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La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità.
La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni
Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significa
La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità.
La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni
Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significative dell’Umbria: la Grotta dei Cocci. Il nome non lascia spazio a dubbi — frammenti di ceramica — e rivela già il contenuto di questa cavità scoperta nei primissimi anni Cinquanta del Novecento da un gruppo di scout narnesi, tra cui Irmo Ceccaroli e Paolo Ceccarelli, che segnalarono il ritrovamento al professor Carlo Castellani, Ispettore Onorario ai Monumenti dell’Umbria.
Nei decenni successivi, la grotta subì numerose razzie da parte di privati, perdendo parte del suo patrimonio prima di qualsiasi studio scientifico. Solo negli anni ’80 la cavità fu oggetto di una vera campagna di scavo, coordinata da Maria Cristina De Angelis della Soprintendenza, i cui risultati sono stati pubblicati in un volume monografico edito da All’Insegna del Giglio nel 2019.
I reperti restituiti dai sedimenti della grotta coprono un arco che va dal Neolitico antico finale fino all’età del Bronzo. Tra i materiali rinvenuti: utensili in selce, strumenti di osso, frammenti ceramici di diverse epoche, oggetti d’ornamento e resti funerari umani. Il dettaglio più eloquente è il focolare con strato di cenere e carboni di oltre un metro di spessore: una stratificazione che testimonia una frequentazione millenaria e continua. La grotta era probabilmente un luogo di rito, frequentata da genti provenienti da altri territori dell’Appennino, a conferma di una rete di scambi culturali già attiva in epoche molto remote. I reperti salvati dalle razzie sono oggi conservati in una sala del Museo di Palazzo Eroli a Narni.
La Grotta dei Cocci non è l’unica testimonianza preistorica del territorio narnese. La Grotta del Capraro, anch’essa in territorio narnese ma in località Cappuccini Selva Antica, ha restituito utensili in selce, frammenti ceramici e focolari analoghi. La Grotta d’Orlando, sulla Via Flaminia, conserva incisioni rupestri e la caratteristica “Sedia d’Orlando”, pur non essendo mai stata oggetto di scavi sistematici.
Stifone e le Grotte del Nera
Prima ancora dei monaci medievali e dei minatori pontifici, la zona delle Gole del Nera era frequentata per ragioni commerciali e militari. Il geografo greco Strabone (Geographia V, 2, 10) fu il primo a confermare la navigabilità del Nera nell’antichità, specificando che il fiume poteva essere percorso con imbarcazioni di piccole dimensioni. Il fiume risultava completamente navigabile solo all’uscita della Gola di Narni, circa 900 metri a valle di Stifone, nella zona denominata “Le Mole” per i numerosi mulini medievali presenti in loco.
Nel 20 d.C. il console Gneo Calpurnio Pisone, di ritorno dalla Dalmazia e narrato da Tacito negli Annales (III, 9), si imbarcò a Narni con un numeroso seguito per raggiungere Roma via fiume. Il dettaglio implica che al porto fluviale narnese fosse disponibile un numero sufficiente di imbarcazioni per il trasporto di persone e merci.
Le prime testimonianze scritte del porto risalgono al XVI secolo, quando il gesuita Fulvio Cardoli riconobbe le vestigia: “Esistono anc’oggi, passato il Castel di Taizzano, un tre miglia da Narni, alcune vestigia del porto, dove alfin la Nera incomincia a sostener le barche, ed ivi veggonsi pure i ferrei anelli impiombati nel vivo sasso, ai quali siccome a palo ferrato legavansi le barche”. Tali anelli di ferro, confermati nel 1879 dal marchese Giovanni Eroli, sono ancora parzialmente visibili nell’alveo del fiume. Il sito è ancora in stato di abbandono, di proprietà dell’ENEL, e non è mai stato oggetto di una vera campagna di scavi.
Gli Eremi Rupestri delle Gole del Nera: Monaci e Grotte nel Medioevo
Sul Monte Santa Croce, quasi a fare da sentinella sull’imbocco delle Gole del Nera, sorge l’Abbazia di San Cassiano, edificio di pietra con campanile visibile da Narni. Le sue origini monastiche risalgono alle guerre goto-bizantine del VI secolo: è probabile che il sito sorgesse come presidio territoriale, in analogia con altri monasteri della medesima epoca. L’abbazia è nominata con certezza per la prima volta in un documento dell’Abbazia di Farfa dell’1081, ma il ritrovamento di un’iscrizione su sarcofago romano — donato al primo abate dal nobile Crescenzio di Teodorada, morto nel 984 d.C. — suggerisce che l’edificio attuale sia da datarsi alla seconda metà del X secolo, al tempo del papa narnese Giovanni XIII (965–972). Il monastero era parte di una rete di presidi religiosi che vigilavano sul corridoio territoriale tra Roma e Ravenna.
Aggrappato a strapiombo sulle Gole del Nera, in uno dei punti più impervi del Monte Santa Croce, si trova invece l’Eremo di San Jago, conosciuto localmente come “grotta dell’Eremita” o “San Jago degli Schioppi” (scogli). Non si hanno notizie certe sulla fondazione, ma le murature esistenti sono databili al XIII secolo, con una probabile frequentazione eremitica precedente. La struttura sfrutta un’ampia grotta naturale come involucro, chiusa e articolata su tre livelli: al primo livello si riconoscono i resti di una piccola chiesa con porta architravata e croce scolpita; ai piani superiori si trovavano i rifugi per gli eremiti. Una narrazione trascritta da Orlando Colasanti nel 1941 ricorda che nel 1354 vi avrebbe soggiornato il nobile romano Evaldo Frangipane, ordinatosi sacerdote. L’eremo versa oggi in stato di abbandono, vittima di atti vandalici.
Gli speleologi dell’UTEC Narni hanno identificato nelle stesse gole anche quello che ritengono essere il perduto Monastero di San Giovanni, insediamento eremitico costruito presso una grotta preesistente. Come ha ricostruito Andrea Scatolini dell’UTEC, il rapporto tra grotta naturale e presidio religioso è costante lungo tutta la montagna: la montagna porta il nome di Santa Croce proprio da questa fitta rete di presidi religiosi costruiti nel corso del Medioevo.
Le Miniere di Ferro dello Stato Pontificio: Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste
I primi documenti certi sulle miniere di ferro di Narni risalgono al 1709: in una lettera di quell’anno, i priori di Narni scrivevano al Cardinale Sacripante ricordando espressamente le cave di ferro. La scelta del sito cadde su Stifone anche “per la vicinanza alla Madonna del Monte, dove si cava la miniera del ferro più abbondante”.
La Reverenda Camera Apostolica fu autorizzata a coltivare le miniere e a costruire una ferriera. La prima pietra fu posata il 15 aprile 1710 presso la villa di Stifone: la struttura comprendeva due edifici — grande e piccola ferriera — con forno e magli azionati dalla forza idraulica delle sorgenti locali. L’impianto fu inaugurato con la prima fusione del minerale il 21 ottobre 1721. La relazione del signor Bordoni del 1710, documento fondamentale per la storia industriale del territorio, descrive il sopralluogo personale del Monsignore Tesoriere nelle cave verso la fine del 1708.
L’impresa si rivelò più costosa del previsto: cunicoli lunghissimi, acqua insufficiente per i macchinari, vene di ferro meno abbondanti del previsto. La Camera Apostolica fu costretta ad abbandonare l’impresa, e seguirono 39 anni di abbandono completo. Nel 1760 l’architetto Giuseppe Pennini, incaricato dalla Camera Apostolica per una nuova valutazione, visitò le cave e le descrisse: alla prima cava trovò un cunicolo alto e largo 7 palmi che si internava in linea retta per 450 palmi. Il minerale estratto era una limonite pisolitica, capace di fornire dopo lavaggi dal 33 al 40 per cento di metallo. La nuova ferriera fu definitivamente abbandonata nel 1784.
Le tre principali cavità-miniera del comprensorio — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli e Grotta Celeste — sono state oggetto di sistematiche esplorazioni speleologiche da parte dell’UTEC Narni. Sulla base dei confronti con la relazione del Pennini, gli speleologi identificano la Grotta dello Svizzero con la cosiddetta “Cava di Zara” descritta nel 1760. Nelle grotte Celeste e dei Veli, durante una delle esplorazioni, gli speleologi trovarono due oggetti abbandonati in fondo alle antiche cave: un vecchio elmetto militare e una piccola piccozza. L’elmetto potrebbe rimandare alle due guerre mondiali; la piccozza è uno strumento tipico del lavoro minerario. Due oggetti che condensano in un’immagine la stratificazione della storia umana in questi luoghi.
Daniele Di Sisto e Filippo Sini: il Valore Umano dell’Esplorazione Speleologica
Il Gruppo Speleologico UTEC Narni, fondato nel 1977, ha esplorato, rilevato e censito oltre 17 grotte sul Monte Santa Croce nel corso di quasi quarant’anni di attività, con almeno altre 10 non ancora accatastate al Catasto Speleologico dell’Umbria. Le ricerche proseguono attivamente: nel 2025 e 2026 le esplorazioni si avvalgono di GPS, tecnologie LiDAR e sensori per la meteorologia ipogea.
Nel corso delle esplorazioni più recenti, l’UTEC ha scoperto due nuove cavità collocate su una faglia diretta nei pressi della Grotta dello Svizzero. I nomi scelti per queste grotte non sono tecnici né geografici: si chiamano Grotta Daniele Di Sisto e Grotta Filippo Sini. Sono i nomi di amici scomparsi.
Lo speleologo Virgilio Pendola ha spiegato il senso di questa pratica con parole dirette: “Lo spirito di amicizia e di fratellanza, in noi speleo, è molto sentito: in tanti momenti, a volte in condizioni di pericolo reale, dentro i cunicoli più stretti oppure su pozzi che sembrano non finire mai, di un nero inenarrabile, si può contare solo sulle capacità e sulla preparazione dei compagni-fratelli-amici intorno… ci fidiamo, sempre, ciecamente, sapendo che, nel bisogno, sapranno aiutarti e nessuno, mai, si tirerà indietro accada quello che accada”.
A Daniele Di Sisto e Filippo Sini si aggiungono Fausto Fortunati e Tullio Cecca, a cui gli speleologi dell’UTEC hanno dedicato altre grotte scoperte in territorio umbro. La toponomastica delle grotte diventa così un atto di memoria: ogni cavità porta il nome di chi quella montagna l’ha amata abbastanza da dedicarle una vita.
Dal Neolitico alle esplorazioni più recenti del 2025.
Il report approfondisce:
La Grotta dei Cocci — scavi 1989-2001 diretti da Maria Cristina De Angelis, focolare spesso oltre un metro, reperti dal Neolitico antico all’età del Bronzo, i saccheggi e il Museo Eroli
Stifone — la testimonianza di Strabone e Tacito sul console Pisone (20 d.C.), il canale di 280 metri con i 60 incavi, i reperti romani dall’alveo del Nera
Il labirinto dei monaci — le radici bizantine di Belisario (VI sec.), l’abbazia benedettina del X secolo di San Cassiano, l’Eremo di San Jago con murature databili al XIII secolo, il perduto monastero di San Giovanni ritrovato dall’UTEC
Le miniere del Papa — la lettera del 1709 ai priori di Narni, la ferriera inaugurata il 21 ottobre 1721, la relazione dell’architetto Pennini (1760), le identificazioni delle cave con la Grotta dello Svizzero (Cava di Zara) e le grotte Celeste e dei Veli
L’elmetto e la piccozza — i reperti inaspettati trovati nelle grotte-miniera dall’UTEC
Daniele Di Sisto e Filippo Sini — il valore umano dell’esplorazione e la pratica dell’UTEC di intitolare le grotte agli amici scomparsi
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Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’
Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri.
Il tema scelto per questo appuntamento è tra i più articolati dell’intero programma: “L’acquedotto di Albintimilium. Dalla prima descrizione alle riscoperte del XXI secolo”.[1][2]
Il ciclo, avviato nel novembre 2025 e accolto con ampia partecipazione di pubblico, intende guidare i presenti alla scoperta di itinerari meno noti del Ponente ligure estremo.
L’idea del ciclo era nata inizialmente per approfondire un singolo sito, la Tana Bertrand di Badalucco, ma si è poi espansa fino ad abbracciare un ampio ventaglio di cavità naturali e artificiali, tra cui la diga di Glori e proprio l’acquedotto romano di Albintimilium.[2][3]
Albintimilium e il suo acquedotto: archeologia e ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Albintimilium è il sito archeologico di epoca romana che sorge a Nervia, frazione di Ventimiglia, ed era la capitale del popolo degli Intemelii.
La città raggiunse una notevole espansione in età imperiale: dopo essere stata devastata nel 68 d.C. dalle truppe di Otone, fu ricostruita dall’imperatore Vespasiano, che la dotò di un vasto edificio termale.
In coincidenza con i restauri della via consolare, nei secoli II e III d.C., avvenne anche il raddoppio dell’acquedotto, a testimonianza della prosperità raggiunta dalla città.[4][5]
Le terme di Albintimilium furono costruite nella seconda metà del I secolo d.C. e raggiunsero il loro apice tra il II e il III secolo, per poi essere progressivamente abbandonate a partire dal V secolo.
L’approvvigionamento idrico di questo imponente complesso era garantito dall’acquedotto, che attingeva le acque del torrente Seborrino, affluente del Nervia. Il sistema prevedeva anche una galleria di captazione: un tunnel lungo circa 40 metri con copertura a volta in calcestruzzo e pareti scavate nella roccia, ancora parzialmente rintracciabile nei pressi di Camporosso.[6][7][8][9]
Da Barocelli alle riscoperte del XXI secolo: la storia delle indagini sull’acquedotto romano
L’acquedotto di Albintimilium è noto agli studiosi già dalla prima metà del Novecento. Pietro Barocelli fu tra i primi a condurre scavi sistematici sull’area di Albintimilium, tra il 1914 e il 1918, rinvenendo importanti strutture della città romana, dalle mura al teatro, dalle insulae alle tombe. I ricercatori Rossi e Barocelli avevano già ipotizzato che il Rio Seborrino costituisse la sorgente principale degli acquedotti di Ventimiglia romana.[4][6][10]
Le indagini recenti hanno permesso di identificare nuovi resti. Nel 2013 furono rintracciate nuove tracce dell’acquedotto. Studi successivi hanno localizzato in modo più preciso il primo tratto dell’acquedotto romano, nei pressi delle sorgenti del torrente Seborrino nel comune di Camporosso. Le tracce sopravvissute sono però frammentarie: spesso nascoste dalla vegetazione, alterate da fenomeni franosi, o demolite nel corso dei secoli dai ripascimenti agricoli che hanno interessato le aree lungo il tracciato.[6][11][12]
I tre relatori: archeologia, musei e speleologia a confronto per l’acquedotto di Albintimilium
L’incontro vedrà la partecipazione congiunta di tre specialisti. Stefano Costa, archeologo e funzionario della Soprintendenza per la Liguria, è esperto del periodo tardo antico e ha condotto diversi sopralluoghi mirati all’identificazione dei resti dell’acquedotto. Il suo contributo inquadra la struttura nel contesto dell’archeologia ligure, fornendo un confronto puntuale con la documentazione d’archivio.
Giulio Montinari, archeologo in servizio presso la Direzione Regionale Musei Liguria, ha sviluppato ricerche che spaziano dall’età dei metalli al periodo romano, con particolare attenzione ai percorsi di crinale che collegavano Liguria e Piemonte.
Alessandro Pastorelli, attivo nella speleologia dal 1992, è coordinatore dello Speleo Club CAI Sanremo — un gruppo che collabora da anni con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri nelle attività di esplorazione e documentazione del territorio — ed è referente del Catasto Speleologico Ligure per la provincia di Imperia.[2][13]
Ricostruire il tracciato e la portata idrica dell’acquedotto romano di Albintimilium
L’obiettivo dell’incontro va oltre la semplice narrazione storica. Attraverso immagini, dati di campo e ricostruzioni grafiche, i relatori propongono di ricostruire non solo il tracciato dell’acquedotto ma anche la sua portata idrica originaria, offrendo così un quadro concreto sulla vita quotidiana degli antichi Intemelii. Si tratta di un approccio multidisciplinare che unisce l’indagine speleologica — con l’esplorazione diretta delle gallerie di captazione lungo il Rio Seborrino — alla lettura stratigrafica dei depositi calcarei lasciati dallo scorrere delle acque nel tempo.[6][8]
Il sito di Albintimilium è stato oggetto nel 2020 di una visita guidata promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali, che aveva portato un pubblico di appassionati a percorrere il tracciato dell’acquedotto fino alle terme occidentali, dove una conduttura ancora visibile attraversa il complesso termale. L’incontro del 29 aprile riprende e approfondisce quel percorso con le acquisizioni più recenti della ricerca.[14]
Il programma prosegue: le prossime tappe del viaggio sotterraneo nel Ponente ligure
Il ciclo “Viaggio al centro della terra” non si esaurisce con questo appuntamento. I prossimi incontri previsti nel programma dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri porteranno il pubblico a esplorare altri siti del Ponente, tra cui le grotte dei Balzi Rossi, uno dei siti preistorici più noti del Mediterraneo nord-occidentale. Ogni conferenza si tiene al Museo Civico di Sanremo, con ingresso aperto a tutti e avvio alle ore 16.[2]
L’iniziativa si inserisce in un solco culturale consolidato: la sezione sanremese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri organizza da anni attività che intrecciano storia locale, preistoria e archeologia, avvalendosi della collaborazione dei gruppi speleologici del CAI. Il ciclo in corso conferma questa impostazione, allargando lo sguardo dalle cavità naturali alle opere sotterranee di costruzione umana, come appunto l’acquedotto romano di Albintimilium.[1][2]
Fonti [1] Sanremo, al Museo Civico al via il ciclo dell’IISL sulle grotte della … https://www.rivieratime.news/sanremo-al-museo-civico-al-via-il-ciclo-delliisl-sulle-grotte-della-valle-argentina/ [2] Il Museo Civico di Sanremo presenta: “Viaggio al centro della Terra” https://www.rivieratime.news/museo-civico-sanremo-viaggio-centro-terra/ [3] Sanremo, viaggio nella storia sotterranea: incontro sull’acquedotto … https://www.sanremonews.it/2026/04/28/leggi-notizia/argomenti/sanremo-ospedaletti/articolo/sanremo-viaggio-nella-storia-sotterranea-incontro-sullacquedotto-romano-di-albintimilium-al-mus.html [4] Albintimilium – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Albintimilium [5] Area archeologica di Albintimilium e Antiquarium http://musei.beniculturali.it/musei?mid=5026&nome=area-archeologica-di-albintimilium-e-antiquarium [6] Oltre Collasgarba… sino al Rio Seborrino e agli Acquedotti di … https://liguriaponente.wordpress.com/2016/06/10/oltre-collasgarba-sino-al-rio-seborrino-e-agli-acquedotti-di-ventimiglia-romana/ [7] Viaggio nelle antiche Terme romane di Ventimiglia – Riviera Time https://www.rivieratime.news/viaggio-nelle-antiche-terme-romane-di-ventimiglia/ [8] Acquedotti romani a Ventimiglia – Cultura-Barocca http://www.cultura-barocca.com/imperia/SEBO.HTM [9] Area archeologica di Nervia – Ventimiglia https://ventimiglia.it/esplora/storia-e-cultura/siti-storici-e-giardini/area-archeologica-di-nervia/ [10] Ricordando l’Archeologo Pietro Barocelli: Un Convegno a Genova … https://www.scintilena.com/ricordando-larcheologo-pietro-barocelli-un-convegno-a-genova-in-celebrazione-del-centenario-di-albintimilium/12/01/ [11] [PDF] la città romana ed altomedievale di albintimilium – Universität zu Köln https://kups.ub.uni-koeln.de/74326/1/A_Paonessa-Albintimilium-Archive.pdf [12] Nuove tracce dell’acquedotto romano di Albintimilium. – ArcheoNervia http://archeonervia.blogspot.com/2013/10/nuove-tracce-dellacquedotto-romano-di.html [13] Corso di tecniche di attrezzamento in forra e grotta – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-tecniche-di-attrezzamento-in-forra-e-grotta/10/08/ [14] Alla scoperta dell’acquedotto di Albintimilium https://nervia.cultura.gov.it/evento/alla-scoperta-dellacquedotto-di-albintimilium/ [15] Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable (1).pdf https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/aac47009-36b6-414c-a17d-a894fd324d3c/Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable-1.pdf [16] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [17] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [18] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [19] a Civitavecchia la conferenza di Mario Mazzoli sulla speleologia … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-nelle-grotte-sommerse-a-civitavecchia-la-conferenza-di-mario-mazzoli-sulla-speleologia-subacquea/02/26/ [20] L’ACQUEDOTTO DEL SERINO COMPIE DUEMILA ANNI! 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Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924 [34] Anforette a fondo piatto con anse rimontanti da Altino: una possibile produzione locale? https://edizionicafoscari.unive.it/libri/978-88-6969-390-8/anforette-a-fondo-piatto-con-anse-rimontanti-da-al/ [35] Aqua Traiana, a Roman Infrastructure Embedded in the Present: The Mineralogical Perspective https://www.mdpi.com/2075-163X/11/7/703/pdf [36] Acquedotti, Romani, Albintimilium, Rio, Seborrino, Galleria … http://www.cultura-barocca.com/ABCZETA/CASTELUM2.HTM [37] Corso di Speleologia a Sanremo – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-speleologia-a-sanremo-2/03/01/ [38] Speleo Club CAI Sanremo | Facebook https://www.facebook.com/groups/161620974007387/
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Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle dome
Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle domeniche pomeriggio, con orario dalle 14:30 alle 18:30. Fa eccezione il 15 agosto, che cade di sabato. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Comune di Bergamo.bergamotomorrow+1
La Fontana del Lantro: mille anni di storia idrica nel sottosuolo bergamasco
La Fontana del Lantro è uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Il nome deriva dal latino antrum, ovvero “antro dell’acqua”, riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente originaria. La prima attestazione documentale risale all’anno 928, in una pergamena redatta per conto del vescovo Adalberto. Ulteriori documenti del 1032 e del 1042 ne confermano l’esistenza, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive il complesso già dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.wikipedia+3
La struttura visibile oggi è della seconda metà del Cinquecento. La sua costruzione fu determinata dall’avvio dei lavori per le mura difensive veneziane (1561–1588), che comportarono la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo: ricostruita poco distante, la nuova chiesa inglobò la cisterna in un atrio interrato. Da quel momento la fontana rimase protetta in quell’ambiente ipogeo che è ancora oggi visitabile.bergamonews+2
Architettura: doppia vasca e volte in pietra a vista
Dal punto di vista architettonico, il Lantro è un manufatto di notevole pregio. La struttura è costruita interamente in pietra squadrata a vista e presenta ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso un’unica colonna portante posta al centro della vasca principale.nottole+3
Il sistema adotta il principio della doppia vasca: l’acqua della sorgente viene convogliata in una vasca sopraelevata, dove le impurità si depositano sul fondo, prima di fluire nella cisterna principale. Questo sistema, già noto in epoca romana, garantiva un’acqua di qualità elevata alla comunità della vicinia di San Lorenzo.visitbergamo+2
Il complesso è alimentato da due sorgenti: la storica sorgente del Lantro, originata da una piccola cavità naturale, e la sorgente di San Francesco, captata durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo tramite un apposito cunicolo.museionline+1
Da lavatoio pubblico all’abbandono, fino al recupero del 1992
Per secoli la fontana ha svolto una funzione pubblica fondamentale: veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale alla fine dell’Ottocento, la struttura perse la sua funzione di approvvigionamento idrico, ma rimase in uso come lavatoio fino al 1950.nottole+1
Nei decenni successivi il sito cadde in abbandono e divenne una discarica abusiva. Nel 1992 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò una campagna di pulizia e restauro che riportò la cisterna alle sue condizioni originali. Da allora il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali organizzate con il Comune di Bergamo.ecodibergamo+3
Le Nottole: oltre cinquant’anni di esplorazione sotterranea a Bergamo
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” nasce dalla fusione, avvenuta nel 1974, tra il Gruppo Speleologico Bergamasco (fondato nel 1964) e il Gruppo Speleologico “Le Nottole” (fondato nel 1969). Il nome “Nottole” fa riferimento a un pipistrello.nottole+1
L’attività del gruppo copre sia la speleologia in grotte naturali nelle Prealpi Orobiche, sia il censimento e la valorizzazione delle cavità artificiali del sottosuolo bergamasco. Tra i contributi principali: la pubblicazione degli studi sugli antichi acquedotti di Bergamo, il rilievo delle cannoniere in casamatta delle mura venete UNESCO, la scoperta nel 2023 del cunicolo originale della Fontana del Vagine (lungo circa 80 metri, con due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola) e la gestione didattica del patrimonio sotterraneo di Città Alta.scintilena+4
Nel 2025 il Lantro ha accolto 3.199 visitatori, dato in crescita rispetto agli anni precedenti.ecodibergamo
Il calendario delle otto aperture 2026
Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo. Prima dell’avvio del ciclo 2026, le Nottole hanno effettuato manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella interna.ecodibergamo+2
Le date previste sono le seguenti:bergamotomorrow+1
Domenica 26 aprile – 14:30 / 18:30
Domenica 31 maggio – 14:30 / 18:30
Domenica 28 giugno – 14:30 / 18:30
Domenica 26 luglio – 14:30 / 18:30
Sabato 15 agosto – 14:30 / 18:30
Domenica 30 agosto – 14:30 / 18:30
Domenica 27 settembre – 14:30 / 18:30
Domenica 25 ottobre – 14:30 / 18:30
La Fontana del Lantro si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo (coordinate GPS: 45.70569, 9.66417). L’ingresso è libero e gratuito.bergamonews+1
Fontana del Lantro e le Aperture 2026.
Riapre la Fontana del Lantro: le visite guidate con «Le Nottole» – Bergamo Tomorrow
Il report analizza in dettaglio:
? Origine storica: prima citazione documentata nell’anno 928, con attestazioni nel 1032, 1042 e nello Statuto cittadino del 1248
?? Architettura: struttura della seconda metà del ‘500, doppia vasca (quella principale da 400 m³), volte ad archi romanici/gotici su colonna centrale, sistema di doppia vasca per la depurazione dell’acqua
? Le due sorgenti: la storica Sorgente del Lantro e la Sorgente di San Francesco (scoperta durante la costruzione delle mura venete)
?? Bergamo Sotterranea: il Lantro come nodo di una rete più ampia di acquedotti romani, veneziani e cunicoli militari
? Il Gruppo “Le Nottole”: fondato nel 1969, fusione con il GSB nel 1974, protagonisti del recupero del 1992 e di decenni di esplorazione ipogea
? Calendario 2026: 8 aperture gratuite da aprile a ottobre, sempre dalle 14:30 alle 18:30 (ricorda: scarpe chiuse con suola antiscivolo!)
? Dati visitatori: 3.199 visitatori nel 2025, in crescita costante
Fontana del Lantro – Studio Approfondito
Inquadramento generale
La Fontana del Lantro è una delle cavità artificiali più significative di Bergamo e uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Situata sotto la chiesa di San Lorenzo in via Boccola, nel cuore di Città Alta, è una straordinaria cisterna sotterranea che ha fornito acqua alla comunità locale per quasi mille anni. A partire dal 26 aprile 2026, il sito ha riaperto al pubblico con un calendario di otto aperture gratuite organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo.[1][2][3][4][5][6]
Storia e origine del nome
Le prime attestazioni documentali
Il nome “Lantro” deriva dal latino Later (o antrum, antro), che significa letteralmente “antro dell’acqua”, un riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente principale. Il primo documento che attesta l’esistenza della fontana risale all’anno 928, quando una pergamena scritta per conto del vescovo Adalberto menziona espressamente la sorgente del Lantro. Altri documenti del 1032 e del 1042 ne riportano menzione, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive l’intero complesso come dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.[1][2][7][6][8]
Dal Medioevo all’età veneziana
Originariamente collocata all’aperto, la fontana subì una profonda trasformazione nella seconda metà del XVI secolo, quando la Repubblica di Venezia impose la costruzione delle celebri mura difensive di Bergamo (1561–1588). Questo radicale intervento urbanistico comportò la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo, ricostruita poco distante proprio sopra la cisterna, che si trovò così inglobata in un atrio interrato sotto la nuova chiesa. Da quel momento in poi, la fontana rimase protetta e racchiusa in quel suggestivo ambiente ipogeo che ancora oggi è possibile visitare.[1][7][9]
Dal lavatoio all’abbandono
Nel corso dei secoli, il Lantro svolse una funzione pubblica fondamentale per la comunità della Vicinia di San Lorenzo: l’acqua veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Alla fine dell’Ottocento, con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale, la fontana perse la sua funzione primaria di approvvigionamento idrico, ma continuò a essere usata come lavatoio fino al 1950. Negli anni successivi la cisterna cadde in completo abbandono, trasformandosi progressivamente in una discarica abusiva.[2][7]
Architettura e caratteristiche strutturali
Fontana del Lantro cistern La struttura attuale della Fontana del Lantro è della seconda metà del Cinquecento e rappresenta un eccellente esempio di architettura idraulica rinascimentale. È costruita interamente in pietra squadrata a vista ed è caratterizzata da ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso una singola colonna portante posta al centro della vasca principale.[1][2][3][6]
Elemento
Descrizione
Vasca principale
Base quadrata, capacità circa 400 m³
Vasca minore
In posizione sopraelevata rispetto alla principale
Copertura
Volte ad archi a tutto sesto e sesto acuto
Supporto centrale
Unica colonna portante al centro
Materiale
Pietra squadrata a vista
Localizzazione
Via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo
Coordinate
45°42?20.63?N 9°39?50.42?E
La fontana adottava il classico sistema della doppia vasca già in uso presso gli antichi romani per la purificazione dell’acqua: l’acqua della sorgente veniva convogliata nella vasca sopraelevata, dove le impurità (sabbia e altri corpuscoli) si depositavano sul fondo prima che l’acqua passasse nella vasca principale. Questo sistema garantiva un elevato livello qualitativo dell’acqua distribuita alla comunità.[6]
Le sorgenti
Il sistema idrico del Lantro era alimentato da due sorgenti distinte:[2][10]
Sorgente del Lantro: la più antica e abbondante, nasce da una piccola cavità naturale dietro la chiesa di San Lorenzo, da cui prende il nome l’intera struttura
Sorgente di San Francesco: intercettata successivamente, durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo; captata tramite un apposito cunicolo
Il sistema idrico sotterraneo di Bergamo Alta
La Fontana del Lantro non è un sito isolato, ma fa parte di un complesso reticolo di acquedotti e cavità artificiali che si sviluppano sotto Città Alta, frutto di secoli di interventi di ingegneria idraulica che si stratificano dall’epoca romana fino all’Ottocento.[11][12]
Gli antichi acquedotti romani
Bergamo deve la sua rete idrica originaria all’ingegno della civiltà romana, che seppe captare le sorgenti sui colli e costruire una fitta rete idrica in mattoni, piombo e marmo. Le sorgenti principali storicamente documentate sono la Boccola, il Vagine, il Lantro e il Corno. Due acquedotti principali di epoca romana servivano Città Alta: l’Acquedotto di Castagneta (detto anche dei Vasi o Saliente, lungo 3.544 m con dislivello di 70 m) e l’Acquedotto di Sudorno.[12][13]
L’Acquedotto Magistrale veneziano
Con la denominazione di “Acquedotto Magistrale” si indica il sistema integrato di distribuzione dell’acqua all’interno della cinta veneta, rimasto in funzione fino alla fine del XIX secolo. Dal punto di unione degli acquedotti dei Vasi e di Sudorno, nel baluardo di Sant’Alessandro, prendeva origine il condotto Magistrale, in parte ancora percorribile, che serviva utenze pubbliche (cisterne e fontane) e utenze private tramite partitori e canalizzazioni minori.[13]
L’Acquedotto di Prato Baglioni
Nel 2005 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha completato lo studio del terzo grande acquedotto di Bergamo Alta, l’Acquedotto di Prato Baglioni: struttura della seconda metà del 1500, costruita contestualmente alle mura, con una lunghezza di circa 1.400 metri, che riforniva privati e fontane pubbliche della zona nord-est della città.[14]
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”
Storia e fondazione
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” è un’associazione di volontari con radici che risalgono al 1964, quando nacque il Gruppo Speleologico Bergamasco, e al 1969, anno di fondazione del Gruppo Speleologico “Le Nottole” — il cui nome deriva dalla nottola, un pipistrello. Nel 1974 i due sodalizi si fusero, dando vita al Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”, con sede inizialmente al Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo.[15][16]
Attività e ricerche
Il gruppo è attivo su molteplici fronti dell’esplorazione speleologica, sia in cavità naturali che artificiali:[17]
Esplorazione e rilievo delle mura venete: già nel 1974 le Nottole collaborarono con l’Azienda Autonoma di Turismo per la pubblicazione Le mura di Bergamo (1977), effettuando ispezioni notturne nelle cannoniere in casamatta e nei sotterranei militari[18]
Studio degli antichi acquedotti di Bergamo: ricerche d’archivio e sopralluoghi ipogei che hanno portato alla pubblicazione Gli antichi acquedotti di Bergamo (1992) e a studi successivi[11][13]
Recupero e valorizzazione del Lantro: nel 1992 il gruppo ha avviato i lavori di pulizia e restauro della cisterna, riportandola all’antico splendore dopo quarant’anni di abbandono[2]
Scoperta della fontana del Vagine (2023): ritrovamento del cunicolo originale lungo circa 80 metri, con sezione variabile e due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola[19]
Esplorazione carsica dell’Arera: esplorazioni nelle grotte delle Prealpi Orobiche con rilievi topografici e documentazione scientifica[17]
Didattica: attività scolastiche già dagli anni ’70 e gestione di corsi di speleologia[20][16]
Le Nottole sono anche attive nelle visite guidate al patrimonio sotterraneo delle mura veneziane, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.[21][22]
Il recupero della Fontana del Lantro (1992)
Il 1992 rappresenta un anno fondamentale nella storia recente del Lantro: il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò un’imponente campagna di pulizia e restauro della cisterna, ridotta a una discarica abusiva colma di detriti, vetri e rottami metallici accumulati in oltre quarant’anni di abbandono. Dopo pochi mesi di lavoro intenso, il manufatto è stato riportato al suo antico splendore. Da quella data, il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali o eventi straordinari organizzati in collaborazione con il Comune.[19][1][2][5]
Nel 2025, l’anno precedente alle attuali aperture, la Fontana del Lantro ha registrato 3.199 visitatori, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti — a testimonianza del crescente interesse del pubblico per la “Bergamo sotterranea”.[5]
Calendario Aperture 2026
Le Aperture Fontana del Lantro 2026 sono organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo, nell’ambito di una convenzione formale per la gestione e valorizzazione del sito. Prima dell’avvio delle aperture è stata effettuata manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella utilizzata dai visitatori per accedere alla cisterna.[4][5][23]
Data
Giorno
Orario
26 aprile 2026
Domenica
14:30 – 18:30
31 maggio 2026
Domenica
14:30 – 18:30
28 giugno 2026
Domenica
14:30 – 18:30
26 luglio 2026
Domenica
14:30 – 18:30
15 agosto 2026
Sabato
14:30 – 18:30
30 agosto 2026
Domenica
14:30 – 18:30
27 settembre 2026
Domenica
14:30 – 18:30
25 ottobre 2026
Domenica
14:30 – 18:30
Le visite sono libere e gratuite per tutti. Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo, per ragioni di sicurezza data la presenza di acqua e superfici umide. Il sito si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo, coordinate GPS: 45.70569, 9.66417.[24][8][4]
Bergamo Sotterranea: contesto patrimoniale più ampio
La Fontana del Lantro si inserisce nel ricco panorama della Bergamo Sotterranea, un sistema di cavità artificiali che comprende:[25][26][9]
Cannoniere in casamatta delle Mura Veneziane (Patrimonio UNESCO): strutture militari sotterranee con bocche cannoniere, costruite tra il 1561 e il 1588 su progetto della Serenissima; secondo la ricostruzione storica, se ne contavano 17 in casamatta e 25 a cielo aperto[9]
Sortita dell’Acquedotto: accesso sotterraneo al sistema di distribuzione idrica veneziano
Rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale: gallerie scavate 15 metri sotto terra, capaci di accogliere fino a mille persone[27]
Cunicoli degli acquedotti romani e veneziani: rete idraulica che si snoda per chilometri sotto il tessuto urbano di Città Alta
Le mura venete di Bergamo, iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, sono uno degli elementi che conferiscono alla città il suo straordinario valore storico-culturale. Bergamo e Brescia sono state inoltre Capitale italiana della Cultura 2023, evento che ha intensificato l’attenzione verso il suo patrimonio nascosto.[21][22][25]
Significato scientifico e speleologico
Dal punto di vista della speleologia in cavità artificiali, la Fontana del Lantro rappresenta un caso studio di eccellente livello, con caratteristiche che la rendono unica nel panorama italiano:[2][6]
Continuità storica millenaria: documentata dal 928, è tra i più antichi manufatti idraulici urbani ancora integri e visitabili in Italia settentrionale
Stratificazione tecnologica: la struttura sovrappone elementi di captazione idrica di epoche diverse (medioevale e rinascimentale), documentando l’evoluzione delle tecniche costruttive
Idrogeologia attiva: le sorgenti sono ancora attive, rendendo il Lantro un sito “vivo” e non solo un reperto museale
Valore ambientale: come tutti i siti ipogei, rappresenta un potenziale rifugio per chirotteri e fauna cavernicola, in linea con le ricerche naturalistiche condotte nelle grotte bergamasche
La ricerca speleologica condotta dalle Nottole si inserisce in un filone metodologico che integra indagine d’archivio storico, esplorazione fisica delle cavità e rilievo topografico: un approccio multidisciplinare che ha permesso di ricostruire la rete idrica sotterranea di Bergamo con un livello di dettaglio altrimenti irraggiungibile.[11][28]
Conclusione
La Fontana del Lantro è molto più di una cisterna medievale: è un palinsesto millenario che condensa la storia idrica, urbanistica e sociale di Bergamo in un unico spazio sotterraneo. Il lavoro delle Nottole, avviato nel 1974 e proseguito ininterrottamente fino ad oggi, ha trasformato questo sito da discarica abbandonata a monumento accessibile e valorizzato. Le Aperture 2026 rappresentano dunque non solo un appuntamento turistico, ma anche un atto di custodia attiva del patrimonio speleologico e storico-culturale bergamasco.[16][2][5]
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La speleologia mineraria come pratica di memoria e consapevolezza del tempo: esplorare le cavità dismesse significa essere testimoni di uno spazio irripetibile, destinato a scomparire
La Miniera Dismessa come Spazio in Continua Trasformazione
Quando si pensa a una miniera abbandonata, l’immagine che viene in mente è spesso quella di un luogo immobile, sospeso nel tempo. Una fotografia fissa di un passato industriale ormai concluso. Quella immagine è sbagliata.
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La speleologia mineraria come pratica di memoria e consapevolezza del tempo: esplorare le cavità dismesse significa essere testimoni di uno spazio irripetibile, destinato a scomparire
La Miniera Dismessa come Spazio in Continua Trasformazione
Quando si pensa a una miniera abbandonata, l’immagine che viene in mente è spesso quella di un luogo immobile, sospeso nel tempo. Una fotografia fissa di un passato industriale ormai concluso. Quella immagine è sbagliata.
La miniera abbandonata è invece un organismo in continua trasformazione. Le armature in legno marciscono. Le volte cedono. L’acqua scava nuovi percorsi. I detriti colmano i vuoti. La roccia si assesta. La vegetazione riconquista gli accessi. Ciò che oggi è percorribile, domani può essere interdetto. Ciò che oggi appare leggibile, fra pochi anni può scomparire senza lasciare traccia.[1][2]
Il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella) lo ha documentato concretamente nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella: «la montagna si sta riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria».[3][4]
Ogni Ingresso è un Momento Irripetibile della Speleologia Mineraria
L’esploratore che entra in una miniera dismessa non visita uno spazio. Visita un momento di quello spazio. Una configurazione unica, destinata a mutare.
Anche tornando nello stesso luogo, non si torna davvero nello stesso luogo. Il sottosuolo abbandonato è un teatro del divenire, dove il tempo agisce con pazienza silenziosa ma inesorabile. Questo aspetto della speleologia mineraria non riguarda solo la dimensione tecnica dell’esplorazione: tocca una questione filosofica profonda sull’irripetibilità dell’esperienza sotterranea.[5]
Le tecniche di rilievo più avanzate — scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D — cercano di catturare questa configurazione momentanea prima che muti ulteriormente. Ma nessuna tecnologia può fermare il processo. Può solo documentarlo.[6][7]
Il Paradosso del Dominio Umano e il Riassorbimento della Natura
Ogni miniera nasce come gesto di dominio sulla materia. L’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un atto tecnico che separa artificialmente uno spazio dalla montagna che lo conteneva.
Cessata la presenza umana, la Natura avvia il processo inverso. Non distrugge: riassorbe. La montagna lentamente cicatrizza le ferite. L’acqua dissolve, la gravità abbatte, i sedimenti seppelliscono, il gelo spacca, il bosco cancella le tracce in superficie.
Questo processo è visibile nelle miniere di bitume della Maiella, nei complessi estrattivi dell’Aspromonte, nelle zolfare siciliane dove «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra», nelle gallerie umbre della lignite con i loro oltre 20 km di percorsi oggi quasi integralmente inaccessibili.[8][9][10]
La Documentazione nelle Miniere Abbandonate come Atto Etico
Entrare in questi luoghi significa spesso essere tra gli ultimi testimoni di una realtà in via di estinzione. Ogni fotografia, ogni rilievo, ogni mappa, ogni testimonianza orale raccolta, ogni nome annotato su una parete può diventare un frammento salvato dall’oblio.
Documentare non è semplice archivistica. È un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo.
Le miniere custodiscono non solo gallerie e macchinari. Custodiscono fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere. In una galleria della Maiella, il GRAIM ha scoperto un ambiente di circa 80 m² «interamente ricoperto di scritte lasciate dai minatori», definito «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche». Quando una cavità collassa, non scompare solo un vuoto fisico: si perde una parte di memoria collettiva.[4]
Il Patrimonio Minerario Dismesso in Italia: i Numeri dell’Urgenza
L’ISPRA ha censito 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi).[11]
Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli effettivamente tutelati mostra la vastità del problema. L’ISPRA ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui».[11]
I siti minerari di interesse storico ed etnoantropologico sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Nella realtà normativa, però, solo alcune regioni — Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo — hanno legiferato in materia. Manca ancora una normativa nazionale organica.[11]
Pericoli Concreti nelle Miniere di Carbone: la Sicurezza nella Speleologia Mineraria
La consapevolezza filosofica del tempo non può prescindere dalla consapevolezza fisica del rischio. Le miniere di carbone presentano pericoli specifici e spesso invisibili.
Il grisù (metano) è esplosivo in concentrazioni tra il 5% e il 16% nell’aria. Il blackdamp — miscela di CO? e azoto — sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza senza preavviso. Il whitedamp (monossido di carbonio) è inodore, insapore, letale. Nel 1906 la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù.[12]
Gabriele La Rovere ha dedicato un intero volume — Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida — a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[12]
La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza del Tempo
La speleologia mineraria non è soltanto avventura o ricerca tecnica. È anche una disciplina della consapevolezza del tempo.
Ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio. Che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza. Si scende nel sottosuolo per osservare ciò che resta, ma anche per comprendere che il restare stesso è provvisorio.[5]
Per questo documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo, quando gli accessi saranno chiusi, le gallerie franate e i vuoti nuovamente confusi nella roccia. Prima che tutto ritorni al silenzio minerale da cui era emerso.
Guida di studio
Struttura della guida:
Il testo propone una filosofia dell’effimero sotterraneo articolata su quattro assi principali, che la guida esplora in profondità:
La miniera come organismo vivo — non rovina statica ma sistema in continua trasformazione per azione di acqua, gravità, processi chimici e vegetazione. Il GRAIM sulla Maiella ha osservato direttamente come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano».[1]
Il paradosso dell’unicità eraclitea — ogni ingresso è irripetibile perché la configurazione dello spazio muta costantemente; si ritorna in un luogo nominalmente identico ma ontologicamente diverso.[2]
Il paradosso dominio/riassorbimento — la miniera nasce come gesto di dominio sulla materia, ma la Natura non distrugge: riassorbe, cicatrizza, reintegra.[3][4]
La dimensione etica e memoriale — documentare è «un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». In Italia esistono 3.021 siti minerari dismessi censiti da ISPRA in 93 province, ma solo 75 sono tutelati nella rete ReMi — una sproporzione che rende urgente ogni azione documentale.[5]
La guida include anche il profilo dei pericoli concreti (gas letali nelle miniere di carbone, crolli strutturali), le tecniche di documentazione speleologica (rilievo LiDAR, fotogrammetria sferica, cartografia topografica), casi di studio da Abruzzo, Sardegna, Umbria e Sicilia, un glossario, domande per la riflessione e flashcard per la preparazione all’esame.[6][7][8]
La Filosofia dell’Effimero Sotterraneo: Le Miniere Dismesse come Spazio di Memoria e Divenire
Guida di Studio Approfondita
Panoramica Concettuale
Il testo di riferimento sviluppa una tesi filosofica complessa che intreccia quattro dimensioni fondamentali:
Dimensione
Concetto Chiave
Implicazione
Ontologica
La miniera come organismo in divenire
L’abbandono non congela, ma accelera la trasformazione
Fenomenologica
Ogni ingresso è irripetibile
Non esiste la “stessa” miniera in tempi diversi
Etica
L’esploratore come testimone
Documentare è un atto di responsabilità morale
Memoriale
Miniere come archivi di umanità
La perdita fisica è perdita di memoria collettiva
1. La Miniera come Organismo in Trasformazione
Concetto Fondamentale: Rifiutare il Paradigma della “Rovina Museale”
Il testo stabilisce sin dall’inizio una distinzione critica: la miniera abbandonata non è uno spazio statico, congelato come reperto museale, ma un sistema in continua evoluzione biologica e geologica. Questa posizione si oppone a una lettura romantica e contemplativa delle rovine che le vuole ferme nel tempo.
L’idea trova riscontro nelle esperienze documentate da gruppi come il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella), che nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella ha osservato come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria». Questo processo di riassorbimento è reale, concreto e misurabile, non una metafora.[1]
I Meccanismi della Trasformazione
La miniera si trasforma attraverso agenti fisici, chimici e biologici che agiscono simultaneamente:
Degradazione strutturale: le armature in legno marciscono; nelle miniere di carbone, costruite prevalentemente in roccia sedimentaria tenera, i sostegni che reggevano tonnellate di pietra si ammorbidiscono per l’infiltrazione dell’acqua fino al cedimento[2]
Azione idrica: l’acqua scava nuovi percorsi, dissolve materiali, trasporta sedimenti, crea laghi sotterranei là dove non esistevano
Cedimenti litici: la roccia risponde allo stress generato dall’escavazione con assestamenti progressivi e crolli — a volte improvvisi, a volte lentissimi
Ricolonizzazione vegetale: in superficie, il bosco cancella le tracce degli accessi; muschi e felci penetrano nelle gallerie più esterne
Processi chimici: nelle miniere metallifere, l’ossidazione dei minerali crea concrezioni di ossidi e idrossidi che colorano le pareti e formano strutture simili a stalattiti e stalagmiti[3]
In Umbria, per esempio, le miniere di lignite che avevano raggiunto nei decenni attivi fino a 20 km di gallerie su più livelli oggi vedono i propri ambienti progressivamente compromessi da infiltrazioni e cedimenti: i record storici sono i soli archivi di quella geometria oggi alterata.[4][5]
2. Il Paradosso dell’Unicità: Ogni Ingresso è Irripetibile
La Struttura Filosofica del Paradosso
Il testo formula un paradosso di natura eraclitea: non si entra mai due volte nella stessa miniera. Questa affermazione, che suona quasi come un aforisma, ha radici concrete nei processi di trasformazione descritti sopra. Se la configurazione di un ambiente sotterraneo cambia costantemente — sia pur con ritmi più lenti di un corso d’acqua — allora ogni visita è ontologicamente distinta dalle precedenti.
Questo paradosso richiama la distinzione aristotelica tra hyle (materia) e morphé (forma): la materia rocciosa è la stessa, ma la forma — disposizione dei vuoti, orientamento delle gallerie accessibili, presenza o assenza di acqua — si modifica. Sono due accessi a luoghi diversi, anche se nominalmente identici.
Implicazioni per l’Esplorazione
L’unicità dell’ingresso trasforma l’esplorazione in un atto non ripetibile e non delegabile. Non è sufficiente leggere il resoconto di chi è entrato prima: la miniera che quella persona ha visitato potrebbe non esistere più. Questa consapevolezza genera un senso di urgenza nella documentazione e spiega la prassi, consolidata tra gli esploratori più rigorosi, di redigere ogni volta dettagliati resoconti scritti, fotografie, rilievi.[6]
3. Il Paradosso Profondo: Dominio Umano vs. Riassorbimento Naturale
La Miniera come Gesto di Dominio
Ogni miniera nasce da un atto di violenza controllata sulla materia: l’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un gesto di dominio tecnico che presuppone una separazione netta tra soggetto (l’umanità produttrice) e oggetto (la montagna, la roccia, il minerale). Le miniere storiche italiane — dalle zolfare siciliane alle ligniti umbre, dalle miniere di bitume della Maiella alle grandi concessioni metallifere sarde — rappresentano tutte questo stesso impulso.[7][8]
In Sicilia, le zolfare delle province di Agrigento e Caltanissetta hanno segnato per quasi due secoli il paesaggio e la società locali, con strutture che oggi «resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra quasi con un senso di vergogna, e, certamente, di solitudine immensa». La dismissione ha interrotto il gesto di dominio, lasciando la ferita aperta.[9]
Il Riassorbimento come Risposta della Natura
Cessato il presidio umano, la Natura avvia il processo inverso: non distrugge ma riassorbe. Questa distinzione semantica è cruciale nel testo. “Distruggere” implica un’azione violenta; “riassorbire” è un processo organico, quasi fisiologico. La montagna si comporta come un organismo che cicatrizza: acqua, gravità, sedimenti, gelo, vegetazione lavorano con «pazienza silenziosa ma inesorabile».
Il fenomeno è documentato sia nei siti della Maiella, dove le testimonianze dell’attività estrattiva «vanno scomparendo perché la montagna si sta riappropriando del suo territorio», sia nelle miniere dell’Aspromonte, dove «cunicoli e gallerie ancora visibili nel territorio» convivono con le prime forme di ri-colonizzazione naturale.[10][11]
La Tabella del Conflitto Ontologico
Fase
Soggetto
Azione
Risultato
Attiva
Uomo
Estrae, domina, controlla
Spazio artificiale separato dalla natura
Abbandono
Natura
Riassorbe, cicatrizza
Spazio ibrido in transizione
Finale
Natura
Completa il riassorbimento
Ritorno alla condizione originaria
4. La Dimensione Etica e Memoriale
L’Esploratore come Ultimo Testimone
Il testo attribuisce all’esploratore-documentatore un ruolo etico preciso: essere tra i “testimoni di una realtà in via di estinzione”. Questa funzione memoriale trasforma la speleologia mineraria da semplice avventura a disciplina umanistica.
La struttura etica si articola in tre passaggi:
Riconoscimento: l’esploratore prende coscienza del valore di ciò che vede
Documentazione: trasforma l’esperienza in archivio (fotografie, rilievi, mappe, testimonianze orali)
Trasmissione: consegna questo archivio alla memoria collettiva, oltre i propri anni di vita
Il GRAIM, che dal 2014 ha documentato circa venti complessi minerari sulla Maiella, raccogliendo testimonianze degli anziani ex-minatori e catalogando oltre cento ingressi tra miniere e sondaggi, incarna esattamente questo modello. La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara ha riconosciuto formalmente questa funzione, ma si tratta di eccezioni virtuose in un panorama di generale disattenzione istituzionale.[12][13][14]
Le Miniere come Archivi di Umanità
Le cavità minerarie non custodiscono solo geometrie e macchinari. Contengono strati di vita umana sedimentati:
Materiali: binari, carrelli, montacarichi, tramogge, stazioni di carico, centrali idroelettriche[1]
Immateriali: le scritte dei minatori sulle pareti — una galleria di circa 80 m² nella Maiella è stata scoperta «interamente ricoperta di scritte lasciate dai minatori», definita «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche»[15]
Sociali: economie locali, comunità intere, gerarchie di classe (nelle zolfare siciliane il lavoro dei “carusi” era condizioni semiservili)[9]
Letterari: le miniere siciliane «respirano» nelle pagine di Pirandello e Sciascia, dove lo zolfo «esala fino alla tragedia nelle dolorose vicende familiari»[9]
Quando una cavità collassa, non scompare solo il vuoto fisico. Si perde un archivio multistratificato che nessun documento cartaceo può sostituire completamente.
Il Framework dell’Urgenza
Il censimento ISPRA ha registrato 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi). Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli tutelati rivela la vastità del problema: la maggior parte dei siti è in abbandono senza protezione normativa né risorse per la valorizzazione.[16]
Questa sproporzione conferisce un carattere di urgenza pratica alla riflessione filosofica: il tempo non è una metafora astratta, ma una variabile concreta che misura la velocità della perdita.
5. La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza
Definizione e Specificità
La speleologia mineraria — o speleologia in cavità artificiali — si distingue dalla speleologia classica per l’ambiente e per le competenze richieste. Opera in cavità create dall’uomo (miniere, cave, acquedotti storici, catacombe) piuttosto che in grotte naturali, ma condivide con essa:
Le tecniche di progressione verticale e orizzontale
La cartografia speleologica (poligonale, bussola, clinometro, distanziometri laser)[6]
Le tecnologie di rilievo avanzate (scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D)[17]
Il codice etico del rispetto dell’ambiente: «prendi solo foto, lascia solo impronte»[18]
I Pericoli Specifici delle Miniere
La consapevolezza etica include la consapevolezza del rischio fisico. Le miniere presentano pericoli distinti per tipologia:
Miniere metallifere (ferro, rame, piombo, zinco):
Strutture più stabili perché scavate in rocce ignee e metamorfiche
Strutture meno stabili per la natura sedimentaria della roccia (argilliti, scisti)
Grisù (metano): esplosivo tra il 5% e il 16% di concentrazione[2]
Blackdamp: miscela di CO? e azoto che sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza[2]
Whitedamp (monossido di carbonio): inodore, insapore, letale senza sintomi evidenti[2]
Nel 1906, la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù[2]
Gabriele La Rovere, autore di Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida, ha dedicato un intero volume a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[2]
Il Codice Etico nella Speleologia
La speleologia ha sviluppato una riflessione etica interna che riguarda direttamente il tema del testo:[18]
Rispetto ambientale: non alterare l’ambiente (non scavare, non rimuovere oggetti, non spostare minerali)
Gestione delle informazioni: il dibattito sulla divulgazione delle coordinate di nuove scoperte — proteggere dall’affluenza eccessiva vs. condivisione della conoscenza
Responsabilità verso il futuro: ogni scelta di oggi ha effetti per le generazioni di esploratori che verranno
6. La Filosofia dell’Abbandono: Contesto Teorico
Il Concetto di “Fatiscente”
Il termine “fatiscente” (dal latino fatisci, fendersi) cattura meglio di qualunque altro la dinamica che il testo descrive. Non è una condizione statica ma un processo in atto: il participio presente (fatiscens) segnala che la rovina sta accadendo adesso, non che è già avvenuta. La miniera non è una rovina compiuta ma una rovina in divenire.[20]
La Psicologia dell’Abbandono e dell’Esplorazione
I luoghi abbandonati generano un’«ambivalenza emotiva: ne siamo attratti e respinti, contemporaneamente, oscilliamo come pendoli tra l’inquietudine e il fascino della scoperta». Questa tensione è il motore psicologico dell’esplorazione. Gli urbexer — esploratori di edifici e luoghi abbandonati — condividono questa psicologia: l’esploratore «non è il custode del posto fisico, ma della sua memoria e il suo compito è quello di raccontare e congelare con i suoi scatti un istante preciso della storia».[21][20]
La stessa Carmen Pellegrino, studiosa dell’abbandono definita “abbandonologa” anche dall’Enciclopedia Treccani, afferma che «l’abbandono riduce le dissomiglianze sociali, economiche, geografiche e persino quelle religiose»: le rovine livellano i destini, rendendo simili nei silenzi i luoghi dei potenti e quelli dei poveri.[22]
Il Raccordo con la Filosofia del Tempo
Il testo evoca implicitamente la concezione eraclitea del tempo come flusso (panta rhei) e quella buddhista dell’impermanenza. Ma radica queste intuizioni in un contesto materiale preciso: il sottosuolo industriale moderno. La filosofia dell’effimero non si applica a un’astrazione ma a gallerie misurabili, strutture catalogabili, storie documentabili.
Questa materializzazione della filosofia è la specificità della speleologia mineraria rispetto alla mera speculazione teorica: l’esploratore non contempla l’impermanenza in astratto, ma la tocca con mano, la respira, la misura con clinometro e bussola.
7. La Documentazione come Atto Politico e Culturale
Dal Dato all’Archivio, dall’Archivio alla Memoria
Il testo afferma che «documentare non è semplice archivistica: è un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». Questa affermazione meriterebbe di essere letta alla luce del dibattito archivistico italiano, che negli ultimi decenni ha riconosciuto come il lavoro dell’archivista non sia «mera “scrittura” amministrativa, ma produzione di strumenti di ricerca e di comunicazione culturale».[23]
La documentazione speleologica delle miniere produce:
Rilievi topografici — piante, sezioni, modelli 3D con sistemi LiDAR e fotogrammetria sferica[17][6]
Documentazione fotografica — da quella analogica storica alle tecniche subacquee e sotterranee contemporanee
Testimonianze orali — raccolte dagli ex-minatori ancora viventi, che custodiscono il sapere incarnato che nessun documento scritto può rimpiazzare[24]
Ricerca archivistica — consultazione di archivi comunali, catastali, biblioteche, pubblicazioni minerarie storiche[25]
Schede catalografiche — l’ISPRA ha sviluppato la nuova Scheda di Catalogo SPD (Siti Produttivi Dismessi) per standardizzare la documentazione[16]
Il Riconoscimento Istituzionale: un Quadro Ancora Incompleto
I siti minerari «di interesse storico ed etnoantropologico» sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Tuttavia, questa tutela formale si scontra con una realtà normativa frammentata: solo alcune regioni hanno legiferato in materia di valorizzazione del patrimonio minerario dismesso (Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo), mentre manca una normativa nazionale organica.[16]
L’ISPRA stessa ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui». Questa lacuna istituzionale amplifica la responsabilità dell’esplorazione volontaria e della documentazione privata.[16]
8. Casi di Studio: Esempi Concreti dalla Realtà Italiana
La Maiella (Abruzzo): Modello di Speleologia Mineraria Attiva
Il massiccio della Maiella rappresenta forse il caso più documentato di speleologia mineraria sistematica in Italia. Il GRAIM ha:[7][12]
Catalogato oltre 100 ingressi tra miniere e sondaggi[1]
Documentato chilometri di binari, carrelli, bunker, montacarichi, tramogge[1]
Ritrovato miniere considerate perdute (miniera di Santo Spirito, miniera di Cusano)[15]
Scoperto la galleria ricoperta di scritte dei minatori — un documento antropologico irripetibile[15]
Ottenuto il riconoscimento della Soprintendenza[13]
Nel 2026 le esplorazioni si sono estese a nuovi territori (Taranta Peligna, Lama dei Peligni) in cerca di ulteriori siti di estrazione del bitume.[26]
La Sardegna: Dalla Dismissione al Turismo Culturale
Le miniere sarde, particolarmente nel Sulcis-Iglesiente, rappresentano uno dei patrimoni minerari più rilevanti d’Italia. Siti come l’Argentiera (Nord Sardegna), con strutture «in parte restaurate e in parte lasciate alle intemperie», raccontano «due secoli di lavoro e sacrificio». Sos Enattos (Galtellì), ultima miniera metallifera del Nuorese, chiusa nel 1996, è ora candidata a ospitare l’Einstein Telescope, proiettando il passato minerario verso il futuro scientifico.[8][27]
L’Umbria: Lignite e Memoria Industriale
In Umbria, i permessi di ricerca della lignite risalgono al primo Novecento, con un predominio della Società Terni fino agli anni ’50. La miniera di Buonacquisto (Arrone, TR), pilastro economico della regione, ha oggi un Parco Minerario dedicato (Parco Minerario Valentino Paparelli). Le miniere di Spoleto hanno raggiunto fino al XIII livello, a 55 metri sotto il livello del mare, con oltre 20 km di gallerie: oggi quel reticolo è quasi integralmente inaccessibile.[28][5][4]
La Sicilia: Tragedia, Letteratura e Recupero Difficile
Le zolfare siciliane sono forse le miniere più cariche di memorie dolorose: sfruttamento dei “carusi”, tragedia di Gibellini, economia estrattiva segnata dal disumano. Ciò che resta oggi sono «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistenti in mezzo alle campagne». Alcune soprintendenze hanno avviato tutele formali, ma la valorizzazione è ancora largamente incompiuta.[9]
La Liguria e il Piemonte: Miniere Metallifere Esplorabili
Nelle miniere di Brosso (Ivrea, TO) — oltre 180 chilometri di gallerie — gli esploratori possono girare per ore senza ripassare nello stesso punto, incontrando carrellini, binari con scambi, scivoli inclinati, formazioni di ossidi e idrossidi che replicano nelle gallerie la bellezza delle concrezioni naturali. È uno degli esempi più vividi di come la miniera diventi, nel tempo, un ambiente quasi naturale.[3]
9. Glossario dei Concetti Chiave
Termine
Definizione nel contesto del testo
Effimero sotterraneo
La condizione di transitorietà di ogni configurazione spaziale in una miniera abbandonata
Teatro del divenire
Metafora per indicare la miniera come luogo dove il tempo agisce visibilmente sulla materia
Riassorbimento naturale
Il processo con cui la Natura reintegra nel proprio sistema gli spazi artificialmente separati dall’attività estrattiva
Esploratore-documentatore
Figura che unisce la prassi esplorativa alla responsabilità memoriale
Mediatore di temporalità
Funzione dell’esploratore tra il tempo passato del lavoro minerario e il tempo futuro dell’oblio
Disciplina della consapevolezza
Dimensione filosofica della speleologia mineraria che trascende la sola tecnica
Silenzio minerale
L’immagine finale del testo: la condizione anteriore e posteriore all’intervento umano, a cui tutto ritorna
10. Domande per la Riflessione e l’Esame
Comprensione
Perché il testo rifiuta il paragone tra la miniera abbandonata e una “rovina museale”? Quali argomenti porta a supporto?
Quali sono i quattro agenti fisici principali della trasformazione sotterranea citati nel testo?
Cosa intende l’autore con “mediatore tra due temporalità”?
Analisi Critica
Il paradosso “non si torna mai nello stesso luogo” è di matrice eraclitea. In che modo il testo adatta questa intuizione filosofica al contesto specifico delle miniere?
Analizza la distinzione semantica tra “distruggere” e “riassorbire”. Perché questa distinzione è filosoficamente rilevante?
Come si articola, secondo il testo, il rapporto tra urgenza della documentazione e limitazione del tempo?
Applicazione e Sintesi
Un critico potrebbe obiettare che la documentazione speleologica non cambia nulla, perché le miniere continueranno a deteriorarsi. Come potrebbe rispondere l’autore del testo?
Confronta il ruolo etico dell’esploratore-documentatore con quello dell’archivista tradizionale. In cosa si sovrappongono? In cosa divergono?
La tesi del “silenzio minerale” finale (tutto ritorna al silenzio da cui era emerso) ha implicazioni pessimistiche o costruttive? Argomenta la tua posizione.
Come si collega il concetto di “speleologia come disciplina della consapevolezza del tempo” con la pratica concreta del rilievo topografico?
Domanda di Sintesi (tipo saggio breve)
Traccia: Il testo afferma che «documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo». Analizza questa affermazione in relazione alla situazione reale del patrimonio minerario italiano, utilizzando esempi concreti e sviluppando una tua posizione argomentata sulla responsabilità dell’esploratore-documentatore.
Schede Flash (Flashcard)
Q: Qual è la distinzione fondamentale che il testo stabilisce rispetto alla concezione comune della miniera abbandonata? A: La miniera non è uno spazio immobile “congelato nel tempo come una rovina museale”, ma un organismo in lenta ma continua trasformazione.
Q: Perché l’esplorazione non è mai “semplice ripetizione”? A: Perché l’ambiente sotterraneo si trasforma costantemente: anche tornando nello stesso luogo, non si torna mai davvero nello stesso luogo.
Q: Cosa significa che la Natura “riassorbe” invece di “distruggere”? A: Significa che il processo è organico, quasi fisiologico: la montagna cicatrizza le ferite, reintegrando gli spazi artificiali nel sistema naturale piuttosto che semplicemente demolirli.
Q: Quale valore etico attribuisce il testo alla documentazione speleologica? A: È un «atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo», non semplice archivistica.
Q: Cosa si intende con l’espressione “silenzio minerale”? A: La condizione originaria e finale dello spazio sotterraneo: prima dell’intervento umano e dopo che la Natura ha completato il riassorbimento di ciò che l’uomo aveva scavato.
Q: Cos’è il GRAIM e qual è il suo significato nel contesto della speleologia mineraria? A: È il Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella, fondato nel 2014, che documenta sistematicamente le miniere abbandonate della Maiella; incarna il modello dell’esploratore-documentatore descritto nel testo.
Q: Quanti siti minerari dismessi ha censito ISPRA in Italia? A: 3.021 siti, distribuiti in 93 province e 889 comuni; solo 75 fanno parte della Rete ReMi di musei e parchi minerari.
Q: Quali sono i tre gas più pericolosi nelle miniere di carbone abbandonate? A: Grisù (metano, esplosivo), Blackdamp (CO? + azoto, asfissiante), Whitedamp/monossido di carbonio (letale, inodore e insapore).
Q: In che senso la speleologia mineraria è definita “disciplina della consapevolezza del tempo”? A: Perché ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio, e che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza.
Q: Cosa custodiscono le miniere oltre alle gallerie e ai macchinari? A: «Fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere» — ovvero strati di vita umana che nessun documento può rimpiazzare.
Note Metodologiche per lo Studio
Il testo ha una struttura argomentativa circolare, non lineare. Parte da una tesi (la miniera come organismo in divenire), la sviluppa attraverso paradossi e implicazioni, e ritorna all’inizio con una diversa profondità. Per studiarla efficacemente:
Prima lettura: identifica le tesi principali e la loro sequenza logica
Seconda lettura: isola i paradossi e analizza come vengono risolti o lasciati aperti
Terza lettura: collega ogni affermazione filosofica a un esempio concreto (dalla documentazione GRAIM, dall’ISPRA, dalla letteratura sul campo)
Scrittura: esercitati a parafrasare le tesi in linguaggio tecnico-scientifico, poi in linguaggio filosofico, poi in linguaggio divulgativo — la padronanza si misura nella capacità di traduzione tra registri
L’urgenza che il testo esprime non è retorica: il patrimonio minerario italiano si deteriora più velocemente delle capacità istituzionali di tutelarlo. Comprendere questa realtà è parte integrante della comprensione del testo stesso.
Fonti [1] Le miniere dismesse della Maiella al Raduno Internazionale di … https://www.scintilena.com/le-miniere-dismesse-della-maiella-al-raduno-internazionale-di-speleologia-di-costacciaro/10/15/ [2] “Le miniere abbandonate della Maiella: situazione attuale, nuove … https://www.museo.unich.it/news/le-miniere-abbandonate-della-maiella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future [3] Le miniere abbandonate della Majella: situazione attuale … https://www.scintilena.com/doppio-appuntamento-in-abruzzo-le-miniere-abbandonate-della-majella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future/03/08/ [4] GRAIM: Presentazione delle Scoperte e ricerche sulle … https://www.scintilena.com/graim-presentazione-delle-scoperte-e-ricerche-sulle-miniere-abbandonate-della-maiella-il-23-gennaio/01/08/ [5] Esplorare oltre la roccia: riflessioni sull’etica nella speleologia https://www.scintilena.com/esplorare-oltre-la-roccia-riflessioni-sulletica-nella-speleologia/02/24/ [6] Mappe dall’Oscurità: Come si Crea la Cartografia del … – Scintilena https://www.scintilena.com/mappe-dalloscurita-come-si-crea-la-cartografia-del-mondo-sotterraneo/10/05/ [7] Modellazione 3D di cavità artificiali per analisi geomeccanica a … https://www.scintilena.com/modellazione-3d-di-grotte-artificiali-per-analisi-geomeccanica-a-gravina-in-puglia/09/02/ [8] Miniere dimenticate dell’Aspromonte: storia, geologia e archeologia https://www.scintilena.com/miniere-dimenticate-dellaspromonte-storia-geologia-e-archeologia/07/13/ [9] Le miniere abbandonate, patrimonio siciliano da riscoprire https://www.leviedeitesori.com/le-miniere-abbandonate-patrimonio-siciliano-da-riscoprire/ [10] Miniere d’Italia – Le miniere di lignite di Spoleto https://sites.google.com/view/miniere-italia/regioni/umbria/lignite-xiloide/le-miniere-di-lignite-di-spoleto [11] [PDF] Miniere dismesse: un patrimonio culturale ed economico – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/files2025/notizie/san-cataldo-re-mi-patane-giugno-2025-1.pdf [12] A Lettomanoppello la presentazione del libro sulla speleologia in … https://www.scintilena.com/a-lettomanoppello-la-presentazione-del-libro-sulla-speleologia-in-cavita-artificiali-pericoli-rischi-e-linee-guida/02/20/ [13] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [14] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [15] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Incisioni Rupestri
Il primo sito UNESCO italiano custodisce uno dei più grandi archivi preistorici al mondo, ma molti dei suoi simboli restano ancora senza risposta
La Val Camonica e il suo Patrimonio Rupestre
Nel cuore delle Alpi lombarde, tra le montagne della provincia di Brescia, si estende uno dei più grandi complessi di arte rupestre al mondo. La Val Camonica conserva oltre 300.000 incisioni rupestri distribuite in più di 180 località, lungo 24 comuni del fondovalle
Il primo sito UNESCO italiano custodisce uno dei più grandi archivi preistorici al mondo, ma molti dei suoi simboli restano ancora senza risposta
La Val Camonica e il suo Patrimonio Rupestre
Nel cuore delle Alpi lombarde, tra le montagne della provincia di Brescia, si estende uno dei più grandi complessi di arte rupestre al mondo. La Val Camonica conserva oltre 300.000 incisioni rupestri distribuite in più di 180 località, lungo 24 comuni del fondovalle e delle valli laterali. Nel 1979 il sito fu iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.
L’arco temporale coperto dalle incisioni rupestri è notevole. Le figure vanno dalla fine del Paleolitico fino all’età romana e medievale, abbracciando circa 10.000–13.000 anni di storia umana. Le incisioni furono realizzate su superfici di roccia levigate dai ghiacciai. I popoli che si succedettero in valle usarono due tecniche principali: la percussione, con strumenti in quarzite o selce, e il graffito, che scalfiva la superficie con punte aguzze.
Le figure rappresentano una varietà sorprendente di soggetti. Si trovano scene di caccia, animali selvatici e domestici, guerrieri armati, carri, aratri, capanne, simboli geometrici e segni cosmologici. Circa il 75% di tutte le incisioni risale all’Età del Ferro, il periodo più produttivo dell’intera sequenza.
Diecimila Anni di Storia Stratificata sulla Roccia
Le più antiche incisioni rupestri della Val Camonica risalgono al Mesolitico. Gruppi di cacciatori nomadi lasciarono figure zoomorfe di grandi dimensioni — alci, bovidi selvatici, cervi colpiti da dardi — in stile semi-naturalistico. Con l’avvento del Neolitico e dell’agricoltura, il tema dominante si spostò sull’essere umano. Comparvero le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti oranti, rappresentati con le braccia alzate in segno di invocazione.
Durante l’Età del Rame e del Bronzo arrivarono i massi-menhir e le statue-stele. Queste pietre scolpite esprimono una nuova religione cosmologica con armi incise come simboli delle energie divine. Con l’Età del Ferro la produzione si intensificò fino a diventare il periodo più prolifico. La Val Camonica era abitata dai Camuni, popolo di montagna con una struttura sociale articolata, che praticava la metallurgia, commerciava con Etruschi e Celti, e usava una forma di scrittura derivata dall’alfabeto etrusco.
I Simboli della Val Camonica: Tra Interpretazione e Mistero
Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un sistema di ideogrammi. Ogni figura rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea” all’interno di un contesto rituale, mitico e propiziatorio. Non tutti i simboli, però, si prestano a una lettura univoca.
Tra i misteri più discussi ci sono le figure topografiche. Si tratta di incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e la loro funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora oggetto di dibattito. Altri segni mostrano schemi geometrici ripetuti — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — che potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura o ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno individuato in altri contesti sistemi di comunicazione protonotazionali, aprendo nuove prospettive anche sull’interpretazione dei segni camuni.
Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del Centro Camuno di Studi Preistorici, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico. Per comprenderla appieno occorre integrare archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica, alla ricerca delle matrici archetipiche dei simboli.
Petroglifi preistorici, incisioni rupestri, di disegni geometrici
La Rosa Camuna: Un Simbolo Senza Risposta Definitiva
Tra tutti i simboli della Val Camonica, la rosa camuna è quello che ha raggiunto la maggiore notorietà. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove coppelle allineate. È stata identificata 92 volte su tutto il comprensorio, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica tra Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto e Paspardo.
Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C. Nelle incisioni rupestri, la rosa camuna appare spesso associata a figure di guerrieri che sembrano ruotarle intorno, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna, portando alcuni ricercatori a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche dell’area indoeuropea. Il suo significato preciso — culto solare, emblema guerriero o simbolo di buona sorte — rimane aperto.
Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani composto da Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia. Dal 1975 compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.
Emmanuel Anati e la Ricerca Scientifica Moderna
La scoperta moderna delle incisioni rupestri della Val Camonica risale al 1914, quando l’alpinista Walter Laeng le segnalò nella Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche seguirono tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, ad opera di Giovanni Marro, Paolo Graziosi e Raffaello Battaglia.
La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati. L’archeologo, nato a Firenze nel 1930 e formatosi tra Gerusalemme, Harvard, Parigi e Oxford, raggiunse la Val Camonica nel 1956. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi scientifica sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, che nel 2024 ha celebrato il suo 60º anniversario. Il centro è oggi un riferimento internazionale per lo studio dell’arte rupestre.
La Tutela del Sito: Parchi, Fondi e Sfide Contemporanee
Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili. Il principale è il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, a Capo di Ponte, istituito nel 1958. La gestione e la valorizzazione del sito sono coordinate dalla Fondazione Valle dei Segni in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica.
È attualmente in corso un programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi completati nel 2025 hanno interessato i parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero, con cure della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e rilievi con droni e tecnologie 3D. Per il 2026 sono previsti nuovi cantieri al Parco Nazionale di Naquane, al Coren delle Fate di Sonico e nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.
Una delle questioni aperte riguarda la riduzione degli orari di apertura dei parchi, conseguenza di tagli ministeriali. Per farvi fronte si stanno sviluppando programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.
Un Cantiere Sempre Aperto
Le incisioni rupestri della Val Camonica non smettono di interrogare chi le studia. Ogni nuovo rilievo, ogni nuova tecnologia applicata — dalla fotogrammetria ai modelli 3D — porta alla luce dettagli prima invisibili e apre nuove domande. La ricerca continua su più fronti: l’interpretazione dei simboli, la datazione precisa delle figure, l’identificazione delle lingue e delle credenze dei popoli che le produssero.
Nel panorama internazionale, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze. Le incisioni rupestri sono un archivio inciso nella pietra che attraversa millenni — e che non ha ancora rivelato tutti i suoi significati.
Le Incisioni Rupestri della Val Camonica: Simboli, Misteri e Civiltà nella Roccia
Panoramica
La Val Camonica, situata nell’area alpina della Lombardia, ospita uno dei più grandi e straordinari complessi di arte rupestre al mondo. Con oltre 300.000 figure incise in oltre 180 località distribuite su 24 comuni, questo archivio millenario abbraccia un arco temporale di circa 10.000–13.000 anni, dalla fine del Paleolitico all’età romana e medievale. Nel 1979 il sito è stato iscritto come primo patrimonio italiano nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, classificato come Sito n. 94.[1][2][3][4][5]
Le incisioni — tecnicamente definite petroglifi, dal greco petro (pietra) e glyphein (incidere) — furono realizzate prevalentemente su superfici di roccia levigata dai ghiacciai, di colore grigio o azzurro-violetto. Due tecniche principali furono impiegate: la percussione, con strumenti in quarzite, selce o metallo, e il graffito, che graffiava la superficie con punte aguzze. Le figure si presentano talvolta semplicemente sovrapposte, ma spesso appaiono in relazione logica tra loro, illustrando un rito, una scena di caccia o un atto di lotta.[4][6]
La Scoperta in Epoca Moderna
Le prime segnalazioni risalgono all’alpinista bresciano Walter Laeng, che nel 1914 segnalò la presenza delle incisioni nel volume della Guida d’Italia del Touring Club Italiano. Le prime ricerche sistematiche furono condotte tra la fine degli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta dall’antropologo Giovanni Marro, dal geologo Paolo Graziosi e dal paleontologo Raffaello Battaglia. Il clamore internazionale che ne derivò coinvolse specialisti dell’Institut für Kulturmorphologie di Francoforte.[7]
La svolta decisiva arrivò con Emmanuel Anati, un giovane archeologo nato a Firenze nel 1930 che aveva studiato all’Università di Gerusalemme e poi ad Harvard, Parigi e Oxford. Giunto in Val Camonica nel 1956, spinto in parte dall’abate Henri Breuil — il “padre” dell’arte preistorica europea — Anati comprese subito la necessità di uno studio sistematico ed estensivo delle figurazioni. Nel 1960 pubblicò La civilisation du Val Camonica, la prima grande sintesi sull’argomento. Nel 1964 fondò il Centro Camuno di Studi Preistorici (CCSP) a Capo di Ponte, istituzione dedicata allo studio, alla conservazione e alla promozione dell’arte rupestre. Grazie al suo impegno, nel 1979 la Valcamonica fu il primo monumento italiano a essere inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.[8][9][10]
Cronologia: Diecimila Anni di Storia Incisa
Le incisioni rupestri della Val Camonica non appartengono a un’unica epoca, ma si stratificano lungo un percorso millenario che riflette i profondi cambiamenti culturali, religiosi ed economici delle popolazioni alpine.[11]
Il Periodo Proto-Camuno e il Mesolitico (8000–5000 a.C.)
Le più antiche incisioni note in Val Camonica risalgono a gruppi di cacciatori nomadi del Mesolitico (VIII–V millennio a.C.). Sono in prevalenza figure zoomorfe a linea di contorno, di dimensioni talvolta pari a quelle naturali dell’animale rappresentato, in uno stile detto “semi-naturalistico”. Figurano l’alce e il bovide selvatico — animali poi scomparsi dalla fauna lombarda — colpiti da dardi, a indicare pratiche di caccia e probabili culti totemici. I luoghi dove si concentrano queste prime incisioni sono quelli del Parco di Luine presso Darfo Boario Terme.[11][12]
Il Neolitico (5000–3000 a.C.)
Con l’avvento dell’agricoltura nel VI millennio a.C., lo stile artistico cambiò drasticamente: il tema dominante passò dall’animale selvatico all’essere umano. Compaiono le prime figure antropomorfe schematiche, i cosiddetti “oranti” — individui con le braccia sollevate verso l’alto in segno di invocazione o preghiera. Appaiono anche le prime raffigurazioni di animali domestici e testimonianze di culti agricoli legati al sole e alla pioggia. Affiorano le prime “raffigurazioni topografiche“, interpretate come primitive mappe del territorio.[1][5][11]
L’Eneolitico e le Statue Menhir (3200–2500 a.C.)
Durante il Calcolitico (Età del Rame), con lo sviluppo della prima metallurgia e la scoperta dell’aratura, si diffusero in Val Camonica i massi-menhir e le statue stele, pietre scolpite che riflettevano una nuova religione cosmologica. Anati interpreta questi monumenti come espressione di una concezione tripartita dell’universo — cielo, terra e mondo sotterraneo — che trova paralleli nelle più antiche manifestazioni dell’ideologia indoeuropea, con possibili origini proprio nell’area alpina. Le armi metalliche — pugnali, asce, alabarde — erano incise come simboli delle energie divine.[1][11]
L’Età del Bronzo (2500–1000 a.C.)
Con l’Età del Bronzo si afferma il culto delle armi, che vengono magnificate come oggetti magici dotati di vita propria. Appaiono anche le “figure topografiche“, raffigurazioni di campi, muretti e strutture abitative interpretate come mappe di proprietà terriere e paesaggi. Si moltiplicano le figure di carri a due e quattro ruote, a testimonianza del grande sviluppo del commercio transalpino dell’epoca. Compaiono i primi spiriti antropomorfi malefici e benefici, progenitori delle future divinità del pantheon protostorico.[11]
L’Età del Ferro (1000–16 a.C.)
Il periodo più prolifico: circa il 75% di tutte le incisioni fu prodotto in questa fase. La Val Camonica era abitata dal popolo dei Camuni (o Camunni), ricordati dalle fonti latine come antagonisti di Roma, finalmente sottomessi nel 16 a.C.. Le scene dell’Età del Ferro sono vivacissime: guerrieri armati di lance, cavalieri, artigiani, sacerdoti, capanne su palafitte, carri, cerimonie rituali e scene di lotta. La civiltà camuna all’apice della sua fioritura possedeva una struttura socio-politica organizzata, praticava commerci a lunga distanza con Etruschi, Celti e Veneti, e sapeva scrivere con caratteri prestati dagli Etruschi.[1][4][13][14][11][15][12]
I Simboli: Tra Significato e Mistero
Le incisioni rupestri della Val Camonica funzionano come un taccuino pittografico, dove ogni figura è un ideogramma che rappresenta non l’oggetto reale ma la sua “idea”. La loro funzione è riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici e propiziatori.[4]
Tipologie di Figure
Categoria
Esempi
Epoca predominante
Figure zoomorfe
Alci, cervi, bovini, cavalli, cani
Mesolitico ? Età del Ferro
Antropomorfe
Oranti, guerrieri, sacerdoti, figure danzanti
Neolitico ? Età del Ferro
Armi e strumenti
Pugnali, asce, alabarde, carri, aratri
Eneolitico ? Età del Ferro
Simboli geometrici
Coppelle, labirinti, spirali, figure topografiche
Neolitico ? Età del Ferro
Simboli cosmologici
Soli, cerchi, croci ansate, rose camune
Età del Ferro
Le figure di guerrieri rappresentano uno dei temi più ricorrenti: si vedono uomini armati di lance a cavallo, figure legate insieme che evocano la cattura di prigionieri, e maniscalchi al lavoro. Accanto a queste, le scene rituali mostrano personaggi descritti dai ricercatori come “sacerdoti-artisti”, figure che si isolavano per meditare e incidere in luoghi lontani dai centri abitati.[15]
Le “Figure Topografiche”: Mappe Preistoriche?
Tra i misteri più affascinanti spiccano le cosiddette figure topografiche, incisioni geometriche interpretate da molti studiosi come rappresentazioni cartografiche di territori, campi e villaggi. Appaiono a partire dall’Età del Bronzo e raggiungono una grande diffusione. La loro precisa funzione — mappe reali, rappresentazioni di paesaggi immaginari o simboli di proprietà — è ancora dibattuta. La loro presenza testimonia comunque un forte senso di legame con il territorio e con la proprietà della terra.[11]
Simboli Rituali e Cosmologici
Secondo Umberto Sansoni, direttore del Dipartimento Valcamonica e Lombardia del CCSP, l’arte rupestre è innanzitutto un linguaggio simbolico che si inserisce in un contesto rituale, mitico, teologico e magico. I simboli rispondono a esigenze profonde dell’individuo e della comunità. Per comprenderli appieno, Sansoni propone una metodologia interdisciplinare che integra archeologia, antropologia, storia delle religioni e psicologia analitica junghiana — alla ricerca delle “matrici archetipiche” dei simboli.[16]
La Rosa Camuna: Il Simbolo dei Simboli
Camunian rose Tra tutte le incisioni della Val Camonica, nessuna ha raggiunto la notorietà della rosa camuna. Si tratta di una figura formata da una linea che si sviluppa come una girandola a quattro bracci inserita tra nove pallini o coppelle allineate. È stata ritrovata 92 volte tra le 300.000 incisioni del sito, principalmente in 27 rocce della Media Valle Camonica (Capo di Ponte, Foppe di Nadro, Sellero, Ceto, Paspardo).[17]
Il simbolo risale all’Età del Ferro, dal VII al I secolo a.C.. È spesso associato a guerrieri che sembrano danzarle intorno e a difenderla da nemici armati, suggerendo una funzione apotropaica o identitaria. Simboli analoghi sono stati rinvenuti in Mesopotamia, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna (celebre la Swastika Stone di Ilkley Moor, Yorkshire), portando alcuni studiosi a ipotizzare una diffusione dell’emblema attraverso contatti tra popolazioni preistoriche.[17]
Il suo significato rimane fonte di dibattito: alcuni studiosi la collegano al culto solare, altri la interpretano come simbolo di buona fortuna o emblema di un’identità guerriera diffusa tra i popoli indoeuropei. Nei primi anni Settanta del Novecento, un gruppo di designer italiani — Bruno Munari, Roberto Sambonet, Bob Noorda e Pino Tovaglia — scelse la rosa camuna come simbolo ufficiale della Regione Lombardia, adottata nel 1975. Da allora compare nel gonfalone, nello stemma e nella bandiera regionale.[18][19]
Il Popolo dei Camuni
Il termine “Camuni” (o Camunni) designa le popolazioni che abitarono la Val Camonica dal Neolitico fino alla conquista romana. La loro origine è incerta: secondo Plinio il Vecchio erano Euganei, secondo Strabone erano Reti — una questione che ancora oggi solo lo studio approfondito della loro lingua potrà risolvere.[20]
La civiltà camuna all’apice della sua fioritura — tra il 1000 e l’800 a.C. — era tutt’altro che primitiva. Aveva una struttura sociale articolata con capi, sacerdoti, mercanti e artigiani; viveva in castellieri di pietra e in capanne di legno; usava il carro e l’aratro; estraeva e lavorava il ferro nelle numerose miniere locali; produceva ceramica decorata e intratteneva commerci con Etruschi, Celti e Veneti. I Camuni avevano persino una forma di scrittura con caratteri derivati dall’alfabeto etrusco, adattati alla propria lingua che mostrava influenze retiche e celtiche a seconda delle aree.[11][15]
La conquista romana del 16 a.C. non cancellò immediatamente la tradizione incisoria, ma la ridimensionò drasticamente: si conoscono incisioni di epoca romana, medievale e finanche del XIX secolo, ma in numero non comparabile con la grandiosa attività preistorica.[4]
Metodologia di Studio e Datazione
La datazione delle incisioni rupestri è una delle sfide più complesse dell’archeologia preistorica, in quanto le rocce non contengono materia organica databile con il carbonio-14. I ricercatori ricorrono a un approccio multidisciplinare:[21]
Analisi stilistica: ogni periodo ha uno stile caratteristico (semi-naturalistico per i cacciatori del Mesolitico, schematico per i neolitici, ecc.).
Stratigrafia visiva: quando le figure si sovrappongono, quella sottostante è necessariamente più antica.
Confronto iconografico: le armi, gli strumenti e i tipi di animali rappresentati permettono di collocare le incisioni in specifici orizzonti culturali.
Contesto archeologico: le scoperte nei livelli del suolo vicini alle rocce istoriate forniscono ulteriori dati.
Luce radente e colorazione: tecniche di rilevazione introdotte dai pionieri Battaglia e Marro, ancora in uso oggi.[21]
Tecnologie avanzate: rilievi 3D, fotogrammetria e modelli digitali di elevazione.[22]
La funzione delle incisioni è riconducibile, secondo la maggior parte degli studiosi, a riti celebrativi, propiziatori, commemorativi e iniziatici svolti sotto la guida di figure religiose — sacerdoti, sciamani o capi — nelle zone rupestri funzionanti come veri e propri santuari a cielo aperto.[6]
I Misteri Irrisolti
Nonostante decenni di ricerche, una parte significativa delle incisioni resiste a ogni interpretazione definitiva.[16]
I Segni Geometrici Ripetuti
Alcune incisioni presentano schemi geometrici — reticoli, spirali, coppelle, sequenze di linee — ripetuti ossessivamente su diverse rocce e in periodi diversi. La loro funzione è tuttora incerta: potrebbero essere calendari astronomici, forme di proto-scrittura, rappresentazioni di tessuti o semplicemente ornamenti rituali. Studi recenti sull’arte rupestre paleolitica europea hanno rilevato in altri contesti l’esistenza di sistemi di comunicazione protonotazionali — apertura che invita a rileggere anche i segni camuni con occhi nuovi.[23][6]
Le Figure Topografiche
Come citato in precedenza, le rappresentazioni topografiche dell’Età del Bronzo restano uno dei misteri più dibattuti. Alcune di queste figure mostrano strutture geometriche che ricordano stranamente le attuali divisioni catastali del territorio — una coincidenza che ha alimentato ipotesi affascinanti sulla continuità del paesaggio agrario lombardo.[11]
La Sovrapposizione delle Immagini
Molte rocce presentano incisioni di epoche diverse sovrapposte le une alle altre senza un ordine apparente, come se lo stesso “supporto” fosse stato utilizzato più volte nel corso di secoli. Perché le generazioni successive tornavano sulle stesse rocce? Emmanuel Anati suggerisce che potrebbe trattarsi di luoghi sacri, dove il valore simbolico del supporto si accumulava nel tempo.[6]
Il Sito UNESCO e la Tutela Attuale
Il patrimonio rupestre della Val Camonica è distribuito in otto parchi archeologici visitabili: il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane (Capo di Ponte), il Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo, il Parco Comunale di Seradina-Bedolina, la Riserva Naturale di Ceto-Cimbergo-Paspardo, il Parco del Lago Moro-Luine-Monticolo (Darfo Boario Terme), il Parco di Asinino-Anvòia (Ossimo), il Parco Comunale di Sellero e il Percorso di Sonico. La maggiore concentrazione si trova nell’area di Capo di Ponte, dove nel 1958 fu istituito il Parco Nazionale di Naquane.[2]
La Fondazione Valle dei Segni, in collaborazione con la Comunità Montana di Valle Camonica, coordina attualmente un importante programma di manutenzione straordinaria con un finanziamento complessivo di 680.000 euro. Gli interventi — completati nel 2025 nei parchi di Luine, Seradina-Bedolina e Sellero — comprendono cura della vegetazione, restauro lapideo, sistemazione delle infrastrutture e documentazione con droni e rilievi 3D. Per il 2026 sono previsti lavori nel Parco Nazionale di Naquane e al Coren delle Fate di Sonico, con nuovi interventi nelle aree di Piancogno, Edolo, Borno e Ossimo.[22][24][25]
Una sfida attuale riguarda la riduzione degli orari di apertura a causa di tagli ministeriali, problema al quale si sta cercando di rispondere con programmi promozionali, mostre e progetti didattici nelle scuole.[25]
La Val Camonica nel Panorama Internazionale dell’Arte Rupestre
Il Centro Camuno di Studi Preistorici celebrò nel 2024 il suo 60º anniversario, confermando il ruolo di riferimento internazionale della Val Camonica per lo studio dell’arte rupestre. Negli ultimi decenni l’interesse scientifico per l’arte rupestre è esploso a livello globale: dall’Indonesia (dove nel 2024 è stata scoperta la pittura rupestre figurativa più antica del mondo, risalente a oltre 51.000 anni fa) fino alle Alpi Liguri (dove recenti studi hanno portato alla luce incisioni rituali dell’Età del Ferro), il dialogo tra siti diversi arricchisce continuamente la comprensione del fenomeno camuno.[26][27][28]
Nel quadro italiano, la Val Camonica rimane il sito di arte rupestre più importante d’Europa per quantità di testimonianze, ma scoperte recenti hanno ampliato il perimetro della ricerca: ad esempio, nel 2024 sono state individuate le incisioni rupestri più alte d’Europa ai piedi del ghiacciaio del Pizzo Tresero (3.000 m), databili alla Media Età del Bronzo, aprendo nuove prospettive sulle frequentazioni umane in alta quota.[29][2]
Conclusioni: Un Archivio Aperto
Le incisioni della Val Camonica sono molto più di semplici disegni su pietra: sono un archivio vivente di 10.000 anni di pensiero umano, credenze religiose, strutture sociali e trasformazioni economiche. Ogni strato racconta una storia diversa — dai cacciatori nomadi del Mesolitico ai guerrieri dell’Età del Ferro, dai primi agricoltori neolitici ai commercianti indoeuropei. La continuità di questo archivio, che attraversa il Paleolitico, il Neolitico, il Calcolitico, l’Età del Bronzo, l’Età del Ferro e giunge all’epoca romana, non ha equivalenti in Europa.[11]
Eppure molti significati restano inaccessibili. Come osserva il CCSP, per decifrare i simboli occorre “calarsi nella realtà del mondo vissuto in quel tempo, rivivere le esperienze e le emozioni di quei popoli lontani” — un compito che sfida ogni generazione di ricercatori a sviluppare nuovi metodi, nuove tecnologie e nuova sensibilità. La Val Camonica è, in questo senso, un cantiere intellettuale sempre aperto: un luogo dove l’umanità continua a interrogarsi sulle proprie origini e sul proprio modo di dare forma al mondo.[16]
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Un’indagine dell’Università di Bologna ricostruisce per la prima volta la struttura genetica di almeno sette individui vissuti circa 100.000 anni fa in una grotta della Polonia meridionale
La ricerca sui Neanderthal di Stajnia pubblicata su Current Biology
Il 20 aprile 2026 è stato pubblicato su Current Biology uno studio che ricostruisce per la prima volta il profilo genetico di un gruppo di Neanderthal dell’Europa centro-orientale. L’indagine è coordinata da Andrea Pici
Un’indagine dell’Università di Bologna ricostruisce per la prima volta la struttura genetica di almeno sette individui vissuti circa 100.000 anni fa in una grotta della Polonia meridionale
La ricerca sui Neanderthal di Stajnia pubblicata su Current Biology
Il 20 aprile 2026 è stato pubblicato su Current Biology uno studio che ricostruisce per la prima volta il profilo genetico di un gruppo di Neanderthal dell’Europa centro-orientale. L’indagine è coordinata da Andrea Picin e Sahra Talamo, professori del Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician” dell’Università di Bologna, con la collaborazione di ricercatori di oltre una dozzina di istituzioni internazionali.magazine.unibo+1
Il materiale analizzato proviene dalla Grotta di Stajnia, una cavità calcarea del Giurassico ubicata nell’Altopiano di Cracovia-Cz?stochowa, in Polonia meridionale. Dallo scavo sistematico condotto tra il 2007 e il 2010 sono stati recuperati otto denti fossili di Neanderthal. Quei denti hanno consentito, attraverso l’estrazione di DNA mitocondriale antico, di identificare almeno sette individui distinti appartenenti allo stesso sito e alla stessa fase cronologica.phys+1
Otto denti, sette individui: come il DNA mitocondriale antico svela la composizione del gruppo
Il DNA mitocondriale è la molecola preferita nella ricerca paleogenetica sui Neanderthal. Ogni cellula ne contiene centinaia o migliaia di copie, il che aumenta significativamente la probabilità di recuperarlo in fossili antichi e degradati. Si trasmette esclusivamente per via materna, senza ricombinazione, e presenta posizioni genomiche che permettono di distinguere sequenze neandertaliane autentiche da eventuali contaminazioni moderne.pmc.ncbi.nlm.nih+1
Dall’analisi dei mitogenomi dei denti di Stajnia sono emersi almeno sette individui distinti, collocati in un arco cronologico corrispondente al Marine Isotope Stage 5 (MIS 5), circa 100.000 anni fa. Due denti appartenuti a giovani e uno appartenuto a un adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale. Poiché il mtDNA si eredita per via materna, questo dato indica che i tre individui erano probabilmente strettamente imparentati in linea materna — madre e figli, o discendenti della stessa linea. È la prima volta che si riesce a ricostruire una struttura di gruppo coerente per i Neanderthal a nord dei Carpazi.eurekalert+2
La paleogenetista Mateja Hajdinjak del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha sottolineato questo elemento: “Due denti appartenuti a individui giovani e uno appartenuto a un adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale”.magazine.unibo
Un lignaggio materno diffuso in tutta l’Eurasia occidentale
I mitogenomi dei Neanderthal di Stajnia non sono filogeneticamente isolati. Si collocano nello stesso ramo genetico di individui rinvenuti in siti distanti migliaia di chilometri:bioengineer+1
Penisola iberica (Spagna e Portogallo): stesso ramo filogenetico
Francia meridionale: stesso clade mitocondriale
Questa distribuzione geografica indica che la componente genetica materna rappresentata a Stajnia era ampiamente diffusa in tutta l’Eurasia occidentale durante il MIS 5. In seguito — probabilmente a causa di eventi demografici successivi al peggioramento climatico del MIS 4 — fu sostituita dai lignaggi tipici dei Neanderthal più recenti.eurekalert+1
Andrea Picin ha chiarito il senso del risultato: “Nella maggior parte dei casi, i dati genetici neandertaliani derivano da singoli fossili o da reperti dispersi in siti e tempi diversi: a Stajnia, invece, è stato possibile ricostruire un piccolo gruppo di individui, restituendo per la prima volta un quadro genetico coerente dei Neanderthal in questa parte d’Europa”.magazine.unibo
Il collegamento con Thorin: una linea antica e pan-eurasiatica
Uno degli aspetti più discussi dello studio riguarda il confronto con il Neanderthal noto come “Thorin”, scoperto nel 2015 alla Grotte Mandrin, in Francia mediterranea, e descritto in un lavoro pubblicato su Cell Genomics nel 2024. Thorin era stato presentato come portatore di una linea genetica del tutto inedita, isolata da altri Neanderthal europei per circa 50.000 anni, con un genoma caratterizzato da elevata omozigosi.livescience+1
La nuova analisi mostra che Thorin porta un DNA mitocondriale simile a quello dei Neanderthal di Stajnia, vissuti oltre 50.000 anni prima. Questo dato colloca il lignaggio di Thorin non come un’anomalia solitaria, ma come l’ultimo rappresentante di un clade antico e geograficamente diffuso, le cui radici risalgono al MIS 5. La professoressa Talamo ha ricordato la necessità di prudenza nelle cronologie: “Quando i valori radiocarbonici si avvicinano al limite della calibrazione, il confronto tra archeologia, radiocarbonio e genetica diventa decisivo”.phys+1
Il contesto culturale: il Micoquiano nell’Europa centro-orientale
I Neanderthal di Stajnia erano portatori della tradizione culturale Micoquiana, tecno-complesso diffuso negli ambienti periglaciali e boreali tra la Francia orientale, la Polonia e il Caucaso settentrionale. L’industria litica recuperata nel sito — prodotta su selce giurassica locale — include coltelli bifacciali asimmetrici (Keilmesser), raschiatoi e manufatti groszak, diagnostici del Micoquiano centro-europeo.pmc.ncbi.nlm.nih+1
Le caratteristiche dell’assemblea litica suggeriscono occupazioni brevi e ricorrenti della grotta, coerenti con strategie di alta mobilità su larga scala. L’affinità tecnologica con siti del Caucaso e dell’Altai — grotta di Chagyrskaya — è stata proposta come ulteriore evidenza di connessioni a lungo raggio tra i gruppi neandertaliani di quest’area. I corridoi di dispersione lungo i fiumi Prut e Dniester potrebbero aver facilitato questi movimenti tra la Polonia meridionale e il Caucaso.nature+2
L’Europa centro-orientale al centro della storia neandertaliana
Lo studio ribalta la tradizionale lettura dell’Europa centro-orientale come area marginale della storia dei Neanderthal. La Polonia meridionale e il quadrante centro-europeo emergono invece come zona di snodo critica per la comprensione dei movimenti di popolazione, delle connessioni biologiche e della diffusione delle tradizioni tecniche nel Paleolitico medio.magazine.unibo
“Si tratta di un risultato rilevante perché, per la prima volta, abbiamo la possibilità di osservare un piccolo gruppo di almeno sette Neanderthal dell’Europa centro-orientale vissuti circa 100.000 anni fa”, ha dichiarato Andrea Picin.magazine.unibo
Per il futuro, l’analisi di ulteriori campioni dalla stessa grotta — eventualmente con estrazione di DNA nucleare, che fornisce informazioni anche sulla linea paterna e sul grado di consanguineità — potrebbe consentire di determinare il sesso degli individui e approfondire le relazioni di parentela interne al gruppo.magazine.unibo
Cosa rende straordinario questo studio
Un’indagine internazionale pubblicata su Current Biology il 20 aprile 2026 ha ricostruito per la prima volta il profilo genetico di un piccolo gruppo coerente di Neanderthal dell’Europa centro-orientale. Il coordinamento scientifico è dell’Università di Bologna, con i professori Andrea Picin e Sahra Talamo.
Il materiale analizzato: 8 denti fossili dalla Grotta di Stajnia (Polonia meridionale), da cui è stato estratto DNA mitocondriale antico — il solo tipo di DNA ereditato per via materna e sufficientemente abbondante per sopravvivere 100.000 anni.magazine.unibo+1
Il gruppo ricostruito: almeno 7 individui distinti, vissuti nel Marine Isotope Stage 5 (~100.000 anni fa), nell’ambito della tradizione culturale Micoquiana. La novità assoluta è che provengono tutti dallo stesso sito e dalla stessa fase cronologica — non da fossili dispersi in luoghi e tempi diversi.bioengineer+2
La struttura familiare: due denti di giovani e uno di adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale, suggerendo che fossero strettamente imparentati in linea materna.phys+1
La rete genetica eurasiatica: i Neanderthal di Stajnia si collocano nello stesso ramo filogenetico di individui dal Caucaso settentrionale, dalla Francia meridionale e dalla penisola iberica — indicando una linea materna un tempo ampiamente diffusa, poi sostituita.eurekalert+1
Il confronto con Thorin: il fossile “Thorin” della Grotte Mandrin (Francia), ritenuto una linea isolata risalente a ~42.000 anni fa, porta un mtDNA simile a quello di Stajnia — ricollegandolo a un lignaggio antico e pan-eurasiatico.pmc.ncbi.nlm.nih+2nhm.ac
Il Profilo Genetico del Più Antico Gruppo di Neanderthal dell’Europa Centro-Orientale
Sintesi dello Studio
Un’indagine internazionale pubblicata il 20 aprile 2026 su Current Biology sotto il titolo “First multi-individual Neanderthal mitogenomes from north of the Carpathians” ha ricostruito per la prima volta il profilo genetico di un piccolo gruppo coerente di Neanderthal vissuti nell’Europa centro-orientale circa 100.000 anni fa. Lo studio è coordinato da Andrea Picin e Sahra Talamo, entrambi professori del Dipartimento di Chimica “Giacomo Ciamician” dell’Università di Bologna, e coinvolge ricercatori di oltre una dozzina di istituzioni internazionali.[1][2][3]
L’analisi si basa sull’estrazione di DNA mitocondriale antico (aDNA) da otto denti fossili scoperti nella Grotta di Stajnia, in Polonia meridionale, consentendo — per la prima volta nella storia della paleoantropologia — di ricostruire la struttura genetica di un gruppo Neanderthal proveniente dallo stesso sito e dallo stesso orizzonte cronologico, a nord dei Carpazi.[4][5]
Il Sito: La Grotta di Stajnia
Stajnia Cave bone fragments La Grotta di Stajnia è ubicata nell’Altopiano di Cracovia-Cz?stochowa, nella Polonia meridionale meridionale (50°36?58?N, 19°29?04?E), a circa 359 m s.l.m., incassata in un massiccio calcareo del Giurassico superiore. La grotta presenta una morfologia stretta (lunghezza ~23 m, larghezza ~2–4 m, altezza ~6 m) e dispone di una sequenza stratigrafica di circa 1,5 m articolata in 15 livelli litostratigrafici accumulatisi dal MIS 5 all’Olocene.[6]
Il sito è stato oggetto di campagne di scavo sistematiche tra il 2007 e il 2010, concentrate nella zona posteriore della cavità per un’area di circa 16 m². Stajnia Cave è riconosciuta come uno dei siti paleolitici più importanti della Polonia per la presenza di resti di Neanderthal — i più antichi sul territorio polacco — e decine di migliaia di manufatti litici del Paleolitico medio.[7][8]
La cavità ha restituito nel tempo più denti neandertaliani: il primo molare isolato (S5000) fu descritto in uno studio del 2020, mentre la ricerca del 2026 amplia enormemente il quadro portando a otto i denti analizzati geneticamente.[1][6]
Contesto Paleoambientale
Intorno a 100.000 anni fa (Marine Isotope Stage 5, MIS 5), il paesaggio dell’Europa centro-orientale subì una profonda trasformazione: le foreste calde dell’Eemiano (MIS 5e, ~130.000–115.000 anni fa) cedettero il passo a ambienti di steppa e taiga periglaciale, favorendo la migrazione di fauna freddo-adattata come il mammut lanoso (Mammuthus primigenius), il rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis) e la renna. I dati faunistici di Stajnia rispecchiano pienamente questo contesto: l’assemblea vertebratica conta oltre 13.500 resti, dominati da specie freddo-adattate, con presenza di orsi delle caverne, volpi polari e lupi tra i carnivori.[6][9][10]
Metodologia: DNA Antico da Denti Fossili
Il DNA mitocondriale è la molecola privilegiata nella paleogenetica dei Neanderthal per diverse ragioni:[11][12]
Abbondanza: ogni cellula contiene centinaia o migliaia di copie di mtDNA, aumentando la probabilità di recupero nei fossili antichi e degradati
Ereditarietà materna: il mtDNA è trasmesso esclusivamente per via materna, senza ricombinazione, permettendo la ricostruzione di lignee matrilineari con elevata chiarezza filogenetica
Marcatori diagnostici: esistono posizioni del genoma mitocondriale in cui Neanderthal e Homo sapiens differiscono in modo sistematico, permettendo di distinguere sequenze antiche genuine da contaminazione moderna
Per lo studio del 2026, i denti sono stati trattati con tecniche di sequenziamento ad alto rendimento (High-Throughput Sequencing) preceduto da protocolli di decontaminazione. Il team ha applicato la metodologia di cattura per ibridazione del mtDNA, già sperimentata con successo nello studio del 2020 sul molare S5000 dove la copertura media raggiunse 363x con il 84–100% di sequenze di origine neandertaliana autentica (dopo filtraggio delle frazioni deaminate). Le date genetiche sono state ottenute tramite stima dell’età molecolare ramo-per-ramo (molecular clock) combinata con datazione al radiocarbonio accelerata (AMS) su fauna associata e datazione U-Th su materiale speleotematico.[6][13][2]
La professoressa Sahra Talamo ha sottolineato l’importanza dell’approccio integrato: “Quando i valori radiocarbonici si avvicinano al limite della calibrazione, è fondamentale non attribuire più precisione di quella che il dato può realmente sostenere: in questi casi, il confronto tra archeologia, radiocarbonio e genetica diventa decisivo”.[1]
Risultati: Il Gruppo Neandertaliano di Stajnia
Composizione del Gruppo
L’analisi degli otto denti ha consentito di identificare almeno sette individui distinti, ricostruendo per la prima volta la struttura di un piccolo gruppo neandertaliano coeso nell’Europa centro-orientale. Questo risultato è eccezionale perché nella grande maggioranza dei casi i dati genetici neandertaliani provengono da singoli fossili isolati oppure da reperti di siti e periodi diversi — rendendo impossibile delineare la struttura di un gruppo reale.[14][3][5]
La co-autrice Mateja Hajdinjak del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology ha evidenziato un dettaglio particolarmente significativo: “Due denti appartenuti a individui giovani e uno appartenuto a un adulto condividono lo stesso DNA mitocondriale”. Poiché il mtDNA è ereditato per via materna, questa coincidenza suggerisce che i tre individui potessero essere strettamente imparentati — madre e figli, o individui della stessa linea materna — confermando la natura familiare o di piccolo clan del gruppo.[1][5]
Collocazione Cronologica
Le stime cronologiche basate sulla lunghezza dei rami filogenetici (datazione molecolare) collocano gli individui nel Marine Isotope Stage 5 (MIS 5), corrispondente all’intervallo compreso grosso modo tra 120.000 e 92.000 anni fa. Questa attribuzione è coerente con il contesto paleoambientale: l’espansione glaciale del MIS 4 avrebbe reso la Polonia meridionale sostanzialmente inabitabile, rendendo improbabili le code più giovani delle distribuzioni di probabilità. Il dente S5000, analizzato nel 2020, aveva già ottenuto una data genetica di ~116.000 anni (intervallo 95% HPDI: 83.000–152.000 anni fa), confermando la grande antichità delle presenze neandertaliane a Stajnia.[6][13][15]
Profilo Filogenetico del mtDNA
I mitogenomi dei Neanderthal di Stajnia si inseriscono in un ramo filogenetico condiviso con altri individui distribuiti su tutta l’Eurasia occidentale:[4][3]
Sito Comparativo
Posizione Geografica
Affinità con Stajnia
Mezmaiskaya 1 (Caucaso settentrionale)
Russia
Massima affinità mtDNA; stesso clade basale[6][11]
Siti della penisola iberica
Spagna/Portogallo
Stesso ramo mtDNA[5]
France du Sud-Est
Francia meridionale
Stesso ramo mtDNA[1]
Scladina (~120.000 anni)
Belgio
Relazione più distante; Neanderthal più recenti[6]
Hohlenstein-Stadel (~120.000 anni)
Germania
Relazione più distante[6]
Questa distribuzione indica che la componente genetica materna rappresentata a Stajnia era ampiamente diffusa in tutta l’Eurasia occidentale prima di essere sostituita — probabilmente in seguito a eventi demografici post-MIS 4 — dai lignaggi tipici dei Neanderthal più recenti.[3][5]
Il Confronto con Thorin: Un Collegamento Inatteso
Uno degli aspetti più rilevanti e inattesi dello studio riguarda il confronto con il fossile neandertaliano “Thorin”, scoperto nel 2015 alla Grotte Mandrin, in Francia mediterranea.[16][17]
Thorin era stato descritto in uno studio del 2024 (pubblicato su Cell Genomics) come appartenente a una linea genetica del tutto inedita, rimasta isolata da altri Neanderthal europei per circa 50.000 anni, con un genoma che mostrava elevata omozigosi coerente con introgressione in un gruppo piccolo e isolato. La datazione dello scheletro era stata stimata intorno a 42.000–50.000 anni fa.[18][19][16]
Il nuovo confronto effettuato nell’ambito dello studio di Stajnia 2026 ha rivelato che Thorin porta un genoma mitocondriale simile a quello dei Neanderthal di Stajnia, vissuti oltre 50.000 anni prima. Questo dato apre due scenari interpretativi:[1][5]
Il lignaggio mitocondriale di Thorin non era affatto un’anomalia isolata, ma l’ultimo rappresentante di un clade antico e diffuso che aveva radici nel MIS 5, poi sopravvissuto in nicchie geografiche fino a 42.000 anni fa
Le cronologie stesse di Thorin vanno trattate con maggiore cautela, poiché la somiglianza con i Neanderthal più antichi di Stajnia potrebbe indicare una data di morte più antica rispetto a quanto finora stimato
La professoressa Talamo ha ricordato esplicitamente: “Il nostro studio ricorda che le cronologie più antiche vanno trattate con grande prudenza. Quando i valori radiocarbonici si avvicinano al limite della calibrazione, il confronto tra archeologia, radiocarbonio e genetica diventa decisivo”.[1]
Il Contesto Micoquiano: Cultura e Mobilità
I Neanderthal di Stajnia erano portatori della tradizione culturale Micoquiana, il tecno-complesso più ampio e duraturo del Paleolitico medio europeo. Il Micoquiano si diffuse negli ambienti periglaciali e boreali fra la Francia orientale, la Polonia e il Caucaso settentrionale, ed è caratterizzato dalla produzione di coltelli bifacciali asimmetrici (Keilmesser), raschiatoi, utensili a foglia e manufatti groszak.[6][20][10]
L’industria litica di Stajnia, prodotta su selce giurassica locale, mostra:
Bassa frequenza di elementi corticali, indicando che i Neanderthal arrivavano al sito con toolkit già configurato
Produzione discoidale e Levallois centripeta come metodo principale di scheggiatura
Presenza di bifacciali esausti e di un raschiaio con ritocco Quina, diagnostici del Micoquiano centro-europeo[6]
Questi elementi suggeriscono occupazioni brevi e ricorrenti della grotta, coerenti con strategie di alta mobilità su larga scala. L’affinità tecnologica tra il Micoquiano del Polonia, quello del Caucaso e quello dell’Altai (grotta di Chagyrskaya) è confermata da comparazioni statistiche delle assemblee litiche e potrebbe spiegare la connessione genetica tra Stajnia e Mezmaiskaya.[9][6]
I fiumi Prut e Dniester sono stati proposti come probabili corridoi di dispersione neandertaliana tra le pianure dell’Europa centro-orientale e il Caucaso.[20][6]
Implicazioni Paleoantropologiche
Ricambio Demografico e Lignaggi Materni
Lo studio conferma e precisa il modello di turnover demografico già noto per i Neanderthal: attorno a 90.000 anni fa, i Neanderthal dell’Europa occidentale sostituirono i gruppi locali dell’Altai. Il lignaggio mitocondriale di Stajnia — condiviso da individui dal Caucaso alla penisola iberica — doveva essere il lignaggio neandertaliano dominante nel MIS 5, prima di essere soppiantato da quello tipico dei Neanderthal più tardivi del MIS 3, come Mezmaiskaya 2 e Feldhofer.[6][11]
Questo quadro è coerente con i risultati dello studio su Mezmaiskaya 3 (2022, pubblicato su Genome Biology), che aveva identificato connessioni genetiche privilegiate tra i Neanderthal più antichi del Caucaso e quelli contemporanei di altre aree d’Europa, prima del definitivo rimpiazzo da parte di gruppi geneticamente distinti.[11]
L’Europa Centro-Orientale come Hub Neandertaliano
La scoperta ribalta il tradizionale modello che relegava l’Europa centro-orientale a periferia marginale della storia neandertaliana. Al contrario, la Polonia meridionale e il quadrante centro-europeo emergono come area di snodo critica per:[1]
La connessione tra le popolazioni neandertaliane dell’Europa occidentale e quelle caucasico-asiatiche
La diffusione e la persistenza delle tradizioni tecniche del Micoquiano
L’esplorazione dei movimenti demografici e dei flussi genetici nel Paleolitico medio
Come ha dichiarato Andrea Picin: “La scoperta rafforza l’idea che l’Europa centro-orientale non fosse una periferia marginale della storia neandertaliana, ma un’area chiave per comprendere movimenti di popolazione, connessioni biologiche e diffusione di tradizioni tecniche nel Paleolitico medio”.[1]
Le Dimensioni del Gruppo e la Struttura Sociale
La possibilità di analizzare contemporaneamente almeno sette individui dello stesso sito e della stessa fase cronologica offre una finestra rara sulla struttura sociale neandertaliana. I gruppi neandertaliani erano tipicamente piccoli — con stime di dimensione effettiva della popolazione spesso inferiori a poche migliaia di individui per l’intera Eurasia — e caratterizzati da bassa variabilità genetica. La presenza di individui imparentati per via materna (stesso mtDNA tra adulto e giovani) è compatibile con gruppi a struttura familiare estesa, in cui la discendenza e l’identità del gruppo si trasmettevano attraverso la linea materna.[21][14][4]
Il Team di Ricerca
Lo studio è il frutto di una collaborazione internazionale coordinata dall’Università di Bologna:[2]
Andrea Picin (Università di Bologna, PI del progetto FIS 2 POOL) — archeologia e paleoantropologia
Sahra Talamo (Università di Bologna, Principal Investigator di RESOLUTION ERC) — datazione al radiocarbonio
Mateja Hajdinjak (Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology) — paleogenetica
Wioletta Nowaczewska (Università di Breslavia) e Adam Nadachowski (Accademia Polacca delle Scienze) — paleoantropologia dei denti e paleozoologia
Hanno collaborato anche studiosi della Queen’s University di Belfast, dell’Università di Bristol, dell’Università di Leeds, dell’Università della California Irvine, dell’ETH di Zurigo, dell’Università di Groningen, del Collège de France, dell’Istituto Polacco di Geologia e dell’Università LUM Giuseppe Degennaro.[1]
Lo studio ha beneficiato del supporto dei progetti RESOLUTION (ERC Starting Grant No. 803147), DYNASTY (PRIN No. 20209LLK8S_001) e EURHOPE (FARE Prot. R20L4N7MS5).[1]
Contesto nella Ricerca Paleogenetica Neandertaliana
Questo studio si inserisce in un panorama di scoperte paleogenetiche sempre più ricco degli ultimi anni:
2019: Sequenziamento del DNA nucleare di due Neanderthal di ~120.000 anni fa (Hohlenstein-Stadel e Scladina), che rivelò 80.000 anni di continuità genetica in Europa[22]
2020: Primo studio Stajnia S5000, mtDNA datato a ~116.000 anni fa, più prossimo a Mezmaiskaya 1 che ai Neanderthal contemporanei dell’Europa occidentale[6]
2022: Analisi del genoma di Mezmaiskaya 3, con strette connessioni ai Neanderthal del MIS 5 di tutta l’Eurasia[11]
2024: Scoperta di Thorin (Grotte Mandrin, Francia), linea isolata per 50.000 anni, con elevata consanguineità[23][17]
2024: Studio su Science dei flussi genici in due ondate dagli umani moderni verso i Neanderthal[21]
2026: Studio multi-individuale di Stajnia, primo profilo di gruppo neandertaliano coerente a nord dei Carpazi[1][3]
Limiti e Prospettive Future
Il DNA mitocondriale, pur potente, fornisce soltanto la storia della linea materna: non offre informazioni sui lignaggi paterni né sul genoma nucleare, che permetterebbe di stimare con maggiore precisione le dimensioni della popolazione, il grado di consanguineità e le relazioni di parentela tra tutti gli individui (non solo quelli con lo stesso mtDNA). Il confronto con Thorin è per ora limitato a un genoma mitocondriale, mentre il DNA nucleare di Thorin mostra caratteristiche di un clade divergente da oltre 105.000 anni — un’apparente contraddizione che le prossime analisi dovranno chiarire.[1][17]
Per il futuro, il sito di Stajnia si conferma un osservatorio privilegiato del Paleolitico medio europeo. L’analisi di ulteriori campioni, eventualmente con estrazione di DNA nucleare, potrebbe consentire di:
Determinare il sesso dei sette individui
Stimare il grado di consanguineità interna al gruppo
Chiarire i flussi migratori tra Europa centro-orientale, Caucaso e Altai
Come affermano Nowaczewska e Nadachowski: “Sapevamo da tempo che la grotta di Stajnia conservava testimonianze eccezionali, ma questi risultati hanno superato le nostre aspettative. Riuscire a identificare un piccolo gruppo di Neanderthal così antico in un sito tanto complesso è un traguardo importante per la ricerca polacca e per lo studio dei Neanderthal in Europa”.[1]
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Martedì 21 aprile in diretta FM e streaming: paleoecologia, micromammiferi e speleologia sul Carso di 450.000 anni fa
Martedì 21 aprile, dalle ore 20 alle 21, la rubrica “Racconti dal Buio – Carsismo e Speleologia raccontati da chi indaga i misteri del mondo sotterraneo” torna in onda su Radio Fragola, alle frequenze FM 104.6–104.8 e in streaming sul sito www.radiofragola.com.
Ospite della puntata il professor Giovanni Boschian, del Dipartimento di Biologia dell’Università d
Martedì 21 aprile in diretta FM e streaming: paleoecologia, micromammiferi e speleologia sul Carso di 450.000 anni fa
Martedì 21 aprile, dalle ore 20 alle 21, la rubrica “Racconti dal Buio – Carsismo e Speleologia raccontati da chi indaga i misteri del mondo sotterraneo” torna in onda su Radio Fragola, alle frequenze FM 104.6–104.8 e in streaming sul sito www.radiofragola.com.
Ospite della puntata il professor Giovanni Boschian, del Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, studioso delle interazioni tra uomo e ambiente durante la preistoria.[1][2]
Un viaggio nel tempo: il Carso carsico del Pleistocene medio
La puntata porta gli ascoltatori molto indietro nel tempo, verso un Carso radicalmente diverso da quello odierno. Il professor Boschian guiderà un percorso tra paleoclimatologia, paleoecologia e paleontologia, discipline che permettono di ricostruire gli ambienti del passato attraverso i dati emersi dagli scavi nelle cavità naturali.[3]
Il Carso, come ricordano le ricerche interdisciplinari condotte in questa area, racconta una lunghissima storia geologica e biologica. Le sue cavità e i suoi ripari sotto roccia hanno conservato per centinaia di migliaia di anni i resti delle faune e delle frequentazioni umane. Grazie a queste “capsule del tempo” naturali, è possibile ricostruire paesaggi in cui prosperavano specie oggi scomparse, come il rinoceronte e il cavallo selvatico, in un ambiente climatico molto diverso dall’attuale.[4][5]
Il Riparo dei Micromammiferi di Visogliano: un archivio paleoecologico sul Carso
Il sito principale attorno a cui si sviluppa la discussione è il Riparo dei Micromammiferi, noto anche come Riparo di Visogliano (numero catasto 3575, Previs pri Vižovljah), ubicato in prossimità dell’abitato di Visogliano, nel comune di Duino Aurisina, sul fianco meridionale di una dolina che costituisce il residuo di un antico sistema carsico.[6]
Il sito fu segnalato nel 1974 dopo il rinvenimento di resti di fauna pleistocenica e di manufatti paleolitici. Gli scavi regolari iniziarono nel 1975–1976, e nel 2003 una campagna condotta dall’Università di Pisa, sotto la direzione dello stesso Giovanni Boschian, ha approfondito le indagini sul deposito sotto alla volta. I reperti portati alla luce sono di rilievo scientifico a livello internazionale: oltre a manufatti litici del Paleolitico inferiore, la breccia esterna ha restituito un dente e un frammento di mandibola attribuiti a individui della specie Homo heidelbergensis, risalenti a un arco temporale compreso tra 450.000 e 80.000 anni fa.[7][8][4][6]
Il Riparo di Visogliano è considerato la più importante stazione preistorica del Carso per l’antichità dei reperti. I resti faunistici — ossa di rinoceronte, cavallo e appunto micromammiferi — costituiscono i dati proxy per ricostruire le condizioni ambientali e climatiche del Pleistocene medio sul Carso triestino.[9][6]
Il profilo scientifico del professor Boschian
Giovanni Boschian è ricercatore presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa. Il suo principale campo di ricerca riguarda le interazioni tra popolazioni umane e ambiente nel passato remoto, con particolare attenzione agli adattamenti comportamentali e culturali in risposta ai cambiamenti ambientali. Lavora principalmente su siti rupestri e sui loro processi di formazione, applicando tecniche geoarcheologiche e micromorfologiche del suolo allo studio di sedimenti naturali e antropici. Studia anche la reazione dell’ambiente e delle popolazioni mediterranee alle fasi fredde, in aree non direttamente influenzate dalla copertura glaciale. Il suo approccio è sistemico: dallo scavo al contesto ambientale più ampio, analizzando la complessità dei fattori che hanno plasmato le culture preistoriche nel tempo e nello spazio.[10][1][3]
Speleologi e ricerca paleontologica: il GRPU e la figura di Giorgio Marzolini
La puntata affronta anche il tema del rapporto storico tra i gruppi speleologici e la ricerca archeologica nelle cavità naturali. Viene portato come esempio il Gruppo Ricerche di Paleontologia Umana (GRPU), costituito in seno all’Associazione XXX Ottobre di Trieste, una delle principali organizzazioni speleologiche triestine, attiva fin dal 1918.[11][12]
Centrale, in questa parte della trasmissione, sarà il ricordo di Giorgio Marzolini (Trieste, 19 ottobre 1936 – 18 marzo 2009), speleologo che per circa quarant’anni ha condotto ricerche archeologiche nelle grotte del Carso triestino. Il suo contributo scientifico è documentato da una vasta bibliografia, che comprende studi su depositi ipogei di grande interesse: la Grotta degli Zingari, la Grotta dell’Edera, la Grotta dell’Ansa, la Grotta del Pettine, la Grotta 2 delle Ossa, la Caverna sul Monte S. Leonardo, la Grotta del Tasso e altri siti ancora.[13][14][15]
Marzolini aveva iniziato la sua attività speleologica negli anni Cinquanta del Novecento. Il suo impegno sul campo, unito a una solida metodologia di indagine, ha permesso di documentare e rendere noti numerosi depositi archaeologici sotterranei del Carso, i cui risultati sono stati esposti in pubblicazioni di notevole valore scientifico. Il GRPU che guidava fu una realtà fondamentale nella storia della speleologia triestina, capace di costruire un ponte duraturo tra l’esplorazione in grotta e la ricerca paleoantropologica.[14][16][17]
Come seguire la puntata e contattare la redazione
La puntata del 21 aprile è ascoltabile in diretta su Radio Fragola alle frequenze FM 104.6–104.8 oppure in streaming sul sito www.radiofragola.com. Chi desiderasse intervenire durante la trasmissione può farlo via WhatsApp al numero +39 340 191 6542. Le puntate precedenti di “Racconti dal Buio” sono disponibili all’indirizzo www.radiofragola.com/racconti-dal-buio/.[2][18]
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Una doppia caverna preistorica in territorio vallone racconta centomila anni di storia sotterranea
Il sito: due grotte su una terrazza comune
Nella vallata della Magne, affluente della Vesdra, nel comune di Trooz (provincia di Liegi, Belgio), si aprono le Grottes des Fonds de Forêt — in italiano Caverne di Fond de Forêt. Le due entrate distano meno di dieci metri l’una dall’altra e sboccano su un’unica terrazza che domina di circa venti metri il torrente sottostante.[1]
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Una doppia caverna preistorica in territorio vallone racconta centomila anni di storia sotterranea
Il sito: due grotte su una terrazza comune
Nella vallata della Magne, affluente della Vesdra, nel comune di Trooz (provincia di Liegi, Belgio), si aprono le Grottes des Fonds de Forêt — in italiano Caverne di Fond de Forêt. Le due entrate distano meno di dieci metri l’una dall’altra e sboccano su un’unica terrazza che domina di circa venti metri il torrente sottostante.[1]
Le due grotte hanno morfologia distinta. La caverna di sinistra è una larga galleria che si allarga in una vasta sala dal soffitto obliquo, con uno sviluppo di 45 metri. Quella di destra presenta una sala prolungata da un corridoio con 25 metri di dislivello. Lo sviluppo totale del sistema è di 70 metri.[2][1]
Le cavità si trovano a un’altitudine di circa 146–150 metri s.l.m., in posizione boscosa sul versante sud-est del promontorio calcareo noto come Bay-Bonnet, a circa 100 metri dal corso d’acqua.[1]
Geologia: il calcaire viséen del Carbonifero
Le rocce che ospitano le grotte sono calcari visean, formatisi nel Carbonifero mississippiano tra 330 e 346 milioni di anni fa. Si tratta di una delle formazioni calcaree più tipiche della Vallonia orientale, diffusa lungo tutto il massiccio della Vesdra.[3][1]
Le pareti della grotta a monte mostrano tracce inconfondibili di un antico passaggio idrico. Il profilo è arrotondato “a fondo di barca” e le superfici sono lucidate dall’erosione. Questo indica che la cavità ha funzionato, in epoche remote, come galleria di deflusso di un corso d’acqua sotterraneo. La cava di Bay-Bonnet, adiacente al sito, ha permesso agli studiosi di analizzare in dettaglio la stratigrafia del Viséano superiore locale, ricco di Productus giganteus.[4][2]
L’archeologia: Neanderthal abitava qui
Le Grottes des Fonds de Forêt sono uno dei siti del Paleolitico medio più rilevanti del Belgio. La sequenza degli scavi è lunga quasi due secoli.
Philippe-Charles Schmerling (1790–1836), medico e paleontologo liégeois, fu il primo a esplorare sistematicamente le grotte negli anni 1830–1833. È considerato il fondatore della paleoantropologia umana: in oltre quaranta grotte della provincia di Liegi portò alla luce ossamenti umani e animali e strumenti in selce, anticipando di decenni le teorie evolutive.[5][6]
Nel 1895, il dottor F. Tihon scoprì nella grotta a monte un femore umano neandertaliano. Il reperto fu studiato definitivamente da F. Twiesselmann nel 1961 (pubblicato come Mémoire n° 148 dell’Institut royal des Sciences naturelles de Belgique).[2]
Industria litica: oltre 11.000 selci moustériane
Dall’insieme dei sedimenti esplorati nelle due grotte e nella terrazza antistante provengono circa 11.000 selci lavorate. L’analisi tipologica ha classificato questo materiale come Moustériano Charentiano di tipo Quina — una delle varianti culturali del Paleolitico medio attribuita ai Neandertaliani.[7][2]
Le caratteristiche principali dell’industria sono:
Predominanza di racloirs (421 esemplari), spesso convessi e con dorso spesso
Presenza di limaces (circa 12 esemplari) e bifaces sommari
Débitage levallois poco sviluppato
Assenza di punte moustériane tipiche[2]
Questa industria trova confronti con siti analoghi del bacino mosano (Spy, Goyet, Trou Al’Wesse) e con la grotta di Kartstein nell’Eifel tedesco, a suggerire reti di mobilità neandertaliana lungo le linee di displuvio tra bacino della Vesdra e bacino renano.[2]
La stratigrafia ha individuato tre livelli ossiferi sovrapposti: il livello inferiore moustériano (con tracce aurignacoidi), un livello magdaleniano e uno superiore assimilabile all’Ahrensburgiano.[2]
Interesse biologico: le grotte come rifugio per i chirotteri
Le grotte ospitano popolazioni di chirotteri che utilizzano le cavità come sito di ibernazione invernale. Per questo motivo, le chiusure installate agli ingressi sono dotate di passaggi calibrati per permettere il transito dei pipistrelli.[8][9]
Il sito è riconosciuto come Site de Grand Intérêt Biologique (SGIB) dalla Regione Vallona, oltre che come cavità di interesse biologico, idrologico, geomorfologico e mineralogico.[10][1]
La protezione del patrimonio: tre livelli di tutela
Le Grottes des Fonds de Forêt godono di una protezione patrimoniale stratificata e raramente attribuita a un sito belga di questa dimensione. Protezione Anno Strumento normativo Patrimoine classé (sito) 1949 Decreto di classamento[11] Cavità sotterranea di interesse scientifico (CSIS) 2001 AM del 01/03/2001[8] Patrimoine immobilier exceptionnel de Wallonie 2009 Arrêté del 27/05/2009[12]
Le grotte non sono aperte al pubblico. La gestione del sito è affidata a un comitato che associa autorità locali, regionali, ricercatori e speleologi. L’attività scientifica è permessa nel rispetto di protocolli rigorosi di conservazione.[13]
Il sito nel contesto karstico della Vesdra
Le Caverne di Fond de Forêt si collocano in un’area di eccezionale concentrazione di siti karstici preistorici. Nella stessa zona di Trooz si trovano la Grotte Walou — sito di riferimento per il Paleolitico belga con scavi dal 1996 al 2004 che hanno restituito resti neandertaliani — il Trou Wuinant, cavità di 40 metri poi proseguita oltre due sifoni per circa 1.500 metri di sviluppo, e la Chantoire de la Falise (Olne), con industria moustériana analoga.[14][15][16][2]
Il Belgio vallone vanta la più alta densità di siti a fossili neandertaliani diagnosticati dell’Europa settentrionale: almeno otto siti con resti umani datati. Il territorio della Vesdra, con la sua rete di grotte in calcari visean e tournaisiani, è il cuore di questa concentrazione.[17]
Conferenza: archeologia speleologica a Namur il 20 aprile
Per chi è interessato al tema dell’archeologia in ambiente sotterraneo, lunedì 20 aprile 2026 alle ore 19h30 è in programma una conferenza presso la Maison de la Spéléologie di Namur. L’evento è organizzato nell’ambito delle attività della comunità speleologica belga ed è aperto a iscrizione. La Maison de la Spéléologie è la sede istituzionale della speleologia in Vallonia, dove opera tra gli altri la CWEPSS (Commission Wallonne d’Étude et de Protection des Sites Souterrains).[18][13]
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Palazzo Massimo ospita due giornate di studio sull’acqua nell’Italia romana, tra archeologia, epigrafia e paesaggio urbano
Un convegno scientifico sull’acqua nell’Italia romana
Roma è la sede scelta per il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda”, in corso il 17 e 18 aprile 2026 presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. L’evento, organizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura, riunisce studiosi e speciali
Palazzo Massimo ospita due giornate di studio sull’acqua nell’Italia romana, tra archeologia, epigrafia e paesaggio urbano
Un convegno scientifico sull’acqua nell’Italia romana
Roma è la sede scelta per il convegno scientifico “Acqua nelle città dell’Italia romana: utenda, servanda, ducenda”, in corso il 17 e 18 aprile 2026 presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo. L’evento, organizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura, riunisce studiosi e specialisti provenienti da diverse istituzioni accademiche e di ricerca italiane. Il convegno affronta il tema dell’acqua nelle città romane con un approccio multidisciplinare che integra archeologia, storia, epigrafia e analisi del paesaggio urbano.
Il titolo richiama tre gerundivi latini — utenda (da usare), servanda (da conservare), ducenda (da condurre) — che sintetizzano efficacemente le tre dimensioni fondamentali della gestione dell’acqua nel mondo romano: uso, conservazione e distribuzione.
Il programma: due giornate dense di interventi
Le sessioni si sono svolte in quattro blocchi distinti, distribuiti tra le mattine e i pomeriggi del 17 e del 18 aprile. La presidenza dei lavori è stata affidata a figure di rilievo del panorama accademico italiano: Andrea Giardina, Gianluca Tagliamonte, Marcello Guaitoli, Simone Quilici, Patrizia Basso e Maria Luisa Marchi.
Nella prima giornata, i lavori hanno preso avvio con i saluti istituzionali di Alfonsina Russo, Federica Rinaldi e Stefania Quilici Gigli. Tra i temi affrontati nella mattina del 17 aprile: la regolamentazione dei condotti d’acqua pubblica nelle città romane (L. Maganzani), le fistulae aquariae di Roma e il loro contributo agli studi prosopografici (S. Orlandi), e l’acqua nelle città del Salento con i casi di Ugento e Lecce (G. Scardozzi). Nel pomeriggio della stessa giornata, le relazioni si sono concentrate sull’acqua a Ostia dall’età arcaica al tardo impero (A. D’Alessio), sugli aspetti urbanistici nelle città di fondazione in Italia tra il IV e il II secolo a.C. (M. Spanu), e sull’approvvigionamento idrico a servizio del Palazzo Imperiale (P. Quaranta, F. Coletti).
Le città dell’Italia romana sotto la lente degli studiosi
La seconda giornata, in corso oggi 18 aprile, ha aperto i lavori con interventi dedicati ad Aquileia — analizzata come città d’acque tra fiumi, canali e fosse (G. Furlan, A. Borsato) — e a Ravenna, con un focus sull’evoluzione del paesaggio urbano tra canali e acque interne in età antica (E. Giorgi, S. Morsiani, M. Cavalazzi). Nel pomeriggio, i relatori affronteranno i temi dell’acquedotto di Nora (J. Bonetto, G. Da Villa), della raccolta e distribuzione dell’acqua nelle castella aquarum dell’Italia romana (G. Cera), e della gestione dell’acqua a Pompei (F. Giletti, M. Covolan).
Le cisterne nelle città dell’Italia romana saranno al centro dell’intervento di S. Cespa, dedicato a metodologie e tecniche di conservazione dell’acqua. Chiuderà i lavori G. Renda con una riflessione sull’acqua nell’arredo urbano dell’Italia romana, a partire dall’espressione latina ut sine intermissione diebus noctibusque aqua fluat.
Acquedotti, cisterne e condotti: le infrastrutture idriche romane
Il convegno dedicato all’acqua nelle città romane non si limita alle grandi infrastrutture. Accanto agli acquedotti — tra i più imponenti sistemi ingegneristici dell’antichità — trovano spazio anche le strutture minori: cisterne, condotti, fistulae in piombo, fontane pubbliche e canali urbani. L’acquedotto romano di Vicenza, ad esempio, è oggetto di uno studio specifico basato su dati d’archivio e nuove acquisizioni (M.S. Busana, G. Mariotti, J. Turchetto), mentre la distribuzione dell’acqua a Verona è trattata nell’intervento di G. Falezza.
Questi casi studio mostrano come la gestione dell’acqua nelle città romane non fosse uniforme, ma variasse in base alla morfologia del territorio, alle risorse disponibili e all’organizzazione amministrativa locale.
Un approccio multidisciplinare alla storia dell’acqua
Uno degli aspetti più significativi del convegno sull’acqua nelle città romane è la varietà metodologica degli approcci proposti. Accanto all’archeologia classica, trovano spazio l’epigrafia — con lo studio delle iscrizioni legate alle fistulae e alla regolamentazione delle acque — e la storia del paesaggio, che consente di ricostruire le trasformazioni urbane legate alla presenza di fiumi, canali e infrastrutture idriche.
Il comitato scientifico è composto da specialisti di diverse università e istituzioni: J. Bonetto, L. Capogrossi Colognesi, G. Cera, G. Ceraudo, H. Dessales, G. Gregori, M. Guaitoli, P. Liverani, L. Quilici, S. Quilici Gigli, F. Rinaldi, A. Russo e M. Spanu. La diversità delle competenze riflette la complessità del tema trattato.
Ingresso libero e informazioni pratiche
Il convegno si svolge presso il Museo Nazionale Romano — Palazzo Massimo alle Terme, in Piazza dei Cinquecento a Roma. L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili. Per informazioni è possibile contattare gli organizzatori agli indirizzi: stefanella.quilici@gmail.com e mn-rm@cultura.gov.it.
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Il DIMS2026 porta ad Altamira una visita guidata sul ruolo delle cerve nell’arte preistorica
Il Museo Nazionale e Centro di Ricerca di Altamira aderisce alle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026 (#DIMS2026) con un’attività dedicata alle cerve nel Paleolitico cantabrico. L’appuntamento è fissato per il 18 aprile 2026 alle 11:45 e si intitola Cerve (in)visibili: la loro rilevanza nell’arte e nella vita del Paleolitico Cantabrico. L’ingresso è gratuito con il bigli
Il DIMS2026 porta ad Altamira una visita guidata sul ruolo delle cerve nell’arte preistorica
Il Museo Nazionale e Centro di Ricerca di Altamira aderisce alle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026 (#DIMS2026) con un’attività dedicata alle cerve nel Paleolitico cantabrico. L’appuntamento è fissato per il 18 aprile 2026 alle 11:45 e si intitola Cerve (in)visibili: la loro rilevanza nell’arte e nella vita del Paleolitico Cantabrico. L’ingresso è gratuito con il biglietto del museo; è richiesta l’iscrizione preventiva tramite la piattaforma meapunto.unican.es.[1]
La Neocueva e la mostra permanente come scenari della visita guidata
L’attività si svolge lungo due percorsi distinti all’interno del complesso museale. Il primo è la Neocueva, la replica fedele della grotta originale di Altamira che ricostruisce l’atmosfera del Paleolitico superiore con illuminazione e ambientazione sonora. Il secondo è la mostra permanente “I tempi di Altamira”, uno spazio espositivo che documenta le tecniche pittoriche, la vita quotidiana dei cacciatori-raccoglitori e il contesto culturale in cui nacque l’arte rupestre cantabrica.[2][3]
I visitatori percorrono entrambi gli spazi sotto la guida di un esperto. Lo scopo è orientare lo sguardo su una figura animale spesso rimasta in secondo piano rispetto ai celebri bisonti: la cerva. L’animale è presente nelle pitture di Altamira, ma il suo ruolo simbolico ed ecologico è stato a lungo sottovalutato rispetto ad altri soggetti della volta policroma.[4]
Le cerve nell’arte paleolitica cantabrica: tra caccia, simbolismo e identità
Le cerve e i cervi rossi (Cervus elaphus) compaiono con frequenza nell’arte rupestre dell’area franco-cantabrica, nelle grotte di Altamira, Lascaux e in numerosi altri siti. Le raffigurazioni paleolitiche riproducono soprattutto cervi rossi, nonostante i reperti zooarcheologici indichino che caprioli, alci e renne fossero più frequentemente cacciati. Questo dato suggerisce che il significato delle pitture non si riduca alla documentazione delle prede di caccia, ma rimandi a un complesso universo simbolico.[5]
Secondo alcune interpretazioni consolidate nello studio dell’arte paleolitica, le figure animali sulle pareti delle grotte cantabriche esprimevano principi cosmologici. Le coppie ricorrenti — cavallo e bisonte, maschio e femmina — incarnavano simbolicamente i due principi generatori della vita. In questo schema, la cerva rappresentava il principio femminile. Non era un’immagine accessoria: era parte di un sistema visivo carico di significati rituali e sociali.[4][6]
Il ruolo della donna nel Paleolitico: nuove letture dell’arte di Altamira
L’attività del #DIMS2026 si inserisce in un dibattito scientifico più ampio che riguarda la visibilità della donna nelle comunità del Paleolitico cantabrico. Recenti studi e iniziative del Museo di Altamira hanno messo in discussione la narrazione tradizionale che vedeva l’uomo come unico soggetto attivo nella caccia e nell’arte rupestre. Indagini paleogenetiche e paleoantropologiche su alcuni siti preistorici documentano sepolture femminili con corredi ricchi, suggerendo un ruolo preponderante delle donne nelle comunità paleolitiche.[7][8]
Nel 2024, il Museo di Altamira ha avviato una collaborazione con l’illustratrice e archeologa Esperanza Martín per la realizzazione di serie di illustrazioni sulla vita quotidiana dei gruppi del Paleolitico superiore, con una prospettiva di genere esplicita. Il progetto intende superare le rappresentazioni stereotipate e mostrare donne impegnate nella caccia, nella vita sociale e nell’espressione artistica. La stessa possibilità che alcune pitture di Altamira siano opere femminili è oggi oggetto di dibattito accademico: non ci sono prove che fossero opera esclusiva di uomini, né che lo fossero di donne.[8][7]
Il #DIMS2026: “Musei che uniscono un mondo diviso”
L’evento rientra nel calendario delle celebrazioni del Día Internacional de los Museos 2026, che si tiene ufficialmente il 18 maggio di ogni anno su iniziativa dell’ICOM — Consiglio Internazionale dei Musei — a partire dal 1977. Il tema scelto per il 2026 è “Musei che uniscono un mondo diviso”, con l’obiettivo di valorizzare il ruolo dei musei come ponti tra culture, comunità e generazioni in un contesto geopolitico complesso.[9][10][11]
Il Museo di Altamira ha scelto di anticipare le celebrazioni con attività distribuite nel corso delle settimane precedenti al 18 maggio, tra cui quella del 18 aprile sulle cerve del Paleolitico. L’ICOMOS spagnolo coordina un calendario di eventi tematici in diversi musei, consultabile tramite una mappa interattiva disponibile all’indirizzo icomos.es/mapa-de-actividades.[1]
Un patrimonio UNESCO sotto sorveglianza continua
La grotta di Altamira è riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1985, inserita in un sistema di diciotto grotte con arte rupestre paleolitica distribuite nel nord della Spagna. La struttura geologica della grotta è fragile. Dal 2018 il museo ha installato una rete sismica composta da quattro sismometri — con un quinto previsto — per monitorare in tempo reale la stabilità della cavità e prevenire danni alle pitture.[12][13]
La grotta originale non è aperta al pubblico, ma la Neocueva riproduce fedelmente i suoi ambienti. Questo spazio ospita regolarmente attività didattiche, visite guidate tematiche e conferenze che permettono al pubblico di avvicinarsi all’arte paleolitica cantabrica in modo accessibile e scientificamente fondato.[2][3]
Fonti [1] ICOMOS – Facebook https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1894845501232539&set=a.1029491771101254&type=3 [2] Neocueva y Museo de Altamira: CUEVA DE ALTAMIRA https://museoaltamira.com [3] Primary https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/en/que-hacer/para-escolares/primaria.html [4] La pittura rupestre del Paleolitico: un tesoro artistico e simbolico https://www.scintilena.com/la-pittura-rupestre-del-paleolitico-un-tesoro-artistico-e-simbolico/12/19/ [5] 363 https://www.ccsp.it/wp-content/uploads/2024/02/attiVCS2007_Nember.pdf [6] Arte paleolítico cantábrico. Signos y símbolos: los … https://portalcientifico.uned.es/documentos/5fb5ca142999527339681de4 [7] Esperanza Martín: el reto de ilustrar la visión de género en … – ILEON https://ileon.eldiario.es/historia/esperanza-martin-reto-ilustrar-vision-genero-paleolitico-cantabrico-altamira_1_12990728.html [8] Cueva de Altamira: ¿Quién fue la niña de 8 años que descubrió las … https://www.educandoenigualdad.com/2018/10/02/cueva-de-altamira-quien-fue-la-nina-de-8-anos-que-descubrio-las-pinturas/ [9] Día Internacional de los Museos 2026: Museos uniendo un mundo … https://www.accioncultural.es/es/dia-internacional-de-los-museos-2026-museos-uniendo-un-mundo-dividido [10] Museos uniendo un mundo dividido: el tema del Día Internacional … https://icom.museum/es/news/museos-uniendo-un-mundo-dividido-el-tema-del-dia-internacional-de-los-museos-2026/ [11] Día Internacional de los Museos 2026: Museos uniendo un mundo … https://www.mynewsdesk.com/es/icom-international-council-of-museums/pressreleases/dia-internacional-de-los-museos-2026-museos-uniendo-un-mundo-dividido-3441699 [12] Monitoraggio Sismico nella Grotta di Altamira – Scintilena https://www.scintilena.com/monitoraggio-sismico-nella-grotta-di-altamira/02/11/ [13] Grotta di Altamira e arte rupestre paleolitica della Spagna … https://it.wikipedia.org/wiki/Grotta_di_Altamira_e_arte_rupestre_paleolitica_della_Spagna_settentrionale [14] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [15] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [16] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [17] Le pitture rupestri di Altamira – Le origini dell’Arte in mostra … https://www.scintilena.com/le-pitture-rupestri-di-altamira-le-origini-dellarte-in-mostra-al-museo-nazionale-ungherese/12/30/ [18] 300 anni di storia della speleologia spagnola in mostra a Granada https://www.scintilena.com/300-anni-di-storia-della-speleologia-spagnola-in-mostra-a-granada/06/15/ [19] Scoperta una delle maggiori concentrazioni di arte paleolitica nella Penisola Iberica nella Cova Dones a Valencia – Scintilena https://www.scintilena.com/scoperta-una-delle-maggiori-concentrazioni-di-arte-paleolitica-nella-penisola-iberica-nella-cova-dones-a-valencia/09/16/ [20] I Primi Artisti della Storia: Viaggio nella Penombra delle Grotte … https://www.scintilena.com/i-primi-artisti-della-storia-viaggio-nella-penombra-delle-grotte-dipinte-che-svelano-i-segreti-del-paleolitico/08/13/ [21] Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026: il festival di … – Scintilena https://www.scintilena.com/espeleo-canyoning-cinema-asedeb-2026-il-festival-di-cinema-di-speleologia-e-canyoning-arriva-a-malaga/03/03/ [22] Arte Neanderthaliana in grotta – Spagna – Scintilena https://www.scintilena.com/arte-nearderthaliana-in-grotta/03/11/ [23] L’Alto Asón si prepara a diventare la Capitale Mondiale del … https://www.scintilena.com/lalto-ason-si-prepara-a-diventare-la-capitale-mondiale-del-soccorso-speleologico-la-14a-conferenza-internazionale-di-cave-rescue-in-arrivo/05/31/ [24] Esperienza immersiva nel mondo sotterraneo a Expominerales Madrid 2025 – Scintilena https://www.scintilena.com/esperienza-immersiva-nel-mondo-sotterraneo-a-expominerales-madrid-2025/02/23/ [25] L’Uomo di Altamura, il Neanderthal più antico d’Italia, svela … https://www.scintilena.com/luomo-di-altamura-il-neanderthal-piu-antico-ditalia-svela-i-segreti-della-sua-specie/07/01/ [26] BOL_CFLP_2 https://www.scintilena.com/allegati/bollettinofealc2.pdf [27] Methodology for the Monitoring and Control of the Alterations Related to Biodeterioration and Physical-Chemical Processes Produced on the Paintings on the Ceiling of the Polychrome Hall at Altamira https://www.mdpi.com/2673-7159/4/4/42 [28] inVisibili. Le Pioniere del Cinema – Turismo Roma https://turismoroma.it/it/eventi/invisibili-le-pioniere-del-cinema [29] Día Internacional de los Museos 2026 https://www.mncn.csic.es/es/visita-el-mncn/actividades/dia-internacional-de-los-museos-2026 [30] RISONANZE INVISIBILI – Comune di Venezia. https://www.comune.venezia.it/it/content/risonanze-invisibili [31] ferdinando scianna – Musa Fotografia https://saramunari.blog/tag/ferdinando-scianna/ [32] Comenzamos 2026 con un recorrido por el Museo de Altamira https://www.instagram.com/reel/DTDKhq5DVxw/ [33] ArteRaku.it Mostre e Manifestazioni – L’Appuntamento con l’Arte. https://www.arteraku.it/pagine/manifestazioni-storico.asp [34] The ALTAMIRA CAVES – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=YXfxgtvtpGQ [35] archivio – The Italian Review | https://www.theitalianreview.com/archivio/ [36] Día Internacional de los Museos 2026 en Madrid | IFEMA MADRID https://www.ifema.es/visita-madrid/eventos/dia-internacional-museos-madrid [37] Ricerca archeologica amplia le conoscenze sulla Grotta … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-amplia-le-conoscenze-sulla-grotta-dei-cervi-di-porto-badisco-il-rapporto-tra-uomini-e-animali-nella-preistoria/09/14/ [38] Arte Rupestre del Paleolitico a Malaga Un Viaggio nel Passato Preistorico – Scintilena https://www.scintilena.com/malaga-un-viaggio-nel-passato-preistorico/12/28/ [39] La newsletter BCRA di marzo 2026 annuncia workshop, escursioni … https://www.scintilena.com/ora-ho-raccolto-informazioni-sufficienti-per-scrivere-larticolo-procedo-con-la-stesura/03/05/ [40] Grotta Chauvet: l’arte paleolitica sigillata per 21.000 anni – Scintilena https://www.scintilena.com/grotta-chauvet-la-cattedrale-darte-paleolitica-rimasta-sigillata-per-21-000-anni/05/09/ [41] Le Grotte di Pertosa-Auletta a TourismA 2026 – Scintilena https://www.scintilena.com/le-grotte-di-pertosa-auletta-a-tourisma-2026-la-monografia-di-carucci-del-1907-torna-in-ristampa-anastatica/02/28/ [42] Cave and Karst News (gennaio 2026): scadenze, eventi … – Scintilena https://www.scintilena.com/cave-and-karst-news-gennaio-2026-scadenze-eventi-e-opportunita-per-la-comunita-speleologica/01/15/ [43] Puglia alla Scoperta della Grotta del Riposo: Arte Rupestre dalle Caratteristiche Uniche e Simboli Ancestrali – Scintilena https://www.scintilena.com/puglia-alla-scoperta-della-grotta-del-riposo-arte-rupestre-dalle-caratteristiche-uniche-e-simboli-ancestrali/12/27/ [44] Grotte Day 2026: a Onferno si esplora il percorso storico – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-day-2026-a-onferno-si-esplora-il-percorso-storico-tra-gessaroli-guerra-e-patrimonio-unesco/03/19/ [45] Lascaux: Quando il Patrimonio Paleolitico Incontra la … https://www.scintilena.com/lascaux-quando-il-patrimonio-paleolitico-incontra-la-fragilita-dellambiente-carsico/01/20/ [46] Soporte lítico con decoración lineal en el yacimiento de Labeko Koba (Arrasate, País Vasco) https://www.semanticscholar.org/paper/a85b944f7bc593e537859d3e4b8806e399d8c73b [47] Mefitis “dea salutifera”? https://revistas.ucm.es/index.php/GERI/article/download/46671/43809 [48] [PDF] Altamira en femenino. Evidencias y carencias de las narrativas en … https://www.aranzadi.eus/fileadmin/docs/Munibe/maa.2024.75.mis04.pdf [49] MOSTRA D’OLTREMARE S.P.A. – AEFIwww.aefi.it › quartiere › mostra-d-oltremare-s-p-a https://www.aefi.it/it/quartiere/mostra-d-oltremare-s-p-a/ [50] The Cantabrian Paleolithic https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/en/investigacion/publicaciones/museo-patrimonio/otros-yacimientos/el-paleolitico-cantabrico.html [51] Las Cuevas de Altamira. Análisis artístico detallado https://www.youtube.com/watch?v=8iEPvQYDO-0 [52] Eventi – Aprile 2026 – Napoli – Mostra d’Oltremare https://mostradoltremare.it/events/ [53] Arte parietal paleolítico en la cueva de Aitzbitarte V ( … https://tp.revistas.csic.es/index.php/tp/article/download/839/890/959 [54] [PDF] MUSE CAMP 2026 https://www.muse.it/contrib/uploads/2026/02/166878231Avviso-MUSE-CAMP-2026.pdf [55] Arte paleolítico cantábrico. Signos y símbolos: los signos como indicadores gráficos de territorio y territorialidad. El caso del valle del Sella en la comarca oriental asturiana https://produccioncientifica.ucm.es/documentos/5fb5ca142999527339681de4 [56] [PDF] Los bisontes de Altamira los descubrió una mujer. Museos … https://www.cultura.gob.es/mnaltamira/gl/dam/jcr:0432d0bf-fb5b-440b-bc80-a120331ef662/2024-mujeres-si-pero-que-relatos-monografia-29-altamira.pdf [57] Mostra d’Oltremare: Home https://mostradoltremare.it
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Due giornate di laboratori per divulgare l’archeologia presso adulti e bambini
Un fine settimana dedicato all’archeologia sperimentale e alla divulgazione del mondo antico: il 18 e 19 aprile 2026 il Museo del Castello San Giorgio di Spezia ospita il PaleoFestival, un evento ricco di attività pensate per avvicinare il pubblico alla storia attraverso l’esperienza diretta.
Il programma propone un’ampia varietà di laboratori e dimostrazioni interattive, rivolte sia ai più giovani si
Due giornate di laboratori per divulgare l’archeologia presso adulti e bambini
Un fine settimana dedicato all’archeologia sperimentale e alla divulgazione del mondo antico: il 18 e 19 aprile 2026 il Museo del Castello San Giorgio di Spezia ospita il PaleoFestival, un evento ricco di attività pensate per avvicinare il pubblico alla storia attraverso l’esperienza diretta.
Il programma propone un’ampia varietà di laboratori e dimostrazioni interattive, rivolte sia ai più giovani sia agli adulti, con attività che spaziano dalla lavorazione dei materiali preistorici alla metallurgia dell’età del Bronzo, dalla tessitura antica alla scrittura geroglifica, fino alla sperimentazione di tecniche di sopravvivenza e produzione artigianale.
Tra i nomi presenti al festival figura anche Alfio Tomaselli, socio collaboratore dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (IIPP), da anni impegnato nella divulgazione dell’archeologia sperimentale. Attraverso il sito archeologiasperimentale.it e il suo canale YouTube “Musteriano”, Tomaselli promuove attività laboratoriali e ricostruzioni delle tecnologie preistoriche. Da decenni collabora con università, musei, parchi archeologici e istituzioni culturali, contribuendo alla diffusione di pratiche e conoscenze legate alla vita e alle tecniche dell’uomo preistorico, con un’intensa attività didattica e divulgativa sia in Italia che all’estero.
Ci saranno quindi momenti di approfondimento scientifico, come incontri dedicati all’archeologia sperimentale e alla divulgazione, ed esposizioni e rievocazioni che ricostruiscono scene di vita antica, e offrono uno sguardo concreto sulle pratiche quotidiane delle civiltà del passato.
Il contesto spezzino, inoltre, aggiunge un ulteriore elemento di interesse: il territorio conserva importanti testimonianze archeologiche legate anche al mondo sotterraneo, dalla presenza dell’Ursus spelaeus e altri animali preistorici in grotte locali fino a evidenze di frequentazione umana preistorica. A queste si aggiunge il recente ritrovamento della Grotta dei Picconi, al momento in fase si studio, che ha restituito testimonianze di epoca neolitica, a conferma del valore archeologico del sottosuolo della zona.
Il PaleoFestival è una preziosa occasione per far incontrare ricerca, didattica e partecipazione: il museo, che è stupendo, diventerà spazio dinamico per far rivivere il passato.
Sintesi del programma: Tra le attività in programma: laboratori di pittura preistorica, lavorazione della selce e accensione del fuoco, tessitura e lavorazione della pelle, dimostrazioni di metallurgia e costruzione di archi, scrittura antica e geroglifica, oltre a rievocazioni storiche, attività sulla vita quotidiana nel mondo antico e incontri dedicati all’archeologia sperimentale.
Dove: Museo del Castello San Giorgio, La Spezia Quando: 18 e 19 aprile 2026 Come: attività e laboratori per tutte le età, ingresso secondo modalità del museo
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L’Ente Parco della Murgia Materana punta sui fondi europei con una convenzione quadro triennale con l’Istituto Universitario di Studi Europei
L’Ente Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri di Matera e l’Istituto Universitario di Studi Europei (IUSE) di Torino hanno firmato una Convenzione Quadro di collaborazione e consulenza della durata di tre anni. L’accordo mira a rafforzare la capacità progettuale del Parco, intercettare i finanziamenti europei e promuovere mo
L’Ente Parco della Murgia Materana punta sui fondi europei con una convenzione quadro triennale con l’Istituto Universitario di Studi Europei
L’Ente Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri di Matera e l’Istituto Universitario di Studi Europei (IUSE) di Torino hanno firmato una Convenzione Quadro di collaborazione e consulenza della durata di tre anni. L’accordo mira a rafforzare la capacità progettuale del Parco, intercettare i finanziamenti europei e promuovere modelli innovativi di gestione del patrimonio ambientale e culturale.[1]
La firma e i protagonisti dell’accordo sul patrimonio rupestre
La convenzione è stata siglata dal Presidente dello IUSE, professor Piercarlo Rossi, e dal Presidente dell’Ente Parco, Giovanni Mianulli. Il Parco delle Chiese Rupestri di Matera è un sito UNESCO di rilevanza internazionale, e la partnership nasce dall’esigenza concreta dell’Ente di potenziare le proprie competenze in materia di europrogettazione e gestione di iniziative finanziate da fondi nazionali e regionali. L’accordo è stato annunciato il 14 aprile 2026 e riportato da diversi organi di informazione regionali e nazionali.[1][2][3]
I quattro pilastri della collaborazione per lo sviluppo sostenibile
Lo IUSE, forte di una consolidata esperienza decennale nelle politiche dell’Unione Europea e nello sviluppo territoriale sostenibile, fornirà supporto tecnico-scientifico articolato in quattro aree principali.[1]
Monitoraggio bandi e progettazione: supporto nella presentazione di proposte su programmi UE e fondi strutturali
Strategie di sviluppo: analisi dei fabbisogni e definizione di modelli di gestione in linea con i trend europei di sostenibilità
Capacity Building: percorsi di formazione specialistica per il personale dell’Ente e per gli stakeholder locali
Ricerca e Valutazione: studi di impatto e divulgazione su temi legati alla tutela ambientale e al turismo sostenibile[1]
Le parole dei presidenti: valorizzare le Chiese Rupestri con l’europrogettazione
Il presidente dello IUSE, Piercarlo Rossi, ha dichiarato che con questa firma si consolida il ruolo dell’istituto come partner strategico per gli enti pubblici che guardano all’Europa. Rossi ha sottolineato come l’obiettivo sia tradurre le grandi sfide del Green Deal e della transizione ecologica in opportunità concrete per il territorio materano.[1]
Il presidente dell’Ente Parco, Giovanni Mianulli, ha evidenziato che la collaborazione con lo IUSE permetterà di rafforzare la capacità di analisi e progettazione del Parco. L’accordo, a suo giudizio, garantirà una valorizzazione sempre più efficace e moderna del patrimonio inestimabile delle Chiese Rupestri.[1]
Il Parco delle Chiese Rupestri: un sito UNESCO al centro delle politiche di tutela
Il Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano è uno dei territori protetti più significativi del Mezzogiorno d’Italia. Il sito, riconosciuto dall’UNESCO, custodisce un patrimonio rupestre unico che intreccia storia, archeologia, natura e spiritualità. Negli ultimi anni l’Ente ha avviato percorsi di collaborazione istituzionale per rispondere alle sfide della conservazione e della fruizione sostenibile, anche attraverso l’accesso ai fondi strutturali europei del ciclo 2021-2027.[4]
La nuova convenzione con lo IUSE si inserisce in questo quadro strategico. L’accordo mira a dotare il Parco delle Chiese Rupestri degli strumenti tecnici e delle competenze necessarie per competere efficacemente nell’accesso ai programmi di finanziamento europei dedicati alla tutela della biodiversità, alla transizione ecologica e al turismo sostenibile.[1]
Fonti [1] Ricerca e territorio, intesa per valorizzare le Chiese rupestri https://agr.regione.basilicata.it/post/ricerca-e-territorio-intesa-per-valorizzare-le-chiese-rupestri/ [2] Matera, accordo tra IUSE e Parco della Murgia – trmtv https://www.trmtv.it/primo-piano/2026_04_14/536605.html/amp [3] A Matera siglato un accordo tra IUSE e Parco della Murgia per … https://www.facebook.com/trmtv/posts/a-matera-siglato-un-accordo-tra-iuse-e-parco-della-murgia-per-innovazione-fondi-/1556749956457893/ [4] Schema di Accordo di Collaborazione – Basilicata Europa https://europa.regione.basilicata.it/2021-27/wp-content/uploads/2025/01/Accordo_Parco-Murgia-1.pdf [11] Firma del Protocollo d’Intesa per la Valorizzazione delle Grotte di … https://www.scintilena.com/firma-del-protocollo-dintesa-per-la-valorizzazione-delle-grotte-di-luppa-tra-il-comune-di-sante-marie-e-la-federazione-speleologica-abruzzese-ets/03/07/ [12] Rural Karst: un progetto per promuovere la scienza e la tecnologia nelle scuole rurali della Romania – Scintilena https://www.scintilena.com/rural-karst-un-progetto-per-promuovere-la-scienza-e-la-tecnologia-nelle-scuole-rurali-della-romania/11/28/ [13] “Paesaggio culturale e sistema ipogeo nell’Alta Murgia: tra dimore … https://www.scintilena.com/giornate-europee-del-patrimonio-paesaggio-culturale-e-sistema-ipogeo-nellalta-murgia-tra-dimore-luoghi-di-culto-e-sepolture/09/18/ [14] Progetto Conservazione Habitat 8310: 110 grotte ripulite, restaurate e protette in un sito Natura 2000 in Romania – Scintilena https://www.scintilena.com/progetto-conservazione-habitat-8310-110-grotte-ripulite-restaurate-e-protette-in-un-sito-natura-2000-in-romania/04/22/ [15] EuroSpeleo Protection Label 2026: aperta la call europea per i … https://www.scintilena.com/eurospeleo-protection-label-2026-aperta-la-call-europea-per-i-progetti-di-tutela-delle-grotte/02/13/ [16] Palagianello rilancia il futuro della civiltà rupestre https://www.scintilena.com/palagianello-rilancia-il-futuro-della-civilta-rupestre/10/06/ [17] Nuovo Protocollo d’Intesa tra Regione Abruzzo e Federazione Speleologica Abruzzese – Scintilena https://www.scintilena.com/nuovo-protocollo-dintesa-tra-regione-abruzzo-e-federazione-speleologica-abruzzese/12/12/ [18] CALL FOR SURVEY DA ERC-KARST – Scintilena https://www.scintilena.com/call-for-survey-da-erc-karst-2/11/24/ [19] L’Alta Murgia alla BIT Milano 2025: turismo, cultura e … https://www.scintilena.com/lalta-murgia-alla-bit-milano-2025-turismo-cultura-e-sostenibilita/02/13/ [20] Puglia Archivi – Pagina 17 di 21 – Scintilena https://www.scintilena.com/category/puglia/page/17/ [21] Marche Approvata la mozione per il rifinanziamento della … https://www.scintilena.com/marche-approvata-la-mozione-per-il-rifinanziamento-della-legge-regionale-sulla-speleologia/08/25/ [22] Riscoperta del Patrimonio Minerario Abruzzese: Oggi Una … https://www.scintilena.com/riscoperta-del-patrimonio-minerario-abruzzese-oggi-una-conferenza-a-san-valentino-in-abruzzo-citeriore-pe/05/16/ [23] La Federazione Speleologica Pugliese aderisce al Contratto di Fiume del Torrente Asso, la speleologia al servizio del territorio. – Scintilena https://www.scintilena.com/la-federazione-speleologica-pugliese-aderisce-al-contratto-di-fiume-del-torrente-asso-la-speleologia-al-servizio-del-territorio/05/26/ [24] Pag. 1 a 20 https://www.sportesalute.eu/images/bandi_di_gara/RA_127_PA/08_RA_127_23PA__Accordo_Quadro_Foligno_-Matera.pdf [25] parco nazionale https://www.parcoaltamurgia.it/sites/default/files/albopretorio/upload/1420_z_DETERM.%2078-2014%20-%20AVVISO%20PUBBLICO%20CONVENZIONI.pdf [26] accordo di sviluppo tra parco delle chiese rupestri e iuse do torino https://www.facebook.com/basilicatadigitalchannel/posts/accordo-di-sviluppo-tra-parco-delle-chiese-rupestri-e-iuse-do-torino-rafforzare-/1565040368954775/ [27] TRA Il Comune di Matera, rappresentato dalla Dott.ssa … https://www.provincia.matera.it/images/amm_trasp/bandi_di_concorso/attivi/schema_di_convenzione-_ambientale.pdf [28] [PDF] FAC-SIMILE ACCORDO DI PARTENARIATO – Comune di Matera – https://comune.matera.it/wp-content/uploads/2024/09/Delibera-della-giunta-comunale-n.942022.pdf [29] Matera, accordo tra IUSE e Parco della Murgia https://x.com/TRMh24/status/2044012403281609006 [30] CONVENZIONE DI COPRODUZIONE https://amministrazionetrasparente.matera-basilicata2019.it/download/all-1-dd-73-convenzione-5ba4f428ba7e0.pdf [31] ?’???????? ????????????? ?? ????? … https://www.facebook.com/Parcomurgiamaterana/photos/-%F0%9D%97%A6%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BB%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B4%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%AE-%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%AE-%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%B0%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B0%F0%9D%97%AE-%F0%9D%97%B2-%F0%9D%98%81%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BC%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%B9%F0%9D%97%9C%F0%9D%98%80%F0%9D%98%81%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%98%82%F0%9D%98%81%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%A8%F0%9D%97%BB%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%83%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%BF%F0%9D%98%80%F0%9D%97%B6%F0%9D%98%81%F0%9D%97%AE%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%B6%F0%9D%97%BC-%F0%9D%97%B1%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%A6%F0%9D%98%81%F0%9D%98%82%F0%9D%97%B1%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%98%F0%9D%98%82%F0%9D%97%BF%F0%9D%97%BC%F0%9D%97%BD%F0%9D%97%B2%F0%9D%97%B6-%F0%9D%97%B2-%F0%9D%97%B9%F0%9D%97%98/1256002466703475/ [32] [PDF] 1 LA MURGIA ABBRACCIA MATERA https://trasparenza.regione.puglia.it/sites/default/files/paragrafi_semplici/20_Concorso%20di%20idee%20-%20La%20Murgia%20abbraccia%20Matera.pdf [33] ??? ???????? ??? ??????? ? … https://www.facebook.com/groups/673361526137687/posts/3703031746503968/ [34] [PDF] convenzione – Formez – Monitoraggio progetti https://monitoraggioprogetti.formez.it/Home/StampaConvenzione/25038RO37
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Quando la neve scavata nella roccia alimentava l’industria del ghiaccio in Puglia
Neviere della Murgia: cisterne ipogee per raccogliere e conservare la neve
Le neviere della Murgia sono cisterne scavate nella roccia calcarea, strutture ipogee in cui la neve veniva raccolta durante i mesi invernali e conservata fino a trasformarsi in ghiaccio. Il fenomeno si diffuse in tutto il territorio pugliese: dal Gargano al basso Salento, con una concentrazione significativa nelle ar
Quando la neve scavata nella roccia alimentava l’industria del ghiaccio in Puglia
Neviere della Murgia: cisterne ipogee per raccogliere e conservare la neve
Le neviere della Murgia sono cisterne scavate nella roccia calcarea, strutture ipogee in cui la neve veniva raccolta durante i mesi invernali e conservata fino a trasformarsi in ghiaccio. Il fenomeno si diffuse in tutto il territorio pugliese: dal Gargano al basso Salento, con una concentrazione significativa nelle aree della Murgia. Martina Franca, con le sue 30 strutture censite, si conferma la principale capitale regionale dell’industria del ghiaccio.[1]
Queste strutture non erano semplici buche nel terreno. Erano manufatti architettonici complessi, composti da cisterne o pozzi a pianta rettangolare, scavati nella roccia calcarea con una profondità variabile tra i 4 e i 12 metri. La struttura sovrastante era in pietra calcarea, con volta a botte e copertura a chiancarelle su falde inclinate. I conci estratti durante lo sbancamento erano riutilizzati per innalzare le pareti e le strutture esterne. Nelle aree della Murgia, il costo della lavorazione era più elevato rispetto alle zone costiere, dove la calcarenite tenera rendeva lo scavo più agevole rispetto alla compatta roccia calcarea della murgia.[2]
Piccola Era Glaciale e clima pugliese: le nevicate che resero possibile l’industria del freddo
Le neviere non avrebbero potuto esistere senza le condizioni climatiche che le resero necessarie. La cosiddetta Piccola Era Glaciale (PEG) — in inglese Little Ice Age — fu una fase di raffreddamento climatico durata approssimativamente dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo. Questo periodo portò, anche nelle regioni mediterranee del Sud Italia, nevicate abbondanti e persistenti che resero economicamente vantaggioso costruire e gestire queste strutture.[3][1]
La prova della diffusione delle neviere è, in sé, una testimonianza climatica diretta. Non si sarebbe potuto creare un simile numero di opere idrauliche se la natura non avesse offerto periodicamente quella materia prima che era la neve. I segni della Piccola Era Glaciale sono visibili in numerose opere dell’intelletto umano: dai dipinti ai racconti letterari, fino alle prime osservazioni di carattere scientifico. In Puglia, le centinaia di neviere documentate ne rappresentano la testimonianza materiale più concreta.[1][3]
Il ciclo produttivo: dal nevaiolo alla stecca di ghiaccio da bicchiere
La gestione delle neviere era una vera e propria attività imprenditoriale, organizzata secondo regole precise. Erano figure specializzate a presiedere l’intera filiera: il nevaiolo, ovvero l’appaltatore responsabile della raccolta, della conservazione e della trasformazione della neve in ghiaccio. La proprietà dei beni era concentrata nelle mani dell’aristocrazia locale. A Martina Franca e nei territori circostanti, i duchi Caracciolo detenevano il monopolio dell’industria del ghiaccio.[4][5]
Il ghiaccio era una merce preziosa. La sua purezza e igiene erano fondamentali, soprattutto per il consumo alimentare. Per la sorbetteria si selezionavano le cosiddette stecche di ghiaccio “da bicchiere”, le più pregiate. Il ghiaccio di qualità inferiore era invece impiegato per la conservazione di carni e pesci, rallentandone il deperimento, o utilizzato nella farmacopea per trattare diversi malanni.[6]
Un viaggiatore del 1818 racconta i sorbetti di Martina Franca
Una fonte storica di primo piano è il diario di viaggio del marchese di Pietracatella Giuseppe Ceva Grimaldi, intendente di Terra d’Otranto. Nel 1818, descrivendo il suo itinerario da Napoli a Lecce, il marchese annotò i piaceri della tavola dei martinesi, elogiando i sorbetti squisiti prodotti grazie alle famose conserve di neve che nel Salento si trovano — scriveva — sui monti di Martina. Era possibile gustarli nel pieno dell’estate, nonostante il caro prezzo. Questa testimonianza conferma come il commercio del ghiaccio avesse già allora un’organizzazione consolidata e una clientela esigente, tra nobiltà e ceto abbiente.[7][1]
Architettura ipogea delle neviere: dall’escavazione alla volta a botte
Lo sviluppo architettonico delle neviere seguì le logiche costruttive dell’edilizia rurale pugliese. Le strutture adottavano tecniche simili a quelle delle case a pignon e delle grandi cisterne aperte. La morfologia del tavoliere pugliese, privo di catene montuose e con un suolo calcareo, aveva già abituato gli abitanti a scavare invasi e cisterne per raccogliere l’acqua piovana. Le neviere si inseriscono in questa tradizione millenaria di architettura ipogea, declinandola in funzione di un uso diverso: non l’acqua, ma la neve.[2][6]
La struttura tipica comprendeva aperture nella volta per lo scarico della neve e aperture laterali per la ventilazione e l’accesso. La sovrapposizione di strati compatti di neve, alternati con paglia o foglie per l’isolamento termico, era la tecnica che permetteva la lenta trasformazione in ghiaccio nel corso dei mesi.[6][2]
Speleologi in prima linea per la tutela delle neviere pugliesi
A tutelare le neviere sono oggi principalmente gli speleologi. In Puglia, la normativa di riferimento è la Legge Regionale 4 dicembre 2009, n. 33, “Tutela e valorizzazione del patrimonio geologico e speleologico”. Questa legge ha istituito e regola il Catasto delle grotte e delle cavità artificiali della Puglia, affidato alla Federazione Speleologica Pugliese attraverso apposita convenzione con la Regione. Le neviere rientrano a pieno titolo nel catasto come cavità artificiali di interesse storico e antropologico.[8][9][10]
La Puglia conta già 2.377 cavità naturali censite e oltre 1.050 cavità artificiali registrate. Il lavoro di catalogazione è continuo: speleologi e ricercatori affiancano le istituzioni nel censire, documentare e proteggere queste strutture. Il volume Neviere della Murgia dei Trulli e nevicate storiche in Valle d’Itria ha censito quasi un centinaio di neviere solo in quella porzione di territorio.[10][1]
Archeologia dell’Età Contemporanea: un patrimonio da salvaguardare
Ciò che resta delle neviere pugliesi costituisce una preziosa testimonianza di archeologia dell’età contemporanea. Queste strutture narrano un capitolo di storia economica e sociale che coinvolge climatologia, architettura, storia locale e speleologia. L’abbandono dell’industria del ghiaccio naturale fu determinato da due fattori combinati: il progressivo cambiamento climatico che ridusse le nevicate, e l’avvento del ghiaccio artificiale prodotto con l’energia elettrica.[3][1]
Oggi un frigorifero produce ghiaccio in poche ore, a costo irrisorio. Per i nostri avi, ottenere quel bene richiedeva fatica collettiva, ingegno architettonico, organizzazione imprenditoriale e le giuste condizioni meteorologiche. I manufatti sopravvissuti alla distruzione andrebbero salvaguardati, tutelati e valorizzati per trasmettere alle generazioni future un capitolo fondamentale dell’identità culturale delle comunità pugliesi.[1][3]
Fonti [1] Neviere e nevicate d’agosto: il “tempo” porta sotto terra la memoria … https://www.scintilena.com/neviere-e-nevicate-dagosto-il-tempo-porta-sotto-terra-la-memoria-del-freddo/08/27/ [2] Le neviere murgiane | La Voce News https://www.lavocenews.it/coronavirus-4/puglia-coronavirus-4/in-evidenza/le-neviere-murgiane/ [3] Le neviere della Murgia e le nevicate storiche in Valle d’Itria https://www.scintilena.com/le-neviere-della-murgia-e-le-nevicate-storiche-in-valle-ditria-un-viaggio-nel-passato-climatico-della-puglia/04/26/ [4] [PDF] ricchezza di pietra. i fabbricati urbani e rurali dei duchi http://siba-ese.unisalento.it/index.php/medietas/article/download/28625/23466 [5] Caracciolo – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Caracciolo [6] Le neviere https://www.altosalentorivieradeitrulli.it/le_neviere.htm [7] Giuseppe Ceva Grimaldi Pisanelli di Pietracatella – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ceva_Grimaldi_Pisanelli_di_Pietracatella [8] La tutela del patrimonio ipogeo attraverso i catasti delle cavità artificiali – Scintilena https://www.scintilena.com/la-tutela-del-patrimonio-ipogeo-attraverso-i-catasti-delle-cavita-artificiali/02/15/ [9] Catasto delle grotte e delle formazioni naturali – S.I.T. – Puglia.con https://pugliacon.regione.puglia.it/web/sit-puglia-sit/catasto-delle-grotte-e-delle-formazioni-naturali [10] Catasto delle Grotte e Cavità Artificiali https://www.fspuglia.it/catasto/catasto-puglia/31 [11] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [12] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [13] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [14] “SUI SENTIERI DEI BRIGANTI” con il Centro Speleologico … https://www.scintilena.com/sui-sentieri-dei-briganti-con-il-centro-speleologico-dellalto-salento/12/29/ [15] Dal Buio: una mostra speleologica a Martina Franca https://www.scintilena.com/dal-buio-una-mostra-speleologica-a-martina-franca/01/13/ [16] COMPIE 50 ANNI LO STORICO GRUPPO SPELEOLOGICO VALLE DEL NOCE – Scintilena https://www.scintilena.com/compie-50-anni-lo-storico-gruppo-speleologico-valle-del-noce/01/15/ [17] L’arte del trarre l’olio: viaggio nei trappeti ipogei tra storia e … https://www.scintilena.com/larte-del-trarre-lolio-viaggio-nei-trappeti-ipogei-tra-storia-e-speleologia/08/16/ [18] Cittadinanza Onoraria di Cerchiara di Calabria al regista … – Scintilena https://www.scintilena.com/cittadinanza-onoraria-di-cerchiara-di-calabria-al-regista-frammartino-senza-gloria-gli-speleologi-del-61/12/11/ [19] Grotte e Voragini di Martina Franca – Il libro – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-e-voragini-di-martina-franca-il-libro/06/04/ [20] “Monte Nerone racconta” all’incontro di speleologia “Scintilena e … https://www.scintilena.com/monte-nerone-racconta-allincontro-di-speleologia-scintilena-e-friends-a-febbraio-a-narni/01/07/ [21] Neviere e ghiacciaie del Molise: una nuova proposta di classificazione – Scintilena https://www.scintilena.com/neviere-e-ghiacciaie-del-molise-una-nuova-proposta-di-classificazione/04/06/ [22] Scintilena https://www.scintilena.com/page/93/ [23] Speleologi che hanno fatto la Storia: Dott. Mario Marchetti (1913-1996) https://www.scintilena.com/speleologi-che-fecero-la-storia-dott-mario-marchetti-1913-1996/11/15/ [24] La memoria di alcune intense nevicate della “Piccola Era Glaciale” nel Salento | La Naturalizzazione d’Italia http://naturalizzazioneditalia.altervista.org/la-memoria-di-alcune-intense-nevicate-della-piccola-era-glaciale-nel-salento/ [25] Famiglia Caracciolo di Martina – nobili napoletani https://www.nobili-napoletani.it/Caracciolo-Martina.htm [26] IL SALENTO DALL PREISTORIA ALLA MODERNITÀ https://www.lecceoggi.com/salento-dall-preistoria-alla-modernita-3/ [27] Piccola era glaciale – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Piccola_era_glaciale [28] Preistoria e Protostoria della Puglia https://www.iipp.it/wp-content/uploads/Indice_Preistoria-e-protostoria-della-Puglia.pdf [29] [PDF] Le vicende patrimoniali dei Caracciolo di Martina Franca durante e … https://emeroteca.provincia.brindisi.it/Archivio%20Storico%20Pugliese/2000/Articoli/LeVicendePatrimoniali.pdf [30] IL COMMERCIO DELLA NEVE FRA LA MURGIA E … https://www.perieghesis.it/Neve%20fra%20Murgia%20e%20Taranto%201700.pdf [31] La Puglia nel Neolitico dalle Veneri di Parabita a Porto Badisco https://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1979/III/art/R79III025.html [32] ai tempi della “piccola era glaciale” anche in valle d’itria nevicava https://www.facebook.com/groups/274848366302720/posts/2340523653068504/ [33] Regolamento Catasto Speleologico del Friuli Venezia Giulia in via … https://www.scintilena.com/regolamento-catasto-speleologico-del-friuli-venezia-giulia-in-via-di-approvazione/01/03/ [34] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/623/?c=7 [35] Importanti novità nella speleologia del Lazio: il Catasto Cavità … https://www.scintilena.com/importanti-novita-nella-speleologia-del-lazio-il-catasto-cavita-artificiali/06/22/ [36] Il Catasto Speleologico Regionale: uno strumento … https://www.scintilena.com/il-catasto-speleologico-regionale-uno-strumento-essenziale-per-la-tutela-delle-grotte/02/15/ [37] Umbria – Legge regionale 23 settembre 2009, n. 19 – Scintilena https://www.scintilena.com/umbria-legge-regionale-23-settembre-2009-n-19/12/24/ [38] Acque sotterranee – DECRETO LEGISLATIVO 16 marzo 2009, n. 30 – Scintilena https://www.scintilena.com/acque-sotterranee-decreto-legislativo-16-marzo-2009-n-30/04/05/ [39] Catasto Nazionale Cavità Artificiali – Scintilena http://www.scintilena.com/utec/old/utec/catasto/fruizione.htm [40] ACCATASTAMENTO CAVITA’ IPOGEE E/O ARTIFICIALI https://www.scintilena.com/accatastamento-cavita-ipogee-eo-artificiali/05/08/ [41] Scintilena https://www.scintilena.com/page/2263/?sid=18&lang=cn&act=topiccont&fid=1&id=1&page=1&pageall=1&numall=10 [42] Scintilena, Autore presso Scintilena – Pagina 1814 di 1890 https://www.scintilena.com/author/Scintilena/page/1814/ [43] [PDF] Giuseppe Ceva Grimaldi – Cisva https://viaggio-adriatico.com/wp-content/uploads/2024/01/ceva_grimaldi.pdf [44] Catasto delle grotte e delle cavità artificiali della Puglia – CNR Irpi https://www.irpi.cnr.it/progetto/catasto-delle-grotte-cavita-artificiali-della-puglia/ [45] Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di terra d’Otranto nell … https://books.google.com/books/about/Itinerario_da_Napoli_a_Lecce_e_nella_pro.html?hl=it&id=B5YuAAAAYAAJ [46] [PDF] geositi della puglia – CAI SCUOLA https://caiscuola.cai.it/wp-content/uploads/2025/02/2025-Corso-Rete-Natura-2000-Salvatore-Valletta-Geositi-della-Puglia_def.pdf [47] # **IL MONDO SCOMPARSO DEGLI IPOGEI DEL … – Facebook https://www.facebook.com/groups/235044483499015/posts/2836822846654486/ [48] legge regionale 4 dicembre 2009, n. 33 https://portale2015.consiglio.puglia.it/documentazione/leges/azione.asp?K=2009LV33 [49] Itinerario da Napoli a Lecce e nella provincia di Terra d’Otranto nell … https://archive.org/details/bub_gb_0VDtzC5EPiUC [50] Art. 4 – Catasto regionale del patrimonio speleologico https://legislazionetecnica.it/node/3607308 [51] SEI DI GIOIA DEL COLLE SE……. – Facebook https://www.facebook.com/groups/1801570513409931/posts/4518198808413741/ [52] [PDF] Un approccio metodologico per lo studio delle cavità artificiali pugliesi https://www.sigeaweb.it/documenti/convegni/massafra-2017/1_Parise_Sigea_Massafra.pdf [53] Sei di Ceglie Messapica se… – Facebook https://www.facebook.com/groups/1466176263612111/posts/4538422423054131/ [54] Nuovo Catasto delle Grotte e delle Cavità Artificiali della Regione … https://www.ambienteambienti.com/nuovo-catasto-delle-grotte-e-delle-cavita-artificiali-della-regione-puglia/
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Un nuovo studio su Nature Communications documenta a Jojosi la più antica estrazione sistematica di materia prima finora nota per Homo sapiens
La scoperta e il sito di Jojosi
Nel KwaZulu-Natal, una regione di praterie aperte del Sudafrica orientale, sorge il complesso di siti denominato Jojosi, a circa 140 chilometri dalla costa dell’Oceano Indiano e a 1.200 metri di quota. Il paesaggio è inciso da profonde vallecole erosive, chiamate localmente donga, che nel corso d
Un nuovo studio su Nature Communications documenta a Jojosi la più antica estrazione sistematica di materia prima finora nota per Homo sapiens
La scoperta e il sito di Jojosi
Nel KwaZulu-Natal, una regione di praterie aperte del Sudafrica orientale, sorge il complesso di siti denominato Jojosi, a circa 140 chilometri dalla costa dell’Oceano Indiano e a 1.200 metri di quota. Il paesaggio è inciso da profonde vallecole erosive, chiamate localmente donga, che nel corso del Pleistocene hanno esposto affioramenti di hornfels e livelli sedimentari stratificati conservati con rarissima integrità.[1][2]
È in questo contesto che un team internazionale di ricercatori, guidato dal dr. Manuel Will dell’Università di Tubinga, ha identificato e scavato cinque livelli manufatturali distribuiti in tre aree principali. I risultati, pubblicati il 6 aprile 2026 su Nature Communications (DOI: 10.1038/s41467-026-70783-8), dimostrano che gli esseri umani estraevano intenzionalmente la pietra in questo luogo già 220.000 anni fa, tornandovi sistematicamente per almeno 110.000 anni.[3][4]
I manufatti: una cava, non un accampamento
Durante gli scavi, ogni centimetro cubo di sedimento è stato setacciato. Il risultato è un assemblaggio di oltre 20.000 manufatti, tutti in un’unica roccia: l’hornfels, una roccia metamorfica di contatto dalla grana finissima, durissima, che produce schegge con bordi affilati e resistenti.[5][6]
La scelta non è banale. Accanto al sito affiorano dolerite e quarzo, rocce disponibili immediatamente. I gruppi umani li hanno ignorati, puntando sistematicamente all’hornfels.[5]
L’assemblaggio litico mostra una composizione precisa:
blocchi di hornfels testati per valutarne la qualità, con scheggiature esplorative superficiali
schegge di tutte le dimensioni, prodotto delle fasi di riduzione del blocco
migliaia di micro-frammenti di scarto, inferiori ai 5 millimetri
martelli litici usati per percuotere la roccia
quasi nessun utensile finito: i prodotti erano trasportati altrove[4][1]
L’analisi di refit — il riassemblaggio fisico dei frammenti per ricostruire la sequenza di scheggiatura — ha prodotto 123 gruppi da 353 pezzi analizzati, tutti concentrati entro 30 centimetri: sequenze coerenti con soste brevi e mirate. L’analisi tracciologica su 40 manufatti ha rilevato tracce d’uso su un solo pezzo. Il resto era pronto per essere portato via.[7][5]
Nessun focolare. Nessun resto faunistico. Nessuno strumento per attività diverse dalla scheggiatura. Jojosi era una cava specializzata, visitata con un obiettivo preciso: procurarsi la materia prima migliore disponibile nel territorio.[1]
La datazione OSL: visite ripetute per 110.000 anni
Per determinare l’età dei depositi, il team ha utilizzato la datazione per luminescenza otticamente stimolata (OSL), una tecnica che misura l’energia accumulata nei cristalli di quarzo e feldspato dal momento della loro sepoltura, e quindi dalla loro ultima esposizione alla luce solare. Il metodo è applicabile a un intervallo che va da pochi decenni a centinaia di migliaia di anni.[1]
I campioni analizzati hanno restituito un quadro preciso: Fase isotopica marina Età approssimativa Attività documentata MIS 7 240–210.000 anni fa Prime evidenze di estrazione MIS 6 190–130.000 anni fa Uso continuativo durante il glaciale MIS 5e 125–110.000 anni fa Ultima fase documentata
Il sito viene frequentato durante almeno tre stadi climatici diversi, alternando glaciali e interglaciali. Il comportamento rimane identico.[8][4]
Il modello teorico che viene messo in discussione
Fino a oggi, il paradigma dominante nella paleoantropologia era quello dell’embedded procurement: i cacciatori-raccoglitori del Pleistocene raccoglievano la pietra incidentalmente, durante spostamenti dettati da altre necessità — la caccia, la raccolta di cibo, il trasferimento stagionale. Escursioni programmate con il solo scopo di ottenere una materia prima specifica erano considerate comportamenti tardivi, documentabili con certezza solo nel Paleolitico Superiore e nel Neolitico.[9][10]
A Jojosi, questa lettura non regge. Cinque prove indipendenti convergono verso un’unica interpretazione:
esclusività assoluta dell’hornfels, nonostante la disponibilità di altri litotipi in loco
assenza totale di utensili finiti, portati sistematicamente altrove
assenza di qualsiasi altra attività: nessun rifiuto alimentare, nessun focolare
refit concentrati spazialmente, tipici di soste brevi e funzionali
ripetizione del comportamento per oltre 110.000 anni[8][5]
Lo studio conclude che i gruppi di Homo sapiens che frequentavano Jojosi conoscevano la localizzazione del sito, valutavano la qualità della roccia, pianificavano il viaggio per ottenerla e trasmettevano questa conoscenza alle generazioni successive.[11][3]
Le implicazioni per la storia cognitiva di Homo sapiens
La modernità comportamentale — quella costellazione di capacità cognitive che include il pensiero simbolico, la pianificazione a lungo termine, l’apprendimento sociale complesso — è stata a lungo collocata intorno ai 100–75.000 anni fa, sulla base di evidenze come i disegni geometrici e gli ornamenti in conchiglia della Grotta di Blombos, in Sudafrica, datati a ~73.000 anni fa.[12][13]
Jojosi anticipa questa soglia di oltre un secolo di migliaia di anni. La scoperta si inserisce in un quadro interpretativo in cui la modernità comportamentale non è una rivoluzione improvvisa, ma un mosaico di capacità emergenti gradualmente nel corso del Pleistocene Medio.[13][14]
Come scrivono gli autori nell’articolo, le evidenze di Jojosi dimostrano che “capacità chiave di Homo sapiens, inclusa la pianificazione a lungo termine e la plasticità comportamentale nell’interazione con il mondo materiale, sono emerse presto nella loro storia evolutiva”.[3]
Il metodo di scavo: documentazione in tre dimensioni
Gli scavi del 2022–2024 hanno impiegato un tachimetro laser per documentare in tre dimensioni la posizione esatta di ogni singolo reperto. Il rilievo 3D, affiancato da ricognizioni aeree con droni per identificare i siti in superficie, ha permesso di costruire un modello spaziale preciso degli assemblaggi. Il team comprende dieci ricercatori distribuiti tra l’Università di Tubinga, l’Università di Johannesburg, l’Università di Colonia e istituzioni sudafricane. Greg A. Botha, uno dei co-autori, aveva scoperto il sito di Jojosi già nel 1991.[4][7][1]
Fonti consultate
Will M. et al. (2026). Specialised and persistent raw material procurement by humans in the Middle Pleistocene. Nature Communications, 17(1). DOI: 10.1038/s41467-026-70783-8[8]
Will M. et al. (2025). Revisited and Revalorised: Technological and Refitting Studies at the Middle Stone Age Open-Air Knapping Site Jojosi 1. Journal of Palaeolithic Archaeology. https://link.springer.com/10.1007/s41982-024-00205-y[7]
Fonti [1] Early humans in South Africa were quarrying stone as long … https://uni-koeln.de/en/research/research-news/detail-forschungsmeldung-en/early-humans-in-south-africa-were-quarrying-stone-as-long-as-220000-years-ago [2] The Jojosi Dongas: An interdisciplinary project to study … https://doaj.org/article/dbcce0fdece9462195e9a0da393b1849 [3] Specialised and persistent raw material procurement by humans in the Middle Pleistocene – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41946717/ [4] Early humans in South Africa were quarrying stone as far … – Phys.org https://phys.org/news/2026-04-early-humans-south-africa-quarrying.html [5] The Stone Seekers of Jojosi – Anthropology.net https://www.anthropology.net/p/the-stone-seekers-of-jojosi [6] Hornfels Facts https://softschools.com/facts/rocks/hornfels_facts/2985/ [7] Revisited and Revalorised: Technological and Refitting Studies at the Middle Stone Age Open-Air Knapping Site Jojosi 1 (KwaZulu-Natal, South Africa) https://link.springer.com/10.1007/s41982-024-00205-y [8] Specialised and persistent raw material procurement by … https://www.nature.com/articles/s41467-026-70783-8 [9] A game of two halves: Looking for evidence for both embedded and direct procurement in a simulated dataset https://journals.ed.ac.uk/lithicstudies/article/view/7248 [10] Hunter-gatherer mobility and embedded raw-material procurement strategies in the mediterranean upper paleolithic: Hunter-gatherer mobility and embedded raw material procurement strategies https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/evan.21488 [11] Specialised and persistent raw material procurement by … https://ideas.repec.org/a/nat/natcom/v17y2026i1d10.1038_s41467-026-70783-8.html [12] Middle Stone Age – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Middle_Stone_Age [13] Behavioral modernity – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Behavioral_modernity [14] Regional variability in the Acheulian to Middle Stone Age … https://www.nature.com/articles/s41598-026-40075-8 [15] 220000-Year-Old Quarry Site in South Africa Studied https://archaeology.org/news/2026/04/08/220000-year-old-quarry-site-in-south-africa-studied/ [16] Early Humans Already Had Fixed Quarries in South Africa … https://www.labrujulaverde.com/en/2026/04/early-humans-already-had-fixed-quarries-in-south-africa-220000-years-ago-returning-to-them-for-generations-to-obtain-stone-for-their-tools/ [17] Early Humans Quarried Stone 220000 Years Ago, Far … https://greekreporter.com/2026/04/08/early-humans-quarried-stone/ [18] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [19] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [20] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Resti umani sotto terra e nei musei: un patrimonio che interroga la scienza
Le Catacombe di Parigi hanno riaperto al pubblico l’8 aprile 2026 dopo cinque mesi di chiusura e un intervento da 5,5 milioni di euro. L’evento ha riportato al centro dell’attenzione un tema che attraversa trasversalmente archeologia, speleologia, museologia e diritto: come si gestiscono i resti umani custoditi nel sottosuolo, nei depositi scientifici e nei musei? Un’inchiesta pubblicata il 6 aprile
Resti umani sotto terra e nei musei: un patrimonio che interroga la scienza
Le Catacombe di Parigi hanno riaperto al pubblico l’8 aprile 2026 dopo cinque mesi di chiusura e un intervento da 5,5 milioni di euro. L’evento ha riportato al centro dell’attenzione un tema che attraversa trasversalmente archeologia, speleologia, museologia e diritto: come si gestiscono i resti umani custoditi nel sottosuolo, nei depositi scientifici e nei musei? Un’inchiesta pubblicata il 6 aprile 2026 da Le Monde, firmata da Hervé Morin, ricostruisce un panorama complesso e per molti versi irrisolto.[1]
Le Catacombe di Parigi: sei milioni di scheletri sotto la città
L’ossuario municipale di Parigi è il più grande al mondo. Nelle sue gallerie sotterranee sono custoditi i resti di circa sei milioni di parigini, trasferiti dalle chiese e dai cimiteri sovraffollati a partire dalla fine del XVIII secolo.[1]
Con 600.000 visitatori l’anno, il sito rischiava di scivolare verso una logica da parco di divertimenti. La nuova scénographie punta a un approccio più sobrio. Isabelle Knafou, amministratrice delle catacombe, ha scelto deliberatamente di mantenere i resti umani accessibili al visitatore: «È la migliore barriera contro l’irrispetto. Nel corso della visita, il tono cambia. I burloni vengono presi alle viscere».[2][1]
I lavori di restauro hanno richiesto l’intervento di un muratore specializzato in pietra a secco. Il suo compito era raddrizzare le cosiddette hagues, i muri di ossa che rischiano di cedere. Il cemento è stato escluso: aumenta l’umidità e fragilizza le ossa. La tecnica a secco si è rivelata più stabile e più rispettosa del materiale.[1]
Musei e laboratori: 24.000 resti umani solo in Francia
Il problema non riguarda solo le catacombe. Il Muséum national d’histoire naturelle (MNHN) di Parigi custodisce 24.000 resti umani: 18.000 crani, 360 scheletri montati, 70 mummie complete. Un lavoro di inventario avviato nel 2005 è ancora in corso.[1]
Questi resti sono il prodotto di secoli di raccolta sistematica, spesso condotta senza alcun consenso. Laure Cadot, conservatrice-restauratrice indipendente, lo dice con chiarezza: «Siamo eredi di un patrimonio talvolta difficile da assumere. Non siamo responsabili dell’acquisizione di queste collezioni, ma dei gesti verso questi resti umani».[1]
Il nodo centrale è teorico prima ancora che pratico. Ogni resto umano occupa una zona grigia tra oggetto e soggetto: è un archivio biologico – genetico, isotopico, osteologico – ma è stato anche una persona. Il Codice etico dell’ICOM (adottato nel 2004) definisce i resti umani «materiali sensibili». Quel codice è attualmente in corso di revisione.[3][4][5]
Mostrare o nascondere: le scelte delle istituzioni
Il Musée de l’Homme di Parigi ha preso posizione con la mostra Momies, aperta dal 19 novembre 2025 al 25 maggio 2026, che espone nove mummie provenienti dall’Egitto antico, dall’America del Sud e dall’Europa medievale. Il paleoantropólogo Pascal Sellier, tra i curatori, ha spiegato che tenere le mummie nei magazzini è una forma di ipocrisia, e che le repliche «trasformano queste persone in cose».[1][6]
Altre istituzioni hanno scelto la strada opposta. In Giamaica, il Museo nazionale di Kingston ha ritirato dall’esposizione i resti dei Taíno, originariamente raccolti «per dimostrare l’esistenza di razze inferiori». Il Musée d’ethnographie di Ginevra propone una terza via: il dialogo con le comunità di appartenenza prima di qualsiasi decisione espositiva, perché rendere invisibile un resto umano può significare rendere invisibile anche la comunità che lo rivendica.[1]
Le restituzioni coloniali: dalla Vénus Hottentote al re Toera
La dimensione coloniale del problema è quella che ha prodotto i cambiamenti giuridici più rilevanti. Il caso di Saartjie Baartman (1788/1789–1815), donna khoisan del Sudafrica esposta come attrazione scientifica a Londra e Parigi prima di morire di malattia, è diventato il simbolo di questa storia. I suoi resti – genitali, cervello e calco del corpo – rimasero al Musée de l’Homme per quasi due secoli. Furono restituiti al Sudafrica solo nel 2002, attraverso una legge ad hoc, prima breccia nel principio di inalienabilità delle collezioni pubbliche francesi.[7][8]
La breccia si è poi allargata. La Loi n° 2023-1251 del 26 dicembre 2023 ha creato un quadro generale per la restituzione di resti umani dalle collezioni pubbliche francesi. La prima applicazione è arrivata il 26 agosto 2025 con la restituzione a Madagascar di tre crani sakalava conservati al MNHN, tra cui quello presumibilmente appartenente al re Toera, decapitato nel 1897 dalle truppe coloniali francesi.[9][10][11][12][13]
Ancora in attesa di risposta è la richiesta dei discendenti dei Kali’na della Guyana, 32 persone attirate a Parigi con false promesse nel 1892 ed esposte come attrazione al Jardin d’acclimatation prima di morire di malattia. Le loro ossa sono tuttora al MNHN.[14][15]
Il modello americano: il NAGPRA e l’Uomo di Kennewick
Negli Stati Uniti il problema è stato affrontato con una legge specifica: il Native American Graves Protection and Repatriation Act (NAGPRA) del 1990 obbliga ogni istituzione che riceva fondi federali a inventariare e restituire i resti di nativi americani ai loro discendenti legittimi. Nel 2023 risultavano ancora oltre 97.000 resti non restituiti.[16][17]
Il caso più discusso è quello dell’Uomo di Kennewick: uno scheletro di 8.500 anni scoperto nel 1996 nel Washington State, conteso per vent’anni tra antropologi e cinque tribù amerindiane. Un’analisi genetica ha confermato nel 2015 i legami con le tribù. Il 18 febbraio 2017 il corpo è stato infine inumato in un luogo segreto lungo il fiume Columbia.[18][19]
L’American Museum of Natural History di New York ha annunciato la rimozione di circa 12.000 resti umani dalle proprie collezioni. Il presidente Sean Decatur ha riconosciuto che molte di quelle raccolte erano state costituite «per portare avanti programmi scientifici profondamente radicati nella supremazia bianca».[20]
Archeologia preventiva: il problema della saturazione
L’INRAP (Institut national de recherches archéologiques préventives), fondato nel 2001, ha presieduto in Francia allo scavo di 50.000-60.000 tombe. I depositi gestiti dallo Stato iniziano a essere saturi. Dominique Garcia, presidente dell’INRAP, propone una soluzione circolare: «Forse bisogna immaginare nuove catacombe, diverse dai depositi archeologici dello Stato e dai musei, per accogliere queste sepolture».[1]
Il caso della Dame de Quengo — Louise de Quengo (1584–1656), ritrovata in stato di conservazione quasi integrale nel 2013 durante gli scavi a Rennes e reinumata nel 2015 per volere dei discendenti — ha diviso il mondo scientifico. Per molti archeologi si è trattato di un «crimine scientifico», perché quella dépouille aveva ancora molto da rivelare.[21][1]
I cimiteri ebraici pongono un caso ulteriore: a Lione, le prescrizioni religiose hanno impedito qualsiasi studio scientifico dei defunti trovati in una cripta medievale. A Châteauroux, invece, è stato raggiunto un accordo per condurre analisi genetiche prima della reinumazione.[1]
Il quadro giuridico: dignità, inalienabilità e decolonizzazione
L’articolo 16-1-1 del codice civile francese stabilisce che «il rispetto dovuto al corpo umano non cessa con la morte». Questo principio è in tensione permanente con le esigenze dell’archeologia preventiva. Il vice-presidente del Senato francese Pierre Ouzoulias, archeologo di formazione, si è detto pronto a portare un’iniziativa legislativa per definire meglio il trattamento dei resti umani in archeologia: «Riguardo ai resti umani, esiste una sorta di deroga tacita rispetto al codice civile, concessa agli archeologi. Prelevarli non è un atto scientifico neutro».[1]
La decolonizzazione delle collezioni, ricorda il Musée d’ethnographie di Ginevra, «non è un risultato, ma un processo». Restituire un resto umano senza aver consultato le comunità interessate non è automaticamente la scelta giusta. La ricercatrice tunisina Chedlia Annabi lo dice senza ambiguità: «Non bisogna eludere la violenza che ha talvolta accompagnato la costituzione di queste collezioni».[1]
Pikaia.eu — I resti umani come beni culturali tra potenzialità e problemi — https://pikaia.eu/i-resti-umani-come-beni-culturali-tra-potenzialita-e-problemi/
Musée de l’Homme — Exposition Momies — https://www.museedelhomme.fr/fr/exposition-evenement/momies
Expo.paris — Expo Momies au Musée de l’Homme — https://expo.paris/exposition/momies-musee-de-l-homme-2025
ICOM Italia — Il Codice Etico di ICOM — https://www.icom-italia.org/codice-etico/
Regione Toscana — Codice etico ICOM per i musei (PDF) — https://www.regione.toscana.it/documents/10180/13648183/codice-etico-ICOM-per-i-musei.pdf
Vie-publique.fr — Loi restitution restes humains 26 décembre 2023 — https://www.vie-publique.fr/loi/289831-loi-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques
Légifrance — LOI n° 2023-1251 du 26 décembre 2023 — https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000048668800
Seban & Associés — Patrimoine culturel ou dignité de la personne humaine — https://www.seban-associes.avocat.fr/patrimoine-culturel-ou-dignite-de-la-personne-humaine-une-loi-permettant-la-restitution-de-restes-humains/
JSS.fr — Restitution de restes humains : la loi de décembre 2023 — https://jss.fr/post/Restitution_de_restes_humains_:_la_loi_de_decembre_2023__une_porte_qui_s-ouvre_vers_une_nouvelle_cooperation
Lexpress.mg — La France officialise la restitution du kabeso du roi Toera — https://www.lexpress.mg/2025/04/patrimoine-la-france-officialise-la.html
Le Monde — Avec le retour annoncé du crâne du roi Toera, Madagascar célèbre la mémoire de ses royautés — https://www.lemonde.fr/afrique/article/2025/04/24/avec-le-retour-annonce-du-crane-du-roi-toera-madagascar-celebre-la-memoire-de-ses-royautés-brisées-par-la-colonisation
Africanews — La France restitue 3 crânes mahorais à Madagascar — https://fr.africanews.com/2025/08/26/la-france-restitue-3-cranes-mahorais-a-madagascar/
Ministère de la Culture — Trois crânes sakalava restitués à Madagascar — https://www.culture.gouv.fr/actualites/trois-cranes-sakalava-restitues-a-madagascar
Le Monde — Des restes d’Amérindiens kaliña guyanais dans les limbes du Musée de l’Homme — https://www.lemonde.fr/sciences/article/2026/04/06/des-restes-d-amerindiens-kalina-guyanais-dans-les-limbes-du-musee-de-l-homme
Ouest-France — Elle se bat pour récupérer les corps des Guyanais exhibés dans un zoo humain à Paris — https://www.ouest-france.fr/region-guyane/elle-se-bat-pour-recuperer-les-corps-des-guyanais-exhibes-dans-un-zoo-humain-a-paris
Assemblée nationale — Restitution de la dépouille de la Vénus hottentote — https://www.assemblee-nationale.fr/11/dossiers/0101140102.asp
National Park Service — NAGPRA — https://www.nps.gov/subjects/nagpra/
La Voce di New York — I musei USA rimpatriano i resti di migliaia di nativi americani — https://lavocedinewyork.com/news/2023/12/27/tornano-a-casa-i-musei-usa-rimpatriano-i-resti-di-migliaia-di-nativi-americani/
Vulcano Statale — La rimozione dei resti umani dall’AMNH di New York — https://vulcanostatale.it/2023/10/la-rimozione-dei-resti-umani-dallamnh-di-new-york/
Sciences et Avenir — L’Homme de Kennewick a été réenterré — https://www.sciencesetavenir.fr/archeo-paleo/archeologie/l-homme-de-kennewick-a-ete-reenterre_110761
Wikipedia — Homme de Kennewick — https://fr.wikipedia.org/wiki/Homme_de_Kennewick
Le Monde — Archéologie : Dame Louise de Quengo, deux fois enterrée — https://www.lemonde.fr/sciences/article/2015/10/12/archeologie-dame-louise-de-quengo-deux-fois-enterree_4788060_1650684.html
INRAP — L’exceptionnelle sépulture de Louise de Quengo — https://www.inrap.fr/l-exceptionnelle-sepulture-de-louise-de-quengo-dame-du-xviie-siecle-5407
Fonti [1] vulnerabilità aree carsiche.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_aeff132f-4e90-4a57-9599-51b44b46c5c8/7bb85516-a81a-4be5-8e60-ab6ca58753a0/vulnerabilita-aree-carsiche.txt [2] Les Catacombes de Paris entament une rénovation historique https://www.paris.fr/pages/les-catacombes-de-paris-font-peau-neuve-25835 [3] I resti umani come beni culturali tra potenzialità e problemi – Pikaia https://pikaia.eu/i-resti-umani-come-beni-culturali-tra-potenzialita-e-problemi/ [4] [PDF] Codice etico dell’ICOM per i musei – Regione Toscana https://www.regione.toscana.it/documents/10180/13648183/codice-etico-ICOM-per-i-musei.pdf/e1e3dbcc-4dd9-4561-bc49-4e0b8ab5ccfc [5] Il Codice Etico di ICOM https://www.icom-italia.org/codice-etico/ [6] Expo Momies au Musée de l’Homme | Réservation de Billet https://expo.paris/exposition/momies-musee-de-l-homme-2025 [7] Sur les traces de la Vénus Hottentote https://www.persee.fr/doc/gradh_0764-8928_2000_num_27_1_1221 [8] “Restitution de la dépouille de la “”Vénus hottentote””” https://www.assemblee-nationale.fr/11/dossiers/0101140102.asp [9] Loi restitution de restes humains appartenant aux … https://www.vie-publique.fr/loi/289831-loi-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques [10] Patrimoine culturel ou dignité de la personne humaine https://www.seban-associes.avocat.fr/patrimoine-culturel-ou-dignite-de-la-personne-humaine-une-loi-permettant-la-restitution-de-restes-humains-appartenant-aux-collections-publiques/ [11] LOI n° 2023-1251 du 26 décembre 2023 relative à la … https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000048668800 [12] La France restitue 3 crânes mahorais à Madagascar https://fr.africanews.com/2025/08/26/la-france-restitue-3-cranes-mahorais-a-madagascar/ [13] Trois crânes sakalava restitués à Madagascar – Ministère de la Culture https://www.culture.gouv.fr/actualites/trois-cranes-sakalava-restitues-a-madagascar [14] Des restes d’Amérindiens kaliña guyanais dans les limbes … https://www.lemonde.fr/sciences/article/2026/04/06/des-restes-d-amerindiens-kalina-guyanais-dans-les-limbes-du-musee-de-l-homme_6677501_1650684.html [15] Elle se bat pour récupérer les corps des Guyanais exhibés … https://www.ouest-france.fr/region-guyane/elle-se-bat-pour-recuperer-les-corps-des-guyanais-exhibes-dans-un-zoo-humain-a-paris-au-xixe-siecle-6d051e2a-242a-11f0-a582-b99d95c418a8 [16] Native American Graves Protection and Repatriation Act https://www.nps.gov/subjects/nagpra/ [17] Tornano a casa: i musei USA ‘rimpatriano’ i resti di migliaia … https://lavocedinewyork.com/news/2023/12/27/tornano-a-casa-i-musei-usa-rimpatriano-i-resti-di-migliaia-di-nativi-americani/ [18] L’Homme de Kennewick a été réenterré https://www.sciencesetavenir.fr/archeo-paleo/archeologie/l-homme-de-kennewick-a-ete-reenterre_110761 [19] Homme de Kennewick https://fr.wikipedia.org/wiki/Homme_de_Kennewick [20] La rimozione dei resti umani dall’AMNH di New York – https://vulcanostatale.it/2023/10/la-rimozione-dei-resti-umani-dallamnh-di-new-york/ [21] Archéologie : Dame Louise de Quengo, deux fois enterrée – Le Monde https://www.lemonde.fr/sciences/article/2015/10/12/archeologie-dame-louis-de-quengo-deux-fois-enterree_4788060_1650684.html [22] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [23] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [24] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Martedì 14 aprile 2026 a Vicenza la conferenza pubblica di ESCA – Padova Sotterranea ripercorre anni di esplorazioni, scoperte e ricerca nel sottosuolo della provincia di Padova: dalle gallerie medievali del Castello Carrarese all’acquedotto romano dei Colli Euganei
La provincia patavina come laboratorio di speleologia in cavità artificiali
Sotto le strade, le piazze e i campi della provincia di Padova si nasconde un archivio millenario di opere umane. Acquedotti romani,
Martedì 14 aprile 2026 a Vicenza la conferenza pubblica di ESCA – Padova Sotterranea ripercorre anni di esplorazioni, scoperte e ricerca nel sottosuolo della provincia di Padova: dalle gallerie medievali del Castello Carrarese all’acquedotto romano dei Colli Euganei
La provincia patavina come laboratorio di speleologia in cavità artificiali
Sotto le strade, le piazze e i campi della provincia di Padova si nasconde un archivio millenario di opere umane. Acquedotti romani, gallerie medievali, bastioni cinquecenteschi, cunicoli estrattivi e rifugi bellici: il territorio patavino è uno dei contesti più ricchi d’Italia per la speleologia in cavità artificiali.
A esplorarlo sistematicamente da anni è ESCA – Padova Sotterranea (Esplorazioni Speleologiche Cavità Artificiali), gruppo iscritto all’Albo Regionale dei Gruppi Speleologici del Veneto. L’occasione per un bilancio pubblico è la conferenza “Un viaggio nello spazio e nella storia della provincia Patavina”, in programma martedì 14 aprile 2026 alle ore 21:00 presso il Centro Civico di Via Turra 70 a Vicenza. L’ingresso è libero.
ESCA Padova Sotterranea: identità e metodo
ESCA è dedicata allo studio, alla ricerca e all’esplorazione di ambienti sotterranei di origine antropica. Il gruppo è guidato da Marco Romano e conta tra i suoi protagonisti figure come Adriano Menin, Eleonora Berto, Giacomo Ghiotto, Martina Barazzuol e Umberto Fortini.
La filosofia del gruppo parte da una premessa precisa: la speleologia in cavità artificiali viaggia nel tempo umano, fatto di secoli di lavoro. Ogni galleria, ogni cunicolo, ogni cisterna è la traccia concreta di una scelta, di una necessità, di un progetto costruito da chi ha abitato questo territorio prima di noi. Le indagini mirano all’individuazione geografica e tipologica delle cavità, all’analisi delle tecniche costruttive e alla comprensione delle funzioni originarie, con un rigore che unisce speleologia, archeologia e storia.
Le frasi sono volutamente brevi. Il sottosuolo parla da solo. Il compito degli speleologi è ascoltarlo.
Il progetto “Padova Sotterranea”: trent’anni di bastioni e gallerie
Alla fine del 2008 nasce il progetto “Padova Sotterranea”, per iniziativa del Comitato Mura di Padova e del Gruppo Speleologico Padovano CAI, con cui ESCA collabora strettamente. L’obiettivo era rilevare e documentare tutti gli ambienti ipogei del sistema bastionato veneziano di Padova — la cinta muraria cinquecentesca più estesa conservata in Europa, con undici chilometri di mura e diciannove bastioni.
Le esplorazioni hanno portato alla luce casematte, gallerie di soccorso, cunicoli di scarico e camere mai segnalate. Per ogni bastione — dal Baluardo San Prosdocimo al bastione Pontecorvo, dalla Saracinesca al Venier — è stata prodotta documentazione fotografica e cartografica consegnata al Comune di Padova senza alcun onere per l’amministrazione. Il risultato di oltre trent’anni di ricerca è confluito nel volume “Padova sotterranea. Nel cuore delle mura rinascimentali esistenti più estese d’Europa”, pubblicato nel 2018 da Edizioni Chartesia, 240 pagine con fotografie, disegni architettonici e documenti d’archivio.
La scoperta del tunnel medievale sotto il Castello Carrarese
Tra le esplorazioni più recenti di ESCA spicca quella del 2024 al Castello Carrarese. Durante i sopralluoghi preparatori al progetto di restauro dell’ala est del castello — un intervento da 18 milioni di euro — la squadra guidata da Adriano Menin ha individuato e percorso per prima un tunnel sotterraneo di circa 50 metri, completamente ignoto e assente da qualsiasi mappa dei sotterranei del castello.
La galleria si articola in due sezioni: una parte risalente al XIII secolo, che si estende verso il Naviglio carraresco, e una porzione più recente di epoca ottocentesca. La funzione principale sembra essere idraulica — uno scolo per le acque meteoriche e reflue — ma non si escludono usi secondari. L’assessore alla Cultura Andrea Colasio ha riconosciuto che la scoperta ha imposto una revisione della strategia di restauro, con implicazioni dirette sul passaggio dei tubi fognari e sui tempi del cantiere. Una singola esplorazione speleologica ha cambiato il piano operativo di un cantiere milionario.
I Colli Euganei: dal Buso della Casara alle grotte Frassanelle
I Colli Euganei costituiscono un capitolo autonomo nel patrimonio speleologico della provincia. Le loro rocce — rioliti, trachiti, calcari — custodiscono sia grotte naturali sia un sistema articolato di cavità artificiali che attraversa i secoli.
Il sito più significativo è il Buso della Casara, a Cinto Euganeo: un sistema di gallerie romane scavate nella riolite per oltre 100 metri, costruito per captare le sorgenti interne del Monte Vendevolo e convogliare l’acqua verso la città di Ateste (Este). Cinque polle di sorgente alimentavano un bacino di raccolta, da cui l’acqua scorreva lungo 10 chilometri di condottura in tubuli di trachite. I cunicoli presentano incavi per le lucerne usate durante la manutenzione: un dettaglio che dice molto sulla cura con cui i romani progettavano le loro infrastrutture.
ESCA ha esplorato e documentato il Buso della Casara con rilievo LIDAR fotografico, producendo una ricostruzione tridimensionale virtuale presentata alla Soprintendenza nel 2024 con Adriano Menin ed Eleonora Berto come relatori. I dati sono stati consegnati all’autorità di tutela competente.
Sul versante opposto della storia, le Grotte delle Frassanelle a Rovolon raccontano un episodio ottocentesco: il conte Alberto Papafava le fece costruire artificialmente per sette anni, usando lastre di pietra calcarea locale, per replicare le grotte naturali del suo parco romantico all’inglese. Il risultato — cunicoli, stalattiti, laghetti — è oggi visitabile all’interno del parco.
L’acquedotto romano di Padova: una scoperta da 24 chilometri
In parallelo alle esplorazioni dirette, il territorio patavino ha rivelato negli ultimi anni un altro segreto di dimensioni storiche. Nel 2025 uno studio pubblicato sul Journal of Ancient Topography — firmato da ricercatori dell’Università di Padova e della Soprintendenza — ha identificato nell’Arzeron della Regina, il lungo terrapieno a nordovest di Padova per secoli interpretato come argine o strada sopraelevata, il supporto di un acquedotto romano di 24 chilometri, di cui 12 ipogei.
L’opera risale all’ultimo quarto del I secolo a.C. e portava le acque di risorgiva dalla località Fontanon del Diavolo di Gazzo Padovano fino alla città. Questa scoperta si aggiunge a un quadro che si arricchisce continuamente: tombe protostoriche dei Veneti antichi emerse nei cantieri universitari, necropoli romane, resti di domus affrescate sotto il Palazzo della Ragione. Il sottosuolo della Provincia Patavina è, letteralmente, un archivio a cielo aperto.
Formazione, relazioni e tutela: il valore aggiunto di una rete
L’attività di ESCA non si esaurisce nell’esplorazione. Il gruppo porta avanti da anni una serie di conferenze divulgative — le “Pillole di ESCA” — su temi come la cartografia catastale, le tecnologie di rilievo e la storia delle singole cavità. Collabora con il Gruppo Speleologico Padovano CAI, con Treviso Sotterranea, con il Gruppo San Marco di Venezia, con la Soprintendenza e con il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova.
Ogni rilievo prodotto da ESCA viene consegnato alle autorità competenti — Comune, Soprintendenza, enti di tutela — contribuendo al patrimonio di conoscenza pubblica del territorio. In questo senso, la speleologia in cavità artificiali non è solo un’attività tecnica o sportiva: è un atto di responsabilità civica. Scoprire, documentare e condividere sono le tre fasi di un unico gesto.
La conferenza del 14 aprile a Vicenza è l’occasione per raccontare tutto questo a un pubblico più ampio. Non solo esplorazioni: anche le persone, le relazioni, le scoperte condivise e i momenti di crescita che la Provincia Patavina ha regalato agli speleologi di ESCA nel corso degli anni.
Evento: “Un viaggio nello spazio e nella storia della provincia Patavina” — martedì 14 aprile 2026, ore 21:00 — Centro Civico, Via Turra 70, Vicenza — ingresso libero.
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Giovedì 16 aprile ultimo appuntamento sul ciclo dedicato all’Italia preromana, con intervento dell’archeologa Barbara Grassi
Un nuovo appuntamento con la storia e l’archeologia dell’Italia preromana è in programma giovedì 16 aprile 2026 al Museo Archeologico Nazionale di Chiavari.
Alle ore 15.30 si terrà la conferenza “Cultura di Golasecca. I dati delle ricerche recenti”, ultimo incontro di un ciclo che ha già approfondito Liguri, Etruschi e Veneti. Protagonista dell’incontro sar
Giovedì 16 aprile ultimo appuntamento sul ciclo dedicato all’Italia preromana, con intervento dell’archeologa Barbara Grassi
Un nuovo appuntamento con la storia e l’archeologia dell’Italia preromana è in programma giovedì 16 aprile 2026 al Museo Archeologico Nazionale di Chiavari.
Alle ore 15.30 si terrà la conferenza “Cultura di Golasecca. I dati delle ricerche recenti”, ultimo incontro di un ciclo che ha già approfondito Liguri, Etruschi e Veneti. Protagonista dell’incontro sarà Barbara Grassi, funzionaria archeologa della Soprintendenza ABAP, che presenterà i risultati aggiornati delle ricerche su una delle principali culture protostoriche dell’Italia settentrionale.
Un po’ di Lombardia in Liguria: Golasecca si trova in provincia di Varese, in Lombardia, ed è situato vicino al fiume Ticino, tra il Lago Maggiore e la pianura padana: qui ono stati scoperti i primi importanti ritrovamenti archeologici già nell’Ottocento.
La cultura di Golasecca, sviluppatasi tra il XII e il V secolo a.C., rappresenta una realtà di grande rilievo nell’Italia nord-occidentale, con importanti connessioni anche con gli antichi Liguri del Tigullio.
La cultura di Golasecca, sviluppatasi nell’area del Ticino, intratteneva rapporti con le popolazioni liguri del Tigullio, inserendosi in una rete di scambi che collegava il Nord Italia all’Europa continentale. Le indagini archeologiche, avviate già nel XIX secolo, hanno restituito strutture funerarie circolari e rettangolari, con urne cinerarie accompagnate da ricchi corredi in ceramica, bronzo e ferro.
Le ricerche più recenti, grazie anche al contributo di discipline come archeobotanica, archeozoologia e antropologia, stanno ampliando le conoscenze su ambiente, insediamenti e rituali funerari, offrendo un quadro sempre più dettagliato di questa civiltà.
Il programma prevede alle ore 15 una breve visita al museo guidata dal direttore (ingresso a pagamento), seguita dalla conferenza a ingresso gratuito fino a esaurimento posti. È consigliata la prenotazione.
Un’occasione per avvicinarsi alla storia più antica del territorio, in un’area che, tra l’altro, presenta anche interessanti contesti naturali e carsici, con la presenza di grotte in rocce cristalline come la Grotta dei Monti o Frigna di Golasecca.
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??? ??.?? – breve visita al Museo di Chiavari, insieme al direttore del museo – ingresso a bigliettazione ordinaria
??? ??.?? – “Cultura di Golasecca. I dati delle ricerche recenti” – conferenza di Barbara Grassi | ingresso gratuito fino a esaurimento posti
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Il Gruppo Speleologico CAI Perugia apre il sottosuolo della città il 18 e 19 aprile 2026 con sette tappe che attraversano oltre 2.500 anni di stratificazioni storiche, dall’acropoli etrusca al rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale
Perugia Sotterranea 2026: il programma di speleologia urbana
Il 18 e 19 aprile 2026, Perugia torna ad aprire il proprio sottosuolo al pubblico con l’evento “Perugia Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Perugia (GSCAI PG) c
Il Gruppo Speleologico CAI Perugia apre il sottosuolo della città il 18 e 19 aprile 2026 con sette tappe che attraversano oltre 2.500 anni di stratificazioni storiche, dall’acropoli etrusca al rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale
Perugia Sotterranea 2026: il programma di speleologia urbana
Il 18 e 19 aprile 2026, Perugia torna ad aprire il proprio sottosuolo al pubblico con l’evento “Perugia Sotterranea”, organizzato dal Gruppo Speleologico CAI Perugia (GSCAI PG) con il patrocinio del Comune di Perugia. Si tratta di un percorso di speleologia urbana che guida i partecipanti attraverso sette siti ipogei del centro storico, ciascuno rappresentativo di un’epoca diversa della millenaria storia della città.[1]
Le visite guidate partono da Viale Indipendenza, davanti alla chiesa di Sant’Ercolano, dalle ore 8:30 alle 16:30 con turni ogni 60 minuti. L’intero percorso ha una durata indicativa di tre ore. La quota di partecipazione è di €20 (€17 per i soci CAI); sono ammessi bambini dai 6 anni in su. La prenotazione è obbligatoria e avviene tramite il sito www.speleopg.it. Nel costo è compresa l’attrezzatura personale, l’assicurazione e un coupon per visitare autonomamente il Pozzo Etrusco entro 15 giorni dalla data dell’evento.[1]
Sette tappe nella speleologia urbana di Perugia: i siti del percorso
Il percorso di speleologia urbana tocca sette luoghi emblematici del sottosuolo perugino. Si inizia con il rifugio antiaereo sotto Sant’Ercolano, costruito nell’ottobre 1943 per proteggere la popolazione dai bombardamenti alleati: un dedalo di corridoi in mattoni con lampadari arrugginiti e resti di vecchie panche.[2][3][1]
Tra le novità del 2026 figura l’affresco sotterraneo dell’Ospedale Grande, la struttura ospedaliera istituita nel 1303 per l’accoglienza di pellegrini, poveri e bambini abbandonati. I suoi sotterranei conservano decorazioni pittoriche rimaste sepolte per secoli, di notevole interesse artistico.[4][1]
Il percorso prosegue con i resti del muro etrusco del Sopramuro: le mura di Perugia, edificate tra il IV e il III secolo a.C. con blocchi di travertino a secco, si estendono per circa 3 km secondo un andamento planimetrico “a trifoglio” dettato dalla conformazione delle due alture della città. Su di esse, intorno al 1330, vennero costruiti grandi archi che sorreggono l’attuale piazza Matteotti.[5][6]
Cisterne, pozzi e cunicoli: l’ingegneria idraulica etrusca e medievale
Il pozzo di via Sant’Agata e la cisterna di Porta Sole testimoniano la sofisticata ingegneria idraulica degli antichi perugini. Il Monte di Porta Sole corrisponde all’antica acropoli della città: la collocazione di cisterne in questa zona era strategica per il rifornimento idrico dell’area più importante e difesa dell’abitato.[7][8][1]
La Postierla della Conca è una porta minore della cinta muraria etrusca, databile al III-II sec. a.C., rimasta sepolta per secoli e conservatasi quasi intatta. Si trova all’interno di un cunicolo medievale costruito nel XIII secolo come parte dell’acquedotto che portava l’acqua dalla sorgente di Monte Pacciano alla Fontana Maggiore di Piazza IV Novembre. I lavori per quell’acquedotto iniziarono nel 1254 e si conclusero il 13 febbraio 1278.[9][10][11]
L’ultima tappa è il cunicolo di Braccio, legato al condottiero Andrea “Braccio” Fortebraccio (1368–1424), che dominò Perugia all’inizio del XV secolo. Si tratta di gallerie sotterranee riconducibili al suo sistema di controllo difensivo della città, testimonianza materiale rara del suo potere.[12]
Il Pozzo Etrusco: capolavoro dell’ingegneria idraulica del III sec. a.C.
Il percorso di speleologia urbana include un coupon per visitare il Pozzo Etrusco (o Pozzo Sorbello), in Piazza Danti 18. Costruito nella seconda metà del III secolo a.C., è la più monumentale infrastruttura idrica della città etrusca: 37 metri di profondità, oltre 5,6 metri di diametro massimo e una capacità di 424.000 litri.[13][14]
La struttura è scavata in un terreno di origine fluvio-lacustre e rivestita da conci di travertino, lo stesso materiale delle mura etrusche. Il pozzo era in grado di garantire l’approvvigionamento idrico dell’intera città anche in caso di assedio prolungato. Sulle pareti sono ancora visibili i solchi lasciati dalle funi usate dagli Etruschi per sollevare i secchi d’acqua.[14][15]
Il Gruppo Speleologico CAI Perugia: una storia che inizia nel 1934
Il GSCAI PG è tra i più antichi gruppi speleologici d’Italia. La prima evidenza storica ufficiale risale al 9 maggio 1934, con una lettera del Segretario Generale del Club Alpino Italiano. Dopo un’interruzione, l’attività riprese nel 1953; nel 1959 il gruppo adottò come simbolo i quattro “diavoletti” ispirati a una vecchia incisione, divenuti il suo marchio riconoscibile.[16]
Il gruppo è particolarmente legato alla Grotta di Monte Cucco: le esplorazioni iniziarono nel 1956 e culminarono nel 1978 con l'”Operazione Scirca”, che portò alla scoperta delle gallerie e dei pozzi del fondo della cavità. Accanto alla speleologia tradizionale, il GSCAI PG è attivo da decenni nella formazione e nella divulgazione.[17][16]
Speleologia urbana e turismo ipogeo in Umbria: un settore in crescita
“Perugia Sotterranea” si inserisce in un contesto umbro sempre più orientato alla valorizzazione del patrimonio sotterraneo. Nel 2023 è stato sottoscritto un accordo di promozione integrata tra Narni Sotterranea, il Pozzo di San Patrizio di Orvieto e le Cisterne romane di Amelia. Il progetto mira a creare percorsi tematici e a incrementare la permanenza dei turisti nella regione.[18]
La speleologia in cavità artificiali — che studia acquedotti, cisterne, rifugi, cunicoli difensivi e cripte — offre una chiave di lettura del territorio urbano non accessibile in altro modo. Nel caso di Perugia, la stratificazione plurimillenaria del sottosuolo porta dall’VIII sec. a.C. fino alla Seconda Guerra Mondiale, con livelli sovrapposti di cultura etrusca, romana, medievale e novecentesca.[19][20][21][22]
La proposta di strutturare “Perugia Sotterranea” come appuntamento permanente è già oggetto di iniziative istituzionali. Il progetto Oltre le Pietre di Way Experience ha introdotto visite guidate con realtà virtuale, che permettono di rivivere la Perugia di 2000 anni fa attraverso appositi visori.[23][24]
Fonti [1] Perugia Sotterranea 18 e 19 aprile 2026 – GSCAI PG https://www.speleopg.it/2026/03/28/perugia-sotterranea-2026/ [2] Percorsi di speleologia urbana alla scoperta della città sotterranea https://www.scintilena.com/perugia-sotterranea-percorsi-di-speleologia-urbana-alla-scoperta-della-citta-sotterranea/02/16/ [3] Rifugi antiaerei: la tana dove si nasconde Perugia | Emergenze https://www.emergenzeweb.it/rifugi-antiaerei/ [4] Ex Ospedale ed ex Chiesa Santa Maria della Misericordia https://www.comune.perugia.it/luogo/ex-ospedale-ed-ex-chiesa-santa-maria-della-misericordia/ [5] Mura Etrusche – Umbria https://www.umbria.website/content/mura-etrusche-perugia [6] Mura di Perugia https://it.wikipedia.org/wiki/Mura_di_Perugia [7] Perugia Sotterranea: speleologia urbana alla scoperta della città … https://www.scintilena.com/perugia-sotterranea-speleologia-urbana-alla-scoperta-della-citta-nascosta/06/27/ [8] ARTE.it – Mappare l’Arte in Italia https://www.arte.it/luogo/pozzo-etrusco-6499 [9] Postierla della Conca – The Etruscan “postierla” (postern) … https://www.comune.perugia.it/luogo/postierla-della-conca/ [10] Giorgio – La “Postierla della Conca” è una piccola porta … https://www.facebook.com/giorgio.faina.7/photos/la-postierla-della-conca-%C3%A8-una-piccola-porta-nascosta-nella-cinta-muraria-etrusc/1647007902145864/ [11] Acquedotto medievale della Fontana Maggiore https://it.wikipedia.org/wiki/Acquedotto_medievale_della_Fontana_Maggiore [12] Braccio Fortebraccio, l’eroe dimenticato. – Medioevo in Umbria https://www.medioevoinumbria.it/curiosita/braccio-fortebraccio-leroe-dimenticato/ [13] Pozzo etrusco – Ministero della cultura https://cultura.gov.it/luogo/pozzo-etrusco [14] Pozzo Etrusco di Perugia, il trionfo dell’alta ingegneria etrusca | Wayglo Umbria https://umbria.wayglo.it/scheda/pozzo-etrusco-di-perugia-il-trionfo-dellalta-ingegneria-etrusca/ [15] IL POZZO ETRUSCO DI PERUGIA – B&B Tre metri sopra il cielo https://www.tremetrisoprailcielo.net/?p=594 [16] Storia – GSCAI PG – Gruppo Speleologico CAI Perugia https://www.speleopg.it/storia/ [17] Attività – GSCAI PG – Gruppo Speleologico CAI Perugia https://www.speleopg.it/attivita-3/ [18] La storia dell’Umbria dal profondo: accordo tra Pozzo di San … https://orvietosi.it/2023/02/la-storia-dellumbria-dal-profondo-accordo-tra-pozzo-di-san-patrizio-narni-sotterranea-e-cisterne-di-amelia/ [19] Speleologia in cavità artificiali – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Speleologia_in_cavit%C3%A0_artificiali [20] Le cavità artificiali e la speleologia urbana – SAS https://sastrieste.it/index.php/2019/11/21/le-cavita-artificiali-e-la-speleologia-urbana/ [21] L’antica Perugia sotterranea https://www.festivalumbriantica.it/umbria-antica/etruschi/perugia-sotterranea-romani-etruschi-archeologia/ [22] Tuttoggi vi porta nella Perugia sotterranea, tra rifugi … https://tuttoggi.info/tuttoggi-vi-porta-nella-perugia-sotterranea-tra-rifugi-antiaerei-e-i-segreti-nascosti-della-cattedrale-guarda-video/126959/ [23] Perugia Sotterranea: strutturazione del percorso di speleologia urbana https://www.tommasobori.it/perugia-sotterranea-strutturazione-del-percorso-di-speleologia-urbana/ [24] Perugia Sotterranea: scoprire la città tra epoche lontane e … https://www.guidaviaggi.it/2025/08/10/perugia-sotterranea-tra-epoche-lontane-e-realta-virtuale/ [25] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [26] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [27] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
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Tra clima, biodiversità e archeologia, le cavità naturali emergono come archivi preziosi per leggere il passato e il presente dell’ambiente montano
Le grotte nel Bollettino CSC del CAI – 4/2026
Il nuovo Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del CAI (aprile 2026) è come un numero ricco e articolato, capace di attraversare molti dei temi oggi più urgenti per chi si occupa di montagna: cambiamento climatico, biodiversità, gestione del territorio e ricerca scientifica.
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Tra clima, biodiversità e archeologia, le cavità naturali emergono come archivi preziosi per leggere il passato e il presente dell’ambiente montano
Le grotte nel Bollettino CSC del CAI – 4/2026
Il nuovo Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del CAI (aprile 2026) è come un numero ricco e articolato, capace di attraversare molti dei temi oggi più urgenti per chi si occupa di montagna: cambiamento climatico, biodiversità, gestione del territorio e ricerca scientifica.
In questo mosaico di contributi, le grotte trovano uno spazio significativo, non isolato ma inserito in una visione più ampia dell’ambiente montano come sistema complesso, dinamico e fragile.
Le grotte come archivi del passato: le “grotte a orso” alpine
Tra gli articoli più vicini alla sensibilità speleologica spicca il contributo di Davide Delpiano, Marco Peresani e Fabio Bona dedicato alle cosiddette “Grotte a orso” alpine.
Si tratta di cavità che, nel corso del Paleolitico, erano frequentate sia dagli orsi che dagli esseri umani. Il lavoro mette in luce un aspetto affascinante: la possibile alternanza stagionale nell’uso delle grotte. Durante l’inverno gli orsi le occupavano per il letargo e la riproduzione, mentre in estate gli stessi ambienti venivano utilizzati dai Neanderthal come rifugi temporanei durante attività di caccia in quota.
Queste cavità diventano così veri e propri archivi paleoecologici, capaci di conservare tracce biologiche, sedimentologiche e culturali. Non solo luoghi fisici, ma spazi di interazione tra specie diverse e testimoni di adattamenti ambientali profondi.
Per il mondo speleologico, questo significa riconoscere alle, oltre all’interesse esplorativo, un valore scientifico interdisciplinare sempre più centrale.
Dalla profondità alla superficie: il filo comune dell’ambiente
Il tema delle grotte si intreccia con altri contributi del Bollettino, mostrando una continuità tra ambienti ipogei e paesaggi di superficie.
L’articolo sui Rifugi Sentinella del clima e dell’ambiente descrive una rete di monitoraggio diffusa lungo tutta la dorsale alpino-appenninica, pensata per raccogliere dati meteorologici e ambientali in alta quota.
Questo progetto evidenzia come gli ambienti montani – comprese le aree carsiche – siano veri “hot spot” del cambiamento climatico, dove gli effetti si manifestano in modo rapido e spesso amplificato.
In questa prospettiva, le grotte possono essere lette come ambienti di registrazione lenta, capaci di conservare nel tempo segnali che in superficie risultano più difficili da isolare.
Biodiversità nascosta (e fragile)
Un altro contributo interessante, anche se non direttamente speleologico, riguarda gli endemismi dei Sibillini, con lo studio sui chirocefali condotto da Enrico Ripa e Loredana Di Giacomo.
Qui il focus è su due specie uniche, legate a piccoli ambienti acquatici d’alta quota e oggi minacciate da pressioni antropiche. Il parallelo con il mondo ipogeo è immediato: ecosistemi isolati, equilibri delicatissimi, specie spesso uniche e vulnerabili.
La perdita di biodiversità è questione ecologica e culturale: la scomparsa di questi ambienti significa perdere conoscenza, storia e possibilità di studio.
Una visione integrata della montagna
Il valore di questo numero del Bollettino sta proprio nella sua capacità di mettere in relazione ambiti diversi: clima, geologia, biologia, archeologia.
Le grotte, in questo contesto, non sono un tema marginale, ma diventano uno dei tasselli fondamentali per comprendere la complessità del sistema montano.
Dalle cavità frequentate dai Neanderthal alle reti di monitoraggio climatico, fino agli ecosistemi più fragili e nascosti, emerge un messaggio chiaro: la montagna è un archivio vivente, e le grotte ne rappresentano alcune delle pagine più profonde e meno leggibili, ma anche tra le più preziose.
In queste righe abbiamo richiamato solo alcuni spunti, in particolare quelli più vicini alla sensibilità speleologica, ma il Bollettino offre molto di più.
Per questo l’invito è semplice: prendetevi il tempo di leggerlo con attenzione. È un numero ricco, ben costruito e capace di offrire chiavi di lettura profonde sul rapporto tra uomo, ambiente e montagna.
Davvero una lettura interessante, da non perdere.
Il Bollettino del Comitato Scientifico Centrale del CAI è pubblicato online in formato PDF ed è liberamente scaricabile dal sito ufficiale del CSC. Una scelta importante, che conferma la volontà del Club Alpino Italiano di diffondere conoscenza scientifica accessibile e condivisa, in linea con la propria missione storica di studio e tutela dell’ambiente montano.
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La Società Adriatica di Speleologia presenta al Museo Civico di Storia Naturale il risultato di anni di esplorazioni e rilievi LiDAR nelle gallerie dell’antico acquedotto settecentesco di Trieste
L’Acquedotto Teresiano di Trieste torna protagonista
Sabato 18 aprile 2026, presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (Via dei Tominz, 4), si terrà un evento dedicato all’Acquedotto Teresiano, uno dei sistemi idrici sotterranei più significativi del patrimonio storico
La Società Adriatica di Speleologia presenta al Museo Civico di Storia Naturale il risultato di anni di esplorazioni e rilievi LiDAR nelle gallerie dell’antico acquedotto settecentesco di Trieste
L’Acquedotto Teresiano di Trieste torna protagonista
Sabato 18 aprile 2026, presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (Via dei Tominz, 4), si terrà un evento dedicato all’Acquedotto Teresiano, uno dei sistemi idrici sotterranei più significativi del patrimonio storico di Trieste. L’appuntamento, organizzato dalla Società Adriatica di Speleologia APS (SAS) in convenzione con il Comune di Trieste, è in programma dalle ore 13:45 alle ore 18:00.[1][2]
Il titolo dell’evento è emblematico: “L’Acqua del Passato e le Esplorazioni del Futuro – Dalla ricerca storica alla ricostruzione 3D dell’Acquedotto Teresiano”. L’iniziativa intende presentare al pubblico i risultati di un lungo lavoro speleologico che unisce ricerca storica e tecnologia digitale applicata alle cavità sotterranee urbane.
Un’opera idraulica settecentesca: storia e caratteristiche dell’Acquedotto Teresiano
L’Acquedotto Teresiano nasce per volontà imperiale. L’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo ne ordinò la costruzione con un editto del 19 novembre 1749; i lavori si conclusero nel 1751. L’opera fu progettata per captare le falde acquifere del Carso e portare acqua potabile alla città di Trieste, allora in forte espansione commerciale.[3][1]
La struttura è composta da un complesso sistema di gallerie sotterranee scavate nella roccia carsica. Nel corso dei secoli, l’acquedotto cadde in disuso e le gallerie si riempirono di detriti, colate di cemento e materiali di risulta. L’Acquedotto Teresiano è oggi inserito nell’elenco dei 120 acquedotti antichi d’Italia.[3]
La sua importanza storica, ingegneristica e idrogeologica lo rende un oggetto di studio rilevante per chi si occupa di speleologia urbana e di patrimonio sotterraneo.
Le esplorazioni speleologiche della SAS: dal 2018 a oggi
Dal 2018, gli speleologi volontari della Società Adriatica di Speleologia hanno avviato il Progetto Theresia, un’ambiziosa operazione di recupero e riapertura delle gallerie dell’acquedotto. Il lavoro ha richiesto la rimozione di decine di metri cubi di detriti, macerie e ostruzioni accumulate in oltre un secolo di abbandono.[4]
Il presidente della SAS, Marco Restaino, ha descritto il progetto come “l’operazione di riqualificazione basata unicamente sul volontariato più grande e ambiziosa che Trieste abbia mai visto”. Si tratta di un’affermazione che fotografa bene la portata dell’impresa.[4]
Nel 2024, dopo anni di lavoro sistematico, gli speleologi hanno raggiunto la parte terminale dell’acquedotto, inclusa la galleria Tschebull — lunga quasi 200 metri e battezzata con il nome di uno dei progettisti originali — connettendo così il centro cittadino al cuore del Carso triestino. Un traguardo che ha aperto nuove possibilità di studio e documentazione dell’intero sistema ipogeo.[5]
La ricostruzione 3D con tecnologia LiDAR
Al centro della presentazione del 18 aprile c’è il rilievo tridimensionale dell’acquedotto realizzato dall’Equipe Lidar, la Scuola ufficiale SSI di rilievo con LiDAR della Società Adriatica di Speleologia. Il rilievo speleologico con LiDAR (Light Detection and Ranging) è una tecnica laser ad alta precisione che consente di creare modelli digitali tridimensionali dettagliati di ambienti ipogei complessi.[6]
La SAS utilizza i sensori LiDAR integrati negli iPhone abbinati al software open source CloudCompare per la gestione e visualizzazione delle nuvole di punti. Questa metodologia, sviluppata e perfezionata negli anni, permette di ottenere modelli 3D precisi a costi contenuti, accessibili anche alle associazioni di volontariato.[7][6]
Il corso di rilievo speleologico con LiDAR organizzato dalla SAS aveva registrato il tutto esaurito già a febbraio 2025, a dimostrazione dell’interesse crescente per queste tecniche nel mondo della speleologia italiana. A marzo 2026, la SAS ha replicato il corso a San Quirino per titolati e qualificati CAI.[8][6]
La Società Adriatica di Speleologia e il Museo Civico di Storia Naturale
La Società Adriatica di Speleologia di Trieste è una delle realtà speleologiche più attive del Friuli Venezia Giulia. Gestisce lo Speleovivarium Erwin Pichl e l’Abisso di Trebiciano (grotta n. 17 VG), già considerato per oltre ottant’anni il più profondo al mondo. L’associazione opera in stretto rapporto con le istituzioni locali, come testimonia la convenzione con il Comune di Trieste per la gestione del Progetto Theresia.[2]
L’evento si svolge presso il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, fondato nel 1846 e considerato uno dei musei scientifici più antichi d’Italia. Le sue collezioni coprono zoologia, botanica, mineralogia, paleontologia e geologia, offrendo un contesto scientifico coerente con le tematiche dell’evento.[9][10]
Informazioni pratiche
Data: Sabato 18 aprile 2026
Orario: ore 13:45 – 18:00
Sede: Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, Via dei Tominz, 4 – Trieste
Organizzatore: Società Adriatica di Speleologia APS, in convenzione con il Comune di Trieste e il Museo di Storia Naturale
Rilievo 3D: Equipe Lidar – Scuola ufficiale SSI di rilievo con LiDAR
Fonti [1] La speleo-missione che riapre le gallerie dell’Acquedotto … https://www.ilpiccolo.it/cronaca/la-speleo-missione-che-riapre-le-gallerie-dellacquedotto-di-maria-teresa-nb2n91b1 [2] Società Adriatica di Speleologia di Trieste – SAS https://sastrieste.it [3] Capofonte https://www.lamiatrieste.com/2015/12/30/capofonte/ [4] I bimbi esplorano l’acquedotto teresiano: è la prima volta … https://www.friulioggi.it/friuli-venezia-giulia/bimbi-esplorano-acquedotto-teresiano-prima-volta-250-anni-19-aprile-2024/ [5] Trieste: gli speleologi della Società Adriatica di … https://www.scintilena.com/trieste-gli-speleologi-della-societa-adriatica-di-speleologia-raggiungono-la-parte-finale-dellacquedotto-teresiano-a-100-metri-di-profondita-nel-cuore-del-carso-ad-attenderli-una-strao/10/19/ [6] Corso di rilievo speleologico con Lidar e CloudCompare – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-rilievo-speleologico-con-lidar-e-cloudcompare-iscrizioni-chiuse-per-il-tutto-esaurito/02/26/ [7] Corso di rilievo con Lidar e CloudCompare (29.3.2025) https://www.fsrfvg.it/?p=11593 [8] Rilievo speleologico 3D con il Lidar: a San Quirino il corso … https://www.scintilena.com/rilievo-speleologico-3d-con-il-lidar-a-san-quirino-il-corso-nazionale-per-titolati-e-qualificati-cai/03/06/ [9] Museo di Storia Naturale di Trieste, Trieste | Orari, mostre e opere su Artsupp https://artsupp.com/it/trieste/musei/museo-di-storia-naturale-di-trieste [10] Museo di Storia Naturale di Trieste https://www.coopculture.it/it/poi/museo-di-storia-naturale-di-trieste/ [11] Società Adriatica di Speleologia: Le acque nascoste di Trieste … https://friulisera.it/societa-adriatica-di-speleologia-le-acque-nascoste-di-trieste-convegno-e-ultime-scoperte-allacquedotto-teresiano/ [12] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [13] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [14] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt