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“Sentieri nel Buio”: il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano porta in mostra 50 anni di speleologia a Cagliari

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Il 3 maggio inaugura alla sede AICS la mostra fotografica del G.S.A.G.S. con oltre 70 immagini dalle grotte carsiche e dal sottosuolo della città, arricchita da un tour virtuale in 3D


Il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano festeggia 50 anni di ricerca speleologica

Cinquant’anni di discese nelle grotte della Sardegna, di rilievi nelle cavità artificiali di Cagliari, di corsi per formare nuovi speleologi: il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano (G.S.A.G.S.) raggiunge nel 2026 un traguardo che pochi gruppi speleologici italiani possono vantare.gsags+1

Fondato nell’ottobre del 1976 a Cagliari, il G.S.A.G.S. è nato quasi per caso: quattro ragazzi del quartiere, finiti dentro una grotta per la prima volta, non ne sono più usciti metaforicamente. Da quel nucleo originario si è sviluppata una delle realtà associative più attive del panorama speleologico sardo, oggi composta da oltre cento soci e affiliata alla Federazione Speleologica Sarda e alla Società Speleologica Italiana.gsags+2


Un programma di eventi per celebrare 50 anni di speleologia a Cagliari

Per celebrare il mezzo secolo di attività, il gruppo ha ideato il progetto “Sentieri nel Buio – 50 anni di ricerca e divulgazione speleologica”, un ciclo di eventi aperti alla città realizzati con il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di Cagliari.cagliaripost+1

Il primo appuntamento si è tenuto il 29 marzo 2026, con l’apertura al pubblico per la prima volta nella storia della Cava di S’Avanzada, la più grande cava urbana sotterranea di Cagliari, scavata nel calcare e profonda circa trenta metri, con pareti che recano ancora le nicchie per le lucerne dei cavatori di età dioclezianea. Il secondo evento ha visto il G.S.A.G.S. partecipare a Monumenti Aperti (18-19 aprile 2026), portando i visitatori a scoprire il sottosuolo della città.vistanet+1

Il terzo e più importante appuntamento del ciclo è la mostra fotografica “Sentieri nel Buio”, che inaugura domenica 3 maggio 2026 alle 17:30 nella sede dell’A.I.C.S. – Comitato Provinciale di Cagliari, in via Oristano 15.cagliariturismo.comune+1


La mostra fotografica: 70 immagini dalle grotte carsiche alle cavità urbane

L’esposizione propone oltre 70 fotografie a colori e in bianco e nero, nel formato 40×60 cm, realizzate da soci fotografi professionisti del gruppo. Le immagini raccontano cinquant’anni di attività attraverso un percorso suddiviso in sezioni tematiche.unicaradio+1

La prima sezione è dedicata alla storia dei corsi di speleologia, avviati dal G.S.A.G.S. fin dalle origini: ad oggi sono stati organizzati oltre 40 corsi di primo livello, l’ultimo dei quali — il 40° — nel 2025. Una cifra che misura l’impatto culturale del gruppo sulla comunità locale.scintilena

Le sezioni successive documentano le spedizioni di speleologia carsica nelle principali zone dell’isola — Supramonte, Iglesiente, Sulcis, Sarrabus — con immagini delle grotte più significative divise per aree geografiche. Spazio anche alla speleo-subacquea, definita dallo stesso gruppo la vera frontiera della ricerca ipogea, con le immagini delle esplorazioni nei sifoni e nelle gallerie allagate.scintilena+1

Una sezione specifica è infine riservata alla speleologia urbana: le cavità artificiali del sottosuolo di Cagliari — acquedotti, cisterne puniche e romane, cave estrattive, pozzi sacri — e le esplorazioni in miniere e siti archeologici ipogei al di fuori del contesto cittadino.csispecus+1


Il tour virtuale in 3D: la tecnologia immersiva nel sottosuolo di Cagliari

Tra i contenuti più innovativi della mostra c’è la possibilità di esplorare il sottosuolo di Cagliari attraverso un tour virtuale con visore in 3D, che ripercorre alcuni tratti delle cavità sotterranee della città. Si tratta di un percorso immersivo pensato per avvicinare al mondo ipogeo anche chi non ha mai indossato un casco da speleologo, restituendo visivamente il lavoro di documentazione condotto dal G.S.A.G.S. nel corso degli anni.cagliariturismo.comune+1


Chi era Giovanni Spano, il patrono del gruppo speleologico cagliaritano

Il gruppo porta il nome di Giovanni Spano (Ploaghe, 1803 – 1878), canonico, linguista e archeologo, figura di riferimento della cultura sarda del XIX secolo. A soli 31 anni era già professore di Sacra Scrittura e Lingue Orientali all’Università di Cagliari. In seguito divenne direttore della Biblioteca Universitaria, preside del Liceo Dettori, Rettore dell’Università e, nel 1871, Senatore del Regno. Alla città di Cagliari Spano dedicò parte rilevante della sua produzione scientifica, descrivendone monumenti e antichità. La scelta del suo nome rimanda alla stessa vocazione di scoperta e documentazione del patrimonio isolano che contraddistingue l’associazione.gsags


Orari, ingresso e visite guidate per scolaresche

La mostra, ad ingresso libero e gratuito, sarà visitabile fino al 29 maggio 2026 con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì dalle 16:00 alle 20:00; il sabato e la domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 20:00.scintilena+1

È prevista la possibilità di prenotare visite guidate per scolaresche e studenti. Le prenotazioni si effettuano scrivendo a info@gsags.it.


Il patrimonio ipogeo della Sardegna: un tesoro ancora in gran parte inesplorato

Il progetto “Sentieri nel Buio” si inserisce in un contesto di valore scientifico e culturale ampio. La Sardegna è tra le regioni italiane più ricche di patrimonio speleologico. Le sue cavità naturali si distribuiscono in aree chiave come il Supramonte di Urzulei, l’Iglesiente con la Grotta di San Giovanni a Domusnovas e il territorio del Sulcis-Sarrabus, con un catasto regionale in continua crescita.gsags+2

Il sottosuolo di Cagliari, dal canto suo, raccoglie secoli di storia in forma di gallerie, cunicoli e pozzi scavati da generazioni diverse. Il G.S.A.G.S. ha contribuito in modo sostanziale alla loro documentazione: nel 2009, in collaborazione con altri soggetti, ha partecipato al rilievo e all’accatastamento di un primo nucleo di circa cento cavità artificiali urbane per conto del Comune di Cagliari.csispecus

Il cinquantennale non è solo un anniversario. È un momento in cui il G.S.A.G.S. sceglie di restituire alla comunità la conoscenza accumulata in mezzo secolo di “sentieri nel buio”, riportando alla luce un patrimonio ipogeo che appartiene a tutta la Sardegna.scintilena+1


“Sentieri nel Buio” e il cinquantennale del G.S.A.G.S.

  • Chi era Giovanni Spano, l’illustre canonico-archeologo sardo a cui è intitolato il gruppo
  • La storia della fondazione (ottobre 1976, quattro ragazzi e una grotta)
  • I cinque settori di attività: speleologia carsica, speleo-subacquea, speleologia urbana, biospeleologia e corsi di formazione
  • Il programma “Sentieri nel Buio” 2026: dalla prima apertura storica della Cava di S’Avanzada (29 marzo) alla mostra fotografica (3–29 maggio)
  • La mostra in dettaglio: oltre 70 fotografie 40×60 cm, il tour virtuale in 3D, orari e info pratiche
  • Il patrimonio ipogeo di Cagliari e della Sardegna nel contesto scientifico nazionale
  • Gli eventi futuri: convegno, seminari con l’Università di Cagliari e scuole fino a dicembre 2026

Sentieri nel Buio – 50 anni di ricerca e divulgazione speleologica del G.S.A.G.S.

Panoramica

Il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano (G.S.A.G.S.) di Cagliari compie cinquant’anni nel 2026. Per celebrare questo traguardo, l’associazione ha lanciato il progetto “Sentieri nel Buio – 50 anni di ricerca e divulgazione speleologica“, un programma di eventi pubblici aperti alla cittadinanza che si articola lungo tutto l’anno, con le prime tre iniziative concentrate tra la fine di marzo e la fine di maggio. Il culmine del ciclo celebrativo è la mostra fotografica omonima, inaugurata domenica 3 maggio 2026 nella sede AICS di via Oristano 15 a Cagliari, visitabile gratuitamente fino al 29 maggio.[1][2][3][4][5][6]


Chi era Giovanni Spano: il patrono intellettuale del gruppo

L’associazione prende il nome da Giovanni Spano (Ploaghe, 8 marzo 1803 – 1878), canonico, linguista e archeologo, considerato la massima autorità scientifica sarda del suo tempo per l’archeologia e la linguistica. Studiò lingue orientali a Roma, dove si affermò con tale successo da essere nominato, a soli 31 anni, professore di Sacra Scrittura e Lingue Orientali all’Università di Cagliari nel 1834. Nel 1839 diventò direttore della Biblioteca Universitaria, nel 1854 preside del Liceo Dettori, nel 1859 Rettore dell’Università e nel 1871 fu eletto Senatore del Regno. Alla città di Cagliari dedicò attenzione speciale, descrivendone i monumenti in opere come la Guida di Cagliari e dei suoi dintorni (1856). La scelta del suo nome per il gruppo speleologico non è casuale: il G.S.A.G.S. porta avanti quella stessa vocazione di scoperta e documentazione del patrimonio sardo — sotterraneo quanto quello in superficie.[7]


Storia e fondazione del G.S.A.G.S.

Le origini: ottobre 1976

Il Gruppo nasce nell’ottobre 1976 da un episodio quasi leggendario: quattro ragazzi del quartiere, noti per i loro scherzi, vennero “distratti” dalla speleologia. Con la propria incoscienza si infilarono per la prima volta in una grotta, che — come racconta il sito ufficiale — “gli catturò l’anima”, e così nacque il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano. Quel piccolo nucleo originario crebbe rapidamente, trasformandosi in una delle realtà associative più strutturate della Sardegna.[8]

Crescita e struttura attuale

Oggi il G.S.A.G.S. conta oltre cento soci iscritti ed è membro della Federazione Speleologica Sarda e associato alla Società Speleologica Italiana. L’associazione collabora con queste federazioni in iniziative di carattere speleo-didattico e divulgativo sia in ambito regionale che nazionale. La sede è attualmente in Viale Elmas 184 a Cagliari, dove i soci si ritrovano ogni mercoledì sera.[9][3][10]

Il nome del bollettino: Anthèo

La produzione editoriale del gruppo è testimoniata dal bollettino Anthèo, pubblicato con cadenza irregolare ma con continuità storica: il primo numero risale al settembre 1993, e negli anni il bollettino ha raggiunto almeno undici numeri documentati. L’edizione n. 10 (2012) conteneva oltre 20 articoli a cura di oltre 30 autori, con sezioni dedicate a speleologia carsica, cavità artificiali, speleo-soccorso e biospeleologia, per un totale di 112 pagine. Il n. 11 (2018) ha mantenuto la stessa impostazione grafica, stampato interamente a colori.[11][12][13]


Le aree di attività del gruppo

Nel corso di cinquant’anni il G.S.A.G.S. ha sviluppato diversi settori specializzati, che si sono affiancati all’esplorazione carsica tradizionale.

Speleologia carsica

L’attività fondamentale è la ricerca e l’esplorazione di cavità naturali in tutta la Sardegna. Il bollettino Anthèo n. 5 documenta esplorazioni nelle aree di Buggerru, Iglesias, Fluminimaggiore, Domusnovas, Tertenia, Urzulei e Baunei, con scoperte significative come la Grotta di Punta de Baueddu a Fluminimaggiore e i sistemi carsici di Su Canale a Baunei. Urzulei, con il sistema di Sa Rutta ‘e S’Edera, è da sempre una delle zone di punta della ricerca speleologica sarda e il G.S.A.G.S. ha contribuito a questa esplorazione fin dai suoi esordi.[14][15]

Speleo-subacquea

La speleosubacquea — definita dallo stesso gruppo “vera frontiera della ricerca ipogea” — consente di esplorare quei tratti di grotta allagati inaccessibili agli speleologi terrestri. Il G.S.A.G.S. ha condotto immersioni in sifoni e pozze d’acqua sommersa in diverse cavità sarde, partecipando al progresso della conoscenza idrogeologica sotterranea dell’isola.[8][14]

Speleologia urbana e cavità artificiali

Cagliari è una città costruita su un sottosuolo ricchissimo di cavità artificiali di età punica, romana, medievale e moderna: acquedotti, cisterne, pozzi sacri, cave estrattive. Il G.S.A.G.S. ha dedicato a questa dimensione un impegno costante, contribuendo alla mappatura sistematica del sottosuolo urbano. Nel 2009, in collaborazione con il CSI Specus e l’Unione Speleologica Cagliaritana, il gruppo ha partecipato al rilievo e accatastamento di un primo blocco di circa cento cavità artificiali cagliaritane per conto del Comune. Le tipologie censite includono opere idrauliche (acquedotti, cisterne, pozzi), opere civili e rifugi.[16][17]

Biospeleologia

Tra i settori specializzati del gruppo, la biospeleologia si occupa dell’individuazione e classificazione degli organismi viventi nelle cavità sotterranee, contribuendo a documentare una fauna ipogea di straordinaria importanza scientifica.[8]

Corsi di speleologia

La formazione di nuovi speleologi è una missione identitaria del G.S.A.G.S. Il gruppo organizza corsi di primo livello con cadenza praticamente annuale dal 1976: il 37° corso risale al 2023, il 39° corso si è tenuto tra ottobre e novembre 2024, e il 40° corso (“Illuminiamo il Buio”) è stato lanciato nell’autunno 2025. Mezzo secolo di corsi significa che il G.S.A.G.S. ha introdotto alla speleologia generazioni di sardi, con un impatto culturale che va ben oltre l’esplorazione.[18][19][9]


Il programma “Sentieri nel Buio” 2026

Il progetto celebrativo si apre con tre iniziative principali, tutte realizzate con il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di Cagliari.[5][6]

1° evento – Apertura della Cava di S’Avanzada (29 marzo 2026)

Il 29 marzo 2026, il G.S.A.G.S. ha aperto al pubblico per la prima volta nella storia la Cava di S’Avanzada, la più grande antica cava urbana di Cagliari. Situata in via Ubaldo Badas, la cavità è scavata nel calcare e si estende in ambienti di proporzioni notevoli: scende di circa trenta metri rispetto al piano di ingresso, con pareti che conservano le nicchie per le lucerne degli antichi cavatori, databili all’età di Diocleziano. Una galleria militare spagnola, rimasta isolata a circa otto metri di altezza, testimonia la stratificazione storica plurisecolare del sito. Secondo la tradizione, i blocchi di pietra estratti da S’Avanzada servivano per costruire la Basilica di San Saturnino. Le visite si sono svolte con ingresso libero dalle 9:00 alle 20:00.[20][21]

2° evento – Partecipazione a Monumenti Aperti (18-19 aprile 2026)

Il G.S.A.G.S. ha partecipato all’edizione 2026 di Monumenti Aperti, portando i cittadini a scoprire il sottosuolo della città nell’ambito del progetto “Sentieri nel Buio”.[2]

3° evento – Mostra fotografica “Sentieri nel Buio” (3 maggio – 29 maggio 2026)

Il terzo e più articolato appuntamento del ciclo è la mostra fotografica omonima, inaugurata domenica 3 maggio 2026 alle 17:30 nella sede dell’A.I.C.S. – Comitato Provinciale di Cagliari in via Oristano 15.[22][4]


La mostra fotografica: descrizione e contenuti

Struttura espositiva

La mostra propone oltre 70 fotografie a colori e in bianco e nero nel formato 40×60 cm, realizzate da soci fotografi professionisti del G.S.A.G.S.. Il percorso espositivo è suddiviso per tappe tematiche:[1][22]

  • Storia dei corsi di speleologia: immagini che documentano mezzo secolo di formazione, dai primi corsisti degli anni Settanta alle attrezzature moderne.[1]
  • Speleologia carsica: le grotte più significative di tutte le zone carsiche della Sardegna, divise per aree geografiche, con immagini di concrezioni, gallerie, sifoni e ambienti sotterranei di straordinaria bellezza.[1]
  • Speleo-subacquea: le impegnative spedizioni nelle cavità allagate, vera frontiera esplorativa del gruppo.[1]
  • Speleologia urbana e cavità artificiali: le esplorazioni nel sottosuolo di Cagliari — acquedotti, cisterne, cave — e nelle miniere e nei siti archeologici ipogei fuori dall’ambito urbano.[1]

Il tour virtuale in 3D

Una delle novità più innovative della mostra è la possibilità di vivere un tour virtuale con visore in 3D che ripercorre alcuni tratti delle cavità sotterranee di Cagliari. Questo percorso immersivo consente al visitatore di sperimentare il fascino del sottosuolo in modo diretto, comprendendo il lavoro degli speleologi sul campo senza necessariamente entrare in grotta.[4][1]

Orari e accesso

PeriodoGiorniOrario
3 maggio (inaugurazione)Domenica17:30 – 20:00
Dal 4 al 29 maggioLunedì – Venerdì16:00 – 20:00
Dal 4 al 29 maggioSabato e Domenica10:00 – 13:00 / 16:00 – 20:00

L’ingresso è libero e gratuito per tutti. È possibile prenotare visite guidate per scolaresche e studenti scrivendo a info@gsags.it.[4][1]


Il patrimonio ipogeo di Cagliari e della Sardegna

Cagliari sotterranea: un patrimonio pluristratificato

Il sottosuolo di Cagliari è uno dei più ricchi e complessi d’Italia per stratificazione storica. Le cavità artificiali documentate comprendono opere idrauliche puniche e romane (acquedotti, cisterne, pozzi), strutture militari spagnole, cave estrattive medievali e rifugi antiaerei novecenteschi. Tra i siti più noti già esplorati e parzialmente valorizzati dal G.S.A.G.S. figurano l’Acquedotto Romano, il Pozzo di San Pancrazio e la Cava di S’Avanzada. Il Pozzo di San Pancrazio è catalogato nel Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali come opera idraulica in Piazza Indipendenza, rilevato proprio dal Gruppo Speleo Archeologico Giovanni Spano.[6][23][17][16]

La Sardegna carsica: un patrimonio naturale eccezionale

La Sardegna è tra le regioni italiane più ricche di patrimonio speleologico naturale. Le sue cavità carsiche si concentrano in aree chiave: il Supramonte di Urzulei (con Sa Rutta ‘e S’Edera), l’Iglesiente (con la Grotta di San Giovanni a Domusnovas, prima al mondo per lunghezza tra le grotte attraversate da una strada carrozzabile con 4.910 m di sviluppo planimetrico), e la zona del Sulcis-Sarrabus. Il catasto regionale delle grotte è in continua crescita, testimoniando la vitalità della ricerca speleologica sull’isola.[24][25][14][1]


Il convegno e gli eventi futuri del 2026

Oltre alle tre iniziative di primavera, il programma del cinquantennale prevede fino a dicembre 2026 una serie di attività di più ampio respiro:[6]

  • Convegno sulla speleologia sarda: momento centrale del cinquantennale, dedicato a un confronto sulle trasformazioni della disciplina in Sardegna e sulle prospettive future. Il G.S.A.G.S. ha già organizzato un convegno analogo nel 2001, “Il Carsismo e la Ricerca Speleologica in Sardegna”, con il coinvolgimento delle università di Cagliari e Sassari e delle federazioni scientifiche.[26][15]
  • Seminari con l’Università di Cagliari e le scuole: la collaborazione con il mondo accademico e scolastico è una costante della storia del gruppo.[6][1]
  • Ulteriori iniziative di divulgazione: il programma resta aperto a nuove proposte, confermando la vocazione del G.S.A.G.S. a essere interlocutore culturale attivo sul territorio.

Significato culturale e scientifico

Il progetto “Sentieri nel Buio” non è solo una celebrazione interna. Rappresenta un atto di restituzione alla comunità di un patrimonio che appartiene a tutti: le grotte, i cunicoli, le cave estrattive, gli acquedotti sotterranei sono parte integrante della storia di Cagliari e della Sardegna, ma restano invisibili ai più. Il G.S.A.G.S. sceglie di aprirsi alla città con strumenti diversi — la fotografia, la tecnologia immersiva, le visite guidate, i convegni — perché la conoscenza del sottosuolo è anche strumento di tutela: la documentazione delle cavità serve alla ricerca scientifica, alla gestione delle acque e alla mitigazione dei rischi idrogeologici.[23][2][5][1]

Dopo cinquant’anni, il gruppo che nacque da quattro ragazzi curiosi porta alla superficie, letteralmente e metaforicamente, un mondo straordinario: quello dei “sentieri nel buio” che attraversano la roccia sotto la città e l’isola, custodendo pezzi preziosi di storia umana e naturale ancora in gran parte inesplorati.[21][8]


Scheda di sintesi

VoceDettaglio
NomeGruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano (G.S.A.G.S.)
FondazioneOttobre 1976, Cagliari[8][3]
SociOltre 100 iscritti[3]
SedeViale Elmas 184, Cagliari
AffiliazioniFederazione Speleologica Sarda; Società Speleologica Italiana[3]
BollettinoAnthèo (dal 1993, almeno 11 numeri)[12][13]
Corsi di speleologiaOltre 40 corsi di primo livello in 50 anni[19]
Mostra fotografica“Sentieri nel Buio”, 3 – 29 maggio 2026, sede AICS via Oristano 15, Cagliari[4]
Ingresso mostraLibero e gratuito[4]
Contattoinfo@gsags.it

Fonti consultate:

L'articolo “Sentieri nel Buio”: il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano porta in mostra 50 anni di speleologia a Cagliari proviene da Scintilena.

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Speleologi scoprono un nuovo passaggio sotterraneo nello Yucatán

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Importante scoperta nel sottosuolo della penisola dello Yucatán

Importante scoperta nel sottosuolo della penisola dello Yucatán, dove un gruppo di esploratori ha individuato un nuovo e affascinante passaggio all’interno della Gruta Santa Cruz.

Il Círculo Espeleológico del Mayab ha reso noto che, durante un’attività esplorativa svolta in unl fine settimana di aprile 2026, cinque membri del Gruppo sono riusciti a risalire una delle pareti della grotta, accedendo a un’area finora inesplorata. Qui hanno individuato un passaggio sotterraneo molto ampio, che si estende per oltre 300 metri e termina in un sifone, la cui esplorazione richiederà future immersioni.

Gli speleologi hanno descritto l’ambiente come particolarmente suggestivo: all’interno del nuovo tratto sono stati osservati speleotemi, cristalli e altre formazioni naturali, che contribuiscono a creare un’atmosfera unica e di grande valore scientifico.

Il Círculo Espeleológico del Mayab, associazione attiva nella penisola dello Yucatán, è impegnato da anni nell’esplorazione, nello studio e nella tutela di grotte, caverne e cenotes. Il gruppo è composto da speleologi, studenti ed esperti, con l’obiettivo di proteggere il patrimonio sotterraneo e archeologico della regione.

Questa nuova scoperta conferma ancora una volta la straordinaria ricchezza del sistema carsico dello Yucatán e apre la strada a ulteriori ricerche e approfondimenti.

Fonte: Novedades Yucatán; The Yucatán Times (2026) https://theyucatantimes.com/2026/04/speleological-experts-discover-a-new-underground-cave-system-in-yucatan/ (che riprende un post del Gruppo su Facebook – https://www.facebook.com/NovedadesYucatan/posts/1372063658287753?ref=embed_post)

L'articolo Speleologi scoprono un nuovo passaggio sotterraneo nello Yucatán proviene da Scintilena.

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I “nightclub” dei pipistrelli: sciami di accoppiamento e prevenzione delle pandemie

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I pipistrelli Myotis sviluppano tolleranza virale scambiando geni immunitari durante i raduni riproduttivi stagionali, secondo uno studio pubblicato su Cell Genomics dai ricercatori di Texas A&M


Pipistrelli e virus: un serbatoio naturale di malattie zoonotiche

I pipistrelli ospitano alcuni dei patogeni più pericolosi per gli esseri umani — Ebola, coronavirus, Nipah — senza sviluppare malattie. Questo paradosso biologico affascina la ricerca scientifica da decenni. I chirotteri fungono da serbatoi di virus zoonotici, ovvero portano agenti infettivi capaci di trasmettersi ad altre specie, compreso l’uomo, senza manifestare sintomi.sciencedaily+3

La domanda centrale che guida la ricerca è sempre la stessa: come fanno i pipistrelli a tollerare virus che, negli esseri umani, causano morti di massa? Un gruppo di ricercatori della Texas A&M University ha ora una risposta parziale, pubblicata sulla rivista Cell Genomics nel febbraio 2024.pubmed.ncbi.nlm.nih

Lo studio, dal titolo “Karyotypic stasis and swarming influenced the evolution of viral tolerance in a species-rich bat radiation”, apre nuove prospettive per la comprensione dell’immunità nei chirotteri e per la prevenzione delle pandemie future.semanticscholar+1


Gli sciami di accoppiamento dei pipistrelli Myotis: laboratori evolutivi naturali

Il team guidato dalla dottoressa Nicole M. Foley e dal professor William J. Murphy della Texas A&M School of Veterinary Medicine & Biomedical Sciences ha ricostruito l’albero evolutivo di numerose specie del genere Myotis.eurekalert+1

I pipistrelli Myotis si riuniscono stagionalmente in grandi sciami di accoppiamento. Sono raduni rumorosi, affollati, paragonabili a veri e propri “nightclub” della natura. In questi eventi, individui appartenenti a popolazioni geograficamente diverse si mescolano e si accoppiano.unmc+1

Questi raduni non sono solo riproduttivi. Durante gli sciami stagionali, i pipistrelli scambiano geni immunitari tra le diverse popolazioni. Il meccanismo favorisce la diversità genetica nei sistemi immunitari, consentendo l’evoluzione rapida di varianti capaci di tollerare virus diversi.the-microbiologist+2

Il genere Myotis è il secondo genere di mammiferi per numero di specie, con oltre 140 specie distribuite in quasi tutto il mondo. Questa vastità geografica e tassonomica lo rende un modello evolutivo di grande valore per la scienza.vetmed.tamu+1


Geni immunitari nei pipistrelli Myotis: il ruolo dell’interferone e delle proteine antivirali

L’analisi genomica ha mostrato che le regioni del genoma legate alla risposta immunitaria evolvono più rapidamente nei Myotis rispetto ad altri mammiferi. In particolare, i geni che regolano l’interferone e le proteine antivirali risultano sottoposti a selezione positiva accelerata.natureworldnews+2

A differenza di umani e topi, che attivano il sistema immunitario solo in risposta a un’infezione, nei pipistrelli l’interferone è costantemente attivo, come una linea di difesa permanente attiva 24 ore su 24. Questa particolarità biologica rende i chirotteri capaci di contenere i virus senza innescare le risposte infiammatorie che, negli esseri umani, causano le complicazioni più gravi.natureworldnews

Durante gli sciami stagionali di accoppiamento, i livelli di interferone e degli altri geni immunitari risultano ulteriormente elevati rispetto ai periodi precedenti e successivi ai raduni. Ciò suggerisce che i pipistrelli siano in grado di modulare la risposta immunitaria in base alle condizioni sociali e ambientali, potenziando le difese proprio nel momento in cui il rischio di trasmissione virale è maggiore.natureworldnews


Tolleranza virale e prevenzione delle pandemie: le implicazioni dello studio

“Diverse specie di pipistrelli sono tolleranti a virus dannosi per la salute umana. Diventano serbatoi di malattia: portano i virus, ma non sviluppano sintomi”, ha dichiarato Foley. “Capire come i pipistrelli hanno sviluppato la tolleranza virale potrebbe aiutarci a capire come gli esseri umani possano combattere meglio le malattie emergenti”.the-microbiologist+1

Il gruppo di Texas A&M ritiene che studiare l’immunità dei pipistrelli possa fornire indicazioni decisive per prevenire la prossima pandemia globale. “A causa del COVID-19, la predizione e la prevenzione delle epidemie è in cima ai pensieri di ricercatori e opinione pubblica”, ha sottolineato Foley.sciencedaily+3

I ricercatori sottolineano anche il valore della collaborazione trasversale tra discipline: genomisti, virologi, epidemiologi e veterinari lavorano su dati condivisi per anticipare i rischi di spillover zoonotico. La tolleranza virale dei pipistrelli non è solo un fenomeno biologico affascinante: è una finestra aperta su meccanismi che potrebbero ispirare nuove strategie terapeutiche e preventive per l’uomo.unmc+1


Il genere Myotis come modello genomico per lo studio della coevoluzione virus-ospite

Lo studio dei Myotis offre un modello evolutivo per comprendere come i vertebrati possano convivere con agenti patogeni letali. Il genere, con oltre 140 specie distribuite in tutti i continenti eccetto l’Antartide, ospita una diversità virale eccezionale.eurekalert+3

Le analisi genomiche hanno rivelato una stasi kariologica — cioè una stabilità del numero cromosomico — accompagnata da una rapida evoluzione delle regioni immunitarie del genoma. Questa combinazione di conservatività strutturale e plasticità immunologica potrebbe essere una delle chiavi dell’eccezionale successo evolutivo del genere.vazquez+2

Un ulteriore studio pubblicato nel 2024 ha confermato l’abbondante adattamento nei Myotis in risposta ai virus a DNA, con pattern distinti rispetto agli esseri umani. Questa differenza potrebbe spiegare in parte perché i chirotteri siano serbatoi privilegiati di virus zoonotici: il loro sistema immunitario ha imparato a convivere con agenti che il sistema immunitario umano non riesce a gestire senza danni.vazquez+1

La ricerca di Texas A&M apre un capitolo nuovo nella prevenzione delle malattie infettive. L’obiettivo non è più solo quello di eliminare i serbatoi animali delle malattie, ma capire come questi animali abbiano imparato a convivere con i virus nel corso di milioni di anni di evoluzione.vetmed.tamu+1

Ecco le fonti utilizzate per l’articolo, con i relativi link:

  1. ScienceDailyBat ‘nightclubs’ may be the key to solving the next pandemic
    https://www.sciencedaily.com/releases/2024/02/240220143441.htmsciencedaily
  2. EurekAlert!Bat ‘nightclubs’ may be the key to solving the next pandemic
    https://www.eurekalert.org/news-releases/1034952eurekalert
  3. The MicrobiologistBat mating swarms may be the key to solving the next pandemic
    https://www.the-microbiologist.com/news/bat-mating-swarms-may-be-the-key-to-solving-the-next-pandemic/2596.articlethe-microbiologist
  4. UNMC Health SecurityBat ‘Nightclubs’ May Be The Key To Solving The Next Pandemic
    https://www.unmc.edu/healthsecurity/transmission/2024/02/20/bat-nightclubs-may-be-the-key-to-solving-the-next-pandemic/unmc
  5. Texas A&M VetMedBat ‘Nightclubs’ May Be The Key To Solving The Next Pandemic (comunicato ufficiale)
    https://vetmed.tamu.edu/news/press-releases/bat-evolution/vetmed.tamu
  6. Nature World NewsBat Mating Swarms May Hold Clues To Viral Tolerance, Study Suggests
    https://www.natureworldnews.com/articles/60727/20240222/bat-mating-swarms-hold-clues-viral-tolerance-study-suggests.htmnatureworldnews
  7. PubMed / NCBIKaryotypic stasis and swarming influenced the evolution of viral tolerance (abstract dello studio originale su Cell Genomics)
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38237599/pubmed.ncbi.nlm.nih
  8. ScienceDirect / Cell GenomicsPhylogenomic analyses unraveled the evolution of viral tolerance in Myotis (articolo completo)
    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666979X24000302sciencedirect
  9. Semantic ScholarKaryotypic stasis and swarming influenced the evolution of viral tolerance
    https://www.semanticscholar.org/paper/749650ad84938a6ba7f7888b24854c9cd48baec4semanticscholar
  10. Vazquez Lab / BioarchiveExtensive longevity and DNA virus-driven adaptation in nearctic Myotis
    https://vazquez.bio/publication/vazquez-2024-oh/vazquez

L'articolo I “nightclub” dei pipistrelli: sciami di accoppiamento e prevenzione delle pandemie proviene da Scintilena.

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Dal Cilento alle grotte: torna il Summer Camp Speleo Young

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Dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati la terza edizione del camp di speleologia per ragazzi dai 12 ai 17 anni organizzato da Tetide APS nel Parco Nazionale del Cilento


Il Summer Camp Speleo Young arriva alla terza edizione

Il 3° Summer Camp Speleo Young si svolgerà dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati, in provincia di Salerno, all’interno del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. L’iniziativa è promossa da Tetide APS, associazione di promozione sociale con sede a Caselle in Pittari (SA), attiva da anni nella valorizzazione del territorio carsico e nella divulgazione della speleologia. Il camp è rivolto a ragazze e ragazzi tra i 12 e i 17 anni e propone una settimana di formazione pratica e teorica a stretto contatto con l’ambiente naturale.

Il progetto nasce nel 2023 e ha già percorso tre edizioni in crescita. Alla prima edizione parteciparono 11 ragazzi provenienti da Campania, Puglia, Toscana, Abruzzo, Lombardia e persino dalla Spagna. La seconda si tenne nel 2024 sempre nel Cilento, mentre l’edizione 2025 ha visto ampliarsi le attività e i partner coinvolti. Con la terza edizione 2026, Tetide APS consolida un format che unisce avventura e apprendimento in un territorio di grande valore naturalistico.tetide+3


Un programma tra grotte, torrenti e aule

Le attività del Summer Camp Speleo Young sono strutturate su due momenti principali della giornata. La mattina è dedicata alle uscite sul campo: speleologia con esplorazione di grotte, torrentismo lungo i corsi d’acqua del Cilento e escursioni su sentieri naturalistici. Il pomeriggio lascia spazio alla formazione teorica in aula con lezioni su carsismo, cartografia, topografia, orientamento e storia del rapporto tra l’uomo e le grotte.tetide+1

Le attività pratiche si svolgono sempre sotto la guida di speleologi esperti. Il rapporto tra formatori e partecipanti è di almeno uno ogni cinque ragazzi, con presenza garantita 24 ore su 24. Tutta l’attrezzatura necessaria — caschi, mute, imbrachi e materiale tecnico — è fornita dall’organizzazione e inclusa nella quota di partecipazione. È inclusa anche l’assicurazione infortuni. Gli istruttori operano in coordinamento con la Commissione Nazionale Scuole di Speleologia della Società Speleologica Italiana.scintilena+2


Speleologia giovanile nel cuore del Parco del Cilento

Il luogo scelto per il camp non è casuale. Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è uno dei territori carsici più significativi d’Italia. Le sue rocce carbonatiche hanno dato origine nel corso dei millenni a grotte, doline, inghiottitoi e risorgenze che caratterizzano il paesaggio in superficie e nel sottosuolo. Il fiume Bussento, con il suo celebre inghiottitoio, è uno degli ambienti più noti del comprensorio e ha già ospitato attività di Tetide APS nelle edizioni precedenti.tetidevulnerabilita-aree-carsiche.txttetide

I territori carsici come il Cilento svolgono una funzione idrologica fondamentale. Le rocce assorbono e immagazzinano le acque meteoriche, restituendole attraverso sorgenti che alimentano fiumi e falde acquifere. Sono però anche sistemi fragili: la struttura fessurata delle rocce favorisce la rapida infiltrazione di sostanze inquinanti, con effetti difficilmente reversibili sugli ecosistemi sotterranei e sulla qualità dell’acqua potabile. Conoscere e rispettare questi ambienti è una delle finalità esplicite del percorso formativo del camp.vulnerabilita-aree-carsiche.txt


Speleologia per ragazzi: benefici che vanno oltre la grotta

La speleologia giovanile non è soltanto avventura. Le ricerche sul tema mostrano come questa disciplina produca benefici rilevanti su più livelli. Sul piano fisico, migliora resistenza, forza, flessibilità e coordinazione motoria. Sul piano cognitivo, sviluppa capacità di problem solving, orientamento spaziale e apprendimento tecnico. Il lavoro di squadra in ambienti difficili costruisce abilità relazionali solide, a partire dalla comunicazione e dalla gestione del rischio condiviso.scintilena+1

La dimensione ambientale è altrettanto centrale. I ragazzi che esplorano direttamente una grotta acquisiscono una consapevolezza concreta della fragilità degli ecosistemi sotterranei, della vulnerabilità delle risorse idriche e del valore del patrimonio naturale. Si tratta di una forma di educazione ambientale che difficilmente si ottiene in aula. Temi come biodiversità, cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile diventano comprensibili attraverso l’esperienza diretta sul territorio.iris.politovulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena


Chi può partecipare e come iscriversi

Il camp è aperto a ragazze e ragazzi dai 12 ai 17 anni. Non è richiesta alcuna esperienza pregressa: le attività sono calibrate per accompagnare i principianti e stimolare chi ha già familiarità con l’ambiente naturale.tetide

Le quote di iscrizione di riferimento — in attesa di quelle ufficiali del 2026 — sono quelle dell’edizione 2025: €350 per la formula in pensione completa con alloggio (Quota A) e €150 per la formula con pranzo al sacco (Quota B). Per fratelli iscritti insieme è previsto uno sconto di €20. È richiesta la tessera associativa Tetide APS, del costo di €10 (o €12,50 con polizza AICS).tetide+1

Gli speleologi esperti che desiderano partecipare come formatori possono contattare l’organizzazione all’indirizzo segreteria@tetide.org.tetide

Per informazioni e iscrizioni:

  • Sito: www.tetide.org
  • Email: info@tetide.org
  • Telefono: +39 329 906 4395 – +39 348 297 4991

Enti e istituzioni a supporto del progetto

Il Summer Camp Speleo Young gode del patrocinio di un’ampia rete istituzionale. Tra i partner figurano il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, la Società Speleologica Italiana (SSI) – ETS, la Federazione Speleologica Campana, l’Associazione Italiana Cultura Sport (AICS) – APS Comitato Provinciale Salerno e le amministrazioni comunali di Morigerati e Caselle in Pittari. Partecipano anche la Cooperativa Sociale Labor Limae e le associazioni L@S APS, Zap! e Transluoghi (Ecomuseo del Bussento Contemporaneo).scintilena+1


In Sintesi

Il 3° Summer Camp Speleo Young 2026 è organizzato da Tetide APS e si terrà dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati (SA), nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. È rivolto a ragazzi dai 12 ai 17 anni e unisce avventura, scienza e formazione ambientale.

Cosa trovi nella guida

La guida studio copre:

  • Storia del progetto – tre edizioni (2023–2026), con partecipanti arrivati da tutta Italia e anche dalla Spagna
  • Attività previste – speleologia, torrentismo, escursionismo e laboratori didattici
  • Struttura della giornata – mattina pratica, pomeriggio formativo
  • Quote di partecipazione (Quota A €350 / Quota B €150 come riferimento 2025)
  • Sicurezza – 1 esperto ogni 5 partecipanti, materiale incluso, assicurazione
  • Benefici educativi della speleologia per la crescita fisica, cognitiva e ambientale dei giovani
  • Contatti per iscrizioni e per chi vuole partecipare come formatore speleologo: segreteria@tetide.org
  • Glossario dei termini tecnici (carsismo, dolina, acquifero, ecc.)
  • 8 domande di ripasso per verificare la comprensione dei contenuti

Per informazioni e iscrizioni: www.tetide.org | info@tetide.org | tel. 329 906 4395

Summer Camp Speleo Young 2026 – Guida Studio Completa

![Locandina Summer Camp Speleo Young 2026]


Panoramica dell’Evento

Il 3° Summer Camp Speleo Young 2026 è un campo estivo di speleologia e scoperta della natura organizzato da Tetide APS, associazione di promozione sociale con sede a Caselle in Pittari (SA). Si svolgerà dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati (SA), nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. È rivolto a ragazze e ragazzi tra i 12 e i 17 anni e rappresenta la terza edizione di un progetto formativo ormai consolidato.[1][2]


Chi è Tetide APS?

Tetide APS (Associazione di Promozione Sociale) ha sede in Via Roma 22, 84030 Caselle in Pittari (SA) ed è il motore culturale e organizzativo dietro numerosi progetti legati alla speleologia e alla valorizzazione del territorio carsico del Cilento. L’associazione organizza stage di speleologia, rafting sul Bussento, corsi di canyoning e campi esplorativi, con una forte vocazione educativa verso i giovani. Il Summer Camp Speleo Young è uno dei suoi progetti più noti a livello nazionale, cresciuto dalla prima edizione del 2023 fino alla terza del 2026.[3][2][4][5][6][7]


Storia del Progetto

EdizioneAnnoDateLuogoPartecipanti (fascia età)
1ª edizione202323–29 luglioCaselle in Pittari (SA)12–16 anni[4]
2ª edizione202421–27 luglioCaselle in Pittari (SA)12–16 anni[8]
2ª edizione (bis)20256–12 luglioMorigerati + Caselle in Pittari (SA)12–18 anni[1]
3ª edizione20265–12 luglioMorigerati (SA)12–17 anni[2]

La prima edizione del 2023 ha già visto la partecipazione di 11 ragazzi provenienti da Campania, Puglia, Toscana, Abruzzo, Lombardia e persino dalla Spagna. La crescita progressiva del progetto testimonia il successo di questa iniziativa nel panorama speleologico giovanile italiano.[5]


Enti Patrocinatori e Partner

Il Summer Camp Speleo Young è sostenuto da una rete istituzionale di alto livello:[1][9]

  • Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni
  • Società Speleologica Italiana (SSI) – ETS
  • Federazione Speleologica Campana
  • Associazione Italiana Cultura Sport (AICS) – APS Comitato Provinciale Salerno
  • Amministrazioni Comunali di Morigerati e Caselle in Pittari
  • Cooperativa Sociale Labor Limae
  • Associazioni L@S APS, Zap!, Transluoghi (Ecomuseo del Bussento Contemporaneo)

Attività Previste

Attività all’Aria Aperta

  • Speleologia: esplorazione di grotte e ambienti sotterranei, con utilizzo di attrezzatura professionale (caschi, mute, imbrachi)[9][10]
  • Escursionismo: percorsi su sentieri panoramici e naturalistici nel Parco del Cilento[10]
  • Torrentismo: discesa e navigazione dei corsi d’acqua del territorio, in particolare lungo il fiume Bussento[1][10]

Formazione Teorica in Aula

Durante la prima edizione del 2023, le lezioni teoriche hanno coperto:[5]

  • Carsismo e speleologia (docente dott.ssa Simona Cafaro)
  • Cartografia, orientamento, topografia (docente Vincenzo Martimucci)
  • L’uomo e le grotte (archeologia e storia)

Temi Trasversali

  • Conoscenza e tutela del territorio carsico
  • Scoperta del patrimonio naturalistico del Cilento
  • Coscienza ambientale e difesa degli ecosistemi
  • Riflessioni sull’impatto antropico sull’ambiente
  • Educazione al rispetto e alla sostenibilità[10]

Struttura della Giornata Tipo

Ogni giornata è articolata su due momenti principali:[9]

  1. Mattina: attività pratiche sul campo (grotte, torrenti, sentieri)
  2. Pomeriggio: approfondimenti didattici, laboratori tematici e incontri formativi

Quote di Partecipazione (Riferimento Edizione 2025)

Le quote ufficiali del 2026 non sono ancora state pubblicate. A titolo indicativo, le quote dell’edizione 2025 sono state:[1][10]

TipologiaCostoCosa include
Quota A€350,00Pensione completa, alloggio, attrezzature, assicurazione, spostamenti, attività
Quota B€150,00Pranzo al sacco, attività, attrezzature, assicurazione, spostamenti
Sconto fratelli–€20,00Sconto complessivo per fratelli iscritti insieme

È richiesta anche la tessera associativa Tetide APS, il cui costo per il 2026 è di €10 (o €12,50 con polizza assicurativa AICS).[11]


Sicurezza e Standard Formativi

La sicurezza dei partecipanti è garantita da un elevato standard operativo:[8][9]

  • Rapporto minimo 1 esperto ogni 5 partecipanti
  • Presenza 24 ore su 24 di esperti speleologi
  • Tutto il materiale è fornito: caschi, mute, attrezzature per speleologia e torrentismo
  • Assicurazione infortuni inclusa nella quota
  • Attività svolte con il supporto di istruttori della Commissione Nazionale Scuole di Speleologia della SSI[5]

Il Territorio: Parco Nazionale del Cilento

Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è uno degli ambienti naturali più ricchi d’Italia, caratterizzato da fenomeni carsici di grande rilevanza. Il territorio presenta grotte naturali, doline, inghiottitoi e sorgenti carsiche tipiche delle rocce carbonatiche, oltre alla celebre Grotta di Castelcivita e all’Inghiottitoio del Bussento. I territori carsici come il Cilento ospitano ecosistemi sotterranei unici, con specie endemiche che dipendono dalla qualità delle acque e dalla stabilità degli ambienti ipogei.[12][2]


Perché Partecipare: i Benefici della Speleologia per i Giovani

La speleologia è una disciplina che offre numerosi vantaggi per lo sviluppo fisico, cognitivo e sociale dei ragazzi:[13][14]

Benefici Fisici

  • Miglioramento di resistenza, forza e flessibilità attraverso l’attività su terreni accidentati[13]
  • Sviluppo della coordinazione motoria in ambienti tridimensionali e complessi

Benefici Cognitivi e Tecnici

  • Apprendimento di cartografia, topografia e orientamento[10]
  • Acquisizione di tecniche specifiche come la progressione su corda e la gestione dell’attrezzatura[13]
  • Sviluppo del pensiero critico e della capacità di problem solving

Benefici Sociali

  • Potenziamento delle abilità di lavoro in squadra, comunicazione e leadership[13]
  • Costruzione di reti relazionali con coetanei provenienti da tutta Italia e dall’estero[5]

Benefici Ambientali e Formativi

  • Aumento della consapevolezza ambientale e dell’etica della conservazione[13][14]
  • Comprensione della fragilità degli ecosistemi carsici: le grotte ospitano specie endemiche che dipendono dalla qualità dell’acqua e dall’assenza di inquinamento[12]
  • Capacità di comprendere temi come cambiamenti climatici, biodiversità e sviluppo sostenibile attraverso l’esperienza diretta[14]

Per chi è Pensato: i Destinatari

Ragazzi e Ragazze (12–17 anni)

Un’occasione unica per scoprire la natura in modo autentico, fare nuove amicizie e imparare discipline tecnico-scientifiche in un contesto avventuroso e sicuro.[10]

Genitori

Il camp offre un contesto formativo, sicuro e stimolante, con esperti sempre presenti, attrezzatura professionale inclusa e un programma che coniuga avventura e crescita personale.[1][9]

Insegnanti

Il Summer Camp Speleo Young rappresenta un perfetto prolungamento del curricolo scolastico nelle discipline di scienze naturali, geologia, ecologia, geografia fisica e educazione civica. Le lezioni teoriche in aula e le uscite sul campo coprono temi legati a:[10][5]

  • Carsismo e idrogeologia
  • Biodiversità e tutela degli ecosistemi
  • Cartografia e orientamento
  • Impatto antropico sull’ambiente

Speleologi Esperti – Formatori

Tetide APS cerca speleologi qualificati per partecipare come formatori e istruttori nelle attività pratiche. Il contatto è: segreteria@tetide.org.[6][11]


Come Iscriversi

CanaleDettaglio
Sito webwww.tetide.org
Emailinfo@tetide.org
Per formatorisegreteria@tetide.org
Telefono+39 329 906 4395 – +39 348 297 4991

Le iscrizioni al camp si effettuano tramite il sito ufficiale Tetide. La tessera associativa è obbligatoria per partecipare alle attività.[2][11]


Connessione con il Territorio Carsico del Cilento

Capire il carsismo è fondamentale per valorizzare la propria esperienza al camp. I territori carsici come il Cilento:[12]

  • Sono formati da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) che si dissolvono per azione dell’acqua
  • Presentano grotte, doline, inghiottitoi, risorgenze come elementi geomorfologici tipici
  • Ospitano acquiferi carsici che alimentano sorgenti e fiumi e sono la principale risorsa idrica per le comunità locali
  • Sono ecosistemi altamente vulnerabili all’inquinamento perché gli agenti contaminanti si diffondono rapidamente senza filtrazione naturale

La partecipazione al Summer Camp Speleo Young non è solo avventura: è un percorso di cittadinanza attiva per imparare a prendersi cura di un patrimonio naturale fragile e insostituibile.[13][14][12]


Domande di Ripasso

  1. In quale Parco Nazionale si svolge il Summer Camp Speleo Young 2026?
  2. Quali sono le tre attività principali del campo?
  3. Qual è il rapporto minimo tra esperti e partecipanti previsto per la sicurezza?
  4. Quali temi scientifici vengono trattati durante le lezioni teoriche in aula?
  5. Perché i territori carsici sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento?
  6. Quali enti patrocinano il Summer Camp Speleo Young?
  7. Come si contatta Tetide APS per partecipare come formatore?
  8. Quali sono le differenze tra la Quota A e la Quota B di iscrizione?

Glossario dei Termini Chiave

TermineDefinizione
SpeleologiaScienza e sport che studia ed esplora le grotte e gli ambienti sotterranei[13]
CarsismoInsieme di fenomeni geologici causati dalla dissoluzione di rocce carbonatiche da parte dell’acqua[12]
DolinaDepressione circolare o ellittica nel terreno tipica dei territori carsici[12]
InghiottitoioApertura nel suolo attraverso cui l’acqua superficiale scompare nel sottosuolo[12]
TorrentismoDiscesa sportiva di corsi d’acqua torrentizi, spesso in ambienti carsici[10]
Acquifero carsicoFalda acquifera contenuta in rocce carsificate, fonte di approvvigionamento idrico[12]
Ecosistema ipogeoL’insieme delle specie animali e vegetali che vivono nelle grotte e nel sottosuolo[12]
Topografia speleologicaTecnica di rilievo e mappatura delle cavità sotterranee[10]

Fonti consultate

L'articolo Dal Cilento alle grotte: torna il Summer Camp Speleo Young proviene da Scintilena.

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Tetide APS lancia il 3° Summer Camp Speleo Young 2026: vivi la natura, esplora e cresci

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Torna dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati (SA) il Summer Camp Speleo Young, rivolto a ragazzi e ragazze dai 12 ai 17 anni

Dal 5 al 12 luglio 2026, nel suggestivo scenario di Morigerati (SA), nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, torna il Summer Camp Speleo Young, giunto alla sua terza edizione e promosso da Tetide APS.

un bellissimo messaggio inclusivo:

Hai tra i 12 e 17 anni? 
Partecipa al Summer Camp Speleo young 2026

Sei genitore di una ragazza o un ragazzo tra i 12 e 17 anni? 
Iscrivila/o al Summer Camp Speleo young 2026

Sei un insegnante? 
Invita i tuoi alunni a partecipare al Summer Camp Speleo young 2026

Sei uno speleologo? 
Contattaci su segreteria@tetide.org  per partecipare come formatore al Summer Camp Speleo young 2026

Il campo estivo è rivolto a ragazzi e ragazze dai 12 ai 17 anni e rappresenta un’opportunità unica per vivere un’esperienza immersiva nella natura, all’insegna dell’avventura, della scoperta e della crescita personale.

Esperienza che fanno crescere (bene) tra grotte, fiumi e sentieri, anche grazie a una rete di collaborazioni sul territorio

Il programma propone attività coinvolgenti pensate per avvicinare i giovani al patrimonio naturalistico del territorio cilentano:

  • esplorazioni speleologiche in grotte e ambienti sotterranei
  • escursioni lungo sentieri naturalistici
  • attività di torrentismo e esperienze fluviali
  • laboratori e incontri formativi dedicati alla tutela degli ecosistemi

Attraverso queste esperienze, i partecipanti avranno modo di sviluppare spirito di gruppo, autonomia e consapevolezza ambientale, imparando a conoscere e rispettare la natura in modo diretto e coinvolgente.

Il progetto è realizzato da Tetide APS con il supporto delle Amministrazioni Comunali di Morigerati e Caselle in Pittari, in collaborazione con L@S APS, Associazione Zap!, Transluoghi – Ecomuseo del Bussento Contemporaneo e la Cooperativa Sociale Labor Limae.

L’iniziativa gode inoltre del patrocinio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, della Società Speleologica Italiana ETS, della Federazione Speleologica Campana e dell’Associazione Italiana Cultura Sport – APS Comitato Provinciale Salerno.

Quote di partecipazione

Sono previste due modalità di partecipazione:

  • Quota A – € 350,00: pensione completa, alloggio, attività, attrezzature, assicurazione e spostamenti inclusi
  • Quota B – € 150,00: attività, attrezzature, assicurazione, spostamenti e pranzo al sacco

È previsto uno sconto di € 20,00 per fratelli.
La tessera associativa Tetide (€ 10,00 per i non soci) e le spese personali non sono incluse.

Informazioni e iscrizioni

Per partecipare o richiedere maggiori informazioni: mail: info@tetide.orgtel 3299064395 – 3482974991

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Dalle Selci Neolitiche alle Miniere del Papa: a Narni Diecimila Anni di Vita Nascosta nelle Grotte di Santa Croce

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La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità.


La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni

Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significative dell’Umbria: la Grotta dei Cocci. Il nome non lascia spazio a dubbi — frammenti di ceramica — e rivela già il contenuto di questa cavità scoperta nei primissimi anni Cinquanta del Novecento da un gruppo di scout narnesi, tra cui Irmo Ceccaroli e Paolo Ceccarelli, che segnalarono il ritrovamento al professor Carlo Castellani, Ispettore Onorario ai Monumenti dell’Umbria.

Nei decenni successivi, la grotta subì numerose razzie da parte di privati, perdendo parte del suo patrimonio prima di qualsiasi studio scientifico. Solo negli anni ’80 la cavità fu oggetto di una vera campagna di scavo, coordinata da Maria Cristina De Angelis della Soprintendenza, i cui risultati sono stati pubblicati in un volume monografico edito da All’Insegna del Giglio nel 2019.

I reperti restituiti dai sedimenti della grotta coprono un arco che va dal Neolitico antico finale fino all’età del Bronzo. Tra i materiali rinvenuti: utensili in selce, strumenti di osso, frammenti ceramici di diverse epoche, oggetti d’ornamento e resti funerari umani. Il dettaglio più eloquente è il focolare con strato di cenere e carboni di oltre un metro di spessore: una stratificazione che testimonia una frequentazione millenaria e continua. La grotta era probabilmente un luogo di rito, frequentata da genti provenienti da altri territori dell’Appennino, a conferma di una rete di scambi culturali già attiva in epoche molto remote. I reperti salvati dalle razzie sono oggi conservati in una sala del Museo di Palazzo Eroli a Narni.

La Grotta dei Cocci non è l’unica testimonianza preistorica del territorio narnese. La Grotta del Capraro, anch’essa in territorio narnese ma in località Cappuccini Selva Antica, ha restituito utensili in selce, frammenti ceramici e focolari analoghi. La Grotta d’Orlando, sulla Via Flaminia, conserva incisioni rupestri e la caratteristica “Sedia d’Orlando”, pur non essendo mai stata oggetto di scavi sistematici.


Stifone e le Grotte del Nera

Prima ancora dei monaci medievali e dei minatori pontifici, la zona delle Gole del Nera era frequentata per ragioni commerciali e militari. Il geografo greco Strabone (Geographia V, 2, 10) fu il primo a confermare la navigabilità del Nera nell’antichità, specificando che il fiume poteva essere percorso con imbarcazioni di piccole dimensioni. Il fiume risultava completamente navigabile solo all’uscita della Gola di Narni, circa 900 metri a valle di Stifone, nella zona denominata “Le Mole” per i numerosi mulini medievali presenti in loco.

Nel 20 d.C. il console Gneo Calpurnio Pisone, di ritorno dalla Dalmazia e narrato da Tacito negli Annales (III, 9), si imbarcò a Narni con un numeroso seguito per raggiungere Roma via fiume. Il dettaglio implica che al porto fluviale narnese fosse disponibile un numero sufficiente di imbarcazioni per il trasporto di persone e merci.

Le prime testimonianze scritte del porto risalgono al XVI secolo, quando il gesuita Fulvio Cardoli riconobbe le vestigia: “Esistono anc’oggi, passato il Castel di Taizzano, un tre miglia da Narni, alcune vestigia del porto, dove alfin la Nera incomincia a sostener le barche, ed ivi veggonsi pure i ferrei anelli impiombati nel vivo sasso, ai quali siccome a palo ferrato legavansi le barche”. Tali anelli di ferro, confermati nel 1879 dal marchese Giovanni Eroli, sono ancora parzialmente visibili nell’alveo del fiume. Il sito è ancora in stato di abbandono, di proprietà dell’ENEL, e non è mai stato oggetto di una vera campagna di scavi.


Gli Eremi Rupestri delle Gole del Nera: Monaci e Grotte nel Medioevo

Sul Monte Santa Croce, quasi a fare da sentinella sull’imbocco delle Gole del Nera, sorge l’Abbazia di San Cassiano, edificio di pietra con campanile visibile da Narni. Le sue origini monastiche risalgono alle guerre goto-bizantine del VI secolo: è probabile che il sito sorgesse come presidio territoriale, in analogia con altri monasteri della medesima epoca. L’abbazia è nominata con certezza per la prima volta in un documento dell’Abbazia di Farfa dell’1081, ma il ritrovamento di un’iscrizione su sarcofago romano — donato al primo abate dal nobile Crescenzio di Teodorada, morto nel 984 d.C. — suggerisce che l’edificio attuale sia da datarsi alla seconda metà del X secolo, al tempo del papa narnese Giovanni XIII (965–972). Il monastero era parte di una rete di presidi religiosi che vigilavano sul corridoio territoriale tra Roma e Ravenna.

Aggrappato a strapiombo sulle Gole del Nera, in uno dei punti più impervi del Monte Santa Croce, si trova invece l’Eremo di San Jago, conosciuto localmente come “grotta dell’Eremita” o “San Jago degli Schioppi” (scogli). Non si hanno notizie certe sulla fondazione, ma le murature esistenti sono databili al XIII secolo, con una probabile frequentazione eremitica precedente. La struttura sfrutta un’ampia grotta naturale come involucro, chiusa e articolata su tre livelli: al primo livello si riconoscono i resti di una piccola chiesa con porta architravata e croce scolpita; ai piani superiori si trovavano i rifugi per gli eremiti. Una narrazione trascritta da Orlando Colasanti nel 1941 ricorda che nel 1354 vi avrebbe soggiornato il nobile romano Evaldo Frangipane, ordinatosi sacerdote. L’eremo versa oggi in stato di abbandono, vittima di atti vandalici.

Gli speleologi dell’UTEC Narni hanno identificato nelle stesse gole anche quello che ritengono essere il perduto Monastero di San Giovanni, insediamento eremitico costruito presso una grotta preesistente. Come ha ricostruito Andrea Scatolini dell’UTEC, il rapporto tra grotta naturale e presidio religioso è costante lungo tutta la montagna: la montagna porta il nome di Santa Croce proprio da questa fitta rete di presidi religiosi costruiti nel corso del Medioevo.


Le Miniere di Ferro dello Stato Pontificio: Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste

I primi documenti certi sulle miniere di ferro di Narni risalgono al 1709: in una lettera di quell’anno, i priori di Narni scrivevano al Cardinale Sacripante ricordando espressamente le cave di ferro. La scelta del sito cadde su Stifone anche “per la vicinanza alla Madonna del Monte, dove si cava la miniera del ferro più abbondante”.

La Reverenda Camera Apostolica fu autorizzata a coltivare le miniere e a costruire una ferriera. La prima pietra fu posata il 15 aprile 1710 presso la villa di Stifone: la struttura comprendeva due edifici — grande e piccola ferriera — con forno e magli azionati dalla forza idraulica delle sorgenti locali. L’impianto fu inaugurato con la prima fusione del minerale il 21 ottobre 1721. La relazione del signor Bordoni del 1710, documento fondamentale per la storia industriale del territorio, descrive il sopralluogo personale del Monsignore Tesoriere nelle cave verso la fine del 1708.

L’impresa si rivelò più costosa del previsto: cunicoli lunghissimi, acqua insufficiente per i macchinari, vene di ferro meno abbondanti del previsto. La Camera Apostolica fu costretta ad abbandonare l’impresa, e seguirono 39 anni di abbandono completo. Nel 1760 l’architetto Giuseppe Pennini, incaricato dalla Camera Apostolica per una nuova valutazione, visitò le cave e le descrisse: alla prima cava trovò un cunicolo alto e largo 7 palmi che si internava in linea retta per 450 palmi. Il minerale estratto era una limonite pisolitica, capace di fornire dopo lavaggi dal 33 al 40 per cento di metallo. La nuova ferriera fu definitivamente abbandonata nel 1784.

Le tre principali cavità-miniera del comprensorio — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli e Grotta Celeste — sono state oggetto di sistematiche esplorazioni speleologiche da parte dell’UTEC Narni. Sulla base dei confronti con la relazione del Pennini, gli speleologi identificano la Grotta dello Svizzero con la cosiddetta “Cava di Zara” descritta nel 1760. Nelle grotte Celeste e dei Veli, durante una delle esplorazioni, gli speleologi trovarono due oggetti abbandonati in fondo alle antiche cave: un vecchio elmetto militare e una piccola piccozza. L’elmetto potrebbe rimandare alle due guerre mondiali; la piccozza è uno strumento tipico del lavoro minerario. Due oggetti che condensano in un’immagine la stratificazione della storia umana in questi luoghi.


Daniele Di Sisto e Filippo Sini: il Valore Umano dell’Esplorazione Speleologica

Il Gruppo Speleologico UTEC Narni, fondato nel 1977, ha esplorato, rilevato e censito oltre 17 grotte sul Monte Santa Croce nel corso di quasi quarant’anni di attività, con almeno altre 10 non ancora accatastate al Catasto Speleologico dell’Umbria. Le ricerche proseguono attivamente: nel 2025 e 2026 le esplorazioni si avvalgono di GPS, tecnologie LiDAR e sensori per la meteorologia ipogea.

Nel corso delle esplorazioni più recenti, l’UTEC ha scoperto due nuove cavità collocate su una faglia diretta nei pressi della Grotta dello Svizzero. I nomi scelti per queste grotte non sono tecnici né geografici: si chiamano Grotta Daniele Di Sisto e Grotta Filippo Sini. Sono i nomi di amici scomparsi.

Lo speleologo Virgilio Pendola ha spiegato il senso di questa pratica con parole dirette: “Lo spirito di amicizia e di fratellanza, in noi speleo, è molto sentito: in tanti momenti, a volte in condizioni di pericolo reale, dentro i cunicoli più stretti oppure su pozzi che sembrano non finire mai, di un nero inenarrabile, si può contare solo sulle capacità e sulla preparazione dei compagni-fratelli-amici intorno… ci fidiamo, sempre, ciecamente, sapendo che, nel bisogno, sapranno aiutarti e nessuno, mai, si tirerà indietro accada quello che accada”.

A Daniele Di Sisto e Filippo Sini si aggiungono Fausto Fortunati e Tullio Cecca, a cui gli speleologi dell’UTEC hanno dedicato altre grotte scoperte in territorio umbro. La toponomastica delle grotte diventa così un atto di memoria: ogni cavità porta il nome di chi quella montagna l’ha amata abbastanza da dedicarle una vita.


Dal Neolitico alle esplorazioni più recenti del 2025.

Il report approfondisce:

  • La Grotta dei Cocci — scavi 1989-2001 diretti da Maria Cristina De Angelis, focolare spesso oltre un metro, reperti dal Neolitico antico all’età del Bronzo, i saccheggi e il Museo Eroli
  • Stifone — la testimonianza di Strabone e Tacito sul console Pisone (20 d.C.), il canale di 280 metri con i 60 incavi, i reperti romani dall’alveo del Nera
  • Il labirinto dei monaci — le radici bizantine di Belisario (VI sec.), l’abbazia benedettina del X secolo di San Cassiano, l’Eremo di San Jago con murature databili al XIII secolo, il perduto monastero di San Giovanni ritrovato dall’UTEC
  • Le miniere del Papa — la lettera del 1709 ai priori di Narni, la ferriera inaugurata il 21 ottobre 1721, la relazione dell’architetto Pennini (1760), le identificazioni delle cave con la Grotta dello Svizzero (Cava di Zara) e le grotte Celeste e dei Veli
  • L’elmetto e la piccozza — i reperti inaspettati trovati nelle grotte-miniera dall’UTEC
  • Daniele Di Sisto e Filippo Sini — il valore umano dell’esplorazione e la pratica dell’UTEC di intitolare le grotte agli amici scomparsi

Fonti e Approfondimenti

L'articolo Dalle Selci Neolitiche alle Miniere del Papa: a Narni Diecimila Anni di Vita Nascosta nelle Grotte di Santa Croce proviene da Scintilena.

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A Napoli riapre il Cimitero delle Fontanelle

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Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026)

Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo 2020, il sito ha riaperto definitivamente al pubblico il 18 aprile 2026, diventando un polo culturale permanente gestito con un innovativo partenariato pubblico-privato.[1][2][3][4][5]


Contesto Geografico: Il Rione Sanità


Rione Sanità, Naples
Il Cimitero si trova all’estremità occidentale del vallone naturale della Sanità, uno dei rioni di Napoli più ricchi di storia e tradizioni, posto appena fuori dai confini della città greco-romana, nella zona scelta sin dall’antichità per la necropoli pagana e, successivamente, per i primi cimiteri cristiani. La zona è incisa da un sistema di impluvi naturali che dalle colline oggi chiamate Colli Aminei convergevano verso il basso, erodendo nel corso dei millenni i banchi tufacei e creando le condizioni ideali per l’estrazione della pietra da costruzione.[6][2][7]
Via Fontanelle, l’arteria che conduce all’ossario, ricalca il percorso del vecchio impluvio naturale, ai cui bordi si trovano numerose cave che fino al XX secolo hanno fornito tufo per le costruzioni cittadine. Il nome “Fontanelle” deriva dalla presenza, in tempi remoti, di sorgenti d’acqua nella zona.[6][2][8]


Origini e Geologia della Cavità

Le Cave di Tufo

La struttura fisica del cimitero è il risultato di millenni di attività estrattiva. Le cave di tufo giallo furono scavate a partire dal periodo aragonese (secoli XIV–XV), quando la città aveva un crescente bisogno di materiale da costruzione. Le gallerie risultanti — vere e proprie “navate” sotterranee — raggiungono un volume stimato di circa 30.000 m³ su una superficie di circa 3.000 m². La roccia tufacea, porosa e relativamente morbida, è facilmente lavorabile e conferisce agli ambienti la caratteristica umidità che, a sua volta, produce sulla superficie delle ossa gocce di condensa: un fenomeno naturale che nei secoli ha alimentato leggende sui “teschi sudati”.[2][8][9][10]

Dalle Cave all’Ossario

Prima del XVI secolo, i defunti venivano sepolti sotto le chiese. Quando lo spazio si esauriva, i cosiddetti “salmatari” — addetti alle esumazioni — disseppellivano di notte le ossa più antiche e le trasportavano nelle cave periferiche, compresa quella delle Fontanelle. La data di svolta che trasforma definitivamente la cava in camposanto è il 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste si abbatté su Napoli causando, secondo le stime, circa 200.000–250.000 vittime su una popolazione di 400.000 abitanti. Le autorità ordinarono di riaprire le cave delle Fontanelle per ospitare le salme, e da allora il sito non cessò mai la sua funzione funeraria.[6][4][11]


Storia Cronologica dell’Ossario

PeriodoEvento
Sec. XIV–XVScavo delle cave di tufo nel Rione Sanità
1656Epidemia di peste: il sito diventa cimitero collettivo
1764Grande carestia: nuovi depositi di salme (arch. Carlo Praus)[6]
1806–1815Decennio francese: le ossa dalle chiese vengono trasferite alle Fontanelle[4]
1836–1837Epidemia di colera: nuovi resti accolti nell’ossario[2][4]
Fine ‘800Padre Gaetano Barbati ordina e sistema le ossa in cataste ordinate[12][13]
1872Il Comune di Napoli apre ufficialmente il sito al pubblico[4][13]
1934Depositate le ossa ritrovate durante i lavori al Maschio Angioino[4][12]
Anni ’60La Chiesa proibisce il culto delle capuzzelle; il sito cade in abbandono[14]
2004Prima riapertura con lavori di risanamento statico (cavità C0096)[14]
2010Riapertura definitiva dopo occupazione pacifica degli abitanti del Rione[15]
2018–2019Chiusura per motivi di sicurezza strutturale[15]
Marzo 2020Chiusura ulteriore a causa del lockdown COVID-19[5]
2023La cooperativa La Paranza vince il bando del Comune per la valorizzazione[16]
18 aprile 2026Riapertura permanente con marcia di comunità[1][3]

Il Ruolo di Padre Gaetano Barbati

La figura che più ha segnato la configurazione attuale del cimitero è quella di padre Gaetano Barbati, il sacerdote che alla fine dell’Ottocento, guidato da una profonda pietà verso quei resti anonimi, organizzò la sistemazione delle migliaia di ossa in cataste ordinate: crani da un lato, tibie dall’altro, con le prime cappelle provvisorie. Da allora sorse in modo spontaneo e progressivo una devozione popolare straordinaria verso quei defunti anonimi, identificati dai fedeli come anime bisognose di cura e in grado di intercedere per i vivi. Una statua di Barbati si trova ancora oggi all’interno del cimitero, nella prima sala.[12][13]


Il Culto delle Anime Pezzentelle

Origini Teologiche e Culturali

Il culto delle anime pezzentelle affonda le radici nella tradizione cattolica della dottrina del Purgatorio e nella pratica della preghiera in suffragio dei defunti, particolarmente rafforzata dalla Controriforma nel XVII secolo. A Napoli, però, questa pratica religiosa si trasforma in qualcosa di più diretto, tangibile e reciproco: un patto tra i vivi e i morti. Il termine “pezzentelle” deriva dal latino petere — “chiedere per ottenere” — poiché queste anime, anonime e dimenticate, chiedono preghiere per alleviare la loro permanenza nel Purgatorio.[17][4]

Il Rito della Capuzzella


Il nucleo del culto è la cosiddetta “capuzzella” — diminutivo napoletano di “testa” — che designa il teschio anonimo adottato da un devoto. Il rito si articolava in fasi precise:[18][19]

  • Scelta del teschio: il devoto sceglieva un cranio tra quelli dell’ossario, spesso sulla base di un sogno o di un’intuizione
  • Pulitura e cura: il teschio veniva deterso con alcool e cotone, luciidato e adagiato su un cuscino ricamato all’interno di una teca lignea[18]
  • Offerte e preghiere: il devoto accendeva ceri, disponeva immagini sacre, offriva rosari e monete, e pregava regolarmente per l’anima della capuzzella[19][18]
  • Lo scambio: in cambio delle cure, l’anima pezzentella avrebbe interceduto a favore del devoto, comunicandogli grazie, protezione e — secondo la credenza popolare — i numeri del lotto da giocare[8][4]

Se la grazia era concessa, le cure si intensificavano; se il teschio non “rispondeva”, lo si abbandonava e se ne adottava un altro. La tradizione ammetteva anche che un teschio trascurato potesse “vendicarsi” portando sfortuna al devoto.[4][8]

Divieto Ecclesiastico e Decadenza

Il culto non fu mai pienamente accettato dalla Chiesa cattolica, che lo considerava ai limiti dell’idolatria e del paganesimo. Nel 1969, l’arcivescovo di Napoli Corrado Ursi lo proibì formalmente con un apposito decreto, considerandolo un rito pagano incompatibile con la dottrina cristiana. In seguito al divieto, il culto si attenuò progressivamente e il cimitero cadde in uno stato di progressivo abbandono durante gli anni ’70 e ’80 del Novecento.[14][4][20]


Le “Capuzzelle” Famose e le Leggende

Il Teschio del Capitano

Il più celebre tra i teschi del cimitero è quello del “Capitano”, tenuto in una teca di vetro per preservarlo dall’umidità: unico tra i crani dell’ossario ad essere esposto in vetrina, è considerato dai napoletani un’anima pia per le numerose intercessioni attribuitagli. La leggenda più famosa che lo riguarda è quella dei “due sposi”: una giovane fidanzata aveva profonda venerazione per questo teschio, ma il suo promesso sposo, scettico, un giorno lo sfidò infilando un bastone nell’orbita oculare e invitandolo scherzosamente al matrimonio. Il giorno delle nozze apparve tra gli invitati uno sconosciuto in divisa da carabiniere, che rivelò di essere il Capitano stesso. Alla sua visione, entrambi gli sposi morirono per il terrore. Si narra che i loro resti si trovino ancora oggi nel cimitero, sotto la statua di Barbati.[21]

Donna Concetta

Un’altra capuzzella celebre è quella chiamata Donna Concetta, particolarmente nota per la sua lumonosità: più brillante delle altre, cattura meglio l’umidità della cavità. La leggenda vuole che “sudi” per comunicare ai devoti l’avvenuto compimento di una grazia: se al tatto il teschio è umido, la grazia è stata esaudita.[4]

La Leggenda di Giacomo Leopardi

Una credenza popolare, non verificata storicamente, vuole che anche i resti del poeta Giacomo Leopardi — morto a Napoli durante l’epidemia di colera del 1837 — riposino alle Fontanelle. La storiografia ha chiarito che il poeta fu inumato nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma la leggenda persiste come segno del potere mitopoietico del sito.[4][12]


Struttura Fisica e Caratteristiche Speleologiche


L’ossario si sviluppa come una serie di grandi gallerie tufacee disposte alla maniera di navate, che si diramano dalla cavità principale. Le caratteristiche fisiche del sito sono rilevanti:[10]

  • Superficie: circa 3.000 m²[2][10]
  • Volume della cavità: circa 30.000 m³[2]
  • Collocazione: scavata nel banco di tufo giallo napoletano, a diversi metri sotto il livello stradale del Rione Sanità
  • Umidità: molto elevata, dovuta alla struttura porosa del tufo e alla prossimità con falde idriche superficiali
  • Temperature: costanti e fresche, tipiche delle cavità tufacee napoletane

La natura ipogea del sito lo rende di interesse anche per la speleologia urbana: il sottosuolo di Napoli conta, secondo un censimento del 1967, almeno 366 cavità artificiali, e il Cimitero delle Fontanelle è tra le più estese e significative dal punto di vista storico. Studi sulla stabilità statica della cavità (denominata C0096) hanno preceduto le riaperture del 2004 e del 2026, confermando la necessità di interventi di consolidamento strutturale per garantire la sicurezza dei visitatori.[14][22][23]

Le Vicende Recenti: Chiusure e Riapertura del 2026

Un Sito Tormentato

Il Cimitero delle Fontanelle ha avuto una storia recente travagliata. Dopo la riapertura del 2010 — ottenuta grazie a un’occupazione pacifica degli abitanti del Rione — la gestione rimase affidata alla municipalizzata Napoli Servizi con aperture discontinue e irregolari. Nel 2018–2019 il sito chiuse definitivamente per motivi di sicurezza strutturale: mancavano sistemi antincendio, servizi igienici e uscite di emergenza. Il lockdown del marzo 2020 sigillò definitivamente l’ingresso, dando avvio a una lunga interruzione che durò oltre cinque anni.[5][15][23]

Il Progetto di Valorizzazione

La svolta arrivò nel 2023 quando il Comune di Napoli bandì una gara pubblica per la valorizzazione culturale del sito, vinta dalla cooperativa La Paranza del Rione Sanità — già protagonista del rilancio delle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso. Il progetto si basa sui principi della Convenzione di Faro, che riconosce alle comunità locali un ruolo attivo nella cura del patrimonio culturale.[3][24][16]

Il quadro economico dell’intervento è stato:

FinanziatoreImporto
Comune di Napoli (messa in sicurezza)200.000 €
Fondazione Con il Sud320.000 €
Fondazione di Comunità San Gennaro320.000 €
Totale investimentocirca 840.000 €

La Riapertura del 18 Aprile 2026

L’inaugurazione del 18 aprile 2026 ha avuto un carattere fortemente comunitario: alle 9:00 una “marcia di comunità” è partita da Largo Totò — la piazza intitolata al grande attore napoletano, simbolo del Rione — con la partecipazione di organizzazioni del terzo settore, scuole, parrocchie e cittadini. Alla cerimonia hanno presenziato il sindaco Gaetano Manfredi e l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia. Il sito è rimasto aperto gratuitamente fino alle 18:00 nella giornata inaugurale, e dal 19 aprile è visitabile regolarmente su prenotazione.[1][25][3]

Modalità di Visita e Servizi (dal 19 Aprile 2026)

Il nuovo modello di gestione ha introdotto importanti miglioramenti rispetto al passato:[3][26]

  • Orari: lunedì–domenica, 10:00–18:00 (ultimo ingresso 17:15); chiusura il mercoledì e il 25 dicembre
  • Accesso: solo su prenotazione obbligatoria tramite il sito ufficiale www.cimiterodellefontanelle.it
  • Tariffe: visita con accompagnamento da 6 €; visita guidata da 8 €[1]
  • Ingresso per fedeli: lunedì e venerdì, dalle 9:00 alle 10:00, gratuito, riservato al culto[3]
  • Capienza: max 3 gruppi da 25 persone contemporaneamente, inclusa la guida[3]
  • Accessibilità: barriere architettoniche abbattute; percorsi per disabili; audioguide per non vedenti[26][3]

Il “Miracolo del Rione Sanità”: La Cooperativa La Paranza

La cooperativa La Paranza nasce nel 2006 con l’obiettivo di creare lavoro valorizzando il patrimonio culturale del Rione Sanità, storicamente uno dei quartieri più problematici di Napoli. I risultati ottenuti nelle Catacombe di San Gennaro — oltre 200.000 visitatori all’anno, più di 60 occupati prevalentemente under 30, 13.000 m² di patrimonio culturale recuperato — hanno consolidato la sua reputazione di modello virtuoso di sviluppo sociale e culturale.[16]

Con la vittoria della gara per il Cimitero delle Fontanelle, La Paranza ha già attivato 11 inserimenti lavorativi di giovani del quartiere prima ancora della riapertura, tramite il programma formativo “Scopri le Fontanelle”. Sono previsti altri interventi nel Rione, incluso il rifacimento delle strade e il miglioramento della rete di trasporti.[3]


Valore Culturale, Antropologico e Scientifico

Il Cimitero delle Fontanelle è studiato da storici, antropologi, etnologi e speleologi per la sua eccezionale stratificazione di significati:

  • Storico: testimonia secoli di catastrofi demografiche che hanno segnato Napoli, dalla peste al colera, dalle eruzioni vulcaniche alle carestie[6][27]
  • Antropologico: il culto delle capuzzelle è uno dei più rari esempi documentati al mondo di un sistema rituale basato su una relazione di reciprocità tra vivi e defunti anonimi[19][17]
  • Religioso: illustra la tensione tra religiosità popolare e ortodossia ecclesiastica, che ha portato al divieto del culto nel 1969 ma non alla sua estinzione[4][20]
  • Speleologico/Geologico: la cavità tufacea è un campione rappresentativo del sottosuolo napoletano, che conta centinaia di cavità artificiali di origine estrattiva[28][22]
  • Archivistico: i depositi umani dell’ossario rappresentano un archivio biologico delle popolazioni napoletane dei secoli XVII–XIX, di interesse per la paleodemografia e la paleopatologia[29]

Un Comitato Scientifico presieduto dalla dottoressa Francesca Amirante — storica dell’arte ed esperta in valorizzazione di beni culturali — sovraintende alle attività di ricerca e conservazione, in collaborazione con Europa Nostra e la rete europea Faro Convention Network.[3]


Conclusione

La riapertura permanente del Cimitero delle Fontanelle nell’aprile 2026 non è solo un evento turistico: è la restituzione alla città di uno spazio di memoria collettiva che, nelle sue stratificazioni storiche, custodisce la storia dei dimenticati — i poveri, gli appestati, gli anonimi — e il rapporto tutto napoletano con la morte come parte viva del tessuto culturale urbano. Il modello pubblico-privato adottato, con la comunità del Rione Sanità come protagonista attiva, rappresenta una delle esperienze più significative di valorizzazione partecipata del patrimonio culturale nel Mezzogiorno italiano.[3][23]

L'articolo A Napoli riapre il Cimitero delle Fontanelle proviene da Scintilena.

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Le Omics Rivoluzionano la Biologia Sotterranea: Grotte e Acquiferi Sotto la Lente Molecolare

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Un gruppo internazionale di 18 ricercatori pubblica su Nature Reviews Biodiversity la prima rassegna sistematica sull’applicazione delle tecnologie omics agli ecosistemi sotterranei, aprendo nuove prospettive per la conservazione e la comprensione della vita ipogea.


La Vita Sotterranea Attende Ancora di Essere Scoperta

Le grotte, gli acquiferi e gli interstizi del sottosuolo ospitano oltre 50.000 specie animali e microbiche che vivono esclusivamente in questi ambienti. Troglobiti e stygobiti — organismi adattati all’oscurità permanente — rappresentano una delle frontiere biologiche meno esplorate del pianeta. Per decenni, la loro conoscenza è rimasta limitata da una barriera pratica: l’impossibilità di osservare, campionare e studiare sistematicamente ambienti fisicamente inaccessibili.scintilena

Nel 2026, una Review firmata da 18 ricercatori internazionali — tra cui Pau Balart-García, Helena Bilandžija, Stefano Mammola e Mattia Saccò — pubblicata su Nature Reviews Biodiversity cambia la prospettiva. Il tema centrale è l’applicazione delle tecnologie omics — genomica, trascrittomica, metagenomica, eDNA — agli ecosistemi sotterranei. Le omics sono metodologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente geni, RNA, proteine e metaboliti di un organismo o di un’intera comunità biologica, senza necessariamente catturare o coltivare gli organismi stessi.scintilena

Le prime applicazioni sistematiche di queste tecnologie al sottosuolo risalgono agli anni 2010. Da allora, i progressi tecnologici hanno abbassato i costi e aumentato la potenza di analisi, rendendo queste metodologie accessibili alla comunità scientifica speleologica e biologica.linkinghub.elsevier


Dal DNA Ambientale alla Diversità Criptica: Cosa Hanno Rivelato le Omics

Una delle scoperte più rilevanti riguarda la cosiddetta diversità criptica: specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, con acquiferi fisicamente isolati e fauna a mobilità ridotta, sono ambienti ideali per la speciazione silenziosa. Ciò che le tecniche tassonomiche tradizionali classificavano come un’unica specie a distribuzione ampia è spesso, alla luce del DNA, un insieme di specie distinte con areali molto più ristretti — con conseguenze dirette per le politiche di conservazione.aca.pensoft+1

Per il monitoraggio della fauna sotterranea senza intervento diretto, lo strumento oggi più promettente è il DNA ambientale (eDNA): frammenti di DNA libero isolati da campioni d’acqua o sedimento, senza alcuna cattura degli organismi. Il metabarcoding eDNA permette di stimare la ricchezza di specie in un acquifero analizzando pochi litri d’acqua.linkinghub.elsevier

Il progetto internazionale GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), presentato al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea a Cagliari nel settembre 2024, coinvolge oltre 70 ricercatori in tutto il mondo e punta alla prima valutazione sistematica globale della biodiversità degli acquiferi tramite metodologie molecolari standardizzate. Tra i coordinatori figura Mattia Saccò, coautore della Review su Nature Reviews Biodiversity.scintilena+1


Il Pesce Cieco e i Segreti dell’Adattamento Molecolare

Sul fronte della genomica evolutiva, il modello di riferimento è il pesce messicano Astyanax mexicanus, con popolazioni vedenti di superficie e oltre 29 popolazioni cavernicole cieche evolutesi in modo indipendente. Le omics hanno permesso di identificare la base genetica precisa di tratti come la perdita degli occhi, la depigmentazione e le modificazioni del metabolismo.evodevojournal.biomedcentral

Studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 nella regressione oculare. Un recentissimo screening CRISPR su larga scala ha identificato il gene fbln7 (fibulin-7) come regolatore della dimensione oculare in più stadi dello sviluppo. Una ricerca del 2026 basata su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni incrociate ha rivelato che la perdita degli occhi condivide circa il 43% dei loci genetici tra linee evolutive indipendenti, mentre tratti come la riduzione del sonno o le modificazioni metaboliche mostrano basi genetiche meno conservate tra le diverse popolazioni. Questi dati indicano che alcune traiettorie verso l’adattamento cavernicolo convergono a livello molecolare, anche quando avvengono in luoghi geograficamente lontani.onlinelibrary.wiley+2


Frasassi e Movile: Ecosistemi Chemioautotrofici sotto la Lente Metagenomics

La metagenomics — sequenziamento massiccio del DNA estratto direttamente dall’ambiente — ha trasformato la comprensione degli ecosistemi sotterranei privi di fotosintesi. Questi ambienti, alimentati dall’ossidazione di composti inorganici come H?S, Fe²? o NH??, sono tra le forme di vita più radicali del pianeta.

La Grotta di Movile (Romania), isolata da circa 5 milioni di anni e con 48 specie endemiche, è stata oggetto della prima analisi metagenomics genome-resolved dei suoi sedimenti: sono stati recuperati 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeali, con funzioni metaboliche che spaziano dalla fissazione della CO? alla metanotrofia.environmentalmicrobiome.biomedcentral+1

Le Grotte di Frasassi (Marche), uno degli ecosistemi sulfidici più studiati in Europa, continuano a produrre scoperte molecolari. Il ciclo dello zolfo è mediato da batteri come Sulfurovum, Thiofaba e Halothiobacillus, con la disproporzione dello zolfo elementare come processo chiave. Nel 2023, dalla grotta è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, nuova specie, nuovo genere e nuova famiglia batterica — Thiovibrionaceae — a testimonianza di quanto ancora sia ignota la diversità microbica di questi ambienti. L’analisi dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, incluse forme con adattamenti inusuali all’ambiente solfidroso.scintilena+2


Sfide Aperte: Database, Contaminazione e Integrazione Multi-Omics

La Review mette in evidenza le criticità ancora irrisolte. I database di riferimento per le specie sotterranee sono incompleti: molti taxa stygobionti e microbici cavernicoli non hanno sequenze depositate, rendendo difficile l’assegnazione tassonomica dei reads metagenomici. La contaminazione da DNA umano nelle grotte frequentate è un problema reale per studi metagenomici in ambienti visitati.bmcmicrobiol.biomedcentral+1

L’integrazione di più livelli omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica — rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni approccio cattura una dimensione diversa del sistema biologico; le pipeline per la loro integrazione coerente sono ancora in sviluppo, specialmente per organismi non-modello come quelli cavernicoli.onlinelibrary.wiley


Conservazione, Ciclo dell’Acqua e Cambiamento Climatico

Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei si sovrappone alla rete globale di aree protette. La Review sottolinea che le omics possono fornire le prove scientifiche mancanti per includere questi ambienti nelle politiche di conservazione internazionali. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative e valutare gli effetti della deriva genetica in popolazioni piccole e isolate.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Il monitoraggio eDNA standardizzato delle acque sotterranee ha le potenzialità per diventare uno strumento di compliance rispetto alla Direttiva Quadro Acque e alla Direttiva Acque Sotterranee dell’UE, fornendo dati di biodiversità a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali.onlinelibrary.wiley+1

Sul fronte globale, i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio e dell’azoto in modi ancora scarsamente quantificati. I metanotrofi cavernicoli sono risultati presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con grotte che agiscono come potenziali sink del metano atmosferico — un dato di rilievo per la comprensione del bilancio climatico globale.pmc.ncbi.nlm.nih


Il Ruolo dell’Italia e il Progetto DarCo

L’Italia è tra i protagonisti di questa stagione scientifica. Il CNR-IRSA di Verbania, con Stefano Mammola, coordina il progetto europeo DarCo (Biodiversa+), che raccoglie prove scientifiche per l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nei piani di conservazione europei, dalla Direttiva Habitat alla Strategia Biodiversità 2030. La comunità speleologica italiana ha nel 2024 tenuto il Convegno Nazionale di Biospeleologia, con iscrizioni riservate ai soci SSI, come ulteriore segnale di vitalità della ricerca di settore in Italia.scintilena+1


Review di Nature Reviews Biodiversity (2026).

Copre tutti i temi principali dell’articolo con ampio supporto da letteratura scientifica recente e casi studio italiani.

Il report esplora:

  • Contesto degli ecosistemi sotterranei — oltre 50.000 specie esclusive del sottosuolo, con solo il 6,9% protetto da aree naturali, e la fragilità degli acquiferi carsici all’inquinamento
  • Le tecnologie omics — dalla metagenomica all’eDNA, con la prima applicazione sistematica che risale agli anni 2010
  • Biodiversità criptica e eDNA — il progetto globale GReG (2025), con oltre 70 ricercatori internazionali inclusi i coautori Saccò e Guzik
  • Evoluzione molecolare — il modello Astyanax mexicanus, con ~43% di QTL condivisi tra linee indipendenti per la perdita degli occhi, e studi CRISPR sui geni rx3 e fbln7
  • Microbiologia chemioautotrofica — Grotta di Movile (106 MAGs metagenomici) e Grotte di Frasassi (Thiovibrio frasassiensis, nuova famiglia batterica)
  • Sfide metodologiche e frontiere — bioprospecting, astrobiologia, integrazione con IA e politiche ambientali UE

Omics negli Ecosistemi Sotterranei: Biodiversità, Evoluzione e Adattamento

Studio approfondito basato sulla Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity (2026)
Balart-García et al. (2026) — con contributi di Mammola, Bilandžija, Bista, Saccò e coautori


Executive Summary

La vita sotterranea — nelle grotte, negli acquiferi carsici, negli interstizi del suolo — è tra i fenomeni biologici più straordinari e meno compresi del pianeta. Oltre 50.000 specie vivono esclusivamente nel sottosuolo (troglobiti e stygobiti), molte delle quali microendemiche, ossia confinate a poche grotte o acquiferi vicini. Per decenni, la loro difficile accessibilità ha limitato la ricerca a tecniche morfologiche e tassonomiche tradizionali. La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 a firma di Balart-García, Bilandžija, Bista, Mammola, Saccò e altri 14 coautori fotografa una svolta: le tecnologie omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica, metagenomica, eDNA — stanno rivelandore segreti del sottosuolo un tempo fuori portata, aprendo nuove frontiere per la comprensione della biodiversità, dell’evoluzione e della conservazione di questi ambienti fragili.[1]


1. Ecosistemi Sotterranei: Contesto e Importanza

1.1 Tipologie e distribuzione

Gli ecosistemi sotterranei comprendono un’ampia gamma di ambienti fisicamente diversi ma accomunati da tre caratteristiche fondamentali: assenza totale di luce solare, scarsità di risorse trofiche e relativa stabilità termica e chimica. Le principali tipologie includono:

  • Grotte e cavità in rocce carbonatiche (carso), vulcaniche (tubi di lava) o in sale/gesso
  • Acque sotterranee — acquiferi carsici, sistemi iporheici (interfaccia acqua superficiale/sotterranea), falde freatiche
  • Interstizi del suolo (mesovoid shallow substratum, MSS)
  • Ecosistemi anchiialini — cavità marine costiere isolate dal mare aperto
  • Ambienti chemioautotrofici alimentati non dalla fotosintesi ma dall’ossidazione di composti inorganici (come H?S)[2]

Gli ecosistemi sotterranei sono tra i più diffusi sulla Terra in termini di volume e, paradossalmente, tra i meno esplorati. In Italia, il sistema carsico di Frasassi (Marche) rappresenta uno degli esempi più studiati di ecosistema chemioautotrofico, dove la microbiologia è il motore della produzione primaria.[3][4][5]

1.2 Vulnerabilità e conservazione

Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei noti si sovrappone alla rete globale di aree protette. Le specie sotterranee presentano caratteristiche biologiche che le rendono particolarmente vulnerabili: bassa fecondità, metabolismo ridotto, cicli riproduttivi lenti, distribuzione geografica ristrettissima (microendemismi), assenza di adattamenti difensivi contro predatori. La vulnerabilità è ulteriormente aggravata dalla permeabilità degli acquiferi carsici all’inquinamento chimico superficiale, con tempi di trasferimento degli inquinanti dalla superficie alle falde molto rapidi e scarsa capacità autodepurante del sistema.[6][7][8][1]

Nel 2019, Stefano Mammola (CNR, Italia) ha coordinato il “Scientists’ Warning on the Conservation of Subterranean Ecosystems” su BioScience, che ha evidenziato come questi ecosistemi siano sistematicamente trascurati nelle politiche di conservazione globali, nonostante la loro rilevanza ecologica per il ciclo idrico e la biodiversità. Il progetto europeo DarCo (Biodiversa+) ha avviato una raccolta di dati scientifici per promuovere l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei e negli obiettivi della Strategia UE per la Biodiversità 2030.[9][1]


2. Le Tecnologie Omics: Panoramica

Il termine “omics” designa l’insieme delle tecnologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente l’intero repertorio di molecole (geni, RNA, proteine, metaboliti) di un organismo o di una comunità biologica. Rispetto alle tecniche tradizionali, le omics offrono tre vantaggi cruciali per la biologia sotterranea: non richiedono necessariamente l’isolamento/coltura degli organismi, consentono l’analisi di comunità intere (non solo singole specie) e forniscono informazioni su funzione, adattamento ed evoluzione in parallelo alla semplice catalogazione.

TecnologiaOggetto di studioApplicazione primaria in subterraneo
GenomicaSequenza del DNA genomicoEvoluzione, adattamento, filogenesi
TrascrittomicaRNA messaggero (espressione genica)Adattamenti fenotipici, risposte ambientali
ProteomicaProteine espresseFunzione molecolare, metabolismo
MetabolomicaMetaboliti a basso peso molecolareFisiologia, cicli biogeochimici
MetagenomicaDNA totale da campioni ambientaliDiversità e funzione microbica
MetatrascrittomicaRNA totale da campioni ambientaliAttività microbica in situ
eDNADNA libero in acqua/sedimentoBiomonitoraggio, rilevamento specie

La prima applicazione sistematica delle omics agli ecosistemi sotterranei risale agli anni 2010, ma è solo nell’ultimo decennio che i progressi tecnologici — sequenziamento di terza generazione (Nanopore, PacBio), riduzione dei costi, bioinformatica avanzata — hanno reso queste metodologie accessibili alla comunità dei biologi sotterranei.[10]


3. Biodiversità Criptica e Rivelazione della Diversità Nascosta

3.1 Il problema della diversità criptica nel sottosuolo

Uno dei contributi più rilevanti delle omics alla biologia sotterranea è la rivelazione di diversità criptica — specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, caratterizzati da ambienti fisicamente simili ma geograficamente isolati, sono terreno particolarmente fertile per la speciazione criptica. L’elevata frammentazione degli acquiferi sotterranei e la bassa mobilità degli organismi stygobionti favoriscono la divergenza genetica anche tra popolazioni prossime geograficamente.[11]

Il DNA barcoding e la filogeografia molecolare hanno ripetutamente dimostrato che ciò che appariva come una singola specie a distribuzione ampia è spesso un complesso di specie distinte con areali molto più ristretti. Questo ha conseguenze dirette per la conservazione: le stime tradizionali di biodiversità sono probabilmente sottostime significative, e alcune “specie” ritenute comuni potrebbero in realtà essere aggregati di taxa rari o vulnerabili.[12]

Un esempio illustrativo: lo studio della lumaca terrestre cavernicola Helicodiscus barri ha rivelato, attraverso l’analisi di marcatori mitocondriali e nucleari, che la sua distribuzione a mosaico è incompatibile con lo status di singola specie — indicando la presenza di diversità criptica non rilevata dalla tassonomia morfologica.[11]

3.2 eDNA: il monitoraggio non invasivo degli ecosistemi sotterranei

Il DNA ambientale (eDNA) — DNA libero isolato da campioni di acqua, sedimento o aria senza catturare gli organismi — rappresenta forse la rivoluzione più pratica per il monitoraggio della fauna sotterranea. Le acque sotterranee pongono sfide specifiche per l’eDNA rispetto agli ambienti di superficie: diluizione in acquiferi aperti, degradazione accelerata in acque povere di nutrienti, difficoltà di campionamento. Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato la fattibilità del metabarcoding eDNA per la stima della ricchezza di specie stygofaunal in acquiferi.[10]

Il progetto GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), lanciato nel giugno 2025 con oltre 70 ricercatori internazionali (tra cui Mattia Saccò, Michelle Guzik, Kathryn Korbel), rappresenta il primo studio sistematico su scala mondiale degli ecosistemi ipogeici attraverso metodologie molecolari avanzate. La prima proposta è stata presentata al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea tenutosi a Cagliari nel settembre 2024. Il progetto mira a superare l’inerzia nella conservazione globale degli ecosistemi delle acque sotterranee, fornendo dati molecolari standardizzati a scala mondiale.[13][14]

3.3 Metagenomica e diversità microbica

La metagenomica ha radicalmente trasformato la comprensione della diversità microbica sotterranea. Studi shotgun metagenomic in grotte di tutto il mondo hanno rivelato comunità batteriche e archeali altamente diverse e spesso uniche. Nella Grotta di Manao-Pee (Thailandia), la metagenomica shotgun ha rivelato che Actinobacteria (51,2%) e Gammaproteobacteria (24,4%) dominano la comunità batterica, con geni funzionali correlati alla fosforilazione ossidativa prominenti nel metabolismo energetico.[15]

La metagenomica ha anche permesso di indagare il microbioma degli speleotemi (stalattiti, stalagmiti), rivelando comunità microbiche caratteristiche associate alle superfici minerali delle concrezioni calcaree. Nelle grotte carsiche del Karso, studi di metagenomics amplicon-based su sedimenti alluvionali e depositi paleofluviali hanno dimostrato che l’età dei sedimenti agisce come filtro geochimico sulla diversità microbica, con siti periodicamente inondati che mostrano la massima versatilità metabolica.[16][17]


4. Evoluzione Molecolare e Adattamento al Sottosuolo

4.1 Il modello Astyanax mexicanus: genomi dell’adattamento cavernicolo

Il pesce messicano Astyanax mexicanus — con popolazioni epigee vedenti e oltre 29 popolazioni cavefish cieche evolutisi indipendentemente — è diventato il modello vertebrato di riferimento per la genetica dell’adattamento cavernicolo. Le omics hanno permesso di caratterizzare in dettaglio la base genetica di tratti troglomorfi come:[18]

  • Regressione oculare: studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 (retinal homeobox 3) nello sviluppo oculare e nella sua perdita nelle popolazioni cavernicole. Uno screening CRISPR su larga scala ha identificato multipli geni candidati, tra cui fibulin-7 (fbln7), che influisce sulla dimensione oculare in più stadi dello sviluppo.[19][20]
  • Perdita di pigmentazione: correlata con mutazioni in pathway di segnalazione melanogenetica
  • Riduzione del sonno: condivisa tra più popolazioni di cavefish, ma con base genetica meno conservata rispetto alla perdita degli occhi
  • Metabolismo energetico: accumulo di grasso e modificazioni del metabolismo che permettono di sopravvivere in ambienti oligotrofici

Uno studio del 2026 basato su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni cave×surface F2 ha rivelato che la perdita degli occhi mostra la maggiore “ripetibilità genetica” con circa il 43% di QTL condivisi tra linee evolutive indipendenti — molto superiore al 25-33% per la perdita del sonno e i tratti metabolici. Uno studio sulla pangenomica ha ulteriormente esplorato il ruolo delle delezioni genomiche nell’evoluzione convergente. Questo dimostra che alcune traiettorie evolutive verso l’adattamento cavernicolo hanno basi molecolari parzialmente convergenti, anche se non identiche.[21][22]

4.2 Troglomorfismo: la base genetica e transcrittomica

La trascrittomica comparativa tra forme epigee e cavernicole di diverse specie ha rivelato pattern consistenti di modificazione dell’espressione genica legati all’adattamento al buio: downregulation di geni visivi e del ritmo circadiano, upregulation di geni sensoriali non visivi (chemiocettori, meccanorecettori), modificazioni nei pathway ormonali (cortisolo, serotonina) e metabolici.[23]

L’analisi single-nucleus RNA-sequencing in A. mexicanus ha rivelato che i geni candidati per la perdita degli occhi sono espressi in molteplici tipi cellulari durante lo sviluppo, evidenziando la complessità regolatoria di questi tratti. In studi sugli isopodi cavernicoli romeni (Leiodidae, Duvalius), l’analisi del microbioma intestinale tramite 16S amplicon metagenomics ha suggerito un possibile coinvolgimento del microbiota intestinale nell’adattamento al sottosuolo, con il batterio Vagococcus presente nel microbioma di specie di entrambe le famiglie.[24][20]

4.3 Proteo anguinus e la genomica degli anfibi sotterranei

Il proteo (Proteus anguinus), unico vertebrato esclusivamente cavernicolo d’Europa, è diventato oggetto di crescente attenzione scientifica. La conferenza SOS Proteus (Kranj, Slovenia, dicembre 2024) ha evidenziato come studi molecolari e genetici stiano rivelando notevole variabilità morfogenetica tra popolazioni dei diversi bacini idrografici del Carso Dinarico — una diversità che le tecniche morfologiche tradizionali avevano sottostimato. Ricerche recenti nel sistema carsico dell’Italia nord-orientale hanno analizzato 76 esemplari attraverso tecniche ecologiche avanzate, mostrando che gli individui nelle sorgenti presentano condizioni fisiche migliori rispetto a quelli in grotta, sfidando l’assunzione che le grotte siano l’habitat ottimale per questa specie. Un parassita tipico dei pesci d’acqua dolce, Acanthocephalus anguillae, è stato recentemente trovato nell’intestino del proteo nelle Grotte di Postumia-Planina, aprendo domande sui cicli biologici sotterranei rivelabili solo con approcci molecolari.[25][26][27]


5. Microbiologia Sotterranea: Dagli Ecosistemi Chemioautotrofici alla Biogeochimica

5.1 Ecosistemi chemioautotrofici: un’altra forma di vita primaria

Alcuni ecosistemi sotterranei, isolati da qualsiasi input fotosintetico, dipendono interamente dalla chemioautotrofia — la produzione di materia organica attraverso l’ossidazione di composti inorganici come H?S, NH??, Fe²?. I due esempi più studiati sono:

  • Grotta di Movile (Romania): alimentata da acqua sotterranea ricca di H?S, ospita almeno 48 specie invertebrate adattate in isolamento per ~5 milioni di anni. La prima metagenomica genome-resolved dei sedimenti della grotta ha recuperato 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) da 7 metagenomi, appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeal. L’analisi funzionale ha rivelato la presenza di fissazione della CO?, metanotrofia, ossidazione dello zolfo e dell’ammoniaca. I modelli metabolici su scala genomica (Species Metabolic Coupling Analysis) hanno rivelato le più alte interazioni competizione-cooperazione nei sedimenti distanti dall’acqua solfidrosa.[28][2]
  • Grotte di Frasassi (Marche, Italia): ambiente sulfidico dove acqua sotterranea ricca di solfuri si mescola con acque meteoriche ossigenate. Il ciclo dello zolfo è dominato da batteri come Sulfurovum, Halothiobacillus, Thiofaba, con la disproporzione dello zolfo elementare mediata da Desulfocapsa e Sulfurovum (12-26% della comunità microbica). Nel 2023 è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, un nuovo genere e famiglia batterica (Thiovibrionaceae) isolato nei sedimenti solfurei. Lo studio dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, con adattamenti unici all’ambiente chimiolitotrofico.[4][5][3]

5.2 Il microbioma delle grotte “ordinarie”

Nelle grotte prive di apporto solfidroso, le comunità microbiche sono più diversificate ma dipendono principalmente da fonti di carbonio organico alloctone. Gli studi metagenomic-resolved in grotte speleotematiche rivelano comunità dominate da Actinobacteria, Proteobacteria e Firmicutes, con un elevato potenziale per la produzione di composti biosintetici secondari (biosynthetic gene clusters, BGC) — inclusi potenziali antibiotici e composti bioattivi di interesse farmaceutico. Le grotte sono state storicamente fonte di microrganismi produttori di antibiotici, e la metagenomica sta sistematicamente rivelando la vastità di questo potenziale bioprospettico.[16]

I metanotrofi sono presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con i ceppi del clade USC-? come dominanti; la loro abbondanza relativa è correlata positivamente con la concentrazione di CH? nell’aria della grotta, suggerendo che le grotte siano un importante sink del metano atmosferico — un risultato con implicazioni per la comprensione del ciclo del carbonio globale.[29]

5.3 Multi-omics e cicli biogeochimici

L’integrazione di metabolomica e metagenomics sta rivelando come specifici microbi sotterranei contribuiscano ai cicli del carbonio e dell’azoto in sistemi carsici. Uno studio multi-omics e idrochimico su fiumi carsici ha identificato batteri critici per il sequestro del carbonio attraverso l’analisi integrata di dati molecolari e fisicochimici. Questo ha implicazioni dirette per capire il ruolo degli ecosistemi carsici nel bilancio globale del carbonio, in un’epoca di accelerato cambiamento climatico.[30]


6. Sfide Tecniche e Metodologiche

Le tecnologie omics applicate agli ecosistemi sotterranei incontrano sfide specifiche che limitano la loro applicazione corrente e definiscono l’agenda della ricerca futura.

6.1 Sfide legate all’accessibilità e al campionamento

Gli ecosistemi sotterranei sono fisicamente difficili da raggiungere e campionare. Le biomasse sono spesso molto basse (ambienti oligotrofici), rendendo difficile ottenere quantità sufficienti di DNA/RNA/proteine per le analisi. Le acque sotterranee diluiscono il segnale di eDNA, e la degradazione molecolare in acqua povera di nutrienti può essere accelerata. Il campionamento ripetuto nel tempo (necessario per studi di communità e monitoraggio) è logisticamente impegnativo.[10]

6.2 Bias metodologici e lacune nei database di riferimento

La metagenomica e il metabarcoding dipendono criticamente dalla qualità dei database di referenza. Per gli ecosistemi sotterranei, questi database sono spesso incompleti: molte specie stygobionti non hanno sequenze di referenza depositate; molti taxa microbici sotterranei sono fillogeneticamente distanti dai taxa rappresentati nei database standard. Questo porta a classificazioni errate o al’impossibilità di assegnare taxa a molti reads. La costruzione di database di referenza dedicati alla biodiversità sotterranea è un’esigenza prioritaria identificata dalla Review.[15]

6.3 Sequenziamento di piccole biomasse e contaminazione

La contaminazione con DNA umano (introdotto dagli speleologi che accedono alle grotte) è un problema reale per studi metagenomic in ambienti sotterranei visitati. L’assemblaggio di genomi da campioni con biomassa ultra-bassa richiede sequenziamento di terza generazione (long-read: Nanopore, PacBio) e pipeline bioinformatiche specializzate. La bassa complessità di alcune comunità microbiche cavernicole può facilitare gli assemblaggi, ma la presenza di diversità rara rimane difficile da catturare.[10]

6.4 Integrazione multi-omics

L’integrazione di dati genomici, trascrittomici, proteomici e metabolomici rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni livello omics cattura una dimensione diversa del sistema biologico, ma le pipeline per l’integrazione coerente di questi dati sono ancora in sviluppo, specialmente per sistemi non-modello come gli organismi cavernicoli.[31]


7. Frontiere e Applicazioni Future

7.1 Omics e conservazione molecolare

Le omics forniscono strumenti rivoluzionari per la conservazione degli organismi sotterranei. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative (ESU), valutare l’impatto della deriva genetica e dell’endogamia in popolazioni piccole e isolate. La metagenomica di monitoraggio permette di rilevare specie rare senza catturarle, cruciale per organismi come il Proteus e le diverse specie stygofaunali.[32][10]

Il progetto GReG, con la sua rete globale di eDNA in acque sotterranee, è destinato a produrre la prima stima standardizzata globale della biodiversità degli acquiferi — dati che potrebbero finalmente giustificare l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nelle politiche di conservazione internazionali.[13]

7.2 Bioprospecting e biotecnologia

I microbi sotterranei, adattatisi a condizioni estreme di oligotrofia, oscurità e spesso pressione chimica inusuale, sono serbatoi di enzimi e composti bioattivi con potenziali applicazioni industriali e farmaceutiche. I cluster biosintetici (BGC) scoperti via metagenomica in speleotemi e sedimenti cavernicoli includono potenziali nuovi antibiotici, enzimi termostabili e composti antivirali. La bioprospecting sotterranea è ancora in fase embrionale ma rappresenta una frontiera economicamente e scientificamente significativa.[33][16]

7.3 Modelli per l’astrobiologia

Le grotte chemioautotrofiche prive di luce, in particolare quelle alimentate da H?S come Movile e Frasassi, sono usate dalla NASA e dalle agenzie spaziali come analoghe di possibili habitat extraterrestri su Marte o nelle lune ghiacciate di Giove ed Encelado. Lo studio dei microbi cavernicoli che sopravvivono senza luce solare in ambienti chimicamente riducenti fornisce indicazioni su quali bio-segnature cercare nella ricerca di vita extraterrestre.[34]

7.4 Integrazione con discipline complementari

La Review di Balart-García et al. (2026) enfatizza come il futuro della biologia sotterranea stia nell’integrazione interdisciplinare:

  • Omics + isotopi stabili: per tracciare flussi di carbonio e nutrienti nelle reti trofiche sotterranee
  • Omics + modellizzazione distributiva delle specie: per proiettare impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità sotterranea
  • Omics + remote sensing: per correlare la superficie carsica con la biodiversità sotterranea
  • Omics + intelligenza artificiale: per accelerare il processamento di enormi dataset molecolari e automatizzare la scoperta di nuovi taxa[33]

La connessione con cicli globali è particolarmente rilevante: i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio, azoto e zolfo in modi ancora scarsamente quantificati. La comprensione di questi processi è urgente in un contesto di accelerato cambiamento climatico e crescente pressione sulle risorse idriche sotterranee.[35]


8. Il Contesto Italiano: Eccellenza e Casi Studio

L’Italia ospita alcuni dei più ricchi e studiati ecosistemi sotterranei d’Europa, con contributi scientifici di livello internazionale.

  • Grotte di Frasassi (Marche): ecosistema chemioautotrofico tra i più studiati al mondo per microbiologia, con la scoperta di Thiovibrio frasassiensis e studi pionieri sul ciclo dello zolfo e della comunità microbica[5][36][3][4]
  • Sistema carsico del Carso Dinarico (Friuli/Slovenia): habitat del proteo (Proteus anguinus), con studi molecolari sulla variabilità interpopolazionale e recenti ricerche eco-etologiche[26][27]
  • Grotte pugliesi e sarde: oggetto di studi sulla stygofauna e sulla diversità criptica degli invertebrati acquatici sotterranei
  • CNR-IRSA (Verbania): sede di Stefano Mammola, tra i massimi esperti mondiali di conservazione della biodiversità sotterranea e coordinatore del progetto DarCo[9][1]
  • Biodiversa+ DarCo: consorzio europeo per la raccolta di prove scientifiche per l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei (Direttiva Habitat, Direttiva Quadro Acque, Strategia Biodiversità 2030)[9]

9. Implicazioni per la Conservazione e la Politica Ambientale

9.1 Lacune conoscitive e urgenza

Le omics hanno dimostrato che la biodiversità sotterranea è molto maggiore di quanto stimato con tecniche tradizionali. Questo implica che le valutazioni di impatto ambientale e i piani di gestione basati sulla tassonomia morfologica sottostimano sistematicamente il valore naturalistico degli ecosistemi sotterranei. La rapida degradazione degli acquiferi carsici per inquinamento chimico, sovrasfruttamento idrico e cambiamento climatico minaccia specie ancora non descritte.[7][6]

9.2 eDNA come strumento di policy

Il monitoraggio eDNA delle acque sotterranee ha il potenziale di diventare uno standard di biomonitoraggio per il rispetto della Direttiva Quadro Acque (WFD) e della Direttiva Figlia sulle Acque Sotterranee dell’UE. Metodologie standardizzate di eDNA metabarcoding potrebbero fornire dati di biodiversità sotterranea a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali, facilitando il monitoraggio sistematico richiesto dalle normative ambientali.[13][10]

9.3 Roadmap di conservazione

Una “conservation roadmap for the subterranean biome” pubblicata su Conservation Letters (2021) identifica cinque aree concettuali chiave: (1) colmare lacune scientifiche e di gestione dei dati; (2) affrontare i fattori di stress antropici; (3) analisi socioeconomica e risoluzione dei conflitti; (4) educazione ambientale; (5) politiche nazionali e accordi multilaterali. Le omics contribuiscono primariamente al punto 1, ma supportano anche il punto 4-5 fornendo prove scientifiche per advocacy politica.[8]


Conclusioni

La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 segna un punto di svolta nella biologia sotterranea. Le tecnologie omics non sono più strumenti esotici ma una cassetta degli attrezzi sempre più accessibile che sta trasformando la comprensione della vita sotterranea a tutti i livelli: dalla scoperta di nuove specie (diversità criptica rivelata da genomica) all’identificazione dei meccanismi molecolari dell’adattamento cavernicolo (Astyanax, Proteus), dalla microbiologia degli ecosistemi chemioautotrofici (Movile, Frasassi) al biomonitoraggio non invasivo tramite eDNA (progetto GReG).

Le sfide rimangono considerevoli — database di riferimento incompleti, biomasse basse, difficoltà di accesso, integrazione multi-omics — ma la traiettoria è chiara. L’integrazione delle omics con discipline complementari (ecologia, geologia, remote sensing, intelligenza artificiale) promette di illuminare non solo la vita nelle grotte ma processi globali come il ciclo del carbonio e dell’acqua, in un momento in cui la crisi climatica e idrica rende questa comprensione più urgente che mai.

Per la comunità speleologica italiana e internazionale, la Review rappresenta sia un inventario delle conquiste recenti sia un manifesto per la ricerca futura: gli ecosistemi sotterranei sono straordinari, vulnerabili e ancora in gran parte inesplorati — e le omics sono la chiave per svelarne i segreti.

Fonti consultate

L'articolo Le Omics Rivoluzionano la Biologia Sotterranea: Grotte e Acquiferi Sotto la Lente Molecolare proviene da Scintilena.

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Il Grand Canyon nasceva da un lago: nuove prove riscrivono la storia della più famosa gola al mondo

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Cristalli di zircone e depositi di spiaggia fossile indicano che 6,6 milioni di anni fa il fiume Colorado riempì il bacino Bidahochi fino a farlo tracimare sul Kaibab Plateau


Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.

Il Grand Canyon e il dibattito millenario sulla sua origine

Il Grand Canyon è una delle formazioni geologiche più studiate al mondo, eppure la domanda su come si sia formato continua ad alimentare un acceso dibattito nella comunità scientifica. Uno studio pubblicato il 16 aprile 2026 sulla rivista Science porta nuove evidenze a sostegno del modello del “fill and spill”, ovvero del riempimento e tracimazione di un antico lago.vulnerabilità aree carsiche.txt

La questione centrale è sempre stata la stessa da quando il geologo John Wesley Powell esplorò per primo il canyon nel 1869: come ha fatto il fiume Colorado a scavalcare il Kaibab Plateau, la zona più elevata dell’intera regione del Colorado Plateau, scorrendo verso ovest?vulnerabilità aree carsiche.txt

È noto che il Colorado ha scolpito il Grand Canyon nella sua forma attuale. I sedimenti del fiume compaiono a valle del canyon già 4,8 milioni di anni fa. Alcuni settori del canyon, però, sarebbero molto più antichi — scavati da fiumi precedenti fino a 70 milioni di anni fa, nell’era dei dinosauri.vulnerabilità aree carsiche.txt


Il bacino Bidahochi e il modello lacustre della formazione del Grand Canyon

Il protagonista del nuovo studio è il bacino Bidahochi, una grande depressione situata a est del Kaibab Plateau. L’ipotesi è che il Colorado abbia alimentato questo bacino, riempiendolo come una vasca, finché le acque non abbiano tracimato verso ovest scavando la gola.vulnerabilità aree carsiche.txt

In passato questa ipotesi era già stata presa in considerazione, ma mancava la prova che il Colorado alimentasse effettivamente il Bidahochi. Inoltre, i marcatori dell’antico livello lacustre sembravano troppo bassi per raggiungere la quota necessaria a scavalcare il plateau.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il nuovo studio cambia questo quadro. I geologi John Douglass del Paradise Valley Community College e Brian Gootee dell’Arizona Geological Survey hanno identificato affioramenti di beachrock — depositi costieri fossilizzati — a una quota di 2.250 metri sul bordo del paleo-lago. Questa quota si avvicina sensibilmente a quella necessaria per superare il Kaibab.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt


La datazione degli zirconi: l’impronta digitale del Colorado River

La prova più solida arriva dalla datazione radiometrica degli zirconi, i cristalli di minerale che si formano nelle rocce e che intrappolano l’uranio al momento della loro cristallizzazione. Il decadimento dell’uranio in piombo permette di stabilire l’età del cristallo con grande precisione.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il geologo Ryan Crow dell’U.S. Geological Survey e i suoi colleghi hanno prelevato campioni di arenaria del Bidahochi in 19 siti diversi. Hanno datato circa 3.600 cristalli di zircone estratti dalle rocce sedimentarie del bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt

Ogni fiume ha una composizione mineralogica caratteristica che riflette le rocce del suo bacino idrografico a monte — una sorta di “impronta digitale” geochimica. Circa 6,6 milioni di anni fa, questa impronta nelle arenarie del Bidahochi cambia bruscamente.vulnerabilità aree carsiche.txt

La nuova firma corrisponde a quella del Colorado. Nello stesso periodo, la quantità di sabbia che arriva nel bacino aumenta in modo marcato. Per Crow, si tratta di “prove chiare che il lago esisteva ed era alimentato dal fiume Colorado” e che “il lago ha dovuto svolgere un ruolo fondamentale nella formazione del Grand Canyon”.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt


Le alternative al modello del Grand Canyon per tracimazione lacustre

Nonostante le nuove evidenze, la comunità scientifica non ha ancora raggiunto un consenso. Rebecca Flowers, geocronologa dell’Università del Colorado di Boulder, riconosce che i ricercatori “presentano un caso ragionevole”, ma osserva che i dati potrebbero essere compatibili anche con altri percorsi seguiti dall’acqua.vulnerabilità aree carsiche.txt

Tra le ipotesi alternative ancora in campo vi sono il piping sotterraneo — l’acqua del lago che scorreva sotto il plateau attraverso fratture — e l’erosione remontante, cioè un fiume situato a ovest del Kaibab che avanzava verso est erodendolo gradualmente.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il geocronologo Matthew Heizler del New Mexico Institute of Mining and Technology contesta che gli affioramenti identificati nel Bidahochi rappresentino davvero una spiaggia fossile. Assieme ai suoi colleghi, Heizler sta per pubblicare un nuovo studio che collega però il bacino al canyon attraverso i minerali ritrovati nei depositi fluviali a valle: questi materiali mostrano che le sabbie del Bidahochi sono entrate nel fiume già 4,8 milioni di anni fa. “È il miglior indizio che abbia visto finora per stabilire questo collegamento”, afferma Heizler.vulnerabilità aree carsiche.txt


Il gap di 2 milioni di anni e il percorso precedente del Colorado

Resta aperta una domanda fondamentale: cosa è successo nei quasi 2 milioni di anni che separano il riempimento del bacino Bidahochi (6,6 Ma) dalla prima comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma)? Nessuno dei gruppi di ricerca coinvolti sa ancora rispondere con certezza.vulnerabilità aree carsiche.txt

Un altro interrogativo riguarda la storia precedente del Colorado. Il geologo Jon Spencer dell’Università dell’Arizona segnala che i fossili di pesci trovati nel bacino Bidahochi assomigliano a specie dell’antico Lago Idaho. Questo suggerisce che il fiume potrebbe aver drenato originariamente verso nord, nel sistema del fiume Snake, dirigendosi verso il Pacifico nordoccidentale.vulnerabilità aree carsiche.txt

Solo in seguito, l’attività vulcanica legata allo hotspot di Yellowstone avrebbe deviato il corso del Colorado verso sud, indirizzandolo verso il bacino Bidahochi e ponendo le premesse per la formazione del canyon.vulnerabilità aree carsiche.txt


Un’opportunità per comunicare la geologia al grande pubblico

Per Ryan Crow, primo autore dello studio, la ricerca sull’origine del Grand Canyon rappresenta anche un ritorno alle origini personali. Prima di diventare scienziato, aveva lavorato all’Università del Colorado creando exhibit interattivi per il pubblico, tra cui uno dedicato proprio al Grand Canyon. Fu un’escursione in barca lungo il canyon a spingerlo verso la geologia.vulnerabilità aree carsiche.txt

Crow auspica che le nuove scoperte possano essere condivise con i visitatori del canyon. “La gente sembra essere interessata alla geologia quando si trova davanti al Grand Canyon”, osserva. “È un momento in cui si può insegnare qualcosa.”vulnerabilità aree carsiche.txt


Ecco una guida di studio strutturata sull’articolo pubblicato su Science il 16 aprile 2026 riguardante l’origine del Grand Canyon.


?? Guida di Studio: Origine del Grand Canyon — Nuove Evidenze (2026)


? Concetto Chiave

Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.vulnerabilità aree carsiche.txt


? Contesto Geologico

ElementoDettagli
FiumeColorado River
OstacoloKaibab Plateau (zona più alta del Colorado Plateau)
Bacino chiaveBidahochi Basin (a est del Kaibab)
Età moderna canyonSedimenti a valle già 4,8 milioni di anni fa
Parti più anticheFino a 70 milioni di anni fa (era dei dinosauri)

? Metodologia della Ricerca

  1. Beachrock (roccia di spiaggia): Identificati depositi di riva fossilizzata a 2.250 m di quota sul bordo del paleo-lago — abbastanza vicini all’altitudine necessaria per scavalcare il Kaibab.vulnerabilità aree carsiche.txt
  2. Datazione Zirconi (U-Pb): Campionati ~3.600 cristalli di zircone da 19 siti nelle arenarie del Bidahochi. La radioattività dell’uranio che decade in piombo fornisce l’età dei grani.vulnerabilità aree carsiche.txt
  3. Impronta digitale fluviale: L’età degli zirconi cambia bruscamente ~6,6 Ma fa, corrispondendo all’impronta geogeochimica del Colorado — prova che il fiume alimentava il bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt

? Definizioni Essenziali

  • Zircone: Minerale resistente che intrappola uranio durante la cristallizzazione; il decadimento U?Pb permette la datazione radiometrica.
  • Beachrock: Sedimento costiero cementato, indicatore dell’antico livello del lago.
  • Fill and Spill: Modello in cui l’acqua si accumula in un bacino fino a tracimarne il bordo, avanzando da est a ovest.
  • Bacino Bidahochi: Depressione a est del Kaibab, sede dell’antico lago protagonista dello studio.

? Modelli in Dibattito

ModelloDescrizioneStato
Cattura retrogradaUn fiume occidentale erodeva a ritroso fino a catturare il ColoradoMesso in discussione
Fill and SpillAvanzamento est?ovest per tracimazione di laghi successiviSupportato dal nuovo studio
Piping sotterraneoL’acqua del lago filtrava sotto il plateauAncora possibile
Erosione remontanteUn fiume a ovest avanzava verso est attraverso il plateauAncora possibile

?? Limiti e Questioni Aperte

  • Gap di ~2 milioni di anni tra il riempimento del Bidahochi (6,6 Ma) e la comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma) — non ancora spiegato.vulnerabilità aree carsiche.txt
  • Non è provato che il Colorado arrivasse al Bidahochi dall’alto (potrebbe aver percorso altre vie).
  • I ricercatori Heizler et al. sostengono che intagli nel Kaibab avrebbero permesso all’acqua di passare a quota inferiore a quella stimata da Crow et al..vulnerabilità aree carsiche.txt
  • Prima di raggiungere il Bidahochi, il Colorado potrebbe aver drenato verso nord, nel sistema del fiume Snake (verso il Pacifico nordoccidentale), prima che l’attività vulcanica dello hotspot di Yellowstone lo deviasse verso sud.vulnerabilità aree carsiche.txt

? Domande di Autovalutazione

  1. Cos’è il “fill and spill” e come si applica al Grand Canyon?
  2. Perché la datazione degli zirconi è considerata una “impronta digitale” del fiume Colorado?
  3. Qual è la quota critica che le acque del Bidahochi avrebbero dovuto raggiungere per scavalcare il Kaibab?
  4. Quali sono le due evidenze principali presentate dal team di Crow a supporto del modello lacustre?
  5. Perché rimane ancora un “gap” di ~2 milioni di anni da spiegare?
  6. Cosa suggeriscono i fossili di pesci nel bacino Bidahochi sul percorso originale del Colorado?

?? Flashcard Rapide

DomandaRisposta
DomandaRisposta
Età di svolta del Colorado nel Bidahochi~6,6 milioni di anni fa
Prima comparsa sedimenti a valle~4,8 milioni di anni fa
Quota beachrock ritrovata2.250 m
Tecnica datazione usataU-Pb su zirconi
N° cristalli di zircone datati~3.600
N° siti campionati19
Autore principale (USGS)Ryan Crow
Rivista di pubblicazioneScience (Vol. 392, Issue 6795)

Fonte: Paul Voosen, “Grand Canyon’s origin resolved? Ancient lake’s flood may have etched famed gorge”, Science, 16 aprile 2026.

Fonti:

  1. Paul Voosen, “Grand Canyon’s origin resolved? Ancient lake’s flood may have etched famed gorge”, Science, Vol. 392, Issue 6795, 16 aprile 2026 — https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz6826
  2. Douglass J., Gootee B., “Balakai Mesa: Implications for the Bidahochi Formation and the overflow origin of the Grand Canyon”, Arizona Geological Survey — https://data.azgs.arizona.edu/api/v1/collections/AOFR-1722894082455-437/DouglassGooteeBidahochi_OFR_24_02.pdf
  3. Douglass J. et al., “Evidence for the overflow origin of the Grand Canyon”, Elsevier/Geomorphology, 2020 — https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0169555X20303342linkinghub.elsevier
  4. Semantic Scholar — abstract: “Balakai Mesa: Implications for the Bidahochi Formation”https://www.semanticscholar.org/paper/bba2b9e10e53062d04f1ebb8f47c8359d409e1desemanticscholar

L'articolo Il Grand Canyon nasceva da un lago: nuove prove riscrivono la storia della più famosa gola al mondo proviene da Scintilena.

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I ponti per pipistrelli non funzionano: 2 milioni di sterline spesi invano sulle strade britanniche

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Strutture metalliche progettate per guidare i chirotteri, ma i dati scientifici confermano il fallimento dell’intervento


Ponti per pipistrelli: un’idea nata per proteggere i chirotteri dalle strade

Nel 2014 il governo britannico autorizzò la costruzione di 15 strutture metalliche lungo le principali arterie stradali del paese, dalla Cumbria alla Cornovaglia. L’obiettivo era chiaro: guidare i pipistrelli a volare a quote più elevate, riducendo il rischio di collisione con i veicoli in transito. Il costo complessivo dell’operazione raggiunse i 2 milioni di sterline, con un costo unitario superiore a 140.000 sterline per struttura.linkedin+1

L’idea di base si fondava su un principio etologico semplice. I pipistrelli seguono le linee delle siepi e dei filari di alberi per orientarsi durante il volo. Quando incontrano una barriera naturale, tendono a sollevarsi in quota per superarla. Una struttura metallica — un gantry di fili e sfere di plastica — avrebbe dovuto simulare questo ostacolo, inducendo i chirotteri a volare al di sopra del traffico invece di attraversare la carreggiata a bassa quota.wikipedia+1


I dati dell’Università di Cambridge: i pipistrelli ignorano i ponti metallici

Il gruppo di ricerca sulla scienza della conservazione dell’Università di Cambridge, coordinato dal professor William Sutherland, ha analizzato il comportamento dei pipistrelli prima e dopo l’installazione di sette strutture lungo la strada A11 nel Norfolk, nel tratto della Broadland Northway (ex Norwich Northern Distributor Road).highwaysmagazine.co

I risultati non lasciano spazio a interpretazioni. Tra le specie monitorate — dalla pipistrella comune (Pipistrellus pipistrellus) alla nottola comune (Nyctalus noctula) — nessuna ha modificato le proprie abitudini di volo in risposta alla presenza dei ponti per pipistrelli. Le strutture vengono ignorate. I chirotteri continuano a percorrere le rotte tradizionali, attraversando la strada a bassa quota.gbnews

Le cifre sono eloquenti: soltanto dall’1 all’11% dei pipistrelli monitorati ha utilizzato le strutture per attraversare la carreggiata a quota sicura, mentre dal 17 all’84% ha continuato a volare all’altezza del traffico. Un ponte ben consolidato, installato nove anni prima e a soli 15 metri dalla rotta di volo originale interrotta, è stato comunque ignorato dai pipistrelli.leeds.ac+1

“I ponti per pipistrelli non hanno funzionato”, ha dichiarato Sutherland. La ricercatrice Anna Berthinussen, esperta di chirotteri, ha aggiunto: “L’evidenza suggerisce che queste strutture non sono efficaci, non raggiungono il loro scopo.”gbnews+1


Il caso della Broadland Northway: 1 milione speso, risultati deludenti

Lungo la Broadland Northway nel Norfolk, sette strutture di attraversamento per i chirotteri sono state costruite per un costo di circa 1 milione di sterline, con l’obiettivo specifico di proteggere popolazioni di barbastello (Barbastella barbastellus), specie classificata come rara nel Regno Unito.highwaysmagazine.co

Una valutazione commissionata dalla contea di Norfolk e realizzata da Mott McDonald nel settembre 2019 — a un anno dall’apertura della strada — ha rilevato che il 58% dei pipistrelli attraversava a quote sicure, ma solo il 48% lo faceva in prossimità dei gantry (entro 5 metri). Restringendo il margine a 2 metri, la percentuale scende al 32%. Sei delle sette strutture risultavano utilizzate, ma in misura insufficiente a garantire una protezione reale. Berthinussen ha osservato che il numero esiguo di pipistrelli nei punti di attraversamento era “quasi certamente dovuto all’impatto della strada stessa”, aggiungendo che i chirotteri potrebbero stare evitando l’area o essere stati allontanati dal disturbo acustico.highwaysmagazine.co+1


La conservazione senza prove: un problema sistematico

Il caso dei ponti per pipistrelli non è episodico. Il team di Sutherland ha documentato sistematicamente come numerosi interventi di conservazione siano stati implementati su larga scala in assenza di evidenze scientifiche preliminari adeguate.cambridge

Il National Conservation Evidence Database, costruito dall’Università di Cambridge, raccoglie prove sia positive che negative sugli interventi di conservazione della natura, con l’obiettivo di orientare le future decisioni di policy. “Il piano si basava più sulla credenza che sui dati scientifici”, ha osservato Sutherland. Il professore ha sottolineato la necessità di testare le misure prima di adottarle su scala nazionale, un principio che nel caso dei gantry per chirotteri non è stato applicato.gbnews

La ricercatrice Berthinussen è anche autrice, insieme a Olivia C. Richardson e John D. Altringham, del volume Bat Conservation: Global Evidence for the Effects of Interventions, pubblicato dall’Università di Cambridge, che sintetizza le evidenze globali sull’efficacia degli interventi di conservazione dei chirotteri.conservationevidence


Lincolnshire 2025: la storia si ripete con 4,3 milioni di sterline

Nel 2025 il dibattito sui ponti per pipistrelli è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Il Lincolnshire County Council ha ricevuto l’obbligo di costruire un bat bridge da 3 milioni di sterline a South Hykeham e un bat tunnel da 1,3 milioni a Waddington, come misure di mitigazione ambientale per la North Hykeham Relief Road, una nuova carreggiata doppia da 218 milioni di sterline che completerà il raccordo anulare di Lincoln collegando la A46 alla A15.bbc

Le strutture sono imposte per proteggere il barbastello, specie protetta dalla legislazione britannica ed europea, identificata nell’area durante la fase di pianificazione. Il leader del consiglio, Sean Matthews (Reform), ha definito la spesa “una farsa assoluta” e ha scritto anche al Primo Ministro britannico per contestare l’obbligo, pur riconoscendo che procedere è necessario per non accumulare ulteriori ritardi.news.yahoo+1

La cerimonia di inaugurazione del cantiere si è svolta nel marzo 2026. La road è attesa per il 2029. I lavori preliminari sono iniziati nel settembre 2025, con l’avvio del cantiere principale a febbraio 2026.lincolnshire+1


Il dibattito aperto: infrastrutture stradali e conservazione dei chirotteri

La questione non riguarda l’opportunità di proteggere i pipistrelli. Le strade riducono significativamente l’attività dei chirotteri: uno studio ha documentato come l’attività dei pipistrelli nelle immediate vicinanze di grandi arterie sia circa la metà rispetto a quella registrata a 300 metri di distanza. I rischi di collisione con i veicoli sono reali, e le normative europee impongono agli Stati di non arrecare danni alle popolazioni di specie protette.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Il nodo centrale è un altro. La ricerca accumulata in oltre un decennio indica che i ponti per pipistrelli nella loro configurazione attuale — fili metallici con sfere di plastica — non producono i risultati attesi. Una progettazione migliore, con strutture più vicine alle rotte di volo originali e meglio integrate nel paesaggio, potrebbe migliorare i risultati. Le alternative scientificamente validate restano però ancora da individuare e testare su larga scala, mentre i cantieri avanzano e i fondi pubblici continuano a essere destinati a soluzioni la cui efficacia rimane in discussione.linkedin+1

Ecco le fonti utilizzate per l’articolo:

  1. LinkedIn / MotorBuzzUK’s £2M Bat Bridges Fail to Guide Bats Safely Across Motorwayslinkedin
    https://www.linkedin.com/posts/motorbuzz_bat-bridges-the-2-million-wire-structures-activity-7411178674957369344-PmfI
  2. GB NewsGovernment wastes £2m of taxpayers’ money on bat bridges which don’t work, scientists saygbnews
    https://www.gbnews.com/news/government-wastes-2m-of-taxpayers-money-on-bat-bridges-which-dont-work-scientists-say/174058
  3. WikipediaBat bridgewikipedia
    https://en.wikipedia.org/wiki/Bat_bridge
  4. Highways MagazineBat bridges on £205m Broadland Northway ‘don’t work’highwaysmagazine.co+1
    https://www.highwaysmagazine.co.uk/news/local-road-network/bat-bridges-205m-broadland-northway-dont
  5. University of Leeds / PLOS ONEDo Bat Gantries and Underpasses Help Bats Cross Roads Safely? (Berthinussen & Altringham, 2012)leeds.ac
    https://www.leeds.ac.uk/news-environment/news/article/3253/bat-bridges-don-t-work
  6. BBC NewsBat bridge plan for North Hykeham relief road to go aheadbbc
    https://www.bbc.com/news/articles/cvgleeg8v2jo
  7. Yahoo News / Lincolnshire LiveUncertainty over £4m bat bridge as relief road given approvalnews.yahoo
    https://uk.news.yahoo.com/uncertainty-over-4m-bat-bridge-130510235.html
  8. Lincolnshire County CouncilLincolnshire’s bat bridge fight continueslincolnshire
    https://www.lincolnshire.gov.uk/news/article/2483/lincolnshire-s-bat-bridge-fight-continues
  9. Cambridge University PressGenerating, collating and using evidence for conservation (Sutherland et al.)cambridge
    https://www.cambridge.org/core/books/conservation-research-policy-and-practice/generating-collating-and-using-evidence-for-conservation
  10. Conservation Evidence / CambridgeBat Conservation Synopsis 2019conservationevidence
    https://www.conservationevidence.com/synopsis/pdf/27
  11. PubMed Central / PLOS ONELarge Roads Reduce Bat Activity across Multiple Speciespmc.ncbi.nlm.nih
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4019470/

L'articolo I ponti per pipistrelli non funzionano: 2 milioni di sterline spesi invano sulle strade britanniche proviene da Scintilena.

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Neve, rocce fratturate e droni: così si studia l’acqua nascosta dell’Appennino

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Un gruppo di ricerca ha indagato il bacino dell’Ussita con tecniche integrate per capire come gli acquiferi carbonatici si ricaricano e dove le acque sotterranee emergono nei torrenti di montagna


Acquiferi di montagna sotto la lente della scienza

Nel cuore dei Monti Sibillini, lungo le pendici che disegnano il bacino del torrente Ussita, l’acqua non segue soltanto il percorso visibile dei canali di superficie. Una parte rilevante del flusso che alimenta il torrente proviene dal sottosuolo, dove circola lentamente attraverso le fratture delle rocce carbonatiche che costituiscono l’ossatura dell’Appennino centrale.

Un gruppo di ricerca ha pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences (aprile 2026) uno studio dedicato alle interazioni tra acque sotterranee e acque superficiali in questo bacino di 44 km², sviluppando un approccio metodologico integrato che combina misure di portata, analisi chimico-isotopiche e rilievi con droni termici. I risultati forniscono dati quantitativi sulla ricarica degli acquiferi e aprono la strada a ricerche analoghe in altri bacini montani della penisola.

Gli autori dello studio sono: Ortenzi S., Di Matteo L., Valigi D., Donnini M., Dionigi M., Fronzi D., Geris J., Guadagnano F., Marchesini I., Filippucci P., Avanzi F., Penna D. e Massari C.


Il bacino dell’Ussita: un laboratorio naturale nell’Appennino centrale

Il bacino del torrente Ussita si trova all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con una quota media di circa 1.315 m s.l.m. e un massimo di oltre 2.256 m. La scarsità di attività umane nell’area e l’assenza di prelievi idrici significativi lo rendono un sito ideale per studiare i processi idrologici naturali senza interferenze antropiche.

Il substrato geologico appartiene alla Successione Umbro-Marchigiana, una sequenza di formazioni carbonatiche con permeabilità molto differenti. Il Complesso del Calcare Basale (Calcare Massiccio e Corniola) e il Complesso Maiolica sono gli acquiferi principali, ad alta permeabilità per fratturazione e, in parte, per fenomeni carsici. Le Marne a Fucoidi, formazione impermeabile, fungono da limite idrogeologico e concentrano le emergenze delle acque sotterranee nel torrente.

La tettonica ha giocato un ruolo rilevante: il sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi a est e il sistema di faglie normali Vettore-Bove hanno creato una geometria idrogeologica complessa. Il terremoto di Mw 6.5 del 30 ottobre 2016, con epicentro a circa 15 km da Ussita, aveva temporaneamente alterato le condizioni idrauliche degli acquiferi. Secondo i ricercatori, le condizioni pre-sismiche risultavano sostanzialmente ripristinate già a partire dal 2019, anno da cui sono state avviate le misure di portata continue che alimentano lo studio.


Quattro metodi, una risposta integrata

Il punto di forza della ricerca è la combinazione sistematica di quattro approcci che si completano reciprocamente.

Il primo è la misura della portata lungo il profilo longitudinale del torrente. Due sezioni strumentate con idrometri continui (al paese di Ussita e alla Madonna dell’Uccelletto) sono affiancate da tre sezioni con misure puntuali con strumento OTT MF Pro. Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, gennaio 2024) ha validato le misure.

Dal flusso totale è stata estratta la componente di baseflow (apporto continuo delle acque sotterranee) tramite filtro digitale di Lyne-Hollick. Il Base Flow Index risultante è 0,80 nella sezione centrale e 0,90 in quella inferiore del bacino: in media oltre l’80% del deflusso del torrente proviene dagli acquiferi sotterranei.

Il secondo approccio è il budget idrico multi-scenario: per chiudere il bilancio tra precipitazioni, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio, i ricercatori hanno elaborato 35 combinazioni diverse di dati pluviometrici e di evapotraspirazione, quest’ultima derivata sia da misure a terra sia da prodotti satellitari (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS). Questo ha permesso di stimare l’area di ricarica dell’acquifero con la sua incertezza associata.

Il terzo approccio è l’analisi idrochimica e isotopica: campionamenti mensili da novembre 2023 a marzo 2025 in sei punti del bacino hanno misurato la composizione in ioni maggiori, deuterio e ossigeno-18. Dalla firma isotopica è stata ricavata la quota di ricarica isotopica (CIRE), che indica da quale altitudine provengono le acque che alimentano il torrente: i valori ottenuti oscillano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben oltre l’altitudine media del bacino (1.315 m). Questo dato dimostra che la ricarica degli acquiferi avviene prevalentemente nelle fasce sommitali, dove d’inverno e in primavera si accumula la neve.

Il quarto approccio è il rilievo con drone termico. Il principio è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura pressoché costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente. Dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea un’anomalia termica misurabile dall’alto. Il drone DJI Mavic 2 Enterprise Dual, con sensore termico ad alta risoluzione (640×480 pixel), ha sorvolato un tratto di 1.100 m del torrente a 90 m di quota in due campagne (gennaio e luglio 2025). Le anomalie termiche rilevate (1–2°C) hanno localizzato con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee, in perfetta corrispondenza con i guadagni di portata misurati a terra.


Scioglimento della neve: il 18% della ricarica degli acquiferi

Tra i risultati quantitativi più rilevanti dello studio emerge il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica degli acquiferi: circa il 18% nell’arco di studio (2019–2023).

Questo valore è stato ottenuto integrando nel budget idrico le stime di Snow Water Equivalent (SWE) derivate dal dataset IT-SNOW, una ranalisi nivologica per l’Italia con risoluzione spaziale di circa 500 m, che combina modellazione numerica, dati in situ e immagini satellitari.

La distinzione tra apporti piovosi e apporto nivale è metodologicamente importante. Senza includere lo scioglimento della neve nel bilancio idrico, il modello tende a sovrastimare gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino, attribuendo a flussi laterali profondi una quota che in realtà è interna e legata alla stagionalità della neve. Con lo snowmelt incluso, l’area di ricarica stimata converge a 42,97 ± 4,09 km², praticamente coincidente con il bacino topografico di 44 km², chiudendo in modo coerente il bilancio idrico.

La firma chimica delle acque sotterranee offre un’ulteriore chiave interpretativa. Le acque mostrano una composizione bicarbonatico-calcica tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte inferiore del bacino. Questo segnale è attribuito alla circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche sepolte sotto la sequenza carbonatica, un fenomeno già documentato in altri sistemi idrogeologici dell’Appennino centrale.


Cambiamento climatico, gestione dell’acqua e rischi per le comunità di montagna

I risultati dello studio hanno implicazioni dirette per la gestione delle risorse idriche in un contesto di cambiamento climatico.

Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale sono la principale fonte di approvvigionamento idrico per ampie aree dell’Italia peninsulare. Le comunità di montagna e di fondovalle dipendono da queste falde per l’acqua potabile, l’irrigazione e la produzione di energia idroelettrica.

Se lo scioglimento della neve contribuisce per il 18% alla ricarica degli acquiferi, una riduzione sistematica della copertura nevosa — scenario già in corso nell’area, come mostrano i dati del dataset IT-SNOW — si traduce in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica durante le stagioni secche estive. La neve che si accumula in inverno e in primavera funziona da riserva naturale che rilascia acqua lentamente, sostenendo il deflusso del torrente nei mesi in cui le piogge scarseggiano. Meno neve significa meno baseflow estivo, ovvero meno acqua disponibile proprio quando la domanda è più alta.

Lo studio fornisce anche dati utili per la stima dei flussi ecologici minimi, cioè la portata che deve essere garantita nel torrente per preservare gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione la componente di baseflow è un prerequisito per questo calcolo.


Un approccio replicabile per altri bacini montani

Gli autori sottolineano che il metodo sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattato ad altri bacini montani carbonatici, anche in contesti con scarsità di dati storici.

La sequenza logica proposta prevede: l’installazione di stazioni di misura della portata (o l’utilizzo di dati esistenti), la separazione del baseflow con filtri calibrati sulla curva di recessione, il calcolo del budget idrico con più scenari di dati meteorologici da telerilevamento, campagne di campionamento idrochimico-isotopico mensile per 12–18 mesi, almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra, e infine l’integrazione dei tre dataset per localizzare e quantificare gli apporti sotterranei.

Questo schema, applicato in modo sistematico, può guidare la pianificazione delle campagne di campo, ottimizzare le risorse disponibili e migliorare la comprensione dei sistemi idrici montani che sono tra i più vulnerabili ai cambiamenti climatici in corso.


Lo studio di Ortenzi et al. (2026)

Lo studio di Ortenzi et al. (2026) pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences è un lavoro pionieristico sull’idrogeologia di montagna nell’Appennino centrale. Di seguito i punti salienti.

Il bacino sperimentale dell’Ussita

Il bacino dell’Ussita (44 km², quota media ~1.315 m s.l.m.) si trova nei Monti Sibillini ed è caratterizzato da una sequenza carbonatica della Successione Umbro-Marchigiana con acquiferi a permeabilità molto differente: il Complesso del Calcare Basale (BLC) e il Complesso Maiolica (MAC) ad alta permeabilità per fratturazione e carsismo, separati da formazioni impermeabili come le Marne a Fucoidi (MFC). La tettonica attiva (sistema di faglie Vettore-Bove, sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi) complica ulteriormente i percorsi di circolazione idrica sotterranea.

Quattro tecniche integrate

La forza dello studio risiede nella combinazione sistematica di approcci complementari:

  • Misure di portata continue e puntuali (OTT MF Pro + tracciante fluorescina) con separazione del baseflow tramite filtro digitale di Lyne-Hollick: il BFI sale da 0.80 alla sezione S2 a 0.90 alla sezione S5, confermando il dominio degli apporti sotterranei
  • Budget idrico multi-scenario (35 combinazioni di precipitazione da telerilevamento e ET) con stima dell’area di ricarica tramite analisi di recessione
  • Analisi idrochimiche e isotopiche mensili (?D, ?¹?O, ioni maggiori) che hanno rivelato quote di ricarica isotopica (CIRE) tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben superiori all’altitudine media del bacino
  • Drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise, risoluzione a terra ~0.12 m): ha localizzato le zone di emergenza delle acque sotterranee con anomalie termiche di 1–2°C lungo 1.100 m di alveo

Il contributo dello scioglimento della neve: 18%

Utilizzando il dataset IT-SNOW, gli autori hanno quantificato che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero. Includere questa componente nella chiusura del budget idrico è essenziale: senza di essa, il modello sovrastima gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino. In un contesto di cambiamento climatico che riduce sistematicamente la copertura nevosa appenninica, questa quota di ricarica è a rischio.

Implicazioni gestionali

Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale alimentano le sorgenti da cui dipende l’acqua potabile di circa 12 milioni di persone in Italia. La riduzione della neve, la definizione dei flussi ecologici minimi per i torrenti e la gestione del rischio idrico per le comunità montane e di fondovalle sono tutti temi che beneficiano direttamente dall’approccio metodologico sviluppato per l’Ussita.

Studio idrogeologico integrato nel bacino dell’Ussita (Appennino centrale)

Interazioni acque sotterranee-superficiali, scioglimento della neve e ricarica degli acquiferi in un sistema montano fratturato

Basato su: Ortenzi, S. et al. (2026). “Exploring groundwater-surface water interactions and recharge in fractured mountain systems: an integrated approach.” Hydrol. Earth Syst. Sci., 30, 1755–1778. https://doi.org/10.5194/hess-30-1755-2026


Sintesi esecutiva

Lo studio condotto nel bacino del torrente Ussita (Appennino centrale) rappresenta uno dei lavori più completi mai realizzati in Italia sull’interazione tra acque sotterranee e acque superficiali in un contesto carbonatico montano di media quota. Il gruppo di ricerca ha combinato misure idrologiche tradizionali, analisi chimico-isotopiche e indagini con droni termici per rispondere a due domande fondamentali: dove e quanto le acque sotterranee alimentano il torrente, e quale sia il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica dell’acquifero.[1]

I risultati dimostrano che il torrente Ussita è alimentato in modo determinante da acquiferi carbonatici fratturati e che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero, una quota rilevante ai fini della disponibilità idrica futura in un clima che tende a modificare profondamente i regimi nevosi.[1]


1. Il bacino dell’Ussita: contesto geologico e idrogeologico

1.1 Inquadramento geografico

Il bacino del torrente Ussita (44 km²) è situato lungo la dorsale appenninica dell’Italia centrale, interamente all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. L’altitudine media è circa 1.315 m s.l.m., con un massimo di circa 2.256 m e un minimo di 645 m. Il bacino è scarsamente antropizzato, con prelievi idrici e deviazioni del corso d’acqua trascurabili, il che ne fa un sito ideale per studiare i processi idrogeologici naturali senza interferenze antropiche significative.[1]

Il torrente Ussita è un affluente del fiume Nera e il suo bacino idrografico è stato utilizzato come catchment sperimentale in cui strumentazione continua si affianca a campagne di misura discrete, costituendo un laboratorio naturale aperto per l’idrologia montana.[1]

1.2 Struttura geologica e complessità degli acquiferi

La sequenza carbonatica appartiene alla successione Umbro-Marchigiana e comprende formazioni con permeabilità molto diverse:[1]

ComplessoComposizionePermeabilitàRuolo idrogeologico
BLC – Calcare Basale (Calcare Massiccio + Corniola)Calcari massiviAlta (fratturazione + carsismo)Acquifero principale
MAC – Complesso MaiolicaCalcari pelagiciAlta (fratturazione)Secondo acquifero importante
CSMC – Complesso Calcareo-Siliceo-MarnosoMarne, Rosso AmmoniticoRelativa bassaLivello separatore
MFC – Marne a FucoidiMarneBassaLimite impermeabile
SCC – Scaglia CalcareaScaglia Rossa e BiancaModerataAcquifero secondario
TUC – Unità TerrigeneFormazione della Laga, SchlierBassa-moderataMargine del sistema

La tettonica ha giocato un ruolo cruciale: la Sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi (PTV) nel settore orientale e il sistema di faglie normali Vettore-Bove (VBF) hanno creato una geometria idrogeologica complessa con scambi idrici tra bacini contigui.[2][1]

1.3 Eredità sismica del 2016

Il 30 ottobre 2016 un terremoto di Mw 6.5 ha colpito l’area a circa 15 km a sud del paese di Ussita, con rottura di diversi segmenti del sistema di faglie Vettore-Bove. Questo evento ha modificato transitoriamente le proprietà idrogeologiche degli acquiferi, con effetti co-sismici quali rilascio di fluidi crostali, variazioni di pressione idraulica e cambiamento della permeabilità per la creazione di micro-fratture. Secondo Di Matteo et al. (2021), dal 2019 le condizioni pre-sismiche sono sostanzialmente recuperate, permettendo agli autori di analizzare il flusso fluviale nel contesto dei soli processi meteo-climatici che regolano le interazioni GW-SW.[3][1]


2. Metodologia integrata: i quattro pilastri dell’approccio

La novità principale dello studio è la combinazione sistematica di tecniche complementari, ognuna in grado di rispondere a domande che le altre da sole non possono risolvere.[1]

2.1 Misure di portata e separazione del baseflow

La rete di monitoraggio prevede due sezioni con idrometri continui (S2 al paese di Ussita, S5 alla Madonna dell’Uccelletto) con serie storiche rispettivamente dal 2022 e dal 2019, affiancate da misure puntuali con misuratore OTT MF Pro in altre tre sezioni (S1, S3, S4).[1]

Per separare la componente di baseflow (BF) dalla portata totale è stato utilizzato il filtro digitale ricorsivo di Lyne e Hollick (1979), con il parametro k derivato dal coefficiente di recessione ? della Master Recession Curve tramite la relazione (k = e^{-\alpha t}). Il Base Flow Index (BFI) così calcolato risulta pari a 0.80 alla sezione S2 e 0.90 alla sezione S5, confermando che la quota di baseflow è dominante in entrambe le sezioni del bacino.[1]

Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, Na-Fluorescein) condotto nel gennaio 2024 ha permesso la validazione delle misure di portata per confronto incrociato. Le masse di tracciante iniettate variavano da 0.7 g (a S3) a 1.9 g (a S5), monitorate con sonda fluorimetrica PME Cyclops-7 a intervalli di 5 secondi.[1]

2.2 Budget idrico e stima dell’area di ricarica

Il budget idrico per il periodo 2019–2023 è stato calcolato mediante la formula:

[P_{rain} + P_{snow} + Q_{in}^{gw} = ET + Q + Q_{out}^{gw} + \Delta S]

dove il termine sconosciuto ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})) è ottenuto come residuo, conoscendo precipitazione, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio. Quest’ultimo termine è stato stimato tramite analisi di recessione (metodo di Korkmaz), essendo impossibile installare piezometri nel Parco Nazionale.[1]

L’evapotraspirazione è stata stimata con due metodi paralleli: il metodo Thornthwaite-Mather da dati meteorologici a terra e prodotti da telerilevamento (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS), in modo da quantificare l’incertezza associata. Complessivamente sono stati considerati 35 scenari diversi di combinazione precipitazione-ET per stimare l’area di ricarica.[1]

Il rapporto Q/WS > 1 indica che il bacino è “importatore netto di acque sotterranee”: la portata osservata in S5 supera il surplus idrico calcolato sul solo bacino topografico, il che implica apporti da sistemi acquiferi contigui. Includendo lo snowmelt, l’area di ricarica stimata è 42.97 ± 4.09 km², essenzialmente coincidente con il bacino topografico di 44 km², una convergenza che aumenta la solidità del modello idrogeologico.[1]

2.3 Analisi idrochimiche e isotopiche

Da novembre 2023 a marzo 2025 sono state condotte campagne mensili per il prelievo di campioni d’acqua in sei punti (S1, S2, S3, S5, I1, I2) per l’analisi di:

  • Ioni maggiori: Ca²?, Mg²?, Na?, K?, SO?²?, Cl?, HCO??
  • Isotopi stabili dell’acqua: ?D e ?¹?O[1]

La Retta Meteoric Locale (LMWL) è stata derivata da campionamenti di precipitazione in quattro stazioni a diverse quote, integrati con dati di Tazioli et al. (2024) raccolti a circa 1.800 m s.l.m. a pochi chilometri a sud del bacino. Questa retta è stata utilizzata per calcolare:

  • Il lc-excess (line-conditioned excess), secondo la formula (lc\text{-}excess = \delta D – a \cdot \delta^{18}O – b), dove a e b sono la pendenza e l’intercetta della LMWL. Valori positivi indicano assenza di evaporazione e rapida infiltrazione.[1]
  • La quota di ricarica isotopica (CIRE), ovvero la quota media di caduta delle precipitazioni che alimentano i punti di campionamento, calcolata sfruttando la relazione lineare tra ?¹?O e quota. I valori di CIRE ottenuti per le acque del torrente Ussita variano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., confermando che la ricarica proviene prevalentemente dalle zone sommitali.[1]

Dal punto di vista geochimico, le acque mostrano chimica bicarbonatico-calcica, tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte più bassa del bacino (conducibilità elettrica 210–310 µS/cm), attribuibile all’interazione con le evaporiti triassiche sepolte al di sotto della sequenza carbonatica, non affioranti nell’area ma idraulicamente collegate. Questa firma chimica è coerente con quanto osservato in altri acquiferi carbonatici profondi dell’Appennino centrale.[4][5][1]

2.4 Indagine con drone termico

L’applicazione più innovativa dello studio è l’uso di un drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise Dual) per la mappatura delle zone di apporti di acque sotterranee al torrente. Il principio fisico sfruttato è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente; dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea quindi un’anomalia termica misurabile dall’alto.[1]

I parametri tecnici del rilievo:

  • Quota di volo: 90 m, risoluzione a terra ~0.12 m
  • Sensore termico: 640×480 pixel, passo del pixel 12 µm, banda spettrale 8–14 µm
  • Sovrapposizione frontale e laterale: 85%
  • Emissività dell’acqua calibrata in situ: 0.935
  • Due campagne: 30 gennaio 2025 (condizioni invernali) e 31 luglio 2025 (condizioni estive)[1]

I rilievi su un tratto di 1.100 m tra le sezioni S3 e S5 hanno permesso di localizzare con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee (I1 in sponda sinistra, I2 in sponda destra), con anomalie termiche di 1–2°C rispetto all’acqua del torrente, coerenti con le misure di portata che mostrano un significativo incremento in quel tratto.[1]


3. Risultati principali

3.1 Contributi degli acquiferi al deflusso del torrente

Le misure puntuali di portata lungo il profilo longitudinale del torrente mostrano un guadagno idrico netto progressivo dall’alto verso il basso del bacino. La portata media nelle misure puntuali effettuate in condizioni di baseflow (0.70–1.18 m³/s) cresce significativamente tra S1 e S5:[1]

  • Il tratto superiore (fino a S2) è principalmente alimentato dalla sorgente Val di Panico (VDP) con una portata media di circa 220 L/s, proveniente dal complesso Maiolica (MAC)
  • Il tratto inferiore (S3–S5) mostra i guadagni più importanti dagli acquiferi del Calcare Massiccio-Corniola (BLC), con emergenze concentrate nei punti I1 e I2
  • Il BFI cresce da 0.80 (S2) a 0.90 (S5), riflettendo l’aumento proporzionale degli apporti sotterranei verso valle[1]

La coincidenza spaziale tra i guadagni di portata, le anomalie termiche rilevate dal drone e le sorgenti cartografate sul campo (I1, I2) fornisce una triplice validazione indipendente della localizzazione degli apporti sotterranei, dimostrando l’efficacia dell’approccio integrato.[1]

3.2 Il ruolo dello scioglimento della neve: 18% della ricarica

L’analisi del dataset IT-SNOW (reanalisi nivologica per l’Italia 2010–2021, risoluzione ~500 m, basata su modellazione + dati in situ + immagini satellitari) ha permesso di stimare la Snow Water Equivalent (SWE) su base giornaliera e cellula per cellula nel bacino MDU. La procedura di separazione è stata la seguente: quando SWE = 0, tutta la precipitazione è pioggia diretta (P_rain); quando la neve è presente e ?SWE < 0 rispetto al giorno precedente, si assume avvenga scioglimento (P_snow).[6][1]

Dai calcoli del budget idrico su scala idrologica annuale (2019–2023):

  • Lo scioglimento della neve contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero[1]
  • Omettere questo termine (Caso I senza P_snow) porta a sovrastimare il termine ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})), ovvero a interpretare erroneamente apporti dall’esterno che in realtà sono apporti nivali interni al bacino
  • Includendo lo snowmelt (Caso II), l’area di ricarica stimata converge alla superficie del bacino topografico, chiudendo il bilancio idrico[1]

Questo risultato si inserisce in un quadro più ampio: studi con isotopi stabili in numerosi acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale dimostrano che la quota di ricarica isotopica è sempre più alta rispetto all’ipsometria del bacino, suggerendo che la neve in quota sia effettivamente il principale vettore di ricarica delle falde. In un contesto alpino-dolomitico, studi analoghi hanno dimostrato che in primavera e inizio estate lo scioglimento nivale alimenta soprattutto l’acquifero poroso, mentre nei mesi caldi il rilascio costante proviene dalla rete di fratture carsiche.[7][8]

3.3 Chimica isotopica: la firma dell’alta quota

I valori di lc-excess positivi riscontrati nelle acque del torrente Ussita indicano che le acque infiltrate non hanno subito significativa evaporazione prima di raggiungere l’acquifero, coerentemente con una ricarica rapida attraverso le fratture delle rocce carbonatiche.[9][1]

La quota di ricarica isotopica (CIRE) calcolata per le acque campionate, compresa tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., è nettamente superiore all’altitudine media del bacino (~1.315 m s.l.m.), confermando che la ricarica avviene prevalentemente nelle fasce altimetriche più elevate (>2.000 m), dove d’inverno e in primavera permane una significativa copertura nevosa. Questo dato è in linea con i risultati di studi isotopici su acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale, che hanno identificato quattro diverse relazioni tra le caratteristiche della copertura nevosa e le quote di ricarica calcolate isotopicamente per 17 sorgenti campionate nel 2016.[8][1]


4. Interpretazione idrogeologica

4.1 Schema concettuale del sistema

Il sistema idrogeologico del bacino dell’Ussita può essere schematizzato come segue:

  1. Ricarica diffusa nelle zone di affioramento dei carbonati ad alta permeabilità (BLC e MAC) alle quote più elevate, con input sia pluviale che nivale
  2. Circolazione profonda negli acquiferi carbonatici fratturati (BLC principale, MAC secondario), guidata dalla struttura tettonica (faglie normali, sovrascorrimento PTV)
  3. Scambi con bacini idrogeologici adiacenti attraverso il sistema di faglie: il bacino topografico (44 km²) non coincide perfettamente con il bacino idrogeologico, con apporti laterali o perdite verso sistemi contigui
  4. Emergenza nel torrente per via di sorgenti puntiformi (VDP, I1, I2) e per flusso diffuso attraverso il letto del torrente, con la frangia impermeabile delle Marne a Fucoidi (MFC) che funge da limite impermeabile e causa le principali concentrazioni di apporti[1]

4.2 Il ruolo delle strutture tettoniche

La complessità tettonica dell’area (sovrascorrimento PTV a est, sistema di faglie normali VBF a NNW-SSE) influenza direttamente i percorsi di circolazione idrica sotterranea. Le faglie normali del Quaternario, ancora attive, creano discontinuità idrauliche che possono indirizzare il flusso in modo non intuitivo rispetto al bacino topografico. L’arricchimento in solfati rilevato nella parte inferiore del sistema è coerente con la circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche (anidrite e dolomia) al di sotto della sequenza carbonatica, un fenomeno osservato anche in altri sistemi appenninici profondi.[5][4][2][1]


5. Implicazioni per la gestione delle risorse idriche e il rischio climatico

5.1 Acquiferi appenninici come risorsa strategica

Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale riforniscono di acqua potabile circa 12 milioni di persone in Italia, con la quasi totalità (92%) dell’approvvigionamento idrico di alcune province dipendente da sorgenti alimentate da questi sistemi. La loro vulnerabilità al cambiamento climatico è pertanto una questione di interesse pubblico primario.[10][1]

5.2 Cambiamento climatico e riduzione della copertura nevosa

Il Mediterraneo è identificato come uno dei principali “hotspot” globali del cambiamento climatico, con proiezioni di siccità più severe, frequenti e prolungate nei prossimi decenni. Per gli acquiferi montani come quello dell’Ussita, la riduzione della copertura nevosa ha un impatto diretto sulla ricarica:[1]

  • La neve che si accumula in inverno-primavera funge da “cisterna naturale” che rilascia acqua lentamente durante la stagione asciutta, sostenendo il baseflow nei periodi di assenza di piogge
  • Se il 18% della ricarica attualmente dipende dallo snowmelt, una riduzione sistematica della neve (come già osservata nel trend 2016–2024 nell’area di studio) si tradurrà in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica
  • Le comunità di montagna e di fondovalle che dipendono da queste sorgenti potrebbero trovarsi a fronteggiare carenze idriche durante le stagioni secche[8][1]

5.3 Flussi ecologici e tutela degli ecosistemi acquatici

Una parte rilevante delle implicazioni gestionali riguarda la stima dei flussi ecologici (ecological flows), ovvero la portata minima che deve essere garantita nel torrente per mantenere gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione quale frazione del deflusso deriva dagli acquiferi (e non da run-off diretto) è fondamentale per questo calcolo: il baseflow garantisce la continuità del flusso durante le magre estive, quando il run-off superficiale è assente.[1]


6. Trasferibilità del metodo e applicazioni future

6.1 Un framework replicabile

Gli autori sottolineano che il framework metodologico sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattabile ad altri bacini montani carbonatici con scarsità di dati. La sequenza logica proposta è:

  1. Identificare punti di monitoraggio continuo (o installarne) e completare con misure puntuali di portata
  2. Separare il baseflow con filtri digitali calibrati sulla curva di recessione
  3. Calcolare il budget idrico con più scenari di P ed ET da prodotti da telerilevamento
  4. Effettuare campagne idrogeochimiche-isotopiche mensili per 12-18 mesi
  5. Condurre almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra
  6. Integrare i tre set di dati per localizzare e quantificare gli apporti GW[1]

6.2 Affinità con altri studi italiani

L’approccio si inserisce in una tradizione metodologica in crescita negli acquiferi carbonatici italiani. Studi sui Monti Sibillini hanno già prodotto carte idrogeologiche dettagliate (scala 1:50.000) della sequenza carbonatica pre-sismica. L’idrogeologia isotopica viene applicata sistematicamente anche a sorgenti in Appennino meridionale per la comprensione dei percorsi di circolazione profonda. La speleologia applicata contribuisce dati non ottenibili con metodi di superficie, soprattutto per sistemi carsici con condotti ben sviluppati.[11][9][2]

L’integrazione di telerilevamento (GRACE, MODIS, Sentinel) con dati in situ è identificata come la frontiera principale, sebbene i prodotti satellitari attuali soffrano di risoluzione spaziale insufficiente per bacini di piccole dimensioni come l’Ussita (44 km²).[1]


7. Domande di studio e verifica

Le seguenti domande sono utili per verificare la comprensione del contenuto dello studio.

Comprensione dei metodi:

  1. Perché il filtro digitale di Lyne e Hollick è preferito per la separazione del baseflow in sistemi carsici? Qual è il significato del parametro k?
  2. Che cosa misura il lc-excess e perché i valori positivi nelle acque dell’Ussita indicano ricarica rapida?
  3. Quale principio fisico permette a un drone termico di individuare le zone di apporto di acque sotterranee in un torrente?
  4. Come è stata stimata la Snow Water Equivalent (SWE) a scala di bacino in assenza di stazioni nivometriche affidabili?
  5. Perché il rapporto Q/WS > 1 implica che il bacino sia un “importatore” di acque sotterranee?

Comprensione dei risultati:

  1. In quale tratto del torrente Ussita si concentrano i principali apporti di acque sotterranee e da quale acquifero provengono?
  2. Che cosa rivela il valore di CIRE (quota di ricarica isotopica) compreso tra 1.855 e 2.193 m s.l.m. riguardo alla provenienza delle acque?
  3. Come si spiega l’arricchimento in solfati nelle acque della parte inferiore del bacino?
  4. Cosa implica per la disponibilità idrica futura il fatto che lo snowmelt contribuisca per il 18% alla ricarica dell’acquifero?
  5. Come il terremoto del 2016 ha influenzato il sistema idrogeologico dell’Ussita e come questa perturbazione è stata gestita nell’analisi?

Comprensione delle implicazioni:

  1. Perché la conoscenza precisa del baseflow è importante per la definizione dei flussi ecologici?
  2. In quale modo l’approccio integrato sviluppato per l’Ussita può essere trasferito ad altri bacini montani con scarsa strumentazione?

Glossario dei termini chiave

TermineDefinizione
Baseflow (BF)Componente del deflusso fluviale derivante dagli apporti lenti e continui delle acque sotterranee
BFI (Base Flow Index)Rapporto tra baseflow medio annuo e portata media annua totale
CIREQuota di Ricarica Isotopica: altitudine media stimata dell’area di ricarica tramite il gradiente altitudinale del ?¹?O
GW-SWGroundwater – Surface Water: interazione tra acque sotterranee e superficiali
lc-excessEccesso lineare condizionato: deviazione dalla Retta Meteoric Locale; positivo = assenza di evaporazione
LMWLLocal Meteoric Water Line: retta di regressione ?D–?¹?O per le precipitazioni locali
Master Recession CurveCurva di recessione media che descrive il decadimento esponenziale della portata durante la stagione secca
SWESnow Water Equivalent: equivalente in acqua dello strato di neve, misura la quantità d’acqua contenuta nella neve
IT-SNOWDataset di ranalisi nivologica per l’Italia (2010–2021), ~500 m di risoluzione
Snowmelt (P_snow)Contributo idrico derivante dallo scioglimento della neve
MFCMarne a Fucoidi: formazione impermeabile che funge da limite idrogeologico nel bacino dell’Ussita
BLCBasal Limestones Complex: Calcare Massiccio + Corniola; acquifero principale ad alta permeabilità
MACMaiolica Complex: secondo acquifero importante del bacino

Fonti e riferimenti

L'articolo Neve, rocce fratturate e droni: così si studia l’acqua nascosta dell’Appennino proviene da Scintilena.

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Acquedotto romano di Albintimilium: speleologi e archeologi lo riscoprono nel XXI secolo

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Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure


Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento

Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri.

Il tema scelto per questo appuntamento è tra i più articolati dell’intero programma: “L’acquedotto di Albintimilium. Dalla prima descrizione alle riscoperte del XXI secolo”.[1][2]

Il ciclo, avviato nel novembre 2025 e accolto con ampia partecipazione di pubblico, intende guidare i presenti alla scoperta di itinerari meno noti del Ponente ligure estremo.

L’idea del ciclo era nata inizialmente per approfondire un singolo sito, la Tana Bertrand di Badalucco, ma si è poi espansa fino ad abbracciare un ampio ventaglio di cavità naturali e artificiali, tra cui la diga di Glori e proprio l’acquedotto romano di Albintimilium.[2][3]


Albintimilium e il suo acquedotto: archeologia e ingegneria idrica romana nel Ponente ligure

Albintimilium è il sito archeologico di epoca romana che sorge a Nervia, frazione di Ventimiglia, ed era la capitale del popolo degli Intemelii.

La città raggiunse una notevole espansione in età imperiale: dopo essere stata devastata nel 68 d.C. dalle truppe di Otone, fu ricostruita dall’imperatore Vespasiano, che la dotò di un vasto edificio termale.

In coincidenza con i restauri della via consolare, nei secoli II e III d.C., avvenne anche il raddoppio dell’acquedotto, a testimonianza della prosperità raggiunta dalla città.[4][5]

Le terme di Albintimilium furono costruite nella seconda metà del I secolo d.C. e raggiunsero il loro apice tra il II e il III secolo, per poi essere progressivamente abbandonate a partire dal V secolo.

L’approvvigionamento idrico di questo imponente complesso era garantito dall’acquedotto, che attingeva le acque del torrente Seborrino, affluente del Nervia. Il sistema prevedeva anche una galleria di captazione: un tunnel lungo circa 40 metri con copertura a volta in calcestruzzo e pareti scavate nella roccia, ancora parzialmente rintracciabile nei pressi di Camporosso.[6][7][8][9]


Da Barocelli alle riscoperte del XXI secolo: la storia delle indagini sull’acquedotto romano

L’acquedotto di Albintimilium è noto agli studiosi già dalla prima metà del Novecento. Pietro Barocelli fu tra i primi a condurre scavi sistematici sull’area di Albintimilium, tra il 1914 e il 1918, rinvenendo importanti strutture della città romana, dalle mura al teatro, dalle insulae alle tombe. I ricercatori Rossi e Barocelli avevano già ipotizzato che il Rio Seborrino costituisse la sorgente principale degli acquedotti di Ventimiglia romana.[4][6][10]

Le indagini recenti hanno permesso di identificare nuovi resti. Nel 2013 furono rintracciate nuove tracce dell’acquedotto. Studi successivi hanno localizzato in modo più preciso il primo tratto dell’acquedotto romano, nei pressi delle sorgenti del torrente Seborrino nel comune di Camporosso. Le tracce sopravvissute sono però frammentarie: spesso nascoste dalla vegetazione, alterate da fenomeni franosi, o demolite nel corso dei secoli dai ripascimenti agricoli che hanno interessato le aree lungo il tracciato.[6][11][12]


I tre relatori: archeologia, musei e speleologia a confronto per l’acquedotto di Albintimilium

L’incontro vedrà la partecipazione congiunta di tre specialisti. Stefano Costa, archeologo e funzionario della Soprintendenza per la Liguria, è esperto del periodo tardo antico e ha condotto diversi sopralluoghi mirati all’identificazione dei resti dell’acquedotto. Il suo contributo inquadra la struttura nel contesto dell’archeologia ligure, fornendo un confronto puntuale con la documentazione d’archivio.

Giulio Montinari, archeologo in servizio presso la Direzione Regionale Musei Liguria, ha sviluppato ricerche che spaziano dall’età dei metalli al periodo romano, con particolare attenzione ai percorsi di crinale che collegavano Liguria e Piemonte.

Alessandro Pastorelli, attivo nella speleologia dal 1992, è coordinatore dello Speleo Club CAI Sanremo — un gruppo che collabora da anni con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri nelle attività di esplorazione e documentazione del territorio — ed è referente del Catasto Speleologico Ligure per la provincia di Imperia.[2][13]


Ricostruire il tracciato e la portata idrica dell’acquedotto romano di Albintimilium

L’obiettivo dell’incontro va oltre la semplice narrazione storica. Attraverso immagini, dati di campo e ricostruzioni grafiche, i relatori propongono di ricostruire non solo il tracciato dell’acquedotto ma anche la sua portata idrica originaria, offrendo così un quadro concreto sulla vita quotidiana degli antichi Intemelii. Si tratta di un approccio multidisciplinare che unisce l’indagine speleologica — con l’esplorazione diretta delle gallerie di captazione lungo il Rio Seborrino — alla lettura stratigrafica dei depositi calcarei lasciati dallo scorrere delle acque nel tempo.[6][8]

Il sito di Albintimilium è stato oggetto nel 2020 di una visita guidata promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali, che aveva portato un pubblico di appassionati a percorrere il tracciato dell’acquedotto fino alle terme occidentali, dove una conduttura ancora visibile attraversa il complesso termale. L’incontro del 29 aprile riprende e approfondisce quel percorso con le acquisizioni più recenti della ricerca.[14]


Il programma prosegue: le prossime tappe del viaggio sotterraneo nel Ponente ligure

Il ciclo “Viaggio al centro della terra” non si esaurisce con questo appuntamento. I prossimi incontri previsti nel programma dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri porteranno il pubblico a esplorare altri siti del Ponente, tra cui le grotte dei Balzi Rossi, uno dei siti preistorici più noti del Mediterraneo nord-occidentale. Ogni conferenza si tiene al Museo Civico di Sanremo, con ingresso aperto a tutti e avvio alle ore 16.[2]

L’iniziativa si inserisce in un solco culturale consolidato: la sezione sanremese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri organizza da anni attività che intrecciano storia locale, preistoria e archeologia, avvalendosi della collaborazione dei gruppi speleologici del CAI. Il ciclo in corso conferma questa impostazione, allargando lo sguardo dalle cavità naturali alle opere sotterranee di costruzione umana, come appunto l’acquedotto romano di Albintimilium.[1][2]

Fonti
[1] Sanremo, al Museo Civico al via il ciclo dell’IISL sulle grotte della … https://www.rivieratime.news/sanremo-al-museo-civico-al-via-il-ciclo-delliisl-sulle-grotte-della-valle-argentina/
[2] Il Museo Civico di Sanremo presenta: “Viaggio al centro della Terra” https://www.rivieratime.news/museo-civico-sanremo-viaggio-centro-terra/
[3] Sanremo, viaggio nella storia sotterranea: incontro sull’acquedotto … https://www.sanremonews.it/2026/04/28/leggi-notizia/argomenti/sanremo-ospedaletti/articolo/sanremo-viaggio-nella-storia-sotterranea-incontro-sullacquedotto-romano-di-albintimilium-al-mus.html
[4] Albintimilium – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Albintimilium
[5] Area archeologica di Albintimilium e Antiquarium http://musei.beniculturali.it/musei?mid=5026&nome=area-archeologica-di-albintimilium-e-antiquarium
[6] Oltre Collasgarba… sino al Rio Seborrino e agli Acquedotti di … https://liguriaponente.wordpress.com/2016/06/10/oltre-collasgarba-sino-al-rio-seborrino-e-agli-acquedotti-di-ventimiglia-romana/
[7] Viaggio nelle antiche Terme romane di Ventimiglia – Riviera Time https://www.rivieratime.news/viaggio-nelle-antiche-terme-romane-di-ventimiglia/
[8] Acquedotti romani a Ventimiglia – Cultura-Barocca http://www.cultura-barocca.com/imperia/SEBO.HTM
[9] Area archeologica di Nervia – Ventimiglia https://ventimiglia.it/esplora/storia-e-cultura/siti-storici-e-giardini/area-archeologica-di-nervia/
[10] Ricordando l’Archeologo Pietro Barocelli: Un Convegno a Genova … https://www.scintilena.com/ricordando-larcheologo-pietro-barocelli-un-convegno-a-genova-in-celebrazione-del-centenario-di-albintimilium/12/01/
[11] [PDF] la città romana ed altomedievale di albintimilium – Universität zu Köln https://kups.ub.uni-koeln.de/74326/1/A_Paonessa-Albintimilium-Archive.pdf
[12] Nuove tracce dell’acquedotto romano di Albintimilium. – ArcheoNervia http://archeonervia.blogspot.com/2013/10/nuove-tracce-dellacquedotto-romano-di.html
[13] Corso di tecniche di attrezzamento in forra e grotta – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-tecniche-di-attrezzamento-in-forra-e-grotta/10/08/
[14] Alla scoperta dell’acquedotto di Albintimilium https://nervia.cultura.gov.it/evento/alla-scoperta-dellacquedotto-di-albintimilium/
[15] Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable (1).pdf https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/aac47009-36b6-414c-a17d-a894fd324d3c/Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable-1.pdf
[16] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[17] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[18] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
[19] a Civitavecchia la conferenza di Mario Mazzoli sulla speleologia … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-nelle-grotte-sommerse-a-civitavecchia-la-conferenza-di-mario-mazzoli-sulla-speleologia-subacquea/02/26/
[20] L’ACQUEDOTTO DEL SERINO COMPIE DUEMILA ANNI! https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-compie-duemila-anni/12/15/
[21] Il 75° Corso di Introduzione alla Speleologia del Gruppo Grotte Milano https://www.scintilena.com/il-75-corso-di-introduzione-alla-speleologia-del-gruppo-grotte-milano-una-tradizione-plurisecolare-di-esplorazione-e-formazione/01/27/
[22] L’acquedotto del Serino: Un Pilastro dell’Ingegneria … https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-un-pilastro-dellingegneria-augustea/02/08/
[23] Scoperta Archeologica dalla Leggenda alla Realtà https://www.scintilena.com/scoperta-archeologica-dalla-leggenda-alla-realta-lacquedotto-dei-casoni-riportato-alla-luce/02/04/
[24] Elenco dei raduni di speleologia per anno – Scintilena https://www.scintilena.com/elenco-dei-raduni-di-speleologia-per-anno/06/30/
[25] Acquae Imperatorum: dieci anni di esplorazioni speleosubacquee … https://www.scintilena.com/acquae-imperatorum-dieci-anni-di-esplorazioni-speleosubacquee-svelano-il-sistema-idrico-nascosto-di-roma/03/02/
[26] Raduno Regionale di Speleologia 2026 a Malonno – Scintilena https://www.scintilena.com/raduno-regionale-di-speleologia-2026-a-malonno-la-federazione-speleologica-lombarda-si-ritrova-in-valle-camonica/03/11/
[27] Individuati i resti di un acquedotto romano a Salisano – Scintilena https://www.scintilena.com/individuati-i-resti-di-un-acquedotto-romano-a-salisano/08/03/
[28] Programma corsi CAI 2016 https://www.scintilena.com/programma-corsi-cai-2016/12/26/
[29] Scoperto l’acquedotto dell’antico centro romano di Forum … https://www.scintilena.com/scoperto-lacquedotto-dellantico-centro-romano-di-forum-novum/10/24/
[30] Grande Successo per il Raduno Internazionale di Speleologia Siphonia 2024 – Scintilena https://www.scintilena.com/grande-successo-per-il-raduno-internazionale-di-speleologia-siphonia-2024/11/04/
[31] Aqua Alsietina: nuove scoperte speleologiche. – Scintilena https://www.scintilena.com/aqua-alsietina-nuove-scoperte-speleologiche/11/17/
[32] Palaeomagnetic results from an archaeological site near Rome (Italy): new insights for tectonic rotation during the last 0.5 Myr https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/download/3366/3412
[33] La Carta idrografica d’Italia come fonte per la storia degli opifici idraulici alla fine dell’Ottocento. Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924
[34] Anforette a fondo piatto con anse rimontanti da Altino: una possibile produzione locale? https://edizionicafoscari.unive.it/libri/978-88-6969-390-8/anforette-a-fondo-piatto-con-anse-rimontanti-da-al/
[35] Aqua Traiana, a Roman Infrastructure Embedded in the Present: The Mineralogical Perspective https://www.mdpi.com/2075-163X/11/7/703/pdf
[36] Acquedotti, Romani, Albintimilium, Rio, Seborrino, Galleria … http://www.cultura-barocca.com/ABCZETA/CASTELUM2.HTM
[37] Corso di Speleologia a Sanremo – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-speleologia-a-sanremo-2/03/01/
[38] Speleo Club CAI Sanremo | Facebook https://www.facebook.com/groups/161620974007387/

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Isotopi come Bussola per le Acque Sotterranee dell’Appennino Centrale

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Uno studio sugli acquiferi di Genzana–Greco, Morrone e Marsicano mostra come la firma chimica dell’acqua riveli percorsi, tempi di circolazione e zone di ricarica dei sistemi carsici abruzzesi


Tracciare l’Acqua Invisibile con i Segni che Porta con Sé

Dove nasce l’acqua che emerge da una sorgente appenninica? Da quale quota si è infiltrata? Quanto tempo ha impiegato a percorrere il sottosuolo prima di affiorare? Queste domande, centrali per la gestione delle risorse idriche, trovano risposta in un nuovo studio pubblicato ad aprile 2026 sulla rivista scientifica Hydrology (MDPI).mdpi

I ricercatori Alessia Di Giovanni e Sergio Rusi hanno analizzato tre sistemi acquiferi carbonatici dell’Abruzzo — Monti Genzana–Greco, Monte Morrone e Monti Marsicano — combinando la lettura degli isotopi naturali dell’acqua con misure idrologiche dirette sul campo. Il titolo dello studio è The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines.mdpi

L’idea di fondo è semplice nella logica, ma sofisticata nella pratica. L’acqua piovana che cade in quota porta con sé una “firma” chimica diversa da quella che cade in pianura. Le molecole d’acqua più leggere — quelle con ossigeno-16 e idrogeno ordinario — evaporano più facilmente e dunque raggiungono le quote alte, dove cadono come pioggia o neve. Le molecole con ossigeno-18 e deuterio (idrogeno pesante) precipitano prima, a quote più basse. Misurando queste proporzioni nell’acqua di una sorgente, i ricercatori risalgono alla quota media da cui si è ricaricato l’acquifero.mdpi+1


Tre Acquiferi Carbonatici sotto la Lente degli Isotopi

L’Appennino centrale abruzzese ospita alcuni degli acquiferi carbonatici più produttivi d’Italia. Le rocce calcaree mesozoiche, intensamente fratturate dalla tettonica e percorse da condotti carsici, accumulano grandi volumi d’acqua e li rilasciano attraverso sorgenti che alimentano fiumi, acquedotti e riserve idriche regionali. Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale.scintilena+2

Nel caso dei Monti Genzana–Greco, lo studio ha messo a confronto due sorgenti: l’Acquachiara e la Germina, quest’ultima non documentata in letteratura precedente. L’analisi isotopica ha stabilito che la sorgente Acquachiara si ricarica dalle aree carbonatiche di alta quota del massiccio, escludendo contributi dai depositi alluvionali della piana sottostante. La sorgente Germina, invece, condivide la stessa area di ricarica della sorgente Capolaia, rivelando una connessione idraulica sotterranea tra le due emergenze.mdpi

Per il Monte Morrone, la ricerca ha quantificato gli scambi tra l’acquifero carbonatico e il fiume Pescara nelle Gole di Popoli. I dati isotopici confermano che la ricarica avviene nel settore centro-meridionale del massiccio, a quote medie ed elevate, e che la sorgente Giardino rappresenta il punto di scarico basale principale. I guadagni di portata del Pescara lungo le Gole sono un’emergenza diretta dell’acquifero, non un contributo superficiale.mdpi

Il terzo caso riguarda i Monti Marsicano e la presenza del Lago di Scanno, un grande lago di sbarramento immerso nei carbonati. Lo studio ha chiarito il ruolo del lago nell’equilibrio idrico locale, distinguendo le acque lacustri — che subiscono evaporazione e si arricchiscono in isotopi pesanti — dalle acque di infiltrazione diretta delle precipitazioni.mdpi


Ossigeno-18, Deuterio, Trizio: Cosa Racconta Ogni Isotopo

Gli isotopi stabili dell’acqua (ossigeno-18 e deuterio) indicano dove si è ricaricato l’acquifero, sfruttando il gradiente altimetrico delle precipitazioni. Negli Appennini, il valore di ?¹?O diminuisce di circa 0.15–0.25 per mille ogni 100 metri di quota guadagnati. Conoscere la firma isotopica di una sorgente equivale dunque a leggere la quota da cui proviene la sua acqua.downloads.hindawi

Il trizio (³H) è invece un isotopo radioattivo dell’idrogeno, con un’emivita di circa 12,3 anni. Entra nel ciclo idrologico attraverso le precipitazioni e decade nel tempo. La sua concentrazione nell’acqua di una sorgente permette di stimare il tempo medio di transito — cioè quanto a lungo l’acqua è rimasta nel sottosuolo prima di emergere. Acque con trizio elevato sono giovani, di ricarica recente. Acque con trizio basso o assente indicano circuiti lunghi, di decenni o più.scintilena

Combinando i due strumenti con le misure di portata, i ricercatori ottengono un quadro completo: sapere dove si ricarica l’acqua, da quanto tempo circola e quanto contribuisce al bilancio idrico di ciascuna sorgente.mdpi


Bacino Superficiale e Bacino Sotterraneo Non Coincidono Mai

Uno dei messaggi più rilevanti dello studio riguarda la frequente divergenza tra il bacino idrografico superficiale — quello che si delimita su una carta topografica seguendo i crinali — e il bacino di alimentazione sotterraneo reale. Nei sistemi carbonatici fratturati, l’acqua può percorrere percorsi sotterranei che attraversano discontinuità tettoniche, passando sotto crinali apparenti e riemergendo in vallate adiacenti.scintilena+1

Questa divergenza ha implicazioni concrete per la gestione delle risorse idriche. Delimitare correttamente le zone di protezione di una sorgente richiede di conoscere il bacino idrogeologico reale, non quello morfologico. Le normative europee in materia — Direttiva 2000/60/CE e Direttiva 2006/118/CE — impongono la definizione di zone di protezione attorno alle sorgenti captate, ma la loro efficacia dipende dalla qualità delle informazioni disponibili sulla circolazione sotterranea.vulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena


Un Metodo Non Invasivo per Sistemi Difficili da Monitorare

I sistemi carsici dell’Appennino sono notoriamente difficili da investigare con metodi tradizionali. Le prove di pompaggio incontrano la variabilità locale della permeabilità. I traccianti artificiali richiedono autorizzazioni, attrezzature e tempi lunghi. Le sorgenti stesse presentano regimi di portata molto irregolari, con variazioni di ordini di grandezza tra magra e piena.scintilena

Gli isotopi naturali rappresentano uno strumento non invasivo e relativamente accessibile. Non richiedono l’immissione di sostanze esterne nel sistema, sono già presenti nell’acqua e registrano la storia idrologica della molecola d’acqua stessa. La metodologia adottata da Di Giovanni e Rusi è replicabile su altri acquiferi carbonatici dell’Appennino e delle catene montuose italiane, contribuendo a costruire una base conoscitiva più solida per la gestione delle risorse idriche in aree dove l’acqua sotterranea è una risorsa strategica.mdpi


Cambiamento Climatico e Ricarica degli Acquiferi

L’interesse per questi studi cresce in un contesto segnato dal cambiamento climatico. La riduzione del manto nevoso sulle quote appenninine e la variazione del regime pluviometrico incidono direttamente sulle modalità e sull’entità della ricarica degli acquiferi carbonatici. Le nevicate tardive e la loro fusione lenta in primavera rappresentano tradizionalmente un momento chiave per la ricarica degli acquiferi di alta quota.scintilena

Disporre di dati isotopici aggiornati su dove e quando avviene la ricarica permette di costruire modelli predittivi più accurati sull’evoluzione futura della disponibilità idrica. Per le sorgenti che alimentano gli acquedotti di centri abitati, conoscere i tempi di transito e la vulnerabilità del bacino di ricarica è una premessa indispensabile per decisioni gestionali tempestive.


Riferimento bibliografico
Di Giovanni, A.; Rusi, S. The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines. Hydrology 2026, 13, 109. https://doi.org/10.3390/hydrology13040109


Lo studio di Di Giovanni & Rusi (2026).

Lo studio originale analizza tre acquiferi carbonatici abruzzesi utilizzando isotopi naturali (¹?O, deuterio, trizio) integrati con misure idrologiche. I principali risultati per ciascun caso:

  • Monti Genzana–Greco: gli isotopi stabili rivelano che la sorgente Acquachiara si ricarica dalle aree carbonatiche d’alta quota (escludendo i depositi alluvionali locali), mentre la sorgente Germina e la sorgente Capolaia condividono un settore di ricarica comune.
  • Monte Morrone: la firma isotopica e il trizio confermano la ricarica nel settore centro-meridionale del massiccio e quantificano i guadagni sotterranei del fiume Pescara nelle Gole di Popoli, identificando la sorgente Giardino come punto di scarico basale principale.
  • Monti Marsicano: viene chiarito il ruolo idrologico del Lago di Scanno nell’equilibrio idrico dell’acquifero.

Cosa rende prezioso l’approccio isotopico: gli isotopi stabili (?¹?O, ?D) tracciano la quota di ricarica sfruttando l’effetto altimetrico delle precipitazioni, il trizio stima il tempo di circolazione sotterranea, mentre le misure di portata quantificano i flussi. Questa combinazione risolve ambiguità che nessun singolo metodo può sciogliere, compresi i frequenti casi in cui il bacino idrogeologico sotterraneo non coincide con quello superficiale.

Come si Muove l’Acqua negli Acquiferi Carbonatici dell’Appennino Centrale

Studio approfondito basato su Di Giovanni, A.; Rusi, S. — Hydrology 2026, 13, 109


Sintesi

Un nuovo studio scientifico pubblicato sulla rivista Hydrology (MDPI) ad aprile 2026 affronta con rigore metodologico una delle domande fondamentali dell’idrogeologia appenninica: dove si ricaricano gli acquiferi carbonatici dell’Appennino centrale, quanto tempo ci impiega l’acqua a percorrere il sottosuolo e come raggiunge infine le sorgenti? I ricercatori Alessia Di Giovanni e Sergio Rusi combinano analisi degli isotopi naturali dell’acqua (ossigeno-18, deuterio, trizio) con misure idrologiche di campo su tre sistemi acquiferi dell’Abruzzo: i Monti Genzana–Greco, il Monte Morrone e i Monti Marsicano. I risultati, caso per caso, ridisegnano la comprensione di questi sistemi idrici regionali e offrono uno schema interpretativo esportabile ad altri contesti carbonatici complessi.[1]


Il Contesto: Gli Acquiferi Carbonatici dell’Appennino Centrale

Struttura geologica e idrostrutturale

L’Appennino centrale, e in particolare la regione abruzzese, è caratterizzato da imponenti massicci carbonatici mesozoici — calcari e dolomie del Cretacico e del Giurassico — organizzati in falde di sovrascorrimento. Questi rilievi costituiscono i principali acquiferi dell’Italia centrale, la cui permeabilità è di natura secondaria: deriva cioè non dalla porosità della roccia, bensì dalla fitta rete di fratture tettoniche e dai condotti di dissoluzione carsica sviluppatisi nel corso di milioni di anni.[2][3][4]

La struttura tipica di un acquifero carbonatico appenninico prevede una zona insatura (o vadosa) superiore, dove l’acqua percorre vie prevalentemente verticali attraverso fratture e condotti parzialmente riempiti d’aria, e una zona satura inferiore, dove tutti i vuoti sono pieni d’acqua e la circolazione è principalmente orizzontale verso i punti di emergenza. In Abruzzo le aree carsiche occupano oltre il 35% del territorio regionale e i grandi massicci carbonatici — Gran Sasso, Maiella, Morrone, Velino-Sirente, Marsicano, Monte Greco — alimentano alcune delle sorgenti più importanti d’Italia.[5][6][2]

Importanza idrica regionale e nazionale

Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale. Il patrimonio idrico carsico italiano è stimato intorno a 410 milioni di metri cubi all’anno. In Abruzzo, lungo i margini basali dei massicci carbonatici, emergono numerose sorgenti molto produttive: le Sorgenti del Pescara ai piedi del Monte Morrone, le Sorgenti del Verde a Fara San Martino sul versante orientale della Maiella, le Sorgenti del Tirino alimentate dal Gran Sasso. La corretta identificazione delle zone di ricarica, dei percorsi sotterranei e dei tempi di circolazione è quindi essenziale non solo per la ricerca scientifica, ma per la gestione sostenibile di risorse idriche strategiche.[7][8][6][2]


Metodologia: Isotopi Naturali come Traccianti dell’Acqua

Il principio degli isotopi stabili (?¹?O e ?D)

L’acqua è composta da molecole che possono contenere isotopi pesanti o leggeri dell’ossigeno e dell’idrogeno. Le molecole leggere (con ossigeno-16 e idrogeno ordinario) evaporano più facilmente, mentre le molecole pesanti (con ossigeno-18 e deuterio, ²H) tendono a precipitare prima. Questo comportamento genera un effetto altimetrico sistematico: le precipitazioni che cadono ad alta quota, dove le nuvole si sono già impoverite di isotopi pesanti, hanno composizioni isotopiche più impoverite (valori di ?¹?O e ?D più negativi) rispetto a quelle di pianura. Ogni sorgente, quindi, porta la “firma” isotopica dell’altitudine media della propria zona di ricarica.[9][10]

Misurando la composizione isotopica dell’acqua alle sorgenti e conoscendo il gradiente altimetrico locale (tipicamente tra –0.15 e –0.25 ‰ per 100 m per il ?¹?O negli Appennini), è possibile risalire alla quota media di ricarica dell’acquifero. Questo approccio, consolidato nella letteratura internazionale, diventa particolarmente potente quando la firma isotopica delle acque sotterranee è confrontata con quella delle precipitazioni locali e delle acque superficiali.[11][10][12]

Il trizio (³H) come indicatore del tempo di circolazione

Il trizio è un isotopo radioattivo dell’idrogeno (³H, emivita ? 12,3 anni) prodotto naturalmente in atmosfera e immesso nelle precipitazioni. La sua concentrazione nelle acque sotterranee diminuisce in funzione del tempo trascorso dall’infiltrazione: acque giovani, che si sono ricaricate pochi anni fa, mostrano concentrazioni di trizio relativamente elevate, mentre acque più “vecchie” presentano concentrazioni decrescenti. L’analisi del trizio permette quindi di stimare il tempo medio di residenza o tempo di transito medio dell’acqua nell’acquifero — un’informazione critica per valutare la vulnerabilità alle contaminazioni e la capacità di rinnovamento della risorsa idrica.[13]

L’approccio integrato dello studio

La forza dello studio di Di Giovanni e Rusi risiede nell’integrazione tra dati isotopici e misure idrologiche dirette sul campo. I soli isotopi stabili indicano dove si ricarica l’acqua, il trizio indica da quanto tempo è in circolazione, mentre le misure di portata delle sorgenti e dei fiumi quantificano quanto contribuisce ciascuna componente al bilancio idrico complessivo. Questo approccio multiparametrico risolve ambiguità che i singoli metodi, presi separatamente, non potrebbero chiarire.[1]


I Tre Casi di Studio

1. Acquifero dei Monti Genzana–Greco: Attribuire le Sorgenti

L’acquifero dei Monti Genzana–Greco, nella parte meridionale dell’Abruzzo, è stato esaminato per chiarire le fonti di alimentazione di due sorgenti: la sorgente Acquachiara e la sorgente Germina, quest’ultima non precedentemente documentata in letteratura.[1]

La domanda centrale dello studio in questo caso era se la ricarica di queste sorgenti avvenga a livello locale — ad esempio da depositi alluvionali di bassa quota nelle piane intermontane adiacenti — oppure dal massiccio carbonatico vero e proprio, a quote più elevate. L’analisi isotopica ha fornito una risposta articolata:

  • La sorgente Germina, insieme alla già nota sorgente Capolaia, mostra una composizione isotopica coerente con un settore di ricarica comune, situato a quota intermedia sul massiccio. Questo implica una connessione idraulica tra le due sorgenti attraverso il sistema fratturato dei carbonati.[1]
  • La sorgente Acquachiara presenta invece una firma isotopica significativamente più impoverita, corrispondente a quote di ricarica più elevate — le parti centrali e alte del massiccio carbonatico — escludendo contributi significativi dai depositi alluvionali di bassa quota.[1]

Questo risultato ha implicazioni pratiche dirette: la protezione della sorgente Acquachiara deve estendersi alle aree di ricarica d’alta quota, non liminarsi alla piana circostante.

2. Acquifero del Monte Morrone: Quantificare le Perdite nel Pescara

Il Monte Morrone, che si eleva fino a oltre 2.000 m s.l.m. a est di Sulmona, è uno dei massicci carbonatici più studiati dell’Appennino centrale. Le Sorgenti del Pescara a Popoli rappresentano uno dei punti di emergenza principali di questo acquifero, ma la quantificazione dei contributi sotterranei al fiume Pescara lungo le Gole di Popoli era rimasta incerta.[2][1]

Lo studio ha affrontato due questioni:

  1. Quantificare i guadagni di portata del fiume Pescara lungo le Gole di Popoli, dove il fiume scorre a diretto contatto con i carbonati del Morrone.
  2. Confrontare la composizione isotopica delle sorgenti distribuite lungo il massiccio con quella della sorgente basale principale — la sorgente Giardino — per delimitare il bacino di alimentazione sotterraneo.

I risultati isotopici (isotopi stabili e trizio) confermano che la ricarica dell’acquifero avviene prevalentemente nel settore centro-meridionale del massiccio, a quote medio-alte. La firma isotopica della sorgente Giardino e delle sorgenti minori è compatibile con quote di ricarica elevate, escludendo apporti significativi dalle acque superficiali del Pescara. I guadagni di portata lungo le Gole di Popoli risultano essere un punto di emergenza primario dell’acquifero, confermando che la comunicazione tra il carbonato e il fiume è diretta e quantitativamente rilevante.[1]

3. Acquifero dei Monti Marsicano: Il Ruolo del Lago di Scanno

Il terzo caso di studio affronta un tema di particolare complessità per la presenza del Lago di Scanno, un grande lago di sbarramento localizzato nel cuore dei Monti Marsicano, in una delle zone paesaggisticamente più suggestive dell’Abruzzo interno. La domanda scientifica era: in che modo il lago interagisce con l’acquifero carbonatico circostante? Il lago perde acqua verso il sottosuolo, oppure riceve apporti dall’acquifero? E qual è la composizione isotopica delle acque sotterranee circostanti rispetto a quelle lacustri?[1]

L’analisi isotopica degli isotopi stabili permette di distinguere le acque lacustri — che subiscono evaporazione e si arricchiscono in isotopi pesanti — dalle acque di infiltrazione diretta delle precipitazioni, che non subiscono tale arricchimento. Il trizio consente di confrontare la “giovinezza” delle diverse componenti idriche. I risultati dello studio chiariscono il ruolo idrologico del lago nell’equilibrio idrico locale e nella circolazione sotterranea dei Marsicano, un’informazione fondamentale per la gestione di un ecosistema lacustre e acquifero strettamente interconnessi.[1]


Il Significato degli Isotopi: Approfondimento Metodologico

Diagramma ?¹?O–?D e retta meteorica mondiale

Le analisi isotopiche degli acquiferi vengono tradizionalmente rappresentate su un diagramma in cui sull’asse x si riporta il ?¹?O e sull’asse y il ?D (?deuterio). Le acque meteoriche globali si distribuiscono lungo la cosiddetta Retta Meteorica Mondiale (GMWL: ?D = 8 × ?¹?O + 10), definita da Craig nel 1961. Le acque sotterranee degli acquiferi carbonatici ben ricaricati da precipitazioni si dispongono generalmente lungo questa retta o vicino ad essa, a meno che non subiscano processi di evaporazione, miscelazione con acque di diversa origine o interazione con rocce evaporitiche.[14][12]

Scostamenti dalla retta meteorica indicano:

  • Arricchimento isotopico (valori di ?¹?O e ?D più positivi del previsto): indice di evaporazione superficiale delle acque prima o durante l’infiltrazione.
  • Impoverimento anomalo: potrebbe indicare contributi di acque di quota molto elevata o di acque di fusione nivale.
  • Allineamento su rette di miscelazione: segnala la mescolanza tra acque di due o più componenti con firme isotopiche diverse.

La “quota di ricarica” come strumento diagnostico

Il gradiente isotopico altitudinale nelle precipitazioni appennine è tipicamente compreso tra –0.15 e –0.25 ‰ per 100 m di quota per il ?¹?O. Misurando la composizione isotopica di una sorgente e conoscendo il gradiente locale ricavato da stazioni pluviometriche campionate a diverse quote, si può stimare la quota media di ricarica secondo la formula:[10]

[ h_{\text{ricarica}} = h_{\text{rif}} + \frac{\delta^{18}O_{\text{sorgente}} – \delta^{18}O_{\text{rif}}}{\nabla_{\delta^{18}O}} ]

dove ( \nabla_{\delta^{18}O} ) è il gradiente altitudinale locale (‰/100 m) e ( h_{\text{rif}} ) è la quota di riferimento. Questa stima fornisce la quota media ponderata della zona di ricarica, che può differire significativamente dal bacino imbrifero superficiale.

Trizio e modelli di transito

Il trizio entra nel ciclo idrologico attraverso le precipitazioni. La concentrazione tritio in un’acqua sotterranea può essere modellata attraverso diversi modelli di flusso:[13]

  • Modello a pistoni (piston flow): tutta l’acqua ha lo stesso tempo di transito. Applicabile a sistemi semplici e acquiferi a flusso laminare.
  • Modello a miscelazione (exponential mixing): il sistema è un serbatoio ben miscelato. Comune negli acquiferi carsici fratturati con ampie zone sature.
  • Modelli ibridi: combinano le due componenti e sono spesso i più realistici per gli acquiferi carbonatici complessi, dove coesistono una componente rapida (nei condotti) e una lenta (nella matrice fessurata).

La concentrazione attuale di trizio nelle precipitazioni italiane è vicina ai valori pre-atomici (1–3 UT), dopo il picco degli anni ’60 causato dai test nucleari atmosferici. Le acque con trizio molto basso o assente possono essere “vecchie” (> 50 anni di transito), mentre acque con trizio moderato indicano tempi medi di qualche decennio.[13]


Perché i Carbonati Appenninici sono Sistemi Così Complessi

Dualità della permeabilità

Gli acquiferi carbonatici dell’Appennino centrale presentano una duplicità strutturale che li rende particolarmente difficili da modellare. Da un lato, la matrice rocciosa è sostanzialmente impermeabile, ma la rete di fratture e i condotti di dissoluzione (spesso non esplorabili, ma idraulicamente significativi) creano percorsi preferenziali per il flusso rapido. Dall’altro lato, nelle zone meno fratturate, l’acqua si muove lentamente attraverso piccole discontinuità, formando una componente di flusso lento o “baseflow”. Questa duplicità si riflette nel comportamento delle sorgenti: alcune mostrano regime estremamente regolare durante tutto l’anno (sorgenti di base, baseflow springs), mentre altre rispondono rapidamente alle piogge con picchi di portata anche di ordini di grandezza superiori.[15][16][17][6]

Il ruolo della struttura tettonica

L’Appennino centrale è caratterizzato da una storia tettonica complessa: una catena a pieghe e sovrascorrimenti che oggi è interessata da un regime estensionale attivo con faglie normali quaternarie. Queste strutture non sono passate — condizionano attivamente la circolazione idrica sotterranea, creando zone preferenziali di flusso (in corrispondenza delle faglie permeabili) o barriere idrauliche (in corrispondenza di faglie chiuse da materiale argillitico o di sovrascorrimenti su unità impermeabili). La comprensione della struttura tettonica è quindi imprescindibile per costruire un modello idrogeologico attendibile.[18][16]

Acquiferi confinati e sistemi di sovrascorrimento

Nei massicci appenninici, le unità carbonatiche più permeabili (Calcare Massiccio, Calcari e Marne a Fucoidi, Scaglia Rossa e Bianca) sono spesso intercalate a livelli a bassa permeabilità (marne, argille, evaporiti). Questa alternanza crea sistemi multistrato dove acquiferi a quote diverse possono essere idraulicamente separati o parzialmente collegati. La stessa sorgente può ricevere contributi da acquiferi a quote differenti, rendendo l’interpretazione della firma isotopica non banale.[16][17]


Ricadute Scientifiche e Applicative

Risoluzione dell’attribuzione delle sorgenti

Uno dei contributi più pratici dello studio è la capacità degli isotopi di risolvere ambiguità nell’attribuzione delle sorgenti al relativo bacino di alimentazione. Nei sistemi carsici, la mancata corrispondenza tra bacino imbrifero superficiale e bacino idrogeologico sotterraneo è la norma, non l’eccezione. Una sorgente può ricevere contributi da un massiccio visivamente lontano, attraverso percorsi sotterranei che attraversano discontinuità tettoniche. Gli isotopi, confrontando la firma delle sorgenti con quella delle precipitazioni a diverse quote, permettono di identificare queste connessioni nascoste senza ricorrere a traccianti artificiali o a prove di pompaggio invasive.[6][1]

Stima del bilancio idrico e dei tempi di rinnovamento

La combinazione di isotopi stabili, trizio e misure di portata permette di stimare:

  • La ripartizione tra componente di flusso rapido (circuito breve, pochi mesi-anni) e componente di flusso lento (circuito profondo, decenni).
  • Il tempo medio di transito delle acque sotterranee, parametro critico per valutare la resistenza dell’acquifero a variazioni climatiche o eventi di siccità prolungata.
  • L’entità degli scambi tra acque sotterranee e corsi d’acqua superficiali (fiumi, laghi), come nel caso delle Gole di Popoli per il Pescara.[1]

Questi dati sono fondamentali per una gestione adattativa delle risorse idriche in scenari di cambiamento climatico, dove la riduzione delle precipitazioni e l’aumento dell’evapotraspirazione possono ridurre significativamente la ricarica degli acquiferi.[19]

Definizione delle zone di protezione

La normativa europea sulla tutela delle acque sotterranee (Direttiva 2000/60/CE e Direttiva 2006/118/CE) richiede la definizione di zone di protezione (ZP0, ZP1, ZP2) attorno alle sorgenti captate per uso idropotabile. La corretta delimitazione di queste zone dipende dalla conoscenza del bacino di alimentazione sotterraneo, dei tempi di transito e dei percorsi dell’acqua. I risultati isotopici dello studio forniscono basi quantitative per stabilire tali zone, superando le stime puramente topografiche che spesso sottostimano l’ampiezza reale del bacino di ricarica sotterraneo.[5][6]


Confronto con Altri Sistemi Carbonatici Italiani

Lo studio si inserisce in un filone di ricerca idrogeologica attivo su vari massicci carbonatici italiani, con i quali è possibile tracciare utili paralleli:

Massiccio / AreaApproccio metodologicoCaratteristica principaleRiferimento
Gran Sasso (Abruzzo)Isotopi, pompaggi, tracciantiAcquifero più produttivo degli Appennini; ~1.000 km²[3][4]
Monte Morrone (Abruzzo)Isotopi, misure portataRicarica centro-meridionale; sorgenti Pescara[1]
Umbria-Marche AppenninoRecessione idrologica, serie storicheRegime stagionale regolare; flusso diffuso predominante[17]
Matese (Campania-Molise)GPS/InSAR, idrogeologiaDeformazione del suolo legata alle variazioni della falda[20]
Gargano (Puglia)Idrogeochimica, isotopiInterfaccia acqua dolce-acqua salata; intrusione marina[21]
Alpi PiemontesiMonitoraggio chimico-fisicoTre modelli distinti di circolazione carsica[15]

Questa prospettiva comparata evidenzia come ogni massiccio abbia caratteristiche idrogeologiche proprie, legate alla struttura tettonica, alla litologia, al clima locale e alla geometria del sistema. Non esiste un modello universale: gli isotopi offrono uno strumento adattabile a ciascun contesto.


Il Ciclo Idrologico negli Acquiferi Carbonatici: Schema Concettuale

La circolazione dell’acqua in un acquifero carbonatico appenninico segue idealmente il seguente schema:[6][5][2]

  1. Precipitazioni sulle zone di alta quota (1.200–2.200 m s.l.m.) come piogge autunnali-invernali e fusione della neve in primavera. Le precipitazioni si infiltrano attraverso doline, inghiottitoi, fratture e suoli poco sviluppati.
  2. Percorso nella zona insatura (vadosa): l’acqua scende verticalmente attraverso una rete di fratture, talvolta convogliandosi in condotti principali. I tempi di percorrenza variano da ore (condotti carsici principali) a mesi (fratture minori nella matrice).
  3. Accumulo nella zona satura: l’acqua raggiunge la falda e si muove orizzontalmente verso le zone di emergenza, seguendo il gradiente piezometrico. La zona satura può estendersi a grande profondità (centinaia di metri) nel cuore dei massicci.
  4. Emergenza alle sorgenti: l’acqua emerge alle quote di base, spesso in corrispondenza di discontinuità litologiche (contatto con unità impermeabili) o strutturali (faglie, contatti tettonici). Le portate variano stagionalmente e seguono le precipitazioni con un ritardo che dipende dalle caratteristiche dell’acquifero.
  5. Scambi con i corsi d’acqua: i fiumi che attraversano le zone di affioramento carbonatico (come il Pescara nelle Gole di Popoli) possono ricevere contributi sotterranei (fiumi gaining) o, più raramente, cedere acqua all’acquifero.

Gli isotopi naturali tracciano e quantificano ciascuno di questi passaggi, rivelando connessioni e trasferimenti che i soli metodi idrologici tradizionali non permetterebbero di identificare.


Domande di Ricerca Aperte

Nonostante i progressi dello studio, alcune questioni rimangono aperte e costituiscono sfide per la ricerca futura:

  • Variabilità stagionale delle firme isotopiche: le sorgenti campionate in poche occasioni potrebbero non catturare la variabilità stagionale, specialmente nei sistemi a doppia porosità dove la proporzione tra flusso rapido e lento varia nel tempo.
  • Effetti del cambiamento climatico sulla ricarica: la riduzione del manto nevoso in quota e le variazioni nel regime pluviometrico modificheranno le zone e le stagioni di ricarica privilegiata; i modelli isotopici dovranno essere aggiornati con serie storiche più lunghe.
  • Connessioni idrauliche profonde: in alcuni massicci appenninici, faglie profonde possono mettere in comunicazione acquiferi separati o consentire l’ascesa di acque termali o mineralizzate; questi apporti “esogeni” potrebbero alterare la firma isotopica delle sorgenti.[18]
  • Interazione con le acque di lago: il caso del Lago di Scanno richiama l’attenzione sulle zone di interfaccia tra sistemi lacustri e acquiferi, dove processi di evaporazione ed evapotraspirazione modificano le firme isotopiche in modo non banale.[1]

Conclusioni

Lo studio di Di Giovanni e Rusi (2026) rappresenta un contributo metodologico e conoscitivo di rilievo per l’idrogeologia dell’Appennino centrale. Integrando isotopi naturali dell’acqua con misure idrologiche su tre acquiferi carbonatici dell’Abruzzo, lo studio:[1]

  • Chiarisce l’origine delle acque alle sorgenti, distinguendo tra contributi da alta quota e da depositi alluvionali locali (caso Genzana–Greco).[1]
  • Quantifica gli scambi tra acquifero carbonatico e fiume Pescara nelle Gole di Popoli, identificando le sorgenti basali come punti di scarico primari (caso Morrone).[1]
  • Definisce il ruolo idrologico del Lago di Scanno nell’equilibrio idrico dei Monti Marsicano (caso Marsicano).[1]

In un contesto di crescente pressione sulle risorse idriche — amplificata dai cambiamenti climatici e dalla “bancarotta idrica globale” già rilevata a livello planetario — la conoscenza approfondita degli acquiferi carbonatici appenninici non è un esercizio accademico, ma una necessità operativa per la gestione e la protezione di risorse che dissetano milioni di persone.[19]


Riferimento Bibliografico

Di Giovanni, A.; Rusi, S. The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines. Hydrology 2026, 13, 109. https://doi.org/10.3390/hydrology13040109[1]

Fonti consultate

L'articolo Isotopi come Bussola per le Acque Sotterranee dell’Appennino Centrale proviene da Scintilena.

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La BCT lancia la prima guida tecnica completa sulle Night Vision Aids per il monitoraggio dei pipistrelli

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Il Bat Conservation Trust pubblica il manuale dedicato agli ecologi professionisti che usano dispositivi a visione notturna nei survey di emergenza


BCT e Night Vision Aids: arriva la guida tecnica dedicata agli emergence survey

Il 23 aprile 2026 la Bat Conservation Trust (BCT) ha pubblicato in formato digitale la guida tecnica Bat Emergence Surveys with Night Vision Aids, la prima pubblicazione interamente dedicata all’utilizzo dei dispositivi a visione notturna (NVA) nei survey di emergenza dei pipistrelli . Il documento è indirizzato agli ecologi professionisti e ai volontari bat workers che operano nel monitoraggio dei roost in Gran Bretagna e Irlanda del Nord .

Per presentare il lavoro al pubblico degli specialisti, la BCT ha organizzato un webinar di lancio in programma per il 30 aprile 2026, dalle ore 12:00 alle 13:00 BST, con sessione live di domande e risposte riservata al pubblico e la partecipazione dell’editor, degli autori e dei collaboratori che hanno contribuito alla stesura della guida .


Il percorso normativo che ha portato alla guida: dalle linee guida BCT al requisito obbligatorio

Le Night Vision Aids non sono uno strumento nuovo nel campo del bat survey. La loro storia normativa in Gran Bretagna si articola in tappe documentate. Nella terza edizione delle Bat Surveys for Professional Ecologists Good Practice Guidelines (2016), le NVA erano citate come tecnica complementare e opzionale .

La svolta arriva nel maggio 2022, quando la BCT pubblica un’Interim Guidance Note che eleva le NVA a requisito operativo per tutti i survey professionali. Da quel momento, il mancato utilizzo deve essere motivato per iscritto nel report finale . La quarta edizione delle linee guida BCT, uscita nel settembre 2023, integra formalmente questo requisito e ridimensiona il ruolo dei dawn re-entry survey, non più raccomandati di routine .

La nuova guida tecnica del 2026 va oltre, fornendo istruzioni dettagliate che le linee guida generali non potevano garantire .


Tre tipologie di NVA per i survey di emergenza notturna

La guida tecnica affronta nel dettaglio le tre categorie principali di dispositivi NVA impiegati negli emergence survey:

  • Telecamere a infrarosso (IR): rilevano la luce riflessa da illuminatori attivi. Sono economicamente accessibili e producono video con dettaglio morfologico elevato, ma risultano meno efficaci in ambienti con vegetazione densa .
  • Termocamere (FLIR/termico): rilevano la firma termica corporea del pipistrello senza necessità di luce esterna. Permettono il tracciamento del percorso di volo fino alla singola apertura del roost. Il parametro tecnico chiave è il NETD (Noise Equivalent Temperature Difference): un valore inferiore a 50 mK garantisce prestazioni affidabili anche in condizioni di alta umidità .
  • Visori notturni attivi (gen. 1-3): amplificano la luce ambiente. Sono la tecnologia storicamente più diffusa in campo portatile, ma presentano limiti nelle condizioni di buio totale .

Le termocamere di nuova generazione consentono di coprire ampie facciate di edifici con obiettivi wide-angle, equivalenti a tre o quattro scope tradizionali, con la possibilità di analisi radiometrica automatizzata del video post-survey .


I vantaggi operativi documentati dalla ricerca

L’adozione delle NVA nei survey di emergenza è supportata da evidenze raccolte nel campo. Un’analisi su cento roost alberati noti, condotta tra il 2013 e il 2019 su otto specie, ha dimostrato che il 26% dei survey tradizionali non rilevava la presenza dei pipistrelli né visivamente né con NVA . Le specie a eccolocalizzazione silenziosa o con exit point in ombra risultavano sistematicamente sottostimate.

Le NVA permettono inoltre di ridurre il numero di notti necessarie per completare un survey completo, passando da 9–12 notti a sole 3 notti, con un risparmio significativo in termini di risorse . La qualità del rilievo al crepuscolo, potenziata dalle NVA, compensa la perdita informativa derivante dall’eliminazione dei dawn re-entry survey .


Il quadro normativo in Irlanda del Nord e Irlanda

Nel febbraio 2026 la DAERA (Department of Agriculture, Environment and Rural Affairs) dell’Irlanda del Nord ha pubblicato uno specifico documento di orientamento obbligatorio sulle NVA per tutti gli ecologi che conducono bat survey in quella giurisdizione . Anche in Irlanda, le linee guida professionali citano le NVA come requisito e non come opzione, con obbligo di giustificare le eventuali omissioni .

In Inghilterra, le linee guida BCT 4ª edizione restano il riferimento standard richiesto da Natural England per i survey validi ai fini pianificatori .


Due fasce di accesso alla guida e al webinar

La BCT ha previsto due livelli di prezzo per agevolare sia i professionisti sia i volontari. Per il webinar live del 30 aprile 2026 è disponibile un biglietto d’ingresso acquistabile attraverso la piattaforma Tickettailor . Per chi non può partecipare in diretta, è possibile acquistare la guida con la registrazione del webinar oppure la sola guida tecnica senza il webinar, attraverso la piattaforma di e-learning BCT .


Ho ora raccolto informazioni sufficienti per produrre una guida studio approfondita sull’argomento. Lasciatemi organizzare tutti i dati trovati.


Bat Emergence Surveys con Night Vision Aids – Guida Tecnica e Webinar di Lancio BCT 2026

Scheda Evento

CampoDettagli
TitoloBat Emergence Surveys with Night Vision Aids – Technical Guide and Launch Webinar
OrganizzatoreBat Conservation Trust (BCT)
Webinar liveGiovedì 30 aprile 2026, ore 12:00–13:00 BST (13:00–14:00 CEST), Zoom
Pubblicazione guida23 aprile 2026 (digitale)
Acquisto guida + webinar£43 learn.bats
Acquisto guida + registrazione£43 (link: learn.bats.org.uk/courses/NVAs-guide-and-webinar)
Guida sola£28 (link: learn.bats.org.uk/courses/NVA-technical-guide-only) learn.bats
DestinatariEcologi professionisti (CPD) e volontari bat workers

Contesto: L’Evoluzione delle Linee Guida BCT

Il percorso che ha portato alla pubblicazione di questa guida tecnica dedicata alle NVA (Night Vision Aids) si articola in tappe progressive documentate dalla stessa BCT.

Da strumento facoltativo a requisito standard

Nelle Bat Surveys for Professional Ecologists Good Practice Guidelines 3ª edizione (2016), le NVA erano descritte solo come tecnica complementare opzionale agli survey di emergenza notturna . La situazione è cambiata radicalmente in tre passaggi:

  1. Maggio 2022 – Interim Guidance Note (IGN): La BCT pubblica una nota intermedia che eleva le NVA a requisito per tutti i survey professionali, richiedendo una giustificazione scritta nel report in caso di mancato utilizzo. La nota consentiva anche di ridurre i dawn re-entry surveys grazie alla migliore qualità rilevata a dusk con le NVA .
  2. Settembre 2023 – 4ª edizione delle linee guida BCT: La nuova edizione completa integra formalmente le NVA come requisito nelle emergenze survey, aggiunge nuovi capitoli su biosecurity, tree surveys e auto-identificazione acustica. I dawn re-entry surveys non sono più raccomandati di routine .
  3. Aprile 2026 – Guida Tecnica dedicata alle NVA: Prima pubblicazione interamente dedicata alle NVA per gli ecologi professionisti, più dettagliata delle linee guida generali .

Cos’è un Bat Emergence Survey?

Un bat emergence survey (o BERS – Bat Emergence and Re-entry Survey) è un’indagine condotta durante il periodo di attività primaverile-estiva, con l’obiettivo di documentare l’uscita dei pipistrelli dai roost . I punti chiave del protocollo attuale secondo la 4ª edizione BCT:

  • Il survey inizia 15 minuti prima del tramonto e prosegue per 1,5–2 ore dopo il tramonto
  • Si monitorano le Potential Roost Features (PRFs) identificate durante la ricognizione diurna preliminare (Preliminary Roost Assessment – PRA)
  • Si usano bat detector acustici, NVA e, dove necessario, telecamere fisse o su treppiede
  • L’intervallo minimo tra survey consecutivi è aumentato da 2 a 3 settimane nella 4ª edizione
  • Obiettivi: determinare presenza/assenza, specie, numero di individui, punti d’accesso e tipologia di roost

Le Night Vision Aids (NVA): Tipologie e Funzionamento

Sono tre le categorie principali di dispositivi NVA utilizzati negli emergence survey:

TipoPrincipioVantaggiLimiti
Telecamere infrarosso (IR)Rilevano la luce riflessa da illuminatori IREconomiche, risoluzione dettagliata, video registrabileRichiedono illuminatori attivi; meno efficaci in ambienti complessi (vegetazione)
Termico (FLIR)Rilevano la firma termica corporea del pipistrelloNon richiedono luce esterna; identificano i pipistrelli anche nel buio totale; tracciamento del percorso di volo; copertura ampia fino a 95°Costo più elevato; può mancare dettagli morfologici
Night vision attivo (gen. 1-3)Amplificano la luce ambiente con intensificazioneStorica tecnologia portatilePrestazioni calanti con buio totale; lag time problematico

La specifica tecnica più critica per il termico in contesto survey è il NETD (Noise Equivalent Temperature Difference): un valore inferiore a 50 mK garantisce rilevamento affidabile anche in condizioni di elevata umidità . Il campo visivo (FoV) è l’altro parametro chiave: un FoV ampio (es. 32°) permette di monitorare più PRF simultaneamente .


Perché le NVA sono Diventate Indispensabili?

La ricerca che ha motivato la transizione è riassumibile nei seguenti punti documentati:

  • Un’analisi su 100 roost alberati noti (condotta tra 2013 e 2019, con 8 specie) ha dimostrato che il 26% dei survey non rilevava bats né visivamente né con NVA; senza NVA, le specie a eccolocalizzazione silenziosa o con exit point in ombra risultavano sistematicamente sottostimate .
  • Molti pipistrelli rientrano al roost presto, prima dell’alba, rendendo i dawn re-entry surveys spesso inaffidabili: le NVA dusk di qualità elevata possono compensare l’assenza del survey all’alba .
  • Le NVA termiche consentono di tracciare il percorso esatto del pipistrello fino alla singola tegola o fessura da cui emerge, rendendo la documentazione evidenziale molto più precisa e difendibile nella reportistica a clienti e enti .
  • Con le NVA, la copertura richiesta può ridursi da 9–12 notti a 3 notti di survey, ottimizzando risorse e limitando il lavoro notturno per gli ecologi .

Il Webinar di Lancio del 30 Aprile 2026

Il webinar BCT del 30 aprile rappresenta l’evento pubblico ufficiale di presentazione della guida tecnica, con opportunità di Q&A con editor, autori e contributori . È strutturato su due fasce di prezzo per rispondere alle diverse esigenze:

  • Ecologi professionisti che utilizzeranno la guida nell’ambito del CPD (Continuing Professional Development)
  • Volontari bat workers che la usano esclusivamente per supportare la conservazione dei pipistrelli

La guida pubblicata il 23 aprile 2026 va oltre le linee guida BCT generali (4ª edizione 2023), fornendo istruzioni tecniche dettagliate sull’utilizzo delle NVA specificamente negli emergence survey .


Quadro Normativo e Rilevanza Professionale

Nel febbraio 2026, la DAERA (Northern Ireland) ha pubblicato uno specifico documento di orientamento obbligatorio sulle NVA per tutti gli ecologi che conducono bat survey in Irlanda del Nord . In Inghilterra, le linee guida BCT 4ª edizione (2023) sono il riferimento standard richiesto da Natural England e DAERA per survey validi ai fini pianificatori . Anche l’Irlanda (MKO, 2024) cita l’uso delle NVA come requisito, non opzione, negli emergence/re-entry survey, con obbligo di giustificare eventuali omissioni nel report .


Tecnologia Avanzata: Termico e Analisi Radiometrica

Una frontiera recente è l’utilizzo di dati radiometrici (temperature assolute per pixel) per automatizzare l’analisi video post-survey, riducendo drasticamente i tempi di revisione delle registrazioni . I kit come il Thermal Vision Ecology Kit permettono di:

  • Pre-pianificare il posizionamento delle telecamere e il campo visivo sulle PRF
  • Coprire ampie facciate di edifici con obiettivi wide-angle, equivalenti a 3–4 scope tradizionali
  • Tracciare automaticamente i percorsi di volo e collegare ogni pipistrello alla singola apertura del roost

Domande di Ripasso / Flashcard

D1: Cosa sono le NVA e quali tre tipologie principali esistono negli emergence survey?
R: Night Vision Aids: telecamere infrarosso (IR), termocamere (FLIR/termico), visori notturni attivi.

D2: Da quando le NVA sono diventate obbligatorie (non facoltative) nelle linee guida BCT?
R: Dal maggio 2022 con l’Interim Guidance Note, confermato nella 4ª edizione (settembre 2023).

D3: Perché i dawn re-entry surveys sono stati ridimensionati?
R: Ricerche dimostrano che molti pipistrelli rientrano al roost presto, prima dell’alba; le NVA di qualità elevata durante l’emergence survey dusk compensano questa perdita.

D4: Qual è il valore NETD consigliato per una termocamera da bat survey?
R: Inferiore a 50 mK (millikelvin).

D5: Qual è la durata standard di un dusk emergence survey secondo le linee guida BCT?
R: Da 15 minuti prima del tramonto a 1,5–2 ore dopo il tramonto.

D6: Qual organizzazione ha pubblicato il documento NVA obbligatorio per il Nord Irlanda nel febbraio 2026?
R: DAERA (Department of Agriculture, Environment and Rural Affairs).

D7: Che vantaggio operativo offrono le NVA rispetto ai survey tradizionali, in termini di numero di notti necessarie?
R: La riduzione può arrivare da 9–12 notti a 3 notti di survey completo.


Questa scheda di studio copre l’evento BCT del 30 aprile 2026 e tutto il background tecnico-normativo delle NVA per bat emergence survey. La guida tecnica pubblicata il 23 aprile costituisce il primo documento interamente dedicato al tema per ecologi professionisti nel contesto delle linee guida BCT; il webinar offre accesso diretto agli autori tramite sessione Q&A .

If you wish to buy just the technical guide with the webinar recording rather than attending the live event, click here: https://learn.bats.org.uk/courses/NVAs-guide-and-webinar

If you wish to buy just the technical guide without the webinar, click here: https://learn.bats.org.uk/courses/NVA-technical-guide-only

Fonti consultate

L'articolo La BCT lancia la prima guida tecnica completa sulle Night Vision Aids per il monitoraggio dei pipistrelli proviene da Scintilena.

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Abisso Mattarelli: nuove esplorazioni e sviluppo oltre i 7 km

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Gli speleologi del GSV CAI Varese annunciano sui social nuove scoperte alla Grotta Mattarelli, esplorata per oltre un chilometro nelle ultime uscite tra marzo e aprile 2026. La cavità raggiunge ora 7203 metri di sviluppo e resta al centro dell’attività esplorativa al Campo dei Fiori, con importanti potenzialità ancora da indagare.

Nel 2023, dopo 8 anni di ricerche e fatiche, gli speleologi del Gruppo Speleologico CAI Varese (GSV) avevano raggiunto un grande obiettivo: il secondo ingresso all’Abisso Mattarelli (anche Grotta dei Mattarelli). Il nuovo accesso si trova alla stessa quota di quello precedente, ma consente di evitare i pozzi in frana che caratterizzano il primo tratto della cavità. E’ un punto di partenza strategico che ha consentito di proseguire la risalita verso la cima della montagna, dove molti obiettivi – tra cui Shangai – attendono gli speleologi più determinati.

In questi giorni arriva un nuovo importante aggiornamento da parte degli speleologi varesini, che sulla loro pagina Facebook annunciano un ulteriore successo, frutto di un’esplorazione condotta tra fine marzo e inizio aprile 2026, con la partecipazione di nuove e “vecchie” glorie.

dalla pagina FB del GS CAI VArese

Riportiamo il post con fedeltà:

“Ecco le ultime scoperte nella grotta dei Mattarelli, dove a 5 ore dalla superficie, si è esplorato oltre 1 km tra gallerie e ambienti mozzafiato….
La grotta raggiunge uno sviluppo di 7203m, e i fronti esplorazione sono ancora aperti!”

Il risultato conferma il grande potenziale della cavità e la continuità dell’impegno esplorativo sul massiccio del Campo dei Fiori, già protagonista negli anni recenti di importanti scoperte, insieme ad altre aree come lo Stelvio, di cui si è parlato anche al Raduno Lombardo di Malonno.

Dieci anni dall’inizio dell’avventura

La Grotta Mattarelli è stata scoperta nel 2016 dagli stessi speleologi varesini, segnando una nuova fase di interesse per il Campo dei Fiori dopo un lungo periodo di relativa inattività. L’ingresso si trova nel territorio comunale di Barasso, nella parte alta del versante meridionale del massiccio.

Verticalità – Grotta Mattarelli © Luana Aimar

Alcuni tratti della cavità si distinguono per la straordinaria ricchezza di concrezioni, con stalattiti e stalagmiti di varie forme, e un settore è caratterizzato da una presenza eccezionale di fossili, in particolare ammoniti e crinoidi, tanto da ricordare una vera e propria galleria di museo di storia naturale.

Il nuovo aggiornamento esplorativo conferma come l’Abisso Mattarelli (guardate le foto da Facebook! https://www.facebook.com/media/set/?vanity=GSVarese&set=a.1647621112145082)

@Peter Lindner – dalla pagina FB del GS CAI Varese

è tutt’altro che “chiuso”: i fronti restano aperti e le prospettive di sviluppo continuano a stimolare l’attività del gruppo.

Ed ecco il resoconto dettagliato delle esplorazioni, inviato da Sandro Uggeri sulla lista Speleo-it, che cita anche gli speleologi coinvolti, ai quali vanno i nostri complimenti per la perseveranza e i risultati raggiunti:

Le ultime informazioni scritte su Speleo-IT relative alla Grotta Mattarelli (M. Campo dei Fiori, Varese) risalgono all’inizio 2023, in occasione dell’apertura del secondo ingresso, scoperto utilizzando tecniche speleologiche (risalite e disostruzioni), topografiche, ARTVA, radioline e datalogger… Ingresso importante perché il primo è assai pericoloso per attraversamenti di frane verticali molto instabili.

Anche per sistemare il secondo ingresso, che si apre verticale nel centro di una valletta, c’è voluto il suo tempo. Idem per rendere il successivo percorso un minimo agevole, aprendo lo Stalinpass, che permette di evitare lo stretto e fangoso Ramo Ortomio, così denominato per le tante concrezioni a cavolfiore.

Finalmente sono stati guardati i rami in risalita presso il nuovo ingresso. 

Ripetuti test col Naso, abbinati a datalogger di temperatura, hanno accertato connessioni con le tre principali grotte soprastanti, Shanghai, Uno e Fulmini, ma per il momento da Mattarelli non è stata trovata la via giusta. Concentrandosi su Shanghai sono state fatte una decina di uscite, fino ad avere la meglio sulla strettoia detta “della tanica”, strumento utilizzato per allontanare il detrito. Oltre la strettoia, due saloni ed una galleria in discesa, fino ad una strettoia ventosa che rappresenta l’ attuale fondo, a circa -180, a 900 m dall’ ingresso, con percorrenza non banale. La distanza da Mattarelli è circa una quarantina di metri, non facili da superare perché in questo tratto le due grotte si sviluppano in parallelo.

Tornando a Mattarelli, la più importante scoperta ha luogo questo inverno: il ramo dedicato ad Andrea Gonzaga, speleologo varesino deceduto in autunno, quasi all’improvviso, lasciando un grande vuoto.

Il Ramo Andy inizia circa a -380, con una serie di camini per un’ottantina di metri di dislivello positivo. In cima intercettano una zona freatica antica: sono particolari i resti di un antico lago, ora testimoniato da profondi mud crack fossili, talvolta ricoperti da una sabbiolina costituita da ossicini di pipistrelli.

All’insù la zona freatica continua con la Galleria Controvento, ultima esplorazione domenica scorsa: finisce su camino ventoso e pozzo inesplorato. All’ingiù invece si sviluppa la Galleria Basilisco, un grosso freatico anch’esso fermo, da una settimana, su di un pozzo. Manca poco per superare in pianta ed in sezione il fondo di Mattarelli, -414. Qualche centinaio di metri più a sud si trova Nuovi Orizzonti, il freatico alla base del Campo dei Fiori, con i suoi 7300 metri di sviluppo.

Mattarelli misura al momento 7200 metri di sviluppo, di cui circa 1500 metri esplorati nel 2026. 

Come ormai d’uso (purtroppo) io scrivo ma partecipo solo marginalmente alle esplorazioni, spinte dai soci più giovani del GSV CAI Varese. Tra tutti vanno citati Simon Beatrice, Leopoldo Losa, Oliver Beatrice, Marco Bertoni, Giuseppe Gastaldi, Peter Beatrice, Massimo Loriato, Santo Vezzano ed il supporto fornito dal Gruppo Grotte le Nottole, dal GG Cai Gallarate e dall’ adrenalinico Corvo, ritornato per l’occasione nella sua culla speleologica”.

Le fotografie sono attinte dalla pagina social del Gruppo Speleologico CAI Varese (GSV) , eccetto lo scatto di @Luana Ajmar, tratto dalla pagina dello Scarpone del CAI.

dalla pagina FB del GS CAI Varese

L'articolo Abisso Mattarelli: nuove esplorazioni e sviluppo oltre i 7 km proviene da Scintilena.

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Le “miniere” a km 0 dei costruttori romani: i Colli Euganei svelano il loro segreto

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Il progetto EuQuGeA dell’Università di Padova identifica l’antico distretto estrattivo che riforniva i grandi cantieri imperiali


Cave romane nei Colli Euganei: una scoperta millenaria

Gli antichi ingegneri romani sapevano dove cercare i materiali migliori senza percorrere centinaia di chilometri. Nei Colli Euganei, a pochi passi dai cantieri, avevano individuato una fonte di approvvigionamento di prim’ordine: la pozzolana euganea, una breccia di esplosione vulcanica dalle eccezionali proprietà consolidanti, e la trachite, roccia lavica densa destinata a muri e pavimentazioni stradali.

A restituire alla storia questo sistema estrattivo dimenticato è il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization), promosso dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023.


Droni e laser per rileggere il paesaggio delle cave

La prima scoperta arriva dal cielo. Nello studio firmato da Josiah Olah, dottorando del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, droni equipaggiati con tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging) hanno sorvolato l’area dei Colli Euganei. I sensori laser hanno filtrato virtualmente la fitta vegetazione boschiva, restituendo un modello tridimensionale del terreno ad alta risoluzione.

Algoritmi di clustering morfometrico hanno poi classificato le forme del suolo rilevate, permettendo di distinguere le tracce di cavatura antica dalle concavità naturali del territorio.

Il risultato è stato la localizzazione di due siti estrattivi completamente abbandonati e assenti dalla memoria storica: uno nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme, l’altro in Via Scagliara a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri. Entrambi conservano segni inconfutabili di cavatura antica, precedente all’industrializzazione moderna.


La firma geochimica della pozzolana di Villa Draghi

Una volta identificato il “dove”, le analisi di laboratorio hanno chiarito il “cosa” e il “perché”. Il secondo studio, pubblicato su PLOS One e coordinato dal ricercatore Simone Dilaria, ha completato il quadro attraverso un protocollo di indagini petrografiche e geochimiche, confrontando i campioni prelevati dai fronti di cava con un ampio database di rocce euganee sviluppato dal team dell’Università di Padova.

Le analisi hanno dimostrato che dalla cava di Villa Draghi i Romani estraevano una specifica pozzolana euganea, impiegata per realizzare i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi, l’antica Montegrotto Terme. La stessa roccia veniva scelta per le sue proprietà consolidanti: mescolata nelle malte, ne migliorava nettamente le caratteristiche strutturali.

La firma geochimica di questo materiale è stata riconosciuta non solo nelle costruzioni locali, ma anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia. Il che dimostra che la pozzolana euganea non era una semplice risorsa di prossimità: era un prodotto considerato pregiato, commercializzato su medie e lunghe distanze.


L’alternativa locale alla Pozzolana Flegrea

Il progetto EuQuGeA si inserisce in un percorso di ricerca già avviato. Uno studio del 2024, coordinato dallo stesso team dell’Università di Padova in collaborazione con le Università Ca’ Foscari di Venezia e di Modena e Reggio Emilia, aveva evidenziato come per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia i Romani importassero via mare dalla Campania la celebre “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio, materiale costoso e proveniente da oltre un migliaio di chilometri.

I nuovi risultati di EuQuGeA mostrano un’immagine più articolata. Nei Colli Euganei, gli stessi ingegneri romani avevano individuato un’alternativa a km 0 di pari efficacia, sfruttando una conoscenza capillare delle georisorse locali. Un sapere tecnico di precisione che è poi andato perduto nel corso dei secoli.

Come sottolinea il professor Michele Secco, principal investigator del progetto, i risultati dimostrano «la conoscenza capillare e di incredibile dettaglio delle georisorse locali e della loro ottimizzazione nei cantieri: un sapere ingegneristico andato poi perduto nel corso dei secoli e oggi finalmente riscoperto grazie al progetto EuQuGeA».


Un team interdisciplinare per decifrare le rocce

Il progetto EuQuGeA ha coinvolto ricercatori di più dipartimenti e istituzioni. Per il Dipartimento dei Beni Culturali, i docenti Jacopo Bonetto, Caterina Previato e Jacopo Turchetto hanno curato l’inquadramento storico-archeologico, le analisi tecnico-costruttive e le ricognizioni topografiche. Il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, con il professor Claudio Mazzoli e i ricercatori Luigi Germinario e Jacopo Nava, ha fornito il contributo petrografico e geochimico per l’analisi delle rocce vulcaniche.

La validazione degli algoritmi di elaborazione dei dati da drone è stata garantita dai ricercatori Sebastiano Chiodini (Dip. Ingegneria Industriale) e Filippo Carraro (Dip. Ingegneria Civile, Edile e Ambientale). I voli LiDAR operativi sono stati condotti da Cristiano Miele della società padovana Archetipo s.r.l. Il progetto ha potuto contare anche sui contributi internazionali di Milo K. Pilgrim (University of Texas at Austin) e Matthew Tryc (WSP-Albuquerque).


Articolo di La Scintilena – Notiziario italiano di Speleologia
Fonte primaria: Università di Padova / Le Scienze, 24 aprile 2026


Scheda di studio completa

  • Concetti e definizioni dei materiali lapidei romani (Pozzolana Euganea, Trachite, Opus caementicium) e delle tecnologie usate (LiDAR, clustering morfometrico)
  • I due studi scientifici del progetto EuQuGeA con metodologie e risultati
  • Il team di ricerca completo con ruoli e affiliazioni
  • Il contesto storico dell’approvvigionamento edilizio romano e la strategia “km 0”
  • 6 domande di autoverifica con risposte
  • Flashcard rapide per memorizzazione veloce dei dati chiave

Le “miniere” edilizie a km 0 degli antichi Romani – Progetto EuQuGeA

Fonte: Università di Padova / Le Scienze – 24 aprile 2026


Panoramica

Il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization) dell’Università di Padova ha ricostruito per la prima volta il distretto estrattivo antico dei Colli Euganei, rivelando come gli ingegneri romani selezionassero con straordinaria precisione le risorse lapidee locali per le loro costruzioni, evitando costose importazioni a lunga distanza.


Concetti Chiave e Definizioni

TermineDefinizione
Pozzolana EuganeaBreccia di esplosione vulcanica estratta dai Colli Euganei; mescolata nelle malte, migliorava nettamente le proprietà strutturali dei calcestruzzi
Pozzolana FlegreaCenere vulcanica campana citata da Vitruvio; importata via mare per grandi infrastrutture come Aquileia; più costosa e proveniente da lunga distanza
TrachiteDensa roccia lavica estratta abbondantemente nei Colli Euganei; usata per la costruzione di muri e la pavimentazione delle strade
Opus caementiciumCalcestruzzo romano realizzato con aggregati vulcanici (pozzolana) e leganti; straordinariamente duraturo grazie alle reazioni pozzolaniche
LiDAR (Light Detection and Ranging)Tecnologia laser montata su drone che permette di mappare il terreno “filtrando” virtualmente la vegetazione e rilevando micromodificazioni del suolo
Clustering morfometricoAlgoritmo che classifica automaticamente le forme del terreno rilevate dal LiDAR, distinguendo cave artificiali da concavità naturali
Fons AponiNome romano dell’attuale Montegrotto Terme (PD); sede di importanti terme di epoca imperiale costruite con pozzolana estratta dalla cava di Villa Draghi

I Due Materiali Estratti

1. Pozzolana Euganea (aggregato pozzolanico)

  • Breccia di esplosione vulcanica che affiora solo in limitate porzioni del territorio euganeo
  • Estratta specificatamente dalla cava di Villa Draghi (Montegrotto Terme)
  • Utilizzata per i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi
  • La sua firma geochimica è stata riconosciuta anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia (Friuli-Venezia Giulia), prova di un commercio su medie e lunghe distanze
  • Alternativa locale di pari efficacia alla costosa Pozzolana Flegrea campana

2. Trachite

  • Roccia lavica densa, estratta in modo più diffuso nei Colli Euganei
  • Destinata a costruzione di muri e pavimentazione delle strade
  • Utilizzata dall’età preistorica fino ai giorni nostri[1]
  • La sua estrazione ha continuato fino all’era industriale, quando la produzione raggiunse quasi 6 milioni di tonnellate nel 1968[1]

Metodologie della Ricerca

Studio 1 – Mappatura LiDAR da Drone

Pubblicazione: Journal of Archaeological Science
Autore principale: Josiah Olah (Dip. Beni Culturali, UniPD)

Metodo:

  1. Droni equipaggiati con sensori LiDAR sorvolano i Colli Euganei
  2. La tecnologia penetra la vegetazione boschiva, acquisendo dati tridimensionali del suolo
  3. Algoritmi di clustering morfometrico analizzano le forme del terreno
  4. Cavità e fronti di cava antichi vengono distinti dalle modificazioni naturali del suolo

Risultati:

  • Identificati siti estrattivi totalmente dimenticati e abbandonati prima dell’industrializzazione moderna
  • Due siti di primaria importanza localizzati:
  • Cava di Villa Draghi – nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme
  • Via Scagliara – a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri

Studio 2 – Identificazione Archeometrica dei Materiali

Pubblicazione: PLOS One
Autore principale: Simone Dilaria (Dip. Beni Culturali, UniPD)

Metodo:

  1. Campionamento dei fronti di cava di Villa Draghi
  2. Analisi petrografiche (osservazione al microscopio della struttura della roccia)
  3. Analisi geochimiche (composizione chimica degli elementi)
  4. Confronto con il database di campioni di rocce euganee sviluppato dal team UniPD
  5. Confronto incrociato con le malte degli edifici termali antichi

Risultati:

  • Dimostrata la provenienza dei materiali delle terme di Fons Aponi dalla cava di Villa Draghi
  • Firma geochimica riconoscibile anche nelle malte di Aquileia ? prova di distribuzione commerciale

Team di Ricerca

NomeEnteRuolo
Michele Secco (P.I.)UniPD – Dip. Beni CulturaliCoordinamento generale, petrografia
Josiah OlahUniPD – Dip. Beni CulturaliRilievi LiDAR e clustering morfometrico
Simone DilariaUniPD – Dip. Beni CulturaliAnalisi archeometriche, malte
Jacopo Bonetto, Caterina Previato, Jacopo TurchettoUniPD – Dip. Beni CulturaliInquadramento storico-archeologico, topografia
Claudio Mazzoli, Luigi Germinario, Jacopo NavaUniPD – Dip. GeoscienzePetrografia e geochimica delle rocce
Sebastiano ChiodiniUniPD – Dip. Ingegneria IndustrialeValidazione algoritmi e dati LiDAR
Filippo CarraroUniPD – ICEAElaborazione dati territoriali da drone
Cristiano MieleArchetipo s.r.l. (Padova)Voli LiDAR operativi
Milo K. PilgrimUniversity of Texas at AustinContributo internazionale
Matthew TrycWSP-AlbuquerqueContributo internazionale

Finanziamento: Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – Bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023


Contesto Storico: Romani e Risorse Lapidee

Prima del Progetto EuQuGeA (studio 2024)

  • Per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia, i Romani importavano via mare dalla Campania la “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio
  • Si trattava di un materiale prezioso, costoso e proveniente da oltre 1.000 km di distanza

La Novità del Progetto EuQuGeA

  • I Romani avevano individuato nei Colli Euganei una alternativa locale di pari efficacia
  • Strategia “km 0”: approvvigionamento locale riducendo i costi di trasporto via mare
  • Dimostrazione di una conoscenza capillare delle georisorse del territorio
  • Tale sapere ingegneristico è poi andato perduto nei secoli successivi

Importanza per l’Archeologia

  • Le cave di Villa Draghi erano completamente dimenticate dalla memoria storica
  • Il LiDAR le ha “riscoperte” senza alcuno scavo invasivo
  • La firma geochimica permette di tracciare le rotte commerciali del materiale estratto

Domande di Autoverifica

  1. Che cos’è la “Pozzolana Euganea” e perché era preziosa per i Romani?
    (R: breccia di esplosione vulcanica estratta in aree limitate dei Colli Euganei; mescolata nelle malte migliorava le proprietà strutturali del calcestruzzo, sostituendo localmente la più costosa Pozzolana Flegrea campana)
  2. Qual è la differenza d’uso tra pozzolana e trachite nell’edilizia romana?
    (R: la pozzolana era usata come aggregato pozzolanico nei calcestruzzi delle terme; la trachite era destinata a muri e pavimentazioni stradali)
  3. Come ha permesso il LiDAR di individuare la cava di Villa Draghi?
    (R: i sensori laser montati su drone hanno filtrato la vegetazione boschiva e rilevato le modificazioni del suolo, poi classificate tramite algoritmi di clustering morfometrico per distinguere le tracce di cava dalle concavità naturali)
  4. Quali costruzioni sono state collegate con certezza alla cava di Villa Draghi?
    (R: le terme di Fons Aponi / Montegrotto Terme e, tramite firma geochimica, le terme tardo-antiche di Aquileia)
  5. Qual è la prova che la pozzolana euganea non era solo usata localmente?
    (R: la sua firma geochimica è stata riconosciuta nelle malte delle terme di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia, dimostrando una distribuzione commerciale su medie e lunghe distanze)
  6. Quale studio precedente (2024) aveva già avanzato ipotesi sull’approvvigionamento romano?
    (R: uno studio coordinato dallo stesso team UniPD con Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Modena e Reggio Emilia, che aveva dimostrato l’importazione via mare della Pozzolana Flegrea per Aquileia e la Laguna di Venezia)

Flashcard Rapide

DomandaRisposta
Acronimo del progettoEuQuGeA
Principal InvestigatorMichele Secco (UniPD)
Tecnologia per la mappaturaLiDAR su drone + clustering morfometrico
Rivista dello studio LiDARJournal of Archaeological Science
Rivista dello studio archeometricoPLOS One
Autore studio LiDARJosiah Olah
Autore studio archeometricoSimone Dilaria
Cava identificataVilla Draghi, Montegrotto Terme
Terme costruite con la pozzolana localeTerme di Fons Aponi (Montegrotto Terme)
Pozzolana alternativa (importata)Pozzolana Flegrea (Campania)
Altro sito estrattivo identificatoVia Scagliara, Turri (Monte Oliveto)
Distanza commerciale provataAquileia (Friuli-Venezia Giulia)
FinanziamentoFondazione CARIPARO – bando 2023

Fonti consultate

L'articolo Le “miniere” a km 0 dei costruttori romani: i Colli Euganei svelano il loro segreto proviene da Scintilena.

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Bracken Cave Preserve: al via la stagione 2026 per visitare la più grande colonia di pipistrelli al mondo

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A San Antonio, in Texas, si apre ogni anno uno degli spettacoli naturali più imponenti del pianeta: 15-20 milioni di pipistrelli messicani dalla coda libera emergono ogni sera da una singola grotta. I biglietti per la stagione 2026 sono disponibili dal 15 aprile.


Bracken Cave Preserve è una grotta nella Contea di Comal (Texas), ufficialmente nel Guinness dei Primati come la più grande colonia di pipistrelli al mondo, con 15–20 milioni di esemplari di Tadarida brasiliensis (pipistrello messicano dalla coda libera) presenti ogni estate.

Visit Bracken Cave Preserve – Bat Conservation International


La specie protagonista: Tadarida brasiliensis

La Tadarida brasiliensis è un chirottero piccolo (?12 g) ma straordinariamente capace:

  • Raggiunge velocità di oltre 96 km/h (max registrato vicino a 160 km/h)
  • Caccia a quote superiori ai 3.000 m intercettando falene migratorie
  • Produce chiamate di ecolocalizzazione tra 20 e 75 kHz
  • È l’unica specie documentata a disturbare il sonar dei propri conspecifici per sottrarre loro le prede (jamming acustico), vanificando fino all’85,9% dei tentativi avversari

Tadarida brasiliensis – Bat Conservation International

Ciclo biologico nella grotta

Le femmine gravide percorrono fino a 1.600 km dal Messico per arrivare a Bracken in marzo-aprile. A giugno partoriscono un unico cucciolo, lasciandolo su creches parietali così dense da raggiungere 400–500 cuccioli per piede quadrato. Al rientro dalla caccia, ogni madre riconosce il proprio piccolo tra milioni grazie a memoria spaziale, vocalizzazioni e olfatto. Il primo volo del cucciolo — nel buio totale, circondato da milioni di altri giovani — è un test di sopravvivenza critico: una caduta a terra significa essere consumati in pochi minuti dai coleotteri dermatidi che tappezzano il pavimento; almeno il 50% non sopravvive al primo anno.


Servizi ecosistemici

Ogni notte la colonia consuma tra 100 e 140 tonnellate di insetti, tra cui molti parassiti agricoli. Il risparmio quantificato per i soli coltivatori di cotone locali è di circa $741.000 l’anno, mentre il valore complessivo dei servizi di controllo biologico delle singole colonie supera mediamente $1 milione annuo.


Minacce e conservazione

MinacciaRisposta
Sviluppo urbano (3.500+ abitazioni previste sotto la rotta di volo)Accordo da $20,5 milioni nel 2017 tra 6 enti pubblici e privati; area dichiarata conservation easement permanente
White-nose Syndrome (fungo Pd rilevato nel 2019)Monitoraggio annuale BCI; la T. brasiliensis è considerata meno vulnerabile perché non iberna
Pressione sul Recharge Zone dell’Acquifero EdwardsLa riserva protegge l’acqua potabile per ~2 milioni di texani

Visite 2026

La stagione 2026 è aperta: i tour serali iniziano il 17 maggio 2026 con prenotazione obbligatoria online. I soci BCI ricevono uno sconto del 50% per fino a 8 persone. Il report contiene il calendario completo con le date di giugno 2026.

Il report allegato copre in dettaglio biologia, migrazione, storia del guano, conservazione del territorio carsico e il significato speleologico della grotta per la tutela delle aree carsiche italiane.

La grotta che ospita la più grande colonia di pipistrelli del mondo

Bracken Cave si trova nella Contea di Comal, Texas, a circa trenta chilometri a nord-est di San Antonio. Il suo ingresso è una fenditura a mezzaluna larga una trentina di metri, che si apre sul fondo di una dolina formatasi in seguito al crollo del soffitto di una cavità carsica sviluppata nel calcare della Edwards Plateau.wikipedia+1

Ogni anno, da marzo a ottobre, la grotta accoglie la più grande colonia di pipistrelli conosciuta al mondo. La specie protagonista è il pipistrello messicano dalla coda libera (Tadarida brasiliensis), presente con una popolazione stimata tra i 15 e i 20 milioni di individui. Nel 2023, il Bracken Cave Preserve è stato inserito ufficialmente nel Guinness dei Primati per questo primato.scintilena+1

La grotta è gestita da Bat Conservation International (BCI), organizzazione non profit con sede ad Austin, che nel 1992 acquistò la proprietà iniziale di circa 697 acri dalla famiglia Marbach. Oggi, grazie a successive acquisizioni e alla collaborazione con The Nature Conservancy, la riserva protegge complessivamente oltre 3.462 acri di paesaggio tipico della Texas Hill Country.batcon+1


La biologia del pipistrello messicano dalla coda libera

La Tadarida brasiliensis è un chirottero di piccola taglia, con un peso medio di circa 12 grammi. La coda si estende oltre la membrana interurale, caratteristica da cui deriva il nome comune. È uno dei mammiferi più veloci al mondo, con velocità medie di oltre 96 km/h e una velocità massima registrata prossima ai 160 km/h.batcon

Il sistema di ecolocalizzazione è sofisticato. Le chiamate di biosonar variano tra 20 e 75 kHz. Una ricerca ha documentato un fenomeno inatteso: i pipistrelli dalla coda libera emettono chiamate deliberatamente interferenti per disturbare il sonar dei propri conspecifici durante la competizione per una preda, vanificando fino all’85,9% dei tentativi di cattura avversari. È il primo caso documentato di jamming acustico sistematico tra animali ecolocalizzatori.sciencenews+1


Il ciclo riproduttivo nella grotta

In marzo e aprile, le femmine gravide rientrano dal Messico e dall’America Centrale percorrendo fino a 1.600 km. I maschi trascorrono la stagione in colonie più piccole altrove. A fine giugno ogni femmina partorisce un unico cucciolo.scintilena+1

I piccoli, nudi e ciechi, vengono lasciati sulle pareti della grotta in dense aggregazioni chiamate creches, con densità che raggiungono i 400–500 cuccioli per piede quadrato. Queste aggregazioni fungono da incubatori collettivi: la grotta raggiunge internamente temperature di 39-40°C. La femmina esce ogni sera per cacciare e al rientro individua il proprio cucciolo tra milioni di altri grazie a memoria spaziale, vocalizzazioni specifiche e olfatto.qualla+2

Quattro-cinque settimane dopo la nascita, i giovani si lanciano nel buio per il primo volo. Le condizioni sono estreme: buio totale, velocità minima di circa 6 m/s, necessità di eseguire una capriola quasi completa con millimetrica precisione per atterrare sulla parete. Una caduta a terra è letale: il suolo della grotta è popolato da milioni di coleotteri dermatidi carnivori capaci di ridurre un cucciolo a scheletro in pochi minuti. Si stima che almeno la metà dei cuccioli non sopravviva al primo anno.batcon+1


Uno spettacolo visibile anche sul radar meteorologico

L’emergenza serale dei pipistrelli produce un vortice visibile a occhio nudo per ore. Il suono prodotto dal volo di milioni di ali è stato descritto come simile alla pioggia battente. La colonna di animali che sale dalla dolina è così densa da essere registrata come anomalia sulle schermate del radar meteorologico Doppler del National Weather Service, dove appare simile a un temporale in formazione.scintilena+2

Ogni notte, la colonia consuma tra le 100 e le 140 tonnellate di insetti, prevalentemente falene e coleotteri di importanza agricola. Il risparmio calcolato per i soli coltivatori di cotone della regione è stimato in circa 741.000 dollari l’anno in termini di danni evitati e riduzione dei pesticidi.texashappens+1


Minacce: sviluppo urbano e sindrome del naso bianco

Negli anni 2010, il principale pericolo per la colonia fu un progetto immobiliare che prevedeva la costruzione di 3.500-4.500 abitazioni direttamente sotto la rotta di volo dei pipistrelli e sopra la Zona di Ricarica dell’Acquifero Edwards, che fornisce acqua potabile a circa due milioni di residenti del Texas centrale.sanantonioreport+2

Nel 2017 fu raggiunto un accordo da 20,5 milioni di dollari tra sei enti pubblici e privati — tra cui il Comune di San Antonio, The Nature Conservancy e BCI — che portò all’acquisizione dell’intera area e alla sua dichiarazione come conservation easement permanente.nature+1

Sul fronte sanitario, nel febbraio 2019 BCI ha annunciato il rilevamento del fungo Pseudogymnoascus destructans (agente causale della White-nose Syndrome) nella Bracken Cave Preserve, nell’ambito di un programma di sorveglianza sistematica. Al momento della rilevazione non erano presenti segni della malattia nei pipistrelli. La T. brasiliensis è considerata meno vulnerabile rispetto alle specie ibernanti, in quanto migra anziché trascorrere l’inverno in letargo nelle grotte. Il monitoraggio annuale prosegue in collaborazione con il Texas Parks and Wildlife Department.batcon+1


Come visitare Bracken Cave Preserve nel 2026

Bat Conservation International organizza tour guidati serali (e alcuni mattutini) durante tutta la stagione estiva. I biglietti per la stagione 2026 sono disponibili online con prenotazione obbligatoria: non vengono venduti all’ingresso.scintilena

  • Apertura prenotazioni per soci BCI: 1 aprile 2026scintilena
  • Apertura al pubblico generale: 15 aprile 2026scintilena
  • Prime visite serali: 17 maggio 2026scintilena
  • Prime visite mattutine: 14 giugno 2026scintilena

L’adesione annuale a BCI (45 dollari) garantisce uno sconto del 50% sui biglietti, valido per fino a 8 persone e per più visite nella stagione. I visitatori vengono accolti su piattaforme panoramiche all’orlo della dolina, dove assistono all’intera emergenza serale.scintilena

Per prenotare: batcon.simpletix.com — Per informazioni sui gruppi: bracken@batcon.org


Bracken Cave Preserve – La Più Grande Colonia di Pipistrelli al Mondo

Panoramica


Bracken Cave bat emergence
Bracken Cave è una grotta situata nella Contea di Comal, Texas, a circa 20-30 miglia a nord-est di San Antonio. Il suo ingresso è una fenditura a mezzaluna larga circa 30 metri, che si apre sul fondo di una dolina formatasi in seguito al crollo del tetto della cavità originale. Ogni anno, da marzo a ottobre, ospita la più grande colonia di pipistrelli conosciuta al mondo — stimata tra 15 e 20 milioni di esemplari di pipistrello messicano dalla coda libera (Tadarida brasiliensis) — rendendola al tempo stesso la più grande concentrazione di mammiferi del pianeta.[1][2][3]
La grotta è gestita da Bat Conservation International (BCI), organizzazione no-profit con sede ad Austin, che nel 1992 acquistò la proprietà iniziale di circa 697 acri dalla famiglia Marbach. Grazie a successive acquisizioni e alla collaborazione con The Nature Conservancy, oggi la riserva protegge complessivamente oltre 3.462 acri contigui di paesaggio tipico della Texas Hill Country.[4][3]


La Specie: Tadarida brasiliensis

Caratteristiche morfologiche


Brazilian free-tailed bat
Il pipistrello messicano dalla coda libera (chiamato anche pipistrello brasiliano) è un chirottero relativamente piccolo, del peso medio di circa 12 grammi. La caratteristica più evidente è la coda, che si estende oltre la membrana interurali (uropatagium), da cui deriva il nome comune. Il pelo è corto e denso, le orecchie ampie e tondeggianti, le labbra superiori rugose e carnose.[5]

Volo e velocità

La Tadarida brasiliensis è uno dei mammiferi più veloci al mondo: è capace di raggiungere velocità medie superiori alle 60 miglia orarie (circa 97 km/h) e ha una velocità massima registrata vicina alle 100 miglia orarie (160 km/h). Vola ad alta quota, spesso superando i 3.000 metri di altitudine, per intercettare le falene migratorie notturne.[5]

Ecolocalizzazione

Come tutti i chirotteri insettivori, questa specie caccia utilizzando un sofisticato sistema di biosonar. Le sue chiamate di ecolocalizzazione variano tra 20 e 75 kHz. Accanto alle chiamate sonar, produce un ricco repertorio di vocalizzazioni sociali — chiamate di isolamento, di implorazione, canti a più sillabe — fondamentali per la vita di colonia. Una ricerca sull’auditory cortex ha dimostrato che le frequenze comprese tra 20 e 30 kHz sono iperrappresentate nella corteccia uditiva, corrispondendo alle fasi di ricerca della preda.[6][5]

Un fenomeno particolarmente interessante è il jamming acustico competitivo: i pipistrelli dalla coda libera emettono chiamate interferenti per disturbare il sonar dei competitori nelle immediate vicinanze di una preda, rendendo vano fino all’85,9% dei tentativi di cattura avversari. Questo costituisce il primo esempio documentato di un animale ecolocalizzatore che jamming sistematicamente i propri conspecifici.[7]


La Colonia di Bracken Cave

Record mondiali e Guinness dei Primati

Nel 2023, il Bracken Cave Preserve è stato ufficialmente inserito nel Guinness dei Primati per ospitare la più grande colonia di pipistrelli al mondo. La colonia è talmente numerosa che la sua emergenza notturna è visibile sulle schermate del radar meteorologico Doppler del National Weather Service: la colonna di pipistrelli che sale dal suolo viene registrata come un’anomalia radar, simile a un temporale.[1][2]

Ciclo annuale della colonia

PeriodoEvento biologico
Marzo–AprileLe femmine gravide tornano dal Messico e dall’America Centrale[8]
Maggio–GiugnoNascita dei cuccioli (pups), la grotta raggiunge picchi di 20 milioni di individui[9]
Giugno–LuglioI piccoli, nudi e ciechi, si raggruppano in creches sulle pareti fino a 400-500 pups per piede quadrato[2][10]
Luglio–AgostoI giovani imparano a volare, si uniscono alle madri nelle uscite notturne[9]
Settembre–OttobreLa colonia migra verso sud, verso il Messico e l’America Centrale[11]

La nascita e l’allattamento

Ogni femmina partorisce un unico cucciolo a tarda giugno. I piccoli, nudi e privi di pelo, vengono abbandonati sulle pareti rocciose in dense aggregazioni dette creches, che servono come incubatori collettivi per mantenere il calore corporeo (la temperatura nella grotta raggiunge i 39-40°C). La femmina lascia il piccolo ogni sera per cacciare, e al ritorno è in grado di ritrovarlo tra milioni di altri cuccioli grazie a una straordinaria combinazione di memoria spaziale, vocalizzazioni e odorato.[8][10][2]

Il primo volo dei cuccioli

Quattro-cinque settimane dopo la nascita, i giovani si lanciano nel buio della caverna per il loro primo volo, affrontando condizioni estreme: buio totale, velocità di almeno 6 m/s, necessità di eseguire una capriola quasi completa con precisione millimetrica per agganciarsi alla parete. La densità degli altri giovani in volo crea un rischio di collisione continuo. Una caduta al suolo è letale: il pavimento della grotta è popolato da milioni di coleotteri dermatidi carnivori (dermestid beetles) in grado di ridurre un giovane pipistrello a scheletro in pochi minuti. Si stima che almeno la metà dei cuccioli non sopravviva al primo anno di vita.[8][10]


Servizi Ecosistemici

Controllo biologico degli insetti

La colonia di Bracken Cave consuma ogni notte tra le 100 e le 140 tonnellate di insetti, principalmente falene, coleotteri, formiche alate e altri artropodi volanti. Tra le prede principali vi sono specie di grande importanza agricola come la Helicoverpa zea (falena del cotone) e la Agrotis (noctua degli ortaggi), importanti parassiti delle colture di mais, cotone e sorgo del Texas.[9][5][10]

Uno studio specifico sulla colonia di Bracken ha quantificato un risparmio per i coltivatori di cotone della regione di circa $741.000 all’anno in termini di mancati danni e riduzione dell’uso di pesticidi. Una valutazione più ampia del valore dei servizi di pest control forniti da T. brasiliensis nel Texas meridionale ha stimato che singole colonie hanno un valore economico medio superiore a $1 milione l’anno.[10][12]

Il guano come risorsa storica e scientifica

Ogni anno, la colonia deposita circa 50 tonnellate di guano sul suolo della grotta. Antichi resoconti di minatori di guano attestano che in alcuni punti lo spessore raggiunge dai 9 ai 18 metri, senza toccare il fondo. Durante la Guerra Civile Americana, il guano di Bracken Cave fu estratto intensivamente per produrre polvere da sparo per la Confederazione.[10]

Dal punto di vista scientifico, il guano è un archivio biologico straordinario: l’analisi del carbonio radioattivo dei suoi strati potrebbe rivelare la dieta dei pipistrelli nei secoli passati e documentare se altre specie abbiano mai abitato la grotta. La BCI sta sviluppando tecniche di carotaggio sufficientemente lunghe da penetrare i livelli più profondi, stimati con impulsi elettrici ad almeno 18-27 metri.[10]


Migrazione e Fenologia

La Tadarida brasiliensis percorre fino a 1.600 km dal Messico al Texas per raggiungere Bracken Cave ogni primavera. Una ricerca scientifica basata su 23 anni di dati radar (1995–2017) ha analizzato la fenologia migratoria della specie a Bracken Cave, scoprendo che:[3]

  • La migrazione primaverile è influenzata principalmente dalle condizioni del vento nelle aree di svernamento e sosta in Messico, non dalla temperatura come ipotizzato inizialmente.[13]
  • La migrazione autunnale risponde a diversi driver climatici rispetto a quella primaverile.[13]
  • Si osservano cambiamenti temporali nella fenologia migratoria attribuibili ai cambiamenti climatici in corso.[14]

La Riserva Naturale e le Sfide alla Conservazione

Acquisizione e gestione del territorio

BCI acquistò il nucleo originale della grotta e circa 4,7 acri circostanti nel 1992 dalla famiglia Marbach. In tre decenni di successive acquisizioni, la riserva è cresciuta fino agli attuali 1.458 acri di proprietà diretta BCI, cui si aggiungono i 1.521 acri acquistati da The Nature Conservancy in una transazione del 2014-2017. L’intera area protetta di 3.462 acri si trova a soli 20 miglia dall’Interstate 35, uno dei corridoi di urbanizzazione più rapida degli Stati Uniti.[4][15][16]

La minaccia dello sviluppo urbano

A partire dagli anni 2010, il pericolo più immediato per la colonia fu rappresentato da un progetto immobiliare della società Galo Properties, che prevedeva la costruzione di un quartiere residenziale da 3.500-4.500 abitazioni su un’area di 1.500 acri direttamente sotto la rotta di volo dei pipistrelli e sopra la Zona di Ricarica dell’Acquifero Edwards. Scienziati, conservazionisti e cittadini si opposero duramente, poiché il progetto avrebbe disturbato la colonia e compromesso la qualità delle acque sotterranee che alimentano i pozzi di circa due milioni di residenti del Texas centrale.[15][17][16]

Nel 2014 e definitivamente nel 2017, fu raggiunto un accordo storico da 20,5 milioni di dollari tra sei enti pubblici e privati: il Comune di San Antonio ($10 milioni), la Contea di Bexar ($500.000), l’Edwards Aquifer Authority ($500.000), il Corpo dell’Esercito USA ($100.000), The Nature Conservancy e BCI ($9,4 milioni, in parte da donazioni private). Il Consigliere Ron Nirenberg definì l’operazione un modello di “conservation trifecta”: protezione della grotta, dell’acquifero e dell’habitat del Golden-cheeked Warbler (Setophaga chrysoparia), specie in pericolo secondo la legge federale USA.[17][16][15]

La minaccia della White-nose Syndrome (WNS)

La White-nose Syndrome (WNS) è una malattia fungina causata dal patogeno Pseudogymnoascus destructans (Pd), che ha sterminato milioni di chirotteri ibernanti in Nord America dalla sua prima comparsa nel 2006 nello stato di New York. In alcune caverne, la mortalità ha superato il 90% degli individui presenti.[18][19][20]

Nel febbraio 2019, BCI ha annunciato il rilevamento del fungo Pd alla Bracken Cave Preserve, nell’ambito di un programma statale di sorveglianza sistematica. È importante notare che, al momento della rilevazione, non vi erano segni della malattia nei pipistrelli — solo la presenza del fungo sull’ambiente. La T. brasiliensis è ritenuta meno vulnerabile al WNS rispetto alle specie ibernanti, poiché migra e non trascorre l’inverno in letargo profondo nelle grotte. Tuttavia, la BCI ha intensificato il monitoraggio annuale e collabora con il Texas Parks and Wildlife Department per sviluppare protocolli di risposta.[21][19]


Il Programma di Visite

Struttura delle visite 2026

Bat Conservation International organizza visite guidate serali (e alcune mattutine) alla Bracken Cave Preserve durante tutta la stagione estiva. Il programma 2026 prevede:

  • Accesso anticipato per i membri BCI: codici di sconto inviati il 18 marzo 2026; preregistrazione dall’1 aprile 2026[22]
  • Apertura al pubblico generale: dal 15 aprile 2026[22]
  • Visite serali (“Evening Bat Flights”): a partire dal 17 maggio 2026[22]
  • Visite mattutine (“Morning Bat Flights”): dal 14 giugno 2026[22]
  • I biglietti non vengono venduti sul posto: la prenotazione anticipata è obbligatoria[22]

Vantaggi per i soci BCI

L’adesione annuale a BCI (45 dollari/anno) include: tre numeri annui della rivista Bats, sconto del 50% sui biglietti per Bracken Cave (valido per fino a 8 persone per più voli nella stagione), accesso prioritario alla prenotazione.[22]

Esperienza sul campo

I visitatori sono accolti su piattaforme panoramiche all’orlo della dolina. L’emergenza inizia con un vortice di pipistrelli all’interno della grotta — un updraft naturale di energia termica e cinetica — che poi sgorga verso il cielo come un “tornado” di mammiferi alati, visibile per ore dopo il tramonto. Il suono del volo di milioni di ali è stato paragonato a pioggia battente.[8][23][10]


Importanza Scientifica e Culturale

Bracken Cave non è solo un record biologico: è un archivio di storia naturale e umana. La grotta esiste nella sua forma attuale da oltre 10.000 anni. La colonia di pipistrelli in essa stanziata ha plasmato la biodiversità di tutta la Texas Hill Country, fungendo da fonte alimentare per dozzine di specie di predatori — gufi, falchi, serpenti coachwhip, procioni, gatti inanellati — e da fornitrice di un servizio di pest control altrimenti insostituibile per l’agricoltura regionale.[23][10]

La ricerca scientifica condotta a Bracken riguarda campi diversissimi: fenologia della migrazione, bioacustica e jamming del sonar, epidemiologia del WNS, paleoecologia del guano e dinamiche demografiche. La grotta appare anche nella comunicazione scientifica mainstream — è stata inclusa nella serie World’s Weirdest di National Geographic e nel pilota originale di Dirty Jobs — rendendo Bracken Cave un potente strumento di educazione ambientale per il grande pubblico.[13][21][10][7][24][3]


Connessioni con la Speleologia e la Tutela delle Aree Carsiche

Dal punto di vista speleologico, Bracken Cave è un esempio emblematico di come le cavità carsiche costituiscano ecosistemi fragili di primario valore ecologico. L’ingresso a dolina si è formato per crollo del soffitto su una cavità sviluppata nel calcare della Edwards Plateau — la stessa formazione che alimenta l’Acquifero Edwards, che fornisce acqua potabile all’intera città di San Antonio. La protezione della grotta è dunque inseparabile dalla tutela idrogeologica del territorio carsico circostante, un principio centrale nella gestione sostenibile delle aree carsiche in tutto il mondo.[25][3][16]

Il caso Bracken Cave dimostra che la tutela di una cavità non può limitarsi alla grotta in sé, ma deve necessariamente estendersi al buffer territoriale superficiale che la sovrasta e circonda: vegetazione, suolo, drenaggio delle acque, distanza dai centri urbani. Si tratta di un modello concettuale valido anche per la gestione delle aree carsiche italiane, dove grotte importanti per fauna cavernicola protetta (pipistrelli compresi) si trovano frequentemente sotto pressione da urbanizzazione e attività agricole.

Fonti consultate

  1. Bat Conservation International – Bracken and its Bats: A Natural Wonder of the World
    https://www.batcon.org/bracken-and-its-bats-a-natural-wonder-of-the-world/
  2. Bat Conservation International – Tadarida brasiliensis
    https://www.batcon.org/bat/tadarida-brasiliensis/
  3. Bat Conservation International – Visit Bracken Cave Preserve
    https://www.batcon.org/experience-bats/bat-happenings/visit-bracken-cave-preserve/
  4. Bat Conservation International – Protect & Restore: Bracken Cave Preserve
    https://www.batcon.org/our-work/protect-restore-landscapes/bracken-cave-preserve/
  5. Bat Conservation International – White-nose Syndrome Fungus Found at Bracken Cave
    https://www.batcon.org/press/fungus-that-causes-bat-killing-disease-white-nose-syndrome-is-expanding-in-texas/
  6. Wikipedia – Bracken Cave
    https://en.wikipedia.org/wiki/Bracken_Cave
  7. Scintilena – Bracken Cave: il rifugio dei pipistrelli in Texas
    https://www.scintilena.com/bracken-cave-il-rifugio-dei-pipistrelli-in-texas-con-15-milioni-di-individui-e-il-piu-grande-del-mond
  8. Scintilena – Bracken Cave entra nel Guinness dei Primati
    https://www.scintilena.com/bracken-cave-la-colonia-di-pipistrelli-piu-grande-al-mondo-entra-nel-guinness-dei-primati/06/03/
  9. Scintilena – Visitate il Bracken Cave Preserve
    https://www.scintilena.com/visitate-il-bracken-cave-preserve-unesperienza-unica-per-osservare-i-pipistrelli-dal-vivo/03/07/
  10. San Antonio Report – City Acts to Protect Bracken Cave’s Bat Colony
    https://sanantonioreport.org/bracken-bat-cave-protected-by-conservation-easement/
  11. The Nature Conservancy – Protecting Bracken Bat Cave
    https://www.nature.org/en-us/about-us/where-we-work/united-states/texas/stories-in-texas/protecting-bracken-bat-cave/
  12. Texas Public Radio – Saving the Bracken Bat Cave
    https://www.tpr.org/environment/2014-10-17/saving-the-bracken-bat-cave
  13. Science News – Bats jam each other in echolocation battles for food
    https://www.sciencenews.org/article/bats-jam-each-other-echolocation-battles-food
  14. PMC – The Potential Impact of White-Nose Syndrome on the Conservation Status of T. brasiliensis
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4159351/
  15. Wiley – Climatic drivers of changes in bat migration phenology at Bracken Cave
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gcb.15433
  16. Texas Happens – Learn More About Bracken Cave and the World’s Largest Bat Colony
    https://texashappens.com/learn-more-about-bracken-cave-and-the-worlds-largest-bat-colony/
  17. Enter the Caves – Bracken Cave and the Largest Bat Colony in the World
    https://enterthecaves.com/bracken-cave/

L'articolo Bracken Cave Preserve: al via la stagione 2026 per visitare la più grande colonia di pipistrelli al mondo proviene da Scintilena.

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La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale

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Sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo. Nessuno ha mai trovato da dove entrano


Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.


La Montagna di Santa Croce e le Gole del Nera: contesto geografico tra Stifone, Montoro e San Casciano

La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole: un canyon calcareo lungo circa sei chilometri tra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera.utecnarni.altervista

Il rilievo fa parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.utecnarni.altervista

Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose. Quelle acque conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto e rendono le Gole del Nera uno dei paesaggi naturalistici più riconoscibili dell’Umbria meridionale.instagram+1


Calcari massicci e fratture: perché la Montagna di Santa Croce è così poco carsificabile

La Montagna di Santa Croce è costruita sul Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale circa 200 milioni di anni fa. La sua struttura omogenea e priva di stratificazione continua è considerata, in teoria, la più carsificabile nell’intera serie sedimentaria appenninica.sgi.isprambiente+1

Sul versante di Stifone si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo. Eppure la montagna mostra uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani — alpini, appenninici meridionali e sardi. Il motivo risiede nella tettonica.scintilena

Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fratturazione fittissima ma disordinata. Il flusso idrico si disperde in mille percorsi capillari invece di concentrarsi in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”: dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata, senza erosione concentrata capace di aprire grotte percorribili.scintilena+1

La montagna non assomiglia al Gran Sasso, al Matese, agli altopiani dolomitici o all’acquifero carsico pugliese. Non ci sono ampi pianori dove l’acqua si raccoglie e penetra con forza nel sottosuolo. Il rilievo è morfologicamente modesto e fortemente inciso dalle valli. Le 17 grotte censite dall’UTEC — molte di ridottissimo sviluppo — testimoniano un carsismo che lavora in profondità, non in superficie.scintilena


Sorgenti carsiche di Stifone con portata record: 13.420 litri al secondo

Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari. Insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo), confermando le sorgenti di Stifone tra le maggiori sorgenti carsiche d’Italia per portata volumetrica.scintilena+2

Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno aggiornato il dato a 13,5 m³/s.idrogeologiaquantitativa

La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità. La corrente che sale dal fondo è così potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà.scintilena

Le acque presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm). Questo dato è incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, attraverso formazioni evaporitiche profonde e in presenza di fluidi crostali. Le acque non sono idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità.scintilena+1

Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus — un gamberetto troglobio privo di pigmentazione — mai osservata prima in Umbria. La sua presenza è un eccellente tracciante biologico per identificare connessioni tra acquiferi distanti.scintilena


L’acquifero regionale carsico dell’Umbria meridionale: il bacino idrogeologico da 1.000 km²

Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano uno studio idrogeologico fondamentale su Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140). Lo studio ricostruisce la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina in occasione della progettazione della galleria ferroviaria Santa Croce sulla linea Orte-Falconara.isprambiente+1

La conclusione è di quelle che non si dimenticano: i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del sistema sorgentizio. Per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km².rosa.uniroma1+2

In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri — Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina — e trasportandole lungo faglie, fratture e condotti profondi fino alle emergenze nell’alveo del Nera.idrogeologiaquantitativa+1

Studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) hanno aggiornato il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.rosa.uniroma1


Idrogeologia delle Gole del Nera: la galleria ferroviaria Santa Croce come finestra sul sottosuolo umbro

Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione della galleria Santa Croce evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria.scintilena

La galleria ferroviaria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce. In alcuni settori studi successivi hanno mostrato che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero naturalmente a Stifone.academia+1


Speleologi UTEC Narni alla ricerca del collegamento tra grotte alte e basse nel sistema carsico di Santa Croce

Durante il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito gruppo di lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse: in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).corrieredellumbria+1

Tra gli ingressi alti — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste — e quelli bassi — Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo” — esiste un dislivello di circa 250–300 metri su una distanza planimetrica massima di 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”: in inverno gli ingressi bassi aspirano aria fredda esterna mentre quelli alti soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta dello Svizzero). In estate si invertono i ruoli.corrieredellumbria+1

Questo comportamento è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. L’aria misurata a 9°C in estate alla Grotta Perduta è sensibilmente più fredda della temperatura media attesa per quella fascia altimetrica, e suggerisce scambi termici su volumi ipogei molto estesi.scintilena

Per trasformare queste osservazioni in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino capaci di rilevare concentrazioni di gas tracciante a livello di parti per milione. Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne con immissioni di gas tracciante (butano) agli ingressi alti e sensori posizionati agli ingressi bassi. Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi. Come sottolineano gli stessi ricercatori, questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici, dove tempi di transito lunghi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.scintilena+1

Parallelamente, proseguono scavi alla Grotta degli Archi e alla Grotta Sasha, e l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione. Per il 2026 sono previsti monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi e la ricerca attiva di nuove cavità — tra cui la Grotta Tagliata e la Grotta dei Cocci Superiore — come potenziali accessi al sistema profondo.scintilena


La domanda che guida la ricerca resta la stessa da quarant’anni: dove scende, nella montagna, l’acqua che riemerge a Stifone? La risposta potrebbe aprire uno dei sistemi carsici più inattesi dell’Italia centrale.


Non la grotta spettacolare che non c’è, ma l’acquifero regionale che sfida qualsiasi modello “locale”.

Geologia — Il Calcare Massiccio hettangiano-sinemuriano (?250 m sul versante di Stifone) è teoricamente la formazione più carsificabile dell’Appennino, ma una tettonica multifase con thrust e faglie dirette quaternarie ha prodotto una fratturazione così pervasiva e disordinata da generare carsismo “disperso” — acqua che scorre in mille piccole fratture invece di scavare grotte percorribili.

Il paradosso idrogeologico — I Monti di Amelia (la dorsale principale) contribuiscono per non più del 15% alla portata totale di Stifone. Per i 13,0–13,5 m³/s totali serve un bacino di ricarica ?1.000 km², che va cercato nei Monti di Narni, nelle Dorsali Martana e Sabina e probabilmente in strutture umbro-orientali ancora non identificate con certezza.

La chimica “sporca” — Acque solfato-alcalino-terrose con conducibilità fino a 3.500 µS/cm e tracce di fluidi profondi: non potabili, nonostante emergano da calcare puro. La firma geochimica denuncia percorsi sotterranei lunghissimi attraverso evaporiti e probabili apporti da faglie attive.

La galleria Santa Croce (1987) — Lo studio Chiocchini et al. commissionato per la linea Orte-Falconara è ancora oggi la pietra miliare dell’idrogeologia regionale. Il tracciato fu spostato a nord per evitare gli acquiferi principali.

UTEC 2025 — Tracciamento dell’aria con sensori NASO, LiDAR aereo, scavi e meteorologia ipogea su 350 m di dislivello. Nessun collegamento diretto dimostrato finora, ma anomalie termiche molto significative (aria a 9°C in estate) che indicano grandi vuoti profondi.

La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale


“Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.”


Cos’è la Montagna di Santa Croce e Dove si Trova

La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia come un gendarme silenzioso sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole, un canyon calcareo lungo circa sei chilometri fra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera. Il rilievo è parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce, nelle parole dei geologi, “l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino”, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.[1][2]

Le Gole del Nera si trovano tra il Monte Maggiore — su cui sorge Narni — e il Monte Santa Rosa, offrendo uno dei paesaggi naturalistici più sorprendenti dell’Umbria meridionale. Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato non solo dalla propria portata superficiale ma soprattutto da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose, che conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto. Il borgo di Stifone, con i resti del porto romano e dei cantieri navali augustei, si trova proprio al centro di questo sistema sorgentizio.[3][4]

La dorsale è delimitata a ovest dai bacini plio-pleistocenici del Paglia e del Tevere e a est dal complesso sistema montuoso dell’Appennino umbro-marchigiano-sabino, con i Monti Martani in primo piano. La massima elevazione dell’intera catena è Monte Cosce (1114 m), all’estremità meridionale, mentre a nord del Nera le quote scendono progressivamente fino ai 454 m di Monte Santa Croce.[5][2]


Geologia del Massiccio: Calcare Massiccio, Tettonica e Fratturazione

La Successione Stratigrafica

La Montagna di Santa Croce è costruita essenzialmente su Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale di acqua bassa — paragonabile alle attuali Bahamas — circa 200 milioni di anni fa, con barre oolitiche, associazioni di tipo clorozoan, alghe verdi e coralli. Il suo aspetto massivo, privo di stratificazione continua e con struttura omogenea a banconi, è all’origine del nome.[6][7]

Gli spessori affioranti del Calcare Massiccio nell’Appennino umbro-marchigiano variano fino a un massimo di 600 metri, ma sul versante SW di Monte Santa Croce — quello che guarda verso Stifone — si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo, considerata dal punto di vista teorico la formazione più carsificabile in assoluto nell’ambito della serie sedimentaria appenninica.[8]

Al Calcare Massiccio si sovrappongono, nella successione umbro-marchigiana, calcari diasprini e selciferi giurassici, poi marne, scisti argillosi e flysch miocenico. La struttura complessiva della Dorsale Narnese-Amerina include rocce meso-cenozoiche della Successione Umbro-Marchigiana, della Successione Umbro-Romagnola e delle Unità Toscane. Il tutto è impostato su depositi triassico-miocenici che poggiano su sedimenti plio-pleistocenici di origine fluvio-lacustre.[9][10]

Una recente carta geologica in scala 1:12.500 della parte centrale della Dorsale Narni-Amelia (ISPRA, 2019) ha rivelato calcareniti a grana fine di materiale neritico inaspettatamente incastrate nei depositi giurassici superiori del Pliensbachiano-Bajociano, dopo l’annegamento della piattaforma carbonatica del Calcare Massiccio, e ha documentato una fase distensiva del Cretacico inferiore nella parte meridionale della dorsale, dove le Marne a Fucoidi (Aptiano-Albiano) riposano in modo inconforme sui carbonati hettangiani.[10]

La Tettonica: Accavallamenti, Faglie e Conseguenze Idrogeologiche

L’assetto tettonico della dorsale è complesso e multifase. La struttura presenta un sistema di accavallamenti (thrust faults) eredità dell’orogenesi appenninica (Miocene-Pliocene) e una fitta rete di faglie dirette quaternarie che si sovrappongono alle strutture compressive. Studi strutturali degli anni ’90 (Bigi et al., 1997, 2000; Boncio et al., 1995) hanno documentato in dettaglio la cinematica del settore, riconoscendo un sovrascorrimento principale (il Sovrascorrimento di Narni, Calamita et al. 1995) e numerose faglie parallele e fratture perpendicolari.[11][12][9]

Le ricerche del Gruppo Speleologico UTEC Narni hanno permesso di osservare direttamente che diverse cavità importanti — inclusa la Grotta dello Svizzero — sono collocate lungo una faglia diretta significativa, probabilmente la stessa che convoglia e drena le acque che confluiscono dall’Umbria meridionale verso Stifone. Questa faglia funziona come corridoio preferenziale per la circolazione idrica profonda, dirigendo i flussi verso le emergenze sorgentizie nell’alveo del Nera.[8]

La tettonica distensiva ha sconvolto anche la fascia tra Amelia e Guardea (Dorsale Narnese-Amerina), con faglie parallele e fratture perpendicolari che solcano gli strati geologici per circa 5 km in direzione N-S, creando le condizioni per la formazione di doline di enormi dimensioni — voragini profonde fino a 80 metri e diametrali fino a 70 metri nei “Cannetti” di Cesa Fumetto e dello Spiego.[11]


Perché i Calcari Massicci di Santa Croce Sono Poco Carsificabili

Il Paradosso della “Roccia Più Carsificabile”

Il Calcare Massiccio è nominalmente la formazione carbonatica teoricamente più carsificabile dell’Appennino: purezza elevata, struttura massiva priva di intercalazioni marnose che fungerebbero da diaframmi impermeabili, grande spessore. Eppure, la Montagna di Santa Croce presenta uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani.[8]

La ragione va cercata in una combinazione di fattori strutturali e morfologici che si oppongono all’apertura di grandi condotti percorribili:

1. Fratturazione pervasiva ma non ordinata. Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fittissima rete di fratture di piccole dimensioni, orientate in modo disordinato, che disperdono il flusso idrico in mille percorsi capillari invece di concentrarlo in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”, caratterizzato da dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata piuttosto che da erosione concentrata. Le doline carsiche di superficie, presenti e documentate, testimoniano l’intensa dissoluzione in profondità, ma le cavità risultanti restano spesso anguste, farcite di sedimenti fini e inaccessibili.[1]

2. Assenza di zone di ricarica concentrate. A differenza dei grandi massicci appenninici come il Gran Sasso (~1.000 km²) o il Matese, oppure dei vasti altopiani carsici dell’Appennino meridionale e della Sardegna, la Montagna di Santa Croce offre una superficie di affioramento carbonatico molto limitata. Il rilievo è morfologicamente modesto (454 m s.l.m.) e fortemente inciso dalle valli, senza ampi pianori dove l’acqua possa raccogliersi e penetrare con forza nei condotti carsici.

3. Bassa acclività e sedimenti di copertura. La scarsa pendenza dei versanti setentrionali favorisce l’accumulo di suolo e residui di alterazione, che rallentano e diffondono la ricarica idrica impedendo la formazione di inghiottitoi di grandi dimensioni.[9]

4. Posizione strutturale “esposta”. Il massiccio è fortemente inciso dal Nera, che ha abbassato rapidamente il livello di base durante il Quaternario, “decapitando” i condotti carsici più antichi prima che potessero svilupparsi in grandi sistemi percorribili. Le cavità nate in condizioni di saturazione profonda sono rimaste sotto il livello freatico o colmate di depositi alluvionali.

Il Confronto con i Grandi Massicci

Questo contrasto con i massicci carbonatici alpini, appenninici meridionali e sardi non potrebbe essere più netto. La Piattaforma Carbonatica Apula in Puglia ospita calcari e dolomie del Cretacico spessi fino a 3.000 metri con un acquifero carsico di strategia nazionale. Il Carso Classico del Friuli-Venezia Giulia conta oltre 3.200 cavità nel solo tratto italiano con spessore carsificato fino a 500 m. L’Altopiano dei Sette Comuni in Veneto assorbe l’80-90% delle precipitazioni nelle grotte di Oliero. Il Gran Sasso sviluppa condotti carsici a scala decametrica e alimenta sorgenti potabili di decine di m³/s.[13][14]

La Montagna di Santa Croce, con le sue poche decine di grotte minori (17 censite dall’UTEC, molte di ridottissimo sviluppo), è invece una montagna che “non mostra” il suo carsismo in superficie: l’acqua scorre, ma in profondità, attraverso un reticolo fratturale non percorribile dall’uomo.[8]


13.000 Litri al Secondo: il Mistero delle Sorgenti di Stifone-Montoro

Una delle Maggiori Sorgenti d’Italia

Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge nell’incisione fluviale attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari che insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo). Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno confermato i 13,5 m³/s.[15][16][9]

Il gruppo sorgentizio rappresenta una delle maggiori emergenze carsiche d’Italia per portata volumetrica. A titolo di confronto, il fiume Nera a Terni ha una portata media annua di circa 60–80 m³/s: le sorgenti di Stifone-Montoro contribuiscono dunque con una quota significativa alla portata del corso d’acqua a valle.

La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità, con una corrente talmente potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà. A monte della diga di Recentino sono presenti altre sorgenti in alveo con una portata media misurata di circa 1,0–1,5 m³/s. L’acqua captata alla diga de La Morica viene turbinata alla centrale idroelettrica di Nera Montoro.[17][15]

La Chimica delle Acque: Un’Impronta di Profondità

Le acque del sistema sorgentizio di Stifone-Nera Montoro presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm) assolutamente incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. Queste acque presentano anche un lieve termalismo (circa 16–17°C) e un’elevata pressione parziale di CO?, attribuita all’apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie.[18]

La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, probabilmente attraverso formazioni evaporitiche profonde (gessi, anidriti) e in presenza di fluidi crostali. In ogni caso, sono non idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità. Questo è un fatto tanto paradossale quanto eclatante: la più grande sorgente carsica dell’Umbria produce acqua non potabile.[12][9]

Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus (gamberetto troglobio), mai osservata prima in Umbria. Il Niphargus, organismo adattato all’ambiente sotterraneo e privo di pigmentazione, costituisce un eccellente tracciante biologico per identificare la connessione tra acquiferi: trovarlo in altri acquiferi e analizzarne il DNA potrebbe rivelare quali strutture contribuiscono all’alimentazione di Stifone.[18]


Il Bacino Idrogeologico “Impossibile”: Perché l’Acqua di Mezza Umbria Esce a Stifone

Il Bilancio Idrogeologico di Chiocchini (1987) e Suoi Sviluppi

Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano sulla rivista Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140) uno studio idrogeologico fondamentale condotto in occasione della progettazione della galleria Santa Croce della linea ferroviaria Orte-Falconara. Lo studio ricostruisce in dettaglio la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina e giunge a una conclusione di straordinaria importanza: il bacino di alimentazione calcolato per le sorgenti di Stifone-Nera Montoro risulta insufficiente rispetto alle portate osservate.[19][20][12]

I calcoli del bilancio idrogeologico medio annuo mostrano che i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del gruppo sorgentizio. I pozzi e i piezometri perforati nella zona settentrionale dei Monti di Amelia indicano un flusso verso est con gradienti idraulici compresi tra 0,004 e 0,009, valori di una circolazione lenta e diffusa.[15][12][9]

La conclusione è lapidaria: per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km². Questa stima è confermata da studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) che aggiornano il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo.[12][9][15]

Da Dove Arriva l’Acqua?

Le zone di ricarica supplementari — quelle che “mancano” al bilancio locale — vanno ricercate in un arco di strutture carbonatiche assai ampio:[15][12]

  • Monti di Narni: la dorsale immediatamente a est e a sud
  • Dorsale Martana: struttura carbonatica giurassica a est della Valle del Nera
  • Dorsale Sabina: struttura laziale a sud-est
  • Zone meridionali dei Monti della Valnerina
  • Flusso regionale dalle strutture carbonatiche dell’Umbria nord-orientale (possibile contributo)
  • Monte Peglia: il contributo di questa struttura alle sorgenti di base di Stifone (portata max 0,5 m³/s) rimane ancora da chiarire[9][15]

In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri e trasportandole — lungo faglie, fratture e condotti profondi — fino alle emergenze nell’alveo del Nera. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.

La chimica delle acque (solfati elevati, salinità anomala, CO? profonda) è coerente con questo modello: le acque hanno tempi di residenza lunghissimi nel sottosuolo e percorrono formazioni evaporitiche profonde, arricchendosi in ioni che non potrebbero mai derivare dalla sola dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale.[21][18]


La Galleria Ferroviaria Santa Croce: una “Finestra” sul Sottosuolo Umbro

L’Opera e il Suo Contesto Idrogeologico

La linea ferroviaria Orte-Falconara — collegamento diretto tra Roma e la costa adriatica — attraversa la Dorsale Narnese-Amerina tramite la galleria Santa Croce, scavata proprio nel sottosuolo della montagna oggetto di questo studio. La costruzione di quest’opera ha costituito l’occasione per lo studio idrogeologico più sistematico mai realizzato sul sistema acquifero narnese-amerino: lo studio Chiocchini, Chiocchini e Manna del 1987 è stato direttamente commissionato per supportare la progettazione del tracciato.[22][1]

Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria. La galleria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture e cavità significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce.[1]

Impatti e Misure di Protezione

Lo studio del 1987 ha avuto un ruolo cruciale nel definire le misure di protezione dell’acquifero durante e dopo lo scavo. Tra le soluzioni adottate: drenaggi controllati per reindirizzare le acque intercettate verso il Nera senza alterare i percorsi naturali, sistemi di impermeabilizzazione nei tratti critici, e monitoraggio piezometrico continuo per verificare che i livelli di falda non subissero variazioni significative in prossimità delle sorgenti.[1]

Studi successivi (documentati in letteratura) hanno mostrato che in alcune situazioni la galleria ha comunque alterato il flusso sotterraneo regionale, con “percorsi di flusso che intersecano i crinali naturali, dimostrando che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo in alcuni settori”. Questo fenomeno rende la galleria stessa una sorta di “finestra permanente” sul sottosuolo umbro, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero a Stifone.[23]


Cosa Cercano gli Speleologi UTEC nel Ventre della Montagna

Il Progetto 2025: Tracciamento dell’Aria e Meteorologia Ipogea

Durante tutto il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica e metodica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito Gruppo di Lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è studiare la meteorologia ipogea del massiccio e individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse — in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).[24][1]

La geometria del problema è ben definita: tra gli ingressi alti (Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste) e quelli bassi (Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo”) esiste un dislivello di circa 250–300 metri con una distanza planimetrica massima di circa 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”:[24][1]

StagioneIngressi bassiIngressi alti
InvernoAspirano aria fredda esterna (T est. ~4°C)Soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta Domine Svizzero)
EstateEfflusso aria fredda (9–11°C)Aspirano aria calda esterna

Il comportamento “a polmone” è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. Valori di temperatura dell’aria uscente straordinariamente bassi — 9°C in estate alla Grotta Perduta — risultano sensibilmente inferiori sia alla temperatura media annua attesa per quella fascia altimetrica sia alla temperatura dell’acqua delle sorgenti del Nera (16–17°C). Questo raffreddamento anomalo è interpretabile come effetto combinato di evaporazione e scambio termico su volumi ipogei molto estesi.[24][1]

Il Metodo NASO: Gas Traccianti per Seguire il Vento

Per trasformare queste osservazioni qualitative in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino e sensori catalitici di gas, in grado di rilevare concentrazioni di butano e propano a livelli di parti per milione. I sensori, autocostruiti da Giulio Foschi per l’UTEC seguendo il progetto open-source di Alessandro Vernassa di Genova, registrano su datalogger i dati di concentrazione di gas ogni pochi secondi.[25][1]

Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne di tracciamento: immissioni di gas tracciante (bombolette spray contenenti butano) agli ingressi alti (Grotta dello Svizzero in giugno e agosto) con sensori posizionati agli ingressi bassi ipotizzati (Grotta Perduta, Miniera di Montoro, Punto Freddo). Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi sui collegamenti diretti. Come sottolineano gli stessi ricercatori, “questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici”, dove tempi di transito lunghi, dispersione in volumi enormi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.[1]

LiDAR, Scavi e il Catasto delle Grotte

Parallelamente al monitoraggio dell’aria, durante il 2025 sono proseguiti esplorazioni e scavi: lavori alla Grotta degli Archi, scavi alla Grotta Sasha, e soprattutto l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione e verificare le cavità già note. Il modello digitale del terreno LiDAR ha rivelato morfologie di superficie (doline, depressioni lineari, scarpate) coerenti con la presenza di vuoti sepolti.[1]

Ad oggi sono state censite e accatastate al Catasto Grotte dell’Umbria oltre 17 grotte nella sola Montagna di Santa Croce (oltre ad altre 10 non catastale). La ricerca è attiva e sistematica, e per il 2026 prevede: ricerca della Grotta Tagliata e della Grotta dei Cocci Superiore, verifica delle correnti d’aria in Grotta di Piero, Grotta di Sisto, Grotta della Topa e Grotta Sini, e pianificazione di monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi.[8][1]

Nelle grotte di Montoro è presente anche una traccia biologica inattesa: nelle esplorazioni subacquee della Sorgente della Morica sono state rinvenute ossa animali incastrate nelle rocce del condotto sotterraneo, a profondità di 10 metri. La corrente è talmente forte da rendere impossibile che un animale sia entrato dal basso: le ossa devono provenire dall’interno della montagna, trascinate dalla corrente idrica da qualche punto di ingresso ancora sconosciuto più a monte. Una prova indiretta, ma potente, dell’esistenza di vie d’accesso al sistema sotterraneo ancora da scoprire.[17]


Il Quadro d’Insieme: Acquifero Regionale e Sistema Idrogeologico

Un Acquifero che “Beve” dall’Umbria e “Beve” dai Fluidi Profondi

Il sistema idrogeologico delle sorgenti di Stifone-Nera Montoro non è spiegabile con la sola circolazione superficiale nell’acquifero della Dorsale Narnese-Amerina. I dati convergono verso un modello a doppio contributo:

1. Acquifero regionale carbonatico (circolazione fredda superficiale): raccoglie le precipitazioni da un’area ?1.000 km² di affioramenti carbonatici (Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina, possibili contributi dall’Umbria nord-orientale) e le trasporta in profondità verso il livello di base regionale nell’alveo del Nera. I Monti di Amelia contribuiscono al massimo per il 15%.[12]

2. Contributo di fluidi profondi (circolazione calda-salata): la presenza di solfati elevati, CO? profonda, lieve termalismo e la salinità anomala nelle acque di Stifone suggerisce un apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie attive dell’Appennino centrale. Un’autostrada di acque calde e salate, simile a quella documentata per l’Appennino meridionale, potrebbe attraversare il sottosuolo umbro mescolando la propria firma geochimica alle acque di circolazione più superficiale.[21]

Questo doppio contributo spiegherebbe sia le portate eccezionali (impossibili con la sola ricarica meteoritica locale) sia la chimica “sporca” delle acque, che le rende non potabili pur provenendo da rocce carbonatiche teoricamente pulite.[9]

Un Paradosso Idrogeologico

Il sistema di Stifone rappresenta dunque un paradosso idrogeologico di primissimo ordine: una delle maggiori sorgenti d’Italia per portata volumetrica, ubicata in una montagna geologicamente modesta, alimentata da un bacino di ricarica enormemente più grande dell’area che si vede in superficie, con acque non potabili per via di una chimica profonda. E l’entrata di tutto questo fiume sotterraneo — il punto dove l’acqua scende nell’acquifero prima di emergere a Stifone — non è mai stata identificata con certezza.

La questione è ancora aperta dopo oltre 130 anni di osservazioni (dal rilievo di Zoppi del 1892) e 40 anni di studi sistematici (da Chiocchini et al. del 1987). Gli speleologi dell’UTEC, con i loro sensori NASO, i voli LiDAR e le campagne di scavo, continuano a cercare quella “buca dei sogni” nel versante SW di Monte Santa Croce, certi che — da qualche parte — i 200 e più metri di calcare massiccio possano essere penetrati e che le gallerie sotterranee che portano alle potenti falde di Stifone attendano ancora il loro primo esploratore umano.[8]


Domande Aperte e Linee di Ricerca Future

Le questioni scientifiche irrisolte intorno al sistema carsico di Santa Croce sono molteplici:

  • Il bacino di ricarica esatto: quali strutture carbonatiche contribuiscono alle sorgenti di Stifone e in quale percentuale? Il ruolo del Monte Peglia e dell’Umbria nord-orientale rimane da chiarire.[15][9]
  • L’origine della mineralizzazione: la firma solfatica è dovuta a circolazione in evaporiti profonde, a risalita di fluidi endogeni lungo faglie attive, o a entrambi? La ricerca biochimica sul Niphargus potrebbe fornire indicazioni indirette.[18]
  • Il collegamento tra ingressi alti e bassi: i tracciamenti NASO del 2025 non hanno dato risultati; il 2026 prevede monitoraggi più estesi e continuativi.[1]
  • La “Grotta Tagliata” e la Grotta dei Cocci Superiore: due cavità cercate attivamente dagli speleologi UTEC come potenziali accessi al sistema profondo.[1]
  • L’impatto della galleria ferroviaria: in che misura la galleria Santa Croce ha modificato la piezometria regionale e quale effetto ha avuto sulle portate delle sorgenti?[23]

La risposta a queste domande non è solo un esercizio accademico: la gestione sostenibile delle risorse idriche dell’Umbria meridionale dipende dalla comprensione di un acquifero che, pur non essendo potabile, è parte integrante dell’equilibrio idrologico regionale e alimenta una centrale idroelettrica.[15]


Fonti principali: Chiocchini U., Chiocchini M. & Manna F. (1987), Geologia Applicata e Idrogeologia 22:103–140; Di Matteo L., Dragoni W. & Valigi D. (2008), Università di Perugia; Boni C. (2000), Hydrogeologie; Gruppo Speleologico UTEC Narni, campagne 2024–2025; Boni C., Bono P. & Capelli G. (1986), Schema Idrogeologico dell’Italia Centrale.

Fonti consultate

L'articolo La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale proviene da Scintilena.

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Fontana del Lantro: torna il ciclo di aperture gratuite a Bergamo Alta

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Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città

Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle domeniche pomeriggio, con orario dalle 14:30 alle 18:30. Fa eccezione il 15 agosto, che cade di sabato. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Comune di Bergamo.bergamotomorrow+1


La Fontana del Lantro: mille anni di storia idrica nel sottosuolo bergamasco

La Fontana del Lantro è uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Il nome deriva dal latino antrum, ovvero “antro dell’acqua”, riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente originaria. La prima attestazione documentale risale all’anno 928, in una pergamena redatta per conto del vescovo Adalberto. Ulteriori documenti del 1032 e del 1042 ne confermano l’esistenza, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive il complesso già dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.wikipedia+3

La struttura visibile oggi è della seconda metà del Cinquecento. La sua costruzione fu determinata dall’avvio dei lavori per le mura difensive veneziane (1561–1588), che comportarono la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo: ricostruita poco distante, la nuova chiesa inglobò la cisterna in un atrio interrato. Da quel momento la fontana rimase protetta in quell’ambiente ipogeo che è ancora oggi visitabile.bergamonews+2


Architettura: doppia vasca e volte in pietra a vista

Dal punto di vista architettonico, il Lantro è un manufatto di notevole pregio. La struttura è costruita interamente in pietra squadrata a vista e presenta ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso un’unica colonna portante posta al centro della vasca principale.nottole+3

Il sistema adotta il principio della doppia vasca: l’acqua della sorgente viene convogliata in una vasca sopraelevata, dove le impurità si depositano sul fondo, prima di fluire nella cisterna principale. Questo sistema, già noto in epoca romana, garantiva un’acqua di qualità elevata alla comunità della vicinia di San Lorenzo.visitbergamo+2

Il complesso è alimentato da due sorgenti: la storica sorgente del Lantro, originata da una piccola cavità naturale, e la sorgente di San Francesco, captata durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo tramite un apposito cunicolo.museionline+1


Da lavatoio pubblico all’abbandono, fino al recupero del 1992

Per secoli la fontana ha svolto una funzione pubblica fondamentale: veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale alla fine dell’Ottocento, la struttura perse la sua funzione di approvvigionamento idrico, ma rimase in uso come lavatoio fino al 1950.nottole+1

Nei decenni successivi il sito cadde in abbandono e divenne una discarica abusiva. Nel 1992 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò una campagna di pulizia e restauro che riportò la cisterna alle sue condizioni originali. Da allora il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali organizzate con il Comune di Bergamo.ecodibergamo+3


Le Nottole: oltre cinquant’anni di esplorazione sotterranea a Bergamo

Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” nasce dalla fusione, avvenuta nel 1974, tra il Gruppo Speleologico Bergamasco (fondato nel 1964) e il Gruppo Speleologico “Le Nottole” (fondato nel 1969). Il nome “Nottole” fa riferimento a un pipistrello.nottole+1

L’attività del gruppo copre sia la speleologia in grotte naturali nelle Prealpi Orobiche, sia il censimento e la valorizzazione delle cavità artificiali del sottosuolo bergamasco. Tra i contributi principali: la pubblicazione degli studi sugli antichi acquedotti di Bergamo, il rilievo delle cannoniere in casamatta delle mura venete UNESCO, la scoperta nel 2023 del cunicolo originale della Fontana del Vagine (lungo circa 80 metri, con due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola) e la gestione didattica del patrimonio sotterraneo di Città Alta.scintilena+4

Nel 2025 il Lantro ha accolto 3.199 visitatori, dato in crescita rispetto agli anni precedenti.ecodibergamo


Il calendario delle otto aperture 2026

Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo. Prima dell’avvio del ciclo 2026, le Nottole hanno effettuato manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella interna.ecodibergamo+2

Le date previste sono le seguenti:bergamotomorrow+1

  • Domenica 26 aprile – 14:30 / 18:30
  • Domenica 31 maggio – 14:30 / 18:30
  • Domenica 28 giugno – 14:30 / 18:30
  • Domenica 26 luglio – 14:30 / 18:30
  • Sabato 15 agosto – 14:30 / 18:30
  • Domenica 30 agosto – 14:30 / 18:30
  • Domenica 27 settembre – 14:30 / 18:30
  • Domenica 25 ottobre – 14:30 / 18:30

La Fontana del Lantro si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo (coordinate GPS: 45.70569, 9.66417). L’ingresso è libero e gratuito.bergamonews+1


Fontana del Lantro e le Aperture 2026.

Riapre la Fontana del Lantro: le visite guidate con «Le Nottole» – Bergamo Tomorrow

Il report analizza in dettaglio:

  • Origine storica: prima citazione documentata nell’anno 928, con attestazioni nel 1032, 1042 e nello Statuto cittadino del 1248
  • ?? Architettura: struttura della seconda metà del ‘500, doppia vasca (quella principale da 400 m³), volte ad archi romanici/gotici su colonna centrale, sistema di doppia vasca per la depurazione dell’acqua
  • Le due sorgenti: la storica Sorgente del Lantro e la Sorgente di San Francesco (scoperta durante la costruzione delle mura venete)
  • ?? Bergamo Sotterranea: il Lantro come nodo di una rete più ampia di acquedotti romani, veneziani e cunicoli militari
  • Il Gruppo “Le Nottole”: fondato nel 1969, fusione con il GSB nel 1974, protagonisti del recupero del 1992 e di decenni di esplorazione ipogea
  • Calendario 2026: 8 aperture gratuite da aprile a ottobre, sempre dalle 14:30 alle 18:30 (ricorda: scarpe chiuse con suola antiscivolo!)
  • Dati visitatori: 3.199 visitatori nel 2025, in crescita costante

Fontana del Lantro – Studio Approfondito

Inquadramento generale

La Fontana del Lantro è una delle cavità artificiali più significative di Bergamo e uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Situata sotto la chiesa di San Lorenzo in via Boccola, nel cuore di Città Alta, è una straordinaria cisterna sotterranea che ha fornito acqua alla comunità locale per quasi mille anni. A partire dal 26 aprile 2026, il sito ha riaperto al pubblico con un calendario di otto aperture gratuite organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo.[1][2][3][4][5][6]


Storia e origine del nome

Le prime attestazioni documentali

Il nome “Lantro” deriva dal latino Later (o antrum, antro), che significa letteralmente “antro dell’acqua”, un riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente principale. Il primo documento che attesta l’esistenza della fontana risale all’anno 928, quando una pergamena scritta per conto del vescovo Adalberto menziona espressamente la sorgente del Lantro. Altri documenti del 1032 e del 1042 ne riportano menzione, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive l’intero complesso come dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.[1][2][7][6][8]

Dal Medioevo all’età veneziana

Originariamente collocata all’aperto, la fontana subì una profonda trasformazione nella seconda metà del XVI secolo, quando la Repubblica di Venezia impose la costruzione delle celebri mura difensive di Bergamo (1561–1588). Questo radicale intervento urbanistico comportò la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo, ricostruita poco distante proprio sopra la cisterna, che si trovò così inglobata in un atrio interrato sotto la nuova chiesa. Da quel momento in poi, la fontana rimase protetta e racchiusa in quel suggestivo ambiente ipogeo che ancora oggi è possibile visitare.[1][7][9]

Dal lavatoio all’abbandono

Nel corso dei secoli, il Lantro svolse una funzione pubblica fondamentale per la comunità della Vicinia di San Lorenzo: l’acqua veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Alla fine dell’Ottocento, con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale, la fontana perse la sua funzione primaria di approvvigionamento idrico, ma continuò a essere usata come lavatoio fino al 1950. Negli anni successivi la cisterna cadde in completo abbandono, trasformandosi progressivamente in una discarica abusiva.[2][7]


Architettura e caratteristiche strutturali


Fontana del Lantro cistern
La struttura attuale della Fontana del Lantro è della seconda metà del Cinquecento e rappresenta un eccellente esempio di architettura idraulica rinascimentale. È costruita interamente in pietra squadrata a vista ed è caratterizzata da ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso una singola colonna portante posta al centro della vasca principale.[1][2][3][6]

ElementoDescrizione
Vasca principaleBase quadrata, capacità circa 400 m³
Vasca minoreIn posizione sopraelevata rispetto alla principale
CoperturaVolte ad archi a tutto sesto e sesto acuto
Supporto centraleUnica colonna portante al centro
MaterialePietra squadrata a vista
LocalizzazioneVia Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo
Coordinate45°42?20.63?N 9°39?50.42?E

La fontana adottava il classico sistema della doppia vasca già in uso presso gli antichi romani per la purificazione dell’acqua: l’acqua della sorgente veniva convogliata nella vasca sopraelevata, dove le impurità (sabbia e altri corpuscoli) si depositavano sul fondo prima che l’acqua passasse nella vasca principale. Questo sistema garantiva un elevato livello qualitativo dell’acqua distribuita alla comunità.[6]

Le sorgenti

Il sistema idrico del Lantro era alimentato da due sorgenti distinte:[2][10]

  • Sorgente del Lantro: la più antica e abbondante, nasce da una piccola cavità naturale dietro la chiesa di San Lorenzo, da cui prende il nome l’intera struttura
  • Sorgente di San Francesco: intercettata successivamente, durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo; captata tramite un apposito cunicolo

Il sistema idrico sotterraneo di Bergamo Alta

La Fontana del Lantro non è un sito isolato, ma fa parte di un complesso reticolo di acquedotti e cavità artificiali che si sviluppano sotto Città Alta, frutto di secoli di interventi di ingegneria idraulica che si stratificano dall’epoca romana fino all’Ottocento.[11][12]

Gli antichi acquedotti romani

Bergamo deve la sua rete idrica originaria all’ingegno della civiltà romana, che seppe captare le sorgenti sui colli e costruire una fitta rete idrica in mattoni, piombo e marmo. Le sorgenti principali storicamente documentate sono la Boccola, il Vagine, il Lantro e il Corno. Due acquedotti principali di epoca romana servivano Città Alta: l’Acquedotto di Castagneta (detto anche dei Vasi o Saliente, lungo 3.544 m con dislivello di 70 m) e l’Acquedotto di Sudorno.[12][13]

L’Acquedotto Magistrale veneziano

Con la denominazione di “Acquedotto Magistrale” si indica il sistema integrato di distribuzione dell’acqua all’interno della cinta veneta, rimasto in funzione fino alla fine del XIX secolo. Dal punto di unione degli acquedotti dei Vasi e di Sudorno, nel baluardo di Sant’Alessandro, prendeva origine il condotto Magistrale, in parte ancora percorribile, che serviva utenze pubbliche (cisterne e fontane) e utenze private tramite partitori e canalizzazioni minori.[13]

L’Acquedotto di Prato Baglioni

Nel 2005 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha completato lo studio del terzo grande acquedotto di Bergamo Alta, l’Acquedotto di Prato Baglioni: struttura della seconda metà del 1500, costruita contestualmente alle mura, con una lunghezza di circa 1.400 metri, che riforniva privati e fontane pubbliche della zona nord-est della città.[14]


Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”

Storia e fondazione

Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” è un’associazione di volontari con radici che risalgono al 1964, quando nacque il Gruppo Speleologico Bergamasco, e al 1969, anno di fondazione del Gruppo Speleologico “Le Nottole” — il cui nome deriva dalla nottola, un pipistrello. Nel 1974 i due sodalizi si fusero, dando vita al Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”, con sede inizialmente al Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo.[15][16]

Attività e ricerche

Il gruppo è attivo su molteplici fronti dell’esplorazione speleologica, sia in cavità naturali che artificiali:[17]

  • Esplorazione e rilievo delle mura venete: già nel 1974 le Nottole collaborarono con l’Azienda Autonoma di Turismo per la pubblicazione Le mura di Bergamo (1977), effettuando ispezioni notturne nelle cannoniere in casamatta e nei sotterranei militari[18]
  • Studio degli antichi acquedotti di Bergamo: ricerche d’archivio e sopralluoghi ipogei che hanno portato alla pubblicazione Gli antichi acquedotti di Bergamo (1992) e a studi successivi[11][13]
  • Recupero e valorizzazione del Lantro: nel 1992 il gruppo ha avviato i lavori di pulizia e restauro della cisterna, riportandola all’antico splendore dopo quarant’anni di abbandono[2]
  • Scoperta della fontana del Vagine (2023): ritrovamento del cunicolo originale lungo circa 80 metri, con sezione variabile e due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola[19]
  • Esplorazione carsica dell’Arera: esplorazioni nelle grotte delle Prealpi Orobiche con rilievi topografici e documentazione scientifica[17]
  • Didattica: attività scolastiche già dagli anni ’70 e gestione di corsi di speleologia[20][16]

Le Nottole sono anche attive nelle visite guidate al patrimonio sotterraneo delle mura veneziane, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.[21][22]


Il recupero della Fontana del Lantro (1992)

Il 1992 rappresenta un anno fondamentale nella storia recente del Lantro: il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò un’imponente campagna di pulizia e restauro della cisterna, ridotta a una discarica abusiva colma di detriti, vetri e rottami metallici accumulati in oltre quarant’anni di abbandono. Dopo pochi mesi di lavoro intenso, il manufatto è stato riportato al suo antico splendore. Da quella data, il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali o eventi straordinari organizzati in collaborazione con il Comune.[19][1][2][5]

Nel 2025, l’anno precedente alle attuali aperture, la Fontana del Lantro ha registrato 3.199 visitatori, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti — a testimonianza del crescente interesse del pubblico per la “Bergamo sotterranea”.[5]


Calendario Aperture 2026

Le Aperture Fontana del Lantro 2026 sono organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo, nell’ambito di una convenzione formale per la gestione e valorizzazione del sito. Prima dell’avvio delle aperture è stata effettuata manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella utilizzata dai visitatori per accedere alla cisterna.[4][5][23]

DataGiornoOrario
26 aprile 2026Domenica14:30 – 18:30
31 maggio 2026Domenica14:30 – 18:30
28 giugno 2026Domenica14:30 – 18:30
26 luglio 2026Domenica14:30 – 18:30
15 agosto 2026Sabato14:30 – 18:30
30 agosto 2026Domenica14:30 – 18:30
27 settembre 2026Domenica14:30 – 18:30
25 ottobre 2026Domenica14:30 – 18:30

Le visite sono libere e gratuite per tutti. Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo, per ragioni di sicurezza data la presenza di acqua e superfici umide. Il sito si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo, coordinate GPS: 45.70569, 9.66417.[24][8][4]


Bergamo Sotterranea: contesto patrimoniale più ampio

La Fontana del Lantro si inserisce nel ricco panorama della Bergamo Sotterranea, un sistema di cavità artificiali che comprende:[25][26][9]

  • Cannoniere in casamatta delle Mura Veneziane (Patrimonio UNESCO): strutture militari sotterranee con bocche cannoniere, costruite tra il 1561 e il 1588 su progetto della Serenissima; secondo la ricostruzione storica, se ne contavano 17 in casamatta e 25 a cielo aperto[9]
  • Sortita dell’Acquedotto: accesso sotterraneo al sistema di distribuzione idrica veneziano
  • Rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale: gallerie scavate 15 metri sotto terra, capaci di accogliere fino a mille persone[27]
  • Cunicoli degli acquedotti romani e veneziani: rete idraulica che si snoda per chilometri sotto il tessuto urbano di Città Alta

Le mura venete di Bergamo, iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, sono uno degli elementi che conferiscono alla città il suo straordinario valore storico-culturale. Bergamo e Brescia sono state inoltre Capitale italiana della Cultura 2023, evento che ha intensificato l’attenzione verso il suo patrimonio nascosto.[21][22][25]


Significato scientifico e speleologico

Dal punto di vista della speleologia in cavità artificiali, la Fontana del Lantro rappresenta un caso studio di eccellente livello, con caratteristiche che la rendono unica nel panorama italiano:[2][6]

  • Continuità storica millenaria: documentata dal 928, è tra i più antichi manufatti idraulici urbani ancora integri e visitabili in Italia settentrionale
  • Stratificazione tecnologica: la struttura sovrappone elementi di captazione idrica di epoche diverse (medioevale e rinascimentale), documentando l’evoluzione delle tecniche costruttive
  • Idrogeologia attiva: le sorgenti sono ancora attive, rendendo il Lantro un sito “vivo” e non solo un reperto museale
  • Valore ambientale: come tutti i siti ipogei, rappresenta un potenziale rifugio per chirotteri e fauna cavernicola, in linea con le ricerche naturalistiche condotte nelle grotte bergamasche

La ricerca speleologica condotta dalle Nottole si inserisce in un filone metodologico che integra indagine d’archivio storico, esplorazione fisica delle cavità e rilievo topografico: un approccio multidisciplinare che ha permesso di ricostruire la rete idrica sotterranea di Bergamo con un livello di dettaglio altrimenti irraggiungibile.[11][28]


Conclusione

La Fontana del Lantro è molto più di una cisterna medievale: è un palinsesto millenario che condensa la storia idrica, urbanistica e sociale di Bergamo in un unico spazio sotterraneo. Il lavoro delle Nottole, avviato nel 1974 e proseguito ininterrottamente fino ad oggi, ha trasformato questo sito da discarica abbandonata a monumento accessibile e valorizzato. Le Aperture 2026 rappresentano dunque non solo un appuntamento turistico, ma anche un atto di custodia attiva del patrimonio speleologico e storico-culturale bergamasco.[16][2][5]

Fonti consultate

L'articolo Fontana del Lantro: torna il ciclo di aperture gratuite a Bergamo Alta proviene da Scintilena.

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MontagnaLibri spegne 40 candeline a Trento: libri, montagna e nuove voci

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La storica rassegna internazionale dell’editoria di montagna festeggia il suo quarantesimo anniversario al Trento Film Festival 2026. Tra le novità in catalogo, anche il manuale di Gabriele La Rovere sui rischi in cavità artificiali.


MontagnaLibri: quarant’anni di editoria di montagna

Il 29 aprile 1987 nasceva MontagnaLibri, la Rassegna Internazionale dell’Editoria di Montagna organizzata dal Trento Film Festival. In quattro decenni è diventata l’unica vetrina al mondo interamente dedicata ai libri di montagna, esplorazioni, avventura, culture delle terre alte, cambiamento climatico e natura.loscarpone.cai+1

Il format è rimasto invariato nel tempo: tutte le pubblicazioni iscritte vengono esposte in un grande salone allestito ad hoc nel centro storico di Trento, in concomitanza con la rassegna cinematografica. Il pubblico può sfogliare e consultare liberamente i volumi, scoprendo le novità editoriali degli ultimi 15 mesi.planetmountain+1

Nell’edizione 2026, il padiglione espositivo si trova in Piazza Duomo, cuore della città, per tutta la durata del Festival (24 aprile – 3 maggio).giornaletrentino+1


Il 74° Trento Film Festival come cornice

Il quarantesimo compleanno di MontagnaLibri coincide con la 74ª edizione del Trento Film Festival. Il Festival, nato nel 1952 come primo e più antico festival internazionale di cinema di montagna al mondo, ospita quest’anno 130 film da 38 Paesi e 150 eventi in calendario.lavocedelnordest+3

Il tema della 74ª edizione è il dialogo tra generazioni e il passaggio di testimone tra chi ha scritto la storia dell’alpinismo e dell’esplorazione e chi oggi sta costruendo la propria. Tra gli ospiti: Simon Messner, Ales Cesen, Hervé Barmasse, Mauro Corona, Paolo Mieli e l’esploratore Alex Bellini.lavocedelnordest


Il programma speciale per i 40 anni

Per festeggiare i quattro decenni di attività, MontagnaLibri ha strutturato un programma con iniziative inedite e appuntamenti consolidati.

La novità più rilevante è la rubrica “Ne dimostri meno! Giovani voci per la montagna”, realizzata con il sostegno del Ministero della Cultura e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”. Ogni giorno del Festival, uno spazio del Salotto Letterario di Piazza Duomo è dedicato ad autrici e autori under 35, che presentano le loro opere e i percorsi che le hanno generate.planetmountain

Tra i protagonisti: Marika Ciaccia con Libera (Solferino), Caterina Manfrini con Sette Volte Bosco (Neri Pozza), la climber italo-egiziana Wafaa Amer con Io sono Wafaa (Solferino), Giulia Negri con Montagna. Istruzioni per l’uso (Laterza), Camilla Ghiotto con Tempesta (Salani) e l’illustratore Andrea Antinori.planetmountain+1

Sul fronte dei libri per l’infanzia, il convegno “Piccoli passi, grandi montagne. Il mondo delle vette negli albi illustrati per l’infanzia” ha riunito autori, illustratori ed editori in collaborazione con ITAS Mutua. Tra i relatori, Andrea Antinori e Giovanna Zoboli (Topipittori).planetmountain

La serata “Di padre in figlia” ha messo in scena un inedito dialogo pubblico tra lo scrittore Mauro Corona e sua figlia Marianna.lavocedelnordest+1

Il Premio ITAS del Libro di Montagna ha celebrato i propri finalisti nella serata del 26 aprile al Teatro Sociale, alla presenza del giornalista Paolo Mieli.planetmountain

Nel secondo weekend (1–2 maggio), il chiostro dell’ex convento degli Agostiniani ha ospitato la 29ª Mostra-Mercato internazionale delle librerie antiquarie di montagna, ad ingresso libero.planetmountain


MontagnaLibri oltre Trento: le tappe itineranti

La rassegna non si svolge solo in Trentino. Nel corso degli anni ha sviluppato un format itinerante con tappe stabili: a Bolzano in giugno, a Briga in Svizzera a novembre — dove dal 2003 ha dato origine al BergBuchBrig — e al Forte di Bard in Valle d’Aosta nel periodo natalizio, con l’edizione 2025-2026 aperta dal 7 dicembre al 6 gennaio.loscarpone.cai


In catalogo il manuale di La Rovere sulle cavità artificiali

Tra le pubblicazioni in vendita e in catalogo all’edizione 2026 di MontagnaLibri è presente anche il volume di Gabriele La Rovere, speleologo abruzzese del GRAIM e dello Speleo Club Chieti: Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida.scintilena

Il manuale si propone come guida operativa per chi opera in ambienti ipogei di origine antropica: catacombe, miniere, cisterne, gallerie, cunicoli, pozzi, eremi rupestri e rifugi sotterranei. Distingue tra rischi oggettivi, legati alle caratteristiche fisiche dell’ambiente, e rischi soggettivi, dipendenti dalla preparazione e dal comportamento dell’esploratore.scintilena

Il volume conta 87 pagine, 61 foto e 4 figure a colori tutte inedite, e rimanda a 47 brevi video esclusivi sulle tecniche di progressione. È rivolto a speleologi, archeologi, geologi, ingegneri, architetti, guide speleologiche, vigili del fuoco e personale di Protezione Civile.scintilena

Il libro è stato presentato il 7 marzo 2026 a Lettomanoppello (PE), nella Sala San Michele. È acquistabile su Amazon al link: https://amzn.eu/d/00KhONWy.scintilena


MontagnaLibri e il suo 40° compleanno

  • Storia e identità di MontagnaLibri, nata nel 1987 come vetrina internazionale dell’editoria di montagna nell’ambito del Trento Film Festival
  • Il programma del 40° compleanno all’edizione 2026, con la nuova rubrica Ne dimostri meno! – Giovani voci per la montagna (under 35, sostenuta da MiC e SIAE), il convegno Piccoli passi, grandi montagne, la serata Di padre in figlia con Mauro Corona e Marianna, e la Mostra-Mercato antiquaria
  • Il libro di Gabriele La RovereSpeleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida — 87 pagine, 61 foto, 47 video, indirizzato a speleologi e professionisti del sottosuolo. È acquistabile su Amazon al link ? https://amzn.eu/d/00KhONWy

MontagnaLibri: 40 anni di editoria di montagna

Cos’è MontagnaLibri

MontagnaLibri è la Rassegna Internazionale dell’Editoria di Montagna organizzata nell’ambito del Trento Film Festival, uno degli appuntamenti culturali più longevi e autorevoli dedicati alle terre alte. Nata nel 1987, la rassegna è diventata un punto di riferimento unico nel suo genere per tutti gli appassionati di letteratura di montagna.[1][2]

Ogni anno, tutte le pubblicazioni iscritte vengono esposte in un grande salone allestito nel centro storico di Trento, in concomitanza con la rassegna cinematografica del Festival. Il pubblico può sfogliare e consultare liberamente le copie in esposizione, scoprendo le novità editoriali degli ultimi 15 mesi su montagna, esplorazione, avventura, culture delle terre alte, cambiamento climatico e natura.[3][1]

Nel 2026, MontagnaLibri si è spostata in Piazza Duomo, dove il padiglione espositivo accoglie visitatori e lettori per tutta la durata del Festival (24 aprile – 3 maggio).[4][5]


Il 40° compleanno: “un nuovo punto di arrivo e di partenza”

Con la 74ª edizione del Trento Film Festival (24 aprile – 3 maggio 2026), MontagnaLibri ha spento le sue quaranta candeline. Quarant’anni spesi accompagnando il pubblico alla scoperta di romanzi, racconti, reportage, guide e fumetti legati alle Terre Alte, ma anche quarant’anni di presentazioni e incontri con autori e autrici, ospitati nel Salotto Letterario di Piazza Duomo.[6][7]

Il Festival nel suo complesso conta 130 film provenienti da 38 Paesi e 150 eventi in calendario, con oltre 100 appuntamenti di T4Future, la sezione dedicata alle nuove generazioni.[8][9]


Il programma speciale per i 40 anni

Ne dimostri meno! — Giovani voci per la montagna

Il progetto più innovativo del compleanno è la nuova rubrica “Ne dimostri meno! Giovani voci per la montagna”, nata con il sostegno del MiC (Ministero della Cultura) e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”. La rubrica intende lasciare spazio a giovani autrici e autori under 35, che presentano non soltanto le loro ultime opere ma anche i percorsi personali che le hanno generate.[7][10]

Tra i protagonisti del programma:

  • Marika Ciaccia — autrice di Libera (Solferino): riflessione sul cammino come modalità di trasformazione interiore[7]
  • Caterina ManfriniSette Volte Bosco (Neri Pozza): fortunato esordio nella narrativa[7]
  • Wafaa Amer — climber italo-egiziana, autrice di Io sono Wafaa (Solferino): la storia di chi ha sfidato famiglia e cultura d’origine per affermarsi nel mondo verticale[7]
  • Monica MalfattiDimmi che mi ami. Le Dolomiti di Claudio Barbier (Versante Sud): vicende di alpinisti dimenticati[7]
  • Giulia Negri — fisica e divulgatrice scientifica, Montagna. Istruzioni per l’uso (Laterza): guida divertente per uscire dai sentieri battuti[7]
  • Camilla GhiottoTempesta (Salani), candidata al Premio Strega nel 2023[10][7]
  • Andrea Antinori — autore e illustratore pluripremiato, con laboratorio creativo dagli albi La terra non è piatta e Solo una notte[7]

Piccoli passi, grandi montagne

Nell’ambito dei 40 anni, il Salotto Letterario ha ospitato il convegno “Piccoli passi, grandi montagne. Il mondo delle vette negli albi illustrati per l’infanzia”, in collaborazione con ITAS Mutua. Al tavolo: gli autori e illustratori Andrea Antinori e Irene Penazzi, insieme all’autrice ed editrice Giovanna Zoboli (Topipittori), moderati da Maria Polita.[7]

Di padre in figlia — Mauro Corona e Marianna

Tra le serate evento di punta del compleanno, Di padre in figlia: un inedito dialogo pubblico tra lo scrittore Mauro Corona e sua figlia Marianna.[6][7]

Premio ITAS del Libro di Montagna

Confermata la storica collaborazione con il Premio ITAS del Libro di Montagna, che nel 2026 ha presentato i libri finalisti e premiato gli autori durante la serata del 26 aprile al Teatro Sociale, alla presenza del giornalista e scrittore Paolo Mieli.[7]

29ª Mostra-Mercato delle librerie antiquarie di montagna

Nel secondo weekend del Festival (1–2 maggio), nel chiostro dell’ex convento degli Agostiniani nel cuore del centro storico di Trento, è tornata la Mostra-Mercato internazionale delle librerie antiquarie di montagna, ad ingresso libero. La stessa sede ha ospitato la presentazione di Lo scatto del tempo. Vittorio Sella, il fotografo e il suo archivio (Antiga Edizioni).[7]


MontagnaLibri nel tempo: carattere itinerante e internazionale

La rassegna non si ferma a Trento. Nel corso degli anni ha acquisito un spiccato carattere itinerante:

  • Bolzano: tappa nel mese di giugno
  • Briga (Svizzera): appuntamento fisso a novembre; dal 2003 ha dato vita al seguitissimo BergBuchBrig
  • Forte di Bard (Valle d’Aosta): dal 2023, ospita MontagnaLibri durante le festività natalizie (dal 7 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026 per l’edizione più recente)[1]

Il libro di Gabriele La Rovere: una novità speleologica in catalogo

Tra le pubblicazioni in vendita e in catalogo all’edizione 2026 di MontagnaLibri, spicca il volume di Gabriele La Rovere, speleologo abruzzese del GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella) e dello Speleo Club Chieti:[11][12]

Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida

Il volume affronta un tema di grande rilevanza per chiunque operi nel mondo della speleologia in cavità artificiali: catacombe, miniere, cisterne, gallerie, cunicoli, pozzi, eremi e rifugi sotterranei. Il testo si propone come una guida operativa per una gestione consapevole, sicura e sostenibile dei pericoli legati alla ricerca sotterranea, distinguendo tra:[11]

  • Rischi oggettivi: legati alle caratteristiche dell’ambiente sotterraneo
  • Rischi soggettivi: dipendenti da competenze, esperienza e comportamento degli esploratori[11]

Caratteristiche del volume:

  • 87 pagine
  • 61 foto e 4 figure a colori, tutte inedite
  • Link a 47 brevi video esclusivi sulle tecniche di progressione[11]

A chi si rivolge:
Il volume è pensato per un pubblico diversificato: speleologi, minatori, archeologi, geologi, ingegneri, architetti, guide speleologiche, vigili del fuoco, personale di Protezione Civile, Comuni, Soprintendenze, Parchi.[11]

Il libro è stato presentato ufficialmente il 7 marzo 2026 a Lettomanoppello (PE), nella Sala San Michele, con la partecipazione di Andrea Scatolini e Virgilio Pendola.[11]

Dove acquistarlo: Il volume Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida è disponibile su Amazon al link: https://amzn.eu/d/00KhONWy[11]


Trento Film Festival 2026: il contesto

Il Trento Film Festival, nato nel 1952, è il primo e più antico festival internazionale di cinema di montagna al mondo. Nella sua 74ª edizione, il tema portante è il dialogo tra generazioni e il passaggio di testimone. Gli ospiti principali includono alpinisti come Simon Messner, Ales Cesen e Hervé Barmasse, scrittori come Mauro Corona e Paolo Mieli, esploratori come Alex Bellini e Kim Young-Mi. La sezione T4Future, con oltre 100 appuntamenti dedicati ai giovani, è sempre più centrale nell’identità del Festival.[8][6]

Fonti consultate

  1. PlanetmountainMontagnaLibri festeggia il suo 40° compleanno al Trento Film Festival 2026
    https://www.planetmountain.com/it/notizie/eventi/montagnalibri-festeggia-40-compleanno-trento-film-festival-2026.html
  2. ScintilenaA Lettomanoppello la presentazione del libro sulla speleologia in cavità artificiali – Pericoli, Rischi e Linee Guida
    https://www.scintilena.com/a-lettomanoppello-la-presentazione-del-libro-sulla-speleologia-in-cavita-artificiali-pericoli-rischi-e-linee-guida/
  3. Lo Scarpone CAIMontagnaLibri torna al Forte di Bard
    https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/dal-trentino-alla-valle-d-aosta-montagnalibri-torna-al-forte-di-bard/
  4. TG24 SkyTrento Film Festival 2026, programma e ospiti della 74ª edizione
    https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2026/04/05/trento-film-festival-2026-programma
  5. La Voce del NordestIl dialogo tra generazioni al centro del 74° Trento Film Festival
    https://www.lavocedelnordest.eu/il-dialogo-tra-generazioni-al-centro-del-74-o-trento-film-festival/
  6. PlanetmountainPresentato il programma del Trento Film Festival 2026
    https://www.planetmountain.com/it/notizie/eventi/presentato-programma-74-trento-film-festival.html
  7. Giornale di TrentoSi alza il sipario sul Trento Film Festival: eventi fino al 3 maggio
    https://www.giornaletrentino.it/montagna/si-alza-il-sipario-sul-trento-film-festival-eventi-fino-al-3-maggio-1.4348294
  8. Trento Film Festival (sito ufficiale) — Edizione 2026
    https://trentofestival.it/edizione-2026/

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