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Doline Carsiche nel Guangxi: nel Geoparco UNESCO di Leye-Fengshan ce n’è una con una foresta vergine sul fondo

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Immagine di copertina distribuita sotto Licenza Creative Commons

Scoperta nel maggio 2022 la trentesima dolina carsica della contea di Leye: sul fondo, alberi alti 40 metri e tre grotte nelle pareti. Potrebbe ospitare specie animali e vegetali mai catalogate dalla scienza


Nel maggio 2022, una squadra di speleologi in Cina ha calato le corde in una voragine e ha trovato sul fondo un mondo che sembrava non aver mai visto la luce del sole: alberi alti come edifici di dieci piani, felci giganti, e un silenzio che nessun essere umano aveva mai rotto prima. Era la trentesima dolina carsica scoperta nella stessa contea. Probabilmente non sarà l’ultima.[1][2]


Il Geoparco UNESCO di Leye-Fengshan: 30 doline carsiche in un unico territorio

Il Geoparco di Leye-Fengshan si trova nella regione autonoma di Guangxi Zhuang, nel sud della Cina. È incastonato tra l’Altopiano Yunnan-Guizhou e il Bacino del Guangxi.[3]

Nel 2010 è entrato a far parte della Rete Mondiale dei Geoparchi UNESCO. Nel 2018 è stato rivalidato. La denominazione ufficiale lo descrive come “il territorio delle grotte e del ponte naturale più lungo del mondo”.[4][5][3]

Le rocce del parco sono prevalentemente sedimentarie. Oltre il 60% è costituito da carbonati di spessore superiore a 3.000 metri, risalenti al Devoniano e al Permiano. Questa configurazione geologica ha favorito, in decine di milioni di anni, la formazione di sistemi carsici tra i più spettacolari del pianeta.[3]

Le forme carsiche presenti nel parco sono molteplici: doline carsiche, canyon, poljes, fiumi sotterranei e sorgenti. Il cluster di Dashiwei comprende da solo 35 doline collassate lungo il corso del fiume sotterraneo Bailang. La più imponente raggiunge i 600 metri di larghezza e 613 metri di profondità.[3]

Con la scoperta di maggio 2022, il numero di doline giganti note nella sola contea di Leye è salito a 30.[2][6]


La scoperta del maggio 2022: la dolina 306×150×192 m classificata “large sinkhole”

La scoperta è avvenuta durante un’esplorazione condotta dall’Institute of Karst Geology of China Geological Survey. Zhang Yuanhai, ingegnere senior dell’istituto, ha reso pubblici i dati ufficiali.[6][1]

La dolina carsica si trova vicino al villaggio di Ping’e, nel circondario di Luoxi. Misura 306 metri di lunghezza, 150 metri di larghezza e 192 metri di profondità. Il volume supera i 5 milioni di metri cubi: l’equivalente di circa 2.000 piscine olimpioniche.[7][8][1]

Per le sue dimensioni, la struttura rientra nella categoria ufficiale delle large sinkhole. Nella terminologia cinese, queste voragini giganti vengono chiamate tiankeng, che significa “pozzo celeste”.[8][9][1]

Il team ha raggiunto il fondo della dolina carsica dopo aver sceso in corda singola più di 100 metri di parete verticale, proseguendo poi a piedi per diverse ore attraverso la vegetazione. L’intera spedizione si è conclusa in sicurezza la sera stessa.[2][8]


Gli alberi di 40 metri sul fondo: la foresta vergine intatta

Chen Lixin, leader della spedizione del team Guangxi 702, ha descritto il paesaggio incontrato sul fondo. Gli alberi antichi cresciuti nella dolina raggiungono quasi 40 metri di altezza.[6][2]

La vegetazione arbustiva densa arriva all’altezza delle spalle. Per muoversi all’interno della foresta vergine è stato necessario aprire un varco tra le piante.[2]

Le condizioni che hanno permesso questo sviluppo biologico sono ben precise. Sul fondo della dolina carsica arriva abbastanza luce solare. La materia organica in decomposizione fornisce sostanze nutritive in modo continuo. L’acqua non manca: i sistemi carsici funzionano come acquiferi naturali.[10][11]

Temperature elevate e umidità costante completano un ecosistema stabile e produttivo. Questo isolamento ha consentito alle specie vegetali e animali di evolversi in modo autonomo rispetto alla superficie.[11]

George Veni, direttore esecutivo del National Cave and Karst Research Institute, ha dichiarato al Washington Post che la foresta potrebbe ospitare specie animali di piccole dimensioni ancora sconosciute alla scienza. Chen Lixin ha aggiunto: “Non sarei sorpreso di scoprire che in queste grotte vi sono specie che non sono mai state segnalate o descritte dalla scienza fino ad ora”.[12][13][14]


Le tre grotte nelle pareti: come le aperture svelano l’evoluzione della dolina

Durante l’esplorazione del fondo e delle pareti, il team ha individuato tre grandi aperture. Zhang Yuanhai le ha descritte come i resti delle prime fasi evolutive della dolina carsica.[1][2]

Queste cavità laterali non sono un elemento secondario. Raccontano la storia geologica della voragine. Ogni apertura corrisponde a una fase in cui la cavità sotterranea preesistente si è aperta verso l’interno, prima che il soffitto cedesse definitivamente.[9][15]

In giugno 2022 è stata condotta una seconda spedizione con un team allargato e una troupe televisiva. Gli esploratori sono penetrati nelle tre aperture e hanno trovato cavità interne già collassate. Questo dato conferma l’ipotesi sull’evoluzione per fasi successive.[15]

La presenza di grotte laterali è un elemento tipico dei tiankeng più complessi. Indica che il sistema carsico sotterraneo ha avuto un percorso evolutivo articolato nel tempo.[9]


Come il carsismo costruisce le doline carsiche passo dopo passo

Le doline carsiche si formano attraverso un processo che può durare migliaia o milioni di anni. La roccia coinvolta è quasi sempre il calcare, composto da carbonato di calcio.[16][17]

L’acqua piovana, assorbendo anidride carbonica dall’atmosfera e dal suolo, diventa leggermente acida. Questa soluzione di acido carbonico attacca chimicamente il carbonato di calcio, trasformandolo in bicarbonato di calcio solubile. Il materiale viene poi disciolto e trasportato via dall’acqua.[18][16]

Il processo scava lentamente fessure sempre più ampie. Col tempo, si formano cavità e gallerie sotterranee percorse da fiumi. Quando il tetto di una cavità diventa troppo sottile per reggersi, collassa. Si apre così la dolina carsica in superficie.[17][9]

Nel caso dei tiankeng come quelli di Leye-Fengshan, il processo è amplificato dalla presenza di fiumi sotterranei. L’acqua che scorre nel sottosuolo rimuove i detriti del crollo, impedendo che la voragine si riempia e permettendole di mantenersi aperta e profonda.[9]

La roccia del Guangxi ha subito questo processo per circa 70 milioni di anni. Il risultato è una concentrazione di doline carsiche senza eguali nel mondo.[5]


Speleologia in Cina: il Guangxi come laboratorio mondiale del carsismo

La Cina detiene la maggior parte dei tiankeng conosciuti sul pianeta. Dopo Cina, le regioni con la più alta densità di queste strutture sono il Messico e la Papua Nuova Guinea.[8][9]

Il Geoparco di Leye-Fengshan ha già attratto spedizioni internazionali. Anche speleologi italiani hanno esplorato l’area, nel 2017.[11]

Le tecnologie di rilevamento si sono evolute rapidamente. La dolina scoperta nel 2022 è stata individuata attraverso immagini satellitari e fotografie da drone, prima di essere confermata sul campo. La ricercatrice Wu Hongying, nota come “Crow”, ha identificato la struttura a partire dalle immagini aeree.[7][15]

Il lavoro sul campo nella dolina carsica appena scoperta non si è fermato alla prima spedizione. L’Institute of Karst Geology ha avviato un programma di ricerca su flora, fauna e sviluppo geologico della voragine. Gli obiettivi includono la valutazione del valore scientifico e conservativo dell’ecosistema.[7]

Il Guangxi rimane oggi uno degli scenari più attivi per la speleologia in Cina e nel mondo. La trentesima dolina carsica di Leye è solo l’ultima di una lunga serie. Secondo gli esperti, il territorio ne custodisce ancora molte altre, ancora da individuare.[3][9]


Fonti principali: Xinhua News Agency, China Daily, Institute of Karst Geology of China Geological Survey, UNESCO Global Geopark – Leye-Fengshan, Scintilena.com[4][10][1][2][3]

Fonti
[1] Cina, scoperta enorme dolina carsica: sul fondo una foresta fossile https://tg24.sky.it/mondo/2022/05/12/cina-dolina-carsica
[2] Giant karst sinkhole discovered in China’s Guangxi https://regional.chinadaily.com.cn/guangxi/2022-05/09/c_1032829.htm
[3] Leye Fengshan UNESCO Global Geopark https://www.unesco.org/en/iggp/leye-fengshan-unesco-global-geopark
[4] GGN- Geopark Annual Report 2022 https://www.globalgeoparksnetwork.org/sites/default/files/2024-04/Leye-Fengshan-UNESCO-Global-Geopark.pdf
[5] World largest sinkhole geopark in Leye and Fengshan[1] – China Daily https://www.chinadaily.com.cn/m/guangxi/hechi/2014-11/10/content_18894678.htm
[6] China discovers giant sinkhole with an ancient forest at the bottom https://watchers.news/2022/05/12/china-discovers-giant-sinkhole-with-an-ancient-forest-at-the-bottom/
[7] Sinkhole in China springs subterranean surprise https://asianews.network/sinkhole-in-china-springs-subterranean-surprise/
[8] Cina: gigantesca dolina carsica scoperta nella regione di Guangxi https://www.scienzenotizie.it/2022/05/11/cina-gigantesca-dolina-carsica-scoperta-nella-regione-di-guangxi-4855482
[9] I Tiankeng Cinesi: Giganteschi Portali verso Mondi Sotterranei … https://www.scintilena.com/i-tiankeng-cinesi-giganteschi-portali-verso-mondi-sotterranei-nascosti/08/21/
[10] Cina l’esplorazione di una gigantesca dolina rivela sul fondo una foresta primordiale e tre possibili grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/cina-lesplorazione-di-una-gigantesca-dolina-rivela-sul-fondo-una-foresta-primordiale-e-tre-possibili-grotte/05/27/
[11] La scoperta incredibile: una foresta primordiale nascosta nel cuore di una gigantesca dolina in Cina! – Scintilena https://www.scintilena.com/la-scoperta-incredibile-una-foresta-primordiale-nascosta-nel-cuore-di-una-gigantesca-dolina-in-cina/11/25/
[12] Ancient Forest Discovered in Chinese Sinkhole – ICMGLT https://icmglt.org/ancient-forest-discovered-in-chinese-sinkhole/
[13] Scoperta in Cina un’antica foresta nascosta: è dentro una voragine profonda 192 metri e potrebbe ospitare un tesoro di biodiversità https://www.ohga.it/scoperta-in-cina-unantica-foresta-nascosta-e-dentro-una-voragine-profonda-192-metri/
[18] Cenni sulla vegetazione delle doline, dei baratri e delle Grotte del Carso per i corsi di introduzione alla speleologia https://www.boegan.it/2008/12/doline-e-speleobotanica/

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Sima Humboldt: la dolina nella quarzite che ha sfidato la geologia, nascosta sulla cima di un tepui venezuelano

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In copertina il Salto Angel, Venezuela. Immagine distribuita sotto Creative Commons

Nel cuore del Parco Nazionale Jaua-Sarisariñama, una delle doline più grandi del pianeta dimostra che il carsismo può svilupparsi anche nella roccia che i manuali considerano insolubile


Era il 25 novembre 1961. Il pilota Harry Gibson sorvolava la foresta vergine del Venezuela meridionale quando scorse due aperture circolari e perfettamente simmetriche sulla sommità di una montagna a tavola. Non erano laghi. Non erano crateri vulcanici. Erano doline scavate in quarzite — una roccia che la geologia classica considerava impermeabile all’azione dell’acqua. Quella visione dall’alto avrebbe aperto uno dei capitoli più discussi della speleologia mondiale: la storia di Sima Humboldt, la dolina in quarzite più grande del pianeta, ospitata dal tepui Sarisariñama nello Stato di Bolívar, in Venezuela.


I tepui del Venezuela: altopiani di quarzite con ecosistemi da mondo perduto

I tepui sono montagne tabulari composte da arenarie e quarziti tra le più antiche del pianeta, con un’età compresa tra 1,6 e 2 miliardi di anni. Si innalzano come enormi isole rocciose sopra la foresta amazzonica e la Gran Sabana, nel Venezuela sud-orientale, al confine con Brasile e Guyana. Le loro pareti verticali superano in alcuni casi i mille metri di dislivello.[1]

Il Sarisariñama è uno dei tepui più isolati dell’intero paese. Si trova a diverse centinaia di chilometri dalla strada più vicina. La sua sommità raggiunge i 2.350 metri di quota e copre un’area di circa 547 km². Fa parte del Parco Nazionale Jaua-Sarisariñama, nello Stato di Bolívar. È l’unico tepui la cui cima è interamente ricoperta da una foresta alta tra i 15 e i 25 metri.[2][3][4]

La caratteristica che lo distingue da tutti gli altri, però, non è la vegetazione. È la presenza di doline.


La scoperta dall’aereo: 1961, il pilota Harry Gibson avvista le simas

I primi avvistamenti aerei del Sarisariñama risalgono al 1954. Le voci si diffusero lentamente tra i piloti che operavano nella regione. Ma fu il 25 novembre del 1961 che la scoperta divenne documentata: Harry Gibson, sorvolando il tepui, individuò dall’alto le due enormi aperture circolari che oggi portano il nome di Sima Humboldt e Sima Martel.[5][2]

Gibson non era uno speleologo. Era un pilota — compagno di James Crawford Angel, il celebre aviatore che aveva segnalato per primo il Salto Angel, la cascata più alta del mondo. La sua segnalazione aprì la strada a decenni di ricerche. Il Sarisariñama divenne una destinazione ambita per spedizioni scientifiche e speleologiche.[3][4]

La prima discesa vera e propria nella Sima Humboldt fu compiuta nel febbraio del 1974, grazie a un’operazione logistica complessa: un elicottero trasportò sulla sommità trenta ricercatori, tra botanici, ornitologi, geologi, erpetologi e archeologi. Tra i partecipanti figurava il naturalista Charles Brewer-Carías, che guidò la spedizione e documentò le prime osservazioni scientifiche sul fondo della dolina.[6][7]


Un carsismo in quarzite: come si formano doline sulla roccia ritenuta indissolubile

Il punto che rende Sima Humboldt un caso di studio fondamentale nella speleologia mondiale non è la sua dimensione. È il tipo di roccia in cui si è formata.

Il carsismo classico agisce sui carbonati — calcari e dolomie — attraverso la dissoluzione del carbonato di calcio da parte dell’acqua acidificata dall’anidride carbonica. È un processo noto, studiato da secoli. La quarzite, composta per oltre il 95% di silice, era considerata una roccia non carsificabile.[8][1]

Le esplorazioni nei tepui venezolani hanno dimostrato che questa certezza era sbagliata. Nella quarzite la dissoluzione avviene per via chimica, con la silice che entra in soluzione come acido silicico (H?SiO?). Il processo è molto più lento rispetto al calcare, ma in milioni di anni — su rocce vecchie di oltre un miliardo di anni — ha prodotto cavità, gallerie e doline di proporzioni eccezionali.[9][1]

Le forme carsiche dei tepui rappresentano oggi un capitolo autonomo nella geomorfologia. Le grotte di quarzo dello Scudo della Guiana sono considerate un caso unico nella speleologia mondiale. A differenza dei tiankeng cinesi, che si formano per collasso di gallerie calcaree, la Sima Humboldt è il risultato di un processo di dissoluzione diretta della quarzite in condizioni tropicali umide, accelerata dall’azione meccanica dell’acqua sui piani di frattura della roccia.[10][1]


Le misure di Sima Humboldt: 314 metri di profondità, 18 milioni di m³ di volume

La dolina in quarzite del Sarisariñama ha dimensioni che non trovano confronto in altre formazioni analoghe. L’apertura superiore misura al massimo 352 metri di larghezza. A scendere, le pareti si allargano: alla base il diametro raggiunge i 502 metri. La profondità verticale è di 314 metri.[11][6]

Il volume complessivo della Sima Humboldt è di 18 milioni di metri cubi. Le pareti sono quasi perfettamente verticali, in certi tratti strapiombanti, il che rende impossibile qualsiasi discesa senza attrezzatura tecnica da speleologia alpinistica.[12][3]

A soli 700 metri dal bordo della Sima Humboldt si apre la Sima Martel, una seconda dolina profonda 248 metri. In totale, sul Sarisariñama sono state individuate quattro cavità di questo tipo. La dolina maggiore ha preso il nome del geografo e naturalista tedesco Alexander von Humboldt.[13][5]


La prima discesa nel 1974 e l’esplorazione polacca del 1976

La discesa del 1974 rappresentò il momento in cui la speleologia entrò fisicamente in contatto con questo ambiente. Fu la prima volta che esseri umani raggiungevano il fondo della Sima Humboldt. L’impresa non fu priva di difficoltà: il gruppo rimase temporaneamente bloccato all’interno della dolina prima di riuscire a risalire.[14][13]

Due anni dopo, nel 1976, un team di speleologi polacchi condusse una ricognizione più sistematica della cavità. L’esplorazione polacca del 1976 ha lasciato tracce documentali importanti per la comprensione morfologica della dolina in quarzite. L’associazione La Venta, attiva da trent’anni nell’esplorazione dei tepui venezolani, ha seguito le stesse rotte nei decenni successivi, con spedizioni che hanno portato alla scoperta di decine di chilometri di cavità sotterranee in quarzite sull’Auyán-Tepui e su altri altopiani dello Scudo della Guiana.[15][10]

L’accesso al Sarisariñama è oggi riservato esclusivamente a ricercatori scientifici autorizzati.[3]


La foresta nel fondo: specie endemiche di una dolina isolata da millenni

Sul fondo della Sima Humboldt non c’è roccia nuda. C’è una foresta. Alta, densa, composta da specie che non esistono in nessun altro luogo della Terra.[14]

Le pareti verticali hanno funzionato per milioni di anni come barriere insormontabili. Gli organismi che si trovano al fondo della dolina si sono evoluti in isolamento totale, senza possibilità di scambio genetico con le popolazioni esterne. Tra le specie documentate dalle spedizioni figurano rane endemiche che trasportano i piccoli sul dorso, grilli senza ali, formazioni di stromatoliti — strutture viventi di origine batterica — e piante del genere Chimantaea, simili a girasoli giganti, che non crescono altrove.[14]

I tepui del Venezuela, e in particolare il Sarisariñama, ospitano in generale ecosistemi quasi insulari con elevati tassi di endemismo vegetale e animale. Questo vale per la superficie degli altopiani. Nel caso della Sima Humboldt, l’isolamento è doppio: la sommità del tepui è già separata dalla foresta circostante dalle pareti rocciose; la foresta sul fondo della dolina è separata anche dalla sommità del tepui.[1]

Il risultato è un ecosistema nell’ecosistema. Una nicchia biologica che la speleologia ha contribuito a svelare, ma che rimane in larga parte ancora da esplorare e catalogare.

Speleobotanica delle doline

Il punto di partenza è controintuitivo ma reale: sul fondo delle grandi doline carsiche non c’è roccia nuda — c’è una foresta. Alta, densa, e biologicamente straordinaria. Il motivo è fisico: l’inversione termica dolinare, quel fenomeno per cui l’aria fredda precipita e si accumula nel fondo della depressione creando un “lago di freddo” permanente, con gradienti termici che possono superare 1°C per metro di profondità e differenze di temperatura fino a 30-35°C rispetto all’aria esterna.


Il report esplora in dettaglio:
La fisica del topoclima dolinare e perché scendere di 50 m in una dolina equivale a salire 600 m di quota
L’Asaro-Carpinetum betuli, l’associazione forestale endemica dei fondi di dolina del Carso, con carpino bianco, dente di cane, anemone, bucaneve
Le specie relitte dell’era glaciale sopravvissute solo nelle doline come isole di freddo in un clima ormai troppo caldo per loro
Horstrissea dolinicola, pianta monospecifica di Creta che vive esclusivamente in poche doline, con una popolazione totale di poche decine di individui[doaj +1]
Le tiankeng cinesi (come quella di Leye, 306×150×192 m) con le loro foreste primordiali intatte e la possibilità di specie mai descritte[boegan +1]
La zonazione verticale dalla dolina alle grotte sotterranee, che riproduce milioni di anni di evoluzione vegetale
Il ruolo cruciale delle doline come microrifugi per il cambiamento climatico futuro

Speleobotanica: La Foresta nel Fondo delle Doline

Introduzione: Un Mondo Vegetale Nascosto

La speleobotanica è la branca della biospeleologia che studia la flora degli ambienti carsici: dall’ingresso delle grotte agli abissi, dai baratri alle doline. A differenza di quanto si potrebbe intuire, il suo campo d’indagine più ricco e sorprendente non si trova nell’oscurità assoluta dei cunicoli, bensì nelle grandi depressioni carsiche aperte verso il cielo: le doline. Sul fondo di queste voragini naturali — dove l’immaginario comune si aspetta solo roccia nuda e desolazione — si nascondono alcune delle foreste più dense, umide e antiche del paesaggio europeo, popolate da specie che non esistono in nessun altro luogo della Terra.

Questo paradosso botanico è il cuore della speleobotanica moderna: le doline sono isole ecologiche, microrifugi di biodiversità che hanno salvato specie vegetali dall’estinzione durante le glaciazioni, e che oggi rappresentano l’ultima difesa di molte piante rare contro il riscaldamento globale.


Che Cos’è una Dolina Carsica

La dolina (dal termine sloveno dol, “valle”) è una depressione del terreno tipica dei paesaggi carsici, generata dalla dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche. L’acqua meteorica, arricchita di CO? atmosferica e organica del suolo, forma acido carbonico che reagisce con il calcare secondo la reazione:

CaCO? + CO? + H?O ? Ca(HCO?)?

Il bicarbonato di calcio solubile viene poi drenato verso il basso, allargando progressivamente fratture, pozzi e gallerie fino al crollo della volta. Le dimensioni variano enormemente: dalle poche decine di metri di diametro e pochi metri di profondità, fino a giganti come la Conca di Orle presso Fernetti (350×400 m, profondità 90 m) o le grandi doline del Carso sloveno.

Il fondo delle doline accumula nel tempo quantità considerevoli di terreno argilloso-limoso — la caratteristica terra rossa (terra rossa), ricca di composti di ferro e alluminio — che conferisce ai suoli una fertilità notevole e trattiene umidità. Su questo substrato si sviluppa una vegetazione che non ha nulla a che vedere con il paesaggio sassoso e arido della superficie carsica circostante.


Il Topoclima Dolinare: Inversione Termica e Microclima Estremo

Il fenomeno fisico che più di ogni altro determina la straordinaria specificità biologica delle doline è l’inversione termica, nota anche come topoclima dolinare. In condizioni normali la temperatura dell’aria diminuisce con l’altitudine; nelle doline accade l’inverso: l’aria fredda e densa scivola verso il basso e rimane intrappolata nel fondo della conca, stratificando in un “lago di aria fredda”.

Il gradiente termico verticale nelle doline è straordinariamente accentuato. Scendendo nel fondo di una dolina del Carso la temperatura diminuisce di circa 7°C ogni 100 m di profondità, dodici volte superiore al normale gradiente altimetrico esterno (0,6°C/100 m). Detto diversamente, scendere di 50 m in una dolina equivale — in termini di temperatura — a salire su un rilievo di 600 m. Nelle doline montane delle Prealpi venete, monitorate da ARPA Veneto, la minima assoluta registrata ha raggiunto -49,6°C al suolo, con gradienti notturni superiori a 1°C per metro e differenze di temperatura rispetto all’aria libera fino a 30-35°C.

Queste condizioni termiche generano un microclima radicalmente diverso da quello del plateau carsico circostante:

  • Estate: il fondo è significativamente più fresco e umido della superficie
  • Inverno: temperature estreme con gelate intense anche in pianura
  • Escursione termica: fortissima, con rapide variazioni notturne
  • Umidità: molto elevata, con formazione di nebbie e rugiada abbondante

La conseguenza botanica è una vera e propria inversione della vegetazione: le specie più termofile e xerofile si trovano ai bordi soleggiati della dolina, mentre le specie mesofile e freddo-adattate occupano il fondo fresco e umido — l’esatto contrario di quanto avviene su un versante di collina normale.


La Foresta del Fondo: Asaro-Carpinetum betuli

La comunità vegetale tipica dei fondi di dolina nel paesaggio carsico nord-adriatico è l’Asaro-Carpinetum betuli, un’associazione forestale che prende nome dalle sue due specie indicatrici: il carpino bianco (Carpinus betulus) e l’asaro (Asarum europaeum).

Il carpino bianco è una specie molto sensibile alla siccità estiva e normalmente assente dall’altipiano carsico, dove la roccia calcarea drena rapidamente le acque meteoriche; eppure nei fondi dolina trova le condizioni fredde e umide che gli consentono di prosperare. Questa apparente anomalia è in realtà la firma di una storia climatica millenaria: le doline hanno conservato condizioni simili a quelle del periodo post-glaciale, quando queste specie erano distribuite su tutto il Carso prima che il clima si riscaldasse.

Nello strato arboreo dell’Asaro-Carpinetum troviamo anche nocciolo (Corylus avellana), rovere (Quercus petraea) e cerro (Quercus cerris). Il sottobosco è dominato da geofite — piante con bulbi e rizomi adattate a fiorire precocemente in inverno-primavera, sfruttando la finestra di luce disponibile prima che il fogliame arboreo si chiuda:

  • Erythronium dens-canis (dente di cane)
  • Anemone nemorosa (anemone dei boschi)
  • Lathyrus vernus (cicerchia primaverile)
  • Isopyrum thalictroides (isopiro)
  • Scilla bifolia (scilla a due foglie)
  • Galanthus nivalis (bucaneve)
  • Primula vulgaris (primula comune)
  • Asarum europaeum (asaro europeo)

Queste geofite fioriscono nei mesi di febbraio-marzo, quando la radiazione solare nel fondo della dolina è massima (gli alberi non hanno ancora emesso le foglie) e la differenza di temperatura con l’esterno crea un effetto di campana protettiva.


Specie Relitte e Flora Endemica: Rifugi dall’Era Glaciale

Il fenomeno più scientificamente rilevante della speleobotanica dolinare è la conservazione di specie relitte — piante che sopravvivono in habitat isolati come fossili viventi di epoche climatiche passate.

Durante le glaciazioni del Quaternario, molte specie montane e boreali colonizzarono le pianure e gli altipiani europei, compreso il Carso. Con il riscaldamento post-glaciale, queste specie si ritirarono verso quote più elevate o verso nord — tranne nei microhabitat che mantenevano condizioni fredde: fondi di doline, gole, versanti nord. Le doline divennero così isole di freddo in un “oceano” di clima temperato, preservando specie che altrimenti si sarebbero estinte alle quote basse.

Uno studio pubblicato sull’International Journal of Speleology (Bátori et al., 2014) ha analizzato 29 doline in Ungheria (Mecsek Mountains e Aggtelek Karst), documentando oltre 900 specie di piante vascolari. I risultati mostrano che:

  • Nelle doline più grandi e profonde si concentrano le specie freddo-adattate (Aconitum vulparia, Aruncus dioicus, Asplenium scolopendrium, Lunaria rediviva, Polystichum aculeatum)
  • Queste specie sono ristrette ai fondi di dolina e assenti dai boschi circostanti
  • La curva specie-area per le specie freddo-adattate ha un esponente molto elevato (z = 0.65), indicando che le doline grandi sono rifugi critici
  • La distribuzione delle specie è significativamente nidificata (nested): le doline piccole contengono sempre un sottoinsieme delle specie delle doline grandi

Specie Endemiche Strettamente Dolinicole

Alcune specie hanno sviluppato un endemismo così stretto da vivere esclusivamente nei fondi di dolina, senza alcuna popolazione nota in altri habitat. Il caso più estremo è quello di Horstrissea dolinicola, un’ombrellifera scoperta nel 1990 e unico rappresentante del genere Horstrissea (monotipico).

Horstrissea dolinicola cresce soltanto sul Monte Ida (Psiloritis), nella Creta centrale, a circa 1500 m di quota, in poche doline calcaree stagionalmente allagate. La sua popolazione totale conta poche decine di individui su un’area di circa 3.000 m². La radice cilindrica può raggiungere 10 cm di profondità mentre le foglie e le infiorescenze superano appena 2-3 cm di altezza. Classificata come Critically Endangered (CR) dalla IUCN, è considerata una delle 50 piante più minacciate delle isole mediterranee.

Dalla letteratura scientifica emergono altri esempi notevoli di piante endemiche strettamente legate alle doline: Specie Distribuzione Note Horstrissea dolinicola Monte Ida, Creta (Grecia) Unico rappresentante del genere; CR IUCN Cerastium dinaricum Dinaridi, Slovenia Endemica delle doline montane dinariche Dracocephalum ruyschiana Altopiano di Pešter (Serbia), Bükk (Ungheria) Relitto boreale in doline isolate Biebersteinia orphanidis Peloponneso (Grecia) Biogeograficamente significativa Pulsatilla vernalis Alpi Giulie (Slovenia) Relitto alpino in doline carsiche Stachys alpina Mecsek (Ungheria) Relitto glaciale ristretto ai fondi di dolina


Il Caso Limite: Le “Tiankeng” Cinesi e le Foreste Primordiali

Il fenomeno raggiunge la sua espressione più spettacolare nelle grandi doline tropicali della Cina meridionale, note come Tiankeng (“pozzi celesti”). Nel maggio 2022 un team di speleologi dell’Institute of Karst Geology of China Geological Survey ha esplorato una dolina gigante nella Contea di Leye, nella regione autonoma del Guangxi Zhuang.

Le dimensioni sono colossali: 306 m di lunghezza, 150 m di larghezza, 192 m di profondità, per un volume superiore a 5 milioni di metri cubi. Gli esploratori sono scesi in corda doppia per oltre 100 m e hanno raggiunto il fondo dopo ore di cammino attraverso una foresta primordiale intatta, con alberi alti quasi 40 m.

Secondo Chen Lixin, capo della spedizione, le “fitte piante da ombra arrivano all’altezza delle spalle” e l’ecosistema ha avuto la possibilità di crescere ed evolversi in modo autonomo e isolato dalla superficie per un tempo immemorabile. Gli scienziati non escludono la possibilità di scoprire nuove specie vegetali e animali ancora sconosciute alla scienza, poiché la dolina offre tutte le condizioni necessarie: luce sufficiente che penetra dall’alto, materia organica in continua decomposizione, abbondanza d’acqua derivante dal drenaggio carsico, temperatura e umidità costanti.

Il Guangxi ospita il Leye-Fengshan Global Geopark, inserito nella rete mondiale dei Geoparchi UNESCO nel 2010, con il maggiore sistema di tiankeng al mondo. Situazioni simili sono state documentate in altre doline della stessa regione, alcune delle quali ospitano rododendri, Paris polyphylla e specie animali rare come il cobra cinese.


Zonazione Verticale della Vegetazione nelle Pareti di Dolina e Grotta

Una delle caratteristiche più affascinanti della speleobotanica è la seriazione verticale della vegetazione: scendendo dalla superficie verso il fondo di una dolina (e poi eventualmente verso l’ingresso di una grotta sottostante), si attraversa in pochi decine di metri una successione ecologica che riproduce epoche evolutive e climi diversi.

Dal bordo al fondo di una dolina:

  1. Bordo/rima (esposta a Sud) — vegetazione xerofita e termofila: querce xerotermiche (Quercus cerris, Q. pubescens), lande carsiche con specie steppiche
  2. Versante meridionale (rivolto a Nord) — bosco mesofilo a carpino bianco con edera, felci, specie geofite del sottobosco
  3. Fondo — Asaro-Carpinetum betuli: carpino, nocciolo, dente di cane, anemone, bucaneve, isopiro

Dalla dolina all’ingresso della grotta (zona di transizione):

Quando sul fondo della dolina si apre un pozzo o un ingresso di grotta, il gradiente diventa ancora più marcato. La vegetazione è descritta dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan (Trieste) come una successione di fasce dipendenti dalla quantità di luce disponibile: Zona Luce disponibile Flora dominante Zona fotovariabile (dolina e imbocco) 1/200 – 1/700 luce esterna Fanerogame (Hedera helix, geofite); felci (Asplenium trichomanes, Phyllitis scolopendrium, Polypodium vulgare) Zona fotostabile (grotta superficiale) 1/700 – 1/1000 luce esterna Briofite (Thamnium alopecurum), Epatiche (Marchantia polymorpha, Conocephalum conicum) Zona crepuscolare profonda 1/1000 – 1/2000 luce esterna Alghe verdi (Cloroficee) e azzurre (Cianoficee) Oscurità assoluta Assenza di luce Solo funghi microscopici, muffe, batteri chemiosintetici

Questa zonazione verticale — osserva lo stesso studio — “riassume in sé molti milioni di anni di storia evolutiva, poiché la distribuzione verticale della vegetazione, procedendo dal basso verso l’alto, riproduce l’ordine di emersione dall’acqua dei vegetali”.


Fattori Ecologici che Modellano la Flora Dolinare

La composizione floristica di una dolina dipende da una complessa interazione di fattori che agiscono a diverse scale spaziali.

Geometria della Dolina

La forma della depressione è il fattore più determinante a scala locale. Doline profonde e con pareti verticali:

  • Favoriscono un’inversione termica più intensa
  • Limitano la radiazione solare diretta
  • Creano condizioni più umide e fresche
  • Ospitano un maggior numero di specie freddo-adattate

Il rapporto profondità/diametro è un indicatore chiave: doline con rapporto elevato (> 0.25) ospitano comunità più distinte rispetto ai boschi circostanti. Una dolina piccola ma con pareti verticali può ospitare più specie rare di una dolina grande ma poco profonda.

Disponibilità di Risorse Edafiche

Un recente studio (2023) pubblicato su iScience ha dimostrato che le doline agiscono contemporaneamente come microrifugi climatici E come microrifugi di risorse: oltre alla temperatura più fresca, il suolo arricchito di materia organica, umidità e nutrienti favorisce la persistenza di specie sensibili al cambiamento climatico che non troverebbero condizioni adeguate altrove nel paesaggio circostante.

Orientamento dei Versanti

Nelle doline di medie e grandi dimensioni si crea una vera asimmetria di versante: il versante nord della dolina riceve più sole (perché si affaccia verso sud) ed è più termofilo; il versante sud è in ombra, più fresco e umido. Questa asimmetria permette la coesistenza, a distanze di pochi metri, di specie con esigenze ecologiche opposte — un caso di elevatissima beta-diversità su scala spaziale ridottissima.


Doline come Microrifugi per il Cambiamento Climatico

La letteratura scientifica degli ultimi vent’anni converge su una conclusione di crescente urgenza conservazionistica: le doline carsiche saranno tra i microrifugi più importanti per la sopravvivenza della biodiversità vegetale in un pianeta che si riscalda.

Uno studio del 2014 sull’Annals of Botany (Bátori et al.) ha dimostrato che nelle doline dell’Ungheria sia il macroclima regionale che i fattori locali (orientamento, tipo di vegetazione) influenzano significativamente le specie freddo-adattate, e che queste strutture “possono essere cruciali per la sopravvivenza delle piante freddo-adattate sotto il riscaldamento globale in corso”. Lo studio del 2019 su Scientific Reports (Bátori et al.) ha confermato che le doline ospitano una diversità di microhabitat microclimatici che facilita la persistenza di taxa con preferenze ambientali diverse.

Paradossalmente, però, anche i rifugi dolinari possono diventare trappole se il riscaldamento globale supera la loro capacità di tamponamento climatico. Un ulteriore rischio viene dalle attività forestali: uno studio del 2019 ha dimostrato che la deforestazione intensiva delle aree circostanti riduce significativamente il numero di specie vulnerabili nelle doline, diminuendo la loro capacità di fungere da rifugi per le specie adattate al fresco.


La Briologia e la Lichenicoltura dei Baratri: Oltre le Fanerogame

La speleobotanica non si limita alle piante con fiori. Le pareti dei baratri carsici e degli ingressi di grotta ospitano comunità di briofite (muschi ed epatiche) di straordinario interesse, alcune delle quali non trovano ambienti adatti al di fuori di queste nicchie criptiche.

Tra le briofite tipiche degli ambienti dolinari e degli ingressi di grotta si ricordano:

  • Thamnium alopecurum (muschio a volpe)
  • Marchantia polymorpha (epatica comune)
  • Conocephalum conicum (epatica a cono)

Le lichen sono invece rappresentate negli ambienti rupestri carsici da numerose specie crittogamiche specializzate che, in Italia, sono oggetto di notulae floristiche pubblicate annualmente su riviste come Italian Botanist. La conservazione di queste comunità crittogamiche dipende dalla disponibilità di superfici rocciose umide e ombreggiate — condizioni strutturalmente fornite dagli ambienti dolinari.


La Lampenflora: Flora Indotta dall’Uomo nelle Grotte Turistiche

Un fenomeno speculare — la creazione di vegetazione in ambienti che ne sarebbero naturalmente privi — avviene nelle grotte turistiche attrezzate con illuminazione artificiale. L’installazione di luci crea condizioni di fotosintesi sufficienti per la crescita di alghe, cianobatteri e diatomee sulle pareti: la cosiddetta lampenflora.

Uno studio sulle grotte del Nord-Ovest italiano ha identificato tre gruppi principali di microrganismi che compongono la lampenflora (diatomee, cianobatteri e alghe verdi) e ha analizzato come i diversi parametri ambientali (intensità luminosa, temperatura, umidità) ne influenzino differenzialmente la crescita. La lampenflora costituisce un problema per la conservazione delle grotte, poiché altera l’aspetto estetico dei concrezionamenti e può contribuire al degrado chimico delle superfici. Paradossalmente, essa dimostra che, in presenza di sufficiente energia luminosa, anche gli ambienti più estremi possono essere colonizzati dalla vita vegetale.


Il Profilo Botanico dei Baratri Carsici: Caso Studio del Carso Triestino

Il lavoro pubblicato dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan (2009) sul profilo botanico-vegetazionale dell’Abisso Bonetti nel Carso Goriziano rappresenta un caso studio emblematico della speleobotanica italiana. L’area è descritta come un territorio di transizione fra il Carso e l’entroterra prealpino, con comunità vegetali fortemente influenzate dall’esposizione, dalla profondità e dalla geometria delle voragini. Lo studio evidenzia come solo alcune voragini — quelle con ampie aperture, pozzi profondi e carattere decisamente “baratroide” — raggiungano dimensioni e condizioni tali da assumere rilevanza speleobotanica significativa.

Il Carso Triestino, con oltre 2.000 specie di piante vascolari, è considerato uno dei più ricchi serbatoi di biodiversità dell’Italia, dove molte piante di origine balcanica o orientale trovano le uniche stazioni in territorio italiano. Alcune di queste specie — come la cinquefoglia di Tommasini (Potentilla tommasiniana) e la genziana triestina (Gentiana verna subsp. tergestina) — vivono nelle lande carsiche, in condizioni di aridità estrema, mentre nelle doline troviamo le loro antitesi ecologiche: le specie mesofile e freddo-adattate dell’Asaro-Carpinetum.


Stato della Ricerca e Prospettive

Nonostante decenni di studi, la speleobotanica delle doline rimane un campo relativamente inesplorato rispetto alla biospeleologia animale. I principali ambiti di ricerca attiva comprendono:

1. Quantificazione del ruolo microrefugiale delle doline — Con gli strumenti della bioclimatologia e della modellistica della distribuzione delle specie (SDM), i ricercatori cercano di prevedere quali doline diventeranno i refugia più importanti sotto diversi scenari di cambiamento climatico.

2. Scoperta di nuove specie nelle tiankeng tropicali — Le grandi doline delle regioni carsiche tropicali (Cina, Messico, Papua Nuova Guinea) sono ancora in gran parte inesplorate biologicamente. Ogni spedizione può portare alla scoperta di specie vegetali nuove per la scienza.

3. Effetti del disturbo antropico — La deforestazione, l’agricoltura intensiva e l’abbandono del pascolamento stanno modificando la vegetazione delle doline in modi ancora non completamente compresi. Alcune doline del Carso storico, usate per secoli come orti o campi, stanno ricostituendo la vegetazione naturale, offrendo preziose opportunità per lo studio della ricolonizzazione.

4. Conservazione delle specie strettamente dolinicole — Per specie come Horstrissea dolinicola, con popolazioni contate in decine di individui, sono stati avviati programmi urgenti di conservazione ex situ (banche del seme), reinforzo in situ e protezione legale degli habitat.


Conclusione: Le Doline come Portali del Tempo

Le doline non sono semplici depressioni nel paesaggio carsico. Sono portali del tempo biologico: capaci di portare nel presente la flora dell’era glaciale, di isolare specie in evoluzione silenziosa per millenni, di custodire biodiversità vegetale che l’intero pianeta avrebbe altrimenti perduto. La foresta che cresce nel loro fondo non è una curiosità estetica — è un archivio vivente della storia evolutiva della Terra.

La speleobotanica ha il compito di leggere questo archivio, e la sua urgenza cresce con il cambiamento climatico: mentre le temperature di superficie si alzano, i fondi di dolina rimangono isole di freddo — rifugi sempre più preziosi, sempre più fragili, per una biodiversità vegetale sempre più sotto pressione. Comprendere questi ambienti significa non solo soddisfare la curiosità scientifica, ma anche identificare i luoghi in cui la natura stessa ha già sviluppato, nel corso di milioni di anni, la sua strategia di sopravvivenza.

Fonti
[1] Incontro La Venta Grotte di quarzo dei tepui – Scintilena https://www.scintilena.com/incontro-la-venta-grotte-di-quarzo-dei-tepui-a-roma-una-conferenza-racconta-trentanni-di-esplorazioni-nello-scudo-della-guiana/03/01/
[2] Cerro Sarisariñama – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Cerro_Sarisari%C3%B1ama
[3] Sarisariñama – Wikipedia, la enciclopedia libre https://es.wikipedia.org/wiki/Sarisari%C3%B1ama
[4] Cerro Sarisariñama – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Sarisarinama
[6] Sima Humboldt – Grotta naturale a pozzo nel tepuy Sarisariñama … https://it.aroundus.com/p/9829863-sima-humboldt
[7] breve storia delle esplorazioni sui tepuy – boegan.it https://www.boegan.it/1993/01/storia-delle-esplorazioni/
[8] Carsismo, cos’è e come riesce a formare grotte, doline, stalattiti e … https://www.geopop.it/carsismo-cose-e-come-riesce-a-formare-grotte-doline-stalattiti-e-stalagmiti/
[9] Silice_Carso_classico.indd http://www.boegan.it/wp-content/uploads/2009/10/3_Merlak.pdf
[10] Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo – Scintilena https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo/02/02/
[11] Sima Humboldt – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Sima_Humboldt
[15] Sarisariñama le grandi simas del venezuela – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=y2xuI_sJfp8
[23] “Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo” in scena a … https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo-in-scena-a-bologna/06/02/
[25] Tepui, le montagne perdute: a Roma trent’anni di esplorazioni nelle … https://www.scintilena.com/tepui-le-montagne-perdute-a-roma-trentanni-di-esplorazioni-nelle-grotte-di-quarzo-dello-scudo-della-guiana/02/10/
[31] Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo, un viaggio nella speleologia amazzonica – Scintilena https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo-un-viaggio-nella-speleologia-amazzonica/05/13/
[32] Zone carsiche e Tubi di lava segnalati dall’UNESCO per diventare … https://www.scintilena.com/zone-carsiche-e-tubi-di-lava-segnalati-dallunesco-per-diventare-patrimonio-dellumanita/06/20/
[48] Dalle Caverne alla Scienza: Martel Inventò la Speleologia … https://www.scintilena.com/dalle-caverne-alla-scienza-come-martel-invento-la-speleologia-moderna/01/23/
[59] [PDF] the true identity and characteristics of simia albifrons humboldt, 1812 https://primate.socgen.ucla.edu/index.php/multivitaminic/issue/download/54/56

L'articolo Sima Humboldt: la dolina nella quarzite che ha sfidato la geologia, nascosta sulla cima di un tepui venezuelano proviene da Scintilena.

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Great Blue Hole vs Taam Ja’: la guerra dei record tra le doline sommerse che nessuno riesce a misurare davvero

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Immagine di copertina rilasciata sotto Creative Commons

Le doline marine del Mar dei Caraibi ridisegnano i confini tra speleologia e oceanografia: il Great Blue Hole del Belize ha 318 metri di diametro e 124 di profondità, ma il Taam Ja’ messicano lo supera con oltre 420 metri verso il basso — e il fondo non è ancora stato trovato.


Nel 1971 Jacques Cousteau portò la sua nave Calypso nei pressi di Lighthouse Reef, al largo del Belize, e dichiarò il Great Blue Hole uno dei migliori siti di immersione del mondo. Cinquant’anni dopo, nella Baia di Chetumal a poche centinaia di chilometri di distanza, i ricercatori hanno individuato una dolina quattro volte più profonda che i loro strumenti non riescono ancora a raggiungere. La storia dei blue hole è appena iniziata.[1][2][3][4]


Cosa sono i blue hole: doline senza cielo

Una dolina marina è una grande cavità carsica subacquea. La sua origine risale a periodi in cui il livello del mare era molto più basso, come nel Pleistocene. Il termine blue hole — letteralmente “buco blu” — descrive bene l’aspetto visivo: viste dall’alto o dalla superficie, queste cavità appaiono come cerchi di blu intenso che contrastano con le acque più chiare e basse che le circondano.[5][6]

Il meccanismo alla base è il carsismo. L’acqua dissolve le rocce calcaree, scavando nel tempo grotte, gallerie e doline. Durante le glaciazioni quaternarie, le calotte polari richiamavano a sé enormi quantità d’acqua, abbassando il livello del mare di circa 120-130 metri rispetto a oggi. In quel contesto emersero e si svilupparono cavità calcaree oggi completamente sommerse. Quando i ghiacci si sciolsero e gli oceani tornarono a salire, le grotte furono invase dall’acqua. I tetti di alcune di esse cedettero, trasformandole nelle doline marine che conosciamo.[7][8][5]

Il processo è identico a quello che genera le doline sulla terraferma. La differenza è che queste non hanno più un cielo: il loro soffitto è l’oceano.


Great Blue Hole del Belize: 318 m di diametro, 124 m di profondità e 153.000 anni di storia

Il Great Blue Hole si trova al centro dell’atollo Lighthouse Reef, a circa 70 chilometri dalla costa di Belize City. Con 318 metri di diametro e 124 metri di profondità, è la più grande dolina marina del pianeta. È visibile dallo spazio. Dall’alto appare come un cerchio quasi perfetto di blu intenso, incastonato nelle acque turchesi della barriera corallina del Belize.[7][9]

La dolina marina non è sempre stata sott’acqua. Si formò come caverna calcarea durante le glaciazioni del Quaternario. Le analisi effettuate sulle stalattiti trovate al suo interno hanno datato la loro formazione a quattro fasi distinte: circa 153.000, 66.000, 60.000 e 15.000 anni fa. Ogni fase corrisponde a un periodo glaciale in cui il livello del mare era abbassato e la grotta era emersa, asciutta, esposta all’aria. Con il ritorno delle acque dopo l’ultima glaciazione, la cavità fu sommersa e il tetto collassò.[8][10][7]

Il Great Blue Hole fa parte del Belize Barrier Reef Reserve System, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità. La barriera corallina mesoamericana che lo circonda si estende per circa mille chilometri ed è la seconda più grande del mondo.[10][7]


Le stalattiti che sfidano le leggi della fisica subacquea

Le pareti interne del Great Blue Hole presentano una serie di terrazze a profondità di 21, 49 e 91 metri. Su queste pareti sono visibili stalattiti e stalagmiti ancora intatte. È qui che la dolina marina diventa un documento geologico insostituibile.[7]

Le stalattiti e le stalagmiti possono formarsi soltanto in ambienti asciutti, per gocciolamento d’acqua ricca di carbonato di calcio. La loro presenza sotto decine di metri d’acqua salata dimostra, senza margini di dubbio, che quella cavità si trovava un tempo sulla terraferma. Le formazioni sono verticali, perfettamente orientate secondo la gravità: se si fossero formate sott’acqua, la fisica non lo consentirebbe. Sono prove dirette delle oscillazioni del livello del mare nel corso delle ere glaciali.[11][7]

Chi si immerge nel Great Blue Hole descrive un paesaggio imprevedibile: le pareti cadono perpendicolari sul fondo e sono ricoperte da stalattiti lunghe fino a 5-6 metri. I subacquei ricreativi raggiungono al massimo 40 metri di profondità. Il resto della dolina marina, i suoi livelli inferiori, rimane in gran parte inesplorato.[12][13]


Taam Ja’: il nuovo detentore del record con oltre 420 m di profondità

Il Taam Ja’ Blue Hole si trova nella parte settentrionale della Baia di Chetumal, lungo la costa sud-orientale della penisola dello Yucatán, in Messico. Il suo nome, in lingua maya, significa “acque profonde”. La dolina marina fu individuata per la prima volta da un subacqueo nel 2003, ma solo nel 2021 fu oggetto di una prima indagine scientifica formale.[1][14][15]

Nella prima esplorazione del settembre 2021, la profondità del Taam Ja’ fu stimata a 274,4 metri, il che lo rese la seconda dolina marina più profonda conosciuta allora, subito dopo il Sansha Yongle Dragon Hole cinese. Nel dicembre 2023, i ricercatori di ECOSUR (El Colegio de la Frontera Sur) tornarono sul sito con strumenti diversi. I risultati ribaltarono ogni aspettativa: le misurazioni con un profiler CTD registrarono profondità di 416 e 423,6 metri sotto il livello del mare — senza ancora raggiungere il fondo.[2][15][16]

Il Guinness dei Primati ha riconosciuto il record il 29 aprile 2024: il Taam Ja’ è la dolina marina più profonda conosciuta, con almeno 420 metri. Supera il precedente detentore cinese, il Sansha Yongle, fermo a circa 301 metri. La profondità reale, però, resta sconosciuta.[1][2]


Perché non riusciamo ancora a misurarlo: il limite degli ecoscandagli e i tunnel nascosti

Il problema principale è strumentale. Gli ecoscandagli, i sistemi sonar che normalmente mappano i fondali, impiegano onde sonore riflesse dal fondo. Nella prima esplorazione del 2021, l’ecoscandaglio indicò 274 metri come massimo rilevabile — ma stava misurando una picnocline, ovvero uno strato di separazione tra acque a densità diversa, non il fondo reale. Quando i ricercatori usarono un profiler CTD — uno strumento che scende fisicamente misurando la pressione — superarono quella soglia di 150 metri.[2][16]

Nel dicembre 2023, il CTD raggiunse oltre 420 metri senza incontrare il fondo. La misurazione si interruppe per un problema tecnico. Nessuno sa ancora dove finisca la dolina marina.[14][2]

C’è un altro elemento che complica il quadro. Le misurazioni di temperatura hanno rilevato un’anomalia significativa: oltre i 400 metri, la temperatura aumenta di circa 4 gradi Celsius — insolito per acque a quella profondità. Una delle ipotesi dei ricercatori è che il Taam Ja’ sia collegato con il Mar dei Caraibi attraverso gallerie e condotti sotterranei. Funzionerebbe come la radice di un sistema idrogeologico più vasto, distinto dai sistemi carsici di Tulum e Cancún ma parte della stessa piattaforma calcarea della Penisola dello Yucatán. Nei pressi del Taam Ja’ sono state identificate due zone di frattura: una settentrionale, ricca di strutture orizzontali tipiche dei cenote, e una meridionale, con strutture verticali come quella del blue hole stesso.[17][18]


Dove si incontrano speleologia e oceanografia: le sfide tecniche delle esplorazioni in blue hole

I blue hole occupano una posizione di confine tra due discipline. Da un lato sono fenomeni carsici, doline formate da processi identici a quelli delle grotte terrestri. Dall’altro sono ambienti oceanici, raggiungibili solo con tecniche subacquee avanzate. Gli speleologi conoscono la geologia, la morfologia delle cavità, i meccanismi di formazione. Gli oceanografi conoscono le correnti, la pressione, la chimica dell’acqua salata. Nessuna delle due discipline, da sola, è sufficiente.[5]

Le sfide tecniche sono molteplici. Scendere oltre i 40 metri richiede miscele di gas speciali per evitare la narcosi da azoto. A maggiori profondità entrano in gioco l’ossigeno tossico e i tempi di decompressione, che possono allungare un’immersione di ore. Nelle cavità sommerse si aggiunge il buio totale, l’assenza di segnale GPS e la necessità di portare con sé tutta l’aria per il ritorno. La spedizione “Edges of Earth” che ha effettuato una delle prime immersioni nel Taam Ja’ ha incontrato condizioni estreme già a 30 metri, con una visibilità che variava drasticamente con la profondità.[17][19]

Per quanto riguarda la misurazione strumentale, la dolina marina del Taam Ja’ ha dimostrato i limiti degli ecoscandagli in ambienti con strati d’acqua a densità molto diverse. L’unica via per conoscere la profondità reale rimane quella di scendere fisicamente, con strumenti ad alta pressione, in condizioni che la tecnologia attuale rende ancora difficilmente gestibili. Per ora, il fondo del Taam Ja’ rimane dove si trova: nell’oscurità, a una profondità che i numeri non riescono ancora a fissare.[2][20]


Taam Ja’ — Il Blue Hole Più Profondo del Mondo

“Taam Ja’: il nuovo detentore del record con oltre 420 m di profondità”

Si tratta del titolo di un articolo di speleologia/oceanografia che annuncia il primato mondiale del Taam Ja’ Blue Hole, la dolina sottomarina più profonda conosciuta al mondo.


1. Cos’è il Taam Ja’ Blue Hole?

Il Taam Ja’ (in lingua Maya: “acqua profonda”) è una dolina sottomarina situata nella Baia di Chetumal, lungo la costa sud-orientale della Penisola dello Yucatán, in Messico, al confine con il Belize. La struttura è circolare, con un’apertura di circa 152 metri di diametro e una superficie di circa 13.700 m². Non è visibile dall’alto, né con droni, perché le acque torbide e agitate della baia lo camuffano completamente.[1][2][3][4]

Fu scoperto per caso nel 2003 da un pescatore locale il cui padre, subacqueo, stava inseguendo una cernia rossa che era finita nel buco. Rimase segreto per quasi vent’anni, finché nel 2021 il figlio del pescatore collaborò con lo scienziato marino Juan Carlos Alcérreca-Huerta del Colegio de la Frontera Sur (ECOSUR), che avviò le prime misurazioni ufficiali.[2][5]


2. La Scoperta del Record

Cronologia delle misurazioni

Anno Metodo Profondità rilevata Posizione nella classifica 2021 Ecoscandaglio (echo sounder) ~274 m 2° blue hole più profondo del mondo [6] 2023 CTD Profiler SWiFT (Valeport UK) >420 m (fondo non raggiunto) 1° blue hole più profondo del mondo [7][2]

Il 6 e 13 dicembre 2023, i ricercatori dell’ECOSUR hanno condotto una spedizione subacquea con un profilatore CTD SWiFT (Valeport UK) e hanno misurato 416,0 m e poi 423,6 m di profondità, senza tuttavia raggiungere il fondo. Il Guinness World Records ha ufficialmente riconosciuto il primato.[2][7]

Confronto con altri Blue Holes nel mondo

Taam Ja’ Messico (Baia di Chetumal) >420 m

Sansha Yongle (Dragon Hole) Mar Cinese Meridionale ~301 m

Dean’s Blue Hole Bahamas ~202 m

Dahab Blue Hole Egitto ~130 m

Great Blue Hole Belize ~124–125 m


3. Perché Non Riusciamo Ancora a Misurarlo: Il Limite degli Ecoscandagli

Come funziona un ecoscandaglio

Un ecoscandaglio (o echo sounder) misura la profondità emettendo un impulso ultrasonico verso il basso: il segnale rimbalza sul fondo e torna al ricevitore, e la profondità è calcolata come: [ \text{Profondità} = \frac{\text{Velocità del suono} \times \text{Tempo}}{2} ] La velocità del suono in acqua è circa 1.500 m/s. Sembra semplice, ma nei blue hole questo metodo incontra ostacoli enormi.[9]

I 4 limiti tecnici principali nei Blue Holes

1. Gradienti di densità verticale (picnoclini)
Nei blue holes si formano strati d’acqua con densità diverse — chiamati picnoclini — che si comportano come barriere acustiche. Il suono emesso dall’ecoscandaglio viene riflesso o deviato da questi strati prima di raggiungere il fondo reale. Nel Taam Ja’, sono stati identificati ben 4 picnoclini a circa 4,6 m, 246,1 m, 323,3 m e 414,5 m di profondità. Il secondo picnoclino — a 246 m — ha ingannato il sonar nel 2021, restituendo una profondità falsa di 274 m.[7][10]

2. Morfologia non strettamente verticale
Il Taam Ja’ non è un cilindro perfettamente dritto. Le sue pareti si inclinano fino a 80° di pendenza e si allargano o si deformano in profondità. Le onde sonore di un ecoscandaglio si diffondono in un cono: se le pareti o il fondo del blue hole deviano dalla verticale, il segnale viene riflesso lateralmente e il dispositivo legge una profondità sbagliata. I dati CTD del 2023 hanno confermato che il profiler scendeva con un’inclinazione di circa 32–34° rispetto alla verticale, a causa della geometria interna della cavità o delle correnti sotterranee.[4][10][7]

3. Dipendenza dalla frequenza e limite di portata
Gli ecoscandagli ad alta frequenza (100–200 kHz) sono precisi ma penetrano poco in profondità; quelli a bassa frequenza raggiungono profondità maggiori ma con risoluzione peggiore. In ambienti complessi come un blue hole con strati d’acqua anomali, nessuna frequenza è ottimale. I sistemi ad alta frequenza vengono assorbiti prima di raggiungere il fondo; quelli a bassa frequenza rimbalzano sui picnoclini.[9][10]

4. Variazioni di sezione e deviazioni morfometriche
Nei blue holes, la sezione trasversale cambia con la profondità: si può allargare in camere laterali o restringersi in cunicoli. L’eco torna da superfici diverse (pareti, sporgenze, sedimenti), generando segnali multipli sovrapposti che confondono l’algoritmo dello strumento. Il Taam Ja’, con le sue pareti ricoperte di biofilm, roccia calcarea e formazioni speleotematiche, è un ambiente acusticamente caotico.[10][11][7]


4. La Soluzione: Il Profilatore CTD

Il CTD profiler (Conductivity, Temperature, Depth) misura la profondità in modo diretto tramite la pressione dell’acqua (non acusticamente), registrando in tempo reale anche temperatura e salinità. Lo strumento viene calato fisicamente nell’acqua con un cavo, fino al limite tecnico supportato dallo strumento.[6][7]

Nel 2021, i CTD usati erano limitati a 200 m di profondità per non danneggiare lo strumento. Nel 2023, con un SWiFT CTD Profiler dotato di ~500 m di cavo, si è raggiunta la profondità record di 423,6 m — ma il cavo si è inclinato di 32° e il fondo non è stato ancora toccato.[7]

Perché il CTD è superiore all’ecoscandaglio nei blue holes

Caratteristica Ecoscandaglio CTD Profiler Principio Acustico (indiretto) Pressione (diretto) Problemi con picnoclini Grave (riflessione del suono) Nessuno Problemi con morfologia obliqua Grave (segnale deviato) Minore (devia il cavo) Risoluzione 3D Alta (copertura spaziale) Bassa (solo punto per punto) Limite profondità Teoricamente alto, ma non accurato in blue holes Dipende dalla lunghezza del cavo


5. I Tunnel Nascosti: Il Collegamento con l’Oceano

La scoperta più sorprendente del 2023 non riguarda solo la profondità, ma la composizione chimica dell’acqua. Al di sotto dei 400 m, il CTD ha rilevato uno strato con temperatura e salinità quasi identiche a quelle delle acque del Mar dei Caraibi e delle lagune della barriera corallina mesoamericana.[7][12]

Questo è un indizio fortissimo: il Taam Ja’ potrebbe essere collegato all’oceano aperto attraverso una rete di tunnel e grotte sotterranee. La Penisola dello Yucatán è del resto già nota per ospitare il sistema di grotte sommerse più esteso del mondo (Sac Actun), formato da glacio-eustatismo durante le ere glaciali. La connessione ipotetica con la frattura del Rio Hondo Fault Zone suggerisce che i tunnel possano estendersi per chilometri.[4][12][13][14][7]

Meccanismi idrologi ipotizzati

  • Effetto Venturi: l’acqua marina entra dai tunnel a pressione, aumentando salinità e temperatura in profondità[7]
  • Gradiente idrostatico: se la pressione dell’acqua marina è maggiore di quella dolce superficiale, l’oceano “ricarica” il blue hole dal basso[7]
  • Attività geotermica: in analogia con l’acquifero Floridiano, potrebbe esistere un riscaldamento geotermico delle acque profonde che le fa risalire[7]

6. Tecnologie Future per Esplorare il Fondo

Per risolvere il mistero della profondità reale del Taam Ja’, i ricercatori dell’ECOSUR e la comunità speleologica internazionale indicano la necessità di combinare più tecnologie:[7][15]

  • ROV e AUV (veicoli sottomarini autonomi o teleguidati) per navigare nei tunnel obliqui, come già sperimentato nella grotta Shulgan-Tash negli Urali[15]
  • Sonar multibeam per mappe 3D ad alta risoluzione[9]
  • CTD profiler con cavi più lunghi (>500 m) e a prova di inclinazione
  • LiDAR e fotogrammetria subacquea per la mappatura delle pareti[16]

? Concetti Chiave — Flashcard di Studio

Blue Hole Dolina sottomarina a forma cilindrica, formata per dissoluzione carsica del calcare in periodi glaciali [17]

Taam Ja’ Il blue hole più profondo conosciuto: >420 m, Baia di Chetumal, Messico [2]

Ecoscandaglio Strumento sonar che misura la profondità acusticamente, indiretto e limitato nei blue holes [18][9]

CTD Profiler Dispositivo diretto che misura profondità (pressione), temperatura e conducibilità [7]

Picnoclino Strato di discontinuità della densità dell’acqua che riflette le onde sonore [7]

Sistema carsico Complesso di grotte e tunnel formati da dissoluzione del calcare [17]

Anchialine Sistema costiero con connessioni sotterranee tra acque dolci e marine [7]

ECOSUREl Colegio de la Frontera Sur, istituto di ricerca messicano autore dello studio [7]


Domande di Pratica

  1. Perché l’ecoscandaglio ha misurato 274 m nel 2021 invece dei reali >420 m?
    ? A causa del secondo picnoclino a ~246 m che ha riflesso le onde sonore[7]
  2. Quale strumento ha permesso di superare il record nel 2023 e come funziona?
    ? Il CTD SWiFT Profiler, che misura la profondità tramite pressione idrostatica diretta[7]
  3. Quale prova suggerisce la connessione del Taam Ja’ con l’oceano?
    ? Le caratteristiche di temperatura e salinità dell’acqua oltre i 400 m, simili a quelle del Mar dei Caraibi[12][7]
  4. Perché la morfologia obliqua del blue hole ostacola la misurazione?
    ? L’eco sonar viene deviato lateralmente dalle pareti inclinate; anche il cavo del CTD scende a 32-34° invece che in verticale[7]
  5. Qual è la struttura carsica più famosa vicina al Taam Ja’?
    ? Il sistema Sac Actun, il più grande sistema di grotte sommerse del mondo, nella stessa penisola[13]


Fonti principali: Frontiers in Marine Science (2024), Guinness World Records (2024), El Colegio de la Frontera Sur – ECOSUR, Scintilena.com, Wikipedia IT.

Fonti
[1] Deepest blue hole https://www.guinnessworldrecords.com/world-records/80899-deepest-blue-hole
[2] Recent records of thermohaline profiles and water depth in the … https://www.frontiersin.org/journals/marine-science/articles/10.3389/fmars.2024.1387235/full
[3] Great Blue Hole – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Great_Blue_Hole
[5] Blue Holes: Il legame tra oceani, grotte e sistemi carsici https://www.scintilena.com/blue-holes-il-legame-tra-oceani-grotte-e-sistemi-carsici/06/11/
[6] Dolina marina – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Dolina_marina
[7] Il Great Blue Hole del Belize: la dolina marina più grande del mondo … https://www.scintilena.com/il-great-blue-hole-del-belize-la-dolina-marina-piu-grande-del-mondo-nasconde-segreti-dellera-glaciale/03/10/
[8] Qual è l’origine del Great Blue Hole? Vediamo cosa sono le doline … https://www.geopop.it/cosa-sono-le-doline-marine-e-come-si-formano/
[9] Gli esperti hanno fatto scoperte inaspettate nel Great Blue Hole https://www.scienzenotizie.it/2024/10/21/gli-esperti-hanno-fatto-scoperte-inaspettate-nel-great-blue-hole-1695564
[10] Il Great Blue Hole: Meraviglia Geologica Sottomarina del Belize https://www.scintilena.com/il-grande-blue-hole-meraviglia-geologica-sottomarina/01/24/
[11] Belize, Great Blue Hole: tra stalattiti e squali – 2000 Sub Padova https://www.2000sub.org/viaggi/belize-great-blue-hole-tra-stalattiti-e-squali/
[12] Great Blue Hole: cos’è e come si è formata – Holins https://www.holins.it/great-blue-hole/
[13] Il Grande Buco Blu del Belize scoperto da Jacques Cousteau ed esplorato da suo nipote Fabien – Daily Nautica https://www.dailynautica.com/rubriche/il-grande-buco-blu-del-belize-scoperto-da-jacques-cousteau-ed-esplorato-da-suo-nipote-fabien/
[14] ll “buco blu” più profondo mai scoperto al mondo si trova in Messico https://www.geopop.it/ll-buco-blu-piu-profondo-mai-scoperto-al-mondo-si-trova-in-messico-il-taam-ja/
[15] Taam Ja’ – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Taam_Ja’
[16] First insights into an exceptionally deep blue hole in the Western Caribbean: The Taam ja’ Blue Hole https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fmars.2023.1141160/pdf
[17] Diving Taam Ja’, the world’s deepest blue hole https://oceanographicmagazine.com/features/taam-ja-diving-the-worlds-deepest-blue-hole/
[18] Il buco blu appena scoperto al largo del Messico è il … https://www.fanpage.it/innovazione/scienze/il-buco-blu-appena-scoperto-al-largo-del-messico-e-il-secondo-piu-profondo-al-mondo/
[19] Blue Hole – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Blue_Hole
[20] Esplorazione del Great Blue Hole del Belize – SBG Systems https://www.sbg-systems.com/it/case-studies/survey-great-blue-hole-ellipse-ins/

L'articolo Great Blue Hole vs Taam Ja’: la guerra dei record tra le doline sommerse che nessuno riesce a misurare davvero proviene da Scintilena.

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Xiaozhai Tiankeng: dentro la dolina più profonda del mondo, dove una foresta primordiale sopravvive nell’ombra dell’abisso

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Foto di copertina rilasciata sotto Creative Commons

Nella contea di Fengjie, in Cina, il “Pozzo Celeste” scende per 662 metri nel calcare triassico. Sul fondo, un ecosistema isolato da millenni ospita 1.285 specie vegetali e animali rari come il leopardo nebuloso. La speleologia lo ha scoperto ufficialmente solo nel 1994.


Xiaozhai Tiankeng: non una dolina carsica come le altre

Immagina di affacciarti su un abisso largo quanto sei campi da calcio affiancati e profondo come due volte la Torre Eiffel. Sul fondo, invece del buio, trovi una foresta primordiale intatta. Non è fantascienza: è Xiaozhai Tiankeng, e la maggior parte degli speleologi non ci è mai scesa.

Per capire cosa sia davvero questo luogo, occorre partire da una distinzione tecnica. Una dolina carsica classica si forma per dissoluzione lenta della roccia calcarea dall’alto, oppure per collasso localizzato di piccole cavità sotterranee. Dimensioni contenute, pareti inclinate, assenza di un corso d’acqua permanente sul fondo.[1]

Il tiankeng è qualcosa di diverso. Il termine cinese significa letteralmente pozzo celeste e fu proposto nel 2001 dalla comunità scientifica internazionale per indicare una categoria geomorfologica distinta. Per essere classificata come tiankeng, una formazione deve avere almeno 100 metri sia in larghezza sia in profondità, pareti quasi verticali su tutto il perimetro e un collegamento attivo con un fiume di grotta. Il termine non è ancora di uso corrente in tutta la letteratura scientifica: molti studi indicano ancora queste strutture come “doline da collasso” o “valli di crollo” di dimensioni eccezionali.[2][1]


Le dimensioni che definiscono la dolina più profonda del mondo

Xiaozhai Tiankeng si trova nella contea di Fengjie, municipalità di Chongqing, nel cuore dei paesaggi carsici della Cina meridionale.[1]

Le misure parlano da sole:

  • Profondità massima: 662 metri[3][1]
  • Larghezza: 626 metri, lunghezza 511 metri[1]
  • Superficie dell’apertura: circa 274.000 m²[1]
  • Volume: circa 119.349.000 m³[4][1]

Per confronto, il volume equivale a riempire circa 48.000 piscine olimpiche. La bocca del pozzo è visibile dall’alto: un ovale irregolare che interrompe la fitta vegetazione della montagna circostante. Durante le piogge intense, cascate temporanee precipitano lungo le pareti verticali fino al fondo.[4]


Come si forma una dolina da collasso carsica: la struttura a doppia caldera

La morfologia di Xiaozhai Tiankeng è il risultato di un processo durato circa 128.000 anni. Non si tratta di un singolo evento catastrofico, ma di una sequenza di collassi progressivi di due cavità calcaree sovrapposte.[5][1]

La conca superiore ha creato una depressione profonda circa 320 metri, con bocca quasi circolare. Quella inferiore ha generato una conca più stretta, profonda 342 metri, dalla bocca rettangolare di circa 268 per 257 metri. Le due cavità sono collegate da un livello calcareo intermedio che degrada dolcemente ed è coperto da vegetazione, conferendo alla formazione il tipico profilo a “doppia ciotola”.[3][5][1]

Il meccanismo alla base è quello delle doline da collasso: l’acqua leggermente acida penetra nelle fratture del calcare, scioglie progressivamente la roccia, allarga le camere sotterranee finché il tetto cede. Nel caso di Xiaozhai Tiankeng, questo processo è stato amplificato e mantenuto attivo dalla presenza di un fiume sotterraneo che, nel tempo, ha continuato a rimuovere i detriti di crollo, impedendo il riempimento della cavità.[6][7][2][1]


Un ecosistema isolato: la foresta sotterranea della Cina

Il fondo di Xiaozhai Tiankeng non è un deserto di roccia. È un ecosistema praticamente isolato dal mondo esterno per migliaia di anni.[1]

Le ricerche biologiche condotte all’interno della formazione hanno censito 1.285 specie di piante appartenenti a 224 famiglie. Tra queste spicca il Ginkgo biloba, considerato un “fossile vivente” per le sue origini risalenti a circa 250 milioni di anni fa nel Permiano.[8][4][1]

La fauna è altrettanto significativa. Il leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa), specie classificata come vulnerabile, frequenta questo ambiente protetto. Sono stati documentati anche il rinopiteco dorato e il fagiano dorato, entrambi rari.[9][6][1]

Le condizioni microclimatiche interne favoriscono questa biodiversità: temperatura stabile, elevata umidità, protezione dai venti, presenza costante di acqua. Il fondo riceve luce sufficiente per supportare una vegetazione densa, con alberi che raggiungono i 40 metri di altezza. Si tratta di un rifugio naturale che ha permesso la sopravvivenza di specie che altrove sono scomparse.[10][2]


Come esplorare Xiaozhai Tiankeng: accesso, parco e percorsi

La dolina è nota agli abitanti della zona da tempo immemorabile. Il nome stesso deriva dall’antico villaggio abbandonato di Xiaozhai, situato nelle vicinanze.[11][1]

La scoperta scientifica ufficiale risale al 1994, quando un gruppo di speleologi britannici appartenenti al progetto China Caves Project documentò la formazione per la comunità internazionale.[8][1]

Oggi la dolina è inserita nel Parco Nazionale Tiankeng Difeng, che comprende l’intera area carsica della contea di Fengjie. Per raggiungere il fondo è stata costruita una scalinata di 2.800 gradini, che consente ai visitatori di scendere lungo le pareti e camminare sul fondovalle attraverso percorsi attrezzati. La discesa è impegnativa e richiede buone condizioni fisiche: il dislivello è considerevole e le pareti verticali rendono il percorso tecnicamente complesso anche per i turisti.[11][4][1]


Il fiume sotterraneo Difeng: la frontiera ancora aperta per gli speleologi

Sotto il fondo visibile di Xiaozhai Tiankeng scorre il sistema che ha generato l’intera struttura: la grotta Difeng. È essa che, erodendo e rimuovendo i detriti nel corso dei millenni, ha permesso ai collassi successivi di mantenersi aperti.[1]

Il fiume sotterraneo Difeng percorre circa 8,5 chilometri, con un dislivello totale di 364 metri. La portata media è di 8,77 m³/s, ma durante le piene può raggiungere i 174 m³/s. Il fiume inizia nella gola sotterranea di Tianjing e sfocia sulla scogliera verticale del fiume Migong, formando una cascata di 4 metri di altezza.[11][1]

La grotta Difeng si dirama per circa 37 chilometri, con una profondità massima di 900 metri e sezioni che variano dai 2 ai 60-70 metri di larghezza. Gran parte del sistema è ancora inesplorato. È per questo che Xiaozhai Tiankeng rappresenta per la speleologia un capitolo aperto: la formazione è accessibile, ma il sistema idrologico che la sostiene non è stato ancora completamente cartografato.[1]

Il China Caves Project ha condotto le prime esplorazioni sistematiche nel 1994. Da allora, campagne successive hanno esteso la conoscenza del sistema, ma le condizioni idrauliche estreme e la complessità della grotta rendono ogni progressione un’operazione che richiede preparazione tecnica approfondita e attrezzature specialistiche.[12][1]

Xiaozhai Tiankeng rimane, a trent’anni dalla sua scoperta scientifica, una delle formazioni carsiche più studiate e meno completamente esplorate del pianeta.


Una Foresta Primordiale nel Fondo di un Tiankeng Cinese: la Ricerca Rivela Ecosistemi Sconosciuti

La scoperta della dolina di Leye nel Guangxi apre nuovi scenari per la tutela della biodiversità carsica


Il 6 maggio 2022, un team di otto scienziati ha raggiunto il fondo di una gigantesca dolina carsica — un tiankeng — nella Contea di Leye, nella Regione Autonoma del Guangxi Zhuang, nel Sud della Cina. Lì ha trovato una foresta primordiale intatta, con alberi alti quasi quaranta metri e specie vegetali mai documentate. La notizia, tornata recentemente a circolare sui social media, merita di essere esaminata alla luce dei risultati accumulati dalla ricerca scientifica negli anni successivi.


Tiankeng: la dolina carsica gigante che preserva ecosistemi primordiali

La dolina si trova vicino al villaggio di Ping’e, nella township di Luoxi. Misura circa 306 metri di lunghezza, 150 metri di larghezza e 192 metri di profondità, per un volume superiore a cinque milioni di metri cubi. Per queste dimensioni è classificata come large tiankeng, la categoria più grande nella tassonomia delle doline carsiche. A guidare la spedizione sono stati Chen Lixin, fondatore del Guangxi 702 Cave Expedition Club, e Zhang Yuanhai, ingegnere senior dell’Institute of Karst Geology del China Geological Survey. La dolina era stata individuata in precedenza nelle immagini satellitari da Hongying Wu, soprannominato “Crow”.[1][2][3]

Il termine tiankeng (??) deriva dai caratteri cinesi per “cielo” e “fossa”. Per essere classificata come tale, una dolina deve avere profondità e larghezza entrambe superiori a cento metri, pareti quasi verticali e un collegamento storico con un corso d’acqua sotterraneo. La Cina ospita circa duecento dei trecento tiankeng conosciuti nel mondo. Nella sola Contea di Leye ne sono stati censiti trenta.[2][4][5][6][7][1]


La discesa nel fondo: foresta vergine e tre possibili grotte

Per raggiungere il fondo, il team ha percorso in corda oltre cento metri di pareti verticali. Poi ha avanzato per ore attraverso una foresta primordiale mai perturbata dall’attività umana. Gli esploratori hanno trovato alberi di quasi quaranta metri di altezza, una vegetazione densa che arrivava alle spalle e distese di piantaggine selvatica. Hanno rilevato anche una rara specie di bambù quadrato con spine di due-tre centimetri sui nodi. Sulle pareti della cavità sono state individuate tre aperture di grotta, interpretate come ingressi al sistema carsico sotterraneo che, con successivi crolli, ha dato origine al tiankeng.[8][9][2]

L’isolamento millenario rende plausibile la presenza di specie animali e vegetali sconosciute alla scienza. Lo ha dichiarato sia Chen Lixin sia George Veni, idrogeologo e già direttore esecutivo del National Cave and Karst Research Institute (NCKRI) negli Stati Uniti. Veni ha aggiunto un’osservazione rilevante sul piano ambientale: le falde acquifere carsiche forniscono la fonte d’acqua primaria o unica per settecento milioni di persone nel mondo, ma sono facilmente inquinabili perché l’acqua vi scorre senza filtrazione naturale.[10][11][12]


Ecosistema autosufficiente: il meccanismo del tiankeng

Il fondo del tiankeng crea condizioni eccezionali. C’è luce sufficiente per la fotosintesi, filtrata dall’apertura sommitale. La materia organica in decomposizione fornisce nutrienti in continuazione. L’acqua non manca: il carsismo è per definizione un sistema acquifero. La temperatura è elevata e l’umidità è costante. All’interno si verifica una inversione termica: la temperatura aumenta dalla superficie verso il fondo, al contrario di quanto accade sui versanti montani. Questo fenomeno favorisce lo sviluppo di una biodiversità tropicale stabile.[2]

La dolina funziona come un ecosistema chiuso, simile a un grande giardino in bottiglia: la foresta primordiale ricicla autonomamente nutrienti e ossigeno, senza alcun intervento esterno.[2]


Specie credute estinte riemergono dai tiankeng

Il caso della dolina di Leye non è il primo. Nella Provincia dello Yunnan, nel settembre 2021, il botanico Zhang Ting del Kunming Institute of Botany ha scoperto in un tiankeng vicino a Mengzi due specie considerate estinte da oltre un secolo:[13]

  • Petrocosmea grandiflora, descritta nel 1895 dal botanico William Hensley e non documentata per 126 anni
  • Elaeagnus bambusetorum, raccolta per l’ultima volta nel 1915 e poi assente dai registri scientifici per 106 anni[14]

Nel giugno 2025, scienziati cinesi hanno completato la reintroduzione di oltre quattrocento plantule di Petrocosmea grandiflora nel tiankeng di Mengzi, coltivate in laboratorio tramite coltura tissutale. Le piantine sono state posizionate sulle pareti rocciose con l’uso di imbragature da arrampicata. È uno dei primi interventi di restauro ecologico diretto condotti all’interno di un tiankeng.[15]


Ricerca accademica: risultati dal 2022 al 2025

Negli anni successivi alla scoperta di Leye, diversi studi scientifici hanno approfondito le caratteristiche biologiche dei tiankeng:

Funghi e nuove specie (2022): Nel tiankeng “Monkey-Ear” del Guangxi sono state identificate otto nuove specie di funghi del tipo Cordyceps-like, nei generi Akanthomyces, Beauveria, Cordyceps e Samsoniella, oltre a sette specie già note.[16]

Microbioma del suolo (2023): Uno studio pubblicato su Microbiology Spectrum ha rilevato che la diversità microbica del suolo è significativamente più alta dentro i tiankeng rispetto all’esterno. All’esterno, le comunità batteriche includono geni legati a malattie infettive umane, prodotto del disturbo antropico; all’interno, questi sono assenti.[17]

DNA antico preservato (2024): Uno studio sulla rivista Forests, basato sulla tecnologia di sequenziamento Hyper-seq, ha analizzato la diversità genetica della Manglietia aromatica, un albero della famiglia delle Magnoliaceae quasi estinto in superficie. Le popolazioni all’interno dei tiankeng mostrano una diversità genetica notevolmente più elevata rispetto agli esemplari di superficie. Il DNA conservato risale all’era dei dinosauri.[6][18]

Strategie ecologiche (2023): Uno studio pubblicato su Ecological Indicators ha quantificato che le specie uniche presenti esclusivamente nei tiankeng sono tra il 10,87% e il 17,98% in più rispetto alle foreste carsiche vicine di superficie.[19]

Microdiversità fungina come rifugio (2025): Uno studio su Land Degradation & Development ha confermato che i tiankeng carsici ospitano comunità microbiche abbondanti e diversificate, consolidando il ruolo di queste formazioni come rifugi attivi di microdiversità.[20]


Leye-Fengshan: il geoparco UNESCO tra i tiankeng più grandi della Cina

La Contea di Leye appartiene al Leye-Fengshan Global Geopark, inserito nella rete UNESCO nel 2010. Il parco è formato per oltre il sessanta per cento da rocce carbonatiche devoniane e permiane, ospita due grandi fiumi sotterranei, ponti naturali e alcune delle camere di grotta più grandi conosciute. È meta di spedizioni internazionali. Nel 2017 vi hanno partecipato anche speleologi italiani.[21][22][2]

La dolina esplorata nel 2022 non è la più grande del mondo. Il primato spetta allo Xiaozhai Tiankeng, sempre in Cina, con 626 m di lunghezza, 537 m di larghezza e 662 m di profondità. Fu esplorato nel 1994 dagli speleologi britannici nell’ambito del China Caves Project e ospita oltre milleduecento specie vegetali e animali.[2]


Minacce e prospettive: turismo e politiche di tutela

Nel novembre 2024 la BBC ha documentato come il boom del turismo stia mettendo sotto pressione i tiankeng cinesi. L’aumento delle visite e la costruzione di infrastrutture rischiano di alterare questi ecosistemi fragili. Il Dashiwei Tiankeng nel Leye-Fengshan Geopark è già meta di turismo di massa, con passerelle di vetro soprannominate “Cloud Sea Skyship”.[7][23]

Sul piano politico internazionale, alla settima sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEA-7, Nairobi, dicembre 2025), è stata discussa una risoluzione dedicata agli ecosistemi carsici. Il documento, promosso dall’Indonesia, punta a riconoscere il ruolo del carsismo per l’acqua, la biodiversità e la resilienza climatica a livello globale.[24]

Il Fiume Sotterraneo Difeng: La Frontiera Ancora Aperta per gli Speleologi

Sommario

Il fiume sotterraneo Difeng scorre nelle profondità del carso di Fengjie, nella municipalità di Chongqing (Cina meridionale), scavando da millenni la spettacolare Grotta Difeng (???, Dì Fèng Dòng) e creando il sistema carsico che ha generato lo Xiaozhai Tiankeng, la dolina di crollo più profonda del mondo. Con una lunghezza accertata di circa 8,5 km, un dislivello di 364 m e una portata media annua di 8,77 m³/s (che in piena può raggiungere i 174 m³/s), questo fiume è al tempo stesso una delle menti geomorfologiche più attive del pianeta e uno dei luoghi più difficili da esplorare integralmente. Dal 1994, nonostante almeno cinque spedizioni internazionali abbiano tentato di percorrerlo da un’estremità all’altra, il tratto cruciale noto come “collegamento sotterraneo” tra La Grande Fessura (The Great Crack) e La Grande Dolina (The Great Doline) rimane inesplorato.[^1][^2][^3][^4][^5][^6]


1. Contesto Geografico e Geologico

1.1 Posizione e geologia regionale

Il sistema Difeng si trova nella Contea di Fengjie, nella Regione delle Tre Gole (Sanxia), affacciata sul Fiume Azzurro (Yangtze). L’area è dominata da rocce calcaree triassiche poste ad alta quota rispetto al livello del mare, condizione favorevole a un’intensa speleogenesi, cioè alla dissoluzione chimica del carbonato di calcio da parte delle acque superficiali leggermente acide e alla formazione di grandi condotte sotterranee. L’intero complesso rientra nel Parco Nazionale Tiankeng Difeng, che copre circa 454 km² e concentra alcune delle morfologie carsiche più spettacolari della Cina. La Cina meridionale ospita la più grande concentrazione di karst del pianeta, con circa 910.000 km² di rocce carbonatiche affioranti; la provincia di Chongqing, insieme a Guangxi e Guizhou, è il cuore di questa meraviglia geologica.[^7][^8][^9][^6]

1.2 La Gola di Tianjing e il concetto di “Difeng”

Il termine cinese Difeng (??) significa letteralmente “fessura nella terra”. La Gola di Tianjing, da cui ha origine il fiume, è una fessura carsica lunga 37 km, con pareti verticali alte oltre 900 m, larga da soli 2 m nel punto più stretto fino a 60-70 m nel punto più ampio. È la fessura carsica più lunga e più profonda del mondo finora scoperta. Il fiume scorre lungo il fondo di questa gorge prima di inabissarsi nelle viscere del carso, per riemergere alla luce del sole molto più in basso, formando una cascata alta 46 m sulle scogliere verticali del Fiume Migong.[^8][^10][^11]

1.3 Formazione e struttura del sistema

Il sistema si è formato nell’arco di circa 128.000 anni. L’acqua piovana, leggermente acida grazie alla CO? disciolta nell’atmosfera e nel suolo, si è insinuata nelle fratture del calcare triassico, ampliandole progressivamente fino a formare un’ampia cavità. Il tetto di questa immensa camera è poi collassato, dando origine alla doppia struttura a “ciotola” dello Xiaozhai Tiankeng, con una vasca superiore profonda 320 m e una vasca inferiore profonda 342 m, collegate da un ripiano detritico. Sul fondo del tiankeng scorre il fiume Difeng, visibile per un breve tratto prima di scomparire nuovamente nella grotta omonima.[^12][^3][^5][^8]


2. Lo Xiaozhai Tiankeng: Il “Pozzo Celeste” Creato dal Fiume

2.1 Record di profondità e dimensioni

Lo Xiaozhai Tiankeng è classificato come la dolina più profonda e di maggiore volume al mondo. Le sue misure principali sono:[^4][^5] Parametro Valore Lunghezza (apertura) 626 m [^1][^3] Larghezza (apertura) 537 m [^1] Profondità massima 662 m [^12][^4] Vasca superiore (profondità) 320 m [^3] Vasca inferiore (profondità) 342 m [^3] Superficie dell’apertura 274.000 m² [^3] Volume totale ~119.349.000 m³ [^1]

La scarpata è quasi verticale su tutto il perimetro, caratteristica che distingue i tiankeng dalle ordinarie doline carsiche. Circa 75 tiankeng sono stati documentati nel mondo, e più di 50 si trovano in Cina.[^13][^8]

2.2 Il ruolo del fiume nella creazione del tiankeng

Il tiankeng non sarebbe mai nato senza il fiume sotterraneo: è proprio la potenza idraulica del Difeng ad aver continuamente rimosso i detriti dei crolli successivi, impedendo il riempimento della cavità e favorendo l’ulteriore approfondimento della dolina. Senza questo continuo smaltimento dei materiali franati, la grande voragine si sarebbe lentamente colmata e il paesaggio attuale non esisterebbe. Il fiume costituisce quindi il motore geomorfologico del sistema, e il suo studio è essenziale per capire l’evoluzione del tiankeng stesso.[^3][^1]


3. Il Fiume Sotterraneo: Dati Idrologici e Caratteristiche

3.1 Percorso e idrogeologia

Il fiume sotterraneo del sistema Difeng ha le seguenti caratteristiche quantificate dagli esploratori del China Caves Project:

  • Lunghezza totale del percorso sotterraneo: ~8,5 km[^2][^1]
  • Dislivello totale percorso: 364 m[^1][^4]
  • Portata media annua: 8,77 m³/s[^1]
  • Portata massima in piena: fino a 174 m³/s[^1]
  • Cascata di uscita: 46 m sul Fiume Migong[^2][^8]

Il fiume ha il suo punto di ingresso nel carso nella Gola di Tianjing e riemerge a valle sul Fiume Migong, già tributario del grande Yangtze. Per gran parte del suo percorso, l’acqua scorre al fondo di gallerie anguste, in condizioni di piena parziale o totale, il che rende l’esplorazione estremamente pericolosa. Esiste anche un impianto idroelettrico che ha deviato una parte delle acque, riducendo la portata visibile nel punto d’ingresso della grotta rispetto a quanto osservato nelle prime esplorazioni.[^12][^4][^1]

3.2 Stagionalità e dinamiche di piena

Uno degli ostacoli principali all’esplorazione è la fortissima stagionalità del regime idrologico. Il monitoraggio dei flussi rivela aumenti improvvisi e violenti della portata in coincidenza con il monsone estivo. Nelle settimane di massima precipitazione, il fiume può ingrossarsi di oltre 20 volte rispetto alla portata media, trasformando le gallerie in condotte forzate con correnti insostenibili per i subacquei. Anche nella stagione secca, le dimensioni e la velocità del flusso rendono l’avanzamento quasi impossibile per lunghi tratti. Questa variabilità estrema è la ragione principale per cui, nonostante decenni di tentativi, il percorso integrale del fiume non è ancora stato portato a termine.[^5][^6][^8]


4. Storia delle Esplorazioni Speleologiche

4.1 La scoperta del 1994: il China Caves Project

Lo Xiaozhai Tiankeng era notissimo agli abitanti locali da secoli, ma il suo riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale avvenne soltanto nel 1994. In quell’anno, una squadra di speleologi britannici della Royal Geographical Society, impegnata nella ricerca di nuovi obiettivi per il China Caves Project (progetto fondato nel 1985 da Andy Eavis e Tony Waltham in collaborazione con l’Istituto di Geologia Carsica di Guilin), individuò la dolina nei pressi di Xin Long, nella Contea di Fengjie. Erano partiti alla ricerca di nuovi siti di esplorazione nell’immenso carsismo cinese, e si trovarono di fronte alla formazione più grande di questo tipo mai censita. Nella stessa spedizione del 1994, il fiume e la Grotta Difeng furono parzialmente esplorati e mappati, aprendo una stagione di ricerca che proseguirebbe per decenni.[^14][^4][^5][^2][^1]

4.2 Le spedizioni successive (1996–2002)

Negli anni successivi il China Caves Project tornò più volte nella Contea di Fengjie, concentrandosi sul sistema “The Great Crack / The Great Doline” (La Grande Fessura / La Grande Dolina), che comprende il Difeng sotterraneo come collegamento cruciale tra le due grandi morfologie di superficie:

  • 1996: La spedizione fu ostacolata da piogge torrenziali e mancanza di attrezzatura; furono comunque esplorati tratti aggiuntivi della galleria di risorgenza Tau Yuan He Dong.[^6]
  • 1997: I livelli d’acqua elevati impedirono nuovamente ogni progresso significativo nella grotta.[^6]
  • 1999: Nonostante le condizioni difficili, questa spedizione riuscì a esplorare completamente la superficie della Grande Fessura (10 km di rilievo topografico), sia a monte dalla Grande Dolina che a valle dall’estremità superficiale della gorge.[^6]
  • 2002: Una squadra tornò specificamente ad “attaccare” il Di Feng sotterraneo, il collegamento ipogeo tra la Grande Fessura e la Grande Dolina. Le piogge persistenti impedirono ancora una volta ogni avanzamento. Frustrati dai ripetuti insuccessi, alcuni componenti del gruppo si spostarono nella Contea di Wulong, dove portarono alla luce la profondità record di -920 m nella grotta Qikeng Dong.[^6]

4.3 I cinque tentativi falliti

Secondo fonti di stampa anglosassoni autorevoli, speleologi internazionali hanno tentato almeno cinque volte nell’arco di un decennio di percorrere il fiume dall’inizio alla fine. Ogni volta, le spedizioni sono state costrette a ritirarsi di fronte alla potenza del torrente, all’improvviso innalzamento del livello dell’acqua e ai rischi per la sicurezza nelle gallerie allagate. Il giornale China National Geography, commentando questa situazione, scrisse: “La grotta rimane un mistero, in attesa di nuovi esploratori”.[^15][^5]

4.4 Spedizioni in corso e programmi futuri

Dopo il 2002, il China Caves Project pianificò una nuova spedizione risolutiva per completare l’esplorazione del tratto Difeng e pubblicare un resoconto complessivo di tutte le esplorazioni dell’area di Xin Long dagli anni ’90 in poi. Non risulta tuttavia da fonti pubbliche disponibili che tale esplorazione sia stata completata. Il fiume sotterraneo Difeng rimane uno dei principali obiettivi aperti della speleologia mondiale, una delle rare frontiere geografiche ancora intatte nell’era del GPS e delle immagini satellitari.[^6]


5. Sfide e Ostacoli all’Esplorazione

5.1 Difficoltà tecniche

Le principali difficoltà tecniche che rendono il Difeng uno dei fiumi sotterranei più difficili da esplorare al mondo sono:

  • Corrente violenta: La velocità dell’acqua nelle gallerie strette supera spesso i limiti fisici di qualsiasi tecnica speleo-subacquea o di progressione su corda.[^5]
  • Repentini innalzamenti del livello: In poche ore, il fiume può trasformarsi da torrente guadabile a condotta forzata sotto pressione. Chi si trova all’interno in quel momento rischia la vita.[^6]
  • Gallerie anguste: Tratti con larghezza dell’acqua da 1 a 15 m rendono complessa la progressione con attrezzatura subacquea completa.[^15]
  • Profondità dei sifoni: Il fondo del fiume sotterraneo non è mai stato raggiunto in molti punti. Il China Daily riportò che “il fondo del fiume sotterraneo non è stato ancora raggiunto” anche per i tratti accessibili.[^15]
  • Scarsa visibilità: Le acque torbide cariche di sedimenti in sospensione, specialmente durante le piene, azzerano la visibilità nelle immersioni.

5.2 Difficoltà logistiche

  • Remotezza: La zona è lontana da centri urbani, con infrastrutture stradali limitate, il che rende oneroso il trasporto di tonnellate di attrezzatura subacquea e tecnica.[^16]
  • Permessi e coordinamento cinese-internazionale: Le spedizioni internazionali necessitano di accordi con le autorità cinesi e con l’Istituto di Geologia Carsica. Il China Caves Project ha sviluppato questo rapporto sin dal 1985, ma le procedure restano complesse.[^14]
  • Stagione secca limitata: La finestra meteorologica utile all’esplorazione è ristretta ai mesi di bassa portata, che in una regione a regime monsonico possono ridursi a poche settimane all’anno.
  • Impatto dell’impianto idroelettrico: Una parte del corso d’acqua è stata deviata per alimentare una centrale idroelettrica costruita a valle, alterando parzialmente i flussi originali e complicando la lettura idrologica del sistema.[^16][^12]

6. Biodiversità e Significato Ecologico

6.1 La biodiversità nel tiankeng

L’ecosistema dello Xiaozhai Tiankeng è uno degli ambienti più straordinari del pianeta. L’isolamento verticale della grande dolina ha creato un microclima unico – più umido, più caldo in inverno e più fresco in estate rispetto alla superficie circostante – che ha favorito la conservazione di specie rare e lo sviluppo di foreste primarie incontaminate. Gli scienziati hanno censito 1.285 specie di piante e animali nel tiankeng, tra cui:[^17][^18][^5][^1]

  • Il ginkgo (Ginkgo biloba), fossile vivente[^5][^1]
  • Il leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa), con una popolazione mondiale stimata inferiore ai 10.000 esemplari[^5]
  • Il Salamandrone cinese gigante (Andrias davidianus), il più grande anfibio del mondo[^19]
  • Piante endemiche delle foreste subtropicali sempreverdi a latifoglie[^20][^17]

Gli studi scientifici pubblicati su riviste peer-reviewed hanno confermato che i tiankeng svolgono una funzione essenziale come rifugi per la flora indigena nelle aree carsiche degradate dall’attività umana, conservando comunità forestali di grande valore che altrove sono andate perdute.[^20]

6.2 Le gallerie come habitat biologico

All’interno delle gallerie del Difeng, la fauna cavernicola resta in gran parte sconosciuta. Gli ambienti ipogei cinesi sono tra i più ricchi di specie endemiche al mondo, con numerose forme di vita adattate all’oscurità perenne: pesci ciechi della famiglia Cyprinidae, crostacei anfipodi, collemboli e diverse specie di invertebrati ancora non descritti dalla scienza. La difficoltà di accesso al fiume sotterraneo ha impedito campionamenti biologici sistematici, lasciando aperta la possibilità di scoprire nuove specie endemiche nelle porzioni ancora inesplorate.[^21][^22]

6.3 Importanza idrologica e per la ricerca climatica

Il sistema Difeng è fondamentale anche per la comprensione dell’idrologia carsica della Cina meridionale. I flussi del fiume sotterraneo reagiscono direttamente alle precipitazioni stagionali, rendendolo un indicatore naturale dei cicli climatici. I team internazionali che operano nell’area utilizzano sonde radar, strumentazione microclimatica e campionamenti sedimentologici per ricostruire la storia climatica della regione attraverso le datazioni isotopiche. Nella Contea di Fengjie si trovano anche importanti siti paleontologici correlati alle cavità carsiche della zona.[^23][^8]


7. Il Sistema Speleo nel Contesto del Carsismo Cinese

7.1 La Cina come regno mondiale della speleologia

La Cina ospita la più grande concentrazione di sistemi carsici del mondo. Le province di Guangxi, Guizhou e Chongqing, da sole, contengono centinaia di grotte con più di 10 km di percorso mappato. Il China Caves Project – avviato da Andy Eavis e Tony Waltham con la collaborazione cinese nel 1985 – ha costituito per trent’anni il principale strumento di esplorazione sistematica di questo patrimonio, censendo e cartografando migliaia di chilometri di gallerie. I tiankeng del carsismo cinese rappresentano una categoria geomorfologica unica al mondo, tanto che il termine stesso è stato codificato in letteratura scientifica internazionale solo nel 2005, in seguito alla formalizzazione della definizione da parte di un gruppo di esperti guidato dal Prof. Zhu Xuewen.[^24][^13][^14][^6]

7.2 Il Difeng nel panorama dei grandi fiumi sotterranei

Il Difeng non è un caso isolato: la Cina ospita oltre 2.836 fiumi ipogei, per una lunghezza teorica totale di 13.919 km. Tra i sistemi fluviali sotterranei più importanti troviamo il fiume del Dashiwei Tiankeng (Guangxi), parzialmente esplorato dal China Caves Project nel 2000-2002, e i sistemi di Shuanghe (Guizhou), la grotta più lunga dell’Asia. In tutti questi casi, il pattern si ripete: l’ingresso al fiume sotterraneo è possibile, ma percorrerlo integralmente rimane una sfida aperta. Il Difeng si distingue tuttavia per la sua combinazione di profondità, portata massima e lunghezza del tratto ancora inesplorato.[^25][^13][^6]


8. Status Attuale e Prospettive Future

8.1 Cosa manca ancora da esplorare

Alla data attuale, il nodo centrale irrisolto è il collegamento sotterraneo tra La Grande Fessura di superficie e la Grande Dolina – cioè il tratto del fiume che scorre interamente all’interno della montagna, al di sotto dello Xiaozhai Tiankeng. Nonostante cinque decenni di speleologia moderna abbiano portato alla mappatura di migliaia di chilometri di grotte cinesi, questo segmento di 8,5 km rimane uno dei rari “spazi bianchi” ancora intatti sulla mappa geografica della Terra. La sua esplorazione integrale richiederebbe:[^26][^15][^5][^6]

  • Condizioni di bassa portata eccezionalmente prolungate
  • Attrezzatura di speleosubacquea di ultimissima generazione (rebreather a circuito chiuso, propulsori subacquei)
  • Squadre di supporto logistico in più punti d’ingresso
  • Coordinamento stretto con le autorità cinesi e locali

8.2 Nuove tecnologie e strumenti emergenti

L’avanzamento tecnologico degli ultimi anni apre nuove possibilità. I rebreather a circuito chiuso hanno già rivoluzionato l’esplorazione dei sifoni lunghi in Europa (come nel caso del Timavo), consentendo autonomia molto superiore agli autorespiratori convenzionali. Strumenti di rilievo come il Cavway X1, sviluppato dallo speleologo Siwei Tian e presentato nel 2024 a conferenze internazionali, promettono rilievi topografici di precisione BCRA Grade 6 anche in condizioni difficili. La scansione 3D con LIDAR è già stata impiegata nel vicino sistema di Miao Room (Guangxi) con straordinari risultati. Applicata alle gallerie del Difeng, permetterebbe di ottenere modelli volumetrici precisi anche senza la presenza di speleologi in ogni punto.[^27][^28][^29][^30]

8.3 Implicazioni scientifiche di una futura esplorazione completa

Il completamento dell’esplorazione del Difeng avrebbe implicazioni significative su più fronti:

  • Geomorfologia: Permetterebbe di ricostruire con precisione i meccanismi di formazione dello Xiaozhai Tiankeng e di quantificare il volume di roccia dissolto nel tempo.
  • Idrologia: Fornirebbe dati sul regime di flusso interno, essenziali per la gestione delle acque sotterranee di una regione densamente popolata.
  • Biologia: Consentirebbe campionamenti sistematici della fauna cavernicola, con alta probabilità di scoperta di nuove specie endemiche.
  • Paleoclimatologia: I sedimenti delle gallerie conservano informazioni sui cambiamenti climatici degli ultimi 128.000 anni, leggibili attraverso analisi isotopiche.[^8]
  • Patrimonio: Rafforzerebbe il già significativo valore del Parco Nazionale Tiankeng Difeng come sito di eccezionale importanza geologica mondiale, candidato a futuri riconoscimenti UNESCO.[^31][^32]

9. Conservazione e Tutela

Il Parco Nazionale Tiankeng Difeng è classificato come attrazione turistica nazionale di livello 4A, con una scalinata di 2.800 gradini che permette ai visitatori di scendere sul fondo della dolina. La pressione turistica, pur incrementando la consapevolezza pubblica del sito, pone rischi di degrado dell’ecosistema straordinariamente fragile del tiankeng. Studi scientifici sulla biodiversità dei tiankeng cinesi sottolineano l’importanza critica di questi habitat come rifugi per la flora indigena in un territorio carsico largamente degredato dalle attività umane. La conservazione del fiume sotterraneo è strettamente connessa alla qualità delle acque di infiltrazione in superficie: qualsiasi forma di inquinamento nella bacino idrografico a monte si trasferirebbe rapidamente nelle gallerie del Difeng, potenzialmente annientando ecosistemi che non sono ancora stati nemmeno censiti.[^18][^7][^20]


Conclusioni

Il fiume sotterraneo Difeng rappresenta una delle ultime grandi frontiere inesplorate della speleologia mondiale. Nella sua combinazione di grandiosità geologica, eccezionale biodiversità e irrisolta sfida esplorativa, esso incarna perfettamente la tensione tra le conquiste della scienza contemporanea e i limiti che la natura impone ancora all’indagine umana. Tre decenni dopo la sua “scoperta” da parte della comunità scientifica internazionale, il tratto sotterraneo che unisce la Grande Fessura alla Grande Dolina attende ancora l’equipaggio capace di percorrerlo. Con le tecnologie emergenti di speleosubacquea, rilievo digitale e supporto remoto, quella frontiera potrebbe finalmente chiudersi – rivelando segreti geologici, biologici e climatici di importanza globale.[^5][^6]


References

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  8. World’s largest sinkhole showcases the power and beauty of nature – Near the foot of the second bowl, the Difeng cave yawns open, swallowing a crystal stream that has a…
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  4. Tiankengs in the karst of China – Speleogenesis.info is a non-profit web platform aimed to promote karst and cave studies and integrat…
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Fonti consultate

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[3] Descending Into the Lush Underworld of China’s Newly Discovered Sinkhole https://www.atlasobscura.com/articles/china-new-sinkhole-discovery
[4] I Tiankeng Cinesi: Giganteschi Portali verso Mondi … https://www.scintilena.com/i-tiankeng-cinesi-giganteschi-portali-verso-mondi-sotterranei-nascosti/08/21/
[5] Chine : un gouffre géant récemment découvert renfermerait une forêt primitive https://www.24matins.fr/chine-un-gouffre-geant-recemment-decouvert-renfermerait-une-foret-primitive-1339722
[6] Scientists Keep Finding Giant Sinkholes in China that Hide Ancient … https://thedebrief.org/scientists-keep-finding-giant-sinkholes-in-china-that-hide-ancient-forests-unknown-wildlife-and-long-lost-dna/
[7] China’s sinkholes: Tourist boom threatens ancient forests – BBC https://www.bbc.com/news/articles/c8697gqwyx6o
[8] Scientists discover an ancient forest inside a giant sinkhole in China https://www.npr.org/2022/05/20/1100459262/giant-sinkhole-china-ancient-forest
[9] What we know so far about China’s massive sinkholes https://www.scmp.com/news/china/science/article/3179427/what-we-know-so-far-about-newly-discovered-forest-massive
[10] Giant sinkhole with a forest inside found in China | Live Science https://www.livescience.com/new-sinkhole-discovered-china
[11] 2025 Spring Lecture Series: The World Below: An Introduction to Caves and Karst I SHI https://www.youtube.com/watch?v=zTRD-pq9Ux0
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[13] Two critically endangered species found in Yunnan after 100 years http://en.people.cn/n3/2021/0719/c90000-9874059.html
[14] Two critically endangered species found in Yunnan after 100 years (5) http://en.people.cn/n3/2021/0719/c90000-9874059-5.html
[15] Chinese scientists reintroduce endangered plant to native habitat in Yunnan https://www.bastillepost.com/global/article/4968385-chinese-scientists-reintroduce-endangered-plant-to-native-habitat-in-yunnan
[16] Species Diversity of Cordyceps-Like Fungi in the Tiankeng Karst Region of China https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9603550/
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[19] Effects of Tiankeng topography on ecological strategy of karst … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1470160X23008063
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[21] Leye Fengshan UNESCO Global Geopark https://www.unesco.org/en/iggp/leye-fengshan-unesco-global-geopark
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[23] Inside China’s Giant Sinkhole – The Hidden World of Dashiwei Tiankeng https://www.youtube.com/watch?v=07cio98Dnrw&vl=en-US
[24] Verso una risoluzione ONU sugli ecosistemi carsici e la … https://www.scintilena.com/verso-una-risoluzione-onu-sugli-ecosistemi-carsici-e-la-protezione-del-carsismo/12/09/


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Fonti
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[3] Xiaozhai Tiankeng: A Breathtaking Natural Wonder – Amazing … https://amazingandwonderful.com/xiaozhai-tiankeng-a-breathtaking-natural-wonder/
[5] Il ‘pozzo celeste’, ecco cosa si nasconde nella dolina più profonda al … https://www.scienzenotizie.it/2024/03/30/il-pozzo-celeste-ecco-cosa-si-nasconde-nella-dolina-piu-profonda-al-mondo-5070152
[6] Sinkhole: Quando la Terra Sprofonda – Scintilena https://www.scintilena.com/sinkhole-le-cause-delle-voragini-della-terra/10/04/
[10] Cina l’esplorazione di una gigantesca dolina rivela sul fondo una foresta primordiale e tre possibili grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/cina-lesplorazione-di-una-gigantesca-dolina-rivela-sul-fondo-una-foresta-primordiale-e-tre-possibili-grotte/05/27/
[11] Xiaozhai Tiankeng https://de.wikiup.org/wiki/Xiaozhai_Tiankeng
[12] Il Soccorso Alpino di ritorno dall’istruzione in Cina https://www.scintilena.com/il-soccorso-alpino-di-ritorno-dallistruzione-in-cina/04/08/
[18] Voragini della Terra: Cause e Impatti dei Sinkhole – Scintilena https://www.scintilena.com/voragini-della-terra-cause-e-impatti-dei-sinkhole/12/04/
[19] Doline carsiche in Valjevo–Mionica: distribuzione spaziale … https://www.scintilena.com/doline-carsiche-in-valjevo-mionica-distribuzione-spaziale-e-fattori-morfologici/08/08/
[22] In Cambogia, nuove specie emergono dal buio delle grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/in-cambogia-nuove-specie-emergono-dal-buio-delle-grotte/03/29/
[27] Xiaozhai Tiankeng: China’s Epic Sinkhole! https://kibana.briz.ua/blog/xiaozhai-tiankeng-chinas-epic-sinkhole-1767647824
[28] la classificazione dei fenomeni di sprofondamento in base alla … https://sgi.isprambiente.it/sinkholeweb/classificazione.html
[29] Dolina carsica – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Dolina_carsica
[32] Sinkholes: problemi terminologici — Italiano – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/sinkholes-e-cavita-sotterranee/sinkholes-problemi-terminologici

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Genova, l’Anatolia preclassica e Tell Afis: due sguardi sull’archeologia del Vicino Oriente

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L’Università di Genova ospita il 4 maggio prossimo, alle ore 14:30, una conferenza tra sviluppo dei templi e santuari dell’età del Ferro

Lunedì 4 maggio 2026, alle ore 14:30, l’Aula Magna dell’Università degli Studi di Genova (via Balbi 2) ospita un incontro dedicato all’archeologia del Vicino Oriente, nell’ambito delle attività della Scuola di Scienze Umanistiche, del Dottorato in Letterature e Culture Classiche e Moderne – curriculum di Antichistica – e della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici.

La conferenza mette in dialogo due prospettive complementari sullo sviluppo degli spazi sacri nel mondo antico.

  • Ad aprire sarà Stefania Mazzoni (Università di Firenze, Presidente della Fondazione OrMe), con un intervento dal titolo “Lo sviluppo del tempio nell’Anatolia preclassica”. Il contributo propone una lettura di lungo periodo dell’architettura templare anatolica, esplorandone le trasformazioni prima della codificazione classica e mettendo in evidenza continuità, innovazioni e relazioni culturali.
  • Seguirà Giuseppe Minunno (Università di Genova) con “Santuari a Tell Afis nell’età del Ferro”, un approfondimento su uno dei principali siti della Siria settentrionale. L’intervento si concentra sull’organizzazione e sulle funzioni dei complessi cultuali nel corso dell’età del Ferro, offrendo elementi utili per comprendere dinamiche religiose e territoriali nel Levante.

L’incontro si inserisce nel calendario dell’anno accademico 2025-2026 ed è un’ottima occasione di confronto tra ricerca avanzata e formazione specialistica, con attenzione agli aspetti teorici e ai dati archeologici.

Sarà possibile seguire la conferenza anche online tramite Microsoft Teams (codice: oicoy9h) per gli utenti UniGe, oppure richiedendo l’accesso via mail (fabio.negrino@unige.it) al prof. Fabio Negrino, referente dell’incontro, archeologo docente dell’Università di Genova (e speleologo).

Dove: Aula Magna dell’Università di Genova, via Balbi 2 (anche online su Teams)
Quando: lunedì 4 maggio 2026, ore 14:30
Cosa: conferenza su templi e santuari del Vicino Oriente antico con interventi di Stefania Mazzoni e Giuseppe Minunno


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Speleologia in Umbria: il Gruppo di Gualdo Tadino apre le gallerie minerarie

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Un’escursione al cuore della montagna: Cava del Ferro e Grotta della Miniera il 17 maggio 2026

Il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino organizza per domenica 17 maggio 2026 una giornata di esplorazione sotterranea nell’area di Sascupo di Rigali, in provincia di Perugia. L’evento, aperto agli appassionati, porta il nome “Percorsi dentro la terra” e prevede la visita alla Cava del Ferro e alla Grotta della Miniera, due siti di grande interesse geologico e storico-industriale lungo il Sentiero dei Minatori.


Il Sentiero dei Minatori: dal fondovalle alla Cava del Ferro

Il ritrovo è fissato per le ore 8:45 al parcheggio del supermercato Il Gala di Gualdo Tadino. Da lì, i partecipanti si sposteranno in auto fino alla località Pianelle di Sascupo di Rigali, punto di partenza del percorso.

Il cammino segue il Sentiero dei Minatori, che sale dalla quota di 700 metri fino ai 1050 metri della Cava del Ferro. Il dislivello è moderato e il sentiero è considerato facile, anche se in costante salita. Circa un’ora di cammino è sufficiente per raggiungere l’ingresso delle gallerie.


Dentro le gallerie: Cava del Ferro e Grotta della Miniera

Una volta in quota, il gruppo visiterà le Gallerie 649 della Cava del Ferro e le Gallerie di Italo della Grotta della Miniera. Le gallerie si sviluppano su un centinaio di metri complessivi. Il fondo è bagnato e la temperatura si attesta intorno agli 8°C.

Per accedere in sicurezza alle gallerie, gli organizzatori raccomandano un equipaggiamento adeguato: lampada frontale, giacchetto, indumenti che possano sporcarsi e guanti da lavoro. Pantaloni lunghi e scarpe da montagna sono indispensabili per l’intero percorso.

Dopo la visita alla Cava del Ferro e alla Grotta della Miniera, l’escursione prosegue fuori sentiero verso il Rifugio Monte Penna, posto a quota 1200 metri. Anche questo tratto richiede circa un’ora di cammino.


Al Rifugio Monte Penna: la riunione tecnica e il pranzo sociale

Alle ore 13 è prevista una “riunione tecnica” presso il Rifugio Monte Penna. All’incontro segue un momento conviviale con pranzo in quota. Il contributo è di quindici euro a persona, da versare direttamente sul posto.

Chi desidera partecipare al momento conviviale deve prenotare entro venerdì 15 maggio al numero indicato a fine articolo. La prenotazione non è necessaria per la sola escursione.


Il rientro: discesa verso Sascupo di Rigali

Nel pomeriggio, il gruppo scenderà dal Rifugio Monte Penna a Sascupo di Rigali attraverso un percorso con un dislivello di 500 metri, lungo strade e sentieri. Al termine della discesa si provvederà al recupero delle auto lasciate al mattino.

Il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino ricorda che lo svolgimento dell’evento e il percorso potranno subire modifiche in base alle condizioni meteo e alla valutazione degli accompagnatori. Ogni partecipante è responsabile per sé stesso e per eventuali minori sotto la propria tutela.


Informazioni e prenotazioni per la Cava del Ferro

Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare Peppe al numero 333 343 9751. La scadenza per la prenotazione al pranzo sociale è fissata a venerdì 15 maggio 2026.

L’iniziativa del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino si inserisce nell’attività di valorizzazione del patrimonio sotterraneo e minerario del territorio umbro, portando i partecipanti lungo un percorso che unisce escursionismo, storia locale e speleologia.

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Le acque invisibili della piana di Cassino: uno studio ridefinisce il bilancio idrogeologico regionale

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Un sistema carsico tra Lazio e Campania alimenta sorgenti con portate fino a 23.000 litri al secondo. La ricerca di Saroli, Lancia e Petitta ricostruisce i percorsi sotterranei e aggiorna le stime sulla disponibilità idrica dell’area


La piana di Cassino, crocevia delle acque sotterranee appenniniche

La piana di Cassino, bacino intermontano al confine tra Lazio e Campania, è uno dei punti di convergenza più importanti delle acque sotterranee dell’Appennino centro-meridionale. Qui i massicci carbonatici circostanti — formati da calcari e dolomie mesozoiche — raccolgono le precipitazioni, le convogliano in profondità e le restituiscono in superficie attraverso grandi sorgenti.

Le sorgenti del Gari e della Peccia sono i principali recapiti di questo sistema. Le loro portate possono raggiungere complessivamente 23.000 litri al secondo, un volume che testimonia la vastità e la complessità degli acquiferi carsici che le alimentano.


La geologia controlla il flusso: pieghe, faglie e barriere sotterranee

Uno studio pubblicato nel 2019 sull’Hydrogeology Journal da Maurizio Saroli, Marco Lancia e Marco Petitta ha ricostruito in dettaglio i meccanismi che governano questo sistema. La ricerca mostra che il percorso dell’acqua nel sottosuolo non è casuale.

La struttura tettonica dell’area — dominata da sovrascorrimenti (thrust faults), pieghe e strati a bassa permeabilità — crea una rete di corridoi e barriere invisibili che indirizza i flussi idrici su distanze di decine di chilometri. Le faglie possono aprire vie preferenziali alla circolazione idrica, oppure bloccarla del tutto quando sono riempite da materiali impermeabili. Le pieghe concentrano la fratturazione favorendo l’infiltrazione o convogliano l’acqua verso fondovalle.

Comprendere questa “geografia sotterranea” è indispensabile per stimare con precisione quanta acqua è disponibile nel sistema.


Un nuovo modello concettuale per superare le contraddizioni

Prima di questo studio, la letteratura scientifica sull’area presentava due modelli idrogeologici concorrenti: uno basato su misure di portata e dati di pozzo, l’altro derivato dall’analisi strutturale delle rocce affioranti. I due approcci davano risultati difficilmente conciliabili.

La ricerca di Saroli, Lancia e Petitta ha proposto un modello concettuale integrato, che mette insieme le evidenze quantitative con quelle strutturali. Il risultato è una ridefinizione del bilancio idrogeologico regionale: la ripartizione delle acque tra i diversi bacini e le sorgenti era stimata in modo parziale dai modelli precedenti.


Dalle montagne all’acquedotto: l’importanza strategica delle sorgenti

Le acque che emergono nella piana di Cassino non sono solo un dato scientifico. Le sorgenti del Gari e della Peccia sono collegate all’Acquedotto Campania Occidentale, che rifornisce Napoli e il suo hinterland. La gestione di queste risorse ha quindi una ricaduta diretta sulla disponibilità di acqua potabile per milioni di persone.

In Italia, gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale. La piana di Cassino rappresenta uno dei nodi più rilevanti di questo sistema.


Siccità, prelievi e cambiamento climatico: le sfide future

Lo studio non si limita a descrivere il sistema attuale. Ridefinire il bilancio idrogeologico regionale significa anche capire come le sorgenti reagirebbero a scenari futuri di siccità prolungata o di aumento dei prelievi.

Negli acquiferi carsici, la risposta alle sollecitazioni esterne è spesso non lineare. Le portate possono diminuire rapidamente durante i periodi di siccità e recuperare altrettanto velocemente dopo le piogge, ma i margini di sicurezza dipendono dalla quantità di acqua immagazzinata nel sistema profondo. Una stima errata del bilancio può portare a prelievi insostenibili e a crisi idriche difficili da prevedere.

La ricerca di Saroli, Lancia e Petitta fornisce una base più solida per affrontare queste domande, utile anche per la pianificazione delle risorse idriche in un contesto di cambiamenti climatici.


Vulnerabilità degli acquiferi carsici: un fattore da non sottovalutare

Un elemento che la ricerca sottolinea indirettamente è la vulnerabilità intrinseca degli acquiferi carsici. A differenza degli acquiferi porosi classici, nei sistemi carsici l’acqua si muove rapidamente attraverso condotti e fratture, senza subire una filtrazione efficace. Gli inquinanti possono raggiungere le sorgenti in poche ore, con conseguenze difficili da mitigare.

Per questo motivo, conoscere i percorsi del flusso sotterraneo non serve solo a quantificare la risorsa, ma anche a proteggerne la qualità, individuando le zone di ricarica più esposte e le aree da tutelare con maggiore attenzione.


L’articolo di Saroli, Lancia e Petitta (2019)

  • Inquadramento geologico della piana di Cassino come bacino intermontano appenninico con tettonica a sovrascorrimenti
  • Il sistema sorgentizio del Gari e della Peccia con portate fino a 23.000 L/s, e il suo ruolo per l’Acquedotto Campania Occidentale
  • La questione dei modelli concettuali contrapposti presenti in letteratura prima del 2019, e come lo studio li riconcilia
  • Perché pieghe, faglie e strati impermeabili funzionano sia come corridoi sia come barriere per le acque sotterranee
  • Il bilancio idrogeologico regionale e le sue implicazioni per la gestione in periodo di siccità o cambiamento climatico
  • Vulnerabilità degli acquiferi carsici e connessione con la fornitura del ~40% dell’acqua potabile italiana
  • 8 domande di autoverifica (brevi e argomentative) e flashcard di sintesi pronte per la ripetizione rapida

Guida di Studio – La Piana di Cassino: Geologia e Idrogeologia dei Grandi Acquiferi Carsici

Fonte principale: Saroli, M., Lancia, M. & Petitta, M. The geology and hydrogeology of the Cassino plain (central Apennines, Italy): redefining the regional groundwater balance. Hydrogeol J 27, 1563–1579 (2019). https://doi.org/10.1007/s10040-019-01953-w (Licenza CC BY 4.0)


1. Inquadramento geografico e geologico

La piana di Cassino è un bacino intermontano quaternario dell’Appennino centro-meridionale italiano, collocato al confine tra Lazio e Campania. È circondata da massicci carbonatici (calcari e dolomie mesozoiche) che formano bacini idrogeologici carsici di grandi dimensioni.[1][2]

La struttura geologica dell’area è dominata dalla tettonica a sovrascorrimenti (thrust tectonics) della catena appenninica, con pieghe e faglie che hanno sovrapposto diversi corpi carbonatici, creando un assetto complesso nel sottosuolo. Strati poco permeabili intercalati fungono da barriere idrogeologiche che separano e guidano i flussi sotterranei.[1]

Concetti chiave da memorizzare

TermineDefinizione
Bacino intermontanoDepressione strutturale tra rilievi montuosi, colmata da sedimenti quaternari
Sovrascorrimento (thrust)Faglia che porta rocce più antiche sopra rocce più recenti
PiegaDeformazione degli strati rocciosi in forma di anticlinale o sinclinale
Acquifero carbonaticoRoccia calcarea/dolomitica che accumula e trasmette acqua sotterranea
Strato poco permeabile (aquitard)Livello che rallenta o blocca il flusso idrico sotterraneo

2. Il sistema idrogeologico: le sorgenti del Gari e della Peccia

Le sorgenti del Gari e della Peccia sono i principali recapiti delle acque sotterranee nella piana di Cassino. Costituiscono uno dei sistemi sorgentizi più importanti d’Italia per volumi erogati.[2][1]

  • Portata totale: fino a 23.000 L/s (23 m³/s)[1]
  • Le acque provengono da acquiferi carsici montani estesi nelle aree circostanti
  • I percorsi sotterranei sono guidati da pieghe, faglie e livelli impermeabili che funzionano come corridoi e barriere nel sottosuolo[1]
  • L’area è oggetto di studi idrogeologici sin dagli anni ’70, anche per l’importanza strategica dell’Acquedotto Campania Occidentale, che alimenta Napoli e il suo hinterland[1]

Schema del percorso dell’acqua (da ricordare)

Precipitazioni ? Infiltrazione nelle rocce carbonatiche montane
     ?
Circolazione guidata da pieghe, faglie e strati impermeabili
     ?
Convergenza nella piana di Cassino (zona di recapito)
     ?
Emergenza nelle sorgenti del Gari e della Peccia (fino a 23.000 L/s)

3. Il problema del modello concettuale

Prima dello studio del 2019, in letteratura esistevano due modelli concettuali contrapposti:[1]

  1. Modello quantitativo-idrogeologico: basato su misure di portata e dati di pozzo
  2. Modello da rilevamento sul campo (fieldwork): basato sull’analisi strutturale delle rocce

Lo studio di Saroli, Lancia e Petitta ha proposto un nuovo modello concettuale che integra entrambi gli approcci, riconoscendo il ruolo fondamentale della tettonica a sovrascorrimenti nel controllare le idrostrutture (= corpi idrogeologici delimitati da barriere geologiche) e i percorsi del flusso sotterraneo.[1]

Concetto chiave per l’esame: Una singola area può avere più modelli idrogeologici concorrenti. Il progresso scientifico consiste nell’integrare dati quantitativi e strutturali per costruire un modello più accurato.


4. Perché la struttura geologica controlla il flusso idrico

Negli acquiferi carbonatici appenninici, faglie, pieghe e litologie impermeabili non sono solo caratteristiche passive: determinano attivamente dove l’acqua scorre, dove si accumula e da dove emerge.[3][1]

  • Le faglie possono creare sia condotti preferenziali (se aperte e fratturate) sia barriere (se riempite da materiale impermeabile)
  • Le pieghe anticlinali concentrano la fratturazione nella parte sommitale, favorendo la percolazione
  • Le pieghe sinclinali possono raccogliere l’acqua e convogliarla verso i fondovalle
  • I sovrascorrimenti giustappongono rocce di permeabilità diversa, creando interfacce idrogeologiche critiche[1]

Studi analoghi su altri acquiferi carbonatici appenninici confermano che la distribuzione della ricarica e la direzione del flusso dipendono in modo determinante dall’assetto strutturale.[3]


5. Bilancio idrogeologico regionale e gestione della risorsa

Il concetto di bilancio idrogeologico è centrale nello studio: si tratta di quantificare quanta acqua entra nel sistema (ricarica da pioggia e neve), quanta circola e quanta emerge nelle sorgenti.[1]

Capire la “geografia invisibile” del sottosuolo è essenziale per:

  • Stimare la disponibilità effettiva di acqua nel lungo periodo
  • Prevedere la risposta delle sorgenti a periodi di siccità prolungata
  • Valutare la sostenibilità dei prelievi per uso potabile, agricolo e industriale
  • Adattarsi ai cambiamenti climatici, che possono ridurre la ricarica degli acquiferi

La variazione delle portate sorgive in relazione ai prelievi e alla siccità è una delle questioni più urgenti per la gestione idrica in Italia, dato che gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile nazionale.[4][5]


6. Vulnerabilità e rischi degli acquiferi carsici

Gli acquiferi carsici come quelli della piana di Cassino presentano caratteristiche di vulnerabilità specifiche:

  • Scarso potere autodepurante: le sostanze inquinanti si trasferiscono rapidamente senza filtrazione efficace
  • Alta velocità di flusso: in presenza di condotti carsici, l’acqua può percorrere chilometri in poche ore
  • Bacini di alimentazione estesi: l’area di ricarica può non coincidere con la zona di emergenza, rendendo difficile la tutela

Il patrimonio idrico carsico italiano è stimato in circa 410 milioni di metri cubi/anno, un valore che rende queste risorse strategiche per l’approvvigionamento urbano di grandi centri come Roma e Napoli.[6][4]


7. Domande di autoverifica

Domande a risposta breve:

  1. Che cosa si intende per “idrostruttura” e come viene delimitata in un acquifero carsico appenninico?
  2. Perché la tettonica a sovrascorrimenti complica la ricostruzione del bilancio idrogeologico nella piana di Cassino?
  3. Quali sono le due sorgenti principali della piana di Cassino e qual è la loro portata massima complessiva?
  4. Per quale motivo esistevano due modelli concettuali contrastanti prima dello studio del 2019?
  5. Come possono le faglie funzionare sia come corridoi sia come barriere per le acque sotterranee?

Domande a risposta ampia:

  1. Spiega il percorso dell’acqua dall’infiltrazione nelle montagne circostanti alla sua emergenza nelle sorgenti della piana di Cassino, indicando i fattori geologici che lo guidano.
  2. Quali implicazioni pratiche ha la ridefinizione del bilancio idrogeologico regionale per la gestione dell’acqua potabile in un contesto di cambiamenti climatici?
  3. Confronta la vulnerabilità di un acquifero carsico con quella di un acquifero poroso classico (sabbie e ghiaie), evidenziando le differenze nella velocità di flusso e nella capacità autodepurante.

8. Flashcard di sintesi

DomandaRisposta
Portata totale sorgenti Gari + PecciaFino a 23.000 L/s
Anno dello studio Saroli et al.2019, Hydrogeology Journal
Tipo di bacinoIntermontano quaternario
Struttura tettonica dominanteSovrascorrimenti (thrust tectonics)
Principale utilizzo delle acqueAcquedotto Campania Occidentale (Napoli e hinterland)
% acqua potabile italiana da acquiferi carsici~40%
Ruolo delle faglie nei flussiSia corridoi sia barriere idrogeologiche
Motivo della complessità del modelloDue modelli contrapposti in letteratura prima del 2019

9. Connessioni con temi più ampi

Lo studio della piana di Cassino si inserisce in un quadro più ampio di ricerca sugli acquiferi carbonatici italiani:[7][2]

  • I tracciamenti idrogeologici (uso di traccianti colorati o chimici) sono strumenti fondamentali per ricostruire i percorsi sotterranei reali[8]
  • La conduttività idraulica dei mezzi carsici fratturati varia di molti ordini di grandezza e deve essere calibrata a scala locale e regionale[2]
  • Le anomalie geochimiche legate a faglie attive possono modificare la chimica delle acque sorgive, rendendo necessario un monitoraggio integrato[7]
  • I cambiamenti climatici e la siccità crescente rendono urgente la revisione dei bilanci idrogeologici per una gestione sostenibile delle risorse[9][5]

Note bibliografiche e fonti consultate

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Il ferro di cavallo maggiore urla per comunicare l’aggressività

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Le vocalizzazioni del Rhinolophus ferrumequinum rivelano pattern universali e variazioni locali: uno studio pubblicato su Animal Behaviour nel 2024 analizza i segnali acustici di aggressività graduata nelle popolazioni di ferro di cavallo maggiore, aprendo nuove prospettive per il monitoraggio acustico non invasivo dei chirotteri


Le vocalizzazioni sociali dei pipistrelli: molto più dell’ecolocalizzazione

I pipistrelli non usano la voce soltanto per orientarsi nel buio. Le loro vocalizzazioni sociali — distinte dagli impulsi di ecolocalizzazione — trasmettono informazioni complesse: identità individuale, stato emotivo, intenzioni aggressive.pmc.ncbi.nlm.nih

Il ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum) è tra le specie più studiate in Europa per questo tipo di comunicazione. La specie emette ultrasuoni a frequenza costante tra 77 e 83 kHz per l’ecolocalizzazione, ma dispone di un repertorio di chiamate sociali distinto e ben articolato. Resta aperta la domanda su quanto i segnali di aggressività siano condivisi tra popolazioni geograficamente distanti.scintilena

La ricerca sulle vocalizzazioni sociali dei chirotteri ha già documentato come le chiamate aggressive dei pipistrelli varino in base al contesto comportamentale e allo stato fisiologico del mittente. Lo studio del 2024 sposta l’attenzione su una domanda più specifica: questi segnali hanno una struttura universale, o si modificano da popolazione a popolazione?pmc.ncbi.nlm.nih


Lo studio del 2024: chiamate graduate di aggressività nel Rhinolophus ferrumequinum

La ricerca di Kangkang Zhang, Yanping Yu e Tong Liu, pubblicata su Animal Behaviour nell’aprile 2024 (vol. 210), ha analizzato le chiamate aggressive del ferro di cavallo maggiore provenienti da popolazioni geograficamente distanti.journals.biologists

Il concetto chiave è quello di chiamata graduata: un segnale acustico la cui struttura varia in modo continuo in funzione dell’intensità dell’intenzione aggressiva del mittente. Più la situazione è tesa — ad esempio quando un individuo tenta di sottrarre la posizione di roost a un altro — più le caratteristiche acustiche del richiamo cambiano in modo prevedibile e misurabile.pmc.ncbi.nlm.nih

Le chiamate graduate rappresentano un sistema di comunicazione raffinato. Non si tratta di un segnale “acceso o spento”, ma di una scala continua che informa il destinatario sull’intensità dell’intenzione aggressiva. Questo meccanismo è stato documentato nei canidi, negli uccelli canori e in alcuni primati, ma è ancora poco esplorato nei chirotteri.pmc.ncbi.nlm.nih

Lo studio di Zhang et al. fornisce la prima analisi sistematica di questo fenomeno nel ferro di cavallo maggiore su popolazioni multiple, colmando una lacuna rilevante nella chirotterologia comportamentale.


Pattern universali e differenze locali nelle chiamate aggressive

Lo studio ha identificato due livelli distinti di variazione nelle chiamate aggressive del ferro di cavallo maggiore:journals.biologists

  • Pattern universali: presenti in tutte le popolazioni analizzate, indipendentemente dalla distanza geografica. Questi pattern suggeriscono che la struttura di base dei segnali di aggressività graduata si è evoluta prima della divergenza geografica delle popolazioni, e rappresenta quindi un patrimonio ancestrale della specie.
  • Differenze locali: variazioni nella struttura fine delle chiamate, riconducibili a pressioni selettive locali, densità di popolazione o differenze nell’ambiente acustico in cui vivono le colonie.

Questo doppio livello — universale e locale — è una caratteristica nota nelle vocalizzazioni degli uccelli canori, ma fino ad oggi documentata solo marginalmente nei chirotteri. Il ferro di cavallo maggiore si conferma così un modello utile per studiare l’evoluzione della comunicazione acustica nei mammiferi volanti.pmc.ncbi.nlm.nih

I risultati aprono un confronto con ricerche parallele su altre specie. Una ricerca recente sul pipistrello fantasma australiano (Macroderma gigas) ha dimostrato che anche in quel caso le vocalizzazioni sociali presentano variazioni regionali significative, compatibili con fenomeni di deriva culturale o pressione selettiva locale.scintilena


Aggressività e contesa del roost: il contesto delle chiamate graduate

Le chiamate aggressive nei chirotteri emergono tipicamente in situazioni di competizione per le risorse all’interno della colonia. La contesa di posizioni di roosting — un posto privilegiato sul soffitto della grotta o nella fessura rocciosa — è uno dei contesti più frequenti in cui vengono registrati questi segnali.pmc.ncbi.nlm.nih

Nel ferro di cavallo maggiore, specie sedentaria con forti legami al sito di roost, la competizione per le posizioni migliori all’interno delle colonie è un fenomeno ricorrente. In Italia, le colonie occupano grotte, miniere abbandonate e fessure rocciose, ambienti dove la disponibilità di posizioni ottimali può essere limitata.scintilena+1

In questo contesto, la capacità di comunicare con precisione il livello di aggressività — senza necessariamente arrivare al contatto fisico — ha un evidente valore adattativo. Le chiamate graduate permettono di risolvere i conflitti in modo acustico, riducendo i costi energetici e il rischio di infortuni per entrambi gli individui coinvolti.pmc.ncbi.nlm.nih


Il ferro di cavallo maggiore in Italia: una specie protetta e monitorata

Il ferro di cavallo maggiore (Rhinolophus ferrumequinum) è presente su tutto il territorio nazionale, dall’ambiente mediterraneo fino alle zone montane, con una presenza confermata anche nelle isole maggiori. La specie predilige habitat aperti con boscaglie temperate decidue, foreste montane e pascoli, spesso in prossimità di specchi d’acqua.scintilena

È protetta in tutta Europa dalla Direttiva Habitat e figura tra le specie più vulnerabili al degrado degli ambienti ipogei. In Italia, le miniere abbandonate rivestono un ruolo cruciale come siti di riproduzione e ibernazione, soprattutto in regioni come la Sardegna dove il 27% delle cavità sotterranee studiate sono miniere.scintilena+1

Il ferro di cavallo maggiore era anche il Pipistrello dell’Anno BatLife Europe fino al 2025, riconoscimento che ne sottolinea il valore emblematico per la conservazione dei chirotteri europei.scintilena


Implicazioni per il monitoraggio acustico non invasivo delle colonie

Capire la struttura delle chiamate aggressive nei pipistrelli ha implicazioni pratiche immediate per la conservazione. Se i richiami di aggressività graduata hanno caratteristiche riconoscibili e in parte universali, i bat detector automatici possono essere addestrati a identificare situazioni di stress sociale nelle colonie.journals.biologists+1

Questo apre la strada a un monitoraggio non invasivo delle dinamiche comportamentali interne alle colonie. I segnali di aggressività possono funzionare come indicatori indiretti della salute della colonia stessa: una colonia con livelli elevati e persistenti di vocalizzazioni aggressive può indicare condizioni di sovraffollamento, disturbo antropico o riduzione delle risorse disponibili.scintilena

Lo studio di Zhang et al. integra così la ricerca di base sulla comunicazione animale con le esigenze pratiche della chirotterologia applicata. I dati acustici sulle chiamate graduate del ferro di cavallo maggiore diventano uno strumento aggiuntivo per chi si occupa del monitoraggio e della tutela dei chirotteri nelle cavità naturali e artificiali italiane ed europee.scintilena+1

Ecco le fonti utilizzate per l’articolo, con i relativi link:

Studio principale

  • Zhang, Kangkang; Yu, Yanping; Liu, Tong (2024) — Animal Behaviour, vol. 210, aprile 2024. Studio sulle chiamate aggressive graduate del Rhinolophus ferrumequinum. (Riferimento bibliografico citato nel testo; non disponibile link diretto open access trovato nella ricerca)

Vocalizzazioni sociali e aggressive dei pipistrelli

Ferro di cavallo maggiore — specie e habitat

Monitoraggio e conservazione

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Narni, Cosa vive nel buio: la fauna nascosta delle grotte di Monte Santa Croce che nessuno si aspettava di trovare

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Biodiversità e fauna cavernicola nelle grotte di Narni: fauna cavernicola grotte Narni specie troglobie, Niphargus delle sorgenti carsiche e pipistrelli delle Gole del Nera


Un gamberetto cieco nelle acque di Santa Croce

A Recentino e Lecinetto, nel cuore delle Gole del Nera, la biodiversità ipogea dell’Appennino umbro ha mostrato un volto inatteso. Durante una campagna di ricerca sul genere Niphargus, il biologo Fabio Stoch, affiancato dagli speleologi locali, ha campionato le sorgenti carsiche legate alla Montagna di Santa Croce. Nel retino è comparso un piccolo crostaceo bianco e trasparente, cieco, mai segnalato prima in Umbria.scintilena+2

Il protagonista è un Niphargus stigobio, gamberetto delle acque sotterranee tipico delle sorgenti carsiche europee e indicato come “Animale di grotta dell’anno 2023”. La morfologia depigmentata e l’assenza di occhi lo collocano tra le specie troglobie più specializzate della fauna cavernicola. In attesa delle analisi genetiche, gli esperti parlano di specie mai osservata finora nella regione, con un potenziale interesse anche a livello nazionale.umbriaecultura+3

Per chi si occupa di fauna cavernicola grotte Narni specie troglobie, il valore della scoperta è duplice. Da un lato amplia il quadro della biodiversità ipogea locale; dall’altro il Niphargus si comporta come un vero “sensore biologico” degli acquiferi carsici, utile per ricostruire percorsi e connessioni interne del sistema idrogeologico di Santa Croce.umbria24+1


Troglobi, troglofili, troglosseni: tre modi di vivere nel sottosuolo

Per interpretare la biodiversità ipogea dell’Appennino umbro è utile ricordare tre categorie ecologiche fondamentali. I troglobi (e, in ambiente acquatico, gli stigobionti come il Niphargus) vivono esclusivamente in grotta, con adattamenti permanenti al buio: anoftalmia, depigmentazione, appendici allungate e metabolismo lento. Queste specie sono indicatori di ambienti stabili, antichi e poco disturbati, come le sorgenti carsiche che alimentano le Gole del Nera.escholarship+1

I troglofili frequentano le grotte in modo preferenziale ma non esclusivo. Nei dintorni delle Gole del Nera, i protagonisti sono i pipistrelli, che utilizzano gli ambienti ipogei per svernare e in estate cacciano all’esterno, lungo il corso del fiume e nei boschi circostanti. I troglosseni, infine, sono frequentatori occasionali: sfruttano le grotte come rifugio temporaneo, senza sviluppare adattamenti specifici alla vita sotterranea.scintilena+2

Nell’insieme, queste tre categorie descrivono il mosaico di fauna cavernicola grotte Narni specie troglobie e affini, che popola i vuoti del massiccio calcareo di Santa Croce. La presenza contemporanea di stigobionti specializzati, chirotteri troglofili e ospiti occasionali conferma il ruolo delle grotte narnesi come serbatoio di biodiversità complesso e strutturato.scintilena+1


La Grotta dei Grilli: pipistrelli e microclima nelle Gole del Nera

Lungo il percorso ciclopedonale delle Gole del Nera, la Grotta dei Grilli rappresenta uno degli accessi più noti al mondo ipogeo della Montagna di Santa Croce. La grotta presenta un doppio ingresso e due ambienti principali, con temperatura interna pressoché costante e umidità elevata, condizioni tipiche degli ambienti ipogei del settore.scintilena+1

Questa cavità è un importante rifugio per i pipistrelli grotte Gola del Nera Narni. Segnalazioni e monitoraggi indicano la presenza in letargo di Rhinolophus ferrumequinum (ferro di cavallo maggiore) e Rhinolophus hipposideros (ferro di cavallo minore), specie troglofile che usano grotte, miniere e altre cavità come siti di svernamento. Le condizioni stabili di temperatura (normalmente tra 4 e 12 °C) e l’elevata umidità permettono a questi mammiferi di ridurre drasticamente metabolismo, frequenza cardiaca e consumo energetico.scintilena+4

Studi e linee guida mostrano però come il disturbo umano in grotta possa avere effetti significativi sul comportamento e sulla sopravvivenza dei chirotteri in letargo. In presenza di luci intense, rumore o accessi ripetuti, i pipistrelli interrompono il torpore, consumano le riserve di grasso e rischiano di non superare la stagione fredda. Per questo la Grotta dei Grilli è considerata un sito sensibile, da gestire con particolare attenzione durante l’inverno, anche in relazione alla tutela dei pipistrelli grotte Gola del Nera Narni.tutelapipistrelli+2


Correnti d’aria, acqua e guano: come funziona la catena alimentare ipogea

Un ecosistema di grotta vive in assenza di luce e di fotosintesi. La biodiversità ipogea Appennino umbro si regge su flussi di materia organica che raggiungono il sottosuolo attraverso l’acqua, l’aria e gli animali che frequentano le cavità.vulnerabilita-aree-carsiche.txtgeorgofili

Nelle grotte di Santa Croce, l’acqua proveniente dall’infiltrazione meteorica e dai circuiti carsici trasporta nei condotti sotterranei particelle organiche, batteri e funghi. Questi microrganismi costituiscono la base della catena alimentare per la fauna microfaga e detritivora, inclusi molti invertebrati cavernicoli. Le correnti d’aria, studiate anche con progetti specifici sulla “meteorologia ipogea” condotti dall’UTEC Narni, veicolano polveri e materiale organico in sospensione, collegando ingressi, pozzi e gallerie nella montagna.scintilena+2vulnerabilita-aree-carsiche.txt

Nei siti occupati da colonie di pipistrelli, il guano rappresenta una seconda fonte di nutrimento, particolarmente concentrata. Su questo substrato si sviluppano comunità di artropodi, funghi e batteri che alimentano ulteriori livelli trofici. In questo quadro, il Niphargus delle sorgenti carsiche di Santa Croce è un elemento chiave della fauna cavernicola grotte Narni specie troglobie, inserito in una rete alimentare basata su risorse scarse e irregolari ma sufficienti a sostenere popolazioni specializzate.scintilena+1


Grotta dello Scheletro: resti di cervidi e memoria della montagna

Oltre alla fauna vivente, la Montagna di Santa Croce conserva archivi naturali di lunga durata. Tra le cavità esplorate negli ultimi anni dal Gruppo Speleologico UTEC Narni si segnala la Grotta dello Scheletro, dove sono stati documentati resti di cervidi. Le grotte carsiche, grazie a microclimi stabili e all’assenza di luce, possono conservare resti ossei per periodi molto lunghi, permettendo ricostruzioni paleo-faunistiche e ambientali.corrieredellumbria+1

In contesti appenninici simili, i ritrovamenti di grandi mammiferi in grotta sono spesso interpretabili come cadute accidentali in pozzi o ingressi verticali, oppure come utilizzo occasionale delle cavità come rifugio naturale. Anche in questo caso, lo scheletro di cervide contribuisce a raccontare il ruolo delle grotte come archivi della storia naturale del territorio, oltre che come habitat per la biodiversità ipogea Appennino umbro.boegan


Grotte di Santa Croce: contenitori di biodiversità fragile

La Montagna di Santa Croce è un grande massiccio calcareo, attraversato da un esteso sistema carsico che alimenta sorgenti ad alta portata nelle Gole del Nera. All’interno di questo sistema, le grotte funzionano come veri contenitori di biodiversità, ma anche come ambienti estremamente vulnerabili. La porosità delle rocce e la presenza di condotti e fratture rendono gli acquiferi carsici molto sensibili all’inquinamento: pesticidi, fertilizzanti, scarichi e idrocarburi possono raggiungere rapidamente le acque sotterranee, con impatti diretti sulla fauna cavernicola grotte Narni specie troglobie.scintilena+2vulnerabilita-aree-carsiche.txt

A livello locale, il primo censimento delle cavità a rischio nel Comune di Narni ha messo in evidenza criticità legate ad accessi incontrollati, rifiuti e pressioni antropiche sui bacini di alimentazione delle sorgenti. In parallelo, la letteratura speleologica e le linee guida sulla tutela delle aree carsiche richiamano la necessità di regolamentare il turismo, monitorare il microclima interno e proteggere le zone di ricarica degli acquiferi.scintilena+1vulnerabilita-aree-carsiche.txt

In questo contesto, i progetti dell’UTEC Narni sulla “meteorologia ipogea” di Santa Croce, il monitoraggio della biodiversità ipogea Appennino umbro e le nuove scoperte come il Niphargus delle sorgenti carsiche contribuiscono a costruire un quadro sempre più completo. La sfida è conciliare la frequentazione consapevole delle grotte con la tutela di ecosistemi che, per molte delle loro specie, non esistono in nessun altro luogo.


Conclusione: un laboratorio naturale sotto Narni

Le grotte della Montagna di Santa Croce, affacciate sulle Gole del Nera, si confermano come un laboratorio naturale dove fauna cavernicola grotte Narni specie troglobie, pipistrelli troglofili e archivi paleontologici convivono in uno spazio ristretto ma ricco di informazioni. Tra correnti d’aria, sorgenti carsiche e colonie di chirotteri, la biodiversità ipogea Appennino umbro appare come un patrimonio scientifico e ambientale di primo piano.

Il Niphargus scoperto a Recentino e Lecinetto, i pipistrelli grotte Gola del Nera Narni e i resti di cervidi della Grotta dello Scheletro raccontano una montagna in cui il buio non è assenza di vita, ma spazio di adattamenti lenti e profondi. La conservazione di questo sistema carsico passa dalla riduzione degli impatti esterni, dal controllo delle fonti di inquinamento e da una fruizione speleologica attenta, in cui la curiosità per il mondo sotterraneo si accompagna alla responsabilità di proteggerlo.


Fonti consultate

L'articolo Narni, Cosa vive nel buio: la fauna nascosta delle grotte di Monte Santa Croce che nessuno si aspettava di trovare proviene da Scintilena.

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Esplorazione speleologica a Narni: LiDAR, Open Source e Bombolette Spray: Come la Tecnologia Sta Riscrivendo le Mappe di un Massiccio Carsico

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La grotta era lì da millenni, nascosta sotto il bosco fitto. Nessuno la vedeva. Poi uno speleologo ha aperto il modello LiDAR sul laptop e ha detto: “Aspetta — quella dolina non dovrebbe essere lì.” Era una nuova cavità, scoperta da un algoritmo prima ancora di mettere piede nella foresta.

Ecco un riepilogo dei contenuti principali:

  • DTM come mappa del tesoro — il LiDAR aereo del Ministero dell’Ambiente (risoluzione 1 m/pixel) ha permesso all’UTEC Narni di identificare doline e depressioni anomale sotto la vegetazione, portando nel 2024 alla scoperta della Grotta del Fungo, Grotta del LiDAR e Grotta di Sasha.
  • Il NASO di Alessandro Vernassa — un FluxyLogger su Arduino UNO da ~90 euro, open source su GitHub, che ha vinto il 2° posto al Premio Speleologico Internazionale Giovanni Badino 2024 contro strumenti professionali da 5.000–10.000 euro.
  • Procedura con bomboletta spray — descritta passo dopo passo: preparazione del firmware, posizionamento del sensore all’ingresso basso, immissione di butano all’ingresso alto, monitoraggio passivo, lettura CSV e analisi dei picchi di concentrazione.
  • Sei campagne 2025 — da giugno a dicembre, con inversione stagionale della logica di tracciamento; nessun collegamento diretto provato, ma anomalie termiche eloquenti (9°C alla Grotta Perduta in estate) che indicano grandi vuoti nel sottosuolo.
  • CloudCompare e scansione 3D — integrazione tra rilievo iPhone LiDAR e nuvole di punti elaborate con il software open source CloudCompare, con overlay dei dati NASO per visualizzare i flussi d’aria in 3D.
  • Prospettive 2026 — monitoraggi barometrici continuativi, nuovi obiettivi (Grotta Tagliata, Grotta dei Cocci Superiore), conferme su Grotta Sasha e avanzamento verso una meteorologia ipogea quantitativa.

Il DTM come mappa del tesoro: come il LiDAR aereo ha rivelato cavità invisibili

Nel 2024, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha adottato su larga scala la tecnologia LiDAR (Laser Detection and Ranging) per il rilievo del territorio della Montagna di Santa Croce, con l’obiettivo di identificare ingressi di grotte mascherati dalla vegetazione fitta delle Gole del Nera. Il cuore di questa metodologia è il DTM (Digital Terrain Model, Modello Digitale del Terreno): un dato pubblicamente disponibile, frutto di scansioni aeree condotte dal Ministero dell’Ambiente nell’ambito del Piano Straordinario di Telerilevamento, con una risoluzione al suolo di 1 metro per pixel.[1][2][3]

La forza rivoluzionaria del LiDAR aereo sta nella sua capacità di “penetrare” il fogliame. Mentre una normale fotografia aerea vede soltanto alberi, il laser del sensore LiDAR — sparando migliaia di impulsi al secondo — riesce a intercettare la piccola frazione di luce che filtra tra i rami e raggiunge il suolo, restituendo la morfologia reale del terreno al di sotto della copertura vegetale. Il risultato è un modello tridimensionale del terreno che rivela doline, depressioni, scarpate e anomalie morfologiche altrimenti invisibili.[4]

Con questa metodologia, nel 2024 il gruppo narnese ha scoperto e catalogato tre nuove cavità sul versante della Montagna di Santa Croce: la Grotta del Fungo, la Grotta del LiDAR e la Grotta di Sasha. Non si è trattato di scoperte casuali: le grotte sono state individuate prima sul modello digitale — riconoscendo doline e depressioni anomale coerenti con possibili ingressi ipogei — e poi verificate sul campo dalle squadre di speleologi. Le indagini LiDAR hanno portato anche alla scoperta di numerose doline, carbonaie e fornaci storiche, oltre che di una struttura complessa sulla collina di Narni composta da terrazzamenti, strade antiche e vasche di raccolta dell’acqua.[1]

La ricerca di grotte con il LiDAR non è un processo automatico: richiede competenza interpretativa. Gli speleologi analizzano il DTM utilizzando tecniche come hillshading (ombreggiatura artificiale), mappe di pendenza e analisi geomorfologiche, cercando le “firme” tipiche del carsismo — chiuse topografiche, depressioni circolari, scarpate orientate — per distinguerle dalle forme generate dall’erosione ordinaria. Sul Monte Santa Croce, nella zona compresa tra Stifone, Montoro, San Casciano, Casa Nera e le Gole del Nera, questa lettura del modello digitale ha permesso di affinare progressivamente la correlazione tra dati telerilevati ed evidenze sul campo.[5]


Il NASO: quando uno speleologo “nerd” costruisce un rivoluzionario sensore con Arduino

Parallelamente alle esplorazioni con LiDAR, una seconda tecnologia ha fatto il suo ingresso nell’arsenale del Gruppo UTEC Narni: il NASO (Novel Aereal Sensing Observer), letteralmente “Osservatore Innovativo di Aeriformi” — ma anche un gioco di parole, perché il dispositivo “fiuta” i gas sotterranei come un naso biologico percepisce gli odori.[6]

Il progetto nasce nel 2020, in piena pandemia, dalla mente di Alessandro Vernassa, full stack developer genovese dello Speleo Club Ribaldone CAI-ULE di Genova. Vernassa si scontra con un problema antico della speleologia esplorativa: come dimostrare in modo scientifico e a basso costo che due grotte separate comunicano attraverso la montagna? Le tecniche tradizionali di tracciamento aereo — basate su gas come il diossido di carbonio o l’esafluoruro di zolfo — richiedevano apparecchiature sofisticate dal costo di 5.000–10.000 euro, del tutto inaccessibili per la maggior parte dei gruppi speleologici amatoriali.[7][6]

La soluzione di Vernassa è tanto ingegnosa quanto economica: usare come tracciante il propellente di una normale bomboletta di deodorante spray — cioè butano e propano — rilevabile a pochi milioni di parti per milione da un sensore catalitico VOC insensibile all’umidità. Il cuore del sistema è il FluxyLogger, costruito su microcontrollore Arduino UNO: registra automaticamente la concentrazione di gas in file CSV su scheda SD, con cadenza configurabile (tipicamente ogni 10 secondi). Il costo complessivo dell’intero sistema si aggira sui 90 euro — meno dell’1% della strumentazione professionale equivalente.[8][9][6]

L’intero progetto è open source, con hardware, firmware e software pubblicati liberamente su GitHub all’indirizzo github.com/speleoalex/opsdatalogger. Chiunque abbia competenze elettroniche di base può assemblare il proprio NASO seguendo gli schemi di Vernassa. Nel 2024, per semplificare ulteriormente l’uso, Marco Corvi ha sviluppato NASO++, un’applicazione Android che si collega al FluxyLogger via Bluetooth e visualizza i dati in tempo reale direttamente sullo schermo del cellulare. L’innovazione è stata riconosciuta dalla comunità speleologica: il NASO ha ottenuto il secondo posto al Premio Speleologico Internazionale Giovanni Badino 2024.[10][9][11][12][8]

Nel caso dell’UTEC Narni, i sensori NASO sono stati autocostruiti dallo speleologo Giulio Foschi, seguendo fedelmente il progetto open-source di Vernassa. Attualmente il gruppo dispone di 4 sensori NASO funzionanti, supportati da 5 powerbank che consentono sequenze di monitoraggio di più giorni consecutivi in condizioni ambientali difficili.[5]


Come si traccia l’aria in una montagna con una bomboletta di deodorante

La procedura di tracciamento aereo con il NASO è strutturata in fasi ben definite, concepita per essere ripetibile e documentabile:[8][5]

1. Preparazione e configurazione
Lo speleologo scarica il firmware del NASO sul FluxyLogger tramite Arduino IDE (gratuito), programma il datalogger per acquisire letture ogni 10 secondi e salvarle su file CSV. Assembla il sensore di gas, verifica il funzionamento tramite LED di stato e inserisce una bomboletta di deodorante o spray ecologico contenente butano o propano.[5]

2. Posizionamento dei sensori
Una squadra entra nella grotta bassa (l’ingresso aspirante) e posiziona il NASO all’interno della cavità, in una zona esposta al flusso d’aria principale. Registra l’ora esatta, le coordinate GPS e documenta fotograficamente la postazione.[5]

3. Immissione del tracciante
Una seconda squadra, simultaneamente o poco dopo, raggiunge l’ingresso alto (quello soffiante) e spruzza il deodorante verso l’apertura o nel flusso d’aria in uscita per alcuni secondi, rilasciando una nuvola visibile di spray. Registra ora e condizioni meteo.[5]

4. Monitoraggio passivo
Il NASO, silenziosamente, legge la concentrazione di butano ogni 10 secondi, scrivendo i dati sulla scheda SD. Se il butano percorre davvero un percorso sotterraneo fino alla grotta bassa, il sensore registrerà un picco di concentrazione in un determinato momento.[5]

5. Recupero e analisi dei dati
Dopo 5–24 ore (o anche giorni), gli speleologi tornano, estraggono la scheda SD e aprono il file CSV in un foglio di calcolo. Un picco netto nella concentrazione di gas — paragonato all’ora di immissione — fornisce una stima del tempo di transito attraverso la montagna. Per analisi avanzate, è possibile importare i dati in software come QGIS per georeferenziarli o integrarli nel modello 3D della grotta con CloudCompare.[5]


Le campagne di tracciamento 2025 sulla Montagna di Santa Croce: successi, fallimenti e cosa ci dicono

Durante tutto il 2025, il Gruppo UTEC Narni — attraverso uno specifico Gruppo di Lavoro dedicato alla meteorologia ipogea — ha condotto una ricerca sistematica sui flussi d’aria della Montagna di Santa Croce, indagando il sistema carsico su un dislivello di circa 350 metri. L’obiettivo era dimostrare un collegamento diretto tra gli ingressi alti (quota ~380 m) e quelli bassi (quota ~80–130 m), in particolare tra la Grotta dello Svizzero e la Grotta Perduta.[8][5]

Le campagne si sono svolte in sei sessioni distribuite su tutto l’anno, con inversione stagionale della logica di tracciamento:

PeriodoTracciante/Sito immissioneSensori posizionatiEsito
Giugno (prima campagna)Butano – Grotta dello SvizzeroIngressi bassiRisposta significativa (prima prova)
14 giugnoButano – Grotta dello SvizzeroGrotta Perduta, Miniera Fondo dei FratiNegativo (sospetto errore sensore)
28 giugnoButano – Grotta dello SvizzeroGrotta Perduta, Miniera Fondo dei FratiNegativo
AgostoGas – Grotta dello SvizzeroGrotta Perduta, Miniera Montoro, Punto FreddoNegativo
Dicembre (invertita)Propano – Grotta Perduta (basso)4 ingressi altiNegativo (recupero 27 dicembre)

Nessuna campagna ha fornito risultati strumentali conclusivi sul collegamento diretto tra specifici ingressi. La prima risposta significativa di giugno è stata considerata un probabile falso positivo causato da un malfunzionamento del dispositivo di rilevazione.[5]

Tuttavia, i risultati negativi non equivalgono a un fallimento metodologico. Come spiegano gli autori del lavoro di sintesi pubblicato su Scintilena, nei sistemi carsici con grandi volumi interni i tempi di transito possono essere estremamente lunghi, il tracciante può disperdersi in volumi enormi o seguire circuiti multipli che mascherano il percorso principale. I dati raccolti rimangono metodologicamente validi e contribuiscono a escludere certi percorsi, orientando le ricerche future.[8][5]

Il sistema, nel suo complesso, mostra un comportamento “a polmone” stagionale coerente con la teoria: in inverno, gli ingressi bassi aspirano aria esterna fredda mentre gli alti soffiano aria calda proveniente dall’interno; in estate la situazione si inverte completamente. Le anomalie termiche rilevate sono eloquenti: la Grotta Perduta soffia aria a circa 9°C in estate, ben al di sotto della temperatura media annua attesa per quella fascia altimetrica e persino delle sorgenti del Nera (16°C a Stifone). Questo raffreddamento è interpretato come effetto combinato di evaporazione, condensazione e scambio termico su volumi ipogei molto estesi — un indicatore indiretto di grandi vuoti nel sottosuolo della montagna.[5]

Il 3 gennaio 2026, un sensore NASO posizionato alla Grotta Sasha ha rilevato una buona corrente d’aria in uscita, confermando l’attività di questo ingresso nel circuito di ventilazione complessivo.[5]


Scansione LiDAR 3D + CloudCompare: come si costruisce il modello digitale di una grotta

Accanto al LiDAR aereo per la ricognizione in superficie, il Gruppo UTEC Narni ha introdotto dal 2023 la scansione LiDAR tridimensionale delle cavità, sfruttando il sensore integrato nell’iPhone 13 Pro. In oltre 18 mesi di sperimentazione, il gruppo ha applicato questa tecnologia a grotte naturali e cavità artificiali del territorio narnese — tra cui cisterne storiche, cunicoli medievali e gli ipogei della Montagna di Santa Croce.[13][14]

Il processo di acquisizione è semplice: all’interno della grotta, lo speleologo percorre la cavità con lo smartphone, effettuando scansioni successive di tratti sovrapposti. Il sensore LiDAR del telefono — lo stesso utilizzato per la realtà aumentata — cattura milioni di punti 3D in pochi minuti, contro le 6–8 ore richieste dai metodi di rilievo manuale tradizionale. La precisione è decimetrica, sufficiente per la maggior parte delle applicazioni speleologiche.[13]

Il software di riferimento per l’elaborazione dei dati è CloudCompare, uno strumento open source e gratuito ormai adottato come standard nel rilievo speleologico 3D. Con CloudCompare è possibile:[15][16][17]

  • Importare le nuvole di punti in formato LAS/LAZ o PLY
  • “Pulire il rumore” (eliminare punti anomali dovuti a riflessioni parassite)
  • Unire più scansioni parziali in un unico modello coerente
  • Estrarre sezioni trasversali e profili longitudinali della cavità
  • Calcolare curve di livello e modelli di superficie
  • Sovrapporre i dati NASO — le concentrazioni di gas registrate nel tempo — sul modello 3D della grotta, per visualizzare i flussi ipogei in relazione alla geometria degli spazi[17][5]

Quest’ultima funzionalità rappresenta l’integrazione più innovativa: i file CSV prodotti dal FluxyLogger, georeferenziati tramite QGIS e poi importati in CloudCompare, permettono di “colorare” la nuvola di punti con i valori di concentrazione del gas, creando una mappa 3D dei flussi d’aria all’interno della grotta. Un corso SSI di III livello su “LiDAR iPhone 2.0 e CloudCompare” è stato organizzato nel marzo 2026 a Nervesa della Battaglia (TV), testimoniando la rapida diffusione di queste competenze nella comunità speleologica italiana.[17]


Il futuro delle ricerche 2026: monitoraggi barometrici continuativi e nuovi obiettivi

Nonostante i risultati strumentali non conclusivi del 2025, le prospettive per il 2026 sono ambiziose e metodologicamente più sofisticate. Il Gruppo di Lavoro Aria Montagna di Santa Croce si configura ormai come un laboratorio permanente di meteorologia ipogea applicata, in collaborazione con ricercatori e speleologi di altre realtà italiane.[5]

Gli obiettivi principali per il 2026 sono:

Nuovi obiettivi esplorativi
La ricerca si concentrerà sulla Grotta Tagliata e sulla Grotta dei Cocci Superiore, identificate come potenziali nodi del sistema di ventilazione. Verranno verificate anche la Grotta di Piero, la Grotta di Sisto, la Grotta della Topa e la Grotta Sini, tutti ingressi alti potenzialmente coinvolti nel circuito complessivo.[5]

Monitoraggi barometrici e termo-igrometrici continuativi
La principale novità metodologica del 2026 sarà l’introduzione di monitoraggi barometrici continuativi: stazioni strumentali lasciate nelle grotte per settimane o mesi, capaci di registrare le variazioni di pressione atmosferica interna ed esterna con cadenza temporale ravvicinata. Questo approccio — già sperimentato con successo in altri sistemi italiani come il Monte Corchia e la Grotta Bossea — permette di distinguere i due principali regimi di circolazione: quello barometrico (dominato da gradienti di pressione atmosferica) e quello convettivo (dominato dalla differenza di densità tra aria interna e esterna). I dati di pressione, temperatura e umidità verranno correlati quantitativamente per ricostruire la “respirazione” della montagna.[18][19][5]

Conferme su ingressi già identificati
L’interpretazione del comportamento della Grotta Sasha (corrente in uscita rilevata il 3 gennaio 2026) e della Grotta dei Cocci come possibile ingresso di aria calda verso la Grotta della Montagna di Santa Croce richiederà conferme con misure a temperature esterne ancora più basse. La scansione LiDAR e i rilievi 3D proseguiranno parallelamente, affinando la lettura del modello digitale del terreno.[5]

Nella sua ambiziosa integrazione di LiDAR aereo, DTM a 1 metro, sensori Arduino open source, app Android, CloudCompare e meteorologia ipogea, il lavoro dell’UTEC Narni sulla Montagna di Santa Croce rappresenta un modello paradigmatico di come la tecnologia democratizzata — a costi accessibili, con strumenti open source, costruiti con le proprie mani — stia trasformando la speleologia esplorativa del XXI secolo. Non è più necessario aspettare grandi finanziamenti o laboratori universitari: un gruppo di appassionati con un laptop, uno smartphone e una bomboletta di deodorante può oggi fare ricerca scientifica di frontiera sulle viscere di una montagna rimasta inesplorata per millenni.

Ecco tutte le fonti utilizzate nell’articolo, con i relativi link:


Fonti principali (scintilena.com)

  1. Aria Sotterranea e Vuoti Irraggiungibili: Il Viaggio del Vento nella Montagna di Santa Croce
    ? https://www.scintilena.com/aria-sotterranea-e-vuoti-irraggiungibili-il-viaggio-del-vento-nella-montagna-di-santa-croce/01/06/
  2. Innovazione e Tradizione: il 2024 per il Gruppo Speleologico UTEC Narni
    ? https://www.scintilena.com/innovazione-e-tradizione-il-2024-per-il-gruppo-speleologico-utec-narni-aps/02/09/
  3. NASO: il nuovo strumento per il tracciamento dell’aria in speleologia
    ? https://www.scintilena.com/naso-un-nuovo-strumento-per-il-tracciamento-dellaria-in-speleologia/02/20/
  4. Il NASO, uno strumento innovativo per la speleologia
    ? https://www.scintilena.com/il-naso-uno-strumento-innovativo-per-la-speleologia/11/28/
  5. Flussi aerei sotterranei: le tecniche di tracciamento quantitativo
    ? https://www.scintilena.com/flussi-aerei-sotterranei-le-tecniche-di-tracciamento-quantitativo-al-centro-di-un-corso-nazionale-a-l…/
  6. Tracciamento aereo sotterraneo: tutte le tecniche per seguire l’aria nelle grotte
    ? https://www.scintilena.com/tracciamento-aereo-sotterraneo-tutte-le-tecniche-per-seguire-laria-nelle-grotte/03/13/
  7. Scansione 3D in Grotte con iPhone 13 Pro LiDAR: Metodi e Consigli
    ? https://www.scintilena.com/scansione-3d-in-grotte-con-iphone-13-pro-lidar-metodi-e-consigli/01/26/
  8. Esplorare il sottosuolo con NASO: il nuovo aerologger autocostruibile
    ? https://www.scintilena.com/esplorare-il-sottosuolo-con-naso-il-nuovo-aerologger-autocostruibile/11/16/
  9. NASO++, la nuova App per semplificare l’uso del dispositivo di rilevazione
    ? https://www.scintilena.com/naso-la-nuova-app-per-semplificare-luso-del-dispositivo-di-rilevazione-olfattiva-naso-per-lesplorazio…/
  10. LiDAR iPhone e CloudCompare: a Nervesa il corso che porta il rilievo 3D in grotta nello smartphone
    ? https://www.scintilena.com/lidar-iphone-e-cloudcompare-a-nervesa-il-corso-che-porta-il-rilievo-3d-in-grotta-nello-smartphone/02/

Fonti istituzionali e dati open

  1. DTM LiDAR risoluzione 1 metro – Regione Umbria (INSPIRE Geoportal)
    ? https://inspire-geoportal.ec.europa.eu/srv/api/records/m_amte:299FN3:4aaf20d4-3a9f-45d8-cc2f-203f8e2a141c
  2. DTM LiDAR 1 metro – Umbria Region (data.europa.eu)
    ? https://data.europa.eu/data/datasets/m_amte-299fn3-4aaf20d4-3a9f-45d8-cc2f-203f8e2a141c?locale=en

Video e multimedia

  1. “COSA SUCCEDE A METTERE IL NASO IN GROTTA” – Alessandro Vernassa (YouTube)
    ? https://www.youtube.com/watch?v=oKeq6hGVVtg
  2. Caves in 3D – EP03 – Import a cloud into CloudCompare (YouTube)
    ? https://www.youtube.com/watch?v=CbTiTv3Qafw
  3. Grotte in 3D – EP02 – L’area di lavoro di Cloud Compare (YouTube)
    ? https://www.youtube.com/watch?v=_Tdzv0ZaKsg

Fonti complementari

  1. Corrieredellumbria.it – UTEC Narni e corsi di speleologia
    ? https://corrieredellumbria.it/news/attualita/418298/tra-grotte-e-cavita-l-utec-narni-da-il-via-ai-corsi-di-speleologia-il-mondo-sotterraneo-non-ha-segreti.html
  2. Umbria24 – Narni: scoperta terza cisterna storica
    ? https://www.umbria24.it/cultura/narni-nuove-sorprese-underground-scoperta-terza-cisterna-storica/

L'articolo Esplorazione speleologica a Narni: LiDAR, Open Source e Bombolette Spray: Come la Tecnologia Sta Riscrivendo le Mappe di un Massiccio Carsico proviene da Scintilena.

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“Sentieri nel Buio”: il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano porta in mostra 50 anni di speleologia a Cagliari

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Il 3 maggio inaugura alla sede AICS la mostra fotografica del G.S.A.G.S. con oltre 70 immagini dalle grotte carsiche e dal sottosuolo della città, arricchita da un tour virtuale in 3D


Il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano festeggia 50 anni di ricerca speleologica

Cinquant’anni di discese nelle grotte della Sardegna, di rilievi nelle cavità artificiali di Cagliari, di corsi per formare nuovi speleologi: il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano (G.S.A.G.S.) raggiunge nel 2026 un traguardo che pochi gruppi speleologici italiani possono vantare.gsags+1

Fondato nell’ottobre del 1976 a Cagliari, il G.S.A.G.S. è nato quasi per caso: quattro ragazzi del quartiere, finiti dentro una grotta per la prima volta, non ne sono più usciti metaforicamente. Da quel nucleo originario si è sviluppata una delle realtà associative più attive del panorama speleologico sardo, oggi composta da oltre cento soci e affiliata alla Federazione Speleologica Sarda e alla Società Speleologica Italiana.gsags+2


Un programma di eventi per celebrare 50 anni di speleologia a Cagliari

Per celebrare il mezzo secolo di attività, il gruppo ha ideato il progetto “Sentieri nel Buio – 50 anni di ricerca e divulgazione speleologica”, un ciclo di eventi aperti alla città realizzati con il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di Cagliari.cagliaripost+1

Il primo appuntamento si è tenuto il 29 marzo 2026, con l’apertura al pubblico per la prima volta nella storia della Cava di S’Avanzada, la più grande cava urbana sotterranea di Cagliari, scavata nel calcare e profonda circa trenta metri, con pareti che recano ancora le nicchie per le lucerne dei cavatori di età dioclezianea. Il secondo evento ha visto il G.S.A.G.S. partecipare a Monumenti Aperti (18-19 aprile 2026), portando i visitatori a scoprire il sottosuolo della città.vistanet+1

Il terzo e più importante appuntamento del ciclo è la mostra fotografica “Sentieri nel Buio”, che inaugura domenica 3 maggio 2026 alle 17:30 nella sede dell’A.I.C.S. – Comitato Provinciale di Cagliari, in via Oristano 15.cagliariturismo.comune+1


La mostra fotografica: 70 immagini dalle grotte carsiche alle cavità urbane

L’esposizione propone oltre 70 fotografie a colori e in bianco e nero, nel formato 40×60 cm, realizzate da soci fotografi professionisti del gruppo. Le immagini raccontano cinquant’anni di attività attraverso un percorso suddiviso in sezioni tematiche.unicaradio+1

La prima sezione è dedicata alla storia dei corsi di speleologia, avviati dal G.S.A.G.S. fin dalle origini: ad oggi sono stati organizzati oltre 40 corsi di primo livello, l’ultimo dei quali — il 40° — nel 2025. Una cifra che misura l’impatto culturale del gruppo sulla comunità locale.scintilena

Le sezioni successive documentano le spedizioni di speleologia carsica nelle principali zone dell’isola — Supramonte, Iglesiente, Sulcis, Sarrabus — con immagini delle grotte più significative divise per aree geografiche. Spazio anche alla speleo-subacquea, definita dallo stesso gruppo la vera frontiera della ricerca ipogea, con le immagini delle esplorazioni nei sifoni e nelle gallerie allagate.scintilena+1

Una sezione specifica è infine riservata alla speleologia urbana: le cavità artificiali del sottosuolo di Cagliari — acquedotti, cisterne puniche e romane, cave estrattive, pozzi sacri — e le esplorazioni in miniere e siti archeologici ipogei al di fuori del contesto cittadino.csispecus+1


Il tour virtuale in 3D: la tecnologia immersiva nel sottosuolo di Cagliari

Tra i contenuti più innovativi della mostra c’è la possibilità di esplorare il sottosuolo di Cagliari attraverso un tour virtuale con visore in 3D, che ripercorre alcuni tratti delle cavità sotterranee della città. Si tratta di un percorso immersivo pensato per avvicinare al mondo ipogeo anche chi non ha mai indossato un casco da speleologo, restituendo visivamente il lavoro di documentazione condotto dal G.S.A.G.S. nel corso degli anni.cagliariturismo.comune+1


Chi era Giovanni Spano, il patrono del gruppo speleologico cagliaritano

Il gruppo porta il nome di Giovanni Spano (Ploaghe, 1803 – 1878), canonico, linguista e archeologo, figura di riferimento della cultura sarda del XIX secolo. A soli 31 anni era già professore di Sacra Scrittura e Lingue Orientali all’Università di Cagliari. In seguito divenne direttore della Biblioteca Universitaria, preside del Liceo Dettori, Rettore dell’Università e, nel 1871, Senatore del Regno. Alla città di Cagliari Spano dedicò parte rilevante della sua produzione scientifica, descrivendone monumenti e antichità. La scelta del suo nome rimanda alla stessa vocazione di scoperta e documentazione del patrimonio isolano che contraddistingue l’associazione.gsags


Orari, ingresso e visite guidate per scolaresche

La mostra, ad ingresso libero e gratuito, sarà visitabile fino al 29 maggio 2026 con i seguenti orari: dal lunedì al venerdì dalle 16:00 alle 20:00; il sabato e la domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 20:00.scintilena+1

È prevista la possibilità di prenotare visite guidate per scolaresche e studenti. Le prenotazioni si effettuano scrivendo a info@gsags.it.


Il patrimonio ipogeo della Sardegna: un tesoro ancora in gran parte inesplorato

Il progetto “Sentieri nel Buio” si inserisce in un contesto di valore scientifico e culturale ampio. La Sardegna è tra le regioni italiane più ricche di patrimonio speleologico. Le sue cavità naturali si distribuiscono in aree chiave come il Supramonte di Urzulei, l’Iglesiente con la Grotta di San Giovanni a Domusnovas e il territorio del Sulcis-Sarrabus, con un catasto regionale in continua crescita.gsags+2

Il sottosuolo di Cagliari, dal canto suo, raccoglie secoli di storia in forma di gallerie, cunicoli e pozzi scavati da generazioni diverse. Il G.S.A.G.S. ha contribuito in modo sostanziale alla loro documentazione: nel 2009, in collaborazione con altri soggetti, ha partecipato al rilievo e all’accatastamento di un primo nucleo di circa cento cavità artificiali urbane per conto del Comune di Cagliari.csispecus

Il cinquantennale non è solo un anniversario. È un momento in cui il G.S.A.G.S. sceglie di restituire alla comunità la conoscenza accumulata in mezzo secolo di “sentieri nel buio”, riportando alla luce un patrimonio ipogeo che appartiene a tutta la Sardegna.scintilena+1


“Sentieri nel Buio” e il cinquantennale del G.S.A.G.S.

  • Chi era Giovanni Spano, l’illustre canonico-archeologo sardo a cui è intitolato il gruppo
  • La storia della fondazione (ottobre 1976, quattro ragazzi e una grotta)
  • I cinque settori di attività: speleologia carsica, speleo-subacquea, speleologia urbana, biospeleologia e corsi di formazione
  • Il programma “Sentieri nel Buio” 2026: dalla prima apertura storica della Cava di S’Avanzada (29 marzo) alla mostra fotografica (3–29 maggio)
  • La mostra in dettaglio: oltre 70 fotografie 40×60 cm, il tour virtuale in 3D, orari e info pratiche
  • Il patrimonio ipogeo di Cagliari e della Sardegna nel contesto scientifico nazionale
  • Gli eventi futuri: convegno, seminari con l’Università di Cagliari e scuole fino a dicembre 2026

Sentieri nel Buio – 50 anni di ricerca e divulgazione speleologica del G.S.A.G.S.

Panoramica

Il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano (G.S.A.G.S.) di Cagliari compie cinquant’anni nel 2026. Per celebrare questo traguardo, l’associazione ha lanciato il progetto “Sentieri nel Buio – 50 anni di ricerca e divulgazione speleologica“, un programma di eventi pubblici aperti alla cittadinanza che si articola lungo tutto l’anno, con le prime tre iniziative concentrate tra la fine di marzo e la fine di maggio. Il culmine del ciclo celebrativo è la mostra fotografica omonima, inaugurata domenica 3 maggio 2026 nella sede AICS di via Oristano 15 a Cagliari, visitabile gratuitamente fino al 29 maggio.[1][2][3][4][5][6]


Chi era Giovanni Spano: il patrono intellettuale del gruppo

L’associazione prende il nome da Giovanni Spano (Ploaghe, 8 marzo 1803 – 1878), canonico, linguista e archeologo, considerato la massima autorità scientifica sarda del suo tempo per l’archeologia e la linguistica. Studiò lingue orientali a Roma, dove si affermò con tale successo da essere nominato, a soli 31 anni, professore di Sacra Scrittura e Lingue Orientali all’Università di Cagliari nel 1834. Nel 1839 diventò direttore della Biblioteca Universitaria, nel 1854 preside del Liceo Dettori, nel 1859 Rettore dell’Università e nel 1871 fu eletto Senatore del Regno. Alla città di Cagliari dedicò attenzione speciale, descrivendone i monumenti in opere come la Guida di Cagliari e dei suoi dintorni (1856). La scelta del suo nome per il gruppo speleologico non è casuale: il G.S.A.G.S. porta avanti quella stessa vocazione di scoperta e documentazione del patrimonio sardo — sotterraneo quanto quello in superficie.[7]


Storia e fondazione del G.S.A.G.S.

Le origini: ottobre 1976

Il Gruppo nasce nell’ottobre 1976 da un episodio quasi leggendario: quattro ragazzi del quartiere, noti per i loro scherzi, vennero “distratti” dalla speleologia. Con la propria incoscienza si infilarono per la prima volta in una grotta, che — come racconta il sito ufficiale — “gli catturò l’anima”, e così nacque il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano. Quel piccolo nucleo originario crebbe rapidamente, trasformandosi in una delle realtà associative più strutturate della Sardegna.[8]

Crescita e struttura attuale

Oggi il G.S.A.G.S. conta oltre cento soci iscritti ed è membro della Federazione Speleologica Sarda e associato alla Società Speleologica Italiana. L’associazione collabora con queste federazioni in iniziative di carattere speleo-didattico e divulgativo sia in ambito regionale che nazionale. La sede è attualmente in Viale Elmas 184 a Cagliari, dove i soci si ritrovano ogni mercoledì sera.[9][3][10]

Il nome del bollettino: Anthèo

La produzione editoriale del gruppo è testimoniata dal bollettino Anthèo, pubblicato con cadenza irregolare ma con continuità storica: il primo numero risale al settembre 1993, e negli anni il bollettino ha raggiunto almeno undici numeri documentati. L’edizione n. 10 (2012) conteneva oltre 20 articoli a cura di oltre 30 autori, con sezioni dedicate a speleologia carsica, cavità artificiali, speleo-soccorso e biospeleologia, per un totale di 112 pagine. Il n. 11 (2018) ha mantenuto la stessa impostazione grafica, stampato interamente a colori.[11][12][13]


Le aree di attività del gruppo

Nel corso di cinquant’anni il G.S.A.G.S. ha sviluppato diversi settori specializzati, che si sono affiancati all’esplorazione carsica tradizionale.

Speleologia carsica

L’attività fondamentale è la ricerca e l’esplorazione di cavità naturali in tutta la Sardegna. Il bollettino Anthèo n. 5 documenta esplorazioni nelle aree di Buggerru, Iglesias, Fluminimaggiore, Domusnovas, Tertenia, Urzulei e Baunei, con scoperte significative come la Grotta di Punta de Baueddu a Fluminimaggiore e i sistemi carsici di Su Canale a Baunei. Urzulei, con il sistema di Sa Rutta ‘e S’Edera, è da sempre una delle zone di punta della ricerca speleologica sarda e il G.S.A.G.S. ha contribuito a questa esplorazione fin dai suoi esordi.[14][15]

Speleo-subacquea

La speleosubacquea — definita dallo stesso gruppo “vera frontiera della ricerca ipogea” — consente di esplorare quei tratti di grotta allagati inaccessibili agli speleologi terrestri. Il G.S.A.G.S. ha condotto immersioni in sifoni e pozze d’acqua sommersa in diverse cavità sarde, partecipando al progresso della conoscenza idrogeologica sotterranea dell’isola.[8][14]

Speleologia urbana e cavità artificiali

Cagliari è una città costruita su un sottosuolo ricchissimo di cavità artificiali di età punica, romana, medievale e moderna: acquedotti, cisterne, pozzi sacri, cave estrattive. Il G.S.A.G.S. ha dedicato a questa dimensione un impegno costante, contribuendo alla mappatura sistematica del sottosuolo urbano. Nel 2009, in collaborazione con il CSI Specus e l’Unione Speleologica Cagliaritana, il gruppo ha partecipato al rilievo e accatastamento di un primo blocco di circa cento cavità artificiali cagliaritane per conto del Comune. Le tipologie censite includono opere idrauliche (acquedotti, cisterne, pozzi), opere civili e rifugi.[16][17]

Biospeleologia

Tra i settori specializzati del gruppo, la biospeleologia si occupa dell’individuazione e classificazione degli organismi viventi nelle cavità sotterranee, contribuendo a documentare una fauna ipogea di straordinaria importanza scientifica.[8]

Corsi di speleologia

La formazione di nuovi speleologi è una missione identitaria del G.S.A.G.S. Il gruppo organizza corsi di primo livello con cadenza praticamente annuale dal 1976: il 37° corso risale al 2023, il 39° corso si è tenuto tra ottobre e novembre 2024, e il 40° corso (“Illuminiamo il Buio”) è stato lanciato nell’autunno 2025. Mezzo secolo di corsi significa che il G.S.A.G.S. ha introdotto alla speleologia generazioni di sardi, con un impatto culturale che va ben oltre l’esplorazione.[18][19][9]


Il programma “Sentieri nel Buio” 2026

Il progetto celebrativo si apre con tre iniziative principali, tutte realizzate con il patrocinio della Regione Autonoma della Sardegna e del Comune di Cagliari.[5][6]

1° evento – Apertura della Cava di S’Avanzada (29 marzo 2026)

Il 29 marzo 2026, il G.S.A.G.S. ha aperto al pubblico per la prima volta nella storia la Cava di S’Avanzada, la più grande antica cava urbana di Cagliari. Situata in via Ubaldo Badas, la cavità è scavata nel calcare e si estende in ambienti di proporzioni notevoli: scende di circa trenta metri rispetto al piano di ingresso, con pareti che conservano le nicchie per le lucerne degli antichi cavatori, databili all’età di Diocleziano. Una galleria militare spagnola, rimasta isolata a circa otto metri di altezza, testimonia la stratificazione storica plurisecolare del sito. Secondo la tradizione, i blocchi di pietra estratti da S’Avanzada servivano per costruire la Basilica di San Saturnino. Le visite si sono svolte con ingresso libero dalle 9:00 alle 20:00.[20][21]

2° evento – Partecipazione a Monumenti Aperti (18-19 aprile 2026)

Il G.S.A.G.S. ha partecipato all’edizione 2026 di Monumenti Aperti, portando i cittadini a scoprire il sottosuolo della città nell’ambito del progetto “Sentieri nel Buio”.[2]

3° evento – Mostra fotografica “Sentieri nel Buio” (3 maggio – 29 maggio 2026)

Il terzo e più articolato appuntamento del ciclo è la mostra fotografica omonima, inaugurata domenica 3 maggio 2026 alle 17:30 nella sede dell’A.I.C.S. – Comitato Provinciale di Cagliari in via Oristano 15.[22][4]


La mostra fotografica: descrizione e contenuti

Struttura espositiva

La mostra propone oltre 70 fotografie a colori e in bianco e nero nel formato 40×60 cm, realizzate da soci fotografi professionisti del G.S.A.G.S.. Il percorso espositivo è suddiviso per tappe tematiche:[1][22]

  • Storia dei corsi di speleologia: immagini che documentano mezzo secolo di formazione, dai primi corsisti degli anni Settanta alle attrezzature moderne.[1]
  • Speleologia carsica: le grotte più significative di tutte le zone carsiche della Sardegna, divise per aree geografiche, con immagini di concrezioni, gallerie, sifoni e ambienti sotterranei di straordinaria bellezza.[1]
  • Speleo-subacquea: le impegnative spedizioni nelle cavità allagate, vera frontiera esplorativa del gruppo.[1]
  • Speleologia urbana e cavità artificiali: le esplorazioni nel sottosuolo di Cagliari — acquedotti, cisterne, cave — e nelle miniere e nei siti archeologici ipogei fuori dall’ambito urbano.[1]

Il tour virtuale in 3D

Una delle novità più innovative della mostra è la possibilità di vivere un tour virtuale con visore in 3D che ripercorre alcuni tratti delle cavità sotterranee di Cagliari. Questo percorso immersivo consente al visitatore di sperimentare il fascino del sottosuolo in modo diretto, comprendendo il lavoro degli speleologi sul campo senza necessariamente entrare in grotta.[4][1]

Orari e accesso

PeriodoGiorniOrario
3 maggio (inaugurazione)Domenica17:30 – 20:00
Dal 4 al 29 maggioLunedì – Venerdì16:00 – 20:00
Dal 4 al 29 maggioSabato e Domenica10:00 – 13:00 / 16:00 – 20:00

L’ingresso è libero e gratuito per tutti. È possibile prenotare visite guidate per scolaresche e studenti scrivendo a info@gsags.it.[4][1]


Il patrimonio ipogeo di Cagliari e della Sardegna

Cagliari sotterranea: un patrimonio pluristratificato

Il sottosuolo di Cagliari è uno dei più ricchi e complessi d’Italia per stratificazione storica. Le cavità artificiali documentate comprendono opere idrauliche puniche e romane (acquedotti, cisterne, pozzi), strutture militari spagnole, cave estrattive medievali e rifugi antiaerei novecenteschi. Tra i siti più noti già esplorati e parzialmente valorizzati dal G.S.A.G.S. figurano l’Acquedotto Romano, il Pozzo di San Pancrazio e la Cava di S’Avanzada. Il Pozzo di San Pancrazio è catalogato nel Catasto Nazionale delle Cavità Artificiali come opera idraulica in Piazza Indipendenza, rilevato proprio dal Gruppo Speleo Archeologico Giovanni Spano.[6][23][17][16]

La Sardegna carsica: un patrimonio naturale eccezionale

La Sardegna è tra le regioni italiane più ricche di patrimonio speleologico naturale. Le sue cavità carsiche si concentrano in aree chiave: il Supramonte di Urzulei (con Sa Rutta ‘e S’Edera), l’Iglesiente (con la Grotta di San Giovanni a Domusnovas, prima al mondo per lunghezza tra le grotte attraversate da una strada carrozzabile con 4.910 m di sviluppo planimetrico), e la zona del Sulcis-Sarrabus. Il catasto regionale delle grotte è in continua crescita, testimoniando la vitalità della ricerca speleologica sull’isola.[24][25][14][1]


Il convegno e gli eventi futuri del 2026

Oltre alle tre iniziative di primavera, il programma del cinquantennale prevede fino a dicembre 2026 una serie di attività di più ampio respiro:[6]

  • Convegno sulla speleologia sarda: momento centrale del cinquantennale, dedicato a un confronto sulle trasformazioni della disciplina in Sardegna e sulle prospettive future. Il G.S.A.G.S. ha già organizzato un convegno analogo nel 2001, “Il Carsismo e la Ricerca Speleologica in Sardegna”, con il coinvolgimento delle università di Cagliari e Sassari e delle federazioni scientifiche.[26][15]
  • Seminari con l’Università di Cagliari e le scuole: la collaborazione con il mondo accademico e scolastico è una costante della storia del gruppo.[6][1]
  • Ulteriori iniziative di divulgazione: il programma resta aperto a nuove proposte, confermando la vocazione del G.S.A.G.S. a essere interlocutore culturale attivo sul territorio.

Significato culturale e scientifico

Il progetto “Sentieri nel Buio” non è solo una celebrazione interna. Rappresenta un atto di restituzione alla comunità di un patrimonio che appartiene a tutti: le grotte, i cunicoli, le cave estrattive, gli acquedotti sotterranei sono parte integrante della storia di Cagliari e della Sardegna, ma restano invisibili ai più. Il G.S.A.G.S. sceglie di aprirsi alla città con strumenti diversi — la fotografia, la tecnologia immersiva, le visite guidate, i convegni — perché la conoscenza del sottosuolo è anche strumento di tutela: la documentazione delle cavità serve alla ricerca scientifica, alla gestione delle acque e alla mitigazione dei rischi idrogeologici.[23][2][5][1]

Dopo cinquant’anni, il gruppo che nacque da quattro ragazzi curiosi porta alla superficie, letteralmente e metaforicamente, un mondo straordinario: quello dei “sentieri nel buio” che attraversano la roccia sotto la città e l’isola, custodendo pezzi preziosi di storia umana e naturale ancora in gran parte inesplorati.[21][8]


Scheda di sintesi

VoceDettaglio
NomeGruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano (G.S.A.G.S.)
FondazioneOttobre 1976, Cagliari[8][3]
SociOltre 100 iscritti[3]
SedeViale Elmas 184, Cagliari
AffiliazioniFederazione Speleologica Sarda; Società Speleologica Italiana[3]
BollettinoAnthèo (dal 1993, almeno 11 numeri)[12][13]
Corsi di speleologiaOltre 40 corsi di primo livello in 50 anni[19]
Mostra fotografica“Sentieri nel Buio”, 3 – 29 maggio 2026, sede AICS via Oristano 15, Cagliari[4]
Ingresso mostraLibero e gratuito[4]
Contattoinfo@gsags.it

Fonti consultate:

L'articolo “Sentieri nel Buio”: il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano porta in mostra 50 anni di speleologia a Cagliari proviene da Scintilena.

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Speleologi scoprono un nuovo passaggio sotterraneo nello Yucatán

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Importante scoperta nel sottosuolo della penisola dello Yucatán

Importante scoperta nel sottosuolo della penisola dello Yucatán, dove un gruppo di esploratori ha individuato un nuovo e affascinante passaggio all’interno della Gruta Santa Cruz.

Il Círculo Espeleológico del Mayab ha reso noto che, durante un’attività esplorativa svolta in unl fine settimana di aprile 2026, cinque membri del Gruppo sono riusciti a risalire una delle pareti della grotta, accedendo a un’area finora inesplorata. Qui hanno individuato un passaggio sotterraneo molto ampio, che si estende per oltre 300 metri e termina in un sifone, la cui esplorazione richiederà future immersioni.

Gli speleologi hanno descritto l’ambiente come particolarmente suggestivo: all’interno del nuovo tratto sono stati osservati speleotemi, cristalli e altre formazioni naturali, che contribuiscono a creare un’atmosfera unica e di grande valore scientifico.

Il Círculo Espeleológico del Mayab, associazione attiva nella penisola dello Yucatán, è impegnato da anni nell’esplorazione, nello studio e nella tutela di grotte, caverne e cenotes. Il gruppo è composto da speleologi, studenti ed esperti, con l’obiettivo di proteggere il patrimonio sotterraneo e archeologico della regione.

Questa nuova scoperta conferma ancora una volta la straordinaria ricchezza del sistema carsico dello Yucatán e apre la strada a ulteriori ricerche e approfondimenti.

Fonte: Novedades Yucatán; The Yucatán Times (2026) https://theyucatantimes.com/2026/04/speleological-experts-discover-a-new-underground-cave-system-in-yucatan/ (che riprende un post del Gruppo su Facebook – https://www.facebook.com/NovedadesYucatan/posts/1372063658287753?ref=embed_post)

L'articolo Speleologi scoprono un nuovo passaggio sotterraneo nello Yucatán proviene da Scintilena.

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I “nightclub” dei pipistrelli: sciami di accoppiamento e prevenzione delle pandemie

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I pipistrelli Myotis sviluppano tolleranza virale scambiando geni immunitari durante i raduni riproduttivi stagionali, secondo uno studio pubblicato su Cell Genomics dai ricercatori di Texas A&M


Pipistrelli e virus: un serbatoio naturale di malattie zoonotiche

I pipistrelli ospitano alcuni dei patogeni più pericolosi per gli esseri umani — Ebola, coronavirus, Nipah — senza sviluppare malattie. Questo paradosso biologico affascina la ricerca scientifica da decenni. I chirotteri fungono da serbatoi di virus zoonotici, ovvero portano agenti infettivi capaci di trasmettersi ad altre specie, compreso l’uomo, senza manifestare sintomi.sciencedaily+3

La domanda centrale che guida la ricerca è sempre la stessa: come fanno i pipistrelli a tollerare virus che, negli esseri umani, causano morti di massa? Un gruppo di ricercatori della Texas A&M University ha ora una risposta parziale, pubblicata sulla rivista Cell Genomics nel febbraio 2024.pubmed.ncbi.nlm.nih

Lo studio, dal titolo “Karyotypic stasis and swarming influenced the evolution of viral tolerance in a species-rich bat radiation”, apre nuove prospettive per la comprensione dell’immunità nei chirotteri e per la prevenzione delle pandemie future.semanticscholar+1


Gli sciami di accoppiamento dei pipistrelli Myotis: laboratori evolutivi naturali

Il team guidato dalla dottoressa Nicole M. Foley e dal professor William J. Murphy della Texas A&M School of Veterinary Medicine & Biomedical Sciences ha ricostruito l’albero evolutivo di numerose specie del genere Myotis.eurekalert+1

I pipistrelli Myotis si riuniscono stagionalmente in grandi sciami di accoppiamento. Sono raduni rumorosi, affollati, paragonabili a veri e propri “nightclub” della natura. In questi eventi, individui appartenenti a popolazioni geograficamente diverse si mescolano e si accoppiano.unmc+1

Questi raduni non sono solo riproduttivi. Durante gli sciami stagionali, i pipistrelli scambiano geni immunitari tra le diverse popolazioni. Il meccanismo favorisce la diversità genetica nei sistemi immunitari, consentendo l’evoluzione rapida di varianti capaci di tollerare virus diversi.the-microbiologist+2

Il genere Myotis è il secondo genere di mammiferi per numero di specie, con oltre 140 specie distribuite in quasi tutto il mondo. Questa vastità geografica e tassonomica lo rende un modello evolutivo di grande valore per la scienza.vetmed.tamu+1


Geni immunitari nei pipistrelli Myotis: il ruolo dell’interferone e delle proteine antivirali

L’analisi genomica ha mostrato che le regioni del genoma legate alla risposta immunitaria evolvono più rapidamente nei Myotis rispetto ad altri mammiferi. In particolare, i geni che regolano l’interferone e le proteine antivirali risultano sottoposti a selezione positiva accelerata.natureworldnews+2

A differenza di umani e topi, che attivano il sistema immunitario solo in risposta a un’infezione, nei pipistrelli l’interferone è costantemente attivo, come una linea di difesa permanente attiva 24 ore su 24. Questa particolarità biologica rende i chirotteri capaci di contenere i virus senza innescare le risposte infiammatorie che, negli esseri umani, causano le complicazioni più gravi.natureworldnews

Durante gli sciami stagionali di accoppiamento, i livelli di interferone e degli altri geni immunitari risultano ulteriormente elevati rispetto ai periodi precedenti e successivi ai raduni. Ciò suggerisce che i pipistrelli siano in grado di modulare la risposta immunitaria in base alle condizioni sociali e ambientali, potenziando le difese proprio nel momento in cui il rischio di trasmissione virale è maggiore.natureworldnews


Tolleranza virale e prevenzione delle pandemie: le implicazioni dello studio

“Diverse specie di pipistrelli sono tolleranti a virus dannosi per la salute umana. Diventano serbatoi di malattia: portano i virus, ma non sviluppano sintomi”, ha dichiarato Foley. “Capire come i pipistrelli hanno sviluppato la tolleranza virale potrebbe aiutarci a capire come gli esseri umani possano combattere meglio le malattie emergenti”.the-microbiologist+1

Il gruppo di Texas A&M ritiene che studiare l’immunità dei pipistrelli possa fornire indicazioni decisive per prevenire la prossima pandemia globale. “A causa del COVID-19, la predizione e la prevenzione delle epidemie è in cima ai pensieri di ricercatori e opinione pubblica”, ha sottolineato Foley.sciencedaily+3

I ricercatori sottolineano anche il valore della collaborazione trasversale tra discipline: genomisti, virologi, epidemiologi e veterinari lavorano su dati condivisi per anticipare i rischi di spillover zoonotico. La tolleranza virale dei pipistrelli non è solo un fenomeno biologico affascinante: è una finestra aperta su meccanismi che potrebbero ispirare nuove strategie terapeutiche e preventive per l’uomo.unmc+1


Il genere Myotis come modello genomico per lo studio della coevoluzione virus-ospite

Lo studio dei Myotis offre un modello evolutivo per comprendere come i vertebrati possano convivere con agenti patogeni letali. Il genere, con oltre 140 specie distribuite in tutti i continenti eccetto l’Antartide, ospita una diversità virale eccezionale.eurekalert+3

Le analisi genomiche hanno rivelato una stasi kariologica — cioè una stabilità del numero cromosomico — accompagnata da una rapida evoluzione delle regioni immunitarie del genoma. Questa combinazione di conservatività strutturale e plasticità immunologica potrebbe essere una delle chiavi dell’eccezionale successo evolutivo del genere.vazquez+2

Un ulteriore studio pubblicato nel 2024 ha confermato l’abbondante adattamento nei Myotis in risposta ai virus a DNA, con pattern distinti rispetto agli esseri umani. Questa differenza potrebbe spiegare in parte perché i chirotteri siano serbatoi privilegiati di virus zoonotici: il loro sistema immunitario ha imparato a convivere con agenti che il sistema immunitario umano non riesce a gestire senza danni.vazquez+1

La ricerca di Texas A&M apre un capitolo nuovo nella prevenzione delle malattie infettive. L’obiettivo non è più solo quello di eliminare i serbatoi animali delle malattie, ma capire come questi animali abbiano imparato a convivere con i virus nel corso di milioni di anni di evoluzione.vetmed.tamu+1

Ecco le fonti utilizzate per l’articolo, con i relativi link:

  1. ScienceDailyBat ‘nightclubs’ may be the key to solving the next pandemic
    https://www.sciencedaily.com/releases/2024/02/240220143441.htmsciencedaily
  2. EurekAlert!Bat ‘nightclubs’ may be the key to solving the next pandemic
    https://www.eurekalert.org/news-releases/1034952eurekalert
  3. The MicrobiologistBat mating swarms may be the key to solving the next pandemic
    https://www.the-microbiologist.com/news/bat-mating-swarms-may-be-the-key-to-solving-the-next-pandemic/2596.articlethe-microbiologist
  4. UNMC Health SecurityBat ‘Nightclubs’ May Be The Key To Solving The Next Pandemic
    https://www.unmc.edu/healthsecurity/transmission/2024/02/20/bat-nightclubs-may-be-the-key-to-solving-the-next-pandemic/unmc
  5. Texas A&M VetMedBat ‘Nightclubs’ May Be The Key To Solving The Next Pandemic (comunicato ufficiale)
    https://vetmed.tamu.edu/news/press-releases/bat-evolution/vetmed.tamu
  6. Nature World NewsBat Mating Swarms May Hold Clues To Viral Tolerance, Study Suggests
    https://www.natureworldnews.com/articles/60727/20240222/bat-mating-swarms-hold-clues-viral-tolerance-study-suggests.htmnatureworldnews
  7. PubMed / NCBIKaryotypic stasis and swarming influenced the evolution of viral tolerance (abstract dello studio originale su Cell Genomics)
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38237599/pubmed.ncbi.nlm.nih
  8. ScienceDirect / Cell GenomicsPhylogenomic analyses unraveled the evolution of viral tolerance in Myotis (articolo completo)
    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666979X24000302sciencedirect
  9. Semantic ScholarKaryotypic stasis and swarming influenced the evolution of viral tolerance
    https://www.semanticscholar.org/paper/749650ad84938a6ba7f7888b24854c9cd48baec4semanticscholar
  10. Vazquez Lab / BioarchiveExtensive longevity and DNA virus-driven adaptation in nearctic Myotis
    https://vazquez.bio/publication/vazquez-2024-oh/vazquez

L'articolo I “nightclub” dei pipistrelli: sciami di accoppiamento e prevenzione delle pandemie proviene da Scintilena.

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Dal Cilento alle grotte: torna il Summer Camp Speleo Young

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Dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati la terza edizione del camp di speleologia per ragazzi dai 12 ai 17 anni organizzato da Tetide APS nel Parco Nazionale del Cilento


Il Summer Camp Speleo Young arriva alla terza edizione

Il 3° Summer Camp Speleo Young si svolgerà dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati, in provincia di Salerno, all’interno del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. L’iniziativa è promossa da Tetide APS, associazione di promozione sociale con sede a Caselle in Pittari (SA), attiva da anni nella valorizzazione del territorio carsico e nella divulgazione della speleologia. Il camp è rivolto a ragazze e ragazzi tra i 12 e i 17 anni e propone una settimana di formazione pratica e teorica a stretto contatto con l’ambiente naturale.

Il progetto nasce nel 2023 e ha già percorso tre edizioni in crescita. Alla prima edizione parteciparono 11 ragazzi provenienti da Campania, Puglia, Toscana, Abruzzo, Lombardia e persino dalla Spagna. La seconda si tenne nel 2024 sempre nel Cilento, mentre l’edizione 2025 ha visto ampliarsi le attività e i partner coinvolti. Con la terza edizione 2026, Tetide APS consolida un format che unisce avventura e apprendimento in un territorio di grande valore naturalistico.tetide+3


Un programma tra grotte, torrenti e aule

Le attività del Summer Camp Speleo Young sono strutturate su due momenti principali della giornata. La mattina è dedicata alle uscite sul campo: speleologia con esplorazione di grotte, torrentismo lungo i corsi d’acqua del Cilento e escursioni su sentieri naturalistici. Il pomeriggio lascia spazio alla formazione teorica in aula con lezioni su carsismo, cartografia, topografia, orientamento e storia del rapporto tra l’uomo e le grotte.tetide+1

Le attività pratiche si svolgono sempre sotto la guida di speleologi esperti. Il rapporto tra formatori e partecipanti è di almeno uno ogni cinque ragazzi, con presenza garantita 24 ore su 24. Tutta l’attrezzatura necessaria — caschi, mute, imbrachi e materiale tecnico — è fornita dall’organizzazione e inclusa nella quota di partecipazione. È inclusa anche l’assicurazione infortuni. Gli istruttori operano in coordinamento con la Commissione Nazionale Scuole di Speleologia della Società Speleologica Italiana.scintilena+2


Speleologia giovanile nel cuore del Parco del Cilento

Il luogo scelto per il camp non è casuale. Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è uno dei territori carsici più significativi d’Italia. Le sue rocce carbonatiche hanno dato origine nel corso dei millenni a grotte, doline, inghiottitoi e risorgenze che caratterizzano il paesaggio in superficie e nel sottosuolo. Il fiume Bussento, con il suo celebre inghiottitoio, è uno degli ambienti più noti del comprensorio e ha già ospitato attività di Tetide APS nelle edizioni precedenti.tetidevulnerabilita-aree-carsiche.txttetide

I territori carsici come il Cilento svolgono una funzione idrologica fondamentale. Le rocce assorbono e immagazzinano le acque meteoriche, restituendole attraverso sorgenti che alimentano fiumi e falde acquifere. Sono però anche sistemi fragili: la struttura fessurata delle rocce favorisce la rapida infiltrazione di sostanze inquinanti, con effetti difficilmente reversibili sugli ecosistemi sotterranei e sulla qualità dell’acqua potabile. Conoscere e rispettare questi ambienti è una delle finalità esplicite del percorso formativo del camp.vulnerabilita-aree-carsiche.txt


Speleologia per ragazzi: benefici che vanno oltre la grotta

La speleologia giovanile non è soltanto avventura. Le ricerche sul tema mostrano come questa disciplina produca benefici rilevanti su più livelli. Sul piano fisico, migliora resistenza, forza, flessibilità e coordinazione motoria. Sul piano cognitivo, sviluppa capacità di problem solving, orientamento spaziale e apprendimento tecnico. Il lavoro di squadra in ambienti difficili costruisce abilità relazionali solide, a partire dalla comunicazione e dalla gestione del rischio condiviso.scintilena+1

La dimensione ambientale è altrettanto centrale. I ragazzi che esplorano direttamente una grotta acquisiscono una consapevolezza concreta della fragilità degli ecosistemi sotterranei, della vulnerabilità delle risorse idriche e del valore del patrimonio naturale. Si tratta di una forma di educazione ambientale che difficilmente si ottiene in aula. Temi come biodiversità, cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile diventano comprensibili attraverso l’esperienza diretta sul territorio.iris.politovulnerabilita-aree-carsiche.txtscintilena


Chi può partecipare e come iscriversi

Il camp è aperto a ragazze e ragazzi dai 12 ai 17 anni. Non è richiesta alcuna esperienza pregressa: le attività sono calibrate per accompagnare i principianti e stimolare chi ha già familiarità con l’ambiente naturale.tetide

Le quote di iscrizione di riferimento — in attesa di quelle ufficiali del 2026 — sono quelle dell’edizione 2025: €350 per la formula in pensione completa con alloggio (Quota A) e €150 per la formula con pranzo al sacco (Quota B). Per fratelli iscritti insieme è previsto uno sconto di €20. È richiesta la tessera associativa Tetide APS, del costo di €10 (o €12,50 con polizza AICS).tetide+1

Gli speleologi esperti che desiderano partecipare come formatori possono contattare l’organizzazione all’indirizzo segreteria@tetide.org.tetide

Per informazioni e iscrizioni:

  • Sito: www.tetide.org
  • Email: info@tetide.org
  • Telefono: +39 329 906 4395 – +39 348 297 4991

Enti e istituzioni a supporto del progetto

Il Summer Camp Speleo Young gode del patrocinio di un’ampia rete istituzionale. Tra i partner figurano il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, la Società Speleologica Italiana (SSI) – ETS, la Federazione Speleologica Campana, l’Associazione Italiana Cultura Sport (AICS) – APS Comitato Provinciale Salerno e le amministrazioni comunali di Morigerati e Caselle in Pittari. Partecipano anche la Cooperativa Sociale Labor Limae e le associazioni L@S APS, Zap! e Transluoghi (Ecomuseo del Bussento Contemporaneo).scintilena+1


In Sintesi

Il 3° Summer Camp Speleo Young 2026 è organizzato da Tetide APS e si terrà dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati (SA), nel Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. È rivolto a ragazzi dai 12 ai 17 anni e unisce avventura, scienza e formazione ambientale.

Cosa trovi nella guida

La guida studio copre:

  • Storia del progetto – tre edizioni (2023–2026), con partecipanti arrivati da tutta Italia e anche dalla Spagna
  • Attività previste – speleologia, torrentismo, escursionismo e laboratori didattici
  • Struttura della giornata – mattina pratica, pomeriggio formativo
  • Quote di partecipazione (Quota A €350 / Quota B €150 come riferimento 2025)
  • Sicurezza – 1 esperto ogni 5 partecipanti, materiale incluso, assicurazione
  • Benefici educativi della speleologia per la crescita fisica, cognitiva e ambientale dei giovani
  • Contatti per iscrizioni e per chi vuole partecipare come formatore speleologo: segreteria@tetide.org
  • Glossario dei termini tecnici (carsismo, dolina, acquifero, ecc.)
  • 8 domande di ripasso per verificare la comprensione dei contenuti

Per informazioni e iscrizioni: www.tetide.org | info@tetide.org | tel. 329 906 4395

Summer Camp Speleo Young 2026 – Guida Studio Completa

![Locandina Summer Camp Speleo Young 2026]


Panoramica dell’Evento

Il 3° Summer Camp Speleo Young 2026 è un campo estivo di speleologia e scoperta della natura organizzato da Tetide APS, associazione di promozione sociale con sede a Caselle in Pittari (SA). Si svolgerà dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati (SA), nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. È rivolto a ragazze e ragazzi tra i 12 e i 17 anni e rappresenta la terza edizione di un progetto formativo ormai consolidato.[1][2]


Chi è Tetide APS?

Tetide APS (Associazione di Promozione Sociale) ha sede in Via Roma 22, 84030 Caselle in Pittari (SA) ed è il motore culturale e organizzativo dietro numerosi progetti legati alla speleologia e alla valorizzazione del territorio carsico del Cilento. L’associazione organizza stage di speleologia, rafting sul Bussento, corsi di canyoning e campi esplorativi, con una forte vocazione educativa verso i giovani. Il Summer Camp Speleo Young è uno dei suoi progetti più noti a livello nazionale, cresciuto dalla prima edizione del 2023 fino alla terza del 2026.[3][2][4][5][6][7]


Storia del Progetto

EdizioneAnnoDateLuogoPartecipanti (fascia età)
1ª edizione202323–29 luglioCaselle in Pittari (SA)12–16 anni[4]
2ª edizione202421–27 luglioCaselle in Pittari (SA)12–16 anni[8]
2ª edizione (bis)20256–12 luglioMorigerati + Caselle in Pittari (SA)12–18 anni[1]
3ª edizione20265–12 luglioMorigerati (SA)12–17 anni[2]

La prima edizione del 2023 ha già visto la partecipazione di 11 ragazzi provenienti da Campania, Puglia, Toscana, Abruzzo, Lombardia e persino dalla Spagna. La crescita progressiva del progetto testimonia il successo di questa iniziativa nel panorama speleologico giovanile italiano.[5]


Enti Patrocinatori e Partner

Il Summer Camp Speleo Young è sostenuto da una rete istituzionale di alto livello:[1][9]

  • Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni
  • Società Speleologica Italiana (SSI) – ETS
  • Federazione Speleologica Campana
  • Associazione Italiana Cultura Sport (AICS) – APS Comitato Provinciale Salerno
  • Amministrazioni Comunali di Morigerati e Caselle in Pittari
  • Cooperativa Sociale Labor Limae
  • Associazioni L@S APS, Zap!, Transluoghi (Ecomuseo del Bussento Contemporaneo)

Attività Previste

Attività all’Aria Aperta

  • Speleologia: esplorazione di grotte e ambienti sotterranei, con utilizzo di attrezzatura professionale (caschi, mute, imbrachi)[9][10]
  • Escursionismo: percorsi su sentieri panoramici e naturalistici nel Parco del Cilento[10]
  • Torrentismo: discesa e navigazione dei corsi d’acqua del territorio, in particolare lungo il fiume Bussento[1][10]

Formazione Teorica in Aula

Durante la prima edizione del 2023, le lezioni teoriche hanno coperto:[5]

  • Carsismo e speleologia (docente dott.ssa Simona Cafaro)
  • Cartografia, orientamento, topografia (docente Vincenzo Martimucci)
  • L’uomo e le grotte (archeologia e storia)

Temi Trasversali

  • Conoscenza e tutela del territorio carsico
  • Scoperta del patrimonio naturalistico del Cilento
  • Coscienza ambientale e difesa degli ecosistemi
  • Riflessioni sull’impatto antropico sull’ambiente
  • Educazione al rispetto e alla sostenibilità[10]

Struttura della Giornata Tipo

Ogni giornata è articolata su due momenti principali:[9]

  1. Mattina: attività pratiche sul campo (grotte, torrenti, sentieri)
  2. Pomeriggio: approfondimenti didattici, laboratori tematici e incontri formativi

Quote di Partecipazione (Riferimento Edizione 2025)

Le quote ufficiali del 2026 non sono ancora state pubblicate. A titolo indicativo, le quote dell’edizione 2025 sono state:[1][10]

TipologiaCostoCosa include
Quota A€350,00Pensione completa, alloggio, attrezzature, assicurazione, spostamenti, attività
Quota B€150,00Pranzo al sacco, attività, attrezzature, assicurazione, spostamenti
Sconto fratelli–€20,00Sconto complessivo per fratelli iscritti insieme

È richiesta anche la tessera associativa Tetide APS, il cui costo per il 2026 è di €10 (o €12,50 con polizza assicurativa AICS).[11]


Sicurezza e Standard Formativi

La sicurezza dei partecipanti è garantita da un elevato standard operativo:[8][9]

  • Rapporto minimo 1 esperto ogni 5 partecipanti
  • Presenza 24 ore su 24 di esperti speleologi
  • Tutto il materiale è fornito: caschi, mute, attrezzature per speleologia e torrentismo
  • Assicurazione infortuni inclusa nella quota
  • Attività svolte con il supporto di istruttori della Commissione Nazionale Scuole di Speleologia della SSI[5]

Il Territorio: Parco Nazionale del Cilento

Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è uno degli ambienti naturali più ricchi d’Italia, caratterizzato da fenomeni carsici di grande rilevanza. Il territorio presenta grotte naturali, doline, inghiottitoi e sorgenti carsiche tipiche delle rocce carbonatiche, oltre alla celebre Grotta di Castelcivita e all’Inghiottitoio del Bussento. I territori carsici come il Cilento ospitano ecosistemi sotterranei unici, con specie endemiche che dipendono dalla qualità delle acque e dalla stabilità degli ambienti ipogei.[12][2]


Perché Partecipare: i Benefici della Speleologia per i Giovani

La speleologia è una disciplina che offre numerosi vantaggi per lo sviluppo fisico, cognitivo e sociale dei ragazzi:[13][14]

Benefici Fisici

  • Miglioramento di resistenza, forza e flessibilità attraverso l’attività su terreni accidentati[13]
  • Sviluppo della coordinazione motoria in ambienti tridimensionali e complessi

Benefici Cognitivi e Tecnici

  • Apprendimento di cartografia, topografia e orientamento[10]
  • Acquisizione di tecniche specifiche come la progressione su corda e la gestione dell’attrezzatura[13]
  • Sviluppo del pensiero critico e della capacità di problem solving

Benefici Sociali

  • Potenziamento delle abilità di lavoro in squadra, comunicazione e leadership[13]
  • Costruzione di reti relazionali con coetanei provenienti da tutta Italia e dall’estero[5]

Benefici Ambientali e Formativi

  • Aumento della consapevolezza ambientale e dell’etica della conservazione[13][14]
  • Comprensione della fragilità degli ecosistemi carsici: le grotte ospitano specie endemiche che dipendono dalla qualità dell’acqua e dall’assenza di inquinamento[12]
  • Capacità di comprendere temi come cambiamenti climatici, biodiversità e sviluppo sostenibile attraverso l’esperienza diretta[14]

Per chi è Pensato: i Destinatari

Ragazzi e Ragazze (12–17 anni)

Un’occasione unica per scoprire la natura in modo autentico, fare nuove amicizie e imparare discipline tecnico-scientifiche in un contesto avventuroso e sicuro.[10]

Genitori

Il camp offre un contesto formativo, sicuro e stimolante, con esperti sempre presenti, attrezzatura professionale inclusa e un programma che coniuga avventura e crescita personale.[1][9]

Insegnanti

Il Summer Camp Speleo Young rappresenta un perfetto prolungamento del curricolo scolastico nelle discipline di scienze naturali, geologia, ecologia, geografia fisica e educazione civica. Le lezioni teoriche in aula e le uscite sul campo coprono temi legati a:[10][5]

  • Carsismo e idrogeologia
  • Biodiversità e tutela degli ecosistemi
  • Cartografia e orientamento
  • Impatto antropico sull’ambiente

Speleologi Esperti – Formatori

Tetide APS cerca speleologi qualificati per partecipare come formatori e istruttori nelle attività pratiche. Il contatto è: segreteria@tetide.org.[6][11]


Come Iscriversi

CanaleDettaglio
Sito webwww.tetide.org
Emailinfo@tetide.org
Per formatorisegreteria@tetide.org
Telefono+39 329 906 4395 – +39 348 297 4991

Le iscrizioni al camp si effettuano tramite il sito ufficiale Tetide. La tessera associativa è obbligatoria per partecipare alle attività.[2][11]


Connessione con il Territorio Carsico del Cilento

Capire il carsismo è fondamentale per valorizzare la propria esperienza al camp. I territori carsici come il Cilento:[12]

  • Sono formati da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) che si dissolvono per azione dell’acqua
  • Presentano grotte, doline, inghiottitoi, risorgenze come elementi geomorfologici tipici
  • Ospitano acquiferi carsici che alimentano sorgenti e fiumi e sono la principale risorsa idrica per le comunità locali
  • Sono ecosistemi altamente vulnerabili all’inquinamento perché gli agenti contaminanti si diffondono rapidamente senza filtrazione naturale

La partecipazione al Summer Camp Speleo Young non è solo avventura: è un percorso di cittadinanza attiva per imparare a prendersi cura di un patrimonio naturale fragile e insostituibile.[13][14][12]


Domande di Ripasso

  1. In quale Parco Nazionale si svolge il Summer Camp Speleo Young 2026?
  2. Quali sono le tre attività principali del campo?
  3. Qual è il rapporto minimo tra esperti e partecipanti previsto per la sicurezza?
  4. Quali temi scientifici vengono trattati durante le lezioni teoriche in aula?
  5. Perché i territori carsici sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento?
  6. Quali enti patrocinano il Summer Camp Speleo Young?
  7. Come si contatta Tetide APS per partecipare come formatore?
  8. Quali sono le differenze tra la Quota A e la Quota B di iscrizione?

Glossario dei Termini Chiave

TermineDefinizione
SpeleologiaScienza e sport che studia ed esplora le grotte e gli ambienti sotterranei[13]
CarsismoInsieme di fenomeni geologici causati dalla dissoluzione di rocce carbonatiche da parte dell’acqua[12]
DolinaDepressione circolare o ellittica nel terreno tipica dei territori carsici[12]
InghiottitoioApertura nel suolo attraverso cui l’acqua superficiale scompare nel sottosuolo[12]
TorrentismoDiscesa sportiva di corsi d’acqua torrentizi, spesso in ambienti carsici[10]
Acquifero carsicoFalda acquifera contenuta in rocce carsificate, fonte di approvvigionamento idrico[12]
Ecosistema ipogeoL’insieme delle specie animali e vegetali che vivono nelle grotte e nel sottosuolo[12]
Topografia speleologicaTecnica di rilievo e mappatura delle cavità sotterranee[10]

Fonti consultate

L'articolo Dal Cilento alle grotte: torna il Summer Camp Speleo Young proviene da Scintilena.

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Tetide APS lancia il 3° Summer Camp Speleo Young 2026: vivi la natura, esplora e cresci

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Torna dal 5 al 12 luglio 2026 a Morigerati (SA) il Summer Camp Speleo Young, rivolto a ragazzi e ragazze dai 12 ai 17 anni

Dal 5 al 12 luglio 2026, nel suggestivo scenario di Morigerati (SA), nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, torna il Summer Camp Speleo Young, giunto alla sua terza edizione e promosso da Tetide APS.

un bellissimo messaggio inclusivo:

Hai tra i 12 e 17 anni? 
Partecipa al Summer Camp Speleo young 2026

Sei genitore di una ragazza o un ragazzo tra i 12 e 17 anni? 
Iscrivila/o al Summer Camp Speleo young 2026

Sei un insegnante? 
Invita i tuoi alunni a partecipare al Summer Camp Speleo young 2026

Sei uno speleologo? 
Contattaci su segreteria@tetide.org  per partecipare come formatore al Summer Camp Speleo young 2026

Il campo estivo è rivolto a ragazzi e ragazze dai 12 ai 17 anni e rappresenta un’opportunità unica per vivere un’esperienza immersiva nella natura, all’insegna dell’avventura, della scoperta e della crescita personale.

Esperienza che fanno crescere (bene) tra grotte, fiumi e sentieri, anche grazie a una rete di collaborazioni sul territorio

Il programma propone attività coinvolgenti pensate per avvicinare i giovani al patrimonio naturalistico del territorio cilentano:

  • esplorazioni speleologiche in grotte e ambienti sotterranei
  • escursioni lungo sentieri naturalistici
  • attività di torrentismo e esperienze fluviali
  • laboratori e incontri formativi dedicati alla tutela degli ecosistemi

Attraverso queste esperienze, i partecipanti avranno modo di sviluppare spirito di gruppo, autonomia e consapevolezza ambientale, imparando a conoscere e rispettare la natura in modo diretto e coinvolgente.

Il progetto è realizzato da Tetide APS con il supporto delle Amministrazioni Comunali di Morigerati e Caselle in Pittari, in collaborazione con L@S APS, Associazione Zap!, Transluoghi – Ecomuseo del Bussento Contemporaneo e la Cooperativa Sociale Labor Limae.

L’iniziativa gode inoltre del patrocinio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, della Società Speleologica Italiana ETS, della Federazione Speleologica Campana e dell’Associazione Italiana Cultura Sport – APS Comitato Provinciale Salerno.

Quote di partecipazione

Sono previste due modalità di partecipazione:

  • Quota A – € 350,00: pensione completa, alloggio, attività, attrezzature, assicurazione e spostamenti inclusi
  • Quota B – € 150,00: attività, attrezzature, assicurazione, spostamenti e pranzo al sacco

È previsto uno sconto di € 20,00 per fratelli.
La tessera associativa Tetide (€ 10,00 per i non soci) e le spese personali non sono incluse.

Informazioni e iscrizioni

Per partecipare o richiedere maggiori informazioni: mail: info@tetide.orgtel 3299064395 – 3482974991

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Dalle Selci Neolitiche alle Miniere del Papa: a Narni Diecimila Anni di Vita Nascosta nelle Grotte di Santa Croce

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La Montagna di Santa Croce a Narni custodisce una stratificazione umana continua che va dal Neolitico alle esplorazioni speleologiche contemporanee: cacciatori preistorici, costruttori romani, eremiti medievali e minatori pontifici hanno tutti lasciato tracce in queste cavità.


La Grotta dei Cocci e l’Archeologia Speleologica nelle Grotte di Narni

Sul versante destro del Nera, nel fianco occidentale del Monte Santa Croce, si apre una delle grotte preistoriche più significative dell’Umbria: la Grotta dei Cocci. Il nome non lascia spazio a dubbi — frammenti di ceramica — e rivela già il contenuto di questa cavità scoperta nei primissimi anni Cinquanta del Novecento da un gruppo di scout narnesi, tra cui Irmo Ceccaroli e Paolo Ceccarelli, che segnalarono il ritrovamento al professor Carlo Castellani, Ispettore Onorario ai Monumenti dell’Umbria.

Nei decenni successivi, la grotta subì numerose razzie da parte di privati, perdendo parte del suo patrimonio prima di qualsiasi studio scientifico. Solo negli anni ’80 la cavità fu oggetto di una vera campagna di scavo, coordinata da Maria Cristina De Angelis della Soprintendenza, i cui risultati sono stati pubblicati in un volume monografico edito da All’Insegna del Giglio nel 2019.

I reperti restituiti dai sedimenti della grotta coprono un arco che va dal Neolitico antico finale fino all’età del Bronzo. Tra i materiali rinvenuti: utensili in selce, strumenti di osso, frammenti ceramici di diverse epoche, oggetti d’ornamento e resti funerari umani. Il dettaglio più eloquente è il focolare con strato di cenere e carboni di oltre un metro di spessore: una stratificazione che testimonia una frequentazione millenaria e continua. La grotta era probabilmente un luogo di rito, frequentata da genti provenienti da altri territori dell’Appennino, a conferma di una rete di scambi culturali già attiva in epoche molto remote. I reperti salvati dalle razzie sono oggi conservati in una sala del Museo di Palazzo Eroli a Narni.

La Grotta dei Cocci non è l’unica testimonianza preistorica del territorio narnese. La Grotta del Capraro, anch’essa in territorio narnese ma in località Cappuccini Selva Antica, ha restituito utensili in selce, frammenti ceramici e focolari analoghi. La Grotta d’Orlando, sulla Via Flaminia, conserva incisioni rupestri e la caratteristica “Sedia d’Orlando”, pur non essendo mai stata oggetto di scavi sistematici.


Stifone e le Grotte del Nera

Prima ancora dei monaci medievali e dei minatori pontifici, la zona delle Gole del Nera era frequentata per ragioni commerciali e militari. Il geografo greco Strabone (Geographia V, 2, 10) fu il primo a confermare la navigabilità del Nera nell’antichità, specificando che il fiume poteva essere percorso con imbarcazioni di piccole dimensioni. Il fiume risultava completamente navigabile solo all’uscita della Gola di Narni, circa 900 metri a valle di Stifone, nella zona denominata “Le Mole” per i numerosi mulini medievali presenti in loco.

Nel 20 d.C. il console Gneo Calpurnio Pisone, di ritorno dalla Dalmazia e narrato da Tacito negli Annales (III, 9), si imbarcò a Narni con un numeroso seguito per raggiungere Roma via fiume. Il dettaglio implica che al porto fluviale narnese fosse disponibile un numero sufficiente di imbarcazioni per il trasporto di persone e merci.

Le prime testimonianze scritte del porto risalgono al XVI secolo, quando il gesuita Fulvio Cardoli riconobbe le vestigia: “Esistono anc’oggi, passato il Castel di Taizzano, un tre miglia da Narni, alcune vestigia del porto, dove alfin la Nera incomincia a sostener le barche, ed ivi veggonsi pure i ferrei anelli impiombati nel vivo sasso, ai quali siccome a palo ferrato legavansi le barche”. Tali anelli di ferro, confermati nel 1879 dal marchese Giovanni Eroli, sono ancora parzialmente visibili nell’alveo del fiume. Il sito è ancora in stato di abbandono, di proprietà dell’ENEL, e non è mai stato oggetto di una vera campagna di scavi.


Gli Eremi Rupestri delle Gole del Nera: Monaci e Grotte nel Medioevo

Sul Monte Santa Croce, quasi a fare da sentinella sull’imbocco delle Gole del Nera, sorge l’Abbazia di San Cassiano, edificio di pietra con campanile visibile da Narni. Le sue origini monastiche risalgono alle guerre goto-bizantine del VI secolo: è probabile che il sito sorgesse come presidio territoriale, in analogia con altri monasteri della medesima epoca. L’abbazia è nominata con certezza per la prima volta in un documento dell’Abbazia di Farfa dell’1081, ma il ritrovamento di un’iscrizione su sarcofago romano — donato al primo abate dal nobile Crescenzio di Teodorada, morto nel 984 d.C. — suggerisce che l’edificio attuale sia da datarsi alla seconda metà del X secolo, al tempo del papa narnese Giovanni XIII (965–972). Il monastero era parte di una rete di presidi religiosi che vigilavano sul corridoio territoriale tra Roma e Ravenna.

Aggrappato a strapiombo sulle Gole del Nera, in uno dei punti più impervi del Monte Santa Croce, si trova invece l’Eremo di San Jago, conosciuto localmente come “grotta dell’Eremita” o “San Jago degli Schioppi” (scogli). Non si hanno notizie certe sulla fondazione, ma le murature esistenti sono databili al XIII secolo, con una probabile frequentazione eremitica precedente. La struttura sfrutta un’ampia grotta naturale come involucro, chiusa e articolata su tre livelli: al primo livello si riconoscono i resti di una piccola chiesa con porta architravata e croce scolpita; ai piani superiori si trovavano i rifugi per gli eremiti. Una narrazione trascritta da Orlando Colasanti nel 1941 ricorda che nel 1354 vi avrebbe soggiornato il nobile romano Evaldo Frangipane, ordinatosi sacerdote. L’eremo versa oggi in stato di abbandono, vittima di atti vandalici.

Gli speleologi dell’UTEC Narni hanno identificato nelle stesse gole anche quello che ritengono essere il perduto Monastero di San Giovanni, insediamento eremitico costruito presso una grotta preesistente. Come ha ricostruito Andrea Scatolini dell’UTEC, il rapporto tra grotta naturale e presidio religioso è costante lungo tutta la montagna: la montagna porta il nome di Santa Croce proprio da questa fitta rete di presidi religiosi costruiti nel corso del Medioevo.


Le Miniere di Ferro dello Stato Pontificio: Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste

I primi documenti certi sulle miniere di ferro di Narni risalgono al 1709: in una lettera di quell’anno, i priori di Narni scrivevano al Cardinale Sacripante ricordando espressamente le cave di ferro. La scelta del sito cadde su Stifone anche “per la vicinanza alla Madonna del Monte, dove si cava la miniera del ferro più abbondante”.

La Reverenda Camera Apostolica fu autorizzata a coltivare le miniere e a costruire una ferriera. La prima pietra fu posata il 15 aprile 1710 presso la villa di Stifone: la struttura comprendeva due edifici — grande e piccola ferriera — con forno e magli azionati dalla forza idraulica delle sorgenti locali. L’impianto fu inaugurato con la prima fusione del minerale il 21 ottobre 1721. La relazione del signor Bordoni del 1710, documento fondamentale per la storia industriale del territorio, descrive il sopralluogo personale del Monsignore Tesoriere nelle cave verso la fine del 1708.

L’impresa si rivelò più costosa del previsto: cunicoli lunghissimi, acqua insufficiente per i macchinari, vene di ferro meno abbondanti del previsto. La Camera Apostolica fu costretta ad abbandonare l’impresa, e seguirono 39 anni di abbandono completo. Nel 1760 l’architetto Giuseppe Pennini, incaricato dalla Camera Apostolica per una nuova valutazione, visitò le cave e le descrisse: alla prima cava trovò un cunicolo alto e largo 7 palmi che si internava in linea retta per 450 palmi. Il minerale estratto era una limonite pisolitica, capace di fornire dopo lavaggi dal 33 al 40 per cento di metallo. La nuova ferriera fu definitivamente abbandonata nel 1784.

Le tre principali cavità-miniera del comprensorio — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli e Grotta Celeste — sono state oggetto di sistematiche esplorazioni speleologiche da parte dell’UTEC Narni. Sulla base dei confronti con la relazione del Pennini, gli speleologi identificano la Grotta dello Svizzero con la cosiddetta “Cava di Zara” descritta nel 1760. Nelle grotte Celeste e dei Veli, durante una delle esplorazioni, gli speleologi trovarono due oggetti abbandonati in fondo alle antiche cave: un vecchio elmetto militare e una piccola piccozza. L’elmetto potrebbe rimandare alle due guerre mondiali; la piccozza è uno strumento tipico del lavoro minerario. Due oggetti che condensano in un’immagine la stratificazione della storia umana in questi luoghi.


Daniele Di Sisto e Filippo Sini: il Valore Umano dell’Esplorazione Speleologica

Il Gruppo Speleologico UTEC Narni, fondato nel 1977, ha esplorato, rilevato e censito oltre 17 grotte sul Monte Santa Croce nel corso di quasi quarant’anni di attività, con almeno altre 10 non ancora accatastate al Catasto Speleologico dell’Umbria. Le ricerche proseguono attivamente: nel 2025 e 2026 le esplorazioni si avvalgono di GPS, tecnologie LiDAR e sensori per la meteorologia ipogea.

Nel corso delle esplorazioni più recenti, l’UTEC ha scoperto due nuove cavità collocate su una faglia diretta nei pressi della Grotta dello Svizzero. I nomi scelti per queste grotte non sono tecnici né geografici: si chiamano Grotta Daniele Di Sisto e Grotta Filippo Sini. Sono i nomi di amici scomparsi.

Lo speleologo Virgilio Pendola ha spiegato il senso di questa pratica con parole dirette: “Lo spirito di amicizia e di fratellanza, in noi speleo, è molto sentito: in tanti momenti, a volte in condizioni di pericolo reale, dentro i cunicoli più stretti oppure su pozzi che sembrano non finire mai, di un nero inenarrabile, si può contare solo sulle capacità e sulla preparazione dei compagni-fratelli-amici intorno… ci fidiamo, sempre, ciecamente, sapendo che, nel bisogno, sapranno aiutarti e nessuno, mai, si tirerà indietro accada quello che accada”.

A Daniele Di Sisto e Filippo Sini si aggiungono Fausto Fortunati e Tullio Cecca, a cui gli speleologi dell’UTEC hanno dedicato altre grotte scoperte in territorio umbro. La toponomastica delle grotte diventa così un atto di memoria: ogni cavità porta il nome di chi quella montagna l’ha amata abbastanza da dedicarle una vita.


Dal Neolitico alle esplorazioni più recenti del 2025.

Il report approfondisce:

  • La Grotta dei Cocci — scavi 1989-2001 diretti da Maria Cristina De Angelis, focolare spesso oltre un metro, reperti dal Neolitico antico all’età del Bronzo, i saccheggi e il Museo Eroli
  • Stifone — la testimonianza di Strabone e Tacito sul console Pisone (20 d.C.), il canale di 280 metri con i 60 incavi, i reperti romani dall’alveo del Nera
  • Il labirinto dei monaci — le radici bizantine di Belisario (VI sec.), l’abbazia benedettina del X secolo di San Cassiano, l’Eremo di San Jago con murature databili al XIII secolo, il perduto monastero di San Giovanni ritrovato dall’UTEC
  • Le miniere del Papa — la lettera del 1709 ai priori di Narni, la ferriera inaugurata il 21 ottobre 1721, la relazione dell’architetto Pennini (1760), le identificazioni delle cave con la Grotta dello Svizzero (Cava di Zara) e le grotte Celeste e dei Veli
  • L’elmetto e la piccozza — i reperti inaspettati trovati nelle grotte-miniera dall’UTEC
  • Daniele Di Sisto e Filippo Sini — il valore umano dell’esplorazione e la pratica dell’UTEC di intitolare le grotte agli amici scomparsi

Fonti e Approfondimenti

L'articolo Dalle Selci Neolitiche alle Miniere del Papa: a Narni Diecimila Anni di Vita Nascosta nelle Grotte di Santa Croce proviene da Scintilena.

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A Napoli riapre il Cimitero delle Fontanelle

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Storia, Culto delle Anime Pezzentelle e Riapertura Permanente (Aprile 2026)

Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più straordinari e singolari d’Europa: un ossario sotterraneo ricavato in antiche cave di tufo nel cuore del Rione Sanità di Napoli, che custodisce circa 40.000 resti umani e rappresenta un unicum mondiale nella storia della devozione popolare e del rapporto tra vivi e morti. Dopo anni di aperture e chiusure discontinue e una lunga interruzione iniziata nel marzo 2020, il sito ha riaperto definitivamente al pubblico il 18 aprile 2026, diventando un polo culturale permanente gestito con un innovativo partenariato pubblico-privato.[1][2][3][4][5]


Contesto Geografico: Il Rione Sanità


Rione Sanità, Naples
Il Cimitero si trova all’estremità occidentale del vallone naturale della Sanità, uno dei rioni di Napoli più ricchi di storia e tradizioni, posto appena fuori dai confini della città greco-romana, nella zona scelta sin dall’antichità per la necropoli pagana e, successivamente, per i primi cimiteri cristiani. La zona è incisa da un sistema di impluvi naturali che dalle colline oggi chiamate Colli Aminei convergevano verso il basso, erodendo nel corso dei millenni i banchi tufacei e creando le condizioni ideali per l’estrazione della pietra da costruzione.[6][2][7]
Via Fontanelle, l’arteria che conduce all’ossario, ricalca il percorso del vecchio impluvio naturale, ai cui bordi si trovano numerose cave che fino al XX secolo hanno fornito tufo per le costruzioni cittadine. Il nome “Fontanelle” deriva dalla presenza, in tempi remoti, di sorgenti d’acqua nella zona.[6][2][8]


Origini e Geologia della Cavità

Le Cave di Tufo

La struttura fisica del cimitero è il risultato di millenni di attività estrattiva. Le cave di tufo giallo furono scavate a partire dal periodo aragonese (secoli XIV–XV), quando la città aveva un crescente bisogno di materiale da costruzione. Le gallerie risultanti — vere e proprie “navate” sotterranee — raggiungono un volume stimato di circa 30.000 m³ su una superficie di circa 3.000 m². La roccia tufacea, porosa e relativamente morbida, è facilmente lavorabile e conferisce agli ambienti la caratteristica umidità che, a sua volta, produce sulla superficie delle ossa gocce di condensa: un fenomeno naturale che nei secoli ha alimentato leggende sui “teschi sudati”.[2][8][9][10]

Dalle Cave all’Ossario

Prima del XVI secolo, i defunti venivano sepolti sotto le chiese. Quando lo spazio si esauriva, i cosiddetti “salmatari” — addetti alle esumazioni — disseppellivano di notte le ossa più antiche e le trasportavano nelle cave periferiche, compresa quella delle Fontanelle. La data di svolta che trasforma definitivamente la cava in camposanto è il 1656, anno in cui una devastante epidemia di peste si abbatté su Napoli causando, secondo le stime, circa 200.000–250.000 vittime su una popolazione di 400.000 abitanti. Le autorità ordinarono di riaprire le cave delle Fontanelle per ospitare le salme, e da allora il sito non cessò mai la sua funzione funeraria.[6][4][11]


Storia Cronologica dell’Ossario

PeriodoEvento
Sec. XIV–XVScavo delle cave di tufo nel Rione Sanità
1656Epidemia di peste: il sito diventa cimitero collettivo
1764Grande carestia: nuovi depositi di salme (arch. Carlo Praus)[6]
1806–1815Decennio francese: le ossa dalle chiese vengono trasferite alle Fontanelle[4]
1836–1837Epidemia di colera: nuovi resti accolti nell’ossario[2][4]
Fine ‘800Padre Gaetano Barbati ordina e sistema le ossa in cataste ordinate[12][13]
1872Il Comune di Napoli apre ufficialmente il sito al pubblico[4][13]
1934Depositate le ossa ritrovate durante i lavori al Maschio Angioino[4][12]
Anni ’60La Chiesa proibisce il culto delle capuzzelle; il sito cade in abbandono[14]
2004Prima riapertura con lavori di risanamento statico (cavità C0096)[14]
2010Riapertura definitiva dopo occupazione pacifica degli abitanti del Rione[15]
2018–2019Chiusura per motivi di sicurezza strutturale[15]
Marzo 2020Chiusura ulteriore a causa del lockdown COVID-19[5]
2023La cooperativa La Paranza vince il bando del Comune per la valorizzazione[16]
18 aprile 2026Riapertura permanente con marcia di comunità[1][3]

Il Ruolo di Padre Gaetano Barbati

La figura che più ha segnato la configurazione attuale del cimitero è quella di padre Gaetano Barbati, il sacerdote che alla fine dell’Ottocento, guidato da una profonda pietà verso quei resti anonimi, organizzò la sistemazione delle migliaia di ossa in cataste ordinate: crani da un lato, tibie dall’altro, con le prime cappelle provvisorie. Da allora sorse in modo spontaneo e progressivo una devozione popolare straordinaria verso quei defunti anonimi, identificati dai fedeli come anime bisognose di cura e in grado di intercedere per i vivi. Una statua di Barbati si trova ancora oggi all’interno del cimitero, nella prima sala.[12][13]


Il Culto delle Anime Pezzentelle

Origini Teologiche e Culturali

Il culto delle anime pezzentelle affonda le radici nella tradizione cattolica della dottrina del Purgatorio e nella pratica della preghiera in suffragio dei defunti, particolarmente rafforzata dalla Controriforma nel XVII secolo. A Napoli, però, questa pratica religiosa si trasforma in qualcosa di più diretto, tangibile e reciproco: un patto tra i vivi e i morti. Il termine “pezzentelle” deriva dal latino petere — “chiedere per ottenere” — poiché queste anime, anonime e dimenticate, chiedono preghiere per alleviare la loro permanenza nel Purgatorio.[17][4]

Il Rito della Capuzzella


Il nucleo del culto è la cosiddetta “capuzzella” — diminutivo napoletano di “testa” — che designa il teschio anonimo adottato da un devoto. Il rito si articolava in fasi precise:[18][19]

  • Scelta del teschio: il devoto sceglieva un cranio tra quelli dell’ossario, spesso sulla base di un sogno o di un’intuizione
  • Pulitura e cura: il teschio veniva deterso con alcool e cotone, luciidato e adagiato su un cuscino ricamato all’interno di una teca lignea[18]
  • Offerte e preghiere: il devoto accendeva ceri, disponeva immagini sacre, offriva rosari e monete, e pregava regolarmente per l’anima della capuzzella[19][18]
  • Lo scambio: in cambio delle cure, l’anima pezzentella avrebbe interceduto a favore del devoto, comunicandogli grazie, protezione e — secondo la credenza popolare — i numeri del lotto da giocare[8][4]

Se la grazia era concessa, le cure si intensificavano; se il teschio non “rispondeva”, lo si abbandonava e se ne adottava un altro. La tradizione ammetteva anche che un teschio trascurato potesse “vendicarsi” portando sfortuna al devoto.[4][8]

Divieto Ecclesiastico e Decadenza

Il culto non fu mai pienamente accettato dalla Chiesa cattolica, che lo considerava ai limiti dell’idolatria e del paganesimo. Nel 1969, l’arcivescovo di Napoli Corrado Ursi lo proibì formalmente con un apposito decreto, considerandolo un rito pagano incompatibile con la dottrina cristiana. In seguito al divieto, il culto si attenuò progressivamente e il cimitero cadde in uno stato di progressivo abbandono durante gli anni ’70 e ’80 del Novecento.[14][4][20]


Le “Capuzzelle” Famose e le Leggende

Il Teschio del Capitano

Il più celebre tra i teschi del cimitero è quello del “Capitano”, tenuto in una teca di vetro per preservarlo dall’umidità: unico tra i crani dell’ossario ad essere esposto in vetrina, è considerato dai napoletani un’anima pia per le numerose intercessioni attribuitagli. La leggenda più famosa che lo riguarda è quella dei “due sposi”: una giovane fidanzata aveva profonda venerazione per questo teschio, ma il suo promesso sposo, scettico, un giorno lo sfidò infilando un bastone nell’orbita oculare e invitandolo scherzosamente al matrimonio. Il giorno delle nozze apparve tra gli invitati uno sconosciuto in divisa da carabiniere, che rivelò di essere il Capitano stesso. Alla sua visione, entrambi gli sposi morirono per il terrore. Si narra che i loro resti si trovino ancora oggi nel cimitero, sotto la statua di Barbati.[21]

Donna Concetta

Un’altra capuzzella celebre è quella chiamata Donna Concetta, particolarmente nota per la sua lumonosità: più brillante delle altre, cattura meglio l’umidità della cavità. La leggenda vuole che “sudi” per comunicare ai devoti l’avvenuto compimento di una grazia: se al tatto il teschio è umido, la grazia è stata esaudita.[4]

La Leggenda di Giacomo Leopardi

Una credenza popolare, non verificata storicamente, vuole che anche i resti del poeta Giacomo Leopardi — morto a Napoli durante l’epidemia di colera del 1837 — riposino alle Fontanelle. La storiografia ha chiarito che il poeta fu inumato nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, ma la leggenda persiste come segno del potere mitopoietico del sito.[4][12]


Struttura Fisica e Caratteristiche Speleologiche


L’ossario si sviluppa come una serie di grandi gallerie tufacee disposte alla maniera di navate, che si diramano dalla cavità principale. Le caratteristiche fisiche del sito sono rilevanti:[10]

  • Superficie: circa 3.000 m²[2][10]
  • Volume della cavità: circa 30.000 m³[2]
  • Collocazione: scavata nel banco di tufo giallo napoletano, a diversi metri sotto il livello stradale del Rione Sanità
  • Umidità: molto elevata, dovuta alla struttura porosa del tufo e alla prossimità con falde idriche superficiali
  • Temperature: costanti e fresche, tipiche delle cavità tufacee napoletane

La natura ipogea del sito lo rende di interesse anche per la speleologia urbana: il sottosuolo di Napoli conta, secondo un censimento del 1967, almeno 366 cavità artificiali, e il Cimitero delle Fontanelle è tra le più estese e significative dal punto di vista storico. Studi sulla stabilità statica della cavità (denominata C0096) hanno preceduto le riaperture del 2004 e del 2026, confermando la necessità di interventi di consolidamento strutturale per garantire la sicurezza dei visitatori.[14][22][23]

Le Vicende Recenti: Chiusure e Riapertura del 2026

Un Sito Tormentato

Il Cimitero delle Fontanelle ha avuto una storia recente travagliata. Dopo la riapertura del 2010 — ottenuta grazie a un’occupazione pacifica degli abitanti del Rione — la gestione rimase affidata alla municipalizzata Napoli Servizi con aperture discontinue e irregolari. Nel 2018–2019 il sito chiuse definitivamente per motivi di sicurezza strutturale: mancavano sistemi antincendio, servizi igienici e uscite di emergenza. Il lockdown del marzo 2020 sigillò definitivamente l’ingresso, dando avvio a una lunga interruzione che durò oltre cinque anni.[5][15][23]

Il Progetto di Valorizzazione

La svolta arrivò nel 2023 quando il Comune di Napoli bandì una gara pubblica per la valorizzazione culturale del sito, vinta dalla cooperativa La Paranza del Rione Sanità — già protagonista del rilancio delle Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso. Il progetto si basa sui principi della Convenzione di Faro, che riconosce alle comunità locali un ruolo attivo nella cura del patrimonio culturale.[3][24][16]

Il quadro economico dell’intervento è stato:

FinanziatoreImporto
Comune di Napoli (messa in sicurezza)200.000 €
Fondazione Con il Sud320.000 €
Fondazione di Comunità San Gennaro320.000 €
Totale investimentocirca 840.000 €

La Riapertura del 18 Aprile 2026

L’inaugurazione del 18 aprile 2026 ha avuto un carattere fortemente comunitario: alle 9:00 una “marcia di comunità” è partita da Largo Totò — la piazza intitolata al grande attore napoletano, simbolo del Rione — con la partecipazione di organizzazioni del terzo settore, scuole, parrocchie e cittadini. Alla cerimonia hanno presenziato il sindaco Gaetano Manfredi e l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia. Il sito è rimasto aperto gratuitamente fino alle 18:00 nella giornata inaugurale, e dal 19 aprile è visitabile regolarmente su prenotazione.[1][25][3]

Modalità di Visita e Servizi (dal 19 Aprile 2026)

Il nuovo modello di gestione ha introdotto importanti miglioramenti rispetto al passato:[3][26]

  • Orari: lunedì–domenica, 10:00–18:00 (ultimo ingresso 17:15); chiusura il mercoledì e il 25 dicembre
  • Accesso: solo su prenotazione obbligatoria tramite il sito ufficiale www.cimiterodellefontanelle.it
  • Tariffe: visita con accompagnamento da 6 €; visita guidata da 8 €[1]
  • Ingresso per fedeli: lunedì e venerdì, dalle 9:00 alle 10:00, gratuito, riservato al culto[3]
  • Capienza: max 3 gruppi da 25 persone contemporaneamente, inclusa la guida[3]
  • Accessibilità: barriere architettoniche abbattute; percorsi per disabili; audioguide per non vedenti[26][3]

Il “Miracolo del Rione Sanità”: La Cooperativa La Paranza

La cooperativa La Paranza nasce nel 2006 con l’obiettivo di creare lavoro valorizzando il patrimonio culturale del Rione Sanità, storicamente uno dei quartieri più problematici di Napoli. I risultati ottenuti nelle Catacombe di San Gennaro — oltre 200.000 visitatori all’anno, più di 60 occupati prevalentemente under 30, 13.000 m² di patrimonio culturale recuperato — hanno consolidato la sua reputazione di modello virtuoso di sviluppo sociale e culturale.[16]

Con la vittoria della gara per il Cimitero delle Fontanelle, La Paranza ha già attivato 11 inserimenti lavorativi di giovani del quartiere prima ancora della riapertura, tramite il programma formativo “Scopri le Fontanelle”. Sono previsti altri interventi nel Rione, incluso il rifacimento delle strade e il miglioramento della rete di trasporti.[3]


Valore Culturale, Antropologico e Scientifico

Il Cimitero delle Fontanelle è studiato da storici, antropologi, etnologi e speleologi per la sua eccezionale stratificazione di significati:

  • Storico: testimonia secoli di catastrofi demografiche che hanno segnato Napoli, dalla peste al colera, dalle eruzioni vulcaniche alle carestie[6][27]
  • Antropologico: il culto delle capuzzelle è uno dei più rari esempi documentati al mondo di un sistema rituale basato su una relazione di reciprocità tra vivi e defunti anonimi[19][17]
  • Religioso: illustra la tensione tra religiosità popolare e ortodossia ecclesiastica, che ha portato al divieto del culto nel 1969 ma non alla sua estinzione[4][20]
  • Speleologico/Geologico: la cavità tufacea è un campione rappresentativo del sottosuolo napoletano, che conta centinaia di cavità artificiali di origine estrattiva[28][22]
  • Archivistico: i depositi umani dell’ossario rappresentano un archivio biologico delle popolazioni napoletane dei secoli XVII–XIX, di interesse per la paleodemografia e la paleopatologia[29]

Un Comitato Scientifico presieduto dalla dottoressa Francesca Amirante — storica dell’arte ed esperta in valorizzazione di beni culturali — sovraintende alle attività di ricerca e conservazione, in collaborazione con Europa Nostra e la rete europea Faro Convention Network.[3]


Conclusione

La riapertura permanente del Cimitero delle Fontanelle nell’aprile 2026 non è solo un evento turistico: è la restituzione alla città di uno spazio di memoria collettiva che, nelle sue stratificazioni storiche, custodisce la storia dei dimenticati — i poveri, gli appestati, gli anonimi — e il rapporto tutto napoletano con la morte come parte viva del tessuto culturale urbano. Il modello pubblico-privato adottato, con la comunità del Rione Sanità come protagonista attiva, rappresenta una delle esperienze più significative di valorizzazione partecipata del patrimonio culturale nel Mezzogiorno italiano.[3][23]

L'articolo A Napoli riapre il Cimitero delle Fontanelle proviene da Scintilena.

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Le Omics Rivoluzionano la Biologia Sotterranea: Grotte e Acquiferi Sotto la Lente Molecolare

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Un gruppo internazionale di 18 ricercatori pubblica su Nature Reviews Biodiversity la prima rassegna sistematica sull’applicazione delle tecnologie omics agli ecosistemi sotterranei, aprendo nuove prospettive per la conservazione e la comprensione della vita ipogea.


La Vita Sotterranea Attende Ancora di Essere Scoperta

Le grotte, gli acquiferi e gli interstizi del sottosuolo ospitano oltre 50.000 specie animali e microbiche che vivono esclusivamente in questi ambienti. Troglobiti e stygobiti — organismi adattati all’oscurità permanente — rappresentano una delle frontiere biologiche meno esplorate del pianeta. Per decenni, la loro conoscenza è rimasta limitata da una barriera pratica: l’impossibilità di osservare, campionare e studiare sistematicamente ambienti fisicamente inaccessibili.scintilena

Nel 2026, una Review firmata da 18 ricercatori internazionali — tra cui Pau Balart-García, Helena Bilandžija, Stefano Mammola e Mattia Saccò — pubblicata su Nature Reviews Biodiversity cambia la prospettiva. Il tema centrale è l’applicazione delle tecnologie omics — genomica, trascrittomica, metagenomica, eDNA — agli ecosistemi sotterranei. Le omics sono metodologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente geni, RNA, proteine e metaboliti di un organismo o di un’intera comunità biologica, senza necessariamente catturare o coltivare gli organismi stessi.scintilena

Le prime applicazioni sistematiche di queste tecnologie al sottosuolo risalgono agli anni 2010. Da allora, i progressi tecnologici hanno abbassato i costi e aumentato la potenza di analisi, rendendo queste metodologie accessibili alla comunità scientifica speleologica e biologica.linkinghub.elsevier


Dal DNA Ambientale alla Diversità Criptica: Cosa Hanno Rivelato le Omics

Una delle scoperte più rilevanti riguarda la cosiddetta diversità criptica: specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, con acquiferi fisicamente isolati e fauna a mobilità ridotta, sono ambienti ideali per la speciazione silenziosa. Ciò che le tecniche tassonomiche tradizionali classificavano come un’unica specie a distribuzione ampia è spesso, alla luce del DNA, un insieme di specie distinte con areali molto più ristretti — con conseguenze dirette per le politiche di conservazione.aca.pensoft+1

Per il monitoraggio della fauna sotterranea senza intervento diretto, lo strumento oggi più promettente è il DNA ambientale (eDNA): frammenti di DNA libero isolati da campioni d’acqua o sedimento, senza alcuna cattura degli organismi. Il metabarcoding eDNA permette di stimare la ricchezza di specie in un acquifero analizzando pochi litri d’acqua.linkinghub.elsevier

Il progetto internazionale GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), presentato al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea a Cagliari nel settembre 2024, coinvolge oltre 70 ricercatori in tutto il mondo e punta alla prima valutazione sistematica globale della biodiversità degli acquiferi tramite metodologie molecolari standardizzate. Tra i coordinatori figura Mattia Saccò, coautore della Review su Nature Reviews Biodiversity.scintilena+1


Il Pesce Cieco e i Segreti dell’Adattamento Molecolare

Sul fronte della genomica evolutiva, il modello di riferimento è il pesce messicano Astyanax mexicanus, con popolazioni vedenti di superficie e oltre 29 popolazioni cavernicole cieche evolutesi in modo indipendente. Le omics hanno permesso di identificare la base genetica precisa di tratti come la perdita degli occhi, la depigmentazione e le modificazioni del metabolismo.evodevojournal.biomedcentral

Studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 nella regressione oculare. Un recentissimo screening CRISPR su larga scala ha identificato il gene fbln7 (fibulin-7) come regolatore della dimensione oculare in più stadi dello sviluppo. Una ricerca del 2026 basata su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni incrociate ha rivelato che la perdita degli occhi condivide circa il 43% dei loci genetici tra linee evolutive indipendenti, mentre tratti come la riduzione del sonno o le modificazioni metaboliche mostrano basi genetiche meno conservate tra le diverse popolazioni. Questi dati indicano che alcune traiettorie verso l’adattamento cavernicolo convergono a livello molecolare, anche quando avvengono in luoghi geograficamente lontani.onlinelibrary.wiley+2


Frasassi e Movile: Ecosistemi Chemioautotrofici sotto la Lente Metagenomics

La metagenomics — sequenziamento massiccio del DNA estratto direttamente dall’ambiente — ha trasformato la comprensione degli ecosistemi sotterranei privi di fotosintesi. Questi ambienti, alimentati dall’ossidazione di composti inorganici come H?S, Fe²? o NH??, sono tra le forme di vita più radicali del pianeta.

La Grotta di Movile (Romania), isolata da circa 5 milioni di anni e con 48 specie endemiche, è stata oggetto della prima analisi metagenomics genome-resolved dei suoi sedimenti: sono stati recuperati 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeali, con funzioni metaboliche che spaziano dalla fissazione della CO? alla metanotrofia.environmentalmicrobiome.biomedcentral+1

Le Grotte di Frasassi (Marche), uno degli ecosistemi sulfidici più studiati in Europa, continuano a produrre scoperte molecolari. Il ciclo dello zolfo è mediato da batteri come Sulfurovum, Thiofaba e Halothiobacillus, con la disproporzione dello zolfo elementare come processo chiave. Nel 2023, dalla grotta è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, nuova specie, nuovo genere e nuova famiglia batterica — Thiovibrionaceae — a testimonianza di quanto ancora sia ignota la diversità microbica di questi ambienti. L’analisi dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, incluse forme con adattamenti inusuali all’ambiente solfidroso.scintilena+2


Sfide Aperte: Database, Contaminazione e Integrazione Multi-Omics

La Review mette in evidenza le criticità ancora irrisolte. I database di riferimento per le specie sotterranee sono incompleti: molti taxa stygobionti e microbici cavernicoli non hanno sequenze depositate, rendendo difficile l’assegnazione tassonomica dei reads metagenomici. La contaminazione da DNA umano nelle grotte frequentate è un problema reale per studi metagenomici in ambienti visitati.bmcmicrobiol.biomedcentral+1

L’integrazione di più livelli omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica — rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni approccio cattura una dimensione diversa del sistema biologico; le pipeline per la loro integrazione coerente sono ancora in sviluppo, specialmente per organismi non-modello come quelli cavernicoli.onlinelibrary.wiley


Conservazione, Ciclo dell’Acqua e Cambiamento Climatico

Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei si sovrappone alla rete globale di aree protette. La Review sottolinea che le omics possono fornire le prove scientifiche mancanti per includere questi ambienti nelle politiche di conservazione internazionali. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative e valutare gli effetti della deriva genetica in popolazioni piccole e isolate.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Il monitoraggio eDNA standardizzato delle acque sotterranee ha le potenzialità per diventare uno strumento di compliance rispetto alla Direttiva Quadro Acque e alla Direttiva Acque Sotterranee dell’UE, fornendo dati di biodiversità a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali.onlinelibrary.wiley+1

Sul fronte globale, i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio e dell’azoto in modi ancora scarsamente quantificati. I metanotrofi cavernicoli sono risultati presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con grotte che agiscono come potenziali sink del metano atmosferico — un dato di rilievo per la comprensione del bilancio climatico globale.pmc.ncbi.nlm.nih


Il Ruolo dell’Italia e il Progetto DarCo

L’Italia è tra i protagonisti di questa stagione scientifica. Il CNR-IRSA di Verbania, con Stefano Mammola, coordina il progetto europeo DarCo (Biodiversa+), che raccoglie prove scientifiche per l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nei piani di conservazione europei, dalla Direttiva Habitat alla Strategia Biodiversità 2030. La comunità speleologica italiana ha nel 2024 tenuto il Convegno Nazionale di Biospeleologia, con iscrizioni riservate ai soci SSI, come ulteriore segnale di vitalità della ricerca di settore in Italia.scintilena+1


Review di Nature Reviews Biodiversity (2026).

Copre tutti i temi principali dell’articolo con ampio supporto da letteratura scientifica recente e casi studio italiani.

Il report esplora:

  • Contesto degli ecosistemi sotterranei — oltre 50.000 specie esclusive del sottosuolo, con solo il 6,9% protetto da aree naturali, e la fragilità degli acquiferi carsici all’inquinamento
  • Le tecnologie omics — dalla metagenomica all’eDNA, con la prima applicazione sistematica che risale agli anni 2010
  • Biodiversità criptica e eDNA — il progetto globale GReG (2025), con oltre 70 ricercatori internazionali inclusi i coautori Saccò e Guzik
  • Evoluzione molecolare — il modello Astyanax mexicanus, con ~43% di QTL condivisi tra linee indipendenti per la perdita degli occhi, e studi CRISPR sui geni rx3 e fbln7
  • Microbiologia chemioautotrofica — Grotta di Movile (106 MAGs metagenomici) e Grotte di Frasassi (Thiovibrio frasassiensis, nuova famiglia batterica)
  • Sfide metodologiche e frontiere — bioprospecting, astrobiologia, integrazione con IA e politiche ambientali UE

Omics negli Ecosistemi Sotterranei: Biodiversità, Evoluzione e Adattamento

Studio approfondito basato sulla Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity (2026)
Balart-García et al. (2026) — con contributi di Mammola, Bilandžija, Bista, Saccò e coautori


Executive Summary

La vita sotterranea — nelle grotte, negli acquiferi carsici, negli interstizi del suolo — è tra i fenomeni biologici più straordinari e meno compresi del pianeta. Oltre 50.000 specie vivono esclusivamente nel sottosuolo (troglobiti e stygobiti), molte delle quali microendemiche, ossia confinate a poche grotte o acquiferi vicini. Per decenni, la loro difficile accessibilità ha limitato la ricerca a tecniche morfologiche e tassonomiche tradizionali. La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 a firma di Balart-García, Bilandžija, Bista, Mammola, Saccò e altri 14 coautori fotografa una svolta: le tecnologie omics — genomica, trascrittomica, proteomica, metabolomica, metagenomica, eDNA — stanno rivelandore segreti del sottosuolo un tempo fuori portata, aprendo nuove frontiere per la comprensione della biodiversità, dell’evoluzione e della conservazione di questi ambienti fragili.[1]


1. Ecosistemi Sotterranei: Contesto e Importanza

1.1 Tipologie e distribuzione

Gli ecosistemi sotterranei comprendono un’ampia gamma di ambienti fisicamente diversi ma accomunati da tre caratteristiche fondamentali: assenza totale di luce solare, scarsità di risorse trofiche e relativa stabilità termica e chimica. Le principali tipologie includono:

  • Grotte e cavità in rocce carbonatiche (carso), vulcaniche (tubi di lava) o in sale/gesso
  • Acque sotterranee — acquiferi carsici, sistemi iporheici (interfaccia acqua superficiale/sotterranea), falde freatiche
  • Interstizi del suolo (mesovoid shallow substratum, MSS)
  • Ecosistemi anchiialini — cavità marine costiere isolate dal mare aperto
  • Ambienti chemioautotrofici alimentati non dalla fotosintesi ma dall’ossidazione di composti inorganici (come H?S)[2]

Gli ecosistemi sotterranei sono tra i più diffusi sulla Terra in termini di volume e, paradossalmente, tra i meno esplorati. In Italia, il sistema carsico di Frasassi (Marche) rappresenta uno degli esempi più studiati di ecosistema chemioautotrofico, dove la microbiologia è il motore della produzione primaria.[3][4][5]

1.2 Vulnerabilità e conservazione

Solo il 6,9% degli ecosistemi sotterranei noti si sovrappone alla rete globale di aree protette. Le specie sotterranee presentano caratteristiche biologiche che le rendono particolarmente vulnerabili: bassa fecondità, metabolismo ridotto, cicli riproduttivi lenti, distribuzione geografica ristrettissima (microendemismi), assenza di adattamenti difensivi contro predatori. La vulnerabilità è ulteriormente aggravata dalla permeabilità degli acquiferi carsici all’inquinamento chimico superficiale, con tempi di trasferimento degli inquinanti dalla superficie alle falde molto rapidi e scarsa capacità autodepurante del sistema.[6][7][8][1]

Nel 2019, Stefano Mammola (CNR, Italia) ha coordinato il “Scientists’ Warning on the Conservation of Subterranean Ecosystems” su BioScience, che ha evidenziato come questi ecosistemi siano sistematicamente trascurati nelle politiche di conservazione globali, nonostante la loro rilevanza ecologica per il ciclo idrico e la biodiversità. Il progetto europeo DarCo (Biodiversa+) ha avviato una raccolta di dati scientifici per promuovere l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei e negli obiettivi della Strategia UE per la Biodiversità 2030.[9][1]


2. Le Tecnologie Omics: Panoramica

Il termine “omics” designa l’insieme delle tecnologie molecolari che permettono di analizzare sistematicamente l’intero repertorio di molecole (geni, RNA, proteine, metaboliti) di un organismo o di una comunità biologica. Rispetto alle tecniche tradizionali, le omics offrono tre vantaggi cruciali per la biologia sotterranea: non richiedono necessariamente l’isolamento/coltura degli organismi, consentono l’analisi di comunità intere (non solo singole specie) e forniscono informazioni su funzione, adattamento ed evoluzione in parallelo alla semplice catalogazione.

TecnologiaOggetto di studioApplicazione primaria in subterraneo
GenomicaSequenza del DNA genomicoEvoluzione, adattamento, filogenesi
TrascrittomicaRNA messaggero (espressione genica)Adattamenti fenotipici, risposte ambientali
ProteomicaProteine espresseFunzione molecolare, metabolismo
MetabolomicaMetaboliti a basso peso molecolareFisiologia, cicli biogeochimici
MetagenomicaDNA totale da campioni ambientaliDiversità e funzione microbica
MetatrascrittomicaRNA totale da campioni ambientaliAttività microbica in situ
eDNADNA libero in acqua/sedimentoBiomonitoraggio, rilevamento specie

La prima applicazione sistematica delle omics agli ecosistemi sotterranei risale agli anni 2010, ma è solo nell’ultimo decennio che i progressi tecnologici — sequenziamento di terza generazione (Nanopore, PacBio), riduzione dei costi, bioinformatica avanzata — hanno reso queste metodologie accessibili alla comunità dei biologi sotterranei.[10]


3. Biodiversità Criptica e Rivelazione della Diversità Nascosta

3.1 Il problema della diversità criptica nel sottosuolo

Uno dei contributi più rilevanti delle omics alla biologia sotterranea è la rivelazione di diversità criptica — specie morfologicamente indistinguibili ma geneticamente distinte. Gli ecosistemi sotterranei, caratterizzati da ambienti fisicamente simili ma geograficamente isolati, sono terreno particolarmente fertile per la speciazione criptica. L’elevata frammentazione degli acquiferi sotterranei e la bassa mobilità degli organismi stygobionti favoriscono la divergenza genetica anche tra popolazioni prossime geograficamente.[11]

Il DNA barcoding e la filogeografia molecolare hanno ripetutamente dimostrato che ciò che appariva come una singola specie a distribuzione ampia è spesso un complesso di specie distinte con areali molto più ristretti. Questo ha conseguenze dirette per la conservazione: le stime tradizionali di biodiversità sono probabilmente sottostime significative, e alcune “specie” ritenute comuni potrebbero in realtà essere aggregati di taxa rari o vulnerabili.[12]

Un esempio illustrativo: lo studio della lumaca terrestre cavernicola Helicodiscus barri ha rivelato, attraverso l’analisi di marcatori mitocondriali e nucleari, che la sua distribuzione a mosaico è incompatibile con lo status di singola specie — indicando la presenza di diversità criptica non rilevata dalla tassonomia morfologica.[11]

3.2 eDNA: il monitoraggio non invasivo degli ecosistemi sotterranei

Il DNA ambientale (eDNA) — DNA libero isolato da campioni di acqua, sedimento o aria senza catturare gli organismi — rappresenta forse la rivoluzione più pratica per il monitoraggio della fauna sotterranea. Le acque sotterranee pongono sfide specifiche per l’eDNA rispetto agli ambienti di superficie: diluizione in acquiferi aperti, degradazione accelerata in acque povere di nutrienti, difficoltà di campionamento. Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato la fattibilità del metabarcoding eDNA per la stima della ricchezza di specie stygofaunal in acquiferi.[10]

Il progetto GReG (Global Research on eDNA in Groundwaters), lanciato nel giugno 2025 con oltre 70 ricercatori internazionali (tra cui Mattia Saccò, Michelle Guzik, Kathryn Korbel), rappresenta il primo studio sistematico su scala mondiale degli ecosistemi ipogeici attraverso metodologie molecolari avanzate. La prima proposta è stata presentata al 26° Congresso Internazionale di Biologia Sotterranea tenutosi a Cagliari nel settembre 2024. Il progetto mira a superare l’inerzia nella conservazione globale degli ecosistemi delle acque sotterranee, fornendo dati molecolari standardizzati a scala mondiale.[13][14]

3.3 Metagenomica e diversità microbica

La metagenomica ha radicalmente trasformato la comprensione della diversità microbica sotterranea. Studi shotgun metagenomic in grotte di tutto il mondo hanno rivelato comunità batteriche e archeali altamente diverse e spesso uniche. Nella Grotta di Manao-Pee (Thailandia), la metagenomica shotgun ha rivelato che Actinobacteria (51,2%) e Gammaproteobacteria (24,4%) dominano la comunità batterica, con geni funzionali correlati alla fosforilazione ossidativa prominenti nel metabolismo energetico.[15]

La metagenomica ha anche permesso di indagare il microbioma degli speleotemi (stalattiti, stalagmiti), rivelando comunità microbiche caratteristiche associate alle superfici minerali delle concrezioni calcaree. Nelle grotte carsiche del Karso, studi di metagenomics amplicon-based su sedimenti alluvionali e depositi paleofluviali hanno dimostrato che l’età dei sedimenti agisce come filtro geochimico sulla diversità microbica, con siti periodicamente inondati che mostrano la massima versatilità metabolica.[16][17]


4. Evoluzione Molecolare e Adattamento al Sottosuolo

4.1 Il modello Astyanax mexicanus: genomi dell’adattamento cavernicolo

Il pesce messicano Astyanax mexicanus — con popolazioni epigee vedenti e oltre 29 popolazioni cavefish cieche evolutisi indipendentemente — è diventato il modello vertebrato di riferimento per la genetica dell’adattamento cavernicolo. Le omics hanno permesso di caratterizzare in dettaglio la base genetica di tratti troglomorfi come:[18]

  • Regressione oculare: studi CRISPR-Cas9 hanno dimostrato il ruolo del gene rx3 (retinal homeobox 3) nello sviluppo oculare e nella sua perdita nelle popolazioni cavernicole. Uno screening CRISPR su larga scala ha identificato multipli geni candidati, tra cui fibulin-7 (fbln7), che influisce sulla dimensione oculare in più stadi dello sviluppo.[19][20]
  • Perdita di pigmentazione: correlata con mutazioni in pathway di segnalazione melanogenetica
  • Riduzione del sonno: condivisa tra più popolazioni di cavefish, ma con base genetica meno conservata rispetto alla perdita degli occhi
  • Metabolismo energetico: accumulo di grasso e modificazioni del metabolismo che permettono di sopravvivere in ambienti oligotrofici

Uno studio del 2026 basato su Quantitative Trait Locus (QTL) mapping in tre popolazioni cave×surface F2 ha rivelato che la perdita degli occhi mostra la maggiore “ripetibilità genetica” con circa il 43% di QTL condivisi tra linee evolutive indipendenti — molto superiore al 25-33% per la perdita del sonno e i tratti metabolici. Uno studio sulla pangenomica ha ulteriormente esplorato il ruolo delle delezioni genomiche nell’evoluzione convergente. Questo dimostra che alcune traiettorie evolutive verso l’adattamento cavernicolo hanno basi molecolari parzialmente convergenti, anche se non identiche.[21][22]

4.2 Troglomorfismo: la base genetica e transcrittomica

La trascrittomica comparativa tra forme epigee e cavernicole di diverse specie ha rivelato pattern consistenti di modificazione dell’espressione genica legati all’adattamento al buio: downregulation di geni visivi e del ritmo circadiano, upregulation di geni sensoriali non visivi (chemiocettori, meccanorecettori), modificazioni nei pathway ormonali (cortisolo, serotonina) e metabolici.[23]

L’analisi single-nucleus RNA-sequencing in A. mexicanus ha rivelato che i geni candidati per la perdita degli occhi sono espressi in molteplici tipi cellulari durante lo sviluppo, evidenziando la complessità regolatoria di questi tratti. In studi sugli isopodi cavernicoli romeni (Leiodidae, Duvalius), l’analisi del microbioma intestinale tramite 16S amplicon metagenomics ha suggerito un possibile coinvolgimento del microbiota intestinale nell’adattamento al sottosuolo, con il batterio Vagococcus presente nel microbioma di specie di entrambe le famiglie.[24][20]

4.3 Proteo anguinus e la genomica degli anfibi sotterranei

Il proteo (Proteus anguinus), unico vertebrato esclusivamente cavernicolo d’Europa, è diventato oggetto di crescente attenzione scientifica. La conferenza SOS Proteus (Kranj, Slovenia, dicembre 2024) ha evidenziato come studi molecolari e genetici stiano rivelando notevole variabilità morfogenetica tra popolazioni dei diversi bacini idrografici del Carso Dinarico — una diversità che le tecniche morfologiche tradizionali avevano sottostimato. Ricerche recenti nel sistema carsico dell’Italia nord-orientale hanno analizzato 76 esemplari attraverso tecniche ecologiche avanzate, mostrando che gli individui nelle sorgenti presentano condizioni fisiche migliori rispetto a quelli in grotta, sfidando l’assunzione che le grotte siano l’habitat ottimale per questa specie. Un parassita tipico dei pesci d’acqua dolce, Acanthocephalus anguillae, è stato recentemente trovato nell’intestino del proteo nelle Grotte di Postumia-Planina, aprendo domande sui cicli biologici sotterranei rivelabili solo con approcci molecolari.[25][26][27]


5. Microbiologia Sotterranea: Dagli Ecosistemi Chemioautotrofici alla Biogeochimica

5.1 Ecosistemi chemioautotrofici: un’altra forma di vita primaria

Alcuni ecosistemi sotterranei, isolati da qualsiasi input fotosintetico, dipendono interamente dalla chemioautotrofia — la produzione di materia organica attraverso l’ossidazione di composti inorganici come H?S, NH??, Fe²?. I due esempi più studiati sono:

  • Grotta di Movile (Romania): alimentata da acqua sotterranea ricca di H?S, ospita almeno 48 specie invertebrate adattate in isolamento per ~5 milioni di anni. La prima metagenomica genome-resolved dei sedimenti della grotta ha recuperato 106 metagenome-assembled genomes (MAGs) da 7 metagenomi, appartenenti a 19 phyla batterici e 3 archeal. L’analisi funzionale ha rivelato la presenza di fissazione della CO?, metanotrofia, ossidazione dello zolfo e dell’ammoniaca. I modelli metabolici su scala genomica (Species Metabolic Coupling Analysis) hanno rivelato le più alte interazioni competizione-cooperazione nei sedimenti distanti dall’acqua solfidrosa.[28][2]
  • Grotte di Frasassi (Marche, Italia): ambiente sulfidico dove acqua sotterranea ricca di solfuri si mescola con acque meteoriche ossigenate. Il ciclo dello zolfo è dominato da batteri come Sulfurovum, Halothiobacillus, Thiofaba, con la disproporzione dello zolfo elementare mediata da Desulfocapsa e Sulfurovum (12-26% della comunità microbica). Nel 2023 è stato descritto Thiovibrio frasassiensis, un nuovo genere e famiglia batterica (Thiovibrionaceae) isolato nei sedimenti solfurei. Lo studio dei protisti ciliati con approcci molecolari ha identificato 33 specie, con adattamenti unici all’ambiente chimiolitotrofico.[4][5][3]

5.2 Il microbioma delle grotte “ordinarie”

Nelle grotte prive di apporto solfidroso, le comunità microbiche sono più diversificate ma dipendono principalmente da fonti di carbonio organico alloctone. Gli studi metagenomic-resolved in grotte speleotematiche rivelano comunità dominate da Actinobacteria, Proteobacteria e Firmicutes, con un elevato potenziale per la produzione di composti biosintetici secondari (biosynthetic gene clusters, BGC) — inclusi potenziali antibiotici e composti bioattivi di interesse farmaceutico. Le grotte sono state storicamente fonte di microrganismi produttori di antibiotici, e la metagenomica sta sistematicamente rivelando la vastità di questo potenziale bioprospettico.[16]

I metanotrofi sono presenti in quasi il 98% dei campioni di suolo di grotta in Nord America, con i ceppi del clade USC-? come dominanti; la loro abbondanza relativa è correlata positivamente con la concentrazione di CH? nell’aria della grotta, suggerendo che le grotte siano un importante sink del metano atmosferico — un risultato con implicazioni per la comprensione del ciclo del carbonio globale.[29]

5.3 Multi-omics e cicli biogeochimici

L’integrazione di metabolomica e metagenomics sta rivelando come specifici microbi sotterranei contribuiscano ai cicli del carbonio e dell’azoto in sistemi carsici. Uno studio multi-omics e idrochimico su fiumi carsici ha identificato batteri critici per il sequestro del carbonio attraverso l’analisi integrata di dati molecolari e fisicochimici. Questo ha implicazioni dirette per capire il ruolo degli ecosistemi carsici nel bilancio globale del carbonio, in un’epoca di accelerato cambiamento climatico.[30]


6. Sfide Tecniche e Metodologiche

Le tecnologie omics applicate agli ecosistemi sotterranei incontrano sfide specifiche che limitano la loro applicazione corrente e definiscono l’agenda della ricerca futura.

6.1 Sfide legate all’accessibilità e al campionamento

Gli ecosistemi sotterranei sono fisicamente difficili da raggiungere e campionare. Le biomasse sono spesso molto basse (ambienti oligotrofici), rendendo difficile ottenere quantità sufficienti di DNA/RNA/proteine per le analisi. Le acque sotterranee diluiscono il segnale di eDNA, e la degradazione molecolare in acqua povera di nutrienti può essere accelerata. Il campionamento ripetuto nel tempo (necessario per studi di communità e monitoraggio) è logisticamente impegnativo.[10]

6.2 Bias metodologici e lacune nei database di riferimento

La metagenomica e il metabarcoding dipendono criticamente dalla qualità dei database di referenza. Per gli ecosistemi sotterranei, questi database sono spesso incompleti: molte specie stygobionti non hanno sequenze di referenza depositate; molti taxa microbici sotterranei sono fillogeneticamente distanti dai taxa rappresentati nei database standard. Questo porta a classificazioni errate o al’impossibilità di assegnare taxa a molti reads. La costruzione di database di referenza dedicati alla biodiversità sotterranea è un’esigenza prioritaria identificata dalla Review.[15]

6.3 Sequenziamento di piccole biomasse e contaminazione

La contaminazione con DNA umano (introdotto dagli speleologi che accedono alle grotte) è un problema reale per studi metagenomic in ambienti sotterranei visitati. L’assemblaggio di genomi da campioni con biomassa ultra-bassa richiede sequenziamento di terza generazione (long-read: Nanopore, PacBio) e pipeline bioinformatiche specializzate. La bassa complessità di alcune comunità microbiche cavernicole può facilitare gli assemblaggi, ma la presenza di diversità rara rimane difficile da catturare.[10]

6.4 Integrazione multi-omics

L’integrazione di dati genomici, trascrittomici, proteomici e metabolomici rimane una sfida computazionale e interpretativa. Ogni livello omics cattura una dimensione diversa del sistema biologico, ma le pipeline per l’integrazione coerente di questi dati sono ancora in sviluppo, specialmente per sistemi non-modello come gli organismi cavernicoli.[31]


7. Frontiere e Applicazioni Future

7.1 Omics e conservazione molecolare

Le omics forniscono strumenti rivoluzionari per la conservazione degli organismi sotterranei. La genomica della conservazione permette di stimare la diversità genetica di popolazioni, identificare unità evolutivamente significative (ESU), valutare l’impatto della deriva genetica e dell’endogamia in popolazioni piccole e isolate. La metagenomica di monitoraggio permette di rilevare specie rare senza catturarle, cruciale per organismi come il Proteus e le diverse specie stygofaunali.[32][10]

Il progetto GReG, con la sua rete globale di eDNA in acque sotterranee, è destinato a produrre la prima stima standardizzata globale della biodiversità degli acquiferi — dati che potrebbero finalmente giustificare l’inclusione sistematica degli ecosistemi sotterranei nelle politiche di conservazione internazionali.[13]

7.2 Bioprospecting e biotecnologia

I microbi sotterranei, adattatisi a condizioni estreme di oligotrofia, oscurità e spesso pressione chimica inusuale, sono serbatoi di enzimi e composti bioattivi con potenziali applicazioni industriali e farmaceutiche. I cluster biosintetici (BGC) scoperti via metagenomica in speleotemi e sedimenti cavernicoli includono potenziali nuovi antibiotici, enzimi termostabili e composti antivirali. La bioprospecting sotterranea è ancora in fase embrionale ma rappresenta una frontiera economicamente e scientificamente significativa.[33][16]

7.3 Modelli per l’astrobiologia

Le grotte chemioautotrofiche prive di luce, in particolare quelle alimentate da H?S come Movile e Frasassi, sono usate dalla NASA e dalle agenzie spaziali come analoghe di possibili habitat extraterrestri su Marte o nelle lune ghiacciate di Giove ed Encelado. Lo studio dei microbi cavernicoli che sopravvivono senza luce solare in ambienti chimicamente riducenti fornisce indicazioni su quali bio-segnature cercare nella ricerca di vita extraterrestre.[34]

7.4 Integrazione con discipline complementari

La Review di Balart-García et al. (2026) enfatizza come il futuro della biologia sotterranea stia nell’integrazione interdisciplinare:

  • Omics + isotopi stabili: per tracciare flussi di carbonio e nutrienti nelle reti trofiche sotterranee
  • Omics + modellizzazione distributiva delle specie: per proiettare impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità sotterranea
  • Omics + remote sensing: per correlare la superficie carsica con la biodiversità sotterranea
  • Omics + intelligenza artificiale: per accelerare il processamento di enormi dataset molecolari e automatizzare la scoperta di nuovi taxa[33]

La connessione con cicli globali è particolarmente rilevante: i microbi sotterranei partecipano ai cicli del carbonio, azoto e zolfo in modi ancora scarsamente quantificati. La comprensione di questi processi è urgente in un contesto di accelerato cambiamento climatico e crescente pressione sulle risorse idriche sotterranee.[35]


8. Il Contesto Italiano: Eccellenza e Casi Studio

L’Italia ospita alcuni dei più ricchi e studiati ecosistemi sotterranei d’Europa, con contributi scientifici di livello internazionale.

  • Grotte di Frasassi (Marche): ecosistema chemioautotrofico tra i più studiati al mondo per microbiologia, con la scoperta di Thiovibrio frasassiensis e studi pionieri sul ciclo dello zolfo e della comunità microbica[5][36][3][4]
  • Sistema carsico del Carso Dinarico (Friuli/Slovenia): habitat del proteo (Proteus anguinus), con studi molecolari sulla variabilità interpopolazionale e recenti ricerche eco-etologiche[26][27]
  • Grotte pugliesi e sarde: oggetto di studi sulla stygofauna e sulla diversità criptica degli invertebrati acquatici sotterranei
  • CNR-IRSA (Verbania): sede di Stefano Mammola, tra i massimi esperti mondiali di conservazione della biodiversità sotterranea e coordinatore del progetto DarCo[9][1]
  • Biodiversa+ DarCo: consorzio europeo per la raccolta di prove scientifiche per l’inclusione dei sistemi sotterranei nei piani di conservazione europei (Direttiva Habitat, Direttiva Quadro Acque, Strategia Biodiversità 2030)[9]

9. Implicazioni per la Conservazione e la Politica Ambientale

9.1 Lacune conoscitive e urgenza

Le omics hanno dimostrato che la biodiversità sotterranea è molto maggiore di quanto stimato con tecniche tradizionali. Questo implica che le valutazioni di impatto ambientale e i piani di gestione basati sulla tassonomia morfologica sottostimano sistematicamente il valore naturalistico degli ecosistemi sotterranei. La rapida degradazione degli acquiferi carsici per inquinamento chimico, sovrasfruttamento idrico e cambiamento climatico minaccia specie ancora non descritte.[7][6]

9.2 eDNA come strumento di policy

Il monitoraggio eDNA delle acque sotterranee ha il potenziale di diventare uno standard di biomonitoraggio per il rispetto della Direttiva Quadro Acque (WFD) e della Direttiva Figlia sulle Acque Sotterranee dell’UE. Metodologie standardizzate di eDNA metabarcoding potrebbero fornire dati di biodiversità sotterranea a costi inferiori e con minor impatto rispetto ai campionamenti tradizionali, facilitando il monitoraggio sistematico richiesto dalle normative ambientali.[13][10]

9.3 Roadmap di conservazione

Una “conservation roadmap for the subterranean biome” pubblicata su Conservation Letters (2021) identifica cinque aree concettuali chiave: (1) colmare lacune scientifiche e di gestione dei dati; (2) affrontare i fattori di stress antropici; (3) analisi socioeconomica e risoluzione dei conflitti; (4) educazione ambientale; (5) politiche nazionali e accordi multilaterali. Le omics contribuiscono primariamente al punto 1, ma supportano anche il punto 4-5 fornendo prove scientifiche per advocacy politica.[8]


Conclusioni

La Review pubblicata su Nature Reviews Biodiversity nel 2026 segna un punto di svolta nella biologia sotterranea. Le tecnologie omics non sono più strumenti esotici ma una cassetta degli attrezzi sempre più accessibile che sta trasformando la comprensione della vita sotterranea a tutti i livelli: dalla scoperta di nuove specie (diversità criptica rivelata da genomica) all’identificazione dei meccanismi molecolari dell’adattamento cavernicolo (Astyanax, Proteus), dalla microbiologia degli ecosistemi chemioautotrofici (Movile, Frasassi) al biomonitoraggio non invasivo tramite eDNA (progetto GReG).

Le sfide rimangono considerevoli — database di riferimento incompleti, biomasse basse, difficoltà di accesso, integrazione multi-omics — ma la traiettoria è chiara. L’integrazione delle omics con discipline complementari (ecologia, geologia, remote sensing, intelligenza artificiale) promette di illuminare non solo la vita nelle grotte ma processi globali come il ciclo del carbonio e dell’acqua, in un momento in cui la crisi climatica e idrica rende questa comprensione più urgente che mai.

Per la comunità speleologica italiana e internazionale, la Review rappresenta sia un inventario delle conquiste recenti sia un manifesto per la ricerca futura: gli ecosistemi sotterranei sono straordinari, vulnerabili e ancora in gran parte inesplorati — e le omics sono la chiave per svelarne i segreti.

Fonti consultate

L'articolo Le Omics Rivoluzionano la Biologia Sotterranea: Grotte e Acquiferi Sotto la Lente Molecolare proviene da Scintilena.

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Il Grand Canyon nasceva da un lago: nuove prove riscrivono la storia della più famosa gola al mondo

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Cristalli di zircone e depositi di spiaggia fossile indicano che 6,6 milioni di anni fa il fiume Colorado riempì il bacino Bidahochi fino a farlo tracimare sul Kaibab Plateau


Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.

Il Grand Canyon e il dibattito millenario sulla sua origine

Il Grand Canyon è una delle formazioni geologiche più studiate al mondo, eppure la domanda su come si sia formato continua ad alimentare un acceso dibattito nella comunità scientifica. Uno studio pubblicato il 16 aprile 2026 sulla rivista Science porta nuove evidenze a sostegno del modello del “fill and spill”, ovvero del riempimento e tracimazione di un antico lago.vulnerabilità aree carsiche.txt

La questione centrale è sempre stata la stessa da quando il geologo John Wesley Powell esplorò per primo il canyon nel 1869: come ha fatto il fiume Colorado a scavalcare il Kaibab Plateau, la zona più elevata dell’intera regione del Colorado Plateau, scorrendo verso ovest?vulnerabilità aree carsiche.txt

È noto che il Colorado ha scolpito il Grand Canyon nella sua forma attuale. I sedimenti del fiume compaiono a valle del canyon già 4,8 milioni di anni fa. Alcuni settori del canyon, però, sarebbero molto più antichi — scavati da fiumi precedenti fino a 70 milioni di anni fa, nell’era dei dinosauri.vulnerabilità aree carsiche.txt


Il bacino Bidahochi e il modello lacustre della formazione del Grand Canyon

Il protagonista del nuovo studio è il bacino Bidahochi, una grande depressione situata a est del Kaibab Plateau. L’ipotesi è che il Colorado abbia alimentato questo bacino, riempiendolo come una vasca, finché le acque non abbiano tracimato verso ovest scavando la gola.vulnerabilità aree carsiche.txt

In passato questa ipotesi era già stata presa in considerazione, ma mancava la prova che il Colorado alimentasse effettivamente il Bidahochi. Inoltre, i marcatori dell’antico livello lacustre sembravano troppo bassi per raggiungere la quota necessaria a scavalcare il plateau.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il nuovo studio cambia questo quadro. I geologi John Douglass del Paradise Valley Community College e Brian Gootee dell’Arizona Geological Survey hanno identificato affioramenti di beachrock — depositi costieri fossilizzati — a una quota di 2.250 metri sul bordo del paleo-lago. Questa quota si avvicina sensibilmente a quella necessaria per superare il Kaibab.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt


La datazione degli zirconi: l’impronta digitale del Colorado River

La prova più solida arriva dalla datazione radiometrica degli zirconi, i cristalli di minerale che si formano nelle rocce e che intrappolano l’uranio al momento della loro cristallizzazione. Il decadimento dell’uranio in piombo permette di stabilire l’età del cristallo con grande precisione.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il geologo Ryan Crow dell’U.S. Geological Survey e i suoi colleghi hanno prelevato campioni di arenaria del Bidahochi in 19 siti diversi. Hanno datato circa 3.600 cristalli di zircone estratti dalle rocce sedimentarie del bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt

Ogni fiume ha una composizione mineralogica caratteristica che riflette le rocce del suo bacino idrografico a monte — una sorta di “impronta digitale” geochimica. Circa 6,6 milioni di anni fa, questa impronta nelle arenarie del Bidahochi cambia bruscamente.vulnerabilità aree carsiche.txt

La nuova firma corrisponde a quella del Colorado. Nello stesso periodo, la quantità di sabbia che arriva nel bacino aumenta in modo marcato. Per Crow, si tratta di “prove chiare che il lago esisteva ed era alimentato dal fiume Colorado” e che “il lago ha dovuto svolgere un ruolo fondamentale nella formazione del Grand Canyon”.linkinghub.elseviervulnerabilità aree carsiche.txt


Le alternative al modello del Grand Canyon per tracimazione lacustre

Nonostante le nuove evidenze, la comunità scientifica non ha ancora raggiunto un consenso. Rebecca Flowers, geocronologa dell’Università del Colorado di Boulder, riconosce che i ricercatori “presentano un caso ragionevole”, ma osserva che i dati potrebbero essere compatibili anche con altri percorsi seguiti dall’acqua.vulnerabilità aree carsiche.txt

Tra le ipotesi alternative ancora in campo vi sono il piping sotterraneo — l’acqua del lago che scorreva sotto il plateau attraverso fratture — e l’erosione remontante, cioè un fiume situato a ovest del Kaibab che avanzava verso est erodendolo gradualmente.vulnerabilità aree carsiche.txt

Il geocronologo Matthew Heizler del New Mexico Institute of Mining and Technology contesta che gli affioramenti identificati nel Bidahochi rappresentino davvero una spiaggia fossile. Assieme ai suoi colleghi, Heizler sta per pubblicare un nuovo studio che collega però il bacino al canyon attraverso i minerali ritrovati nei depositi fluviali a valle: questi materiali mostrano che le sabbie del Bidahochi sono entrate nel fiume già 4,8 milioni di anni fa. “È il miglior indizio che abbia visto finora per stabilire questo collegamento”, afferma Heizler.vulnerabilità aree carsiche.txt


Il gap di 2 milioni di anni e il percorso precedente del Colorado

Resta aperta una domanda fondamentale: cosa è successo nei quasi 2 milioni di anni che separano il riempimento del bacino Bidahochi (6,6 Ma) dalla prima comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma)? Nessuno dei gruppi di ricerca coinvolti sa ancora rispondere con certezza.vulnerabilità aree carsiche.txt

Un altro interrogativo riguarda la storia precedente del Colorado. Il geologo Jon Spencer dell’Università dell’Arizona segnala che i fossili di pesci trovati nel bacino Bidahochi assomigliano a specie dell’antico Lago Idaho. Questo suggerisce che il fiume potrebbe aver drenato originariamente verso nord, nel sistema del fiume Snake, dirigendosi verso il Pacifico nordoccidentale.vulnerabilità aree carsiche.txt

Solo in seguito, l’attività vulcanica legata allo hotspot di Yellowstone avrebbe deviato il corso del Colorado verso sud, indirizzandolo verso il bacino Bidahochi e ponendo le premesse per la formazione del canyon.vulnerabilità aree carsiche.txt


Un’opportunità per comunicare la geologia al grande pubblico

Per Ryan Crow, primo autore dello studio, la ricerca sull’origine del Grand Canyon rappresenta anche un ritorno alle origini personali. Prima di diventare scienziato, aveva lavorato all’Università del Colorado creando exhibit interattivi per il pubblico, tra cui uno dedicato proprio al Grand Canyon. Fu un’escursione in barca lungo il canyon a spingerlo verso la geologia.vulnerabilità aree carsiche.txt

Crow auspica che le nuove scoperte possano essere condivise con i visitatori del canyon. “La gente sembra essere interessata alla geologia quando si trova davanti al Grand Canyon”, osserva. “È un momento in cui si può insegnare qualcosa.”vulnerabilità aree carsiche.txt


Ecco una guida di studio strutturata sull’articolo pubblicato su Science il 16 aprile 2026 riguardante l’origine del Grand Canyon.


?? Guida di Studio: Origine del Grand Canyon — Nuove Evidenze (2026)


? Concetto Chiave

Un nuovo studio pubblicato su Science propone che il Grand Canyon si sia formato circa 6,6 milioni di anni fa quando il fiume Colorado si riversò in un antico lago (Bacino Bidahochi), le cui acque tracimarono sul Kaibab Plateau, scavando il canyon come una diga che cede.vulnerabilità aree carsiche.txt


? Contesto Geologico

ElementoDettagli
FiumeColorado River
OstacoloKaibab Plateau (zona più alta del Colorado Plateau)
Bacino chiaveBidahochi Basin (a est del Kaibab)
Età moderna canyonSedimenti a valle già 4,8 milioni di anni fa
Parti più anticheFino a 70 milioni di anni fa (era dei dinosauri)

? Metodologia della Ricerca

  1. Beachrock (roccia di spiaggia): Identificati depositi di riva fossilizzata a 2.250 m di quota sul bordo del paleo-lago — abbastanza vicini all’altitudine necessaria per scavalcare il Kaibab.vulnerabilità aree carsiche.txt
  2. Datazione Zirconi (U-Pb): Campionati ~3.600 cristalli di zircone da 19 siti nelle arenarie del Bidahochi. La radioattività dell’uranio che decade in piombo fornisce l’età dei grani.vulnerabilità aree carsiche.txt
  3. Impronta digitale fluviale: L’età degli zirconi cambia bruscamente ~6,6 Ma fa, corrispondendo all’impronta geogeochimica del Colorado — prova che il fiume alimentava il bacino.vulnerabilità aree carsiche.txt

? Definizioni Essenziali

  • Zircone: Minerale resistente che intrappola uranio durante la cristallizzazione; il decadimento U?Pb permette la datazione radiometrica.
  • Beachrock: Sedimento costiero cementato, indicatore dell’antico livello del lago.
  • Fill and Spill: Modello in cui l’acqua si accumula in un bacino fino a tracimarne il bordo, avanzando da est a ovest.
  • Bacino Bidahochi: Depressione a est del Kaibab, sede dell’antico lago protagonista dello studio.

? Modelli in Dibattito

ModelloDescrizioneStato
Cattura retrogradaUn fiume occidentale erodeva a ritroso fino a catturare il ColoradoMesso in discussione
Fill and SpillAvanzamento est?ovest per tracimazione di laghi successiviSupportato dal nuovo studio
Piping sotterraneoL’acqua del lago filtrava sotto il plateauAncora possibile
Erosione remontanteUn fiume a ovest avanzava verso est attraverso il plateauAncora possibile

?? Limiti e Questioni Aperte

  • Gap di ~2 milioni di anni tra il riempimento del Bidahochi (6,6 Ma) e la comparsa dei suoi sedimenti nel canyon (4,8 Ma) — non ancora spiegato.vulnerabilità aree carsiche.txt
  • Non è provato che il Colorado arrivasse al Bidahochi dall’alto (potrebbe aver percorso altre vie).
  • I ricercatori Heizler et al. sostengono che intagli nel Kaibab avrebbero permesso all’acqua di passare a quota inferiore a quella stimata da Crow et al..vulnerabilità aree carsiche.txt
  • Prima di raggiungere il Bidahochi, il Colorado potrebbe aver drenato verso nord, nel sistema del fiume Snake (verso il Pacifico nordoccidentale), prima che l’attività vulcanica dello hotspot di Yellowstone lo deviasse verso sud.vulnerabilità aree carsiche.txt

? Domande di Autovalutazione

  1. Cos’è il “fill and spill” e come si applica al Grand Canyon?
  2. Perché la datazione degli zirconi è considerata una “impronta digitale” del fiume Colorado?
  3. Qual è la quota critica che le acque del Bidahochi avrebbero dovuto raggiungere per scavalcare il Kaibab?
  4. Quali sono le due evidenze principali presentate dal team di Crow a supporto del modello lacustre?
  5. Perché rimane ancora un “gap” di ~2 milioni di anni da spiegare?
  6. Cosa suggeriscono i fossili di pesci nel bacino Bidahochi sul percorso originale del Colorado?

?? Flashcard Rapide

DomandaRisposta
DomandaRisposta
Età di svolta del Colorado nel Bidahochi~6,6 milioni di anni fa
Prima comparsa sedimenti a valle~4,8 milioni di anni fa
Quota beachrock ritrovata2.250 m
Tecnica datazione usataU-Pb su zirconi
N° cristalli di zircone datati~3.600
N° siti campionati19
Autore principale (USGS)Ryan Crow
Rivista di pubblicazioneScience (Vol. 392, Issue 6795)

Fonte: Paul Voosen, “Grand Canyon’s origin resolved? Ancient lake’s flood may have etched famed gorge”, Science, 16 aprile 2026.

Fonti:

  1. Paul Voosen, “Grand Canyon’s origin resolved? Ancient lake’s flood may have etched famed gorge”, Science, Vol. 392, Issue 6795, 16 aprile 2026 — https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz6826
  2. Douglass J., Gootee B., “Balakai Mesa: Implications for the Bidahochi Formation and the overflow origin of the Grand Canyon”, Arizona Geological Survey — https://data.azgs.arizona.edu/api/v1/collections/AOFR-1722894082455-437/DouglassGooteeBidahochi_OFR_24_02.pdf
  3. Douglass J. et al., “Evidence for the overflow origin of the Grand Canyon”, Elsevier/Geomorphology, 2020 — https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0169555X20303342linkinghub.elsevier
  4. Semantic Scholar — abstract: “Balakai Mesa: Implications for the Bidahochi Formation”https://www.semanticscholar.org/paper/bba2b9e10e53062d04f1ebb8f47c8359d409e1desemanticscholar

L'articolo Il Grand Canyon nasceva da un lago: nuove prove riscrivono la storia della più famosa gola al mondo proviene da Scintilena.

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I ponti per pipistrelli non funzionano: 2 milioni di sterline spesi invano sulle strade britanniche

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Strutture metalliche progettate per guidare i chirotteri, ma i dati scientifici confermano il fallimento dell’intervento


Ponti per pipistrelli: un’idea nata per proteggere i chirotteri dalle strade

Nel 2014 il governo britannico autorizzò la costruzione di 15 strutture metalliche lungo le principali arterie stradali del paese, dalla Cumbria alla Cornovaglia. L’obiettivo era chiaro: guidare i pipistrelli a volare a quote più elevate, riducendo il rischio di collisione con i veicoli in transito. Il costo complessivo dell’operazione raggiunse i 2 milioni di sterline, con un costo unitario superiore a 140.000 sterline per struttura.linkedin+1

L’idea di base si fondava su un principio etologico semplice. I pipistrelli seguono le linee delle siepi e dei filari di alberi per orientarsi durante il volo. Quando incontrano una barriera naturale, tendono a sollevarsi in quota per superarla. Una struttura metallica — un gantry di fili e sfere di plastica — avrebbe dovuto simulare questo ostacolo, inducendo i chirotteri a volare al di sopra del traffico invece di attraversare la carreggiata a bassa quota.wikipedia+1


I dati dell’Università di Cambridge: i pipistrelli ignorano i ponti metallici

Il gruppo di ricerca sulla scienza della conservazione dell’Università di Cambridge, coordinato dal professor William Sutherland, ha analizzato il comportamento dei pipistrelli prima e dopo l’installazione di sette strutture lungo la strada A11 nel Norfolk, nel tratto della Broadland Northway (ex Norwich Northern Distributor Road).highwaysmagazine.co

I risultati non lasciano spazio a interpretazioni. Tra le specie monitorate — dalla pipistrella comune (Pipistrellus pipistrellus) alla nottola comune (Nyctalus noctula) — nessuna ha modificato le proprie abitudini di volo in risposta alla presenza dei ponti per pipistrelli. Le strutture vengono ignorate. I chirotteri continuano a percorrere le rotte tradizionali, attraversando la strada a bassa quota.gbnews

Le cifre sono eloquenti: soltanto dall’1 all’11% dei pipistrelli monitorati ha utilizzato le strutture per attraversare la carreggiata a quota sicura, mentre dal 17 all’84% ha continuato a volare all’altezza del traffico. Un ponte ben consolidato, installato nove anni prima e a soli 15 metri dalla rotta di volo originale interrotta, è stato comunque ignorato dai pipistrelli.leeds.ac+1

“I ponti per pipistrelli non hanno funzionato”, ha dichiarato Sutherland. La ricercatrice Anna Berthinussen, esperta di chirotteri, ha aggiunto: “L’evidenza suggerisce che queste strutture non sono efficaci, non raggiungono il loro scopo.”gbnews+1


Il caso della Broadland Northway: 1 milione speso, risultati deludenti

Lungo la Broadland Northway nel Norfolk, sette strutture di attraversamento per i chirotteri sono state costruite per un costo di circa 1 milione di sterline, con l’obiettivo specifico di proteggere popolazioni di barbastello (Barbastella barbastellus), specie classificata come rara nel Regno Unito.highwaysmagazine.co

Una valutazione commissionata dalla contea di Norfolk e realizzata da Mott McDonald nel settembre 2019 — a un anno dall’apertura della strada — ha rilevato che il 58% dei pipistrelli attraversava a quote sicure, ma solo il 48% lo faceva in prossimità dei gantry (entro 5 metri). Restringendo il margine a 2 metri, la percentuale scende al 32%. Sei delle sette strutture risultavano utilizzate, ma in misura insufficiente a garantire una protezione reale. Berthinussen ha osservato che il numero esiguo di pipistrelli nei punti di attraversamento era “quasi certamente dovuto all’impatto della strada stessa”, aggiungendo che i chirotteri potrebbero stare evitando l’area o essere stati allontanati dal disturbo acustico.highwaysmagazine.co+1


La conservazione senza prove: un problema sistematico

Il caso dei ponti per pipistrelli non è episodico. Il team di Sutherland ha documentato sistematicamente come numerosi interventi di conservazione siano stati implementati su larga scala in assenza di evidenze scientifiche preliminari adeguate.cambridge

Il National Conservation Evidence Database, costruito dall’Università di Cambridge, raccoglie prove sia positive che negative sugli interventi di conservazione della natura, con l’obiettivo di orientare le future decisioni di policy. “Il piano si basava più sulla credenza che sui dati scientifici”, ha osservato Sutherland. Il professore ha sottolineato la necessità di testare le misure prima di adottarle su scala nazionale, un principio che nel caso dei gantry per chirotteri non è stato applicato.gbnews

La ricercatrice Berthinussen è anche autrice, insieme a Olivia C. Richardson e John D. Altringham, del volume Bat Conservation: Global Evidence for the Effects of Interventions, pubblicato dall’Università di Cambridge, che sintetizza le evidenze globali sull’efficacia degli interventi di conservazione dei chirotteri.conservationevidence


Lincolnshire 2025: la storia si ripete con 4,3 milioni di sterline

Nel 2025 il dibattito sui ponti per pipistrelli è tornato al centro dell’attenzione pubblica. Il Lincolnshire County Council ha ricevuto l’obbligo di costruire un bat bridge da 3 milioni di sterline a South Hykeham e un bat tunnel da 1,3 milioni a Waddington, come misure di mitigazione ambientale per la North Hykeham Relief Road, una nuova carreggiata doppia da 218 milioni di sterline che completerà il raccordo anulare di Lincoln collegando la A46 alla A15.bbc

Le strutture sono imposte per proteggere il barbastello, specie protetta dalla legislazione britannica ed europea, identificata nell’area durante la fase di pianificazione. Il leader del consiglio, Sean Matthews (Reform), ha definito la spesa “una farsa assoluta” e ha scritto anche al Primo Ministro britannico per contestare l’obbligo, pur riconoscendo che procedere è necessario per non accumulare ulteriori ritardi.news.yahoo+1

La cerimonia di inaugurazione del cantiere si è svolta nel marzo 2026. La road è attesa per il 2029. I lavori preliminari sono iniziati nel settembre 2025, con l’avvio del cantiere principale a febbraio 2026.lincolnshire+1


Il dibattito aperto: infrastrutture stradali e conservazione dei chirotteri

La questione non riguarda l’opportunità di proteggere i pipistrelli. Le strade riducono significativamente l’attività dei chirotteri: uno studio ha documentato come l’attività dei pipistrelli nelle immediate vicinanze di grandi arterie sia circa la metà rispetto a quella registrata a 300 metri di distanza. I rischi di collisione con i veicoli sono reali, e le normative europee impongono agli Stati di non arrecare danni alle popolazioni di specie protette.pmc.ncbi.nlm.nih+1

Il nodo centrale è un altro. La ricerca accumulata in oltre un decennio indica che i ponti per pipistrelli nella loro configurazione attuale — fili metallici con sfere di plastica — non producono i risultati attesi. Una progettazione migliore, con strutture più vicine alle rotte di volo originali e meglio integrate nel paesaggio, potrebbe migliorare i risultati. Le alternative scientificamente validate restano però ancora da individuare e testare su larga scala, mentre i cantieri avanzano e i fondi pubblici continuano a essere destinati a soluzioni la cui efficacia rimane in discussione.linkedin+1

Ecco le fonti utilizzate per l’articolo:

  1. LinkedIn / MotorBuzzUK’s £2M Bat Bridges Fail to Guide Bats Safely Across Motorwayslinkedin
    https://www.linkedin.com/posts/motorbuzz_bat-bridges-the-2-million-wire-structures-activity-7411178674957369344-PmfI
  2. GB NewsGovernment wastes £2m of taxpayers’ money on bat bridges which don’t work, scientists saygbnews
    https://www.gbnews.com/news/government-wastes-2m-of-taxpayers-money-on-bat-bridges-which-dont-work-scientists-say/174058
  3. WikipediaBat bridgewikipedia
    https://en.wikipedia.org/wiki/Bat_bridge
  4. Highways MagazineBat bridges on £205m Broadland Northway ‘don’t work’highwaysmagazine.co+1
    https://www.highwaysmagazine.co.uk/news/local-road-network/bat-bridges-205m-broadland-northway-dont
  5. University of Leeds / PLOS ONEDo Bat Gantries and Underpasses Help Bats Cross Roads Safely? (Berthinussen & Altringham, 2012)leeds.ac
    https://www.leeds.ac.uk/news-environment/news/article/3253/bat-bridges-don-t-work
  6. BBC NewsBat bridge plan for North Hykeham relief road to go aheadbbc
    https://www.bbc.com/news/articles/cvgleeg8v2jo
  7. Yahoo News / Lincolnshire LiveUncertainty over £4m bat bridge as relief road given approvalnews.yahoo
    https://uk.news.yahoo.com/uncertainty-over-4m-bat-bridge-130510235.html
  8. Lincolnshire County CouncilLincolnshire’s bat bridge fight continueslincolnshire
    https://www.lincolnshire.gov.uk/news/article/2483/lincolnshire-s-bat-bridge-fight-continues
  9. Cambridge University PressGenerating, collating and using evidence for conservation (Sutherland et al.)cambridge
    https://www.cambridge.org/core/books/conservation-research-policy-and-practice/generating-collating-and-using-evidence-for-conservation
  10. Conservation Evidence / CambridgeBat Conservation Synopsis 2019conservationevidence
    https://www.conservationevidence.com/synopsis/pdf/27
  11. PubMed Central / PLOS ONELarge Roads Reduce Bat Activity across Multiple Speciespmc.ncbi.nlm.nih
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4019470/

L'articolo I ponti per pipistrelli non funzionano: 2 milioni di sterline spesi invano sulle strade britanniche proviene da Scintilena.

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