La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità.
La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni
Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significative dell’Umbria: la Grotta dei Cocci. Il nome non lascia spazio a dubbi — frammenti di ceramica — e rivela già il contenuto di questa cavità scoperta nei primissimi anni Cinquanta del Novecento da un gruppo di scout narnesi, tra cui Irmo Ceccaroli e Paolo Ceccarelli, che segnalarono il ritrovamento al professor Carlo Castellani, Ispettore Onorario ai Monumenti dell’Umbria.
Nei decenni successivi, la grotta subì numerose razzie da parte di privati, perdendo parte del suo patrimonio prima di qualsiasi studio scientifico. Solo negli anni ’80 la cavità fu oggetto di una vera campagna di scavo, coordinata da Maria Cristina De Angelis della Soprintendenza, i cui risultati sono stati pubblicati in un volume monografico edito da All’Insegna del Giglio nel 2019.
I reperti restituiti dai sedimenti della grotta coprono un arco che va dal Neolitico antico finale fino all’età del Bronzo. Tra i materiali rinvenuti: utensili in selce, strumenti di osso, frammenti ceramici di diverse epoche, oggetti d’ornamento e resti funerari umani. Il dettaglio più eloquente è il focolare con strato di cenere e carboni di oltre un metro di spessore: una stratificazione che testimonia una frequentazione millenaria e continua. La grotta era probabilmente un luogo di rito, frequentata da genti provenienti da altri territori dell’Appennino, a conferma di una rete di scambi culturali già attiva in epoche molto remote. I reperti salvati dalle razzie sono oggi conservati in una sala del Museo di Palazzo Eroli a Narni.
La Grotta dei Cocci non è l’unica testimonianza preistorica del territorio narnese. La Grotta del Capraro, anch’essa in territorio narnese ma in località Cappuccini Selva Antica, ha restituito utensili in selce, frammenti ceramici e focolari analoghi. La Grotta d’Orlando, sulla Via Flaminia, conserva incisioni rupestri e la caratteristica “Sedia d’Orlando”, pur non essendo mai stata oggetto di scavi sistematici.
Stifone e le Grotte del Nera
Prima ancora dei monaci medievali e dei minatori pontifici, la zona delle Gole del Nera era frequentata per ragioni commerciali e militari. Il geografo greco Strabone (Geographia V, 2, 10) fu il primo a confermare la navigabilità del Nera nell’antichità, specificando che il fiume poteva essere percorso con imbarcazioni di piccole dimensioni. Il fiume risultava completamente navigabile solo all’uscita della Gola di Narni, circa 900 metri a valle di Stifone, nella zona denominata “Le Mole” per i numerosi mulini medievali presenti in loco.
Nel 20 d.C. il console Gneo Calpurnio Pisone, di ritorno dalla Dalmazia e narrato da Tacito negli Annales (III, 9), si imbarcò a Narni con un numeroso seguito per raggiungere Roma via fiume. Il dettaglio implica che al porto fluviale narnese fosse disponibile un numero sufficiente di imbarcazioni per il trasporto di persone e merci.
Le prime testimonianze scritte del porto risalgono al XVI secolo, quando il gesuita Fulvio Cardoli riconobbe le vestigia: “Esistono anc’oggi, passato il Castel di Taizzano, un tre miglia da Narni, alcune vestigia del porto, dove alfin la Nera incomincia a sostener le barche, ed ivi veggonsi pure i ferrei anelli impiombati nel vivo sasso, ai quali siccome a palo ferrato legavansi le barche”. Tali anelli di ferro, confermati nel 1879 dal marchese Giovanni Eroli, sono ancora parzialmente visibili nell’alveo del fiume. Il sito è ancora in stato di abbandono, di proprietà dell’ENEL, e non è mai stato oggetto di una vera campagna di scavi.
Gli Eremi Rupestri delle Gole del Nera: Monaci e Grotte nel Medioevo
Sul Monte Santa Croce, quasi a fare da sentinella sull’imbocco delle Gole del Nera, sorge l’Abbazia di San Cassiano, edificio di pietra con campanile visibile da Narni. Le sue origini monastiche risalgono alle guerre goto-bizantine del VI secolo: è probabile che il sito sorgesse come presidio territoriale, in analogia con altri monasteri della medesima epoca. L’abbazia è nominata con certezza per la prima volta in un documento dell’Abbazia di Farfa dell’1081, ma il ritrovamento di un’iscrizione su sarcofago romano — donato al primo abate dal nobile Crescenzio di Teodorada, morto nel 984 d.C. — suggerisce che l’edificio attuale sia da datarsi alla seconda metà del X secolo, al tempo del papa narnese Giovanni XIII (965–972). Il monastero era parte di una rete di presidi religiosi che vigilavano sul corridoio territoriale tra Roma e Ravenna.
Aggrappato a strapiombo sulle Gole del Nera, in uno dei punti più impervi del Monte Santa Croce, si trova invece l’Eremo di San Jago, conosciuto localmente come “grotta dell’Eremita” o “San Jago degli Schioppi” (scogli). Non si hanno notizie certe sulla fondazione, ma le murature esistenti sono databili al XIII secolo, con una probabile frequentazione eremitica precedente. La struttura sfrutta un’ampia grotta naturale come involucro, chiusa e articolata su tre livelli: al primo livello si riconoscono i resti di una piccola chiesa con porta architravata e croce scolpita; ai piani superiori si trovavano i rifugi per gli eremiti. Una narrazione trascritta da Orlando Colasanti nel 1941 ricorda che nel 1354 vi avrebbe soggiornato il nobile romano Evaldo Frangipane, ordinatosi sacerdote. L’eremo versa oggi in stato di abbandono, vittima di atti vandalici.
Gli speleologi dell’UTEC Narni hanno identificato nelle stesse gole anche quello che ritengono essere il perduto Monastero di San Giovanni, insediamento eremitico costruito presso una grotta preesistente. Come ha ricostruito Andrea Scatolini dell’UTEC, il rapporto tra grotta naturale e presidio religioso è costante lungo tutta la montagna: la montagna porta il nome di Santa Croce proprio da questa fitta rete di presidi religiosi costruiti nel corso del Medioevo.
Le Miniere di Ferro dello Stato Pontificio: Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste
I primi documenti certi sulle miniere di ferro di Narni risalgono al 1709: in una lettera di quell’anno, i priori di Narni scrivevano al Cardinale Sacripante ricordando espressamente le cave di ferro. La scelta del sito cadde su Stifone anche “per la vicinanza alla Madonna del Monte, dove si cava la miniera del ferro più abbondante”.
La Reverenda Camera Apostolica fu autorizzata a coltivare le miniere e a costruire una ferriera. La prima pietra fu posata il 15 aprile 1710 presso la villa di Stifone: la struttura comprendeva due edifici — grande e piccola ferriera — con forno e magli azionati dalla forza idraulica delle sorgenti locali. L’impianto fu inaugurato con la prima fusione del minerale il 21 ottobre 1721. La relazione del signor Bordoni del 1710, documento fondamentale per la storia industriale del territorio, descrive il sopralluogo personale del Monsignore Tesoriere nelle cave verso la fine del 1708.
L’impresa si rivelò più costosa del previsto: cunicoli lunghissimi, acqua insufficiente per i macchinari, vene di ferro meno abbondanti del previsto. La Camera Apostolica fu costretta ad abbandonare l’impresa, e seguirono 39 anni di abbandono completo. Nel 1760 l’architetto Giuseppe Pennini, incaricato dalla Camera Apostolica per una nuova valutazione, visitò le cave e le descrisse: alla prima cava trovò un cunicolo alto e largo 7 palmi che si internava in linea retta per 450 palmi. Il minerale estratto era una limonite pisolitica, capace di fornire dopo lavaggi dal 33 al 40 per cento di metallo. La nuova ferriera fu definitivamente abbandonata nel 1784.
Le tre principali cavità-miniera del comprensorio — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli e Grotta Celeste — sono state oggetto di sistematiche esplorazioni speleologiche da parte dell’UTEC Narni. Sulla base dei confronti con la relazione del Pennini, gli speleologi identificano la Grotta dello Svizzero con la cosiddetta “Cava di Zara” descritta nel 1760. Nelle grotte Celeste e dei Veli, durante una delle esplorazioni, gli speleologi trovarono due oggetti abbandonati in fondo alle antiche cave: un vecchio elmetto militare e una piccola piccozza. L’elmetto potrebbe rimandare alle due guerre mondiali; la piccozza è uno strumento tipico del lavoro minerario. Due oggetti che condensano in un’immagine la stratificazione della storia umana in questi luoghi.
Daniele Di Sisto e Filippo Sini: il Valore Umano dell’Esplorazione Speleologica
Il Gruppo Speleologico UTEC Narni, fondato nel 1977, ha esplorato, rilevato e censito oltre 17 grotte sul Monte Santa Croce nel corso di quasi quarant’anni di attività, con almeno altre 10 non ancora accatastate al Catasto Speleologico dell’Umbria. Le ricerche proseguono attivamente: nel 2025 e 2026 le esplorazioni si avvalgono di GPS, tecnologie LiDAR e sensori per la meteorologia ipogea.
Nel corso delle esplorazioni più recenti, l’UTEC ha scoperto due nuove cavità collocate su una faglia diretta nei pressi della Grotta dello Svizzero. I nomi scelti per queste grotte non sono tecnici né geografici: si chiamano Grotta Daniele Di Sisto e Grotta Filippo Sini. Sono i nomi di amici scomparsi.
Lo speleologo Virgilio Pendola ha spiegato il senso di questa pratica con parole dirette: “Lo spirito di amicizia e di fratellanza, in noi speleo, è molto sentito: in tanti momenti, a volte in condizioni di pericolo reale, dentro i cunicoli più stretti oppure su pozzi che sembrano non finire mai, di un nero inenarrabile, si può contare solo sulle capacità e sulla preparazione dei compagni-fratelli-amici intorno… ci fidiamo, sempre, ciecamente, sapendo che, nel bisogno, sapranno aiutarti e nessuno, mai, si tirerà indietro accada quello che accada”.
A Daniele Di Sisto e Filippo Sini si aggiungono Fausto Fortunati e Tullio Cecca, a cui gli speleologi dell’UTEC hanno dedicato altre grotte scoperte in territorio umbro. La toponomastica delle grotte diventa così un atto di memoria: ogni cavità porta il nome di chi quella montagna l’ha amata abbastanza da dedicarle una vita.
Dal Neolitico alle esplorazioni più recenti del 2025.
Il report approfondisce:
La Grotta dei Cocci — scavi 1989-2001 diretti da Maria Cristina De Angelis, focolare spesso oltre un metro, reperti dal Neolitico antico all’età del Bronzo, i saccheggi e il Museo Eroli
Stifone — la testimonianza di Strabone e Tacito sul console Pisone (20 d.C.), il canale di 280 metri con i 60 incavi, i reperti romani dall’alveo del Nera
Il labirinto dei monaci — le radici bizantine di Belisario (VI sec.), l’abbazia benedettina del X secolo di San Cassiano, l’Eremo di San Jago con murature databili al XIII secolo, il perduto monastero di San Giovanni ritrovato dall’UTEC
Le miniere del Papa — la lettera del 1709 ai priori di Narni, la ferriera inaugurata il 21 ottobre 1721, la relazione dell’architetto Pennini (1760), le identificazioni delle cave con la Grotta dello Svizzero (Cava di Zara) e le grotte Celeste e dei Veli
L’elmetto e la piccozza — i reperti inaspettati trovati nelle grotte-miniera dall’UTEC
Daniele Di Sisto e Filippo Sini — il valore umano dell’esplorazione e la pratica dell’UTEC di intitolare le grotte agli amici scomparsi
Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026)
Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo 2020, il sito ha riaperto definitivamente al pubblico il 18 aprile 2026, diventando un polo culturale permanente gestito con un innovativo partenariato pubblico-privato.[1][2][3][4][5]
Contesto Geografico: Il Rione Sanità
Rione Sanità, Naples Il Cimitero si trova all’estremità occidentale del vallone naturale della Sanità, uno dei rioni di Napoli più ricchi di storia e tradizioni, posto appena fuori dai confini della città greco-romana, nella zona scelta sin dall’antichità per la necropoli pagana e, successivamente, per i primi cimiteri cristiani. La zona è incisa da un sistema di impluvi naturali che dalle colline oggi chiamate Colli Aminei convergevano verso il basso, erodendo nel corso dei millenni i banchi tufacei e creando le condizioni ideali per l’estrazione della pietra da costruzione.[6][2][7] Via Fontanelle, l’arteria che conduce all’ossario, ricalca il percorso del vecchio impluvio naturale, ai cui bordi si trovano numerose cave che fino al XX secolo hanno fornito tufo per le costruzioni cittadine. Il nome “Fontanelle” deriva dalla presenza, in tempi remoti, di sorgenti d’acqua nella zona.[6][2][8]
Origini e Geologia della Cavità
Le Cave di Tufo
La struttura fisica del cimitero è il risultato di millenni di attività estrattiva. Le cave di tufo giallo furono scavate a partire dal periodo aragonese (secoli XIV–XV), quando la città aveva un crescente bisogno di materiale da costruzione. Le gallerie risultanti — vere e proprie “navate” sotterranee — raggiungono un volume stimato di circa 30.000 m³ su una superficie di circa 3.000 m². La roccia tufacea, porosa e relativamente morbida, è facilmente lavorabile e conferisce agli ambienti la caratteristica umidità che, a sua volta, produce sulla superficie delle ossa gocce di condensa: un fenomeno naturale che nei secoli ha alimentato leggende sui “teschi sudati”.[2][8][9][10]
Dalle Cave all’Ossario
Prima del XVI secolo, i defunti venivano sepolti sotto le chiese. Quando lo spazio si esauriva, i cosiddetti “salmatari” — addetti alle esumazioni — disseppellivano di notte le ossa più antiche e le trasportavano nelle cave periferiche, compresa quella delle Fontanelle. La data di svolta che trasforma definitivamente la cava in camposanto è il 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste si abbatté su Napoli causando, secondo le stime, circa 200.000–250.000 vittime su una popolazione di 400.000 abitanti. Le autorità ordinarono di riaprire le cave delle Fontanelle per ospitare le salme, e da allora il sito non cessò mai la sua funzione funeraria.[6][4][11]
Storia Cronologica dell’Ossario
Periodo
Evento
Sec. XIV–XV
Scavo delle cave di tufo nel Rione Sanità
1656
Epidemia di peste: il sito diventa cimitero collettivo
1764
Grande carestia: nuovi depositi di salme (arch. Carlo Praus)[6]
1806–1815
Decennio francese: le ossa dalle chiese vengono trasferite alle Fontanelle[4]
1836–1837
Epidemia di colera: nuovi resti accolti nell’ossario[2][4]
Fine ‘800
Padre Gaetano Barbati ordina e sistema le ossa in cataste ordinate[12][13]
1872
Il Comune di Napoli apre ufficialmente il sito al pubblico[4][13]
1934
Depositate le ossa ritrovate durante i lavori al Maschio Angioino[4][12]
Anni ’60
La Chiesa proibisce il culto delle capuzzelle; il sito cade in abbandono[14]
2004
Prima riapertura con lavori di risanamento statico (cavità C0096)[14]
2010
Riapertura definitiva dopo occupazione pacifica degli abitanti del Rione[15]
2018–2019
Chiusura per motivi di sicurezza strutturale[15]
Marzo 2020
Chiusura ulteriore a causa del lockdown COVID-19[5]
2023
La cooperativa La Paranza vince il bando del Comune per la valorizzazione[16]
18 aprile 2026
Riapertura permanente con marcia di comunità[1][3]
Il Ruolo di Padre Gaetano Barbati
La figura che più ha segnato la configurazione attuale del cimitero è quella di padre Gaetano Barbati, il sacerdote che alla fine dell’Ottocento, guidato da una profonda pietà verso quei resti anonimi, organizzò la sistemazione delle migliaia di ossa in cataste ordinate: crani da un lato, tibie dall’altro, con le prime cappelle provvisorie. Da allora sorse in modo spontaneo e progressivo una devozione popolare straordinaria verso quei defunti anonimi, identificati dai fedeli come anime bisognose di cura e in grado di intercedere per i vivi. Una statua di Barbati si trova ancora oggi all’interno del cimitero, nella prima sala.[12][13]
Il Culto delle Anime Pezzentelle
Origini Teologiche e Culturali
Il culto delle anime pezzentelle affonda le radici nella tradizione cattolica della dottrina del Purgatorio e nella pratica della preghiera in suffragio dei defunti, particolarmente rafforzata dalla Controriforma nel XVII secolo. A Napoli, però, questa pratica religiosa si trasforma in qualcosa di più diretto, tangibile e reciproco: un patto tra i vivi e i morti. Il termine “pezzentelle” deriva dal latino petere — “chiedere per ottenere” — poiché queste anime, anonime e dimenticate, chiedono preghiere per alleviare la loro permanenza nel Purgatorio.[17][4]
Il Rito della Capuzzella
Il nucleo del culto è la cosiddetta “capuzzella” — diminutivo napoletano di “testa” — che designa il teschio anonimo adottato da un devoto. Il rito si articolava in fasi precise:[18][19]
Scelta del teschio: il devoto sceglieva un cranio tra quelli dell’ossario, spesso sulla base di un sogno o di un’intuizione
Pulitura e cura: il teschio veniva deterso con alcool e cotone, luciidato e adagiato su un cuscino ricamato all’interno di una teca lignea[18]
Offerte e preghiere: il devoto accendeva ceri, disponeva immagini sacre, offriva rosari e monete, e pregava regolarmente per l’anima della capuzzella[19][18]
Lo scambio: in cambio delle cure, l’anima pezzentella avrebbe interceduto a favore del devoto, comunicandogli grazie, protezione e — secondo la credenza popolare — i numeri del lotto da giocare[8][4]
Se la grazia era concessa, le cure si intensificavano; se il teschio non “rispondeva”, lo si abbandonava e se ne adottava un altro. La tradizione ammetteva anche che un teschio trascurato potesse “vendicarsi” portando sfortuna al devoto.[4][8]
Divieto Ecclesiastico e Decadenza
Il culto non fu mai pienamente accettato dalla Chiesa cattolica, che lo considerava ai limiti dell’idolatria e del paganesimo. Nel 1969, l’arcivescovo di Napoli Corrado Ursi lo proibì formalmente con un apposito decreto, considerandolo un rito pagano incompatibile con la dottrina cristiana. In seguito al divieto, il culto si attenuò progressivamente e il cimitero cadde in uno stato di progressivo abbandono durante gli anni ’70 e ’80 del Novecento.[14][4][20]
Le “Capuzzelle” Famose e le Leggende
Il Teschio del Capitano
Il più celebre tra i teschi del cimitero è quello del “Capitano”, tenuto in una teca di vetro per preservarlo dall’umidità: unico tra i crani dell’ossario ad essere esposto in vetrina, è considerato dai napoletani un’anima pia per le numerose intercessioni attribuitagli. La leggenda più famosa che lo riguarda è quella dei “due sposi”: una giovane fidanzata aveva profonda venerazione per questo teschio, ma il suo promesso sposo, scettico, un giorno lo sfidò infilando un bastone nell’orbita oculare e invitandolo scherzosamente al matrimonio. Il giorno delle nozze apparve tra gli invitati uno sconosciuto in divisa da carabiniere, che rivelò di essere il Capitano stesso. Alla sua visione, entrambi gli sposi morirono per il terrore. Si narra che i loro resti si trovino ancora oggi nel cimitero, sotto la statua di Barbati.[21]
Donna Concetta
Un’altra capuzzella celebre è quella chiamata Donna Concetta, particolarmente nota per la sua lumonosità: più brillante delle altre, cattura meglio l’umidità della cavità. La leggenda vuole che “sudi” per comunicare ai devoti l’avvenuto compimento di una grazia: se al tatto il teschio è umido, la grazia è stata esaudita.[4]
La Leggenda di Giacomo Leopardi
Una credenza popolare, non verificata storicamente, vuole che anche i resti del poeta Giacomo Leopardi — morto a Napoli durante l’epidemia di colera del 1837 — riposino alle Fontanelle. La storiografia ha chiarito che il poeta fu inumato nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma la leggenda persiste come segno del potere mitopoietico del sito.[4][12]
Struttura Fisica e Caratteristiche Speleologiche
L’ossario si sviluppa come una serie di grandi gallerie tufacee disposte alla maniera di navate, che si diramano dalla cavità principale. Le caratteristiche fisiche del sito sono rilevanti:[10]
Superficie: circa 3.000 m²[2][10]
Volume della cavità: circa 30.000 m³[2]
Collocazione: scavata nel banco di tufo giallo napoletano, a diversi metri sotto il livello stradale del Rione Sanità
Umidità: molto elevata, dovuta alla struttura porosa del tufo e alla prossimità con falde idriche superficiali
Temperature: costanti e fresche, tipiche delle cavità tufacee napoletane
La natura ipogea del sito lo rende di interesse anche per la speleologia urbana: il sottosuolo di Napoli conta, secondo un censimento del 1967, almeno 366 cavità artificiali, e il Cimitero delle Fontanelle è tra le più estese e significative dal punto di vista storico. Studi sulla stabilità statica della cavità (denominata C0096) hanno preceduto le riaperture del 2004 e del 2026, confermando la necessità di interventi di consolidamento strutturale per garantire la sicurezza dei visitatori.[14][22][23]
Le Vicende Recenti: Chiusure e Riapertura del 2026
Un Sito Tormentato
Il Cimitero delle Fontanelle ha avuto una storia recente travagliata. Dopo la riapertura del 2010 — ottenuta grazie a un’occupazione pacifica degli abitanti del Rione — la gestione rimase affidata alla municipalizzata Napoli Servizi con aperture discontinue e irregolari. Nel 2018–2019 il sito chiuse definitivamente per motivi di sicurezza strutturale: mancavano sistemi antincendio, servizi igienici e uscite di emergenza. Il lockdown del marzo 2020 sigillò definitivamente l’ingresso, dando avvio a una lunga interruzione che durò oltre cinque anni.[5][15][23]
Il Progetto di Valorizzazione
La svolta arrivò nel 2023 quando il Comune di Napoli bandì una gara pubblica per la valorizzazione culturale del sito, vinta dalla cooperativa La Paranza del Rione Sanità — già protagonista del rilancio delle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso. Il progetto si basa sui principi della Convenzione di Faro, che riconosce alle comunità locali un ruolo attivo nella cura del patrimonio culturale.[3][24][16]
Il quadro economico dell’intervento è stato:
Finanziatore
Importo
Comune di Napoli (messa in sicurezza)
200.000 €
Fondazione Con il Sud
320.000 €
Fondazione di Comunità San Gennaro
320.000 €
Totale investimento
circa 840.000 €
La Riapertura del 18 Aprile 2026
L’inaugurazione del 18 aprile 2026 ha avuto un carattere fortemente comunitario: alle 9:00 una “marcia di comunità” è partita da Largo Totò — la piazza intitolata al grande attore napoletano, simbolo del Rione — con la partecipazione di organizzazioni del terzo settore, scuole, parrocchie e cittadini. Alla cerimonia hanno presenziato il sindaco Gaetano Manfredi e l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia. Il sito è rimasto aperto gratuitamente fino alle 18:00 nella giornata inaugurale, e dal 19 aprile è visitabile regolarmente su prenotazione.[1][25][3]
Modalità di Visita e Servizi (dal 19 Aprile 2026)
Il nuovo modello di gestione ha introdotto importanti miglioramenti rispetto al passato:[3][26]
Orari: lunedì–domenica, 10:00–18:00 (ultimo ingresso 17:15); chiusura il mercoledì e il 25 dicembre
Accesso: solo su prenotazione obbligatoria tramite il sito ufficiale www.cimiterodellefontanelle.it
Tariffe: visita con accompagnamento da 6 €; visita guidata da 8 €[1]
Ingresso per fedeli: lunedì e venerdì, dalle 9:00 alle 10:00, gratuito, riservato al culto[3]
Capienza: max 3 gruppi da 25 persone contemporaneamente, inclusa la guida[3]
Accessibilità: barriere architettoniche abbattute; percorsi per disabili; audioguide per non vedenti[26][3]
Il “Miracolo del Rione Sanità”: La Cooperativa La Paranza
La cooperativa La Paranza nasce nel 2006 con l’obiettivo di creare lavoro valorizzando il patrimonio culturale del Rione Sanità, storicamente uno dei quartieri più problematici di Napoli. I risultati ottenuti nelle Catacombe di San Gennaro — oltre 200.000 visitatori all’anno, più di 60 occupati prevalentemente under 30, 13.000 m² di patrimonio culturale recuperato — hanno consolidato la sua reputazione di modello virtuoso di sviluppo sociale e culturale.[16]
Con la vittoria della gara per il Cimitero delle Fontanelle, La Paranza ha già attivato 11 inserimenti lavorativi di giovani del quartiere prima ancora della riapertura, tramite il programma formativo “Scopri le Fontanelle”. Sono previsti altri interventi nel Rione, incluso il rifacimento delle strade e il miglioramento della rete di trasporti.[3]
Valore Culturale, Antropologico e Scientifico
Il Cimitero delle Fontanelle è studiato da storici, antropologi, etnologi e speleologi per la sua eccezionale stratificazione di significati:
Storico: testimonia secoli di catastrofi demografiche che hanno segnato Napoli, dalla peste al colera, dalle eruzioni vulcaniche alle carestie[6][27]
Antropologico: il culto delle capuzzelle è uno dei più rari esempi documentati al mondo di un sistema rituale basato su una relazione di reciprocità tra vivi e defunti anonimi[19][17]
Religioso: illustra la tensione tra religiosità popolare e ortodossia ecclesiastica, che ha portato al divieto del culto nel 1969 ma non alla sua estinzione[4][20]
Speleologico/Geologico: la cavità tufacea è un campione rappresentativo del sottosuolo napoletano, che conta centinaia di cavità artificiali di origine estrattiva[28][22]
Archivistico: i depositi umani dell’ossario rappresentano un archivio biologico delle popolazioni napoletane dei secoli XVII–XIX, di interesse per la paleodemografia e la paleopatologia[29]
Un Comitato Scientifico presieduto dalla dottoressa Francesca Amirante — storica dell’arte ed esperta in valorizzazione di beni culturali — sovraintende alle attività di ricerca e conservazione, in collaborazione con Europa Nostra e la rete europea Faro Convention Network.[3]
Conclusione
La riapertura permanente del Cimitero delle Fontanelle nell’aprile 2026 non è solo un evento turistico: è la restituzione alla città di uno spazio di memoria collettiva che, nelle sue stratificazioni storiche, custodisce la storia dei dimenticati — i poveri, gli appestati, gli anonimi — e il rapporto tutto napoletano con la morte come parte viva del tessuto culturale urbano. Il modello pubblico-privato adottato, con la comunità del Rione Sanità come protagonista attiva, rappresenta una delle esperienze più significative di valorizzazione partecipata del patrimonio culturale nel Mezzogiorno italiano.[3][23]
Un gruppo internazionale di 18 ricercatori pubblica su Nature Reviews Biodiversity la prima rassegna sistematica sull’applicazione delle tecnologie omics agli ecosistemi sotterranei, aprendo nuove prospettive per la conservazione e la comprensione della vita ipogea.
La Vita Sotterranea Attende Ancora di Essere Scoperta
Le grotte, gli acquiferi e gli interstizi del sottosuolo ospitano oltre 50.000 specie animali e microbiche che vivono esclusivamente in questi ambienti. Troglobiti e stygobiti — organismi adattati all’oscurità permanente — rappresentano una delle frontiere biologiche meno esplorate del pianeta. Per decenni, la loro conoscenza è rimasta limitata da una barriera pratica: l’impossibilità di osservare, campionare e studiare sistematicamente ambienti fisicamente inaccessibili.scintilena
Nel 2026, una Review firmata da 18 ricercatori internazionali — tra cui Pau Balart-García, Helena Bilandžija, Stefano Mammola e Mattia Saccò — pubblicata su Nature Reviews Biodiversity cambia la prospettiva. Il tema centrale è l’applicazione delle tecnologie omics — genomica, trascrittomica, metagenomica, eDNA — agli ecosistemi sotterranei. Le omics sono metodologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente geni, RNA, proteine e metaboliti di un organismo o di un’intera comunità biologica, senza necessariamente catturare o coltivare gli organismi stessi.scintilena
Le prime applicazioni sistematiche di queste tecnologie al sottosuolo risalgono agli anni 2010. Da allora, i progressi tecnologici hanno abbassato i costi e aumentato la potenza di analisi, rendendo queste metodologie accessibili alla comunità scientifica speleologica e biologica.linkinghub.elsevier
Dal DNA Ambientale alla Diversità Criptica: Cosa Hanno Rivelato le Omics
Una delle scoperte più rilevanti riguarda la cosiddetta diversità criptica: specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, con acquiferi fisicamente isolati e fauna a mobilità ridotta, sono ambienti ideali per la speciazione silenziosa. Ciò che le tecniche tassonomiche tradizionali classificavano come un’unica specie a distribuzione ampia è spesso, alla luce del DNA, un insieme di specie distinte con areali molto più ristretti — con conseguenze dirette per le politiche di conservazione.aca.pensoft+1
Per il monitoraggio della fauna sotterranea senza intervento diretto, lo strumento oggi più promettente è il DNA ambientale (eDNA): frammenti di DNA libero isolati da campioni d’acqua o sedimento, senza alcuna cattura degli organismi. Il metabarcoding eDNA permette di stimare la ricchezza di specie in un acquifero analizzando pochi litri d’acqua.linkinghub.elsevier
Il progetto internazionale GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), presentato al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea a Cagliari nel settembre 2024, coinvolge oltre 70 ricercatori in tutto il mondo e punta alla prima valutazione sistematica globale della biodiversità degli acquiferi tramite metodologie molecolari standardizzate. Tra i coordinatori figura Mattia Saccò, coautore della Review su Nature Reviews Biodiversity.scintilena+1
Il Pesce Cieco e i Segreti dell’Adattamento Molecolare
Sul fronte della genomica evolutiva, il modello di riferimento è il pesce messicano Astyanax mexicanus, con popolazioni vedenti di superficie e oltre 29 popolazioni cavernicole cieche evolutesi in modo indipendente. Le omics hanno permesso di identificare la base genetica precisa di tratti come la perdita degli occhi, la depigmentazione e le modificazioni del metabolismo.evodevojournal.biomedcentral
Studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 nella regressione oculare. Un recentissimo screening CRISPR su larga scala ha identificato il gene fbln7 (fibulin-7) come regolatore della dimensione oculare in più stadi dello sviluppo. Una ricerca del 2026 basata su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni incrociate ha rivelato che la perdita degli occhi condivide circa il 43% dei loci genetici tra linee evolutive indipendenti, mentre tratti come la riduzione del sonno o le modificazioni metaboliche mostrano basi genetiche meno conservate tra le diverse popolazioni. Questi dati indicano che alcune traiettorie verso l’adattamento cavernicolo convergono a livello molecolare, anche quando avvengono in luoghi geograficamente lontani.onlinelibrary.wiley+2
Frasassi e Movile: Ecosistemi Chemioautotrofici sotto la Lente Metagenomics
La metagenomics — sequenziamento massiccio del DNA estratto direttamente dall’ambiente — ha trasformato la comprensione degli ecosistemi sotterranei privi di fotosintesi. Questi ambienti, alimentati dall’ossidazione di composti inorganici come H?S, Fe²? o NH??, sono tra le forme di vita più radicali del pianeta.
La Grotta di Movile (Romania), isolata da circa 5 milioni di anni e con 48 specie endemiche, è stata oggetto della prima analisi metagenomics genome-resolved dei suoi sedimenti: sono stati recuperati 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeali, con funzioni metaboliche che spaziano dalla fissazione della CO? alla metanotrofia.environmentalmicrobiome.biomedcentral+1
Le Grotte di Frasassi (Marche), uno degli ecosistemi sulfidici più studiati in Europa, continuano a produrre scoperte molecolari. Il ciclo dello zolfo è mediato da batteri come Sulfurovum, Thiofaba e Halothiobacillus, con la disproporzione dello zolfo elementare come processo chiave. Nel 2023, dalla grotta è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, nuova specie, nuovo genere e nuova famiglia batterica — Thiovibrionaceae — a testimonianza di quanto ancora sia ignota la diversità microbica di questi ambienti. L’analisi dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, incluse forme con adattamenti inusuali all’ambiente solfidroso.scintilena+2
Sfide Aperte: Database, Contaminazione e Integrazione Multi-Omics
La Review mette in evidenza le criticità ancora irrisolte. I database di riferimento per le specie sotterranee sono incompleti: molti taxa stygobionti e microbici cavernicoli non hanno sequenze depositate, rendendo difficile l’assegnazione tassonomica dei reads metagenomici. La contaminazione da DNA umano nelle grotte frequentate è un problema reale per studi metagenomici in ambienti visitati.bmcmicrobiol.biomedcentral+1
L’integrazione di più livelli omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica — rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni approccio cattura una dimensione diversa del sistema biologico; le pipeline per la loro integrazione coerente sono ancora in sviluppo, specialmente per organismi non-modello come quelli cavernicoli.onlinelibrary.wiley
Conservazione, Ciclo dell’Acqua e Cambiamento Climatico
Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei si sovrappone alla rete globale di aree protette. La Review sottolinea che le omics possono fornire le prove scientifiche mancanti per includere questi ambienti nelle politiche di conservazione internazionali. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative e valutare gli effetti della deriva genetica in popolazioni piccole e isolate.pmc.ncbi.nlm.nih+1
Il monitoraggio eDNA standardizzato delle acque sotterranee ha le potenzialità per diventare uno strumento di compliance rispetto alla Direttiva Quadro Acque e alla Direttiva Acque Sotterranee dell’UE, fornendo dati di biodiversità a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali.onlinelibrary.wiley+1
Sul fronte globale, i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio e dell’azoto in modi ancora scarsamente quantificati. I metanotrofi cavernicoli sono risultati presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con grotte che agiscono come potenziali sink del metano atmosferico — un dato di rilievo per la comprensione del bilancio climatico globale.pmc.ncbi.nlm.nih
Il Ruolo dell’Italia e il Progetto DarCo
L’Italia è tra i protagonisti di questa stagione scientifica. Il CNR-IRSA di Verbania, con Stefano Mammola, coordina il progetto europeo DarCo (Biodiversa+), che raccoglie prove scientifiche per l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nei piani di conservazione europei, dalla Direttiva Habitat alla Strategia Biodiversità 2030. La comunità speleologica italiana ha nel 2024 tenuto il Convegno Nazionale di Biospeleologia, con iscrizioni riservate ai soci SSI, come ulteriore segnale di vitalità della ricerca di settore in Italia.scintilena+1
Review di Nature Reviews Biodiversity (2026).
Copre tutti i temi principali dell’articolo con ampio supporto da letteratura scientifica recente e casi studio italiani.
Il report esplora:
Contesto degli ecosistemi sotterranei — oltre 50.000 specie esclusive del sottosuolo, con solo il 6,9% protetto da aree naturali, e la fragilità degli acquiferi carsici all’inquinamento
Le tecnologie omics — dalla metagenomica all’eDNA, con la prima applicazione sistematica che risale agli anni 2010
Biodiversità criptica e eDNA — il progetto globale GReG (2025), con oltre 70 ricercatori internazionali inclusi i coautori Saccò e Guzik
Evoluzione molecolare — il modello Astyanax mexicanus, con ~43% di QTL condivisi tra linee indipendenti per la perdita degli occhi, e studi CRISPR sui geni rx3 e fbln7
Microbiologia chemioautotrofica — Grotta di Movile (106 MAGs metagenomici) e Grotte di Frasassi (Thiovibrio frasassiensis, nuova famiglia batterica)
Sfide metodologiche e frontiere — bioprospecting, astrobiologia, integrazione con IA e politiche ambientali UE
Omics negli Ecosistemi Sotterranei: Biodiversità, Evoluzione e Adattamento
Studio approfondito basato sulla Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity (2026) Balart-García et al. (2026) — con contributi di Mammola, Bilandžija, Bista, Saccò e coautori
Executive Summary
La vita sotterranea — nelle grotte, negli acquiferi carsici, negli interstizi del suolo — è tra i fenomeni biologici più straordinari e meno compresi del pianeta. Oltre 50.000 specie vivono esclusivamente nel sottosuolo (troglobiti e stygobiti), molte delle quali microendemiche, ossia confinate a poche grotte o acquiferi vicini. Per decenni, la loro difficile accessibilità ha limitato la ricerca a tecniche morfologiche e tassonomiche tradizionali. La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 a firma di Balart-García, Bilandžija, Bista, Mammola, Saccò e altri 14 coautori fotografa una svolta: le tecnologie omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica, metagenomica, eDNA — stanno rivelandore segreti del sottosuolo un tempo fuori portata, aprendo nuove frontiere per la comprensione della biodiversità, dell’evoluzione e della conservazione di questi ambienti fragili.[1]
1. Ecosistemi Sotterranei: Contesto e Importanza
1.1 Tipologie e distribuzione
Gli ecosistemi sotterranei comprendono un’ampia gamma di ambienti fisicamente diversi ma accomunati da tre caratteristiche fondamentali: assenza totale di luce solare, scarsità di risorse trofiche e relativa stabilità termica e chimica. Le principali tipologie includono:
Grotte e cavità in rocce carbonatiche (carso), vulcaniche (tubi di lava) o in sale/gesso
Interstizi del suolo (mesovoid shallow substratum, MSS)
Ecosistemi anchiialini — cavità marine costiere isolate dal mare aperto
Ambienti chemioautotrofici alimentati non dalla fotosintesi ma dall’ossidazione di composti inorganici (come H?S)[2]
Gli ecosistemi sotterranei sono tra i più diffusi sulla Terra in termini di volume e, paradossalmente, tra i meno esplorati. In Italia, il sistema carsico di Frasassi (Marche) rappresenta uno degli esempi più studiati di ecosistema chemioautotrofico, dove la microbiologia è il motore della produzione primaria.[3][4][5]
1.2 Vulnerabilità e conservazione
Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei noti si sovrappone alla rete globale di aree protette. Le specie sotterranee presentano caratteristiche biologiche che le rendono particolarmente vulnerabili: bassa fecondità, metabolismo ridotto, cicli riproduttivi lenti, distribuzione geografica ristrettissima (microendemismi), assenza di adattamenti difensivi contro predatori. La vulnerabilità è ulteriormente aggravata dalla permeabilità degli acquiferi carsici all’inquinamento chimico superficiale, con tempi di trasferimento degli inquinanti dalla superficie alle falde molto rapidi e scarsa capacità autodepurante del sistema.[6][7][8][1]
Nel 2019, Stefano Mammola (CNR, Italia) ha coordinato il “Scientists’ Warning on the Conservation of Subterranean Ecosystems” su BioScience, che ha evidenziato come questi ecosistemi siano sistematicamente trascurati nelle politiche di conservazione globali, nonostante la loro rilevanza ecologica per il ciclo idrico e la biodiversità. Il progetto europeo DarCo (Biodiversa+) ha avviato una raccolta di dati scientifici per promuovere l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei e negli obiettivi della Strategia UE per la Biodiversità 2030.[9][1]
2. Le Tecnologie Omics: Panoramica
Il termine “omics” designa l’insieme delle tecnologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente l’intero repertorio di molecole (geni, RNA, proteine, metaboliti) di un organismo o di una comunità biologica. Rispetto alle tecniche tradizionali, le omics offrono tre vantaggi cruciali per la biologia sotterranea: non richiedono necessariamente l’isolamento/coltura degli organismi, consentono l’analisi di comunità intere (non solo singole specie) e forniscono informazioni su funzione, adattamento ed evoluzione in parallelo alla semplice catalogazione.
Tecnologia
Oggetto di studio
Applicazione primaria in subterraneo
Genomica
Sequenza del DNA genomico
Evoluzione, adattamento, filogenesi
Trascrittomica
RNA messaggero (espressione genica)
Adattamenti fenotipici, risposte ambientali
Proteomica
Proteine espresse
Funzione molecolare, metabolismo
Metabolomica
Metaboliti a basso peso molecolare
Fisiologia, cicli biogeochimici
Metagenomica
DNA totale da campioni ambientali
Diversità e funzione microbica
Metatrascrittomica
RNA totale da campioni ambientali
Attività microbica in situ
eDNA
DNA libero in acqua/sedimento
Biomonitoraggio, rilevamento specie
La prima applicazione sistematica delle omics agli ecosistemi sotterranei risale agli anni 2010, ma è solo nell’ultimo decennio che i progressi tecnologici — sequenziamento di terza generazione (Nanopore, PacBio), riduzione dei costi, bioinformatica avanzata — hanno reso queste metodologie accessibili alla comunità dei biologi sotterranei.[10]
3. Biodiversità Criptica e Rivelazione della Diversità Nascosta
3.1 Il problema della diversità criptica nel sottosuolo
Uno dei contributi più rilevanti delle omics alla biologia sotterranea è la rivelazione di diversità criptica — specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, caratterizzati da ambienti fisicamente simili ma geograficamente isolati, sono terreno particolarmente fertile per la speciazione criptica. L’elevata frammentazione degli acquiferi sotterranei e la bassa mobilità degli organismi stygobionti favoriscono la divergenza genetica anche tra popolazioni prossime geograficamente.[11]
Il DNA barcoding e la filogeografia molecolare hanno ripetutamente dimostrato che ciò che appariva come una singola specie a distribuzione ampia è spesso un complesso di specie distinte con areali molto più ristretti. Questo ha conseguenze dirette per la conservazione: le stime tradizionali di biodiversità sono probabilmente sottostime significative, e alcune “specie” ritenute comuni potrebbero in realtà essere aggregati di taxa rari o vulnerabili.[12]
Un esempio illustrativo: lo studio della lumaca terrestre cavernicola Helicodiscus barri ha rivelato, attraverso l’analisi di marcatori mitocondriali e nucleari, che la sua distribuzione a mosaico è incompatibile con lo status di singola specie — indicando la presenza di diversità criptica non rilevata dalla tassonomia morfologica.[11]
3.2 eDNA: il monitoraggio non invasivo degli ecosistemi sotterranei
Il DNA ambientale (eDNA) — DNA libero isolato da campioni di acqua, sedimento o aria senza catturare gli organismi — rappresenta forse la rivoluzione più pratica per il monitoraggio della fauna sotterranea. Le acque sotterranee pongono sfide specifiche per l’eDNA rispetto agli ambienti di superficie: diluizione in acquiferi aperti, degradazione accelerata in acque povere di nutrienti, difficoltà di campionamento. Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato la fattibilità del metabarcoding eDNA per la stima della ricchezza di specie stygofaunal in acquiferi.[10]
Il progetto GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), lanciato nel giugno 2025 con oltre 70 ricercatori internazionali (tra cui Mattia Saccò, Michelle Guzik, Kathryn Korbel), rappresenta il primo studio sistematico su scala mondiale degli ecosistemi ipogeici attraverso metodologie molecolari avanzate. La prima proposta è stata presentata al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea tenutosi a Cagliari nel settembre 2024. Il progetto mira a superare l’inerzia nella conservazione globale degli ecosistemi delle acque sotterranee, fornendo dati molecolari standardizzati a scala mondiale.[13][14]
3.3 Metagenomica e diversità microbica
La metagenomica ha radicalmente trasformato la comprensione della diversità microbica sotterranea. Studi shotgun metagenomic in grotte di tutto il mondo hanno rivelato comunità batteriche e archeali altamente diverse e spesso uniche. Nella Grotta di Manao-Pee (Thailandia), la metagenomica shotgun ha rivelato che Actinobacteria (51,2%) e Gammaproteobacteria (24,4%) dominano la comunità batterica, con geni funzionali correlati alla fosforilazione ossidativa prominenti nel metabolismo energetico.[15]
La metagenomica ha anche permesso di indagare il microbioma degli speleotemi (stalattiti, stalagmiti), rivelando comunità microbiche caratteristiche associate alle superfici minerali delle concrezioni calcaree. Nelle grotte carsiche del Karso, studi di metagenomics amplicon-based su sedimenti alluvionali e depositi paleofluviali hanno dimostrato che l’età dei sedimenti agisce come filtro geochimico sulla diversità microbica, con siti periodicamente inondati che mostrano la massima versatilità metabolica.[16][17]
4. Evoluzione Molecolare e Adattamento al Sottosuolo
4.1 Il modello Astyanax mexicanus: genomi dell’adattamento cavernicolo
Il pesce messicano Astyanax mexicanus — con popolazioni epigee vedenti e oltre 29 popolazioni cavefish cieche evolutisi indipendentemente — è diventato il modello vertebrato di riferimento per la genetica dell’adattamento cavernicolo. Le omics hanno permesso di caratterizzare in dettaglio la base genetica di tratti troglomorfi come:[18]
Regressione oculare: studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 (retinal homeobox 3) nello sviluppo oculare e nella sua perdita nelle popolazioni cavernicole. Uno screening CRISPR su larga scala ha identificato multipli geni candidati, tra cui fibulin-7 (fbln7), che influisce sulla dimensione oculare in più stadi dello sviluppo.[19][20]
Perdita di pigmentazione: correlata con mutazioni in pathway di segnalazione melanogenetica
Riduzione del sonno: condivisa tra più popolazioni di cavefish, ma con base genetica meno conservata rispetto alla perdita degli occhi
Metabolismo energetico: accumulo di grasso e modificazioni del metabolismo che permettono di sopravvivere in ambienti oligotrofici
Uno studio del 2026 basato su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni cave×surface F2 ha rivelato che la perdita degli occhi mostra la maggiore “ripetibilità genetica” con circa il 43% di QTL condivisi tra linee evolutive indipendenti — molto superiore al 25-33% per la perdita del sonno e i tratti metabolici. Uno studio sulla pangenomica ha ulteriormente esplorato il ruolo delle delezioni genomiche nell’evoluzione convergente. Questo dimostra che alcune traiettorie evolutive verso l’adattamento cavernicolo hanno basi molecolari parzialmente convergenti, anche se non identiche.[21][22]
4.2 Troglomorfismo: la base genetica e transcrittomica
La trascrittomica comparativa tra forme epigee e cavernicole di diverse specie ha rivelato pattern consistenti di modificazione dell’espressione genica legati all’adattamento al buio: downregulation di geni visivi e del ritmo circadiano, upregulation di geni sensoriali non visivi (chemiocettori, meccanorecettori), modificazioni nei pathway ormonali (cortisolo, serotonina) e metabolici.[23]
L’analisi single-nucleus RNA-sequencing in A. mexicanus ha rivelato che i geni candidati per la perdita degli occhi sono espressi in molteplici tipi cellulari durante lo sviluppo, evidenziando la complessità regolatoria di questi tratti. In studi sugli isopodi cavernicoli romeni (Leiodidae, Duvalius), l’analisi del microbioma intestinale tramite 16S amplicon metagenomics ha suggerito un possibile coinvolgimento del microbiota intestinale nell’adattamento al sottosuolo, con il batterio Vagococcus presente nel microbioma di specie di entrambe le famiglie.[24][20]
4.3 Proteo anguinus e la genomica degli anfibi sotterranei
Il proteo (Proteus anguinus), unico vertebrato esclusivamente cavernicolo d’Europa, è diventato oggetto di crescente attenzione scientifica. La conferenza SOS Proteus (Kranj, Slovenia, dicembre 2024) ha evidenziato come studi molecolari e genetici stiano rivelando notevole variabilità morfogenetica tra popolazioni dei diversi bacini idrografici del Carso Dinarico — una diversità che le tecniche morfologiche tradizionali avevano sottostimato. Ricerche recenti nel sistema carsico dell’Italia nord-orientale hanno analizzato 76 esemplari attraverso tecniche ecologiche avanzate, mostrando che gli individui nelle sorgenti presentano condizioni fisiche migliori rispetto a quelli in grotta, sfidando l’assunzione che le grotte siano l’habitat ottimale per questa specie. Un parassita tipico dei pesci d’acqua dolce, Acanthocephalus anguillae, è stato recentemente trovato nell’intestino del proteo nelle Grotte di Postumia-Planina, aprendo domande sui cicli biologici sotterranei rivelabili solo con approcci molecolari.[25][26][27]
5. Microbiologia Sotterranea: Dagli Ecosistemi Chemioautotrofici alla Biogeochimica
5.1 Ecosistemi chemioautotrofici: un’altra forma di vita primaria
Alcuni ecosistemi sotterranei, isolati da qualsiasi input fotosintetico, dipendono interamente dalla chemioautotrofia — la produzione di materia organica attraverso l’ossidazione di composti inorganici come H?S, NH??, Fe²?. I due esempi più studiati sono:
Grotta di Movile (Romania): alimentata da acqua sotterranea ricca di H?S, ospita almeno 48 specie invertebrate adattate in isolamento per ~5 milioni di anni. La prima metagenomica genome-resolved dei sedimenti della grotta ha recuperato 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) da 7 metagenomi, appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeal. L’analisi funzionale ha rivelato la presenza di fissazione della CO?, metanotrofia, ossidazione dello zolfo e dell’ammoniaca. I modelli metabolici su scala genomica (Species Metabolic Coupling Analysis) hanno rivelato le più alte interazioni competizione-cooperazione nei sedimenti distanti dall’acqua solfidrosa.[28][2]
Grotte di Frasassi (Marche, Italia): ambiente sulfidico dove acqua sotterranea ricca di solfuri si mescola con acque meteoriche ossigenate. Il ciclo dello zolfo è dominato da batteri come Sulfurovum, Halothiobacillus, Thiofaba, con la disproporzione dello zolfo elementare mediata da Desulfocapsa e Sulfurovum (12-26% della comunità microbica). Nel 2023 è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, un nuovo genere e famiglia batterica (Thiovibrionaceae) isolato nei sedimenti solfurei. Lo studio dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, con adattamenti unici all’ambiente chimiolitotrofico.[4][5][3]
5.2 Il microbioma delle grotte “ordinarie”
Nelle grotte prive di apporto solfidroso, le comunità microbiche sono più diversificate ma dipendono principalmente da fonti di carbonio organico alloctone. Gli studi metagenomic-resolved in grotte speleotematiche rivelano comunità dominate da Actinobacteria, Proteobacteria e Firmicutes, con un elevato potenziale per la produzione di composti biosintetici secondari (biosynthetic gene clusters, BGC) — inclusi potenziali antibiotici e composti bioattivi di interesse farmaceutico. Le grotte sono state storicamente fonte di microrganismi produttori di antibiotici, e la metagenomica sta sistematicamente rivelando la vastità di questo potenziale bioprospettico.[16]
I metanotrofi sono presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con i ceppi del clade USC-? come dominanti; la loro abbondanza relativa è correlata positivamente con la concentrazione di CH? nell’aria della grotta, suggerendo che le grotte siano un importante sink del metano atmosferico — un risultato con implicazioni per la comprensione del ciclo del carbonio globale.[29]
5.3 Multi-omics e cicli biogeochimici
L’integrazione di metabolomica e metagenomics sta rivelando come specifici microbi sotterranei contribuiscano ai cicli del carbonio e dell’azoto in sistemi carsici. Uno studio multi-omics e idrochimico su fiumi carsici ha identificato batteri critici per il sequestro del carbonio attraverso l’analisi integrata di dati molecolari e fisicochimici. Questo ha implicazioni dirette per capire il ruolo degli ecosistemi carsici nel bilancio globale del carbonio, in un’epoca di accelerato cambiamento climatico.[30]
6. Sfide Tecniche e Metodologiche
Le tecnologie omics applicate agli ecosistemi sotterranei incontrano sfide specifiche che limitano la loro applicazione corrente e definiscono l’agenda della ricerca futura.
6.1 Sfide legate all’accessibilità e al campionamento
Gli ecosistemi sotterranei sono fisicamente difficili da raggiungere e campionare. Le biomasse sono spesso molto basse (ambienti oligotrofici), rendendo difficile ottenere quantità sufficienti di DNA/RNA/proteine per le analisi. Le acque sotterranee diluiscono il segnale di eDNA, e la degradazione molecolare in acqua povera di nutrienti può essere accelerata. Il campionamento ripetuto nel tempo (necessario per studi di communità e monitoraggio) è logisticamente impegnativo.[10]
6.2 Bias metodologici e lacune nei database di riferimento
La metagenomica e il metabarcoding dipendono criticamente dalla qualità dei database di referenza. Per gli ecosistemi sotterranei, questi database sono spesso incompleti: molte specie stygobionti non hanno sequenze di referenza depositate; molti taxa microbici sotterranei sono fillogeneticamente distanti dai taxa rappresentati nei database standard. Questo porta a classificazioni errate o al’impossibilità di assegnare taxa a molti reads. La costruzione di database di referenza dedicati alla biodiversità sotterranea è un’esigenza prioritaria identificata dalla Review.[15]
6.3 Sequenziamento di piccole biomasse e contaminazione
La contaminazione con DNA umano (introdotto dagli speleologi che accedono alle grotte) è un problema reale per studi metagenomic in ambienti sotterranei visitati. L’assemblaggio di genomi da campioni con biomassa ultra-bassa richiede sequenziamento di terza generazione (long-read: Nanopore, PacBio) e pipeline bioinformatiche specializzate. La bassa complessità di alcune comunità microbiche cavernicole può facilitare gli assemblaggi, ma la presenza di diversità rara rimane difficile da catturare.[10]
6.4 Integrazione multi-omics
L’integrazione di dati genomici, trascrittomici, proteomici e metabolomici rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni livello omics cattura una dimensione diversa del sistema biologico, ma le pipeline per l’integrazione coerente di questi dati sono ancora in sviluppo, specialmente per sistemi non-modello come gli organismi cavernicoli.[31]
7. Frontiere e Applicazioni Future
7.1 Omics e conservazione molecolare
Le omics forniscono strumenti rivoluzionari per la conservazione degli organismi sotterranei. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative (ESU), valutare l’impatto della deriva genetica e dell’endogamia in popolazioni piccole e isolate. La metagenomica di monitoraggio permette di rilevare specie rare senza catturarle, cruciale per organismi come il Proteus e le diverse specie stygofaunali.[32][10]
Il progetto GReG, con la sua rete globale di eDNA in acque sotterranee, è destinato a produrre la prima stima standardizzata globale della biodiversità degli acquiferi — dati che potrebbero finalmente giustificare l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nelle politiche di conservazione internazionali.[13]
7.2 Bioprospecting e biotecnologia
I microbi sotterranei, adattatisi a condizioni estreme di oligotrofia, oscurità e spesso pressione chimica inusuale, sono serbatoi di enzimi e composti bioattivi con potenziali applicazioni industriali e farmaceutiche. I cluster biosintetici (BGC) scoperti via metagenomica in speleotemi e sedimenti cavernicoli includono potenziali nuovi antibiotici, enzimi termostabili e composti antivirali. La bioprospecting sotterranea è ancora in fase embrionale ma rappresenta una frontiera economicamente e scientificamente significativa.[33][16]
7.3 Modelli per l’astrobiologia
Le grotte chemioautotrofiche prive di luce, in particolare quelle alimentate da H?S come Movile e Frasassi, sono usate dalla NASA e dalle agenzie spaziali come analoghe di possibili habitat extraterrestri su Marte o nelle lune ghiacciate di Giove ed Encelado. Lo studio dei microbi cavernicoli che sopravvivono senza luce solare in ambienti chimicamente riducenti fornisce indicazioni su quali bio-segnature cercare nella ricerca di vita extraterrestre.[34]
7.4 Integrazione con discipline complementari
La Review di Balart-García et al. (2026) enfatizza come il futuro della biologia sotterranea stia nell’integrazione interdisciplinare:
Omics + isotopi stabili: per tracciare flussi di carbonio e nutrienti nelle reti trofiche sotterranee
Omics + modellizzazione distributiva delle specie: per proiettare impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità sotterranea
Omics + remote sensing: per correlare la superficie carsica con la biodiversità sotterranea
Omics + intelligenza artificiale: per accelerare il processamento di enormi dataset molecolari e automatizzare la scoperta di nuovi taxa[33]
La connessione con cicli globali è particolarmente rilevante: i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio, azoto e zolfo in modi ancora scarsamente quantificati. La comprensione di questi processi è urgente in un contesto di accelerato cambiamento climatico e crescente pressione sulle risorse idriche sotterranee.[35]
8. Il Contesto Italiano: Eccellenza e Casi Studio
L’Italia ospita alcuni dei più ricchi e studiati ecosistemi sotterranei d’Europa, con contributi scientifici di livello internazionale.
Grotte di Frasassi (Marche): ecosistema chemioautotrofico tra i più studiati al mondo per microbiologia, con la scoperta di Thiovibrio frasassiensis e studi pionieri sul ciclo dello zolfo e della comunità microbica[5][36][3][4]
Sistema carsico del Carso Dinarico (Friuli/Slovenia): habitat del proteo (Proteus anguinus), con studi molecolari sulla variabilità interpopolazionale e recenti ricerche eco-etologiche[26][27]
Grotte pugliesi e sarde: oggetto di studi sulla stygofauna e sulla diversità criptica degli invertebrati acquatici sotterranei
CNR-IRSA (Verbania): sede di Stefano Mammola, tra i massimi esperti mondiali di conservazione della biodiversità sotterranea e coordinatore del progetto DarCo[9][1]
Biodiversa+ DarCo: consorzio europeo per la raccolta di prove scientifiche per l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei (Direttiva Habitat, Direttiva Quadro Acque, Strategia Biodiversità 2030)[9]
9. Implicazioni per la Conservazione e la Politica Ambientale
9.1 Lacune conoscitive e urgenza
Le omics hanno dimostrato che la biodiversità sotterranea è molto maggiore di quanto stimato con tecniche tradizionali. Questo implica che le valutazioni di impatto ambientale e i piani di gestione basati sulla tassonomia morfologica sottostimano sistematicamente il valore naturalistico degli ecosistemi sotterranei. La rapida degradazione degli acquiferi carsici per inquinamento chimico, sovrasfruttamento idrico e cambiamento climatico minaccia specie ancora non descritte.[7][6]
9.2 eDNA come strumento di policy
Il monitoraggio eDNA delle acque sotterranee ha il potenziale di diventare uno standard di biomonitoraggio per il rispetto della Direttiva Quadro Acque (WFD) e della Direttiva Figlia sulle Acque Sotterranee dell’UE. Metodologie standardizzate di eDNA metabarcoding potrebbero fornire dati di biodiversità sotterranea a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali, facilitando il monitoraggio sistematico richiesto dalle normative ambientali.[13][10]
9.3 Roadmap di conservazione
Una “conservation roadmap for the subterranean biome” pubblicata su Conservation Letters (2021) identifica cinque aree concettuali chiave: (1) colmare lacune scientifiche e di gestione dei dati; (2) affrontare i fattori di stress antropici; (3) analisi socioeconomica e risoluzione dei conflitti; (4) educazione ambientale; (5) politiche nazionali e accordi multilaterali. Le omics contribuiscono primariamente al punto 1, ma supportano anche il punto 4-5 fornendo prove scientifiche per advocacy politica.[8]
Conclusioni
La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 segna un punto di svolta nella biologia sotterranea. Le tecnologie omics non sono più strumenti esotici ma una cassetta degli attrezzi sempre più accessibile che sta trasformando la comprensione della vita sotterranea a tutti i livelli: dalla scoperta di nuove specie (diversità criptica rivelata da genomica) all’identificazione dei meccanismi molecolari dell’adattamento cavernicolo (Astyanax, Proteus), dalla microbiologia degli ecosistemi chemioautotrofici (Movile, Frasassi) al biomonitoraggio non invasivo tramite eDNA (progetto GReG).
Le sfide rimangono considerevoli — database di riferimento incompleti, biomasse basse, difficoltà di accesso, integrazione multi-omics — ma la traiettoria è chiara. L’integrazione delle omics con discipline complementari (ecologia, geologia, remote sensing, intelligenza artificiale) promette di illuminare non solo la vita nelle grotte ma processi globali come il ciclo del carbonio e dell’acqua, in un momento in cui la crisi climatica e idrica rende questa comprensione più urgente che mai.
Per la comunità speleologica italiana e internazionale, la Review rappresenta sia un inventario delle conquiste recenti sia un manifesto per la ricerca futura: gli ecosistemi sotterranei sono straordinari, vulnerabili e ancora in gran parte inesplorati — e le omics sono la chiave per svelarne i segreti.
Onlinelibrary Wiley — rx3 gene e perdita degli occhi in Astyanax mexicanus: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ede.70011
bioRxiv — Cave evolution on repeat, Astyanax QTL 2026: http://biorxiv.org/lookup/doi/10.64898/2026.01.31.703033
bioRxiv — CRISPR screening e degenerazione oculare: http://biorxiv.org/lookup/doi/10.64898/2025.12.30.697043
Environmental Microbiome — Grotta di Movile, prima metagenomica genome-resolved: https://environmentalmicrobiome.biomedcentral.com/articles/10.1186/s40793-022-00438-w
Springer Link — Metagenome analysis, speleothem microbiome: https://link.springer.com/10.1007/s00284-023-03431-9
PMC — Diversity and Composition of Methanotroph Communities in Caves: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9430973/
Science of the Total Environment — eDNA in subterranean ecosystems: https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969722003138
Wiley Conservation Letters — A conservation roadmap for the subterranean biome: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1111/conl.12834
PMC — Towards evidence-based conservation of subterranean ecosystems: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9545027/
Springer Link — Conservation status of subterranean biodiversity, US and Canada: https://link.springer.com/10.1007/s10531-025-03099-6
PMC — Reporting on genomes of endangered and threatened species: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11631424/
Springer Link — Selected Bacteria, Karst River Carbon Sequestration, multi-omics: https://link.springer.com/10.1007/s00248-023-02307-6
Ecology Letters — Integration of molecular functions at the ecosystemic level: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1111/j.1461-0248.2010.01464.x
Cristalli di zircone e depositi di spiaggia fossile indicano che 6,6 milioni di anni fa il fiume Colorado riempì il bacino Bidahochi fino a farlo tracimare sul Kaibab Plateau
Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.
Il Grand Canyon e il dibattito millenario sulla sua origine
Il Grand Canyon è una delle formazioni geologiche più studiate al mondo, eppure la domanda su come si sia formato continua ad alimentare un acceso dibattito nella comunità scientifica. Uno studio pubblicato il 16 aprile 2026 sulla rivista Science porta nuove evidenze a sostegno del modello del “fill and spill”, ovvero del riempimento e tracimazione di un antico lago.vulnerabilità aree carsiche.txt
La questione centrale è sempre stata la stessa da quando il geologo John Wesley Powell esplorò per primo il canyon nel 1869: come ha fatto il fiume Colorado a scavalcare il Kaibab Plateau, la zona più elevata dell’intera regione del Colorado Plateau, scorrendo verso ovest?vulnerabilità aree carsiche.txt
È noto che il Colorado ha scolpito il Grand Canyon nella sua forma attuale. I sedimenti del fiume compaiono a valle del canyon già 4,8 milioni di anni fa. Alcuni settori del canyon, però, sarebbero molto più antichi — scavati da fiumi precedenti fino a 70 milioni di anni fa, nell’era dei dinosauri.vulnerabilità aree carsiche.txt
Il bacino Bidahochi e il modello lacustre della formazione del Grand Canyon
Il protagonista del nuovo studio è il bacino Bidahochi, una grande depressione situata a est del Kaibab Plateau. L’ipotesi è che il Colorado abbia alimentato questo bacino, riempiendolo come una vasca, finché le acque non abbiano tracimato verso ovest scavando la gola.vulnerabilità aree carsiche.txt
In passato questa ipotesi era già stata presa in considerazione, ma mancava la prova che il Colorado alimentasse effettivamente il Bidahochi. Inoltre, i marcatori dell’antico livello lacustre sembravano troppo bassi per raggiungere la quota necessaria a scavalcare il plateau.vulnerabilità aree carsiche.txt
Il nuovo studio cambia questo quadro. I geologi John Douglass del Paradise Valley Community College e Brian Gootee dell’Arizona Geological Survey hanno identificato affioramenti di beachrock — depositi costieri fossilizzati — a una quota di 2.250 metri sul bordo del paleo-lago. Questa quota si avvicina sensibilmente a quella necessaria per superare il Kaibab.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt
La datazione degli zirconi: l’impronta digitale del Colorado River
La prova più solida arriva dalla datazione radiometrica degli zirconi, i cristalli di minerale che si formano nelle rocce e che intrappolano l’uranio al momento della loro cristallizzazione. Il decadimento dell’uranio in piombo permette di stabilire l’età del cristallo con grande precisione.vulnerabilità aree carsiche.txt
Il geologo Ryan Crow dell’U.S. Geological Survey e i suoi colleghi hanno prelevato campioni di arenaria del Bidahochi in 19 siti diversi. Hanno datato circa 3.600 cristalli di zircone estratti dalle rocce sedimentarie del bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt
Ogni fiume ha una composizione mineralogica caratteristica che riflette le rocce del suo bacino idrografico a monte — una sorta di “impronta digitale” geochimica. Circa 6,6 milioni di anni fa, questa impronta nelle arenarie del Bidahochi cambia bruscamente.vulnerabilità aree carsiche.txt
La nuova firma corrisponde a quella del Colorado. Nello stesso periodo, la quantità di sabbia che arriva nel bacino aumenta in modo marcato. Per Crow, si tratta di “prove chiare che il lago esisteva ed era alimentato dal fiume Colorado” e che “il lago ha dovuto svolgere un ruolo fondamentale nella formazione del Grand Canyon”.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt
Le alternative al modello del Grand Canyon per tracimazione lacustre
Nonostante le nuove evidenze, la comunità scientifica non ha ancora raggiunto un consenso. Rebecca Flowers, geocronologa dell’Università del Colorado di Boulder, riconosce che i ricercatori “presentano un caso ragionevole”, ma osserva che i dati potrebbero essere compatibili anche con altri percorsi seguiti dall’acqua.vulnerabilità aree carsiche.txt
Tra le ipotesi alternative ancora in campo vi sono il piping sotterraneo — l’acqua del lago che scorreva sotto il plateau attraverso fratture — e l’erosione remontante, cioè un fiume situato a ovest del Kaibab che avanzava verso est erodendolo gradualmente.vulnerabilità aree carsiche.txt
Il geocronologo Matthew Heizler del New Mexico Institute of Mining and Technology contesta che gli affioramenti identificati nel Bidahochi rappresentino davvero una spiaggia fossile. Assieme ai suoi colleghi, Heizler sta per pubblicare un nuovo studio che collega però il bacino al canyon attraverso i minerali ritrovati nei depositi fluviali a valle: questi materiali mostrano che le sabbie del Bidahochi sono entrate nel fiume già 4,8 milioni di anni fa. “È il miglior indizio che abbia visto finora per stabilire questo collegamento”, afferma Heizler.vulnerabilità aree carsiche.txt
Il gap di 2 milioni di anni e il percorso precedente del Colorado
Resta aperta una domanda fondamentale: cosa è successo nei quasi 2 milioni di anni che separano il riempimento del bacino Bidahochi (6,6 Ma) dalla prima comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma)? Nessuno dei gruppi di ricerca coinvolti sa ancora rispondere con certezza.vulnerabilità aree carsiche.txt
Un altro interrogativo riguarda la storia precedente del Colorado. Il geologo Jon Spencer dell’Università dell’Arizona segnala che i fossili di pesci trovati nel bacino Bidahochi assomigliano a specie dell’antico Lago Idaho. Questo suggerisce che il fiume potrebbe aver drenato originariamente verso nord, nel sistema del fiume Snake, dirigendosi verso il Pacifico nordoccidentale.vulnerabilità aree carsiche.txt
Solo in seguito, l’attività vulcanica legata allo hotspot di Yellowstone avrebbe deviato il corso del Colorado verso sud, indirizzandolo verso il bacino Bidahochi e ponendo le premesse per la formazione del canyon.vulnerabilità aree carsiche.txt
Un’opportunità per comunicare la geologia al grande pubblico
Per Ryan Crow, primo autore dello studio, la ricerca sull’origine del Grand Canyon rappresenta anche un ritorno alle origini personali. Prima di diventare scienziato, aveva lavorato all’Università del Colorado creando exhibit interattivi per il pubblico, tra cui uno dedicato proprio al Grand Canyon. Fu un’escursione in barca lungo il canyon a spingerlo verso la geologia.vulnerabilità aree carsiche.txt
Crow auspica che le nuove scoperte possano essere condivise con i visitatori del canyon. “La gente sembra essere interessata alla geologia quando si trova davanti al Grand Canyon”, osserva. “È un momento in cui si può insegnare qualcosa.”vulnerabilità aree carsiche.txt
Ecco una guida di studio strutturata sull’articolo pubblicato su Science il 16 aprile 2026 riguardante l’origine del Grand Canyon.
?? Guida di Studio: Origine del Grand Canyon — Nuove Evidenze (2026)
? Concetto Chiave
Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.vulnerabilità aree carsiche.txt
? Contesto Geologico
Elemento
Dettagli
Fiume
Colorado River
Ostacolo
Kaibab Plateau (zona più alta del Colorado Plateau)
Bacino chiave
Bidahochi Basin (a est del Kaibab)
Età moderna canyon
Sedimenti a valle già 4,8 milioni di anni fa
Parti più antiche
Fino a 70 milioni di anni fa (era dei dinosauri)
? Metodologia della Ricerca
Beachrock (roccia di spiaggia): Identificati depositi di riva fossilizzata a 2.250 m di quota sul bordo del paleo-lago — abbastanza vicini all’altitudine necessaria per scavalcare il Kaibab.vulnerabilità aree carsiche.txt
Datazione Zirconi (U-Pb): Campionati ~3.600 cristalli di zircone da 19 siti nelle arenarie del Bidahochi. La radioattività dell’uranio che decade in piombo fornisce l’età dei grani.vulnerabilità aree carsiche.txt
Impronta digitale fluviale: L’età degli zirconi cambia bruscamente ~6,6 Ma fa, corrispondendo all’impronta geogeochimica del Colorado — prova che il fiume alimentava il bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt
? Definizioni Essenziali
Zircone: Minerale resistente che intrappola uranio durante la cristallizzazione; il decadimento U?Pb permette la datazione radiometrica.
Beachrock: Sedimento costiero cementato, indicatore dell’antico livello del lago.
Fill and Spill: Modello in cui l’acqua si accumula in un bacino fino a tracimarne il bordo, avanzando da est a ovest.
Bacino Bidahochi: Depressione a est del Kaibab, sede dell’antico lago protagonista dello studio.
? Modelli in Dibattito
Modello
Descrizione
Stato
Cattura retrograda
Un fiume occidentale erodeva a ritroso fino a catturare il Colorado
Messo in discussione
Fill and Spill
Avanzamento est?ovest per tracimazione di laghi successivi
Supportato dal nuovo studio
Piping sotterraneo
L’acqua del lago filtrava sotto il plateau
Ancora possibile
Erosione remontante
Un fiume a ovest avanzava verso est attraverso il plateau
Ancora possibile
?? Limiti e Questioni Aperte
Gap di ~2 milioni di anni tra il riempimento del Bidahochi (6,6 Ma) e la comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma) — non ancora spiegato.vulnerabilità aree carsiche.txt
Non è provato che il Colorado arrivasse al Bidahochi dall’alto (potrebbe aver percorso altre vie).
I ricercatori Heizler et al. sostengono che intagli nel Kaibab avrebbero permesso all’acqua di passare a quota inferiore a quella stimata da Crow et al..vulnerabilità aree carsiche.txt
Prima di raggiungere il Bidahochi, il Colorado potrebbe aver drenato verso nord, nel sistema del fiume Snake (verso il Pacifico nordoccidentale), prima che l’attività vulcanica dello hotspot di Yellowstone lo deviasse verso sud.vulnerabilità aree carsiche.txt
? Domande di Autovalutazione
Cos’è il “fill and spill” e come si applica al Grand Canyon?
Perché la datazione degli zirconi è considerata una “impronta digitale” del fiume Colorado?
Qual è la quota critica che le acque del Bidahochi avrebbero dovuto raggiungere per scavalcare il Kaibab?
Quali sono le due evidenze principali presentate dal team di Crow a supporto del modello lacustre?
Perché rimane ancora un “gap” di ~2 milioni di anni da spiegare?
Cosa suggeriscono i fossili di pesci nel bacino Bidahochi sul percorso originale del Colorado?
?? Flashcard Rapide
Domanda
Risposta
Domanda
Risposta
Età di svolta del Colorado nel Bidahochi
~6,6 milioni di anni fa
Prima comparsa sedimenti a valle
~4,8 milioni di anni fa
Quota beachrock ritrovata
2.250 m
Tecnica datazione usata
U-Pb su zirconi
N° cristalli di zircone datati
~3.600
N° siti campionati
19
Autore principale (USGS)
Ryan Crow
Rivista di pubblicazione
Science (Vol. 392, Issue 6795)
Fonte: Paul Voosen, “Grand Canyon’s origin resolved? Ancient lake’s flood may have etched famed gorge”, Science, 16 aprile 2026.
Strutture metalliche progettate per guidare i chirotteri, ma i dati scientifici confermano il fallimento dell’intervento
Ponti per pipistrelli: un’idea nata per proteggere i chirotteri dalle strade
Nel 2014 il governo britannico autorizzò la costruzione di 15 strutture metalliche lungo le principali arterie stradali del paese, dalla Cumbria alla Cornovaglia. L’obiettivo era chiaro: guidare i pipistrelli a volare a quote più elevate, riducendo il rischio di collisione con i veicoli in transito. Il costo complessivo dell’operazione raggiunse i 2 milioni di sterline, con un costo unitario superiore a 140.000 sterline per struttura.linkedin+1
L’idea di base si fondava su un principio etologico semplice. I pipistrelli seguono le linee delle siepi e dei filari di alberi per orientarsi durante il volo. Quando incontrano una barriera naturale, tendono a sollevarsi in quota per superarla. Una struttura metallica — un gantry di fili e sfere di plastica — avrebbe dovuto simulare questo ostacolo, inducendo i chirotteri a volare al di sopra del traffico invece di attraversare la carreggiata a bassa quota.wikipedia+1
I dati dell’Università di Cambridge: i pipistrelli ignorano i ponti metallici
Il gruppo di ricerca sulla scienza della conservazione dell’Università di Cambridge, coordinato dal professor William Sutherland, ha analizzato il comportamento dei pipistrelli prima e dopo l’installazione di sette strutture lungo la strada A11 nel Norfolk, nel tratto della Broadland Northway (ex Norwich Northern Distributor Road).highwaysmagazine.co
I risultati non lasciano spazio a interpretazioni. Tra le specie monitorate — dalla pipistrella comune (Pipistrellus pipistrellus) alla nottola comune (Nyctalus noctula) — nessuna ha modificato le proprie abitudini di volo in risposta alla presenza dei ponti per pipistrelli. Le strutture vengono ignorate. I chirotteri continuano a percorrere le rotte tradizionali, attraversando la strada a bassa quota.gbnews
Le cifre sono eloquenti: soltanto dall’1 all’11% dei pipistrelli monitorati ha utilizzato le strutture per attraversare la carreggiata a quota sicura, mentre dal 17 all’84% ha continuato a volare all’altezza del traffico. Un ponte ben consolidato, installato nove anni prima e a soli 15 metri dalla rotta di volo originale interrotta, è stato comunque ignorato dai pipistrelli.leeds.ac+1
“I ponti per pipistrelli non hanno funzionato”, ha dichiarato Sutherland. La ricercatrice Anna Berthinussen, esperta di chirotteri, ha aggiunto: “L’evidenza suggerisce che queste strutture non sono efficaci, non raggiungono il loro scopo.”gbnews+1
Il caso della Broadland Northway: 1 milione speso, risultati deludenti
Lungo la Broadland Northway nel Norfolk, sette strutture di attraversamento per i chirotteri sono state costruite per un costo di circa 1 milione di sterline, con l’obiettivo specifico di proteggere popolazioni di barbastello (Barbastella barbastellus), specie classificata come rara nel Regno Unito.highwaysmagazine.co
Una valutazione commissionata dalla contea di Norfolk e realizzata da Mott McDonald nel settembre 2019 — a un anno dall’apertura della strada — ha rilevato che il 58% dei pipistrelli attraversava a quote sicure, ma solo il 48% lo faceva in prossimità dei gantry (entro 5 metri). Restringendo il margine a 2 metri, la percentuale scende al 32%. Sei delle sette strutture risultavano utilizzate, ma in misura insufficiente a garantire una protezione reale. Berthinussen ha osservato che il numero esiguo di pipistrelli nei punti di attraversamento era “quasi certamente dovuto all’impatto della strada stessa”, aggiungendo che i chirotteri potrebbero stare evitando l’area o essere stati allontanati dal disturbo acustico.highwaysmagazine.co+1
La conservazione senza prove: un problema sistematico
Il caso dei ponti per pipistrelli non è episodico. Il team di Sutherland ha documentato sistematicamente come numerosi interventi di conservazione siano stati implementati su larga scala in assenza di evidenze scientifiche preliminari adeguate.cambridge
Il National Conservation Evidence Database, costruito dall’Università di Cambridge, raccoglie prove sia positive che negative sugli interventi di conservazione della natura, con l’obiettivo di orientare le future decisioni di policy. “Il piano si basava più sulla credenza che sui dati scientifici”, ha osservato Sutherland. Il professore ha sottolineato la necessità di testare le misure prima di adottarle su scala nazionale, un principio che nel caso dei gantry per chirotteri non è stato applicato.gbnews
La ricercatrice Berthinussen è anche autrice, insieme a Olivia C. Richardson e John D. Altringham, del volume Bat Conservation: Global Evidence for the Effects of Interventions, pubblicato dall’Università di Cambridge, che sintetizza le evidenze globali sull’efficacia degli interventi di conservazione dei chirotteri.conservationevidence
Lincolnshire 2025: la storia si ripete con 4,3 milioni di sterline
Nel 2025 il dibattito sui ponti per pipistrelli è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Il Lincolnshire County Council ha ricevuto l’obbligo di costruire un bat bridge da 3 milioni di sterline a South Hykeham e un bat tunnel da 1,3 milioni a Waddington, come misure di mitigazione ambientale per la North Hykeham Relief Road, una nuova carreggiata doppia da 218 milioni di sterline che completerà il raccordo anulare di Lincoln collegando la A46 alla A15.bbc
Le strutture sono imposte per proteggere il barbastello, specie protetta dalla legislazione britannica ed europea, identificata nell’area durante la fase di pianificazione. Il leader del consiglio, Sean Matthews (Reform), ha definito la spesa “una farsa assoluta” e ha scritto anche al Primo Ministro britannico per contestare l’obbligo, pur riconoscendo che procedere è necessario per non accumulare ulteriori ritardi.news.yahoo+1
La cerimonia di inaugurazione del cantiere si è svolta nel marzo 2026. La road è attesa per il 2029. I lavori preliminari sono iniziati nel settembre 2025, con l’avvio del cantiere principale a febbraio 2026.lincolnshire+1
Il dibattito aperto: infrastrutture stradali e conservazione dei chirotteri
La questione non riguarda l’opportunità di proteggere i pipistrelli. Le strade riducono significativamente l’attività dei chirotteri: uno studio ha documentato come l’attività dei pipistrelli nelle immediate vicinanze di grandi arterie sia circa la metà rispetto a quella registrata a 300 metri di distanza. I rischi di collisione con i veicoli sono reali, e le normative europee impongono agli Stati di non arrecare danni alle popolazioni di specie protette.pmc.ncbi.nlm.nih+1
Il nodo centrale è un altro. La ricerca accumulata in oltre un decennio indica che i ponti per pipistrelli nella loro configurazione attuale — fili metallici con sfere di plastica — non producono i risultati attesi. Una progettazione migliore, con strutture più vicine alle rotte di volo originali e meglio integrate nel paesaggio, potrebbe migliorare i risultati. Le alternative scientificamente validate restano però ancora da individuare e testare su larga scala, mentre i cantieri avanzano e i fondi pubblici continuano a essere destinati a soluzioni la cui efficacia rimane in discussione.linkedin+1
Un gruppo di ricerca ha indagato il bacino dell’Ussita con tecniche integrate per capire come gli acquiferi carbonatici si ricaricano e dove le acque sotterranee emergono nei torrenti di montagna
Acquiferi di montagna sotto la lente della scienza
Nel cuore dei Monti Sibillini, lungo le pendici che disegnano il bacino del torrente Ussita, l’acqua non segue soltanto il percorso visibile dei canali di superficie. Una parte rilevante del flusso che alimenta il torrente proviene dal sottosuolo, dove circola lentamente attraverso le fratture delle rocce carbonatiche che costituiscono l’ossatura dell’Appennino centrale.
Un gruppo di ricerca ha pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences (aprile 2026) uno studio dedicato alle interazioni tra acque sotterranee e acque superficiali in questo bacino di 44 km², sviluppando un approccio metodologico integrato che combina misure di portata, analisi chimico-isotopiche e rilievi con droni termici. I risultati forniscono dati quantitativi sulla ricarica degli acquiferi e aprono la strada a ricerche analoghe in altri bacini montani della penisola.
Gli autori dello studio sono: Ortenzi S., Di Matteo L., Valigi D., Donnini M., Dionigi M., Fronzi D., Geris J., Guadagnano F., Marchesini I., Filippucci P., Avanzi F., Penna D. e Massari C.
Il bacino dell’Ussita: un laboratorio naturale nell’Appennino centrale
Il bacino del torrente Ussita si trova all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con una quota media di circa 1.315 m s.l.m. e un massimo di oltre 2.256 m. La scarsità di attività umane nell’area e l’assenza di prelievi idrici significativi lo rendono un sito ideale per studiare i processi idrologici naturali senza interferenze antropiche.
Il substrato geologico appartiene alla Successione Umbro-Marchigiana, una sequenza di formazioni carbonatiche con permeabilità molto differenti. Il Complesso del Calcare Basale (Calcare Massiccio e Corniola) e il Complesso Maiolica sono gli acquiferi principali, ad alta permeabilità per fratturazione e, in parte, per fenomeni carsici. Le Marne a Fucoidi, formazione impermeabile, fungono da limite idrogeologico e concentrano le emergenze delle acque sotterranee nel torrente.
La tettonica ha giocato un ruolo rilevante: il sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi a est e il sistema di faglie normali Vettore-Bove hanno creato una geometria idrogeologica complessa. Il terremoto di Mw 6.5 del 30 ottobre 2016, con epicentro a circa 15 km da Ussita, aveva temporaneamente alterato le condizioni idrauliche degli acquiferi. Secondo i ricercatori, le condizioni pre-sismiche risultavano sostanzialmente ripristinate già a partire dal 2019, anno da cui sono state avviate le misure di portata continue che alimentano lo studio.
Quattro metodi, una risposta integrata
Il punto di forza della ricerca è la combinazione sistematica di quattro approcci che si completano reciprocamente.
Il primo è la misura della portata lungo il profilo longitudinale del torrente. Due sezioni strumentate con idrometri continui (al paese di Ussita e alla Madonna dell’Uccelletto) sono affiancate da tre sezioni con misure puntuali con strumento OTT MF Pro. Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, gennaio 2024) ha validato le misure.
Dal flusso totale è stata estratta la componente di baseflow (apporto continuo delle acque sotterranee) tramite filtro digitale di Lyne-Hollick. Il Base Flow Index risultante è 0,80 nella sezione centrale e 0,90 in quella inferiore del bacino: in media oltre l’80% del deflusso del torrente proviene dagli acquiferi sotterranei.
Il secondo approccio è il budget idrico multi-scenario: per chiudere il bilancio tra precipitazioni, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio, i ricercatori hanno elaborato 35 combinazioni diverse di dati pluviometrici e di evapotraspirazione, quest’ultima derivata sia da misure a terra sia da prodotti satellitari (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS). Questo ha permesso di stimare l’area di ricarica dell’acquifero con la sua incertezza associata.
Il terzo approccio è l’analisi idrochimica e isotopica: campionamenti mensili da novembre 2023 a marzo 2025 in sei punti del bacino hanno misurato la composizione in ioni maggiori, deuterio e ossigeno-18. Dalla firma isotopica è stata ricavata la quota di ricarica isotopica (CIRE), che indica da quale altitudine provengono le acque che alimentano il torrente: i valori ottenuti oscillano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben oltre l’altitudine media del bacino (1.315 m). Questo dato dimostra che la ricarica degli acquiferi avviene prevalentemente nelle fasce sommitali, dove d’inverno e in primavera si accumula la neve.
Il quarto approccio è il rilievo con drone termico. Il principio è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura pressoché costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente. Dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea un’anomalia termica misurabile dall’alto. Il drone DJI Mavic 2 Enterprise Dual, con sensore termico ad alta risoluzione (640×480 pixel), ha sorvolato un tratto di 1.100 m del torrente a 90 m di quota in due campagne (gennaio e luglio 2025). Le anomalie termiche rilevate (1–2°C) hanno localizzato con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee, in perfetta corrispondenza con i guadagni di portata misurati a terra.
Scioglimento della neve: il 18% della ricarica degli acquiferi
Tra i risultati quantitativi più rilevanti dello studio emerge il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica degli acquiferi: circa il 18% nell’arco di studio (2019–2023).
Questo valore è stato ottenuto integrando nel budget idrico le stime di Snow Water Equivalent (SWE) derivate dal dataset IT-SNOW, una ranalisi nivologica per l’Italia con risoluzione spaziale di circa 500 m, che combina modellazione numerica, dati in situ e immagini satellitari.
La distinzione tra apporti piovosi e apporto nivale è metodologicamente importante. Senza includere lo scioglimento della neve nel bilancio idrico, il modello tende a sovrastimare gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino, attribuendo a flussi laterali profondi una quota che in realtà è interna e legata alla stagionalità della neve. Con lo snowmelt incluso, l’area di ricarica stimata converge a 42,97 ± 4,09 km², praticamente coincidente con il bacino topografico di 44 km², chiudendo in modo coerente il bilancio idrico.
La firma chimica delle acque sotterranee offre un’ulteriore chiave interpretativa. Le acque mostrano una composizione bicarbonatico-calcica tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte inferiore del bacino. Questo segnale è attribuito alla circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche sepolte sotto la sequenza carbonatica, un fenomeno già documentato in altri sistemi idrogeologici dell’Appennino centrale.
Cambiamento climatico, gestione dell’acqua e rischi per le comunità di montagna
I risultati dello studio hanno implicazioni dirette per la gestione delle risorse idriche in un contesto di cambiamento climatico.
Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale sono la principale fonte di approvvigionamento idrico per ampie aree dell’Italia peninsulare. Le comunità di montagna e di fondovalle dipendono da queste falde per l’acqua potabile, l’irrigazione e la produzione di energia idroelettrica.
Se lo scioglimento della neve contribuisce per il 18% alla ricarica degli acquiferi, una riduzione sistematica della copertura nevosa — scenario già in corso nell’area, come mostrano i dati del dataset IT-SNOW — si traduce in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica durante le stagioni secche estive. La neve che si accumula in inverno e in primavera funziona da riserva naturale che rilascia acqua lentamente, sostenendo il deflusso del torrente nei mesi in cui le piogge scarseggiano. Meno neve significa meno baseflow estivo, ovvero meno acqua disponibile proprio quando la domanda è più alta.
Lo studio fornisce anche dati utili per la stima dei flussi ecologici minimi, cioè la portata che deve essere garantita nel torrente per preservare gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione la componente di baseflow è un prerequisito per questo calcolo.
Un approccio replicabile per altri bacini montani
Gli autori sottolineano che il metodo sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattato ad altri bacini montani carbonatici, anche in contesti con scarsità di dati storici.
La sequenza logica proposta prevede: l’installazione di stazioni di misura della portata (o l’utilizzo di dati esistenti), la separazione del baseflow con filtri calibrati sulla curva di recessione, il calcolo del budget idrico con più scenari di dati meteorologici da telerilevamento, campagne di campionamento idrochimico-isotopico mensile per 12–18 mesi, almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra, e infine l’integrazione dei tre dataset per localizzare e quantificare gli apporti sotterranei.
Questo schema, applicato in modo sistematico, può guidare la pianificazione delle campagne di campo, ottimizzare le risorse disponibili e migliorare la comprensione dei sistemi idrici montani che sono tra i più vulnerabili ai cambiamenti climatici in corso.
Lo studio di Ortenzi et al. (2026)
Lo studio di Ortenzi et al. (2026) pubblicato su Hydrology and Earth System Sciences è un lavoro pionieristico sull’idrogeologia di montagna nell’Appennino centrale. Di seguito i punti salienti.
Il bacino sperimentale dell’Ussita
Il bacino dell’Ussita (44 km², quota media ~1.315 m s.l.m.) si trova nei Monti Sibillini ed è caratterizzato da una sequenza carbonatica della Successione Umbro-Marchigiana con acquiferi a permeabilità molto differente: il Complesso del Calcare Basale (BLC) e il Complesso Maiolica (MAC) ad alta permeabilità per fratturazione e carsismo, separati da formazioni impermeabili come le Marne a Fucoidi (MFC). La tettonica attiva (sistema di faglie Vettore-Bove, sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi) complica ulteriormente i percorsi di circolazione idrica sotterranea.
Quattro tecniche integrate
La forza dello studio risiede nella combinazione sistematica di approcci complementari:
Misure di portata continue e puntuali (OTT MF Pro + tracciante fluorescina) con separazione del baseflow tramite filtro digitale di Lyne-Hollick: il BFI sale da 0.80 alla sezione S2 a 0.90 alla sezione S5, confermando il dominio degli apporti sotterranei
Budget idrico multi-scenario (35 combinazioni di precipitazione da telerilevamento e ET) con stima dell’area di ricarica tramite analisi di recessione
Analisi idrochimiche e isotopiche mensili (?D, ?¹?O, ioni maggiori) che hanno rivelato quote di ricarica isotopica (CIRE) tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., ben superiori all’altitudine media del bacino
Drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise, risoluzione a terra ~0.12 m): ha localizzato le zone di emergenza delle acque sotterranee con anomalie termiche di 1–2°C lungo 1.100 m di alveo
Il contributo dello scioglimento della neve: 18%
Utilizzando il dataset IT-SNOW, gli autori hanno quantificato che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero. Includere questa componente nella chiusura del budget idrico è essenziale: senza di essa, il modello sovrastima gli apporti sotterranei dall’esterno del bacino. In un contesto di cambiamento climatico che riduce sistematicamente la copertura nevosa appenninica, questa quota di ricarica è a rischio.
Implicazioni gestionali
Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale alimentano le sorgenti da cui dipende l’acqua potabile di circa 12 milioni di persone in Italia. La riduzione della neve, la definizione dei flussi ecologici minimi per i torrenti e la gestione del rischio idrico per le comunità montane e di fondovalle sono tutti temi che beneficiano direttamente dall’approccio metodologico sviluppato per l’Ussita.
Studio idrogeologico integrato nel bacino dell’Ussita (Appennino centrale)
Interazioni acque sotterranee-superficiali, scioglimento della neve e ricarica degli acquiferi in un sistema montano fratturato
Basato su: Ortenzi, S. et al. (2026). “Exploring groundwater-surface water interactions and recharge in fractured mountain systems: an integrated approach.” Hydrol. Earth Syst. Sci., 30, 1755–1778. https://doi.org/10.5194/hess-30-1755-2026
Sintesi esecutiva
Lo studio condotto nel bacino del torrente Ussita (Appennino centrale) rappresenta uno dei lavori più completi mai realizzati in Italia sull’interazione tra acque sotterranee e acque superficiali in un contesto carbonatico montano di media quota. Il gruppo di ricerca ha combinato misure idrologiche tradizionali, analisi chimico-isotopiche e indagini con droni termici per rispondere a due domande fondamentali: dove e quanto le acque sotterranee alimentano il torrente, e quale sia il contributo dello scioglimento della neve alla ricarica dell’acquifero.[1]
I risultati dimostrano che il torrente Ussita è alimentato in modo determinante da acquiferi carbonatici fratturati e che lo snowmelt contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero, una quota rilevante ai fini della disponibilità idrica futura in un clima che tende a modificare profondamente i regimi nevosi.[1]
1. Il bacino dell’Ussita: contesto geologico e idrogeologico
1.1 Inquadramento geografico
Il bacino del torrente Ussita (44 km²) è situato lungo la dorsale appenninica dell’Italia centrale, interamente all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. L’altitudine media è circa 1.315 m s.l.m., con un massimo di circa 2.256 m e un minimo di 645 m. Il bacino è scarsamente antropizzato, con prelievi idrici e deviazioni del corso d’acqua trascurabili, il che ne fa un sito ideale per studiare i processi idrogeologici naturali senza interferenze antropiche significative.[1]
Il torrente Ussita è un affluente del fiume Nera e il suo bacino idrografico è stato utilizzato come catchment sperimentale in cui strumentazione continua si affianca a campagne di misura discrete, costituendo un laboratorio naturale aperto per l’idrologia montana.[1]
1.2 Struttura geologica e complessità degli acquiferi
La sequenza carbonatica appartiene alla successione Umbro-Marchigiana e comprende formazioni con permeabilità molto diverse:[1]
La tettonica ha giocato un ruolo cruciale: la Sovrascorrimento di Pizzo Tre Vescovi (PTV) nel settore orientale e il sistema di faglie normali Vettore-Bove (VBF) hanno creato una geometria idrogeologica complessa con scambi idrici tra bacini contigui.[2][1]
1.3 Eredità sismica del 2016
Il 30 ottobre 2016 un terremoto di Mw 6.5 ha colpito l’area a circa 15 km a sud del paese di Ussita, con rottura di diversi segmenti del sistema di faglie Vettore-Bove. Questo evento ha modificato transitoriamente le proprietà idrogeologiche degli acquiferi, con effetti co-sismici quali rilascio di fluidi crostali, variazioni di pressione idraulica e cambiamento della permeabilità per la creazione di micro-fratture. Secondo Di Matteo et al. (2021), dal 2019 le condizioni pre-sismiche sono sostanzialmente recuperate, permettendo agli autori di analizzare il flusso fluviale nel contesto dei soli processi meteo-climatici che regolano le interazioni GW-SW.[3][1]
2. Metodologia integrata: i quattro pilastri dell’approccio
La novità principale dello studio è la combinazione sistematica di tecniche complementari, ognuna in grado di rispondere a domande che le altre da sole non possono risolvere.[1]
2.1 Misure di portata e separazione del baseflow
La rete di monitoraggio prevede due sezioni con idrometri continui (S2 al paese di Ussita, S5 alla Madonna dell’Uccelletto) con serie storiche rispettivamente dal 2022 e dal 2019, affiancate da misure puntuali con misuratore OTT MF Pro in altre tre sezioni (S1, S3, S4).[1]
Per separare la componente di baseflow (BF) dalla portata totale è stato utilizzato il filtro digitale ricorsivo di Lyne e Hollick (1979), con il parametro k derivato dal coefficiente di recessione ? della Master Recession Curve tramite la relazione (k = e^{-\alpha t}). Il Base Flow Index (BFI) così calcolato risulta pari a 0.80 alla sezione S2 e 0.90 alla sezione S5, confermando che la quota di baseflow è dominante in entrambe le sezioni del bacino.[1]
Un test con tracciante artificiale (fluorescina sodica, Na-Fluorescein) condotto nel gennaio 2024 ha permesso la validazione delle misure di portata per confronto incrociato. Le masse di tracciante iniettate variavano da 0.7 g (a S3) a 1.9 g (a S5), monitorate con sonda fluorimetrica PME Cyclops-7 a intervalli di 5 secondi.[1]
2.2 Budget idrico e stima dell’area di ricarica
Il budget idrico per il periodo 2019–2023 è stato calcolato mediante la formula:
dove il termine sconosciuto ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})) è ottenuto come residuo, conoscendo precipitazione, evapotraspirazione, portata e variazioni di stoccaggio. Quest’ultimo termine è stato stimato tramite analisi di recessione (metodo di Korkmaz), essendo impossibile installare piezometri nel Parco Nazionale.[1]
L’evapotraspirazione è stata stimata con due metodi paralleli: il metodo Thornthwaite-Mather da dati meteorologici a terra e prodotti da telerilevamento (MODIS, LSA SAF, GLEAM, ECOSTRESS), in modo da quantificare l’incertezza associata. Complessivamente sono stati considerati 35 scenari diversi di combinazione precipitazione-ET per stimare l’area di ricarica.[1]
Il rapporto Q/WS > 1 indica che il bacino è “importatore netto di acque sotterranee”: la portata osservata in S5 supera il surplus idrico calcolato sul solo bacino topografico, il che implica apporti da sistemi acquiferi contigui. Includendo lo snowmelt, l’area di ricarica stimata è 42.97 ± 4.09 km², essenzialmente coincidente con il bacino topografico di 44 km², una convergenza che aumenta la solidità del modello idrogeologico.[1]
2.3 Analisi idrochimiche e isotopiche
Da novembre 2023 a marzo 2025 sono state condotte campagne mensili per il prelievo di campioni d’acqua in sei punti (S1, S2, S3, S5, I1, I2) per l’analisi di:
La Retta Meteoric Locale (LMWL) è stata derivata da campionamenti di precipitazione in quattro stazioni a diverse quote, integrati con dati di Tazioli et al. (2024) raccolti a circa 1.800 m s.l.m. a pochi chilometri a sud del bacino. Questa retta è stata utilizzata per calcolare:
Il lc-excess (line-conditioned excess), secondo la formula (lc\text{-}excess = \delta D – a \cdot \delta^{18}O – b), dove a e b sono la pendenza e l’intercetta della LMWL. Valori positivi indicano assenza di evaporazione e rapida infiltrazione.[1]
La quota di ricarica isotopica (CIRE), ovvero la quota media di caduta delle precipitazioni che alimentano i punti di campionamento, calcolata sfruttando la relazione lineare tra ?¹?O e quota. I valori di CIRE ottenuti per le acque del torrente Ussita variano tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., confermando che la ricarica proviene prevalentemente dalle zone sommitali.[1]
Dal punto di vista geochimico, le acque mostrano chimica bicarbonatico-calcica, tipica degli acquiferi carbonatici, con un arricchimento in solfati nella parte più bassa del bacino (conducibilità elettrica 210–310 µS/cm), attribuibile all’interazione con le evaporiti triassiche sepolte al di sotto della sequenza carbonatica, non affioranti nell’area ma idraulicamente collegate. Questa firma chimica è coerente con quanto osservato in altri acquiferi carbonatici profondi dell’Appennino centrale.[4][5][1]
2.4 Indagine con drone termico
L’applicazione più innovativa dello studio è l’uso di un drone termico (DJI Mavic 2 Enterprise Dual) per la mappatura delle zone di apporti di acque sotterranee al torrente. Il principio fisico sfruttato è semplice: le acque sotterranee hanno una temperatura costante durante l’anno (circa 10–12°C nell’area), mentre le acque superficiali variano stagionalmente; dove le acque sotterranee emergono nel letto del torrente si crea quindi un’anomalia termica misurabile dall’alto.[1]
I parametri tecnici del rilievo:
Quota di volo: 90 m, risoluzione a terra ~0.12 m
Sensore termico: 640×480 pixel, passo del pixel 12 µm, banda spettrale 8–14 µm
Sovrapposizione frontale e laterale: 85%
Emissività dell’acqua calibrata in situ: 0.935
Due campagne: 30 gennaio 2025 (condizioni invernali) e 31 luglio 2025 (condizioni estive)[1]
I rilievi su un tratto di 1.100 m tra le sezioni S3 e S5 hanno permesso di localizzare con precisione i punti di emergenza delle acque sotterranee (I1 in sponda sinistra, I2 in sponda destra), con anomalie termiche di 1–2°C rispetto all’acqua del torrente, coerenti con le misure di portata che mostrano un significativo incremento in quel tratto.[1]
3. Risultati principali
3.1 Contributi degli acquiferi al deflusso del torrente
Le misure puntuali di portata lungo il profilo longitudinale del torrente mostrano un guadagno idrico netto progressivo dall’alto verso il basso del bacino. La portata media nelle misure puntuali effettuate in condizioni di baseflow (0.70–1.18 m³/s) cresce significativamente tra S1 e S5:[1]
Il tratto superiore (fino a S2) è principalmente alimentato dalla sorgente Val di Panico (VDP) con una portata media di circa 220 L/s, proveniente dal complesso Maiolica (MAC)
Il tratto inferiore (S3–S5) mostra i guadagni più importanti dagli acquiferi del Calcare Massiccio-Corniola (BLC), con emergenze concentrate nei punti I1 e I2
Il BFI cresce da 0.80 (S2) a 0.90 (S5), riflettendo l’aumento proporzionale degli apporti sotterranei verso valle[1]
La coincidenza spaziale tra i guadagni di portata, le anomalie termiche rilevate dal drone e le sorgenti cartografate sul campo (I1, I2) fornisce una triplice validazione indipendente della localizzazione degli apporti sotterranei, dimostrando l’efficacia dell’approccio integrato.[1]
3.2 Il ruolo dello scioglimento della neve: 18% della ricarica
L’analisi del dataset IT-SNOW (reanalisi nivologica per l’Italia 2010–2021, risoluzione ~500 m, basata su modellazione + dati in situ + immagini satellitari) ha permesso di stimare la Snow Water Equivalent (SWE) su base giornaliera e cellula per cellula nel bacino MDU. La procedura di separazione è stata la seguente: quando SWE = 0, tutta la precipitazione è pioggia diretta (P_rain); quando la neve è presente e ?SWE < 0 rispetto al giorno precedente, si assume avvenga scioglimento (P_snow).[6][1]
Dai calcoli del budget idrico su scala idrologica annuale (2019–2023):
Lo scioglimento della neve contribuisce per circa il 18% alla ricarica totale dell’acquifero[1]
Omettere questo termine (Caso I senza P_snow) porta a sovrastimare il termine ((Q_{in}^{gw} – Q_{out}^{gw})), ovvero a interpretare erroneamente apporti dall’esterno che in realtà sono apporti nivali interni al bacino
Includendo lo snowmelt (Caso II), l’area di ricarica stimata converge alla superficie del bacino topografico, chiudendo il bilancio idrico[1]
Questo risultato si inserisce in un quadro più ampio: studi con isotopi stabili in numerosi acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale dimostrano che la quota di ricarica isotopica è sempre più alta rispetto all’ipsometria del bacino, suggerendo che la neve in quota sia effettivamente il principale vettore di ricarica delle falde. In un contesto alpino-dolomitico, studi analoghi hanno dimostrato che in primavera e inizio estate lo scioglimento nivale alimenta soprattutto l’acquifero poroso, mentre nei mesi caldi il rilascio costante proviene dalla rete di fratture carsiche.[7][8]
3.3 Chimica isotopica: la firma dell’alta quota
I valori di lc-excess positivi riscontrati nelle acque del torrente Ussita indicano che le acque infiltrate non hanno subito significativa evaporazione prima di raggiungere l’acquifero, coerentemente con una ricarica rapida attraverso le fratture delle rocce carbonatiche.[9][1]
La quota di ricarica isotopica (CIRE) calcolata per le acque campionate, compresa tra 1.855 e 2.193 m s.l.m., è nettamente superiore all’altitudine media del bacino (~1.315 m s.l.m.), confermando che la ricarica avviene prevalentemente nelle fasce altimetriche più elevate (>2.000 m), dove d’inverno e in primavera permane una significativa copertura nevosa. Questo dato è in linea con i risultati di studi isotopici su acquiferi carbonatici regionali dell’Appennino centrale, che hanno identificato quattro diverse relazioni tra le caratteristiche della copertura nevosa e le quote di ricarica calcolate isotopicamente per 17 sorgenti campionate nel 2016.[8][1]
4. Interpretazione idrogeologica
4.1 Schema concettuale del sistema
Il sistema idrogeologico del bacino dell’Ussita può essere schematizzato come segue:
Ricarica diffusa nelle zone di affioramento dei carbonati ad alta permeabilità (BLC e MAC) alle quote più elevate, con input sia pluviale che nivale
Circolazione profonda negli acquiferi carbonatici fratturati (BLC principale, MAC secondario), guidata dalla struttura tettonica (faglie normali, sovrascorrimento PTV)
Scambi con bacini idrogeologici adiacenti attraverso il sistema di faglie: il bacino topografico (44 km²) non coincide perfettamente con il bacino idrogeologico, con apporti laterali o perdite verso sistemi contigui
Emergenza nel torrente per via di sorgenti puntiformi (VDP, I1, I2) e per flusso diffuso attraverso il letto del torrente, con la frangia impermeabile delle Marne a Fucoidi (MFC) che funge da limite impermeabile e causa le principali concentrazioni di apporti[1]
4.2 Il ruolo delle strutture tettoniche
La complessità tettonica dell’area (sovrascorrimento PTV a est, sistema di faglie normali VBF a NNW-SSE) influenza direttamente i percorsi di circolazione idrica sotterranea. Le faglie normali del Quaternario, ancora attive, creano discontinuità idrauliche che possono indirizzare il flusso in modo non intuitivo rispetto al bacino topografico. L’arricchimento in solfati rilevato nella parte inferiore del sistema è coerente con la circolazione di acque profonde che entrano in contatto con le evaporiti triassiche (anidrite e dolomia) al di sotto della sequenza carbonatica, un fenomeno osservato anche in altri sistemi appenninici profondi.[5][4][2][1]
5. Implicazioni per la gestione delle risorse idriche e il rischio climatico
5.1 Acquiferi appenninici come risorsa strategica
Gli acquiferi carbonatici fratturati dell’Appennino centrale riforniscono di acqua potabile circa 12 milioni di persone in Italia, con la quasi totalità (92%) dell’approvvigionamento idrico di alcune province dipendente da sorgenti alimentate da questi sistemi. La loro vulnerabilità al cambiamento climatico è pertanto una questione di interesse pubblico primario.[10][1]
5.2 Cambiamento climatico e riduzione della copertura nevosa
Il Mediterraneo è identificato come uno dei principali “hotspot” globali del cambiamento climatico, con proiezioni di siccità più severe, frequenti e prolungate nei prossimi decenni. Per gli acquiferi montani come quello dell’Ussita, la riduzione della copertura nevosa ha un impatto diretto sulla ricarica:[1]
La neve che si accumula in inverno-primavera funge da “cisterna naturale” che rilascia acqua lentamente durante la stagione asciutta, sostenendo il baseflow nei periodi di assenza di piogge
Se il 18% della ricarica attualmente dipende dallo snowmelt, una riduzione sistematica della neve (come già osservata nel trend 2016–2024 nell’area di studio) si tradurrà in una corrispondente riduzione della disponibilità idrica
Le comunità di montagna e di fondovalle che dipendono da queste sorgenti potrebbero trovarsi a fronteggiare carenze idriche durante le stagioni secche[8][1]
5.3 Flussi ecologici e tutela degli ecosistemi acquatici
Una parte rilevante delle implicazioni gestionali riguarda la stima dei flussi ecologici (ecological flows), ovvero la portata minima che deve essere garantita nel torrente per mantenere gli ecosistemi acquatici. Conoscere con precisione quale frazione del deflusso deriva dagli acquiferi (e non da run-off diretto) è fondamentale per questo calcolo: il baseflow garantisce la continuità del flusso durante le magre estive, quando il run-off superficiale è assente.[1]
6. Trasferibilità del metodo e applicazioni future
6.1 Un framework replicabile
Gli autori sottolineano che il framework metodologico sviluppato per l’Ussita è progettato per essere adattabile ad altri bacini montani carbonatici con scarsità di dati. La sequenza logica proposta è:
Identificare punti di monitoraggio continuo (o installarne) e completare con misure puntuali di portata
Separare il baseflow con filtri digitali calibrati sulla curva di recessione
Calcolare il budget idrico con più scenari di P ed ET da prodotti da telerilevamento
Effettuare campagne idrogeochimiche-isotopiche mensili per 12-18 mesi
Condurre almeno una campagna con drone termico in condizioni di magra
Integrare i tre set di dati per localizzare e quantificare gli apporti GW[1]
6.2 Affinità con altri studi italiani
L’approccio si inserisce in una tradizione metodologica in crescita negli acquiferi carbonatici italiani. Studi sui Monti Sibillini hanno già prodotto carte idrogeologiche dettagliate (scala 1:50.000) della sequenza carbonatica pre-sismica. L’idrogeologia isotopica viene applicata sistematicamente anche a sorgenti in Appennino meridionale per la comprensione dei percorsi di circolazione profonda. La speleologia applicata contribuisce dati non ottenibili con metodi di superficie, soprattutto per sistemi carsici con condotti ben sviluppati.[11][9][2]
L’integrazione di telerilevamento (GRACE, MODIS, Sentinel) con dati in situ è identificata come la frontiera principale, sebbene i prodotti satellitari attuali soffrano di risoluzione spaziale insufficiente per bacini di piccole dimensioni come l’Ussita (44 km²).[1]
7. Domande di studio e verifica
Le seguenti domande sono utili per verificare la comprensione del contenuto dello studio.
Comprensione dei metodi:
Perché il filtro digitale di Lyne e Hollick è preferito per la separazione del baseflow in sistemi carsici? Qual è il significato del parametro k?
Che cosa misura il lc-excess e perché i valori positivi nelle acque dell’Ussita indicano ricarica rapida?
Quale principio fisico permette a un drone termico di individuare le zone di apporto di acque sotterranee in un torrente?
Come è stata stimata la Snow Water Equivalent (SWE) a scala di bacino in assenza di stazioni nivometriche affidabili?
Perché il rapporto Q/WS > 1 implica che il bacino sia un “importatore” di acque sotterranee?
Comprensione dei risultati:
In quale tratto del torrente Ussita si concentrano i principali apporti di acque sotterranee e da quale acquifero provengono?
Che cosa rivela il valore di CIRE (quota di ricarica isotopica) compreso tra 1.855 e 2.193 m s.l.m. riguardo alla provenienza delle acque?
Come si spiega l’arricchimento in solfati nelle acque della parte inferiore del bacino?
Cosa implica per la disponibilità idrica futura il fatto che lo snowmelt contribuisca per il 18% alla ricarica dell’acquifero?
Come il terremoto del 2016 ha influenzato il sistema idrogeologico dell’Ussita e come questa perturbazione è stata gestita nell’analisi?
Comprensione delle implicazioni:
Perché la conoscenza precisa del baseflow è importante per la definizione dei flussi ecologici?
In quale modo l’approccio integrato sviluppato per l’Ussita può essere trasferito ad altri bacini montani con scarsa strumentazione?
Glossario dei termini chiave
Termine
Definizione
Baseflow (BF)
Componente del deflusso fluviale derivante dagli apporti lenti e continui delle acque sotterranee
BFI (Base Flow Index)
Rapporto tra baseflow medio annuo e portata media annua totale
CIRE
Quota di Ricarica Isotopica: altitudine media stimata dell’area di ricarica tramite il gradiente altitudinale del ?¹?O
GW-SW
Groundwater – Surface Water: interazione tra acque sotterranee e superficiali
lc-excess
Eccesso lineare condizionato: deviazione dalla Retta Meteoric Locale; positivo = assenza di evaporazione
LMWL
Local Meteoric Water Line: retta di regressione ?D–?¹?O per le precipitazioni locali
Master Recession Curve
Curva di recessione media che descrive il decadimento esponenziale della portata durante la stagione secca
SWE
Snow Water Equivalent: equivalente in acqua dello strato di neve, misura la quantità d’acqua contenuta nella neve
IT-SNOW
Dataset di ranalisi nivologica per l’Italia (2010–2021), ~500 m di risoluzione
Snowmelt (P_snow)
Contributo idrico derivante dallo scioglimento della neve
MFC
Marne a Fucoidi: formazione impermeabile che funge da limite idrogeologico nel bacino dell’Ussita
BLC
Basal Limestones Complex: Calcare Massiccio + Corniola; acquifero principale ad alta permeabilità
MAC
Maiolica Complex: secondo acquifero importante del bacino
Fonti e riferimenti
Ortenzi S., Di Matteo L., Valigi D., Donnini M., Dionigi M., Fronzi D., Geris J., Guadagnano F., Marchesini I., Filippucci P., Avanzi F., Penna D., Massari C. (2026). Exploring groundwater-surface water interactions and recharge in fractured mountain systems: an integrated approach. Hydrology and Earth System Sciences, 30, 1755–1778. Licenza: CC BY 4.0. ? https://doi.org/10.5194/hess-30-1755-2026 ? https://hess.copernicus.org/articles/30/1755/2026/
Cervi F. et al. (2022). Determining recharge distribution in fractured carbonate aquifers in central Italy using environmental isotopes: snowpack cover as an indicator for future availability of groundwater resources. Hydrogeology Journal. ? https://link.springer.com/10.1007/s10040-022-02501-9
Fronzi D. et al. (2020). Earthquake-Induced Spring Discharge Modifications: The Pescara di Arquata Spring Reaction to the August–October 2016 Central Italy Earthquakes. Water, 12(3), 767. ? https://www.mdpi.com/2073-4441/12/3/767
Al Museo Civico di Sanremo il sesto incontro del ciclo “Viaggio al centro della terra” dedicato all’ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Il ciclo di incontri sulle cavità liguri arriva al sesto appuntamento
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 16, il Museo Civico di Piazza Nota a Sanremo ospita il sesto incontro del ciclo culturale “Viaggio al centro della terra. Grotte, ripari e altre cavità dalla preistoria ai tempi recenti”, promosso dalla Sezione di Sanremo dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri.
Il tema scelto per questo appuntamento è tra i più articolati dell’intero programma: “L’acquedotto di Albintimilium. Dalla prima descrizione alle riscoperte del XXI secolo”.[1][2]
Il ciclo, avviato nel novembre 2025 e accolto con ampia partecipazione di pubblico, intende guidare i presenti alla scoperta di itinerari meno noti del Ponente ligure estremo.
L’idea del ciclo era nata inizialmente per approfondire un singolo sito, la Tana Bertrand di Badalucco, ma si è poi espansa fino ad abbracciare un ampio ventaglio di cavità naturali e artificiali, tra cui la diga di Glori e proprio l’acquedotto romano di Albintimilium.[2][3]
Albintimilium e il suo acquedotto: archeologia e ingegneria idrica romana nel Ponente ligure
Albintimilium è il sito archeologico di epoca romana che sorge a Nervia, frazione di Ventimiglia, ed era la capitale del popolo degli Intemelii.
La città raggiunse una notevole espansione in età imperiale: dopo essere stata devastata nel 68 d.C. dalle truppe di Otone, fu ricostruita dall’imperatore Vespasiano, che la dotò di un vasto edificio termale.
In coincidenza con i restauri della via consolare, nei secoli II e III d.C., avvenne anche il raddoppio dell’acquedotto, a testimonianza della prosperità raggiunta dalla città.[4][5]
Le terme di Albintimilium furono costruite nella seconda metà del I secolo d.C. e raggiunsero il loro apice tra il II e il III secolo, per poi essere progressivamente abbandonate a partire dal V secolo.
L’approvvigionamento idrico di questo imponente complesso era garantito dall’acquedotto, che attingeva le acque del torrente Seborrino, affluente del Nervia. Il sistema prevedeva anche una galleria di captazione: un tunnel lungo circa 40 metri con copertura a volta in calcestruzzo e pareti scavate nella roccia, ancora parzialmente rintracciabile nei pressi di Camporosso.[6][7][8][9]
Da Barocelli alle riscoperte del XXI secolo: la storia delle indagini sull’acquedotto romano
L’acquedotto di Albintimilium è noto agli studiosi già dalla prima metà del Novecento. Pietro Barocelli fu tra i primi a condurre scavi sistematici sull’area di Albintimilium, tra il 1914 e il 1918, rinvenendo importanti strutture della città romana, dalle mura al teatro, dalle insulae alle tombe. I ricercatori Rossi e Barocelli avevano già ipotizzato che il Rio Seborrino costituisse la sorgente principale degli acquedotti di Ventimiglia romana.[4][6][10]
Le indagini recenti hanno permesso di identificare nuovi resti. Nel 2013 furono rintracciate nuove tracce dell’acquedotto. Studi successivi hanno localizzato in modo più preciso il primo tratto dell’acquedotto romano, nei pressi delle sorgenti del torrente Seborrino nel comune di Camporosso. Le tracce sopravvissute sono però frammentarie: spesso nascoste dalla vegetazione, alterate da fenomeni franosi, o demolite nel corso dei secoli dai ripascimenti agricoli che hanno interessato le aree lungo il tracciato.[6][11][12]
I tre relatori: archeologia, musei e speleologia a confronto per l’acquedotto di Albintimilium
L’incontro vedrà la partecipazione congiunta di tre specialisti. Stefano Costa, archeologo e funzionario della Soprintendenza per la Liguria, è esperto del periodo tardo antico e ha condotto diversi sopralluoghi mirati all’identificazione dei resti dell’acquedotto. Il suo contributo inquadra la struttura nel contesto dell’archeologia ligure, fornendo un confronto puntuale con la documentazione d’archivio.
Giulio Montinari, archeologo in servizio presso la Direzione Regionale Musei Liguria, ha sviluppato ricerche che spaziano dall’età dei metalli al periodo romano, con particolare attenzione ai percorsi di crinale che collegavano Liguria e Piemonte.
Alessandro Pastorelli, attivo nella speleologia dal 1992, è coordinatore dello Speleo Club CAI Sanremo — un gruppo che collabora da anni con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri nelle attività di esplorazione e documentazione del territorio — ed è referente del Catasto Speleologico Ligure per la provincia di Imperia.[2][13]
Ricostruire il tracciato e la portata idrica dell’acquedotto romano di Albintimilium
L’obiettivo dell’incontro va oltre la semplice narrazione storica. Attraverso immagini, dati di campo e ricostruzioni grafiche, i relatori propongono di ricostruire non solo il tracciato dell’acquedotto ma anche la sua portata idrica originaria, offrendo così un quadro concreto sulla vita quotidiana degli antichi Intemelii. Si tratta di un approccio multidisciplinare che unisce l’indagine speleologica — con l’esplorazione diretta delle gallerie di captazione lungo il Rio Seborrino — alla lettura stratigrafica dei depositi calcarei lasciati dallo scorrere delle acque nel tempo.[6][8]
Il sito di Albintimilium è stato oggetto nel 2020 di una visita guidata promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali, che aveva portato un pubblico di appassionati a percorrere il tracciato dell’acquedotto fino alle terme occidentali, dove una conduttura ancora visibile attraversa il complesso termale. L’incontro del 29 aprile riprende e approfondisce quel percorso con le acquisizioni più recenti della ricerca.[14]
Il programma prosegue: le prossime tappe del viaggio sotterraneo nel Ponente ligure
Il ciclo “Viaggio al centro della terra” non si esaurisce con questo appuntamento. I prossimi incontri previsti nel programma dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri porteranno il pubblico a esplorare altri siti del Ponente, tra cui le grotte dei Balzi Rossi, uno dei siti preistorici più noti del Mediterraneo nord-occidentale. Ogni conferenza si tiene al Museo Civico di Sanremo, con ingresso aperto a tutti e avvio alle ore 16.[2]
L’iniziativa si inserisce in un solco culturale consolidato: la sezione sanremese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri organizza da anni attività che intrecciano storia locale, preistoria e archeologia, avvalendosi della collaborazione dei gruppi speleologici del CAI. Il ciclo in corso conferma questa impostazione, allargando lo sguardo dalle cavità naturali alle opere sotterranee di costruzione umana, come appunto l’acquedotto romano di Albintimilium.[1][2]
Fonti [1] Sanremo, al Museo Civico al via il ciclo dell’IISL sulle grotte della … https://www.rivieratime.news/sanremo-al-museo-civico-al-via-il-ciclo-delliisl-sulle-grotte-della-valle-argentina/ [2] Il Museo Civico di Sanremo presenta: “Viaggio al centro della Terra” https://www.rivieratime.news/museo-civico-sanremo-viaggio-centro-terra/ [3] Sanremo, viaggio nella storia sotterranea: incontro sull’acquedotto … https://www.sanremonews.it/2026/04/28/leggi-notizia/argomenti/sanremo-ospedaletti/articolo/sanremo-viaggio-nella-storia-sotterranea-incontro-sullacquedotto-romano-di-albintimilium-al-mus.html [4] Albintimilium – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Albintimilium [5] Area archeologica di Albintimilium e Antiquarium http://musei.beniculturali.it/musei?mid=5026&nome=area-archeologica-di-albintimilium-e-antiquarium [6] Oltre Collasgarba… sino al Rio Seborrino e agli Acquedotti di … https://liguriaponente.wordpress.com/2016/06/10/oltre-collasgarba-sino-al-rio-seborrino-e-agli-acquedotti-di-ventimiglia-romana/ [7] Viaggio nelle antiche Terme romane di Ventimiglia – Riviera Time https://www.rivieratime.news/viaggio-nelle-antiche-terme-romane-di-ventimiglia/ [8] Acquedotti romani a Ventimiglia – Cultura-Barocca http://www.cultura-barocca.com/imperia/SEBO.HTM [9] Area archeologica di Nervia – Ventimiglia https://ventimiglia.it/esplora/storia-e-cultura/siti-storici-e-giardini/area-archeologica-di-nervia/ [10] Ricordando l’Archeologo Pietro Barocelli: Un Convegno a Genova … https://www.scintilena.com/ricordando-larcheologo-pietro-barocelli-un-convegno-a-genova-in-celebrazione-del-centenario-di-albintimilium/12/01/ [11] [PDF] la città romana ed altomedievale di albintimilium – Universität zu Köln https://kups.ub.uni-koeln.de/74326/1/A_Paonessa-Albintimilium-Archive.pdf [12] Nuove tracce dell’acquedotto romano di Albintimilium. – ArcheoNervia http://archeonervia.blogspot.com/2013/10/nuove-tracce-dellacquedotto-romano-di.html [13] Corso di tecniche di attrezzamento in forra e grotta – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-tecniche-di-attrezzamento-in-forra-e-grotta/10/08/ [14] Alla scoperta dell’acquedotto di Albintimilium https://nervia.cultura.gov.it/evento/alla-scoperta-dellacquedotto-di-albintimilium/ [15] Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable (1).pdf https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/aac47009-36b6-414c-a17d-a894fd324d3c/Cave-Monitoring-Reports_IIS_eng_printable-1.pdf [16] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [17] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [18] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt [19] a Civitavecchia la conferenza di Mario Mazzoli sulla speleologia … https://www.scintilena.com/ricerca-archeologica-nelle-grotte-sommerse-a-civitavecchia-la-conferenza-di-mario-mazzoli-sulla-speleologia-subacquea/02/26/ [20] L’ACQUEDOTTO DEL SERINO COMPIE DUEMILA ANNI! https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-compie-duemila-anni/12/15/ [21] Il 75° Corso di Introduzione alla Speleologia del Gruppo Grotte Milano https://www.scintilena.com/il-75-corso-di-introduzione-alla-speleologia-del-gruppo-grotte-milano-una-tradizione-plurisecolare-di-esplorazione-e-formazione/01/27/ [22] L’acquedotto del Serino: Un Pilastro dell’Ingegneria … https://www.scintilena.com/lacquedotto-del-serino-un-pilastro-dellingegneria-augustea/02/08/ [23] Scoperta Archeologica dalla Leggenda alla Realtà https://www.scintilena.com/scoperta-archeologica-dalla-leggenda-alla-realta-lacquedotto-dei-casoni-riportato-alla-luce/02/04/ [24] Elenco dei raduni di speleologia per anno – Scintilena https://www.scintilena.com/elenco-dei-raduni-di-speleologia-per-anno/06/30/ [25] Acquae Imperatorum: dieci anni di esplorazioni speleosubacquee … https://www.scintilena.com/acquae-imperatorum-dieci-anni-di-esplorazioni-speleosubacquee-svelano-il-sistema-idrico-nascosto-di-roma/03/02/ [26] Raduno Regionale di Speleologia 2026 a Malonno – Scintilena https://www.scintilena.com/raduno-regionale-di-speleologia-2026-a-malonno-la-federazione-speleologica-lombarda-si-ritrova-in-valle-camonica/03/11/ [27] Individuati i resti di un acquedotto romano a Salisano – Scintilena https://www.scintilena.com/individuati-i-resti-di-un-acquedotto-romano-a-salisano/08/03/ [28] Programma corsi CAI 2016 https://www.scintilena.com/programma-corsi-cai-2016/12/26/ [29] Scoperto l’acquedotto dell’antico centro romano di Forum … https://www.scintilena.com/scoperto-lacquedotto-dellantico-centro-romano-di-forum-novum/10/24/ [30] Grande Successo per il Raduno Internazionale di Speleologia Siphonia 2024 – Scintilena https://www.scintilena.com/grande-successo-per-il-raduno-internazionale-di-speleologia-siphonia-2024/11/04/ [31] Aqua Alsietina: nuove scoperte speleologiche. – Scintilena https://www.scintilena.com/aqua-alsietina-nuove-scoperte-speleologiche/11/17/ [32] Palaeomagnetic results from an archaeological site near Rome (Italy): new insights for tectonic rotation during the last 0.5 Myr https://www.annalsofgeophysics.eu/index.php/annals/article/download/3366/3412 [33] La Carta idrografica d’Italia come fonte per la storia degli opifici idraulici alla fine dell’Ottocento. Il caso toscano https://www.bsgi.it/index.php/bsgi/article/download/1302/924 [34] Anforette a fondo piatto con anse rimontanti da Altino: una possibile produzione locale? https://edizionicafoscari.unive.it/libri/978-88-6969-390-8/anforette-a-fondo-piatto-con-anse-rimontanti-da-al/ [35] Aqua Traiana, a Roman Infrastructure Embedded in the Present: The Mineralogical Perspective https://www.mdpi.com/2075-163X/11/7/703/pdf [36] Acquedotti, Romani, Albintimilium, Rio, Seborrino, Galleria … http://www.cultura-barocca.com/ABCZETA/CASTELUM2.HTM [37] Corso di Speleologia a Sanremo – Scintilena https://www.scintilena.com/corso-di-speleologia-a-sanremo-2/03/01/ [38] Speleo Club CAI Sanremo | Facebook https://www.facebook.com/groups/161620974007387/
Uno studio sugli acquiferi di Genzana–Greco, Morrone e Marsicano mostra come la firma chimica dell’acqua riveli percorsi, tempi di circolazione e zone di ricarica dei sistemi carsici abruzzesi
Tracciare l’Acqua Invisibile con i Segni che Porta con Sé
Dove nasce l’acqua che emerge da una sorgente appenninica? Da quale quota si è infiltrata? Quanto tempo ha impiegato a percorrere il sottosuolo prima di affiorare? Queste domande, centrali per la gestione delle risorse idriche, trovano risposta in un nuovo studio pubblicato ad aprile 2026 sulla rivista scientifica Hydrology (MDPI).mdpi
I ricercatori Alessia Di Giovanni e Sergio Rusi hanno analizzato tre sistemi acquiferi carbonatici dell’Abruzzo — Monti Genzana–Greco, Monte Morrone e Monti Marsicano — combinando la lettura degli isotopi naturali dell’acqua con misure idrologiche dirette sul campo. Il titolo dello studio è The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines.mdpi
L’idea di fondo è semplice nella logica, ma sofisticata nella pratica. L’acqua piovana che cade in quota porta con sé una “firma” chimica diversa da quella che cade in pianura. Le molecole d’acqua più leggere — quelle con ossigeno-16 e idrogeno ordinario — evaporano più facilmente e dunque raggiungono le quote alte, dove cadono come pioggia o neve. Le molecole con ossigeno-18 e deuterio (idrogeno pesante) precipitano prima, a quote più basse. Misurando queste proporzioni nell’acqua di una sorgente, i ricercatori risalgono alla quota media da cui si è ricaricato l’acquifero.mdpi+1
Tre Acquiferi Carbonatici sotto la Lente degli Isotopi
L’Appennino centrale abruzzese ospita alcuni degli acquiferi carbonatici più produttivi d’Italia. Le rocce calcaree mesozoiche, intensamente fratturate dalla tettonica e percorse da condotti carsici, accumulano grandi volumi d’acqua e li rilasciano attraverso sorgenti che alimentano fiumi, acquedotti e riserve idriche regionali. Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale.scintilena+2
Nel caso dei Monti Genzana–Greco, lo studio ha messo a confronto due sorgenti: l’Acquachiara e la Germina, quest’ultima non documentata in letteratura precedente. L’analisi isotopica ha stabilito che la sorgente Acquachiara si ricarica dalle aree carbonatiche di alta quota del massiccio, escludendo contributi dai depositi alluvionali della piana sottostante. La sorgente Germina, invece, condivide la stessa area di ricarica della sorgente Capolaia, rivelando una connessione idraulica sotterranea tra le due emergenze.mdpi
Per il Monte Morrone, la ricerca ha quantificato gli scambi tra l’acquifero carbonatico e il fiume Pescara nelle Gole di Popoli. I dati isotopici confermano che la ricarica avviene nel settore centro-meridionale del massiccio, a quote medie ed elevate, e che la sorgente Giardino rappresenta il punto di scarico basale principale. I guadagni di portata del Pescara lungo le Gole sono un’emergenza diretta dell’acquifero, non un contributo superficiale.mdpi
Il terzo caso riguarda i Monti Marsicano e la presenza del Lago di Scanno, un grande lago di sbarramento immerso nei carbonati. Lo studio ha chiarito il ruolo del lago nell’equilibrio idrico locale, distinguendo le acque lacustri — che subiscono evaporazione e si arricchiscono in isotopi pesanti — dalle acque di infiltrazione diretta delle precipitazioni.mdpi
Ossigeno-18, Deuterio, Trizio: Cosa Racconta Ogni Isotopo
Gli isotopi stabili dell’acqua (ossigeno-18 e deuterio) indicano dove si è ricaricato l’acquifero, sfruttando il gradiente altimetrico delle precipitazioni. Negli Appennini, il valore di ?¹?O diminuisce di circa 0.15–0.25 per mille ogni 100 metri di quota guadagnati. Conoscere la firma isotopica di una sorgente equivale dunque a leggere la quota da cui proviene la sua acqua.downloads.hindawi
Il trizio (³H) è invece un isotopo radioattivo dell’idrogeno, con un’emivita di circa 12,3 anni. Entra nel ciclo idrologico attraverso le precipitazioni e decade nel tempo. La sua concentrazione nell’acqua di una sorgente permette di stimare il tempo medio di transito — cioè quanto a lungo l’acqua è rimasta nel sottosuolo prima di emergere. Acque con trizio elevato sono giovani, di ricarica recente. Acque con trizio basso o assente indicano circuiti lunghi, di decenni o più.scintilena
Combinando i due strumenti con le misure di portata, i ricercatori ottengono un quadro completo: sapere dove si ricarica l’acqua, da quanto tempo circola e quanto contribuisce al bilancio idrico di ciascuna sorgente.mdpi
Bacino Superficiale e Bacino Sotterraneo Non Coincidono Mai
Uno dei messaggi più rilevanti dello studio riguarda la frequente divergenza tra il bacino idrografico superficiale — quello che si delimita su una carta topografica seguendo i crinali — e il bacino di alimentazione sotterraneo reale. Nei sistemi carbonatici fratturati, l’acqua può percorrere percorsi sotterranei che attraversano discontinuità tettoniche, passando sotto crinali apparenti e riemergendo in vallate adiacenti.scintilena+1
Questa divergenza ha implicazioni concrete per la gestione delle risorse idriche. Delimitare correttamente le zone di protezione di una sorgente richiede di conoscere il bacino idrogeologico reale, non quello morfologico. Le normative europee in materia — Direttiva 2000/60/CE e Direttiva 2006/118/CE — impongono la definizione di zone di protezione attorno alle sorgenti captate, ma la loro efficacia dipende dalla qualità delle informazioni disponibili sulla circolazione sotterranea.vulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena
Un Metodo Non Invasivo per Sistemi Difficili da Monitorare
I sistemi carsici dell’Appennino sono notoriamente difficili da investigare con metodi tradizionali. Le prove di pompaggio incontrano la variabilità locale della permeabilità. I traccianti artificiali richiedono autorizzazioni, attrezzature e tempi lunghi. Le sorgenti stesse presentano regimi di portata molto irregolari, con variazioni di ordini di grandezza tra magra e piena.scintilena
Gli isotopi naturali rappresentano uno strumento non invasivo e relativamente accessibile. Non richiedono l’immissione di sostanze esterne nel sistema, sono già presenti nell’acqua e registrano la storia idrologica della molecola d’acqua stessa. La metodologia adottata da Di Giovanni e Rusi è replicabile su altri acquiferi carbonatici dell’Appennino e delle catene montuose italiane, contribuendo a costruire una base conoscitiva più solida per la gestione delle risorse idriche in aree dove l’acqua sotterranea è una risorsa strategica.mdpi
Cambiamento Climatico e Ricarica degli Acquiferi
L’interesse per questi studi cresce in un contesto segnato dal cambiamento climatico. La riduzione del manto nevoso sulle quote appenninine e la variazione del regime pluviometrico incidono direttamente sulle modalità e sull’entità della ricarica degli acquiferi carbonatici. Le nevicate tardive e la loro fusione lenta in primavera rappresentano tradizionalmente un momento chiave per la ricarica degli acquiferi di alta quota.scintilena
Disporre di dati isotopici aggiornati su dove e quando avviene la ricarica permette di costruire modelli predittivi più accurati sull’evoluzione futura della disponibilità idrica. Per le sorgenti che alimentano gli acquedotti di centri abitati, conoscere i tempi di transito e la vulnerabilità del bacino di ricarica è una premessa indispensabile per decisioni gestionali tempestive.
Riferimento bibliografico Di Giovanni, A.; Rusi, S. The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines. Hydrology 2026, 13, 109. https://doi.org/10.3390/hydrology13040109
Lo studio di Di Giovanni & Rusi (2026).
Lo studio originale analizza tre acquiferi carbonatici abruzzesi utilizzando isotopi naturali (¹?O, deuterio, trizio) integrati con misure idrologiche. I principali risultati per ciascun caso:
Monti Genzana–Greco: gli isotopi stabili rivelano che la sorgente Acquachiara si ricarica dalle aree carbonatiche d’alta quota (escludendo i depositi alluvionali locali), mentre la sorgente Germina e la sorgente Capolaia condividono un settore di ricarica comune.
Monte Morrone: la firma isotopica e il trizio confermano la ricarica nel settore centro-meridionale del massiccio e quantificano i guadagni sotterranei del fiume Pescara nelle Gole di Popoli, identificando la sorgente Giardino come punto di scarico basale principale.
Monti Marsicano: viene chiarito il ruolo idrologico del Lago di Scanno nell’equilibrio idrico dell’acquifero.
Cosa rende prezioso l’approccio isotopico: gli isotopi stabili (?¹?O, ?D) tracciano la quota di ricarica sfruttando l’effetto altimetrico delle precipitazioni, il trizio stima il tempo di circolazione sotterranea, mentre le misure di portata quantificano i flussi. Questa combinazione risolve ambiguità che nessun singolo metodo può sciogliere, compresi i frequenti casi in cui il bacino idrogeologico sotterraneo non coincide con quello superficiale.
Come si Muove l’Acqua negli Acquiferi Carbonatici dell’Appennino Centrale
Studio approfondito basato su Di Giovanni, A.; Rusi, S. — Hydrology 2026, 13, 109
Sintesi
Un nuovo studio scientifico pubblicato sulla rivista Hydrology (MDPI) ad aprile 2026 affronta con rigore metodologico una delle domande fondamentali dell’idrogeologia appenninica: dove si ricaricano gli acquiferi carbonatici dell’Appennino centrale, quanto tempo ci impiega l’acqua a percorrere il sottosuolo e come raggiunge infine le sorgenti? I ricercatori Alessia Di Giovanni e Sergio Rusi combinano analisi degli isotopi naturali dell’acqua (ossigeno-18, deuterio, trizio) con misure idrologiche di campo su tre sistemi acquiferi dell’Abruzzo: i Monti Genzana–Greco, il Monte Morrone e i Monti Marsicano. I risultati, caso per caso, ridisegnano la comprensione di questi sistemi idrici regionali e offrono uno schema interpretativo esportabile ad altri contesti carbonatici complessi.[1]
Il Contesto: Gli Acquiferi Carbonatici dell’Appennino Centrale
Struttura geologica e idrostrutturale
L’Appennino centrale, e in particolare la regione abruzzese, è caratterizzato da imponenti massicci carbonatici mesozoici — calcari e dolomie del Cretacico e del Giurassico — organizzati in falde di sovrascorrimento. Questi rilievi costituiscono i principali acquiferi dell’Italia centrale, la cui permeabilità è di natura secondaria: deriva cioè non dalla porosità della roccia, bensì dalla fitta rete di fratture tettoniche e dai condotti di dissoluzione carsica sviluppatisi nel corso di milioni di anni.[2][3][4]
La struttura tipica di un acquifero carbonatico appenninico prevede una zona insatura (o vadosa) superiore, dove l’acqua percorre vie prevalentemente verticali attraverso fratture e condotti parzialmente riempiti d’aria, e una zona satura inferiore, dove tutti i vuoti sono pieni d’acqua e la circolazione è principalmente orizzontale verso i punti di emergenza. In Abruzzo le aree carsiche occupano oltre il 35% del territorio regionale e i grandi massicci carbonatici — Gran Sasso, Maiella, Morrone, Velino-Sirente, Marsicano, Monte Greco — alimentano alcune delle sorgenti più importanti d’Italia.[5][6][2]
Importanza idrica regionale e nazionale
Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale. Il patrimonio idrico carsico italiano è stimato intorno a 410 milioni di metri cubi all’anno. In Abruzzo, lungo i margini basali dei massicci carbonatici, emergono numerose sorgenti molto produttive: le Sorgenti del Pescara ai piedi del Monte Morrone, le Sorgenti del Verde a Fara San Martino sul versante orientale della Maiella, le Sorgenti del Tirino alimentate dal Gran Sasso. La corretta identificazione delle zone di ricarica, dei percorsi sotterranei e dei tempi di circolazione è quindi essenziale non solo per la ricerca scientifica, ma per la gestione sostenibile di risorse idriche strategiche.[7][8][6][2]
Metodologia: Isotopi Naturali come Traccianti dell’Acqua
Il principio degli isotopi stabili (?¹?O e ?D)
L’acqua è composta da molecole che possono contenere isotopi pesanti o leggeri dell’ossigeno e dell’idrogeno. Le molecole leggere (con ossigeno-16 e idrogeno ordinario) evaporano più facilmente, mentre le molecole pesanti (con ossigeno-18 e deuterio, ²H) tendono a precipitare prima. Questo comportamento genera un effetto altimetrico sistematico: le precipitazioni che cadono ad alta quota, dove le nuvole si sono già impoverite di isotopi pesanti, hanno composizioni isotopiche più impoverite (valori di ?¹?O e ?D più negativi) rispetto a quelle di pianura. Ogni sorgente, quindi, porta la “firma” isotopica dell’altitudine media della propria zona di ricarica.[9][10]
Misurando la composizione isotopica dell’acqua alle sorgenti e conoscendo il gradiente altimetrico locale (tipicamente tra –0.15 e –0.25 ‰ per 100 m per il ?¹?O negli Appennini), è possibile risalire alla quota media di ricarica dell’acquifero. Questo approccio, consolidato nella letteratura internazionale, diventa particolarmente potente quando la firma isotopica delle acque sotterranee è confrontata con quella delle precipitazioni locali e delle acque superficiali.[11][10][12]
Il trizio (³H) come indicatore del tempo di circolazione
Il trizio è un isotopo radioattivo dell’idrogeno (³H, emivita ? 12,3 anni) prodotto naturalmente in atmosfera e immesso nelle precipitazioni. La sua concentrazione nelle acque sotterranee diminuisce in funzione del tempo trascorso dall’infiltrazione: acque giovani, che si sono ricaricate pochi anni fa, mostrano concentrazioni di trizio relativamente elevate, mentre acque più “vecchie” presentano concentrazioni decrescenti. L’analisi del trizio permette quindi di stimare il tempo medio di residenza o tempo di transito medio dell’acqua nell’acquifero — un’informazione critica per valutare la vulnerabilità alle contaminazioni e la capacità di rinnovamento della risorsa idrica.[13]
L’approccio integrato dello studio
La forza dello studio di Di Giovanni e Rusi risiede nell’integrazione tra dati isotopici e misure idrologiche dirette sul campo. I soli isotopi stabili indicano dove si ricarica l’acqua, il trizio indica da quanto tempo è in circolazione, mentre le misure di portata delle sorgenti e dei fiumi quantificano quanto contribuisce ciascuna componente al bilancio idrico complessivo. Questo approccio multiparametrico risolve ambiguità che i singoli metodi, presi separatamente, non potrebbero chiarire.[1]
I Tre Casi di Studio
1. Acquifero dei Monti Genzana–Greco: Attribuire le Sorgenti
L’acquifero dei Monti Genzana–Greco, nella parte meridionale dell’Abruzzo, è stato esaminato per chiarire le fonti di alimentazione di due sorgenti: la sorgente Acquachiara e la sorgente Germina, quest’ultima non precedentemente documentata in letteratura.[1]
La domanda centrale dello studio in questo caso era se la ricarica di queste sorgenti avvenga a livello locale — ad esempio da depositi alluvionali di bassa quota nelle piane intermontane adiacenti — oppure dal massiccio carbonatico vero e proprio, a quote più elevate. L’analisi isotopica ha fornito una risposta articolata:
La sorgente Germina, insieme alla già nota sorgente Capolaia, mostra una composizione isotopica coerente con un settore di ricarica comune, situato a quota intermedia sul massiccio. Questo implica una connessione idraulica tra le due sorgenti attraverso il sistema fratturato dei carbonati.[1]
La sorgente Acquachiara presenta invece una firma isotopica significativamente più impoverita, corrispondente a quote di ricarica più elevate — le parti centrali e alte del massiccio carbonatico — escludendo contributi significativi dai depositi alluvionali di bassa quota.[1]
Questo risultato ha implicazioni pratiche dirette: la protezione della sorgente Acquachiara deve estendersi alle aree di ricarica d’alta quota, non liminarsi alla piana circostante.
2. Acquifero del Monte Morrone: Quantificare le Perdite nel Pescara
Il Monte Morrone, che si eleva fino a oltre 2.000 m s.l.m. a est di Sulmona, è uno dei massicci carbonatici più studiati dell’Appennino centrale. Le Sorgenti del Pescara a Popoli rappresentano uno dei punti di emergenza principali di questo acquifero, ma la quantificazione dei contributi sotterranei al fiume Pescara lungo le Gole di Popoli era rimasta incerta.[2][1]
Lo studio ha affrontato due questioni:
Quantificare i guadagni di portata del fiume Pescara lungo le Gole di Popoli, dove il fiume scorre a diretto contatto con i carbonati del Morrone.
Confrontare la composizione isotopica delle sorgenti distribuite lungo il massiccio con quella della sorgente basale principale — la sorgente Giardino — per delimitare il bacino di alimentazione sotterraneo.
I risultati isotopici (isotopi stabili e trizio) confermano che la ricarica dell’acquifero avviene prevalentemente nel settore centro-meridionale del massiccio, a quote medio-alte. La firma isotopica della sorgente Giardino e delle sorgenti minori è compatibile con quote di ricarica elevate, escludendo apporti significativi dalle acque superficiali del Pescara. I guadagni di portata lungo le Gole di Popoli risultano essere un punto di emergenza primario dell’acquifero, confermando che la comunicazione tra il carbonato e il fiume è diretta e quantitativamente rilevante.[1]
3. Acquifero dei Monti Marsicano: Il Ruolo del Lago di Scanno
Il terzo caso di studio affronta un tema di particolare complessità per la presenza del Lago di Scanno, un grande lago di sbarramento localizzato nel cuore dei Monti Marsicano, in una delle zone paesaggisticamente più suggestive dell’Abruzzo interno. La domanda scientifica era: in che modo il lago interagisce con l’acquifero carbonatico circostante? Il lago perde acqua verso il sottosuolo, oppure riceve apporti dall’acquifero? E qual è la composizione isotopica delle acque sotterranee circostanti rispetto a quelle lacustri?[1]
L’analisi isotopica degli isotopi stabili permette di distinguere le acque lacustri — che subiscono evaporazione e si arricchiscono in isotopi pesanti — dalle acque di infiltrazione diretta delle precipitazioni, che non subiscono tale arricchimento. Il trizio consente di confrontare la “giovinezza” delle diverse componenti idriche. I risultati dello studio chiariscono il ruolo idrologico del lago nell’equilibrio idrico locale e nella circolazione sotterranea dei Marsicano, un’informazione fondamentale per la gestione di un ecosistema lacustre e acquifero strettamente interconnessi.[1]
Il Significato degli Isotopi: Approfondimento Metodologico
Diagramma ?¹?O–?D e retta meteorica mondiale
Le analisi isotopiche degli acquiferi vengono tradizionalmente rappresentate su un diagramma in cui sull’asse x si riporta il ?¹?O e sull’asse y il ?D (?deuterio). Le acque meteoriche globali si distribuiscono lungo la cosiddetta Retta Meteorica Mondiale (GMWL: ?D = 8 × ?¹?O + 10), definita da Craig nel 1961. Le acque sotterranee degli acquiferi carbonatici ben ricaricati da precipitazioni si dispongono generalmente lungo questa retta o vicino ad essa, a meno che non subiscano processi di evaporazione, miscelazione con acque di diversa origine o interazione con rocce evaporitiche.[14][12]
Scostamenti dalla retta meteorica indicano:
Arricchimento isotopico (valori di ?¹?O e ?D più positivi del previsto): indice di evaporazione superficiale delle acque prima o durante l’infiltrazione.
Impoverimento anomalo: potrebbe indicare contributi di acque di quota molto elevata o di acque di fusione nivale.
Allineamento su rette di miscelazione: segnala la mescolanza tra acque di due o più componenti con firme isotopiche diverse.
La “quota di ricarica” come strumento diagnostico
Il gradiente isotopico altitudinale nelle precipitazioni appennine è tipicamente compreso tra –0.15 e –0.25 ‰ per 100 m di quota per il ?¹?O. Misurando la composizione isotopica di una sorgente e conoscendo il gradiente locale ricavato da stazioni pluviometriche campionate a diverse quote, si può stimare la quota media di ricarica secondo la formula:[10]
dove ( \nabla_{\delta^{18}O} ) è il gradiente altitudinale locale (‰/100 m) e ( h_{\text{rif}} ) è la quota di riferimento. Questa stima fornisce la quota media ponderata della zona di ricarica, che può differire significativamente dal bacino imbrifero superficiale.
Trizio e modelli di transito
Il trizio entra nel ciclo idrologico attraverso le precipitazioni. La concentrazione tritio in un’acqua sotterranea può essere modellata attraverso diversi modelli di flusso:[13]
Modello a pistoni (piston flow): tutta l’acqua ha lo stesso tempo di transito. Applicabile a sistemi semplici e acquiferi a flusso laminare.
Modello a miscelazione (exponential mixing): il sistema è un serbatoio ben miscelato. Comune negli acquiferi carsici fratturati con ampie zone sature.
Modelli ibridi: combinano le due componenti e sono spesso i più realistici per gli acquiferi carbonatici complessi, dove coesistono una componente rapida (nei condotti) e una lenta (nella matrice fessurata).
La concentrazione attuale di trizio nelle precipitazioni italiane è vicina ai valori pre-atomici (1–3 UT), dopo il picco degli anni ’60 causato dai test nucleari atmosferici. Le acque con trizio molto basso o assente possono essere “vecchie” (> 50 anni di transito), mentre acque con trizio moderato indicano tempi medi di qualche decennio.[13]
Perché i Carbonati Appenninici sono Sistemi Così Complessi
Dualità della permeabilità
Gli acquiferi carbonatici dell’Appennino centrale presentano una duplicità strutturale che li rende particolarmente difficili da modellare. Da un lato, la matrice rocciosa è sostanzialmente impermeabile, ma la rete di fratture e i condotti di dissoluzione (spesso non esplorabili, ma idraulicamente significativi) creano percorsi preferenziali per il flusso rapido. Dall’altro lato, nelle zone meno fratturate, l’acqua si muove lentamente attraverso piccole discontinuità, formando una componente di flusso lento o “baseflow”. Questa duplicità si riflette nel comportamento delle sorgenti: alcune mostrano regime estremamente regolare durante tutto l’anno (sorgenti di base, baseflow springs), mentre altre rispondono rapidamente alle piogge con picchi di portata anche di ordini di grandezza superiori.[15][16][17][6]
Il ruolo della struttura tettonica
L’Appennino centrale è caratterizzato da una storia tettonica complessa: una catena a pieghe e sovrascorrimenti che oggi è interessata da un regime estensionale attivo con faglie normali quaternarie. Queste strutture non sono passate — condizionano attivamente la circolazione idrica sotterranea, creando zone preferenziali di flusso (in corrispondenza delle faglie permeabili) o barriere idrauliche (in corrispondenza di faglie chiuse da materiale argillitico o di sovrascorrimenti su unità impermeabili). La comprensione della struttura tettonica è quindi imprescindibile per costruire un modello idrogeologico attendibile.[18][16]
Acquiferi confinati e sistemi di sovrascorrimento
Nei massicci appenninici, le unità carbonatiche più permeabili (Calcare Massiccio, Calcari e Marne a Fucoidi, Scaglia Rossa e Bianca) sono spesso intercalate a livelli a bassa permeabilità (marne, argille, evaporiti). Questa alternanza crea sistemi multistrato dove acquiferi a quote diverse possono essere idraulicamente separati o parzialmente collegati. La stessa sorgente può ricevere contributi da acquiferi a quote differenti, rendendo l’interpretazione della firma isotopica non banale.[16][17]
Ricadute Scientifiche e Applicative
Risoluzione dell’attribuzione delle sorgenti
Uno dei contributi più pratici dello studio è la capacità degli isotopi di risolvere ambiguità nell’attribuzione delle sorgenti al relativo bacino di alimentazione. Nei sistemi carsici, la mancata corrispondenza tra bacino imbrifero superficiale e bacino idrogeologico sotterraneo è la norma, non l’eccezione. Una sorgente può ricevere contributi da un massiccio visivamente lontano, attraverso percorsi sotterranei che attraversano discontinuità tettoniche. Gli isotopi, confrontando la firma delle sorgenti con quella delle precipitazioni a diverse quote, permettono di identificare queste connessioni nascoste senza ricorrere a traccianti artificiali o a prove di pompaggio invasive.[6][1]
Stima del bilancio idrico e dei tempi di rinnovamento
La combinazione di isotopi stabili, trizio e misure di portata permette di stimare:
La ripartizione tra componente di flusso rapido (circuito breve, pochi mesi-anni) e componente di flusso lento (circuito profondo, decenni).
Il tempo medio di transito delle acque sotterranee, parametro critico per valutare la resistenza dell’acquifero a variazioni climatiche o eventi di siccità prolungata.
L’entità degli scambi tra acque sotterranee e corsi d’acqua superficiali (fiumi, laghi), come nel caso delle Gole di Popoli per il Pescara.[1]
Questi dati sono fondamentali per una gestione adattativa delle risorse idriche in scenari di cambiamento climatico, dove la riduzione delle precipitazioni e l’aumento dell’evapotraspirazione possono ridurre significativamente la ricarica degli acquiferi.[19]
Definizione delle zone di protezione
La normativa europea sulla tutela delle acque sotterranee (Direttiva 2000/60/CE e Direttiva 2006/118/CE) richiede la definizione di zone di protezione (ZP0, ZP1, ZP2) attorno alle sorgenti captate per uso idropotabile. La corretta delimitazione di queste zone dipende dalla conoscenza del bacino di alimentazione sotterraneo, dei tempi di transito e dei percorsi dell’acqua. I risultati isotopici dello studio forniscono basi quantitative per stabilire tali zone, superando le stime puramente topografiche che spesso sottostimano l’ampiezza reale del bacino di ricarica sotterraneo.[5][6]
Confronto con Altri Sistemi Carbonatici Italiani
Lo studio si inserisce in un filone di ricerca idrogeologica attivo su vari massicci carbonatici italiani, con i quali è possibile tracciare utili paralleli:
Massiccio / Area
Approccio metodologico
Caratteristica principale
Riferimento
Gran Sasso (Abruzzo)
Isotopi, pompaggi, traccianti
Acquifero più produttivo degli Appennini; ~1.000 km²
Questa prospettiva comparata evidenzia come ogni massiccio abbia caratteristiche idrogeologiche proprie, legate alla struttura tettonica, alla litologia, al clima locale e alla geometria del sistema. Non esiste un modello universale: gli isotopi offrono uno strumento adattabile a ciascun contesto.
Il Ciclo Idrologico negli Acquiferi Carbonatici: Schema Concettuale
La circolazione dell’acqua in un acquifero carbonatico appenninico segue idealmente il seguente schema:[6][5][2]
Precipitazioni sulle zone di alta quota (1.200–2.200 m s.l.m.) come piogge autunnali-invernali e fusione della neve in primavera. Le precipitazioni si infiltrano attraverso doline, inghiottitoi, fratture e suoli poco sviluppati.
Percorso nella zona insatura (vadosa): l’acqua scende verticalmente attraverso una rete di fratture, talvolta convogliandosi in condotti principali. I tempi di percorrenza variano da ore (condotti carsici principali) a mesi (fratture minori nella matrice).
Accumulo nella zona satura: l’acqua raggiunge la falda e si muove orizzontalmente verso le zone di emergenza, seguendo il gradiente piezometrico. La zona satura può estendersi a grande profondità (centinaia di metri) nel cuore dei massicci.
Emergenza alle sorgenti: l’acqua emerge alle quote di base, spesso in corrispondenza di discontinuità litologiche (contatto con unità impermeabili) o strutturali (faglie, contatti tettonici). Le portate variano stagionalmente e seguono le precipitazioni con un ritardo che dipende dalle caratteristiche dell’acquifero.
Scambi con i corsi d’acqua: i fiumi che attraversano le zone di affioramento carbonatico (come il Pescara nelle Gole di Popoli) possono ricevere contributi sotterranei (fiumi gaining) o, più raramente, cedere acqua all’acquifero.
Gli isotopi naturali tracciano e quantificano ciascuno di questi passaggi, rivelando connessioni e trasferimenti che i soli metodi idrologici tradizionali non permetterebbero di identificare.
Domande di Ricerca Aperte
Nonostante i progressi dello studio, alcune questioni rimangono aperte e costituiscono sfide per la ricerca futura:
Variabilità stagionale delle firme isotopiche: le sorgenti campionate in poche occasioni potrebbero non catturare la variabilità stagionale, specialmente nei sistemi a doppia porosità dove la proporzione tra flusso rapido e lento varia nel tempo.
Effetti del cambiamento climatico sulla ricarica: la riduzione del manto nevoso in quota e le variazioni nel regime pluviometrico modificheranno le zone e le stagioni di ricarica privilegiata; i modelli isotopici dovranno essere aggiornati con serie storiche più lunghe.
Connessioni idrauliche profonde: in alcuni massicci appenninici, faglie profonde possono mettere in comunicazione acquiferi separati o consentire l’ascesa di acque termali o mineralizzate; questi apporti “esogeni” potrebbero alterare la firma isotopica delle sorgenti.[18]
Interazione con le acque di lago: il caso del Lago di Scanno richiama l’attenzione sulle zone di interfaccia tra sistemi lacustri e acquiferi, dove processi di evaporazione ed evapotraspirazione modificano le firme isotopiche in modo non banale.[1]
Conclusioni
Lo studio di Di Giovanni e Rusi (2026) rappresenta un contributo metodologico e conoscitivo di rilievo per l’idrogeologia dell’Appennino centrale. Integrando isotopi naturali dell’acqua con misure idrologiche su tre acquiferi carbonatici dell’Abruzzo, lo studio:[1]
Chiarisce l’origine delle acque alle sorgenti, distinguendo tra contributi da alta quota e da depositi alluvionali locali (caso Genzana–Greco).[1]
Quantifica gli scambi tra acquifero carbonatico e fiume Pescara nelle Gole di Popoli, identificando le sorgenti basali come punti di scarico primari (caso Morrone).[1]
Definisce il ruolo idrologico del Lago di Scanno nell’equilibrio idrico dei Monti Marsicano (caso Marsicano).[1]
In un contesto di crescente pressione sulle risorse idriche — amplificata dai cambiamenti climatici e dalla “bancarotta idrica globale” già rilevata a livello planetario — la conoscenza approfondita degli acquiferi carbonatici appenninici non è un esercizio accademico, ma una necessità operativa per la gestione e la protezione di risorse che dissetano milioni di persone.[19]
Riferimento Bibliografico
Di Giovanni, A.; Rusi, S. The Contribution of Natural Isotopes in Understanding Groundwater Circulation: Case Studies in Carbonate Aquifers of Central Apennines. Hydrology 2026, 13, 109. https://doi.org/10.3390/hydrology13040109[1]
MDPI — A Stepwise Modelling Approach to Identifying Structural Features That Control Groundwater Flow in a Folded Carbonate Aquifer System — https://www.mdpi.com/2073-4441/14/16/2475mdpi
MDPI — An Attempt to Characterize the Recharge of Alluvial Fans Facing the Northern Italian Apennines: Indications from Water Stable Isotopes — https://www.mdpi.com/2073-4441/12/6/1561mdpi
Il Bat Conservation Trust pubblica il manuale dedicato agli ecologi professionisti che usano dispositivi a visione notturna nei survey di emergenza
BCT e Night Vision Aids: arriva la guida tecnica dedicata agli emergence survey
Il 23 aprile 2026 la Bat Conservation Trust (BCT) ha pubblicato in formato digitale la guida tecnica Bat Emergence Surveys with Night Vision Aids, la prima pubblicazione interamente dedicata all’utilizzo dei dispositivi a visione notturna (NVA) nei survey di emergenza dei pipistrelli . Il documento è indirizzato agli ecologi professionisti e ai volontari bat workers che operano nel monitoraggio dei roost in Gran Bretagna e Irlanda del Nord .
Per presentare il lavoro al pubblico degli specialisti, la BCT ha organizzato un webinar di lancio in programma per il 30 aprile 2026, dalle ore 12:00 alle 13:00 BST, con sessione live di domande e risposte riservata al pubblico e la partecipazione dell’editor, degli autori e dei collaboratori che hanno contribuito alla stesura della guida .
Il percorso normativo che ha portato alla guida: dalle linee guida BCT al requisito obbligatorio
Le Night Vision Aids non sono uno strumento nuovo nel campo del bat survey. La loro storia normativa in Gran Bretagna si articola in tappe documentate. Nella terza edizione delle Bat Surveys for Professional Ecologists Good Practice Guidelines (2016), le NVA erano citate come tecnica complementare e opzionale .
La svolta arriva nel maggio 2022, quando la BCT pubblica un’Interim Guidance Note che eleva le NVA a requisito operativo per tutti i survey professionali. Da quel momento, il mancato utilizzo deve essere motivato per iscritto nel report finale . La quarta edizione delle linee guida BCT, uscita nel settembre 2023, integra formalmente questo requisito e ridimensiona il ruolo dei dawn re-entry survey, non più raccomandati di routine .
La nuova guida tecnica del 2026 va oltre, fornendo istruzioni dettagliate che le linee guida generali non potevano garantire .
Tre tipologie di NVA per i survey di emergenza notturna
La guida tecnica affronta nel dettaglio le tre categorie principali di dispositivi NVA impiegati negli emergence survey:
Telecamere a infrarosso (IR): rilevano la luce riflessa da illuminatori attivi. Sono economicamente accessibili e producono video con dettaglio morfologico elevato, ma risultano meno efficaci in ambienti con vegetazione densa .
Termocamere (FLIR/termico): rilevano la firma termica corporea del pipistrello senza necessità di luce esterna. Permettono il tracciamento del percorso di volo fino alla singola apertura del roost. Il parametro tecnico chiave è il NETD (Noise Equivalent Temperature Difference): un valore inferiore a 50 mK garantisce prestazioni affidabili anche in condizioni di alta umidità .
Visori notturni attivi (gen. 1-3): amplificano la luce ambiente. Sono la tecnologia storicamente più diffusa in campo portatile, ma presentano limiti nelle condizioni di buio totale .
Le termocamere di nuova generazione consentono di coprire ampie facciate di edifici con obiettivi wide-angle, equivalenti a tre o quattro scope tradizionali, con la possibilità di analisi radiometrica automatizzata del video post-survey .
I vantaggi operativi documentati dalla ricerca
L’adozione delle NVA nei survey di emergenza è supportata da evidenze raccolte nel campo. Un’analisi su cento roost alberati noti, condotta tra il 2013 e il 2019 su otto specie, ha dimostrato che il 26% dei survey tradizionali non rilevava la presenza dei pipistrelli né visivamente né con NVA . Le specie a eccolocalizzazione silenziosa o con exit point in ombra risultavano sistematicamente sottostimate.
Le NVA permettono inoltre di ridurre il numero di notti necessarie per completare un survey completo, passando da 9–12 notti a sole 3 notti, con un risparmio significativo in termini di risorse . La qualità del rilievo al crepuscolo, potenziata dalle NVA, compensa la perdita informativa derivante dall’eliminazione dei dawn re-entry survey .
Il quadro normativo in Irlanda del Nord e Irlanda
Nel febbraio 2026 la DAERA (Department of Agriculture, Environment and Rural Affairs) dell’Irlanda del Nord ha pubblicato uno specifico documento di orientamento obbligatorio sulle NVA per tutti gli ecologi che conducono bat survey in quella giurisdizione . Anche in Irlanda, le linee guida professionali citano le NVA come requisito e non come opzione, con obbligo di giustificare le eventuali omissioni .
In Inghilterra, le linee guida BCT 4ª edizione restano il riferimento standard richiesto da Natural England per i survey validi ai fini pianificatori .
Due fasce di accesso alla guida e al webinar
La BCT ha previsto due livelli di prezzo per agevolare sia i professionisti sia i volontari. Per il webinar live del 30 aprile 2026 è disponibile un biglietto d’ingresso acquistabile attraverso la piattaforma Tickettailor . Per chi non può partecipare in diretta, è possibile acquistare la guida con la registrazione del webinar oppure la sola guida tecnica senza il webinar, attraverso la piattaforma di e-learning BCT .
Ho ora raccolto informazioni sufficienti per produrre una guida studio approfondita sull’argomento. Lasciatemi organizzare tutti i dati trovati.
Bat Emergence Surveys con Night Vision Aids – Guida Tecnica e Webinar di Lancio BCT 2026
Scheda Evento
Campo
Dettagli
Titolo
Bat Emergence Surveys with Night Vision Aids – Technical Guide and Launch Webinar
Organizzatore
Bat Conservation Trust (BCT)
Webinar live
Giovedì 30 aprile 2026, ore 12:00–13:00 BST (13:00–14:00 CEST), Zoom
Ecologi professionisti (CPD) e volontari bat workers
Contesto: L’Evoluzione delle Linee Guida BCT
Il percorso che ha portato alla pubblicazione di questa guida tecnica dedicata alle NVA (Night Vision Aids) si articola in tappe progressive documentate dalla stessa BCT.
Da strumento facoltativo a requisito standard
Nelle Bat Surveys for Professional Ecologists Good Practice Guidelines3ª edizione (2016), le NVA erano descritte solo come tecnica complementare opzionale agli survey di emergenza notturna . La situazione è cambiata radicalmente in tre passaggi:
Maggio 2022 – Interim Guidance Note (IGN): La BCT pubblica una nota intermedia che eleva le NVA a requisito per tutti i survey professionali, richiedendo una giustificazione scritta nel report in caso di mancato utilizzo. La nota consentiva anche di ridurre i dawn re-entry surveys grazie alla migliore qualità rilevata a dusk con le NVA .
Settembre 2023 – 4ª edizione delle linee guida BCT: La nuova edizione completa integra formalmente le NVA come requisito nelle emergenze survey, aggiunge nuovi capitoli su biosecurity, tree surveys e auto-identificazione acustica. I dawn re-entry surveys non sono più raccomandati di routine .
Aprile 2026 – Guida Tecnica dedicata alle NVA: Prima pubblicazione interamente dedicata alle NVA per gli ecologi professionisti, più dettagliata delle linee guida generali .
Cos’è un Bat Emergence Survey?
Un bat emergence survey (o BERS – Bat Emergence and Re-entry Survey) è un’indagine condotta durante il periodo di attività primaverile-estiva, con l’obiettivo di documentare l’uscita dei pipistrelli dai roost . I punti chiave del protocollo attuale secondo la 4ª edizione BCT:
Il survey inizia 15 minuti prima del tramonto e prosegue per 1,5–2 ore dopo il tramonto
Si monitorano le Potential Roost Features (PRFs) identificate durante la ricognizione diurna preliminare (Preliminary Roost Assessment – PRA)
Si usano bat detector acustici, NVA e, dove necessario, telecamere fisse o su treppiede
L’intervallo minimo tra survey consecutivi è aumentato da 2 a 3 settimane nella 4ª edizione
Obiettivi: determinare presenza/assenza, specie, numero di individui, punti d’accesso e tipologia di roost
Le Night Vision Aids (NVA): Tipologie e Funzionamento
Sono tre le categorie principali di dispositivi NVA utilizzati negli emergence survey:
Tipo
Principio
Vantaggi
Limiti
Telecamere infrarosso (IR)
Rilevano la luce riflessa da illuminatori IR
Economiche, risoluzione dettagliata, video registrabile
Richiedono illuminatori attivi; meno efficaci in ambienti complessi (vegetazione)
Termico (FLIR)
Rilevano la firma termica corporea del pipistrello
Non richiedono luce esterna; identificano i pipistrelli anche nel buio totale; tracciamento del percorso di volo; copertura ampia fino a 95°
Costo più elevato; può mancare dettagli morfologici
Night vision attivo (gen. 1-3)
Amplificano la luce ambiente con intensificazione
Storica tecnologia portatile
Prestazioni calanti con buio totale; lag time problematico
La specifica tecnica più critica per il termico in contesto survey è il NETD (Noise Equivalent Temperature Difference): un valore inferiore a 50 mK garantisce rilevamento affidabile anche in condizioni di elevata umidità . Il campo visivo (FoV) è l’altro parametro chiave: un FoV ampio (es. 32°) permette di monitorare più PRF simultaneamente .
Perché le NVA sono Diventate Indispensabili?
La ricerca che ha motivato la transizione è riassumibile nei seguenti punti documentati:
Un’analisi su 100 roost alberati noti (condotta tra 2013 e 2019, con 8 specie) ha dimostrato che il 26% dei survey non rilevava bats né visivamente né con NVA; senza NVA, le specie a eccolocalizzazione silenziosa o con exit point in ombra risultavano sistematicamente sottostimate .
Molti pipistrelli rientrano al roost presto, prima dell’alba, rendendo i dawn re-entry surveys spesso inaffidabili: le NVA dusk di qualità elevata possono compensare l’assenza del survey all’alba .
Le NVA termiche consentono di tracciare il percorso esatto del pipistrello fino alla singola tegola o fessura da cui emerge, rendendo la documentazione evidenziale molto più precisa e difendibile nella reportistica a clienti e enti .
Con le NVA, la copertura richiesta può ridursi da 9–12 notti a 3 notti di survey, ottimizzando risorse e limitando il lavoro notturno per gli ecologi .
Il Webinar di Lancio del 30 Aprile 2026
Il webinar BCT del 30 aprile rappresenta l’evento pubblico ufficiale di presentazione della guida tecnica, con opportunità di Q&A con editor, autori e contributori . È strutturato su due fasce di prezzo per rispondere alle diverse esigenze:
Ecologi professionisti che utilizzeranno la guida nell’ambito del CPD (Continuing Professional Development)
Volontari bat workers che la usano esclusivamente per supportare la conservazione dei pipistrelli
La guida pubblicata il 23 aprile 2026 va oltre le linee guida BCT generali (4ª edizione 2023), fornendo istruzioni tecniche dettagliate sull’utilizzo delle NVA specificamente negli emergence survey .
Quadro Normativo e Rilevanza Professionale
Nel febbraio 2026, la DAERA (Northern Ireland) ha pubblicato uno specifico documento di orientamento obbligatorio sulle NVA per tutti gli ecologi che conducono bat survey in Irlanda del Nord . In Inghilterra, le linee guida BCT 4ª edizione (2023) sono il riferimento standard richiesto da Natural England e DAERA per survey validi ai fini pianificatori . Anche l’Irlanda (MKO, 2024) cita l’uso delle NVA come requisito, non opzione, negli emergence/re-entry survey, con obbligo di giustificare eventuali omissioni nel report .
Tecnologia Avanzata: Termico e Analisi Radiometrica
Una frontiera recente è l’utilizzo di dati radiometrici (temperature assolute per pixel) per automatizzare l’analisi video post-survey, riducendo drasticamente i tempi di revisione delle registrazioni . I kit come il Thermal Vision Ecology Kit permettono di:
Pre-pianificare il posizionamento delle telecamere e il campo visivo sulle PRF
Coprire ampie facciate di edifici con obiettivi wide-angle, equivalenti a 3–4 scope tradizionali
Tracciare automaticamente i percorsi di volo e collegare ogni pipistrello alla singola apertura del roost
Domande di Ripasso / Flashcard
D1: Cosa sono le NVA e quali tre tipologie principali esistono negli emergence survey? R: Night Vision Aids: telecamere infrarosso (IR), termocamere (FLIR/termico), visori notturni attivi.
D2: Da quando le NVA sono diventate obbligatorie (non facoltative) nelle linee guida BCT? R: Dal maggio 2022 con l’Interim Guidance Note, confermato nella 4ª edizione (settembre 2023).
D3: Perché i dawn re-entry surveys sono stati ridimensionati? R: Ricerche dimostrano che molti pipistrelli rientrano al roost presto, prima dell’alba; le NVA di qualità elevata durante l’emergence survey dusk compensano questa perdita.
D4: Qual è il valore NETD consigliato per una termocamera da bat survey? R: Inferiore a 50 mK (millikelvin).
D5: Qual è la durata standard di un dusk emergence survey secondo le linee guida BCT? R: Da 15 minuti prima del tramonto a 1,5–2 ore dopo il tramonto.
D6: Qual organizzazione ha pubblicato il documento NVA obbligatorio per il Nord Irlanda nel febbraio 2026? R: DAERA (Department of Agriculture, Environment and Rural Affairs).
D7: Che vantaggio operativo offrono le NVA rispetto ai survey tradizionali, in termini di numero di notti necessarie? R: La riduzione può arrivare da 9–12 notti a 3 notti di survey completo.
Questa scheda di studio copre l’evento BCT del 30 aprile 2026 e tutto il background tecnico-normativo delle NVA per bat emergence survey. La guida tecnica pubblicata il 23 aprile costituisce il primo documento interamente dedicato al tema per ecologi professionisti nel contesto delle linee guida BCT; il webinar offre accesso diretto agli autori tramite sessione Q&A .
Richard Green Ecology – Interim Guidance Note on Use of Night Vision Aids (2022): https://www.richardgreenecology.co.uk/publication-of-interim-guidance-note-on-use-of-night-vision-aids-for-bat-emergence-surveys
Bat-ecological.co.uk – BCT 2016 Professional Bat Survey Guidelines: https://www.bat-ecological.co.uk/cieem-bct-guidelines-article
Batability / BCT Conference abstract – The importance of night vision aids to conduct effective emergence surveys: https://batability.co.uk/wp-content/uploads/2021/12/IDW-BCT-Conf-abstract-Sep2020.pdf
NatureSpy – Choosing a Thermal Imaging Camera for Bat Surveys: https://naturespy.org/blogs/help-articles/which-thermal-imaging-cameras-are-best-for-bat-surveys
YouTube / Thermal Vision Ecology Kit – Introduction to Advanced Thermal Imaging for Bat Emergence Surveys (2026): https://www.youtube.com/watch?v=sqQKlxjXhGg
YouTube – Thermal Vision Ecology Kit: Best Practice and Guidance (2026): https://www.youtube.com/watch?v=U7MaOs7JsSE
Biological Recording UK – Thermal Vision for Bats: Practical Applications in Ecology (2026): https://biologicalrecording.co.uk/2026/03/25/thermal-vision-for-bats/
MKO Ireland – Updated bat guidance (2024): https://mkoireland.ie/insights/updated-bat-guidance/
Leigh Ecology – New Bat Survey Guidelines (2024): https://www.leighecology.co.uk/blog/h9yu058ha3o48b3x7inrureopdm0rn
Wildcare – Our Top 5 Thermal Imagers for Bat Surveys (2025): https://www.wildcare.co.uk/blog/our-top-5-thermal-imagers-for-bat-surveys/
Il progetto EuQuGeA dell’Università di Padova identifica l’antico distretto estrattivo che riforniva i grandi cantieri imperiali
Cave romane nei Colli Euganei: una scoperta millenaria
Gli antichi ingegneri romani sapevano dove cercare i materiali migliori senza percorrere centinaia di chilometri. Nei Colli Euganei, a pochi passi dai cantieri, avevano individuato una fonte di approvvigionamento di prim’ordine: la pozzolana euganea, una breccia di esplosione vulcanica dalle eccezionali proprietà consolidanti, e la trachite, roccia lavica densa destinata a muri e pavimentazioni stradali.
A restituire alla storia questo sistema estrattivo dimenticato è il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization), promosso dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023.
Droni e laser per rileggere il paesaggio delle cave
La prima scoperta arriva dal cielo. Nello studio firmato da Josiah Olah, dottorando del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, droni equipaggiati con tecnologia LiDAR (Light Detection and Ranging) hanno sorvolato l’area dei Colli Euganei. I sensori laser hanno filtrato virtualmente la fitta vegetazione boschiva, restituendo un modello tridimensionale del terreno ad alta risoluzione.
Algoritmi di clustering morfometrico hanno poi classificato le forme del suolo rilevate, permettendo di distinguere le tracce di cavatura antica dalle concavità naturali del territorio.
Il risultato è stato la localizzazione di due siti estrattivi completamente abbandonati e assenti dalla memoria storica: uno nel parco di Villa Draghi a Montegrotto Terme, l’altro in Via Scagliara a sud di Monte Oliveto, nella località di Turri. Entrambi conservano segni inconfutabili di cavatura antica, precedente all’industrializzazione moderna.
La firma geochimica della pozzolana di Villa Draghi
Una volta identificato il “dove”, le analisi di laboratorio hanno chiarito il “cosa” e il “perché”. Il secondo studio, pubblicato su PLOS One e coordinato dal ricercatore Simone Dilaria, ha completato il quadro attraverso un protocollo di indagini petrografiche e geochimiche, confrontando i campioni prelevati dai fronti di cava con un ampio database di rocce euganee sviluppato dal team dell’Università di Padova.
Le analisi hanno dimostrato che dalla cava di Villa Draghi i Romani estraevano una specifica pozzolana euganea, impiegata per realizzare i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi, l’antica Montegrotto Terme. La stessa roccia veniva scelta per le sue proprietà consolidanti: mescolata nelle malte, ne migliorava nettamente le caratteristiche strutturali.
La firma geochimica di questo materiale è stata riconosciuta non solo nelle costruzioni locali, ma anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia. Il che dimostra che la pozzolana euganea non era una semplice risorsa di prossimità: era un prodotto considerato pregiato, commercializzato su medie e lunghe distanze.
L’alternativa locale alla Pozzolana Flegrea
Il progetto EuQuGeA si inserisce in un percorso di ricerca già avviato. Uno studio del 2024, coordinato dallo stesso team dell’Università di Padova in collaborazione con le Università Ca’ Foscari di Venezia e di Modena e Reggio Emilia, aveva evidenziato come per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia i Romani importassero via mare dalla Campania la celebre “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio, materiale costoso e proveniente da oltre un migliaio di chilometri.
I nuovi risultati di EuQuGeA mostrano un’immagine più articolata. Nei Colli Euganei, gli stessi ingegneri romani avevano individuato un’alternativa a km 0 di pari efficacia, sfruttando una conoscenza capillare delle georisorse locali. Un sapere tecnico di precisione che è poi andato perduto nel corso dei secoli.
Come sottolinea il professor Michele Secco, principal investigator del progetto, i risultati dimostrano «la conoscenza capillare e di incredibile dettaglio delle georisorse locali e della loro ottimizzazione nei cantieri: un sapere ingegneristico andato poi perduto nel corso dei secoli e oggi finalmente riscoperto grazie al progetto EuQuGeA».
Un team interdisciplinare per decifrare le rocce
Il progetto EuQuGeA ha coinvolto ricercatori di più dipartimenti e istituzioni. Per il Dipartimento dei Beni Culturali, i docenti Jacopo Bonetto, Caterina Previato e Jacopo Turchetto hanno curato l’inquadramento storico-archeologico, le analisi tecnico-costruttive e le ricognizioni topografiche. Il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, con il professor Claudio Mazzoli e i ricercatori Luigi Germinario e Jacopo Nava, ha fornito il contributo petrografico e geochimico per l’analisi delle rocce vulcaniche.
La validazione degli algoritmi di elaborazione dei dati da drone è stata garantita dai ricercatori Sebastiano Chiodini (Dip. Ingegneria Industriale) e Filippo Carraro (Dip. Ingegneria Civile, Edile e Ambientale). I voli LiDAR operativi sono stati condotti da Cristiano Miele della società padovana Archetipo s.r.l. Il progetto ha potuto contare anche sui contributi internazionali di Milo K. Pilgrim (University of Texas at Austin) e Matthew Tryc (WSP-Albuquerque).
Articolo di La Scintilena – Notiziario italiano di Speleologia Fonte primaria: Università di Padova / Le Scienze, 24 aprile 2026
Scheda di studio completa
Concetti e definizioni dei materiali lapidei romani (Pozzolana Euganea, Trachite, Opus caementicium) e delle tecnologie usate (LiDAR, clustering morfometrico)
I due studi scientifici del progetto EuQuGeA con metodologie e risultati
Il team di ricerca completo con ruoli e affiliazioni
Il contesto storico dell’approvvigionamento edilizio romano e la strategia “km 0”
6 domande di autoverifica con risposte
Flashcard rapide per memorizzazione veloce dei dati chiave
Le “miniere” edilizie a km 0 degli antichi Romani – Progetto EuQuGeA
Fonte: Università di Padova / Le Scienze – 24 aprile 2026
Panoramica
Il progetto EuQuGeA (Geoarchaeology of Euganean Quarrying from Research to Valorization) dell’Università di Padova ha ricostruito per la prima volta il distretto estrattivo antico dei Colli Euganei, rivelando come gli ingegneri romani selezionassero con straordinaria precisione le risorse lapidee locali per le loro costruzioni, evitando costose importazioni a lunga distanza.
Concetti Chiave e Definizioni
Termine
Definizione
Pozzolana Euganea
Breccia di esplosione vulcanica estratta dai Colli Euganei; mescolata nelle malte, migliorava nettamente le proprietà strutturali dei calcestruzzi
Pozzolana Flegrea
Cenere vulcanica campana citata da Vitruvio; importata via mare per grandi infrastrutture come Aquileia; più costosa e proveniente da lunga distanza
Trachite
Densa roccia lavica estratta abbondantemente nei Colli Euganei; usata per la costruzione di muri e la pavimentazione delle strade
Opus caementicium
Calcestruzzo romano realizzato con aggregati vulcanici (pozzolana) e leganti; straordinariamente duraturo grazie alle reazioni pozzolaniche
LiDAR (Light Detection and Ranging)
Tecnologia laser montata su drone che permette di mappare il terreno “filtrando” virtualmente la vegetazione e rilevando micromodificazioni del suolo
Clustering morfometrico
Algoritmo che classifica automaticamente le forme del terreno rilevate dal LiDAR, distinguendo cave artificiali da concavità naturali
Fons Aponi
Nome romano dell’attuale Montegrotto Terme (PD); sede di importanti terme di epoca imperiale costruite con pozzolana estratta dalla cava di Villa Draghi
I Due Materiali Estratti
1. Pozzolana Euganea (aggregato pozzolanico)
Breccia di esplosione vulcanica che affiora solo in limitate porzioni del territorio euganeo
Estratta specificatamente dalla cava di Villa Draghi (Montegrotto Terme)
Utilizzata per i calcestruzzi delle terme di Fons Aponi
La sua firma geochimica è stata riconosciuta anche nelle malte delle terme tardo-antiche di Aquileia (Friuli-Venezia Giulia), prova di un commercio su medie e lunghe distanze
Alternativa locale di pari efficacia alla costosa Pozzolana Flegrea campana
2. Trachite
Roccia lavica densa, estratta in modo più diffuso nei Colli Euganei
Destinata a costruzione di muri e pavimentazione delle strade
Utilizzata dall’età preistorica fino ai giorni nostri[1]
La sua estrazione ha continuato fino all’era industriale, quando la produzione raggiunse quasi 6 milioni di tonnellate nel 1968[1]
Finanziamento: Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – Bando Ricerca Scientifica di Eccellenza 2023
Contesto Storico: Romani e Risorse Lapidee
Prima del Progetto EuQuGeA (studio 2024)
Per le grandi infrastrutture di Aquileia e della Laguna di Venezia, i Romani importavano via mare dalla Campania la “Pozzolana Flegrea”, citata da Vitruvio
Si trattava di un materiale prezioso, costoso e proveniente da oltre 1.000 km di distanza
La Novità del Progetto EuQuGeA
I Romani avevano individuato nei Colli Euganei una alternativa locale di pari efficacia
Strategia “km 0”: approvvigionamento locale riducendo i costi di trasporto via mare
Dimostrazione di una conoscenza capillare delle georisorse del territorio
Tale sapere ingegneristico è poi andato perduto nei secoli successivi
Importanza per l’Archeologia
Le cave di Villa Draghi erano completamente dimenticate dalla memoria storica
Il LiDAR le ha “riscoperte” senza alcuno scavo invasivo
La firma geochimica permette di tracciare le rotte commerciali del materiale estratto
Domande di Autoverifica
Che cos’è la “Pozzolana Euganea” e perché era preziosa per i Romani? (R: breccia di esplosione vulcanica estratta in aree limitate dei Colli Euganei; mescolata nelle malte migliorava le proprietà strutturali del calcestruzzo, sostituendo localmente la più costosa Pozzolana Flegrea campana)
Qual è la differenza d’uso tra pozzolana e trachite nell’edilizia romana? (R: la pozzolana era usata come aggregato pozzolanico nei calcestruzzi delle terme; la trachite era destinata a muri e pavimentazioni stradali)
Come ha permesso il LiDAR di individuare la cava di Villa Draghi? (R: i sensori laser montati su drone hanno filtrato la vegetazione boschiva e rilevato le modificazioni del suolo, poi classificate tramite algoritmi di clustering morfometrico per distinguere le tracce di cava dalle concavità naturali)
Quali costruzioni sono state collegate con certezza alla cava di Villa Draghi? (R: le terme di Fons Aponi / Montegrotto Terme e, tramite firma geochimica, le terme tardo-antiche di Aquileia)
Qual è la prova che la pozzolana euganea non era solo usata localmente? (R: la sua firma geochimica è stata riconosciuta nelle malte delle terme di Aquileia, in Friuli-Venezia Giulia, dimostrando una distribuzione commerciale su medie e lunghe distanze)
Quale studio precedente (2024) aveva già avanzato ipotesi sull’approvvigionamento romano? (R: uno studio coordinato dallo stesso team UniPD con Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Modena e Reggio Emilia, che aveva dimostrato l’importazione via mare della Pozzolana Flegrea per Aquileia e la Laguna di Venezia)
Flashcard Rapide
Domanda
Risposta
Acronimo del progetto
EuQuGeA
Principal Investigator
Michele Secco (UniPD)
Tecnologia per la mappatura
LiDAR su drone + clustering morfometrico
Rivista dello studio LiDAR
Journal of Archaeological Science
Rivista dello studio archeometrico
PLOS One
Autore studio LiDAR
Josiah Olah
Autore studio archeometrico
Simone Dilaria
Cava identificata
Villa Draghi, Montegrotto Terme
Terme costruite con la pozzolana locale
Terme di Fons Aponi (Montegrotto Terme)
Pozzolana alternativa (importata)
Pozzolana Flegrea (Campania)
Altro sito estrattivo identificato
Via Scagliara, Turri (Monte Oliveto)
Distanza commerciale provata
Aquileia (Friuli-Venezia Giulia)
Finanziamento
Fondazione CARIPARO – bando 2023
Fonti consultate
Le Scienze – Articolo originale “Come riuscivano gli ingegneri romani a garantire la straordinaria durabilità delle loro costruzioni?”, 24 aprile 2026: https://www.lescienze.it
Simone Dilaria et al., Discovery of a Roman Quarry for Pozzolanic Aggregates in the Euganean Hills Magmatic District, Northeast Italy: a stepwise archaeometric approach, PLOS One: https://journals.plos.org/plosone/
A San Antonio, in Texas, si apre ogni anno uno degli spettacoli naturali più imponenti del pianeta: 15-20 milioni di pipistrelli messicani dalla coda libera emergono ogni sera da una singola grotta. I biglietti per la stagione 2026 sono disponibili dal 15 aprile.
Bracken Cave Preserve è una grotta nella Contea di Comal (Texas), ufficialmente nel Guinness dei Primati come la più grande colonia di pipistrelli al mondo, con 15–20 milioni di esemplari di Tadarida brasiliensis (pipistrello messicano dalla coda libera) presenti ogni estate.
Visit Bracken Cave Preserve – Bat Conservation International
La specie protagonista: Tadarida brasiliensis
La Tadarida brasiliensis è un chirottero piccolo (?12 g) ma straordinariamente capace:
Raggiunge velocità di oltre 96 km/h (max registrato vicino a 160 km/h)
Caccia a quote superiori ai 3.000 m intercettando falene migratorie
Produce chiamate di ecolocalizzazione tra 20 e 75 kHz
È l’unica specie documentata a disturbare il sonar dei propri conspecifici per sottrarre loro le prede (jamming acustico), vanificando fino all’85,9% dei tentativi avversari
Tadarida brasiliensis – Bat Conservation International
Ciclo biologico nella grotta
Le femmine gravide percorrono fino a 1.600 km dal Messico per arrivare a Bracken in marzo-aprile. A giugno partoriscono un unico cucciolo, lasciandolo su creches parietali così dense da raggiungere 400–500 cuccioli per piede quadrato. Al rientro dalla caccia, ogni madre riconosce il proprio piccolo tra milioni grazie a memoria spaziale, vocalizzazioni e olfatto. Il primo volo del cucciolo — nel buio totale, circondato da milioni di altri giovani — è un test di sopravvivenza critico: una caduta a terra significa essere consumati in pochi minuti dai coleotteri dermatidi che tappezzano il pavimento; almeno il 50% non sopravvive al primo anno.
Servizi ecosistemici
Ogni notte la colonia consuma tra 100 e 140 tonnellate di insetti, tra cui molti parassiti agricoli. Il risparmio quantificato per i soli coltivatori di cotone locali è di circa $741.000 l’anno, mentre il valore complessivo dei servizi di controllo biologico delle singole colonie supera mediamente $1 milione annuo.
Minacce e conservazione
Minaccia
Risposta
Sviluppo urbano (3.500+ abitazioni previste sotto la rotta di volo)
Accordo da $20,5 milioni nel 2017 tra 6 enti pubblici e privati; area dichiarata conservation easement permanente
White-nose Syndrome (fungo Pd rilevato nel 2019)
Monitoraggio annuale BCI; la T. brasiliensis è considerata meno vulnerabile perché non iberna
Pressione sul Recharge Zone dell’Acquifero Edwards
La riserva protegge l’acqua potabile per ~2 milioni di texani
Visite 2026
La stagione 2026 è aperta: i tour serali iniziano il 17 maggio 2026 con prenotazione obbligatoria online. I soci BCI ricevono uno sconto del 50% per fino a 8 persone. Il report contiene il calendario completo con le date di giugno 2026.
Il report allegato copre in dettaglio biologia, migrazione, storia del guano, conservazione del territorio carsico e il significato speleologico della grotta per la tutela delle aree carsiche italiane.
La grotta che ospita la più grande colonia di pipistrelli del mondo
Bracken Cave si trova nella Contea di Comal, Texas, a circa trenta chilometri a nord-est di San Antonio. Il suo ingresso è una fenditura a mezzaluna larga una trentina di metri, che si apre sul fondo di una dolina formatasi in seguito al crollo del soffitto di una cavità carsica sviluppata nel calcare della Edwards Plateau.wikipedia+1
Ogni anno, da marzo a ottobre, la grotta accoglie la più grande colonia di pipistrelli conosciuta al mondo. La specie protagonista è il pipistrello messicano dalla coda libera (Tadarida brasiliensis), presente con una popolazione stimata tra i 15 e i 20 milioni di individui. Nel 2023, il Bracken Cave Preserve è stato inserito ufficialmente nel Guinness dei Primati per questo primato.scintilena+1
La grotta è gestita da Bat Conservation International (BCI), organizzazione non profit con sede ad Austin, che nel 1992 acquistò la proprietà iniziale di circa 697 acri dalla famiglia Marbach. Oggi, grazie a successive acquisizioni e alla collaborazione con The Nature Conservancy, la riserva protegge complessivamente oltre 3.462 acri di paesaggio tipico della Texas Hill Country.batcon+1
La biologia del pipistrello messicano dalla coda libera
La Tadarida brasiliensis è un chirottero di piccola taglia, con un peso medio di circa 12 grammi. La coda si estende oltre la membrana interurale, caratteristica da cui deriva il nome comune. È uno dei mammiferi più veloci al mondo, con velocità medie di oltre 96 km/h e una velocità massima registrata prossima ai 160 km/h.batcon
Il sistema di ecolocalizzazione è sofisticato. Le chiamate di biosonar variano tra 20 e 75 kHz. Una ricerca ha documentato un fenomeno inatteso: i pipistrelli dalla coda libera emettono chiamate deliberatamente interferenti per disturbare il sonar dei propri conspecifici durante la competizione per una preda, vanificando fino all’85,9% dei tentativi di cattura avversari. È il primo caso documentato di jamming acustico sistematico tra animali ecolocalizzatori.sciencenews+1
Il ciclo riproduttivo nella grotta
In marzo e aprile, le femmine gravide rientrano dal Messico e dall’America Centrale percorrendo fino a 1.600 km. I maschi trascorrono la stagione in colonie più piccole altrove. A fine giugno ogni femmina partorisce un unico cucciolo.scintilena+1
I piccoli, nudi e ciechi, vengono lasciati sulle pareti della grotta in dense aggregazioni chiamate creches, con densità che raggiungono i 400–500 cuccioli per piede quadrato. Queste aggregazioni fungono da incubatori collettivi: la grotta raggiunge internamente temperature di 39-40°C. La femmina esce ogni sera per cacciare e al rientro individua il proprio cucciolo tra milioni di altri grazie a memoria spaziale, vocalizzazioni specifiche e olfatto.qualla+2
Quattro-cinque settimane dopo la nascita, i giovani si lanciano nel buio per il primo volo. Le condizioni sono estreme: buio totale, velocità minima di circa 6 m/s, necessità di eseguire una capriola quasi completa con millimetrica precisione per atterrare sulla parete. Una caduta a terra è letale: il suolo della grotta è popolato da milioni di coleotteri dermatidi carnivori capaci di ridurre un cucciolo a scheletro in pochi minuti. Si stima che almeno la metà dei cuccioli non sopravviva al primo anno.batcon+1
Uno spettacolo visibile anche sul radar meteorologico
L’emergenza serale dei pipistrelli produce un vortice visibile a occhio nudo per ore. Il suono prodotto dal volo di milioni di ali è stato descritto come simile alla pioggia battente. La colonna di animali che sale dalla dolina è così densa da essere registrata come anomalia sulle schermate del radar meteorologico Doppler del National Weather Service, dove appare simile a un temporale in formazione.scintilena+2
Ogni notte, la colonia consuma tra le 100 e le 140 tonnellate di insetti, prevalentemente falene e coleotteri di importanza agricola. Il risparmio calcolato per i soli coltivatori di cotone della regione è stimato in circa 741.000 dollari l’anno in termini di danni evitati e riduzione dei pesticidi.texashappens+1
Minacce: sviluppo urbano e sindrome del naso bianco
Negli anni 2010, il principale pericolo per la colonia fu un progetto immobiliare che prevedeva la costruzione di 3.500-4.500 abitazioni direttamente sotto la rotta di volo dei pipistrelli e sopra la Zona di Ricarica dell’Acquifero Edwards, che fornisce acqua potabile a circa due milioni di residenti del Texas centrale.sanantonioreport+2
Nel 2017 fu raggiunto un accordo da 20,5 milioni di dollari tra sei enti pubblici e privati — tra cui il Comune di San Antonio, The Nature Conservancy e BCI — che portò all’acquisizione dell’intera area e alla sua dichiarazione come conservation easement permanente.nature+1
Sul fronte sanitario, nel febbraio 2019 BCI ha annunciato il rilevamento del fungo Pseudogymnoascus destructans (agente causale della White-nose Syndrome) nella Bracken Cave Preserve, nell’ambito di un programma di sorveglianza sistematica. Al momento della rilevazione non erano presenti segni della malattia nei pipistrelli. La T. brasiliensis è considerata meno vulnerabile rispetto alle specie ibernanti, in quanto migra anziché trascorrere l’inverno in letargo nelle grotte. Il monitoraggio annuale prosegue in collaborazione con il Texas Parks and Wildlife Department.batcon+1
Come visitare Bracken Cave Preserve nel 2026
Bat Conservation International organizza tour guidati serali (e alcuni mattutini) durante tutta la stagione estiva. I biglietti per la stagione 2026 sono disponibili online con prenotazione obbligatoria: non vengono venduti all’ingresso.scintilena
Apertura prenotazioni per soci BCI: 1 aprile 2026scintilena
Apertura al pubblico generale: 15 aprile 2026scintilena
L’adesione annuale a BCI (45 dollari) garantisce uno sconto del 50% sui biglietti, valido per fino a 8 persone e per più visite nella stagione. I visitatori vengono accolti su piattaforme panoramiche all’orlo della dolina, dove assistono all’intera emergenza serale.scintilena
Per prenotare: batcon.simpletix.com — Per informazioni sui gruppi: bracken@batcon.org
Bracken Cave Preserve – La Più Grande Colonia di Pipistrelli al Mondo
Panoramica
Bracken Cave bat emergence Bracken Cave è una grotta situata nella Contea di Comal, Texas, a circa 20-30 miglia a nord-est di San Antonio. Il suo ingresso è una fenditura a mezzaluna larga circa 30 metri, che si apre sul fondo di una dolina formatasi in seguito al crollo del tetto della cavità originale. Ogni anno, da marzo a ottobre, ospita la più grande colonia di pipistrelli conosciuta al mondo — stimata tra 15 e 20 milioni di esemplari di pipistrello messicano dalla coda libera (Tadarida brasiliensis) — rendendola al tempo stesso la più grande concentrazione di mammiferi del pianeta.[1][2][3] La grotta è gestita da Bat Conservation International (BCI), organizzazione no-profit con sede ad Austin, che nel 1992 acquistò la proprietà iniziale di circa 697 acri dalla famiglia Marbach. Grazie a successive acquisizioni e alla collaborazione con The Nature Conservancy, oggi la riserva protegge complessivamente oltre 3.462 acri contigui di paesaggio tipico della Texas Hill Country.[4][3]
La Specie: Tadarida brasiliensis
Caratteristiche morfologiche
Brazilian free-tailed bat Il pipistrello messicano dalla coda libera (chiamato anche pipistrello brasiliano) è un chirottero relativamente piccolo, del peso medio di circa 12 grammi. La caratteristica più evidente è la coda, che si estende oltre la membrana interurali (uropatagium), da cui deriva il nome comune. Il pelo è corto e denso, le orecchie ampie e tondeggianti, le labbra superiori rugose e carnose.[5]
Volo e velocità
La Tadarida brasiliensis è uno dei mammiferi più veloci al mondo: è capace di raggiungere velocità medie superiori alle 60 miglia orarie (circa 97 km/h) e ha una velocità massima registrata vicina alle 100 miglia orarie (160 km/h). Vola ad alta quota, spesso superando i 3.000 metri di altitudine, per intercettare le falene migratorie notturne.[5]
Ecolocalizzazione
Come tutti i chirotteri insettivori, questa specie caccia utilizzando un sofisticato sistema di biosonar. Le sue chiamate di ecolocalizzazione variano tra 20 e 75 kHz. Accanto alle chiamate sonar, produce un ricco repertorio di vocalizzazioni sociali — chiamate di isolamento, di implorazione, canti a più sillabe — fondamentali per la vita di colonia. Una ricerca sull’auditory cortex ha dimostrato che le frequenze comprese tra 20 e 30 kHz sono iperrappresentate nella corteccia uditiva, corrispondendo alle fasi di ricerca della preda.[6][5]
Un fenomeno particolarmente interessante è il jamming acustico competitivo: i pipistrelli dalla coda libera emettono chiamate interferenti per disturbare il sonar dei competitori nelle immediate vicinanze di una preda, rendendo vano fino all’85,9% dei tentativi di cattura avversari. Questo costituisce il primo esempio documentato di un animale ecolocalizzatore che jamming sistematicamente i propri conspecifici.[7]
La Colonia di Bracken Cave
Record mondiali e Guinness dei Primati
Nel 2023, il Bracken Cave Preserve è stato ufficialmente inserito nel Guinness dei Primati per ospitare la più grande colonia di pipistrelli al mondo. La colonia è talmente numerosa che la sua emergenza notturna è visibile sulle schermate del radar meteorologico Doppler del National Weather Service: la colonna di pipistrelli che sale dal suolo viene registrata come un’anomalia radar, simile a un temporale.[1][2]
Ciclo annuale della colonia
Periodo
Evento biologico
Marzo–Aprile
Le femmine gravide tornano dal Messico e dall’America Centrale[8]
Maggio–Giugno
Nascita dei cuccioli (pups), la grotta raggiunge picchi di 20 milioni di individui[9]
Giugno–Luglio
I piccoli, nudi e ciechi, si raggruppano in creches sulle pareti fino a 400-500 pups per piede quadrato[2][10]
Luglio–Agosto
I giovani imparano a volare, si uniscono alle madri nelle uscite notturne[9]
Settembre–Ottobre
La colonia migra verso sud, verso il Messico e l’America Centrale[11]
La nascita e l’allattamento
Ogni femmina partorisce un unico cucciolo a tarda giugno. I piccoli, nudi e privi di pelo, vengono abbandonati sulle pareti rocciose in dense aggregazioni dette creches, che servono come incubatori collettivi per mantenere il calore corporeo (la temperatura nella grotta raggiunge i 39-40°C). La femmina lascia il piccolo ogni sera per cacciare, e al ritorno è in grado di ritrovarlo tra milioni di altri cuccioli grazie a una straordinaria combinazione di memoria spaziale, vocalizzazioni e odorato.[8][10][2]
Il primo volo dei cuccioli
Quattro-cinque settimane dopo la nascita, i giovani si lanciano nel buio della caverna per il loro primo volo, affrontando condizioni estreme: buio totale, velocità di almeno 6 m/s, necessità di eseguire una capriola quasi completa con precisione millimetrica per agganciarsi alla parete. La densità degli altri giovani in volo crea un rischio di collisione continuo. Una caduta al suolo è letale: il pavimento della grotta è popolato da milioni di coleotteri dermatidi carnivori (dermestid beetles) in grado di ridurre un giovane pipistrello a scheletro in pochi minuti. Si stima che almeno la metà dei cuccioli non sopravviva al primo anno di vita.[8][10]
Servizi Ecosistemici
Controllo biologico degli insetti
La colonia di Bracken Cave consuma ogni notte tra le 100 e le 140 tonnellate di insetti, principalmente falene, coleotteri, formiche alate e altri artropodi volanti. Tra le prede principali vi sono specie di grande importanza agricola come la Helicoverpa zea (falena del cotone) e la Agrotis (noctua degli ortaggi), importanti parassiti delle colture di mais, cotone e sorgo del Texas.[9][5][10]
Uno studio specifico sulla colonia di Bracken ha quantificato un risparmio per i coltivatori di cotone della regione di circa $741.000 all’anno in termini di mancati danni e riduzione dell’uso di pesticidi. Una valutazione più ampia del valore dei servizi di pest control forniti da T. brasiliensis nel Texas meridionale ha stimato che singole colonie hanno un valore economico medio superiore a $1 milione l’anno.[10][12]
Il guano come risorsa storica e scientifica
Ogni anno, la colonia deposita circa 50 tonnellate di guano sul suolo della grotta. Antichi resoconti di minatori di guano attestano che in alcuni punti lo spessore raggiunge dai 9 ai 18 metri, senza toccare il fondo. Durante la Guerra Civile Americana, il guano di Bracken Cave fu estratto intensivamente per produrre polvere da sparo per la Confederazione.[10]
Dal punto di vista scientifico, il guano è un archivio biologico straordinario: l’analisi del carbonio radioattivo dei suoi strati potrebbe rivelare la dieta dei pipistrelli nei secoli passati e documentare se altre specie abbiano mai abitato la grotta. La BCI sta sviluppando tecniche di carotaggio sufficientemente lunghe da penetrare i livelli più profondi, stimati con impulsi elettrici ad almeno 18-27 metri.[10]
Migrazione e Fenologia
La Tadarida brasiliensis percorre fino a 1.600 km dal Messico al Texas per raggiungere Bracken Cave ogni primavera. Una ricerca scientifica basata su 23 anni di dati radar (1995–2017) ha analizzato la fenologia migratoria della specie a Bracken Cave, scoprendo che:[3]
La migrazione primaverile è influenzata principalmente dalle condizioni del vento nelle aree di svernamento e sosta in Messico, non dalla temperatura come ipotizzato inizialmente.[13]
La migrazione autunnale risponde a diversi driver climatici rispetto a quella primaverile.[13]
Si osservano cambiamenti temporali nella fenologia migratoria attribuibili ai cambiamenti climatici in corso.[14]
La Riserva Naturale e le Sfide alla Conservazione
Acquisizione e gestione del territorio
BCI acquistò il nucleo originale della grotta e circa 4,7 acri circostanti nel 1992 dalla famiglia Marbach. In tre decenni di successive acquisizioni, la riserva è cresciuta fino agli attuali 1.458 acri di proprietà diretta BCI, cui si aggiungono i 1.521 acri acquistati da The Nature Conservancy in una transazione del 2014-2017. L’intera area protetta di 3.462 acri si trova a soli 20 miglia dall’Interstate 35, uno dei corridoi di urbanizzazione più rapida degli Stati Uniti.[4][15][16]
La minaccia dello sviluppo urbano
A partire dagli anni 2010, il pericolo più immediato per la colonia fu rappresentato da un progetto immobiliare della società Galo Properties, che prevedeva la costruzione di un quartiere residenziale da 3.500-4.500 abitazioni su un’area di 1.500 acri direttamente sotto la rotta di volo dei pipistrelli e sopra la Zona di Ricarica dell’Acquifero Edwards. Scienziati, conservazionisti e cittadini si opposero duramente, poiché il progetto avrebbe disturbato la colonia e compromesso la qualità delle acque sotterranee che alimentano i pozzi di circa due milioni di residenti del Texas centrale.[15][17][16]
Nel 2014 e definitivamente nel 2017, fu raggiunto un accordo storico da 20,5 milioni di dollari tra sei enti pubblici e privati: il Comune di San Antonio ($10 milioni), la Contea di Bexar ($500.000), l’Edwards Aquifer Authority ($500.000), il Corpo dell’Esercito USA ($100.000), The Nature Conservancy e BCI ($9,4 milioni, in parte da donazioni private). Il Consigliere Ron Nirenberg definì l’operazione un modello di “conservation trifecta”: protezione della grotta, dell’acquifero e dell’habitat del Golden-cheeked Warbler (Setophaga chrysoparia), specie in pericolo secondo la legge federale USA.[17][16][15]
La minaccia della White-nose Syndrome (WNS)
La White-nose Syndrome (WNS) è una malattia fungina causata dal patogeno Pseudogymnoascus destructans (Pd), che ha sterminato milioni di chirotteri ibernanti in Nord America dalla sua prima comparsa nel 2006 nello stato di New York. In alcune caverne, la mortalità ha superato il 90% degli individui presenti.[18][19][20]
Nel febbraio 2019, BCI ha annunciato il rilevamento del fungo Pd alla Bracken Cave Preserve, nell’ambito di un programma statale di sorveglianza sistematica. È importante notare che, al momento della rilevazione, non vi erano segni della malattia nei pipistrelli — solo la presenza del fungo sull’ambiente. La T. brasiliensis è ritenuta meno vulnerabile al WNS rispetto alle specie ibernanti, poiché migra e non trascorre l’inverno in letargo profondo nelle grotte. Tuttavia, la BCI ha intensificato il monitoraggio annuale e collabora con il Texas Parks and Wildlife Department per sviluppare protocolli di risposta.[21][19]
Il Programma di Visite
Struttura delle visite 2026
Bat Conservation International organizza visite guidate serali (e alcune mattutine) alla Bracken Cave Preserve durante tutta la stagione estiva. Il programma 2026 prevede:
Accesso anticipato per i membri BCI: codici di sconto inviati il 18 marzo 2026; preregistrazione dall’1 aprile 2026[22]
Apertura al pubblico generale: dal 15 aprile 2026[22]
Visite serali (“Evening Bat Flights”): a partire dal 17 maggio 2026[22]
Visite mattutine (“Morning Bat Flights”): dal 14 giugno 2026[22]
I biglietti non vengono venduti sul posto: la prenotazione anticipata è obbligatoria[22]
Vantaggi per i soci BCI
L’adesione annuale a BCI (45 dollari/anno) include: tre numeri annui della rivista Bats, sconto del 50% sui biglietti per Bracken Cave (valido per fino a 8 persone per più voli nella stagione), accesso prioritario alla prenotazione.[22]
Esperienza sul campo
I visitatori sono accolti su piattaforme panoramiche all’orlo della dolina. L’emergenza inizia con un vortice di pipistrelli all’interno della grotta — un updraft naturale di energia termica e cinetica — che poi sgorga verso il cielo come un “tornado” di mammiferi alati, visibile per ore dopo il tramonto. Il suono del volo di milioni di ali è stato paragonato a pioggia battente.[8][23][10]
Importanza Scientifica e Culturale
Bracken Cave non è solo un record biologico: è un archivio di storia naturale e umana. La grotta esiste nella sua forma attuale da oltre 10.000 anni. La colonia di pipistrelli in essa stanziata ha plasmato la biodiversità di tutta la Texas Hill Country, fungendo da fonte alimentare per dozzine di specie di predatori — gufi, falchi, serpenti coachwhip, procioni, gatti inanellati — e da fornitrice di un servizio di pest control altrimenti insostituibile per l’agricoltura regionale.[23][10]
La ricerca scientifica condotta a Bracken riguarda campi diversissimi: fenologia della migrazione, bioacustica e jamming del sonar, epidemiologia del WNS, paleoecologia del guano e dinamiche demografiche. La grotta appare anche nella comunicazione scientifica mainstream — è stata inclusa nella serie World’s Weirdest di National Geographic e nel pilota originale di Dirty Jobs — rendendo Bracken Cave un potente strumento di educazione ambientale per il grande pubblico.[13][21][10][7][24][3]
Connessioni con la Speleologia e la Tutela delle Aree Carsiche
Dal punto di vista speleologico, Bracken Cave è un esempio emblematico di come le cavità carsiche costituiscano ecosistemi fragili di primario valore ecologico. L’ingresso a dolina si è formato per crollo del soffitto su una cavità sviluppata nel calcare della Edwards Plateau — la stessa formazione che alimenta l’Acquifero Edwards, che fornisce acqua potabile all’intera città di San Antonio. La protezione della grotta è dunque inseparabile dalla tutela idrogeologica del territorio carsico circostante, un principio centrale nella gestione sostenibile delle aree carsiche in tutto il mondo.[25][3][16]
Il caso Bracken Cave dimostra che la tutela di una cavità non può limitarsi alla grotta in sé, ma deve necessariamente estendersi al buffer territoriale superficiale che la sovrasta e circonda: vegetazione, suolo, drenaggio delle acque, distanza dai centri urbani. Si tratta di un modello concettuale valido anche per la gestione delle aree carsiche italiane, dove grotte importanti per fauna cavernicola protetta (pipistrelli compresi) si trovano frequentemente sotto pressione da urbanizzazione e attività agricole.
San Antonio Report – City Acts to Protect Bracken Cave’s Bat Colony https://sanantonioreport.org/bracken-bat-cave-protected-by-conservation-easement/
The Nature Conservancy – Protecting Bracken Bat Cave https://www.nature.org/en-us/about-us/where-we-work/united-states/texas/stories-in-texas/protecting-bracken-bat-cave/
Texas Public Radio – Saving the Bracken Bat Cave https://www.tpr.org/environment/2014-10-17/saving-the-bracken-bat-cave
Science News – Bats jam each other in echolocation battles for food https://www.sciencenews.org/article/bats-jam-each-other-echolocation-battles-food
PMC – The Potential Impact of White-Nose Syndrome on the Conservation Status of T. brasiliensis https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4159351/
Wiley – Climatic drivers of changes in bat migration phenology at Bracken Cave https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gcb.15433
Texas Happens – Learn More About Bracken Cave and the World’s Largest Bat Colony https://texashappens.com/learn-more-about-bracken-cave-and-the-worlds-largest-bat-colony/
Enter the Caves – Bracken Cave and the Largest Bat Colony in the World https://enterthecaves.com/bracken-cave/
Sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo. Nessuno ha mai trovato da dove entrano
Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.
La Montagna di Santa Croce e le Gole del Nera: contesto geografico tra Stifone, Montoro e San Casciano
La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole: un canyon calcareo lungo circa sei chilometri tra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera.utecnarni.altervista
Il rilievo fa parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.utecnarni.altervista
Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose. Quelle acque conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto e rendono le Gole del Nera uno dei paesaggi naturalistici più riconoscibili dell’Umbria meridionale.instagram+1
Calcari massicci e fratture: perché la Montagna di Santa Croce è così poco carsificabile
La Montagna di Santa Croce è costruita sul Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale circa 200 milioni di anni fa. La sua struttura omogenea e priva di stratificazione continua è considerata, in teoria, la più carsificabile nell’intera serie sedimentaria appenninica.sgi.isprambiente+1
Sul versante di Stifone si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo. Eppure la montagna mostra uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani — alpini, appenninici meridionali e sardi. Il motivo risiede nella tettonica.scintilena
Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fratturazione fittissima ma disordinata. Il flusso idrico si disperde in mille percorsi capillari invece di concentrarsi in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”: dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata, senza erosione concentrata capace di aprire grotte percorribili.scintilena+1
La montagna non assomiglia al Gran Sasso, al Matese, agli altopiani dolomitici o all’acquifero carsico pugliese. Non ci sono ampi pianori dove l’acqua si raccoglie e penetra con forza nel sottosuolo. Il rilievo è morfologicamente modesto e fortemente inciso dalle valli. Le 17 grotte censite dall’UTEC — molte di ridottissimo sviluppo — testimoniano un carsismo che lavora in profondità, non in superficie.scintilena
Sorgenti carsiche di Stifone con portata record: 13.420 litri al secondo
Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari. Insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo), confermando le sorgenti di Stifone tra le maggiori sorgenti carsiche d’Italia per portata volumetrica.scintilena+2
Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno aggiornato il dato a 13,5 m³/s.idrogeologiaquantitativa
La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità. La corrente che sale dal fondo è così potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà.scintilena
Le acque presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm). Questo dato è incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, attraverso formazioni evaporitiche profonde e in presenza di fluidi crostali. Le acque non sono idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità.scintilena+1
Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus — un gamberetto troglobio privo di pigmentazione — mai osservata prima in Umbria. La sua presenza è un eccellente tracciante biologico per identificare connessioni tra acquiferi distanti.scintilena
L’acquifero regionale carsico dell’Umbria meridionale: il bacino idrogeologico da 1.000 km²
Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano uno studio idrogeologico fondamentale su Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140). Lo studio ricostruisce la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina in occasione della progettazione della galleria ferroviaria Santa Croce sulla linea Orte-Falconara.isprambiente+1
La conclusione è di quelle che non si dimenticano: i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del sistema sorgentizio. Per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km².rosa.uniroma1+2
In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri — Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina — e trasportandole lungo faglie, fratture e condotti profondi fino alle emergenze nell’alveo del Nera.idrogeologiaquantitativa+1
Studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) hanno aggiornato il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.rosa.uniroma1
Idrogeologia delle Gole del Nera: la galleria ferroviaria Santa Croce come finestra sul sottosuolo umbro
Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione della galleria Santa Croce evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria.scintilena
La galleria ferroviaria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce. In alcuni settori studi successivi hanno mostrato che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero naturalmente a Stifone.academia+1
Speleologi UTEC Narni alla ricerca del collegamento tra grotte alte e basse nel sistema carsico di Santa Croce
Durante il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito gruppo di lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse: in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).corrieredellumbria+1
Tra gli ingressi alti — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste — e quelli bassi — Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo” — esiste un dislivello di circa 250–300 metri su una distanza planimetrica massima di 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”: in inverno gli ingressi bassi aspirano aria fredda esterna mentre quelli alti soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta dello Svizzero). In estate si invertono i ruoli.corrieredellumbria+1
Questo comportamento è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. L’aria misurata a 9°C in estate alla Grotta Perduta è sensibilmente più fredda della temperatura media attesa per quella fascia altimetrica, e suggerisce scambi termici su volumi ipogei molto estesi.scintilena
Per trasformare queste osservazioni in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino capaci di rilevare concentrazioni di gas tracciante a livello di parti per milione. Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne con immissioni di gas tracciante (butano) agli ingressi alti e sensori posizionati agli ingressi bassi. Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi. Come sottolineano gli stessi ricercatori, questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici, dove tempi di transito lunghi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.scintilena+1
Parallelamente, proseguono scavi alla Grotta degli Archi e alla Grotta Sasha, e l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione. Per il 2026 sono previsti monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi e la ricerca attiva di nuove cavità — tra cui la Grotta Tagliata e la Grotta dei Cocci Superiore — come potenziali accessi al sistema profondo.scintilena
La domanda che guida la ricerca resta la stessa da quarant’anni: dove scende, nella montagna, l’acqua che riemerge a Stifone? La risposta potrebbe aprire uno dei sistemi carsici più inattesi dell’Italia centrale.
Non la grotta spettacolare che non c’è, ma l’acquifero regionale che sfida qualsiasi modello “locale”.
Geologia — Il Calcare Massiccio hettangiano-sinemuriano (?250 m sul versante di Stifone) è teoricamente la formazione più carsificabile dell’Appennino, ma una tettonica multifase con thrust e faglie dirette quaternarie ha prodotto una fratturazione così pervasiva e disordinata da generare carsismo “disperso” — acqua che scorre in mille piccole fratture invece di scavare grotte percorribili.
Il paradosso idrogeologico — I Monti di Amelia (la dorsale principale) contribuiscono per non più del 15% alla portata totale di Stifone. Per i 13,0–13,5 m³/s totali serve un bacino di ricarica ?1.000 km², che va cercato nei Monti di Narni, nelle Dorsali Martana e Sabina e probabilmente in strutture umbro-orientali ancora non identificate con certezza.
La chimica “sporca” — Acque solfato-alcalino-terrose con conducibilità fino a 3.500 µS/cm e tracce di fluidi profondi: non potabili, nonostante emergano da calcare puro. La firma geochimica denuncia percorsi sotterranei lunghissimi attraverso evaporiti e probabili apporti da faglie attive.
La galleria Santa Croce (1987) — Lo studio Chiocchini et al. commissionato per la linea Orte-Falconara è ancora oggi la pietra miliare dell’idrogeologia regionale. Il tracciato fu spostato a nord per evitare gli acquiferi principali.
UTEC 2025 — Tracciamento dell’aria con sensori NASO, LiDAR aereo, scavi e meteorologia ipogea su 350 m di dislivello. Nessun collegamento diretto dimostrato finora, ma anomalie termiche molto significative (aria a 9°C in estate) che indicano grandi vuoti profondi.
La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale
“Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.”
Cos’è la Montagna di Santa Croce e Dove si Trova
La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia come un gendarme silenzioso sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole, un canyon calcareo lungo circa sei chilometri fra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera. Il rilievo è parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce, nelle parole dei geologi, “l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino”, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.[1][2]
Le Gole del Nera si trovano tra il Monte Maggiore — su cui sorge Narni — e il Monte Santa Rosa, offrendo uno dei paesaggi naturalistici più sorprendenti dell’Umbria meridionale. Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato non solo dalla propria portata superficiale ma soprattutto da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose, che conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto. Il borgo di Stifone, con i resti del porto romano e dei cantieri navali augustei, si trova proprio al centro di questo sistema sorgentizio.[3][4]
La dorsale è delimitata a ovest dai bacini plio-pleistocenici del Paglia e del Tevere e a est dal complesso sistema montuoso dell’Appennino umbro-marchigiano-sabino, con i Monti Martani in primo piano. La massima elevazione dell’intera catena è Monte Cosce (1114 m), all’estremità meridionale, mentre a nord del Nera le quote scendono progressivamente fino ai 454 m di Monte Santa Croce.[5][2]
Geologia del Massiccio: Calcare Massiccio, Tettonica e Fratturazione
La Successione Stratigrafica
La Montagna di Santa Croce è costruita essenzialmente su Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale di acqua bassa — paragonabile alle attuali Bahamas — circa 200 milioni di anni fa, con barre oolitiche, associazioni di tipo clorozoan, alghe verdi e coralli. Il suo aspetto massivo, privo di stratificazione continua e con struttura omogenea a banconi, è all’origine del nome.[6][7]
Gli spessori affioranti del Calcare Massiccio nell’Appennino umbro-marchigiano variano fino a un massimo di 600 metri, ma sul versante SW di Monte Santa Croce — quello che guarda verso Stifone — si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo, considerata dal punto di vista teorico la formazione più carsificabile in assoluto nell’ambito della serie sedimentaria appenninica.[8]
Al Calcare Massiccio si sovrappongono, nella successione umbro-marchigiana, calcari diasprini e selciferi giurassici, poi marne, scisti argillosi e flysch miocenico. La struttura complessiva della Dorsale Narnese-Amerina include rocce meso-cenozoiche della Successione Umbro-Marchigiana, della Successione Umbro-Romagnola e delle Unità Toscane. Il tutto è impostato su depositi triassico-miocenici che poggiano su sedimenti plio-pleistocenici di origine fluvio-lacustre.[9][10]
Una recente carta geologica in scala 1:12.500 della parte centrale della Dorsale Narni-Amelia (ISPRA, 2019) ha rivelato calcareniti a grana fine di materiale neritico inaspettatamente incastrate nei depositi giurassici superiori del Pliensbachiano-Bajociano, dopo l’annegamento della piattaforma carbonatica del Calcare Massiccio, e ha documentato una fase distensiva del Cretacico inferiore nella parte meridionale della dorsale, dove le Marne a Fucoidi (Aptiano-Albiano) riposano in modo inconforme sui carbonati hettangiani.[10]
La Tettonica: Accavallamenti, Faglie e Conseguenze Idrogeologiche
L’assetto tettonico della dorsale è complesso e multifase. La struttura presenta un sistema di accavallamenti (thrust faults) eredità dell’orogenesi appenninica (Miocene-Pliocene) e una fitta rete di faglie dirette quaternarie che si sovrappongono alle strutture compressive. Studi strutturali degli anni ’90 (Bigi et al., 1997, 2000; Boncio et al., 1995) hanno documentato in dettaglio la cinematica del settore, riconoscendo un sovrascorrimento principale (il Sovrascorrimento di Narni, Calamita et al. 1995) e numerose faglie parallele e fratture perpendicolari.[11][12][9]
Le ricerche del Gruppo Speleologico UTEC Narni hanno permesso di osservare direttamente che diverse cavità importanti — inclusa la Grotta dello Svizzero — sono collocate lungo una faglia diretta significativa, probabilmente la stessa che convoglia e drena le acque che confluiscono dall’Umbria meridionale verso Stifone. Questa faglia funziona come corridoio preferenziale per la circolazione idrica profonda, dirigendo i flussi verso le emergenze sorgentizie nell’alveo del Nera.[8]
La tettonica distensiva ha sconvolto anche la fascia tra Amelia e Guardea (Dorsale Narnese-Amerina), con faglie parallele e fratture perpendicolari che solcano gli strati geologici per circa 5 km in direzione N-S, creando le condizioni per la formazione di doline di enormi dimensioni — voragini profonde fino a 80 metri e diametrali fino a 70 metri nei “Cannetti” di Cesa Fumetto e dello Spiego.[11]
Perché i Calcari Massicci di Santa Croce Sono Poco Carsificabili
Il Paradosso della “Roccia Più Carsificabile”
Il Calcare Massiccio è nominalmente la formazione carbonatica teoricamente più carsificabile dell’Appennino: purezza elevata, struttura massiva priva di intercalazioni marnose che fungerebbero da diaframmi impermeabili, grande spessore. Eppure, la Montagna di Santa Croce presenta uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani.[8]
La ragione va cercata in una combinazione di fattori strutturali e morfologici che si oppongono all’apertura di grandi condotti percorribili:
1. Fratturazione pervasiva ma non ordinata. Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fittissima rete di fratture di piccole dimensioni, orientate in modo disordinato, che disperdono il flusso idrico in mille percorsi capillari invece di concentrarlo in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”, caratterizzato da dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata piuttosto che da erosione concentrata. Le doline carsiche di superficie, presenti e documentate, testimoniano l’intensa dissoluzione in profondità, ma le cavità risultanti restano spesso anguste, farcite di sedimenti fini e inaccessibili.[1]
2. Assenza di zone di ricarica concentrate. A differenza dei grandi massicci appenninici come il Gran Sasso (~1.000 km²) o il Matese, oppure dei vasti altopiani carsici dell’Appennino meridionale e della Sardegna, la Montagna di Santa Croce offre una superficie di affioramento carbonatico molto limitata. Il rilievo è morfologicamente modesto (454 m s.l.m.) e fortemente inciso dalle valli, senza ampi pianori dove l’acqua possa raccogliersi e penetrare con forza nei condotti carsici.
3. Bassa acclività e sedimenti di copertura. La scarsa pendenza dei versanti setentrionali favorisce l’accumulo di suolo e residui di alterazione, che rallentano e diffondono la ricarica idrica impedendo la formazione di inghiottitoi di grandi dimensioni.[9]
4. Posizione strutturale “esposta”. Il massiccio è fortemente inciso dal Nera, che ha abbassato rapidamente il livello di base durante il Quaternario, “decapitando” i condotti carsici più antichi prima che potessero svilupparsi in grandi sistemi percorribili. Le cavità nate in condizioni di saturazione profonda sono rimaste sotto il livello freatico o colmate di depositi alluvionali.
Il Confronto con i Grandi Massicci
Questo contrasto con i massicci carbonatici alpini, appenninici meridionali e sardi non potrebbe essere più netto. La Piattaforma Carbonatica Apula in Puglia ospita calcari e dolomie del Cretacico spessi fino a 3.000 metri con un acquifero carsico di strategia nazionale. Il Carso Classico del Friuli-Venezia Giulia conta oltre 3.200 cavità nel solo tratto italiano con spessore carsificato fino a 500 m. L’Altopiano dei Sette Comuni in Veneto assorbe l’80-90% delle precipitazioni nelle grotte di Oliero. Il Gran Sasso sviluppa condotti carsici a scala decametrica e alimenta sorgenti potabili di decine di m³/s.[13][14]
La Montagna di Santa Croce, con le sue poche decine di grotte minori (17 censite dall’UTEC, molte di ridottissimo sviluppo), è invece una montagna che “non mostra” il suo carsismo in superficie: l’acqua scorre, ma in profondità, attraverso un reticolo fratturale non percorribile dall’uomo.[8]
13.000 Litri al Secondo: il Mistero delle Sorgenti di Stifone-Montoro
Una delle Maggiori Sorgenti d’Italia
Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge nell’incisione fluviale attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari che insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo). Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno confermato i 13,5 m³/s.[15][16][9]
Il gruppo sorgentizio rappresenta una delle maggiori emergenze carsiche d’Italia per portata volumetrica. A titolo di confronto, il fiume Nera a Terni ha una portata media annua di circa 60–80 m³/s: le sorgenti di Stifone-Montoro contribuiscono dunque con una quota significativa alla portata del corso d’acqua a valle.
La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità, con una corrente talmente potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà. A monte della diga di Recentino sono presenti altre sorgenti in alveo con una portata media misurata di circa 1,0–1,5 m³/s. L’acqua captata alla diga de La Morica viene turbinata alla centrale idroelettrica di Nera Montoro.[17][15]
La Chimica delle Acque: Un’Impronta di Profondità
Le acque del sistema sorgentizio di Stifone-Nera Montoro presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm) assolutamente incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. Queste acque presentano anche un lieve termalismo (circa 16–17°C) e un’elevata pressione parziale di CO?, attribuita all’apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie.[18]
La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, probabilmente attraverso formazioni evaporitiche profonde (gessi, anidriti) e in presenza di fluidi crostali. In ogni caso, sono non idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità. Questo è un fatto tanto paradossale quanto eclatante: la più grande sorgente carsica dell’Umbria produce acqua non potabile.[12][9]
Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus (gamberetto troglobio), mai osservata prima in Umbria. Il Niphargus, organismo adattato all’ambiente sotterraneo e privo di pigmentazione, costituisce un eccellente tracciante biologico per identificare la connessione tra acquiferi: trovarlo in altri acquiferi e analizzarne il DNA potrebbe rivelare quali strutture contribuiscono all’alimentazione di Stifone.[18]
Il Bacino Idrogeologico “Impossibile”: Perché l’Acqua di Mezza Umbria Esce a Stifone
Il Bilancio Idrogeologico di Chiocchini (1987) e Suoi Sviluppi
Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano sulla rivista Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140) uno studio idrogeologico fondamentale condotto in occasione della progettazione della galleria Santa Croce della linea ferroviaria Orte-Falconara. Lo studio ricostruisce in dettaglio la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina e giunge a una conclusione di straordinaria importanza: il bacino di alimentazione calcolato per le sorgenti di Stifone-Nera Montoro risulta insufficiente rispetto alle portate osservate.[19][20][12]
I calcoli del bilancio idrogeologico medio annuo mostrano che i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del gruppo sorgentizio. I pozzi e i piezometri perforati nella zona settentrionale dei Monti di Amelia indicano un flusso verso est con gradienti idraulici compresi tra 0,004 e 0,009, valori di una circolazione lenta e diffusa.[15][12][9]
La conclusione è lapidaria: per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km². Questa stima è confermata da studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) che aggiornano il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo.[12][9][15]
Da Dove Arriva l’Acqua?
Le zone di ricarica supplementari — quelle che “mancano” al bilancio locale — vanno ricercate in un arco di strutture carbonatiche assai ampio:[15][12]
Monti di Narni: la dorsale immediatamente a est e a sud
Dorsale Martana: struttura carbonatica giurassica a est della Valle del Nera
Dorsale Sabina: struttura laziale a sud-est
Zone meridionali dei Monti della Valnerina
Flusso regionale dalle strutture carbonatiche dell’Umbria nord-orientale (possibile contributo)
Monte Peglia: il contributo di questa struttura alle sorgenti di base di Stifone (portata max 0,5 m³/s) rimane ancora da chiarire[9][15]
In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri e trasportandole — lungo faglie, fratture e condotti profondi — fino alle emergenze nell’alveo del Nera. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.
La chimica delle acque (solfati elevati, salinità anomala, CO? profonda) è coerente con questo modello: le acque hanno tempi di residenza lunghissimi nel sottosuolo e percorrono formazioni evaporitiche profonde, arricchendosi in ioni che non potrebbero mai derivare dalla sola dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale.[21][18]
La Galleria Ferroviaria Santa Croce: una “Finestra” sul Sottosuolo Umbro
L’Opera e il Suo Contesto Idrogeologico
La linea ferroviaria Orte-Falconara — collegamento diretto tra Roma e la costa adriatica — attraversa la Dorsale Narnese-Amerina tramite la galleria Santa Croce, scavata proprio nel sottosuolo della montagna oggetto di questo studio. La costruzione di quest’opera ha costituito l’occasione per lo studio idrogeologico più sistematico mai realizzato sul sistema acquifero narnese-amerino: lo studio Chiocchini, Chiocchini e Manna del 1987 è stato direttamente commissionato per supportare la progettazione del tracciato.[22][1]
Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria. La galleria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture e cavità significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce.[1]
Impatti e Misure di Protezione
Lo studio del 1987 ha avuto un ruolo cruciale nel definire le misure di protezione dell’acquifero durante e dopo lo scavo. Tra le soluzioni adottate: drenaggi controllati per reindirizzare le acque intercettate verso il Nera senza alterare i percorsi naturali, sistemi di impermeabilizzazione nei tratti critici, e monitoraggio piezometrico continuo per verificare che i livelli di falda non subissero variazioni significative in prossimità delle sorgenti.[1]
Studi successivi (documentati in letteratura) hanno mostrato che in alcune situazioni la galleria ha comunque alterato il flusso sotterraneo regionale, con “percorsi di flusso che intersecano i crinali naturali, dimostrando che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo in alcuni settori”. Questo fenomeno rende la galleria stessa una sorta di “finestra permanente” sul sottosuolo umbro, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero a Stifone.[23]
Cosa Cercano gli Speleologi UTEC nel Ventre della Montagna
Il Progetto 2025: Tracciamento dell’Aria e Meteorologia Ipogea
Durante tutto il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica e metodica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito Gruppo di Lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è studiare la meteorologia ipogea del massiccio e individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse — in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).[24][1]
La geometria del problema è ben definita: tra gli ingressi alti (Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste) e quelli bassi (Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo”) esiste un dislivello di circa 250–300 metri con una distanza planimetrica massima di circa 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”:[24][1]
Stagione
Ingressi bassi
Ingressi alti
Inverno
Aspirano aria fredda esterna (T est. ~4°C)
Soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta Domine Svizzero)
Estate
Efflusso aria fredda (9–11°C)
Aspirano aria calda esterna
Il comportamento “a polmone” è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. Valori di temperatura dell’aria uscente straordinariamente bassi — 9°C in estate alla Grotta Perduta — risultano sensibilmente inferiori sia alla temperatura media annua attesa per quella fascia altimetrica sia alla temperatura dell’acqua delle sorgenti del Nera (16–17°C). Questo raffreddamento anomalo è interpretabile come effetto combinato di evaporazione e scambio termico su volumi ipogei molto estesi.[24][1]
Il Metodo NASO: Gas Traccianti per Seguire il Vento
Per trasformare queste osservazioni qualitative in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino e sensori catalitici di gas, in grado di rilevare concentrazioni di butano e propano a livelli di parti per milione. I sensori, autocostruiti da Giulio Foschi per l’UTEC seguendo il progetto open-source di Alessandro Vernassa di Genova, registrano su datalogger i dati di concentrazione di gas ogni pochi secondi.[25][1]
Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne di tracciamento: immissioni di gas tracciante (bombolette spray contenenti butano) agli ingressi alti (Grotta dello Svizzero in giugno e agosto) con sensori posizionati agli ingressi bassi ipotizzati (Grotta Perduta, Miniera di Montoro, Punto Freddo). Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi sui collegamenti diretti. Come sottolineano gli stessi ricercatori, “questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici”, dove tempi di transito lunghi, dispersione in volumi enormi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.[1]
LiDAR, Scavi e il Catasto delle Grotte
Parallelamente al monitoraggio dell’aria, durante il 2025 sono proseguiti esplorazioni e scavi: lavori alla Grotta degli Archi, scavi alla Grotta Sasha, e soprattutto l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione e verificare le cavità già note. Il modello digitale del terreno LiDAR ha rivelato morfologie di superficie (doline, depressioni lineari, scarpate) coerenti con la presenza di vuoti sepolti.[1]
Ad oggi sono state censite e accatastate al Catasto Grotte dell’Umbria oltre 17 grotte nella sola Montagna di Santa Croce (oltre ad altre 10 non catastale). La ricerca è attiva e sistematica, e per il 2026 prevede: ricerca della Grotta Tagliata e della Grotta dei Cocci Superiore, verifica delle correnti d’aria in Grotta di Piero, Grotta di Sisto, Grotta della Topa e Grotta Sini, e pianificazione di monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi.[8][1]
Nelle grotte di Montoro è presente anche una traccia biologica inattesa: nelle esplorazioni subacquee della Sorgente della Morica sono state rinvenute ossa animali incastrate nelle rocce del condotto sotterraneo, a profondità di 10 metri. La corrente è talmente forte da rendere impossibile che un animale sia entrato dal basso: le ossa devono provenire dall’interno della montagna, trascinate dalla corrente idrica da qualche punto di ingresso ancora sconosciuto più a monte. Una prova indiretta, ma potente, dell’esistenza di vie d’accesso al sistema sotterraneo ancora da scoprire.[17]
Il Quadro d’Insieme: Acquifero Regionale e Sistema Idrogeologico
Un Acquifero che “Beve” dall’Umbria e “Beve” dai Fluidi Profondi
Il sistema idrogeologico delle sorgenti di Stifone-Nera Montoro non è spiegabile con la sola circolazione superficiale nell’acquifero della Dorsale Narnese-Amerina. I dati convergono verso un modello a doppio contributo:
1. Acquifero regionale carbonatico (circolazione fredda superficiale): raccoglie le precipitazioni da un’area ?1.000 km² di affioramenti carbonatici (Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina, possibili contributi dall’Umbria nord-orientale) e le trasporta in profondità verso il livello di base regionale nell’alveo del Nera. I Monti di Amelia contribuiscono al massimo per il 15%.[12]
2. Contributo di fluidi profondi (circolazione calda-salata): la presenza di solfati elevati, CO? profonda, lieve termalismo e la salinità anomala nelle acque di Stifone suggerisce un apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie attive dell’Appennino centrale. Un’autostrada di acque calde e salate, simile a quella documentata per l’Appennino meridionale, potrebbe attraversare il sottosuolo umbro mescolando la propria firma geochimica alle acque di circolazione più superficiale.[21]
Questo doppio contributo spiegherebbe sia le portate eccezionali (impossibili con la sola ricarica meteoritica locale) sia la chimica “sporca” delle acque, che le rende non potabili pur provenendo da rocce carbonatiche teoricamente pulite.[9]
Un Paradosso Idrogeologico
Il sistema di Stifone rappresenta dunque un paradosso idrogeologico di primissimo ordine: una delle maggiori sorgenti d’Italia per portata volumetrica, ubicata in una montagna geologicamente modesta, alimentata da un bacino di ricarica enormemente più grande dell’area che si vede in superficie, con acque non potabili per via di una chimica profonda. E l’entrata di tutto questo fiume sotterraneo — il punto dove l’acqua scende nell’acquifero prima di emergere a Stifone — non è mai stata identificata con certezza.
La questione è ancora aperta dopo oltre 130 anni di osservazioni (dal rilievo di Zoppi del 1892) e 40 anni di studi sistematici (da Chiocchini et al. del 1987). Gli speleologi dell’UTEC, con i loro sensori NASO, i voli LiDAR e le campagne di scavo, continuano a cercare quella “buca dei sogni” nel versante SW di Monte Santa Croce, certi che — da qualche parte — i 200 e più metri di calcare massiccio possano essere penetrati e che le gallerie sotterranee che portano alle potenti falde di Stifone attendano ancora il loro primo esploratore umano.[8]
Domande Aperte e Linee di Ricerca Future
Le questioni scientifiche irrisolte intorno al sistema carsico di Santa Croce sono molteplici:
Il bacino di ricarica esatto: quali strutture carbonatiche contribuiscono alle sorgenti di Stifone e in quale percentuale? Il ruolo del Monte Peglia e dell’Umbria nord-orientale rimane da chiarire.[15][9]
L’origine della mineralizzazione: la firma solfatica è dovuta a circolazione in evaporiti profonde, a risalita di fluidi endogeni lungo faglie attive, o a entrambi? La ricerca biochimica sul Niphargus potrebbe fornire indicazioni indirette.[18]
Il collegamento tra ingressi alti e bassi: i tracciamenti NASO del 2025 non hanno dato risultati; il 2026 prevede monitoraggi più estesi e continuativi.[1]
La “Grotta Tagliata” e la Grotta dei Cocci Superiore: due cavità cercate attivamente dagli speleologi UTEC come potenziali accessi al sistema profondo.[1]
L’impatto della galleria ferroviaria: in che misura la galleria Santa Croce ha modificato la piezometria regionale e quale effetto ha avuto sulle portate delle sorgenti?[23]
La risposta a queste domande non è solo un esercizio accademico: la gestione sostenibile delle risorse idriche dell’Umbria meridionale dipende dalla comprensione di un acquifero che, pur non essendo potabile, è parte integrante dell’equilibrio idrologico regionale e alimenta una centrale idroelettrica.[15]
Fonti principali: Chiocchini U., Chiocchini M. & Manna F. (1987), Geologia Applicata e Idrogeologia 22:103–140; Di Matteo L., Dragoni W. & Valigi D. (2008), Università di Perugia; Boni C. (2000), Hydrogeologie; Gruppo Speleologico UTEC Narni, campagne 2024–2025; Boni C., Bono P. & Capelli G. (1986), Schema Idrogeologico dell’Italia Centrale.
Gli speleologi delle Nottole guidano i visitatori nella cisterna medievale più antica della città
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha avviato domenica 26 aprile 2026 il nuovo ciclo di aperture della Fontana del Lantro, la suggestiva cisterna sotterranea medievale collocata sotto la chiesa di San Lorenzo, in via Boccola, nel cuore di Città Alta. Le visite sono libere e gratuite. Sono previsti otto appuntamenti distribuiti tra aprile e ottobre 2026, sempre nelle domeniche pomeriggio, con orario dalle 14:30 alle 18:30. Fa eccezione il 15 agosto, che cade di sabato. L’iniziativa è realizzata in collaborazione con il Comune di Bergamo.bergamotomorrow+1
La Fontana del Lantro: mille anni di storia idrica nel sottosuolo bergamasco
La Fontana del Lantro è uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Il nome deriva dal latino antrum, ovvero “antro dell’acqua”, riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente originaria. La prima attestazione documentale risale all’anno 928, in una pergamena redatta per conto del vescovo Adalberto. Ulteriori documenti del 1032 e del 1042 ne confermano l’esistenza, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive il complesso già dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.wikipedia+3
La struttura visibile oggi è della seconda metà del Cinquecento. La sua costruzione fu determinata dall’avvio dei lavori per le mura difensive veneziane (1561–1588), che comportarono la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo: ricostruita poco distante, la nuova chiesa inglobò la cisterna in un atrio interrato. Da quel momento la fontana rimase protetta in quell’ambiente ipogeo che è ancora oggi visitabile.bergamonews+2
Architettura: doppia vasca e volte in pietra a vista
Dal punto di vista architettonico, il Lantro è un manufatto di notevole pregio. La struttura è costruita interamente in pietra squadrata a vista e presenta ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso un’unica colonna portante posta al centro della vasca principale.nottole+3
Il sistema adotta il principio della doppia vasca: l’acqua della sorgente viene convogliata in una vasca sopraelevata, dove le impurità si depositano sul fondo, prima di fluire nella cisterna principale. Questo sistema, già noto in epoca romana, garantiva un’acqua di qualità elevata alla comunità della vicinia di San Lorenzo.visitbergamo+2
Il complesso è alimentato da due sorgenti: la storica sorgente del Lantro, originata da una piccola cavità naturale, e la sorgente di San Francesco, captata durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo tramite un apposito cunicolo.museionline+1
Da lavatoio pubblico all’abbandono, fino al recupero del 1992
Per secoli la fontana ha svolto una funzione pubblica fondamentale: veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale alla fine dell’Ottocento, la struttura perse la sua funzione di approvvigionamento idrico, ma rimase in uso come lavatoio fino al 1950.nottole+1
Nei decenni successivi il sito cadde in abbandono e divenne una discarica abusiva. Nel 1992 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò una campagna di pulizia e restauro che riportò la cisterna alle sue condizioni originali. Da allora il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali organizzate con il Comune di Bergamo.ecodibergamo+3
Le Nottole: oltre cinquant’anni di esplorazione sotterranea a Bergamo
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” nasce dalla fusione, avvenuta nel 1974, tra il Gruppo Speleologico Bergamasco (fondato nel 1964) e il Gruppo Speleologico “Le Nottole” (fondato nel 1969). Il nome “Nottole” fa riferimento a un pipistrello.nottole+1
L’attività del gruppo copre sia la speleologia in grotte naturali nelle Prealpi Orobiche, sia il censimento e la valorizzazione delle cavità artificiali del sottosuolo bergamasco. Tra i contributi principali: la pubblicazione degli studi sugli antichi acquedotti di Bergamo, il rilievo delle cannoniere in casamatta delle mura venete UNESCO, la scoperta nel 2023 del cunicolo originale della Fontana del Vagine (lungo circa 80 metri, con due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola) e la gestione didattica del patrimonio sotterraneo di Città Alta.scintilena+4
Nel 2025 il Lantro ha accolto 3.199 visitatori, dato in crescita rispetto agli anni precedenti.ecodibergamo
Il calendario delle otto aperture 2026
Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo. Prima dell’avvio del ciclo 2026, le Nottole hanno effettuato manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella interna.ecodibergamo+2
Le date previste sono le seguenti:bergamotomorrow+1
Domenica 26 aprile – 14:30 / 18:30
Domenica 31 maggio – 14:30 / 18:30
Domenica 28 giugno – 14:30 / 18:30
Domenica 26 luglio – 14:30 / 18:30
Sabato 15 agosto – 14:30 / 18:30
Domenica 30 agosto – 14:30 / 18:30
Domenica 27 settembre – 14:30 / 18:30
Domenica 25 ottobre – 14:30 / 18:30
La Fontana del Lantro si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo (coordinate GPS: 45.70569, 9.66417). L’ingresso è libero e gratuito.bergamonews+1
Fontana del Lantro e le Aperture 2026.
Riapre la Fontana del Lantro: le visite guidate con «Le Nottole» – Bergamo Tomorrow
Il report analizza in dettaglio:
? Origine storica: prima citazione documentata nell’anno 928, con attestazioni nel 1032, 1042 e nello Statuto cittadino del 1248
?? Architettura: struttura della seconda metà del ‘500, doppia vasca (quella principale da 400 m³), volte ad archi romanici/gotici su colonna centrale, sistema di doppia vasca per la depurazione dell’acqua
? Le due sorgenti: la storica Sorgente del Lantro e la Sorgente di San Francesco (scoperta durante la costruzione delle mura venete)
?? Bergamo Sotterranea: il Lantro come nodo di una rete più ampia di acquedotti romani, veneziani e cunicoli militari
? Il Gruppo “Le Nottole”: fondato nel 1969, fusione con il GSB nel 1974, protagonisti del recupero del 1992 e di decenni di esplorazione ipogea
? Calendario 2026: 8 aperture gratuite da aprile a ottobre, sempre dalle 14:30 alle 18:30 (ricorda: scarpe chiuse con suola antiscivolo!)
? Dati visitatori: 3.199 visitatori nel 2025, in crescita costante
Fontana del Lantro – Studio Approfondito
Inquadramento generale
La Fontana del Lantro è una delle cavità artificiali più significative di Bergamo e uno dei siti ipogei medievali meglio conservati dell’Italia settentrionale. Situata sotto la chiesa di San Lorenzo in via Boccola, nel cuore di Città Alta, è una straordinaria cisterna sotterranea che ha fornito acqua alla comunità locale per quasi mille anni. A partire dal 26 aprile 2026, il sito ha riaperto al pubblico con un calendario di otto aperture gratuite organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo.[1][2][3][4][5][6]
Storia e origine del nome
Le prime attestazioni documentali
Il nome “Lantro” deriva dal latino Later (o antrum, antro), che significa letteralmente “antro dell’acqua”, un riferimento diretto alla piccola cavità naturale da cui sgorga la sorgente principale. Il primo documento che attesta l’esistenza della fontana risale all’anno 928, quando una pergamena scritta per conto del vescovo Adalberto menziona espressamente la sorgente del Lantro. Altri documenti del 1032 e del 1042 ne riportano menzione, mentre lo Statuto cittadino del 1248 descrive l’intero complesso come dotato di cisterna, cunicoli, abbeveratoi e lavelli.[1][2][7][6][8]
Dal Medioevo all’età veneziana
Originariamente collocata all’aperto, la fontana subì una profonda trasformazione nella seconda metà del XVI secolo, quando la Repubblica di Venezia impose la costruzione delle celebri mura difensive di Bergamo (1561–1588). Questo radicale intervento urbanistico comportò la demolizione della preesistente chiesa di San Lorenzo, ricostruita poco distante proprio sopra la cisterna, che si trovò così inglobata in un atrio interrato sotto la nuova chiesa. Da quel momento in poi, la fontana rimase protetta e racchiusa in quel suggestivo ambiente ipogeo che ancora oggi è possibile visitare.[1][7][9]
Dal lavatoio all’abbandono
Nel corso dei secoli, il Lantro svolse una funzione pubblica fondamentale per la comunità della Vicinia di San Lorenzo: l’acqua veniva utilizzata per usi domestici, come abbeveratoio per gli animali e per la concia delle pelli. Alla fine dell’Ottocento, con l’entrata in funzione del nuovo acquedotto municipale, la fontana perse la sua funzione primaria di approvvigionamento idrico, ma continuò a essere usata come lavatoio fino al 1950. Negli anni successivi la cisterna cadde in completo abbandono, trasformandosi progressivamente in una discarica abusiva.[2][7]
Architettura e caratteristiche strutturali
Fontana del Lantro cistern La struttura attuale della Fontana del Lantro è della seconda metà del Cinquecento e rappresenta un eccellente esempio di architettura idraulica rinascimentale. È costruita interamente in pietra squadrata a vista ed è caratterizzata da ampie volte con archi a tutto sesto e a sesto acuto, che convergono verso una singola colonna portante posta al centro della vasca principale.[1][2][3][6]
Elemento
Descrizione
Vasca principale
Base quadrata, capacità circa 400 m³
Vasca minore
In posizione sopraelevata rispetto alla principale
Copertura
Volte ad archi a tutto sesto e sesto acuto
Supporto centrale
Unica colonna portante al centro
Materiale
Pietra squadrata a vista
Localizzazione
Via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo
Coordinate
45°42?20.63?N 9°39?50.42?E
La fontana adottava il classico sistema della doppia vasca già in uso presso gli antichi romani per la purificazione dell’acqua: l’acqua della sorgente veniva convogliata nella vasca sopraelevata, dove le impurità (sabbia e altri corpuscoli) si depositavano sul fondo prima che l’acqua passasse nella vasca principale. Questo sistema garantiva un elevato livello qualitativo dell’acqua distribuita alla comunità.[6]
Le sorgenti
Il sistema idrico del Lantro era alimentato da due sorgenti distinte:[2][10]
Sorgente del Lantro: la più antica e abbondante, nasce da una piccola cavità naturale dietro la chiesa di San Lorenzo, da cui prende il nome l’intera struttura
Sorgente di San Francesco: intercettata successivamente, durante i lavori di costruzione delle mura veneziane nel XVI secolo; captata tramite un apposito cunicolo
Il sistema idrico sotterraneo di Bergamo Alta
La Fontana del Lantro non è un sito isolato, ma fa parte di un complesso reticolo di acquedotti e cavità artificiali che si sviluppano sotto Città Alta, frutto di secoli di interventi di ingegneria idraulica che si stratificano dall’epoca romana fino all’Ottocento.[11][12]
Gli antichi acquedotti romani
Bergamo deve la sua rete idrica originaria all’ingegno della civiltà romana, che seppe captare le sorgenti sui colli e costruire una fitta rete idrica in mattoni, piombo e marmo. Le sorgenti principali storicamente documentate sono la Boccola, il Vagine, il Lantro e il Corno. Due acquedotti principali di epoca romana servivano Città Alta: l’Acquedotto di Castagneta (detto anche dei Vasi o Saliente, lungo 3.544 m con dislivello di 70 m) e l’Acquedotto di Sudorno.[12][13]
L’Acquedotto Magistrale veneziano
Con la denominazione di “Acquedotto Magistrale” si indica il sistema integrato di distribuzione dell’acqua all’interno della cinta veneta, rimasto in funzione fino alla fine del XIX secolo. Dal punto di unione degli acquedotti dei Vasi e di Sudorno, nel baluardo di Sant’Alessandro, prendeva origine il condotto Magistrale, in parte ancora percorribile, che serviva utenze pubbliche (cisterne e fontane) e utenze private tramite partitori e canalizzazioni minori.[13]
L’Acquedotto di Prato Baglioni
Nel 2005 il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” ha completato lo studio del terzo grande acquedotto di Bergamo Alta, l’Acquedotto di Prato Baglioni: struttura della seconda metà del 1500, costruita contestualmente alle mura, con una lunghezza di circa 1.400 metri, che riforniva privati e fontane pubbliche della zona nord-est della città.[14]
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”
Storia e fondazione
Il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” è un’associazione di volontari con radici che risalgono al 1964, quando nacque il Gruppo Speleologico Bergamasco, e al 1969, anno di fondazione del Gruppo Speleologico “Le Nottole” — il cui nome deriva dalla nottola, un pipistrello. Nel 1974 i due sodalizi si fusero, dando vita al Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole”, con sede inizialmente al Museo Civico di Scienze Naturali “E. Caffi” di Bergamo.[15][16]
Attività e ricerche
Il gruppo è attivo su molteplici fronti dell’esplorazione speleologica, sia in cavità naturali che artificiali:[17]
Esplorazione e rilievo delle mura venete: già nel 1974 le Nottole collaborarono con l’Azienda Autonoma di Turismo per la pubblicazione Le mura di Bergamo (1977), effettuando ispezioni notturne nelle cannoniere in casamatta e nei sotterranei militari[18]
Studio degli antichi acquedotti di Bergamo: ricerche d’archivio e sopralluoghi ipogei che hanno portato alla pubblicazione Gli antichi acquedotti di Bergamo (1992) e a studi successivi[11][13]
Recupero e valorizzazione del Lantro: nel 1992 il gruppo ha avviato i lavori di pulizia e restauro della cisterna, riportandola all’antico splendore dopo quarant’anni di abbandono[2]
Scoperta della fontana del Vagine (2023): ritrovamento del cunicolo originale lungo circa 80 metri, con sezione variabile e due sorgenti attive a 13 metri di profondità sotto la Corsarola[19]
Esplorazione carsica dell’Arera: esplorazioni nelle grotte delle Prealpi Orobiche con rilievi topografici e documentazione scientifica[17]
Didattica: attività scolastiche già dagli anni ’70 e gestione di corsi di speleologia[20][16]
Le Nottole sono anche attive nelle visite guidate al patrimonio sotterraneo delle mura veneziane, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.[21][22]
Il recupero della Fontana del Lantro (1992)
Il 1992 rappresenta un anno fondamentale nella storia recente del Lantro: il Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” avviò un’imponente campagna di pulizia e restauro della cisterna, ridotta a una discarica abusiva colma di detriti, vetri e rottami metallici accumulati in oltre quarant’anni di abbandono. Dopo pochi mesi di lavoro intenso, il manufatto è stato riportato al suo antico splendore. Da quella data, il Lantro è visitabile solo in occasione di aperture speciali o eventi straordinari organizzati in collaborazione con il Comune.[19][1][2][5]
Nel 2025, l’anno precedente alle attuali aperture, la Fontana del Lantro ha registrato 3.199 visitatori, con un incremento significativo rispetto agli anni precedenti — a testimonianza del crescente interesse del pubblico per la “Bergamo sotterranea”.[5]
Calendario Aperture 2026
Le Aperture Fontana del Lantro 2026 sono organizzate dal Gruppo Speleologico Bergamasco “Le Nottole” in collaborazione con il Comune di Bergamo, nell’ambito di una convenzione formale per la gestione e valorizzazione del sito. Prima dell’avvio delle aperture è stata effettuata manutenzione straordinaria sulla griglia della passerella utilizzata dai visitatori per accedere alla cisterna.[4][5][23]
Data
Giorno
Orario
26 aprile 2026
Domenica
14:30 – 18:30
31 maggio 2026
Domenica
14:30 – 18:30
28 giugno 2026
Domenica
14:30 – 18:30
26 luglio 2026
Domenica
14:30 – 18:30
15 agosto 2026
Sabato
14:30 – 18:30
30 agosto 2026
Domenica
14:30 – 18:30
27 settembre 2026
Domenica
14:30 – 18:30
25 ottobre 2026
Domenica
14:30 – 18:30
Le visite sono libere e gratuite per tutti. Per accedere alla struttura è obbligatorio indossare scarpe chiuse con suola antiscivolo, per ragioni di sicurezza data la presenza di acqua e superfici umide. Il sito si trova in via Boccola, sotto la chiesa di San Lorenzo, coordinate GPS: 45.70569, 9.66417.[24][8][4]
Bergamo Sotterranea: contesto patrimoniale più ampio
La Fontana del Lantro si inserisce nel ricco panorama della Bergamo Sotterranea, un sistema di cavità artificiali che comprende:[25][26][9]
Cannoniere in casamatta delle Mura Veneziane (Patrimonio UNESCO): strutture militari sotterranee con bocche cannoniere, costruite tra il 1561 e il 1588 su progetto della Serenissima; secondo la ricostruzione storica, se ne contavano 17 in casamatta e 25 a cielo aperto[9]
Sortita dell’Acquedotto: accesso sotterraneo al sistema di distribuzione idrica veneziano
Rifugi antiaerei della Seconda guerra mondiale: gallerie scavate 15 metri sotto terra, capaci di accogliere fino a mille persone[27]
Cunicoli degli acquedotti romani e veneziani: rete idraulica che si snoda per chilometri sotto il tessuto urbano di Città Alta
Le mura venete di Bergamo, iscritte nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, sono uno degli elementi che conferiscono alla città il suo straordinario valore storico-culturale. Bergamo e Brescia sono state inoltre Capitale italiana della Cultura 2023, evento che ha intensificato l’attenzione verso il suo patrimonio nascosto.[21][22][25]
Significato scientifico e speleologico
Dal punto di vista della speleologia in cavità artificiali, la Fontana del Lantro rappresenta un caso studio di eccellente livello, con caratteristiche che la rendono unica nel panorama italiano:[2][6]
Continuità storica millenaria: documentata dal 928, è tra i più antichi manufatti idraulici urbani ancora integri e visitabili in Italia settentrionale
Stratificazione tecnologica: la struttura sovrappone elementi di captazione idrica di epoche diverse (medioevale e rinascimentale), documentando l’evoluzione delle tecniche costruttive
Idrogeologia attiva: le sorgenti sono ancora attive, rendendo il Lantro un sito “vivo” e non solo un reperto museale
Valore ambientale: come tutti i siti ipogei, rappresenta un potenziale rifugio per chirotteri e fauna cavernicola, in linea con le ricerche naturalistiche condotte nelle grotte bergamasche
La ricerca speleologica condotta dalle Nottole si inserisce in un filone metodologico che integra indagine d’archivio storico, esplorazione fisica delle cavità e rilievo topografico: un approccio multidisciplinare che ha permesso di ricostruire la rete idrica sotterranea di Bergamo con un livello di dettaglio altrimenti irraggiungibile.[11][28]
Conclusione
La Fontana del Lantro è molto più di una cisterna medievale: è un palinsesto millenario che condensa la storia idrica, urbanistica e sociale di Bergamo in un unico spazio sotterraneo. Il lavoro delle Nottole, avviato nel 1974 e proseguito ininterrottamente fino ad oggi, ha trasformato questo sito da discarica abbandonata a monumento accessibile e valorizzato. Le Aperture 2026 rappresentano dunque non solo un appuntamento turistico, ma anche un atto di custodia attiva del patrimonio speleologico e storico-culturale bergamasco.[16][2][5]
La storica rassegna internazionale dell’editoria di montagna festeggia il suo quarantesimo anniversario al Trento Film Festival 2026. Tra le novità in catalogo, anche il manuale di Gabriele La Rovere sui rischi in cavità artificiali.
MontagnaLibri: quarant’anni di editoria di montagna
Il 29 aprile 1987 nasceva MontagnaLibri, la Rassegna Internazionale dell’Editoria di Montagna organizzata dal Trento Film Festival. In quattro decenni è diventata l’unica vetrina al mondo interamente dedicata ai libri di montagna, esplorazioni, avventura, culture delle terre alte, cambiamento climatico e natura.loscarpone.cai+1
Il format è rimasto invariato nel tempo: tutte le pubblicazioni iscritte vengono esposte in un grande salone allestito ad hoc nel centro storico di Trento, in concomitanza con la rassegna cinematografica. Il pubblico può sfogliare e consultare liberamente i volumi, scoprendo le novità editoriali degli ultimi 15 mesi.planetmountain+1
Nell’edizione 2026, il padiglione espositivo si trova in Piazza Duomo, cuore della città, per tutta la durata del Festival (24 aprile – 3 maggio).giornaletrentino+1
Il 74° Trento Film Festival come cornice
Il quarantesimo compleanno di MontagnaLibri coincide con la 74ª edizione del Trento Film Festival. Il Festival, nato nel 1952 come primo e più antico festival internazionale di cinema di montagna al mondo, ospita quest’anno 130 film da 38 Paesi e 150 eventi in calendario.lavocedelnordest+3
Il tema della 74ª edizione è il dialogo tra generazioni e il passaggio di testimone tra chi ha scritto la storia dell’alpinismo e dell’esplorazione e chi oggi sta costruendo la propria. Tra gli ospiti: Simon Messner, Ales Cesen, Hervé Barmasse, Mauro Corona, Paolo Mieli e l’esploratore Alex Bellini.lavocedelnordest
Il programma speciale per i 40 anni
Per festeggiare i quattro decenni di attività, MontagnaLibri ha strutturato un programma con iniziative inedite e appuntamenti consolidati.
La novità più rilevante è la rubrica “Ne dimostri meno! Giovani voci per la montagna”, realizzata con il sostegno del Ministero della Cultura e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”. Ogni giorno del Festival, uno spazio del Salotto Letterario di Piazza Duomo è dedicato ad autrici e autori under 35, che presentano le loro opere e i percorsi che le hanno generate.planetmountain
Tra i protagonisti: Marika Ciaccia con Libera (Solferino), Caterina Manfrini con Sette Volte Bosco (Neri Pozza), la climber italo-egiziana Wafaa Amer con Io sono Wafaa (Solferino), Giulia Negri con Montagna. Istruzioni per l’uso (Laterza), Camilla Ghiotto con Tempesta (Salani) e l’illustratore Andrea Antinori.planetmountain+1
Sul fronte dei libri per l’infanzia, il convegno “Piccoli passi, grandi montagne. Il mondo delle vette negli albi illustrati per l’infanzia” ha riunito autori, illustratori ed editori in collaborazione con ITAS Mutua. Tra i relatori, Andrea Antinori e Giovanna Zoboli (Topipittori).planetmountain
La serata “Di padre in figlia” ha messo in scena un inedito dialogo pubblico tra lo scrittore Mauro Corona e sua figlia Marianna.lavocedelnordest+1
Il Premio ITAS del Libro di Montagna ha celebrato i propri finalisti nella serata del 26 aprile al Teatro Sociale, alla presenza del giornalista Paolo Mieli.planetmountain
Nel secondo weekend (1–2 maggio), il chiostro dell’ex convento degli Agostiniani ha ospitato la 29ª Mostra-Mercato internazionale delle librerie antiquarie di montagna, ad ingresso libero.planetmountain
MontagnaLibri oltre Trento: le tappe itineranti
La rassegna non si svolge solo in Trentino. Nel corso degli anni ha sviluppato un format itinerante con tappe stabili: a Bolzano in giugno, a Briga in Svizzera a novembre — dove dal 2003 ha dato origine al BergBuchBrig — e al Forte di Bard in Valle d’Aosta nel periodo natalizio, con l’edizione 2025-2026 aperta dal 7 dicembre al 6 gennaio.loscarpone.cai
In catalogo il manuale di La Rovere sulle cavità artificiali
Tra le pubblicazioni in vendita e in catalogo all’edizione 2026 di MontagnaLibri è presente anche il volume di Gabriele La Rovere, speleologo abruzzese del GRAIM e dello Speleo Club Chieti: Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida.scintilena
Il manuale si propone come guida operativa per chi opera in ambienti ipogei di origine antropica: catacombe, miniere, cisterne, gallerie, cunicoli, pozzi, eremi rupestri e rifugi sotterranei. Distingue tra rischi oggettivi, legati alle caratteristiche fisiche dell’ambiente, e rischi soggettivi, dipendenti dalla preparazione e dal comportamento dell’esploratore.scintilena
Il volume conta 87 pagine, 61 foto e 4 figure a colori tutte inedite, e rimanda a 47 brevi video esclusivi sulle tecniche di progressione. È rivolto a speleologi, archeologi, geologi, ingegneri, architetti, guide speleologiche, vigili del fuoco e personale di Protezione Civile.scintilena
Il libro è stato presentato il 7 marzo 2026 a Lettomanoppello (PE), nella Sala San Michele. È acquistabile su Amazon al link: https://amzn.eu/d/00KhONWy.scintilena
MontagnaLibri e il suo 40° compleanno
Storia e identità di MontagnaLibri, nata nel 1987 come vetrina internazionale dell’editoria di montagna nell’ambito del Trento Film Festival
Il programma del 40° compleanno all’edizione 2026, con la nuova rubrica Ne dimostri meno! – Giovani voci per la montagna (under 35, sostenuta da MiC e SIAE), il convegno Piccoli passi, grandi montagne, la serata Di padre in figlia con Mauro Corona e Marianna, e la Mostra-Mercato antiquaria
Il libro di Gabriele La Rovere: Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida — 87 pagine, 61 foto, 47 video, indirizzato a speleologi e professionisti del sottosuolo. È acquistabile su Amazon al link ? https://amzn.eu/d/00KhONWy
MontagnaLibri: 40 anni di editoria di montagna
Cos’è MontagnaLibri
MontagnaLibri è la Rassegna Internazionale dell’Editoria di Montagna organizzata nell’ambito del Trento Film Festival, uno degli appuntamenti culturali più longevi e autorevoli dedicati alle terre alte. Nata nel 1987, la rassegna è diventata un punto di riferimento unico nel suo genere per tutti gli appassionati di letteratura di montagna.[1][2]
Ogni anno, tutte le pubblicazioni iscritte vengono esposte in un grande salone allestito nel centro storico di Trento, in concomitanza con la rassegna cinematografica del Festival. Il pubblico può sfogliare e consultare liberamente le copie in esposizione, scoprendo le novità editoriali degli ultimi 15 mesi su montagna, esplorazione, avventura, culture delle terre alte, cambiamento climatico e natura.[3][1]
Nel 2026, MontagnaLibri si è spostata in Piazza Duomo, dove il padiglione espositivo accoglie visitatori e lettori per tutta la durata del Festival (24 aprile – 3 maggio).[4][5]
Il 40° compleanno: “un nuovo punto di arrivo e di partenza”
Con la 74ª edizione del Trento Film Festival (24 aprile – 3 maggio 2026), MontagnaLibri ha spento le sue quaranta candeline. Quarant’anni spesi accompagnando il pubblico alla scoperta di romanzi, racconti, reportage, guide e fumetti legati alle Terre Alte, ma anche quarant’anni di presentazioni e incontri con autori e autrici, ospitati nel Salotto Letterario di Piazza Duomo.[6][7]
Il Festival nel suo complesso conta 130 film provenienti da 38 Paesi e 150 eventi in calendario, con oltre 100 appuntamenti di T4Future, la sezione dedicata alle nuove generazioni.[8][9]
Il programma speciale per i 40 anni
Ne dimostri meno! — Giovani voci per la montagna
Il progetto più innovativo del compleanno è la nuova rubrica “Ne dimostri meno! Giovani voci per la montagna”, nata con il sostegno del MiC (Ministero della Cultura) e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”. La rubrica intende lasciare spazio a giovani autrici e autori under 35, che presentano non soltanto le loro ultime opere ma anche i percorsi personali che le hanno generate.[7][10]
Tra i protagonisti del programma:
Marika Ciaccia — autrice di Libera (Solferino): riflessione sul cammino come modalità di trasformazione interiore[7]
Caterina Manfrini — Sette Volte Bosco (Neri Pozza): fortunato esordio nella narrativa[7]
Wafaa Amer — climber italo-egiziana, autrice di Io sono Wafaa (Solferino): la storia di chi ha sfidato famiglia e cultura d’origine per affermarsi nel mondo verticale[7]
Monica Malfatti — Dimmi che mi ami. Le Dolomiti di Claudio Barbier (Versante Sud): vicende di alpinisti dimenticati[7]
Giulia Negri — fisica e divulgatrice scientifica, Montagna. Istruzioni per l’uso (Laterza): guida divertente per uscire dai sentieri battuti[7]
Camilla Ghiotto — Tempesta (Salani), candidata al Premio Strega nel 2023[10][7]
Andrea Antinori — autore e illustratore pluripremiato, con laboratorio creativo dagli albi La terra non è piatta e Solo una notte[7]
Piccoli passi, grandi montagne
Nell’ambito dei 40 anni, il Salotto Letterario ha ospitato il convegno “Piccoli passi, grandi montagne. Il mondo delle vette negli albi illustrati per l’infanzia”, in collaborazione con ITAS Mutua. Al tavolo: gli autori e illustratori Andrea Antinori e Irene Penazzi, insieme all’autrice ed editrice Giovanna Zoboli (Topipittori), moderati da Maria Polita.[7]
Di padre in figlia — Mauro Corona e Marianna
Tra le serate evento di punta del compleanno, Di padre in figlia: un inedito dialogo pubblico tra lo scrittore Mauro Corona e sua figlia Marianna.[6][7]
Premio ITAS del Libro di Montagna
Confermata la storica collaborazione con il Premio ITAS del Libro di Montagna, che nel 2026 ha presentato i libri finalisti e premiato gli autori durante la serata del 26 aprile al Teatro Sociale, alla presenza del giornalista e scrittore Paolo Mieli.[7]
29ª Mostra-Mercato delle librerie antiquarie di montagna
Nel secondo weekend del Festival (1–2 maggio), nel chiostro dell’ex convento degli Agostiniani nel cuore del centro storico di Trento, è tornata la Mostra-Mercato internazionale delle librerie antiquarie di montagna, ad ingresso libero. La stessa sede ha ospitato la presentazione di Lo scatto del tempo. Vittorio Sella, il fotografo e il suo archivio (Antiga Edizioni).[7]
MontagnaLibri nel tempo: carattere itinerante e internazionale
La rassegna non si ferma a Trento. Nel corso degli anni ha acquisito un spiccato carattere itinerante:
Bolzano: tappa nel mese di giugno
Briga (Svizzera): appuntamento fisso a novembre; dal 2003 ha dato vita al seguitissimo BergBuchBrig
Forte di Bard (Valle d’Aosta): dal 2023, ospita MontagnaLibri durante le festività natalizie (dal 7 dicembre 2025 al 6 gennaio 2026 per l’edizione più recente)[1]
Il libro di Gabriele La Rovere: una novità speleologica in catalogo
Tra le pubblicazioni in vendita e in catalogo all’edizione 2026 di MontagnaLibri, spicca il volume di Gabriele La Rovere, speleologo abruzzese del GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella) e dello Speleo Club Chieti:[11][12]
Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida
Il volume affronta un tema di grande rilevanza per chiunque operi nel mondo della speleologia in cavità artificiali: catacombe, miniere, cisterne, gallerie, cunicoli, pozzi, eremi e rifugi sotterranei. Il testo si propone come una guida operativa per una gestione consapevole, sicura e sostenibile dei pericoli legati alla ricerca sotterranea, distinguendo tra:[11]
Rischi oggettivi: legati alle caratteristiche dell’ambiente sotterraneo
Rischi soggettivi: dipendenti da competenze, esperienza e comportamento degli esploratori[11]
Caratteristiche del volume:
87 pagine
61 foto e 4 figure a colori, tutte inedite
Link a 47 brevi video esclusivi sulle tecniche di progressione[11]
A chi si rivolge: Il volume è pensato per un pubblico diversificato: speleologi, minatori, archeologi, geologi, ingegneri, architetti, guide speleologiche, vigili del fuoco, personale di Protezione Civile, Comuni, Soprintendenze, Parchi.[11]
Il libro è stato presentato ufficialmente il 7 marzo 2026 a Lettomanoppello (PE), nella Sala San Michele, con la partecipazione di Andrea Scatolini e Virgilio Pendola.[11]
Dove acquistarlo: Il volume Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida è disponibile su Amazon al link: https://amzn.eu/d/00KhONWy[11]
Trento Film Festival 2026: il contesto
Il Trento Film Festival, nato nel 1952, è il primo e più antico festival internazionale di cinema di montagna al mondo. Nella sua 74ª edizione, il tema portante è il dialogo tra generazioni e il passaggio di testimone. Gli ospiti principali includono alpinisti come Simon Messner, Ales Cesen e Hervé Barmasse, scrittori come Mauro Corona e Paolo Mieli, esploratori come Alex Bellini e Kim Young-Mi. La sezione T4Future, con oltre 100 appuntamenti dedicati ai giovani, è sempre più centrale nell’identità del Festival.[8][6]
Una ricerca multidisciplinare sulla Grotta di Calixto svela il ruolo delle strutture tettoniche e della variabilità stratigrafica nella formazione di condotti sotterranei profondi
La Grotta di Calixto e il contesto geologico del Cratone di São Francisco
Nel nord-est del Brasile, nello Stato di Bahia, si trova la Grotta di Calixto (Calixto Cave System, CCS), un sistema carsico tridimensionale lungo 1,4 km e profondo 55 m. Si sviluppa in una sequenza sedimentaria neoproterozoica del Gruppo Una, all’interno del bacino di Una-Utinga, nel Cratone di São Francisco.
Un gruppo internazionale di ricercatori delle Università di Bologna, di Parma, di Genova, della TU Delft e della Università Federale del Rio Grande do Norte (UFRN) ha pubblicato nel 2022 sulla rivista Marine and Petroleum Geology uno studio che analizza in dettaglio come la silicificazione diagenetica, le fratture tettoniche e la variabilità stratigrafica abbiano controllato lo sviluppo di questo sistema di grotte.cris.unibo+1
Il Cratone di São Francisco è la porzione occidentale di un grande blocco crostale segmentato durante la frammentazione della Pangea. La successione sedimentaria del Gruppo Una, di età compresa tra 950 e 600 milioni di anni, sovrasta un basamento archeano e paleoproterozoico di rocce metamorfiche e ignee.cris.unibo
La stratigrafia della sequenza: unità ad alta e bassa permeabilità
La sequenza sedimentaria esposta nella grotta si articola in cinque unità principali. Le dolomie dell’unità A (piano inferiore) ospitano una rete di condotti ascendenti e morfologie a spugna tipiche dell’ipogenesi. L’unità B1 è la protagonista dello studio: si tratta di dolomie altamente silicificate, con un contenuto di SiO? superiore all’80% in peso, che ospitano circa l’80% dei passaggi totali della grotta.cris.unibo
Le unità B2 e B3, composte da eteroliti silicoclastici e siltiti, presentano al contrario una permeabilità bassa e fungono da sigilli stratigrafici che confinano il flusso laterale. L’unità C, dolomia chertifera apicale, chiude la sequenza con permeabilità ulteriormente ridotta. Questa alternanza di livelli ad alta e bassa permeabilità ha determinato la compartimentazione del sistema di condotti in piani speleogenetici distinti, ciascuno con una propria geometria e morfologia.cris.unibo
La silicificazione: due fasi distinte di origine e significato diverso
Lo studio riconosce due principali fasi di silicificazione nell’unità B1:onlinelibrary.wiley+1
Prima fase – Silicificazione diagenetica precoce. A poca profondità e a temperature relativamente basse (50–100°C), la dolomite è stata sostituita da quarzo microcristallino (chert), formando noduli e strati che preservano parzialmente la tessitura dolomitica originale. Questa fase ha reso l’unità B1 meccanicamente più fragile rispetto alle dolomie non silicificate, favorendo in seguito una fratturazione più intensa e ravvicinata.
Seconda fase – Dissoluzione e riprecipitazione idrotermale profonda. Successivamente, fluidi idrotermali caldi e alcalini hanno dissolto parte della silice già precipitata, creando porosità vuggy nei noduli di chert. La stessa silice è poi riprecipitata in fratture e pori come mega-quarzo euedrale (Qtz-B) e calcedonio sferulitico (Qtz-C). Le misure su inclusioni fluide intrappolate nei cristalli di quarzo idrotermale indicano temperature minime di omogenizzazione comprese tra 165 e 210°C e salinità elevate, nell’ordine del 17–25% in peso (NaCl + CaCl?).onlinelibrary.wiley
Il controllo strutturale: fratture verticali e flusso orizzontale
L’analisi strutturale quantitativa ha identificato quattro set principali di fratture. Le zone di frattura (FZ) passanti, orientate NW-SE e N-S, attraversano verticalmente l’intera sequenza e hanno guidato il flusso ascendente dei fluidi idrotermali nel piano inferiore della grotta. I giunti strataobound, presenti nell’unità B1, hanno invece canalizzato il flusso in senso sub-orizzontale, parallelo alla stratificazione.cris.unibo
La combinazione di fratture ravvicinate (spaziatura media 12–53 mm in B1, contro 30–66 mm nell’unità A) e porosità vuggy da dissoluzione della silice ha prodotto in B1 una permeabilità bulk calcolata di circa 1.176 millidarcy, la più alta dell’intera sequenza. Le unità B2/B3 e C, con permeabilità di massa tra 0,003 e 34 millidarcy, hanno bloccato la risalita del flusso, forzandone la distribuzione laterale nell’orizzonte silicificato.cris.unibo
Morfologie ipogeniche: le impronte del flusso ascendente
La grotta non presenta le caratteristiche morfologiche tipiche del carst epigenico, ovvero assenza di connessione diretta con il drenaggio superficiale, assenza di sedimentazione fluviale e assenza di scallops da flusso unidirezionale. Le morfologie osservate sono invece riconducibili alla speleogenesi ipogena: flusso ascendente confinato di fluidi aggressivi acquisiti in profondità, indipendente dall’infiltrazione meteorica superficiale.karstwaters+1
Nel piano inferiore (unità A) si trovano strutture a spongework, condotti ascendenti e cupole di dissoluzione, localizzati lungo le intersezioni delle zone di frattura. Nel piano intermedio (unità B1) il sistema si organizza come un labirinto di gallerie sub-orizzontali con sezione sub-ellittica, confinate dai sigilli stratigrafici soprastanti.cris.unibo
Il modello evolutivo in cinque fasi
I ricercatori propongono un modello concettuale articolato in cinque fasi. La silicificazione precoce nel Neoproterozoico ha modificato le proprietà meccaniche e petrofisiche dell’unità B1. L’Orogenesi Brasiliana (600–540 Ma) ha poi prodotto le FZ passanti e i sistemi di frattura che connettono il basamento alla sequenza carbonatica sovrastante. La fase speleogenetica principale è attribuita all’evento tettono-termale Cambriano (~520 Ma): fluidi idrotermali alcalini risalgono lungo le FZ, si distribuiscono lateralmente in B1 e dissolvono sia la silice sia il carbonato, generando i condotti osservati. Una fase supergena tardiva, probabilmente legata all’ossidazione di solfuri nel basamento, ha sovrapposto in parte morfologie acide a quelle ipogeniche originarie.onlinelibrary.wiley+1
Implicazioni per la ricerca di idrocarburi e la gestione delle risorse idriche
Lo studio propone la Grotta di Calixto come analogo accessibile per la caratterizzazione di serbatoi carbonatici profondi dove la dissoluzione ipogena e la silicificazione hanno generato zone di elevata porosità e permeabilità. Questi condotti di dissoluzione sono spesso al di sotto della risoluzione sismica e quindi difficilmente cartografabili con i metodi geofisici standard.cris.unibo
Processi analoghi sono stati documentati in serbatoi produttivi di rilievo internazionale: i carbonati del Bacino di Tarim in Cina, i serbatoi pre-salt dei Bacini di Santos e Kwanza in Brasile offshore, il Bacino di Campos al largo del Brasile e il Campo Parkland nel Canada occidentale. In tutti questi casi, la silicificazione e il carst ipogenico hanno modificato in modo significativo la qualità del serbatoio.pubs.geoscienceworld+1
Oltre alla ricerca di idrocarburi, i carbonati fratturati e carsificati costituiscono le più importanti riserve mondiali di acqua geotermale e di acqua dolce sotterranea. La comprensione dei meccanismi che controllano la distribuzione della permeabilità in queste formazioni è quindi rilevante anche per la gestione sostenibile delle risorse idriche.cris.unibo
Il progetto POROCARSTE 3D e il team di ricerca
La ricerca è stata condotta nell’ambito del progetto POROCARSTE 3D (Processos e Propriedades em Reservatórios Carbonáticos Fraturados e Carstificados), finanziato da Shell Brasil e dall’Agenzia Nazionale del Petrolio brasiliana (ANP). Il gruppo di ricerca comprende Luca Pisani, Marco Antonellini, Francisco H.R. Bezerra, Cristina Carbone, Augusto S. Auler, Philippe Audra, Vincenzo La Bruna, Giovanni Bertotti, Fabrizio Balsamo, Cayo C.C. Pontes e Jo De Waele.cris.unibo
La mappa topografica del sistema di grotte utilizzata nello studio era stata realizzata nel 2008 dal Grupo Pierre Martin, a cui gli autori rendono merito per la disponibilità dei dati.cris.unibo
Sintesi dei temi principali
Lo studio documenta la Grotta di Calixto (Bahia, Brasile), un sistema carsico 3D multistrato lungo 1,4 km e profondo 55 m sviluppato in una sequenza neoproterozoica mista carbonatico-silicoclastica. La ricerca — pubblicata su Marine and Petroleum Geology — dimostra come l’interazione tra tre fattori controlli l’architettura dei condotti sotterranei:
Silicificazione: le dolomie dell’unità B1 (SiO? > 80 wt%) ospitano ~80% dei passaggi della grotta, perché la silicificazione genera fratture ravvicinate (12–53 mm), porosità vuggy e permeabilità bulk elevata (~1176 mD)
Pattern di fratture: le zone di frattura (FZ) passanti orientate NW-SE e N-S guidano il flusso verticale ascendente nel piano inferiore (unità A), mentre i giunti strataobound in B1 canalizzano il flusso sub-orizzontale laterale
Sigilli stratigrafici: le unità B2/B3 (eteroliti silicoclastici, a bassa permeabilità) e C confinano il flusso laterale, compartimentando il sistema in piani speleogenetici distinti
I fluidi idrotermali caldi e alcalini (temperature di omogenizzazione 165–210°C) sono responsabili della dissoluzione della silice seguita da riprecipitazione di calcedonio e mega-quarzo, con un’origine riconducibile all’evento tettono-termale Cambriano (~520 Ma) post-Orogenesi Brasiliana.
Il report include le sezioni: contesto geologico, metodologie, stratigrafia dettagliata, processi di silicificazione, controllo strutturale, modello evolutivo in 5 fasi, implicazioni per i serbatoi carbonatici, definizioni chiave, tabelle comparative e 8 domande di ripasso con risposte.
Silicificazione, Percorsi di Flusso e Dissoluzione Ipogena Profonda in una Sequenza Carbonatico-Silicoclastica (Brasile)
Studio Approfondito – Pisani et al. (2022), Marine and Petroleum Geology, 139, 105611
1. Panoramica e Importanza dello Studio
Lo studio di Pisani et al. (2022) analizza la Grotta di Calixto (Calixto Cave System, CCS), un sistema carsico 3D multistrato lungo 1,4 km e profondo 55 m, sviluppatosi in una sequenza mista carbonatico-silicoclastica neoproterozoica nel bacino di Una-Utinga, Cratone di São Francisco, Stato di Bahia, Brasile nord-orientale. La ricerca affronta un problema fondamentale per l’industria degli idrocarburi e delle risorse idriche: come la silicificazione diagenetica, la distribuzione delle fratture e la variabilità stratigrafica controllino congiuntamente i percorsi di flusso e la dissoluzione ipogena profonda, generando zone ad alta permeabilità in sequenze carbonatiche.[1][2][3][4]
Il lavoro è pubblicato su Marine and Petroleum Geology (DOI: 10.1016/j.marpetgeo.2022.105611) ed è stato condotto da un consorzio internazionale di ricercatori di Università di Bologna, UFRN (Brasile), Università di Genova, TU Delft, Università di Parma e altri istituti, nell’ambito del progetto POROCARSTE 3D finanziato da Shell Brasil/ANP.[2]
2. Contesto Geologico
2.1 Il Cratone di São Francisco e il Bacino di Una-Utinga
Il Cratone di São Francisco è la porzione occidentale di un grande blocco crostale che è stato segmentato durante la frammentazione della Pangea e l’apertura dell’Oceano Atlantico Meridionale. Il bacino di Una-Utinga (Fig. 1 nell’articolo) ospita una successione sedimentaria di età Neoproterozoica (Gruppo Una), che sovrasta il basamento Archeano e Paleoproterozoico composto da rocce metamorfiche e ignee.[3]
Formazione Bebedouro: diamictiti glaciomarine che costituiscono la base del Gruppo Una
Formazione Salitre: successione prevalentemente carbonatica con spessore minimo di 500 m, intercalata con livelli silicoclastici o terrigeno-eterolitici
Età di formazione del bacino: tra 950 e 600 Ma (rifting della supercontinente Rodinia)[3]
2.2 Contesto Tettonico: l’Orogenesi Brasiliana
Tra 740 e 560 Ma, questa regione è stata interessata da intensi eventi geodinamici e tettonici, genericamente raggruppati come Ciclo Pan-Africano/Orogenesi Brasiliana. Questi eventi hanno prodotto:[3]
Una rete complessa di fasce deformate orientate E-W e NNE-SSW
Sistemi di fratture, faglie e corridoi di fratturazione localizzati nelle zone di cerniera di pieghe
Gli eventi deformativi più recenti (540–510 Ma) erano caratterizzati da magmatismo a fessura e flusso di fluidi idrotermali associato lungo faglie e zone di frattura[3]
2.3 Il Sistema di Grotte Ipogeniche nel Cratone di São Francisco
I bacini di Una-Utinga e di Irecê ospitano centinaia di sistemi carsici, alcuni tra i più lunghi del Sud America, con una lunghezza cumulativa combinata di oltre 140 km. Alcune di queste grotte si sono sviluppate in condizioni ipogeniche grazie a fluidi idrotermali ascendenti che migravano verso l’alto attraverso il basamento fratturato. Un evento tettonico-termale Cambriano (~520 Ma) è indicato come uno dei probabili motori della speleogenesi ipogenica nella Formazione Salitre, mentre riattivazioni di faglie e eventi idrotermali durante la frammentazione della Pangea nel Giurassico-Cretaceo sono stati proposti per i sistemi carsici nella parte settentrionale del cratone.[5][3]
3. Metodologie di Indagine
Lo studio adotta un approccio multidisciplinare integrato che include:
Metodo
Scopo
Analisi morfologica e topografica della grotta (software cSurvey)
Ricostruzione 3D del sistema di condotti; orientazione e distribuzione dei passaggi
Analisi stratigrafica e strutturale (scanlines, stereonet, software DAISY3)
Caratterizzazione delle fratture, intensità P10, apertura meccanica e idraulica
Identificazione di facies, tessitura, mineralogia diagenetica
Analisi XRF (18 campioni) e XRD
Composizione chimica (SiO?, MgO, CaO, ecc.) e fasi mineralogiche
SEM-EDS (microtessiture di silice)
Morfologia di grani di quarzo, texture di dissoluzione e riprecipitazione
Proprietà petrofisiche (permeametro a gas Coreval 700, 50 plug)
Porosità, permeabilità, densità su campioni orientati paralleli e normali alla stratificazione
Modellazione EPM (Equivalent Porous Media)
Calcolo della permeabilità di massa per ogni unità stratigrafica
La permeabilità idraulica individuale delle fratture è stata calcolata usando il modello a piastra parallela con correzione di apertura idraulica (b = B^2 / JRC^{2.5}), dove (B) è l’apertura meccanica e JRC il coefficiente di rugosità di Barton-Choubey.[3]
4. Stratigrafia del Sistema di Grotte di Calixto (CCS)
4.1 Sequenza Sedimentaria Esposta
La sequenza sedimentaria esposta nel CCS è suddivisa in cinque unità principali, descritte dal basso verso l’alto:[3]
Noduli di chert; stiloliti post-silicificazione; bassa permeabilità
Moderato (più alto in chert)
Le unità B2, B3 e C fungono da sigilli stratigrafici che confinano il flusso laterale nell’unità B1 ad alta permeabilità.[3]
4.2 Organizzazione 3D della Grotta: i Piani Speleogenetici
Il CCS è classificato come sistema di grotte 3D multistrato con quattro unità speleogenetiche principali:[3]
Piano inferiore (da 55 a 35 m di profondità; unità A): Camere verticali, morfologie a spongework, condotti ascendenti, cupole, passaggi ciechi, “feeder” rift-like localizzati lungo intersezioni di set di fratture, faglie o zone di frattura (FZ). Questi geomorfi sono tipici (ma non esclusivi) delle grotte ipogeniche.[6][3]
Piano intermedio (da 35 a 31 m; unità B1-B3): La porzione più lunga (~80% dei passaggi della grotta), con un’estesa rete di gallerie sub-orizzontali a labirinto confinate nell’unità B1 altamente silicificata. Passaggi con sezione sub-ellittica o sub-arrotondata.[3]
Piano superiore (31-0 m; unità C): Passaggi secondari di piccole dimensioni; caratteristiche di corrosione per condensazione comunemente osservate vicino all’entrata.[3]
Dolina di entrata (crollo recente): Sedimenti rossi superficiali e detriti trasportati nel settore superiore da mudflow efimeri.[3]
La rete di condotti mostra quattro tendenze di orientazione in pianta: NE-SO (N35E-N45E) e NO-SE (N125E-N135E) come tendenze principali, con N-S (N0E-N10E) e E-O (N90E-N100E) come tendenze secondarie.[3]
5. Silicificazione: Processi, Fasi e Mineralogia
5.1 Fasi di Silicificazione
Sono riconosciute due principali fasi di silicificazione nell’unità B1:[7][3]
Fase 1 – Silicificazione diagenetica precoce (eodiagenestica)
Sostituzione dei grani di dolomite con quarzo microcristallino Qtz-A (chert) in noduli irregolari e strati
Avvenuta a basse temperature (ca. 50–100°C) e a scarsa profondità
Probabilmente associata a mistura di fluidi (acqua di mare neoproterozoica e soluzioni idrotermali provenienti dal basamento mesoproterozoico sottostante)[7]
Preserva parzialmente la tessitura dolomitica originale (fantasmi di romboedri)
Fase 2 – Dissoluzione e riprecipitazione idrotermale profonda (mesodiagenestica)
Fluidi idrotermali caldi e alcalini (temperature minime di omogenizzazione di 165–210°C da inclusioni fluide in quarzo mega) causano la dissoluzione della silice (evidenziata da tacche “V”, pitting, vugs nelle microtessiture del Qtz-A)[7]
Riprecipitazione come:
Qtz-B: mega-quarzo euedrale a blocchi che riempie fratture e pori di dissoluzione
Qtz-C: quarzo calcedonio sferulitico che riveste le pareti dei vuoti di dissoluzione
Inclusioni nei cristalli di quarzo idrotermale: barite, anidrite, K-feldspato, ossidi Fe-Ti, solfuri, apatite[3]
Gli isotopi del silicio e dell’ossigeno (?³?Si–?¹?O) in uno studio correlato confermano che la precipitazione della silice idrotermale avvenne da soluzioni idrotermali alcaline ad alta temperatura, con stime isotopiche di temperatura di 110–200°C. Le analisi microtermorometriche delle inclusioni fluide indicano una salinità di 17–25 wt% (NaCl + CaCl?).[7]
5.2 Ruolo della Silicificazione nella Permeabilità
La silicificazione è paradossalmente sia causa di alta permeabilità che, in una certa misura, di riduzione della stessa. L’effetto netto nell’unità B1 è di elevata permeabilità, per i seguenti motivi:[3]
La dolomite è meno resistente meccanicamente del chert ? la silicificazione aumenta la fratturabilità dell’unità
La dissoluzione della silice crea porosità vuggy e microkarst nelle noduli di chert
Le fratture nelle dolomie silicificate hanno spaziatura molto ravvicinata (12–53 mm in B1 vs. 30–66 mm in A)
Le aperture idrauliche risultanti traducono in permeabilità di frattura molto elevate
6. Controllo Strutturale: Fratture e Zone di Frattura
6.1 Set di Fratture Principali
L’analisi strutturale quantitativa (12 scanlines in 5 transetti) ha identificato quattro set di fratture principali:[3]
Set
Orientazione
Tipo
Unità interessata
Ruolo nel flusso
Set 1
NW-SE
Zone di frattura (FZ) passanti, faglie oblique
Soprattutto A, passanti
Feeder verticali del piano inferiore
Set 2
N-S / NNE-SSW
FZ passanti, faglie oblique
Passanti su tutta la sequenza
Feeder verticali, connettività verticale
Set 3
NE-SW
Giunti e vene strataobound
B1 (chert)
Controllo orientazione gallerie orizzontali
Set 4
E-W
Giunti e vene strataobound
Tutte le unità
Secondario, gallerie minori
Le FZ passanti (non strataobound) nell’unità A consentono il flusso verticale ascendente dei fluidi, mentre i giunti strataobound nell’unità B1 favoriscono il flusso orizzontale parallelo alla stratificazione.[3]
6.2 Proprietà Petrofisiche e Permeabilità
Le misure di permeabilità su 50 plug di roccia e la modellazione EPM rivelano una forte eterogeneità tra le unità:[3]
Unità
Spaziatura media fratture
Porosità media (%)
Permeabilità plug (mD)
EPM K_parallelo (mD)
EPM K_normale (mD)
A
30–66 mm
~6
10?³–10²
~738
~12
B1
12–53 mm
~11
10?²–10³
~1176
~37
B2/B3
23–210 mm
6–29
10?³–10¹
11–34
1–3
C
17–210 mm
1–6
10?³–10¹
~1
0.003–0.7
L’unità B1 (dolomie altamente silicificate) mostra la permeabilità di massa più elevata (EPM K_parallelo ~1176 mD), superiore anche all’unità A (FZ passanti, ~738 mD). Le unità B2, B3 e C fungono da sigilli a bassa permeabilità che confinano il flusso laterale.[3]
7. Modello Evolutivo di Speleogenesi Ipogena
7.1 Caratteristiche Morfologiche Ipogeniche
Il CCS non presenta le classiche caratteristiche speleogenetiche epigeniche (assenza di sedimentazione superficiale, morfologie vadose, scallops da flusso unidirezionale, connessione con il drenaggio superficiale). Le morfologie osservate sono invece tipiche dell’ipogenesi:[6][3]
Spongework nel piano inferiore: rete di passaggi anastomizzati sviluppati in condizioni di piena freatica
Cupole e passaggi ascendenti: morfologie di dissoluzione verso l’alto da fluidi in risalita
Feeder rift-like: condotti di alimentazione localizzati lungo l’intersezione di FZ, con aloni di sbiancamento reattivo e fronti reattivi centimetrici nelle fratture
Gallerie a labirinto sub-orizzontale nel piano intermedio: sviluppo preferenziale nell’unità B1 ad alta permeabilità, sotto il sigillo stratigrafico dell’unità B2
I sedimenti tipici della grotta sono autigenici (derivanti da collasso di blocchi o degradazione per corrosione da condensazione), privi di input epigenico.[3]
7.2 Fasi Evolutive del CCS
Il modello concettuale proposto dagli autori prevede le seguenti fasi evolutive:[3]
Fase 1 – Silicificazione diagenetica precoce e seppellimento
Sostituzione dei granuli di dolomite con Qtz-A (chert) nell’unità B1 a scarsa profondità
Fratturazione per seppellimento progressivo
Fase 2 – Microkarst nella silice
Dissoluzione iniziale della silice da fluidi caldo-alcalini; formazione di porosità vuggy nel chert
Fase 3 – Deformazione Brasiliana (600–540 Ma)
Fratturazione intensa; generazione di FZ passanti che connettono il basamento quarzitico con la sequenza carbonatica sovrastante
Fase 4 – Speleogenesi ipogena principale
Fluidi idrotermali caldi (165–210°C) e alcalini risalgono lungo le FZ (piano inferiore) ? flusso sub-orizzontale nell’unità B1 ad alta permeabilità
Dissoluzione sia di silice (microkarst in B1) che di carbonato (gallerie sub-orizzontali)
Riprecipitazione di Qtz-B e Qtz-C + minerali idrotermali accessori (barite, apatite, K-feldspato, ossidi Fe-Ti)
Questo evento è probabilmente legato all’evento tettono-termale Cambriano (~520 Ma)[7][3]
Fase 5 – Speleogenesi supergena tardiva e colasso
Speleogenesi acida solfurica (ossidazione di solfuri nel basamento) in acquiferi superficiali
Colassi ed entrata di sedimenti clastici
7.3 Schema del Flusso Tridimensionale
Il modello 3D di flusso proposto dagli autori è il seguente:[3]
Flusso ascendente ? Concentrazione lungo FZ passanti (unità A)
?
Flusso laterale sub-orizzontale in B1
(alta permeabilità per silicificazione + fratture ravvicinate)
?
Sigillo stratigrafico B2/B3/C
(bassa permeabilità = confinamento del flusso)
?
Breaching delle FZ ? accesso al piano superiore (unità C)
8. Implicazioni per i Serbatoi Carbonatici
8.1 La Grotta di Calixto come Analogo di Serbatoio
Il CCS è proposto come analogo accessibile per serbatoi carbonatici profondi dove la dissoluzione ipogena e la silicificazione hanno generato zone di elevata porosità/permeabilità difficilmente caratterizzabili tramite sismica (la maggior parte dei vuoti di dissoluzione è al di sotto della risoluzione sismica).[4][3]
Esempi di serbatoi caratterizzati da processi analoghi includono:[8][3]
Bacino di Tarim (Cina): serbatoi carbonatici con silicificazione idrotermale e carst ipogenico profondo
Serbatoi pre-salt dei Bacini di Santos e Kwanza (Brasile offshore): carbonati aptiani con silicificazione multistadio[9]
Bacino di Campos (Brasile offshore): grida di condotti di dissoluzione intercettati durante la perforazione
Campo Parkland (Canada occidentale): depositi oil-gas ospitati in carbonati con karstificazione ipogenica
8.2 Effetti sulla Qualità del Serbatoio
Le principali implicazioni per la caratterizzazione dei serbatoi:[10][7][3]
Zone ad alta permeabilità sono concentrate negli orizzonti carbonatici silicificati (la combinazione di intensa fratturazione + porosità vuggy da dissoluzione della silice genera permeabilità estremamente elevata)
Eterogeneità verticale marcata: alternanza di unità reservoir (B1) e sigillo (B2/B3/C) crea una forte anisotropia nel tensore di permeabilità
Rischi di perforazione: reti di condotti di dissoluzione profonda possono causare perdita di circolazione del fluido o collasso del foro[3]
Geotermia e acquiferi: i carbonati fratturati e carsificati costituiscono le risorse di acqua geotermale più significative a livello mondiale[3]
8.3 Confronto con Sistemi Simili nel Cratone di São Francisco
Sistema carsico
Bacino
Meccanismo principale
Strutture di controllo
Riferimento
Calixto Cave (CCS)
Una-Utinga
Ipogenesi idrotermale + silicificazione B1
FZ NW-SE/N-S + sigilli B2/B3
Pisani et al. (2022)[2]
Toca da Boa Vista / Barriguda
Irecê
Speleogenesi ipogena (fluidi ascendenti)
Anticlinali N-S; giunti subverticali
Klimchouk et al. (2016)[11]
Morro Vermelho Cave
Irecê
Ipogenesi + faglia trascorrente + silicificazione
Faglia trascorrente profonda; struttura anticlinale pop-up
Bertotti et al. (2020)[10][12]
Crystal Cave
Caboclo Fm.
Ipogenesi + silicificazione + corridoi di frattura
Speleogenesi ipogena (Klimchouk, 2007) Formazione di cavità da flusso di fluidi ascendenti la cui aggressività è acquisita da sorgenti profonde, indipendente dalla percolazione di acque meteoriche. Il flusso è confinato e ascendente (vs. flusso discendente epigenico).[13][6]
Silicificazione Sostituzione di minerali carbonatici (calcite, dolomite) con SiO? (quarzo, calcedonio, opale) da fluidi ricchi di silice. Può essere diagenetica precoce (a basse T) o idrotermale tardiva (ad alte T e alta alcalinità).[7][3]
Meccanica stratigrafica (Mechanical Stratigraphy) Controllo che le variazioni stratigrafiche di litologia, composizione e proprietà meccaniche esercitano sulla distribuzione, spaziatura e lunghezza delle fratture.[3]
Permeabilità di frattura (modello a piastra parallela) [k_f = \frac{b^2}{12}] dove (b) è l’apertura idraulica. Il modello EPM integra la permeabilità di frattura con quella della matrice per stimare la permeabilità di massa.[3]
EPM (Equivalent Porous Media) Modello che tratta un mezzo fratturato come un mezzo poroso equivalente, combinando permeabilità di matrice e permeabilità di frattura per ottenere la permeabilità di massa bulk a scala di outcrop.[3]
Fasi Mineralogiche Chiave della Silicificazione
Fase
Nome
Mineralogia
Origine
Tessitura
Qtz-A
Chert (quarzo microcristallino)
SiO? microcristallino
Diagenetica precoce
Noduli, strati, sostituzione di dolomite
Qtz-B
Mega-quarzo
SiO? euedrale blocky
Idrotermale
Riempimento fratture e pori vugy
Qtz-C
Calcedonio
SiO? sferulitico-fibroso
Idrotermale
Rivestimento pareti di vuoti di dissoluzione
10. Domande di Approfondimento e Ripasso
Domande Concettuali
Qual è la differenza fondamentale tra speleogenesi ipogena ed epigena? La speleogenesi ipogena si sviluppa per flusso ascendente confinato di fluidi la cui aggressività è acquisita in profondità (processi termici, reazioni fluido-roccia), indipendente dall’infiltrazione meteorica superficiale. L’epigena dipende invece da acque meteoriche che percolano dall’alto verso il basso.
Perché l’unità B1 (dolomie altamente silicificate, SiO? > 80 wt%) ospita circa l’80% dei passaggi della grotta di Calixto? Perché la silicificazione ha prodotto: (a) una fratturazione più intensa e ravvicinata (12–53 mm) rispetto alle altre unità; (b) una porosità vuggy elevata per dissoluzione della silice; (c) un’alta permeabilità di massa bulk (~1176 mD), che ha focalizzato il flusso laterale dei fluidi ipogenici in questa unità. I sigilli stratigrafici soprastanti (B2/B3) hanno confinato il flusso, amplificando la dissoluzione.
Quale evento tettono-termale è considerato il principale motore della speleogenesi ipogena nel CCS? L’evento tettono-termale Cambriano (~520 Ma), associato a magmatismo a fessura e flusso di fluidi idrotermali alcalini ad alta temperatura lungo faglie e FZ generate dall’Orogenesi Brasiliana.
Come si distinguono morfologicamente un piano inferiore e uno intermedio della grotta di Calixto? Il piano inferiore (unità A) mostra morfologie di spongework, condotti ascendenti, cupole e feeder rift-like localizzati su FZ passanti ? tipico dell’input verticale dei fluidi. Il piano intermedio (unità B1) presenta un labirinto di gallerie sub-orizzontali con sezione sub-ellittica ? tipico del flusso laterale parallelo alla stratificazione in un orizzonte ad alta permeabilità.
Qual è il significato applicativo della grotta di Calixto come analogo di serbatoio? Permette di comprendere la geometria 3D e l’architettura dei condotti di dissoluzione in serbatoi carbonatici silicificati profondi, che sono al di sotto della risoluzione sismica. I modelli concettuali derivati da grotte accessibili possono guidare la caratterizzazione di serbatoi come i pre-salt brasiliani offshore o il Bacino di Tarim.
Domande Tecniche/Quantitative
Come viene calcolata la permeabilità di un sistema fratturato con il modello EPM? Si combina la permeabilità della matrice (misurata su plug di roccia) con la permeabilità di frattura stimata dal modello a piastra parallela (k_f = b^2/12), dove b è l’apertura idraulica corretta per la rugosità JRC. Si usa poi il metodo di Freeze e Cherry (1979) per un volume elementare cubico di 1 m di lato.
Cosa indicano le temperature di omogenizzazione nelle inclusioni fluide del quarzo idrotermale del CCS? Temperature minime di formazione di 165–210°C, indicando fluidi idrotermali profondi e ad alta temperatura. Le stime isotopiche ?³?Si–?¹?O dello studio di follow-up (Pisani et al., 2023) confermano temperature di 110–200°C per la fase idrotermale.
Quali depositi minerali idrotermali sono presenti nel CCS e cosa indicano? Quarzo (Qtz-B, Qtz-C), calcedonio, barite, anidrite, K-feldspato (microclino), apatite, ossidi Fe-Ti, solfuri. Questi minerali sono tipici di assemblaggi idrotermali a media-alta temperatura e sono anche presenti in depositi di tipo Mississippi Valley (sfaleriite, galena, barite) nei bacini circostanti.
11. Connessioni con la Letteratura Correlata
Lo studio di Pisani et al. (2022) si inserisce in un crescente corpus di ricerche sulla speleogenesi ipogena nel Cratone di São Francisco e sulle sue implicazioni per i serbatoi carbonatici:[7][3]
Klimchouk et al. (2016) hanno caratterizzato il sistema ipogenico Toca da Boa Vista/Barriguda come il più lungo del Sud America, evidenziando il controllo dell’Orogenesi Brasiliana e dell’evento termico Cambriano[11][14]
Bertotti et al. (2020) hanno descritto la Grotta di Morro Vermelho come esempio di carst ipogenico controllato da una faglia trascorrente, con silicificazione in strati stratigrafici confinati[12][10]
Cazarin et al. (2019) hanno analizzato il sistema conduit-seal nelle Salitre Fm., mostrando come i livelli a bassa permeabilità controllino la distribuzione verticale dei condotti[5]
Pisani et al. (2023) hanno seguito con uno studio isotopico (?³?Si–?¹?O, inclusioni fluide) sulla stessa sequenza, vincolare quantitativamente le temperature e la composizione dei fluidi[8][7]
Per i serbatoi offshore brasilei, lo studio EGU25 (2025) sulla Grotta di Morro Vermelho conferma che i risultati del CCS sono rilevanti per comprendere la permeabilità dei serbatoi carbonatici fratturati pre-salt[15]
Fonti consultate:
Pisani L. et al. (2022) – Silicification, flow pathways, and deep-seated hypogene dissolution controlled by structural and stratigraphic variability in a carbonate-siliciclastic sequence (Brazil) – Marine and Petroleum Geology, 139, 105611. https://doi.org/10.1016/j.marpetgeo.2022.105611sciencedirect
Pisani L. et al. (2023) – Hydrothermal silicification and hypogene dissolution of an exhumed Neoproterozoic carbonate sequence in Brazil: Insights from fluid inclusion microthermometry and silicon-oxygen isotopes – Basin Research. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/bre.12748onlinelibrary.wiley
Il 28 aprile il programma speleologico di Radio Fragola dedica la puntata settimanale all’editoria del mondo sotterraneo e alla storia dei club triestini che esplorarono il Carso tra Otto e Novecento
Una serata di libri, grotte e speleologi
Martedì 28 aprile 2026, alle ore 20, va in onda su Radio Fragola una nuova puntata di “Racconti dal Buio – Carsismo e Speleologia raccontati da chi indaga i misteri del mondo sotterraneo”. Il tema della serata ruota attorno ai libri che raccontano le grotte e a chi le ha esplorate, con un percorso che porta alle origini stesse della speleologia organizzata a Trieste.[1][2]
La puntata è accessibile in FM sulle frequenze 104.6–104.8 per la provincia di Trieste e in streaming su www.radiofragola.com. È possibile contattare la rubrica durante la diretta via WhatsApp al numero +39 340 191 6542.[1]
Tre ospiti in studio
Ad animare la discussione saranno tre ospiti con profili complementari.[2]
Lo speleologo Maurizio Radacich, del Club Alpinistico Triestino (CAT), è uno dei massimi conoscitori delle cavità naturali del territorio comunale di Trieste. Nel corso degli anni ha firmato cinque volumi della serie “Le cavità naturali del comune di Trieste”, l’ultimo dei quali — dedicato a Trebiciano — è uscito nel 2025 in collaborazione con Giorgio Zanutto. Il suo approccio unisce l’esplorazione diretta alla ricerca storica e documentale.[3][4]
La giornalista Giulia Stibiel partecipa come rappresentante del Club Touristi Triestini, di cui è Segretaria. Collabora al bollettino sociale “Il Tourista”, pubblicazione periodica che restituisce memoria e vita al sodalizio fondato nel 1884.[5][6]
Il dott. Alberto Costa è anch’egli collaboratore del CTT e contribuisce alle attività culturali e divulgative del club.[7]
“Duemila Grotte”: cento anni di un’opera fondamentale
Il filo conduttore della puntata è il centenario di “Duemila Grotte. Quarant’anni di esplorazioni nella Venezia Giulia”, pubblicato nel 1926 dal Touring Club Italiano e firmato da Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. L’opera raccoglie in quasi 500 pagine il primo grande censimento sistematico delle cavità naturali della Venezia Giulia e rimane ancora oggi un punto di riferimento per chi studia il carsismo regionale.[8][9]
Il volume si articola in due parti distinte. La prima è un vero e proprio manuale di speleologia applicata, con capitoli sul fenomeno carsico, la fauna e flora cavernicola, la fotografia ipogea e le tecniche di esplorazione. La seconda è un inventario di oltre duemila grotte, corredato da rilievi planimetrici, sezioni e fotografie. Allegata vi è una carta speleologica alla scala 1:100.000.[8]
Le matrici tipografiche originali vennero distrutte durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1986 fu pubblicata una ristampa anastatica, anch’essa oggi esaurita. La Commissione Grotte “Eugenio Boegan” ha reso disponibile il volume in formato digitale sul proprio sito, dopo un lungo lavoro di digitalizzazione.[10][8]
Le origini della speleologia triestina: il Club Touristi Triestini
La puntata del 28 aprile approfondisce anche i primordi della speleologia locale, con particolare attenzione al Club Touristi Triestini. Il sodalizio nacque il 18 dicembre 1884 come associazione escursionistica per le gite nel Litorale e nella regione alpina. Il suo Comitato Grotte si costituì nel 1891 e prese concretamente avvio nel 1894, con l’ingresso degli studenti del disciolto Circolo Hades (Hades Verein), tra i quali figuravano i fratelli Petritsch e i fratelli Perko.[11][12]
Il Comitato Grotte del CTT divenne una delle realtà più attive nell’esplorazione delle cavità carsiche a cavallo tra Otto e Novecento. La sua impresa più celebre resta l’apertura turistica della Grotta Gigante. Il primo rilievo completo della cavità fu effettuato nel 1897 da Giovanni Andrea Perko. Il 5 luglio 1908, dopo anni di lavori per la realizzazione del percorso interno, la Grotta Gigante fu aperta al pubblico con una cerimonia solenne.[13][14]
Lo scioglimento del 1922 e la rinascita contemporanea
Con la fine della Prima Guerra Mondiale e l’annessione di Trieste all’Italia, il CTT — associazione composta da persone fedeli all’Impero austro-ungarico — andò incontro a crescenti difficoltà. Nel 1922 il club fu sciolto d’autorità per il suo carattere ritenuto filo-asburgico. La Grotta Gigante e gli archivi passarono alla Società Alpina delle Giulie.[15]
Il 30 settembre 2013, a 629 anni dalla Dedizione di Trieste all’Austria, il Club Touristi Triestini venne ricostituito, riprendendo l’attività di gite ed escursioni nell’area “Alpe-Adria”. Nel 2025 si è ricostituito anche il suo Comitato Grotte, avviando le prime collaborazioni con alcuni dei gruppi locali dediti alla speleologia e alla ricerca sotterranea.[2][15]
La rubrica “Racconti dal Buio”
“Racconti dal Buio” va in onda ogni martedì dalle 20 alle 21 su Radio Fragola (FM 104.6–104.8 per la provincia di Trieste). Radio Fragola è un’emittente comunitaria nata nel 1984, che trasmette dal Padiglione “M” dell’ex Ospedale Psichiatrico di San Giovanni a Trieste. La rubrica, avviata a gennaio 2026, affronta ogni settimana un tema diverso legato al mondo sotterraneo: cavità carsiche, acque ipogee, fauna di grotta, archeologia e storia dell’esplorazione.[16][17][1]
Ecco il report approfondito sulla puntata di domani sera. Copre tutti i temi principali che saranno discussi in diretta. Il report include: • La rubrica e Radio Fragola — storia dell’emittente comunitaria triestina nata nel 1984, contesto della rubrica “Racconti dal Buio”[scintilena +1] • I tre ospiti — profilo di Maurizio Radacich (speleologo del CAT, autore di 5 volumi sulle grotte di Trieste), Giulia Stibiel (giornalista e segretaria del CTT) e Alberto Costa (collaboratore del bollettino CTT)[oltreilgiardino +4] • “Duemila Grotte” (1926) — struttura, contenuti, autori Bertarelli e Boegan, la distruzione delle matrici durante la guerra, la ristampa del 1986 e la versione digitale oggi disponibile[scintilena +1] • Origini della speleologia triestina — dal Comitato Grotte della SAG (1883), agli studenti del Circolo Hades, alla nascita del Comitato Grotte del CTT nel 1894[scintilena +1] • La Grotta Gigante — storia delle esplorazioni, ruolo del CTT, apertura turistica il 5 luglio 1908[clubtouristitriestini.blogspot] • Scioglimento (1922) e rinascita (2013/2025) del CTT con il nuovo Comitato Grotte • Editoria speleologica — dal Tourista storico alle pubblicazioni contemporanee[scintilena +1] • 8 flashcard per il ripasso dei concetti chiave
Racconti dal Buio – Libri, Grotte e Origini della Speleologia a Trieste
Panoramica della puntata
Martedì 28 aprile 2026, alle ore 20, la rubrica “Racconti dal Buio – Carsismo e Speleologia raccontati da chi indaga i misteri del mondo sotterraneo” va in onda su Radio Fragola con una puntata interamente dedicata ai libri che raccontano le grotte e a chi le ha esplorate, ripercorrendo le origini della speleologia a Trieste. Ospiti della serata sono lo speleologo Maurizio Radacich (Club Alpinistico Triestino), il dott. Alberto Costa e la giornalista Giulia Stibiel (Club Touristi Triestini).[^1]
La rubrica va in onda ogni martedì dalle 20 alle 21 su Radio Fragola (FM 104.6–104.8 per la provincia di Trieste) e in streaming su www.radiofragola.com. Per contattare la rubrica durante la diretta è possibile inviare un messaggio via WhatsApp al numero +39 340 191 6542.[^2]
Radio Fragola: la voce del sottosuolo triestino
Radio Fragola è un’emittente radiofonica comunitaria di Trieste, nata nei primi anni Ottanta all’indomani dell’entrata in vigore della Legge Basaglia che aveva determinato la chiusura dei manicomi in Italia. Trasmette ufficialmente dal 1984 dal Padiglione “M” dell’ex Ospedale Psichiatrico di San Giovanni (oggi Parco Culturale), ha un palinsesto giornalistico e musicale e si caratterizza per dare voce a cittadini, associazioni e movimenti con particolare attenzione alla salute mentale e all’inclusione sociale. La propagazione in FM copre la provincia di Trieste sulle frequenze 104.5 e 104.8 MHz. Dal 2015 fa parte di “Larghe Vedute”, il primo network delle radio della salute mentale in Italia.[^3][^4]
All’interno di questo palinsesto aperto e partecipativo, da gennaio 2026 è nata la rubrica “Racconti dal Buio”, che offre ogni martedì sera 60 minuti di approfondimento sul mondo sotterraneo: grotte, acque sotterranee, Carso triestino, fauna ipogea, sotterranei urbani, con ospiti esperti e un approccio multidisciplinare che intreccia geologia, biologia, storia e archeologia.[^5][^2]
Gli ospiti della puntata
Maurizio Radacich – speleologo del CAT
Maurizio Radacich è un affermato speleologo del Club Alpinistico Triestino (CAT), attivo da oltre vent’anni nell’organizzazione, ricerca e divulgazione speleologica triestina. La sua passione per le cavità naturali e artificiali è nata nel 1968, quando cominciò a frequentare un gruppo speleologico triestino, sviluppando poi un interesse per la storia che le grotte possono raccontare — sin dalla preistoria, quando l’uomo le usò come rifugio.[^6]
Radacich è anche prolific autore di pubblicazioni speleologiche. Tra le sue opere principali si distingue la serie “Le cavità naturali del comune di Trieste”, di cui ha pubblicato il quinto volume dedicato a Trebiciano nel 2025, scritto in collaborazione con Giorgio Zanutto. In precedenza aveva curato volumi su Basovizza, Gropada, Longera e Padriciano. Nel 2025 ha presentato il libro “TREBICIANO: Il Territorio, la Storia e le Sue Grotte” al Club Alpinistico Triestino. Nel 2024 ha tenuto una conferenza intitolata “Grottenarbeiter di Ieri e di Oggi” nella cornice delle Torri di Slivia, esplorando la storia e l’evoluzione dell’esplorazione speleologica. Di recente, con Mario Carboni e Sergio Vianello del CAT, ha contribuito alla riscoperta dello “scoglio delle tre croci”, antico segno di confine nel Carso triestino citato in documenti dal Cinquecento.[^7][^8][^9][^10]
Giulia Stibiel – giornalista e segretaria del CTT
Giulia Stibiel è una giornalista che ricopre il ruolo di Segretaria del Club Touristi Triestini rinato nel 2013. Collabora stabilmente al bollettino sociale “Il Tourista” del CTT ed è definita “firma di punta” per gli argomenti storico-culturali. Il suo contributo è fondamentale nella promozione della storia e dell’identità del club, in un’ottica mitteleuropea, multiculturale e plurilinguistica della città di Trieste.[^11][^12][^13]
Alberto Costa – dott. collaboratore del CTT
Il dott. Alberto Costa figura tra i collaboratori del bollettino sociale “Il Tourista” del Club Touristi Triestini, contribuendo con contenuti storico-divulgativi sul territorio carsico e sull’attività del sodalizio.[^14]
“Duemila Grotte” – il libro caposaldo del 1926
Al centro della puntata vi è la celebrazione del centenario di “Duemila Grotte. Quarant’anni di esplorazioni nella Venezia Giulia”, pubblicato nel 1926 dal Touring Club Italiano e firmato da Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. L’opera, destinata a diventare la “Bibbia” degli speleologi del Carso triestino, raccoglieva in quasi 500 pagine il primo grande censimento sistematico delle cavità naturali della Venezia Giulia.[^15][^16]
Struttura e contenuti
Il volume si divide in due parti principali:[^16]
Prima parte: un vero e proprio manuale di speleologia applicata, con capitoli sul fenomeno carsico, la flora e fauna cavernicola, gli aspetti paleontologici e paletnologici, le tecniche di esplorazione, il rilievo delle grotte, la fotografia ipogea e le grotte di guerra.
Seconda parte: l’inventario di oltre duemila grotte della Venezia Giulia, con schede che riportano posizione, descrizione, rilievi planimetrici e sezioni, fotografie e note storiche. Allegata vi è una carta speleologica in due fogli alla scala 1:100.000.
Il formato originale è 18×25 cm per 494 pagine con illustrazioni. L’opera rappresentò uno spartiacque non solo per l’inventariazione delle grotte, ma per la nascita di una prassi condivisa fra i gruppi speleologici italiani: la struttura delle schede, la numerazione e i rilievi standardizzati divennero il modello per il catasto nazionale.[^17][^18]
Gli autori
Luigi Vittorio Bertarelli (Milano, 1859–1926) era fondatore e presidente del Touring Club Italiano. Nei decenni successivi alla Prima Guerra Mondiale si avvicinò con crescente interesse al Carso triestino, sostenendo economicamente e organizzativamente il progetto editoriale di Duemila Grotte attraverso il TCI.[^15]
Eugenio Boegan (Trieste, 1875–1939) era idrologo e speleologo, autore di decine di lavori scientifici. Entrò nella Commissione Grotte della Società Alpina delle Giulie nel 1894, diventandone presidente nel 1904. Fu lui a coordinare la raccolta dei dati e la struttura del catasto, portando il numero delle cavità censite da poche decine a oltre duemila nel corso degli anni ’20. Diresse in seguito la rivista Le Grotte d’Italia, strumento di collegamento per la nascente comunità speleologica nazionale.[^15]
Il destino del libro
Durante la Seconda Guerra Mondiale le matrici tipografiche originali vennero distrutte da un bombardamento, rendendo impossibile una ristampa per decenni. Nel 1986 fu pubblicata una ristampa anastatica che riprodusse fedelmente il volume del 1926, anch’essa rapidamente esaurita. Oggi la Commissione Grotte “Eugenio Boegan” ha reso disponibile il volume in formato digitale sul proprio sito, dopo un lungo lavoro di digitalizzazione e ottenimento delle liberatorie dalla casa editrice. A cent’anni dalla pubblicazione, Duemila Grotte continua a essere un riferimento per chi studia il carsismo della regione e la storia della speleologia italiana.[^19][^16][^15]
Le origini della speleologia a Trieste
Il contesto: il Carso triestino come laboratorio naturale
Il Carso triestino ha dato il nome al fenomeno del carsismo mondiale. Quest’altipiano calcareo tra Trieste e la Slovenia è caratterizzato da inghiottitoi, doline, sistemi di grotte e corsi d’acqua sotterranei come il Timavo, che scorre per chilometri sotto la superficie prima di riaffiorare vicino al mare. La densità di grotte, doline e cavità del Carso triestino è tra le più alte al mondo, il che ha reso naturalmente fertile il terreno per i pionieri dell’esplorazione sotterranea.[^15]
I primissimi gruppi speleologici (1883–1894)
Le radici della speleologia organizzata a Trieste risalgono al 1883, quando nella Società Alpina delle Giulie fu fondato il Comitato alle Grotte (poi Commissione Grotte), considerata oggi il più antico gruppo speleologico ancora attivo. In parallelo, nacque anche la sezione speleologica dell’Alpenverein tedesco-austriaco.[^15]
Negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta dell’Ottocento fiorì a Trieste una generazione di giovani esploratori appassionati di grotte. Tra questi si distinsero due circoli giovanili di grande importanza: il Club Alpino dei Sette (fondato intorno al 1892) e l’Hades Verein (o Circolo Hades), entrambi formati da studenti liceali. Erano giovani di grande entusiasmo che, ispirati dalle grandi scoperte dell’epoca, avviarono esplorazioni sistematiche nel Carso triestino.[^20][^21][^22]
Il documento della Moodle dell’Università di Trieste sulle origini della speleologia locale precisa che Eugenio Boegan stesso iniziò le esplorazioni sul Carso a 15 anni; nel 1892 fondò con alcuni coetanei del liceo il Club dei Sette; nel 1894 passò alla Commissione Grotte dell’Alpina.[^23]
Il Club Touristi Triestini e il suo Comitato Grotte
Il Club Touristi Triestini (CTT) fu fondato il 18 dicembre 1884, quando l’i.r. Luogotenente di Trieste ne certificò la legale esistenza. Nacque come associazione escursionistica dedicata alle gite nei dintorni della città, nell’Istria e sporadicamente nelle Alpi, con soci di ogni estrazione sociale fedeli all’Impero austro-ungarico. Tra i soci più illustri si ricordano Moser, Perko, Müller, Konvizca; patrono ne fu l’arciduca Lodovico Salvatore.[^24][^11]
Il Comitato Grotte del CTT si costituì formalmente nel 1891, ma prese realmente vita nel 1894 con l’ingresso degli studenti del disciolto Hades Verein (in particolare i fratelli Leo ed Ernst Felix Petritsch e i fratelli Giovanni Andrea e Anton Perko). Ruggero Konviczka (1866–1927), già Segretario e poi Presidente del CTT, fu chiamato a dirigere il Comitato Grotte nel 1895.[^25]
L’impresa della Grotta Gigante
L’opera più celebre del Club Touristi Triestini è l’apertura turistica della Grotta Gigante, oggi la sala naturale più grande al mondo (inserita nel Guinness dei primati nel 1995). Il CTT, nel 1890, riprese l’esplorazione della grotta dopo la prima discesa di Anton Frederick Lindner nel 1840, individuando un secondo ingresso. Il primo rilievo completo fu effettuato nel 1897 da Giovanni Andrea Perko. Nel 1905, dopo la scoperta di un terzo ingresso (l’attuale accesso turistico), il CTT avviò i lavori per la realizzazione del percorso turistico, costruendo una monumentale scalinata a rampe che dissanguò le esigue risorse del sodalizio.[^26][^27][^28]
Il 5 luglio 1908, migliaia di candele, fanali ad acetilene e fiaccole illuminarono la grande sala naturale mentre dalla volta veniva calato un gigantesco lampadario a 100 fiamme, accompagnato dalla musica della banda cittadina che suonò brani dal Sigfrido di Wagner: la Grotta Gigante fu solennemente aperta al pubblico.[^27][^26]
Lo scioglimento del 1922 e la rinascita
Con la fine della Prima Guerra Mondiale e l’annessione all’Italia, il CTT — associazione composta da persone fedeli all’Impero austro-ungarico — incontrò crescenti difficoltà. Nel 1922 la sede fu saccheggiata dai nazionalisti italiani e il club fu sciolto d’autorità per il suo carattere “lealista” e ritenuto filo-asburgico. Il libro Duemila Grotte del 1926 stesso definì CTT e Alpenverein come “una filiazione prettamente straniera e antiitaliana” che tentava di “svisare il carattere italiano della Venezia Giulia“, giustificando lo scioglimento. La Grotta Gigante e gli archivi del club passarono alla Società Alpina delle Giulie.[^11]
Il 30 settembre 2013, per celebrare il 631° anniversario della Dedizione di Trieste all’Austria, il Club Touristi Triestini venne ricostituito, mantenendosi nel solco della tradizione con gite ed escursioni nell’area “Alpe-Adria”. Nel 2025 si è ricostituito anche il suo Comitato Grotte, ancora in fase iniziale e a carattere amatoriale, con prime collaborazioni con associazioni locali dedite alla speleologia e alla ricerca sotterranea.[^1][^11]
Il catasto delle grotte: da Boegan al sistema regionale
Tra le eredità più concrete del lavoro pionieristico triestino vi è la nascita del catasto delle grotte, strumento fondamentale per la conoscenza e tutela del patrimonio ipogeo. Una delle prime raccolte organizzate di dati su cavità carsiche risale al 1893, con la pubblicazione di Edoardo Taucer. Eugenio Boegan, con uno scritto del 1896 sulla rivista Alpi Giulie, delineò la concezione di un catasto grotte sistematico. Nel 1907 pubblicò il primo catasto vero e proprio: “Elenco e carta topografica delle Grotte del Carso“, con il censimento e la descrizione di 314 cavità numerate.[^18]
Nel 1924 comparve per la prima volta una scheda catastale con la dicitura “Catasto”. Il lavoro di censimento proseguì fino a raggiungere circa 3.000 cavità note alle soglie della Seconda Guerra Mondiale. Con la ridefinizione dei confini nel dopoguerra, molte grotte passarono in territorio yugoslavo e fu necessario riorganizzare i dati. Con la Legge Regionale n. 27 del 1966 i due catasti preesistenti (Venezia Giulia e Friuli) vennero unificati con numerazione univoca. Oggi il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia conta oltre 8.000 cavità censite, portando la regione in cima alla classifica italiana per numero di gruppi speleologici.[^18]
L’editoria speleologica: dai manuali storici alla divulgazione contemporanea
La puntata del 28 aprile 2026 si inserisce nel solco di una lunga tradizione editoriale dedicata alle grotte, analizzando come le pubblicazioni siano cambiate nel corso del tempo.
Le opere classiche
Accanto a Duemila Grotte (1926), tra le pietre miliari dell’editoria speleologica triestina si ricorda “Il Timavo” (1938) di Eugenio Boegan, considerato anch’esso un’opera fondamentale per la storia della speleologia italiana e degli studi sull’idrografia sotterranea, digitalizzato e messo in rete nel 2014. Il CTT stesso pubblicava dal 1894 il bollettino sociale “Il Tourista”, che ospitava le relazioni delle esplorazioni e le descrizioni delle cavità visitate.[^29][^25]
La produzione contemporanea
Oggi la produzione editoriale speleologica si articola su più livelli. Da un lato vi sono opere tecniche rivolte agli specialisti: la serie di Maurizio Radacich sulle Cavità naturali del comune di Trieste (cinque volumi pubblicati tra il 2010 e il 2025) ne è un esempio eccellente. Dall’altro vi sono opere di divulgazione per il grande pubblico, come “Le Forme del Vuoto”, libro che ha superato le 1.800 copie vendute in poco più di un mese dal lancio nel 2024, o “Il continente buio” di Francesco Sauro (Il Saggiatore, 2021), recentemente pubblicato in versione spagnola nel 2026.[^30][^31][^10][^7]
Riviste scientifiche come gli “Atti e Memorie” della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” — giunta al volume 54 nel 2026 — e il Bollettino del Gruppo Triestino Speleologi (volume XXII nel 2025) mantengono viva la produzione tecnico-scientifica regionale. Il notiziario online Scintilena svolge il ruolo di quotidiano della speleologia italiana, mentre il nuovo Stillicidio del Gruppo Triestino Speleologi ha fatto la sua comparsa online nell’aprile 2026.[^32][^33][^34][^35]
La speleologia triestina oggi: club e istituzioni attive
Il tessuto speleologico triestino è tra i più ricchi d’Italia. I principali sodalizi attivi includono: Club / Gruppo Fondazione Note principali Commissione Grotte “Eugenio Boegan” (CGEB/CAI-SAG) 1883 Il più antico gruppo speleologico ancora attivo; gestisce il catasto storico[^15] Club Alpinistico Triestino (CAT) – Gruppo Grotte 1945 80 anni nel 2025; 464 uscite in grotta e 22 nuove cavità nel solo 2024[^36] Gruppo Grotte XXX Ottobre 1918 Attivo in esplorazioni e ricerche nel Carso[^37] Gruppo Triestino Speleologi (GTS) 1946 Bollettino al volume XXII, nuovo notiziario Stillicidio dal 2026[^33][^34] Club Touristi Triestini (CTT) – Comitato Grotte Ricostituito 2025 Ripreso dopo lo scioglimento del 1922; collaborazioni in corso con gruppi locali[^1]
Schede di studio: concetti chiave
Cos’è il carsismo?
Il carsismo (o fenomeno carsico) è il complesso dei processi fisici e chimici attraverso cui l’acqua, carica di anidride carbonica, scioglie la roccia calcarea formando grotte, doline, inghiottitoi e sistemi di acque sotterranee. Il termine deriva proprio dall’altopiano del Carso (Kras in sloveno) tra Trieste e la Slovenia, che storicamente ha dato il nome al fenomeno a livello mondiale.[^15]
Cos’è un catasto speleologico?
Un catasto speleologico è un registro sistematico delle cavità naturali di un territorio, con numerazione progressiva, schede descrittive, rilievi topografici e fotografie. Il primo catasto sistematico del Carso triestino fu realizzato da Eugenio Boegan nel 1907. Il catasto regionale del Friuli Venezia Giulia oggi conta oltre 8.000 cavità.[^18]
Cosa distingue un libro divulgativo da uno tecnico?
I libri divulgativi (come Duemila Grotte nella sua parte monografica, o “Le Forme del Vuoto”) sono pensati per un pubblico non specialista e puntano a raccontare le grotte in modo accessibile. I volumi tecnici (come le serie di Radacich sulle grotte del comune di Trieste) contengono rilievi, dati catastali e informazioni operative per chi deve entrare nelle cavità.[^31][^10][^1]
Domande di verifica / Flashcard
Quando fu fondato il Club Touristi Triestini e chi ne fu patrono? Fondato il 18 dicembre 1884; patrono fu l’arciduca Lodovico Salvatore.[^24][^11]
In che anno si costituì il Comitato Grotte del CTT e quale fu il suo impulso determinante? Si costituì nel 1891 ma decollò nel 1894 con l’ingresso degli studenti del disciolto Hades Verein.[^25]
Chi scrisse “Duemila Grotte” e quando fu pubblicato? Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan, pubblicato nel 1926 dal Touring Club Italiano.[^16]
Quando fu aperta al pubblico la Grotta Gigante e da chi fu gestita l’apertura? Il 5 luglio 1908, grazie al Club Touristi Triestini.[^27]
Perché il Club Touristi Triestini fu sciolto nel 1922? Fu sciolto d’autorità per il suo carattere “lealista” e filo-asburgico dopo l’annessione all’Italia.[^11]
Quante cavità conta oggi il Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia? Oltre 8.000 cavità.[^18]
Chi è Maurizio Radacich e qual è il suo contributo editoriale più recente? Speleologo del CAT, autore di una serie di 5 volumi sulle cavità del comune di Trieste, l’ultimo dedicato a Trebiciano (2025).[^10]
Quando è nata Radio Fragola e da dove trasmette? Nata nel 1984, trasmette dal Padiglione “M” dell’ex Ospedale Psichiatrico di San Giovanni a Trieste.[^3]
Fonti [1] Racconti dal buio – Trieste – Radio Fragola https://www.radiofragola.com/racconti-dal-buio/ [2] Racconti dal Buio: su Radio Fragola la speleologia torna in onda https://www.scintilena.com/racconti-dal-buio-su-radio-fragola-la-speleologia-torna-in-onda-memoria-scoperte-carso-ed-altro/01/27/ [3] Trebiciano e le sue grotte: pubblicato il quinto volume sulla … https://www.scintilena.com/trebiciano-e-le-sue-grotte-pubblicato-il-quinto-volume-sulla-speleologia-del-carso/02/07/ [4] Trieste. Il fascino di una città da scoprire nel profondo. Intervista a Maurizio Radacich https://www.wwwitalia.eu/web/trieste-il-fascino-di-una-citta-da-scoprire-nel-profondo-intervista-a-maurizio-radacich/ [5] Direzione del CTT – Club Touristi Triestini https://clubtouristitriestini.blogspot.com/p/direzione-del-clu-touristi-triestini.html [6] Nord Adriatico Magazine – Facebook https://www.facebook.com/NordAdriaticoMagazine/posts/la-giornalista-giulia-stibiel-firma-di-punta-della-sezione-dedicata-agli-argomen/559096491469425/ [7] [PDF] Club Touristi Triestini https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d0/202401_Il_Tourista_20240205a.pdf [8] Duemila grotte – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Duemila_grotte [9] Duemila grotte: la “Bibbia” degli speleologi della Venezia Giulia … https://www.scintilena.com/duemila-grotte-la-bibbia-degli-speleologi-della-venezia-giulia-compie-centanni/04/15/ [10] Il 2000 grotte – boegan.it https://www.boegan.it/2025/04/il-2000-grotte/ [11] 18.12.1884: costituzione del Club Touristi Triestini https://clubtouristitriestini.blogspot.com/2021/12/18121884-costituzione-del-club-touristi.html [12] Ruggero Konviczka – boegan.it https://www.boegan.it/2012/06/ruggero-konviczka/ [13] La storia della Grotta Gigante: come il sottosuolo divenne luogo… https://www.triesteallnews.it/2022/08/la-storia-della-grotta-gigante-come-il-sottosuolo-divenne-luogo-turistico/ [14] Grotta Gigante – Trieste Città della Scienza https://www.triestecittadellascienza.it/luoghi/grotta-gigante/ [15] Rinasce il Club Touristi Triestini https://www.fsrfvg.it/?p=3508 [16] Radio Fragola – oltreilgiardino https://www.oltreilgiardino.info/index.php?title=Radio_Fragola [17] il martedì sera su Radio Fragola tra grotte, acque sotterranee e Timavo https://www.scintilena.com/racconti-dal-buio-il-martedi-sera-su-radio-fragola-tra-grotte-acque-sotterranee-e-timavo/01/13/ [18] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [19] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [20] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
La speleologia mineraria come pratica di memoria e consapevolezza del tempo: esplorare le cavità dismesse significa essere testimoni di uno spazio irripetibile, destinato a scomparire
La Miniera Dismessa come Spazio in Continua Trasformazione
Quando si pensa a una miniera abbandonata, l’immagine che viene in mente è spesso quella di un luogo immobile, sospeso nel tempo. Una fotografia fissa di un passato industriale ormai concluso. Quella immagine è sbagliata.
La miniera abbandonata è invece un organismo in continua trasformazione. Le armature in legno marciscono. Le volte cedono. L’acqua scava nuovi percorsi. I detriti colmano i vuoti. La roccia si assesta. La vegetazione riconquista gli accessi. Ciò che oggi è percorribile, domani può essere interdetto. Ciò che oggi appare leggibile, fra pochi anni può scomparire senza lasciare traccia.[1][2]
Il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella) lo ha documentato concretamente nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella: «la montagna si sta riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria».[3][4]
Ogni Ingresso è un Momento Irripetibile della Speleologia Mineraria
L’esploratore che entra in una miniera dismessa non visita uno spazio. Visita un momento di quello spazio. Una configurazione unica, destinata a mutare.
Anche tornando nello stesso luogo, non si torna davvero nello stesso luogo. Il sottosuolo abbandonato è un teatro del divenire, dove il tempo agisce con pazienza silenziosa ma inesorabile. Questo aspetto della speleologia mineraria non riguarda solo la dimensione tecnica dell’esplorazione: tocca una questione filosofica profonda sull’irripetibilità dell’esperienza sotterranea.[5]
Le tecniche di rilievo più avanzate — scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D — cercano di catturare questa configurazione momentanea prima che muti ulteriormente. Ma nessuna tecnologia può fermare il processo. Può solo documentarlo.[6][7]
Il Paradosso del Dominio Umano e il Riassorbimento della Natura
Ogni miniera nasce come gesto di dominio sulla materia. L’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un atto tecnico che separa artificialmente uno spazio dalla montagna che lo conteneva.
Cessata la presenza umana, la Natura avvia il processo inverso. Non distrugge: riassorbe. La montagna lentamente cicatrizza le ferite. L’acqua dissolve, la gravità abbatte, i sedimenti seppelliscono, il gelo spacca, il bosco cancella le tracce in superficie.
Questo processo è visibile nelle miniere di bitume della Maiella, nei complessi estrattivi dell’Aspromonte, nelle zolfare siciliane dove «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra», nelle gallerie umbre della lignite con i loro oltre 20 km di percorsi oggi quasi integralmente inaccessibili.[8][9][10]
La Documentazione nelle Miniere Abbandonate come Atto Etico
Entrare in questi luoghi significa spesso essere tra gli ultimi testimoni di una realtà in via di estinzione. Ogni fotografia, ogni rilievo, ogni mappa, ogni testimonianza orale raccolta, ogni nome annotato su una parete può diventare un frammento salvato dall’oblio.
Documentare non è semplice archivistica. È un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo.
Le miniere custodiscono non solo gallerie e macchinari. Custodiscono fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere. In una galleria della Maiella, il GRAIM ha scoperto un ambiente di circa 80 m² «interamente ricoperto di scritte lasciate dai minatori», definito «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche». Quando una cavità collassa, non scompare solo un vuoto fisico: si perde una parte di memoria collettiva.[4]
Il Patrimonio Minerario Dismesso in Italia: i Numeri dell’Urgenza
L’ISPRA ha censito 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi).[11]
Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli effettivamente tutelati mostra la vastità del problema. L’ISPRA ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui».[11]
I siti minerari di interesse storico ed etnoantropologico sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Nella realtà normativa, però, solo alcune regioni — Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo — hanno legiferato in materia. Manca ancora una normativa nazionale organica.[11]
Pericoli Concreti nelle Miniere di Carbone: la Sicurezza nella Speleologia Mineraria
La consapevolezza filosofica del tempo non può prescindere dalla consapevolezza fisica del rischio. Le miniere di carbone presentano pericoli specifici e spesso invisibili.
Il grisù (metano) è esplosivo in concentrazioni tra il 5% e il 16% nell’aria. Il blackdamp — miscela di CO? e azoto — sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza senza preavviso. Il whitedamp (monossido di carbonio) è inodore, insapore, letale. Nel 1906 la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù.[12]
Gabriele La Rovere ha dedicato un intero volume — Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida — a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[12]
La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza del Tempo
La speleologia mineraria non è soltanto avventura o ricerca tecnica. È anche una disciplina della consapevolezza del tempo.
Ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio. Che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza. Si scende nel sottosuolo per osservare ciò che resta, ma anche per comprendere che il restare stesso è provvisorio.[5]
Per questo documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo, quando gli accessi saranno chiusi, le gallerie franate e i vuoti nuovamente confusi nella roccia. Prima che tutto ritorni al silenzio minerale da cui era emerso.
Guida di studio
Struttura della guida:
Il testo propone una filosofia dell’effimero sotterraneo articolata su quattro assi principali, che la guida esplora in profondità:
La miniera come organismo vivo — non rovina statica ma sistema in continua trasformazione per azione di acqua, gravità, processi chimici e vegetazione. Il GRAIM sulla Maiella ha osservato direttamente come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano».[1]
Il paradosso dell’unicità eraclitea — ogni ingresso è irripetibile perché la configurazione dello spazio muta costantemente; si ritorna in un luogo nominalmente identico ma ontologicamente diverso.[2]
Il paradosso dominio/riassorbimento — la miniera nasce come gesto di dominio sulla materia, ma la Natura non distrugge: riassorbe, cicatrizza, reintegra.[3][4]
La dimensione etica e memoriale — documentare è «un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». In Italia esistono 3.021 siti minerari dismessi censiti da ISPRA in 93 province, ma solo 75 sono tutelati nella rete ReMi — una sproporzione che rende urgente ogni azione documentale.[5]
La guida include anche il profilo dei pericoli concreti (gas letali nelle miniere di carbone, crolli strutturali), le tecniche di documentazione speleologica (rilievo LiDAR, fotogrammetria sferica, cartografia topografica), casi di studio da Abruzzo, Sardegna, Umbria e Sicilia, un glossario, domande per la riflessione e flashcard per la preparazione all’esame.[6][7][8]
La Filosofia dell’Effimero Sotterraneo: Le Miniere Dismesse come Spazio di Memoria e Divenire
Guida di Studio Approfondita
Panoramica Concettuale
Il testo di riferimento sviluppa una tesi filosofica complessa che intreccia quattro dimensioni fondamentali:
Dimensione
Concetto Chiave
Implicazione
Ontologica
La miniera come organismo in divenire
L’abbandono non congela, ma accelera la trasformazione
Fenomenologica
Ogni ingresso è irripetibile
Non esiste la “stessa” miniera in tempi diversi
Etica
L’esploratore come testimone
Documentare è un atto di responsabilità morale
Memoriale
Miniere come archivi di umanità
La perdita fisica è perdita di memoria collettiva
1. La Miniera come Organismo in Trasformazione
Concetto Fondamentale: Rifiutare il Paradigma della “Rovina Museale”
Il testo stabilisce sin dall’inizio una distinzione critica: la miniera abbandonata non è uno spazio statico, congelato come reperto museale, ma un sistema in continua evoluzione biologica e geologica. Questa posizione si oppone a una lettura romantica e contemplativa delle rovine che le vuole ferme nel tempo.
L’idea trova riscontro nelle esperienze documentate da gruppi come il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella), che nel corso di oltre un decennio di esplorazioni sulla Maiella ha osservato come «la montagna si stia riappropriando del suo territorio cancellando a poco a poco le tracce del vissuto umano legato all’estrazione mineraria». Questo processo di riassorbimento è reale, concreto e misurabile, non una metafora.[1]
I Meccanismi della Trasformazione
La miniera si trasforma attraverso agenti fisici, chimici e biologici che agiscono simultaneamente:
Degradazione strutturale: le armature in legno marciscono; nelle miniere di carbone, costruite prevalentemente in roccia sedimentaria tenera, i sostegni che reggevano tonnellate di pietra si ammorbidiscono per l’infiltrazione dell’acqua fino al cedimento[2]
Azione idrica: l’acqua scava nuovi percorsi, dissolve materiali, trasporta sedimenti, crea laghi sotterranei là dove non esistevano
Cedimenti litici: la roccia risponde allo stress generato dall’escavazione con assestamenti progressivi e crolli — a volte improvvisi, a volte lentissimi
Ricolonizzazione vegetale: in superficie, il bosco cancella le tracce degli accessi; muschi e felci penetrano nelle gallerie più esterne
Processi chimici: nelle miniere metallifere, l’ossidazione dei minerali crea concrezioni di ossidi e idrossidi che colorano le pareti e formano strutture simili a stalattiti e stalagmiti[3]
In Umbria, per esempio, le miniere di lignite che avevano raggiunto nei decenni attivi fino a 20 km di gallerie su più livelli oggi vedono i propri ambienti progressivamente compromessi da infiltrazioni e cedimenti: i record storici sono i soli archivi di quella geometria oggi alterata.[4][5]
2. Il Paradosso dell’Unicità: Ogni Ingresso è Irripetibile
La Struttura Filosofica del Paradosso
Il testo formula un paradosso di natura eraclitea: non si entra mai due volte nella stessa miniera. Questa affermazione, che suona quasi come un aforisma, ha radici concrete nei processi di trasformazione descritti sopra. Se la configurazione di un ambiente sotterraneo cambia costantemente — sia pur con ritmi più lenti di un corso d’acqua — allora ogni visita è ontologicamente distinta dalle precedenti.
Questo paradosso richiama la distinzione aristotelica tra hyle (materia) e morphé (forma): la materia rocciosa è la stessa, ma la forma — disposizione dei vuoti, orientamento delle gallerie accessibili, presenza o assenza di acqua — si modifica. Sono due accessi a luoghi diversi, anche se nominalmente identici.
Implicazioni per l’Esplorazione
L’unicità dell’ingresso trasforma l’esplorazione in un atto non ripetibile e non delegabile. Non è sufficiente leggere il resoconto di chi è entrato prima: la miniera che quella persona ha visitato potrebbe non esistere più. Questa consapevolezza genera un senso di urgenza nella documentazione e spiega la prassi, consolidata tra gli esploratori più rigorosi, di redigere ogni volta dettagliati resoconti scritti, fotografie, rilievi.[6]
3. Il Paradosso Profondo: Dominio Umano vs. Riassorbimento Naturale
La Miniera come Gesto di Dominio
Ogni miniera nasce da un atto di violenza controllata sulla materia: l’uomo fora, spacca, svuota, estrae. È un gesto di dominio tecnico che presuppone una separazione netta tra soggetto (l’umanità produttrice) e oggetto (la montagna, la roccia, il minerale). Le miniere storiche italiane — dalle zolfare siciliane alle ligniti umbre, dalle miniere di bitume della Maiella alle grandi concessioni metallifere sarde — rappresentano tutte questo stesso impulso.[7][8]
In Sicilia, le zolfare delle province di Agrigento e Caltanissetta hanno segnato per quasi due secoli il paesaggio e la società locali, con strutture che oggi «resistono in mezzo alle campagne dell’entroterra quasi con un senso di vergogna, e, certamente, di solitudine immensa». La dismissione ha interrotto il gesto di dominio, lasciando la ferita aperta.[9]
Il Riassorbimento come Risposta della Natura
Cessato il presidio umano, la Natura avvia il processo inverso: non distrugge ma riassorbe. Questa distinzione semantica è cruciale nel testo. “Distruggere” implica un’azione violenta; “riassorbire” è un processo organico, quasi fisiologico. La montagna si comporta come un organismo che cicatrizza: acqua, gravità, sedimenti, gelo, vegetazione lavorano con «pazienza silenziosa ma inesorabile».
Il fenomeno è documentato sia nei siti della Maiella, dove le testimonianze dell’attività estrattiva «vanno scomparendo perché la montagna si sta riappropriando del suo territorio», sia nelle miniere dell’Aspromonte, dove «cunicoli e gallerie ancora visibili nel territorio» convivono con le prime forme di ri-colonizzazione naturale.[10][11]
La Tabella del Conflitto Ontologico
Fase
Soggetto
Azione
Risultato
Attiva
Uomo
Estrae, domina, controlla
Spazio artificiale separato dalla natura
Abbandono
Natura
Riassorbe, cicatrizza
Spazio ibrido in transizione
Finale
Natura
Completa il riassorbimento
Ritorno alla condizione originaria
4. La Dimensione Etica e Memoriale
L’Esploratore come Ultimo Testimone
Il testo attribuisce all’esploratore-documentatore un ruolo etico preciso: essere tra i “testimoni di una realtà in via di estinzione”. Questa funzione memoriale trasforma la speleologia mineraria da semplice avventura a disciplina umanistica.
La struttura etica si articola in tre passaggi:
Riconoscimento: l’esploratore prende coscienza del valore di ciò che vede
Documentazione: trasforma l’esperienza in archivio (fotografie, rilievi, mappe, testimonianze orali)
Trasmissione: consegna questo archivio alla memoria collettiva, oltre i propri anni di vita
Il GRAIM, che dal 2014 ha documentato circa venti complessi minerari sulla Maiella, raccogliendo testimonianze degli anziani ex-minatori e catalogando oltre cento ingressi tra miniere e sondaggi, incarna esattamente questo modello. La Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Chieti e Pescara ha riconosciuto formalmente questa funzione, ma si tratta di eccezioni virtuose in un panorama di generale disattenzione istituzionale.[12][13][14]
Le Miniere come Archivi di Umanità
Le cavità minerarie non custodiscono solo geometrie e macchinari. Contengono strati di vita umana sedimentati:
Materiali: binari, carrelli, montacarichi, tramogge, stazioni di carico, centrali idroelettriche[1]
Immateriali: le scritte dei minatori sulle pareti — una galleria di circa 80 m² nella Maiella è stata scoperta «interamente ricoperta di scritte lasciate dai minatori», definita «un autentico gioiello di testimonianze antropologiche»[15]
Sociali: economie locali, comunità intere, gerarchie di classe (nelle zolfare siciliane il lavoro dei “carusi” era condizioni semiservili)[9]
Letterari: le miniere siciliane «respirano» nelle pagine di Pirandello e Sciascia, dove lo zolfo «esala fino alla tragedia nelle dolorose vicende familiari»[9]
Quando una cavità collassa, non scompare solo il vuoto fisico. Si perde un archivio multistratificato che nessun documento cartaceo può sostituire completamente.
Il Framework dell’Urgenza
Il censimento ISPRA ha registrato 3.021 siti minerari dismessi in Italia, distribuiti in 93 province e 889 comuni. Di questi, solo 75 fanno parte della Rete Nazionale dei Musei e Parchi Minerari (ReMi). Il divario tra il numero di siti esistenti e quelli tutelati rivela la vastità del problema: la maggior parte dei siti è in abbandono senza protezione normativa né risorse per la valorizzazione.[16]
Questa sproporzione conferisce un carattere di urgenza pratica alla riflessione filosofica: il tempo non è una metafora astratta, ma una variabile concreta che misura la velocità della perdita.
5. La Speleologia Mineraria come Disciplina della Consapevolezza
Definizione e Specificità
La speleologia mineraria — o speleologia in cavità artificiali — si distingue dalla speleologia classica per l’ambiente e per le competenze richieste. Opera in cavità create dall’uomo (miniere, cave, acquedotti storici, catacombe) piuttosto che in grotte naturali, ma condivide con essa:
Le tecniche di progressione verticale e orizzontale
La cartografia speleologica (poligonale, bussola, clinometro, distanziometri laser)[6]
Le tecnologie di rilievo avanzate (scanner LiDAR, fotogrammetria sferica, modelli 3D)[17]
Il codice etico del rispetto dell’ambiente: «prendi solo foto, lascia solo impronte»[18]
I Pericoli Specifici delle Miniere
La consapevolezza etica include la consapevolezza del rischio fisico. Le miniere presentano pericoli distinti per tipologia:
Miniere metallifere (ferro, rame, piombo, zinco):
Strutture più stabili perché scavate in rocce ignee e metamorfiche
Strutture meno stabili per la natura sedimentaria della roccia (argilliti, scisti)
Grisù (metano): esplosivo tra il 5% e il 16% di concentrazione[2]
Blackdamp: miscela di CO? e azoto che sostituisce l’ossigeno causando perdita di coscienza[2]
Whitedamp (monossido di carbonio): inodore, insapore, letale senza sintomi evidenti[2]
Nel 1906, la peggiore catastrofe mineraria europea uccise 1.099 minatori per un’esplosione di grisù[2]
Gabriele La Rovere, autore di Speleologia in Cavità Artificiali – Pericoli e Rischi: Linee Guida, ha dedicato un intero volume a codificare queste competenze di sicurezza, segnale dell’urgenza avvertita dalla comunità specializzata.[2]
Il Codice Etico nella Speleologia
La speleologia ha sviluppato una riflessione etica interna che riguarda direttamente il tema del testo:[18]
Rispetto ambientale: non alterare l’ambiente (non scavare, non rimuovere oggetti, non spostare minerali)
Gestione delle informazioni: il dibattito sulla divulgazione delle coordinate di nuove scoperte — proteggere dall’affluenza eccessiva vs. condivisione della conoscenza
Responsabilità verso il futuro: ogni scelta di oggi ha effetti per le generazioni di esploratori che verranno
6. La Filosofia dell’Abbandono: Contesto Teorico
Il Concetto di “Fatiscente”
Il termine “fatiscente” (dal latino fatisci, fendersi) cattura meglio di qualunque altro la dinamica che il testo descrive. Non è una condizione statica ma un processo in atto: il participio presente (fatiscens) segnala che la rovina sta accadendo adesso, non che è già avvenuta. La miniera non è una rovina compiuta ma una rovina in divenire.[20]
La Psicologia dell’Abbandono e dell’Esplorazione
I luoghi abbandonati generano un’«ambivalenza emotiva: ne siamo attratti e respinti, contemporaneamente, oscilliamo come pendoli tra l’inquietudine e il fascino della scoperta». Questa tensione è il motore psicologico dell’esplorazione. Gli urbexer — esploratori di edifici e luoghi abbandonati — condividono questa psicologia: l’esploratore «non è il custode del posto fisico, ma della sua memoria e il suo compito è quello di raccontare e congelare con i suoi scatti un istante preciso della storia».[21][20]
La stessa Carmen Pellegrino, studiosa dell’abbandono definita “abbandonologa” anche dall’Enciclopedia Treccani, afferma che «l’abbandono riduce le dissomiglianze sociali, economiche, geografiche e persino quelle religiose»: le rovine livellano i destini, rendendo simili nei silenzi i luoghi dei potenti e quelli dei poveri.[22]
Il Raccordo con la Filosofia del Tempo
Il testo evoca implicitamente la concezione eraclitea del tempo come flusso (panta rhei) e quella buddhista dell’impermanenza. Ma radica queste intuizioni in un contesto materiale preciso: il sottosuolo industriale moderno. La filosofia dell’effimero non si applica a un’astrazione ma a gallerie misurabili, strutture catalogabili, storie documentabili.
Questa materializzazione della filosofia è la specificità della speleologia mineraria rispetto alla mera speculazione teorica: l’esploratore non contempla l’impermanenza in astratto, ma la tocca con mano, la respira, la misura con clinometro e bussola.
7. La Documentazione come Atto Politico e Culturale
Dal Dato all’Archivio, dall’Archivio alla Memoria
Il testo afferma che «documentare non è semplice archivistica: è un atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo». Questa affermazione meriterebbe di essere letta alla luce del dibattito archivistico italiano, che negli ultimi decenni ha riconosciuto come il lavoro dell’archivista non sia «mera “scrittura” amministrativa, ma produzione di strumenti di ricerca e di comunicazione culturale».[23]
La documentazione speleologica delle miniere produce:
Rilievi topografici — piante, sezioni, modelli 3D con sistemi LiDAR e fotogrammetria sferica[17][6]
Documentazione fotografica — da quella analogica storica alle tecniche subacquee e sotterranee contemporanee
Testimonianze orali — raccolte dagli ex-minatori ancora viventi, che custodiscono il sapere incarnato che nessun documento scritto può rimpiazzare[24]
Ricerca archivistica — consultazione di archivi comunali, catastali, biblioteche, pubblicazioni minerarie storiche[25]
Schede catalografiche — l’ISPRA ha sviluppato la nuova Scheda di Catalogo SPD (Siti Produttivi Dismessi) per standardizzare la documentazione[16]
Il Riconoscimento Istituzionale: un Quadro Ancora Incompleto
I siti minerari «di interesse storico ed etnoantropologico» sono riconosciuti come beni culturali dall’art. 10, comma 4, lettera h del Codice Urbani. Tuttavia, questa tutela formale si scontra con una realtà normativa frammentata: solo alcune regioni hanno legiferato in materia di valorizzazione del patrimonio minerario dismesso (Lombardia, Valle d’Aosta, Sardegna, Liguria, Piemonte, Abruzzo), mentre manca una normativa nazionale organica.[16]
L’ISPRA stessa ha denunciato che «dal 1980 ad oggi, vi è stata assenza delle istituzioni per una politica alla pianificazione del territorio con investimenti coordinati, integrati e continui». Questa lacuna istituzionale amplifica la responsabilità dell’esplorazione volontaria e della documentazione privata.[16]
8. Casi di Studio: Esempi Concreti dalla Realtà Italiana
La Maiella (Abruzzo): Modello di Speleologia Mineraria Attiva
Il massiccio della Maiella rappresenta forse il caso più documentato di speleologia mineraria sistematica in Italia. Il GRAIM ha:[7][12]
Catalogato oltre 100 ingressi tra miniere e sondaggi[1]
Documentato chilometri di binari, carrelli, bunker, montacarichi, tramogge[1]
Ritrovato miniere considerate perdute (miniera di Santo Spirito, miniera di Cusano)[15]
Scoperto la galleria ricoperta di scritte dei minatori — un documento antropologico irripetibile[15]
Ottenuto il riconoscimento della Soprintendenza[13]
Nel 2026 le esplorazioni si sono estese a nuovi territori (Taranta Peligna, Lama dei Peligni) in cerca di ulteriori siti di estrazione del bitume.[26]
La Sardegna: Dalla Dismissione al Turismo Culturale
Le miniere sarde, particolarmente nel Sulcis-Iglesiente, rappresentano uno dei patrimoni minerari più rilevanti d’Italia. Siti come l’Argentiera (Nord Sardegna), con strutture «in parte restaurate e in parte lasciate alle intemperie», raccontano «due secoli di lavoro e sacrificio». Sos Enattos (Galtellì), ultima miniera metallifera del Nuorese, chiusa nel 1996, è ora candidata a ospitare l’Einstein Telescope, proiettando il passato minerario verso il futuro scientifico.[8][27]
L’Umbria: Lignite e Memoria Industriale
In Umbria, i permessi di ricerca della lignite risalgono al primo Novecento, con un predominio della Società Terni fino agli anni ’50. La miniera di Buonacquisto (Arrone, TR), pilastro economico della regione, ha oggi un Parco Minerario dedicato (Parco Minerario Valentino Paparelli). Le miniere di Spoleto hanno raggiunto fino al XIII livello, a 55 metri sotto il livello del mare, con oltre 20 km di gallerie: oggi quel reticolo è quasi integralmente inaccessibile.[28][5][4]
La Sicilia: Tragedia, Letteratura e Recupero Difficile
Le zolfare siciliane sono forse le miniere più cariche di memorie dolorose: sfruttamento dei “carusi”, tragedia di Gibellini, economia estrattiva segnata dal disumano. Ciò che resta oggi sono «strutture obsolete, lacerti tristemente fascinosi dell’archeologia industriale, resistenti in mezzo alle campagne». Alcune soprintendenze hanno avviato tutele formali, ma la valorizzazione è ancora largamente incompiuta.[9]
La Liguria e il Piemonte: Miniere Metallifere Esplorabili
Nelle miniere di Brosso (Ivrea, TO) — oltre 180 chilometri di gallerie — gli esploratori possono girare per ore senza ripassare nello stesso punto, incontrando carrellini, binari con scambi, scivoli inclinati, formazioni di ossidi e idrossidi che replicano nelle gallerie la bellezza delle concrezioni naturali. È uno degli esempi più vividi di come la miniera diventi, nel tempo, un ambiente quasi naturale.[3]
9. Glossario dei Concetti Chiave
Termine
Definizione nel contesto del testo
Effimero sotterraneo
La condizione di transitorietà di ogni configurazione spaziale in una miniera abbandonata
Teatro del divenire
Metafora per indicare la miniera come luogo dove il tempo agisce visibilmente sulla materia
Riassorbimento naturale
Il processo con cui la Natura reintegra nel proprio sistema gli spazi artificialmente separati dall’attività estrattiva
Esploratore-documentatore
Figura che unisce la prassi esplorativa alla responsabilità memoriale
Mediatore di temporalità
Funzione dell’esploratore tra il tempo passato del lavoro minerario e il tempo futuro dell’oblio
Disciplina della consapevolezza
Dimensione filosofica della speleologia mineraria che trascende la sola tecnica
Silenzio minerale
L’immagine finale del testo: la condizione anteriore e posteriore all’intervento umano, a cui tutto ritorna
10. Domande per la Riflessione e l’Esame
Comprensione
Perché il testo rifiuta il paragone tra la miniera abbandonata e una “rovina museale”? Quali argomenti porta a supporto?
Quali sono i quattro agenti fisici principali della trasformazione sotterranea citati nel testo?
Cosa intende l’autore con “mediatore tra due temporalità”?
Analisi Critica
Il paradosso “non si torna mai nello stesso luogo” è di matrice eraclitea. In che modo il testo adatta questa intuizione filosofica al contesto specifico delle miniere?
Analizza la distinzione semantica tra “distruggere” e “riassorbire”. Perché questa distinzione è filosoficamente rilevante?
Come si articola, secondo il testo, il rapporto tra urgenza della documentazione e limitazione del tempo?
Applicazione e Sintesi
Un critico potrebbe obiettare che la documentazione speleologica non cambia nulla, perché le miniere continueranno a deteriorarsi. Come potrebbe rispondere l’autore del testo?
Confronta il ruolo etico dell’esploratore-documentatore con quello dell’archivista tradizionale. In cosa si sovrappongono? In cosa divergono?
La tesi del “silenzio minerale” finale (tutto ritorna al silenzio da cui era emerso) ha implicazioni pessimistiche o costruttive? Argomenta la tua posizione.
Come si collega il concetto di “speleologia come disciplina della consapevolezza del tempo” con la pratica concreta del rilievo topografico?
Domanda di Sintesi (tipo saggio breve)
Traccia: Il testo afferma che «documentare è urgente. Non per possedere questi luoghi, ma per consegnarne traccia a chi verrà dopo». Analizza questa affermazione in relazione alla situazione reale del patrimonio minerario italiano, utilizzando esempi concreti e sviluppando una tua posizione argomentata sulla responsabilità dell’esploratore-documentatore.
Schede Flash (Flashcard)
Q: Qual è la distinzione fondamentale che il testo stabilisce rispetto alla concezione comune della miniera abbandonata? A: La miniera non è uno spazio immobile “congelato nel tempo come una rovina museale”, ma un organismo in lenta ma continua trasformazione.
Q: Perché l’esplorazione non è mai “semplice ripetizione”? A: Perché l’ambiente sotterraneo si trasforma costantemente: anche tornando nello stesso luogo, non si torna mai davvero nello stesso luogo.
Q: Cosa significa che la Natura “riassorbe” invece di “distruggere”? A: Significa che il processo è organico, quasi fisiologico: la montagna cicatrizza le ferite, reintegrando gli spazi artificiali nel sistema naturale piuttosto che semplicemente demolirli.
Q: Quale valore etico attribuisce il testo alla documentazione speleologica? A: È un «atto di responsabilità verso il passato umano depositato nel sottosuolo», non semplice archivistica.
Q: Cosa si intende con l’espressione “silenzio minerale”? A: La condizione originaria e finale dello spazio sotterraneo: prima dell’intervento umano e dopo che la Natura ha completato il riassorbimento di ciò che l’uomo aveva scavato.
Q: Cos’è il GRAIM e qual è il suo significato nel contesto della speleologia mineraria? A: È il Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella, fondato nel 2014, che documenta sistematicamente le miniere abbandonate della Maiella; incarna il modello dell’esploratore-documentatore descritto nel testo.
Q: Quanti siti minerari dismessi ha censito ISPRA in Italia? A: 3.021 siti, distribuiti in 93 province e 889 comuni; solo 75 fanno parte della Rete ReMi di musei e parchi minerari.
Q: Quali sono i tre gas più pericolosi nelle miniere di carbone abbandonate? A: Grisù (metano, esplosivo), Blackdamp (CO? + azoto, asfissiante), Whitedamp/monossido di carbonio (letale, inodore e insapore).
Q: In che senso la speleologia mineraria è definita “disciplina della consapevolezza del tempo”? A: Perché ci insegna che tutto ciò che l’uomo costruisce è transitorio, e che proprio la fragilità delle opere rende preziosa la loro testimonianza.
Q: Cosa custodiscono le miniere oltre alle gallerie e ai macchinari? A: «Fatica, ingegno, pericolo, speranze, tragedie, economie locali, comunità intere» — ovvero strati di vita umana che nessun documento può rimpiazzare.
Note Metodologiche per lo Studio
Il testo ha una struttura argomentativa circolare, non lineare. Parte da una tesi (la miniera come organismo in divenire), la sviluppa attraverso paradossi e implicazioni, e ritorna all’inizio con una diversa profondità. Per studiarla efficacemente:
Prima lettura: identifica le tesi principali e la loro sequenza logica
Seconda lettura: isola i paradossi e analizza come vengono risolti o lasciati aperti
Terza lettura: collega ogni affermazione filosofica a un esempio concreto (dalla documentazione GRAIM, dall’ISPRA, dalla letteratura sul campo)
Scrittura: esercitati a parafrasare le tesi in linguaggio tecnico-scientifico, poi in linguaggio filosofico, poi in linguaggio divulgativo — la padronanza si misura nella capacità di traduzione tra registri
L’urgenza che il testo esprime non è retorica: il patrimonio minerario italiano si deteriora più velocemente delle capacità istituzionali di tutelarlo. Comprendere questa realtà è parte integrante della comprensione del testo stesso.
Fonti [1] Le miniere dismesse della Maiella al Raduno Internazionale di … https://www.scintilena.com/le-miniere-dismesse-della-maiella-al-raduno-internazionale-di-speleologia-di-costacciaro/10/15/ [2] “Le miniere abbandonate della Maiella: situazione attuale, nuove … https://www.museo.unich.it/news/le-miniere-abbandonate-della-maiella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future [3] Le miniere abbandonate della Majella: situazione attuale … https://www.scintilena.com/doppio-appuntamento-in-abruzzo-le-miniere-abbandonate-della-majella-situazione-attuale-nuove-scoperte-e-prospettive-future/03/08/ [4] GRAIM: Presentazione delle Scoperte e ricerche sulle … https://www.scintilena.com/graim-presentazione-delle-scoperte-e-ricerche-sulle-miniere-abbandonate-della-maiella-il-23-gennaio/01/08/ [5] Esplorare oltre la roccia: riflessioni sull’etica nella speleologia https://www.scintilena.com/esplorare-oltre-la-roccia-riflessioni-sulletica-nella-speleologia/02/24/ [6] Mappe dall’Oscurità: Come si Crea la Cartografia del … – Scintilena https://www.scintilena.com/mappe-dalloscurita-come-si-crea-la-cartografia-del-mondo-sotterraneo/10/05/ [7] Modellazione 3D di cavità artificiali per analisi geomeccanica a … https://www.scintilena.com/modellazione-3d-di-grotte-artificiali-per-analisi-geomeccanica-a-gravina-in-puglia/09/02/ [8] Miniere dimenticate dell’Aspromonte: storia, geologia e archeologia https://www.scintilena.com/miniere-dimenticate-dellaspromonte-storia-geologia-e-archeologia/07/13/ [9] Le miniere abbandonate, patrimonio siciliano da riscoprire https://www.leviedeitesori.com/le-miniere-abbandonate-patrimonio-siciliano-da-riscoprire/ [10] Miniere d’Italia – Le miniere di lignite di Spoleto https://sites.google.com/view/miniere-italia/regioni/umbria/lignite-xiloide/le-miniere-di-lignite-di-spoleto [11] [PDF] Miniere dismesse: un patrimonio culturale ed economico – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/files2025/notizie/san-cataldo-re-mi-patane-giugno-2025-1.pdf [12] A Lettomanoppello la presentazione del libro sulla speleologia in … https://www.scintilena.com/a-lettomanoppello-la-presentazione-del-libro-sulla-speleologia-in-cavita-artificiali-pericoli-rischi-e-linee-guida/02/20/ [13] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [14] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [15] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
Giovedì 30 aprile appuntamento aperto al pubblico sulla geologia del Carso e la formazione delle grotte: come l’acqua trasforma le rocce calcaree in paesaggi sotterranei
Il Seppenhofer riapre le porte con un nuovo incontro
Torna a Gorizia l’appuntamento fisso con la speleologia e il carsismo. Il Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” ha programmato per giovedì 30 aprile 2026 una nuova serata del ciclo “I Giovedì del Seppenhofer”, dedicata al tema Geologia e Carsismo con il sottotitolo Dalle rocce alle grotte: come l’acqua scolpisce il tempo.[1]
L’incontro si svolge nella sede del Centro, in Via G.I. Ascoli 7 a Gorizia, a partire dalle ore 21:00 e fino alle 23:00. L’ingresso è aperto a tutti: curiosi, studenti, appassionati di natura e chiunque voglia approfondire la conoscenza del territorio carsico.[2][1]
Geologia e carsismo: il processo chimico che modella la terra
Il carsismo è l’insieme dei processi di dissoluzione chimica che trasformano le rocce carbonatiche — calcari e dolomie — ad opera dell’acqua piovana arricchita di anidride carbonica. L’acqua meteorica assorbe CO? dall’atmosfera e dal suolo, diventando un acido debole capace di sciogliere il carbonato di calcio nelle rocce. Il bicarbonato di calcio così formato viene trasportato dall’acqua in profondità, allargando progressivamente fessure e fratture fino a creare cavità, gallerie e grotte.[3][4][5]
La reazione è reversibile. Quando l’acqua carica di bicarbonato raggiunge le cavità sotterranee e perde anidride carbonica, il carbonato di calcio precipita e si deposita. Da questo meccanismo nascono stalattiti, stalagmiti, colonne e le altre formazioni che caratterizzano gli ambienti ipogei.[6][7]
Il processo è estremamente lento: in condizioni tipiche, occorrono circa mille anni affinché una stalattite raggiunga dieci centimetri di lunghezza. La velocità dipende dalla concentrazione di CO? nell’acqua, dalla temperatura e dalla portata del gocciolamento.[5]
Il paesaggio carsico: un territorio che scende nel sottosuolo
In superficie, il carsismo genera un paesaggio inconfondibile. Le doline sono depressioni sub-circolari causate dalla dissoluzione progressiva o dal crollo di cavità sotterranee. Gli inghiottitoi sono aperture attraverso cui i corsi d’acqua scompaiono nel sottosuolo, per riemergere a distanza come risorgenze. I karren — campi solcati — sono scanalature parallele incise dalla pioggia sulla superficie rocciosa esposta.[8][5]
Nei paesaggi carsici maturi, i corsi d’acqua superficiali sono quasi assenti: l’acqua tende a infiltrarsi rapidamente verso il basso. Questo spiega la caratteristica apparente “aridità” degli altopiani carsici, a dispetto delle piogge abbondanti.[4]
Il Carso Classico, che si estende tra il Friuli Venezia Giulia e la Slovenia, è la regione che ha dato il nome all’intero fenomeno. È qui che nell’Ottocento i ricercatori hanno descritto per la prima volta in modo sistematico i processi carsici, creando la terminologia scientifica oggi usata in tutto il mondo.[9]
Le concrezioni come archivi del clima passato
Le stalattiti e le stalagmiti non sono solo bellezze sotterranee. Sono anche archivi naturali del clima. Le laminazioni stagionali e la composizione isotopica dell’ossigeno incorporata nelle concrezioni durante la crescita registrano le condizioni di temperatura e precipitazione dell’ambiente esterno, con una precisione che può raggiungere la risoluzione annuale.[10]
Dall’analisi degli speleotemi sono stati ricostruiti periodi storici come il Minimo di Maunder (1645–1715) e fasi di siccità corrispondenti a crisi di civiltà antiche. La paleoclimatologia delle grotte è una delle frontiere più attive della ricerca scientifica legata alla speleologia.[11]
Il Carso goriziano e la tradizione del Seppenhofer
Il Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” porta il nome di Carlo Seppenhofer (Gorizia, 1854–1908), bibliotecario civico, alpinista e naturalista considerato il padre della speleologia isontina. Fu tra i fondatori della Sezione Goriziana della Società Alpina delle Giulie e redasse la prima relazione speleologica dell’area goriziana, dedicata alla Grotta di Locavizza.[12]
Il Centro è stato fondato il 25 novembre 1978. Da allora opera su più fronti: esplorazione, ricerca scientifica, formazione e divulgazione. Pubblica la rivista online Sopra e Sotto il Carso e ha portato avanti spedizioni speleologiche in Friuli, Slovenia, Sardegna e Montenegro. Il corso annuale di avvicinamento alla speleologia è arrivato alla 27ª edizione.[13][14][2]
Il ciclo “I Giovedì del Seppenhofer” si inserisce in questa tradizione: ogni giovedì, dalle 21:00 alle 23:00, la sede del Centro è aperta per incontri dedicati alla speleologia e al territorio carsico.[1][2]
Informazioni pratiche
Evento: I Giovedì del Seppenhofer – Geologia e Carsismo Data: giovedì 30 aprile 2026 Orario: ore 21:00 – 23:00 Luogo: sede del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer”, Via G.I. Ascoli 7, Gorizia Ingresso: libero e aperto a tutti
Fonti consultate
Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” – Scintilena: https://www.scintilena.com/centro-ricerche-seppenhofer/
27° Corso di Speleologia del Seppenhofer – Scintilena: https://www.scintilena.com/il-centro-ricerche-carsiche-seppenhofer-organizza-il-27-corso-di-speleologia-a-gorizia/
Il ruolo dell’acqua nella formazione delle grotte – Scintilena: https://www.scintilena.com/il-ruolo-dellacqua-nella-formazione-delle-grotte-precipitazione-infiltrazione-e-percolazione/05/27/
Gli speleotemi rivelano i segreti del clima passato – Scintilena: https://www.scintilena.com/gli-speleotemi-rivelano-i-segreti-del-clima-passato-nuove-frontiere-nella-paleoclimatologia-delle-grotte/
Seconda spedizione speleologica in Montenegro – Scintilena: https://www.scintilena.com/presentata-a-gorizia-la-seconda-spedizione-speleologica-in-montenegro/
Carsismo: cos’è e come forma grotte, doline, stalattiti e stalagmiti – Geopop: https://www.geopop.it/carsismo-cose-e-come-riesce-a-formare-grotte-doline-stalattiti-e-stalagmiti/
Il fenomeno del carsismo: come avviene e cosa forma – IntraGeo: https://www.intrageo.it/geologia/fenomeno-carsismo-come-avviene-cosa-forma/
Il carsismo – G.M.P.E.: https://www.gmpe.it/geomorfologia/carsismo
Forme del carsismo classico – IGMI/UniPD: https://ssu.elearning.unipd.it/pluginfile.php/1061906/mod_folder/content/0/www.igmi.org_pubblicazioni_atlante_tipi_geografici_pdf_58.pdf
Carlo Seppenhofer – Commissione Grotte E. Boegan: https://www.boegan.it/2009/12/carlo-seppenhofer/
Esplorazione del fenomeno carsico a Taipana – Scintilena: https://www.scintilena.com/esplorazione-del-fenomeno-carsico-a-taipana-un-convegno-per-scoprire-le-meraviglie-sotterranee/12/07/
Stalattiti e stalagmiti depositarie del clima – UniNa: https://www.unina.it/-/1328161-stalattiti-e-stalagmiti-depositarie-del-clima-che-fu
Stalattiti e stalagmiti – Enciclopedia Treccani Ragazzi: https://www.treccani.it/enciclopedia/stalattiti-e-stalagmiti_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/
La speleologia isontina: il Carso goriziano – Scintilena: https://www.scintilena.com/la-speleologia-isontina-il-carso-goriziano-e-molto-altro/12/10/
Sopra e Sotto il Carso – FSRFVG (rivista online del Seppenhofer): https://www.fsrfvg.it/sopraesotto/Sopra-e-sotto-il-Carso-2023-12.pdf
Vulnerabilità aree carsiche – Scintilena (documento di Space): https://www.scintilena.com
Fonti [1] Centro ricerche Seppenhofer – Scintilena https://www.scintilena.com/centro-ricerche-seppenhofer/02/03/ [2] Il Centro Ricerche Carsiche Seppenhofer Organizza il 27° Corso di … https://www.scintilena.com/il-centro-ricerche-carsiche-seppenhofer-organizza-il-27-corso-di-speleologia-a-gorizia/08/15/ [3] Il fenomeno del carsismo: come avviene e cosa forma – IntraGeo https://www.intrageo.it/geologia/geomorfologia/fenomeno-carsismo-come-avviene-cosa-forma/ [4] Il carsismo | G.M.P.E. – Gruppo Mineralogico Paleontologico Euganeo https://www.gmpe.it/geomorfologia/carsismo [5] Carsismo, cos’è e come riesce a formare grotte, doline … https://www.geopop.it/carsismo-cose-e-come-riesce-a-formare-grotte-doline-stalattiti-e-stalagmiti/ [6] Stalattiti e stalagmiti – Enciclopedia https://www.treccani.it/enciclopedia/stalattiti-e-stalagmiti_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/ [7] Stalattiti e Stalagmiti: Meraviglie Geologiche delle Grotte https://www.ilperchedellecose.it/perche-si-formano-le-stalattiti-e-le-stalagmiti/ [8] vulnerabilita-aree-carsiche.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_aeff132f-4e90-4a57-9599-51b44b46c5c8/7bb85516-a81a-4be5-8e60-ab6ca58753a0/vulnerabilita-aree-carsiche.txt [9] [PDF] 58. Forme del carsismo classico https://ssu.elearning.unipd.it/pluginfile.php/1061906/mod_folder/content/0/www.igmi.org_pubblicazioni_atlante_tipi_geografici_pdf_58.pdf?forcedownload=1 [10] Gli Speleotemi Rivelano i Segreti del Clima Passato – Scintilena https://www.scintilena.com/gli-speleotemi-rivelano-i-segreti-del-clima-passato-nuove-frontiere-nella-paleoclimatologia-delle-grotte/06/11/ [11] Stalattiti e stalagmiti, depositarie del clima che fu https://www.unina.it/-/1328161-stalattiti-e-stalagmiti-depositarie-del-clima-che-fu [12] Carlo Seppenhofer – boegan.it https://www.boegan.it/2009/12/carlo-seppenhofer/ [13] Esplorazione del Fenomeno Carsico a Taipana: Un Convegno per … https://www.scintilena.com/esplorazione-del-fenomeno-carsico-a-taipana-un-convegno-per-scoprire-le-meraviglie-sotterranee/12/07/ [14] Presentata a Gorizia la seconda spedizione speleologica in … https://www.scintilena.com/presentata-a-gorizia-la-seconda-spedizione-speleologica-in-montenegro/07/03/ [15] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt [16] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt [17] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt
La Commissione Nazionale Scuole di Speleologia organizza la seconda edizione del corso “Come, dove (e perché) documentarsi?”, tra sessioni online e giornate in presenza a Bologna
La documentazione speleologica torna al centro della formazione SSI
La Società Speleologica Italiana porta avanti il suo impegno nella formazione tecnica con un corso dedicato a uno degli aspetti meno celebrati — ma non per questo meno essenziali — della pratica speleologica: la documentazione. Il corso “Come, dove (e perché) documentarsi?”, giunto alla seconda edizione, è organizzato dal Comitato Esecutivo Emilia-Romagna della Commissione Nazionale Scuole di Speleologia (CNSS-SSI) e si svolge in tre fasi tra maggio e giugno 2026. È un corso di III livello rivolto a tutti gli speleologi, indipendentemente dal livello di esperienza pratica e teorica. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 35, con iscrizioni accettate in ordine cronologico di arrivo.
Un programma in tre fasi tra online e presenza a Bologna
Il corso si struttura in tre distinte giornate didattiche. La prima si svolge il 6 maggio in modalità online su piattaforma Google Meet (ore 21:00–22:30): introduce i contenuti, somministra un questionario conoscitivo anonimo e assegna un’esercitazione individuale di simulazione di ricerca bibliografica.
Le fasi successive si tengono in presenza. Il 16 maggio, i partecipanti si ritrovano al Campus dei Campioni di San Lazzaro di Savena (BO), sede del Centro Italiano di Documentazione Speleologica “Franco Anelli”, per una mattinata dedicata all’organizzazione delle biblioteche speleologiche, alla struttura del Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN) e alle tipologie di documenti archiviati. Nel pomeriggio lo scenario si sposta presso la Biblioteca “Franco Anelli” del Dipartimento BiGeA dell’Università di Bologna (via Zamboni 67), dove si entra nel vivo della ricerca bibliografica, con una visita alla biblioteca, la presentazione del catalogo Speleoteca e degli altri strumenti informatizzati.
La terza giornata, il 17 maggio, si svolge nuovamente al Campus dei Campioni: focus sulla metodologia per una buona documentazione speleologica, sulla valorizzazione degli archivi e un de-briefing finale. Il corso si chiude con pranzo e distribuzione degli attestati al Centro La Terrazza di Ponticella di San Lazzaro di Savena, alle porte del Parco dei Gessi Bolognesi.
Perché la documentazione è fondamentale per la speleologia
All’esplorazione del mondo sotterraneo segue — o dovrebbe seguire — la produzione sistematica di documenti che descrivono i risultati di quanto scoperto: relazioni di attività, rilievi, descrizioni di grotte, fotografie, resoconti di spedizioni. Il complesso mondo della documentazione speleologica ha trovato spazio su riviste e bollettini specializzati autoprodotti dai gruppi, ma anche in monografie e volumi accademici.
Questo patrimonio rappresenta uno strumento di conoscenza indispensabile per studiare un’area carsica, programmare nuove esplorazioni, conoscere lo stato delle ricerche già condotte in un determinato luogo. La transizione al digitale, però, rischia di favorire ricerche bibliografiche superficiali e lacunose: sapere dove e come cercare non è un’abilità scontata, anche nell’era di internet.
Speleoteca: il catalogo bibliografico unico al mondo
Tra gli strumenti al centro del corso c’è Speleoteca, l’OPAC (Online Public Access Catalog) dedicato alla speleologia: un unicum nel panorama speleologico mondiale. Nato nel 2007 come evoluzione del catalogo della Biblioteca “Franco Anelli”, raccoglie oggi oltre 40.000 titoli di pubblicazioni speleologiche e unisce 24 biblioteche italiane sotto un catalogo condiviso. La ricerca è possibile per autore, titolo, soggetto geografico, classificazione tematica, anno e numero standard. Il sistema adotta la classificazione dell’UIS (Bulletin Bibliographique Spéléologique), garantendo l’interoperabilità con gli strumenti internazionali.
GrottoCenter e gli Speleological Abstracts: la dimensione internazionale
Il corso affronta anche gli strumenti di documentazione a scala mondiale. GrottoCenter è il database collaborativo internazionale delle cavità, gestito dall’associazione WikiCaves e attivo in 131 paesi, con oltre 78.000 grotte registrate. A ciascuna cavità possono essere collegati documenti bibliografici, rilievi e informazioni ambientali, con aggiornamenti mensili scaricabili in formato aperto.
Gli Speleological Abstracts (SA/BBS), pubblicati dalla Commissione di Bibliografia dell’Unione Internazionale di Speleologia, costituiscono la principale rassegna annuale della letteratura speleologica mondiale: oltre 110.000 riferimenti bibliografici con circa 4.000 nuovi titoli ogni anno.
La Biblioteca “Franco Anelli”: il cuore della documentazione speleologica italiana
La sede del corso in presenza è la Biblioteca “Franco Anelli” di Bologna, il più importante centro di documentazione speleologica in Italia. Il Centro Italiano di Documentazione Speleologica (CIDS) nasce nel 1976 dalla fusione delle biblioteche dell’Istituto Italiano di Speleologia e della SSI, e dal 1988 ha sede presso il Dipartimento BiGeA dell’Università di Bologna. Il patrimonio supera i 70.000 volumi, con oltre 30.000 monografie e 3.000 testate di periodici, oltre a fondi speciali di stampe antiche, poster, materiali non librari e una teca digitale di periodici scaricabili online.
I relatori
Il corso è affidato a tre esperti di documentazione speleologica:
Luca Pisani, geologo, attuale bibliotecario e responsabile del CIDS “Franco Anelli”
Michele Sivelli, bibliotecario e già responsabile del CIDS “Franco Anelli”
Stefano Gambari, bibliotecario del Circolo Speleologico Romano e già responsabile del Polo SBN delle biblioteche di Roma
Competenze acquisite e quota di partecipazione
Al termine del corso il partecipante saprà interrogare le principali risorse documentali, organizzare una ricerca bibliografica, applicare metodologie corrette nella produzione di documentazione speleologica e utilizzare i portali Speleoteca e GrottoCenter. La quota di iscrizione comprende: gestione di segreteria, assicurazione, cartellina, pranzo al sacco del 16 maggio, cena del 16 maggio, pranzo del 17 maggio e attestato finale. Il pernottamento è da saldare a parte in loco.
Manuale di preparazione al corso CNSS-SSI “Come, dove (e perché) documentarsi?” (2ª edizione, maggio 2026).
Copre tutti i temi chiave che verranno trattati durante le tre giornate: Cosa trovi nel report:
Perché documentarsi — il ruolo storico e pratico della documentazione, dal rilevamento topografico alle relazioni di campo[scintilena]
Tipologie di materiale documentale — dalla letteratura grigia ai periodici, dai rilievi agli archivi fotografici, con una tabella riassuntiva
La Biblioteca “Franco Anelli” (Bologna) — storia, patrimonio (70.000+ volumi), servizi e come accedervi
Speleoteca — cos’è un OPAC, come funziona il catalogo condiviso (40.000+ titoli, 24 biblioteche), e come interrogarlo efficacemente
GrottoCenter — il database internazionale collaborativo (78.000+ grotte, 131 paesi)
Speleological Abstracts (SA/BBS) — la rassegna annuale UIS con oltre 110.000 riferimenti
Il Catasto e il portale WISH — 46.000 grotte georeferenziate
Tabella comparativa di tutti i principali strumenti digitali
Metodologia di ricerca bibliografica step by step
Flashcard e domande di pratica per il ripasso pre-esame
Come, Dove (e Perché) Documentarsi in Speleologia
### Guida di Studio al Corso CNSS-SSI – 2ª Edizione (2026)
Sommario
La documentazione speleologica costituisce uno dei pilastri fondamentali della pratica speleologica moderna: senza un adeguato apparato bibliografico, ogni nuova esplorazione rischia di replicare quanto già scoperto o di ignorare conoscenze critiche. Il corso di III livello “Come, dove (e perché) documentarsi?”, promosso dalla Commissione Nazionale Scuole di Speleologia (CNSS) della Società Speleologica Italiana (SSI) e organizzato dal Comitato Esecutivo Emilia-Romagna, si terrà in tre fasi tra il 6 maggio e il 17 maggio 2026, con sessioni online e in presenza a Bologna. Questa guida approfondisce i principali temi del corso, dalle basi teoriche della documentazione speleologica agli strumenti pratici (Speleoteca, GrottoCenter, SBN), passando per la tipologia dei materiali documentali e le metodologie di ricerca bibliografica.
1. Perché Documentarsi: il Ruolo della Documentazione nella Speleologia
1.1 Una Tradizione Secolare
Fin dai suoi albori, la speleologia ha intrecciato esplorazione e documentazione in modo inseparabile. All’esplorazione di territori sconosciuti nel mondo sotterraneo segue (o dovrebbe seguire) la produzione — più o meno organizzata e sistematica — di documenti atti a descrivere i risultati di quanto scoperto: relazioni di attività, rilievi, descrizioni di grotte, eventi, spedizioni, fotografie e molto altro. Questo principio fondante è esplicitato nei documenti del corso: la documentazione non è un’appendice dell’esplorazione, ma ne è parte integrante e necessaria.[^1]
La storia della disciplina conferma quanto la produzione documentaria sia stata cruciale. La speleologia scientifica italiana affonda le radici nei decenni intorno al 1840, e già dai primi gruppi organizzati — come il Comitato alle Grotte di Trieste (1883), poi divenuto Commissione Grotte “Eugenio Boegan” — la sistematizzazione dei dati raccolti costituiva un obiettivo primario. Oggi la Commissione Grotte Boegan custodisce manoscritti, relazioni e verbali riguardanti la speleologia regionale dagli inizi ai giorni nostri.
1.2 Il Valore Pratico della Documentazione
Una documentazione adeguata consente di:
Studiare, comprendere ed esplorare un’area carsica con informazioni pregresse
Programmare attività in una nuova zona, sapendo già cosa è stato esplorato e da chi
Conoscere lo stato delle conoscenze acquisite in un determinato luogo del mondo
Evitare duplicazioni di lavoro scientifico già svolto
Il complesso e variegato mondo della documentazione speleologica e carsologica ha trovato ampio spazio su riviste e bollettini specializzati, spesso autoprodotti e editi dagli stessi gruppi speleologici, ma anche in monografie e volumi tematici legati al mondo accademico e scientifico. Tutta questa mole di documenti rappresenta uno scrigno di conoscenza inestimabile ed utilizzabile per chi si appresta a nuove esplorazioni.[^1]
1.3 Il Rischio della Digitalizzazione Superficiale
La corsa al mondo digitalizzato sta provocando una “sostituzione” progressiva dei supporti cartacei, portando più facilmente a condurre indagini bibliografiche sbrigative e lacunose. Per questo motivo, l’adeguata conoscenza dei repertori bibliografici oggi disponibili e la capacità di effettuare ricerche bibliografiche esaurienti sono elementi indispensabili per condurre esplorazioni speleologiche ben documentate e dunque efficaci. Questa è la ragione d’essere del corso, ora alla sua seconda edizione.
2. Le Principali Tipologie di Materiale Documentale
Comprendere la varietà delle fonti è il primo passo per saperle cercare. Il corso affronta esplicitamente le principali tipologie di documenti archiviati nelle biblioteche speleologiche: Tipologia Descrizione Esempi Monografie Volumi completi su un tema o una grotta Guide carsiche, atlanti speleo, manuali tecnici Periodici / Riviste Pubblicazioni seriali di associazioni Speleologia (SSI, dal 1979), Progressione (Boegan, dal 1978), Grotte (GSP, dal 1957) Letteratura grigia Materiale non commerciale, a diffusione limitata Bollettini di gruppo, atti di convegni, relazioni interne, diari di campo Rilievi topografici Mappe e piante delle cavità Rilievi catastali, planimetrie di sistemi carsici Archivi fotografici e video Documentazione visiva Archivi storici, reportage di spedizioni Manifesti e cartoline Materiale effimero di interesse storico Locandine di convegni, cartoline illustrate di grotte Materiali digitali Risorse nate digitalmente o digitalizzate PDF di bollettini, banche dati online, portali catastali
La letteratura grigia speleologica merita attenzione particolare: si tratta di bollettini, relazioni di campo, atti di convegni e pubblicazioni autoprodotte dai gruppi speleologici che raramente entrano nei circuiti bibliotecari tradizionali. Questa tipologia di documento costituisce spesso la fonte primaria più dettagliata su esplorazioni specifiche e aree geografiche periferiche.
3. Il Centro Italiano di Documentazione Speleologica “Franco Anelli”
3.1 Storia e Struttura
La sede principale del corso in presenza — la Biblioteca “Franco Anelli” di Bologna — è il più importante centro di documentazione speleologica in Italia e uno dei maggiori al mondo. Il Centro Italiano di Documentazione Speleologica (CIDS) nasce nel 1976 dalla fusione delle biblioteche dell’Istituto Italiano di Speleologia e della SSI. Il nome è un omaggio a Franco Anelli, direttore delle Grotte di Castellana, i cui familiari donarono un importante fondo librario.
Dal 1988, la biblioteca ha sede presso il Dipartimento BiGeA (Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali) dell’Università di Bologna, che ne garantisce l’accessibilità e la fruizione. A Bologna, la speleologia viene trattata a livello universitario da oltre mezzo secolo, e il Dipartimento è riconosciuto come uno dei centri specializzati più importanti al mondo.
3.2 Il Patrimonio
Il CIDS è una delle più grandi biblioteche a tema speleologico del mondo:
Oltre 30.000 volumi monografici
Oltre 3.000 testate di riviste periodiche
Fondi speciali: stampe antiche, poster, cartoline, emeroteca, materiali non librari
Fondo storico con pubblicazioni anteriori al 1831 e altri volumi rari
Stima totale del patrimonio: oltre 70.000 volumi
Il CIDS pubblica le principali riviste della SSI: Speleologia (dal 1979, a cadenza trimestrale) e Opera Ipogea (dal 1999, a cadenza semestrale, dedicata alle cavità artificiali).
3.3 Servizi Disponibili
La biblioteca offre servizi di:
Consultazione in sede (dal lunedì al venerdì, ore 9:00-17:00, previo appuntamento)
Reference: fornitura documenti, fotocopie, scansioni digitali, accesso a internet e supporto per consultazione banche dati
Teca digitale: accesso a documenti digitalizzati tramite portale dedicato
Prestito interbibliotecario tramite la rete SBN
4. Speleoteca: il Catalogo Condiviso OPAC
4.1 Che cos’è uno OPAC
Un OPAC (Online Public Access Catalog) è un catalogo bibliografico consultabile liberamente online. Il Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN) è la rete delle biblioteche italiane promossa dal Ministero della Cultura, con circa 100 milioni di accessi annui e 20 milioni di ricerche annuali, consultabile gratuitamente 24 ore su 24. SBN collega biblioteche statali, universitarie, di enti locali e private in una rete cooperativa di catalogazione partecipata. Il Circolo Speleologico Romano partecipa alla rete SBN.
4.2 Il Progetto Speleoteca
Speleoteca (www.speleoteca.it) è l’OPAC dedicato alla speleologia, un unicum nel panorama speleologico mondiale:
Nato nel 2007 come evoluzione del catalogo della Biblioteca “Franco Anelli”
Attualmente raccoglie oltre 40.000 titoli di pubblicazioni speleologiche
Gestito con il software ClavisNG (Comperio), conforme agli standard internazionali di catalogazione
Riunisce 24 biblioteche speleologiche italiane sotto un unico catalogo condiviso
4.3 Come Interrogare Speleoteca
Le opzioni di ricerca disponibili includono:
Ricerca semplice e ricerca avanzata
Filtri per classi, soggetti e voci di autorità
Criteri: Autore/Titolo, Seriali, Classificazioni, Soggetto, Anno, Numeri Standard
Possibilità di salvare le proprie ricerche
Ricerca limitata a specifiche biblioteche aderenti
Per la classificazione tematica, Speleoteca adotta il sistema utilizzato dall’UIS nel Bulletin Bibliographique Spéléologique / Speleological Abstracts, con un adattamento elaborato da Aleksander Klimchouk. Il campo “Soggetto” funziona come lista di indicizzazione geografica, particolarmente utile per le ricerche su aree carsiche specifiche.
Nel 2024, la biblioteca della Società Adriatica di Speleologia (SAS) è entrata a far parte del progetto, arricchendo ulteriormente il catalogo.
5. GrottoCenter: la Banca Dati Internazionale delle Grotte
5.1 Cos’è GrottoCenter
GrottoCenter è un database collaborativo dedicato alle grotte di tutto il mondo, alimentato da speleologi, associazioni e ricercatori. È gestito dall’associazione WikiCaves e si configura come un progetto open e collaborativo che coinvolge 131 paesi.
Il database conta attualmente circa 78.000+ grotte registrate, con contributi di migliaia di speleologi e organizzazioni. Negli ultimi anni la piattaforma ha sviluppato vari strumenti per scaricare, aggiornare e strutturare i dati sulle cavità, coinvolgendo centinaia di organizzazioni e migliaia di utenti.
5.2 Funzionalità
GrottoCenter consente di:
Consultare dati su grotte di tutto il mondo (posizione, sviluppo, profondità)
Accedere a documenti bibliografici collegati alle singole cavità, grazie alla collaborazione con gli Speleological Abstracts (SA/BBS)
Associare a ogni cavità regole ambientali e informazioni sui rischi (nuovo servizio 2026)
Scaricare dataset in formato JSON, aggiornati mensilmente
La Biblioteca “Franco Anelli” ha avviato una nuova collaborazione con WikiCaves-GrottoCenter, ospitando uno studente dell’Università di Montpellier per un tirocinio formativo finalizzato alla digitalizzazione del patrimonio speleologico mondiale.
6. Gli Speleological Abstracts (SA/BBS)
Gli Speleological Abstracts (SA), noti anche come Bulletin Bibliographique Spéléologique (BBS), sono la principale rassegna annuale della letteratura speleologica mondiale, pubblicati dalla Commissione di Bibliografia dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS).
Caratteristiche principali:
Ogni anno vengono inclusi circa 4.000 titoli, la maggior parte con un breve abstract in inglese, francese o altra lingua UIS
Il database completo contiene attualmente oltre 110.000 riferimenti bibliografici
Coprono oltre 38 anni di letteratura speleologica da tutto il mondo
Accessibili al sito: https://www.ssslib.ch/bbs/en/
Il sistema di classificazione degli SA è stato adottato anche da Speleoteca e dalla Commissione Informatica UIS (Speleological Subject Classification, SSC). Questo garantisce l’interoperabilità tra i diversi strumenti bibliografici speleologici a livello internazionale.
7. Il Catasto Speleologico: un’Altra Forma di Documentazione
Il catasto speleologico è un archivio informatico georeferenziato che raccoglie dati topografici, morfologici, idrologici, biologici e archeologici relativi a grotte e cavità sotterranee. In Italia, la Commissione Nazionale Catasto della SSI (fondata nel 1923) gestisce il Catasto Nazionale, coordinando una struttura decentralizzata su base regionale, ufficializzata dal 1973.
Il portale nazionale WISH (Web Information System Hyperlink), nato nel 2008, è il portale del Catasto Nazionale delle Grotte d’Italia: consente la consultazione di quasi 46.000 grotte georeferenziate, con rimandi ai WebGIS regionali per le informazioni di dettaglio. Ogni scheda catastale fornisce: posizione geografica precisa, sviluppo lineare, profondità, caratteri geologici e geomorfologici, dati idrici, rinvenimenti archeologici, fauna ipogea e stato di conservazione.
Il catasto è un tipo di documentazione complementare a quella bibliografica: dove la biblioteca conserva il sapere scritto, il catasto archivia il dato georeferenziato, cioè la localizzazione e le caratteristiche fisiche delle cavità.
8. Altre Risorse Bibliografiche Speleologiche
8.1 Biblioteche Speleologiche Italiane di Rilievo
Oltre al CIDS, esistono numerose biblioteche speleologiche sul territorio nazionale:
Commissione Grotte “E. Boegan” (Trieste): oltre mille testi di miscellanea, più di 200 testate italiane ed estere, circa un migliaio di libri e una preziosa emeroteca con articoli dal 1800 ad oggi, oltre a manoscritti e verbali storici.
Centro di Documentazione “Francesco Dal Cin” (Treviso): circa 1.000 monografie e 140 testate di periodici, parte del Progetto Speleoteca.
Circolo Speleologico Romano: fa parte sia di Speleoteca che della rete SBN del Polo di Roma.
Biblioteca “L. Fantini” (GSB-USB, Bologna): importante per la speleologia emiliano-romagnola.
8.2 Biblioteche Digitali e Portali Internazionali
Risorsa Tipo Contenuto Speleoteca (speleoteca.it) OPAC nazionale 40.000+ titoli, 24 biblioteche italiane GrottoCenter (grottocenter.org) DB internazionale grotte 78.000+ cavità, documenti collegati SA/BBS (ssslib.ch/bbs) Abstracts annuali 110.000+ riferimenti, letteratura mondiale OPAC SBN (opac.sbn.it) Catalogo biblioteche italiane Milioni di titoli, biblioteche accademiche e pubbliche Karst Information Portal Biblioteca digitale Letteratura carsica internazionale Speleogenesis Portale riviste Riviste scientifiche internazionali open access WISH (speleo.it/catasto) Catasto nazionale 46.000 grotte italiane georeferenziate Teca Digitale Anelli Archivio digitale Periodici SSI digitalizzati
8.3 Riviste Speleologiche Italiane Online
La comunità speleologica italiana produce una ricca produzione periodica, in gran parte disponibile online:
Speleologia (SSI): rivista semestrale, con archivio arretrati in PDF
Opera Ipogea: rivista SSI dedicata alle cavità artificiali
Progressione (Commissione Grotte E. Boegan): dal 1978, scaricabile in PDF
TALP (Federazione Speleologica Toscana): periodico regionale in PDF
Speleologia Emiliana (FSRER): rivista regionale in PDF
Grotte (GSP CAI-UGET): la rivista speleologica italiana più longeva, 67° anno di attività
Cave-O-Zines: prototipo di biblioteca virtuale delle riviste italiane, con oltre 300 riviste e 3.600 riferimenti
9. Metodologia per una Ricerca Bibliografica Speleologica
9.1 Fasi della Ricerca
Una ricerca bibliografica speleologica efficace si articola in fasi distinte:
Definizione dell’obiettivo: identificare l’area geografica, il tema scientifico e il periodo storico di interesse
Selezione degli strumenti: scegliere le risorse appropriate (Speleoteca per la letteratura italiana, SA/BBS per quella internazionale, GrottoCenter per dati sulle singole cavità)
Interrogazione sistematica: utilizzare operatori di ricerca, filtri tematici e geografici
Raccolta e valutazione: selezionare i materiali pertinenti e valutarne l’affidabilità
Organizzazione della documentazione: strutturare la bibliografia secondo standard condivisi
Verifica delle fonti primarie: quando possibile, risalire ai documenti originali piuttosto che affidarsi a secondarie
9.2 Come Interrogare le Risorse: Consigli Pratici
Per Speleoteca:
Iniziare con una ricerca per soggetto geografico (nome dell’area carsica o della grotta)
Affinare con criteri tematici (geologia, biologia, idrologia, storia ecc.)
Verificare la presenza della risorsa nelle biblioteche aderenti per il prestito
Per gli SA/BBS:
Usare il sistema di classificazione UIS per interrogazioni tematiche
Privilegiare la ricerca per abstract: consente di filtrare per rilevanza prima di ottenere il testo completo
Per GrottoCenter:
Cercare per nome della cavità o per coordinate geografiche
Accedere ai documenti collegati per trovare letteratura specifica su una grotta
Per l’OPAC SBN:
Utile per monografie scientifiche non strettamente speleologiche (geologia, biologia, archeologia)
Consente il prestito interbibliotecario tra le 6.251 biblioteche aderenti
9.3 Produrre Documentazione di Qualità
Al termine di ogni esplorazione o ricerca, lo speleologo dovrebbe produrre documentazione che includa:
Relazione di attività: descrizione sistematica delle esplorazioni condotte
Rilievo topografico: planimetria e sezioni della cavità, base di ogni documentazione
Scheda catastale: dati da inserire nel catasto regionale di riferimento
Materiale fotografico e video: documentazione visiva georeferenziata
Descrizione scientifica: osservazioni su geologia, biologia, idrogeologia, archeologia
Lista bibliografica: fonti consultate e nuovi contributi da citare
La metodologia moderna prevede l’utilizzo di software GIS — anche gratuiti — per creare archivi di dati georeferenziati, soprattutto quando intorno alle grotte esiste un interesse che va al di là di quello puramente speleologico.
10. Il Programma del Corso: Struttura Didattica
Il corso è strutturato in tre fasi (una online + due in presenza):
Fase 1 – Online (6 maggio, ore 21:00-22:30)
Introduzione al corso, questionario conoscitivo anonimo, distribuzione dei materiali e somministrazione di un’esercitazione individuale di simulazione di ricerca bibliografica.
Fase 2 – In presenza a Bologna (16 maggio)
Orario Sede Contenuto 10:00-12:30 Campus dei Campioni (S. Lazzaro di Savena) Organizzazione biblioteche speleologiche; Servizio Bibliotecario Nazionale (SBN); tipologie di documenti 14:00-18:00 Biblioteca “Franco Anelli” (via Zamboni 67, BO) Visita alla biblioteca; ricerca bibliografica e repertori; catalogo Speleoteca; altri cataloghi
Fase 3 – In presenza a Bologna (17 maggio)
Orario Sede Contenuto 09:00-12:30 Campus dei Campioni Metodologia per una buona documentazione; valorizzazione degli archivi; discussione e de-briefing 13:00 Centro La Terrazza (Ponticella) Pranzo di fine corso e distribuzione attestati
Competenze Acquisite al Termine del Corso
Al termine del corso il partecipante sarà in grado di:
Conoscere e interrogare le principali risorse documentali disponibili
Conoscere le principali tipologie di materiali conservati nelle biblioteche e negli archivi speleologici
Organizzare una ricerca bibliografica
Applicare metodologie corrette ed efficaci nella produzione di documentazione speleologica
Utilizzare il portale Speleoteca (OPAC nazionale)
Utilizzare il portale GrottoCenter (database internazionale)
Redigere un elenco di informazioni utili ai fini di una ricerca speleologica
11. I Relatori del Corso
Il corso vede la partecipazione di tre esperti di documentazione speleologica:
Luca Pisani – geologo, attuale bibliotecario e responsabile del Centro Italiano di Documentazione Speleologica “Franco Anelli” (Bologna)
Michele Sivelli – bibliotecario e già responsabile del CIDS “Franco Anelli”; figura storica della documentazione speleologica italiana
Stefano Gambari – bibliotecario del Circolo Speleologico Romano, già responsabile del Polo SBN delle biblioteche di Roma; porta l’esperienza del sistema bibliotecario nazionale applicato alla speleologia
12. Flashcard per il Ripasso
Concetti Chiave
Cosa si intende per “letteratura grigia” in ambito speleologico?
Tutto il materiale bibliografico non commerciale e a diffusione limitata: bollettini di gruppo, relazioni di campo, atti di convegni, circolari interne. È spesso la fonte più ricca di informazioni su esplorazioni specifiche.
Cos’è uno OPAC?
Online Public Access Catalog: catalogo bibliotecario consultabile liberamente online, che permette di ricercare il patrimonio documentale di una o più biblioteche. Speleoteca è l’OPAC delle biblioteche speleologiche italiane.
Quante biblioteche partecipa al Progetto Speleoteca?
24 biblioteche speleologiche italiane, con un catalogo di oltre 40.000 titoli.
Cos’è il CIDS e dove si trova?
Il Centro Italiano di Documentazione Speleologica “Franco Anelli” è la più grande biblioteca speleologica in Europa. Ha sede presso il Dipartimento BiGeA dell’Università di Bologna (via Zamboni 67).
Qual è la differenza tra Speleoteca e GrottoCenter?
Speleoteca è un OPAC bibliografico (cataloga libri, riviste, documenti); GrottoCenter è un database delle cavità stesse (dati geografici, morfologici, documenti collegati a ciascuna grotta).
Cosa sono gli Speleological Abstracts (SA/BBS)?
Rassegna annuale della letteratura speleologica mondiale, pubblicata dall’UIS. Contiene oltre 110.000 riferimenti bibliografici, con circa 4.000 nuovi titoli l’anno.
Cos’è il WISH?
Web Information System Hyperlink: portale del Catasto Nazionale delle Grotte d’Italia, che consente la consultazione di quasi 46.000 grotte georeferenziate.
Cos’è il SBN?
Il Servizio Bibliotecario Nazionale è la rete delle biblioteche italiane promossa dal Ministero della Cultura. Collega 6.251 biblioteche organizzate in 102 poli. L’OPAC SBN è consultabile gratuitamente e conta circa 100 milioni di accessi annui.
Perché la documentazione speleologica è fondamentale per le nuove esplorazioni?
Consente di conoscere lo stato delle conoscenze già acquisite, evitare duplicazioni, programmare attività in modo mirato e valorizzare il patrimonio di conoscenze costruito dalla comunità speleologica nel tempo.
13. Domande di Pratica
Un gruppo speleo vuole esplorare una nuova area carsica in Calabria. Quali tre strumenti digitali consultereste per una ricerca bibliografica preliminare e in quale ordine?
Trovate un vecchio bollettino di un gruppo speleologico degli anni ’70, non presente in Speleoteca. Come potreste contribuire a renderlo accessibile alla comunità?
Qual è la differenza tra una scheda catastale e una scheda bibliografica? In cosa si completano a vicenda?
Elencate almeno 5 tipologie di materiale documentale che possono essere conservate in una biblioteca speleologica.
Spiegate con parole vostre perché la transizione al digitale può portare a ricerche bibliografiche “sbrigative e lacunose”. Quali rimedi propone il corso?
Qual è il sistema di classificazione tematica adottato da Speleoteca? Da dove deriva?
Un ricercatore straniero cerca documenti sulle grotte del Salento. Quale strumento gli suggerireste come primo accesso e perché?
Informazioni Logistiche del Corso
Organizzatore: Comitato Esecutivo Emilia-Romagna della CNSS-SSI Con il patrocinio: Dipartimento BiGeA, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna Posti disponibili: massimo 35 (accettazioni in ordine di arrivo) Segreteria: Stefano Cattabriga – s.cattabriga@libero.it Iscrizioni e programma: https://speleo.it/site/corso-come-dove-perche-documentarsi/
La quota di partecipazione include: gestione segreteria, assicurazione, cancelleria, pranzo al sacco del 16 maggio, cena del 16 maggio, pranzo del 17 maggio e attestato finale di partecipazione. Il pernottamento è da saldare a parte in loco.
Un visualizzatore web open source porta le grotte di Gubbio sullo schermo di chiunque, con un semplice clic
La speleologia digitale raggiunge il grande pubblico
La speleologia cambia il modo di comunicare il mondo sotterraneo. Buio Verticale, Gruppo Speleologico CAI Gubbio, ha sviluppato il 3D Cave Viewer: un’applicazione web gratuita e open source che permette di esplorare i rilievi tridimensionali reali delle cavità del territorio di Gubbio direttamente dal browser, senza installare nessun software.[1]
Il progetto nasce da un’esigenza concreta. Per anni, i risultati delle esplorazioni speleologiche sono rimasti confinati in planimetrie su carta, sezioni e file CAD — strumenti preziosi per chi li sa leggere, ma privi della capacità di restituire la percezione reale degli spazi sotterranei. Il 3D Cave Viewer cambia questo scenario. L’accesso è immediato. Funziona su qualsiasi browser moderno, anche da smartphone.[1]
Una mappa, un clic, una grotta
L’interfaccia parte da una mappa del territorio di Gubbio, con punti che segnalano le cavità reali rilevate e documentate. Un clic apre il modello tridimensionale della grotta corrispondente.[1]
Da lì, la navigazione è libera. Si può osservare il modello dall’esterno, ruotarlo e studiarne la morfologia. Oppure si può entrare: muoversi nei passaggi, percepire volumi e proporzioni in prima persona. Su smartphone è disponibile un joystick virtuale per il controllo touch. Con un visore VR ci si trova fisicamente immersi nel rilievo, in una dimensione che avvicina l’esperienza alla realtà sotterranea.[1]
Il visualizzatore non è solo uno strumento divulgativo. Offre anche funzioni di analisi: misure nello spazio tridimensionale, piani di sezione trasversale e longitudinale, viste ortogonali. Strumenti che integrano — non sostituiscono — il rilievo tradizionale, rendendolo consultabile e condivisibile in modo nuovo.[1]
Il LiDAR su iPhone: la tecnologia che ha reso possibile tutto
Alla base del progetto c’è la diffusione del sensore LiDAR integrato negli iPhone Pro, disponibile a partire dal modello 12 Pro (2020). Il LiDAR (Light Detection and Ranging) emette milioni di impulsi laser e misura il tempo di ritorno di ciascuno, costruendo una nuvola di punti tridimensionale che descrive con precisione centimetrica ogni parete, soffitto e pavimento della cavità.[2][3][4]
Fino a pochi anni fa, questo tipo di rilievo richiedeva strumentazione professionale da decine di migliaia di euro — scanner TLS come il Leica RTC360 o sistemi SLAM come lo ZEB Horizon RT di GeoSLAM. La portata del sensore degli iPhone Pro è di circa 4,20 metri, estendibile a 6 m con un’asta di supporto, con una precisione intorno al centimetro. Non paragonabile ai professionali, ma sufficiente per rilievi di alta qualità nelle gallerie e nelle sale più comuni.[4]
Le app di riferimento per l’acquisizione in grotta sono Scaniverse (gratuita) e Polycam (a pagamento), che integra LiDAR e fotogrammetria. Il risultato più indicativo del potenziale di questa tecnologia: rilievo di circa 700 metri di cunicolo in soli cinque minuti.[5][4]
Dal dato grezzo al visualizzatore web: il flusso di lavoro
Le nuvole di punti acquisite in grotta vengono elaborate con CloudCompare, software open source di riferimento nella comunità speleologica internazionale. Le operazioni principali includono la rimozione del rumore e dell’operatore, l’allineamento ICP di sessioni multiple e l’analisi metrica.[3][6]
Il modello elaborato viene poi reso navigabile nel browser attraverso tecnologie web standard. Il 3D Cave Viewer si basa su WebGL — lo standard per il rendering 3D nel browser senza plugin — e su Three.js, libreria JavaScript open source per scene 3D. Per la gestione delle grandi nuvole di punti viene impiegato Potree, renderer open source sviluppato alla TU Wien, capace di visualizzare dataset di enormi dimensioni in tempo reale tramite struttura multi-risoluzione. Il supporto alla realtà virtuale è garantito dalle API WebXR, standard browser per l’uso di visori VR.[7][8][9][10][11]
L’interfaccia è multilingua. Ogni modello può essere condiviso via link. L’applicazione può essere salvata come app per l’uso offline.[1]
Open source per tutta la comunità speleologica
Il 3D Cave Viewer verrà rilasciato con licenza open source: chiunque può prendere il codice, modificarlo e adattarlo per altri territori. Un gruppo in Sardegna, in Basilicata o in Slovenia potrà offrire lo stesso servizio per le proprie cavità, partendo da questa base.[1]
La filosofia del progetto è esplicita: le grotte sono luoghi nascosti per natura, ma la conoscenza che ne deriva non deve esserlo.[1]
Il territorio di Gubbio su cui il visualizzatore è stato sviluppato comprende alcune delle cavità più importanti dell’Umbria, tra cui la Grotta di Monte Cucco — sistema che supera i 30 km di sviluppo — e le miniere sotterranee di Valdorbia, un reticolo di gallerie su più livelli paralleli.[12][13]
La presentazione al Raduno di Costacciaro 2026
Il 3D Cave Viewer verrà presentato pubblicamente a novembre 2026 in occasione del Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro, in programma dal 29 ottobre al 1° novembre 2026 a Costacciaro (PG), ai piedi del Monte Cucco. Non come semplice dimostrazione, ma come strumento pronto per essere testato e usato da altri gruppi e appassionati.[14][1]
La scelta del contesto non è casuale. Costacciaro è uno dei luoghi simbolo della speleologia italiana: la Grotta di Monte Cucco ospitò nel 1922 quello che viene considerato il primo raduno di speleologia al mondo. Il Raduno 2026 è organizzato dall’Associazione Ipogenica APS e attende speleologi da tutta Italia e dall’estero.[15][14]
Nel frattempo il lavoro continua. Sottoterra, nei rilievi e davanti allo schermo.
Per informazioni sul progetto: Davide Brugnoni — davide.brugnoni@gmail.com[1]
3D Cave Viewer di Buio Verticale Gubbio
Il progetto nel dettaglio: funzionalità, filosofia open source, contesto di presentazione a Costacciaro 2026
La tecnologia LiDAR su iPhone: principio fisico, portata, app (Scaniverse, Polycam), precauzioni operative in grotta
Il workflow completo: dall’acquisizione in grotta con lo smartphone, all’elaborazione con CloudCompare, fino alla visualizzazione web con WebGL/Three.js/Potree/WebXR
Il contesto nazionale: la comunità italiana del rilievo 3D (UTEC Narni, Equipe LiDAR, corsi SSI) e il confronto tra tecnologie
Le prospettive future: realtà aumentata, droni autonomi, AI e persino le missioni spaziali su Luna e Marte
8 domande di ripasso e una tabella di flashcard con i termini chiave
3D Cave Viewer: Speleologia Digitale a Portata di Smartphone
Sintesi Esecutiva
Il 3D Cave Viewer è un’applicazione web open source sviluppata da Buio Verticale — Gruppo Speleologico CAI Gubbio che consente di navigare rilievi speleologici tridimensionali reali direttamente dal browser, senza installare nessun software. Il progetto nasce dall’esigenza concreta di condividere i rilievi LiDAR acquisiti sul territorio di Gubbio con chi non può fisicamente accedere alle cavità, e rappresenta un esempio di come la tecnologia consumer (sensore LiDAR degli iPhone) possa essere combinata con strumenti web moderni per democratizzare la conoscenza del mondo sotterraneo.[^1][^2]
1. Il Gruppo Buio Verticale e il Contesto Territoriale
Buio Verticale — Gruppo Speleologico CAI Gubbio è un gruppo di speleologi fondato nel 2013 all’interno della Sezione CAI di Gubbio (via Cavour 16, Gubbio PG). Il nome riassume l’emozione della discesa nelle viscere della terra, avvolti dal buio. Il gruppo si occupa di speleologia a 360°: esplorazione di grotte naturali e artificiali, ricerca, divulgazione e organizzazione di corsi.[^3][^4][^5]
Il territorio di riferimento è ricchissimo di cavità: include la Grotta di Monte Cucco — sistema con oltre 30 km di sviluppo, uno dei più importanti dell’Umbria — e le celebri miniere sotterranee di Valdorbia, un reticolo di gallerie minerarie che si estende per oltre 10 km su più livelli paralleli. Il catasto delle grotte dell’Umbria conta complessivamente più di mille grotte censite, con cinque che superano i 500 m di sviluppo e dieci oltre il chilometro.[^6][^7][^8][^9]
2. Il Progetto: Cos’è il 3D Cave Viewer
Idea di base
Il 3D Cave Viewer risponde a una domanda precisa: è possibile far esplorare una grotta a chiunque, senza farlo scendere davvero? Per anni, i risultati delle esplorazioni speleologiche venivano conservati come linee su carta — planimetrie, sezioni, file CAD — strumenti fondamentali ma incapaci di restituire la percezione reale dello spazio sotterraneo.[^1]
Il visualizzatore risolve questo problema portando i modelli 3D direttamente nel browser, accessibili da qualsiasi dispositivo moderno, senza configurazioni o installazioni.[^2][^1]
Funzionalità principali
Funzionalità Descrizione Mappa interattiva Punti sul territorio indicano le cavità reali rilevate; un click apre il modello 3D[^1] Esplorazione esterna Rotazione, zoom, studio morfologico del modello da fuori[^1] Navigazione in prima persona Movimento nei passaggi come se ci si trovasse fisicamente dentro[^1] Joystick virtuale mobile Controllo touch per smartphone[^1] Supporto VR Con un visore VR ci si trova fisicamente immersi nel rilievo[^1] Strumenti di analisi Misure nello spazio 3D, piani di sezione, viste ortogonali[^1] Condivisione Ogni modello è facilmente condivisibile via link[^1] Uso offline Può essere salvato come app per uso senza connessione[^1] Interfaccia multilingua Accessibilità internazionale[^1]
Licenza e accessibilità
Il progetto è rilasciato gratuitamente con licenza open source: può essere preso, modificato e riutilizzato da altri gruppi speleologici per altri territori. La filosofia dichiarata è che “le grotte sono luoghi nascosti per natura; la conoscenza che ne deriva non deve esserlo”.[^1]
Presentazione pubblica
Il 3D Cave Viewer verrà presentato ufficialmente a novembre 2026 in occasione del Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro — che si terrà dal 29 ottobre al 1° novembre 2026 a Costacciaro (PG), ai piedi del Monte Cucco — non come dimostrazione ma come strumento pronto per essere testato da altri gruppi.[^1][^10]
3. Il Pilastro Tecnologico: Il LiDAR su iPhone
Cos’è il LiDAR
Il LiDAR (Light Detection and Ranging) è una tecnologia che emette impulsi laser e misura il tempo impiegato da ciascuno a tornare al sensore dopo aver colpito una superficie. Milioni di questi impulsi producono una nuvola di punti tridimensionale — una rappresentazione matematica precisa di ogni parete, soffitto e pavimento.[^11][^12]
Apple ha integrato un sensore LiDAR negli iPhone a partire dal modello 12 Pro (2020). Il sensore emette impulsi laser sicuri per la vista (Classe 1) e raggiunge una portata massima di circa 4,20 metri, estendibile a 6 m con un’asta per avvicinarsi alle pareti più distanti.[^13][^12][^11]
LiDAR iPhone nella speleologia italiana
Il sensore LiDAR degli iPhone è diventato uno strumento diffuso nella speleologia italiana per la sua combinazione unica di accessibilità economica e qualità dei dati:
Il Gruppo Speleologico UTEC Narni è stato tra i pionieri: da oltre 18 mesi sperimenta l’iPhone 13 Pro per rilievi di grotte e cavità artificiali, documentando protocolli operativi precisi. Il risultato più eloquente è il rilievo di circa 700 metri di cunicolo in soli 5 minuti.[^11][^14]
L’Equipe LiDAR — gruppo veneto del Gruppo Naturalistico Montelliano e Treviso Sotterranea — ha sistematizzato anni di sperimentazione in un corso SSI di III livello riconosciuto dalla Società Speleologica Italiana.[^15][^16]
Il workshop “LiDAR and Geomatics in 3D Cave Surveys” a CapoVolta 2025 ha confermato che il rilievo 3D è già “uno dei linguaggi operativi” della speleologia italiana.[^17]
App per il rilievo LiDAR in grotta
Le due applicazioni di riferimento per acquisire nuvole di punti con l’iPhone sono:[^11]
Scaniverse (gratuita): intuitiva, eccellente per gestione nuvole LiDAR in grotta; affidabile nelle sessioni dell’Equipe LiDAR veneta e dell’UTEC Narni.
Polycam (a pagamento): integra fotogrammetria e LiDAR per modelli più ricchi di dettaglio cromatico.
Precauzioni operative
L’uso dello smartphone in grotta richiede attenzione specifica:[^11][^14]
Custodie robuste che lascino libero il sensore posteriore
Power bank per autonomia della batteria (la scansione consuma rapidamente)
Target di calibrazione ogni ~200 m per contenere l’errore cumulativo
“Sky scan” all’ingresso per georeferenziare il rilievo (errore < 5 m)
Attenzione a superfici specchianti (acqua, stalagmiti lucide) che disturbano il segnale laser
4. Dal Rilievo al Visualizzatore: Il Workflow Tecnologico
Fase 1 — Acquisizione in grotta
Lo speleologo percorre la cavità con l’iPhone Pro attivo su Scaniverse o Polycam. Il sensore costruisce in tempo reale la nuvola di punti.[^18][^12]
Fase 2 — Elaborazione con CloudCompare
CloudCompare è il software open source di riferimento per l’analisi delle nuvole di punti. Le operazioni principali:[^19][^12]
Importazione di nuvole nei formati LAS, PLY, PCD
Segmentazione: rimozione dell’operatore e del rumore
Allineamento ICP: fusione di scansioni multiple da sessioni diverse
Analisi metriche: distanze, volumi, curve di livello
Paolo Corradeghini ha prodotto la serie YouTube “Grotte in 3D” che guida gli speleologi dall’importazione alla produzione del rilievo finale.[^11]
Fase 3 — Visualizzazione web con tecnologie WebGL/WebXR
Il 3D Cave Viewer sfrutta tecnologie browser moderne per rendere navigabile il modello senza plugin:
WebGL: standard del browser per il rendering 3D in tempo reale, supportato da tutti i browser moderni[^20]
Three.js: libreria JavaScript open source che semplifica la creazione di scene 3D nel browser; supporta formati OBJ, FBX, DAE, STL e altri, ed è compatibile con framework React, Angular, Vue[^21]
WebXR: API standard per esperienze di realtà virtuale e aumentata nel browser, che consente l’uso con visori VR[^22][^23]
Potree: renderer open source WebGL per grandi nuvole di punti, sviluppato alla TU Wien, capace di visualizzare dataset fino a 597 miliardi di punti in tempo reale nel browser tramite struttura gerarchica multi-risoluzione[^24][^25]
5. Il Contesto: La Rivoluzione Digitale nella Speleologia
Evoluzione storica del rilievo speleologico
Il rilievo speleologico nasce nel XIX secolo con bussola magnetica, clinometro e metro a nastro, richiedendo settimane di lavoro per documentare poche centinaia di metri. La sequenza evolutiva:[^11]
Anni ’80: DISTO (distanziometro laser), primo salto verso la misura digitale
DistoX: integra laser, bussola digitale e clinometro con trasferimento Bluetooth
Therion/Survex: software open source per cartografia vettoriale e georeferenziata
LiDAR TLS e SLAM: nuvole di punti professionali a precisione millimetrica
iPhone LiDAR (2020?): democratizzazione del rilievo 3D per gruppi amatoriali
Confronto tra tecnologie di rilievo 3D
Tecnologia Precisione Velocità Costo Limiti Bussola + DISTO tradizionale Alta (relativa) Lenta Basso Tempi lunghi, errore umano iPhone LiDAR + Scaniverse ~1–2 cm Molto rapida ~1.500 € Portata 4–6 m, errore cumulativo GeoSLAM ZEB Horizon RT (SLAM) ~6 mm Rapida 15.000–30.000 € Costo, peso TLS (Leica RTC360) 3 mm Lenta (stazioni) > 50.000 € Ingombro, costo, setup Drone Flyability Elios 3 + LiDAR ~1 cm Variabile > 80.000 € Costo, autonomia ridotta
Fonte: elaborazione da dati Scintilena[^11]
Software nell’ecosistema digitale speleologico
Oltre a CloudCompare, la comunità speleologica usa:[^11][^19][^26]
Therion: gestione semantica di interi sistemi carsici, export GIS, supporto italiano
CaveWhere: open source, basato sul “carpeting” (proiezione schizzi sulla poligonale); accetta Compass, Survex, Walls[^27][^26]
Compass: software Windows con modellazione 3D in tempo reale, adatto a sistemi molto estesi[^28]
Agisoft Metashape: fotogrammetria Structure-from-Motion per nuvole di punti da video
Formazione: la risposta della comunità italiana
L’interesse verso il rilievo 3D in grotta con LiDAR è in costante crescita:[^18]
4° Corso “LiDAR iPhone 2.0 e CloudCompare” — 28-29 marzo 2026 a Nervesa della Battaglia (TV), corso SSI III livello[^29][^16]
Corso Nazionale LiDAR 3D — 8-10 maggio 2026 a San Quirino (PN), organizzato dall’Unione Speleologica Pordenonese CAI, valido per titolati SNS e SNT[^30][^18]
Corso SSI della Società Adriatica di Speleologia a Trieste (2025): andato esaurito in pochi giorni[^18]
6. Applicazioni e Impatto del 3D Cave Viewer
Per la divulgazione al pubblico
Il visualizzatore abbatte la barriera fisica più alta della speleologia: l’accesso. Chiunque — appassionato, studente, turista, ricercatore — può “entrare” in una grotta reale con precisione metrica, direttamente dal proprio smartphone. Questo tipo di accesso democratico è già stato sperimentato su scala più grande: le Alpi Apuane hanno pubblicato online un modello virtuale 3D di 235 km di grotte consultabile da chiunque.[^11][^1]
Per la ricerca e la documentazione
Il viewer non sostituisce il rilievo tradizionale, ma aggiunge strumenti di analisi interattiva:[^1]
Misure nello spazio tridimensionale senza rientrare in grotta
Piani di sezione trasversale e longitudinale on-demand
Viste ortogonali per planimetria e profili
Confronto temporale tra rilievi successivi (monitoraggio)
Per la comunità speleologica
La natura open source del progetto trasforma il 3D Cave Viewer in un protocollo condivisibile. Un altro gruppo in Basilicata, Sardegna o Slovenia può prendere il codice sorgente, adattarlo al proprio catasto locale e offrire lo stesso servizio per le proprie cavità. Questo risponde direttamente alla sfida emersa al workshop di CapoVolta 2025: la standardizzazione dei flussi di dati affinché le nuvole di punti diventino patrimonio collettivo.[^17][^1]
Per il soccorso in grotta
I modelli 3D delle cavità hanno un’applicazione critica spesso trascurata: supportare le operazioni di soccorso speleologico. Conoscere in anticipo le dimensioni dei passaggi, i volumi delle sale e i percorsi alternativi può fare la differenza in un’emergenza.[^15]
7. Costacciaro 2026: Il Contesto della Presentazione
Il Raduno Internazionale di Speleologia di Costacciaro 2026 si terrà dal 29 ottobre al 1° novembre 2026 a Costacciaro (PG), organizzato dall’Associazione Ipogenica APS. È uno degli eventi di riferimento della speleologia europea, con una tradizione che risale al 1922 — quando nella Grotta di Monte Cucco si tenne il primo raduno di speleologia al mondo.[^31][^10]
La scelta di presentare il 3D Cave Viewer proprio a Costacciaro è strategica: il territorio ospita la Grotta di Monte Cucco — il cui sistema speleologico supera i 30 km di sviluppo e che Buio Verticale contribuisce ad esplorare — e il raduno è il luogo ideale per raggiungere speleologi da tutta Italia e dall’estero.[^6][^1]
8. Prospettive Future e Sviluppi Tecnologici
Il panorama tecnologico nel quale si inserisce il 3D Cave Viewer è in rapida evoluzione:
Sensori LiDAR più potenti: ogni generazione di iPhone Pro migliora portata e precisione del sensore; iPhone 15 e 16 Pro mostrano miglioramenti significativi rispetto ai predecessori.[^11]
Realtà aumentata in grotta: la possibilità di sovrapporre al campo visivo reale le informazioni del modello 3D — posizione sulla mappa, profondità, direzione delle gallerie — è già tecnicamente possibile con i dispositivi attualmente disponibili.[^11]
Droni autonomi: Hovermap di Emesent — drone autonomo con LiDAR che naviga senza GPS né pilota — anticipa un futuro in cui i droni esplorano grotte inesplorate inviando mappe in superficie prima dell’uomo.[^11]
AI per classificazione morfologica: l’intelligenza artificiale inizia a essere integrata nel riconoscimento automatico di morfologie, strutture di pericolo e classificazione di formazioni.[^11]
Missioni spaziali: le tecnologie di rilievo LiDAR con drone sono già valutate per esplorare i tubi lavici sulla Luna e su Marte — la stessa catena tecnologica che oggi genera i rilievi nel territorio di Gubbio.[^11]
Domande di Ripasso
Cos’è il LiDAR e perché è adatto ai rilievi in grotta? Descrivere il principio fisico e i vantaggi rispetto ai metodi tradizionali.
Qual è la portata massima del sensore LiDAR degli iPhone e come si può estendere? Indicare anche a partire da quale modello è disponibile.
Che differenza c’è tra un sistema SLAM e un TLS (Terrestrial Laser Scanner)? Confrontare precisione, velocità e costo.
Quali strumenti di analisi offre il 3D Cave Viewer agli utenti esperti? Elencare almeno tre funzionalità.
Perché il progetto è stato scelto per essere presentato a Costacciaro 2026? Descrivere il significato storico e geografico del raduno.
Qual è il ruolo di CloudCompare nel workflow dal rilievo al visualizzatore? Descrivere le fasi principali di elaborazione.
Cosa significa che il 3D Cave Viewer è “open source”? Quali implicazioni ha per la comunità speleologica italiana e internazionale?
In quale modo il LiDAR su iPhone ha cambiato l’accessibilità del rilievo 3D speleologico in Italia? Citare almeno due gruppi italiani che lo utilizzano.
Flashcard Concetti Chiave
Termine Definizione LiDAR Light Detection and Ranging; tecnologia che misura distanze tramite impulsi laser per creare nuvole di punti 3D[^12] Nuvola di punti Insieme di milioni di coordinate 3D che descrivono matematicamente la geometria di uno spazio[^11] SLAM Simultaneous Localization and Mapping; tecnica che costruisce una mappa in tempo reale senza GPS confrontando acquisizioni successive[^11] WebGL Standard web per rendering 3D nel browser, senza plugin; base di Three.js e Potree[^20] WebXR API browser per realtà virtuale e aumentata; consente l’uso di visori VR con il 3D Cave Viewer[^22] Potree Renderer open source WebGL per grandi nuvole di punti; sviluppato alla TU Wien[^25][^24] Three.js Libreria JavaScript open source per la creazione di scene 3D nel browser[^21] CloudCompare Software open source per analisi, elaborazione e allineamento di nuvole di punti 3D[^19] Therion Software open source per cartografia speleologica semantica e vettoriale[^11] Scaniverse App gratuita per iPhone che sfrutta il sensore LiDAR per scansioni 3D in grotta[^11] Equipe LiDAR Gruppo veneto (Montelliano + Treviso Sotterranea) pioniere del rilievo 3D con iPhone in Italia[^15] Buio Verticale Gruppo Speleologico CAI Gubbio, sviluppatore del 3D Cave Viewer; fondato nel 2013[^3][^5] Raduno di Costacciaro Evento internazionale di speleologia a Costacciaro (PG); edizione 2026 dal 29 ottobre al 1° novembre[^10][^31]
Fonti [1] 3D Cave Viewer: entrare dove pochi possono arrivare – buioverticale.it https://www.buioverticale.it/3d-cave-viewer-entrare-dove-pochi-possono-arrivare/ [2] Home – buioverticale.it https://www.buioverticale.it [3] Buio Verticale – Gruppo Speleologico CAI Gubbio – Openspeleo http://www.openspeleo.org/openspeleo/groups-view-147.html [4] Speleologia – CAI Gubbio https://www.caigubbio.it/speleologia/speleologia.html [5] Antichi esploratori eugubini della Grotta di Monte Cucco https://www.buioverticale.it/antichi-esploratori-eugubini-della-grotta-di-monte-cucco/ [6] “Buio verticale”: Emozioni e scoperte nelle viscere della terra https://www.youtube.com/watch?v=Pf9HqbYsxw0 [7] un documentario sulle cave sotterranee di marna di Valdorbia https://www.scintilena.com/alla-scoperta-delle-profondita-un-documentario-sulle-cave-sotterranee-di-marna-di-valdorbia/12/22/ [8] Alla Scoperta dell’Umbria Speleologica – Scintilena https://www.scintilena.com/umbria-speleologica-un-viaggio-alla-scoperta-della-speleologia-in-umbria-tra-natura-arte-e-sport/08/17/ [9] Attività Speleologica – Parco Regionale del Monte Cucco https://www.parcodelmontecucco.it/it/le-grotte/attivita-speleologica/ [10] Raduno Internazionale di Speleologia Costacciaro 2026 https://www.radunocostacciaro.it [11] Scanner 3D e Droni: come la cartografia digitale delle grotte sta … https://www.scintilena.com/scanner-3d-e-droni-come-la-cartografia-digitale-delle-grotte-sta-cambiando-la-speleologia/04/26/ [12] Scanner 3D e Droni: la rivoluzione della cartografia digitale grotte https://www.scintilena.com/scanner-3d-e-droni-la-rivoluzione-della-cartografia-digitale-grotte/10/05/ [13] Innovazione Tecnologica: LiDAR 3D Rivoluziona le Esplorazioni … https://www.scintilena.com/innovazione-tecnologica-lidar-3d-rivoluziona-le-esplorazioni-sotterranee/01/04/ [14] Scansione 3D in Grotte con iPhone 13 Pro LiDAR: Metodi e Consigli https://www.scintilena.com/scansione-3d-in-grotte-con-iphone-13-pro-lidar-metodi-e-consigli/01/26/ [15] Lidar e Geomatica nel rilievo 3D delle grotte https://www.youtube.com/watch?v=i1Ut2ziimWo [16] LiDAR iPhone e CloudCompare: a Nervesa il corso che … – Scintilena https://www.scintilena.com/lidar-iphone-e-cloudcompare-a-nervesa-il-corso-che-porta-il-rilievo-3d-in-grotta-nello-smartphone/02/13/ [17] A CapoVolta 2025 un workshop su Lidar e geomatica: il rilievo 3D … https://www.scintilena.com/a-capovolta-2025-un-workshop-su-lidar-e-geomatica-il-rilievo-3d-cambia-marcia/11/16/ [18] Rilievo speleologico 3D con il Lidar: a San Quirino il corso … https://www.scintilena.com/rilievo-speleologico-3d-con-il-lidar-a-san-quirino-il-corso-nazionale-per-titolati-e-qualificati-cai/03/06/ [19] Mappe dall’Oscurità: come nasce la cartografia del mondo sotterraneo https://www.scintilena.com/mappe-dalloscurita-come-nasce-la-cartografia-del-mondo-sotterraneo-3/04/25/ [20] Costruire 3D nel browser con 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