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TracerKanin, le vie dell’acqua sotto il Canin: a Gorizia una conferenza sul progetto Italia-Slovenia

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Il 24 ottobre 2026 Rino Semeraro presenterà le ricerche di TracerKanin sui torrenti sotterranei del Canin/Kanin. Appuntamento alle 19 nella Sala Dora Bassi, con ingresso libero.

TracerKanin a Gorizia: la conferenza del 24 ottobre

Dove scorre l’acqua nel cuore del Canin? La domanda sarà al centro della conferenza in programma sabato 24 ottobre 2026, alle ore 19, nella Sala Dora Bassi di Gorizia. L’incontro si terrà in via Garibaldi 7. L’ingresso è libero.

Il Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” APS propone una serata dedicata all’idrogeologia del massiccio condiviso da Italia e Slovenia. Il relatore sarà Rino Semeraro, con l’intervento “Torrenti sotterranei nel massiccio del Monte Canin/Kanin (Italia / Slovenia): TracerKanin Project”. La conferenza è rivolta a soci, speleologi, studiosi e cittadini interessati alla circolazione delle acque nelle montagne carsiche.

L’appuntamento porterà al pubblico il lavoro di TracerKanin, progetto internazionale avviato nel 2021. Le ricerche combinano esplorazione speleologica, tracciamenti delle acque, misure alle sorgenti e analisi di laboratorio. L’obiettivo è ricostruire i collegamenti idrici tra le grotte del massiccio e le risorgenze delle valli circostanti.[1]

Canin e Kanin: un acquifero che attraversa il confine

Il Canin, chiamato Kanin in Slovenia, appartiene alle Alpi Giulie. Le sue acque sotterranee circolano in una rete di pozzi, fratture, gallerie e collettori. Le sorgenti restituiscono parte di questi flussi nelle valli italiane e slovene. Tra i recapiti principali figurano il Fontanon di Goriuda, la Risorgiva Acquarolo e il Fontanon del Sart sul territorio italiano. Sul versante sloveno si trovano, tra le altre, le sorgenti Možnica, Glijun e Boka.[1]

La superficie della montagna non basta a descrivere questa circolazione. I bacini sotterranei richiedono indagini specifiche. TracerKanin affronta il problema attraverso esperimenti che seguono sostanze fluorescenti immesse nei corsi d’acqua delle grotte. Il loro ritrovamento alle sorgenti documenta i collegamenti. Le concentrazioni e i tempi di arrivo aiutano a descrivere il comportamento dell’acquifero.[1][2]

TracerKanin: dalle grotte italiane agli abissi sloveni

La prima campagna ha interessato il settore nord-occidentale del Canin. Il 4 settembre 2021 sono stati immessi tre traccianti nell’Abisso Gortani, nell’Inghiottitoio della Terra Rossa e nell’Abisso Picciola. Nell’Abisso Gortani l’operazione ha raggiunto il Grande Meandro, a circa 800 metri di profondità. Tutte e tre le sostanze sono state successivamente rintracciate nei punti di uscita monitorati.[1]

Nel 2022 TracerKanin ha esteso le indagini al versante meridionale sloveno. Il 9 luglio sono stati introdotti due traccianti negli abissi Renejevo brezno e Skalarjevo brezno. Le immissioni sono avvenute rispettivamente presso il lago Copacabana, a circa 1.240 metri di profondità, e nella zona del lago Free Willy, a circa 1.200 metri.[3]

Le operazioni sul campo si sono concluse il 13 agosto 2022. Le prime analisi hanno documentato l’arrivo dei traccianti alle sorgenti Boka e Bo?i?. I risultati hanno confermato collegamenti già conosciuti nella letteratura idrogeologica. Hanno inoltre fornito dati per approfondire i tempi di trasferimento e la distribuzione dei flussi.[2]

Speleologia e ricerca carsica: il lavoro condiviso di TracerKanin

Il progetto riunisce il Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer”, la Commissione Grotte “E. Boegan” SAG-CAI e la Società Adriatica di Speleologia. Partecipano anche la società speleologica di Lubiana e il Karst Research Institute dello ZRC SAZU di Postojna. Il coordinamento è affidato al Laboratorio speleologico e di tecniche fluorimetriche di Farra d’Isonzo.[1]

Questa collaborazione unisce le competenze necessarie per lavorare in profondità e per interpretare i dati raccolti all’esterno. La conferenza di Gorizia illustrerà le ricerche e i risultati di TracerKanin. Il tema centrale sarà il passaggio dall’esplorazione delle cavità alla comprensione dei sistemi idrici sotterranei del Canin/Kanin.

Fonti della notizia


TracerKanin e l’idrogeologia del Canin/Kanin: quadro di approfondimento

Dalle campagne di multitracciamento alla divulgazione scientifica: obiettivi, organizzazione e risultati della ricerca transfrontaliera.

TracerKanin: dai primi tracciamenti al programma pluriennale

I tracciamenti delle acque sul Canin iniziarono nel 1968. Prima dell’avvio di TracerKanin erano stati effettuati circa dieci esperimenti. Si trattava prevalentemente di prove qualitative, con alcuni contributi semiquantitativi. Avevano delineato diverse direzioni del drenaggio sotterraneo, preparando il terreno per indagini più articolate.[1]

TracerKanin nasce nel 2021 per integrare i collegamenti idrici con informazioni sull’idrodinamica. Il progetto considera concentrazioni, tempi di trasferimento, portate e condizioni meteorologiche. La ricerca non si esaurisce nel ritrovamento di un colorante alla sorgente. Prosegue con il trattamento delle registrazioni e il confronto con la struttura geologica del massiccio.[1][4]

La dimensione pluriennale deriva da questa successione di attività. Preparazione, sperimentazione, analisi e interpretazione richiedono tempi differenti. A queste fasi si aggiungono cartografia, pubblicazioni e divulgazione.[1][4]

Geologia del Canin: come si organizza la circolazione sotterranea

L’acquifero principale si sviluppa nel Calcare del Dachstein, di età norico-retica. La formazione ospita una rete di condotti carsici. Le acque circolano anche nelle fratture, dove il trasferimento può essere più lento e accompagnato da immagazzinamento.[1]

La Dolomia Principale, di età norica, si trova al di sotto del calcare o in contatto laterale attraverso faglie. Il contrasto di permeabilità contribuisce all’impostazione di gallerie e collettori. La dolomia non costituisce una barriera impermeabile assoluta. È interessata anch’essa da carsificazione e circolazione idrica, sebbene in misura minore.[1]

Questa struttura si riflette nella geometria delle grotte. Grandi successioni di pozzi raggiungono reti profonde, inclinate o suborizzontali. Alla base si incontrano torrenti sotterranei e sifoni. Nella zona epifreatica, interessata dalle oscillazioni del livello dell’acqua, le variazioni durante le piene possono superare il centinaio di metri.[1]

TracerKanin: partenariato e risorse della ricerca

Il progetto è stato completamente autofinanziato dai partner. Le risorse comprendono personale, strumenti e copertura economica delle attività. Alla campagna hanno contribuito anche speleologi esterni al partenariato.[1]

Il resoconto della prima fase indica 60 speleologi italiani e sloveni impegnati nelle operazioni. Il gruppo scientifico-tecnico comprende dieci specialisti, ricercatori, studiosi ed esperti. Tra i componenti figurano Rino Semeraro, Riccardo Corazzi, Špela Borko e Franci Gabrovšek. Questi numeri descrivono la prima fase, non il totale cumulativo del programma.[1]

L’organizzazione associa due reti operative. Una lavora nelle grotte, raggiungendo i punti di immissione. L’altra controlla sorgenti e corsi d’acqua esterni. Il collegamento tra queste attività permette di trasformare una discesa speleologica in un esperimento idrogeologico.[1][2]

Multitracciamento del Canin: strumenti e interpretazione

Il multitracciamento utilizza sostanze distinguibili, introdotte in punti diversi. Nella prima campagna sono state impiegate uranina, solforodamina B e Tinopal CBS-X. Il controllo delle uscite comprendeva fluocaptori, campioni d’acqua, fluorimetri e sonde per i parametri fisico-chimici.[1]

I diversi strumenti rispondono a esigenze complementari:

  • I fluocaptori raccolgono il segnale del passaggio del tracciante durante l’esposizione.
  • I campioni d’acqua consentono analisi riferite a momenti precisi.
  • I fluorimetri registrano l’andamento della concentrazione nel tempo.
  • Le misure di portata permettono di collegare le concentrazioni alle quantità d’acqua in transito.[1][5]

La curva di restituzione rappresenta l’andamento temporale del tracciante presso un punto di controllo. L’associazione tra concentrazione e portata permette di stimare la massa restituita. Questo passaggio distingue una lettura quantitativa dalla semplice identificazione di una connessione.[5]

TracerKanin 2021: la campagna nel settore italiano

La preparazione iniziò nel maggio 2021. Il resoconto tecnico descrive 22 punti di controllo sulle sorgenti e sui corsi d’acqua italiani e sloveni. Le installazioni comprendevano strutture protettive e ancoraggi progettati per resistere alle piene.[1]

Il 4 settembre furono effettuate tre immissioni quasi contemporanee:

  • Uranina nel Grande Meandro dell’Abisso Gortani, a circa 800 metri di profondità.
  • Solforodamina B nell’Inghiottitoio della Terra Rossa, poco sotto l’ingresso.
  • Tinopal CBS-X nell’Abisso Picciola, a circa 90 metri di profondità.[1]

Dal 28 agosto al 16 ottobre furono eseguiti dieci cicli di campionamento e misura. Tre squadre seguirono Val Raccolana e Valle del Rio del Lago, Val Resia, Val Možnica e conca di Bovec. Le operazioni principali terminarono il 17 ottobre. Alcune osservazioni proseguirono nei mesi successivi.[1]

Il lavoro comprendeva il controllo di dieci stazioni meteorologiche. Durante la campagna si verificarono tre eventi piovosi. Il maggiore raggiunse 171 millimetri di pioggia. Nessun fluocaptore andò perduto e nessuna apparecchiatura installata risultò danneggiata.[1]

TracerKanin: analisi e dimensioni del lavoro scientifico

La rendicontazione della prima fase distingue 87 giornate-persona per laboratorio e officina e 167 per le attività sul campo. Il totale raggiunge 254 giornate-persona. Il dato somma il tempo lavorato dai partecipanti e non indica giorni consecutivi di campagna.[1]

Il rapporto registra circa 471 analisi di laboratorio già eseguite, sette monitoraggi in continuo e 220 acquisizioni multiparametriche sul campo. Tutti e tre i traccianti erano stati rintracciati nei punti di uscita.[1]

L’elaborazione comprendeva l’aggiornamento della cartografia geologica e idrogeologica. Prevedeva inoltre il riesame dei dati idrochimici, geochimici e carsologici disponibili. Il progetto costruisce così una lettura integrata, nella quale le osservazioni sperimentali vengono confrontate con la struttura della montagna.[1]

TracerKanin 2022: il versante sloveno e le sorgenti Boka e Bo?i?

La seconda campagna fu programmata attraverso un incontro del 26 maggio 2022 al Karst Research Institute di Postojna. La preparazione utilizzò anche i dati della prima fase.[6]

Il 9 luglio venne immessa uranina nel Renejevo brezno, presso il lago Copacabana. Nello Skalarjevo brezno fu introdotta solforodamina B, nella zona del lago Free Willy. Le operazioni furono condotte rispettivamente dalla squadra di Lubiana e dal gruppo JKNM di Novo Mesto.[3]

Le prime analisi documentarono l’arrivo dei traccianti alle sorgenti Boka e Bo?i?. La campagna confermò collegamenti già presenti nella letteratura idrogeologica. Fornì inoltre elementi per approfondire concentrazioni e tempi di restituzione.[2]

L’assenza di precipitazioni caratterizzò il periodo descritto nel resoconto. I tempi di arrivo risultarono più lunghi del previsto. Questo andamento mostra il rapporto tra risposta del sistema e condizioni idrologiche dell’esperimento. I risultati vengono inquadrati in un acquifero composto da sottobacini interconnessi.[2]

Una connessione idrica va distinta da una giunzione speleologica. Il test positivo documenta il passaggio dell’acqua e del tracciante. Non dimostra, da solo, che l’intero percorso sia esplorato o percorribile dall’uomo.[1][2]

TracerKanin: pubblicazioni e divulgazione dopo le campagne

Il percorso del progetto comprende la diffusione delle ricerche. Al raduno internazionale di Costacciaro del novembre 2023 fu inserito nella programmazione il documentario “Tracerkanin Project” di Bruno Vojtissek.[1][7]

Nel gennaio 2024 il Laboratorio speleologico e di tecniche fluorimetriche segnalò una presentazione della prima fase tra i casi di studio collegati agli atti del “Seminario nazionale monitoraggi ambientali in grotte naturali”. Il seminario si era svolto a Cala Gonone nel 2022. Gli atti erano stati distribuiti durante il raduno di Costacciaro del 2023.[8]

Una presentazione di Riccardo Corazzi compare anche nelle attività per la Giornata mondiale dell’acqua 2024. L’incontro annunciato a Gorizia per il 24 ottobre 2026 si inserisce in questo percorso di comunicazione della ricerca.[9]

Fonti dell’approfondimento

Fonti
[1] TRACERKANIN Project https://www.speleolab.org/tracerkanin-project/
[2] TracerKanin project concluse con successo le operazioni sul … https://www.scintilena.com/tracerkanin-project-concluse-con-successo-le-operazioni-sul-campo-della-seconda-fase/09/09/
[3] TracerKanin fase 2 si tracciano le acque delle grotte slovene del … https://www.scintilena.com/tracerkanin-fase-2-si-tracciano-le-acque-delle-grotte-slovene-del-canin/07/26/
[4] TracerKanin Project – SAS https://sastrieste.it/index.php/2021/10/08/tracerkanin-project/
[5] [PDF] Prove di multitracciamento di ghiacciai rocciosi e ambienti … https://www.stsn.ch/wp-content/uploads/2015/05/01-Boll_101_Mari_pp13-20.pdf
[6] 2° Fase Tracerkanin – Speleolab https://www.speleolab.org/2-fase-tracerkanin/
[7] Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro 2023 – Scintilena https://www.scintilena.com/raduno-internazionale-di-speleologia-di-costacciaro-2023-unimmersione-nel-fascino-delle-grotte-attraverso-film-e-documentari/11/01/
[8] Prima fase del TRACERKANIN Project: pubblicata una … https://www.speleolab.org/prima-fase-del-tracerkanin-project-un-powerpoint-tra-i-casi-di-studio-congiuntamente-agli-atti-del-seminarionazionale-monitoraggi-ambientali-in-grotte-naturali-sa/
[9] Evento per la Giornata Mondiale dell’Acqua 2024 https://www.speleolab.org/evento-per-la-giornata-mondiale-dellacqua-2024-lacqua-per-la-pace/
[11] Comune di Gorizia https://www.comune.gorizia.it/
[12] Bio-bibliografia – Dora Bassi https://www.dorabassi.it/biobibliografia/
[13] 11610 – CANI smarriti e trovati https://www.canismarritietrovati.it/en/trovati/11610/
[14] Sul Monte Canin speleologi italiani e sloveni tracciano le … https://www.scintilena.com/sul-monte-canin-speleologi-italiani-e-sloveni-tracciano-le-acque-dalle-grotte-alle-sorgenti-con-il-progetto-internazionale-tracerkanin/10/01/
[15] Sul Canin terminati i prelievi del grande progetto di … https://www.scintilena.com/sul-canin-terminati-i-prelievi-del-grande-progetto-di-tracciamento-tracerkanin-ora-si-inziano-a-studiare-i-dati-della-circolazione-delle-acque-sotterranee/11/12/
[16] Scienze Archivi – Pagina 68 di 68 https://www.scintilena.com/category/scienze/page/68/
[17] Scienze Archivi – Pagina 69 di 69 https://www.scintilena.com/category/scienze/page/69/
[18] Estero Archivi – Pagina 189 di 190 https://www.scintilena.com/category/estero/page/189/
[19] Raccolta Settembre 2022 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2022_09_Raccolta_Scintilena_Settembre.pdf
[20] Scienze Archivi – Pagina 67 di 67 https://www.scintilena.com/category/scienze/page/67/
[21] Sala Dora Bassi – Gorizia – èStoria https://www.estoria.it/locations/sala-dora-bassi/
[22] Scienze Archivi – Pagina 61 di 61 https://www.scintilena.com/category/scienze/page/61/
[23] Cento anni dalla nascita di Dora Bassi, Gorizia celebra l’artista che … https://www.ilgoriziano.it/articolo/cento-anni-nascita-dora-bassi-gorizia-celebra-artista-amava-citta-3-febbraio-2021
[24] Risultati – Federazione Italiana Sport Rotellistici https://www.fisr.it/artistico/risultati.html
[25] Race Results https://getraceresults.com/
[26] Games from 2023 https://www.nintendolife.com/games/browse?year=2023&page=21
[27] uno dei maggiori multi-tracer test eseguiti sull’idrologia carsica, in … https://www.boegan.it/2021/09/tracerkanin-project-uno-dei-maggiori-multi-tracer-test-eseguiti-sullidrologia-carsica-in-uno-dei-piu-vasti-carsi-dalta-quota-europei/
[28] [PDF] Rivista online del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” aps … https://www.cavernas.org.br/wp-content/uploads/2022/07/Sopra-e-sotto-il-Carso-6-2022.pdf
[29] Race-Tracking.com – Live Results https://www.race-tracking.com/
[30] Calendar and results | ROK Cup Italia https://italy.rokcup.com/risultati_en.php
[31] Bibliografia – Speleolab https://www.speleolab.org/bibliografia/
[32] Ficr: MANIFESTAZIONI VARIE https://risultati.ficr.it/
[33] All Events : : my.raceresult https://my.raceresult.com/
[34] Races Results – Advanced Timing https://www.advancedtiming.it/raceslist.asp
[35] Champions Gallery https://www.racingpost.com/profile/owner/144477/champions-gallery/?authme=owner-stats&state=L3Byb2ZpbGUvb3duZXIvMTQ0NDc3L2NoYW1waW9ucy1nYWxsZXJ5L3N0YXRzLw==
[36] Second To None https://www.racingpost.com/profile/owner/129443/second-to-none/?authme=owner-entries&state=L3Byb2ZpbGUvb3duZXIvMTI5NDQzL3NlY29uZC10by1ub25lL2VudHJpZXMv
[37] Gortani – Progettazione Cantine: Serbatoi, Autoclavi, Vinificatori https://www.gortani.com/
[38] Conclusa 2° Fase Tracerkanin – Speleolab https://www.speleolab.org/conclusa-2-fase-tracerkanin/
[39] Concluse le operazioni sul campo del TRACERKANIN Project https://www.fsrfvg.it/?p=10386
[40] Pubblicazioni Archivi https://www.speleolab.org/category/pubblicazioni/
[41] Dr.ssa Antonella Astori https://www.speleolab.org/team/antonella-astori/
[42] TracerKanin project: concluse con successo le operazioni sul … https://www.fsrfvg.it/?p=10706
[43] tracerkanin – Boegan https://www.boegan.it/tag/tracerkanin/
[44] Gortani – Carnia Industrial Park https://www.carniaindustrialpark.it/en/established-companies/Gortani/
[45] News https://www.speleolab.org/news/
[46] [PDF] Allegato 1 – Regione FVG https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambiente-territorio/geologia/FOGLIA44/allegati/DECRETO_AREE_ED_ACQUIFERI_CARSICI-_ALLEGATO_1_x1.0x.PDF
[47] [PDF] UNIVERSITÀ DI BOLOGNA Studio dell’acquifero carsico del Cansiglio https://amslaurea.unibo.it/id/eprint/17087/1/Tedesco_Luca_tesi.pdf
[48] Conferito a Nihon Hidankyo il Nobel per la Pace 2024 https://unipd-centrodirittiumani.it/it/notizie/conferito-a-nihon-hidankyo-il-nobel-per-la-pace-2024
[49] [PDF] 11. I TEST CON TRACCIANTE 11.1 Aspetti fisici del trasporto di un … https://art.torvergata.it/retrieve/e291c0d3-6a5d-cddb-e053-3a05fe0aa144/Cap11-12.pdf
[50] PACE 2024: Call for Participation https://pacechallenge.org/2023/11/20/PACE-2024-CFP/
[51] [PDF] Analisi di portate di un sistema carsico: il sistema delle Fuse https://webthesis.biblio.polito.it/secure/16568/1/tesi.pdf
[52] TracerKanin Project – Comunicato – SAS https://sastrieste.it/index.php/2021/11/13/tracerkanin-project-2/
[53] Strumentazione e misure sulla dissoluzione delle superfici carsiche https://www.boegan.it/1997/01/strumentazione-e-misure-sulla-dissoluzione-delle-superfici-carsiche/
[54] [PDF] Studio idrogeologico della Valle e del Lago di Tovel – MUSE Trento https://www2.muse.it/pubblicazioni/5/actaB81s2/Vol_LagoTovel_016.pdf

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Abisso Dolly, le esplorazioni continuano: tre chilometri di grotte sotto il Mondolè

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Le ricerche dello Speleo Club Tanaro, avviate nel 2024 anche con speleologi del Gruppo Speleologico Martel di Genova, hanno portato alla scoperta di nuove grandi gallerie e pozzi. Il sistema raggiunge ora circa tre chilometri di sviluppo, mentre forti correnti d’aria indicano possibili prosecuzioni ancora da esplorare

Quando alla fine di agosto avevamo raccontato su Scintilena le nuove esplorazioni all’Abisso Dolly, avevamo scelto di aspettare che fossero gli stessi speleologi a fornire un quadro più completo delle scoperte.

Quel momento è arrivato.

Le esplorazioni condotte sotto il massiccio del Mondolè, nelle Alpi Liguri piemontesi, hanno portato lo sviluppo rilevato dell’Abisso Dolly a circa tre chilometri, con grandi gallerie, nuovi pozzi e diverse prosecuzioni ancora aperte.

I risultati sono emersi soprattutto durante il campo organizzato nell’agosto 2026 dallo Speleo Club Tanaro nella zona del Lago delle Scalette, nei pressi del rifugio della Balma.

«Una settimana di campo dello SCT – Speleo Club Tanaro ci ha regalato tante emozioni e più di 800 metri di esplorazione in una grotta conosciuta da tempo, l’Abisso Dolly. Dietro uno stretto passaggio si sono svelati a noi ambienti inaspettati, grandi e affascinanti. Una settimana di convivialità sana con belle persone accomunate dalla stessa passione. Esplorare e rilevare, quanto mi mancavi grotta!!»

Una storia esplorativa ripresa nel 2024

L’Abisso Dolly non è una nuova cavità. Conosciuto ed esplorato fin dalla fine degli anni Settanta, aveva uno sviluppo noto di circa 1.400 metri e raggiungeva una profondità nell’ordine dei 270 metri.

Nel 2024 lo Speleo Club Tanaro, insieme ad alcuni componenti del Gruppo Speleologico Martel di Genova, ha ripreso le esplorazioni, effettuando un nuovo rilievo topografico e individuando nuove gallerie nelle parti profonde della cavità.

Un lavoro proseguito negli anni successivi e che nell’estate 2026 ha prodotto risultati ben superiori alle aspettative iniziali.

Le discese di agosto erano infatti programmate anche per completare il rilievo. Durante le esplorazioni, una facile arrampicata ha però consentito di raggiungere un passaggio sconosciuto e, oltre questo, una successione di gallerie di grandi dimensioni e pozzi.

Le nuove diramazioni sembrano svilupparsi in direzioni differenti: alcune verso la punta del Mondolè, altre verso cima Losera.

Un pozzo di 80 metri e molta aria

Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse.

Gli speleologi hanno raggiunto il fondo di un pozzo di circa 80 metri, mentre altre arrampicate hanno permesso di intravedere ulteriori gallerie ancora da percorrere.

Particolarmente interessante è la presenza, nei nuovi settori, di una forte circolazione d’aria.

Per gli speleologi l’aria è spesso uno degli indizi più importanti nella ricerca delle prosecuzioni: una corrente significativa può indicare collegamenti con altri ambienti, ingressi sconosciuti o comunque l’esistenza di un sistema sotterraneo più articolato rispetto a quello già percorso.

Non permette naturalmente di prevedere quanto proseguirà una grotta, ma rappresenta un segnale che invita a continuare le ricerche.

Il rilievo dell’Abisso Dolly raggiunge attualmente circa tre chilometri di sviluppo, mentre il nuovo fondo è indicato a -275 metri.

Le acque sotterranee del Mondolè

La Dolly è interessante anche dal punto di vista idrogeologico.

All’interno della cavità scorrono due corsi d’acqua sotterranei. Esperimenti effettuati in passato mediante traccianti hanno dimostrato il collegamento di uno di questi con la sorgente di Artesina, utilizzata per l’approvvigionamento idropotabile del centro turistico.

Le nuove esplorazioni possono quindi contribuire non soltanto alla conoscenza speleologica del massiccio, ma anche alla ricostruzione della circolazione delle acque all’interno del sistema carsico compreso fra il Mondolè e le sorgenti del torrente Maudagna.

Un campo con speleologi di diversi gruppi

Al campo esplorativo dell’agosto 2026 hanno partecipato circa quindici speleologi. Oltre allo Speleo Club Tanaro, sono stati coinvolti speleologi del Gruppo Speleologico Alpi Marittime e del Gruppo Speleologico Valsesiano, nonché alcuni componenti del Gruppo Speleologico Martel di Genova. Nella ripresa delle esplorazioni della Dolly, iniziata nel 2024, il Martel aveva lanciato il sasso e ritrovato l’ingresso della Dolly!

Il Comune di Frabosa Sottana ha sostenuto logisticamente le attività mettendo a disposizione degli speleologi, per una decina di giorni, la casera nei pressi del Lago delle Scalette, utilizzata come deposito per i materiali e punto d’appoggio.

Non soltanto Dolly: il ghiaccio che arretra sotto il Mondolè

Il campo ha interessato anche altre cavità del massiccio.

Nei pressi della grande depressione del Bacino del Mondolè è stata scesa e rilevata una grotta profonda circa 75 metri, nella quale sono presenti importanti depositi di neve e ghiaccio anche durante l’estate.

Ma proprio il confronto con le osservazioni del passato sta mostrando trasformazioni rilevanti.

In un’altra cavità verticale esplorata nel 1988, il deposito di neve ghiacciata iniziava allora a una decina di metri dall’ingresso e proseguiva per oltre 90 metri di profondità. Oggi il ghiaccio compare soltanto intorno ai 25 metri dall’ingresso, con una riduzione superiore a 15 metri dello spessore osservato in passato.

La Balma ghiacciata perde il suo ghiaccio estivo

Ancora più significativo è quanto sta accadendo alla storica Balma ghiacciata del Mondolè, oggetto dal 2022 di studi condotti da ARPA Piemonte e Politecnico di Torino.

La cavità è conosciuta da secoli: una sua descrizione compare già nel 1788, nel lavoro di Nallino Il corso del Fiume Ellero.

Per lungo tempo uno dei suoi elementi caratteristici è stato il ghiaccio, che riusciva a conservarsi negli ambienti prossimi all’ingresso anche durante l’estate.

Secondo quanto riferito dal professor Bartolomeo Vigna, negli ultimi due anni i depositi sono invece scomparsi completamente già nel mese di giugno.

Le misurazioni effettuate con termometri ad alta precisione, installati per registrare la temperatura dell’aria e della roccia, mostrano un aumento delle temperature, particolarmente significativo durante l’inverno. A questo si associa la diminuzione delle precipitazioni nevose.

Il meccanismo che consentiva alla cavità di accumulare aria fredda durante la stagione invernale e conservare il ghiaccio nei mesi successivi sta quindi modificandosi.

Un Mondolè ancora da esplorare

Sotto il Mondolè emergono così due storie apparentemente diverse ma strettamente legate alla conoscenza dell’ambiente sotterraneo.

Da una parte l’Abisso Dolly continua ad allungarsi sulle carte degli speleologi: da circa 1.400 metri conosciuti a un rilievo che oggi raggiunge i tre chilometri, con pozzi, gallerie e correnti d’aria che indicano che l’esplorazione non è terminata.

Dall’altra, le cavità ghiacciate conservano la memoria di condizioni climatiche che stanno cambiando rapidamente.

Nel sottosuolo del Mondolè, dunque, gli speleologi non stanno soltanto cercando nuovi passaggi. Stanno raccogliendo informazioni sulla circolazione delle acque, sull’evoluzione del carsismo e sulle trasformazioni ambientali di un massiccio che, nonostante decenni di esplorazioni, ha ancora molto da raccontare.

Fonti

Unione Monregalese, Mattia Clerico, 15 ottobre 2026 https://www.unionemonregalese.it/news/territorio/319201/scoperto-un-nuovo-mondo-sotterraneo-3-chilometri-di-grotte-sotto-il-mondole.html

Scintilena, Abisso Dolly, oltre 800 metri di nuove esplorazioni 25 agosto 2026

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Traversella, nelle storiche miniere ex Fiat si cercano terre rare e materie prime critiche

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Nelle gallerie dismesse da oltre cinquant’anni sono in corso campionamenti e indagini geologiche. Per raggiungere alcuni settori i tecnici vengono calati dai pozzi di aerazione con il supporto del Soccorso Speleologico.

Le storiche miniere di Traversella, in Valchiusella, nel Canavese piemontese, tornano al centro dell’attenzione. A più di mezzo secolo dalla fine dell’attività estrattiva della Fiat, nel sottosuolo della Città metropolitana di Torino è in corso una nuova campagna di ricerca dedicata alla presenza di minerali e materie prime di crescente interesse industriale.

La Regione Piemonte ha conferito alla società Raw Materials Italia S.r.l. il permesso di ricerca denominato “Traversella”, relativo ad arsenico, barite, manganese, nichel, rame, tungsteno e terre rare pesanti e leggere. L’area interessata si estende per 94,8 ettari nei territori comunali di Traversella e, in misura minore, di Valchiusa.

Il programma autorizzato prevede la rielaborazione dei dati geologici esistenti, la realizzazione di cartografie di dettaglio, il campionamento delle rocce affioranti, il prelievo di campioni in tunnel e cave preesistenti, analisi mineralogiche e petrografiche, prospezioni geofisiche non invasive e campionamenti dei sedimenti dei corsi d’acqua. Sono inoltre previsti, se necessari, rilievi geofisici mediante droni.

Per il momento non si tratta quindi della riapertura della miniera. Nelle attività condotte finora non sono stati effettuati scavi o carotaggi: i tecnici entrano nelle vecchie gallerie per eseguire rilievi, prelevare piccoli campioni di roccia e acquisire informazioni sulla struttura e sulle caratteristiche mineralogiche del giacimento.

Secondo quanto riferito dal sindaco di Traversella Marco Puglisi, i campioni raccolti sono stati inviati per le analisi a laboratori in Cina e Canada e all’Università di Siena. Alle operazioni partecipano squadre ristrette di specialisti, tra geologi, mineralogisti, chimici, ricercatori e docenti universitari.

Particolarmente interessante per il mondo speleologico è la modalità utilizzata per raggiungere alcuni settori del complesso minerario. Quando necessario, i tecnici vengono calati attraverso i vecchi pozzi di aerazione con il supporto del Soccorso Speleologico, evitando così di aprire o riaprire preventivamente gallerie prima di averne verificato l’interesse ai fini della ricerca.

Le indagini riguardano anche gli ambienti sotterranei della storica miniera, la cui concessione è intestata al Comune di Traversella. Proprio per consentire campionamenti e rilievi all’interno di questi sotterranei, la Regione Piemonte ha previsto una specifica convenzione tra il Comune e Raw Materials Italia, accompagnata dall’aggiornamento della documentazione relativa alla sicurezza delle attività in miniera.

La storia amministrativa del giacimento è anch’essa particolare. Nel 2004 la concessione mineraria “Traversella”, estesa su 397,45 ettari, venne trasferita al Comune. Tra i minerali contemplati dalla concessione figuravano già, oltre a ferro, rame, pirite, piombo e numerosi altri metalli, anche tungsteno e terre rare.

Oggi l’interesse economico è però profondamente diverso da quello che aveva caratterizzato l’attività mineraria del Novecento. La Fiat aveva estratto ferro a Traversella fino al 1971, mentre le nuove ricerche sono rivolte a sostanze presenti anche in quantità molto inferiori, ma divenute importanti per numerose applicazioni tecnologiche e industriali.

Il permesso di ricerca regionale ha una durata prevista di due anni e servirà a raccogliere dati sufficienti per valutare la reale consistenza e l’interesse dei giacimenti. Soltanto sulla base dei risultati potrà essere presa in considerazione l’eventualità di una futura attività estrattiva, che richiederebbe comunque ulteriori procedure autorizzative e valutazioni sotto il profilo tecnico, economico, ambientale e della sicurezza.

A Traversella, intanto, un esteso patrimonio di cavità artificiali realizzate nel corso di secoli di attività mineraria torna a essere percorso e studiato. Vecchie gallerie e pozzi, nati per un’industria ormai scomparsa, diventano così ancora una volta luoghi di ricerca sul sottosuolo e sulle risorse che custodisce.

Aggiungo una considerazione dal punto di vista ambientale: ad oggi, ambientalmente, la fase attuale di ricerca ha un impatto limitato, trattandosi soprattutto di rilievi, campionamenti e indagini non invasive.

Ben diversa sarebbe invece l’eventuale apertura di una nuova fase estrattiva, che dovrebbe confrontarsi con la fragilità dell’ambiente alpino, con la gestione delle acque, dei materiali di scarto e con la tutela del paesaggio e degli ecosistemi locali.

La presenza di materie prime critiche può rappresentare una risorsa strategica, ma ogni ipotesi di sfruttamento dovrà essere valutata tenendo insieme interesse economico, sicurezza, sostenibilità ambientale e conservazione del patrimonio storico-minerario di Traversella.

Fonti:

Regione Piemonte – Determinazione Dirigenziale n. 6 del 13 gennaio 2026, Permesso di ricerca mineraria “Traversella”.

Regione Piemonte – Bollettino Ufficiale n. 38/2025, domanda di conferimento del permesso di ricerca mineraria “Traversella”.

Regione Piemonte – Determinazione Dirigenziale n. 257 del 22 novembre 2004, trasferimento al Comune di Traversella della concessione mineraria “Traversella”.

La Sentinella del Canavese – Simona Bombonato, “Traversella, nelle storiche miniere ex Fiat parte la corsa alle terre rare”, 3 ottobre 2026.

Foto: Ingresso di una delle storiche miniere di ferro di Traversella, in Valchiusella. Foto: Laurom / Wikimedia Commons – Pubblico dominio

L'articolo Traversella, nelle storiche miniere ex Fiat si cercano terre rare e materie prime critiche proviene da Scintilena.

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Bat Week 2026: dal 24 al 31 ottobre i pipistrelli al centro della tutela delle grotte

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La Bat Week 2026 richiama l’attenzione sulla conservazione dei pipistrelli: una settimana internazionale di divulgazione, con un incontro online tra speleologi e ricercatori e un approfondimento sulla biologia dei chirotteri

Bat Week 2026: le date e gli obiettivi della settimana dei pipistrelli

Dal 24 al 31 ottobre 2026 torna la Bat Week, la settimana internazionale dedicata ai pipistrelli e alla loro conservazione. L’iniziativa promuove la conoscenza dei chirotteri e delle funzioni che svolgono negli ecosistemi. Il calendario 2026 conferma le date della campagna annuale, che coinvolge realtà impegnate nella divulgazione e nella protezione della fauna.[1][2]

Il messaggio della Bat Week 2026 riguarda animali spesso poco conosciuti, pur essendo presenti in molti ambienti frequentati dall’uomo. I pipistrelli consumano insetti, impollinano fiori e disperdono semi, secondo le abitudini alimentari delle diverse specie. La conservazione dei loro rifugi sostiene quindi processi ecologici che interessano anche agricoltura e foreste.[2][3]

Il sito della campagna raccoglie appuntamenti e risorse educative. Nel calendario figurano attività divulgative, proiezioni, laboratori e iniziative rivolte a famiglie e insegnanti. Tra le risorse disponibili nel periodo della manifestazione compare una registrazione formativa promossa da Project WILD e Bat Conservation International. La settimana si sviluppa così attraverso iniziative locali e contenuti accessibili online.[2]

Bat Week 2026 e speleologia: il confronto online del 25 ottobre

Per il pubblico speleologico, la Bat Week 2026 comprende un appuntamento dedicato al rapporto tra esplorazione e tutela delle colonie. Domenica 25 ottobre, la Commissione Biologia dell’Union Internationale de Spéléologie e Bat Conservation International organizzano una sessione online. La trasmissione è prevista su Facebook Live.[4]

L’incontro riunisce speleologi, ricercatori, educatori e persone interessate alla conservazione dei chirotteri. Il programma mette al centro la collaborazione tra chi conosce le cavità e chi studia i pipistrelli. Gli obiettivi comprendono la condivisione di esperienze, il collegamento tra ricerca e interventi di tutela e il coinvolgimento delle comunità locali.[4]

Le grotte ospitano fasi importanti del ciclo biologico di numerose specie. Possono essere rifugi invernali, siti riproduttivi o luoghi utilizzati durante gli spostamenti stagionali. La loro protezione richiede attenzione alle condizioni interne e agli habitat esterni nei quali gli animali si alimentano. Conservare soltanto il punto in cui riposano non esaurisce quindi le esigenze delle colonie.[4][5]

Conservazione dei pipistrelli: il contributo degli speleologi durante la Bat Week 2026

In Italia, Tutela Pipistrelli propone attraverso la propria sezione speleo un questionario per segnalare la presenza di chirotteri nelle cavità. Le osservazioni aiutano a individuare rifugi importanti e a costruire una collaborazione con gli specialisti. La conoscenza del territorio sotterraneo può così diventare una risorsa per la conservazione.[4][5]

Questa attività deve rispettare la sensibilità degli animali. Tutela Pipistrelli indica il letargo e la nascita con crescita dei piccoli come le fasi più delicate. Nei rifugi occupati da colonie, i sopralluoghi vanno evitati in questi periodi. Le indicazioni stagionali devono essere riferite alle specie e alle condizioni del sito.[6][7]

Il disturbo invernale può provocare risvegli e consumare le riserve necessarie per arrivare alla primavera. Rumore, permanenza ravvicinata e illuminazione diretta richiedono quindi particolare attenzione. La Bat Week 2026 richiama una responsabilità concreta: conoscere i pipistrelli significa anche adattare la frequentazione delle grotte alle loro esigenze.[6][8]

L’attenzione agli animali rientra nella più ampia esigenza di una speleologia sostenibile. I materiali didattici della Società Speleologica Italiana richiamano la fragilità delle cavità e la necessità di comportamenti rigorosi. In questo quadro, la tutela dei rifugi collega esplorazione, conoscenza e conservazione del patrimonio sotterraneo.[9]

Relazione di approfondimento: le caratteristiche peculiari dei pipistrelli

Biologia dei pipistrelli: mammiferi con oltre 1.500 specie

I pipistrelli appartengono all’ordine dei Chirotteri. Il nome deriva dalle parole greche che indicano la mano e l’ala. Sono mammiferi, non uccelli, e costituiscono il secondo ordine di mammiferi per numero di specie. Bat Conservation International indica oltre 1.500 specie conosciute, distribuite in sei continenti.[3]

Questa diversità impedisce di descriverli attraverso un solo modello. Alimentazione, dimensioni, rifugi e organizzazione delle colonie variano molto. Il pipistrello calabrone raggiunge circa due grammi di massa. All’estremo opposto, alcune grandi volpi volanti presentano aperture alari che si avvicinano a 1,8 metri. Sono forme biologiche differenti appartenenti allo stesso ordine.[3]

La storia dei chirotteri supera i 50 milioni di anni. Nel corso di questa evoluzione, il volo e le diverse specializzazioni alimentari hanno permesso l’occupazione di numerosi ambienti. La loro presenza non è limitata alle grotte: riguarda anche foreste, paesaggi agricoli, deserti e costruzioni umane.[3][5]

Volo dei pipistrelli: una mano trasformata in ala

La prima peculiarità dei pipistrelli è il volo attivo. Sono gli unici mammiferi capaci di volare in modo sostenuto, invece di limitarsi a planare. Gli scoiattoli volanti, per esempio, scivolano nell’aria tra punti sopraelevati. I chirotteri producono invece il movimento necessario al volo attraverso il battito delle ali.[3][10]

L’ala deriva dalla trasformazione dell’arto anteriore. Le dita allungate sostengono una membrana, che forma la superficie alare. Il pollice rimane generalmente libero e può essere utilizzato per aggrapparsi e per la pulizia del corpo. La struttura conserva quindi l’origine anatomica di una mano, pur svolgendo una funzione diversa.[10][11]

La flessibilità delle ali consente manovre complesse. La membrana non è soltanto una superficie utile al movimento: partecipa anche a processi fisiologici, tra cui scambio di calore e bilancio idrico. Per questo una lesione alare può compromettere più funzioni contemporaneamente.[11][12]

Il confronto con gli uccelli mostra un caso di evoluzione convergente. Due gruppi differenti hanno sviluppato il volo battuto attraverso strutture diverse. Le ali svolgono una funzione analoga, ma non hanno la stessa organizzazione.[13]

Ecolocalizzazione dei pipistrelli: orientarsi attraverso gli echi

Molte specie utilizzano l’ecolocalizzazione. Emettono segnali sonori e interpretano gli echi restituiti dall’ambiente. Questo sistema permette di individuare ostacoli e prede, anche quando la luce è scarsa. Nelle specie che lo impiegano, l’informazione acustica integra gli altri sensi. I pipistrelli non sono ciechi.[3][11]

Gli echi forniscono informazioni sulla posizione degli oggetti, sulle dimensioni e sul movimento delle prede. Gran parte dei segnali è ultrasonica, quindi supera le frequenze normalmente percepite dall’orecchio umano. Il silenzio apparente di una notte con pipistrelli in volo può nascondere un’intensa attività sonora.[11][14]

Esistono modalità differenti di emissione. Molti chirotteri producono i segnali nella laringe e li emettono dalla bocca. Altri li proiettano attraverso il naso. Nei rinolofi, le strutture cutanee intorno alle narici contribuiscono a dirigere il segnale. Un lavoro presentato dal Natural History Museum nel febbraio 2026 collega le caratteristiche del cranio alle frequenze e alle modalità di emissione del sonar.[15]

L’ecolocalizzazione non va quindi considerata un dispositivo identico in tutte le specie. È una capacità specializzata, associata all’anatomia e alle esigenze ecologiche degli animali. Anche la ricerca scientifica utilizza queste differenze per comprendere l’evoluzione dei chirotteri.[15]

Alimentazione dei pipistrelli: insetti, frutta, nettare e altre risorse

L’insettivoria è la forma di alimentazione più diffusa tra i pipistrelli. Le specie italiane sono indicate come insettivore nel quadro divulgativo dedicato al loro ciclo biologico. In altri territori vivono chirotteri che consumano frutta o nettare. Esistono anche specializzazioni rivolte ad altre prede, compresi i pesci.[3][16]

Queste differenze corrispondono a funzioni ecologiche distinte. I pipistrelli insettivori contribuiscono al contenimento di insetti, inclusi organismi dannosi per le colture. Non è corretto attribuire a ogni specie lo stesso consumo alimentare. Il fabbisogno cambia con dimensioni, disponibilità di prede e fase riproduttiva. Bat Conservation International segnala consumi particolarmente elevati nelle femmine gravide o in allattamento.[3]

I nettarivori trasferiscono polline tra i fiori durante l’alimentazione. Questa attività interessa, tra le altre piante, agavi e grandi cactus. I frugivori disperdono semi, anche attraversando aree aperte. Possono così favorire la ricolonizzazione vegetale di superfici disboscate. Questi servizi appartengono soprattutto alle comunità tropicali e subtropicali e non vanno trasferiti indistintamente alla fauna italiana.[3][16]

Soltanto tre specie si alimentano di sangue. Vivono in America Latina. L’immagine del pipistrello come animale universalmente ematofago non descrive quindi la diversità dell’ordine e non riguarda le specie presenti in Italia.[3]

Rifugi dei pipistrelli: grotte, alberi ed edifici

Non tutti i pipistrelli vivono in grotta. Alcune specie utilizzano cavità arboree; altre occupano interstizi e ambienti nelle costruzioni. Le categorie troglofili, fitofili e antropofili indicano queste associazioni prevalenti. Non sono compartimenti rigidi: una specie può scegliere rifugi differenti durante l’anno.[5]

La scelta dipende dal clima locale, dalle opportunità del territorio e dalla fase biologica. Un rifugio adatto al riposo estivo può non soddisfare le esigenze dell’ibernazione. Analogamente, una colonia riproduttiva richiede condizioni favorevoli alla crescita dei piccoli. La conservazione deve quindi considerare una rete di siti, non soltanto una singola cavità.[5][16]

Molti pipistrelli riposano appesi a testa in giù. Le zampe posteriori sono specializzate per l’aggancio, mentre gli arti anteriori sono destinati al volo. Il pollice libero permette altri movimenti e appigli. Questa postura è legata alla loro anatomia e non indica una condizione anomala.[10]

Letargo dei pipistrelli: il risparmio energetico durante l’inverno

Nelle regioni temperate, la riduzione stagionale degli insetti rende difficile mantenere l’attività ordinaria. Molte specie superano l’inverno attraverso l’ibernazione. Durante il torpore diminuiscono metabolismo, temperatura corporea, frequenza cardiaca e respirazione. Il consumo energetico si riduce e gli animali utilizzano il grasso accumulato prima dell’inverno.[8][14]

Il letargo non equivale semplicemente a un sonno prolungato. È una condizione fisiologica di risparmio energetico. La riattivazione del metabolismo richiede energia, perché l’animale deve tornare a una temperatura compatibile con l’attività. I risvegli provocati dal disturbo possono quindi sottrarre riserve necessarie alla sopravvivenza.[8]

Temperatura, umidità e stabilità del rifugio sono importanti. Le grotte e altri ambienti sotterranei possono offrire condizioni favorevoli, ma non ogni cavità è adatta a tutte le specie. Tutela Pipistrelli indica orientativamente il periodo tra novembre e marzo come fase delicata per il letargo. La durata effettiva dipende dalle condizioni locali.[6][7][8]

Riproduzione dei pipistrelli: colonie di maternità e crescita dei piccoli

La maggior parte delle specie produce mediamente un solo piccolo all’anno. Si tratta di una riproduzione lenta rispetto a quella di molti altri piccoli mammiferi. La perdita di numerosi adulti non può quindi essere compensata rapidamente attraverso nuove nascite.[3]

In molte specie europee, gli accoppiamenti avvengono tra fine estate e autunno. Le femmine possono conservare lo sperma durante l’inverno, con fecondazione in primavera. Questo meccanismo collega la riproduzione al ritorno di condizioni favorevoli e a una maggiore disponibilità alimentare. Non rappresenta una regola universale per tutti i chirotteri.[16]

Le colonie di maternità, chiamate anche nursery, riuniscono femmine gravide e in allattamento. Il neonato dipende dalla madre per nutrizione e protezione. La crescita porta ai primi voli e poi all’alimentazione autonoma, con tempi differenti tra specie. La possibilità di volare non coincide automaticamente con il raggiungimento della maturità sessuale.[16]

Durante questa fase, l’abbandono del rifugio o il disturbo della colonia può compromettere la sopravvivenza dei piccoli. Tutela Pipistrelli richiama in particolare giugno e luglio come mesi sensibili per nascita, crescita e svezzamento. I calendari di protezione devono essere adattati al sito.[6][16]

Longevità dei pipistrelli: piccoli mammiferi che possono vivere per decenni

Le dimensioni ridotte non implicano necessariamente una vita breve. Alcune specie di pipistrelli raggiungono età elevate in natura. Bat Conservation International riporta un maschio di vespertilio di Brandt vissuto almeno 41 anni. Il dato rappresenta un caso documentato, non la durata media della vita di tutti i chirotteri.[3]

Il Dipartimento dell’Interno statunitense distingue questo record dalla situazione generale. Molti pipistrelli vivono meno di vent’anni, mentre per alcune specie sono documentate longevità superiori ai trenta. La combinazione tra lunga vita e poche nascite rende particolarmente importante la sopravvivenza degli adulti.[3][17]

Vita sociale dei pipistrelli: comunicazione e spostamenti stagionali

Le aggregazioni variano da individui isolati a colonie molto numerose. Nei rifugi riproduttivi, il calore condiviso può favorire condizioni adatte ai piccoli. Durante l’inverno, alcune specie formano gruppi compatti; altre restano separate o in piccoli nuclei. Non esiste quindi un’unica organizzazione sociale.[14]

I segnali acustici non servono soltanto all’orientamento. I richiami sociali aiutano a mantenere i contatti, riconoscere altri individui, segnalare rivalità e attirare partner. Possono comprendere frequenze udibili dall’uomo e frequenze ultrasoniche. Bat Conservation International descrive anche il riconoscimento dei richiami dei compagni di colonia in alcune specie.[18]

Gli spostamenti stagionali aggiungono un’altra dimensione. Alcuni pipistrelli migrano su lunghe distanze; altri rimangono nella stessa regione e utilizzano rifugi stagionali differenti. La migrazione e l’ibernazione rappresentano risposte diverse alla variazione delle risorse. Per le specie migratrici, la tutela deve estendersi ai territori attraversati.[3][14]

Guano dei pipistrelli: il collegamento tra superficie e biodiversità delle grotte

Il guano, cioè l’insieme delle deiezioni, introduce nutrienti negli ambienti sotterranei. In molte grotte le risorse alimentari sono limitate. I pipistrelli si alimentano all’esterno e trasferiscono parte della materia organica nel rifugio. Questo apporto sostiene comunità di organismi cavernicoli.[19]

Il collegamento può coinvolgere anche vertebrati. Uno studio sulla salamandra cavernicola Eurycea spelaea ha documentato l’ingestione di guano e la sua assimilazione nei tessuti. La ricerca mostra che l’apporto dei pipistrelli può alimentare relazioni trofiche più articolate di una semplice catena basata sulle prede catturate.[20]

La perdita di una colonia può quindi modificare anche la disponibilità di risorse nella cavità. La conservazione dei chirotteri interessa l’intero sistema biologico collegato al rifugio, non soltanto gli animali visibili sulle pareti.[19][20]

Minacce ai pipistrelli: habitat, cambiamento climatico e sindrome del naso bianco

La distruzione dei rifugi e degli habitat di alimentazione costituisce una pressione importante. A questa si aggiungono persecuzione, uso di pesticidi e cambiamento climatico. Siccità, temperature estreme e alterazioni della stagionalità possono incidere sulla sopravvivenza e sulla disponibilità di cibo.[2][3]

Anche gli impianti eolici possono causare mortalità, soprattutto in alcune specie migratrici. Bat Conservation International lavora su misure operative capaci di ridurre gli incidenti. La questione riguarda la compatibilità tra produzione energetica e conservazione della biodiversità, attraverso soluzioni basate sulla ricerca.[3]

In Nord America, la sindrome del naso bianco è una malattia fungina responsabile della morte di milioni di pipistrelli dall’emergere del problema nel 2006. Il fungo colpisce gli animali durante l’ibernazione. Le lesioni alle ali e i risvegli più frequenti alterano il bilancio energetico e possono portare all’esaurimento delle riserve prima della primavera.[12][21]

La malattia non va confusa con una generica presenza di materiale chiaro sul corpo. La diagnosi richiede competenze specifiche. Il quadro descritto dalle fonti riguarda soprattutto la crisi delle popolazioni nordamericane e non autorizza a trasferire gli stessi tassi di mortalità alle colonie italiane.[3][12]

Pipistrelli e persone: conservazione, osservazione e precauzioni sanitarie

La convivenza richiede comportamenti che proteggano persone e animali. I pipistrelli non devono essere manipolati da chi non possiede competenze adeguate. In caso di ritrovamento di un individuo in difficoltà, Tutela Pipistrelli invita a contattare rapidamente un esperto.[3][22]

Come altri mammiferi, possono contrarre infezioni trasmissibili all’uomo. Questo non significa che ogni individuo sia infetto. In caso di morso, Bat Conservation International raccomanda di lavare accuratamente la ferita con acqua e sapone e richiedere immediata assistenza medica. L’osservazione a distanza e l’assenza di manipolazioni evitano contatti non necessari.[3]

Per gli speleologi, le indicazioni essenziali comprendono il rispetto delle limitazioni di accesso e l’assenza di illuminazione diretta sulle colonie. Nei periodi di letargo e riproduzione, l’accesso ai rifugi occupati deve essere evitato. Le segnalazioni agli specialisti permettono di contribuire alla conoscenza senza trasformare ogni incontro in un censimento improvvisato.[5][6][7][8]

Fonti online


Fonti
[1] Bat Week – Purdue Extension https://extension.purdue.edu/events/2026/10/bat-week.html
[2] Home – Bat Week https://batweek.org/
[3] Bats 101 | Bat Facts, Species & Why They Matter https://www.batcon.org/about-bats/bats-101/
[4] Bat Week 2026: speleologi e ricercatori insieme per proteggere i pipistrelli delle grotte https://www.scintilena.com/bat-week-2026-speleologi-e-ricercatori-insieme-per-proteggere-i-pipistrelli-delle-grotte/10/10/
[5] La sezione speleo | TutelaPipistrelli.it https://www.tutelapipistrelli.it/la-sezione-speleo/
[6] Come comportarsi | TutelaPipistrelli.it https://www.tutelapipistrelli.it/come-comportarsi/
[7] Disturbo dei pipistrelli in grotta: perché le visite possono mettere a … https://www.scintilena.com/disturbo-dei-pipistrelli-in-grotta-perche-le-visite-possono-mettere-a-rischio-colonie-e-letargo/08/23/
[8] Il periodo invernale | TutelaPipistrelli.it https://www.tutelapipistrelli.it/il-periodo-invernale/
[10] Bats guide: species facts, what they eat, and whether they really are … https://www.discoverwildlife.com/animal-facts/mammals/bat-facts
[11] Flight, food and echolocation – About Bats – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/about-bats/flight-food-and-echolocation-2
[12] What Is White-nose Syndrome? (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/articles/what-is-white-nose-syndrome.htm
[13] Convergent evolution explained with 13 examples https://www.nhm.ac.uk/discover/convergent-evolution.html
[14] Bats – Lava Beds National Monument (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/labe/learn/nature/bats.htm
[15] How the echolocation of bats has shaped their skulls https://www.nhm.ac.uk/discover/news/2026/february/how-the-echolocation-of-bats-has-shaped-their-skulls.html
[16] Ciclo vitale dei pipistrelli: riproduzione, nursery e tutela … https://www.scintilena.com/ciclo-vitale-dei-pipistrelli-riproduzione-nursery-e-tutela-dei-rifugi/08/13/
[17] 13 Awesome Facts About Bats | U.S. Department of the Interior https://www.doi.gov/blog/13-facts-about-bats
[18] The Art of Bat Communication – Bat Conservation International https://www.batcon.org/the-art-of-bat-communication/
[19] Benefits of Bats – Bats (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/subjects/bats/benefits-of-bats.htm
[20] Coprophagy in a cave-adapted salamander; the importance of bat … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1560199/
[21] White-nose Syndrome in National Parks https://www.nps.gov/articles/000/white-nose-syndrome-in-national-parks.htm
[22] Ho trovato un pipistrello – TutelaPipistrelli.it https://www.tutelapipistrelli.it/ho-trovato-un-pipistrello/
[23] Bat Week – Bats (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/subjects/bats/bat-week.htm
[24] A Global Celebration of Bats and Their Ecological Importance https://www.batcon.org/press/a-global-celebration-of-bats-and-their-ecological-importance/
[25] WI Daily Update: A little love for bats https://www.outdoornews.com/2026/10/14/wi-daily-update-a-little-love-for-bats/
[26] Half of Wisconsin’s bat species remain state-threatened as International Bat Week approaches https://www.wearegreenbay.com/news/local-news/protecting-wisconsin-bats/
[27] Bat Week – Bee City USA https://beecityusa.org/event/bat-week-2/
[28] Pipistrelli Archivi – Scintilena https://www.scintilena.com/category/pipistrelli/
[29] Celebrate Bat Week Oct. 24-31 https://friendsofmoreaulake.org/2026/09/28/celebrate-bat-week-oct-24-31/
[30] Wisconsin Department of Natural Resources Press Releases https://www.einpresswire.com/sources/dnr.wisconsin.gov
[31] Bat Appreciation Day: il 17 aprile si celebra la Giornata … – Scintilena https://www.scintilena.com/bat-appreciation-day-il-17-aprile-si-celebra-la-giornata-internazionale-dei-pipistrelli/04/17/
[32] Myotis huariorum, una nuova specie di pipistrello tra le Ande e il deserto del Perù – Scintilena https://www.scintilena.com/myotis-huariorum-una-nuova-specie-di-pipistrello-tra-le-ande-e-il-deserto-del-peru/10/12/
[33] Notte Internazionale dei Pipistrelli 2025: Grande Mobilitazione per la … https://www.scintilena.com/notte-internazionale-dei-pipistrelli-2025-grande-mobilitazione-per-la-conservazione-dei-chirotteri/08/30/
[34] It’s Bat Week at Newport Public Library – NewsBreak https://www.newsbreak.com/lincoln-county-leader-the-news-guard-1600333/4937861539162-it-s-bat-week-at-newport-public-library
[35] Vaccines Give Bats a Wing Up Against White-Nose Syndrome on … https://www.nps.gov/articles/000/san-juan-island-white-nose-syndrome-vaccines.htm
[36] Fungus that Causes White-Nose Syndrome in Bats Detected in … https://www.nps.gov/orgs/1671/fungus-that-causes-white-nose-syndrome-in-bats-detected-in-south-dakota-for-the-first-time.htm
[37] Pathophysiology of white-nose syndrome in bats: A mechanistic … https://www.usgs.gov/publications/pathophysiology-white-nose-syndrome-bats-a-mechanistic-model-linking-wing-damage
[38] Bat Conservation International | Protecting Bats Worldwide https://www.batcon.org/
[39] Media Kit – Bat Conservation International https://www.batcon.org/news/media-kit/
[40] TutelaPipistrelli.it: Sito italiano dedicato ai chirotteri https://www.tutelapipistrelli.it/
[41] LINEE GUIDA RECUPERO E RIABILITAZIONE CHIROTTERI https://www.tutelapipistrelli.it/2026/01/22/linee-guida-recupero-e-riabilitazione-chirotteri/
[42] France | UNEP/Eurobats https://www.eurobats.org/country/france
[43] Bats, Insulation and Lining Materials – UNEP/Eurobats https://www.eurobats.org/document/bats-insulation-and-lining-materials
[44] Information Fact Sheet | UNEP/Eurobats https://www.eurobats.org/document/information-fact-sheet-0
[45] Guidelines for consideration of bats in lighting projects https://www.cms.int/node/45644
[46] Information on Bats and Infrasound | UNEP/Eurobats https://www.eurobats.org/node/43258
[47] Information Fact Sheet | UNEP/Eurobats https://www.eurobats.org/document/information-fact-sheet-5
[48] How to see UK bats and give them a helping hand https://www.nhm.ac.uk/discover/how-to-see-uk-bats-and-give-them-a-helping-hand.html
[49] Bats in flight identification guide | Natural History Museum https://www.nhm.ac.uk/take-part/identify-nature/bats-in-flight-id-guide.html
[50] Video (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/media/video/view.htm?id=2688A8C1-1DD8-B71B-0B903D86CBB43080
[51] Are migratory behaviours of bats socially transmitted? https://royalsocietypublishing.org/rsos/article/3/4/150658/36493/Are-migratory-behaviours-of-bats-socially
[52] A year in the life of a bat – About Bats – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/about-bats/a-year-in-the-life-of-a-bat
[53] Events & Training – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/events
[54] Why bats matter – About Bats – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/about-bats/why-bats-matter
[55] Woodland specialists – Bats and woodland – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/our-work/bats-and-woodland/woodland-specialists
[56] [PDF] Guidelines for Minimizing the Negative Impact to Bats and Other … https://wildlifeleaders.org/sites/default/files/documents/Bat%20Group%20SE%20Asia%20Bat%20Guano%20Harvesting%20Guidelines.pdf
[57] Pipistrello in casa: cosa fare senza toccarlo https://milazzo.life/blog/pipistrello-in-casa-cosa-fare/

L'articolo Bat Week 2026: dal 24 al 31 ottobre i pipistrelli al centro della tutela delle grotte proviene da Scintilena.

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Spedizioni speleologiche in Malaysia: a Perlis rilevati 7,7 chilometri tra grotte e antiche miniere

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La missione internazionale del progetto EuroSpeleo ESP 2026-03 documenta dieci cavità. Le spedizioni speleologiche in Malaysia collegano esplorazione, ricerca scientifica e conservazione, dalla penisola al Borneo.

Perlis 2026: dieci grotte nella campagna Malaysia-Svizzera

Dieci grotte documentate e circa 7,7 chilometri di gallerie rilevate. È il bilancio della Malaysia-Swiss Caving Expedition 2026, realizzata nel Perlis, all’estremità settentrionale della penisola malese. La missione ha lavorato vicino al confine thailandese, lungo i rilievi calcarei che si sviluppano a sud di Kaki Bukit verso Kangar. Il rapporto, firmato da Joerg Dreybrodt e datato 17 settembre 2026, presenta risultati topografici, osservazioni scientifiche e obiettivi per le prossime esplorazioni.[1]

La campagna rientra nel progetto EuroSpeleo ESP 2026-03. Ha coinvolto speleologi e ricercatori di Malaysia, Svizzera, Regno Unito e Giappone. La collaborazione ha unito il Dipartimento di Geologia della Universiti Malaya, la Malaysian Cave and Karst Conservancy e la Società Svizzera di Speleologia. Il lavoro sul territorio ha ricevuto il contributo dei Perlis Climbers, della comunità di Kaki Bukit e della guida locale Along. Le attività si sono svolte con l’autorizzazione del Dipartimento forestale del Perlis.[1]

Gua Kelam 2, Wang Mu e Fai Soo Long: i risultati del rilievo speleologico

Gua Kelam 2 costituisce il principale risultato cartografico della campagna, con circa 3,8 chilometri rilevati. Wang Mu raggiunge 1,3 chilometri. Fai Soo Long, non menzionata nei precedenti rapporti consultati dalla spedizione, aggiunge circa 1,2 chilometri di sviluppo documentato. Questi valori fanno parte del totale di 7,7 chilometri distribuito fra dieci cavità. Il dato indica la lunghezza dei passaggi rilevati durante la missione, comprendendo grotte già conosciute e settori di nuova documentazione.[1]

Nell’ultima giornata è stato individuato l’ingresso del pozzo Foh Thye, del quale è stata discesa la verticale principale. Restano da verificare possibili collegamenti con Fai Soo Long o Wang Mu. Il programma futuro comprende anche due pozzi, indicati nel riepilogo come profondi oltre 140 metri, rimasti da scendere. Nelle cavità rilevate sono inoltre rimaste alcune prosecuzioni minori. Brevi immersioni hanno consentito di esaminare il potenziale esplorativo di alcuni sifoni.[1]

Carsismo del Perlis e miniere di stagno nella Formazione di Setul

Le grotte interessate dalla missione si aprono soprattutto nei calcari della Formazione di Setul. La successione viene riferita all’intervallo compreso fra Ordoviciano e Devoniano inferiore. Queste rocce costruiscono parte della catena di Nakawan e proseguono oltre il confine thailandese. Il contatto con il granito mesozoico di Bukit China è associato alle mineralizzazioni che hanno alimentato i depositi di stagno della zona.[1]

La cassiterite, minerale dal quale si ricava lo stagno, si è concentrata nei sedimenti alluvionali delle valli e delle grotte. Il maggiore peso dei granuli rispetto ad altri componenti dei sedimenti ha favorito accumuli economicamente sfruttabili. Nel Novecento questi depositi hanno sostenuto un’attività estrattiva diffusa negli ambienti sotterranei del Perlis. Lo studio di Liz Price pubblicato su Acta Carsologica ne descrive la particolare estensione e il rapporto con le cavità naturali.[2]

Il paesaggio sotterraneo conserva ancora passerelle, strutture lignee, cavi e altri resti del lavoro minerario. In diversi punti, le gallerie naturali comunicano con tratti ampliati o modificati dall’uomo. Alcuni scavi profondi sono oggi allagati. La documentazione speleologica interessa quindi un ambiente nel quale morfologie carsiche e archeologia industriale si sovrappongono. Le vecchie infrastrutture, spesso deteriorate, aggiungono difficoltà alla progressione.[1]

Acque sotterranee, fossili e fauna delle grotte del Perlis

La spedizione ha affiancato il rilievo alle osservazioni scientifiche. A Gua Baba sono state misurate temperatura e conducibilità elettrica delle acque in più corsi sotterranei. Il rapporto riporta una temperatura di circa 25,5 °C e valori iniziali fra loro simili nei punti confrontati. Queste misure forniscono una prima caratterizzazione delle acque del sistema.[1]

Le osservazioni paleontologiche raccolte nelle campagne 2025 e 2026 comprendono resti attribuiti a pipistrelli, roditori, cervidi, cinghiali, primati e rinoceronti. Il documento segnala anche gasteropodi, conchiglie, brecce quaternarie e accumuli di origine archeologica. Si tratta di testimonianze di natura diversa, distribuite nelle cavità visitate. Il rapporto le presenta come un inventario di osservazioni, senza attribuire a tutti i reperti una medesima età.[1]

Durante i rilievi sono stati osservati anche pipistrelli, millepiedi, serpenti, granchi, rospi, tartarughe e pesci. La componente biologica collega il lavoro esplorativo alla conoscenza degli ecosistemi sotterranei. Il progetto ha ricevuto un contributo finanziario dalla Federazione Speleologica Europea e supporto in attrezzature da Aventure Verticale, partner ufficiale FSE.[1]

Dalle grotte del Perlis alle spedizioni speleologiche in Malaysia

La missione del 2026 prosegue una collaborazione già attiva nella campagna del febbraio 2025. In quell’occasione furono esplorate 54 cavità e rilevati 11.036 metri di passaggi fra Langkawi, Perlis, Baling e Merapoh. Il nuovo lavoro concentra l’attenzione su un settore preciso della penisola e ne aggiorna la cartografia. Si inserisce così nella storia delle spedizioni speleologiche in Malaysia, sviluppata attraverso progetti internazionali con caratteristiche differenti fra penisola e Borneo.[3]

Relazione di approfondimento sulle spedizioni speleologiche internazionali in Malaysia

Due grandi contesti per le spedizioni speleologiche in Malaysia

La storia delle spedizioni speleologiche in Malaysia comprende almeno due grandi contesti geografici. Il primo è la penisola, con le aree carsiche di Perlis, Kedah, Perak, Pahang e Kelantan. Il secondo è il Borneo malese, dove il Sarawak ospita il territorio di Gunung Mulu e altri importanti settori di ricerca. La distinzione aiuta a comprendere obiettivi, organizzazione e risultati delle diverse campagne.[3][4]

A Mulu si è consolidata una sequenza di spedizioni collegate, con ritorni ripetuti sugli stessi sistemi. Nella penisola, la documentazione mostra campagne distribuite fra massicci e colline calcaree differenti. Qui il lavoro ha spesso combinato ricognizione degli ingressi, primi rilievi, revisione di grotte già note e osservazioni naturalistiche. Le due esperienze condividono un elemento centrale: la collaborazione con istituzioni, personale e comunità locali.[3][5]

Mulu prima delle grandi spedizioni internazionali

Le prime descrizioni europee delle cavità di Mulu appartengono alla storia delle ricognizioni nel Sarawak ottocentesco. Spenser St. John descrisse calcari, caverne e gallerie naturali osservati nell’area nel 1858. Queste testimonianze documentano uno sguardo esterno su luoghi già appartenenti al territorio vissuto dalle popolazioni locali. La storia dell’esplorazione speleologica organizzata prese forma più tardi.[4]

Nel 1961 G. E. Wilford, del servizio geologico malese, visitò la zona e rilevò Deer Cave e parte di Cave of the Winds. Il suo lavoro anticipò il potenziale dei massicci calcarei di Mulu. La fase successiva avrebbe trasformato quelle indicazioni in un programma sistematico di esplorazione e ricerca.[4]

La spedizione Royal Geographical Society del 1977-1978 a Gunung Mulu

La Royal Geographical Society organizzò nel 1977-1978 una grande spedizione scientifica in collaborazione con il governo del Sarawak. Il progetto interessò il parco nazionale appena istituito e studiò diversi aspetti dell’ambiente forestale. Robin Hanbury-Tenison ne fu responsabile e direttore sul campo. Il coordinamento scientifico fu affidato a Clive Jermy, del British Museum of Natural History.[6]

La scheda istituzionale indica 145 membri complessivi e un’attività distribuita su quindici mesi, fra giugno 1977 e settembre 1978. All’interno di quel programma, sei speleologi esplorarono e rilevarono circa 50 chilometri di gallerie in tre mesi. Le attività interessarono Clearwater, Green Cave, Prediction Cave, Wonder Cave e altri ambienti. Il rapporto fra grandi volumi sotterranei, sedimenti e circolazione idrica diventò uno dei temi della ricerca successiva.[4][6]

Quella campagna costituisce il punto di partenza della cooperazione continuativa oggi descritta dal Mulu Caves Project. Il parco presenta il progetto come una collaborazione fra speleologi britannici, autorità del Sarawak, Sarawak Forestry Corporation e gestione locale. L’esplorazione non è quindi una successione di visite indipendenti, ma un’attività costruita attraverso relazioni mantenute nel tempo.[5]

Sarawak Chamber e le campagne speleologiche degli anni Ottanta

La spedizione denominata Mulu ’80 aggiunse circa 50 chilometri di passaggi rilevati. Fra i suoi risultati figura Sarawak Chamber, nel sistema di Lubang Nasib Bagus, conosciuto anche come Good Luck Cave. L’individuazione della grande sala ampliò l’interesse per le dimensioni dei vuoti sotterranei e per i processi che li avevano prodotti.[4]

Sarawak ’84 rilevò altri 54 chilometri di grotte. Clearwater aumentò di circa 14 chilometri, mentre a Benarat l’esplorazione di Cobweb Cave aggiunse circa 15 chilometri. Le campagne affiancarono alla topografia indagini geologiche, geomorfologiche, ecologiche e mineralogiche. Furono svolti anche tracciamenti delle acque, utili a riconoscere connessioni idrologiche fra settori del massiccio.[4]

Nel 1988 arrivò un cambiamento organizzativo. Una squadra di sei persone dimostrò la possibilità di ottenere risultati anche con una spedizione più leggera. Furono esplorati altri 16 chilometri e individuata Blackrock Cave. Nel 1989 una squadra di otto persone rilevò oltre 24 chilometri di passaggi, avvicinando progressivamente Blackrock e Clearwater.[4]

Clearwater: le connessioni che hanno costruito un grande sistema carsico

Nel 1991 venne individuato il collegamento fisico fra Blackrock e Clearwater. Il sistema superò così i 102 chilometri di sviluppo allora conosciuto. Questo passaggio illustra un meccanismo centrale dell’esplorazione a Mulu: riconoscere come grotte con ingressi diversi appartengano a una rete comune. Topografia e tracciamenti idrici hanno avuto ruoli complementari in questa ricostruzione.[4]

La distinzione fra collegamento idrologico e collegamento percorribile è importante. Alla fine degli anni Ottanta i tracciamenti avevano già mostrato il percorso delle acque dalla gola del Melinau attraverso Blackrock verso Clearwater. La successiva esplorazione rese possibile unire fisicamente le due cavità. La conoscenza del drenaggio e quella degli itinerari accessibili agli speleologi avanzarono quindi con tempi differenti.[4]

Whiterock, individuata nel 2003, entrò nel sistema Clearwater attraverso due connessioni nel 2005. Nello stesso anno, immersioni nei sifoni contribuirono a collegare componenti del sistema Terikan. Nel 2014 le esplorazioni dei livelli superiori di Clearwater portarono lo sviluppo complessivo oltre i 200 chilometri. Queste misure descrivono tappe storiche precise, non una lunghezza definitiva del sistema.[4]

Benarat, Hidden Valley e il contributo di squadre internazionali

L’attività nel Sarawak non si è limitata a Clearwater. Le spedizioni hanno lavorato anche a Benarat, nelle doline di Hidden Valley e nell’area di Gunung Buda. Nel 1997 una spedizione statunitense attiva a Buda esplorò Deliverance Cave sul margine nordorientale di Benarat. Una successiva campagna americana, nel 2000, ne portò lo sviluppo conosciuto a circa 4,3 chilometri.[4]

A Hidden Valley, le spedizioni degli anni Novanta dovettero affrontare soprattutto problemi di accesso e rifornimento. La campagna del 1998 utilizzò il percorso sotterraneo attraverso Cobra Cave come principale via di transito verso le doline. Nello stesso anno fu stabilito il collegamento fra Cloud e Bridge, all’interno del sistema Cobra-Cloud-Bridge. Il risultato mostra quanto esplorazione e logistica possano dipendere dalla stessa rete di cavità.[4]

Anche i progetti recenti mantengono obiettivi territoriali distinti. Benarat 2024, svolta fra il 29 dicembre 2023 e il 21 gennaio 2024, si concentrò sulle grotte di Gunung Benarat. Il programma comprendeva la ricerca esterna dell’ingresso Upper Cobweb, i livelli alti di Cobweb e possibili prosecuzioni verso Terikan.[7]

Mulu 2025: nove giorni nel campo sotterraneo di Armistice

La spedizione Mulu Caves 2025 operò dal 2 al 25 novembre 2025. Il progetto la identifica come la trentaquattresima spedizione anglo-sarawakiana a Gunung Mulu. Guidata da Rostam Namaghi, concentrò il lavoro sul settore Armistice di Clearwater, con l’assistenza del parco e di collaboratori locali.[8]

Un campo interno permise a sei speleologi di restare sottoterra per nove giorni. Una squadra di tre portatori effettuò un rifornimento intermedio. Una coppia lavorò su una risalita presso la sala Velodrome, mentre gli altri partecipanti cercarono prosecuzioni nel livello superiore di Armistice.[8]

Il superamento di un’ostruzione oltre il limite raggiunto nel 1989 aprì l’accesso a Reputation. Il rapporto preliminare descrive una galleria alta circa 40 metri e oltre 2,7 chilometri di nuovi passaggi di grandi dimensioni. Il ramo meridionale e varie diramazioni rimasero disponibili per ulteriori esplorazioni. La campagna conferma l’utilità di riesaminare limiti conosciuti da decenni, sostenendo la progressione con una logistica adeguata.[8]

Perlis: dalle campagne WWF e Axbridge al progetto EuroSpeleo 2026

Nella penisola, il Perlis possiede una storia esplorativa distinta. Il rapporto del 2026 richiama le attività WWF Malaysia del 1992 e la documentazione del 1998. A queste si affiancarono le campagne britanniche dell’Axbridge Caving Group del 1996 e del 1998, dedicate a esplorazione, rilievo, riprese e fauna delle grotte.[1][3]

L’archivio Caves of Malaysia attribuisce alla spedizione del 1996 circa 2.192 metri di passaggi scoperti e a quella del 1998 altri 1.628 metri. Il lavoro attuale riprende quel percorso in un ambiente fortemente modificato dall’estrazione mineraria. I rilievi del 2026 aggiornano la rappresentazione delle principali cavità e indicano obiettivi concreti per le campagne successive.[1][3]

Il contributo delle strutture malesi ha un ruolo operativo e scientifico. Università, associazioni, guide e comunità locali partecipano all’individuazione degli accessi e allo sviluppo delle ricerche. Nel progetto Perlis, questa collaborazione collega topografia, storia mineraria, osservazioni paleontologiche e conoscenza del territorio.[1]

Perak e Pahang: le spedizioni nella penisola malese

Nel Perak, le campagne internazionali hanno interessato Gua Tempurung e numerose colline calcaree della valle di Kinta. La spedizione del gruppo VHO a Gunung Lanno, nel novembre 2001, documentò 32 cavità e rilevò circa 12 chilometri di gallerie in tre settimane. Nello stesso anno speleologi di Adelaide rilevarono Gua Anak Tempurung, Gua Kanthan e Gua Kandu.[3]

La partecipazione italiana compare nel Lenggong Karst Project del 2015. Il progetto coinvolse il CIRS di Ragusa e l’AWAN Adventure Team di Kuala Lumpur. L’archivio delle spedizioni riporta la documentazione di cinque grotte. La Scintilena dedicò una notizia alla missione internazionale, inserendola nel percorso delle attività esplorative del gruppo ragusano.[3][9]

Nel Pahang operarono squadre francesi a Kenong Rimba nel 1990 e nell’area di Merapoh nel 1999. Nel settembre 2012 nove speleologi croati lavorarono con collaboratori locali attorno a Merapoh. Furono esplorate più di 25 grotte e rilevate le maggiori. Fra i risultati figura Gua Hari Malaysia, una cavità attiva di circa 930 metri con cascate e salti d’acqua.[3]

Nel 2013 una squadra giapponese proseguì i rilievi attorno a Merapoh e visitò il settore di Gua Musang, nel Kelantan. L’insieme di queste campagne mostra una geografia esplorativa distribuita. Il contributo internazionale non coincide soltanto con le grandi reti del Borneo, ma comprende sistemi minori e colline isolate della penisola.[3]

La campagna Malaysia-Svizzera 2025 e il ritorno nel Perlis

La spedizione Malaysia-Svizzera del 2025 si svolse dall’8 al 28 febbraio. L’archivio Caves of Malaysia indica sei partecipanti provenienti da Svizzera, Germania e Giappone, affiancati da sei malesi. I risultati comprendono 54 cavità esplorate e 11.036 metri rilevati in quattro aree: Langkawi, Perlis, Baling e Merapoh.[3]

La Scintilena ha descritto quella campagna mettendo in relazione grotte in marmo, sistemi fluviali e antiche miniere di stagno. Ha inoltre evidenziato il contributo di ranger, arrampicatori e appassionati locali. Il ritorno nel Perlis nel 2026 rappresenta una prosecuzione mirata: dalla ricognizione su più territori alla documentazione approfondita di un’area selezionata.[1][10]

Rilievo speleologico, dati digitali e ricerca scientifica in Malaysia

Le spedizioni speleologiche in Malaysia producono risultati differenti e complementari. Il rilievo misura lo sviluppo delle gallerie e ne ricostruisce le relazioni. I tracciamenti verificano le connessioni idriche. Gli studi su sedimenti, minerali e forme delle cavità affrontano la storia del carsismo. Le osservazioni biologiche descrivono gli organismi che frequentano questi ambienti. Queste attività sono documentate sia nelle campagne storiche di Mulu sia nel progetto Perlis 2026.[1][4]

A Mulu, nel 2011, Deer Cave e Sarawak Chamber furono sottoposte a scansione laser. Nella stessa campagna vennero stabiliti punti GPS di riferimento per migliorare la coerenza dei dati topografici. Nel 2018 iniziò anche un nuovo rilievo di parti di Clearwater. L’evoluzione tecnica affianca quindi la scoperta di passaggi alla revisione e al consolidamento della cartografia esistente.[4]

Il parco di Mulu ospita inoltre programmi internazionali su biogeochimica delle grotte, pipistrelli e registrazioni climatiche nelle stalagmiti. La speleologia fornisce accesso, orientamento e documentazione degli ambienti studiati. Le cavità diventano così luoghi di cooperazione fra esploratori e specialisti di discipline diverse.[5]

Biodiversità delle grotte malesi e conservazione del carsismo

Il valore scientifico delle cavità emerge anche dagli studi indipendenti dalle singole spedizioni. Una ricerca pubblicata nel 2024 su Tropical Life Sciences Research ha esaminato ragni di Gua Kelam 1. L’analisi morfologica e il DNA barcoding hanno identificato Nephilengys malabarensis, Orsinome vethi e un ragno attribuito al genere Pholcus. Lo studio riguarda Gua Kelam 1, distinta dalla Gua Kelam 2 rilevata nel progetto 2026.[11]

Gli autori descrivono popolazioni di origine epigea presenti in un settore privo di luce naturale, ma interessato dall’illuminazione artificiale. Non hanno riscontrato i caratteri morfologici tipici di una stretta specializzazione alla vita sotterranea. Il risultato mostra l’importanza di associare identificazioni accurate alle osservazioni sul campo, distinguendo presenza in grotta e adattamento esclusivo all’ambiente ipogeo.[11]

La conservazione coinvolge anche il rapporto fra grotte, attività economiche e paesaggio. Nel Perlis, le miniere hanno modificato passaggi e depositi. Nell’area di Merapoh, la documentazione delle esplorazioni richiama la pressione delle attività di cava su alcune colline calcaree. Cartografia, inventari e studi biologici forniscono elementi utilizzabili per conoscere e gestire questi territori.[2][3]

Prospettive delle spedizioni speleologiche internazionali in Malaysia

Le campagne recenti indicano due direzioni di lavoro. A Mulu proseguono l’esplorazione delle diramazioni e dei livelli superiori di reti già molto estese. Nella penisola, il lavoro comprende ancora ricognizioni territoriali, aggiornamento delle grotte note e documentazione di cavità poco descritte. Il Perlis riunisce questi obiettivi con lo studio del patrimonio minerario.[1][3][8]

Il progetto ESP 2026-03 lascia una base operativa precisa: dieci cavità rilevate, possibili collegamenti da verificare e verticali ancora da affrontare. Il suo significato si colloca nella continuità delle spedizioni speleologiche in Malaysia. La collaborazione internazionale acquista valore attraverso dati condivisi, ritorni sul terreno e partecipazione delle realtà locali.[1]

Fonti e documenti consultati


Fonti
[1] [PDF] Report Perlis – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/wp-content/uploads/2026/09/ESP-2026-03_Malaysia_Expedition_Perlis_2026.pdf
[2] [PDF] TIN MINING IN THE LIMESTONE CAVES OF PERLIS, MALAySIA … https://pdfs.semanticscholar.org/28e4/69f7f775c02e6ae68ca54bf0d39baafc80d0.pdf
[3] Expeditions – CAVES OF MALAYSIA – WordPress.com https://cavesofmalaysia.wordpress.com/expeditions/
[4] Exploration History – Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/history-of-exploration
[5] Research – OFFICIAL PAGE Mulu National Park World Heritage Area https://mulupark.com/education-research/research/
[6] [PDF] RGS-IBG Field Research Programmes Gunung Mulu Expedition … https://www.rgs.org/media/01vfivyf/malaysia-mulu-sarawak-rp-1977-78.pdf
[7] Benarat 2024 Preliminary Report – Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/expeditions/benarat-2024/benarat-2024-preliminary-report
[8] Mulu Caves 2025 https://mulucaves.org.uk/expeditions/mulu-caves-2025
[9] SPEDIZIONE INTERNAZIONALE IN MALESIA: LENGGONG KARST … https://www.scintilena.com/spedizione-internazionale-in-malesia-lenggong-karst-projcet/07/27/
[10] Alla Scoperta delle Grotte della Penisola Malaysia tra Giungle … https://www.scintilena.com/alla-scoperta-delle-grotte-della-penisola-malaysia-tra-giungle-miniere-e-marmo/07/19/
[11] Discovery of Web-Building Spiders in Gua Kelam, Perlis State Park … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11383626/
[12] file di riferimento.txt https://pplxfilegitgateway-projectfiles-prod-use1.s3.us-east-1.amazonaws.com/projectfiles-prod/gateway-object-store/repos/files-aefdb4c5417341983edaa662cb6682cd/lfs/objects/c4/53/c4535c97910b5909e4e5f508f1ef48045ec4ff9f733613404c4fc19d35c71df4?X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&X-Amz-Checksum-Mode=ENABLED&X-Amz-Credential=ASIA2F3EMEYEZX4K7JUD%2F20261015%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&X-Amz-Date=20261015T044825Z&X-Amz-Expires=900&X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEPr%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEaCXVzLWVhc3QtMSJIMEYCIQDtIqAXm2BA28qVllw1qCZAYEkpMsfuFfgZkCAv%2Bz7HwgIhAOslfpkeNSSfCSfZ13%2Fb7e4CaaM1NjIdQlxvw%2F0ZxCgWKrAFCML%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FwEQARoMNjk5NzUzMzA5NzA1IgygYi3P%2Bb49J8MWpnEqhAWjKcNGHr9r38NIAfzS9YpBogeZmXr0%2BJmvc48id7EOv8boGr6Jo4iL39qpMP%2BO3nUU9OacxdTIkFlxyuicFqogU1UrU0QZLWab1Pus4n4wo06rgBoPVsy3o4GQUUqJrWviru8Tsc8%2BxHEM%2BZUXkA1zdi%2FBo2K0VDniiAr98jG4%2Brkf1RUPavVQk3IIy%2Fi6ysaTHwh4hnfzvuyLgifFhB5xg8iVdlpIvoSS8Ibc5zInoQhy7hdiW2DwWSnajE9Gh5617NEvAs4kijr6%2BGXzkdGsZvjb6SVfyE0DZgo1wZ2LlHluzGfFLdzPFqsFvhe01pVUif%2BsfOoPLo8uSF%2Fz6uc10IM%2BAtfcbgxRv%2FNUdEWPlFGBNkEJwQCUnrsqATcnCl7QL7fRf84a9zQnay2R6JSeAcWVxbPlos%2B2yrHRJ5WnlKaf1nX09HK7Wjj12G48%2BqwdlD6druE9MpFKSYjTad%2BXvBSjERJdmw85ziviknPVHcruHhKNtEOvNQuuG4y6F%2Bx0NwpLg2DaN%2FJfTFsXjTn%2FwBb%2FfVZ8BZ0d2jQHSFPqT47Fgro7f82BfhbLnrLtTni5FSI7DFsRkFlnXsBZ1pdfvxaTCODBV9Oe1MCq%2FNKEh96lxX9Av2QL0KMV%2Fp5rUfjY%2FmdPkO%2FK%2Fjh8j2nY44hCzISlrhG4OjvxiE4wHfCQTMn9oAsV%2BzWhnO%2FhLpjMg5jhGp1vLttn2j%2BCbC1BrHlOWyJ%2F9X6lGuNcQ%2BKxeSSa0L9AkZQBxMfAs595SMum3Sz9KEZI6BPHFKRQ1Dk2Ac6rtEZENyXvbG4%2BYpw7x%2BJbsSOhw4CGWF7UuzP2ihNh3lnaxDM%2BC1ss8Tut0QFgtLrOrlCyHjDZ1cDWBjqPAddP09R9cjHtgyeqYy9JH3YVxoI9r%2BJQPCqT2hpXE9QXktIv9CeoESc%2B9m4gA%2FNSCQSQl1iHNItgJDg57L22ixsNmDyg8LJ2%2BTANwpa%2BCxt%2BRZDhr8MyTuDcMHoYZhsxMDnGfmBOybMvI9YAUlfJ9Umif4E5GDYEMfCBqNEfv3iqnM1pJMV3jNupd9BUv3yJ&X-Amz-SignedHeaders=host&x-id=GetObject&X-Amz-Signature=6b4cee4cea4436cec9f142dcb2931a4dbff8856d7e487c05d7c412cd94b67d3e
[13] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/63
[14] Discovery of Web-Building Spiders in Gua Kelam, Perlis State Park, Malaysia https://ejournal.usm.my/tlsr/article/download/tlsr_vol35-no-1-2024_5/graphical-abstract
[15] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia – dLib https://www.dlib.si/details/URN:NBN:SI:doc-LVPNIQ6L?&language=eng
[16] The Geological History of the Malay Peninsula https://zenodo.org/record/2467037/files/article.pdf
[17] Clearwater Cave system – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Clearwater_Cave_system
[18] Spedizione Malaysia-Svizzera in Perlis: scoperti 7,7 chilometri tra … https://www.scintilena.com/spedizione-malaysia-svizzera-in-perlis-scoperti-77-chilometri-tra-grotte-e-miniere-di-stagno/09/17/
[19] Mulu 1984 https://mulucaves.org.uk/stories/mulu-1984
[20] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia | Price | Acta … https://ojs2.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/63
[21] M is for Mulu National Park – Museum Volunteers, JMM https://museumvolunteersjmm.com/2021/10/25/m-is-for-mulu-national-park/
[22] Mulu National Park – Taman Negara Malaysia https://tamannegara2u.com/mulu-national-park/
[23] Tin mining in the limestone caves of Perlis, Malaysia – Academia.edu https://www.academia.edu/62534422/Tin_mining_in_the_limestone_caves_of_Perlis_Malaysia
[24] Scoperte nelle Grotte di Mulu: Un Aggiornamento dal SUICRO 2024 https://www.scintilena.com/scoperte-nelle-grotte-di-mulu-un-aggiornamento-dal-suicro-2024/08/14/
[25] The Expeditions – Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/expeditions
[26] Mulu Caves 2024 https://mulucaves.org.uk/expeditions/mulu-caves-2024
[27] Mulu Caves Project https://mulucaves.org.uk/
[28] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/
[29] Bibliografia – C I R S Ragusa https://cirs-ragusa.org/blog/attivita/bibliografia/
[30] La Speleologia secondo ChatGPT – Scintilena https://www.scintilena.com/la-speleologia-secondo-openai-chatcgp/03/18/

Malaysia

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EuroSpeleo Forum 2026 a Pazin: la FSE cerca nuovi collaboratori per la speleologia europea

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Dal 13 al 15 novembre, l’EuroSpeleo Forum 2026 riunirà in Croazia speleologi e istituzioni. In programma tutela del carsismo, sostegno ai giovani e confronto sulle candidature per il rinnovo degli organismi federali nel 2027.

La Federazione Speleologica Europea invita gli speleologi a partecipare alle proprie attività e a valutare una candidatura nei suoi organismi.

Il prossimo punto di incontro sarà l’EuroSpeleo Forum 2026, previsto a Pazin, in italiano Pisino, dal 13 al 15 novembre.

La manifestazione porterà per la prima volta in Croazia il raduno europeo, affiancandolo all’incontro degli speleologi croati sotto il nome di Mundus Spelaeus 2026.

L’appello arriva dal presidente Jean-Claude Thies. Nel messaggio rivolto alla comunità speleologica, la FSE collega la partecipazione al Forum a un percorso più ampio. L’obiettivo è coinvolgere nuovi collaboratori nel Bureau, nelle commissioni e nei gruppi di lavoro. Il rinnovo dei mandati è previsto durante l’assemblea generale del maggio 2027 a Morteau, in Francia.

EuroSpeleo Forum 2026: la rete europea si incontra in Istria

La Federazione Speleologica Europea conta oggi 32 organizzazioni aderenti. Nel suo messaggio, Thies ricorda i 36 anni di attività della federazione e la presenza costruita nel tempo attraverso incontri nazionali e regionali. Il Forum di Pazin prosegue questo lavoro di collegamento fra le comunità speleologiche.

L’organizzazione locale fa capo alla Società Speleologica Istra di Pazin. Collaborano l’associazione speleologica Estavela, la Società Speleologica di Karlovac e il club Ursus spelaeus di Karlovac. L’evento si svolge sotto l’egida della FSE. Lo sostengono la Federazione Speleologica Croata, la Commissione di speleologia dell’Associazione alpinistica croata e la Città di Pazin.

L’EuroSpeleo Forum 2026 riunirà esploratori, ricercatori e appassionati. Il confronto riguarderà nuove ricerche, esperienze di esplorazione e protezione degli ambienti sotterranei. Fra gli obiettivi figurano anche la cooperazione fra federazioni e club, la condivisione delle conoscenze e lo sviluppo di riferimenti etici e tecnici comuni.

Tutela del carsismo: il workshop della commissione europea ECPC

La conservazione delle grotte sarà uno dei temi centrali della presenza federale a Pazin. Nel messaggio di Thies è annunciato il “Workshop on Karst Underground Preservation”, organizzato dalla European Cave Protection Commission, la commissione della FSE dedicata alla protezione delle grotte.

Al confronto sono invitati speleologi, amministratori locali, esperti regionali, organizzazioni impegnate nella conservazione della natura e autorità competenti. Il workshop metterà in dialogo esperienze e responsabilità diverse. Il tema comune sarà la ricerca di idee e soluzioni per proteggere grotte e territori carsici.

Il programma dell’EuroSpeleo Forum 2026 comprende anche una tavola rotonda sulle discariche sotterranee. Il tema collega direttamente l’attività speleologica alla gestione dei problemi ambientali. Nella giornata di domenica 15 novembre sono previsti inoltre incontri delle organizzazioni croate e un confronto sul catasto speleologico.

Pazinska jama e Martel: 130 anni di storia speleologica

L’appuntamento si inserisce nella lunga tradizione esplorativa dell’Istria. Il territorio è legato alle origini della speleologia europea moderna e presenta paesaggi carsici che costituiscono parte del contesto scientifico del raduno.

Nel 2026 ricorrono anche i 130 anni dall’ultima visita ed esplorazione di Édouard-Alfred Martel alla grotta di Pazin, la Pazinska jama, avvenuta nel 1896. Thies richiama questa ricorrenza nel messaggio di presentazione della partecipazione federale.

Il programma affianca al confronto contemporaneo alcune esposizioni dedicate al patrimonio sotterraneo. Sono previste mostre sulla voragine di Rašpor, sui valori naturali, scientifici e culturali del carsismo e sulle grotte e sugli abissi dell’Istria.

Giovani speleologi: due borse FSE fino a 500 euro

Per favorire la partecipazione giovanile, la Federazione Speleologica Europea ha messo a disposizione due borse di studio. Ciascun contributo può raggiungere un massimo di 500 euro. Il sostegno riguarda la partecipazione al 18° EuroSpeleo Forum di Pazin.

I requisiti indicati dalla FSE sono:

  • affiliazione, tramite il proprio club, a un’organizzazione membro della federazione;
  • età non superiore a 26 anni;
  • almeno 18 anni al momento della firma e dell’invio della domanda;
  • presentazione del modulo di candidatura e di una lettera di raccomandazione.

Le domande devono essere inviate all’indirizzo contact@eurospeleo.eu. Il modulo ufficiale specifica i dettagli e la scadenza. L’iniziativa sostiene giovani attivi nella speleologia, nella ricerca sul carsismo o nella protezione delle grotte.

Candidature FSE 2027: il rinnovo a Morteau

L’invito di Thies riguarda incarichi diversi. Gli speleologi possono valutare un impegno nel Bureau, nelle commissioni oppure nei gruppi di lavoro. Gli avvisi dettagliati sulle candidature saranno pubblicati all’inizio del 2027, secondo il calendario annunciato dal presidente.

Le elezioni per tutti i mandati si svolgeranno alla successiva assemblea generale della FSE. La sede sarà Morteau, durante l’incontro nazionale franco-svizzero e il 19° EuroSpeleo Forum. La manifestazione è in calendario dal 14 al 17 maggio 2027.

L’evento riunirà il 51° Congresso nazionale della Federazione Speleologica Francese, il 15° Congresso nazionale della Società Svizzera di Speleologia e il Forum europeo. Il tema sarà la speleologia e il carsismo dell’Arco giurassiano, con attenzione a grotte, acqua e clima dal passato al futuro.

Pazin rappresenterà quindi un primo luogo di confronto per chi intende collaborare alla vita federale. Il presidente invita gli interessati a incontrare il Bureau durante il Forum oppure a contattarlo direttamente.

Stand FSE e informazioni per partecipare a Pazin

Al prossimo EuroSpeleo Forum saranno disponibili anche nuovi capi di abbigliamento della federazione. Il progetto grafico è stato fornito da Taraneh Khaleghi. Secondo l’annuncio di Thies, i capi saranno distribuiti attraverso lo stand FSE nei prossimi Forum europei.

Per partecipare all’EuroSpeleo Forum 2026, la quota è di 30 euro con preiscrizione e pagamento ricevuto entro le ore 16 del 6 novembre. L’iscrizione sul posto costa 35 euro. Relatori e autori di poster possono inviare gli abstract entro il 20 ottobre 2026 a mundusspelaeus@gmail.com.

Fonti

[1] MUNDUS SPELAEUS [EN] – Hrvatski speleološki savez https://www.speleo.hr/mundus-spelaeus-en/

[2] News https://www.eurospeleo.eu/category/news/

[3] EuroSpeleo Forum 2026 a Pazin, il programma di Mundus Spelaeus … https://www.scintilena.com/eurospeleo-forum-2026-a-pazin-il-programma-di-mundus-spelaeus-prende-forma/09/11/

[4] Scholarships to attend the 18th EuroSpeleo Forum https://www.eurospeleo.eu/2026/06/16/fse-scholarships-to-encourage-young-cavers-to-attend-the-18th-eurospeleo-forum-in-pazin-croatia-13-15-november-2026/

[5] 19th EuroSpeleo Forum 2027 in Morteau, France https://www.eurospeleo.eu/event/19th-eurospeleo-forum-2027-in-morteau-france/

[6] European Congress of Speleology – Congrès Spéléo 2027 https://congres2027.speleo-doubs.com/en/home/

[10] Mundus Spelaeus 2026: l’EuroSpeleo Forum arriva a Pisino, in Istria https://www.scintilena.com/mundus-spelaeus-2026-leurospeleo-forum-arriva-a-pisino-in-istria/06/27/

[11] EuroSpeleo Youth Contest 2026: giovani speleologi invitati a … https://www.scintilena.com/eurospeleo-youth-contest-2026-giovani-speleologi-invitati-a-raccontare-il-mondo-sotterraneo/10/06/

[12] EuroSpeleo Newsletter luglio 2026: la FSE mette in rete … – Scintilena https://www.scintilena.com/eurospeleo-newsletter-luglio-2026-la-fse-mette-in-rete-eventi-progetti-e-tutela-del-carsismo/07/03/

[13] Borse di studio per giovani speleologi: partecipare al 18 … – Scintilena https://www.scintilena.com/borse-fse-per-giovani-speleologi-partecipare-al-18-eurospeleo-forum-a-pazin-croaziasottotitolo-la-federazione-speleologica-europea-offre-borse-di-studio-fino-a-500-euro-per-favorire-la-parte/06/17/

[14] Animazione Grotta di Monte Cucco in 3D – Scintilena https://www.scintilena.com/animazione-grotta-di-monte-cucco-in-3d/04/28/

[16] Visioni Sotterranee – young contest – Tetide https://www.tetide.org/progetti/visioni-sotterranee-young-contest/

[17] EuroSpeleo Forum 2026 – UK Caving https://ukcaving.com/board/index.php?threads/eurospeleo-forum-2026.34584/

[18] EuroSpeleo Projects – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/eurospeleo-projects/

[19] Public Workshop on “The natural and cultural value of kar | Alpconv https://www.alpconv.org/it/home/organizzazione/gruppi-di-lavoro-tematici/public-workshop-on-the-natural-and-cultural-value-of-karst-landscapes-focus-on-classic-karst/

[20] On ouvre au sec samedi à Morteau https://www.estrepublicain.fr/sport/2026/09/25/on-ouvre-au-sec-samedi-a-morteau

[22] EuroSpeleo Newsletter – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/eurospeleo-newsletter/

[23] Nature Workshop: Karst – A Mosaic of Life – Chiesa di San Lorenzo https://www.go2025.eu/en/imports/events/proposed/anonymous/nature-workshop-karst-a-mosaic-of-life

[24] Events from August 31 – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/events/

[25] Venir à Morteau – Congrès Spéléo 2027 https://congres2027.speleo-doubs.com/venir-a-morteau/

[26] Congrès International de Spéléologie de MORTEAU 2027 https://www.speleoubs.be/agenda/congres-international-de-speleologie-de-morteau-2027

[27] [PDF] EuroSpeleo Newsletter – European Speleological Federation https://www.eurospeleo.eu/wp-content/uploads/2026/06/Newsletter_July_2026_EN.pdf

[28] Newsletter Feed Archives https://www.ocbj.com/category/newsletter-feed/

[29] October 2021 EuroSpeleo Newsletter – UK Caving https://ukcaving.com/board/index.php?threads/october-2021-eurospeleo-newsletter.28742/

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Grotte di Pertosa-Auletta, la scuola entra nella montagna: scienze e archeologia nello stesso viaggio

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Grotte di Pertosa-Auletta, Museo Speleo-Archeologico e Museo del Suolo: le proposte della Fondazione MIdA collegano didattica, ambiente e ricerca sul passato

Una visita in grotta può diventare una lezione che attraversa più discipline. A Pertosa, in provincia di Salerno, la Fondazione MIdA propone alle scuole percorsi che uniscono le Grotte di Pertosa-Auletta, il Museo Speleo-Archeologico e il Museo del Suolo. L’offerta mette in relazione scienze della Terra, storia, archeologia, ecologia ed educazione ambientale. Le attività vengono definite insieme agli insegnanti, per adattare visite e laboratori alle esigenze delle classi e alla programmazione scolastica.

Il filo conduttore è il rapporto tra ambiente e presenza umana. Gli studenti osservano il sottosuolo, incontrano le testimonianze delle comunità antiche e approfondiscono il ruolo del suolo negli ecosistemi. Tre luoghi permettono così di affrontare argomenti diversi attraverso uno stesso territorio.

Grotte di Pertosa-Auletta: geologia e acqua lungo il fiume sotterraneo

Il percorso comincia dalle Grotte di Pertosa-Auletta. La visita comprende la navigazione su un tratto del fiume sotterraneo Negro e l’osservazione degli ambienti carsici. Il contesto permette di collegare la geografia del territorio alle scienze della Terra. Roccia, acqua e forme della cavità diventano elementi concreti sui quali costruire la spiegazione.

Le visite guidate sono affiancate da attività didattiche di approfondimento scientifico. Il programma della Fondazione MIdA comprende esperienze pratiche e teoriche, con attenzione alla fragilità degli ambienti naturali. La grotta non viene quindi presentata soltanto come una meta da attraversare. Diventa un luogo nel quale osservare fenomeni e discutere la tutela del patrimonio sotterraneo.

Museo Speleo-Archeologico: la palafitta racconta la vita nell’età del Bronzo

La visita prosegue al Museo Speleo-Archeologico di Pertosa, dedicato alle antiche frequentazioni della cavità. Il percorso espone reperti originali e utilizza ricostruzioni, video, pannelli e strumenti interattivi. Al centro del racconto si trova l’insediamento su palafitta dell’età del Bronzo, costruito nell’area d’ingresso della grotta.

La struttura lignea permetteva di ottenere una superficie abitabile sopra un ambiente umido. La sua presenza collega l’archeologia alle caratteristiche del fiume sotterraneo. Le sezioni museali affrontano anche la preparazione e la conservazione degli alimenti, il confezionamento degli abiti e le attività domestiche. Un altro nucleo riguarda l’uso sacro della grotta, dalla preistoria alle epoche successive.

Per gli studenti, il passaggio dalla cavità al museo consente di associare i reperti al luogo della scoperta. Le testimonianze materiali diventano così parte di una storia ambientale e umana leggibile nello stesso paesaggio.

Museo del Suolo: biodiversità e sostenibilità sotto i piedi

Il Museo del Suolo introduce una diversa scala di osservazione. L’attenzione si sposta sulla formazione del suolo e sulla biodiversità vegetale e animale. Video, proiezioni tridimensionali, schede e laboratori accompagnano il percorso. L’obiettivo è rendere comprensibile un ambiente spesso poco visibile, ma fondamentale per la vita sul pianeta.

L’integrazione con le Grotte di Pertosa-Auletta permette di mantenere un legame tra superficie e sottosuolo. L’educazione ambientale incontra così il tema delle risorse e della sostenibilità. Gli argomenti affrontati nei manuali vengono ricondotti a elementi osservabili durante la visita.

Fondazione MIdA e scuole: percorsi concordati con gli insegnanti

La proposta non si limita a un itinerario uguale per tutte le classi. La Fondazione MIdA definisce i percorsi insieme ai docenti. Le combinazioni tra grotte, musei e laboratori rispondono ai diversi obiettivi formativi. Sul portale istituzionale sono disponibili la sezione dedicata ai viaggi d’istruzione e i materiali informativi per organizzare le attività.

Il legame con la ricerca è già entrato anche nei progetti rivolti agli studenti più grandi. Nel 2025 un’iniziativa di Formazione Scuola Lavoro, realizzata con Eduiren, ha consentito di osservare il cantiere archeologico. L’esperienza ha collegato gli scavi al Museo del Suolo e alle centrali idroelettriche. Alle Grotte di Pertosa-Auletta, la proposta educativa si inserisce quindi in un sistema che riunisce visita, conservazione e produzione di conoscenza.

Grotta dell’Angelo di Pertosa: relazione sugli studi e sulle scoperte archeologiche

Dalle palafitte dell’età del Bronzo ai luoghi di culto: storia delle ricerche, materiali, cronologie e nuove campagne nelle Grotte di Pertosa-Auletta

Grotta dell’Angelo di Pertosa: un archivio archeologico lungo millenni

La Grotta dell’Angelo, nel complesso delle Grotte di Pertosa-Auletta, conserva una lunga sequenza di frequentazioni umane. Le testimonianze attraversano la preistoria, la protostoria e le epoche storiche. Il sistema carsico si sviluppa per circa tre chilometri ed è attraversato da un corso d’acqua che riemerge all’esterno. L’ampiezza dell’ingresso, la disponibilità idrica e la posizione lungo una via naturale tra i rilievi hanno favorito l’uso della parte iniziale della cavità.

Il sito permette di studiare aspetti diversi della relazione tra comunità e sottosuolo. Le strutture lignee documentano l’organizzazione di superfici abitabili in un contesto soggetto ad allagamenti. Le ceramiche aiutano a ricostruire le fasi di occupazione. I resti vegetali descrivono l’impiego delle risorse. Gli oggetti votivi mostrano il ruolo religioso assunto dalla grotta. Le comunicazioni sulle campagne recenti inseriscono questi rinvenimenti in una storia di interazione tra uomo e ambiente lunga oltre ottomila anni.

Scavi archeologici a Pertosa: Patroni e Carucci nel 1898

Le prime indagini archeologiche risalgono al 1898. Giovanni Patroni e Paolo Carucci operarono separatamente nell’ampia antegrotta, vicino all’ingresso. I loro interventi portarono alla luce depositi contenenti materiali di epoche differenti e resti di costruzioni in legno. Da allora la palafitta è diventata uno degli elementi centrali nello studio del sito.

Patroni esplorò il deposito fino a circa un metro di profondità. Riconobbe una stratigrafia articolata e recuperò reperti protostorici ed ellenistico-romani. La comparsa di una struttura lignea simile a una palafitta ampliò l’interesse dell’indagine. Il giacimento mostrava infatti che la presenza umana non si esauriva in una frequentazione occasionale della cavità.

Carucci lavorò sul lembo terroso a destra dell’antegrotta. Raggiunse generalmente 2,80 metri di profondità. Nell’unico punto scavato fino a tre metri incontrò una seconda struttura palafitticola. Queste osservazioni introdussero il tema della sovrapposizione dei livelli e della storia delle sistemazioni lignee. La successiva ricostruzione delle vicende di scavo ha richiesto anche l’esame della documentazione d’archivio.

Archeologia sommersa e fiume Negro: le trasformazioni del giacimento

Il contesto osservato dagli archeologi moderni differisce da quello di fine Ottocento. Una parte del deposito terroso è stata inglobata nella banchina d’imbarco del percorso turistico. Lo sbarramento destinato allo sfruttamento idroelettrico ha inoltre innalzato il livello dell’acqua. Il giacimento è risultato sommerso per una profondità media di circa due metri.

Le indagini del 2009 e del 2013 hanno riaperto lo studio diretto delle strutture. È stato riconosciuto un ampio settore della palafitta anche lungo il margine sinistro dell’antegrotta. Le ricerche hanno documentato la prosecuzione dei resti in ambienti completamente bui. L’insediamento non occupava quindi soltanto la fascia immediatamente illuminata dall’esterno.

Nelle campagne più recenti, l’accesso ai depositi normalmente sommersi è stato reso possibile dallo svuotamento temporaneo del bacino artificiale vicino all’ingresso. La gestione dell’acqua è così parte integrante dell’organizzazione dello scavo. Il sostegno tecnico del gestore idroelettrico consente di rendere accessibili superfici che, nelle condizioni ordinarie, restano sotto il livello del fiume.

Palafitta di Pertosa: costruire uno spazio abitabile dentro la grotta

La palafitta della Grotta dell’Angelo costituisce un caso distintivo dell’archeologia europea. La particolarità non riguarda la sola presenza di pali antichi. Riguarda un sistema di strutture lignee realizzato in una cavità attraversata dall’acqua. Lo studio pubblicato su Radiocarbon interpreta la costruzione come una soluzione per rendere insediabile un luogo esposto a frequenti allagamenti. [web:4]

Il piano sopraelevato consentiva di ricavare superfici asciutte nell’antro. Le testimonianze comprendono palificazioni e altri elementi dell’impianto ligneo. La loro distribuzione permette di affrontare problemi di organizzazione dello spazio e di adattamento alle condizioni idrologiche. Il museo restituisce questa relazione attraverso ricostruzioni e reperti collegati alle attività quotidiane. [web:10][web:13]

La specificità del sito va quindi letta nel rapporto tra tecnica costruttiva e ambiente ipogeo. Il legno era impiegato per trasformare un’area umida in uno spazio utilizzabile. La presenza di strutture anche oltre la zona illuminata amplia la comprensione dell’occupazione sotterranea. Le campagne moderne hanno esteso la superficie documentata rispetto alle prime scoperte ottocentesche. [web:4][web:10][web:20]

Datazioni al radiocarbonio: la cronologia della palafitta e delle frequentazioni

Le datazioni sui resti lignei collocano le strutture studiate intorno alla metà del II millennio a.C. È il riferimento sintetizzato dalla Fondazione MIdA per la palafitta riconosciuta nelle indagini moderne. Questo dato inserisce la costruzione nel quadro dell’età del Bronzo. [web:10]

Un contributo specifico è A Radiocarbon Chronology for “Grotte di Pertosa” in Campania, Southern Italy. Il lavoro è stato pubblicato online l’11 dicembre 2023. È poi confluito nel volume 66, fascicolo 6, di Radiocarbon, datato dicembre 2024, alle pagine 1707-1717. Lo studio presenta una campagna di datazioni finalizzata a definire le fasi di occupazione dei diversi contesti e la cronologia dei manufatti lignei. [web:4]

Il radiocarbonio si affianca quindi all’esame dei materiali e della stratigrafia. L’obiettivo è ricostruire una successione di attività, non attribuire un’unica data all’intera storia della grotta. Le nuove evidenze del Bronzo finale, comunicate dopo gli scavi del 2025, arricchiscono questa articolazione cronologica. [web:4][web:7][web:20]

Ceramiche degli scavi Patroni: la ricerca di Alessia Fuscone

Nel 2023 Alessia Fuscone ha pubblicato su IpoTESI di Preistoria lo studio Grotta Pertosa. I materiali ceramici degli “Scavi Patroni” conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il contributo, nel volume 16, fascicolo 1, occupa le pagine 75-120. Presenta un inquadramento cronologico e culturale dettagliato di questa raccolta. [web:7]

La ricerca mette in evidenza la componente abitativa della frequentazione protostorica. L’interpretazione proposta riconosce una continuità dal Bronzo medio, fase 2, al Bronzo finale-primo Ferro. In quest’ultimo passaggio l’aspetto cultuale acquisterebbe maggiore rilievo. La ceramica miniaturistica della stipe interna rappresenta un elemento centrale di questa lettura. La stipe è il deposito nel quale si concentrano materiali offerti nell’ambito delle pratiche religiose. [web:7]

Il risultato collega due ambiti spesso raccontati separatamente. Da un lato compaiono l’abitazione e le attività quotidiane. Dall’altro emerge l’uso rituale dello spazio sotterraneo. La sequenza ceramica permette di seguire il cambiamento del peso relativo di queste funzioni. Lo studio delle raccolte storiche contribuisce così alla ricostruzione del sito insieme ai nuovi scavi. [web:7]

Archeobotanica a Pertosa: legni, semi e risorse vegetali dell’età del Bronzo

Una parte rilevante delle conoscenze deriva dall’archeobotanica, lo studio dei resti vegetali nei contesti archeologici. Francesco Breglia e Girolamo Fiorentino, del Laboratorio di Archeobotanica e Paleoecologia dell’Università del Salento, hanno esaminato materiali provenienti dall’insediamento palafitticolo. Il loro contributo è presentato negli atti della diciottesima conferenza dell’International Workgroup for Palaeoethnobotany. [web:2]

Il campione comprende manufatti in legno, elementi strutturali della palafitta, carboni e semi recuperati nei sedimenti. Il contesto sommerso, povero di ossigeno, ha favorito la conservazione di resti vegetali non carbonizzati. Questa condizione consente di studiare materiali organici che documentano direttamente il rapporto tra le comunità e le risorse del territorio. [web:2]

L’analisi degli elementi lignei riguarda la selezione delle materie prime e le tecniche di carpenteria. È stato considerato anche il riutilizzo degli scarti di lavorazione come combustibile. I resti permettono quindi di collegare approvvigionamento del legno, costruzione e gestione del fuoco. La palafitta diventa una fonte di informazioni sulle conoscenze tecniche delle comunità protostoriche. [web:2]

Vinaccioli della Grotta dell’Angelo: lo studio della vite tra raccolta e coltivazione

I semi di vite rappresentano un altro nucleo significativo della ricerca. Gli studi archeobotanici hanno riconosciuto a Pertosa vinaccioli attribuiti sia a forme selvatiche sia a forme domestiche di Vitis vinifera. La distinzione è stata affrontata con metodi biometrici, basati sul confronto delle caratteristiche dei semi. [web:2]

Queste evidenze contribuiscono allo studio del passaggio dalla raccolta dell’uva selvatica alla gestione e coltivazione della vite. Gli autori collocano il problema nel più ampio processo di domesticazione durante l’età del Bronzo italiana. I reperti di Pertosa offrono quindi dati utili per la storia delle risorse alimentari e della viticoltura nell’Italia meridionale. Il loro significato riguarda l’impiego della pianta e la sua trasformazione nel tempo, senza identificarsi automaticamente con la prova di produzione di vino. [web:2]

Un lavoro comparativo di Breglia, Arianna Sellitto e Fiorentino considera anche la Grotta di Polla. A Pertosa sono segnalati vinaccioli e frutti dell’ambiente boschivo. A Polla, utilizzata come sito funerario, la presenza di orzo e frumenti rimanda invece a paesaggi più aperti. Il confronto permette di discutere le differenze tra contesti, disponibilità ambientali e sfruttamento delle risorse vegetali. [web:2]

Luogo di culto ellenistico: le scoperte archeologiche del 2025

Le indagini del 2025 hanno aggiunto nuovi elementi alla frequentazione storica della Grotta dell’Angelo. Nella prima fase della campagna è stata identificata una struttura di culto di età ellenistica, datata tra il IV e il I secolo a.C. Contemporaneamente è stata ampliata l’area documentata della palafitta protostorica. Le due linee di ricerca procedono nello stesso settore generale, ma riguardano fasi storiche differenti. [web:20]

La campagna conclusa dopo gli interventi del novembre 2025 ha restituito numerose lucerne in terracotta. Molte sono decorate e riferibili alla prima età romano-imperiale. Sono emerse anche monete ellenistiche e romane, insieme a piccoli ornamenti personali. Il complesso dei materiali permette di leggere circa cinque secoli di frequentazioni tra età ellenistica e prima età imperiale. [web:20][web:21]

La disposizione dei reperti e le loro caratteristiche sostengono l’interpretazione cultuale dell’area prossima all’ingresso. La grotta fu frequentata da gruppi locali o in transito nella valle del Tanagro. L’acqua e lo spazio sotterraneo costituiscono il contesto nel quale si svilupparono le pratiche votive. Le testimonianze ampliano la conoscenza della cavità come luogo religioso, oltre che come spazio insediativo protostorico. [web:20][web:21]

Bronzo finale a Pertosa: nuove palificazioni e battuto pavimentale

Gli scavi del 2025 hanno documentato anche nuove palificazioni lignee e un battuto attribuito al Bronzo finale. Il battuto è una superficie di calpestio compattata. Questi rinvenimenti si collegano al villaggio palafitticolo già noto e ampliano il quadro delle sistemazioni dell’area d’ingresso. [web:20]

È importante mantenere distinta la natura dei diversi elementi. Le palificazioni appartengono all’apparato costruttivo ligneo. Il battuto documenta una superficie frequentata. Considerati insieme, i reperti consentono di approfondire l’organizzazione e le trasformazioni degli spazi nel corso della protostoria. Il comunicato della Fondazione inserisce queste scoperte nel programma di analisi specialistiche e documentazione scientifica che accompagna le campagne. [web:20]

Scavi 2025-2027 alla Grotta dell’Angelo: istituzioni e programma di ricerca

Le attività rientrano nella concessione ministeriale 2025-2027 affidata alla Fondazione MIdA. La direzione scientifica è dello speleo-archeologo Felice Larocca. Collaborano la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Salerno e Avellino, l’Istituto Centrale per l’Archeologia e il Centro di ricerca speleo-archeologica “Enzo dei Medici”. Il Gruppo Iren fornisce sostegno economico e tecnico. [web:20]

Per la campagna annunciata a fine gennaio 2026, il programma ha individuato un deposito a circa quaranta metri dall’imbocco. L’area concentra numerose palificazioni verticali. Le indagini sono orientate ad approfondire le testimonianze dal Bronzo medio-finale all’epoca ellenistico-romana. Lo svuotamento temporaneo del bacino rappresenta la condizione operativa per accedere al contesto normalmente sommerso. [web:20]

L’Istituto Centrale per l’Archeologia contribuisce anche sul piano metodologico. Il suo intervento riguarda l’archeologia in contesti confinati, comprese cavità naturali e artificiali. Il cantiere di Pertosa riunisce quindi ricerca archeologica, competenze speleologiche, gestione dell’acqua e documentazione dei materiali. [web:20]

Museo Speleo-Archeologico e culto di San Michele: la restituzione della ricerca

Il Museo Speleo-Archeologico rende accessibili i risultati attraverso tre nuclei principali. Il primo riguarda la palafitta. Il secondo presenta la vita quotidiana nell’età del Bronzo. Il terzo affronta i riti e l’uso sacro della cavità. Reperti, ricostruzioni a grandezza naturale e apparati multimediali permettono di collegare le testimonianze alle attività umane. [web:13]

Il percorso dedicato alla sacralità comprende la preistoria, l’età ellenistico-romana e il Medioevo. Arriva fino al culto di San Michele Arcangelo, ancora legato alla grotta. La sequenza mostra il ripresentarsi dell’uso religioso del luogo in epoche diverse, accanto alle trasformazioni delle pratiche e dei riferimenti culturali. [web:13]

La relazione tra grotta e museo ha anche una funzione didattica concreta. Il visitatore osserva il paesaggio sotterraneo e trova poi gli strumenti per comprenderne i reperti. Le proposte per le scuole della Fondazione MIdA si inseriscono in questa continuità tra luogo della ricerca e divulgazione. La storia delle Grotte di Pertosa-Auletta diventa così leggibile attraverso strutture, oggetti e resti ambientali, ciascuno con il proprio contributo alla ricostruzione del passato. [web:11][web:13]

Fonti dell’articolo e della relazione

  1. Fondazione MIdA, “Scuole e viaggi d’istruzione”. Offerta educativa, laboratori e integrazione tra grotte e musei.
    https://fondazionemida.com/scuole-viaggi-d-istruzione
  2. Fondazione MIdA, “Grotte di Pertosa-Auletta – MIdA per le scuole”. Visite guidate e contenuti didattici.
    https://fondazionemida.com/didattica/le-grotte-pertosa-auletta
  3. Fondazione MIdA, “Museo Speleo-Archeologico”. Sezioni espositive, vita quotidiana, palafitta e riti sacri.
    https://fondazionemida.com/museo-speleo-archeologico
  4. Fondazione MIdA, “Gli scavi archeologici nelle Grotte di Pertosa-Auletta”. Indagini del 1898, campagne 2009 e 2013, trasformazioni del giacimento.
    https://fondazionemida.com/approfondimenti/gli-scavi-archeologici-nelle-grotte-di-pertosa-auletta
  5. Alessia Fuscone, “Grotta Pertosa. I materiali ceramici degli ‘Scavi Patroni’ conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli”, IpoTESI di Preistoria, 16(1), 2023, pp. 75-120. DOI: 10.6092/issn.1974-7985/16645.
    https://ipotesidipreistoria.unibo.it/article/view/16645
  6. “A Radiocarbon Chronology for ‘Grotte di Pertosa’ in Campania, Southern Italy”, Radiocarbon, pubblicazione online 11 dicembre 2023; volume 66(6), dicembre 2024, pp. 1707-1717.
    https://www.cambridge.org/core/journals/radiocarbon/article/radiocarbon-chronology-for-grotte-di-pertosa-in-campania-southern-italy/C5DFE85D930A514072C46986004EB919
  7. Francesco Breglia e Girolamo Fiorentino, “Human-environment interaction in the Bronze Age pile-dwelling cave settlement of Grotte di Pertosa (Southern Italy)”; Francesco Breglia, Arianna Sellitto e Girolamo Fiorentino, “Human-environment interaction during the Protohistory in the Vallo di Diano (Southern Italy): new data from archaeobotanical analyses”. Contributi negli atti della diciottesima conferenza dell’International Workgroup for Palaeoethnobotany, pp. 166-167 del documento consultato.
    http://siba-ese.unisalento.it/index.php/iwgp/article/download/20560/17423
  8. Fondazione MIdA, archivio di comunicazioni sulle ricerche archeologiche 2025, sul programma 2025-2027 e sulla campagna annunciata per gennaio 2026.
    https://fondazionemida.com/tag/grotte/page/2
  9. Scintilena, “Scoperte Lucerne e palafitte nelle Grotte di Pertosa-Auletta”, 18 dicembre 2025.
    https://www.scintilena.com/scoperte-lucerne-e-palafitte-nelle-grotte-di-pertosa-auletta/12/18/
  10. Scintilena, “Scavi archeologici aperti al pubblico nelle Grotte di Pertosa-Auletta”, 14 novembre 2025.
    https://www.scintilena.com/scavi-archeologici-aperti-al-pubblico-nelle-grotte-di-pertosa-auletta/11/14/

L'articolo Grotte di Pertosa-Auletta, la scuola entra nella montagna: scienze e archeologia nello stesso viaggio proviene da Scintilena.

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Alla scoperta del Cansiglio sotterraneo con il progetto didattico “La montagna capovolta”

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di Barbara Grillo Radicio

Si chiama «La Montagna capovolta» il progetto didattico che in questo anno scolastico 2026/27 coinvolgerà le classi prime della Scuola Secondaria di Primo Grado dell’Istituto Comprensivo dell’Alpago.

Il progetto ha l’obiettivo di stimolare la curiosità degli alunni avvicinandoli alla conoscenza della natura geologica e speleologica del Cansiglio, che pur essendo vicino all’Alpago, rimane per molti sconosciuta.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra il gruppo Speleoteam – CAI di Conegliano e il CAI Alpago e si inserisce nel programma ormai consolidato di «Montagna amica e sicura», arricchendolo con esperienza nel mondo ipogeo.

Il progetto prevede una prima fase in classe, curata da Maria Giovanna Campanella, e una successiva uscita in Cansiglio nella primavera del 2027 coordinata da Barbara Grillo e tutto il gruppo.

L’idea è maturata in occasione dell’escursione e inaugurazione, il 14 giugno, del pannello dedicato al geosito “Doline e Abissi del Cansiglio”, che fa parte di un progetto coordinato dalla geologa Barbara Grillo, socia di Speleoteam, in collaborazione con i Comuni di Caneva e Polcenigo e con la Regione Friuli Venezia Giulia, attraverso il Servizio geologico regionale.

In quell’occasione numerosi appassionati, tra cui membri del CAI Alpago, avevano percorso il sentiero geologico degli “Abissi del Cansiglio”, che consente di conoscere il fenomeno carsico e di osservare alcune delle principali grotte dell’area geosito che caratterizzano il Massiccio del Cansiglio – Cavallo.

In tutta la montagna si contano circa 200 cavità, di cui una trentina situate nella zona scelta come rappresentativa del carsismo locale con importanza nazionale. 

Tra quelle più conosciute ci sono il Bus de la Lum, profondo 186 metri, e l’Abisso del Col de la Rizza, che con i suoi 794 metri di profondità rappresenta la cavità più profonda del Friuli Occidentale, i cui ingressi sono raggiungibili durante il percorso geologico.

Le cavità sono quasi tutte a sviluppo verticale e l’unica che ancora si presta a una visita di avvicinamento per capire la speleologia con limitato impegno tecnico e attrezzatura è la Grotta degli Slipari, che viene spesso usata per attività didattiche. Ha un andamento sub-orizzontale con uno sviluppo di qualche centinaio di metri.

Oltre alla visita alla grotta, si farà una passeggiata nel bosco, grazie al sentiero geologico arricchito da pannelli informativi che illustrano le caratteristiche geologiche e speleologiche del territorio grazie a una collaborazione tra i Comuni di Caneva e Polcenigo, la Magnifica Comunità di Montagna, i gruppi speleologici di Conegliano, Pordenone e Sacile, la Federazione speleologica regionale del Friuli Venezia Giulia, il CAI e la Società Speleologica Italiana. 

Il percorso si intreccia con il sentiero didattico dei forestali LIFESPAN, che si occupa di mostrare come la vita e la biodiversità riprende dalle piante morte, ed è gestito dal Corpo forestale regionale del Friuli Venezia Giulia.

Il progetto si chiama “Montagna Capovolta” perché non c’è una cima da raggiungere, un sentiero da percorrere o un bosco da attraversare, ma anche un mondo nascosto da conoscere e rispettare.

Testo rielaborato da Barbara Grillo per conto di Scatolini 🙂 e tratto da: https://www.newsinquota.it/la-montagna-capovolta-entra-in-classe-alla-scoperta-del-cansiglio-sotterraneo/

 

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Tina Jama, una piccola grotta del Carso custodisce un accampamento organizzato di 8.000 anni fa

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Nella cavità di Sgonico/Zgonik, lunga appena 5,5 metri, gli archeologi hanno raggiunto i livelli del Mesolitico recente: un’ascia in corno di cervo, armi, ornamenti, ocra e il dente da latte di un bambino raccontano le ultime comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Adriatico nord-orientale

Scintilena ha già dato notizia nei giorni scorsi dei nuovi ritrovamenti nella grotta Tina Jama, sul Carso triestino. Torniamo ora sulla scoperta con un approfondimento dedicato alla cavità, alla sua lunga stratigrafia archeologica e alle testimonianze lasciate dalle comunità che la frequentarono migliaia di anni fa.

Non occorre una grande grotta per conservare una grande storia. La Tina Jama, sul Carso triestino nel territorio di Sgonico/Zgonik, è una cavità di dimensioni modeste: secondo il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia ha uno sviluppo planimetrico di appena 5,5 metri, una profondità di 1,2 metri e l’ingresso a 473 metri di quota.

Eppure il deposito accumulato al suo interno sta restituendo una delle sequenze archeologiche più interessanti per comprendere la preistoria dell’Adriatico nord-orientale.

La quarta campagna di scavo, condotta nel 2026, ha raggiunto ricchi livelli attribuiti al Mesolitico recente, immediatamente precedenti alle testimonianze dei primi gruppi neolitici.

Tra i reperti spicca una rara ascia realizzata in corno di cervo, sulla quale è ancora visibile una perforazione rimasta incompleta. Manufatti confrontabili sono conosciuti soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale, mentre in Italia esempi analoghi risultano estremamente rari.

Accanto all’ascia sono comparsi piccoli manufatti in pietra, elementi trapezoidali impiegati nelle armature delle frecce e scarti prodotti durante la loro lavorazione, oltre a punte in osso.

Un secondo oggetto in corno di cervo, lungo circa 11 centimetri e attraversato da perforazioni, potrebbe essere stato utilizzato per raddrizzare le aste delle frecce, anche se la sua funzione dovrà essere verificata attraverso ulteriori studi.

Ornamenti, ocra e strumenti di caccia

Il deposito racconta molto più della tecnologia utilizzata per la caccia.

Sono stati recuperati ornamenti ricavati da conchiglie marine e d’acqua dolce e canini atrofici di cervo perforati per essere utilizzati come pendagli. Uno di questi conserva tracce di ocra.

La stessa sostanza è stata individuata in diversi punti dello scavo e, in alcuni casi, è associata a residui di adesivi ancora presenti sugli strumenti in selce.

Sono tracce minuscole, ma capaci di fornire informazioni sulle tecniche di lavorazione degli utensili e, più in generale, sulla vita quotidiana delle comunità che utilizzarono la cavità.

Il dente di un bambino

Tra i ritrovamenti più significativi c’è anche un dente umano da latte.

Un reperto piccolissimo, ma potenzialmente molto importante. Il suo studio potrebbe fornire nuove informazioni sulle popolazioni che frequentavano il Carso alla fine del Mesolitico, una fase ancora scarsamente documentata nell’area.

La presenza del dente aggiunge inoltre un elemento umano particolarmente suggestivo al quadro ricostruito dagli archeologi: nella grotta non sono rimasti soltanto gli strumenti della caccia e della vita quotidiana, ma anche una traccia diretta delle persone che vi trovarono riparo quasi ottomila anni fa.

Un accampamento dentro la grotta

Una parte dei reperti proviene da quella che gli archeologi interpretano come la traccia di un vero accampamento mesolitico.

L’area era organizzata attorno a un focolare nella zona più protetta della cavità e risultava delimitata, verso l’ingresso, da pietre e blocchi.

La possibilità di leggere non soltanto singoli oggetti, ma anche l’organizzazione dello spazio occupato dagli uomini preistorici, rende Tina Jama particolarmente interessante per lo studio delle ultime comunità di cacciatori-raccoglitori del Caput Adriae.

La ricerca riguarda infatti una fase cruciale della preistoria europea: il passaggio dal mondo dei cacciatori-raccoglitori a quello delle comunità che praticavano agricoltura e allevamento.

Secondo gli studiosi, i primi gruppi neolitici raggiunsero il Carso seguendo la costa dalmata e istriana circa 7.500 anni fa.

Proprio le ultime comunità mesolitiche potrebbero aver avuto un ruolo importante nei cambiamenti che accompagnarono questo processo, ma le loro tracce nel Carso e in Istria sono spesso discontinue o disturbate.

Tina Jama conserva invece una sequenza archeologica particolarmente ricca.

Una cavità frequentata per millenni

Gli scavi degli anni precedenti avevano già mostrato quanto lunga fosse la storia umana della grotta.

Le ricerche hanno infatti documentato diversi momenti di frequentazione preistorica. Tra i reperti più noti emersi dalle campagne precedenti figura anche un raro pugnale in rame di oltre 4.000 anni fa, riferibile alla seconda metà del III millennio a.C.

Strato dopo strato, le indagini stanno quindi ricostruendo una storia che attraversa millenni, dalle frequentazioni mesolitiche alle successive fasi neolitiche, eneolitiche e dell’età dei metalli.

Tina Jama e la speleologia

Anche la storia speleologica della cavità presenta alcuni elementi curiosi.

La Tina Jama è registrata nel Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 6479 e la sigla locale 6189 VG.

La grotta era stata segnalata negli anni Settanta, ma con una posizione largamente errata. Fu rintracciata nuovamente negli anni Novanta da Elio Polli.

Il Catasto descrive una cavità costituita da un unico vano con fondo terroso, un tempo più ampia e utilizzata in passato anche come ricovero per gli ovini.

Una cavità apparentemente modesta che, grazie alle ricerche archeologiche, si sta invece rivelando un archivio straordinariamente complesso.

Tracce di caccia, tecnologia, alimentazione, ornamento e presenza umana permettono oggi di ricostruire il momento in cui, sul Carso, stava cambiando radicalmente il modo di vivere e di utilizzare il territorio.

Le indagini sono condotte dall’Università Ca’ Foscari Venezia, su concessione del Ministero della Cultura, in collaborazione con l’Institute of Archaeology dello ZRC SAZU di Lubiana, l’Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics, l’Università degli Studi di Siena e la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia.

Fonti:

  • Il Piccolo
  • Università Ca’ Foscari Venezia
  • Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per il Friuli Venezia Giulia
  • Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia

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Quasi senza fine premiato a Málaga: il Buco del Castello e la memoria del soccorso speleologico

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Il documentario di Giorgio Tomasi riceve il Premio speciale del pubblico all’Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026. La vicenda di Roncobello del 1966 riapre il racconto delle origini del soccorso speleologico italiano, fino alle trasformazioni seguite al terremoto dell’Irpinia e alla tragedia di Vermicino.

Quasi senza fine: il premio del pubblico al festival ASEDEB 2026

Quasi senza fine, il documentario diretto da Giorgio Tomasi sulla tragedia del Buco del Castello, ha ottenuto il Premio speciale del pubblico come Miglior Documentario all’Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026. Selezionato nella Sezione ufficiale in concorso, nella categoria Lungometraggi di Speleologia, il film è stato proiettato sabato 10 ottobre alla presenza del regista. Il riconoscimento porta all’attenzione del pubblico una vicenda centrale nella storia del soccorso speleologico italiano.

Il festival si è svolto a Málaga dal 10 al 12 ottobre 2026. Lo ha organizzato l’Asociación Española de Espeleología y Barrancos, ASEDEB. Il concorso comprende opere dedicate alla speleologia, alla speleosubacquea e al canyoning. Il regolamento distingue i premi della giuria dai riconoscimenti assegnati dal pubblico.

La manifestazione nasce per diffondere il racconto audiovisivo degli ambienti sotterranei e delle forre. Accanto all’esplorazione, il progetto valorizza la collaborazione tra i partecipanti, la conoscenza degli ecosistemi e il rispetto degli ambienti naturali.

Quasi senza fine e le testimonianze del Buco del Castello

Il film ricostruisce quanto accadde nell’aprile 1966 al Buco del Castello. La grotta si apre a Roncobello, in alta Val Brembana, in provincia di Bergamo. Il racconto segue le giornate dell’emergenza attraverso le voci dei protagonisti e dei soccorritori. Le testimonianze restituiscono l’attesa, i tentativi di raggiungere gli speleologi bloccati e le difficoltà del recupero.

Quasi senza fine è un’opera autogestita e autofinanziata. Secondo le informazioni della produzione, il lavoro ha richiesto oltre due anni e la collaborazione di numerosi amici. Il documentario aveva già incontrato il pubblico italiano nel 2025. Una proiezione a Bergamo fu annunciata con il contributo della Provincia e il patrocinio della Federazione Speleologica Lombarda, del CNSAS e della Società Speleologica Italiana.

Il 18 dicembre 2025 il Gruppo Speleologico Bolognese ha organizzato una proiezione alla Mediateca di San Lazzaro di Savena. Ad accompagnare Giorgio Tomasi erano Sergio Orsini e Aurelio “Lelo” Pavanello, partecipanti alla spedizione del 1966. Il confronto con i testimoni lega il film alla memoria della comunità speleologica.

Buco del Castello: l’esplorazione del 1966 diventa un’emergenza

Conosciuto dagli speleologi lombardi dal 1956, il Buco del Castello fu interessato nel 1966 da nuove esplorazioni dei bolognesi. Durante le uscite primaverili vennero affrontati il grande pozzo e i salti successivi. La spedizione del ponte del 25 aprile prevedeva di proseguire l’esplorazione, rilevare la cavità e recuperare il materiale durante l’uscita.

Una piena del corso d’acqua sotterraneo impedì a quattro speleologi di risalire. Il passaggio verticale divenne impraticabile. I compagni rimasti più in alto raggiunsero l’esterno e attivarono i soccorsi. L’emergenza richiamò uomini e materiali da diversi gruppi italiani.

Durante il tentativo di raggiungere i bloccati, Luigi Donini e Carlo Pelagalli precipitarono nel pozzo investito dall’acqua. Entrambi persero la vita. I quattro speleologi inizialmente intrappolati furono salvati. L’intervento si concluse con il recupero delle salme, tra il 30 aprile e il 1° maggio.

Soccorso speleologico: una storia che precede Roncobello

La tragedia del Buco del Castello segnò il primo banco di prova del soccorso speleologico appena organizzato su scala nazionale. L’assemblea costituente si era svolta a Torino il 5 e 6 marzo 1966. Vi avevano aderito circa cento volontari, suddivisi in cinque gruppi. Roncobello mostrò quanto fosse necessario trasformare la disponibilità dei singoli in procedure condivise.

Il film porta questa storia fuori dalla sola memoria associativa. Il premio ottenuto a Málaga riguarda un racconto che unisce esplorazione, responsabilità e soccorso. La vicenda resta legata ai nomi di Donini e Pelagalli, ma anche al lavoro collettivo di chi contribuì al salvataggio. L’organizzazione nata in quegli anni sarebbe entrata nel Soccorso Alpino nel 1968. Nel 1990 la componente speleologica divenne parte integrante della struttura con l’attuale denominazione CNSAS.

Relazione: come si è costruito il soccorso speleologico in Italia

Soccorso speleologico italiano: dalla solidarietà alla struttura nazionale

La storia del soccorso speleologico italiano non coincide con un solo incidente. È un processo formato da esperienze locali, emergenze, collaborazione tra gruppi e riconoscimenti istituzionali. Il Buco del Castello ne rappresenta un passaggio decisivo. Irpinia e Vermicino appartengono a una fase successiva: quella della costruzione di un sistema nazionale capace di coordinare organizzazioni diverse. [web:33][web:8][web:32]

La distinzione cronologica chiarisce il rapporto fra questi eventi. Nel 1966 si organizzò il soccorso specialistico in grotta. Nel 1980 e nel 1981 maturò una più ampia consapevolezza pubblica sul coordinamento delle emergenze. Non si tratta di origini alternative. Sono livelli diversi di una stessa evoluzione: competenza tecnica, organizzazione operativa e integrazione nel sistema pubblico. [web:33][web:48][web:32]

Il precedente istituzionale era il Corpo Soccorso Alpino, costituito dal Club Alpino Italiano il 12 dicembre 1954. L’organizzazione riunì strutture territoriali già attive in montagna. Fra i promotori ebbero un ruolo centrale il medico Scipio Stenico e il presidente generale del CAI Bartolomeo Figari. La componente speleologica si sviluppò successivamente, con esigenze e tecniche proprie. [web:8]

Incidenti in grotta prima del 1966: i limiti del soccorso locale

La ricostruzione pubblicata dal GSB-USB e curata da Lelo Pavanello documenta diversi incidenti precedenti alla nascita del corpo nazionale. Nel 1955 Lucio Mersi morì all’Abisso Gachè, nel massiccio del Marguareis. Nel 1961 Adriana Androsoni perse la vita al Pozzo della Ventrosa, nel Lazio. Nel 1964 Marisa Bolla Castellani morì alla Spluga della Preta, sui Monti Lessini. [web:33]

I recuperi furono organizzati dai gruppi speleologici, talvolta con l’aiuto di colleghi provenienti da altre città. Esistevano capacità tecniche e una forte disponibilità al mutuo aiuto. Mancava una rete nazionale stabile. Materiali, allarmi e squadre dipendevano in larga misura dalle risorse reperibili in quel momento. [web:33]

Nel 1965 due morti accelerarono il cambiamento. Alla Grotta Guglielmo, sul Monte Palanzone, morì Gianni Piatti. Per il recupero fu necessario mobilitare speleologi di più regioni. L’operazione richiese sei giorni e mise in evidenza la carenza di attrezzature specifiche. Poco dopo Eraldo Saracco perse la vita nella grotta Su Anzu, in Sardegna. Gli amici del Gruppo Speleologico Piemontese diedero nuovo impulso alla costituzione di una struttura dedicata. [web:33]

Torino 1966: nasce il Corpo di Soccorso Speleologico

Il passaggio dalle intenzioni all’organizzazione avvenne attraverso il confronto tra gruppi. Il 19 settembre 1965, a Formigine, Giulio Badini presentò una relazione sull’opportunità di creare un Corpo di Soccorso Speleologico. L’intervento si svolse nell’ambito del sesto congresso speleologico dell’Emilia-Romagna. Il gruppo torinese sostenne una parte rilevante del lavoro organizzativo. Altri gruppi misero a disposizione sedi e materiali. [web:33]

L’assemblea del 5 e 6 marzo 1966 a Torino riunì circa cento volontari. La prima struttura comprendeva cinque gruppi operativi. Il numero descrive una rete ancora contenuta, ma già orientata a superare l’isolamento delle realtà locali. [web:33]

La scelta fondamentale era la condivisione. Squadre provenienti da luoghi diversi dovevano poter lavorare insieme. Servivano metodi compatibili, materiali adeguati e responsabilità riconoscibili. Il soccorso non poteva dipendere soltanto dall’esperienza individuale degli esploratori. Questa esigenza sarebbe rimasta centrale anche nei congressi e nelle esercitazioni successive. [web:33]

Buco del Castello 1966: il primo banco di prova nazionale

L’emergenza di Roncobello arrivò poche settimane dopo l’assemblea costituente. Quattro uomini erano bloccati sotto un pozzo attraversato da una piena. Le comunicazioni a voce erano ostacolate dal fragore dell’acqua. Un fraintendimento fece ritenere che uno degli intrappolati fosse ferito. [web:7]

Luigi Donini e Carlo Pelagalli entrarono per portare aiuto e materiali. Nel tentativo di raggiungere i compagni caddero e subirono lesioni gravissime. Pelagalli non sopravvisse. Per Donini vennero tentate cure e manovre di recupero, ma anche lui morì durante l’emergenza. La tragedia trasformò un blocco provocato dalla piena in un intervento con soccorritori gravemente feriti. [web:7]

Gianni Ribaldone riuscì a raggiungere gli uomini dopo lo spostamento dell’attacco delle scale. Partecipò anche al trasferimento di Donini oltre il pozzo, trasportandolo sulle spalle con un sacco Gramminger. Alle operazioni contribuirono speleologi di numerose città, sanitari, il Soccorso Alpino bergamasco e minatori chiamati ad allargare alcune strettoie. [web:7]

La ricostruzione dell’intervento rende visibili problemi ancora fondamentali: comunicare con precisione, valutare la piena, assistere il ferito e rendere percorribile la via d’uscita. Roncobello confermò la necessità del corpo appena costituito. La disponibilità al soccorso doveva accompagnarsi a una preparazione organizzata e alla protezione delle squadre impegnate. [web:7][web:33]

Soccorso speleologico nel CAI: integrazione e addestramento comune

Nel 1968 il Soccorso Speleologico entrò nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino come sezione speleologica. L’inserimento diede una collocazione istituzionale alla rete nata due anni prima. La collaborazione con Bruno Toniolo, direttore del Soccorso Alpino, contribuì a questo percorso. [web:8][web:33]

Nel novembre 1969 si tenne a Trieste il primo congresso nazionale del Soccorso Speleologico. Il confronto riguardò sia le tecniche sia l’assistenza medica. Occorreva uniformare materiali e metodi, oltre a migliorare l’affiatamento fra volontari. Nel 1970 l’Antro del Corchia ospitò la prima esercitazione nazionale. Nel 1972 nacque il Bollettino, strumento di circolazione delle esperienze. [web:33]

L’addestramento comune permette di preparare il lavoro prima dell’incidente. Il problema non è soltanto raggiungere una persona in difficoltà. È organizzare l’assistenza e il trasporto lungo una cavità che può imporre pozzi, meandri e passaggi stretti. Lo sviluppo delle commissioni specialistiche e delle scuole risponde proprio a questa pluralità di esigenze. [web:39]

Terremoto in Irpinia: la coscienza nazionale del coordinamento

Il 23 novembre 1980 un terremoto di magnitudo 6,9 colpì Campania, Basilicata e marginalmente Puglia. Il Dipartimento della Protezione Civile riporta 2.734 vittime e 688 comuni gravemente danneggiati. L’ampiezza dell’emergenza mise in evidenza difficoltà e ritardi nella gestione dei soccorsi. [web:48]

Il presidente della Repubblica Sandro Pertini visitò i luoghi colpiti. Nel messaggio televisivo del 26 novembre denunciò le carenze dell’intervento statale e sollecitò la mobilitazione del Paese. Dopo i primi giorni, Giuseppe Zamberletti fu nominato commissario straordinario e riorganizzò i soccorsi, rafforzando il rapporto con i sindaci. [web:48]

Per la storia del soccorso speleologico, il significato dell’Irpinia riguarda il quadro generale dell’emergenza. Il corpo specialistico esisteva già. Il terremoto rese evidente che le singole competenze dovevano inserirsi in un coordinamento più ampio. La riflessione avviata in quei mesi contribuì alla nomina di Zamberletti a ministro per il Coordinamento della Protezione Civile nel febbraio 1982 e alla successiva istituzione del Dipartimento. [web:8][web:48]

Vermicino 1981: il soccorso nel pozzo e l’impatto pubblico

Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi, sei anni, cadde in un pozzo artesiano presso Frascati. Il pozzo era largo circa 30 centimetri e profondo 80 metri. Il bambino fu inizialmente localizzato a 36 metri. Non si trattava di una grotta naturale, ma di una cavità artificiale estremamente stretta. [web:32]

Le operazioni coinvolsero i Vigili del Fuoco e altri soccorritori, compresi speleologi. Vennero tentate diverse soluzioni, fra cui uno scavo con una trivella. Il 12 giugno arrivò sul posto anche Pertini. Il bambino morì senza che fosse possibile riportarlo in superficie vivo. [web:32]

La vicenda entrò nelle case attraverso una diretta televisiva durata 18 ore. Il pubblico seguì i tentativi, le attese e l’esito dell’emergenza. La Protezione Civile considera Vermicino una tappa decisiva nella presa di coscienza dei limiti del sistema e della necessità di coordinare meglio le risorse. [web:32]

Vermicino non segnò la nascita del soccorso speleologico. Ne mostrò al grande pubblico alcune competenze, dentro un’emergenza diversa dall’esplorazione in grotta. Insieme all’Irpinia, alimentò il dibattito che portò alla nuova organizzazione nazionale della Protezione Civile nel 1982. La lezione istituzionale riguardò il rapporto fra capacità specialistiche e direzione complessiva dell’intervento. [web:33][web:32]

CNSAS e Protezione Civile: le tappe del riconoscimento pubblico

Nel 1990 la componente speleologica divenne parte integrante dell’organizzazione, che assunse l’attuale denominazione di Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Nel 1991 zone e stazioni furono ricomprese nei servizi regionali e provinciali. La struttura territoriale acquistò così maggiore unitarietà. [web:8]

Il 1992 portò due passaggi rilevanti. La legge 162 introdusse provvedimenti a favore dei volontari e delle attività operative e addestrative. La legge 225 istituì il Servizio nazionale della Protezione Civile, individuando il CNSAS fra le strutture operative nazionali. [web:8]

La legge 74 del 2001 riconobbe la funzione di servizio di pubblica utilità del CNSAS. Rafforzò inoltre il rapporto con il sistema sanitario per il soccorso in montagna e nell’ambiente ipogeo. La legge 289 del 2002 attribuì di norma al CNSAS e al Bergrettungsdienst dell’Alpenverein Südtirol il soccorso negli ambienti indicati dalla norma e il coordinamento in presenza di altre organizzazioni, escludendo le grandi emergenze e calamità. [web:8]

Questa distinzione mantiene separati l’intervento specialistico ordinario e la gestione generale di una calamità. Il CNSAS opera nel sistema pubblico, in collaborazione con servizi sanitari e Protezione Civile. Le norme non cancellano le competenze degli altri enti. Definiscono ruoli e relazioni necessarie al lavoro congiunto. [web:8]

Soccorso speleologico oggi: territorio, sanità e specializzazioni

La pagina istituzionale del CNSAS descrive il Soccorso Speleologico articolato in 17 zone, generalmente corrispondenti alle regioni. Le zone sono suddivise in stazioni. La struttura consente di mantenere presìdi territoriali e di utilizzare competenze specialistiche nelle emergenze locali, nazionali o all’estero. [web:39]

Le commissioni affrontano aspetti distinti, ma collegati, dell’intervento:

  • La Commissione medica, costituita nel 1984, riunisce medici e infermieri con esperienza speleologica. Cura l’assistenza al paziente e l’uniformità di tecniche e materiali sanitari. [web:39]
  • La Commissione speleosubacquea, costituita nel 1984 e operativa dalla prima esercitazione del 1985, interviene nei tratti allagati e nelle acque confinate. [web:39]
  • La Commissione disostruzione, istituita nel 1992, opera sui passaggi che impediscono il transito della barella e studia metodi condivisi per questi interventi. [web:39]
  • La Commissione tecnica speleologica, formalizzata nel 1992, sperimenta dispositivi e materiali. Dal 2004 la Scuola Nazionale Tecnici del Soccorso Speleologico assume il compito formativo prima svolto dalla commissione nei corsi nazionali. [web:39]
  • La Commissione comunicazione e documentazione raccoglie e diffonde informazioni sulle esercitazioni e sugli interventi, attraverso gli addetti stampa delle delegazioni. [web:39]

Queste funzioni rendono concreto il concetto di organizzazione. Il sanitario deve raggiungere il paziente. Il ferito deve poter attraversare la cavità. Le squadre devono comunicare con la direzione delle operazioni. La soluzione richiede un lavoro integrato, non una sola abilità tecnica. [web:39]

Tecnologie per il soccorso in grotta: comunicazioni e trasporto

L’evoluzione riguarda anche gli strumenti. Il CNSAS descrive barelle scomponibili, dispositivi di protezione del ferito e sistemi di comunicazione dedicati. Il sistema Ermes consente di portare una connessione dati in grotta e di collegare il personale sanitario con specialisti esterni. Le linee telefoniche rimangono un altro elemento del collegamento fra interno ed esterno. [web:39]

La Commissione tecnica sviluppa inoltre sistemi per verificare le linee e collegare il telefono sotterraneo al campo base. Il campo interno modulare Estià risponde alle necessità di riposo, nutrizione e recupero dei tecnici impegnati nelle grotte profonde. La tecnologia sostiene quindi sia il paziente sia la continuità operativa delle squadre. [web:39]

Il confronto con il Buco del Castello mostra la continuità dei problemi. Nel 1966 il rumore dell’acqua ostacolò le comunicazioni. I passaggi stretti imposero lavori di allargamento. L’assistenza al ferito si intrecciò con un trasporto difficile. Le specializzazioni attuali affrontano, con strumenti e procedure evoluti, le stesse esigenze fondamentali dell’intervento sotterraneo. [web:7][web:39]

Dal Buco del Castello a Vermicino: le diverse radici di un sistema credibile

Gli incidenti del 1965 portarono a costruire una rete nazionale. L’assemblea di Torino le diede forma. Il Buco del Castello ne verificò subito le capacità e rese evidente il costo umano del soccorso. Congressi, esercitazioni e integrazione nel CAI consolidarono il percorso. [web:33][web:8]

Irpinia e Vermicino modificarono invece la coscienza pubblica dell’emergenza. Mostrarono la necessità di collegare le competenze operative a una responsabilità di coordinamento. Il riconoscimento legislativo e l’inserimento nella Protezione Civile completarono progressivamente questo quadro. [web:48][web:32][web:8]

La credibilità del soccorso speleologico italiano si fonda su questa convergenza. Esperienza sul terreno, formazione comune, ricerca tecnica, assistenza sanitaria e ruoli istituzionali lavorano insieme. Quasi senza fine conserva la voce di chi visse uno dei passaggi iniziali di tale storia. Il documentario riporta al centro una memoria che riguarda anche le condizioni del soccorso di oggi. [web:62][web:33][web:39]

Fonti consultate

Buco del Castello

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Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia

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Uno studio su nove grotte atlantiche spiega il paradosso della vulnerabilità. La biodiversità delle grotte marine italiane, dalla Grotta del Bue Marino alla Grotta Zinzulusa, richiede una tutela che consideri specie, funzioni ecologiche e circolazione delle acque.

Biodiversità delle grotte marine: la ricchezza non basta a garantire resilienza

Le grotte marine possono ospitare comunità ricche di organismi e restare fragili di fronte ai cambiamenti ambientali.

Una ricerca pubblicata nel 2026 su Marine Environmental Research individua una spiegazione precisa: molte combinazioni di caratteristiche ecologiche sono rappresentate da un solo taxon.

Se quel componente scompare, altri organismi della comunità potrebbero non svolgere un ruolo equivalente. [web:4]

Lo studio, intitolato “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, analizza nove grotte delle Canarie. Il lavoro è firmato da Yeray Gonzalez-Marrero, Antonio Canepa-Oneto, Sabrina Clemente, Javier Cristobo, Carlos Hernandez-Gonzalez, Aarón Herrero-Perez, Marina Adrover-Huesca e Vasilis Gerovasileiou. È stato pubblicato online il 13 febbraio 2026, con identificativo 107915 e DOI 10.1016/j.marenvres.2026.107915.

La notizia riguarda direttamente il modo di interpretare la biodiversità delle grotte marine. Il numero delle specie descrive la ricchezza di una comunità. La capacità di conservare i processi ecologici dipende anche da come quella ricchezza si distribuisce tra ruoli differenti.

Grotte marine atlantiche: onde e profondità organizzano le comunità

I ricercatori hanno esaminato 414 fotoquadrati, immagini di superfici delimitate usate per studiare gli organismi fissati al substrato. Hanno riconosciuto 126 taxa e analizzato sei tratti biologici. Il campionamento ha considerato più livelli: il contesto costiero, le condizioni locali e i settori interni delle grotte. [web:4]

L’energia delle onde è risultata il principale fattore tra quelli valutati alle scale del paesaggio marino e del sito. Ha spiegato il 34,5% delle associazioni tra tratti biologici e ambiente. L’intervallo di profondità ha contribuito per il 7,7%. Il mare esterno, quindi, concorre a definire la struttura ecologica delle cavità. [web:4]

Le analisi hanno individuato quattro sindromi funzionali, ossia raggruppamenti di caratteristiche biologiche che ricorrono insieme. Queste configurazioni riflettono compromessi ecologici. Tra gli esempi figura il contrasto tra organismi autotrofi e spugne che si alimentano mediante filtrazione attiva. Le diverse strategie rispondono in modo distinto alle condizioni ambientali. [web:4]

Vulnerabilità delle grotte marine: il 57% delle entità funzionali ha un solo rappresentante

A scala regionale, lo studio registra un indice di diversità di Shannon pari a 3,6 e una ricchezza funzionale di 1,93. Sono indicatori riferiti al campionamento e al metodo adottato. Non corrispondono a conteggi di specie o a percentuali. [web:4]

Il risultato centrale è un altro. Il 57% delle entità funzionali era rappresentato da un solo taxon. Un’entità funzionale raggruppa organismi con la stessa combinazione dei tratti considerati. Quando ha un unico rappresentante, manca una ridondanza funzionale rilevabile con quel sistema di classificazione. [web:4]

La biodiversità, quindi, non coincide automaticamente con una disponibilità di sostituti ecologici. Lo studio descrive un basso potenziale di resilienza funzionale, cioè una capacità limitata di mantenere o recuperare le funzioni dopo una perturbazione. Il dato riguarda la struttura delle comunità, non una percentuale di estinzione prevista. [web:4]

Zone semibuie delle grotte marine: il settore più vulnerabile

Le zone semibuie mostrano il valore più elevato di vulnerabilità funzionale, pari all’81%. Nel campione analizzato, questi ambienti di transizione risultano dunque particolarmente esposti alla perdita di combinazioni funzionali poco replicate. [web:4]

La vulnerabilità diminuisce quando aumenta la scala spaziale considerata. Parallelamente cresce la ridondanza. Una funzione rappresentata da un solo taxon in un settore può trovare altri rappresentanti quando si esamina un insieme più ampio di ambienti. Questa relazione sostiene l’importanza di considerare reti di grotte, insieme alla conservazione dei singoli siti. [web:4]

Biodiversità delle grotte marine italiane: Bue Marino e Zinzulusa come casi di riferimento

Il quadro atlantico offre una chiave di lettura anche per il Mediterraneo. La Grotta del Bue Marino, a Dorgali, e la Grotta Zinzulusa, presso Castro, ospitano sistemi costieri complessi. In entrambe, le relazioni tra mare, acque sotterranee e ambienti emersi contribuiscono alla varietà biologica. [web:46][web:30]

Nel Bue Marino, studi sui foraminiferi, descrizioni di nuove specie e monitoraggi delle acque collegano la fauna alla circolazione carsica. Nella Zinzulusa, crostacei sotterranei e la spugna Higginsia ciccaresei documentano il valore degli ambienti anchialini, connessi al mare attraverso il sottosuolo. [web:46][web:31][web:30]

Le percentuali della ricerca atlantica si riferiscono alle nove grotte studiate. Il principio ecologico amplia invece le domande da rivolgere ai siti italiani: quali organismi sostengono i processi dell’ecosistema, quali ruoli hanno pochi rappresentanti e come cambiano lungo i gradienti ambientali? La tutela della biodiversità delle grotte marine passa anche attraverso queste relazioni. [web:4][web:57]

Relazione di approfondimento: biodiversità delle grotte marine italiane dal Bue Marino alla Zinzulusa

Grotte marine italiane e ambienti anchialini: un mosaico tra mare e acquiferi

Le grotte marine italiane non costituiscono un habitat uniforme. Alcune sono completamente sommerse. Altre comprendono superfici emerse, camere d’aria e laghi. Nei sistemi carsici costieri possono incontrarsi acque marine e apporti continentali, con variazioni di salinità e ricambio idrico. [web:31][web:46]

Il termine anchialino indica ambienti acquatici costieri collegati al mare attraverso vie sotterranee, nei quali possono agire anche apporti di acqua dolce. La comunicazione idrica non richiede un’apertura superficiale diretta per ogni lago o camera interna. Il Bue Marino e la Zinzulusa permettono di studiare questo intreccio tra acquifero e mare. [web:30][web:43]

La distinzione è importante sul piano biologico. Una parete sommersa vicina all’ingresso può ospitare una comunità marina di spugne e altri invertebrati. Un lago interno può sostenere crostacei specializzati nelle acque sotterranee. Una sala emersa può accogliere artropodi terrestri e pipistrelli. Il valore del sistema deriva anche dalla coesistenza di questi ambienti. [web:31][web:30][web:46]

Il confronto tra cavità deve quindi mantenere distinte le componenti. La fauna marina fissata alle pareti, la fauna mobile delle acque e quella terrestre non rispondono agli stessi fattori. Sommarle in un’unica lista aiuta a descrivere il patrimonio complessivo, ma non esaurisce l’interpretazione dell’ecosistema. [web:4][web:31][web:30]

Grotta del Bue Marino: biodiversità costiera e connessioni con il Supramonte

La Grotta del Bue Marino si apre nelle falesie calcaree del Golfo di Orosei, nel territorio di Dorgali. Comprende i rami Nord, di Mezzo e Sud. La sua struttura alterna gallerie emerse, laghi e tratti sommersi, con prosecuzioni verso l’entroterra carsico. [web:46]

Il collegamento con Su Molente, realizzato nel 2013, e quello del 2016 tra Monte Longos e Su Molente hanno unito la parte costiera al sistema di Su Palu. I circa 70 chilometri raggiunti nel 2016 riguardavano l’intero complesso interconnesso, non il solo Bue Marino. Per la biodiversità, questa continuità rende essenziale considerare anche le acque provenienti dal bacino interno. [web:46]

Le condizioni cambiano tra rami e settori. Acque dolci, salmastre e marine partecipano alla formazione di habitat differenti. Le piene modificano flussi e trasporto di materiali. Le maree producono oscillazioni che possono propagarsi nelle porzioni allagate. La grotta è quindi un sistema dinamico, non un contenitore isolato. [web:46][web:43]

Il progetto di monitoraggio presentato da Scintilena nel 2023 prevede misure automatiche di livello idrico, temperatura e conducibilità elettrica. Questi parametri aiutano a ricostruire l’influenza delle maree e la distribuzione delle acque. Il lavoro coinvolge competenze speleologiche, idrogeologiche e biospeleologiche. [web:43]

Fauna del Bue Marino: spugne, foraminiferi e invertebrati sotterranei

Tra le specie descritte nel Bue Marino figura Protosuberites mereui, una spugna presentata nel 2016 su Zootaxa. Il materiale proviene dall’ambiente estuarino-anchialino della grotta. La descrizione ha integrato caratteri morfologici e analisi genetiche, contribuendo alla conoscenza delle spugne negli ambienti di transizione. [web:46]

Il patrimonio biologico comprende anche organismi terrestri. Typhloreicheia monacha, un coleottero carabide descritto nel 2011, proviene dalla cavità. Nel 2021 è stato descritto lo pseudoscorpione Chthonius marciai, con località tipica nella Grotta del Bue Marino. Questi esempi mostrano la necessità di osservare sia le acque sia gli ambienti emersi. [web:46]

Un ruolo rilevante nelle ricerche ecologiche spetta ai foraminiferi bentonici. Sono organismi unicellulari che vivono sul fondo. I loro gusci possono conservarsi nei sedimenti, offrendo informazioni sulle comunità attuali e su quelle del passato. Nel Bue Marino sono stati utilizzati per riconoscere settori con diversa influenza marina e differenti condizioni ambientali. [web:46]

Le indagini hanno distinto una zona d’ingresso, una di confluenza e una di transizione verso l’interno. Le associazioni biologiche dipendono da apporti idrici, disponibilità di materiale organico e caratteristiche dei sedimenti. La distanza dall’imboccatura è quindi una parte del quadro, non l’unico criterio ecologico. [web:46]

Bue Marino e foca monaca: il valore del rifugio costiero

Il nome della grotta richiama la foca monaca, Monachus monachus, che utilizzava la cavità come rifugio. La sua storia aggiunge una dimensione diversa alla biodiversità del sito: le grotte costiere possono offrire riparo anche a grandi vertebrati marini. [web:16][web:46]

La documentazione del sito di visita ricorda una frequentazione stabile fino agli anni Settanta e successivi avvistamenti. Questa presenza storica va distinta da una colonia attualmente insediata nella cavità. Il legame con la foca monaca resta importante per comprendere la funzione dei rifugi costieri e il rapporto tra conservazione e disturbo umano. [web:16]

Nel Bue Marino convivono dunque scale biologiche molto diverse. Il rifugio di un mammifero marino, i rivestimenti di una spugna e le comunità microscopiche del sedimento appartengono allo stesso sistema geografico. Richiedono osservazioni e strumenti di tutela differenti. [web:16][web:46]

Grotta Zinzulusa: biodiversità sotterranea e stratificazione delle acque

La Grotta Zinzulusa, presso Castro in provincia di Lecce, rappresenta un caso di riferimento per la biospeleologia degli ambienti costieri pugliesi. La documentazione scientifica descrive due bacini interni particolarmente importanti, La Conca e il Cocito, con condizioni idriche e comunità differenti. [web:30]

La Conca presenta acque più salmastre e ospita organismi di origine marina insieme a forme legate alle acque dolci. Il Cocito comprende una lente superficiale di acqua dolce sovrapposta ad acqua salmastra. Questa stratificazione contribuisce a separare habitat anche all’interno dello stesso bacino. [web:30]

Le esplorazioni del 1996 hanno individuato oltre il Cocito una prosecuzione sommersa di circa 110 metri. Il nuovo percorso ha ampliato la conoscenza della geometria della cavità e ha permesso ulteriori osservazioni faunistiche. L’esplorazione speleosubacquea ha quindi avuto un effetto diretto sulla ricerca biologica. [web:6][web:30]

La sintesi storica di Giuseppe L. Pesce riporta circa 60 specie e sottospecie, comprendendo organismi terrestri e acquatici. Il numero descrive l’inventario della documentazione considerata, non un conteggio delle sole specie marine. La ricchezza del sito comprende fauna dell’acquifero e ambienti emersi. [web:30]

Crostacei della Zinzulusa: la componente stigobia dell’acquifero

Fra gli organismi della Zinzulusa figurano Typhlocaris salentina, Spelaeomysis bottazzii, Stygiomysis hydruntina, Salentinella gracillima e Monodella stygicola. Appartengono a gruppi differenti di crostacei e documentano la varietà della fauna acquatica sotterranea salentina. [web:30]

Gli stigobi sono organismi obbligatoriamente legati alle acque sotterranee. Gli stigofili possono utilizzare questi ambienti senza dipenderne in modo esclusivo. La distinzione separa specializzazione ecologica e semplice presenza in grotta. Nella Zinzulusa, la documentazione distingue specie tipiche delle acque ipogee e forme con maggiore tolleranza alle variazioni ambientali. [web:30]

Le comunità dei bacini interni comprendono anche copepodi, ostracodi e altri piccoli organismi. La loro distribuzione rende evidente il rapporto tra biodiversità e caratteristiche dell’acqua. Un cambiamento nella salinità o nella circolazione può modificare la disponibilità di habitat per specie differenti. [web:30]

Per questa ragione, la conservazione della Zinzulusa deve includere il sistema idrico sotterraneo. La tutela della sola parte visibile della grotta non rappresenta l’intera dimensione ecologica del sito. La ricerca pubblicata nel 2001 su Natura Croatica richiama espressamente l’importanza di mantenere condizioni adeguate nell’acquifero. [web:36]

Higginsia ciccaresei: la spugna sotterranea della Zinzulusa

Higginsia ciccaresei è stata descritta nel 1998 da Maurizio Pansini e Giuseppe L. Pesce, su materiale della Zinzulusa. La specie rappresenta uno dei risultati delle ricerche condotte nelle porzioni sommerse interne. La revisione del 2023 sulle spugne delle grotte pugliesi ne conferma la rilevanza nel quadro regionale. [web:31]

La presenza di una spugna specializzata in un ambiente sotterraneo costiero amplia il significato della biodiversità della grotta. Non riguarda soltanto crostacei privi di pigmentazione o altri animali associati nell’immaginario alla vita ipogea. Comprende organismi filtratori e strategie biologiche meno evidenti al visitatore. [web:6][web:31]

La stessa revisione del 2023 aggiunge per la Zinzulusa una segnalazione di Terpios gelatinosus, specie frequente negli ambienti ombrosi. È utile distinguere i due risultati: Higginsia ciccaresei fu descritta come specie nuova; Terpios gelatinosus costituisce un nuovo dato di presenza nella cavità. [web:31]

Spugne delle grotte marine italiane: filtrazione e complessità dell’habitat

Le spugne costituiscono una componente dominante delle comunità fissate alle pareti di molte grotte marine mediterranee. La revisione del 2023 richiama 329 specie documentate in almeno 185 cavità del Mediterraneo, circa il 48% della diversità mediterranea dei poriferi. Queste cifre riguardano l’intero bacino. [web:31]

Per la Puglia, lo stesso lavoro riunisce dati di 26 grotte e registra 145 specie di spugne. Ne risultano 117 nelle Tremiti, 33 nel settore adriatico presso Bari e 73 nel Salento. I valori delle tre aree non vanno sommati, perché diverse specie sono condivise. [web:31]

Le spugne partecipano alla filtrazione dell’acqua e modificano la complessità dell’habitat. Uno studio mediterraneo pubblicato su Scientia Marina le descrive come “alberghi viventi”: ospitano fauna associata e offrono strutture utilizzabili da altri organismi. La loro funzione va oltre la semplice occupazione della parete. [web:20]

Questo rapporto aiuta a interpretare la vulnerabilità funzionale. La perdita di una specie può comportare anche la riduzione delle strutture e delle condizioni che offre ad altri animali. L’importanza ecologica di un organismo non dipende quindi soltanto dalla sua abbondanza o dalla superficie che ricopre. [web:20][web:4]

Pesci delle grotte marine italiane: rifugi e biodiversità aggiuntiva

Una ricerca pubblicata nel 2015 su PLOS ONE ha esaminato 14 grotte nelle aree marine protette di Capo Caccia, Lampedusa, Porto Cesareo e Plemmirio. Lo studio ha censito 38 specie di pesci all’interno delle cavità. Diciotto sono state osservate soltanto in grotta durante quel confronto con i fondali rocciosi esterni. [web:62]

Questa esclusività riguarda il campionamento, non significa che tutte le 18 specie vivano esclusivamente nelle grotte lungo l’intero areale. Il risultato dimostra che includere le cavità nei censimenti aumenta la rappresentatività degli inventari costieri. [web:62]

Apogon imberbis è stato rilevato in tutte le 14 grotte. Thorogobius ephippiatus in 13. Tra le specie osservate figurano anche piccoli gobidi, come Didogobius splechtnai e Gammogobius steinitzi, e predatori che utilizzano i rifugi durante il giorno, come il grongo Conger conger. [web:62]

Pareti, soffitti, fondi e settori terminali ospitano associazioni differenti. Le grotte non sono quindi semplici ripari intercambiabili. La loro morfologia contribuisce alla distribuzione dei pesci e al valore biologico della costa. [web:62]

Biodiversità delle grotte marine tra Liguria, Sardegna, Puglia e Sicilia

La sintesi mediterranea del 2021 registra 2.369 taxa in 404 grotte di 15 Paesi, entro un bacino nel quale sono note oltre 3.000 cavità marine. Anche in questo caso, si tratta di un quadro mediterraneo e non di un inventario nazionale italiano. [web:63]

In Liguria, la Grotta Marina di Bergeggi comprende porzioni emerse e sommerse, con passaggi, camere e piccoli bacini salmastri. Il sito mostra come una cavità costiera possa riunire condizioni ecologiche differenti in uno spazio relativamente contenuto. [web:70]

In Sardegna, il Bue Marino documenta il rapporto con l’acquifero carsico, mentre le grotte di Capo Caccia contribuiscono alla conoscenza della fauna marina e dei pesci. In Puglia, Tremiti e Salento offrono serie di dati sulle spugne e sui sistemi anchialini. In Sicilia e nelle Pelagie, Plemmirio e Lampedusa completano il confronto sulle comunità ittiche. [web:46][web:31][web:62]

La presenza di organismi legati a fessure, ambienti ombrosi e acque profonde contribuisce alla peculiarità delle comunità. Le condizioni di oscurità e scarsità alimentare possono rendere accessibili, a modesta profondità, alcuni aspetti ecologici normalmente associati ad ambienti più profondi. Non tutte le specie presenti sono cavernicole obbligate. [web:63][web:31]

Gradienti delle grotte marine: luce, cibo, idrodinamismo e salinità

La luce diminuisce procedendo verso l’interno. Le alghe si concentrano soprattutto nei settori dove resta possibile la fotosintesi. Più oltre, le comunità dipendono in larga parte da materiale organico trasportato dall’esterno e da organismi capaci di utilizzarlo. [web:31]

Il ricambio idrico regola una parte di questi apporti. Forma dell’ingresso, aperture secondarie, profondità e geometria delle gallerie influenzano circolazione e penetrazione della luce. In molti settori interni, il confinamento e la minore disponibilità di cibo riducono copertura biologica e biomassa. [web:31][web:63]

Nei sistemi anchialini si aggiunge la salinità. L’incontro tra acque differenti può produrre stratificazione, mentre maree e piene possono spostare le condizioni ambientali. Le comunità del Bue Marino e della Zinzulusa vanno interpretate entro questa dinamica tridimensionale. [web:30][web:43][web:46]

La zonazione biologica è quindi il risultato di più fattori che agiscono insieme. Non basta distinguere ingresso, penombra e buio sulla base della distanza. Occorre collegare ciascun settore alla sua geometria e al funzionamento delle acque. [web:46][web:63]

Cambiamenti climatici, specie introdotte e microplastiche nelle grotte marine

Il nuovo studio atlantico colloca la fragilità delle grotte nel contesto dei cambiamenti climatici e delle pressioni antropiche. La ricchezza tassonomica può coesistere con una scarsa ridondanza funzionale. Una perturbazione può quindi interessare ruoli ecologici con pochi rappresentanti. [web:4]

La letteratura mediterranea documenta anche la presenza crescente di specie introdotte. Una revisione pubblicata nel 2022 su Mediterranean Marine Science segnala che il loro numero nelle grotte censite è più che raddoppiato rispetto al precedente quadro di otto anni prima. Il dato riguarda l’insieme delle segnalazioni mediterranee, non una misura uniforme per ogni grotta italiana. [web:59]

Nel Bue Marino, una ricerca pubblicata nel 2023 su Marine Pollution Bulletin ha trovato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. I materiali comprendevano soprattutto frammenti e fibre di PVC e polietilene. Gli autori hanno indicato una provenienza presumibilmente più marina che legata agli apporti stagionali di acqua dolce. [web:72]

Le analisi hanno identificato polietilene anche nei gusci di foraminiferi agglutinanti. Durante la costruzione del guscio, questi organismi avevano incorporato particelle plastiche insieme ai granuli sedimentari. Il risultato dimostra l’ingresso delle microplastiche nella componente biologica dell’ambiente studiato, senza equivalere a una misura della tossicità sull’intera comunità. [web:72]

Conservazione delle grotte marine italiane: habitat 8330 e gestione del territorio

Le grotte marine sommerse e semisommerse rientrano nell’habitat 8330 della Direttiva Habitat 92/43/CEE. Sono habitat di interesse comunitario. La loro conservazione richiede di mantenere condizioni favorevoli per gli ambienti e le comunità che li caratterizzano. [web:31]

La protezione va collegata al funzionamento del sito. Per una grotta marina aperta contano le pressioni costiere e le attività nell’area dell’imboccatura. Per un sistema anchialino conta anche la qualità dell’acquifero e la conservazione dei suoi equilibri idrici. Nel Bue Marino e nella Zinzulusa, mare e territorio partecipano allo stesso sistema ecologico. [web:31][web:36][web:43]

La letteratura segnala inoltre il disturbo associato alle attività subacquee non regolate. Contatti con il substrato e risospensione dei sedimenti possono interessare organismi delicati e alterare le condizioni locali. Le modalità di frequentazione devono quindi essere commisurate alle caratteristiche delle cavità. [web:62]

Dalle ricerche emerge un’impostazione gestionale articolata:

  • considerare insieme cavità, imboccature e contesto costiero;
  • proteggere qualità e regime delle acque nei sistemi anchialini;
  • conservare settori diversi, comprese le zone semibuie;
  • integrare inventari delle specie e analisi dei ruoli ecologici;
  • organizzare monitoraggi ripetuti, con metodi comparabili nel tempo. [web:4][web:31][web:36][web:43]

Monitoraggio della biodiversità delle grotte marine: dalle fotografie alle funzioni

I fotoquadrati permettono di osservare copertura e distribuzione degli organismi fissati alle pareti. La ricerca del 2026 li combina con l’analisi dei tratti biologici. Gli strumenti statistici RLQ e Fourth Corner collegano dati ambientali, distribuzione dei taxa e caratteristiche degli organismi; GLM e GAMM aiutano a descrivere le relazioni ecologiche. [web:4]

Il monitoraggio italiano può affiancare a queste osservazioni misure di temperatura, salinità, conducibilità, livello idrico e caratteristiche dei sedimenti. Nel Bue Marino, le ricerche sulle acque e sui foraminiferi mostrano il valore di questa integrazione. Per i pesci, i censimenti visivi devono includere microhabitat differenti. [web:43][web:46][web:62]

La distinzione tra inventario e funzione resta centrale. Un elenco indica quali organismi sono stati osservati. L’analisi funzionale studia come partecipano ai processi ecologici. Una serie temporale permette infine di riconoscere cambiamenti, separando per quanto possibile oscillazioni naturali e pressioni esterne. [web:4][web:31]

La scala spaziale aggiunge un ulteriore livello. Più grotte possono conservare una diversità funzionale maggiore rispetto a un singolo settore. Questo non rende sostituibili i siti: ciascuno può ospitare combinazioni biologiche e condizioni ambientali specifiche. La conservazione deve tenere insieme valore locale e complementarità della rete costiera. [web:4][web:31]

Concetti chiave sulla biodiversità delle grotte marine: schede di ripasso

  • Che cosa distingue ricchezza tassonomica e ridondanza funzionale? La prima riguarda la varietà dei taxa; la seconda la presenza di più taxa con combinazioni equivalenti dei tratti analizzati. [web:4]
  • Che cosa caratterizza un ambiente anchialino? La connessione sotterranea con il mare, spesso associata ad apporti di acqua dolce e a gradienti di salinità. [web:30]
  • Perché Bue Marino e Zinzulusa sono rilevanti? Riuniscono ambienti marini, acquatici sotterranei ed emersi, con specie specializzate e relazioni idrogeologiche documentate. [web:46][web:30][web:31]
  • Perché un inventario da solo non misura la resilienza? Non descrive necessariamente quanti rappresentanti sostengano ciascuna combinazione funzionale né come rispondano alle perturbazioni. [web:4]

Fonti scientifiche e documentali

  1. Gonzalez-Marrero e collaboratori, 2026 — “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, Marine Environmental Research, 217, 107915. Scheda PubMed e DOI:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41713036/
    https://doi.org/10.1016/j.marenvres.2026.107915
  2. Longo, Giménez, Miscioscia e Corriero, 2023 — “Sponge Fauna of the Apulian Marine Caves (Southern Italy): Current State of Knowledge”, Diversity, 15, 641:
    https://www.mdpi.com/1424-2818/15/5/641
  3. Gerovasileiou e Bianchi, 2021 — “Mediterranean Marine Caves: A Synthesis of Current Knowledge”:
    https://www.taylorfrancis.com/chapters/oa-edit/10.1201/9781003138846-1/mediterranean-marine-caves-synthesis-current-knowledge-vasilis-gerovasileiou-carlo-nike-bianchi
  4. Bussotti, Di Franco, Francour e Guidetti, 2015 — “Fish Assemblages of Mediterranean Marine Caves”, PLOS ONE:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4395268/
  5. Romano e collaboratori, 2023 — “First record of microplastic in the environmental matrices of a Mediterranean marine cave (Bue Marino, Sardinia, Italy)”, Marine Pollution Bulletin:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36473244/
  6. “Sponges as ‘living hotels’ in Mediterranean marine caves”, 2016 — Scientia Marina:
    https://scientiamarina.revistas.csic.es/index.php/scientiamarina/article/view/1641
  7. Gerovasileiou, Bancila, Katsanevakis e Zenetos, 2022 — “Introduced species in Mediterranean marine caves: an increasing but neglected threat”, Mediterranean Marine Science:
    https://ejournals.epublishing.ekt.gr/index.php/hcmr-med-mar-sc/article/view/31284
  8. Giuseppe L. Pesce — documentazione biospeleologica della Grotta Zinzulusa; articolo del 2001 “The Zinzulusa cave: an endangered biodiversity ‘hot spot’ of South Italy”, Natura Croatica:
    https://www.luciopesce.net/gw/caves/zinzul1.html
    https://hrcak.srce.hr/file/45291
  9. Scintilena, 4 maggio 2023 — “Monitoraggio del Bue Marino: Studio delle influenze delle maree sulla biodiversità del maggiore sistema carsico sommerso del Mediterraneo”:
    https://www.scintilena.com/monitoraggio-del-bue-marino-studio-delle-influenze-delle-maree-sulla-biodiversita-del-maggiore-sistema-carsico-sommerso-del-mediterraneo/05/04/
  10. Scintilena, 12 ottobre 2026 — “Grotta del Bue Marino, nei sedimenti sommersi la storia di un ambiente di 6.000 anni fa”:
    https://www.scintilena.com/grotta-del-bue-marino-nei-sedimenti-sommersi-la-storia-di-un-ambiente-di-6-000-anni-fa/10/12/
  11. Grotta del Bue Marino — documentazione sulla presenza storica della foca monaca:
    https://www.grottabuemarino.com/il-bue-marino/
  12. Pro Loco Bergeggi — descrizione della Grotta Marina di Bergeggi:
    https://www.prolocobergeggi.it/liguria/the-bergeggi-marine-cave/
  13. FAI — scheda della Grotta Zinzulusa:
    https://fondoambiente.it/luoghi/grotta-zinzulusa
  14. “Taxonomic and functional surrogates of sessile benthic diversity in Mediterranean marine caves”, 2017 — studio sul monitoraggio ecologico non distruttivo:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5587111/

L'articolo Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia proviene da Scintilena.

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Grotte lunari, l’esplorazione a vista guida le missioni verso Marius Hills

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Uno studio su Acta Astronautica analizza otto pozzi vulcanici e individua configurazioni favorevoli per comunicazioni e osservazioni. Le grotte lunari entrano nella pianificazione delle missioni attraverso mappe di visibilità, modelli del terreno e simulazioni delle riprese.

Attenzione immagine di copertina di fantasia generata da AI

Grotte lunari: due algoritmi per scegliere dove atterrare e cosa osservare

L’esplorazione delle grotte lunari comincia prima della discesa nel sottosuolo. Comincia dalla scelta di un punto di atterraggio e dalla possibilità di mantenere un collegamento con il robot. Uno studio pubblicato nel 2026 su Acta Astronautica affronta questo problema con due algoritmi. Il primo misura la visibilità tra una piattaforma mobile e un lander. Il secondo ricostruisce le porzioni di parete e di cavità osservabili da una telecamera. [web:3]

Il lavoro, intitolato “Line-of-Sight as a key element of exploration missions into lunar volcanic pits, caves, and tubes”, è firmato da Ramon Margarit, Jordi Gómez Jodar, Anna Mittelholz, Valentin T. Bickel e Simon Stähler. La ricerca considera otto pozzi dei mari lunari, selezionati per la disponibilità di modelli digitali del terreno e di aree adatte alla valutazione dell’atterraggio. [web:3]

Al centro dell’analisi c’è la visibilità. La linea di vista, indicata con la sigla LoS, descrive un percorso geometrico non interrotto dal terreno. Per le piccole missioni robotiche è un requisito importante. Antenne compatte e disponibilità energetiche limitate rendono difficile compensare l’occultamento prodotto da pareti, bordi e rilievi. [web:3]

Pozzi vulcanici lunari: il terreno condiziona le comunicazioni

I pozzi vulcanici sono aperture prodotte dal collasso del terreno sopra un vuoto. Alcuni mostrano pareti verticali, tratti aggettanti e possibili prosecuzioni sotto la superficie. Attorno all’apertura può svilupparsi un imbuto di regolite. Il fondo contiene spesso blocchi e accumuli di materiale crollato. Questi elementi complicano sia il movimento sia l’osservazione. [web:72]

Il primo algoritmo utilizza modelli digitali del terreno, o DTM. Calcola quali punti restano visibili da una determinata posizione del lander. La valutazione tiene conto della geometria delle piattaforme e dell’altezza degli elementi coinvolti. Spostare il punto di atterraggio può quindi modificare sensibilmente l’area servita dal collegamento diretto. [web:3]

Le configurazioni più favorevoli raggiungono una copertura LoS del 90,3%. Tra gli esempi indicati figura una posizione prossima al pozzo di Marius Hills, a 14,085° di latitudine nord e 303,222° di longitudine est. La percentuale descrive la copertura geometrica nel dominio analizzato e nelle condizioni simulate. Non rappresenta una garanzia di collegamento radio continuo durante l’intera missione. [web:3]

Marius Hills: osservare a 30 metri di profondità senza scendere nel pozzo

Il secondo algoritmo impiega il ray-casting. Il metodo simula raggi che partono dalla telecamera e intersecano un modello tridimensionale. Consente di determinare quali superfici entrano nel campo visivo e quali restano nascoste. Lo studio applica questa procedura a un modello geometrico del pozzo di Marius Hills. [web:3]

I risultati mostrano che, da gran parte delle posizioni considerate, un robot potrebbe osservare fino a circa 15 metri di profondità. Questa configurazione non richiederebbe di attraversare pendii dell’imbuto superiori a circa 5°. Un esploratore progettato per il terreno dei pozzi, come quello previsto dal concetto LunarLeaper, potrebbe ottenere osservazioni più profonde. [web:3]

Con una telecamera collocata a circa 0,7 metri dal suolo e uno spostamento su una pendenza di circa 10°, il modello indica la possibilità di distinguere la prosecuzione cavernicola ipotizzata a circa 30 metri di profondità. Sono quote di osservazione, non profondità raggiunte dal robot. Il risultato riguarda inoltre la geometria simulata e non una ripresa già effettuata sul posto. [web:3]

LunarLeaper e grotte lunari: ricognizione dal bordo e geofisica di superficie

LunarLeaper è un concetto di missione sviluppato per studiare i pozzi attraverso un robot dotato di zampe. L’obiettivo è raggiungere terreni difficili vicino al bordo e integrare immagini con misure geofisiche. La strumentazione proposta comprende un radar per il sottosuolo, un gravimetro, una camera scientifica e uno spettrometro. Le zampe possono anche contribuire a esperimenti sulle proprietà meccaniche della regolite. [web:62][web:63]

La linea di vista mette così in relazione tre scelte. La prima riguarda il luogo di atterraggio. La seconda interessa il percorso del robot. La terza determina quali obiettivi scientifici possano essere osservati. Gli algoritmi dello studio forniscono strumenti per coordinare queste scelte nella preparazione delle missioni verso le grotte lunari. [web:3]


Relazione di approfondimento sulle grotte lunari: cavità osservate, scoperte e metodi di esplorazione

Grotte lunari e tubi lavici: origine e forme del sottosuolo

Le grotte lunari più studiate sono legate al vulcanismo e ai processi di collasso. Un tubo lavico può formarsi quando la parte esterna di una colata si raffredda e crea una copertura. La lava continua a scorrere sotto questa crosta. Quando il flusso diminuisce o si svuota, può rimanere un condotto. Il cedimento locale del tetto apre una finestra verso il sottosuolo, chiamata skylight. [web:21][web:29]

L’apertura e la galleria non sono la stessa struttura. Il pozzo è la parte visibile dall’orbita. Il condotto può proseguire lateralmente, sotto una copertura rocciosa. Il suo sviluppo dipende dalla storia della colata e dai crolli successivi. In altri contesti, le depressioni si trovano nei materiali fusi dagli impatti e poi solidificati. [web:72]

Questa distinzione è essenziale per leggere il paesaggio. Un allineamento di aperture può indicare una struttura sotterranea comune. Una singola depressione può invece corrispondere a un vuoto circoscritto. La classificazione combina forma, contesto geologico e osservazioni del fondo. [web:72][web:43]

Cavità lunari censite: centinaia di pozzi, origini differenti

Il censimento orbitale ha individuato centinaia di depressioni di collasso. Uno studio di Robert V. Wagner e Mark S. Robinson, pubblicato nel 2022 sul Journal of Geophysical Research: Planets, descrive quasi 300 pozzi. La maggioranza si trova in depositi di materiale fuso da impatto, all’interno di grandi crateri relativamente giovani, con età inferiori a circa un miliardo di anni. [web:72][web:76]

Gli autori hanno esaminato anche 21 pozzi esterni a questi depositi. Quattro presentano un contesto particolarmente indicativo di tubi lavici. Le altre strutture conservano interesse per l’accesso al sottosuolo e per la stratigrafia dei mari. Le pareti possono esporre successioni basaltiche per spessori di circa 20–100 metri. [web:72]

Il numero dei pozzi censiti non equivale quindi al numero di gallerie rilevate. È un inventario di aperture e depressioni riconoscibili nelle immagini. Il Pits Atlas di LROC raccoglie coordinate, dimensioni dell’imbuto, dimensioni interne e profondità. Questi parametri permettono di confrontare siti molto diversi senza ridurli a un’unica categoria. [web:78]

Marius Hills: dalla scoperta di Kaguya ai modelli tridimensionali

Il pozzo di Marius Hills si apre nell’Oceanus Procellarum, all’interno di una regione vulcanica attraversata da canali sinuosi. Fu individuato nelle immagini della missione giapponese SELENE, nota come Kaguya, e descritto nella letteratura scientifica nel 2009. Le successive riprese di LRO hanno documentato meglio il fondo e le pareti. [web:22][web:43]

La scheda attuale del Pits Atlas colloca il centro a 14,0917° nord e 303,2299° est. Riporta un imbuto di circa 79–92 metri e un’apertura interna di circa 49–55 metri. La profondità indicata, ricavata da modellazione stereoscopica, è di 40 metri. L’imbuto contribuisce per circa 10 metri al dislivello. [web:82]

Questi valori descrivono parti precise della struttura. Le dimensioni dell’imbuto non coincidono con quelle dell’apertura interna. Le stime delle prime immagini LROC riportavano invece circa 34 metri di profondità e dimensioni di 65 per 90 metri. Il rilievo stereoscopico offre una caratterizzazione successiva, utile per la pianificazione geometrica delle osservazioni. [web:11][web:82]

Il fondo appare relativamente piano, ma contiene blocchi. Vicino alla sua quota sono presenti piccoli aggetti su entrambi i lati. La struttura rende Marius Hills adatta a studiare insieme stratigrafia, collasso, accessibilità e possibile prosecuzione sotterranea. È anche il sito sul quale si concentra la simulazione delle riprese proposta dal nuovo studio sulla linea di vista. [web:82][web:3]

Tubi lavici di Marius Hills: radar Kaguya e gravità GRAIL

Nel 2017 un gruppo internazionale ha analizzato i dati del Lunar Radar Sounder di Kaguya nella regione di Marius Hills. Lo strumento trasmetteva onde a frequenze comprese tra 4 e 6 MHz. I ricercatori hanno individuato sequenze di echi compatibili con vuoti sotterranei: una diminuzione della potenza ricevuta seguita da un secondo picco marcato. [web:43]

Alcuni siti candidati seguono il canale sinuoso denominato rille A e il suo possibile prolungamento. La distribuzione degli indizi si estende verso sud-ovest per circa 50 chilometri. Le anomalie risultano inoltre associate, in diversi punti, a deficit di massa rilevati nei dati gravimetrici della missione GRAIL. [web:43][web:47]

Radar e gravimetria osservano proprietà differenti. Il radar registra riflessioni legate alle discontinuità del sottosuolo. Le misure gravitazionali evidenziano variazioni nella distribuzione della massa. La loro convergenza sostiene l’interpretazione di strutture cave regionali. L’estensione dei siti candidati non va confusa con il rilievo continuo di una galleria già percorsa. [web:43][web:47]

Mare Tranquillitatis: la scoperta radar di un condotto cavernicolo

Nel luglio 2024 Nature Astronomy ha pubblicato la ricerca “Radar evidence of an accessible cave conduit on the Moon below the Mare Tranquillitatis pit”. Lo studio ha fornito evidenza diretta di un condotto sotterraneo collegato al pozzo del Mare della Tranquillità. Il risultato deriva dalla rielaborazione dei dati acquisiti nel 2010 dal radar Mini-RF a bordo di LRO. [web:2][web:18]

Il gruppo comprende Leonardo Carrer e Lorenzo Bruzzone dell’Università di Trento, Riccardo Pozzobon dell’Università di Padova e La Venta, Francesco Sauro di La Venta, Davide Castelletti e Gerald Wesley Patterson. La ricerca integra elaborazione radar e interpretazione geologica di un ambiente non illuminato direttamente dal Sole. [web:17]

Una parte delle riflessioni provenienti dal pozzo è spiegata da un condotto che prosegue sotto la superficie per decine di metri. Le ricostruzioni riportate da Eos indicano un ingresso largo almeno 45 metri e uno sviluppo di circa 30–80 metri. A seconda della pendenza assunta, il tratto modellato raggiunge quote comprese fra 135 e 175 metri sotto la superficie. [web:2][web:13]

Il Pits Atlas assegna al pozzo una profondità di 105 metri. L’apertura interna misura circa 88–100 metri, mentre l’imbuto esterno arriva a circa 140–146 metri. Il condotto laterale appartiene dunque a una struttura più articolata della sola apertura visibile. La sua scoperta rende il sito un riferimento per l’esplorazione del sottosuolo lunare. [web:78][web:2]

Mare Ingenii e altri pozzi lunari: un quadro comparativo

Mare Ingenii, sulla faccia nascosta della Luna, ospita un altro pozzo di interesse scientifico. Le immagini LROC mostrano pareti stratificate. Ogni livello può documentare un episodio della storia vulcanica locale. La scheda del catalogo riporta un imbuto di circa 157–180 metri, un’apertura interna di 71–104 metri e una profondità di 55 metri. [web:11][web:78]

L’atlante comprende anche cavità nei mari Fecunditatis, Insularum, Moscoviense e Serenitatis, oltre a strutture nell’Oceanus Procellarum. Il confronto seguente utilizza i valori del catalogo LROC. Le dimensioni riguardano l’apertura interna, non l’intero imbuto. Le profondità sono quelle riportate per ciascuna scheda. [web:78] Sito Apertura interna riportata Profondità riportata Marius Hills 49–55 m 40 m Mare Tranquillitatis 88–100 m 105 m Mare Ingenii 71–104 m 55 m Central Mare Fecunditatis 100–122 m 42 m Mare Moscoviense 160–175 m 40 m Mare Serenitatis 17–21 m Oltre 25 m North Procellarum 2 155–160 m 43 m

Dati: Pits Atlas del Lunar Reconnaissance Orbiter Camera. Le misure non indicano lo sviluppo delle eventuali gallerie associate. [web:78]

Questa varietà modifica le esigenze delle missioni. Un pozzo piccolo e profondo richiede geometrie di ripresa diverse da una grande apertura. Aggetti e blocchi influenzano l’accesso. La posizione sulla faccia nascosta aggiunge esigenze specifiche di collegamento con l’esterno, oltre agli ostacoli prodotti dal terreno locale. [web:72][web:74]

Osservare le grotte lunari: immagini, fotogrammetria e radar

Le immagini orbitali costituiscono il primo livello di indagine. Riprese con illuminazioni diverse mostrano porzioni differenti delle pareti e del fondo. Le ombre aiutano a stimare i dislivelli. Le immagini oblique possono documentare superfici nascoste sotto un bordo aggettante. [web:11][web:43]

La fotogrammetria sfrutta immagini sovrapposte per ricostruire la geometria. Wagner e Robinson hanno prodotto modelli tridimensionali di sei interni utilizzando immagini della Narrow Angle Camera con risoluzione inferiore a due metri per pixel. Un successivo studio del 2024 ha ottenuto modelli di Marius Hills e Mare Tranquillitatis con risoluzione spaziale di due metri, combinando più coppie stereoscopiche. [web:72][web:73]

Il radar amplia l’indagine oltre le superfici illuminate. Le misure di Mini-RF hanno consentito di riconoscere il condotto di Mare Tranquillitatis. Il radar di Kaguya ha invece cercato discontinuità sotto il terreno circostante Marius Hills. Sono osservazioni complementari, acquisite con strumenti e geometrie differenti. [web:2][web:43]

Lo studio sulla LoS utilizza queste informazioni per una domanda operativa. Stabilisce dove collocare il lander e da quali posizioni osservare. La ricostruzione del paesaggio diventa così una base per pianificare il movimento e l’acquisizione dei dati. [web:3]

Temperatura delle grotte lunari e protezione della copertura rocciosa

Le cavità interessano anche la progettazione di infrastrutture permanenti. La copertura può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni. Le zone ombreggiate possono inoltre attenuare le escursioni termiche della superficie. Questi vantaggi spiegano l’interesse per ambienti sotterranei da caratterizzare con missioni dedicate. [web:21][web:74]

Una ricerca illustrata dalla NASA nel 2022, basata sui dati del radiometro Diviner e su modelli termici, ha studiato il pozzo di Mare Tranquillitatis. Le zone permanentemente ombreggiate analizzate mantengono temperature prossime a 17 °C. L’aggetto limita il riscaldamento diurno e la perdita di calore durante la notte. [web:21]

Il valore riguarda il sito e le condizioni modellate. Non è una temperatura attribuibile automaticamente a tutte le grotte lunari. La stessa comunicazione NASA confronta queste condizioni con temperature superficiali che possono raggiungere circa 127 °C di giorno e scendere fino a circa ?173 °C di notte. [web:21]

La funzione di riparo non elimina le necessità di un habitat. Restano da affrontare accesso, energia, comunicazioni, stabilità della roccia e condizioni operative del sottosuolo. La ricerca ESA tratta questi elementi come parti integrate della progettazione, insieme alla navigazione e alle misure scientifiche. [web:74]

Robot per le grotte lunari: LunarLeaper, DAEDALUS e prove sulla Terra

LunarLeaper privilegia la ricognizione dalla superficie. Il robot dovrebbe attraversare la zona del tubo ipotizzato, raggiungere il pozzo e combinare immagini con misure radar e gravimetriche. Questo approccio consente di studiare il sottosuolo senza richiedere subito una discesa lungo le pareti. Il programma rimane un concetto di missione in sviluppo. [web:67][web:63]

DAEDALUS affronta invece il problema dell’esplorazione verticale. Negli studi promossi dall’ESA, una sfera robotica dotata di camere e sistemi laser viene calata attraverso l’apertura. L’obiettivo è misurare le pareti e ricostruire l’ambiente tridimensionale. Alimentazione e trasmissione dei dati fanno parte dell’architettura di accesso. [web:74]

La preparazione comprende sperimentazioni terrestri. Nel settembre 2026 Scintilena ha raccontato il test di DaedalusCam in una cava basaltica dei Monti Lessini. La campagna ha impiegato quattro camere nella configurazione completa prevista per il sistema. Il lavoro riguarda riprese panoramiche, visione stereoscopica e ricostruzione geometrica. [web:29]

Gli analoghi terrestri permettono di verificare strumenti e procedure. Non riproducono integralmente l’ambiente lunare. Il loro contributo consiste soprattutto nella possibilità di confrontare le ricostruzioni con misure indipendenti e di correggere il sistema prima dell’impiego spaziale. [web:29]

Speleologia planetaria: dalle pareti basaltiche alla storia della Luna

Per la speleologia planetaria, le cavità lunari sono anche archivi geologici. Le pareti espongono successioni che la regolite nasconde in superficie. Osservare i contatti tra le colate aiuta a ricostruire la formazione della crosta basaltica. Strati di paleoregolite, se presenti, possono conservare informazioni sull’ambiente antico. [web:72][web:67][web:85]

Le missioni possono collegare scale diverse. Le immagini descrivono blocchi, livelli e aggetti. Il radar indaga la continuità dei vuoti. La gravimetria contribuisce a vincolarne la distribuzione. Le misure spettrometriche aggiungono informazioni sulla composizione. L’integrazione di questi strumenti permette di passare dall’apertura osservata a una ricostruzione geologica del sottosuolo. [web:62][web:67]

Il nuovo lavoro sulla linea di vista si inserisce in questo percorso. Affronta il collegamento pratico tra conoscenza del terreno e capacità del robot di raccogliere dati. Per esplorare le grotte lunari non basta individuare una cavità. Occorre anche raggiungere una posizione utile, mantenerne il collegamento e scegliere una geometria di osservazione compatibile con il mezzo. [web:3]

Fonti online e pubblicazioni scientifiche

Grotte Lunari

L'articolo Grotte lunari, l’esplorazione a vista guida le missioni verso Marius Hills proviene da Scintilena.

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Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima

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Gli speleotemi dei monti Uinta documentano la presenza e il disgelo del permafrost montano. Lo studio collega gli archivi delle grotte ai processi che trasformano il sottosuolo, dalle montagne americane alle voragini della Siberia e ai terreni vulcanici della Kamchatka.

Speleotemi e permafrost: la ricerca nelle grotte dello Utah

Le concrezioni di due grotte calcaree dello Utah settentrionale hanno permesso di ricostruire una storia del permafrost montano lunga 600.000 anni. Il risultato arriva da uno studio pubblicato su Quaternary Research, nel volume 131 del 2026, alle pagine 77–84. I ricercatori hanno utilizzato 108 datazioni uranio-torio degli speleotemi per individuare i periodi nei quali l’acqua liquida raggiungeva le cavità. La crescita delle concrezioni si concentra quasi interamente nelle fasi interglaciali. Le interruzioni corrispondono invece ai periodi glaciali, quando il terreno congelato ostacolava l’infiltrazione.

La ricerca riguarda i monti Uinta. Gli autori sono Jeffrey Munroe, Madison Wittmer, David McGee, Gabriela Serrato Marks, Kristin Kimble, Abigail Santis, Christoph Spötl e David Herron. Il gruppo riunisce competenze del Middlebury College, del Massachusetts Institute of Technology, dell’Università di Innsbruck e del servizio forestale statunitense. L’articolo è stato pubblicato online il 2 marzo 2026.

Permafrost montano e speleotemi: quando l’acqua torna a infiltrarsi

Gli speleotemi comprendono stalattiti, stalagmiti e altre concrezioni minerali delle grotte. Molte di queste strutture crescono quando l’acqua deposita carbonato di calcio. La presenza di acqua liquida costituisce quindi un requisito fondamentale per la loro formazione.

Nei monti Uinta, la sequenza delle età racconta l’alternanza fra condizioni favorevoli alla crescita e lunghi arresti. Durante le fasi fredde, il permafrost sopra le cavità limitava il passaggio dell’acqua. Nei periodi più caldi, il suo degrado consentiva la ripresa dell’infiltrazione e della deposizione minerale. Le grotte conservano così una registrazione indiretta delle condizioni termiche del sottosuolo.

Le 108 datazioni non corrispondono a 108 grotte né necessariamente ad altrettante concrezioni. Sono misure effettuate su speleotemi provenienti da due sistemi sotterranei indipendenti. La ricorrenza degli stessi raggruppamenti di età in più campioni rafforza l’interpretazione climatica del fenomeno.

Datazioni degli speleotemi e cicli del permafrost nel Quaternario

La crescita si concentra nei sottostadi isotopici marini MIS 5e, 7e, 9e, 11c e nello stadio MIS 13. Queste sigle identificano intervalli della cronologia climatica usata per confrontare le successioni del Quaternario. Nel lavoro corrispondono alle condizioni interglaciali che favorivano l’alimentazione idrica delle grotte.

Il metodo uranio-torio misura i rapporti fra isotopi radioattivi presenti nei carbonati. Consente di assegnare un’età alla deposizione delle concrezioni, anche per intervalli di centinaia di migliaia di anni. La qualità della ricostruzione dipende dalla conservazione del campione e dal controllo delle componenti iniziali di torio.

Il confronto fra le grotte e gli archivi paleoclimatici vicini indica una risposta regionale. Il permafrost montano si formava e si degradava seguendo i cicli climatici scanditi dalle variazioni orbitali terrestri. Le interruzioni degli speleotemi non rappresentano quindi soltanto una vicenda locale delle singole cavità.

Permafrost dei monti Uinta: il ruolo di un raffreddamento di 3–5 °C

I gradienti termici regionali indicano che un raffreddamento di circa 3–5 °C rispetto alle condizioni attuali sarebbe sufficiente a generare permafrost sopra le grotte studiate. Il dato riguarda questo specifico ambiente montano. Descrive la sensibilità del terreno alle variazioni climatiche e aiuta a interpretare le pause nella deposizione.

La ricerca fornisce un riferimento per i modelli climatici e per la valutazione dei rischi geomorfologici e idrologici. La degradazione del terreno congelato modifica infatti la stabilità dei versanti e la circolazione dell’acqua. Nelle aree carsiche, gli archivi delle grotte permettono di osservare questi rapporti su tempi molto più lunghi delle misurazioni strumentali.

Dalle grotte dello Utah al permafrost della Siberia

Il collegamento con la Siberia passa anche attraverso la speleologia. Nel 2013, una ricerca pubblicata su Science aveva utilizzato la crescita degli speleotemi lungo un transetto di grotte siberiane. L’obiettivo era ricostruire la storia del permafrost nelle condizioni climatiche del passato. Il lavoro dei monti Uinta estende questa prospettiva a un contesto montano nordamericano.

Sul terreno, il disgelo assume forme diverse. In Siberia produce depressioni termocarsiche, laghi, frane da disgelo e, in particolari condizioni geologiche, crateri da emissione di gas. In Kamchatka, il permafrost convive con depositi vulcanici, ghiaccio sepolto e sorgenti locali di calore. La relazione seguente approfondisce questi processi e distingue le loro conseguenze per il paesaggio e il sottosuolo.

Scioglimento del permafrost e voragini: relazione su Siberia e Kamchatka

Il disgelo del permafrost modifica la struttura dei terreni, la circolazione idrica e il ciclo del carbonio. Le voragini rappresentano una delle sue manifestazioni. Per comprenderle occorre distinguere la fusione del ghiaccio sotterraneo, le frane termiche e le espulsioni di gas in pressione.

Permafrost e strato attivo: che cosa cambia nel sottosuolo

Il permafrost è terreno che rimane a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi. Può comprendere suolo, sedimenti e roccia. Non identifica necessariamente un unico strato compatto di ghiaccio. La quantità e la distribuzione del ghiaccio variano da un luogo all’altro.

Sopra il permafrost si trova spesso lo strato attivo. Questa porzione superficiale disgela nella stagione calda e ricongela durante quella fredda. Il suo ispessimento consente al calore e all’acqua di raggiungere livelli prima protetti dal gelo persistente.

È quindi più preciso parlare di disgelo del terreno e fusione del ghiaccio contenuto al suo interno. La differenza chiarisce anche perché il riscaldamento non produca ovunque una voragine. I cedimenti più marcati richiedono depositi ricchi di ghiaccio, la cui fusione lascia una struttura incapace di conservare il volume precedente.

Un’indagine internazionale basata su 156 siti di monitoraggio ha documentato un’accelerazione della degradazione del permafrost fra il 2000 e il 2024. Le osservazioni comprendono regioni artiche, antartiche e di alta montagna. L’aumento dello spessore dello strato attivo mostra che la trasformazione interessa ambienti geograficamente diversi.

Termocarsismo e voragini del permafrost: come si formano

Il termocarsismo è l’insieme dei processi e delle forme prodotti dal disgelo di terreni ricchi di ghiaccio. Quando il ghiaccio fonde, il terreno si assesta in modo irregolare. Si formano avvallamenti, conche, solchi, scarpate e depressioni che possono raccogliere acqua.

La sequenza può svilupparsi attraverso passaggi collegati:

  • Il ghiaccio sotterraneo fonde e riduce il sostegno dei sedimenti.
  • La superficie si abbassa, spesso in modo disomogeneo.
  • L’acqua si concentra nelle depressioni e trasferisce calore al sottosuolo.
  • L’erosione rimuove il materiale scongelato e può esporre altro terreno ricco di ghiaccio.

Il processo non richiede sempre una cavità aperta preesistente. Molte depressioni nascono dall’assestamento dei sedimenti dopo la perdita del ghiaccio. Altre evolvono attraverso frane e arretramento delle pareti. Il termine giornalistico “voragine” può quindi riunire morfologie con origini differenti.

Il nome richiama il carsismo per la somiglianza delle forme superficiali. Il meccanismo è diverso: il termocarsismo dipende dalla fusione del ghiaccio nel terreno, non dalla dissoluzione delle rocce carbonatiche. Questa distinzione è centrale anche per il pubblico speleologico.

Siberia e Batagay: la grande frana da disgelo del permafrost

Il caso di Batagay, noto anche come Batagaika, si trova nella Yakutia settentrionale, sui rilievi del bacino della Yana. La letteratura scientifica lo descrive come il più grande megaslump da disgelo retrogressivo conosciuto. Si tratta di una grande frana che si amplia mediante fusione del ghiaccio esposto e arretramento della scarpata.[8]

La forma viene spesso chiamata “cratere”. La sua evoluzione non corrisponde a quella di una singola esplosione. Il disgelo libera i sedimenti, che scivolano o vengono trasportati dall’acqua. La parete arretra e mette a nudo nuove porzioni del deposito congelato.[8]

Una revisione scientifica del 2023 ricostruisce tre fasi. Dopo il disturbo della vegetazione e del suolo fra gli anni Quaranta e Sessanta, si sviluppò un’incisione sul versante. Negli anni Ottanta l’erosione passò a una frana da disgelo. Negli anni Novanta il fenomeno raggiunse le dimensioni di un megaslump.[8]

I dati riferiti al 2019 indicavano circa 80 ettari di superficie. La forma raggiungeva 1,8 chilometri di lunghezza e una larghezza massima di 0,89 chilometri. La parete principale arrivava a circa 55 metri sopra il fondo. Queste misure descrivono un momento preciso della sua evoluzione.[8]

Il contenuto di ghiaccio spiega parte della vulnerabilità. Nel complesso glaciale superiore studiato, il ghiaccio raggiungeva fino all’87% del volume. La sua fusione comporta quindi una perdita importante della struttura del deposito, seguita dalla mobilizzazione di sabbia, limo e materia organica.[8]

Permafrost di Batagay: un archivio ambientale di almeno 650.000 anni

Le pareti della frana espongono depositi che conservano una storia ambientale estesa ad almeno 650.000 anni. La successione comprende complessi ricchi di ghiaccio, livelli sabbiosi, resti vegetali e tracce di antiche superfici erosive. Il sito permette di studiare la persistenza del permafrost attraverso più cicli climatici.[8][14]

Il disgelo porta alla luce anche ossa, denti e carcasse conservate. La Scintilena ha raccontato nel dicembre 2024 il ritrovamento del giovane mammut Yana, proveniente da Batagaika e presentato come risalente a circa 50.000 anni fa. La notizia si inserisce nella più ampia documentazione paleontologica del sito.[15]

L’esposizione rende questi archivi accessibili, ma avvia anche la loro trasformazione. L’acqua trasferisce sedimenti e materia organica verso il fiume Batagay e poi verso la Yana. I microrganismi possono decomporre parte del carbonio prima conservato nel terreno congelato.[16]

Il confronto con lo Utah è utile, pur mantenendo distinti i materiali. Nelle grotte, gli speleotemi registrano quando l’acqua poteva infiltrarsi. A Batagay, la stratigrafia conserva ghiaccio, sedimenti e resti biologici. Entrambi gli archivi contribuiscono alla ricostruzione del rapporto fra clima e sottosuolo.[1][8]

Siberia occidentale: i crateri da emissione di gas di Yamal e Gydan

Un’altra categoria di voragini è documentata nelle penisole di Yamal e Gydan. Sono i gas emission craters, indicati con la sigla GEC. La loro formazione coinvolge gas in pressione e l’espulsione di terreno congelato. Non sono semplicemente conche prodotte da un lento assestamento.[6]

Uno dei casi che richiamarono l’attenzione internazionale fu osservato nella penisola di Yamal nel 2014. Il modello descritto dai ricercatori prevede un accumulo di metano sotto o dentro il permafrost ricco di ghiaccio. La sovrapressione può deformare la superficie e superare la resistenza dei materiali sovrastanti.[17]

Il fenomeno produce una rottura rapida, con espulsione di ghiaccio e sedimenti. Successivamente, l’erosione delle pareti e l’ingresso dell’acqua possono trasformare il cratere. La forma iniziale diventa quindi meno riconoscibile nel paesaggio.[6][18]

Una ricerca del 2021 ha analizzato 327.000 chilometri quadrati della regione Yamal-Gydan. Il metodo riconosceva i sette GEC allora riportati nella letteratura e individuava tre ulteriori forme simili. Il 5% del paesaggio risultava modificato fra il 1984 e il 2017. Questa percentuale riguarda tutti i cambiamenti rilevati, non soltanto i crateri da gas. Le frane retrogressive da disgelo erano più abbondanti dei GEC.[6]

Permafrost, gas profondi e riscaldamento: i processi dei crateri siberiani

La formazione dei GEC coinvolge condizioni geologiche e termiche specifiche. Uno studio del 2025 propone un ruolo determinante per flussi concentrati di gas e calore provenienti da sotto il permafrost. Il lavoro associa i crateri alla presenza di faglie e all’incontro fra zone scongelate sotto laghi o fiumi e assottigliamenti locali del terreno congelato.[9]

In questa interpretazione, il riscaldamento atmosferico agisce anche indirettamente. Favorisce la trasformazione del permafrost e lo sviluppo di laghi e corsi d’acqua, modificando le condizioni che consentono l’accumulo e la fuoriuscita del gas. L’origine di un cratere dipende quindi dall’interazione fra clima, struttura geologica e circolazione dei fluidi.[9]

I modelli scientifici descrivono contributi diversi e continuano a essere affinati. Il punto comune è il ruolo di una pressione capace di rompere il terreno. Questo separa i crateri da gas dalle depressioni termocarsiche ordinarie e dal megaslump di Batagay.[6][8][9]

Kamchatka: permafrost montano e terreni vulcanici

La Kamchatka presenta un contesto diverso dalle pianure di Yamal. Nel gruppo vulcanico Klyuchevskaya, il permafrost è diffuso anche in prossimità di vulcani attivi. La sua distribuzione dipende dalla quota, dalle condizioni termiche superficiali, dalla neve e dalle caratteristiche dei depositi vulcanici.[7]

Uno studio di Andrey Abramov, Stephan Gruber e David Gilichinsky, pubblicato nel 2008, descrive misurazioni e campagne condotte fra il 2002 e il 2007. I risultati documentano temperature medie annue del terreno vicine a 0 °C intorno a 950 metri di quota e prossime a ?7 °C a 2.500 metri. Il modello prevedeva permafrost a partire da circa 700 metri, con variazioni locali.[7]

Le simulazioni indicavano spessori dell’ordine di un chilometro sotto le cime più alte. Si tratta di stime modellistiche relative all’area studiata, non di misure applicabili all’intera penisola. Il lavoro costituisce una base per comprendere la struttura del sottosuolo vulcanico congelato.[7]

La presenza di magma non impedisce automaticamente la conservazione del permafrost. Il calore delle fumarole e dei condotti ha effetti localizzati. Le scorie vulcaniche possono inoltre isolare il ghiaccio sepolto. Nei sondaggi descritti dagli autori erano presenti livelli di ghiaccio massivo protetti da depositi vulcanici.[7]

Disgelo e voragini in Kamchatka: ghiaccio sepolto, infiltrazione e cedimenti

Nei terreni vulcanici della Kamchatka convivono lave, ceneri, scorie, sedimenti congelati e ghiaccio sepolto. Alcuni materiali sono molto porosi. L’acqua può quindi infiltrarsi anche attraverso substrati parzialmente congelati, quando i pori non sono completamente occupati dal ghiaccio.[7]

La risposta al riscaldamento dipende dalla struttura locale. Nei depositi ricchi di ghiaccio, la fusione può favorire assestamenti e depressioni. Sui versanti può contribuire alla mobilizzazione dei materiali. In questo ambiente, la valutazione dei cedimenti deve considerare insieme il ghiaccio sotterraneo, l’acqua e le proprietà meccaniche dei depositi vulcanici.[5][7][19]

Occorre distinguere anche il permafrost dal ghiaccio di origine glaciale sepolto. Le depressioni prodotte dalla fusione di ghiaccio glaciale relitto non sono classificate nello stesso modo del termocarsismo dei terreni permanentemente congelati. Una forma simile in superficie può dunque corrispondere a una storia diversa del sottosuolo.[12]

Per la Kamchatka, il riferimento è quindi un sistema montano e vulcanico con condizioni locali molto variabili. I crateri da emissione di gas studiati a Yamal e Gydan appartengono a un altro quadro geologico. La distinzione consente di descrivere il rischio senza trasferire automaticamente un meccanismo da una regione all’altra.[6][7]

Laghi termocarsici e permafrost: il ruolo dell’acqua nel disgelo

L’acqua non è soltanto un prodotto della fusione. È anche un mezzo di trasporto del calore. Quando una depressione diventa un lago che non congela fino al fondo, può mantenere una zona scongelata nel sottosuolo: il talik. La presenza di questa zona modifica la circolazione idrica e la distribuzione del permafrost.[13]

Nel delta della Lena, uno studio su cinque laghi ha misurato temperature medie annue sul fondo comprese fra 2,7 e 4 °C. Durante il periodo senza ghiaccio, le temperature mensili dell’acqua di fondo arrivavano a 15 °C. I bacini funzionavano come assorbitori di calore, trasferendolo ai sedimenti sottostanti.[20]

I laghi possono ampliarsi, unirsi o drenarsi attraverso nuovi percorsi. L’evoluzione idrologica modifica quindi anche l’evoluzione termica del terreno. Non esiste una sequenza identica per tutti i bacini: il risultato dipende dal ghiaccio disponibile, dalla topografia e dai collegamenti con il reticolo idrografico.[13][21]

Permafrost e carbonio: perché le voragini hanno effetti climatici

La regione settentrionale del permafrost conserva grandi quantità di carbonio organico. Una sintesi NOAA del 2019 stimava un deposito di 1.460–1.600 miliardi di tonnellate di carbonio nei suoli della regione. È una riserva complessiva, non una quantità destinata a essere emessa immediatamente.[22]

Il disgelo rende parte della materia organica disponibile alla decomposizione microbica. Si producono anidride carbonica e metano, con proporzioni influenzate anche dall’umidità e dalla disponibilità di ossigeno. Gli ambienti saturi d’acqua favoriscono la produzione di metano.[22][23]

Le forme di disgelo rapido possono esporre livelli profondi in tempi brevi. Per questo, frane e depressioni termocarsiche hanno rilevanza nel bilancio del carbonio. Una valutazione circumpolare del 2016 stimava che i paesaggi termocarsici occupassero circa il 20% della regione settentrionale del permafrost e conservassero circa metà del carbonio organico sotterraneo dell’area studiata.[5]

Il carbonio mobilizzato non si trasforma interamente e subito in gas. Una parte viene trasportata, depositata o ulteriormente trasformata nei fiumi e nei laghi. La ricerca su Batagay documenta proprio il collegamento fra disgelo, erosione e trasferimento della materia organica.[16]

Rischi del permafrost per infrastrutture e versanti

Il terreno congelato sostiene edifici, strade e altre infrastrutture. La sua degradazione può ridurre la capacità portante e aumentare i cedimenti differenziali. Le deformazioni dipendono dal contenuto di ghiaccio e dalla distribuzione del disgelo, non soltanto dalla temperatura dell’aria.[10][19]

In Yakutia, studi sulle comunità rurali collegano il termocarsismo a deformazioni di abitazioni e fabbricati, riduzione delle aree edificabili e perdita di terreni agricoli. Si tratta di trasformazioni che coinvolgono direttamente l’uso del territorio.[24]

Il monitoraggio combina osservazioni sul campo e telerilevamento. I sondaggi misurano la temperatura del terreno. Le misure dello strato attivo seguono il disgelo stagionale. Le immagini satellitari e i rilievi topografici documentano l’evoluzione delle depressioni e delle scarpate.[6][7][25]

I crateri da gas richiedono inoltre attenzione alla possibile deformazione della superficie e alla distribuzione delle condizioni geologiche favorevoli. Le mappe aiutano a individuare le trasformazioni, mentre la valutazione del rischio deve distinguere i diversi processi che le producono.[6][9]

Speleologia e permafrost: gli archivi delle grotte completano il monitoraggio

Le misurazioni strumentali descrivono il cambiamento contemporaneo. Gli archivi geologici estendono l’osservazione ai cicli climatici del passato. Le 108 datazioni dei monti Uinta offrono una ricostruzione della risposta del permafrost montano su 600.000 anni.[1]

Il contributo delle grotte riguarda soprattutto il rapporto fra gelo e infiltrazione. Gli speleotemi mostrano quando l’acqua poteva raggiungere il sottosuolo e depositare carbonati. Le successioni di Batagay conservano invece ghiaccio e materiali antichi. I sondaggi della Kamchatka descrivono la distribuzione termica nei terreni vulcanici.[1][7][8]

Questi strumenti osservano componenti diverse dello stesso sistema. Il loro confronto aiuta a comprendere la vulnerabilità dei terreni congelati, i cambiamenti idrologici e l’evoluzione dei versanti. Per la speleologia, lo studio dello Utah conferma il valore delle concrezioni come documenti della storia climatica e della circolazione dell’acqua.[1]

Scheda di studio: concetti chiave sul permafrost

  • Permafrost: terreno a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi.[10]
  • Strato attivo: porzione superficiale che disgela e ricongela stagionalmente.[11]
  • Termocarsismo: assestamento e trasformazione di terreni ricchi di ghiaccio durante il disgelo.[5]
  • Talik: zona di terreno scongelato che può persistere sotto un lago.[13]
  • GEC: cratere prodotto dall’espulsione di terreno associata a gas in pressione.

Fonti
[1] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain permafrost | Quaternary Research | Cambridge Core https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/abs/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[2] Speleothems – Caves and Karst (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/subjects/caves/speleothems.htm
[3] Uranium-Series Dating of Speleothems: Current Techniques, Limits … https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-1-4419-9118-8_10
[4] Speleothems reveal 500000-year history of Siberian permafrost. – ORA https://ora.ox.ac.uk/objects/uuid:c6d6a31f-6a5d-4975-ac06-10885254649e
[5] Circumpolar distribution and carbon storage of thermokarst … https://www.nature.com/articles/ncomms13043
[6] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21
[7] [PDF] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://scispace.com/pdf/mountain-permafrost-on-active-volcanoes-field-data-and-3xijvzrjoi.pdf
[8] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits … https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ppp.2194
[9] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40695218/
[10] Permafrost – ClimateChangePost https://www.climatechangepost.com/countries/russia/permafrost/
[11] Global study indicates widespread permafrost degradation https://www.preventionweb.net/news/global-study-indicates-widespread-permafrost-degradation
[12] Thermokarst | Types, Formation, & Facts – Britannica https://www.britannica.com/science/thermokarst
[13] Story Map »Thermokarst Lakes – Arctic Landscape EXplorer (ALEX) https://alex.awi.de/en/story-maps/thermokarst-lakes/slide-02
[14] A multimethod dating study of ancient permafrost, Batagay megaslump, east Siberia https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/A9EF8CD9E70A048C45ECF590A49D892D/S0033589421000272a.pdf/div-class-title-a-multimethod-dating-study-of-ancient-permafrost-batagay-megaslump-east-siberia-div.pdf
[15] Scoperta di un Cucciolo di Mammut di 50.000 Anni in … https://www.scintilena.com/scoperta-di-un-cucciolo-di-mammut-di-50-000-anni-in-siberia-un-ritrovamento-eccezionale-nel-permafrost-siberiano/12/26/
[16] Molecular biomarkers in Batagay megaslump permafrost deposits … https://tc.copernicus.org/articles/16/3601/2022/
[17] New study reveals formation of new gas emissions craters in the Arctic https://www.woodwellclimate.org/new-study-reveals-formation-of-new-gas-emissions-craters-in-the-arctic/
[18] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – EarthArXiv https://eartharxiv.org/repository/view/6351/
[19] Permafrost Degradation: Mechanisms, Effects, and (Im)Possible Remediation https://www.mdpi.com/2073-445X/14/10/1949
[20] Thermal processes of thermokarst lakes in the continuous permafrost zone of northern Siberia – observations and modeling (Lena River Delta, Siberia) https://www.biogeosciences.net/12/5941/2015/bg-12-5941-2015.pdf
[21] Gradual and Abrupt Permafrost Thaw as Drivers of Rapid Geomorphic Change in Arctic Permafrost Regions https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU2020/EGU2020-11772.html
[22] Permafrost and the Global Carbon Cycle – NOAA Arctic https://arctic.noaa.gov/report-card/report-card-2019/permafrost-and-the-global-carbon-cycle/
[23] How emissions from thawing permafrost reshape carbon budgets https://www.sciencespo.fr/chair-sustainable-development/news/how-emissions-from-thawing-permafrost-reshape-carbon-budgets/
[24] Influence of Permafrost Landscapes Degradation on Livelihoods of Sakha Republic (Yakutia) Rural Communities https://www.mdpi.com/2073-445X/10/2/101/pdf
[25] Thermokarst Development Detected from High-Definition Topographic Data in Central Yakutia https://www.mdpi.com/2072-4292/10/10/1579/pdf?version=1538384706
[27] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs). https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969725016821
[28] Future and present susceptibility to thermokarst hazards in … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022169425011254
[29] A Biogeochemical Study of Greenhouse Gas Formation From Two Ice Complexes of Batagay Megaslump, East Siberia https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ppp.2234
[30] Assessing Organic Matter Characteristics in Ancient Permafrost: A Biogeochemical Study at the Batagay Megaslump, East Siberia https://www.semanticscholar.org/paper/7a595018f929fa9103bb76d03469d9a95df53099
[31] Paleoclimate Inferred from Concentration of Greenhouse Gas and Ratios of O2/Ar and N2/Ar in Ice Wedges in Northeastern Siberia and Northern Alaska https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU21/EGU21-6965.html
[32] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost-corrigendum/F1C809F69667673077DF67DEEA55217C
[33] Speleothems in Utah Caves Record Past Dynamics of Mountain … https://static.cambridge.org/content/id/urn:cambridge.org:id:article:S0033589426100763/resource/name/S0033589426100763sup001.pdf
[34] Deep ice-Rich permafrost and Its Carbon Vulnerability https://www.semanticscholar.org/paper/e83493a309c51bec13a9ed08092f9a6753d3246c
[35] Munroe, Jeffrey; Wittmer, Madison; McGee, David; Marks … https://zh.mindat.org/reference.php?id=20097012
[36] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits, Quaternary environmental history, and recent development https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1002/ppp.2194
[37] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://quaternary.uibk.ac.at/publication/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/
[38] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21/pdf
[39] Gas emission crater – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Gas_emission_crater
[40] Formation of Gas-Emission Craters in Northern West Siberia: Shallow Controls https://www.mdpi.com/2076-3263/11/9/393/pdf
[41] Why those huge craters in Siberia are a climate wake-up call | EDF https://www.edf.org/why-those-huge-craters-siberia-are-climate-wake-call
[42] Experimental Insights Into Freeze?Thaw Effects on Fine?Grained Sediment Rheology Under Thermokarst Development https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025GL114884
[43] [PDF] Current and Future Permafrost Emissions as Large as Major Emitters https://unfccc.int/sites/default/files/resource/Global_Carbon_Budgets_Current_and_Future_Permafrost_Emissions_as_Large_as_Major_Emitters_SusanaHancock.pdf
[44] Monitoring the Thaw Slump-Derived Thermokarst by Alos-2 Interferometric Data in Permafrost Terrain of Qinghai-Tibet Plateau Between 2015 And 2022 https://ieeexplore.ieee.org/document/10282107/
[45] Summary for Policymakers – IPCC https://www.ipcc.ch/report/ar6/syr/summary-for-policymakers/
[46] Quantifying the water contributions and carbon consequences of permafrost degradation on the Tibetan Plateau. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S2095927325009661
[47] Susceptibility of active-layer detachment failures and vulnerability of infrastructure in Alaska and northwestern Canada https://link.springer.com/10.1007/s10346-025-02603-x
[48] The role of thermokarst evolution in debris flow initiation (Hüttekar … https://egusphere.copernicus.org/preprints/2022/egusphere-2022-567/
[49] [PDF] Permafrost and Climate Change: Carbon Cycle Feedbacks From the … https://epic.awi.de/57387/1/Schuur_2022.pdf
[50] NUNATARYUK: Permafrost thaw and the changing Arctic coast. Science for socio-economic adaptation https://www.semanticscholar.org/paper/41ea050e3cb7da30709a03a8ef40490e4c52d6c5
[51] Raccolta Aprile 2008 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2008_04_Raccolta_Scintilena_Aprile.pdf
[52] INVESTIGATING THE IMPACTS OF PERMAFROST THAW ON ARCTIC LANDSCAPES https://www.semanticscholar.org/paper/04067aaaabc1764f0e21ccf7884f38902f64da95
[53] Raccolta Gennaio 2026 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads/2020/03/Annales-Scintilena-Gennaio-2026.pdf
[54] Role of Ecosystem-Driven Permafrost in Soil Development and Ecosystem Fragmentation During the Holocene Evolution of a Boreal Lowland Landscape https://www.mdpi.com/2076-3263/16/9/355
[55] Raccolta Giugno 2007 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2007_06_Raccolta_Scintilena_Giugno.pdf
[56] The impact of the permafrost carbon feedback on global climate https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/9/8/085003
[57] Long-term monitoring of active layer thickness confirms global … https://www.nature.com/articles/s43247-026-03824-1
[58] ESTIMATION OF SEISMIC IMPACTS UNDER CONDITIONS OF PERMAFROST DEGRADATION http://www.kscnet.ru/journal/kraesc/article/view/737
[59] Permafrost – UNESCO https://www.unesco.org/en/tags/permafrost?hub=748
[60] SPECIFICS OF THE LITHOSPHERE OF THE PERMAFROST ZONE OF EASTERN SIBERIA http://www.kscnet.ru/journal/kraesc/article/view/650
[61] Climate Change in the Arctic – Permafrost, Thermokarst, and … https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1749-8198.2010.00390.x
[62] Morphometry of volcanic cones on Mars in perspective of Astrobiological Research https://www.cambridge.org/core/product/identifier/S1473550415000166/type/journal_article
[63] Thermokarst disturbance responses to climate change across … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1674987125001525
[64] Non-temperature environmental drivers modulate warming-induced 21st-century permafrost degradation on the Tibetan Plateau https://www.nature.com/articles/s41467-025-63032-x
[65] Senza titolo https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2021cosp…43E.402S/abstract
[66] Permafrost vulnerability to climate change: understanding thaw dynamics and climate feedback of permafrost degradation https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/adfc7e
[67] Permafrost Degradation and Concomitant Hydrological Changes Dominated by Anthropogenic Greenhouse Gas Emissions in the Northeastern Tibetan Plateau https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2024GL113679
[68] Thermokarst – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Thermokarst
[69] Review of Permafrost Degradation in the Mongolian Plateau https://www.mdpi.com/2073-445X/14/2/383
[70] A Blessing and a Curse: Melting Permafrost in the Russian Arctic https://www.thearcticinstitute.org/blessing-curse-melting-permafrost-russian-arctic/
[71] Methane-cycling microbiomes in soils of the pan-Arctic and their response to permafrost degradation https://www.nature.com/articles/s43247-025-02765-5
[72] Geomorphology of the Central Kamchatka Depression, the Kamchatka Peninsula, NE Pacific https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/17445647.2023.2252006?needAccess=true&role=button
[73] A shift of thermokarst lakes from carbon sources to sinks during the … https://www.usgs.gov/publications/a-shift-thermokarst-lakes-carbon-sources-sinks-during-holocene-epoch
[74] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[75] INFLUENCE OF RIFT ZONES AND THERMOKARST LAKES ON THE FORMATION OF SUBAQUEOUS PERMAFROST AND THE STABILITY ZONE OF METHANE HYDRATES OF THE LAPTEV SEA SHELF IN THE PLEISTOCENE https://ice-snow.igras.ru/jour/article/download/458/269
[76] Active thermokarst zones on permafrost territory and their dete?ting … https://izvestiya.tpu.ru/archive/article/view/1685
[77] Geocryological conditions triggering thermokarst processes in Central Yakutia https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2020/23/e3sconf_vc2020_02007.pdf
[78] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://ideas.repec.org/a/wly/perpro/v19y2008i3p261-277.html
[79] ?????????? – ????????? https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A2%D0%B5%D1%80%D0%BC%D0%BE%D0%BA%D0%B0%D1%80%D1%81%D1%82
[80] Vulnerability of the Ancient Peat Plateaus in Western Siberia https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8707802/
[81] Kamchatka Peninsula – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Kamchatka_Peninsula
[82] Glaciers in the Russian Mountains (Caucasus, Altai, Kamchatka) in … https://journals.eco-vector.com/2076-6734/article/view/659370
[83] Thermokarst lakes – Brockmann Consult https://www.brockmann-consult.de/lakes/thermokarst-lakes/
[84] Climate warming has lead to widespread thawing in – CNN https://www.cnn.com/2019/06/11/americas/thermokarst-arctic-climate-change-intl-hnk
[85] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.gt-crust.ru/jour/article/download/86/88
[86] Speleothems in subglacial caves: An emerging archive of glacial climate history and mountain glacier dynamics https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0277379124001859
[87] U–Th dating of speleothems with high initial 230Th using … https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1871101407000222
[88] The antiquity of Nullarbor speleothems and implications for karst palaeoclimate archives https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6345804/
[89] Petrology, geochronology, and tectonic implications of c. 500 Ma metamorphic and igneous rocks along the northern margin of the Central Asian Orogen (Olkhon terrane, Lake Baikal, Siberia) https://ndownloader.figshare.com/files/5425988
[90] [PDF] Speleothems Reveal 500000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/files/11622548/PDF_Science2013.pdf
[91] Paleolithic occupation of arid Central Asia in the Middle Pleistocene https://dx.plos.org/10.1371/journal.pone.0273984
[92] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.earth.ox.ac.uk/publication/385519/scopus
[93] Speleothems Reveal 500,000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/en/publications/speleothems-reveal-500000-year-history-of-siberian-permafrost/
[94] Uranium–thorium dating – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Uranium%E2%80%93thorium_dating
[95] What is Uranium-Thorium Dating? – Isobar Science https://isobarscience.com/what-is-u-th-dating/
[96] Speleothems Reveal 500000-Year History of Siberian Permafrost https://scispace.com/papers/speleothems-reveal-500-000-year-history-of-siberian-1hmx4a1z89
[97] Siberian caves warn of permafrost meltdown https://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130619101521.htm
98 Uranium–thorium dating method and Palaeolithic rock art https://www.academia.edu/90905663/Uranium_thorium_dating_method_and_Palaeolithic_rock_art
[99] [PDF] Uranium-thorium dating: the race towards the earliest rock art https://aplombpublications.net/wp-content/uploads/2026/03/AOJHAE-02-0007_Final.pdf

Permafrost

L'articolo Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima proviene da Scintilena.

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“Forest – Il futuro ha radici antiche”: a Pietra Ligure il documentario che racconta il bosco e chi se ne prende cura

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Mercoledì 14 ottobre 2026 alle 21 al Cinema Teatro Moretti il documentario di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon. La proiezione, promossa dalle Sezioni CAI di Albenga, Loano e Finale Ligure, sarà seguita da un dibattito sui temi ambientali affrontati dal film

PIETRA LIGURE (SV) – Mercoledì 14 ottobre 2026, alle ore 21, il Cinema Teatro Moretti ospita la proiezione di “Forest – Il futuro ha radici antiche”, documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon dedicato al lavoro forestale e al complesso rapporto tra uomo e bosco.

Un’altra tappa ligure per “Forest”, che racconta il bosco attraverso gli occhi di quattro giovani alle prese con un mestiere antico che oggi richiede conoscenze scientifiche, tecnologia, formazione e una crescente attenzione agli equilibri ambientali.

Diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon, “Forest – Il futuro ha radici antiche” è prodotto da CineBlend e realizzato in collaborazione con il Club Alpino Italiano. Il documentario, della durata di circa 80 minuti, sta attraversando l’Italia con numerose proiezioni e ha già fatto tappa anche in altre località liguri.

Quattro giovani imparano a leggere il bosco

Il docufilm è ambientato nel bosco del Monte Meletta, nel territorio di Gallio, sull’Altopiano dei Sette Comuni, in Veneto. Le Melette sono un gruppo di piccoli rilievi montuosi dalle forme prevalentemente dolci e tondeggianti, che si elevano nella parte centro-orientale dell’Altopiano a quote comprese indicativamente tra i 1.400 e i 1.800 metri, fino ai 1.824 metri del Monte Fior. È un paesaggio nel quale boschi e pascoli si alternano sulle dorsali e sui versanti, con una lunga storia di presenza e attività umana. Nel bosco si incontrano anche le caratteristiche “Puche”: è un termine di origine cimbra che significa faggio: vecchi alberi dalle forme spesso simili a grandi candelabri, modellati dalle antiche pratiche di capitozzatura, con le quali il tronco veniva tagliato a qualche metro da terra per favorire la produzione di nuovi rami.

Al centro del racconto ci sono due ragazze e due ragazzi che si avvicinano per la prima volta al lavoro di operatore forestale.

A guidarli sono i fratelli Michele e Giorgio Sambugaro, che li accompagnano in un percorso nel quale abbattere un albero rappresenta soltanto una parte di un’attività molto più complessa.

Bisogna imparare a riconoscere le piante, leggere il terreno e le condizioni del bosco, valutare i rischi, utilizzare correttamente gli strumenti e i dispositivi di protezione individuale, lavorare in sicurezza anche su terreni ripidi e comprendere le conseguenze di ogni intervento.

Il bosco diventa così contemporaneamente luogo di lavoro, ecosistema, oggetto di studio e territorio da gestire.

Il documentario affianca all’esperienza dei giovani anche il contributo di esperti e studiosi: mette così a confronto conoscenze tradizionali e ricerca scientifica.

Un mestiere antico che cambia con la tecnologia

Il titolo del film sintetizza uno dei suoi temi principali: il lavoro forestale affonda le proprie radici in pratiche antiche, ma oggi è profondamente cambiato.

Esperienza e capacità di osservazione rimangono fondamentali, ma sono affiancate da nuove attrezzature, tecnologie, procedure di sicurezza e conoscenze scientifiche.

Una parte importante del racconto riguarda proprio la sicurezza sul lavoro nel bosco, dove pendenze, alberi instabili, condizioni meteorologiche e utilizzo di macchinari possono trasformare rapidamente un errore di valutazione in un grave pericolo.

Il progetto cinematografico nasce anche dall’incontro di CineBlend con il CAI e con aziende impegnate nella ricerca, nella tecnologia e nella formazione applicate al lavoro forestale.

Il bosco non è soltanto qualcosa da lasciare intatto

“Forest” riguarda il significato stesso della tutela.

Il film supera la rappresentazione del bosco come semplice risorsa da sfruttare, ma allo stesso tempo non lo descrive come un ambiente nel quale la presenza dell’uomo debba necessariamente scomparire.

Emergono invece la necessità di conoscere i processi naturali, comprendere quando e come intervenire e trovare un equilibrio fra conservazione, sicurezza, attività economiche e gestione forestale.

È un rapporto costruito nel corso dei secoli e ancora leggibile nel paesaggio.

Un ambiente che cambia

Sul racconto pesa anche la trasformazione che negli ultimi anni ha interessato molti boschi dell’arco alpino.

Eventi meteorologici estremi, periodi di siccità, incendi, parassiti e cambiamenti climatici stanno modificando rapidamente ambienti che possono apparire stabili soltanto a uno sguardo superficiale.

Il lavoro di chi si occupa delle foreste deve quindi confrontarsi con problemi nuovi e con decisioni non sempre semplici: lasciare che il bosco evolva autonomamente, intervenire per favorirne la rigenerazione, rimuovere alberi pericolosi o danneggiati, proteggere determinate specie o cercare di aumentare la capacità dell’ecosistema di affrontare futuri cambiamenti.

Sono questioni nelle quali non esistono necessariamente risposte valide per ogni bosco e per ogni situazione: il racconto dei quattro giovani assume un significato più ampio: prima di intervenire occorre imparare a osservare e comprendere.

Dopo il film il dibattito con il pubblico

La serata di Pietra Ligure proseguirà anche dopo i titoli di coda.

Al termine della proiezione sarà proposto un dibattito con il pubblico, animato da Marina Abisso del CAI Ligure-Genova, insieme ad altri operatori TAM – Tutela Ambiente Montano – e naturalistico culturali del Club Alpino Italiano.

Il confronto partirà dai temi sollevati dal documentario per allargarsi al rapporto tra uomo e ambiente forestale: dalla biodiversità alla gestione del bosco, dalla sicurezza agli effetti dei cambiamenti climatici, fino al ruolo che conoscenza scientifica e osservazione naturalistica possono avere nelle decisioni che riguardano il territorio.

Una domanda attraversa in fondo tutto il film e può accompagnare anche la discussione: proteggere un bosco significa semplicemente non toccarlo oppure, in determinate condizioni, significa anche conoscerlo abbastanza bene da sapere quando e come intervenire?

“Forest – Il futuro ha radici antiche” non offre una risposta semplice. Mostra piuttosto quanto il rapporto con la foresta richieda competenza, responsabilità e capacità di leggere un ecosistema nel quale ogni intervento produce conseguenze.

La proiezione inizierà mercoledì 14 ottobre alle ore 21 al Cinema Teatro Moretti di Pietra Ligure.

Il biglietto costa 10,00 euro, ridotto a 8,00 euro per i soci CAI e gli over 65. I soci CAI interessati possono prenotare attraverso le rispettive Sezioni oppure direttamente tramite il sito del cinema.

Fonti

Locandina della serata – Club Alpino Italiano, Sezioni di Albenga, Loano e Finale Ligure.

CinemaItaliano.info – Forest: Il futuro ha radici antiche:
https://www.cinemaitaliano.info/forestilfuturoharadiciantiche

CAI Thiene – Forest – Il futuro ha radici antiche:
https://www.caithiene.it/22-luglio-forest-il-futuro-ha-radici-antiche/

CAI Conegliano – Forest – Il futuro ha radici antiche:
https://www.caiconegliano.it/evento/forest-il-futuro-ha-radici-antiche/

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Archeologia, LiDAR e intelligenza artificiale: a Genova la conferenza di Claudine Gravel-Miguel

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Mercoledì 14 ottobre all’Università di Genova un incontro dedicato all’impiego dei rilievi LiDAR e dell’intelligenza artificiale per individuare e studiare le tracce archeologiche nel territorio

LiDAR, archeologia e intelligenza artificiale saranno al centro di una lezione-conferenza in programma mercoledì 14 ottobre 2026 all’Università degli Studi di Genova.

L’incontro, dal titolo “LiDAR for archaeology and AI object detection”, sarà tenuto da Claudine Gravel-Miguel, del Département d’anthropologie dell’Université de Montréal, nell’ambito degli InPrA – Incontri di Preistoria e Antropologia della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova.

La conferenza affronterà le possibilità offerte dall’integrazione tra rilievi LiDAR e sistemi di intelligenza artificiale per la ricerca archeologica.

Il LiDAR consente di ottenere modelli tridimensionali molto dettagliati del terreno e di riconoscere morfologie che possono risultare difficili da osservare direttamente, soprattutto in aree coperte dalla vegetazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning possono poi contribuire all’analisi di grandi quantità di dati e all’individuazione automatica di strutture e anomalie potenzialmente riconducibili alla presenza di siti archeologici.

Si tratta di un settore di ricerca sempre più importante per l’archeologia del paesaggio e per lo studio di territori complessi, dove le tracce delle attività umane del passato possono essere poco visibili in superficie.

Una ricercatrice legata anche alla preistoria ligure

Claudine Gravel-Miguel si occupa di preistoria dell’Europa occidentale, reti sociali preistoriche e applicazioni di metodologie quantitative alla ricerca archeologica.

Il suo rapporto con la Liguria è particolarmente stretto. Ha infatti partecipato a progetti di ricerca dedicati alle comunità di cacciatori-raccoglitori tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene, collaborando anche con studiosi dell’Università di Genova.

Le attività hanno interessato siti e territori della Liguria occidentale e delle Alpi Marittime, con particolare attenzione alle trasformazioni ambientali e culturali che caratterizzarono il passaggio tra le ultime fasi del Paleolitico e il Mesolitico.

L’incontro rappresenta quindi un’occasione per conoscere da vicino strumenti che stanno modificando il modo di esplorare e interpretare il paesaggio archeologico, mettendo insieme rilievo del territorio, elaborazione digitale e intelligenza artificiale.

Informazioni

  • “LiDAR for archaeology and AI object detection” – Claudine Gravel-Miguel
    Département d’anthropologie
    Université de Montréal, Canada
  • Mercoledì 14 ottobre 2026 – ore 13:15
  • Aula 4 – Via Balbi 2, Genova

L’incontro potrà essere seguito anche attraverso Microsoft Teams.

Per gli utenti UniGe il codice di accesso indicato dagli organizzatori è:

2fn0amk

Per informazioni e modalità di accesso è possibile scrivere a:

fabio.negrino@unige.it

L’appuntamento fa parte degli InPrA – Incontri di Preistoria e Antropologia, organizzati nell’ambito del Corso Magistrale di Paletnologia della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Genova.

Fonti: Università degli Studi di Genova; Université de Montréal; comunicazione di Fabio Negrino; Advances in Archaeological Practice.

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Costacciaro 2026, programma online: quattro giorni di speleologia e 171 eventi, 50 gli incontri di Spritz Blitz Scintilens

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Il Raduno Internazionale di Speleologia si svolgerà dal 29 ottobre al 1° novembre. Nello spazio di Scintilena, Spritz Blitz Scintilens, il calendario riunisce esplorazione, ricerca, sicurezza, tutela dei pipistrelli, libri e comunicazione del sottosuolo.

Costacciaro 2026 pubblica il programma del Raduno Internazionale di Speleologia

Il programma ufficiale di Costacciaro 2026 è online.

Il Raduno Internazionale di Speleologia si terrà nel borgo umbro dal 29 ottobre al 1° novembre.

https://radunocostacciaro.it/programma/

Per quattro giorni, la comunità speleologica potrà scegliere tra incontri, conferenze, escursioni, workshop, mostre e attività dedicate al mondo sotterraneo.

Il sito del raduno raccoglie i contenuti e le informazioni necessarie per organizzare la partecipazione.

L’annuncio della pubblicazione invita a consultare gli appuntamenti e a costruire il proprio percorso tra le attività.

L’organizzazione indica anche un contatto per eventuali segnalazioni relative al programma: info@radunocostacciaro.it.

La comunicazione accompagna così la fase di preparazione delle giornate, prima dell’arrivo degli speleologi a Costacciaro.

Il calendario mette in relazione esperienze diverse. Accanto all’esplorazione trovano spazio la ricerca scientifica, la formazione tecnica, la fotografia e la documentazione.

Gli incontri consentiranno di confrontare progetti e risultati, mentre le attività sul territorio collegheranno il raduno al paesaggio del Monte Cucco.

I cinque elementi di Costacciaro 2026: aria, acqua, terra, fuoco e vuoto

Il filo conduttore di Costacciaro 2026 è costituito da cinque elementi: aria, acqua, terra, fuoco e vuoto.

Il tema collega i processi naturali all’esperienza della speleologia. L’aria richiama il respiro delle montagne.

L’acqua rimanda alla trasformazione delle rocce e dei paesaggi.

La terra conserva tracce e memoria. Il fuoco introduce energia e trasformazione. Il vuoto identifica lo spazio dell’esplorazione.

Cinque testimonial accompagnano questa impostazione: Luca Mercalli, Simone Villotti, Antonio De Vivo, Gaetano Giudice e Robbie Shone.

Il loro coinvolgimento affianca un programma che comprende conferenze, mostre, workshop e incontri.

La proposta tiene insieme il racconto delle grotte e le diverse competenze necessarie per conoscerle.

Spritz Blitz Scintilens: lo spazio di Scintilena a Costacciaro 2026

All’interno del raduno, Scintilena propone 50 incontri nello spazio Spritz Blitz Scintilens.

La sede è in via M. Masserelli 30, davanti al Forno. Il calendario si distribuisce su tutte e quattro le giornate, con appuntamenti dal giovedì sera alla domenica mattina.

La formula è quella dell’incontro con persone e gruppi che operano nella speleologia. Il programma attraversa spedizioni, scuole, soccorso, biblioteche, catasti e tutela ambientale.

Comprende inoltre presentazioni di libri, fotografia, grotte turistiche, cavità artificiali e comunicazione. Ne emerge un percorso che affianca l’attività esplorativa alle responsabilità della conoscenza e della divulgazione.

L’apertura del 29 ottobre sarà affidata a Silvia Arrica e Tullio Bernabei.

Il giorno successivo sono previsti, tra gli altri, gli incontri con Sergio Orsini, presidente della Società Speleologica Italiana, e con i protagonisti di progetti dedicati all’etica, alla formazione e alle esplorazioni.

Sabato 31 ottobre il calendario comprende Alessandra Tomassini per Tutela Pipistrelli.

Domenica 1° novembre si parlerà di rischi nelle cavità artificiali e di comunicazione della speleologia.

Speleologia, territorio e partecipazione nel programma di Costacciaro 2026

Gli incontri di Spritz Blitz Scintilens porteranno a Costacciaro 2026 esperienze provenienti da numerose regioni. Sardegna, Toscana, Umbria, Lazio, Emilia-Romagna, Puglia, Basilicata, Calabria e Friuli-Venezia Giulia compaiono tra gli argomenti del calendario. Il confronto si estenderà alle spedizioni e agli ambienti estremi.

Un’attenzione specifica sarà rivolta alla condivisione. Biblioteche e catasti saranno affrontati come strumenti per rendere disponibile la conoscenza.

Il progetto Scintilena Multilingue introdurrà il tema della circolazione delle notizie oltre le barriere linguistiche. Gli appuntamenti sulla speleologia inclusiva metteranno al centro altre modalità di partecipazione.

La presenza di Tutela Pipistrelli collegherà il programma alla conservazione della fauna sotterranea. L’associazione lavora anche sul rapporto tra speleologi e chirotteri, attraverso divulgazione, monitoraggio e conoscenza dei comportamenti adeguati nelle grotte.

Per partecipare al raduno è prevista la registrazione attraverso il sito ufficiale. Il biglietto unico è valido per i quattro giorni, dal 29 ottobre al 1° novembre.

Programma, iscrizioni e informazioni sull’accoglienza costituiscono i riferimenti per preparare la presenza a Costacciaro.

Relazione sugli incontri di Spritz Blitz Scintilens a Costacciaro 2026

Spritz Blitz Scintilens: una lettura complessiva del programma di Scintilena

Il calendario di Spritz Blitz Scintilens propone una lettura della speleologia attraverso i suoi protagonisti. Non si concentra su un solo settore. Affianca le esplorazioni alla ricerca, le strutture associative alle esperienze locali, la sicurezza alla comunicazione. Le presentazioni editoriali introducono un ulteriore livello: la conservazione della memoria delle scoperte e delle conoscenze.

La distribuzione degli appuntamenti consente di individuare alcuni percorsi trasversali. Il primo riguarda esplorazione e documentazione. Il secondo collega formazione, soccorso e rischio. Il terzo comprende tutela ambientale, inclusione e fruizione delle grotte. Un quarto percorso unisce archivi, biblioteche, libri e strumenti di divulgazione. Questi ambiti ricorrono nelle diverse giornate e permettono di seguire temi comuni attraverso esperienze differenti.

La collocazione a Costacciaro richiama anche la storia degli incontri speleologici italiani. Nel 1983, per iniziativa degli speleologi umbri, Phantaspeleo sviluppò proprio qui un modello di aggregazione che univa contenuti culturali, attività tecniche e momenti di socialità. Gli incontri divennero poi itineranti. Spritz Blitz Scintilens si inserisce nel contesto di un raduno che mantiene il confronto diretto tra persone al centro della propria proposta.

Giovedì 29 ottobre: fotografia speleologica, spedizioni e progetti di esplorazione

La prima serata introduce due prospettive complementari. La fotografia e le esperienze sul campo aprono il calendario. Seguono progetti che collegano esplorazione, clima e tecnologie.

  • Ore 21:30 — Silvia Arrica. L’incontro comprende soccorso e Protezione civile, Sardegna, spedizioni e fotografia. Il programma accosta così il racconto visivo delle grotte all’esperienza operativa e alla conoscenza del territorio. La pluralità dei temi mette in relazione documentazione, esplorazione e attività di servizio.
  • Ore 22:30 — Tullio Bernabei. Gli argomenti sono Underground Climate Change, Angel Robot e La Venta. L’appuntamento porta nello spazio di Scintilena una dimensione progettuale dell’esplorazione. I tre riferimenti offrono il contesto per un confronto tra iniziative e strumenti di conoscenza del sottosuolo.

L’avvio serale assegna dunque un ruolo alla narrazione delle esperienze. Foto, spedizioni e progetti non compaiono come ambiti separati. Il calendario li propone come componenti di un medesimo lavoro di osservazione e restituzione.

Venerdì 30 ottobre, mattina: SSI, speleologia etica e conoscenza condivisa

La mattina di venerdì parte dalla dimensione associativa. Prosegue con l’etica, la storia delle scoperte e gli strumenti che conservano le informazioni. Si conclude con due appuntamenti dedicati a esperienze territoriali.

  • Ore 9:30 — Sergio Orsini. Il presidente SSI. L’incontro introduce il ruolo della Società Speleologica Italiana nel quadro del confronto tra le diverse componenti della comunità.
  • Ore 10:00 — Jacopo Selleroni, Andrea Moretti e Michele Merloni. Il tema è la speleologia etica. L’appuntamento colloca la riflessione sulle responsabilità dell’attività speleologica accanto al racconto delle esplorazioni e alla vita associativa.
  • Ore 11:00 — Fabio Sturba. È prevista la presentazione di “Abisso Ancona – Cronaca di una scoperta”. Il libro porta l’attenzione sulla ricostruzione delle vicende esplorative di Frasassi e sul passaggio dall’esperienza alla sua documentazione scritta.
  • Ore 11:30 — Graziano Ferrari, Marina Abisso e Marco Corvi. “Biblioteche, Catasti, una conoscenza da condividere” è il tema dell’incontro. Il titolo individua un problema comune: rendere le informazioni conservate accessibili e utilizzabili da altri ricercatori e speleologi.
  • Ore 12:00 — Claudio Barbato. “Recuperanti di Montagne, la Grotta Fiara” introduce una specifica esperienza legata a un territorio e alla sua bonifica. L’appuntamento affianca i temi generali della mattina a un caso concreto.
  • Ore 12:30 — Giampaolo Pinto. L’incontro è dedicato alla speleologia tra Puglia, Basilicata e Calabria. Lo sguardo attraversa tre regioni, ampliando il confronto tra esperienze locali e aree di ricerca.

La sequenza mette in relazione responsabilità e memoria. L’etica riguarda il modo di operare. Libri, biblioteche e catasti riguardano il modo di conservare e condividere quanto viene conosciuto. Le esperienze territoriali riportano entrambe le questioni al lavoro sul campo.

Venerdì 30 ottobre, pomeriggio: Speleomedit, inclusione e scuole di speleologia

La prima parte del pomeriggio concentra progetti, partecipazione e formazione. Gli appuntamenti passano dalla produzione di immagini alla speleologia inclusiva, poi al rapporto tra organizzazioni e scuole.

  • Ore 14:30 — Francesco Maurano. Il programma comprende il progetto Speleomedit, il concorso Visioni Sotterranee e il progetto Bussento. L’incontro riunisce iniziative diverse, collegando progettualità, rappresentazione del sottosuolo e riferimento territoriale.
  • Ore 15:00 — Giancarlo Zanetti e Lia Sisino. Il tema è Diversamente Speleo. L’inclusione entra nel calendario attraverso un appuntamento specifico, accanto alle attività formative e alle esperienze esplorative.
  • Ore 15:30 — Giorgio Fornasier. L’incontro affronta CAI e SSI. Il confronto richiama due realtà presenti nel panorama speleologico italiano e nel programma dello spazio di Scintilena.
  • Ore 16:00 — Donato Pupillo. Il tema è la scuola di speleologia del CAI. L’attenzione si sposta sulla formazione e sulle strutture attraverso cui vengono trasmesse competenze e pratiche.

Questa parte del calendario collega la partecipazione agli strumenti che la rendono possibile.

La dimensione inclusiva trova posto accanto alla formazione. I progetti culturali e visuali ampliano i modi con cui la speleologia può essere raccontata e condivisa.

Venerdì 30 ottobre, tardo pomeriggio: Toscana, Apuane, mineralizzazioni e Gessi

Il tardo pomeriggio alterna territori, immagini, scienza e linguaggi culturali. La Toscana e le Apuane occupano due appuntamenti consecutivi. Seguono poesia, mineralizzazioni e speleologia emiliano-romagnola.

  • Ore 17:00 — Sandra Basilischi. Il programma prevede speleologia toscana e Speleofotocontest con la premiazione del Concorso Fotografico ‘Underground League’ . Il confronto collega l’attività regionale alla fotografia, strumento di documentazione presente anche nella serata inaugurale.
  • Ore 17:30 — Danilo Magnani e Nadia Ricci. “Speleologia Toscana e le Apuane: conoscere, condividere, documentare, tutelare” sintetizza quattro azioni collegate. La conoscenza del territorio viene affiancata alla disponibilità delle informazioni e alla conservazione.
  • Ore 18:00 — Eugenio Griffoni. Il tema indicato comprende letture di poesie di Franco Fortini e filosofia trasversale. Il programma introduce così un registro letterario accanto a quelli tecnici e scientifici.
  • Ore 19:00 — Fabio Bellatreccia. L’incontro è dedicato alle mineralizzazioni in grotta. Il tema porta l’attenzione sulle componenti minerali degli ambienti sotterranei, ampliando il quadro oltre il racconto esplorativo.
  • Ore 19:30 — Stefano Olivucci. Speleologia in Emilia-Romagna, Casola e Gessi costituiscono gli argomenti indicati. L’appuntamento aggiunge un altro contesto regionale al confronto tra paesaggi e comunità speleologiche.

Il titolo dell’incontro sulle Apuane esprime una relazione presente nell’intero calendario. Conoscere richiede documentazione. Condividere rende la documentazione disponibile. Tutelare collega queste attività alla responsabilità verso gli ambienti esplorati.

Venerdì 30 ottobre, sera: reportage speleologici e ambienti estremi

La serata è dedicata ai reportage e alle spedizioni. Le due fasce previste permettono di passare da una spedizione identificata nel programma a un confronto più ampio sugli ambienti estremi.

  • Ore 21:30 — Antonio Cosentino. È indicata la premiazione per il miglior reportage “Spedizione Koytendag: la montagna inaccessibile”. L’appuntamento mette al centro la restituzione di un’esperienza esplorativa attraverso il reportage.
  • Ore 22:30 — Roberto Pettirossi e Andrea Benassi. Il calendario associa la premiazione del miglior reportage a esplorazioni, spedizioni e ambienti estremi. L’incontro chiude la giornata collegando l’attività sul campo al suo racconto.

Sabato 31 ottobre, mattina: soccorso speleologico, Umbria e Tutela Pipistrelli

La mattina di sabato si apre con la sicurezza. Seguono il territorio umbro, un progetto editoriale e i protagonisti del raduno. La tutela dei pipistrelli e la speleologia inclusiva completano la sequenza.

  • Ore 9:00 — Giovanni Rossi e Stefano Cattabriga. Soccorso e primo soccorso sono affrontati attraverso i riferimenti al CNSAS Emilia-Romagna e alle scuole di speleologia SSI. Il programma collega così il tema dell’intervento alla formazione.
  • Ore 10:00 — Roberto Nini, Virgilio Pendola e Felice Larocca. L’incontro è dedicato alla speleologia in Umbria. La regione ospitante diventa oggetto di un confronto specifico, oltre a costituire il contesto geografico del raduno.
  • Ore 10:00 — Francesco Nini. Nella stessa fascia il calendario colloca la presentazione del progetto Scintilena Multilingue. La proposta introduce il tema della diffusione delle notizie speleologiche in più lingue.
  • Ore 11:00 — Andrea Capponi, sindaco di Costacciaro, Luca Bussolati, Luca Imperio, Oriana Caso, Natale Vergari e Cristina Facchini. L’appuntamento è dedicato ai personaggi del Raduno di Costacciaro. Il confronto porta l’attenzione sulle persone che ne compongono la dimensione pubblica e comunitaria.
  • Ore 12:00 — Alessandra Tomassini. Il tema è Tutela Pipistrelli. La presenza della naturalista collega il calendario alla conoscenza e alla conservazione dei chirotteri.
  • Ore 12:30 — Maria Fierli. Speleologia nel Lazio e Diversamente Speleo sono gli argomenti previsti. La dimensione regionale si intreccia nuovamente con quella della partecipazione inclusiva.

L’incontro con Tomassini si colloca in un percorso di collaborazione tra speleologia e tutela della fauna. L’associazione ha già proposto attività sui comportamenti degli speleologi nelle grotte utilizzate dai pipistrelli. Ha inoltre partecipato a iniziative dedicate al monitoraggio e alla conservazione dei chirotteri. Questo contesto chiarisce il legame tra frequentazione del sottosuolo e conoscenza degli animali che vi trovano rifugio.

Sabato 31 ottobre, pomeriggio: Carso, Sardegna e grotte turistiche

Il pomeriggio combina esplorazioni regionali e fruizione delle cavità. Carso e Sardegna aprono la sequenza. Gli incontri successivi affrontano grotte turistiche, formazione delle guide, visite e assicurazioni.

  • Ore 14:30 — Marco Restaino. Gli argomenti comprendono esplorazioni sul Carso, Luftock, Timavo, Acquedotto Teresiano e proteo. Il programma accosta riferimenti esplorativi, acque sotterranee, opere idrauliche e fauna. Ne risulta un quadro che attraversa più ambiti della conoscenza del sottosuolo.
  • Ore 15:30 — Tore Buschettu. L’incontro è dedicato alla speleologia in Sardegna. Il territorio insulare torna nel calendario dopo gli argomenti affrontati nella serata di apertura.
  • Ore 16:30 — Corrado Greco. Il tema è quello delle grotte turistiche e dell’AGTI. La fruizione pubblica degli ambienti sotterranei entra così nel confronto dello spazio di Scintilena.
  • Ore 17:00 — Giampietro Marchesi. Il programma indica SSI, grotte turistiche e corsi alle guide speleologiche. L’appuntamento collega la visita delle cavità alla preparazione di chi accompagna il pubblico.
  • Ore 17:30 — Cristina Donati. Visite al Castello di Brescia, assicurazioni e SSI sono i riferimenti dell’incontro. Il tema associa un’esperienza di visita agli aspetti organizzativi e assicurativi.

La successione degli ultimi tre appuntamenti permette una lettura comune. Le grotte aperte al pubblico implicano modalità di visita. Le guide introducono il tema delle competenze. Le assicurazioni richiamano una parte dell’organizzazione delle attività. Il calendario affronta questi aspetti attraverso interlocutori diversi.

Sabato 31 ottobre, sera: cavità artificiali e memoria dei raduni speleologici

Gli ultimi incontri del sabato spostano lo sguardo sulle opere idrauliche e sul collezionismo. La conoscenza del sottosuolo incontra così la storia delle infrastrutture e la memoria materiale della comunità.

  • Ore 18:00 — Paolo Guglia. È prevista la presentazione del libro “Le opere idrauliche minori della periferia”. Il programma richiama Trieste e la speleologia in Friuli-Venezia Giulia. L’appuntamento porta nel calendario un settore di ricerca legato alle opere realizzate dall’uomo.
  • Ore 19:00 — Maurizio Tavagnutti, Giampaolo Fornasier e Alessandro Pastorelli. Il tema è “Speleocollezionisti, da dieci anni presenti ai raduni”. L’incontro introduce una forma di conservazione della memoria speleologica che affianca libri, biblioteche e catasti.

Domenica 1° novembre: rischi nelle cavità artificiali e comunicazione della speleologia

La giornata conclusiva concentra tre appuntamenti. La sicurezza nelle cavità artificiali apre la mattina. Seguono due incontri dedicati alla comunicazione e al racconto di montagne e grotte.

  • Ore 10:00 — Gabriele La Rovere e Antonella Salomone. È prevista la presentazione del libro “Speleologia in cavità Artificiali Pericoli e Rischi”. Il titolo mette al centro il riconoscimento dei pericoli e la riflessione sul rischio nelle attività svolte nel sottosuolo artificiale.
  • ?Ore 10:30 uPix. La fotografia come strumento di documentazione delle grotte e presentazione del calendario fotografico 2027.
  • Ore 11:00 — Luca Calzolari. L’incontro è dedicato a “Comunicare la Speleologia”. La divulgazione diventa oggetto esplicito del programma, dopo essere comparsa attraverso fotografie, libri e reportage.
  • Ore 11:00 — Massimo Goldoni. Nella stessa fascia è indicato “Raccontare la montagna e le grotte”. Il tema amplia il confronto alla narrazione degli ambienti montani e sotterranei.

I titoli conclusivi mettono in relazione pratica e racconto. Il volume sulle cavità artificiali affronta pericoli e rischi. Gli incontri successivi riguardano il modo di comunicare esperienze e conoscenze. La chiusura riporta quindi al pubblico i temi attraversati nelle quattro giornate.

I percorsi tematici di Spritz Blitz Scintilens nel Raduno di Costacciaro 2026

Considerati nel loro insieme, gli incontri costruiscono una rete di collegamenti. Esplorazione e documentazione ricorrono nelle spedizioni, nella fotografia e nei reportage.

La formazione dialoga con soccorso, primo soccorso e preparazione delle guide. La tutela comprende l’etica, i pipistrelli e l’attenzione agli ambienti esplorati.

Un secondo livello riguarda l’accesso alla conoscenza. Biblioteche e catasti conservano informazioni. Libri e collezioni mantengono tracce delle esperienze. Il progetto multilingue e gli incontri sulla comunicazione affrontano la loro circolazione. Diversamente Speleo inserisce in questo quadro il tema della partecipazione.

Spritz Blitz Scintilens affianca così il programma generale di Costacciaro 2026 con un percorso centrato sulle persone. Le diverse voci consentiranno di seguire la speleologia come attività esplorativa, pratica formativa, ricerca e lavoro di divulgazione. La sede di riferimento resta via M. Masserelli 30, davanti al Forno, nelle quattro giornate del raduno.

Documentazione online consultata, con gli indirizzi completi:

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Microplastiche nelle grotte italiane: in Sicilia le tracce raggiungono anche i foraminiferi

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Microplastiche nelle grotte italiane, lo studio su Ficarella e Favignana collega sedimenti e organismi e propone metodi condivisi di monitoraggio

Le microplastiche sono state rilevate nei sedimenti di due grotte marine siciliane e nelle analisi dei foraminiferi bentonici che le abitano. Alla Grotta della Ficarella, nella Sicilia nord-occidentale, la concentrazione riportata è di 39 ± 41 particelle per chilogrammo di sedimento. Nella grotta studiata a Favignana, nelle isole Egadi, il valore è di 8 ± 7 particelle per chilogrammo. Il lavoro propone un approccio integrato, dal campionamento all’identificazione chimica, per seguire la presenza di questi inquinanti negli ambienti sotterranei costieri. [web:22]

La ricerca, intitolata “Assessing microplastic pollution in Mediterranean marine caves: a proposal for a methodological approach from sampling to analysis”, è pubblicata su Marine Pollution Bulletin. Lo studio è firmato da Elena Romano e da un gruppo che comprende ricercatori di ISPRA, Sapienza Università di Roma, Università di Siena e IGAG-CNR, insieme all’associazione BigBlueXplorers. [web:22]

Microplastiche nelle grotte marine: i risultati di Ficarella e Favignana

L’indagine ha esaminato due componenti dello stesso ambiente: i sedimenti del fondo e i foraminiferi bentonici. Questi ultimi sono organismi unicellulari associati al substrato, già utilizzati come indicatori ambientali. Nella Ficarella è stata osservata anche una maggiore varietà dei materiali polimerici identificati. [web:22][web:6]

I valori delle due grotte descrivono situazioni differenti. La dispersione riportata accanto alle concentrazioni evidenzia una distribuzione disomogenea delle particelle nei campioni. Il risultato richiama l’importanza di studiare più punti della cavità. Un singolo prelievo non rappresenta necessariamente l’intero ambiente sotterraneo. [web:22][web:34]

Le grotte marine mediterranee ospitano comunità biologiche peculiari e sono habitat tutelati dalla legislazione europea. Il monitoraggio delle microplastiche aggiunge quindi un elemento alla conoscenza delle pressioni ambientali che interessano questi ecosistemi. [web:22]

Foraminiferi e microplastiche nelle grotte: il ruolo della spettroscopia

Nella Ficarella sono stati analizzati esemplari di Textularia bocki e Sigmoilopsis schlumbergeri. A Favignana è stata studiata Lobatula lobatula. Le specie hanno gusci di tipo diverso e permettono di esplorare differenti relazioni tra organismi e materiali presenti nell’ambiente. [web:22]

Le analisi sono state eseguite mediante microspettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier, indicata come ?FTIR. Gli spettri degli esemplari esaminati hanno mostrato segnali attribuibili a materiali organici esterni all’organismo, fra i quali il polietilene. Il metodo consente di riconoscere la composizione chimica dei materiali, andando oltre la sola osservazione al microscopio. [web:22][web:34]

Il lavoro conferma il valore dei foraminiferi bentonici come indicatori precoci dell’inquinamento da microplastiche. La loro analisi affianca quella dei sedimenti e aiuta a riconoscere il passaggio dei contaminanti tra comparti ambientali differenti. [web:22]

Dal Bue Marino alla Sicilia: la ricerca sulle microplastiche nelle grotte marine

La ricerca si inserisce in un percorso già avviato nella Grotta del Bue Marino, in Sardegna. Uno studio pubblicato nel 2023 aveva rilevato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. I materiali comprendevano soprattutto frammenti e fibre di PVC e polietilene. [web:42]

In quel caso, il polietilene era stato identificato nei gusci agglutinati del foraminifero Eggerelloides advenus. Questi organismi raccolgono particelle dell’ambiente per costruire il guscio. Le osservazioni avevano documentato l’inclusione di materiale plastico in questa struttura biologica. [web:41][web:42]

Il nuovo studio su Ficarella e Favignana amplia il quadro delle microplastiche nelle grotte italiane. Il tema riguarda anche cavità turistiche, acque carsiche e ambienti profondi raggiungibili soltanto con tecniche speleologiche e speleosubacquee. [web:22][web:29][web:34]

Monitoraggio delle microplastiche nelle grotte italiane: un metodo dal prelievo all’analisi

Il contributo della ricerca non riguarda soltanto le concentrazioni misurate. Gli autori propongono di armonizzare i metodi di campionamento e di analisi nelle grotte marine. L’obiettivo è produrre risultati confrontabili e collegare lo studio dei sedimenti a quello degli organismi. [web:22]

Un monitoraggio integrato permette di descrivere dove si trovano le particelle e quali materiali le compongono. Consente anche di verificare le loro relazioni con la componente biologica. La collaborazione tra ricerca scientifica e competenze speleosubacquee rende accessibili ambienti nei quali il prelievo richiede procedure specifiche. [web:22][web:4]

Per la speleologia, questi studi rafforzano una prospettiva di tutela che comprende la cavità e il territorio circostante. Le ricerche italiane mostrano infatti apporti legati alla frequentazione, alla circolazione delle acque e alle connessioni con la superficie. La protezione del sottosuolo passa anche dalla conoscenza di questi collegamenti. [web:29][web:31][web:34]


Relazione di approfondimento: microplastiche nelle grotte italiane, distribuzione, trasporto e interazioni biologiche

Microplastiche nelle grotte italiane: il quadro delle ricerche

Le indagini italiane hanno documentato particelle plastiche in ambienti sotterranei molto diversi. Sono state studiate grotte turistiche, cavità marine, acque e sedimenti del Carso classico, piccole grotte abruzzesi al momento dell’esplorazione e acque di stillicidio. Nel loro insieme, i risultati descrivono un fenomeno che non dipende soltanto dalla presenza diretta dei visitatori. [web:29][web:42][web:31][web:19][web:50]

Tre relazioni aiutano a organizzare il quadro. La prima collega la frequentazione delle cavità al rilascio locale di particelle. La seconda riguarda il trasporto dalla superficie attraverso fiumi, infiltrazione e acquiferi. La terza comprende l’accumulo nei sedimenti e le interazioni con gli organismi. Ogni ambiente può combinare questi processi in modo diverso. [web:25][web:75][web:34][web:42]

Microplastiche e microfibre nelle grotte: le categorie da distinguere

Negli studi considerati, le microplastiche sono particelle plastiche di dimensioni comprese generalmente fra 1 micrometro e 5 millimetri. Possono essere prodotte già in piccole dimensioni oppure derivare dalla frammentazione e dall’usura di manufatti più grandi. [web:31][web:34]

Il termine “microfibra” descrive invece una forma. Non identifica automaticamente una plastica. Una fibra può essere sintetica, come il poliestere, oppure naturale o ottenuta da cellulosa rigenerata. Le ricerche più recenti distinguono quindi le microplastiche dalle altre microparticelle antropiche. [web:19][web:50]

Questa distinzione è importante negli ambienti sotterranei. In alcuni campioni le fibre cellulosiche costituiscono la parte dominante del materiale identificato. Il totale delle microparticelle antropiche e quello delle microplastiche rispondono a domande diverse e vanno riportati separatamente. [web:19][web:50]

Microplastiche nei sedimenti delle grotte turistiche: Bossea, Toirano e Borgio Verezzi

Un primo studio di Valentina Balestra e Rossana Bellopede, pubblicato nel volume 2022 di Environmental Pollution, ha sviluppato una procedura per separare e osservare le microplastiche nei sedimenti di una grotta turistica italiana. Il lavoro è riferito a Bossea, in Piemonte, come documentato dalla successiva ricerca comparativa. [web:24][web:36]

La concentrazione media riportata era di 4.390 particelle per chilogrammo di sedimento secco nella zona turistica. Nella sezione speleologica e di ricerca era di 1.600 particelle per chilogrammo. Le fibre rappresentavano l’84,9% delle particelle censite. L’85,4% aveva dimensioni inferiori a un millimetro. [web:24]

Nel 2023, le stesse autrici hanno ampliato l’indagine ai depositi di Bossea, Toirano e Borgio Verezzi. Il lavoro, pubblicato sul Journal of Environmental Management, ha combinato il software MUPL, microscopia con e senza luce ultravioletta e verifiche mediante ?FTIR-ATR. [web:29][web:36]

Le microplastiche erano presenti nei sedimenti di tutte le grotte esaminate. La media era di 4.300 particelle per chilogrammo lungo i percorsi turistici e di 2.570 nelle aree speleologiche. Prevalevano particelle inferiori al millimetro e forme fibrose. I materiali identificati comprendevano soprattutto poliesteri e poliolefine. [web:29]

La distribuzione lungo i percorsi e la composizione dei campioni sostengono un contributo dei tessili sintetici alla contaminazione. La frequentazione può quindi costituire una sorgente locale. Il dato va collocato nella storia di ciascuna grotta, insieme alla circolazione dell’acqua e agli apporti esterni. [web:25][web:34]

La Scintilena ha seguito questi studi già nel 2023, riportando i risultati delle tre cavità e le tecniche utilizzate. La ricerca sulle microplastiche è così entrata anche nella divulgazione rivolta alla comunità speleologica italiana. [web:14][web:20][web:21]

Microplastiche nelle acque carsiche: il collegamento tra superficie e grotta

Uno studio di Balestra, Bartolomeo Vigna, Sean De Costanzo e Bellopede, pubblicato nel 2023 sul Journal of Contaminant Hydrology, ha esaminato acque superficiali e sotterranee connesse in un sistema carsico italiano. Il disegno di ricerca affrontava il trasporto delle particelle lungo il percorso dell’acqua. [web:75]

Nelle acque di grotta sono state riportate concentrazioni da 12 a 54 particelle per litro, con una media di 28. Nel tributario superficiale erano presenti 23 particelle per litro. Nel tratto a valle il valore era di 29. [web:75]

Le fibre rappresentavano il 95,1% delle particelle censite nelle acque del sistema. L’82,9% era inferiore a un millimetro. Tra i materiali riconosciuti spettroscopicamente, il polietilene risultava prevalente. Le verifiche chimiche erano state effettuate sul 10% delle particelle osservate su ciascun filtro. [web:75]

Le misure rendono evidente la continuità tra il bacino superficiale e il sottosuolo. Nei sistemi carsici, le fratture e le condotte consentono il trasferimento di acqua e contaminanti. Un monitoraggio della sola cavità descrive quindi soltanto una parte del sistema ambientale. [web:75][web:31]

Microplastiche nel Carso classico: acque, sedimenti e habitat del proteo

Nel 2024, una ricerca pubblicata sul Journal of Environmental Management ha studiato habitat acquatici del settore italiano del Carso classico. Sono stati considerati tre siti sotterranei e due sorgenti. Il lavoro comprendeva il Pozzo Mariano, la Grotta di Trebiciano e la cavità 214 presso San Giovanni di Duino. [web:31]

I siti ospitavano fauna adattata agli ambienti sotterranei, compreso il proteo, Proteus anguinus. Le indagini hanno rilevato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. Dopo la correzione per i controlli analitici, le concentrazioni erano comprese fra circa 37 e 86 particelle per litro nelle acque. Nei sedimenti variavano fra circa 776 e 2.064 particelle per chilogrammo. [web:31]

Prevalevano le fibre, seguite da frammenti e particelle sferiche. Le analisi spettroscopiche, condotte su una frazione delle particelle censite, hanno identificato diversi materiali, fra cui poliesteri e copolimeri. Questa varietà è compatibile con più sorgenti di contaminazione. [web:31]

Il rilievo biologico del lavoro riguarda la presenza delle particelle negli habitat di specie protette e specializzate. Lo studio non costituisce una dimostrazione di danni al proteo. Documenta un’esposizione ambientale potenziale e collega il monitoraggio degli inquinanti alla conservazione della fauna sotterranea. [web:31]

Microplastiche nelle grotte profonde del Timavo: Maucci, Luftloch e Trebiciano

Una ricerca pubblicata il 2 febbraio 2026 sulla rivista Microplastics ha confrontato tre cavità collegate al Reka-Timavo. Due erano state raggiunte soltanto di recente: la Caverna Maucci e la Grotta Luftloch. Il terzo sito era l’Abisso di Trebiciano, frequentato da tempo per esplorazioni e ricerche. [web:34]

I campionamenti sono stati eseguiti nel 2024. La Caverna Maucci si trova a circa 300 metri di profondità ed è accessibile attraverso un percorso speleosubacqueo. Il progetto ha coinvolto Università di Trieste, Società Adriatica di Speleologia e Bioscience Research Center, con una collaborazione istituzionale illustrata dall’ateneo. [web:34][web:4]

Le concentrazioni medie di microplastiche confermate chimicamente, espresse per chilogrammo di sedimento secco, erano:

  • Trebiciano: 84,7 ± 58,4 particelle;
  • Caverna Maucci: 105,9 ± 53,6 particelle;
  • Luftloch: 91,8 ± 51,3 particelle. [web:34]

Le differenze tra le medie delle tre grotte non risultavano statisticamente significative. Polipropilene, polietilene e PET costituivano i polimeri identificati. Le forme prevalenti erano fibre e frammenti. [web:34]

Il risultato indica che, in questo sistema, gli apporti trasportati dal fiume possono prevalere sulla contaminazione associata alla frequentazione locale. Le grotte appena raggiunte non risultavano separate dal bacino superficiale. Condividevano l’acqua e il carico di particelle del sistema idrologico. [web:34]

Piene del Timavo e microplastiche nei sedimenti di grotta

Lo studio del 2026 ha seguito transetti dal margine del fiume verso depositi più elevati. Le concentrazioni aumentavano nelle stazioni alte: circa quattro volte nelle due cavità remote e fino a dodici volte a Trebiciano, rispetto alle stazioni basse. [web:34]

Gli autori interpretano questa distribuzione attraverso la dinamica delle piene. Durante l’innalzamento dell’acqua, le particelle possono raggiungere le zone alte. Nei settori a corrente rallentata possono depositarsi e rimanere trattenute. Durante la discesa dei livelli, i depositi più vicini al fiume sono maggiormente soggetti a rimozione e trasporto. [web:34]

Anche il tipo di polimero contribuisce alla distribuzione. Polietilene e polipropilene, meno densi, risultano favoriti nell’accumulo sui depositi elevati. Il PET, più denso, è relativamente più rappresentato nei settori prossimi al fiume. Il sedimento registra quindi sia gli apporti sia la selezione operata dall’acqua. [web:34]

Microplastiche nelle grotte abruzzesi di San Vito: il peso delle fibre cellulosiche

Una ricerca pubblicata nel 2025 su Science of The Total Environment ha esaminato microparticelle antropiche nelle cavità di San Vito, in Valle Castellana. I campioni sono stati raccolti in cinque grotte, denominate San Vito 2, 4, 5, 6 e 8, con il coinvolgimento dello Speleo Club Teramo e un protocollo specifico per le esplorazioni. [web:19][web:54]

Le microparticelle antropiche erano presenti nel complesso delle cavità studiate. Le concentrazioni nei singoli campioni variavano da zero a 2.311 particelle per chilogrammo di sedimento. Il 97,1% delle particelle identificate era costituito da microfibre naturali e rigenerate di origine cellulosica. La quota sintetica indicata come microplastiche era del 2,2%. [web:19]

Il risultato descrive un ingresso nel sottosuolo di materiali prodotti o dispersi dalle attività umane, anche prima di una frequentazione regolare. Non tutte le grotte presentavano microplastiche sintetiche. La distinzione tra fibre cellulosiche e plastiche permette di rappresentare con precisione il tipo di contaminazione rilevato. [web:19]

Fra le possibili vie d’ingresso figurano la deposizione atmosferica, l’infiltrazione e il trasferimento da aree superficiali contaminate. Sono state considerate anche infrastrutture e materiali tessili o geotessili prossimi alle cavità. Si tratta di sorgenti potenziali da valutare nel contesto territoriale dei siti. [web:19]

Microplastiche nelle acque di stillicidio: particelle lungo il percorso di infiltrazione

Nel 2026, Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Bellopede hanno pubblicato su Groundwater for Sustainable Development lo studio “Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters”. La ricerca ha esaminato le microparticelle antropiche nelle acque che gocciolano all’interno delle grotte. [web:50]

Le concentrazioni di microplastiche variavano da zero a 23 particelle per litro. Sono stati identificati PET e poliuretano. Le particelle plastiche erano frammenti, con l’eccezione di una fibra di PET. [web:50]

Nel complesso delle microparticelle antropiche analizzate, l’80,5% era cellulosico e l’81,6% aveva forma fibrosa. Le particelle inferiori a un millimetro costituivano l’89,3%. Questi dati mantengono distinta la componente plastica dal totale dei materiali antropici. [web:50]

L’indagine amplia l’attenzione dalle acque correnti allo stillicidio. Il collegamento tra superficie e cavità interessa quindi anche l’acqua che attraversa il sistema di infiltrazione. Le possibili sorgenti considerate comprendono rifiuti nelle doline, strade, ferrovie e altre attività umane. [web:50]

Microplastiche nelle grotte marine italiane: Bue Marino, Ficarella e Favignana

Nel Bue Marino, nel Golfo di Orosei, lo studio pubblicato nel 2023 ha esaminato acqua, sedimenti e foraminiferi. Le microplastiche erano presenti in tutti i campioni di acqua e sedimento. Forma, dimensioni e composizione risultavano simili nei due comparti. [web:42]

Gli autori hanno interpretato il mare come la sorgente prevalente rispetto agli apporti stagionali di acqua dolce del sistema carsico. Nei gusci agglutinati dei foraminiferi è stato identificato polietilene. La ricerca ha documentato che queste cavità possono raccogliere microplastiche e che le particelle possono entrare nella componente biologica già a livello dei protisti. [web:41][web:42]

Il lavoro su Ficarella e Favignana sviluppa questa prospettiva. Accanto alle concentrazioni nei sedimenti, analizza specie con differenti tipi di guscio. Il riconoscimento di materiali esogeni, compreso il polietilene, sostiene l’impiego dei foraminiferi come indicatori precoci. [web:22]

L’inclusione di plastica in un guscio e l’ingestione alimentare non sono fenomeni equivalenti. Nel Bue Marino è documentato l’uso di particelle durante la costruzione del guscio agglutinato. La caratterizzazione chimica degli esemplari consente di studiare il contatto con i contaminanti senza confondere meccanismi biologici diversi. [web:42]

Concentrazioni di microplastiche nelle grotte italiane: una sintesi dei dati

Ambiente e ricerca Matrice Risultato riportato Bossea, studio nel volume 2022 Sedimento secco Media di 4.390 particelle/kg nella zona turistica e 1.600 nella sezione speleologica e di ricerca. [web:24][web:36] Bossea, Toirano e Borgio Verezzi, 2023 Sedimento Media di 4.300 particelle/kg sui percorsi turistici e 2.570 nelle aree speleologiche. [web:29][web:36] Sistema carsico italiano, 2023 Acqua di grotta 12–54 particelle/L; media di 28. [web:75] Habitat del Carso classico, 2024 Acque e sedimenti Circa 37–86 particelle/L e 776–2.064 particelle/kg, dopo correzione dei controlli. [web:31] Cavità di San Vito, 2025 Sedimento 0–2.311 microparticelle antropiche/kg nei campioni; prevalenza cellulosica e quota sintetica del 2,2% fra le particelle identificate. [web:19] Trebiciano, Maucci e Luftloch, 2026 Sedimento secco Medie rispettivamente di 84,7, 105,9 e 91,8 microplastiche confermate/kg. [web:34] Acque di stillicidio, 2026 Acqua 0–23 microplastiche/L; identificati PET e poliuretano. [web:50] Ficarella e Favignana, nuovo studio Sedimento Rispettivamente 39 ± 41 e 8 ± 7 particelle/kg. [web:22]

I numeri descrivono matrici, siti e protocolli differenti. Non costituiscono una graduatoria nazionale delle grotte. Una concentrazione per litro d’acqua non è direttamente confrontabile con una concentrazione per chilogrammo di sedimento. Anche fra sedimenti, contano soglia dimensionale, estrazione e conferma chimica. [web:31][web:34]

Analisi delle microplastiche in grotta: campionamento, separazione e identificazione

Il percorso analitico comprende fasi collegate. Ogni fase influenza quali particelle possono essere recuperate e riconosciute. Le ricerche italiane hanno adattato le procedure alle condizioni delle cavità, dalle aree turistiche ai siti raggiungibili in immersione. [web:24][web:34]

  1. Campionamento. I prelievi devono rappresentare il gradiente ambientale: percorso turistico e area remota, ingresso e interno, fiume e depositi elevati. Repliche e informazioni idrologiche aiutano a descrivere la variabilità. [web:36][web:34]
  2. Separazione. Nei sedimenti si utilizzano soluzioni saline per isolare le particelle dalla frazione minerale. La composizione e la densità della soluzione influenzano il recupero dei materiali. [web:24][web:31][web:34]
  3. Rimozione della materia organica. Trattamenti controllati, spesso con perossido di idrogeno, rendono più leggibili i campioni prima dell’osservazione. [web:24][web:75]
  4. Microscopia. Forma, colore e dimensioni consentono una prima caratterizzazione. L’illuminazione ultravioletta può aiutare lo screening, ma non identifica da sola la natura plastica. [web:24][web:31]
  5. Spettroscopia. La ?FTIR confronta la risposta infrarossa del materiale con spettri di riferimento. Permette di riconoscere i polimeri e di separare molte particelle non plastiche da quelle sintetiche. [web:34]
  6. Controlli. Campioni bianchi di campo e laboratorio verificano la contaminazione introdotta da aria, materiali e reagenti. I risultati e le eventuali correzioni accompagnano il conteggio finale. [web:31][web:34]

Nel lavoro sul Timavo, 430 particelle erano state inizialmente selezionate come sospette. Dopo la caratterizzazione chimica, 84 sono state identificate come vere microplastiche. Il passaggio dalla selezione visiva alla conferma strumentale rappresenta quindi una parte decisiva della misura. [web:34]

La fluorescenza resta uno strumento utile, ma complementare. Alcuni materiali non plastici possono fluorescere. Alcune plastiche non mostrano questa proprietà. Per questo, le indagini italiane combinano osservazioni con e senza luce UV e verifiche spettroscopiche. [web:24][web:31]

Monitoraggio delle microplastiche nelle grotte: standardizzazione e confronti

L’armonizzazione proposta per Ficarella e Favignana riguarda l’intero processo. Per confrontare siti e campagne servono informazioni coerenti sulle matrici, sui prelievi e sulle analisi. La definizione dei metodi permette di seguire anche il trasferimento delle particelle tra acqua, sedimento e organismi. [web:22]

Una scheda di monitoraggio dovrebbe specificare almeno il volume d’acqua o la massa di sedimento esaminata, le dimensioni considerate e il metodo di identificazione. Sono rilevanti anche la quota di particelle verificata chimicamente, i controlli di contaminazione e le condizioni idrologiche. Questi elementi emergono dalle procedure descritte nelle ricerche italiane. [web:75][web:31][web:34]

La dimensione dei pori del filtro non coincide necessariamente con il limite effettivo di identificazione. Nel lavoro sul Timavo sono state usate membrane con pori di 0,2 micrometri, mentre la selezione analitica riguardava particelle superiori a 10 micrometri. Il confronto deve quindi utilizzare la soglia delle particelle effettivamente analizzate. [web:34]

Microplastiche, biodiversità sotterranea e tutela delle acque

La presenza delle particelle nei sedimenti descrive un accumulo ambientale. La loro presenza nell’acqua indica una possibile via di esposizione e trasporto. L’identificazione nei gusci dei foraminiferi aggiunge un’interazione biologica documentata. Questi risultati hanno significati collegati, ma distinti. [web:75][web:42][web:22]

Per gli habitat del proteo e degli invertebrati sotterranei, le ricerche richiamano la necessità di studiare gli effetti ecologici. Le particelle possono essere ingerite o interagire con altri contaminanti. Le misure ambientali disponibili non quantificano automaticamente un danno alle popolazioni presenti nei siti. [web:31]

La tutela delle acque richiede la stessa distinzione. Un campione positivo in grotta descrive la presenza di particelle nel punto esaminato. Non equivale a una misura dell’acqua distribuita al consumo umano. Il collegamento con le risorse idriche rende importante estendere il monitoraggio lungo il sistema carsico. [web:75][web:31]

Speleologia e microplastiche nelle grotte italiane: il contributo operativo

Gli speleologi consentono l’accesso ai luoghi di campionamento e forniscono informazioni su morfologia, sedimenti e circolazione dell’acqua. Nelle cavità di San Vito, la raccolta è stata inserita nelle esplorazioni attraverso un protocollo concordato con i ricercatori. Nel Timavo, l’indagine ha richiesto anche competenze speleosubacquee. [web:19][web:4][web:34]

La partecipazione deve mantenere il controllo della contaminazione. Abbigliamento, contenitori e attrezzature fanno parte del contesto di prelievo e vanno documentati. Nei luoghi più difficili da raggiungere, le scelte di campionamento devono conciliare sicurezza, tutela della cavità e controlli analitici. Lo studio del 2026 sul Timavo descrive proprio questo adattamento operativo. [web:34]

Le azioni di conservazione riguardano sia il sottosuolo sia le aree di alimentazione. Comprendono il controllo dei rifiuti nelle depressioni carsiche, la riduzione degli apporti inquinanti alle acque e la gestione della frequentazione. Il contributo relativo di ciascuna sorgente cambia da un sistema all’altro. [web:50][web:75][web:25][web:34]

Microplastiche nelle grotte italiane: concetti essenziali per leggere gli studi

  • Matrice ambientale: il materiale esaminato, come acqua, sedimento o componente biologica. Le ricerche integrate analizzano più matrici dello stesso ambiente. [web:22]
  • Microfibra: particella allungata, che può essere sintetica, naturale o cellulosica rigenerata. La forma non basta a definirla plastica. [web:19][web:50]
  • Foraminifero bentonico: organismo unicellulare associato al fondo; alcune specie costruiscono gusci agglutinando particelle disponibili nell’ambiente. [web:6][web:42]
  • ?FTIR: tecnica di microspettroscopia infrarossa usata per identificare la composizione dei materiali. [web:34]
  • Campione bianco: controllo destinato a verificare particelle introdotte durante prelievo, trasporto o analisi. [web:31][web:34]
  • Concentrazione numerica: numero di particelle riferito a una quantità di matrice, per esempio un litro d’acqua o un chilogrammo di sedimento secco. [web:75][web:34]

Fonti consultate e URL completi

  1. Romano E., Bergamin L., Di Bella L., Baini M., Capriotti S., D’Ambrosi A., Di Fazio M., Galli M., Medeghini L., Panti C., Pierdomenico M., Provenzani C., Fossi M.C. — “Assessing microplastic pollution in Mediterranean marine caves: a proposal for a methodological approach from sampling to analysis”. Marine Pollution Bulletin, volume 223, articolo 119081. Pubblicazione online: 1 dicembre 2025. DOI: 10.1016/j.marpolbul.2025.119081. [web:22]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41330341/
  2. Balestra V., Bellopede R. — “Microplastic pollution in show cave sediments: First evidence and detection technique”. Environmental Pollution, 292, 118261, 2022; pubblicazione online nel 2021. [web:24]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34601031/
  3. Balestra V., Bellopede R. — “Microplastics in caves: A new threat in the most famous geo-heritage in the world. Analysis and comparison of Italian show caves deposits”. Journal of Environmental Management, 342, 118189, 2023. [web:29][web:36]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37210820/
    https://iris.polito.it/handle/11583/2978582
  4. Balestra V., Vigna B., De Costanzo S., Bellopede R. — “Preliminary investigations of microplastic pollution in karst systems, from surface watercourses to cave waters”. Journal of Contaminant Hydrology, 252, 104117, 2023. [web:75]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36424222/
  5. Balestra V. e collaboratori — “Microplastic pollution calls for urgent investigations in stygobiont habitats: A case study from Classical karst”. Journal of Environmental Management, 356, 120672, 2024. [web:31]
    https://doi.org/10.1016/j.jenvman.2024.120672
  6. Bruschi R., Piccardo M., Bentivoglio T., Anselmi S., Cabanel P., Bevilacqua S., Gardossi L., Renzi M. — “Microplastics in Pristine Caves of the Classic Karst (NE Italy): A First Assessment of Contamination Levels”. Microplastics, 5(1), 24, 2026. [web:34]
    https://www.mdpi.com/2673-8929/5/1/24
  7. Università di Trieste — “Microplastiche anche nelle grotte mai toccate dall’uomo: studio UniTS sui sistemi sotterranei del Carso”, 18 febbraio 2026. [web:4]
    https://portale.units.it/it/notizie/microplastiche-anche-nelle-grotte-mai-toccate-dalluomo-studio-units-sui-sistemi-sotterranei
  8. “Explorations in the dark continent: Did microplastics and…” — studio sulle microparticelle nelle grotte inesplorate, Science of The Total Environment, 2025; approfondimento di Scintilena sulle cavità di San Vito. [web:54][web:19]
    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969725009647
    https://www.scintilena.com/microplastiche-in-grotte-inesplorate-studio-inedito-rivela-inquinamento-nel-continente-buio-abruzzese-2/08/24/
  9. Balestra V., Mossotti R., Zini L., Bellopede R. — “Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters”. Groundwater for Sustainable Development, 34, 101669, 2026. [web:50]
    https://iris.unito.it/handle/2318/2160238
    https://doi.org/10.1016/j.gsd.2026.101669
  10. “First record of microplastic in the environmental matrices of a Mediterranean marine cave (Bue Marino, Sardinia, Italy)”. Marine Pollution Bulletin, 2023. [web:42]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36473244/
  11. Scintilena — notizie sui risultati delle ricerche nelle grotte turistiche italiane, 2023. [web:14][web:20][web:21]
    https://www.scintilena.com/solo-un-mese-per-scaricare-il-nuovo-studio-sulle-microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane/06/10/
    https://www.scintilena.com/microplastiche-trovate-nelle-grotte-italiane-un-campanello-dallarme-per-gli-sforzi-di-conservazione/05/22/
    https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondiale/11/23/

Microplastiche in grotte marine

L'articolo Microplastiche nelle grotte italiane: in Sicilia le tracce raggiungono anche i foraminiferi proviene da Scintilena.

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Biospeleologia, 445 specie in 16 grotte brasiliane: la biodiversità si decide nei microhabitat

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Risorse alimentari, temperatura e rifugi: uno studio sulla Serra da Bodoquena mostra come la biospeleologia possa orientare la conservazione delle grotte

Biospeleologia nella Serra da Bodoquena: i risultati della ricerca

La biodiversità delle grotte dipende anche da differenze ambientali che si manifestano su pochi metri, fino alla scala del singolo metro quadrato. Una ricerca condotta in 16 grotte calcaree della Serra da Bodoquena, nel Mato Grosso do Sul, in Brasile, ha registrato 445 specie di invertebrati terrestri, appartenenti a 27 ordini. Venti specie presentavano caratteristiche associate alla vita cavernicola. Lo studio collega la distribuzione delle comunità alla varietà delle risorse alimentari, alla distanza dall’ingresso, alla temperatura e alla disponibilità di rifugi. [web:32]

Il lavoro si intitola “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”. È pubblicato su Ecological Research, volume 41, numero 2, articolo e70045, del 2026. Gli autori sono Rayanne Lays Sant’Ana Merlo, Leandro Mata da Rocha Melo, Lívia Medeiros Cordeiro, Marconi Souza Silva e Rodrigo Lopes Ferreira. [web:32]

La ricerca affronta un tema centrale della biospeleologia: comprendere perché organismi diversi occupino settori differenti della stessa cavità. Il sottosuolo presenta condizioni relativamente stabili, ma non uniformi. Anche variazioni contenute possono selezionare le specie capaci di vivere in un determinato ambiente. [web:32]

Microhabitat delle grotte: due scale per studiare gli invertebrati

Il campionamento è stato organizzato su due livelli spaziali. I ricercatori hanno esaminato 39 aree di 3 × 10 metri, riferite alla mesoscala. Hanno inoltre studiato 117 quadrati di 1 × 1 metro, riferiti alla microscala. Alle raccolte sistematiche si sono aggiunte ricerche generali mirate alla fauna troglobia. [web:32]

Questo disegno consente di leggere la grotta sia attraverso settori relativamente ampi, sia attraverso piccole porzioni del substrato. Cambiando la scala di osservazione, cambiano anche i fattori che spiegano meglio la composizione delle comunità. È uno dei risultati più rilevanti dello studio. [web:32]

Il censimento riguarda l’insieme delle 16 cavità. Le 445 specie rappresentano il totale registrato dalla ricerca, non la ricchezza di ciascuna grotta. Il dato descrive una fauna distribuita attraverso numerosi ambienti e condizioni locali. [web:32]

Biodiversità delle grotte e risorse alimentari: conta la varietà

La ricchezza di specie è risultata associata alla diversità delle risorse trofiche, cioè delle fonti di nutrimento. Una maggiore eterogeneità alimentare favoriva comunità più ricche. La ricchezza diminuiva invece con l’aumento della distanza dall’ingresso. [web:32]

Il risultato si inserisce nel funzionamento generale degli ecosistemi cavernicoli. Nelle zone prive di luce, la fotosintesi non sostiene le reti alimentari come avviene in superficie. Molte comunità dipendono quindi da materia organica proveniente dall’esterno, trasportata dall’acqua o dagli animali. [web:11][web:16]

Foglie, frammenti vegetali e altri apporti organici possono alimentare catene ecologiche differenti. Il guano dei pipistrelli costituisce un ulteriore collegamento tra superficie e sottosuolo. La biospeleologia studia questi flussi per comprendere come si mantenga la vita nelle cavità. [web:2][web:16]

Temperatura delle grotte e rifugi: filtri ecologici su pochi metri

Alla mesoscala, la composizione delle comunità era associata soprattutto a piccole variazioni di temperatura. In un ambiente termicamente stabile, differenze contenute possono funzionare da filtri ecologici. Favoriscono alcune specie e rendono meno adatto lo stesso settore ad altre. [web:32]

Alla microscala emergeva invece il ruolo della disponibilità di rifugi. La struttura fisica del substrato offre spazi protetti e microclimi differenti. La distribuzione degli invertebrati risponde quindi anche all’organizzazione materiale dell’habitat. [web:32]

Una grotta non può essere descritta soltanto attraverso la sua temperatura media. La ricerca mostra il valore di misure locali e osservazioni ravvicinate. Per la biospeleologia, il dettaglio spaziale diventa parte della spiegazione ecologica. [web:32]

Diversità tassonomica delle grotte e conservazione della fauna

Lo studio ha rilevato una correlazione positiva tra ricchezza di specie e distintività tassonomica. Quest’ultima considera quanto siano differenziati i gruppi presenti nella classificazione biologica. Le comunità più ricche sostenevano anche una maggiore varietà tassonomica, interpretata dagli autori in termini di diversità evolutiva. [web:32]

I risultati forniscono una base scientifica per orientare la conservazione. La tutela deve considerare non soltanto le specie, ma anche le condizioni che ne permettono la presenza. Risorse alimentari, rifugi e microclima sono componenti dell’habitat da integrare nella gestione delle cavità. [web:32]

Il quadro si collega anche alla protezione degli ambienti esterni. Una ricerca pubblicata nel 2026 su PeerJ, dedicata a sei grotte ferruginose dell’Amazzonia, ha documentato legami tra fauna cavernicola e lettiera forestale circostante. Gli autori indicano la conservazione delle foreste prossime alle cavità come parte della tutela delle comunità sotterranee. [web:11]

Relazione: l’importanza della biospeleologia e della ricerca scientifica nelle grotte

Biospeleologia e ambiente sotterraneo: oltre le gallerie accessibili

La biospeleologia studia gli organismi degli ambienti sotterranei e le loro relazioni con le condizioni fisiche, le risorse e gli altri esseri viventi. Il suo campo comprende grotte, acque sotterranee e spazi molto più piccoli. Fratture, pori e interstizi partecipano infatti alla continuità dell’habitat ipogeo. [web:21][web:24]

Questa prospettiva cambia il significato biologico di una grotta. La cavità percorribile dagli speleologi è una porzione osservabile di una rete più estesa. Il confine riportato su una topografia non coincide necessariamente con quello attraversato dagli organismi. Le connessioni possono proseguire attraverso fessure o circuiti idrici non accessibili alle persone. [web:21]

Scintilena ha approfondito questo tema attraverso il contributo di Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Fabrizio Serena negli Atti del Congresso nazionale di speleologia di Ormea del 2022. Il passaggio dalla singola grotta all’ambiente sotterraneo esteso collega ricerca biologica, esplorazione e pianificazione della tutela. [web:21]

Ne deriva un criterio operativo importante. La conservazione non può fermarsi all’ingresso o alle gallerie conosciute. Deve considerare anche le aree di alimentazione, il suolo sovrastante e le connessioni dell’acquifero. La scala della protezione deve seguire il funzionamento del sistema naturale. [web:21]

Fauna cavernicola e adattamenti: il valore evolutivo della biospeleologia

Gli organismi sotterranei offrono modelli per studiare l’evoluzione in condizioni di oscurità, disponibilità energetica limitata e relativa stabilità ambientale. In diversi gruppi compaiono riduzione degli occhi e della pigmentazione, appendici allungate e modificazioni dei sistemi sensoriali. Questi caratteri sono spesso indicati come troglomorfismi. [web:16]

Non tutte le specie rinvenute in grotta hanno lo stesso rapporto con il sottosuolo. Gli organismi troglobi, o troglobionti, sono legati agli ambienti sotterranei. Gli stigobi rappresentano la componente acquatica specializzata. Le specie troglofile possono invece mantenere popolazioni sia negli ambienti ipogei sia in quelli di superficie. [web:11][web:16]

Queste categorie aiutano a interpretare le comunità. La presenza di un animale in una cavità acquista significato attraverso il suo ciclo biologico e la sua distribuzione. Anche le connessioni con l’esterno possono essere molto differenti tra specie. [web:16]

La ricerca sugli adattamenti comprende inoltre fisiologia e storia delle popolazioni. Molti organismi specializzati presentano crescita lenta, maturazione ritardata o capacità di resistere a periodi di scarsità alimentare. Il confronto con specie affini di superficie permette di studiare come questi caratteri si siano sviluppati. [web:16]

L’isolamento tra popolazioni sotterranee può favorire una marcata differenziazione genetica. Per numerose specie, la capacità di dispersione è ridotta. Comprendere questi processi serve sia alla biologia evolutiva sia alla conservazione di popolazioni con distribuzioni limitate. [web:16]

Reti alimentari delle grotte: risorse, decompositori e pipistrelli

Le reti alimentari sotterranee collegano microbi, invertebrati e vertebrati. Negli ambienti bui, gli apporti esterni assumono un ruolo fondamentale. La materia organica può arrivare attraverso infiltrazioni, corsi d’acqua, ingressi e movimento degli animali. In alcuni sistemi interviene anche la produzione microbica basata su reazioni chimiche. [web:16]

La distribuzione del nutrimento non è necessariamente uniforme. Un deposito organico può creare condizioni diverse rispetto a un tratto povero di risorse. Lo studio della Serra da Bodoquena dimostra che la varietà delle risorse alimentari è associata alla ricchezza degli invertebrati. [web:32]

I pipistrelli partecipano a questi scambi quando utilizzano le grotte come rifugio e si alimentano all’esterno. Il guano trasferisce nutrienti all’ambiente ipogeo e sostiene processi biologici locali. Una sintesi del 2026 sui servizi ecosistemici sotterranei richiama anche il loro ruolo nella trasformazione degli ambienti cavernicoli. [web:2]

La protezione dei chirotteri riguarda quindi sia le colonie sia le relazioni ecologiche che contribuiscono a mantenere. Nei siti di svernamento, il disturbo può provocare risvegli e consumo delle riserve energetiche. Tutela Pipistrelli richiama per questo la necessità di ridurre la frequentazione e gli stimoli vicino agli animali in torpore. [web:43]

Microhabitat e ricerca nelle grotte: perché cambiare scala di osservazione

Il contributo dello studio brasiliano riguarda anche il metodo. Un settore di trenta metri quadrati e un quadrato di un metro quadrato non descrivono lo stesso livello di organizzazione. Il primo intercetta differenze tra porzioni della grotta. Il secondo evidenzia condizioni locali del substrato. [web:32]

Analizzare più scale consente di riconoscere fattori che una misura complessiva potrebbe attenuare. Nella Serra da Bodoquena, la temperatura emergeva soprattutto alla mesoscala. I rifugi assumevano il ruolo principale alla microscala. I due risultati descrivono livelli complementari della struttura delle comunità. [web:32]

Questo approccio aiuta a evitare una lettura omogenea dell’ambiente sotterraneo. Una stessa cavità può contenere combinazioni differenti di risorse e condizioni fisiche. La biodiversità va quindi studiata attraverso unità spaziali coerenti con le dimensioni e le esigenze degli organismi. [web:32]

Anche il confronto tra grotte richiede attenzione al contesto. Nelle cavità ferruginose amazzoniche studiate su PeerJ, la lettiera e la copertura vegetale contribuivano a spiegare i legami con la fauna esterna. Nei sistemi calcarei della Bodoquena, lo studio mette a fuoco i fattori interni dei microhabitat. Le due ricerche illuminano componenti diverse della stessa rete ecologica. [web:11][web:32]

Acque sotterranee e servizi ecosistemici: il valore della biodiversità ipogea

La ricerca scientifica nelle grotte riguarda anche funzioni rilevanti per la società. Gli ambienti sotterranei partecipano ai cicli biogeochimici, sostengono habitat di superficie e custodiscono risorse idriche. La componente biologica contribuisce ad alcuni processi che influenzano la qualità delle acque, insieme alla geochimica e alle condizioni fisiche. [web:2]

Una revisione pubblicata nel 2026 su Biological Reviews, coordinata da Stefano Mammola e numerosi specialisti, ha ricondotto gli ecosistemi sotterranei a 68 dei 90 servizi della classificazione internazionale CICES. Il risultato corrisponde a circa il 75% delle categorie considerate. [web:2]

La percentuale riguarda il numero di tipologie di servizi alle quali il sottosuolo contribuisce. Non rappresenta la quota di tutti i benefici ambientali del pianeta prodotta dalle grotte. La revisione comprende ambienti terrestri, acque dolci sotterranee e sistemi sotterranei salmastri o marini. [web:2]

Tra i benefici figurano approvvigionamento idrico, regolazione ambientale, ricerca, educazione e valori culturali. Molti contributi sono documentati qualitativamente. La loro quantificazione resta un campo di lavoro importante per collegare conoscenza scientifica e decisioni pubbliche. [web:2]

La tutela della fauna non si riduce comunque a una valutazione economica. Gli organismi sotterranei possiedono anche un valore intrinseco. La ricerca permette di riconoscerlo, descrivendo diversità, funzioni e relazioni che resterebbero altrimenti poco visibili. [web:2]

Grotte e cambiamenti climatici: stabilità non significa immobilità

La relativa stabilità delle grotte le rende laboratori naturali per studiare le risposte degli organismi ai cambiamenti ambientali. La roccia attenua molte oscillazioni esterne. Il sottosuolo resta però collegato alla superficie attraverso scambi di calore, aria, acqua e materia organica. [web:16]

Il riscaldamento esterno può propagarsi nelle cavità con tempi differenti. La profondità, la circolazione dell’aria e il movimento dell’acqua influenzano la risposta. Gli ambienti sotterranei superficiali possono mostrare variazioni più rapide rispetto ai settori profondi. [web:16]

Per la fauna, gli effetti dipendono dalla specie. Alcuni organismi tollerano intervalli termici ristretti. Altri presentano capacità di risposta più ampie. Anche l’umidità e la disponibilità delle risorse possono modificare l’idoneità dell’habitat. La valutazione richiede quindi dati biologici e ambientali integrati. [web:16]

Il risultato della Bodoquena conferma il rilievo ecologico delle piccole differenze termiche. Da questo punto di vista, il monitoraggio del microclima non è un’attività separata dalla biospeleologia. È uno strumento per interpretare la distribuzione della fauna e seguirne i cambiamenti. [web:32][web:16]

Metodi della biospeleologia: campionamento, sensori e DNA ambientale

La ricerca nelle grotte combina osservazione diretta, campionamenti mirati, identificazione tassonomica e misurazione delle condizioni ambientali. Transetti e aree di campionamento definite rendono più confrontabili le osservazioni. Sensori e registrazioni ripetute consentono di affiancare ai dati biologici serie di temperatura e umidità. [web:21][web:24]

L’identificazione delle specie rimane essenziale. Nel lavoro sulle grotte ferruginose amazzoniche, gli autori hanno coinvolto specialisti di diversi gruppi e depositato esemplari in collezioni scientifiche. Queste raccolte mantengono un riferimento verificabile per successive revisioni e confronti. [web:11]

Il DNA ambientale amplia le possibilità di indagine. La tecnica ricerca tracce genetiche lasciate dagli organismi nell’acqua o nei sedimenti. Il metabarcoding permette di analizzare insieme segnali appartenenti a più gruppi. Questi strumenti integrano il lavoro tradizionale e aiutano a studiare comunità difficili da osservare. [web:21]

La continuità temporale è altrettanto importante. Un censimento descrive una situazione. Un monitoraggio ripetuto permette di confrontare periodi diversi e valutare variazioni. Per gli ecosistemi cavernicoli, le serie di lungo termine sono particolarmente utili nello studio dei cambiamenti climatici. [web:16]

Conservazione delle grotte: collegare pressioni e processi ecologici

Le pressioni sulle grotte possono agire dall’interno o provenire dalla superficie. Infrastrutture turistiche e illuminazione possono modificare condizioni locali. Inquinamento, trasformazione del territorio e alterazioni del drenaggio possono raggiungere il sottosuolo attraverso la rete idrica e le fratture. [web:21][web:2]

La biospeleologia aiuta a collegare queste pressioni alle esigenze degli organismi. Se i rifugi spiegano una parte della composizione faunistica, le modifiche del substrato diventano rilevanti nella gestione. Se le risorse esterne sostengono le comunità, la tutela deve includere i processi che ne regolano l’arrivo. [web:32][web:11]

Le misure possono comprendere percorsi regolamentati, controllo degli accessi e monitoraggio stagionale. Nei siti con chirotteri occorre considerare svernamento e riproduzione. Gli interventi vanno adattati alle caratteristiche della cavità e delle popolazioni presenti. [web:21][web:43]

Il fine non consiste soltanto nel conservare un numero di specie. Comprende la continuità degli habitat e delle interazioni ecologiche. Lo studio brasiliano offre elementi concreti per riconoscere le componenti locali che sostengono questa continuità. [web:32]

Speleologi e ricerca scientifica: dati condivisi per la biodiversità delle grotte

Gli speleologi contribuiscono alla ricerca attraverso accesso agli ambienti, rilievi e conoscenza del territorio. Biologi, tassonomi ed ecologi trasformano osservazioni e campioni in informazioni sulle specie e sulle comunità. La collaborazione rende possibile lo studio di habitat complessi da raggiungere. [web:21]

La qualità dei dati dipende dalla documentazione. Località, data, metodo, posizione nella cavità e condizioni ambientali consentono di riutilizzare un’osservazione. Protocolli condivisi permettono di integrare il contributo dei gruppi speleologici con programmi scientifici più ampi. [web:21]

Un esempio italiano è il dataset sulla fauna sotterranea pugliese richiamato da Scintilena. Riunisce 109 specie, 224 siti e 622 record di presenza, con informazioni dal 1931 al 2024. L’organizzazione secondo Darwin Core facilita la condivisione e il riutilizzo dei dati. [web:21]

Archivi di questo tipo permettono di collegare raccolte storiche e indagini recenti. La ricerca sulla Serra da Bodoquena aggiunge un’altra prospettiva: alla conoscenza della distribuzione delle specie affianca quella delle condizioni che ne organizzano le comunità. È su questo collegamento tra inventario, ecologia e monitoraggio che può svilupparsi una tutela scientificamente fondata delle grotte. [web:21][web:32]

Fonti dell’articolo e della relazione

  1. Merlo R. L. S., Melo L. M. R., Cordeiro L. M., Silva M. S., Ferreira R. L. — “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”, Ecological Research, 41(2), e70045, 2026. DOI: 10.1111/1440-1703.70045. [web:32]
    https://esj-journals.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1440-1703.70045
  2. Oliveira M. P. A., Ferreira R. L. — “Beneath the canopy, beneath the ground: how surface microhabitats shape cave communities”, PeerJ, 14:e20593, 2026. [web:11]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12794640/
  3. Mammola S. e altri — “Subterranean environments contribute to three-quarters of classified ecosystem services”, Biological Reviews, 101(3), 1582–1605, 2026. [web:2]
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/brv.70137
  4. Mammola S., Piano E., Cardoso P., Vernon P., Domínguez-Villar D., Isaia M. — “Climate change going deep: the effects of global climatic alterations on cave ecosystems”, manoscritto disponibile nell’archivio istituzionale dell’Università di Torino. DOI: 10.1177/2053019619851594. [web:16]
    https://iris.unito.it/retrieve/e27ce42e-33c5-2581-e053-d805fe0acbaa/REVIEW_GLOBAL_WARMING_CAVES.pdf
  5. Scintilena — “Biospeleologia e biodiversità sotterranea: dalle grotte al reticolo invisibile delle fratture”, 19 agosto 2026. [web:21]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-e-biodiversita-sotterranea-dalle-grotte-al-reticolo-invisibile-delle-fratture/08/19/
  6. Scintilena — “Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del sud della Spagna”, 13 settembre 2026. [web:24]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-in-andalusia-quattro-nuove-specie-di-tychobythinus-nelle-grotte-del-sud-della-spagna/09/13/
  7. Tutela Pipistrelli — “Il periodo invernale”. [web:43]
    https://www.tutelapipistrelli.it/il-periodo-invernale/

Strategie di sopravvivenza

L'articolo Biospeleologia, 445 specie in 16 grotte brasiliane: la biodiversità si decide nei microhabitat proviene da Scintilena.

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Grotte degli Urali: 32 siti raccontano il Paleolitico tra Europa e Asia

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Una rassegna su Boreas ricostruisce il popolamento delle grotte degli Urali, dai rifugi attribuiti ai Neanderthal all’arte rupestre di Shulgan-Tash

Le grotte degli Urali conservano una parte importante della storia dei cacciatori-raccoglitori vissuti tra Europa e Asia durante l’ultima glaciazione. Una rassegna di Jiri Chlachula, pubblicata nel volume 55 di Boreas, riunisce le testimonianze archeologiche e ambientali di questa regione. Il quadro comprende 32 grotte con evidenze di frequentazione nel Pleistocene superiore, all’interno di circa 120 siti indagati. Non si tratta soltanto di grandi cavità. Il censimento considera anche ripari sotto roccia, piccoli antri e grotte utilizzate come ricoveri temporanei. [web:2]

Lo studio, intitolato “Cave Palaeolithic of the Ural Mountains – a review”, occupa le pagine 4–28 del primo fascicolo del 2026. Collega reperti, stratigrafie e indicatori paleoambientali. L’obiettivo è ricostruire gli adattamenti umani lungo una catena montuosa che separa geograficamente il continente europeo dall’Asia settentrionale. [web:2]

Grotte degli Urali e prime frequentazioni: una storia di oltre 57.000 anni

La testimonianza più antica riportata nella sintesi proviene da Sikiyaz-Tamak 7. La rassegna la colloca oltre 57.300 anni fa e la attribuisce a gruppi neandertaliani. Smelovskaya II documenta invece una fase iniziale del Paleolitico superiore. Il suo strato 4 è datato fra 49.223 e 42.137 anni calibrati prima del presente. [web:2]

Questi siti aprono una sequenza che attraversa diversi momenti dell’ultima glaciazione. Fra circa 35.000 e 24.000 anni fa, i ritrovamenti registrano lo sviluppo delle attività e delle tecnologie paleolitiche. Le fasi successive comprendono importanti complessi archeologici meridionali e settentrionali. [web:2]

Le cavità furono soprattutto ripari e luoghi di sosta. La loro posizione nelle valli fluviali permetteva di raggiungere acqua, risorse animali e materie prime. Lungo la Chusovaya, negli Urali centrali, il sistema delle valli offriva anche percorsi di attraversamento della catena montuosa. [web:2]

Archeologia delle grotte degli Urali: strumenti, ornamenti e attività simboliche

I reperti comprendono manufatti in pietra, oggetti in osso, avorio lavorato, pigmenti e ornamenti personali. Medvezhya, negli Urali settentrionali, ha restituito 1.517 manufatti litici e sei oggetti in osso. Assemblaggi numerosi provengono anche da Ignatievskaya e Bayslan-Tash, nel settore meridionale. [web:2]

Le industrie litiche documentano la produzione di lame, schegge, raschiatoi e bulini. Gli scarti di lavorazione aiutano a ricostruire le operazioni svolte nei siti. Gli ornamenti aggiungono informazioni sulle pratiche sociali. A Shulgan-Tash sono documentate perle, pendagli e oltre 60 conchiglie perforate. [web:2]

La presenza di ocra, strumenti per preparare i pigmenti e oggetti interpretati come lampade collega la cultura materiale alle attività sotterranee. Le pareti dipinte mostrano che alcune grotte ebbero funzioni ulteriori rispetto al semplice riparo. Le interpretazioni archeologiche includono pratiche simboliche e rituali. [web:2][web:5]

Shulgan-Tash e arte rupestre: le grotte degli Urali nel patrimonio UNESCO

Shulgan-Tash, conosciuta anche come Kapova, occupa un posto centrale in questa storia. Le sue pitture raffigurano mammut, rinoceronti lanosi, bisonti, cavalli e un cammello bactriano. Compaiono anche figure antropomorfe e motivi geometrici, fra cui i caratteristici trapezi. [web:28]

Nel 2025 le pitture della grotta sono entrate nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO. La documentazione del riconoscimento colloca il complesso artistico e archeologico nel Paleolitico superiore. I materiali del livello culturale sono datati fra 20.600 e 16.500 anni calibrati prima del presente. Le concrezioni sovrapposte ad alcune immagini ne attestano un’antichità superiore a 14.500 anni. [web:28]

Clima e popolamento nelle grotte degli Urali dopo il massimo glaciale

La rassegna individua, dopo il massimo glaciale, un aumento dei siti frequentati. Questo andamento suggerisce una crescita demografica e una maggiore diffusione degli insediamenti. Il quadro riguarda ambienti montani e pedemontani, con boschi, spazi aperti e condizioni variabili nel tempo. La fase conclusiva, fra circa 14.500 e 12.000 anni fa, presenta un segnale archeologico meno definito. Lo studio propone una riduzione del popolamento attorno a 15.000 anni fa. [web:2]

Sedimenti, pollini, resti animali e concrezioni permettono di collocare queste presenze nel loro ambiente. Per la speleologia, le grotte degli Urali rappresentano quindi archivi integrati. La lettura del sottosuolo mette in relazione la formazione delle cavità, le trasformazioni climatiche e le attività umane. [web:2][web:13]

Relazione di approfondimento: i ritrovamenti archeologici nelle grotte degli Urali

1. Carsismo e archeologia nelle grotte degli Urali: il contesto geografico

La catena degli Urali si estende per oltre 2.000 chilometri, dalle regioni artiche alle steppe meridionali. I siti archeologici in grotta si distribuiscono in settori con caratteristiche geologiche e ambientali differenti. Questa articolazione spiega perché il popolamento non segua una sola sequenza uniforme. [web:2]

Molte cavità si sviluppano in calcari paleozoici, soprattutto devoniani e carboniferi. Le fratture della roccia, la circolazione delle acque e la dissoluzione hanno contribuito alla loro formazione. Sollevamento del rilievo ed evoluzione delle valli hanno modificato la posizione degli ingressi rispetto ai corsi d’acqua. [web:2][web:13]

Per l’archeologia, una cavità non è soltanto uno spazio abitabile. È anche un contenitore sedimentario. Può conservare materiali trasportati dall’esterno, resti di animali, tracce di fuochi e manufatti. L’associazione fra questi elementi permette di studiare attività umane e trasformazioni ambientali. [web:2]

Il numero di 32 grotte paleolitiche indica il campione censito dalla rassegna. Non coincide con la totalità delle grotte note negli Urali. Inoltre, i circa 120 siti indagati comprendono forme carsiche di dimensioni molto diverse. Il dato descrive un insieme archeologico, non un inventario speleologico completo della catena. [web:2]

2. Cronologia del Paleolitico nelle grotte degli Urali

Le principali tappe ricostruite dalla rassegna possono essere ordinate in una sequenza di riferimento. Le età calibrate traducono le misure radiocarboniche in intervalli cronologici confrontabili. Vanno distinte dalle età radiocarboniche non calibrate, riportate in alcuni studi precedenti. [web:2][web:13] Fase Cronologia di riferimento Testimonianze principali Frequentazione più antica riportata dalla rassegna Oltre 57.300 anni fa Sikiyaz-Tamak 7, attribuita nello studio a gruppi neandertaliani. [web:2] Paleolitico superiore iniziale 49.223–42.137 anni calibrati prima del presente Strato 4 di Smelovskaya II. [web:2] Sviluppo delle frequentazioni glaciali Circa 35.000–24.000 anni fa Progressiva articolazione delle testimonianze archeologiche regionali. [web:2] Grandi complessi del Paleolitico superiore recente Quadro sintetico di circa 20.000–16.000 anni calibrati prima del presente Shulgan-Tash, Kul’yurt-Tamak e Medvezhya; singoli livelli possono avere età differenti. [web:2] Fase conclusiva dell’ultima glaciazione Circa 14.500–12.000 anni fa Frequentazioni meno nettamente riconoscibili nella sintesi regionale. [web:2]

Le grotte non documentano un’occupazione ininterrotta dell’intera catena. Conservano episodi distribuiti nello spazio e nel tempo. Una stessa cavità può contenere livelli paleolitici e materiali molto più recenti. Questo aspetto diventa particolarmente evidente nei siti riutilizzati durante l’Olocene. [web:2][web:13]

3. Sikiyaz-Tamak e Smelovskaya II: i ritrovamenti più antichi

Il complesso di Sikiyaz-Tamak si trova lungo il fiume Ai, nella regione di Chelyabinsk. Le cavità si aprono in una formazione calcarea, decine di metri sopra il corso d’acqua. La successione dei depositi conserva testimonianze di frequentazione e indicatori ambientali del Pleistocene finale e dell’Olocene. [web:2]

Sikiyaz-Tamak 7 costituisce il riferimento più antico dell’abstract di Chlachula. L’attribuzione neandertaliana riguarda la frequentazione proposta nella rassegna. Non va trasformata nella notizia di un ritrovamento di scheletri umani, che l’abstract non descrive. Il rilievo del sito deriva dalla sua posizione nella cronologia del popolamento regionale. [web:2]

A Smelovskaya II, nella valle del Piccolo Kyzyl, lo strato 4 contiene un’industria litica di aspetto arcaico. Sono presenti anche ossa di grandi mammiferi, comprese ossa di mammut fratturate e parzialmente bruciate. La rassegna segnala inoltre una possibile struttura di combustione. [web:2]

La datazione del livello deriva da una misura radiocarbonica di 41.000 ± 1.800 anni, calibrata nell’intervallo 49.223–42.137 anni prima del presente. È un riferimento per il Paleolitico superiore iniziale negli Urali. I manufatti non consentono una classificazione culturale altrettanto precisa. Cronologia e attribuzione a una specifica tradizione archeologica restano due informazioni distinte. [web:2]

4. Shulgan-Tash: pitture paleolitiche e archeologia del sottosuolo

Shulgan-Tash si trova nella Repubblica del Bashkortostan, presso la valle della Belaya. Il sistema comprende sale, gallerie e passaggi distribuiti su più livelli. Le pitture sono presenti anche nella zona afotica, priva di illuminazione naturale. La loro realizzazione richiedeva quindi l’accesso intenzionale alle parti interne della grotta. [web:28]

Lo zoologo Alexander Ryumin riconobbe le pitture nel 1959. Otto Bader avviò successivamente le ricerche archeologiche. La scoperta ampliò la distribuzione allora conosciuta dell’arte parietale paleolitica, portandola migliaia di chilometri a est dei principali complessi dell’Europa sudoccidentale. [web:42]

Gli inventari moderni comprendono centinaia di elementi grafici. La ricognizione discussa da Aitor Ruiz-Redondo indica almeno 246 unità. Il conteggio considera motivi e segni, non soltanto animali riconoscibili. Include dunque una componente non figurativa importante per comprendere l’organizzazione delle composizioni. [web:9][web:23]

Mammut, cavalli, rinoceronti e bisonti appartengono alla fauna raffigurata. Il cammello bactriano aggiunge un soggetto meno comune. Trapezi, linee e altri motivi geometrici mostrano che le pareti non costituiscono soltanto un repertorio zoologico. Sono anche una testimonianza dell’espressione simbolica dei gruppi paleolitici. [web:28]

I livelli archeologici hanno restituito manufatti litici e ossei, frammenti di ocra, ornamenti e oggetti per l’illuminazione. Sono documentate perle in serpentinite e avorio, pendagli e conchiglie perforate. Alcuni pezzi di ocra presentano superfici levigate dall’uso. Questi reperti permettono di studiare le operazioni svolte all’interno del sistema sotterraneo. [web:2]

5. Datazione delle pitture nelle grotte degli Urali: radiocarbonio e concrezioni

A Shulgan-Tash, la cronologia si costruisce combinando diversi archivi. Il radiocarbonio data materiali organici, come carboni e ossa. Il metodo uranio-torio viene applicato alle concrezioni carbonatiche associate alle pitture. I due procedimenti non misurano necessariamente lo stesso evento. [web:42]

Una concrezione sottostante deve essersi formata prima dell’immagine. Una concrezione che la ricopre si è invece depositata dopo. La pittura si colloca fra questi due momenti. La data della calcite sovrapposta fornisce quindi un’età minima dell’opera. [web:42]

Nella Sala del Caos, lo studio pubblicato su Scientific Reports nel 2018 ha individuato una finestra fra circa 36.400 e 14.500 anni fa. Le datazioni dei materiali archeologici restringono il quadro delle attività documentate verso la fase finale di questo intervallo. La documentazione UNESCO colloca il livello culturale fra 20.600 e 16.500 anni calibrati prima del presente. [web:42][web:28]

Questa distinzione rende leggibile il rapporto fra immagini, pavimenti archeologici e concrezioni. Una data ottenuta su un carbone nel sedimento documenta quel materiale e il suo contesto. L’attribuzione cronologica di una pittura richiede anche la valutazione della sua relazione con gli altri elementi della grotta. [web:42][web:5]

6. Ignatievskaya e Serpievskaya II: altri siti di arte rupestre negli Urali

Ignatievskaya, nota anche come Yamazy-Tash, si apre nella valle del Sim. Nel 1980, Valery Petrin, Sergei Chairkin e Vladimir Shirokov identificarono immagini rosse e nere. Le ricerche successive hanno documentato pannelli dipinti e materiali archeologici nelle sale interne. [web:39][web:9]

Il repertorio comprende figure animali e segni. Le analisi stilistiche riconoscono collegamenti con Shulgan-Tash. Quattro datazioni radiocarboniche del contesto archeologico interno collocano attività associate alle pitture fra circa 17.400 e 16.300 anni calibrati prima del presente. Le concrezioni offrono ulteriori vincoli cronologici. [web:9]

La grotta ha restituito un insieme litico superiore a 1.300 pezzi. Il diaspro compare in diverse varietà cromatiche. Schegge, lame, nuclei e frammenti ricostruiscono le fasi della lavorazione. Fra gli altri reperti figurano ocra e ornamenti in materiali ossei. [web:2]

Serpievskaya II amplia la distribuzione dei siti decorati meridionali. Il repertorio pubblicato comprende una dozzina di pitture rosse e diverse incisioni, soprattutto non figurative. La sua attribuzione paleolitica si basa su confronti tecnici e iconografici. Le immagini non dispongono della stessa definizione cronologica dei principali contesti datati. [web:9][web:5]

7. Kul’yurt-Tamak e Bayslan-Tash: accampamenti e produzione di strumenti

Kul’yurt-Tamak si trova circa un chilometro a valle di Shulgan-Tash. Gli scavi hanno recuperato alcune centinaia di manufatti. Una parte consistente è costituita da scarti litici. Sono presenti anche lame, microlame, bulini e strumenti perforanti. [web:2]

Il livello culturale si colloca fra circa 20.185 e 16.517 anni calibrati prima del presente. Resti animali e pollini descrivono un ambiente con spazi aperti. Il sito è interpretato come un accampamento temporaneo di caccia. La vicinanza a Shulgan-Tash consente di osservare funzioni differenti delle cavità all’interno di uno stesso territorio. [web:2]

Bayslan-Tash conserva uno degli assemblaggi litici più numerosi degli Urali meridionali. Selce nera e diaspri multicolori furono utilizzati per produrre lame, schegge e strumenti ritoccati. La rassegna collega le materie prime ai depositi alluvionali dei corsi d’acqua vicini. [web:2]

Le datazioni riportate per il sito comprendono un intervallo di circa 17.082–15.666 anni calibrati prima del presente. I reperti mostrano somiglianze tecnologiche con Ignatievskaya e Kul’yurt-Tamak. Il confronto riguarda modalità di lavorazione e forme degli strumenti, senza richiedere che tutte le grotte avessero la stessa funzione. [web:2]

8. Zapovednaya e le ossa di orso nelle grotte degli Urali

Zapovednaya si trova nella valle della Lemeza. Le indagini hanno individuato più livelli culturali e un insieme di circa 130 manufatti. La particolarità riguarda anche le materie prime: calcare e frammenti di calcite furono lavorati per ottenere strumenti di diverse forme. [web:2]

Fra i reperti figurano crani e altri resti di orso delle caverne. Alcuni contesti sono stati interpretati come espressione di attività rituali. Le età riportate per i resti manipolati comprendono intervalli di circa 43.048–40.441 e 35.246–31.130 anni calibrati prima del presente. [web:2]

L’interesse archeologico deriva dalla combinazione fra resti animali, distribuzione dei reperti e tracce di attività umana. Le ossa presenti in una grotta possono anche derivare dall’uso naturale della cavità da parte degli animali. La ricostruzione delle pratiche umane richiede quindi una lettura del deposito e della storia dei resti. [web:2][web:13]

9. Urali centrali: grotte della Chusovaya e collegamenti fra i versanti

Negli Urali centrali, numerosi siti si distribuiscono lungo la Chusovaya. Fra questi figurano Bolshoy Glukhoy, Stolbovoy, Kotel, Kumyshanskaya e Ust’-Koivinskaya. La posizione nelle valli lega la frequentazione delle cavità ai percorsi di mobilità attraverso il rilievo. [web:2]

Le datazioni mostrano episodi differenti. Bliznetsov comprende carboni datati fra circa 33.714 e 31.868 anni calibrati prima del presente. Stolbovoy restituisce un intervallo di circa 27.671–26.486 anni. Kotel e Ust’-Koivinskaya documentano invece fasi più recenti, prossime alla conclusione del Paleolitico superiore. [web:2]

Sul versante orientale, Bobylek e Bezymyanny aggiungono testimonianze di lavorazione dei materiali e ornamenti personali. Da Bezymyanny provengono frammenti di un bracciale in avorio di mammut. A Bobylek è documentato un oggetto ricavato da una fibula di orso delle caverne, interpretato anche come possibile parte di un fischietto o flauto. Quest’ultima lettura resta un’ipotesi funzionale. [web:2]

10. Medvezhya e le grotte degli Urali settentrionali

Medvezhya, o Grotta dell’Orso, costituisce uno dei principali riferimenti archeologici del settore settentrionale. Il sito si trova nell’area dell’alta Pechora. Gli scavi considerati dalla rassegna coprono circa 184 metri quadrati, un’estensione significativa rispetto a molti piccoli saggi effettuati altrove. [web:2][web:13]

L’assemblaggio di 1.517 manufatti litici e sei reperti in osso documenta attività umane in un ambiente di alta latitudine. Le serie radiocarboniche comprendono livelli del massimo glaciale e della successiva transizione. Il quadro dimostra che la storia del popolamento non riguarda soltanto le grotte dipinte meridionali. [web:2][web:13]

Uninskaya e Studenaya hanno restituito manufatti attribuiti alla seconda metà del Paleolitico superiore. Cheremukhovo conserva anche una testimonianza più antica: un singolo manufatto nello strato 10, associato a depositi riferiti al MIS 3. L’integrazione di questi dati amplia il quadro territoriale dei ritrovamenti. [web:13]

Una sintesi di Pavel Kosintsev e Olga Bachura, pubblicata nel 2023, esamina 19 località settentrionali. Riunisce dati stratigrafici, faunistici e botanici dal Pleistocene superiore all’Olocene. Il campione non coincide con quello delle 32 grotte paleolitiche di Chlachula. Comprende soprattutto archivi ambientali, dei quali soltanto una parte contiene manufatti paleolitici. [web:13]

11. Ornamenti, pigmenti e cultura materiale nelle grotte degli Urali

Gli ornamenti rappresentano una componente significativa dei ritrovamenti. Perle in avorio di mammut provengono da Ignatievskaya, Bobylek e Bayslan-Tash. I semilavorati consentono di ricostruire alcune fasi produttive: taglio di piccoli segmenti, levigatura e perforazione. [web:2]

A Shulgan-Tash, pendagli, perle e conchiglie perforate si affiancano agli strumenti ordinari. La scelta dei materiali e la trasformazione in oggetti da indossare documentano pratiche diverse dalla sola produzione di utensili. Questi reperti permettono di affrontare il tema dell’espressione personale e delle relazioni sociali. [web:2][web:23]

L’ocra collega gli oggetti mobili alle attività sulle pareti. Uno studio pubblicato su Heritage nel 2024 analizza i colori di piccoli frammenti provenienti da Kapova e Kamennaya Balka II. Combina osservazione al microscopio, classificazione cromatica e analisi statistica. L’obiettivo è riconoscere rapporti fra pigmenti e strutture del livello culturale. [web:22]

Lo studio dei pigmenti non si esaurisce nell’identificazione del rosso. Permette di esplorare la preparazione dei materiali e la distribuzione delle attività. A Kapova, l’integrazione fra frammenti di ocra, strumenti e pitture rende possibile una lettura più articolata del lavoro svolto sottoterra. [web:22][web:2]

12. Paleoclima nelle grotte degli Urali: il contributo degli speleotemi

Le concrezioni carbonatiche registrano condizioni diverse da quelle descritte dai soli reperti archeologici. Stalagmiti e colate si formano in presenza di acqua liquida. La calcite criogenica può invece documentare processi di congelamento dell’acqua all’interno delle cavità. [web:42]

La ricerca del 2018 su Shulgan-Tash e altre grotte vicine combina questi archivi. I risultati indicano ripetute fasi di permafrost negli Urali meridionali. Ricostruiscono anche temperature sottozero nella grotta durante l’intervallo dell’attività artistica considerato dallo studio. [web:42]

Le pitture furono realizzate su superfici asciutte. Secondo questa ricostruzione, l’assenza di acqua sulle pareti dipendeva dal gelo. Il contesto sotterraneo non era quindi necessariamente un ambiente mite, anche quando veniva raggiunto per dipingere. [web:42]

Pollini e resti animali completano il quadro. Le associazioni di piccoli mammiferi aiutano a distinguere paesaggi aperti e boschivi. I grandi mammiferi documentano la composizione delle faune. Il confronto con le concrezioni collega queste informazioni all’evoluzione climatica e idrologica delle cavità. [web:13][web:42]

13. Dalla preistoria ai santuari: riutilizzo delle grotte degli Urali

La frequentazione delle cavità proseguì dopo il Paleolitico. Negli Urali settentrionali sono documentati materiali mesolitici, neolitici, eneolitici, dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro. Altri contesti appartengono al Medioevo. Alcune grotte conservarono anche sepolture. [web:13]

Kaninskaya e altre cavità furono utilizzate come santuari in epoche successive. La documentazione comprende pratiche legate all’orso bruno e deposizioni di ossa. Questi episodi appartengono a contesti storici e culturali differenti dalle frequentazioni paleolitiche. Non costituiscono, da soli, la prova di una tradizione rituale rimasta identica per millenni. [web:13]

Anche Shulgan-Tash conserva testimonianze successive all’ultima glaciazione. La rassegna riporta materiali interpretati in relazione a pratiche rituali fino all’età del Bronzo. Separare le diverse fasi consente di leggere la lunga storia delle cavità senza sovrapporre reperti lontani nel tempo. [web:2]

14. Conservazione delle grotte degli Urali: tutela delle pitture e degli archivi sedimentari

L’iscrizione UNESCO del 2025 riconosce le pitture di Shulgan-Tash secondo il criterio relativo alla testimonianza di una tradizione culturale. La protezione riguarda anche il contesto carsico e paesaggistico. La stabilità dei parametri geologici, geochimici e microclimatici contribuisce alla conservazione delle immagini e dei depositi archeologici. [web:28]

La decisione UNESCO raccomanda di limitare rigorosamente l’accesso alle sale dipinte agli scienziati, quando necessario per ricerca o conservazione. Chiede inoltre di rafforzare il monitoraggio e di integrare i dati climatici interni con le valutazioni dello stato delle pitture. [web:28]

La documentazione delle immagini assume un ruolo operativo. Per Ignatievskaya, una ricerca pubblicata nel 2024 descrive l’impiego di mosaici fotografici e rilievi fotogrammetrici delle superfici dipinte. Questi strumenti consentono di migliorare la registrazione dei pannelli e di confrontare le osservazioni nel tempo. [web:39]

Per il pubblico speleologico, il valore dei ritrovamenti comprende quindi tre dimensioni inseparabili. La cavità conserva una forma geologica, un archivio ambientale e un contesto culturale. La tutela dell’intero sistema permette di mantenere leggibili le relazioni fra questi elementi. [web:2][web:28]

Fonti scientifiche e istituzionali

Urali

L'articolo Grotte degli Urali: 32 siti raccontano il Paleolitico tra Europa e Asia proviene da Scintilena.

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Grotte di Asherat, la Galilea sotterranea tra Calcolitico ed età del Bronzo

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Ceramiche, selci e sepolture nelle grotte di Asherat: dalla ricerca in Galilea ai principali ritrovamenti dell’età del Bronzo e del Ferro in Israele

Le grotte di Asherat, nella Galilea occidentale, conservano testimonianze di frequentazione calcolitica, sepolture dell’età del Bronzo antico e riutilizzi funerari di epoca romana. Cinque cavità furono individuate durante l’ampliamento dell’abitato. Due di esse costituiscono il nucleo dello studio di Howard Smithline, pubblicato nel 2001 nel volume 42 della rivista archeologica «‘Atiqot», alle pagine 35–78. Il sito documenta il ruolo degli ambienti sotterranei nella storia delle comunità della regione. [web:4][web:8]

Grotte di Asherat: cinque cavità sopra la pianura di Akko

Lo scavo si svolse tra dicembre 1991 e febbraio 1992. Smithline diresse l’intervento per conto della Israel Antiquities Authority, con autorizzazione A-1842. Le grotte si trovavano su una bassa collina spoglia, affacciata sulla pianura di Akko e a nord del Nahal Yasaf.

L’indagine sulle grotte di Asherat mise in luce una successione di utilizzi distribuiti su diversi millenni. La pubblicazione approfondisce soprattutto la Grotta 2 e la Grotta 4. La prima conserva materiali calcolitici e testimonianze funerarie romane. La seconda è una tomba del Bronzo antico. Sono contesti differenti, accomunati dall’impiego di cavità naturali come spazi disponibili nel paesaggio. [web:4]

Grotta 2 di Asherat: ceramiche calcolitiche e lavorazione della selce

La camera principale della Grotta 2, identificata con i loci L205 e L206, misurava circa 2,25 per 5 metri. L’altezza massima raggiungeva 2 metri. Il materiale recuperato comprendeva numerose ceramiche del Calcolitico, la fase preistorica caratterizzata dalla comparsa della metallurgia del rame accanto all’uso della pietra.

Il repertorio comprendeva 99 ciotole e 37 recipienti con apertura semplice, classificati come holemouth jars. La consistenza dell’insieme permette di osservare forme ricorrenti nella cultura materiale delle comunità locali. Le ceramiche costituiscono anche uno strumento per riconoscere la fase di frequentazione della cavità.

L’industria litica comprendeva 74 manufatti in selce. Il conteggio distingueva 64 elementi di scarto, un nucleo e nove strumenti. Il nucleo è il blocco da cui venivano staccate schegge o lame. Gli scarti documentano le operazioni di lavorazione e completano il quadro delle attività rappresentate nel deposito. [web:4]

Grotte di Asherat e sepolture romane: il riuso degli ambienti sotterranei

Nella seconda metà del III secolo d.C., la Grotta 2 fu utilizzata per sepolture. La sistemazione funeraria comportò lo svuotamento e la riorganizzazione della camera. La storia della cavità comprende quindi una fase preistorica e una successiva trasformazione romana.

Questo passaggio mostra la durata delle relazioni tra le comunità e gli spazi sotterranei. Una grotta poteva acquisire funzioni diverse senza perdere la propria presenza nel territorio. Nel caso delle grotte di Asherat, la sequenza associa materiali calcolitici e una destinazione funeraria molto più tarda. Lo scavo fu condotto anche tenendo conto della stabilità della roccia: il settore posteriore della Grotta 2 non venne indagato per il rischio di crollo. [web:4]

Grotta 4 di Asherat: una tomba naturale del Bronzo antico

La Grotta 4 era una cavità naturale adattata con interventi limitati. Comprendeva un solo ambiente irregolare. L’asse maggiore, orientato nord-sud, raggiungeva circa 5,25 metri. L’altezza massima era di circa 1,90 metri.

All’interno furono rinvenuti numerosi recipienti ceramici, sette perline e due dischi ovali di conchiglia. Il deposito conteneva anche una piccola quantità di selce e strumenti litici. Questi oggetti componevano il repertorio funerario associato alla tomba.

Tra i resti umani recuperati, l’analisi osteologica riconobbe almeno un adulto di sesso non determinabile. Il dato riguarda gli individui identificabili nel materiale conservato, non il numero complessivo delle persone sepolte durante la storia della cavità. I successivi rimaneggiamenti, compresi interventi clandestini recenti, avevano redistribuito una parte consistente dei frammenti ceramici. [web:4]

Archeologia delle grotte in Galilea: il significato dei ritrovamenti di Asherat

Le grotte di Asherat restituiscono una dimensione diversa rispetto ai grandi palazzi e alle fortificazioni dei centri urbani. Documentano l’impiego di piccoli ambienti naturali e la presenza di oggetti legati alla vita materiale e alle pratiche funerarie.

Per la speleologia, il sito richiama l’importanza di leggere insieme forma della cavità, depositi e trasformazioni umane. Per l’archeologia, collega la frequentazione calcolitica alle testimonianze del Bronzo antico nella Galilea occidentale. Il quadro regionale si amplia attraverso altri siti, dove templi, magazzini, iscrizioni e opere idrauliche raccontano lo sviluppo delle società del Bronzo e del Ferro. [web:4][web:2]

Relazione: i principali ritrovamenti archeologici dell’età del Bronzo e del Ferro in Israele

Età del Bronzo e del Ferro in Israele: cronologia e paesaggi archeologici

L’archeologia del territorio oggi israeliano ricostruisce una storia più antica degli attuali confini politici. Le città cananee dell’età del Bronzo e i regni di Israele e Giuda dell’età del Ferro appartengono a fasi differenti. Cambiano le strutture politiche, le relazioni internazionali e l’organizzazione degli insediamenti. [web:2]

Il Bronzo antico rappresenta una fase fondamentale della prima urbanizzazione. Nel Bronzo medio si sviluppano importanti centri fortificati e complessi palaziali. Tel Kabri, per esempio, fu un centro politico della Galilea occidentale tra circa il 1900 e il 1600 a.C. Nel Bronzo tardo diventano particolarmente evidenti i rapporti con l’Egitto e con altre regioni del Mediterraneo orientale. [web:89][web:30]

Il passaggio dal Bronzo al Ferro si colloca convenzionalmente intorno al 1200 a.C. L’età del Ferro prosegue fino alle conquiste babilonesi del VI secolo a.C. La data del 586 a.C. costituisce un riferimento centrale per la distruzione di Gerusalemme. Le scansioni interne variano secondo i contesti e le cronologie adottate dagli studiosi. [web:75][web:80]

Un elemento caratteristico è il tel, o tell: un rilievo formato dall’accumulo di resti di insediamenti successivi. Edifici demoliti, ricostruzioni e depositi producono una stratificazione verticale. Megiddo, Hazor e Beer Sheba conservano sequenze di questo tipo e fanno parte del sito seriale riconosciuto dall’UNESCO nel 2005. [web:2]

Megiddo nel Bronzo antico: il Grande Tempio e la prima urbanizzazione

Megiddo, nella valle di Jezreel, è uno dei riferimenti principali per lo studio del Bronzo antico levantino. Le ricerche della missione dell’Università di Tel Aviv hanno precisato la sequenza archeologica del sito. Hanno inoltre identificato un grande edificio cultuale datato al Bronzo antico IB, intorno al 3000 a.C. [web:145][web:155]

Il Grande Tempio è importante per la scala dell’architettura. La sua costruzione richiedeva l’organizzazione del lavoro e la disponibilità di risorse. Il complesso offre quindi una testimonianza della crescente articolazione sociale e politica delle comunità. Non documenta soltanto una pratica religiosa: mostra anche la capacità di realizzare un’opera collettiva di grandi dimensioni. [web:145]

Il valore di Megiddo deriva anche dalla continuità delle attività cultuali. L’UNESCO sottolinea il numero dei templi e la ricchezza della documentazione rituale del Bronzo antico. La successione degli edifici permette di seguire trasformazioni che un singolo oggetto, isolato dal contesto, non potrebbe raccontare. [web:2]

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Hazor nell’età del Bronzo: fortificazioni e palazzo cananeo

Hazor, nell’Alta Galilea, conserva una delle testimonianze principali dell’urbanizzazione cananea. Le fortificazioni e il palazzo del Bronzo tardo mostrano l’importanza del centro. L’UNESCO considera il complesso palaziale tra i più rilevanti del Levante. [web:2]

Le strutture difensive permettono di osservare la capacità delle autorità cittadine di mobilitare lavoro e materiali. Il palazzo documenta invece la concentrazione di funzioni politiche, economiche e cerimoniali. La combinazione di queste evidenze restituisce un’organizzazione urbana articolata, inserita nelle reti di scambio del Vicino Oriente. [web:2]

Hazor è importante anche per la sovrapposizione tra città del Bronzo e insediamenti del Ferro. Le ricerche permettono di distinguere le diverse fasi edilizie e di ricostruire i cambiamenti nell’uso dello spazio. Le porte, le mura e gli edifici pubblici del Ferro appartengono a una storia successiva rispetto al palazzo cananeo. [web:16]

Tel Kabri nel Bronzo medio: quaranta giare e una cantina palaziale

A Tel Kabri, nella Galilea occidentale, lo scavo del 2013 individuò circa quaranta grandi giare in un ambiente del palazzo cananeo. La stanza si trovava a ovest del cortile centrale. I contenitori erano rimasti sotto un crollo di mattoni crudi, che aveva conservato l’insieme archeologico. [web:30]

Lo studio pubblicato nel 2014 da Andrew J. Koh, Assaf Yasur-Landau ed Eric H. Cline sottopose ad analisi i residui di 32 giare. Tutte quelle analizzate restituirono acido tartarico. Molte contenevano anche acido siringico. Il quadro chimico, insieme alle forme dei recipienti e al contesto, consentì di identificare il locale come un deposito di vino. [web:30]

La distinzione tra quaranta giare rinvenute e 32 analizzate è essenziale per comprendere la base del risultato. Gli altri contenitori furono conservati per successive verifiche. La capacità complessiva della stanza poteva raggiungere circa 2.000 litri. Gli autori interpretarono il deposito come una riserva legata al consumo palaziale, anziché come un impianto per la distribuzione su larga scala. [web:30]

Le analisi indicarono anche possibili additivi vegetali, resine e miele. Queste identificazioni ricostruiscono pratiche di preparazione e conservazione della bevanda. La cantina collega così produzione agricola, approvvigionamento e vita della corte. Il rilievo LiDAR dell’ambiente aggiunse una documentazione tridimensionale utile a registrare posizione e rapporti tra i recipienti. [web:30]

Lachish nel Bronzo medio: il pettine d’avorio e la scrittura alfabetica

Tra i ritrovamenti più significativi per la storia della scrittura figura un piccolo pettine d’avorio proveniente da Lachish. L’oggetto è attribuito a circa il 1700 a.C. L’iscrizione fu riconosciuta e decifrata nel 2022 attraverso l’esame delle incisioni sulla superficie. [web:149]

La frase esprime l’auspicio che l’avorio elimini i pidocchi dai capelli e dalla barba. Il contenuto è quotidiano, non monumentale. Proprio questa caratteristica rende il reperto importante: mostra l’impiego della scrittura alfabetica su un oggetto personale, collegato alla cura del corpo. [web:149]

Le lettere appartengono alla tradizione protocananea. Il reperto amplia quindi la documentazione sull’alfabeto in una fase molto antica. Accanto a palazzi e templi, un oggetto di piccole dimensioni permette di osservare pratiche individuali e forme di comunicazione che lasciano tracce meno visibili negli scavi. [web:149]

Beth Shean nel Bronzo tardo: stele faraoniche e presenza egizia

Beth Shean conserva un insieme rilevante di monumenti egizi. Tra i reperti principali figurano stele in basalto attribuite ai regni di Seti I e Ramses II, oltre a una statua di Ramses III. Questi ritrovamenti documentano il ruolo del sito nella presenza faraonica nella regione. [web:163]

Una stele di Seti I commemora una campagna contro città cananee ribelli vicine a Beth Shean. La parte superiore mostra il sovrano mentre presenta offerte al dio solare Re-Horakhty. La sezione inferiore contiene il testo della celebrazione militare, aperto dalla data del primo anno di regno. [web:162]

Il significato del reperto nasce dall’incontro tra immagine e iscrizione. La stele esprime il punto di vista della monarchia egizia e la sua rappresentazione del potere. Inserita nel contesto archeologico locale, contribuisce a ricostruire le relazioni tra autorità imperiali e centri cananei del Bronzo tardo. [web:162][web:163]

Gezer tra Bronzo e Ferro: il sistema idrico scavato nella roccia

Gezer offre un caso rilevante per l’archeologia del sottosuolo. Il sistema idrico comprende un ingresso, un grande condotto inclinato e un bacino di raccolta. La struttura permetteva agli abitanti di raggiungere l’acqua dall’interno dell’area fortificata. [web:103][web:107]

Le indagini del progetto congiunto del New Orleans Baptist Theological Seminary e dell’autorità israeliana dei parchi hanno raccolto elementi per attribuire l’impianto alla città cananea del Bronzo medio. Il condotto mostra l’impiego di tecniche di scavo nella roccia e una progettazione legata alla conformazione del terreno. [web:103]

La funzione dell’opera era insieme pratica e strategica. L’accesso protetto all’acqua sosteneva la vita quotidiana e riduceva la necessità di uscire dalle difese. Gezer permette così di collegare cavità artificiali, idrogeologia e organizzazione urbana. Le ricerche radiocarboniche pubblicate nel 2023 hanno inoltre costruito una cronologia indipendente per le fasi comprese tra la fine del Bronzo tardo e il Ferro II. [web:107][web:86]

Ashkelon all’inizio del Ferro: sepolture filistee e DNA antico

Ashkelon, sulla costa mediterranea, è un sito fondamentale per lo studio della società filistea. La scoperta di un cimitero ha ampliato la documentazione sulle pratiche funerarie. Le sepolture offrono materiali diversi rispetto a quelli provenienti dagli ambienti abitativi e permettono di studiare direttamente i resti umani. [web:38]

Nel 2019, uno studio su «Science Advances» presentò dati genomici di dieci individui provenienti da contesti del Bronzo e del Ferro. Il confronto riconobbe, nei campioni dell’inizio del Ferro, una componente genetica con affinità europee assente nei campioni più antichi. Nei campioni del Ferro successivo, questa componente non risultava più distinguibile. [web:32][web:36]

Il risultato sostiene l’esistenza di un apporto migratorio nel passaggio tra le due età. Mostra anche l’integrazione successiva nella popolazione locale. Il dato genetico riguarda i campioni analizzati: identità culturale e ascendenza biologica restano concetti diversi. Il valore della ricerca consiste nell’accostare genetica, cronologia delle sepolture e trasformazioni della cultura materiale. [web:36]

Tel Dan nell’età del Ferro: la stele con la «Casa di Davide»

La stele di Tel Dan è una delle principali iscrizioni storiche del Ferro. I frammenti furono scoperti nel nord di Israele all’inizio degli anni Novanta. Il monumento in basalto, datato al IX secolo a.C., conserva un testo aramaico che menziona la «Casa di Davide». [web:48][web:50]

L’espressione identifica una dinastia e costituisce la più antica menzione nota della casa regnante davidica al di fuori della Bibbia. Il testo celebra vittorie militari contro i re di Israele e Giuda. Gli studiosi lo attribuiscono generalmente a Hazael di Aram, anche se il suo nome non è conservato nell’iscrizione. [web:48]

La stele documenta il linguaggio politico delle monarchie del IX secolo a.C. Non è un racconto complessivo dell’epoca di Davide. È una testimonianza successiva, prodotta da una potenza rivale, che impiega un nome dinastico per indicare il regno di Giuda. La sua importanza deriva da questa attestazione esterna. [web:48]

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Lachish nell’età del Ferro: l’assedio assiro e le lettere su ceramica

Lachish conserva una documentazione centrale per le guerre che coinvolsero il regno di Giuda. La conquista assira del 701 a.C., durante il regno di Sennacherib, compare nei rilievi provenienti dal palazzo di Ninive. Queste opere, oggi al British Museum, rappresentano l’attacco e la sconfitta della città. [web:54]

I rilievi furono rinvenuti nell’attuale Iraq, non a Lachish. Sono una fonte esterna da mettere in relazione con il sito israeliano. Questa distinzione permette di mantenere separati luogo del ritrovamento, evento rappresentato e prospettiva dell’autore. [web:54]

Un’altra documentazione proviene dalle lettere di Lachish. Sono testi in ebraico scritti a inchiostro su frammenti ceramici, chiamati ostraka. Furono recuperati presso la porta principale, in un livello bruciato associato alla distruzione babilonese del VI secolo a.C. [web:64]

Le lettere comprendono comunicazioni indirizzate a Ya’osh, governatore militare della città, da Hosha’yahu, un ufficiale subordinato. Restituiscono il funzionamento della comunicazione militare durante la crisi. Il valore degli ostraka sta nella loro vicinanza alla gestione quotidiana degli eventi, diversa dalla celebrazione monumentale dei sovrani. [web:64]

Gerusalemme nell’età del Ferro: tunnel di Siloam e amuleti di Ketef Hinnom

L’iscrizione del tunnel di Siloam, datata intorno al 700 a.C., ricorda il completamento di una galleria mediante l’incontro di due squadre impegnate nello scavo da direzioni opposte. Il testo collega un’opera sotterranea alla memoria della sua realizzazione. Per lo studio delle cavità artificiali, rappresenta una testimonianza diretta dell’organizzazione di un cantiere antico. [web:12]

La stessa città conserva un diverso tipo di documento nelle tombe di Ketef Hinnom. Due sottili lamine d’argento furono trovate arrotolate in forma di piccoli amuleti. Portano iscrizioni in ebraico antico con formule vicine alla benedizione sacerdotale del libro dei Numeri. Sono datate tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. [web:18][web:122][web:126]

Non si tratta di manoscritti biblici completi. Sono oggetti personali iscritti, deposti in un contesto funerario. La loro importanza riguarda l’antichità delle formule e il rapporto tra scrittura, protezione individuale e pratiche religiose. Le cavità sepolcrali conservarono così documenti che appartenevano anche alla vita dei loro possessori. [web:122][web:128]

Tel Arad nell’età del Ferro: santuario, incenso e analisi dei residui

Tel Arad conserva resti di una città cananea del III millennio a.C. e successive strutture fortificate dell’età del Ferro. Nel santuario della fase giudaica furono rinvenuti due piccoli altari in calcare. Le superfici superiori conservavano residui scuri, sottoposti a nuove analisi chimiche. [web:82][web:77]

Lo studio del 2020, pubblicato da Eran Arie, Baruch Rosen e Dvory Namdar, riconobbe cannabinoidi sull’altare più piccolo. Sull’altare maggiore furono individuati composti associati all’incenso. Altri residui indicavano l’impiego di sterco animale nel primo caso e grasso animale nel secondo, interpretati come materiali utili al riscaldamento delle sostanze. [web:77]

Le analisi riguardano altari utilizzati nell’VIII secolo a.C. e documentano pratiche rituali concrete. Il caso di Arad mostra il contributo delle scienze di laboratorio all’archeologia religiosa. Una struttura già conosciuta può restituire nuove informazioni attraverso lo studio dei residui conservati sui reperti. [web:77]

Beer Sheba, Hazor e Megiddo nel Ferro: l’acqua come infrastruttura urbana

I sistemi idrici sotterranei di Beer Sheba, Hazor e Megiddo costituiscono un insieme centrale per il pubblico speleologico. L’UNESCO li segnala tra gli esempi più significativi di opere per l’approvvigionamento urbano nel Levante dell’età del Ferro. [web:2]

Le soluzioni adottate rispondevano alle condizioni geografiche dei singoli siti. La realizzazione richiedeva conoscenza del sottosuolo, progettazione e lavoro coordinato. Questi impianti documentano quindi sia capacità tecniche sia strutture di governo in grado di organizzare grandi cantieri. [web:2]

A Beer Sheba, il sistema idrico si collega a un impianto urbano pianificato. A Megiddo e Hazor, le opere sotterranee completano la documentazione di porte, palazzi e fortificazioni. L’acqua non è un elemento accessorio nella storia delle città: contribuisce a spiegarne densità abitativa, funzionamento e capacità di resistenza. [web:2]

Archeologia del Bronzo e del Ferro: stratigrafia, radiocarbonio e documentazione del sottosuolo

La lettura dei ritrovamenti dipende dalla relazione tra oggetti e contesti. La stratigrafia ordina le fasi di occupazione. Lo studio delle ceramiche confronta forme e tecniche produttive. Il radiocarbonio fornisce riferimenti cronologici indipendenti, mentre le analisi chimiche e genetiche affrontano domande su alimentazione, rituali e storia delle popolazioni. [web:86][web:30][web:36]

Una ricerca pubblicata nel 2024 ha presentato 103 datazioni radiocarboniche da cinque aree di scavo di Gerusalemme. Il lavoro ha ricostruito lo sviluppo architettonico durante l’età del Ferro, utilizzando anche eventi di riferimento come il terremoto dell’VIII secolo e la distruzione babilonese del 586 a.C. [web:80]

Il confronto tra questi metodi collega ritrovamenti molto diversi. Le ceramiche di Asherat documentano frequentazioni e deposizioni. Le giare di Kabri conservano tracce di consumo palaziale. Le iscrizioni registrano nomi, comunicazioni e formule religiose. I tunnel rendono visibile l’organizzazione delle risorse idriche. La storia del Bronzo e del Ferro emerge dall’integrazione di queste evidenze, non soltanto dai monumenti più grandi. [web:4][web:30][web:48][web:2]

Fonti online per le grotte di Asherat e l’archeologia del Bronzo e del Ferro

Galilea

L'articolo Grotte di Asherat, la Galilea sotterranea tra Calcolitico ed età del Bronzo proviene da Scintilena.

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