Dopo il clima, le grotte raccontano anche la storia dell’uomo: recuperato per la prima volta DNA umano dalle pareti
Una ricerca pubblicata su Nature Communications dimostra che le pareti delle cavità possono conservare tracce genetiche umane per migliaia di anni. Si apre una nuova frontiera per lo studio della preistoria e dell’arte rupestre.
Solo pochi giorni fa Scintilena ha raccontato come le stalagmiti della Grotta della Bàsura abbiano permesso di ricostruire uno dei più rapidi innalzamenti del livello del mare degli ultimi 340 mila anni. In quel caso erano le concrezioni a custodire la memoria dei cambiamenti climatici del passato.
Oggi una nuova ricerca aggiunge un tassello altrettanto affascinante. Le grotte non conservano soltanto la storia del clima: anche le loro pareti possono trattenere tracce del passaggio dell’uomo.
Uno studio pubblicato il 23 giugno su Nature Communications dimostra infatti, per la prima volta, che è possibile recuperare DNA umano antico direttamente dalle superfici delle grotte, comprese alcune decorate con arte rupestre. Un risultato destinato ad aprire nuove prospettive nello studio della preistoria e delle frequentazioni umane delle cavità.
Un archivio biologico inaspettato
Fino a oggi la paleogenetica si è basata soprattutto sull’analisi di ossa, denti e sedimenti archeologici. Le pareti delle grotte erano considerate superfici da osservare e documentare, non archivi biologici.
Per verificare questa possibilità, un gruppo internazionale di ricercatori del progetto FIRST-ART, coordinato da istituzioni di ricerca europee con la partecipazione del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, ha campionato undici grotte tra Spagna e Portogallo, prelevando 54 campioni da pareti decorate e da superfici prive di pigmento utilizzate come controllo sperimentale.
Cinque campioni hanno restituito DNA umano antico. Il risultato più significativo proviene dalla Grotta di Escoural, in Portogallo, dove un piccolo punto rosso ricoperto da una sottile crosta di calcite ha conservato materiale genetico appartenente a un individuo di Homo sapiens. La calcite, depositatasi naturalmente sulla parete nel corso dei millenni, ha probabilmente svolto il ruolo di una vera e propria capsula del tempo, proteggendo il DNA dalla contaminazione.
Non il DNA dell’artista, ma una nuova possibilità di ricerca
Gli stessi autori invitano alla prudenza. Il DNA recuperato non identifica automaticamente l’autore dell’arte rupestre.
Potrebbe appartenere all’artista, a una persona che lo accompagnava o anche a qualcuno che ha semplicemente toccato quella parete molti secoli o millenni dopo.
La vera novità è un’altra: è stata dimostrata la fattibilità della tecnica. Le pareti delle grotte possono conservare tracce genetiche sufficienti per essere recuperate e analizzate con i moderni strumenti della paleogenetica.
Come sottolineano i ricercatori, questa scoperta permette di iniziare a porsi domande completamente nuove: chi ha frequentato una determinata grotta? Apparteneva a un uomo o a una donna? A quale popolazione? In futuro, queste analisi potrebbero contribuire a comprendere meglio anche il contesto umano in cui nacquero le grandi opere dell’arte rupestre.
Le grotte, archivi della memoria
Per la comunità speleologica questa ricerca rappresenta un’ulteriore conferma del valore scientifico delle cavità naturali.
Le stalagmiti conservano la memoria dei cambiamenti climatici, i sedimenti raccontano la storia degli ecosistemi e delle frequentazioni umane, mentre le pareti sembrano custodire persino tracce biologiche lasciate da chi le ha toccate migliaia di anni fa.
Ogni nuova ricerca amplia il ruolo delle grotte come archivi naturali della Terra e dell’uomo, rafforzando l’importanza della loro tutela e della ricerca speleologica. È un patrimonio fragile e irripetibile, capace ancora oggi di restituire informazioni che fino a pochi anni fa sembravano impossibili da ottenere.
Fonti
- Articolo scientifico pubblicato su Nature Communications: Investigating ancient human DNA preservation on cave walls and in rock art https://www.nature.com/articles/s41467-026-74234-2
- Comunicato del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology: Ancient DNA found on cave walls https://www.eva.mpg.de/press/news/article/ancient-dna-found-on-cave-walls/
- Per approfondire: Scintilena, “Grotta della Bàsura: le stalagmiti raccontano uno dei più rapidi innalzamenti del mare degli ultimi 340 mila anni” (2 luglio 2026)
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