]

7. Biomineralizzazione in grotta: come nasce una concrezione microbica

La biomineralizzazione comprende i processi attraverso i quali gli organismi partecipano alla formazione dei minerali. Nelle grotte, un meccanismo importante è la precipitazione di carbonati indotta dai microrganismi, spesso indicata con l’acronimo MICP. [web:18]

Il metabolismo può aumentare il pH o modificare il carbonio inorganico disciolto. Le superfici cellulari possono legare calcio. Se le condizioni permettono la crescita del minerale, si formano cristalli di carbonato di calcio:

[
\mathrm{Ca^{2+} + CO_3^{2-} \rightarrow CaCO_3}
]

La precipitazione dipende dalla disponibilità di calcio, dal carbonio inorganico disciolto, dal pH e dai siti di nucleazione. La presenza di microrganismi si inserisce in questa combinazione di fattori. [web:18]

È utile distinguere due modalità. Nella mineralizzazione indotta, l’attività biologica modifica la chimica e favorisce il deposito. Nella mineralizzazione mediata dalle superfici, cellule e matrice forniscono soprattutto un supporto alla nucleazione. Una mineralizzazione strettamente controllata comporta invece una regolazione biologica più specifica della formazione del minerale. Per le concrezioni di grotta, non va attribuito automaticamente questo terzo livello di controllo. [web:18]

8. Ureolisi e ammonificazione: il metabolismo dell’azoto nella calcificazione

L’ureolisi è la degradazione dell’urea attraverso l’enzima ureasi. Produce ammoniaca e carbonio inorganico. Le reazioni successive possono aumentare il pH e favorire la disponibilità di carbonato. In presenza di calcio, queste condizioni sostengono la precipitazione minerale. [web:18]

La trasformazione iniziale può essere sintetizzata così:

[
\mathrm{CO(NH_2)_2 + H_2O \rightarrow 2NH_3 + CO_2}
]

L’ammonificazione deriva invece dalla trasformazione di composti organici azotati. Anche questo processo può contribuire all’alcalinizzazione locale. Studi su microrganismi del moonmilk hanno mostrato che Streptomyces può favorire la calcificazione attraverso ammonificazione e, in alcuni casi, ureolisi. [web:42]

L’ureasi non rappresenta l’unica via verso la biomineralizzazione. Il suo peso dipende dalla disponibilità di urea e dalle caratteristiche della comunità. Un risultato sperimentale ottenuto con substrati nutritivi abbondanti descrive una capacità biologica, non necessariamente la velocità dello stesso processo nell’ambiente naturale. [web:18][web:42]

Nella Iron Curtain Cave, in Canada, uno studio del 2022 ha isolato 99 ceppi da concrezioni coralloidi e stalattiti tubolari. Undici isolati mostravano attività ureasi positiva. Gli esperimenti hanno documentato la formazione di cristalli e, in due isolati, la presenza delle relative vie genetiche. Il caso dimostra come microbiologia, coltivazione e genomica possano essere integrate nello studio degli speleotemi. [web:18]

9. Moonmilk e latte di monte: un deposito minerale con comunità differenziate

Il moonmilk descrive un deposito dall’aspetto generalmente bianco e dalla struttura finemente cristallina. Quando è umido può assumere una consistenza pastosa. Quando si asciuga può diventare polveroso. Molti depositi sono calcitici, ma esistono composizioni mineralogiche differenti. [web:60]

La sua formazione mette in relazione acqua, chimica dei carbonati e organismi microscopici. Filamenti batterici e ife fungine possono offrire modelli per la crescita dei cristalli. Il metabolismo può favorire la precipitazione attraverso variazioni del pH. La matrice organica contribuisce all’organizzazione dei microaggregati. [web:42]

La Grotta Nera della Majella mostra quanto questo deposito possa essere articolato. La ricerca del 2024 ha confrontato parti apicali, laterali e centrali di tre strutture. Ha combinato analisi del gene 16S rRNA, quantificazione microbica, isotopi del carbonio e caratterizzazione molecolare della materia organica. [web:60]

Le comunità cambiavano tra le diverse nicchie. Le frazioni organiche comprendevano materiali derivati dall’attività microbica e dalla vegetazione soprastante. Nelle parti centrali e apicali risultavano arricchiti gruppi associati al metabolismo dell’azoto e dei composti a un atomo di carbonio, tra cui CO? e CH?. [web:60]

Il moonmilk va quindi considerato un sistema strutturato. Le differenze di acqua e ossigeno influenzano la distribuzione degli organismi. La relazione tra comunità, sostanze organiche e cristalli contribuisce a spiegare lo sviluppo delle concrezioni e la loro sensibilità alle variazioni ambientali. [web:60]

10. Stalattiti e stalagmiti: processi fisico-chimici e contributi batterici

Le stalattiti e le stalagmiti carbonatiche possono crescere attraverso processi fisico-chimici. Quando l’acqua perde CO?, può diventare sovrasatura rispetto alla calcite. Il carbonato di calcio precipita e alimenta la concrezione. Il gocciolamento, il flusso lungo le superfici e le condizioni dell’aria contribuiscono a determinarne lo sviluppo. [web:12][web:18]

La reazione complessiva è:

[
\mathrm{Ca^{2+} + 2HCO_3^- \rightarrow CaCO_3 + CO_2 + H_2O}
]

I microrganismi possono sovrapporsi a questo processo. Modificano la chimica degli strati d’acqua, forniscono siti di nucleazione e influenzano la morfologia dei cristalli. Possono anche contribuire alla dissoluzione in altri momenti o settori della superficie. [web:12][web:18]

Non ogni stalattite è dunque una struttura costruita dai batteri. La formazione minerale può avere una componente abiotica e una componente biologica, con proporzioni differenti. Il rapporto va ricostruito attraverso osservazioni mineralogiche, esperimenti e misure delle condizioni locali. [web:18][web:15]

11. Ferro, manganese e vermicolazioni: oltre le concrezioni di calcite

L’attività microbica riguarda anche minerali diversi dai carbonati. Ossidi e ossiidrossidi di ferro e manganese possono comparire come rivestimenti, croste e depositi. In alcune grotte costituiscono strutture minerali secondarie associate a comunità specializzate. [web:42]

Batteri affini a Gallionella e Leptothrix sono stati collegati a precipitati di ferro. Per il manganese, la letteratura descrive microrganismi appartenenti a generi come Pseudomonas, Leptothrix e Pedomicrobium. Anche alcuni funghi possono partecipare all’ossidazione del manganese. [web:42]

I colori di una superficie non identificano da soli il metabolismo responsabile. I depositi possono risultare dall’interazione tra ossidazione chimica, attività biologica e trasporto dei materiali. La ricostruzione della loro origine richiede analisi mineralogiche e microbiologiche congiunte. [web:42]

Le vermicolazioni rappresentano un altro tipo di organizzazione superficiale. Formano disegni sinuosi o maculati, composti da materiali minerali e organici. In alcune grotte sulfuree includono cellule batteriche e fungine in matrici complesse. La loro struttura collega colonizzazione biologica, particelle fini e condizioni della parete. [web:12]

12. Metano e microbiologia ipogea: consumo e produzione nello stesso sistema

I metanotrofi utilizzano il metano. Nell’ossidazione aerobica, una rappresentazione complessiva è:

[
\mathrm{CH_4 + 2O_2 \rightarrow CO_2 + 2H_2O}
]

Una parte del carbonio può essere incorporata nella biomassa. Il consumo di metano non coincide quindi con la semplice scomparsa del carbonio dal sistema. Cambiano la forma chimica del carbonio e il suo percorso tra gas, organismi e ambiente. [web:42]

Alcune comunità riescono a sfruttare il metano a concentrazioni atmosferiche. Altre vivono in ambienti molto più ricchi di questo gas. La distinzione è importante perché disponibilità del substrato e capacità metaboliche influenzano i tassi di consumo. La letteratura documenta anche vie di ossidazione del metano associate a condizioni anaerobiche. [web:42]

La produzione di metano, chiamata metanogenesi, è svolta principalmente da archei specializzati. In una grotta possono quindi esistere nicchie che producono metano e altre che lo consumano. Nelle strutture di moonmilk della Grotta Nera sono stati individuati anche gruppi archeali associati a questo metabolismo. [web:60]

Per definire il comportamento dell’intera cavità servono misure integrate. La concentrazione nell’aria è un’indicazione utile, ma il bilancio comprende anche ricambio atmosferico, flussi dai sedimenti e trasformazioni microbiche. [web:5][web:42]

13. Protossido di azoto in grotta: nitrificazione e denitrificazione

La nitrificazione trasforma l’ammoniaca o l’ammonio in forme ossidate dell’azoto. Vi partecipano batteri e archei. Nei sistemi ipogei può sostenere la produzione primaria chemioautotrofa. La letteratura sulle grotte documenta comunità e geni associati a queste trasformazioni. [web:42]

La denitrificazione riduce invece nitrato e nitrito attraverso una sequenza di intermedi. Il protossido di azoto può essere prodotto durante queste trasformazioni. Una denitrificazione completa può portare alla sua riduzione in azoto molecolare, N?. L’enzima coinvolto nell’ultimo passaggio è la protossido di azoto reduttasi, associata al gene nosZ. [web:22][web:42]

Questo meccanismo generale aiuta a interpretare il ruolo del microbioma ipogeo nel ciclo di N?O. La direzione del bilancio dipende dai substrati, dall’ossigeno e dalle condizioni chimiche. L’identificazione di geni funzionali descrive le capacità delle popolazioni; le misure dei flussi stabiliscono il risultato ambientale. [web:22][web:4][web:12]

14. Biomineralizzazione e sequestro del carbonio: il bilancio completo

La deposizione di carbonato di calcio trasferisce carbonio in una fase minerale. La fissazione autotrofa trasferisce invece CO? nella biomassa. Sono due processi distinti, entrambi rilevanti per comprendere il funzionamento delle comunità sotterranee. La revisione del 2026 considera la biomineralizzazione una possibile componente delle strategie di sequestro del carbonio. [web:4][web:42]

Il bilancio climatico richiede di seguire l’intero percorso della materia. La precipitazione della calcite da bicarbonato può liberare CO?, come mostra la reazione riportata per gli speleotemi. Anche la dissoluzione sulfurea del calcare può rilasciare anidride carbonica proveniente dalla roccia. [web:12]

Di conseguenza, una massa di carbonato depositata non equivale automaticamente a una quantità identica di CO? atmosferica rimossa. Occorre distinguere il carbonio della roccia, quello introdotto dalle acque e quello fissato biologicamente. La permanenza del deposito e la successiva dissoluzione influenzano inoltre il destino del carbonio mineralizzato. Questo bilancio deriva dall’integrazione delle reazioni carbonatiche con i processi biologici considerati negli studi. [web:12][web:4]

Lo studio del 2022 sui sedimenti associa consumo di metano, assorbimento di CO? e sviluppo del moonmilk. Offre un esempio di processi accoppiati: le comunità trasformano gas e nutrienti mentre interagiscono con la matrice minerale. La valutazione climatica diventa più informativa quando queste trasformazioni vengono misurate insieme. [web:5]

15. Analisi multi-omiche: collegare comunità microbiche e speleogenesi

La ricerca dispone di strumenti complementari. Ciascuno risponde a una domanda differente:

  • Il metabarcoding di marcatori come il gene 16S rRNA descrive la composizione delle comunità di batteri e archei.
  • La metagenomica analizza il patrimonio genetico complessivo e ricostruisce potenziali vie metaboliche.
  • La metatrascrittomica individua gli RNA prodotti e aiuta a riconoscere i geni espressi.
  • La proteomica identifica proteine ed enzimi presenti nei campioni.
  • Le analisi geochimiche e isotopiche collegano l’attività biologica alle trasformazioni di gas, acque e minerali. [web:12][web:5]

Le osservazioni al microscopio mostrano il rapporto tra cellule, filamenti e cristalli. La coltivazione permette di verificare capacità specifiche degli organismi isolati. Le misure in situ collocano queste capacità nelle condizioni reali della cavità. [web:12][web:18]

Un’impostazione integrata distingue quindi presenza, potenziale e attività. La presenza di un organismo documenta la colonizzazione. La presenza di un gene indica una capacità possibile. L’espressione del gene e la misura del processo collegano tale capacità a una funzione effettiva. È questo passaggio che rende la microbiologia utile alla ricostruzione della speleogenesi e dei bilanci gassosi. [web:12]

16. Conservazione delle grotte e biotecnologie microbiche

Le comunità microbiche fanno parte del patrimonio naturale ipogeo. L’introduzione di sostanze organiche, le variazioni della ventilazione e l’illuminazione artificiale possono modificarne la composizione. Nelle grotte turistiche, la luce favorisce la lampenflora, composta da organismi fotosintetici che colonizzano superfici altrimenti buie. [web:12]

La protezione delle concrezioni riguarda quindi anche le condizioni che sostengono i microbiomi. La Grotta Nera presenta un accesso regolato proprio per conservare il sistema e le sue strutture di moonmilk. Lo studio delle comunità e della microclimatologia fornisce informazioni utili a questa gestione. [web:60]

La biomineralizzazione ha inoltre applicazioni potenziali nella produzione di materiali, nel consolidamento e nella gestione del carbonio. I processi osservati in grotta offrono modelli biologici da studiare e riprodurre in condizioni controllate. La revisione del 2026 li inserisce nel quadro delle biotecnologie sostenibili. [web:18][web:4]

La relazione tra speleogenesi, concrezioni e gas serra emerge così da un insieme di interazioni. La geologia determina i substrati. L’acqua e l’aria trasportano reagenti e prodotti. I microrganismi modificano la chimica, riciclano nutrienti e partecipano alla crescita o alla dissoluzione dei minerali. Considerare insieme questi fattori permette di descrivere le grotte come ecosistemi geologici e biologici connessi alla superficie. [web:12][web:42]

Fonti scientifiche e divulgative dell’articolo e della relazione

  1. Martin-Pozas, T., Cuezva, S., Fernandez-Cortes, A., Mulec, J., Hernández, M. (2026). Cave microorganisms: hidden players in global greenhouse gas cycling and climate regulation. Current Opinion in Microbiology, 90, 102707. DOI: 10.1016/j.mib.2026.102707. Scheda bibliografica e abstract: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41604841/ — Archivio istituzionale: https://ueaeprints.uea.ac.uk/id/eprint/102894/ [web:4][web:51]
  2. Martin-Pozas, T. e collaboratori (2022). Role of subterranean microbiota in the carbon cycle and greenhouse gas dynamics. Science of the Total Environment, 831, 154921. DOI: 10.1016/j.scitotenv.2022.154921. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35364174/ [web:5]
  3. Turrini, P., Chebbi, A., Riggio, F. P., Visca, P. (2024). The geomicrobiology of limestone, sulfuric acid speleogenetic, and volcanic caves: basic concepts and future perspectives. Frontiers in Microbiology, 15, 1370520. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10987966/ [web:12]
  4. Zhu, H.-Z., Jiang, C.-Y., Liu, S.-J. (2022). Microbial roles in cave biogeochemical cycling. Frontiers in Microbiology, 13, 950005. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9554484/ [web:42]
  5. Ghezzi, D., Jiménez-Morillo, N. T., Foschi, L. e collaboratori (2024). The microbiota characterizing huge carbonatic moonmilk structures and its correlation with preserved organic matter. Environmental Microbiome, 19, 25. https://environmentalmicrobiome.biomedcentral.com/articles/10.1186/s40793-024-00562-9 [web:60]
  6. Biomineralization in Cave Bacteria—Popcorn and Soda Straw Crystal Formations, Morphologies, and Potential Metabolic Pathways (2022). Frontiers in Microbiology. https://www.frontiersin.org/journals/microbiology/articles/10.3389/fmicb.2022.933388/full [web:18]
  7. Dominant Microbial Populations in Limestone-Corroding Stream Biofilms, Frasassi Cave System, Italy (2006). Studio sulle comunità microbiche e sul ciclo dello zolfo a Frasassi. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1538711/ [web:29]
  8. Hydrogeology and geochemistry of the sulfur karst springs at Santa Cesarea Terme. Hydrogeology Journal. https://link.springer.com/article/10.1007/s10040-020-02275-y [web:25]
  9. Recent progress in microbial production and consumption of nitrous oxide in agricultural soils (2025). Fonte per i meccanismi generali di produzione e riduzione biologica del protossido di azoto. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40571888/ [web:22]
  10. Scintilena (5 luglio 2024). Scoperte microbiologiche nel latte di monte della Grotta Nera sulla Maiella. https://www.scintilena.com/scoperte-microbiologiche-nel-latte-di-monte-della-grotta-nera-sulla-maiella/07/05/ [web:57]

Microbi

L'articolo Microrganismi delle grotte e gas serra: il clima passa anche dal sottosuolo proviene da Scintilena.

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Grotte ipogeniche in Coahuila: i Condor Kids nel sottosuolo per la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo

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In Messico, Mónica Ponce accompagna i giovani del Condor Explorer Club in una cavità della Sierra Madre Oriental. La visita collega ricerca, biodiversità e conservazione agli obiettivi della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo UNESCO.

Una visita speleologica con i Condor Kids diventa un’attività di educazione ambientale dedicata alla Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. A raccontarla è Mónica Ponce, che ha accompagnato i giovani del Condor Explorer Club in una cavità del Coahuila, nel Messico settentrionale. Il percorso ha permesso di osservare forme di dissoluzione, concrezioni in crescita e tracce della fauna. Ha mostrato anche i danni provocati dai visitatori agli ambienti vicini all’ingresso.

L’uscita è stata documentata in omaggio alla ricorrenza UNESCO del 13 settembre. La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo è stata proclamata nel novembre 2025 e celebrata per la prima volta nel 2026. Promuove conoscenza, ricerca e gestione sostenibile del patrimonio sotterraneo. [web:18][web:16]

Grotte del Coahuila: il contesto geografico della Sierra Madre Oriental

L’ambientazione è quella dello Stato messicano di Coahuila, non dello Stato di Chihuahua. Il riferimento al Deserto Chihuahuense identifica infatti una regione naturale più ampia. Nel racconto di Ponce, la cavità si apre in un massiccio della Sierra Madre Oriental, circondato da vegetazione xerofila, adattata alla scarsità d’acqua.

Questo settore del Messico presenta successioni sedimentarie che comprendono importanti formazioni carbonatiche cretacee. La storia delle rocce e quella delle cavità appartengono a fasi differenti: i calcari costituiscono il materiale entro cui la dissoluzione ha successivamente sviluppato gli ambienti sotterranei. [web:17]

Ponce è una figura attiva nella speleologia del Coahuila. La stampa messicana ne ha raccontato il percorso esplorativo. Scintilena ha inoltre pubblicato una sua proposta sul ruolo delle grotte come sistemi idrologici e connessioni ecologiche, diffusa in occasione della prima ricorrenza UNESCO. [web:2][web:4][web:8]

Grotte ipogeniche: la dissoluzione che arriva dalle profondità

Nel resoconto, Ponce descrive la cavità come ipogenica e monogenetica. Riferisce di conoscere nel Coahuila due grotte con caratteristiche analoghe, studiate dal 2010. Le volte arrotondate e l’organizzazione degli ambienti sono al centro delle osservazioni condivise con i bambini.

Le grotte ipogeniche si sviluppano attraverso processi nei quali i fluidi acquisiscono in profondità la capacità di dissolvere la roccia. Si distinguono dalle cavità epigeniche, dove tale capacità deriva principalmente dai processi della superficie. Una delle modalità ipogeniche coinvolge fluidi ricchi di idrogeno solforato. La sua ossidazione produce acido solforico, capace di attaccare calcari e dolomie. [web:24]

La speleogenesi solforica non esaurisce tutte le forme di carsismo ipogenico. È uno dei processi documentati dalla ricerca internazionale. La revisione scientifica pubblicata nel 2024 descrive 84 aree del mondo nelle quali sono note grotte generate da processi solforici. Questo numero riguarda le aree censite, non una percentuale di tutte le cavità esistenti. [web:24]

Durante la visita, il gruppo ha attraversato diramazioni labirintiche che seguono le discontinuità della montagna. Ponce ha anche osservato un incontro tra l’aria proveniente dall’ingresso e una corrente più calda dalle parti interne. Il fenomeno sarà uno degli elementi da approfondire con le successive attività di studio.

Educazione speleologica: luce, buio e acqua nella grotta del Coahuila

Il percorso ha consentito ai Condor Kids di riconoscere tre ambienti. All’ingresso arriva la luce naturale. Nella zona di penombra l’illuminazione diminuisce progressivamente. Più all’interno si raggiunge il buio completo. Questa successione influenza le condizioni ecologiche della cavità e gli organismi che la frequentano. [web:34]

Uno dei momenti descritti da Ponce è stato dedicato all’ascolto. Spente le lampade e mantenuto il silenzio, il gruppo ha percepito il gocciolamento dell’acqua. La visita ha mostrato anche piccoli gours, le vasche delimitate da depositi minerali, e superfici interessate da infiltrazioni e scorrimenti.

L’esperienza ha collegato le forme visibili ai processi che le producono. L’acqua può contribuire alla dissoluzione della roccia e, in condizioni diverse, alla deposizione di minerali. Stalattiti e stalagmiti sono esempi di questa seconda fase. Le prime crescono dal soffitto; le seconde si sviluppano sul pavimento, alimentate dalle gocce. [web:32][web:33]

Biodiversità delle grotte: gli incontri nella zona d’ingresso

Ponce segnala un piccolo ragno bianco vicino all’entrata, due lucertole in nicchie della roccia, escrementi attribuiti a una volpe e uno scarabeo stercorario. Nel racconto, queste osservazioni diventano l’occasione per discutere i rapporti tra l’ambiente esterno e quello sotterraneo.

Le lucertole potrebbero frequentare le nicchie per cercare insetti. Le tracce della volpe suggeriscono l’utilizzo della cavità da parte di un mammifero della superficie. Per lo scarabeo, Ponce considera anche un ingresso accidentale.

La zona d’entrata è proprio il settore nel quale luce, apporti dall’esterno e condizioni ambientali favoriscono incontri tra organismi di provenienza diversa. Procedendo verso il buio, cambiano le risorse disponibili e possono comparire comunità specializzate nella vita sotterranea. [web:34]

Conservazione delle grotte: concrezioni distrutte e nuovi depositi minerali

La visita ha evidenziato un danno esteso nella sala d’ingresso e in parte della zona di penombra. Secondo Ponce, molte concrezioni sono state distrutte. Restano tracce degli antichi apparati di drappi, stalattiti e stalagmiti. Sono presenti anche graffiti risalenti al 1940 e incisioni più recenti.

Il messaggio rivolto ai giovani riguarda il valore del patrimonio geologico. Una concrezione asportata perde il rapporto con il luogo nel quale si è formata. Il gesto elimina un elemento del paesaggio sotterraneo e può compromettere un archivio naturale. Il National Park Service ricorda che le formazioni sono fragili e invita a non toccare pareti e depositi. [web:32]

Nelle parti osservate da Ponce proseguono intanto gocciolamento, infiltrazione e deposizione minerale. Il racconto segnala cannule, antoditi, principi di eccentriche, drappi sui soffitti inclinati e concrezioni coralloidi sulle pareti. Le cannule sono sottili tubi cavi; le eccentriche seguono direzioni irregolari, alimentate da piccoli canali e movimenti capillari dell’acqua. [web:33]

La presenza di nuove formazioni documenta processi ancora attivi. Non rende rapidamente reversibile la perdita delle concrezioni più antiche, la cui crescita dipende da condizioni locali e può essere molto lenta. [web:32]

Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: dall’uscita al rilievo

Ponce annuncia l’intenzione di tornare per studiare e rilevare la cavità. Il passaggio dalla visita alla documentazione unisce divulgazione e ricerca. Per i Condor Kids, la prima esperienza diventa un incontro con un ambiente nel quale acqua, roccia e organismi restano strettamente collegati.

L’iniziativa rispecchia uno degli obiettivi della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: coinvolgere i giovani e rendere comprensibili ambienti spesso poco conosciuti. L’UNESCO invita scuole, associazioni e comunità a organizzare visite, incontri pubblici e attività didattiche dedicate al sottosuolo. [web:18]

Fonti dell’articolo

Relazione di approfondimento: la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo

Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: nome, data e finalità

La denominazione ufficiale inglese è International Day of Caves and Karst, abbreviata in IDCK. In italiano viene resa come Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, anche con la variante “delle grotte e del Carso”. La ricorrenza cade il 13 settembre di ogni anno. La Conferenza generale dell’UNESCO l’ha proclamata il 12 novembre 2025 a Samarcanda, in Uzbekistan. La prima celebrazione si è svolta nel 2026. [web:16][web:18]

Il termine “carsismo” permette di esprimere il carattere mondiale dell’iniziativa. Non indica soltanto il Carso geografico tra Italia e Slovenia, ma i paesaggi e i processi legati alla dissoluzione di rocce solubili. La giornata riguarda quindi sistemi presenti in numerosi continenti, con condizioni climatiche, ecologiche e culturali differenti. [web:18]

La finalità non si limita alla promozione delle visite in grotta. Comprende tutela delle risorse idriche, conservazione della biodiversità, ricerca, educazione e gestione sostenibile. La comunicazione pubblica serve a collegare questi temi e a renderli accessibili anche a chi non pratica speleologia. [web:18]

Origini della giornata UNESCO: il ruolo della UIS e della Slovenia

L’iniziativa è nata da una proposta dell’Unione Internazionale di Speleologia, UIS. La Repubblica di Slovenia l’ha presentata all’UNESCO, attraverso un percorso sostenuto dalla propria Commissione nazionale, dalla delegazione permanente e dal Karst Research Institute ZRC SAZU di Postojna. Il governo sloveno aveva deciso di appoggiare la proposta il 29 maggio 2025. [web:6][web:21]

Il 9 ottobre 2025 il Consiglio esecutivo dell’UNESCO ha adottato la decisione relativa all’iniziativa. Il sito ufficiale della giornata riporta il sostegno di 59 Paesi come cofirmatari. La proclamazione definitiva è arrivata durante la Conferenza generale del mese successivo. Il governo sloveno riferisce che la decisione è stata adottata all’unanimità. [web:6][web:21]

Questo percorso distingue i ruoli delle organizzazioni coinvolte. La UIS ha promosso l’iniziativa scientifica e associativa. La Slovenia ha curato la presentazione diplomatica. L’UNESCO ha istituito la ricorrenza attraverso i propri organi. La rete speleologica internazionale contribuisce poi a trasformarla in attività territoriali. [web:6][web:18][web:21]

Dal 2021 al 2026: perché la Giornata delle grotte si celebra il 13 settembre

La scelta del 13 settembre richiama la prima presentazione della UIS presso l’UNESCO a Parigi, avvenuta in quella data nel 2021. Il sito ufficiale sottolinea anche il carattere non nazionale della data, pensata per una partecipazione internazionale. [web:6]

Il precedente principale è l’Anno internazionale delle grotte e del carsismo, promosso dalla UIS nel 2021 e prolungato nel 2022 a causa della pandemia. Quella campagna aveva già riunito ricerca, educazione e conservazione. La giornata annuale offre ora una continuità nel calendario pubblico. Non coincide con la precedente iniziativa, ma ne riprende l’impostazione divulgativa. [web:29]

La successione mostra come un progetto della comunità speleologica abbia raggiunto una dimensione istituzionale più ampia. Il tema del sottosuolo entra così in un appuntamento ricorrente, capace di coinvolgere scuole, amministrazioni, gestori di siti e organizzazioni scientifiche. [web:18][web:6]

Postojna 2026: la prima celebrazione internazionale delle grotte e del carsismo

La prima celebrazione internazionale ha avuto il proprio centro a Postojna, o Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026. L’UNESCO indica un programma fondato su una conferenza scientifica internazionale e una cerimonia ufficiale. [web:18]

Il convegno è stato presentato con il titolo “Explore, Understand and Protect: Towards Sustainable Management of Caves and Karst”. Il programma pubblicato dagli organizzatori comprendeva sessioni scientifiche, escursioni e la cerimonia nella Grotta di Postojna, prevista per il 12 settembre. La data annuale della ricorrenza resta il 13 settembre. [web:6]

L’organizzazione ha coinvolto il Karst Research Institute ZRC SAZU e la UIS, con sostegni e collaborazioni slovene. Scintilena ha riportato il ruolo di Postumia nelle celebrazioni di settembre, collegando l’evento centrale alle iniziative della comunità speleologica. [web:6][web:15]

Carsismo e acqua potabile: una risorsa che collega superficie e sottosuolo

Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse. I sistemi carsici forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Sono stime di scala globale: descrivono il peso di questi ambienti nelle risorse idriche e nel territorio, non la superficie occupata dalle sole cavità esplorabili. [web:18]

La protezione dell’acqua richiede una lettura dell’intero sistema. Le attività svolte nel bacino di alimentazione possono influire su ciò che raggiunge sorgenti e ambienti sotterranei. Le indicazioni IUCN richiamano quindi la necessità di individuare le aree di raccolta delle acque e considerare gli impatti anche oltre i confini immediati del sito carsico. [web:38]

Una grotta pulita all’ingresso può dipendere da acque provenienti da un’area esposta a pressioni ambientali. La tutela deve seguire queste connessioni. Pianificazione territoriale, gestione delle risorse idriche e conservazione degli habitat sono parti della stessa questione. Le linee guida UIS-IUCN collegano esplicitamente la protezione del carsismo alla disponibilità e alla gestione sostenibile dell’acqua. [web:36][web:38]

Biodiversità sotterranea e patrimonio culturale nelle grotte

L’UNESCO riconosce alle grotte un valore biologico, geologico e culturale. Il sottosuolo conserva comunità specializzate, archivi naturali e testimonianze della storia umana. La giornata invita a considerare insieme queste componenti, anziché ridurre la cavità a un itinerario o a una raccolta di concrezioni. [web:18]

La biodiversità cambia tra ingresso, penombra e ambienti oscuri. Alcuni animali utilizzano soltanto parti della grotta o la frequentano temporaneamente. Altri sono strettamente legati alla vita sotterranea. Questa varietà rende importanti inventari e osservazioni ecologiche, perché la gestione deve rispondere alle caratteristiche effettive di ogni sito. [web:34][web:36]

Anche la conservazione culturale richiede attenzione. Resti, tracce e depositi acquistano significato attraverso il loro contesto. Le linee guida IUCN ricordano che le aree carsiche possono riunire valori naturali, scientifici, spirituali e culturali. Una gestione adeguata deve riconoscere questa pluralità. [web:37]

Grotte e cambiamenti climatici: archivi naturali e obiettivi di sostenibilità

La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo è collegata dall’UNESCO a quattro Obiettivi di sviluppo sostenibile. Il sesto riguarda acqua e servizi igienico-sanitari. L’undicesimo interessa città e comunità. Il tredicesimo si concentra sul clima. Il quindicesimo riguarda gli ecosistemi terrestri e la biodiversità. [web:18]

Nel quadro ufficiale dell’iniziativa, gli archivi paleoclimatici delle grotte costituiscono uno dei collegamenti con l’azione per il clima. Gli ambienti carsici non sono quindi considerati soltanto luoghi da proteggere, ma anche strumenti di conoscenza dei cambiamenti ambientali. [web:6]

La pianificazione nei territori carsici rappresenta un altro collegamento operativo. Le conoscenze sul sottosuolo aiutano a considerare risorse, vulnerabilità e condizioni geologiche nelle scelte territoriali. La giornata riunisce così questioni normalmente affrontate da settori diversi: ricerca ambientale, gestione urbana, tutela dell’acqua e conservazione della natura. [web:6][web:18]

UNESCO, geoparchi e riserve della biosfera: le reti della conservazione carsica

L’UNESCO opera attraverso programmi scientifici e reti internazionali. La pagina ufficiale della giornata richiama geoparchi mondiali, riserve della biosfera e siti del Patrimonio mondiale. Stima che elementi carsici e grotte siano presenti in circa il 15–25% dei siti compresi complessivamente in queste reti. [web:18]

Il dato mostra quanto il sottosuolo attraversi categorie di tutela differenti. Una cavità può essere importante per la geologia, per l’acqua, per gli ecosistemi o per la storia umana. Le reti UNESCO offrono contesti nei quali questi valori possono essere studiati e comunicati insieme. [web:18]

La proclamazione della giornata non equivale all’iscrizione automatica di una grotta nel Patrimonio mondiale. La ricorrenza è uno strumento di sensibilizzazione e cooperazione. Le designazioni dei siti appartengono ai programmi specifici richiamati dall’UNESCO. [web:18]

Turismo speleologico ed educazione: partecipare senza danneggiare le grotte

La promozione del turismo sostenibile è un obiettivo esplicito della ricorrenza. Le indicazioni IUCN richiedono una pianificazione attenta dello sviluppo turistico e il monitoraggio degli impatti. La disponibilità di un ambiente sotterraneo non implica che ogni suo settore debba essere aperto alla frequentazione. [web:18][web:38]

Le attività educative possono assumere forme diverse. L’UNESCO propone visite, mostre, incontri pubblici e lezioni su carsismo, acque sotterranee e biodiversità. La partecipazione non è limitata agli specialisti: comprende scuole, comunità e singoli cittadini. [web:18]

Il caso dei Condor Kids rende concreta questa impostazione. L’osservazione del gocciolamento e dei piccoli animali si accompagna alla lettura dei danni sulle concrezioni. Il percorso didattico unisce curiosità e responsabilità. La fragilità dei depositi minerali rende essenziale evitare contatti e asportazioni, come ricordano anche le indicazioni del National Park Service. [web:32]

Ricerca e rilievo speleologico: trasformare la giornata UNESCO in conoscenza

La documentazione di una cavità permette di passare dall’esperienza individuale a un patrimonio di informazioni condivisibili. Nel racconto di Ponce, il ritorno previsto per lo studio e il rilievo segue proprio questa direzione. La visita con i giovani diventa il primo passaggio di un’attività più ampia.

Su scala internazionale, la giornata incoraggia cooperazione, educazione e ricerca. Il sito ufficiale propone inoltre di registrare gli eventi affinché entrino nella mappa mondiale delle celebrazioni. Questa raccolta collega iniziative locali e comunità scientifica internazionale. [web:18]

Per associazioni e istituzioni, il riferimento tecnico resta anche quello delle “Guidelines for Cave and Karst Protection”, seconda edizione del 2022, pubblicate dalla UIS con il sostegno dell’IUCN. Il documento amplia l’attenzione alla geoconservazione includendo gli aspetti biologici della tutela delle grotte e dei paesaggi carsici. [web:36][web:45]

Coahuila e grotte come zone umide sotterranee: un collegamento con la giornata UNESCO

La proposta di Mónica Ponce pubblicata da Scintilena il 14 settembre 2026 aggiunge un tema al quadro della ricorrenza. Il documento, diffuso a Saltillo il giorno precedente, invita a leggere le grotte del Deserto Chihuahuense come zone umide sotterranee e connessioni biologiche. [web:8]

Il punto centrale è il rapporto tra acqua e habitat. La proposta considera insieme cavità, infiltrazioni, falde, sorgenti e ambienti esterni collegati. Richiama anche la classificazione Ramsar dei sistemi idrologici carsici e di grotta sotterranei, già prevista negli strumenti della Convenzione sulle zone umide. [web:8]

L’inquadramento assume particolare rilievo in un territorio arido. La visita dei Condor Kids mostra umidità, gocciolamento e piccoli bacini d’acqua dentro una montagna circondata da vegetazione adattata alla siccità. La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo offre il contesto per raccontare questa relazione: il paesaggio di superficie e il sottosuolo appartengono a un sistema connesso, da conoscere prima di gestire. [web:8][web:18]

Fonti della relazione

Pagina Facebook di Monica Ponce https://www.facebook.com/share/1VcpGQCFro/?mibextid=wwXIfr

L'articolo Grotte ipogeniche in Coahuila: i Condor Kids nel sottosuolo per la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo proviene da Scintilena.

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Guano di pipistrelli al Camino del Hierro: la ricerca collega salute pubblica e tutela delle grotte

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Uno studio sul guano di pipistrelli nelle gallerie turistiche di Salamanca descrive batteri, virus e funzioni microbiche. I risultati richiamano l’attenzione sulla prevenzione, mentre il ruolo ecologico dei chirotteri resta centrale per biodiversità e agricoltura.

Guano di pipistrelli e turismo sotterraneo: i risultati della ricerca

Il guano di pipistrelli nelle gallerie del Camino del Hierro ospita comunità microbiche diversificate, con gruppi che comprendono anche microrganismi di interesse sanitario. Una ricerca pubblicata il 29 settembre 2025 su Environmental Microbiome ha analizzato questi depositi durante il letargo e la stagione riproduttiva. Gli autori indicano la necessità di sorvegliare le possibili esposizioni di visitatori e lavoratori. Il tema riguarda la gestione degli ambienti sotterranei frequentati, non soltanto la presenza degli animali. [web:4][web:38]

Il lavoro è firmato da Julio David Soto-López, Joaquina María García-Martín, Diego Lizana-Ciudad, Miguel Lizana, Luis Hernández-Tabernero, Pedro Fernández-Soto, Omar E. Velásquez-González, Salvador L. Aragón, Moncef Belhassen-García e Antonio Muro. Vi partecipano ricercatori dell’Università di Salamanca, dell’Università di Cadice e di altre strutture scientifiche e sanitarie. La collaborazione unisce zoologia, microbiologia, bioinformatica e ricerca sulle malattie infettive. [web:4]

Camino del Hierro: gallerie ferroviarie e rifugi dei pipistrelli

Il Camino del Hierro attraversa il territorio di Salamanca, nella Spagna occidentale, all’interno del Parco naturale Arribes del Duero. Il tracciato ferroviario storico comprende venti gallerie e dieci ponti. Alcuni tunnel sono diventati importanti rifugi per i pipistrelli dopo la cessazione dell’utilizzo ferroviario. Dal 2021 il percorso è anche una destinazione escursionistica. [web:38][web:72]

Il parco ospita fino a sedici specie di chirotteri. Fra quelle ricordate nello studio figurano rinolofi, vespertili e il miniottero, Miniopterus schreibersii. Le gallerie offrono ambienti utilizzati dagli animali in diverse fasi del ciclo annuale. Il percorso turistico prevede un sentiero alternativo durante i periodi di chiusura della galleria numero 3. È una soluzione che permette di separare temporaneamente il passaggio escursionistico dall’accesso al tunnel. [web:38][web:72]

Microbiota del guano di pipistrelli: come è stata condotta l’analisi

I ricercatori hanno studiato 48 campioni di guano di pipistrelli raccolti nelle gallerie durante due periodi biologici: letargo e riproduzione. Hanno utilizzato la metagenomica shotgun. Questa tecnica legge numerosi frammenti del DNA presente nel campione, senza limitarsi a un singolo gruppo batterico. L’elaborazione bioinformatica permette di attribuire le sequenze a gruppi microbici e di ricostruire il loro potenziale funzionale. [web:38]

Il risultato è una fotografia genetica dell’ecosistema microbico. La ricerca descrive differenze nella composizione relativa delle comunità associate a guano fresco e disseccato. I depositi costituiscono quindi microambienti diversi, nei quali possono prevalere strategie di crescita, utilizzo dei nutrienti o resistenza alle condizioni ambientali. [web:38]

Batteri e virus nel guano di pipistrelli: i gruppi individuati

L’analisi ha attribuito sequenze batteriche a 794 generi. Fra quelli più rappresentati compaiono Bacillus, Burkholderia, Lactobacillus, Pseudomonas, Salmonella e Streptococcus. Questi nomi comprendono organismi con caratteristiche differenti. Alcuni partecipano alla degradazione della materia organica o alle fermentazioni. Altri includono specie opportuniste o patogene di interesse medico. [web:38]

Tra le sequenze virali classificate, l’ordine Herpesvirales rappresentava circa il 60% dell’abbondanza relativa descritta. Il dato riguarda la componente virale analizzata, non il 60% dell’intero guano. L’identificazione di un ordine virale non equivale all’identificazione di tutti i virus umani che appartengono a quell’ordine. Per valutare una possibile trasmissione servono informazioni sulla specifica entità virale e sulla sua capacità infettiva. [web:38]

Il messaggio sanitario dello studio riguarda un rischio potenziale da approfondire e gestire. La rilevazione di materiale genetico e di fattori di virulenza non dimostra, da sola, un’infezione nei visitatori. Gli stessi autori distinguono la presenza di questi fattori dall’esistenza di infezioni attive. La ricerca fornisce una base per orientare monitoraggi e misure preventive negli ambienti frequentati. [web:38]

Stagione riproduttiva, biofilm e funzioni del microbiota del guano

Il confronto stagionale non ha mostrato differenze significative nell’abbondanza complessiva degli organismi rilevati. Sono emerse invece variazioni nel profilo funzionale. Durante la stagione riproduttiva risultavano maggiormente rappresentate vie associate alla sintesi di componenti cellulari e alla crescita microbica. [web:4][web:38]

L’analisi ha inoltre individuato determinanti genetici collegati all’adesione alle superfici e alla formazione di biofilm. Un biofilm è una comunità di microrganismi associata a una superficie e protetta da una matrice prodotta dalla comunità stessa. Nel guano, questi caratteri possono favorire persistenza e competizione. Il loro significato sanitario va valutato insieme alle condizioni ambientali e alle modalità di esposizione. [web:38]

Salute pubblica e conservazione dei pipistrelli nelle gallerie turistiche

La ricerca richiama l’attenzione soprattutto sulle esposizioni ripetute del personale e sulle attività che possono smuovere i depositi. La prevenzione deve considerare sia la protezione delle persone sia la conservazione delle colonie. La presenza del guano di pipistrelli è infatti parte del funzionamento dell’ambiente sotterraneo. [web:38][web:51]

Le indicazioni CDC e NIOSH sull’istoplasmosi raccomandano di ridurre la dispersione di polveri e di pianificare le attività nei luoghi potenzialmente contaminati. Per i lavoratori, la valutazione può comprendere formazione, delimitazione delle aree e dispositivi di protezione adeguati. Queste indicazioni affrontano il rischio fungino e non costituiscono una misura automatica di tutti i rischi descritti dalla metagenomica. [web:40][web:41][web:44]

Nelle cavità utilizzate dai chirotteri, la gestione sanitaria va coordinata con quella naturalistica. Il guano non è soltanto un materiale da evitare durante il passaggio. È anche una risorsa alimentare per numerosi organismi. La separazione dei percorsi, le limitazioni stagionali e il monitoraggio offrono strumenti per conciliare fruizione e tutela. [web:51][web:68][web:72]

Relazione di approfondimento: pipistrelli, benefici ambientali e servizi ecosistemici

Pipistrelli e biodiversità: funzioni diverse in una stessa rete ecologica

I pipistrelli contribuiscono al funzionamento degli ecosistemi attraverso alimentazione, spostamenti e utilizzo dei rifugi. Il loro ruolo cambia secondo le specie. Gli insettivori esercitano una pressione sulle popolazioni di artropodi. I frugivori trasportano semi. I nettarivori partecipano all’impollinazione. Le deiezioni trasferiscono nutrienti verso i luoghi di riposo e le cavità. Queste funzioni collegano ambienti che possono trovarsi anche a distanza fra loro. [web:22][web:26]

Una revisione globale pubblicata su Integrative Zoology nel 2022 ha raccolto 283 studi pertinenti. Ha identificato 409 specie di pipistrelli coinvolte nei servizi ecosistemici esaminati. Nel complesso, la letteratura considerata documentava 752 specie di insetti consumate e 549 specie vegetali impollinate oppure disperse. Sono conteggi ricavati dagli studi selezionati, non un inventario definitivo di tutte le interazioni possibili. [web:22]

La distinzione geografica è importante. In Europa prevale il ruolo dei pipistrelli insettivori. Impollinazione e dispersione dei semi assumono particolare rilievo in molte regioni tropicali e subtropicali. Le funzioni non vanno attribuite indistintamente a ogni colonia. Una popolazione che vive in una galleria di Salamanca contribuisce all’ecosistema in modo diverso da una comunità di chirotteri frugivori tropicali. [web:22][web:26][web:53]

Pipistrelli insettivori e agricoltura: il controllo naturale degli insetti

La predazione notturna è uno dei principali benefici ambientali dei pipistrelli europei. Le prede possono comprendere lepidotteri, ditteri e altri gruppi di insetti. Ogni specie utilizza ambienti e strategie di caccia differenti. Il rinolofo minore, per esempio, cattura piccoli ditteri, imenotteri, crisopidi e lepidotteri, spesso vicino alla vegetazione. La varietà delle strategie amplia le interazioni con le comunità di insetti del paesaggio. [web:28][web:53]

L’effetto agricolo non dipende soltanto dal numero di prede ingerite. Conta anche la loro identità. La cattura degli adulti di un insetto fitofago può ridurre la successiva deposizione di uova. Questo può limitare la pressione delle larve sulle piante. Per dimostrare il beneficio occorre quindi collegare la dieta dei pipistrelli alle conseguenze effettive sulle colture. [web:54]

Un esperimento condotto in Illinois e pubblicato su PNAS nel 2015 ha affrontato proprio questa relazione. I ricercatori hanno confrontato appezzamenti di mais accessibili ai pipistrelli con aree dalle quali erano esclusi durante la notte. Nel 2014 le parcelle di esclusione presentavano il 59% in più di larve della nottua del mais per pannocchia rispetto ai controlli. Lo studio ha documentato anche maggiori danni dove mancava l’accesso dei pipistrelli. [web:54]

La ricerca ha rilevato effetti indiretti sulla presenza di funghi associati ai danni degli insetti e di un composto tossico da essi prodotto. Il beneficio si estendeva quindi oltre la semplice riduzione delle prede. Questo risultato riguarda il sistema agricolo studiato. Non rappresenta una percentuale trasferibile a tutte le colture e a ogni regione. Mostra però come un predatore notturno possa influenzare più livelli della rete ecologica. [web:54][web:58]

Servizi ecosistemici dei pipistrelli: valore economico e gestione agricola

Il controllo naturale dei fitofagi può contribuire a ridurre le perdite produttive e la dipendenza dai trattamenti insetticidi. Il valore economico dipende dal contesto. Sono rilevanti il tipo di coltura, l’abbondanza degli insetti nocivi, la composizione della comunità di pipistrelli e la disponibilità di rifugi. Le stime devono quindi essere collegate a territori e metodi precisi. [web:26][web:54]

Una gestione agricola favorevole ai chirotteri richiede un paesaggio funzionale. Non basta conservare un singolo rifugio se intorno scompaiono le aree di alimentazione. Una ricerca sui pipistrelli che cacciano negli spazi aerei ha evidenziato l’importanza di paesaggi eterogenei, nei quali la disponibilità delle prede cambia fra habitat e stagioni. La conservazione dei predatori deve comprendere anche le condizioni che permettono loro di raggiungere e utilizzare tali risorse. [web:63]

Scintilena ha affrontato questa relazione nella divulgazione dedicata a pipistrelli e agricoltura montana. La tutela delle comunità di chirotteri viene collegata al mantenimento dei servizi ecosistemici nei territori coltivati. Il rapporto fra agricoltura e biodiversità è quindi anche una questione di organizzazione del paesaggio. [web:48]

Pipistrelli e zanzare: un contributo ecologico distinto dalla prevenzione sanitaria

Tra le prede dei pipistrelli figurano anche ditteri. Tutela Pipistrelli ricorda che la predazione naturale comprende le zanzare e si inserisce in una rete più ampia di organismi predatori. Il contributo dei chirotteri va considerato all’interno di questa rete. Non coincide con la rimozione di tutte le popolazioni di zanzare da un territorio. [web:28][web:29]

La stessa fonte sottolinea l’importanza della prevenzione rivolta alle larve. La valorizzazione dei pipistrelli non sostituisce quindi gli interventi sui focolai riproduttivi. Né dimostra, da sola, una riduzione misurata delle malattie trasmesse dalle zanzare. Conservazione dei predatori e prevenzione sanitaria operano su piani collegati, ma distinti. [web:29]

Pipistrelli impollinatori e riproduzione delle piante

Nelle regioni dove vivono specie nettarivore, i pipistrelli partecipano al trasferimento del polline fra i fiori. Le visite alimentari possono contribuire alla fecondazione e alla produzione di frutti e semi. È un servizio che interessa sia la vegetazione spontanea sia alcuni sistemi agricoli tropicali. La revisione globale sui servizi ecosistemici comprende 29 studi sull’impollinazione di piante native o endemiche e uno su piante introdotte. [web:22][web:26]

Il beneficio deriva dalla relazione fra comportamento animale e riproduzione vegetale. Proteggere il pipistrello senza mantenere le piante dalle quali si alimenta lascia incompleta questa relazione. Analogamente, conservare le piante senza tutelare i loro impollinatori può compromettere una parte del processo riproduttivo. È un esempio di come la biodiversità funzioni attraverso interazioni, non soltanto attraverso elenchi di specie. [web:26]

Dispersione dei semi e rigenerazione degli ecosistemi forestali

I pipistrelli frugivori consumano frutti e trasportano semi. La dispersione può spostare il materiale riproduttivo oltre la pianta madre, contribuendo alla distribuzione delle specie vegetali e alla rigenerazione forestale. La revisione del 2022 comprende 60 studi sulla dispersione di semi di piante native o endemiche e undici su piante introdotte. [web:22][web:26]

La deposizione di un seme non garantisce la crescita di una nuova pianta. Il risultato dipende anche dalle condizioni del luogo raggiunto. Il servizio consiste nell’aprire possibilità di insediamento attraverso il trasporto. Il suo effetto si integra con il suolo, il microclima e le altre interazioni biologiche. Per questo la conservazione dei dispersori deve essere letta insieme a quella degli habitat. [web:26]

Guano di pipistrelli e biodiversità delle grotte: il ponte fra superficie e sottosuolo

Per la speleologia, il trasferimento di materia organica è una funzione centrale. I pipistrelli si alimentano all’esterno e depositano parte dei nutrienti nei rifugi. Il guano di pipistrelli collega così la produttività della superficie agli ambienti sotterranei. Dove manca la produzione fotosintetica locale, questo apporto può sostenere comunità microbiche e invertebrati specializzati. [web:51]

I depositi non sono materiali biologicamente inerti. Batteri e funghi contribuiscono alla loro trasformazione. Gli organismi che utilizzano il guano e la biomassa microbica entrano poi nelle reti alimentari della cavità. Scintilena ha descritto questo rapporto come un elemento importante per la struttura trofica delle grotte. Le variazioni nella deposizione possono fornire informazioni sulla continuità del contributo delle colonie. [web:51]

Il guano cambia nel tempo e nello spazio. Uno studio del 2018 ha confrontato materiale fresco, strati superficiali e porzioni profonde di un accumulo. Ha rilevato variazioni nelle abbondanze relative dei gruppi batterici lungo il deposito. Alcune funzioni previste restavano simili, anche quando cambiava la composizione delle comunità. Ciò mostra che organismi diversi possono concorrere a processi ecologici analoghi. [web:20]

La perdita di una colonia può quindi modificare anche l’alimentazione degli organismi sotterranei. La tutela dei pipistrelli ha conseguenze che superano la conservazione dei soli mammiferi. Protegge un flusso di risorse e le comunità che ne dipendono. [web:51]

Microbiota del guano e riciclo dei nutrienti

La diversità microbica del guano comprende organismi coinvolti nella trasformazione della materia organica e nei cicli degli elementi. Una ricerca su una grotta dell’India nordorientale ha individuato gruppi batterici associati alla nitrificazione e alla produzione di chitinasi. Questi enzimi degradano la chitina, componente importante dei rivestimenti degli artropodi. La presenza di tali capacità è coerente con depositi alimentati da pipistrelli insettivori. [web:19]

Riciclo dei nutrienti e interesse sanitario possono coesistere nello stesso substrato. Un deposito può sostenere processi ecologici utili e contenere microrganismi che richiedono attenzione durante determinate attività umane. Le due caratteristiche non si escludono. Lo studio del Camino del Hierro inserisce l’analisi sanitaria dentro un ambiente biologicamente complesso, anziché ridurlo a una superficie priva di vita. [web:19][web:38][web:51]

La letteratura esamina anche l’impiego del guano come fertilizzante. La revisione globale comprende 24 studi su questo utilizzo. Il valore agronomico non rende appropriata la raccolta indiscriminata nelle cavità. I depositi hanno una funzione ecologica e la loro manipolazione può comportare esposizione a polveri potenzialmente contaminate. [web:22][web:40][web:51]

Pipistrelli bioindicatori e conservazione dei rifugi

Le variazioni nelle comunità di pipistrelli possono aiutare a interpretare cambiamenti negli habitat. Scintilena ne ricorda il ruolo di bioindicatori. La lettura richiede monitoraggi ripetuti e conoscenza delle specie. Un cambiamento osservato in un rifugio va interpretato considerando anche stagionalità, alimentazione e utilizzo del paesaggio. [web:49][web:63]

Rifugi e aree di caccia sono parti dello stesso sistema. Tutela Pipistrelli descrive, per il rinolofo minore, l’utilizzo di cavità, gallerie ed edifici in differenti periodi. Evidenzia inoltre il rapporto fra declino, perdita degli habitat e disturbo delle colonie. Conservare soltanto l’ingresso di una grotta non esaurisce quindi le esigenze della specie. [web:28]

Il disturbo durante il letargo ha conseguenze energetiche. Una ricerca del 2024 sulle visite ai siti di svernamento ricorda che luci e rumori possono provocare risvegli e perdita di massa corporea. La frequentazione delle cavità deve tenere conto di questa vulnerabilità. Anche l’illuminazione artificiale del paesaggio merita attenzione: EUROBATS dedica linee guida specifiche ai suoi effetti sui pipistrelli. [web:68][web:56]

Turismo in grotta e salute ambientale: una gestione integrata

Nei siti turistici, prevenzione sanitaria e conservazione devono procedere insieme. Una gestione integrata considera distribuzione delle colonie, accumuli di guano, flussi di visitatori e attività del personale. Lo studio di Salamanca fornisce informazioni sul microbiota. Le indicazioni sanitarie sui rischi da polveri aiutano invece a impostare le procedure lavorative. [web:38][web:41]

Fra gli strumenti da valutare rientrano percorsi separati dalle aree di deposito, accessi regolati nelle fasi sensibili e monitoraggi coordinati. Il sentiero alternativo previsto al Camino del Hierro durante la chiusura della galleria numero 3 offre un esempio concreto di organizzazione della fruizione. La sua presenza non costituisce, da sola, una valutazione sanitaria del sito. [web:68][web:72]

Le attività di pulizia richiedono una valutazione specifica. NIOSH raccomanda di evitare lo spazzamento a secco dei materiali polverosi e di utilizzare sistemi adeguati al controllo delle esposizioni. Nei rifugi naturali o artificiali occupati dai pipistrelli, gli interventi devono inoltre rispettare le esigenze delle colonie e della fauna associata al guano. Non vanno trasformati in rimozioni generalizzate dei depositi o in alterazioni indiscriminate dell’ambiente. [web:39][web:41][web:51][web:68]

Questa impostazione collega salute umana, salute animale e qualità degli ecosistemi. La ricerca sul guano può migliorare la conoscenza delle esposizioni. La ricerca ecologica permette di proteggere i processi che sostengono biodiversità, agricoltura e vita sotterranea. Le decisioni gestionali devono utilizzare entrambe. [web:22][web:38][web:51]

Fonti

  1. Soto-López J. D. e collaboratori. Taxonomic and functional profiling of bat guano microbiota from hiking trail-associated tunnels: a potential risk for human health? Environmental Microbiome, 2025, 20:123. Testo integrale: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12482572/ — DOI: https://doi.org/10.1186/s40793-025-00782-7
  2. PubMed, scheda bibliografica dello studio: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41023748/
  3. Camino de Hierro, sito ufficiale, informazioni sul percorso e sull’alternativa alla galleria numero 3: https://caminodehierro.es/recorrido/
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  5. Kunz T. H. e collaboratori. Ecosystem services provided by bats, 2011: https://digitalcommons.usf.edu/kip_articles/1544/
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  7. Aerospace-foraging bats eat seasonably across varying habitats, 2023: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10638376/
  8. Variation in Bat Guano Bacterial Community Composition With Depth. Frontiers in Microbiology, 2018: https://www.frontiersin.org/journals/microbiology/articles/10.3389/fmicb.2018.00914/full
  9. First report of bacterial community from a Bat Guano using Illumina next-generation sequencing, 2015: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4535889/
  10. Tutela Pipistrelli, scheda sul ferro di cavallo minore: https://www.tutelapipistrelli.it/ferro-di-cavallo-minore/
  11. Tutela Pipistrelli, Zanzara tigre, strategie di intervento e contrasto: https://www.tutelapipistrelli.it/2012/07/01/zanzara-tigre-strategie-di-intervento-e-contrasto/
  12. Scintilena, Il ruolo del guano di pipistrello negli ecosistemi sotterranei: https://www.scintilena.com/il-ruolo-del-guano-di-pipistrello-negli-ecosistemi-sotterranei/02/08/
  13. Scintilena, Diversità e ruolo ecologico dei pipistrelli: https://www.scintilena.com/diversita-e-ruolo-ecologico-dei-pipistrelli-2/05/10/
  14. Scintilena, Equilibrio tra pipistrelli e agricoltura montana: https://www.scintilena.com/equilibrio-tra-pipistrelli-e-agricoltura-montana-una-ricerca-italiana-rivela-le-chiavi-per-conservare-la-biodiversita/01/03/
  15. Scintilena, Pipistrelli, comunicare il valore della biodiversità senza alimentare paure e pregiudizi: https://www.scintilena.com/pipistrelli-comunicare-il-valore-della-biodiversita-senza-alimentare-paure-e-pregiudizi/07/14/
  16. CDC, Reducing Risk for Histoplasmosis: https://www.cdc.gov/histoplasmosis/prevention/index.html
  17. CDC/NIOSH, Preventing Histoplasma Exposures at Work: https://www.cdc.gov/niosh/histoplasmosis/prevention/index.html
  18. CDC/NIOSH, Elimination and Engineering Controls: https://www.cdc.gov/niosh/histoplasmosis/prevention/elimination-and-engineering-controls.html
  19. CDC/NIOSH, Personal Protective Equipment: https://www.cdc.gov/niosh/histoplasmosis/prevention/personal-protective-equipment.html
  20. Disturbance of hibernating bats due to researchers entering caves to conduct hibernacula surveys, 2024: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11169401/
  21. EUROBATS, linee guida su pipistrelli e illuminazione artificiale, Publication Series n. 8: https://www.eurobats.org/sites/default/files/documents/publications/publication_series/WEB_DIN_A4_EUROBATS_08_ENGL_NVK_28022019.pdf

Pipistrelli e guano

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