V sobotu jsme vyrazili na návštěvu k Holštejnská výzkumná skupina, která pořádala při příležitosti 60. výročí založení skupiny a 70. výročí vzniku CHKO Moravský kras den otevřených dveří v jeskyni Holštejnská.
Tento mohutný paleoponor pradávného toku Bílé vody vytvořil impozantní jeskyni o šířce až 56 metrů. Ta je dnes z větší části zaplněná sedimenty, a tak je výzdoba omezená na místa, kde došlo k odsednutí výplně od stropů, a postupy jsou vykoupeny desetiletími kopání a dřiny. Stávající systé
V sobotu jsme vyrazili na návštěvu k Holštejnská výzkumná skupina, která pořádala při příležitosti 60. výročí založení skupiny a 70. výročí vzniku CHKO Moravský kras den otevřených dveří v jeskyni Holštejnská.
Tento mohutný paleoponor pradávného toku Bílé vody vytvořil impozantní jeskyni o šířce až 56 metrů. Ta je dnes z větší části zaplněná sedimenty, a tak je výzdoba omezená na místa, kde došlo k odsednutí výplně od stropů, a postupy jsou vykoupeny desetiletími kopání a dřiny. Stávající systém Holštejnské jeskyně vznikl propojením s dříve objevenou jeskyní Nezaměstnaných. Hlavní koridor spolu se všemi rozrážkami dosahují úctyhodné délky přes 600 m.
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Uno studio internazionale dimostra che l’ambiente condiziona i richiami di ecolocalizzazione più delle dimensioni corporee
Una ricerca pubblicata sul Journal of Experimental Biology ha messo in discussione principi consolidati della bioacustica, dimostrando che i pipistrelli adattano i loro richiami di ecolocalizzazione in funzione del contesto ambientale, convergendo verso parametri acustici simili indipendentemente dalle dimensioni corporee.
Lo studio, condotto da un team inter
Uno studio internazionale dimostra che l’ambiente condiziona i richiami di ecolocalizzazione più delle dimensioni corporee
Una ricerca pubblicata sul Journal of Experimental Biology ha messo in discussione principi consolidati della bioacustica, dimostrando che i pipistrelli adattano i loro richiami di ecolocalizzazione in funzione del contesto ambientale, convergendo verso parametri acustici simili indipendentemente dalle dimensioni corporee.
Lo studio, condotto da un team internazionale guidato da Astrid Sæ mark Uebel, ha analizzato il comportamento di ecolocalizzazione di sette specie selvatiche di pipistrelli (con peso compreso tra 6 e 32 grammi) durante l’emergenza notturna da una grotta attraverso un tunnel stretto.
Il principio di scaling vocale nei mammiferi
Nella maggior parte dei mammiferi vocalizzanti, la frequenza e l’intensità dei suoni prodotti sono strettamente correlate alle dimensioni corporee: gli animali più piccoli tendono a emettere suoni più deboli e a frequenza più alta rispetto a quelli più grandi.
Questo principio, noto come scaling allometrico vocale, è stato ampiamente documentato in diversi gruppi di vertebrati. Nei pipistrelli, oltre alla comunicazione sociale, l’ecolocalizzazione rappresenta un sistema biosonar sofisticato utilizzato per l’orientamento e la caccia in ambienti diversi.
La teoria prevedeva che anche nei chirotteri la frequenza centrale dei richiami diminuisse con l’aumentare delle dimensioni corporee, sia per le specie a frequenza costante (CF) che per quelle a modulazione di frequenza (FM).
Metodologia dello studio: microfono array in condizioni naturali
I ricercatori hanno utilizzato un array di microfoni per registrare il comportamento di ecolocalizzazione di sette specie di pipistrelli selvatici durante l’orientamento attraverso un tunnel stretto durante l’emergenza notturna dalla grotta.
Questa configurazione sperimentale ha garantito che tutti gli individui affrontassero la stessa scena sensoriale mentre risolvevano lo stesso compito comportamentale naturale, eliminando le variabili legate all’habitat di foraggiamento e alle specializzazioni trofiche.
Le condizioni di registrazione hanno permesso di isolare l’effetto del contesto ambientale sul comportamento acustico, fornendo dati comparabili tra specie di dimensioni diverse ma sottoposte alle stesse pressioni sensoriali.
Risultati: convergenza acustica oltre le previsioni teoriche
Come previsto dai principi di scaling vocale dei mammiferi, la frequenza centrale dei richiami è diminuita con l’aumentare delle dimensioni corporee sia per i pipistrelli CF che per quelli FM.
Tuttavia, la pendenza di scaling della frequenza nei pipistrelli FM è risultata meno negativa del previsto, suggerendo una convergenza della frequenza dei richiami attraverso le dimensioni corporee e le specializzazioni di foraggiamento.
Contrariamente ai principi generali di scaling, anche l’intensitत dei richiami e gli intervalli tra i richiami hanno mostrato convergenza attraverso le dimensioni corporee: i pipistrelli più piccoli hanno emesso richiami più intensi del previsto, mentre quelli più grandi hanno chiamato più frequentemente.
Implicazioni per la biospeleologia e la ricerca sui chirotteri
Questi risultati indicano che il contesto ambientale rappresenta un fattore determinante nel comportamento di ecolocalizzazione dei pipistrelli, con implicazioni significative per gli studi comparativi di biosonar.
La deviazione dai principi di scaling convenzionali deve essere considerata quando si conducono studi comparativi su pipistrelli di dimensioni diverse, con specializzazioni trofiche differenti e in scene sensoriali variabili.
Per i ricercatori che studiano l’ecolocalizzazione in ambienti sotterranei, questi dati suggeriscono che le condizioni acustiche della grotta (geometria, riverbero, presenza di colonie) possono influenzare i parametri dei richiami più delle caratteristiche morfologiche individuali.
L’associazione Tutela Pipistrelli: oltre 10 anni di conservazione dei chirotteri in Italia
Fondata a Roma nel dicembre 2012, l’associazione Tutela Pipistrelli è un’Associazione di Promozione Sociale (APS) iscritta al RUNTS.
L’associazione nasce con l’obiettivo di proporsi come raccordo tra ricercatori, mondo scientifico e pubblico, fornendo informazioni corrette sull’ordine dei Chirotteri e promuovendo la conservazione delle specie di pipistrelli presenti in Italia.
Forte di un’esperienza di respiro internazionale, l’associazione ha svolto consulenze e supporto anche all’estero (in Paesi quali Thailandia, Brasile, Macedonia, Turchia, Zanzibar e Cina), aiutando persone ed enti che avevano ritrovato pipistrelli in difficoltà.
Finalità istituzionali
Le finalità di Tutela Pipistrelli includono la divulgazione scientifica sulla conservazione delle specie, la promozione della ricerca sui chirotteri, la gestione corretta dei siti di rifugio e la fornitura di indicazioni pratiche su come comportarsi in caso di ritrovamento di un pipistrello.
L’associazione funge da principale referente tecnico e scientifico per i CRAS (Centri Recupero Animali Selvatici) che ricoverano chirotteri su tutto il territorio nazionale, individuando e condividendo le procedure per la gestione in cattività, la cura e il successivo rilascio in natura.
Tutela Pipistrelli gestisce il portale www.tutelapipistrelli.it e i canali social dedicati (Facebook, Instagram, TikTok), coordinando costantemente le proprie attività con altre associazioni, istituzioni ed enti di ricerca a livello nazionale e internazionale.
La rete delle collaborazioni
L’associazione ha strutturato negli anni una solida rete interistituzionale e multidisciplinare che mette in sinergia la ricerca scientifica, la tutela ambientale, la biospeleologia e la medicina veterinaria:
Enti di Ricerca e Istituzioni Pubbliche: o ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale): collaborazione scientifica continuativa per la redazione e pubblicazione delle prime Linee Guida nazionali ufficiali per la riabilitazione dei chirotteri. o Regione Lazio e Rete delle Aree Protette: collaborazione per il monitoraggio e lo studio sul campo delle colonie di chirotteri sul territorio regionale. o Ente Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili: partnership scientifica e territoriale per la tutela degli habitat carsici e la realizzazione di eventi formativi nazionali.
Mondo Speleologico e Biospeleologia: o Società Speleologica Italiana (SSI) e Scintilena (notiziario di speleologia): collaborazione storica e continuativa per la sensibilizzazione degli speleologi, la stesura di buone pratiche comportamentali in grotta, la formazione per il monitoraggio delle colonie svernanti e la salvaguardia degli ambienti ipogei.
Società Scientifico-Veterinarie ed Enti Sanitari: o IZS Lazio e Toscana (Istituto Zooprofilattico Sperimentale): collaborazione per l’elaborazione di protocolli di sorveglianza sanitaria, controllo dei rischi infettivi e misure di biosicurezza.
Universita ed Enti Accademici: o Collaborazione attiva con gli atenei attraverso il supporto per le tesi di laurea incentrate sulla chirotterologia e l’accoglienza di tirocinanti per la formazione pratica sul campo e in voliera.
Centri Recupero Fauna Selvatica (CRAS): o Consulenza, affiancamento tecnico e condivisione di linee guida operative con i CRAS d’Italia per l’ottimizzazione del ricovero, della riabilitazione e delle fasi di rilascio. Le Linee Guida ISPRA per il Recupero e la Riabilitazione dei Chirotteri L’impegno congiunto tra Tutela Pipistrelli e le istituzioni scientifiche è culminato nella pubblicazione delle Linee guida ISPRA per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri (Manuali e Linee Guida 210/2025). Il manuale, a cura di Alessandra Tomassini e Marco Scalisi, ha diversi coautori tra i soci di Tutela Pipistrelli e rappresenta il frutto di un percorso avviato nel 2016 con il convegno nazionale CHIRecupero. L’opera è interamente dedicata alla memoria di Marco D’Amico, socio fondatore di Tutela Pipistrelli venuto a mancare nel 2023. Le linee guida costituiscono lo standard ufficiale in Italia per uniformare gli interventi di CRAS, veterinari e operatori faunistici, definendo: • Misure rigorose di biosicurezza e dispositivi di protezione individuale. • Standard di contenimento, manipolazione e riduzione dello stress. • Parametri di stabulazione (temperatura, silenzio, arricchimento ambientale e rifugi). • Indicazioni clinico-diagnostiche, trattamenti sanitari e chirurgia. • Criteri trasparenti per il rilascio in natura. Attività Recenti: Il Workshop Nazionale a Palombara Sabina Il 16 e 17 maggio 2026, Tutela Pipistrelli ha organizzato a Palombara Sabina (RM), presso il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, il Workshop Nazionale sull’“Applicazione delle Linee guida per il recupero e la riabilitazione dei chirotteri”. L’evento ha riunito medici veterinari, tecnici faunistici, operatori CRAS e volontari da tutta Italia, erogando 15 crediti formativi SPC per la categoria veterinaria. Patrocinato da una vasta rete partner — ISPRA, IZS Lazio e Toscana, Regione Lazio, Parco dei Monti Lucretili, SIEF, SIVAE, SIVAS Zoo e Scintilena — il workshop ha tradotto i capitoli del manuale ISPRA in moduli didattici e pratici: dalla gestione delle prime cure alla chirurgia, fino alla riabilitazione muscolare in voliera e alle strategie di rilascio.
Struttura operativa e volontariato
Presente in diverse regioni italiane, lo staff dell’associazione comprende volontari, tecnici e appassionati coordinati da figure esperte in biologia animale, medicina veterinaria, divulgazione scientifica e protezione animale. • Sede legale: Via Valeria Moriconi 52, 00138 Roma (Codice Fiscale: 97729290581). • Struttura di ricovero e riabilitazione: La voliera d’inizio volo e riabilitazione muscolare dei chirotteri si trova a Roma in via della Marcigliana 532, presso Parsec Flor. • Tutela Pipistrelli Genova è la sezione nata nel 2023 e presto ci saranno nuove sedi in altre regioni. L’associazione promuove convegni, dibattiti, seminari di studio e corsi di formazione, affiancati dalla produzione di pubblicazioni scientifiche e materiali divulgativi multimediali.
Attività di ricerca e conservazione
Oltre al soccorso diretto dei singoli individui, Tutela Pipistrelli conduce attività di ricerca relative all’etologia, al comportamento sociale, all’accrescimento dei cuccioli in cattività e all’apprendimento del volo.
Proseguono le attività di monitoraggio delle colonie nel Lazio e la collaborazione con la comunità speleologica per il monitoraggio dei siti ipogei.
Tra le iniziative divulgative di spicco figurano le Bat Night, eventi serali dedicati all’educazione ambientale che si concludono spesso con il rilascio in natura di pipistrelli riabilitati, insieme ai Progetti Didattici per le scuole e alle attività di tutoraggio per studenti e tirocinanti universitari.
Uebel, A. S., Hubancheva, A., Beedholm, K., Madsen, P. T., & Stidsholt, L. (2026). Echolocation converges under shared environmental conditions in wild bats. Journal of Experimental Biology, jeb.252231. https://doi.org/10.1242/jeb.252231
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Indagini microbiologiche e climatiche nel contesto della Grotta Gigante (FVG – Italia) rivelano l’impatto del turismo sull’ecosistema ipogeo
Un progetto didattico-scientifico avviato nel 2018 ha coinvolto studenti delle scuole superiori nello studio della microbiologia e della climatologia della Grotta Gigante, confrontando i dati con quelli della Grotta Impossibile per valutare l’impatto antropico legato alla fruizione turistica.
Il progetto Lab in Cave: obiettivi e metodologia
Indagini microbiologiche e climatiche nel contesto della Grotta Gigante (FVG – Italia) rivelano l’impatto del turismo sull’ecosistema ipogeo
Un progetto didattico-scientifico avviato nel 2018 ha coinvolto studenti delle scuole superiori nello studio della microbiologia e della climatologia della Grotta Gigante, confrontando i dati con quelli della Grotta Impossibile per valutare l’impatto antropico legato alla fruizione turistica.
Il progetto Lab in Cave: obiettivi e metodologia
Il progetto ‘Lab in Cave’, supportato dalla Commissione Grotte E. Boegan (CGEB) di Trieste in collaborazione con l’Università di Innsbruck (UIBK) e l’ISIS Galileo Galilei di Bolzano, si è posto due obiettivi principali. Il primo, di tipo didattico, ha previsto l’avvicinamento degli studenti al mondo della speleologia attraverso lezioni, laboratori e una visita in Grotta Gigante con raccolta dati. Il secondo obiettivo, di carattere scientifico, ha riguardato l’analisi della comunità microbiologica e la raccolta di dati climatici, nel tentativo di identificare eventuali variazioni di entrambi i parametri legate alla presenza di attività turistica nella grotta.
La scelta di lavorare in queste due grotte ha permesso di confrontare le variazioni dei parametri presi in esame, ovvero la comunità microbica e le condizioni microclimatiche, rispetto alla frequentazione turistica. La Grotta Gigante registra circa 42.000 visitatori nel 2021 e nel periodo pre-pandemico intorno ai 100.000 visitatori annui. Presenza umana che invece è estremamente bassa in Grotta Impossibile, essendo l’accesso consentito solo a una ristretta cerchia di gruppi, dove si attesta intorno alle 100 presenze all’anno.
Grotta Gigante e Grotta Impossibile: due modelli a confronto
La Grotta Gigante, famosa in tutto il mondo per la sua bellezza e le sue dimensioni, è stata scoperta con la prima esplorazione conosciuta nel 1840. Dal 1908 in poi, la grotta fu aperta al pubblico, con l’impiego di diverse tecnologie e l’attuazione di molteplici opere, per rendere, con gli anni, l’accesso alla grotta sempre più disponibile ai numerosi turisti. La Grotta Gigante è costituita in parte da una cavità del volume di 365.000 metri cubi, la Grande Caverna, le cui misure sono: altezza 98,5 m, lunghezza 167,6 m e larghezza 76,3 m. La temperatura interna è costante e pari a 11 gradi Celsius. Il punto più profondo raggiunto dal percorso turistico si trova a 101,10 metri di profondità rispetto all’ingresso.
Nel novembre 2004, durante i lavori di scavo per la costruzione di un’opera stradale, è stato scoperto un ramo della grotta, ribattezzata poi Impossibile (No. 6800/6300VG). La cavit๹ non era stata notata durante le indagini geologiche e geofisiche condotte per la costruzione dei tunnel, aprendosi in un settore che, fino a quel momento, non era stato considerato come un luogo possibile per trovare una grotta di tali dimensioni. La Grotta Impossibile differisce dai modelli teorici di grotta per il Carso classico e questo è il motivo del suo nome.
Campionamenti microbiologici e risultati
Le analisi effettuate nelle due cavit๹ hanno avuto lo scopo di determinare le comunità microbiologiche presenti e di vedere come esse varino in base alla frequentazione turistica. A tal proposito, nella Grotta Gigante sono stati effettuati campionamenti durante il biennio 2018-2019, sia nella zona accessibile al pubblico (area A), sia nella parte interdetta al pubblico (area B), al fine di verificare eventuali variazioni nella comunità microbica.
I dati sono poi stati confrontati con quelli raccolti nello stesso periodo temporale presso la Grotta Impossibile. Anche nel caso della Grotta Impossibile sono stati analizzati due settori della stessa: il settore A che collega l’ingresso principale della grotta al tunnel realizzato nel 2004, e il settore B il quale non presenta un accesso con il tunnel, quindi considerabile non affetto da influenze antropiche legate al traffico veicolare.
Per ridurre al minimo il possibile impatto antropico, la Grotta Impossibile è stata sottoposta a un fermo, dove la frequentazione è stata impedita per circa sei mesi nel corso del 2018. Al termine dei sei mesi è stato effettuato un campionamento microbiologico.
Comunità microbiche: risultati inaspettati
Dal punto di vista della comunità microbiologica, per quanto riguarda le colonie batteriche e quelle fungine, si è visto come la Grotta Impossibile presenti una maggiore presenza di CFU (unit๹ formante colonia) rispetto alla Grotta Gigante, specialmente nel primo tratto analizzato, quello a contatto con la galleria artificiale. Le comunità erano presenti in numero ridotto nel secondo tratto, comunque superiori a quanto riscontrato in Grotta Gigante.
In merito alla Grotta Gigante, nel tratto frequentato dai turisti, dalle piastre si riscontra il minor numero di colonie batteriche e di muffe, sia paragonato alla Grotta Impossibile, sia paragonato al tratto considerato “bianco” in Grotta Gigante, cioè non accessibile ai turisti. Questo risultato suggerisce che la frequente presenza umana e le opere di gestione turistica possano aver alterato le condizioni ambientali in modo da ridurre la diversit๹ microbica rispetto a cavit๹ meno frequentate.
Monitoraggio climatico in corso
Oltre ai campionamenti microbiologici, da inizio 2019 sono stati installati dei datalogger per il campionamento in continuo di temperatura e umidit๹. È in fase di studio la variazione di tali parametri in confronto con quelli esterni. Questo monitoraggio continuo permetter๹ di comprendere meglio come le condizioni microclimatiche interne varino in relazione alle condizioni esterne e alla presenza dei visitatori.
Didattica speleologica nelle grotte turistiche italiane: un panorama nazionale
Il progetto Lab in Cave si inserisce in un contesto più ampio di iniziative didattiche che vedono le grotte turistiche italiane come laboratori naturali per l’educazione scientifica. Negli ultimi anni, diverse grotte turistiche hanno sviluppato progetti specifici per le scuole, combinando visite guidate con attività laboratoriali e materiali didattici strutturati.
Grotte di Frasassi (Marche)
Le Grotte di Frasassi di Genga (Ancona) rappresentano un caso emblematico di integrazione tra turismo e didattica. Il sito offre diversi percorsi didattici per le scuole, tra cui la visita guidata arricchita dall’utilizzo di un quaderno didattico appositamente progettato per essere utilizzato anche una volta finita la visita, a casa o a scuola con l’insegnante. Uno strumento importante all’interno di un percorso formativo che miri a sensibilizzare gli studenti a tematiche riguardanti la natura, gli equilibri ecosistemici e l’importanza delle risorse idriche.
Tra le novità recenti, gli studenti in visita d’istruzione alle Grotte di Frasassi possono scegliere di effettuare il percorso Speleo Avventura, per un’immersione ancora più emozionante nel mondo della speleologia. Un’esperienza coinvolgente, interattiva e stimolante che permette agli studenti, tramite i visori VR Oculus Quest 2, di immergersi completamente nei contenuti didattici in modo divertente e innovativo, alla scoperta delle sale delle Grotte di Frasassi non accessibili al pubblico e di affrontare importanti tematiche.
Grazie a una partnership con l’Universit๹ di Camerino (UNICAM), il gruppo di ricerca ha realizzato quaderni didattici geologici per i gruppi scolastici che visitano le grotte e laboratori museali interattivi in 3D, mostrando l’evoluzione geologica dell’area. È stato deciso di allestire due progetti geo-educativi: un laboratorio sul campo con l’uso di quaderni didattici geologici (per i gruppi scolastici che visitano le grotte) e un museo interattivo 3D con laboratori geologici in realtà virtuale.
Nel 2026 è stato lanciato il nuovo progetto didattico nazionale sulla Salvaguardia del Pianeta, “Frasassi Green Challenge”, proposto con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Un progetto di “gamification”, ad alto contenuto valoriale per l’educazione ambientale, completamente gratuito per le scuole, che trasforma in un gioco l’apprendimento dei valori della salvaguardia della natura.
Grotte di Castellana (Puglia)
Le Grotte di Castellana offrono il laboratorio “Geotour”, un mezzo attraverso il quale vengono facilmente spiegati i fenomeni ipogei ed epigei che regolano il fenomeno “carsismo”, offrendosi come perfetta introduzione della visita turistica in grotta. Il laboratorio è rivolto a scuole primarie e secondarie di I e II grado e include contenuti su carsismo e cenni di idrologia, geologia e mineralogia, nozioni di biospeleologia, cenni di chimica, fisica ed ecologia, protezione e conservazione dell’ambiente grotta.
I materiali didattici forniti agli insegnanti permettono di preparare, seguire e approfondire l’esperienza anche in aula, favorendo la continuità del percorso formativo. Una gita scolastica alle Grotte di Castellana è molto più di un’uscita didattica: è un’occasione per osservare “dal vivo” i fenomeni naturali e geologici che raccontano milioni di anni di storia della Terra.
Altre iniziative nazionali
Il progetto “A Scuola con gli Speleologi”, curato dal Gruppo Speleologico ‘Le Taddaride’ di Palermo, ha recentemente concluso il suo percorso presso l’ICS A. Gentili e l’Istituto ‘G. Pitrè¹¹’ di Palermo. Questa iniziativa didattica, che ha visto la partecipazione di oltre 150 studenti, ha esplorato il mondo delle grotte attraverso lezioni in aula e escursioni sul campo, offrendo un’esperienza di apprendimento completa e stimolante.
L’Istituto Comprensivo “I. Svevo” di Fontanafredda (PN) ha realizzato dal 26 aprile al 15 maggio 2018 un progetto di applicazione della speleologia a scuola, quale azione di sostegno e motivazione diretta a 20 studenti. Il modulo si è articolato in sei incontri per un totale di 30 ore, di cui due a scuola, uno di apertura del progetto per la presentazione e uno di chiusura per la condivisione finale, dove sono stati mostrati i materiali e dati dei cenni di geologia; poi due incontri da tre ore ciascuno in palestra artificiale per sperimentare le tecniche di salita e discesa, l’uso dei nodi e delle corde; infine due incontri da 10 ore ciascuno sono stati svolti in due cavit๹ semplici per fare capire le modalità di progressione ipogea.
Il progetto #SPELEOMEDIT, nato in collaborazione con la Società Speleologica Italiana, è stato inserito tra gli eventi dell’Anno Internazionale delle Grotte. Il progetto rivolto a studenti di scuola superiore di primo e secondo grado vuol coinvolgere le nuove generazioni alla conoscenza del territorio carsico e alla sua tutela poiché questo è stato modellato dall’acqua e ancora è in stretta relazione con il bene più prezioso per la vita: “L’acqua”.
Impatto del turismo sulle grotte: considerazioni scientifiche
Il turismo nelle grotte presenta sfide significative per la conservazione degli ecosistemi ipogei. Le infrastrutture legate al turismo, come percorsi, illuminazione e ingressi artificiali, alterano i microclimi e introducono inquinanti. I visitatori umani possono anche introdurre patogeni, rendendo necessari monitoraggio microbico proattivo e procedure di decontaminazione.
In alcune grotte turistiche, come la Grotta di Postojna in Slovenia, il numero di visitatori è limitato a 20 per tour per ridurre l’impatto di CO?. Secoli di turismo hanno lasciato impatti tra cui crescita di lampenflora, accumulo di polvere, sviluppo di infrastrutture e inquinamento dei fiumi sotterranei.
Il progetto Lab in Cave rappresenta un esempio di come la ricerca scientifica possa integrarsi con la didattica per comprendere meglio questi impatti e sviluppare strategie di gestione sostenibile del turismo nelle grotte.
Fonti
Peron, A., Fiorini, R., Palumbo, V., Fedel, A., Corazzi, R., Torelli, L. (2022). Lab in Cave: quando la scuola incontra la ricerca. Indagini microbiologiche e climatiche nel contesto della Grotta Gigante (FVG – Italia). XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, Ormea (CN) 2-5 giugno 2022. Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia s. II, 42, 2022.
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Un incontro sulle miniere di Agordo tra archeologia mineraria, memoria sociale e cunicoli sotterranei
Le miniere di Agordo saranno al centro di una serata dedicata alla storia del territorio, alle cavità artificiali e alle vicende delle comunità che per secoli hanno vissuto intorno all’attività estrattiva. L’appuntamento è in programma giovedì 27 agosto, alle 20.30, al BarH – Chiosco Schievenin, nel Parco Capo.
A guidare l’incontro sarà Manuel Conedera, del Gruppo Speleologico CA
Un incontro sulle miniere di Agordo tra archeologia mineraria, memoria sociale e cunicoli sotterranei
Le miniere di Agordo saranno al centro di una serata dedicata alla storia del territorio, alle cavità artificiali e alle vicende delle comunità che per secoli hanno vissuto intorno all’attività estrattiva. L’appuntamento è in programma giovedì 27 agosto, alle 20.30, al BarH – Chiosco Schievenin, nel Parco Capo.
A guidare l’incontro sarà Manuel Conedera, del Gruppo Speleologico CAI Feltre. Il tema della serata è “Agordo ai tempi delle miniere. Storie, misteri ed esplorazione”. L’iniziativa propone un viaggio nel sottosuolo dell’Agordino, attraverso documenti, testimonianze, strutture minerarie e percorsi sotterranei.
L’incontro sarà dedicato soprattutto alla Valle Imperina, nel territorio di Rivamonte Agordino, a circa tre chilometri da Agordo. Il complesso rappresenta uno dei principali esempi di archeologia mineraria delle Dolomiti bellunesi.
Miniere di Agordo e Valle Imperina: una storia lunga otto secoli
Le prime notizie documentarie sull’attività estrattiva della Valle Imperina risalgono al Quattrocento. Il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi indica il 1417 come l’anno della prima attestazione relativa al trasporto di rame verso Padova per la lavorazione. Altre fonti citano concessioni e documenti degli anni successivi.
La presenza di minerali nella zona potrebbe essere più antica. Alcune ricostruzioni ipotizzano una conoscenza dei giacimenti già in epoca romana, ma la datazione non è ancora definita in modo conclusivo. Per questo motivo, la storia delle miniere di Agordo deve essere ricostruita mettendo a confronto documenti, dati archeologici, resti degli impianti e tradizioni locali.
Il giacimento della Valle Imperina era costituito soprattutto da pirite cuprifera, dalla quale venivano ricavati rame e vetriolo. In quantità minore erano presenti anche minerali argentiferi. Durante il periodo della Repubblica di Venezia il rame aveva un’importanza strategica. Era utilizzato per la monetazione e per la produzione di bronzo destinato all’artiglieria e alla flotta.
Tra il Seicento e il Settecento la Valle Imperina raggiunse il massimo sviluppo. Il sito divenne uno dei principali centri di produzione del rame nell’area controllata dalla Serenissima. Secondo il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, alla fine del Settecento la produzione arrivava a coprire circa metà del fabbisogno veneziano e il complesso occupava circa 1.300 persone, considerando l’insieme delle attività minerarie e metallurgiche.[1]
Archeologia mineraria e tecniche di estrazione
La storia delle miniere di Agordo è legata a un sistema produttivo articolato. Il minerale veniva estratto nelle gallerie e poi sottoposto a cernita, frantumazione, arrostimento e fusione. Il processo richiedeva grandi quantità di legname e carbone.
La pirite cuprifera più ricca poteva essere inviata direttamente ai forni. Il materiale meno concentrato veniva invece sottoposto ad arrostimento lento. Le operazioni potevano durare diversi mesi. Il trattamento produceva anche vetriolo, impiegato nell’industria tintoria.
Nel Seicento fu introdotto l’uso della polvere da sparo per facilitare l’avanzamento degli scavi. L’innovazione consentì di raggiungere nuove porzioni del giacimento, ma rese più complessi i problemi di sicurezza e di stabilità delle gallerie.
La documentazione del Parco descrive anche l’introduzione, nel 1690, di tecniche per via umida. Il rame poteva essere recuperato dalle terre vergini mediante l’impiego di rottami di ferro. Questo procedimento migliorava il rendimento del minerale e riduceva la quantità di materiale destinato agli scarti.
Nel sottosuolo rimanevano pozzi, discenderie, gallerie di coltivazione, cunicoli di scolo e ambienti di servizio. Si tratta di cavità artificiali create per l’estrazione e la gestione delle acque. La loro lettura richiede competenze speleologiche, topografiche e storico-archeologiche.
Il lavoro dei minatori e la società agordina
Le miniere di Agordo non furono soltanto luoghi di produzione. Per diversi secoli costituirono il centro della vita economica e sociale dell’Agordino.
Nel 1609 il complesso dava lavoro a circa 400 persone tra minatori, rostitori e addetti ai forni. Nel 1801 gli addetti diretti erano circa 600. A questi si aggiungevano boscaioli, carbonai, trasportatori, commercianti e lavoratori impegnati nella fornitura di legname, carbone e generi alimentari.[1]
La miniera condizionava l’organizzazione del territorio. Il piccolo fondovalle della Valle Imperina era occupato da edifici produttivi, abitazioni, magazzini e strutture di servizio. Le persone vivevano vicino agli impianti e seguivano i ritmi dell’estrazione e della metallurgia.
Le condizioni di lavoro erano difficili. I minatori operavano in ambienti stretti, umidi e poco illuminati. Il rischio di crolli e allagamenti era costante. La presenza di gas e fumi derivati dai processi metallurgici aggravava i problemi sanitari e ambientali.
La necessità di combustibile modificò anche il paesaggio. La Repubblica di Venezia riservò alle miniere l’utilizzo dei boschi situati entro un determinato raggio. Le immagini storiche della valle mostrano versanti molto più spogli rispetto a quelli attuali. Il Parco collega questa trasformazione sia al consumo di legname sia all’inquinamento prodotto dalla lavorazione dei minerali.[1]
Dalla crisi alla chiusura del 1962
Il primato della Valle Imperina iniziò a ridursi nell’Ottocento. I progressi nelle tecniche di arricchimento e la disponibilità di grandi giacimenti oltreoceano provocarono un calo del valore del rame prodotto localmente.
Nel corso del XIX secolo il complesso passò attraverso diversi assetti amministrativi e proprietari. Dopo il periodo veneziano arrivarono le amministrazioni napoleonica e austriaca. Con l’Unità d’Italia, l’azienda statale fu ceduta a privati.
Alla fine dell’Ottocento la produzione venne orientata verso la pirite e i suoi derivati. La ditta Magni introdusse lavorazioni legate alla produzione di acido solforico. In seguito il complesso passò alla Montecatini.
La chiusura arrivò l’8 settembre 1962. Il giacimento non era necessariamente esaurito. La decisione fu legata soprattutto alla scarsa produttività e alla difficoltà di sostenere economicamente l’impianto. La cessazione dell’attività ebbe conseguenze sulla comunità locale e contribuì ai processi di emigrazione e spopolamento.
Dopo la chiusura, gli ingressi delle gallerie e il pozzo principale furono chiusi per ragioni di sicurezza. Il sito rimase a lungo in una condizione di abbandono. Nel 1989 il Comune di Rivamonte Agordino acquisì il complesso, avviando un percorso di recupero e valorizzazione.[2]
Gallerie, documenti e memoria del territorio
Oggi la Valle Imperina conserva resti di edifici e infrastrutture che permettono di ricostruire la filiera mineraria. Sono ancora riconoscibili i forni fusori, i magazzini, la centrale elettrica, le stalle, il carbonile, la polveriera, la fucina, gli impianti di lavorazione, gli uffici e alcune abitazioni.
Il complesso dei forni fusori ha origini risalenti al XVI secolo. L’ex edificio dei magazzini principali, costruito intorno al 1730, fu utilizzato in seguito come dormitorio e luogo di riunione. L’ex centrale idroelettrica ospita un centro visitatori del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.[1]
La documentazione storica si affianca alle esplorazioni speleologiche. In passato il Gruppo Speleologico CAI Feltre ha collaborato con il Parco e con il Gruppo Archeologico Agordino ARCA alla realizzazione del documentario “Dentro le miniere di Valle Imperina”. Gli speleologi hanno percorso pozzi e gallerie, comprese alcune zone crollate o invase dai detriti, documentando dall’interno la rete sotterranea delle miniere.[3]
Queste attività mostrano come la ricerca sulle cavità artificiali possa integrare fonti diverse. Le mappe minerarie, gli atti amministrativi, i resti degli impianti e i rilievi sotterranei contribuiscono alla ricostruzione di una storia complessa. La miniera diventa così un archivio fisico, nel quale ogni galleria conserva informazioni sulle tecniche di scavo, sui minerali estratti e sulle condizioni di lavoro.
L’appuntamento del 27 agosto
La serata al BarH – Chiosco Schievenin sarà dedicata a questo patrimonio storico e sotterraneo. Manuel Conedera accompagnerà il pubblico nell’Agordino minerario attraverso il rapporto tra storia locale, archeologia industriale, esplorazione e memoria sociale.
Il tema delle miniere di Agordo sarà affrontato partendo dalla Valle Imperina, ma con uno sguardo più ampio sul territorio. Le miniere hanno influenzato l’economia, il paesaggio, l’organizzazione degli insediamenti e le relazioni tra le comunità.
L’appuntamento è fissato per giovedì 27 agosto alle ore 20.30. La sede è il BarH – Chiosco Schievenin, al Parco Capo. La serata si propone come un momento di divulgazione dedicato alla montagna osservata dal suo interno, senza separare la dimensione naturale da quella storica e sociale.
Fonti [1] Centro Minerario di Valle Imperina https://www.dolomitipark.it/natura-e-storia/uomo/architetture/centro-minerario-di-valle-imperina/ [2] Museo delle Miniere della Val Imperina https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/museo/regioni/musei/museo-delle-miniere-della-val-imperina [3] Belluno – Documentario sulle miniere di Valle Imperina https://www.scintilena.com/belluno-documentario-sulle-miniere-di-valle-imperina/07/21/ [5] Erudizione cittadina e fonti documentarie https://books.fupress.com/isbn/9788864538402 [6] Centro Minerario di Valle Imperina https://it.wikipedia.org/wiki/Centro_Minerario_di_Valle_Imperina [7] La narrazione museale della civiltà contadina in un territorio di confine https://rivista.clionet.it/sito/wp-content/uploads/Clionet-2023_settembre_Beni-cluturali_Agosti.pdf [8] La rinascita di Valle Imperina: andiamo in miniera, vi va? https://www.ilnordest.it/vivere-il-nord-est/turismo/miniere-valle-imperina-belluno-agordino-visita-cosa-sapere-e5da4c5j [9] nuovi documenti su valle imperina http://www.archeoagordo.it/notiz%2021/laveder.htm [10] Centro Minerario di Val Imperina – Agordino Dolomiti https://www.agordinodolomiti.it/it_IT/esperienze/cosa-vedere/storia/centro-minerario-di-valle-imperina/ [11] Un miglioramento produttivo della tecnica di http://www.archeoagordo.it/14/un_miglioramento_produttivo_.htm [12] Miniere dell’Agordino https://www.concagordina.it/experience/cultura-e-tradizioni/miniere-agordino/ [13] Centro Minerario Valle Imperina https://www.falcadedolomiti.it/esperienze-o-idee-vacanza/centro-minerario-valle-imperina/ [14] Centro Minerario Valle Imperina: Home Page https://centrominerariovalleimperina.it/ [15] Museo di geologia paleontologia e mineralogia – Dolomiti Bellunesi https://www.visitdolomitibellunesi.com/it/pois/museo-di-geologia-paleontologia-e-mineralogia [16] Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi: Centro Minerario e Miniere della Val Imperina Rive di Agordo, Centro Visitatori di Rivamonte Agordino, valle del Cordevole, DolomitiPark Dolomiten Dolomites, fotografie photo gallery fotogalerie https://www.magicoveneto.it/belluno/pndb/Miniere-Valle-Imperina.htm [17] Visitare le Miniere di Val Imperina – Agordino Dolomiti https://www.agordinodolomiti.it/cosa-vedere/storia/centro-minerario-di-valle-imperina/visitare-le-miniere-di-val-imperina/ [18] Trattamento dei minerali piritici http://www.archeoagordo.it/17/enzo.htm [19] Visite guidate https://centrominerariovalleimperina.it/visite-guidate/ [20] Corso di Laurea magistrale https://unitesi.unive.it/retrieve/e9601c93-e070-4eb0-bbb4-724f74bf1919/829534.pdf [21] Ghost Mines for Geoheritage Enhancement in the Umbria Region (Central Italy) https://www.mdpi.com/2076-3263/13/7/208/pdf?version=1689071858 [22] Presentato in occasione del Pelmo d’oro il documentario sulle … https://www.scintilena.com/presentato-in-occasione-del-pelmo-doro-il-documentario-sulle-miniere-di-valle-imperina/07/30/ [23] La miniera di magnetite più alta d’Europa tra storia, gallerie e … https://www.scintilena.com/la-miniera-di-magnetite-piu-alta-deuropa-tra-storia-gallerie-e-memoria-di-valle/06/13/ [24] Valle Imperina Mining Center https://www.dolomitipark.it/en/nature-and-history/mankind/architectures/valle-imperina-mining-center/ [25] I minatori di Valle Imperina: una storia dal basso https://www.centrostudialetheia.it/migranti/i-minatori-di-valle-imperina-una-storia-dal-basso/ [26] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/ [27] Le Miniere di Agordo Storie di Valle Imperina di Raffaello … https://www.agordinodoverinasconoledolomiti.it/le-miniere-di-agordo-storie-di-valle-imperina-di-raffaello-vergani/ [28] VALLE IMPERINA Gianfranco Mazzolli – Agordino https://www.agordinodoverinasconoledolomiti.it/valle-imperina-gianfranco-mazzolli/ [29] IL SITO MINERARIO DI VALLE IMPERINA A RIVAMONTE CHIUDEVA I BATTENTI SESSANT’ANNI FA (DOPO SECOLI) https://www.radiopiu.net/wordpress/il-sito-minerario-di-valle-imperina-a-rivamonte-chiudeva-i-battenti-sessantanni-fa-dopo-secoli/ [30] I minatori di Valle Imperina: una storia dal basso https://www.centrostudialetheia.it/tag/minatori/ [31] Centro Minerario di Valle Imperina – Alleghe – Falcade – Zoldo https://www.visitdolomitibellunesi.com/en/pois/centro-minerario-di-valle-imperina
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Pipistrello di Nathusius, migrazione autunnale, monitoraggio e tutela dei chirotteri in Europa
Un animale lungo poco più di cinque centimetri può attraversare gran parte dell’Europa durante la migrazione stagionale.
È il pipistrello di Nathusius, Pipistrellus nathusii, piccolo vespertilionide capace di spostarsi per quasi 2.000 chilometri tra le aree riproduttive dell’Europa orientale e i quartieri di svernamento occidentali.
La specie misura generalmente 46-55 millimetri dal
Pipistrello di Nathusius, migrazione autunnale, monitoraggio e tutela dei chirotteri in Europa
Un animale lungo poco più di cinque centimetri può attraversare gran parte dell’Europa durante la migrazione stagionale.
È il pipistrello di Nathusius, Pipistrellus nathusii, piccolo vespertilionide capace di spostarsi per quasi 2.000 chilometri tra le aree riproduttive dell’Europa orientale e i quartieri di svernamento occidentali.
La specie misura generalmente 46-55 millimetri dalla testa al corpo. Il peso varia tra 6 e 16 grammi.
L’apertura alare raggiunge circa 228-250 millimetri. Le dimensioni ridotte rendono ancora più significativo il viaggio compiuto da questi chirotteri, che possono spostarsi dalla Russia o dai Paesi baltici fino all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia e alla penisola iberica.[1][2]
Migrazione del pipistrello di Nathusius
Il pipistrello di Nathusius è una specie migratrice a lungo raggio. In autunno, gli individui delle popolazioni nord-orientali si dirigono verso sud-ovest. Il viaggio segue spesso le coste del Baltico, le vallate fluviali e il litorale del Mare del Nord. In primavera, una parte degli animali ritorna verso le aree riproduttive dell’Europa orientale.[3][4]
Le rotte non sono ancora conosciute in ogni dettaglio. Le ricatture di animali inanellati hanno però fornito informazioni importanti. Un esemplare partito dalla Lettonia è stato ritrovato nell’Inghilterra meridionale. Un altro, inanellato nella Grande Londra, è stato successivamente segnalato in Russia. Il National Nathusius’ Pipistrelle Project ha raccolto dieci segnalazioni di spostamenti a lunga distanza tra il Regno Unito e il continente europeo.[5]
Il record di spostamento citato per la specie raggiunge circa 1.900 chilometri secondo la scheda della Regione Emilia-Romagna. Altri studi hanno documentato distanze superiori, fino a circa 2.200 chilometri, tra l’area baltica e la Spagna. Le differenze dipendono dai singoli casi analizzati e dal metodo utilizzato per ricostruire la rotta.[2][6]
Un piccolo pipistrello vicino all’acqua
Il pipistrello di Nathusius frequenta soprattutto boschi, margini forestali, radure e ambienti fluviali. È spesso osservato vicino a laghi, canali, zone umide e grandi bacini d’acqua. Gli insetti vengono catturati in volo con una tecnica definita “aerial hawking”.
La dieta comprende ditteri acquatici, chironomidi, zanzare, tricotteri, coleotteri e altri insetti di piccole o medie dimensioni. Le aree umide svolgono quindi una doppia funzione. Offrono alimento e possono rappresentare corridoi ecologici utilizzati durante gli spostamenti stagionali.[1][2]
Il volo è rapido e regolare. La specie alterna tratti rettilinei a virate improvvise. La caccia avviene spesso a pochi metri dal suolo, dalla superficie dell’acqua o dalla vegetazione. I rifugi possono trovarsi nelle cavità degli alberi, nelle fessure delle rocce, nei muri e sotto le coperture degli edifici.
Riconoscimento e ciclo annuale
Rispetto al pipistrello comune e al pipistrello soprano, il Nathusius è leggermente più grande. Il dorso presenta una pelliccia bruno-rossiccia, spesso più lunga e dall’aspetto arruffato. Il muso, le orecchie e le membrane alari sono generalmente scuri.
La specie utilizza segnali di ecolocalizzazione simili a quelli degli altri pipistrelli del genere Pipistrellus. La frequenza di massima intensità è indicata intorno ai 38 kHz, con valori compresi approssimativamente tra 36 e 40 kHz.[1]
In estate, le femmine possono formare colonie riproduttive numerose. Ogni femmina partorisce di norma un solo piccolo, tra giugno e l’inizio di luglio. I giovani iniziano a volare dopo circa quattro settimane e raggiungono l’autonomia alimentare intorno alla sesta settimana.
Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno si concentra il periodo degli accoppiamenti. In questa fase i maschi occupano rifugi individuali e utilizzano vocalizzazioni sociali per attirare le femmine. La migrazione autunnale si sovrappone quindi a una fase di intensa attività riproduttiva.
Monitoraggio e rischi lungo le rotte
Il monitoraggio del pipistrello di Nathusius utilizza bat-detector, catture autorizzate, inanellamento, radiotelemetria e sistemi automatici di rilevamento. Nel Regno Unito, il progetto nazionale ha registrato 2.761 dati tra aprile 2011 e ottobre 2022. Le informazioni hanno contribuito a chiarire l’origine migratoria di molti esemplari e a individuare alcune colonie riproduttive.[5]
La migrazione sul Mare del Nord presenta elementi di particolare interesse. Gli studi hanno rilevato attraversamenti marini e spostamenti in prossimità delle coste. Le condizioni meteorologiche influenzano la partenza. Temperature relativamente alte, venti favorevoli e velocità del vento contenute possono aumentare l’attività migratoria.[6][7]
Gli impianti eolici offshore rappresentano quindi un tema da valutare con attenzione. Le turbine possono intercettare animali in volo durante le notti migratorie. Il rischio riguarda soprattutto le specie che compiono lunghi spostamenti. Un monitoraggio preventivo, condotto anche con strumenti acustici, può aiutare a individuare i periodi di maggiore presenza e a definire eventuali misure di riduzione dell’impatto.
Tutela dei pipistrelli e degli habitat
In Italia il pipistrello di Nathusius è inserito nell’Allegato IV della Direttiva Habitat. La specie è inoltre collegata alla Convenzione di Bonn, dedicata alla conservazione delle specie migratrici. La normativa italiana tutela i chirotteri e vieta il disturbo, la cattura, la detenzione e la distruzione dei loro rifugi.[2]
La protezione non riguarda soltanto le colonie numerose. Anche un singolo esemplare o un piccolo gruppo può indicare la presenza di un rifugio utile durante una fase delicata del ciclo annuale. Le linee guida e i materiali di tutela dei chirotteri sottolineano l’importanza di valutare la specie presente, la funzione del rifugio e il contesto territoriale.[8]
Nelle cavità ipogee il disturbo può modificare il comportamento degli animali e alterare il microclima. Rumori, luci dirette, passaggi ravvicinati e variazioni della ventilazione possono compromettere il riposo o l’ibernazione. Gli speleologi devono quindi procedere in silenzio, mantenere le distanze, evitare di illuminare direttamente gli animali e rinunciare all’accesso nei siti occupati da colonie durante i periodi più sensibili.[8][9]
La conservazione del pipistrello di Nathusius richiede infine la tutela di una rete di ambienti. Boschi ripariali, zone umide, alberi maturi, edifici con fessure e aree di sosta lungo le rotte migratorie sono componenti dello stesso sistema ecologico. La protezione dei singoli rifugi deve quindi essere accompagnata dalla salvaguardia degli habitat e dalla pianificazione attenta delle infrastrutture, comprese quelle energetiche.
Fonti [1] Nathusius’ pipistrelle – UK Bats – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/about-bats/what-are-bats/uk-bats/nathusius-pipistrelle [2] Pipistrello di Nathusius https://ambiente.regione.emilia-romagna.it/it/parchi-natura2000/sistema-regionale/fauna/mammiferi/schede/pipistrello-di-nathusius [3] [PDF] OESEA4 Appendix 1: Bats – GOV.UK https://assets.publishing.service.gov.uk/media/62308e42d3bf7f5a8a6955b8/Appendix_1a.7_-_Bats.pdf [4] New to this website? https://www.cms.int/species/pipistrellus-nathusii [5] National Nathusius’ Pipistrelle Project – Explore NBMP Surveys – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/our-work/national-bat-monitoring-programme/surveys/national-nathusius-pipistrelle-survey [6] Offshore Occurrence of a Migratory Bat, Pipistrellus … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8698179/ [7] Acoustic monitoring reveals spatiotemporal occurrence of Nathusius’ pipistrelle at the southern North Sea during autumn migration https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10397122/ [9] 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt [10] Migratory movements of bats are shaped by barrier effects, sex-biased timing and the adaptive use of winds https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11657297/ [11] Offshore and coastline migration of radio?tagged Nathusius’ pipistrelles http://library.wur.nl/WebQuery/wurpubs/fulltext/576549 [12] First record of a Nathusius’ pipistrelle (Pipistrellus nathusii) overwintering at a latitude above 60°N https://www.degruyter.com/document/doi/10.1515/mammalia-2020-0019/pdf [13] The Relation between Migratory Activity of Pipistrellus Bats at Sea and Weather Conditions Offers Possibilities to Reduce Offshore Wind Farm Effects https://www.mdpi.com/2076-2615/11/12/3457/pdf [14] Wageningen University & Research https://edepot.wur.nl/686916 [15] The Relation between Migratory Activity of Pipistrellus Bats at Sea and Weather Conditions Offers Possibilities to Reduce Offshore Wind Farm Effects https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8698069/ [16] A haplotype-resolved reference genome of a long-distance migratory bat, Pipistrellus nathusii (Keyserling & Blasius, 1839) https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11215541/ [17] Offshore and coastline migration of radio?tagged Nathusius’ pipistrelles https://www.vliz.be/imisdocs/publications/382598.pdf [18] Seasonal Activity of Urban Bats Populations in Temperate Climate Zone—A Case Study from Southern Poland https://www.mdpi.com/2076-2615/11/5/1474/pdf [19] Nomadic Nathusius – bat ringed in the UK discovered in Belgium – News – Bat Conservation Trust https://www.bats.org.uk/news/2018/10/nomadic-nathusius-bat-ringed-in-the-uk-discovered-in-belgium [20] Nathusius’ Pipistrelle distribution and migration – GRID-Arendal https://www.grida.no/resources/7643 [21] mec_12547_Nathusius Pipistrelle on migration.pdf https://orca.cardiff.ac.uk/id/eprint/53944/1/Kruger%20et%20al%20_Nathusius%20Pipistrelle%20on%20migration%20(1).pdf [22] „Bat species of the year“ (BoY) https://www.batlife-europe.info/_webedit/uploaded-files/All%20Files/BoY%202015%20P%20nathusii%20-%20fact%20sheet.pdf
Dne 5. září 2026 se uskuteční již 5 setkání Přátel halštatské kultury na Býčí skále. Akce proběhne v sobotu od 10. do 16. hodin za každého počasí. Muzeum Blanenska a spolek Taurondos ve spolupráci s dalšími partnery pořádají akci, která odkazuje na vzácný nález v jeskyni Býčí skála v roce 1872, který se stal světově proslulý. Kostýmovaní členové spolku Taurondos předvádějí výseky ze života doby halštatské, zaměřují se na řemesla a připravili celodenní program. Vstup do Předsíně Býčí skála bude v
Dne 5. září 2026 se uskuteční již 5 setkání Přátel halštatské kultury na Býčí skále. Akce proběhne v sobotu od 10. do 16. hodin za každého počasí. Muzeum Blanenska a spolek Taurondos ve spolupráci s dalšími partnery pořádají akci, která odkazuje na vzácný nález v jeskyni Býčí skála v roce 1872, který se stal světově proslulý. Kostýmovaní členové spolku Taurondos předvádějí výseky ze života doby halštatské, zaměřují se na řemesla a připravili celodenní program. Vstup do Předsíně Býčí skála bude volný. Budou připraveny komentované prohlídky ve vy ané termíny a další aktivity před jeskyní. [Martin Golec]
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Dopo due anni di immersioni tecniche, gli speleosub bulgari Dimitar Hristov e Vladimir Georgiev hanno superato il precedente “fine sifone”, aprendo oltre 100 metri di nuovi passaggi sommersi e una grande sala allagata nella grotta Dušnika, in Ponor Planina.
Contesto idrogeologico e importanza della grotta Dusnika
La grotta Dušnika si trova in Ponor Planina, tra i villaggi di Iskrec e Breze, ed è una cavità labirintica direttamente collegata alla sorgente carsica di Iskrec.
Il
Dopo due anni di immersioni tecniche, gli speleosub bulgari Dimitar Hristov e Vladimir Georgiev hanno superato il precedente “fine sifone”, aprendo oltre 100 metri di nuovi passaggi sommersi e una grande sala allagata nella grotta Dušnika, in Ponor Planina.
Contesto idrogeologico e importanza della grotta Dusnika
La grotta Dušnika si trova in Ponor Planina, tra i villaggi di Iskrec e Breze, ed è una cavità labirintica direttamente collegata alla sorgente carsica di Iskrec.
Il sistema drena un ampio bacino carsico: acque di numerosi corsi superficiali si perdono a chilometri di distanza per poi riemergere alla sorgente, suggerendo un reticolo sotterraneo complesso e potenzialmente molto esteso.
Il comportamento anomalo della sorgente – che in passato si è temporaneamente prosciugata dopo un terremoto locale – rafforza l’ipotesi di grandi volumi d’acqua e cavità··sotterranee interconnesse, capaci di immagazzinare e rilasciare flusso in modo non lineare.
Questa configurazione rende Dušnika un obiettivo di lunga data per gli speleosub: la portata del sistema e la presenza di sifoni profondi e stretti hanno attratto spedizioni per decenni, ma la combinazione di restringimenti, profondità, morfologia complessa e facile torbidità··dell’acqua ha limitato per anni le campagne sistematiche.
Due anni di lavoro sistematico: sostituzione linee, mappatura e superamento di strozzature
L’attuale fase di esplorazione è iniziata circa due anni fa con un approccio metodico. Il team ha effettuato più di 15 immersioni, sostituendo le vecchie linee guida lasciate da precedenti tentativi e mappando quasi tutti i settori raggiunti.
Uno dei passaggi chiave è stato il superamento di una stretta fessura verticale, descritta come impraticabile durante indagini belghe negli anni Novanta e solo un anno fa aperta dall’equipe bulgara.
Oltre questa strozzatura sono stati percorsi altri 20–30 metri, fino a circa 28 metri di profondità, dove un accumulo di massi era stato inizialmente interpretato come fine esplorazione.
La scoperta “casuale” del 2026: la “furna” e la grande sala sommersa
Nel 2026, durante un’immersione di addestramento senza particolari aspettative, i sub hanno notato lateralmente al blocco terminale un passaggio poco visibile dalla linea principale.
Oltre questo varco si aprono alcune piccole gallerie che conducono a un tratto estremamente stretto e in leggera salita, chiamato localmente “furna”.
La “furna” è lunga circa 50–60 metri; in molti punti il corpo del sub tocca simultaneamente pavimento e volta, e la presenza di fango fine sulle pareti e sul soffitto riduce drasticamente la visibilità··non appena si muove l’attrezzatura.
Il profilo ascendente crea un ulteriore problema: le bolle d’aria espirate scorrono in avanti lungo il soffitto, sollevando il sedimento e creando una nube di torbidità··davanti ai sub, che avanzano quindi verso la “marea” di fango da loro stessi generata.
In queste condizioni, la progressione diventa fortemente tattile e la gestione del ritorno lungo la linea guida, anche al buio, è critica. Superata la “furna”, il carattere della cavità cambia bruscamente: si apre una grande sala sommersa, con spazi più ampi e diverse direzioni possibili di prosecuzione.
Due fronti esplorativi: sifone principale e ramo asciutto con acqua udibile
Dopo il primo accesso alla grande sala, il team ha verificato due direzioni distinte.
In una, il sifone prosegue sott’acqua con volumi maggiori; sono stati percorsi altri 50–60 metri senza raggiungere un termine.
Nell’altra direzione, i sub sono emersi in un tratto asciutto di dimensioni significative, dove si percepisce il rumore di acqua corrente in profondità, senza ancora conoscere origine e direzione del flusso.
Questo ramo asciutto dovrà essere ispezionato, misurato e verificato per eventuali nuove gallerie o connessioni con altri tratti allagati, dividendo di fatto l’esplorazione in due fronti: il sifone sommerso in espansione e il ramo asciutto da esplorare.
Progressi tecnici: nitròx, linee più robuste e pianificazione di immersioni lunghe
Per gestire distanze crescenti, profondità intorno ai 28 metri e tempi di permanenza più lunghi, l’equipe ha introdotto miscele di nitròx pianificate in anticipo, passando da penetrazioni relativamente brevi a immersioni tecniche più complesse, con gestione avanzata dei gas e della navigazione.
Nella “furna” è stata inoltre installata una linea guida più spessa e affidabile, fissata in modo da ridurre il rischio di ingarbugliamenti e migliorare l’orientamento in assenza di visibilità, condizione essenziale perché ogni futura immersione dovrà attraversare gli stessi 50–60 metri di strettoia sia in entrata sia in uscita.
Il nuovo blocco attivo: manovra complessa per superare il restringimento
Nell’ultima immersione di luglio 2026, partendo dal punto più avanzato precedente, il team ha percorso altri circa 50 metri lungo il sifone principale.
La galleria mantiene volumi ampi, ma termina contro un nuovo massiccio blocco di massi. Tra le rocce esiste un possibile proseguimento, ma il passaggio è estremamente stretto.
Per superarlo sarebbe necessario staccare le bombole dall’erogatore, farle passare attraverso la fessura e ricollegarle sott’acqua: una manovra tecnica complessa da eseguire in zona remota, dopo un’esposizione prolungata.
In questa uscita i due speleosub non si sono sentiti sufficientemente sicuri di eseguire la manovra in sicurezza e hanno preferito non tentare il passaggio, lasciando il blocco come “fronte attivo” per future campagne meglio preparate.
Prospettive: perché Dusnika potrebbe nascondere un sistema molto più grande
Ogni nuovo settore aperto in Dusnika ha trasformato ciò che sembrava un “fine grotta” in una semplice soglia verso nuovi ambienti. La combinazione di un bacino idrografico carsico molto ampio, la presenza di una grande sala oltre la “furna”, un sifone che continua con volumi importanti e un ramo asciutto con acqua udibile suggerisce che, superato l’attuale blocco, si possa accedere a un sistema con notevole sviluppo planimetrico e dislivello positivo. Per ora resta un’ipotesi, verificabile solo proseguendo le immersioni esplorative con pianificazione tecnica adeguata.
Ultime scoperte speleosub nel mondo: Messico, Italia, Balcani e Asia
Parallelamente a Dušnika, negli ultimi anni le esplorazioni subacquee hanno continuato ad ampliare la conoscenza dei grandi sistemi allagati.
Messico: Ox Bel Ha e Sac Actun oltre i 524 km
In Messico, il sistema Ox Bel Ha, nella penisola dello Yucatá··n, è stato confermato come il più lungo sistema di grotte sottomarine al mondo, con oltre 524 km di passaggi mappati.
Le campagne di rilievo continuano ad aggiungere nuovi tratti ogni anno, anche attraverso passaggi stretti e remoti, e si stima che la lunghezza totale esplorabile possa superare i 600 km.
Nelle vicinanze, il sistema Sac Actun, un tempo detentore del record, rimane uno dei più grandi reticoli allagati e, insieme a Ox Bel Ha, costituisce una “rete idrica” sotterranea di centinaia di chilometri.
Nel 2025, un’altra connessione importante è stata realizzata tra la “Mother of All Cenotes” e il sistema Koox Baal, creando una rete di oltre 120 km che si trova a soli 31 metri dal sistema Sac Actun: se quel tratto finale fosse superato, si potrebbe ottenere un unico sistema di oltre 500 km.
Italia: Grotta di Aladino e Fontanone unificati in un unico sistema
In Italia, nel 2025 è stata risolta una lunga questione speleologica in Valdaone: la Grotta di Aladino e la sorgente Fontanone della Val Redoten sono state confermate come parti di un unico sistema sotterraneo di circa 10,4 km di sviluppo e 400 m di dislivello.
Il tratto sommerso che le unisce è risultato essere un unico sifone lungo circa 1 km, con profondità massima di 53 metri. L’impresa è stata portata a termine dallo speleosub Luigi Casati, supportato dal Gruppo Grotte Brescia, dopo campagne che hanno visto anche lo speleosub sloveno Simon Burja spingersi per 600 metri in sifone fino a 53 m di profondità senza emergere.
Balcani e area mediterranea: profondità estreme e nuove campagne
Nell’area balcanica e mediterranea, le esplorazioni tecniche continuano a spingere i limiti di profondità. Lo speleosub polacco Bart ?omiej Pitala, attivo anche in Italia, nel 2026 ha raggiunto i ?292 m nella grotta dell’Elefante Bianco a Ponte Subiolo (Vicenza), dopo aver già esplorato oltre 100 m di nuove gallerie nello stesso sito nel 2024 a circa ?227 m.
Il suo team ha lavorato anche nella Sintzi Spring, in Grecia, dove nel 2025 è stata raggiunta la quota di ?255 m, e nella grotta Vrelo, in Macedonia, con esplorazioni fino a ?287 m. Sempre in Italia, la sorgente del Gorgazzo (Polcenigo, Pordenone) rimane un sito di interesse internazionale per le immersioni profonde, con nuove campagne esplorative programmate da team specializzati.
Asia: nuovi chilometri di grotte in Meghalaya, India
In Asia, nel 2026 una spedizione in Meghalaya (India) ha mappato 11,8 km di nuovi passaggi in diverse grotte, tra cui Krem Riblai e Lungchung Khur, quest’ultima lunga 13.618 metri e divenuta la decima grotta più lunga dell’India.
Anche se non tutte queste cavità sono completamente allagate, la regione conferma il proprio ruolo di “laboratorio” per l’esplorazione sotterranea, con nuovi tratti scoperti regolarmente.
🔦 Prehľad speleologických noviniek
V roku 2026 bol významným objavom prepojenie jaskýň Kyklop a Žánova diera v Česku, čo sa považuje za jeden z najväčších speleologických úspechov roka [8]. Zároveň pokračujú prieskumy najhlbšej zatopenej propasti sveta v Česku, ktorej dno zostáva neznáme [10].
Slovenska Speleologická Spoločnosť
Zápisnica č. 3/2026
📅 2026-08-21
SSS
Sk_Speleo
Photos from Správa slovenských jaskýň's post
📅 2026-08-21
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V týchto dňoch si pripomíname cca 3
V roku 2026 bol významným objavom prepojenie jaskýň Kyklop a Žánova diera v Česku, čo sa považuje za jeden z najväčších speleologických úspechov roka [8]. Zároveň pokračujú prieskumy najhlbšej zatopenej propasti sveta v Česku, ktorej dno zostáva neznáme [10].
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Le Figurine Liebig e la Serie sui Chirotteri del 1955
Le figurine Liebig rappresentano uno dei capitoli più affascinanti della storia del collezionismo italiano.
Nel 1955 venne pubblicata la serie numero 1616 del catalogo Sanguinetti, dedicata interamente ai chirotteri, meglio conosciuti come pipistrelli.
Questa serie di sei figurine si inserisce in un contesto più ampio di divulgazione scientifica attraverso il collezionismo.
La serie sui pipistrelli arriva in un periodo
Le Figurine Liebig e la Serie sui Chirotteri del 1955
Le figurine Liebig rappresentano uno dei capitoli più affascinanti della storia del collezionismo italiano.
Nel 1955 venne pubblicata la serie numero 1616 del catalogo Sanguinetti, dedicata interamente ai chirotteri, meglio conosciuti come pipistrelli.
Questa serie di sei figurine si inserisce in un contesto più ampio di divulgazione scientifica attraverso il collezionismo.
La serie sui pipistrelli arriva in un periodo particolarmente fertile per le emissioni Liebig a tema naturalistico.
Gli anni cinquanta vedono la pubblicazione di numerose serie dedicate alla fauna italiana ed esotica, dai rosicanti agli uccelli, dagli insettivori ai felini.
I chirotteri trovano così il loro spazio in questa enciclopedia illustrata che ha accompagnato generazioni di italiani.
Storia della Liebig e delle Figurine dal 1872 al 1975
La storia delle figurine Liebig inizia intorno al 1872, quando il barone Justus von Liebig decide di adottare questo sistema pubblicitario per promuovere il suo famoso estratto di carne.
Le prime due serie vengono stampate in Francia e raffigurano la fabbrica dell’estratto di carne situata a Fray Bentos. Queste prime emissioni sono oggi considerate vere raritಹ.
La tecnica di stampa utilizzata era la cromolitografia, che permetteva di ottenere fino a 12 colori.
Questa cura nei dettagli, unita alla realizzazione dei soggetti affidata a veri artisti e alla presenza di descrizioni approfondite sul retro, rese subito le figurine Liebig tra le più ricercate al mondo.
Fino ai primi anni del Novecento la pubblicità dell’estratto di carne era parte integrante della vignetta stessa.
Dal 1930 in poi le immagini pubblicitarie vengono limitate al retro della figurina, mentre la parte frontale è riservata completamente alla vignetta.
Resta soltanto la firma del barone von Liebig, posta in modo discreto all’interno della cornice.
La produzione prosegue ininterrottamente fino al 1975, quando la compagnia Liebig, assorbita dalla Brook Bond inglese, cessa la pubblicazione delle figurine.
In totale furono pubblicate 1871 serie differenti, per lo più di formato 7 x 11 centimetri. Le tematiche spaziavano dalla natura alla storia, dall’arte alla scienza, dalle religioni al teatro. La collezione Liebig può essere associata a una vera enciclopedia illustrata, costituita da immagini dettagliate con didascalie esplicative sul retro.
La Compagnia Italiana Liebig e le Serie in Lingua Italiana
La prima serie Liebig edita in lingua italiana è stata la numero 65 del catalogo Sanguinetti, pubblicata nel 1878 e costituita da 10 figurine.
A questa prima emissione ne sono seguite moltissime altre, fino ad arrivare a quota 1311 serie stampate interamente in italiano. Nel 1934 viene fondata la Compagnia Italiana Liebig, che si occupa direttamente di stampare le serie edite in italiano.
Dieci serie italiane sono classificate come raritಹ. Escluse queste, l’ultima quotazione aggiornata dell’intera collezione italiana ammonta a quasi cinquantamila euro. La maggior parte delle serie emesse dopo la Prima guerra mondiale hanno una quotazione bassa e sono facilmente reperibili sul mercato.
Le Serie Liebig dedicate a Grotte, Caverne e Speleologia
Il mondo delle grotte e della speleologia trova spazio nelle figurine Liebig attraverso diverse serie tematiche.
La serie numero 1656, intitolata “La Speleologia”, rappresenta il contributo più diretto a questo ambito. Questa serie illustra le tecniche e le attività legate all’esplorazione delle cavità.
La serie numero 1690, pubblicata nel 1958, è dedicata alle “Leggende di grotte italiane”. Questa emissione di sei figurine raccoglie i racconti e le tradizioni popolari legate al mondo sotterraneo italiano. Le grotte sono state da sempre luoghi di mistero e fascino nella cultura popolare.
Altre serie vicine al tema includono la numero 1381 del 1938, dedicata alle “Grotte di Postumia”.
Le famose grotte slovene, meta di turismo speleologico fin dall’Ottocento, trovano così spazio nella collezione. La serie numero 1345, “Visioni sottomarine”, si avvicina al mondo delle grotte allagate e dell’esplorazione subacquea.
La serie numero 1616 sui chirotteri si collega indirettamente al mondo speleologico, poiché molte specie di pipistrelli utilizzano le grotte come rifugio. I chirotteri sono mammiferi volanti notturni che svolgono un ruolo ecologico fondamentale.
Il Mondo degli Speleocollezionisti in Italia
Lo speleocollezionismo rappresenta una passione che unisce la raccolta di materiali legati al mondo delle grotte e della speleologia.
I collezionisti raccolgono cartoline, francobolli, oggetti vari e materiali storici che documentano l’evoluzione delle esplorazioni sotterranee. Questi materiali costituiscono testimonianze storiche e culturali di grande valore.
Le collezioni di speleocollezionismo documentano le scoperte scientifiche e la diffusione della speleologia a livello internazionale.
Cartoline d’epoca illustrano luoghi emblematici come la Grotta Gigante, le Carlsbad Caverns e le grotte di Postumia. I francobolli tematici celebrano siti carsici e formazioni geologiche sotterranee.
Mostre ed Eventi di Speleocollezionismo
Nel giugno 2025, l’atrio del Comune di Gorizia ha ospitato una mostra dedicata allo speleocollezionismo.
L’esposizione, visitabile dal 13 al 28 giugno, ha offerto un percorso attraverso la storia della speleologia grazie a materiali inediti e curiosi. L’inaugurazione si è tenuta il 13 giugno alle ore 10.00 in Piazza Municipio 1.
La mostra di Gorizia ha posto lo speleocollezionismo al centro dell’attenzione, offrendo ai visitatori la possibilità di osservare pezzi rari e significativi. Cartoline d’epoca, francobolli tematici e oggetti provenienti da importanti siti carsici hanno raccontato la storia dell’esplorazione sotterranea.
A Narni, in occasione dei 20 anni di pubblicazione del blog Scintilena, si è svolto dal 3 al 5 febbraio 2023 l’incontro nazionale “Scintilena & Friends”. Durante l’evento sono state allestite mostre e esposizioni dedicate allo speleocollezionismo, insieme ad altre iniziative culturali legate alla speleologia.
Cosa Collezionano gli Speleocollezionisti
Gli speleocollezionisti raccolgono materiali diversi legati al mondo sotterraneo. Le cartoline speleologiche rappresentano uno dei settori più popolari. Queste cartoline illustrano ingressi di grotte, formazioni interne, spedizioni e personaggi della speleologia.
I francobolli tematici dedicati a grotte, carsismo e speleologia costituiscono un altro ambito collezionistico. Molti paesi hanno emesso francobolli celebrativi di siti speleologici famosi. Le monete e le medaglie commemorative legate a eventi speleologici completano il panorama.
Gli oggetti tecnici e l’attrezzatura storica rappresentano un settore di nicchia. Lanterne, caschi, attrezzi per la progressione e strumentazione scientifica d’epoca vengono raccolti e conservati. Questi oggetti testimoniano l’evoluzione tecnologica della speleologia.
I libri, le pubblicazioni e i documenti storici completano le collezioni. Relazioni di esplorazione, mappe di grotte, fotografie d’epoca e diari di spedizione costituiscono materiale di grande valore documentale.
Come Sono Organizzati gli Speleocollezionisti
Gli speleocollezionisti italiani sono spesso organizzati attraverso gruppi speleologici e associazioni. La Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia elenca numerose associazioni aderenti, tra cui il Centro Ricerche Carsiche Carlo Seppenhofer di Gorizia e il Gruppo Speleo Luigi Vittorio Bertarelli CAI GO.
Tra i più attivi speleo collezionisti italiani ricordiamo: Giampietro Marchesi già Presidente della Società Speleologica Italiana, Alessandro Pastorelli del Gruppo Speleologico CAI Sanremo, Giampaolo Fornasier del Gruppo Speleologico di Pordenone, Maurizio Tavagnutti del Seppenhofer di Udine e Isabella Abbona nota speleologa di Trieste figura di riferimento dello Speleovivarium.
Il Collezionismo Liebig Oggi
Dopo la cessazione della produzione nel 1975, molti pensarono che le figurine Liebig avrebbero perso interesse. Successe invece il contrario. L’anno dopo la ditta Sanguinetti intuì che le figurine stavano per diventare storia e pubblicò un nuovo catalogo, migliorando quello del 1974 e corredandolo per la prima volta con oltre 600 illustrazioni.
Il catalogo Sanguinetti si è rinnovato con cadenza biennale, arrivando a includere oltre 1200 illustrazioni e spiegazioni in quattro lingue. Le oltre seimila valutazioni contenute nel catalogo sono un punto di riferimento per tutti i collezionisti del mondo. La numerazione Sanguinetti è utilizzata da più di 100 anni dai maggiori collezionisti.
Oggi il collezionismo delle figurine Liebig è in assoluto il più diffuso al mondo rispetto a tutte le altre collezioni di figurine conosciute. I principali canali di acquisto includono eBay, Delcampe e venditori specializzati. Le filatelie trattano spesso, se pur in modo limitato, serie di figurine Liebig.
Conclusioni
Le figurine Liebig rappresentano un ponte tra passato e presente, tra divulgazione scientifica e passione collezionistica. La serie sui chirotteri del 1955 si inserisce in questo contesto come testimonianza dell’interesse per la natura e la speleologia. Lo speleocollezionismo continua oggi a vivere attraverso mostre, incontri e una comunità attiva di appassionati.
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Il sottosuolo conserva la memoria umana
Le grotte come archivi archeologici rappresentano uno dei temi centrali della ricerca speleologica contemporanea. Gli ambienti sotterranei hanno accolto uomini e animali in epoche diverse, dalla preistoria alla protostoria fino all’età storica. Le tracce di queste frequentazioni possono comprendere manufatti, resti ossei, focolari, strutture, sedimenti e modifiche delle superfici interne.
La conservazione dipende dalle caratteristiche fisic
Le grotte come archivi archeologici rappresentano uno dei temi centrali della ricerca speleologica contemporanea. Gli ambienti sotterranei hanno accolto uomini e animali in epoche diverse, dalla preistoria alla protostoria fino all’età storica. Le tracce di queste frequentazioni possono comprendere manufatti, resti ossei, focolari, strutture, sedimenti e modifiche delle superfici interne.
La conservazione dipende dalle caratteristiche fisiche delle cavità. Temperatura e umidità relativamente stabili, protezione dagli agenti atmosferici e limitata trasformazione degli spazi possono ridurre i processi di alterazione. Le grotte come archivi archeologici non sono però contenitori neutrali: acqua, crolli, animali, radici, visitatori e attività clandestine possono modificare i depositi. Per questo ogni reperto deve essere interpretato insieme al contesto stratigrafico e geomorfologico.
Sedimenti e reperti per ricostruire il passato
I giacimenti ipogei aiutano a ricostruire aspetti diversi della vita umana. Manufatti e oggetti d’uso quotidiano indicano attività, tecnologie e scambi. Focolari e aree organizzate possono fornire informazioni sulle modalità di occupazione. Sepolture e deposizioni permettono di studiare pratiche funerarie e forme di comportamento rituale.
Anche ciò che non è stato prodotto dall’uomo ha un ruolo importante. I sedimenti registrano l’evoluzione dell’ambiente circostante. La loro composizione può essere collegata a fasi di trasporto idrico, crollo, ingresso di materiali dall’esterno o variazioni climatiche. Resti faunistici e pollini, quando conservati, contribuiscono alla ricostruzione del paleoambiente e delle relazioni tra comunità umane, animali e territorio.
In questa prospettiva, le grotte come archivi archeologici dialogano con paleontologia, geologia, climatologia, antropologia e biospeleologia. L’interpretazione richiede competenze integrate e una documentazione precisa delle quote, delle coordinate, delle unità stratigrafiche e delle condizioni di conservazione.
Il congresso di Ormea e la sessione archeologica
Il XXIII Congresso Nazionale di Speleologia “La melodia delle grotte” si è svolto a Ormea, in provincia di Cuneo, dal 2 al 5 giugno 2022. Gli atti sono stati pubblicati nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, serie II, volume XLII, e sono disponibili online. [web:2][web:6]
La sessione scientifica “Le grotte come archivi archeologici” ha riunito dieci comunicazioni orali e quattro poster. Il programma ha incluso studi su siti già conosciuti, nuove segnalazioni, progetti di ricerca, tutela e valorizzazione. I contributi hanno interessato diverse aree italiane, con una presenza significativa di ricerche svolte nel centro-sud della Penisola. [web:12]
Tra i casi presentati figuravano il nuovo progetto archeologico e paleoambientale di Grotta Battifratta, nel territorio di Poggio Nativo, in provincia di Rieti, e le ricerche nella Grotta della Regina, a Bari-Torre a Mare. La sessione ha incluso anche studi sulla Grotta della Monaca, in Calabria, utilizzata per attività minerarie per circa ventimila anni, e su Grotta Romanelli, in Puglia, considerata un sito importante per la conoscenza del Quaternario mediterraneo. [web:12]
Altri contributi hanno riguardato la Grotta Altro Pianet, in provincia di Bergamo, la Grotta Bella di Avigliano Umbro, in provincia di Terni, la Grotta della Bàsura di Toirano e le grotte ossifere del versante italiano dell’arco alpino. I poster hanno affrontato anche i ritrovamenti fortuiti in grotte liguri, la relazione tra Valle del Giongo e archeologia, nuovi resti di Ursus spelaeus a Frasassi e la valorizzazione della grotta di Valdemino.
Rilievo tridimensionale e documentazione
La ricerca archeologica in grotta affianca allo scavo tradizionale strumenti digitali sempre più articolati. Fotogrammetria, laser scanner, sistemi SLAM e modelli tridimensionali consentono di registrare geometrie, superfici e rapporti spaziali con un livello di dettaglio elevato. Il modello 3D può servire per confrontare lo stato di un sito nel tempo, documentare aree difficili da raggiungere e creare materiali utili per la divulgazione.
La tecnologia non sostituisce il lavoro stratigrafico. Offre una base di documentazione che deve essere collegata a rilievi topografici, fotografie georeferenziate, descrizioni di campo e analisi di laboratorio. Una documentazione completa facilita anche la conservazione preventiva, perché consente di riconoscere spostamenti, erosioni o danneggiamenti.
Ritrovamenti fortuiti: cosa deve fare lo speleologo
La segnalazione dei ritrovamenti è una parte essenziale della tutela del patrimonio ipogeo. In Italia, l’articolo 90 del Codice dei beni culturali stabilisce che chi scopre fortuitamente un reperto o una struttura archeologica deve denunciarlo entro 24 ore alla Soprintendenza competente, al sindaco oppure all’autorità di pubblica sicurezza. [web:11][web:15]
Il rinvenitore deve lasciare il bene, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni originarie. La rimozione è ammessa solo quando sia indispensabile per garantire sicurezza e conservazione immediata. È quindi opportuno non scavare, non pulire, non spostare e non divulgare pubblicamente la posizione precisa del ritrovamento prima del contatto con gli enti competenti.
Una segnalazione utile dovrebbe includere luogo, data, descrizione, fotografie senza manipolazione del reperto, coordinate o riferimenti topografici e indicazioni sulle condizioni ambientali. Le grotte come archivi archeologici conservano informazioni che possono andare perdute se un oggetto viene separato dal sedimento o dal contesto in cui è stato trovato.
Tutela e accesso responsabile
La protezione dei siti richiede collaborazione tra speleologi, archeologi, soprintendenze, enti locali e gestori delle aree protette. L’esplorazione può produrre dati importanti, ma deve rispettare autorizzazioni, sicurezza e fragilità dei depositi. Anche la divulgazione deve essere valutata con attenzione: immagini e risultati possono avvicinare il pubblico alla ricerca, mentre dettagli troppo precisi sulla localizzazione possono aumentare il rischio di saccheggio o vandalismo.
Il tema discusso a Ormea mostra una direzione chiara. Le grotte come archivi archeologici sono ambienti di ricerca, ma anche beni culturali da conservare. La qualità delle scoperte dipende dalla capacità di osservare senza alterare, documentare senza semplificare e comunicare senza esporre i siti a ulteriori rischi.
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Nuovi dati sulla biodiversità sotterranea nel Nord Piemonte
La fauna ipogea della Valle Strona è stata oggetto di un approfondito studio condotto da Denise Trombin ed Enrico Lana, ricercatori del gruppo Biologia Sotterranea Piemonte. Le indagini, avviate nel 2016 e proseguite negli anni successivi, hanno interessato 12 cavità naturali dell’area, portando a una caratterizzazione preliminare ma significativa della fauna sotterranea presente in questo settore del Nord Piemonte.
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Nuovi dati sulla biodiversità sotterranea nel Nord Piemonte
La fauna ipogea della Valle Strona è stata oggetto di un approfondito studio condotto da Denise Trombin ed Enrico Lana, ricercatori del gruppo Biologia Sotterranea Piemonte. Le indagini, avviate nel 2016 e proseguite negli anni successivi, hanno interessato 12 cavità naturali dell’area, portando a una caratterizzazione preliminare ma significativa della fauna sotterranea presente in questo settore del Nord Piemonte.
I risultati delle ricerche hanno permesso di triplicare le entità faunistiche conosciute rispetto alle sporadiche registrazioni pubblicate nel secolo scorso, identificando 46 taxa almeno a livello di genere e 36 entità a livello di specie.
Composizione faunistica e specie specializzate
La fauna ipogea della Valle Strona comprende organismi appartenenti a tre Phyla principali: Arthropoda, Chordata e Mollusca.
Gli Artropodi rappresentano il gruppo più ricco, con 7 classi, 16 ordini, 29 famiglie, 37 generi e 26 specie identificate. I Cordati presentano 2 classi con 3 specie totali, mentre i Molluschi sono rappresentati da 7 specie distribuite in 8 generi.
Tra le specie di maggiore interesse biologico spiccano alcuni elementi specializzati tipici della fauna ipogea alpina. Sono stati confermati la presenza di Alpioniscus feneriensis (Parona, 1880), un isopode troglobio, e dei generi Niphargus (Amphipoda) e Oroposoma (Diplopoda).
Il genere Niphargus, di specie non ancora identificata, è stato rilevato esclusivamente nella Caverna delle Streghe di Sambughetto, mentre Alpioniscus feneriensis è presente anche nella grotta Böcc dal Faij e nella grotta del Rio Bagnone 5.
Un’osservazione particolarmente significativa riguarda la prima segnalazione di Stafilinidi Pselafini in ambiente ipogeo nella Caverna delle Streghe, appartenenti alle specie Bryaxis collaris, B. kruegeri e Pselaphogenius quadricostatus. Sono inoltre degni di nota i ritrovamenti di Ischyropsalis carli nella Caverna delle Streghe e di Ischyropsalis dentipalpis nella Grotta dell’Alpe Ravinella.
Assenza significativa di Coleotteri specializzati
Un aspetto particolarmente interessante emerso dallo studio della fauna ipogea della Valle Strona riguarda l’assenza totale di Coleotteri specializzati appartenenti alle tribÙ dei Trechini e dei Leptodirini, nonostante questi siano presenti in altre aree vicine del Piemonte settentrionale.
Nelle zone limitrofe della Valle Sesia, del Biellese, della bassa Valle d’Aosta e del Torinese sono infatti documentati generi di Leptodirini come Archeoboldoria, Canavesiella e Dellabeffaella, completamente assenti nell’area di studio. Analogamente, i Carabidi Trechini fortemente specializzati dei generi Doderotrechus e Duvalius, che popolano le valli centro-meridionali del Piemonte e ricompaiono in provincia di Varese, non sono stati rinvenuti in Valle Strona.
Questa discontinuità degli areali distributivi rappresenta un elemento di notevole interesse biogeografico e richiede un’analisi approfondita delle cause storiche e ambientali che hanno determinato tale distribuzione.
Influenza delle glaciazioni pleistoceniche
La spiegazione più probabile per l’assenza di questi elementi specializzati risiede nella storia geologica e geomorfologica dell’area, in particolare nell’intenso effetto dei periodi glaciali durante il Pleistocene.
Secondo la classica teoria del cosiddetto “effetto Pleistocenico”, formulata da Barr e Holsinger nel 1985, le forme ancestrali avrebbero trovato rifugio negli ambienti stabili e umidi delle grotte durante i periodi di condizioni superficiali sfavorevoli. L’isolamento che ne è derivato avrebbe favorito fortemente le dinamiche di speciazione, caratterizzando le attuali biocenosi ipogee in termini di rarità, endemicità, genetica e troglomorfia.
L’analisi della carta GK500-LGM, preparata da SchlÜchter nel 2009, che mostra la massima estensione dei ghiacciai in Svizzera e in parte del territorio italiano durante l’ultima epoca glaciale (circa 24.000 anni fa), indica che l’area della Valle Strona non era coperta dal ghiaccio.
Tuttavia, secondo Motta (2014), l’area mostra segni di copertura glaciale durante il Pleistocene, in netto contrasto con i dati della cartografia svizzera. Cella e Ricci (1985) segnalano inoltre che nei pressi dell’ingresso della Caverna delle Streghe di Sambughetto sono rinvenibili grossi ciottoli di probabile trasporto glaciale.
Un’intensa pressione climatica durante i periodi glaciali del Pleistocene potrebbe spiegare la totale mancanza di elementi specializzati appartenenti ai Leptodirini e ai Trechini, modificando la distribuzione di questi organismi in modo permanente.
Le 12 cavità investigate
Le ricerche hanno interessato dodici cavità naturali dell’area: Caverna delle Streghe (PI2501), Grotta dell’Alpe Ravinella (PI2676), Balm del Diaulin (PI2836), Balm del Diau (PI2696), le sei Grotte del Torrente Bagnone (PI2825-PI2830), Bocc dal Faij (PI2677) e Grotta Cadente (PI2678).
La metodologia adottata ha previsto la ricerca diretta a vista all’interno delle cavità e nei pressi degli ingressi. Gli organismi sono stati fotografati e identificati in loco quando possibile; per i generi e le specie più rare sono stati raccolti campioni successivamente affidati agli specialisti per la determinazione tassonomica.
Classificazione biospeleologica: troglobi, troglofili e troglosseni
Per comprendere appieno la fauna ipogea della Valle Strona è utile approfondire la classificazione biospeleologica degli organismi cavernicoli, che distingue tre categorie fondamentali in base al grado di adattamento all’ambiente sotterraneo.
Troglobi
I troglobi sono organismi strettamente legati all’ambiente cavernicolo, capaci di riprodursi soltanto in esso e generalmente dotati di modificazioni morfologiche e fisiologiche che li rendono particolarmente adatti a vivere in condizioni di oscurit๹ permanente, atmosfera non ventilata, umidit๹ ambientale elevata e temperatura relativamente costante.
Questi animali mostrano gli adattamenti più spinti per la vita sotterranea: nascono, si riproducono e muoiono esclusivamente all’interno delle grotte o di ambienti similari. Presentano caratteristiche tipiche come micro- o anoftalmia (riduzione o assenza degli occhi), depigmentazione (perdita della colorazione), atterismo (riduzione delle ali negli insetti), metabolismo rallentato e sviluppo di organi sensoriali particolarmente sviluppati per compensare l’assenza di luce.
Nella fauna ipogea della Valle Strona, esempi di troglobi includono Alpioniscus feneriensis e le specie del genere Niphargus, completamente adattati alla vita sotterranea.
Troglofili
I troglofili sono organismi che, pur frequentando abitualmente l’ambiente cavernicolo, possono rinvenirsi anche in ambienti diversi da questo. Non presentano adattamenti anatomici o fisiologici particolari all’ambiente sotterraneo come i troglobi, ma hanno un bisogno vitale ponctuale del milieu souterrain.
Questa categoria si suddivide ulteriormente in due gruppi:
Subtroglofili: abitano le grotte regolarmente o solo in alcuni periodi della loro vita, ma rimangono legati alla superficie per alcune funzioni biologiche, come l’alimentazione. Esempi includono alcuni ditteri, limonidi e pipistrelli che frequentano le grotte solo in determinati periodi dell’anno o del giorno.
Eutroglofili: mostrano una netta preferenza per le grotte e particolari adattamenti comportamentali, pur non essendo completamente vincolati a tale ambiente. Possono abbandonare le cavit๹ per escursioni esterne in ambienti comunque idonei alle loro necessità biologiche.
Nella Valle Strona, specie come Trechus lepontinus e vari molluschi rientrano in questa categoria ecologica.
Troglosseni
I troglosseni (o trogloxeni) sono animali che fanno parte solo accidentalmente della fauna cavernicola. Appartengono a questo gruppo tutte quelle specie che normalmente vivono nell’ambiente epigeo e che entrano in grotta per caso: trasportati dalle acque meteoriche, dal vento, per caduta accidentale, per sfuggire ai predatori o per cercare fresco nei periodi estivi.
Questi organismi non sono in grado di stabilire una popolazione sotterranea permanente e la loro presenza nelle cavit๹ è episodica e non riproduttiva. Nella fauna della Valle Strona, diversi artropodi di superficie rientrano in questa categoria.
Prospettive di ricerca future
Gli autori dello studio sottolineano la necessità di proseguire le ricerche nella Caverna delle Streghe di Sambughetto e nelle altre cavit๹ della Valle Strona, con l’obiettivo di caratterizzare la fauna sotterranea con un maggior grado di dettaglio.
Le indagini future potranno contribuire non solo alla conoscenza della biodiversità ipogea dell’area, ma anche alla ricostruzione della storia geologica della Caverna delle Streghe e all’analisi delle dinamiche biogeografiche che hanno determinato l’attuale distribuzione della fauna ipogea nel Nord Piemonte.
La discontinuità degli areali distributivi osservata, con l’assenza di gruppi specializzati presenti nelle zone limitrofe, rappresenta un elemento di particolare interesse per la biospeleologia e la biogeografia delle Alpi occidentali, meritevole di ulteriori approfondimenti multidisciplinari.
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La Global Geoparks Network invita tutti i Geoparchi mondiali UNESCO a partecipare alla prima celebrazione dell’International Day of Caves and Karst. Eventi internazionali sono in programma a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026.
La Global Geoparks Network (GGN) ha invitato tutti gli UNESCO Global Geoparks del mondo a celebrare, il prossimo 13 settembre 2026, l’International Day of Caves and Karst (IDCK), la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo proclamata
La Global Geoparks Network invita tutti i Geoparchi mondiali UNESCO a partecipare alla prima celebrazione dell’International Day of Caves and Karst. Eventi internazionali sono in programma a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026.
La Global Geoparks Network (GGN) ha invitato tutti gli UNESCO Global Geoparks del mondo a celebrare, il prossimo 13 settembre 2026, l’International Day of Caves and Karst (IDCK), la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo proclamata dall’UNESCO nel 2025.
La decisione è stata assunta dall’Executive Board della Global Geoparks Network durante la sua 176ª sessione, tenutasi il 3 giugno, con l’obiettivo di trasformare la prima celebrazione della Giornata in un grande momento internazionale dedicato alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione degli ambienti carsici.
Grotte e carsismo, un patrimonio fondamentale per il pianeta
La Giornata nasce per richiamare l’attenzione mondiale sull’importanza delle grotte e dei paesaggi carsici, ambienti straordinari ma spesso poco conosciuti e particolarmente vulnerabili.
I sistemi carsici custodiscono una biodiversità unica, importanti testimonianze geologiche, paleontologiche, archeologiche e culturali e rappresentano una risorsa fondamentale per le comunità umane.
Secondo la Global Geoparks Network, le acque associate agli ambienti carsici contribuiscono all’approvvigionamento di acqua potabile di oltre un miliardo di persone.
Allo stesso tempo, grotte e territori carsici sono sottoposti a pressioni crescenti dovute ai cambiamenti climatici, al degrado del territorio e a pratiche di utilizzo non sostenibili.
La loro protezione assume quindi un ruolo sempre più importante non soltanto per la conservazione del patrimonio naturale, ma anche per la sicurezza delle risorse idriche e per la resilienza delle comunità che vivono nelle regioni carsiche.
L’appello ai Geoparchi UNESCO
La Global Geoparks Network sottolinea il ruolo particolare degli UNESCO Global Geoparks, molti dei quali comprendono importanti sistemi carsici, grotte e paesaggi modellati dalla dissoluzione delle rocce.
La GGN invita i Geoparchi a organizzare iniziative insieme alle comunità locali per il 13 settembre e a promuovere la protezione e la gestione responsabile degli ambienti carsici attraverso ricerca scientifica, educazione, divulgazione e partecipazione delle comunità.
È stato inoltre rivolto ai Geoparchi l’invito a inviare fotografie rappresentative delle grotte e delle principali forme carsiche presenti nei rispettivi territori. Le immagini contribuiranno alla realizzazione di materiali promozionali destinati alla celebrazione internazionale.
Anche le reti regionali e nazionali dei Geoparchi sono chiamate a organizzare manifestazioni e attività nel corso dell’autunno 2026.
Dal 10 al 13 settembre gli eventi internazionali a Postumia
Uno dei momenti centrali della prima celebrazione internazionale si svolgerà a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026.
La Global Geoparks Network parteciperà agli eventi che segneranno simbolicamente e ufficialmente l’avvio della nuova ricorrenza mondiale.
Le manifestazioni si terranno sotto il patrocinio onorario della Presidente della Repubblica di Slovenia Nataša Pirc Musar e sotto il patrocinio dell’UNESCO, con il sostegno e la collaborazione della Commissione Nazionale Slovena per l’UNESCO, delle Grotte di Postumia, del Parco delle Grotte di Škocjan, dei Comuni di Postumia e Pivka e dell’Associazione Speleologica Slovena.
Il 13 settembre diventerà così un appuntamento annuale internazionale dedicato a uno dei patrimoni naturali più importanti e delicati del pianeta: il mondo sotterraneo e i territori carsici.
Per la comunità speleologica internazionale rappresenta anche un’occasione particolarmente significativa per portare fuori dalle grotte conoscenze maturate in decenni di esplorazione e ricerca e trasformarle in consapevolezza pubblica, educazione e tutela.
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Venerdì 28 agosto passeggiata serale con esperti per conoscere da vicino la vita e le abitudini dei chirotteri
Venerdì 28 agosto, dalle 20:30 alle 23:00, la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, nel territorio di Borgo Val di Taro (Parma), ospita una Bat-Night, serata dedicata alla scoperta dei pipistrelli e della fauna notturna.
Accompagnati da esperti, i partecipanti potranno conoscere la vita segreta dei chirotteri e delle falene, approfondendone abitudini, caratte
Venerdì 28 agosto passeggiata serale con esperti per conoscere da vicino la vita e le abitudini dei chirotteri
Venerdì 28 agosto, dalle 20:30 alle 23:00, la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, nel territorio di Borgo Val di Taro (Parma), ospita una Bat-Night, serata dedicata alla scoperta dei pipistrelli e della fauna notturna.
Accompagnati da esperti, i partecipanti potranno conoscere la vita segreta dei chirotteri e delle falene, approfondendone abitudini, caratteristiche e importanza per gli ecosistemi e per la nostra vita quotidiana. L’incontro prevede una breve passeggiata serale nei dintorni del Centro Visite della Riserva.
La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria presso il Centro Visite. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare il numero 349 773 6093 tramite SMS o WhatsApp.
L’appuntamento è al Centro Visite della Riserva, località Predelle di Porcigatone, Borgo Val di Taro (PR).
Evento presso Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, Borgo Val di Taro (Parma), Emilia-Romagna
V nové čísle čtěte: Nové vystrojení Dagmar, jeskyně Vlasta u Kozovaz, rozhovor s australským jeskyňářem, jeskyně Zoluška v Moldavsku, štola u obce Děkov, Šestková výročí, Podivuhodná dobrodružství profesora Hesioda a další...
V nové čísle čtěte: Nové vystrojení Dagmar, jeskyně Vlasta u Kozovaz, rozhovor s australským jeskyňářem, jeskyně Zoluška v Moldavsku, štola u obce Děkov, Šestková výročí, Podivuhodná dobrodružství profesora Hesioda a další...
V nové čísle čtěte: Nové vystrojení Dagmar, jeskyně Vlasta u Kozovaz, rozhovor s australským jeskyňářem, jeskyně Zoluška v Moldavsku, štola u obce Děkov, Šestková výročí, Podivuhodná dobrodružství profesora Hesioda a další...
V nové čísle čtěte: Nové vystrojení Dagmar, jeskyně Vlasta u Kozovaz, rozhovor s australským jeskyňářem, jeskyně Zoluška v Moldavsku, štola u obce Děkov, Šestková výročí, Podivuhodná dobrodružství profesora Hesioda a další...
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Un modello statistico ad alta affidabilità per prevedere l’habitat del coleottero cavernicolo
Uno studio recente ha applicato i modelli di distribuzione delle specie (SDM) per analizzare l’idoneità ambientale di Duvalius carantii, un coleottero ipogeo endemico delle Alpi sud-occidentali.
La ricerca, condotta da Marco Tolve dell’Università degli Studi di Torino insieme a Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Marco Isaia, ha utilizzato l’algoritmo MaxEnt per elaborare 31 occorrenze g
Un modello statistico ad alta affidabilità per prevedere l’habitat del coleottero cavernicolo
Uno studio recente ha applicato i modelli di distribuzione delle specie (SDM) per analizzare l’idoneità ambientale di Duvalius carantii, un coleottero ipogeo endemico delle Alpi sud-occidentali.
La ricerca, condotta da Marco Tolve dell’Università degli Studi di Torino insieme a Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Marco Isaia, ha utilizzato l’algoritmo MaxEnt per elaborare 31 occorrenze georeferenziate della specie, ottenendo un modello predittivo con prestazioni elevate (AUC medio 0,907) [web:2][file:1].
I risultati indicano che quattro fattori spiegano la distribuzione attuale di D. carantii: la temperatura media annuale (38,6% di importanza), la distanza dai ghiacciai pleistocenici del Last Glacial Maximum (40,1%), l’escursione termica media diurna (17,5%) e la stagionalità³² delle precipitazioni (3,7%) [file:1]. Nel complesso, temperatura e distanza dai ghiacciai antichi spiegano quasi l’80% dell’idoneità bioclimatica del coleottero ipogeo.
Metodologia e risultati del modello di distribuzione
Il team di ricerca ha calibrato il modello all’interno dell’area accessibile (M-area), costruendo un buffer di 30 km attorno ai punti di occorrenza noti. Sono state utilizzate 19 variabili bioclimatiche da WorldClim, dati di elevazione e la distanza dalle masse glaciali pleistoceniche ricostruite da Ehlers et al. (2011), con anelli di distanza di 1 km [file:1].
L’area prevista dal modello si sovrappone agli areali di altre specie di Duvalius in Italia e Francia, oltre a Doderotrechus spp. nel settore settentrionale. Questa sovrapposizione di nicchia bioclimatica suggerisce un’elevata vicarianza geografica tra le specie di coleotteri sotterranei delle Alpi occidentali, con areali profondamente modellati dalle dinamiche glaciali del Pleistocene [file:1].
Vicarianza ecologica e variabilità intraspecifica
Un aspetto interessante emerso dallo studio riguarda due località occidentali che non rientrano nell’area predetta come idonea. Questo dato apre nuove linee di ricerca sulle dinamiche che hanno plasmato l’areale attuale di Duvalius carantii e sulle relazioni con le specie ecologicamente vicarianti vicine [file:1].
I ricercatori sottolineano la necessità di specifici studi tassonomici e morfologici sulla variabilità di D. carantii per chiarire i pattern di variabilità intraspecifica ancora non scoperti. L’approccio SDM si conferma uno strumento fondamentale per indagare aspetti ecologici, biogeografici, evolutivi e conservazionistici della fauna ipogea [file:1][web:2].
Classificazione della fauna cavernicola: troglobi, troglofili e troglosseni
La biospeleologia classifica gli organismi che frequentano le grotte in tre categorie principali, basate sul loro grado di adattamento all’ambiente ipogeo. Questa classificazione, proposta originariamente da Schiner nel 1854 e perfezionata da Racovitza nel 1907, rimane uno strumento utile per comprendere l’ecologia sotterranea [web:3][web:8].
Troglobi: i veri cavernicoli obbligati
I troglobi (o troglobionti) sono organismi perfettamente adattati alla vita ipogea e incapaci di svincolarsene. Presentano adattamenti morfologici e fisiologici marcati: sono anoftalmi (privi di organi visivi funzionali), depigmentati, con zampe e antenne allungate e organi sensoriali specializzati [web:10][web:12][file:1]. Compiono l’intero ciclo vitale all’interno delle grotte e rappresentano lo stadio evolutivo più avanzato di adattamento all’ambiente sotterraneo. Duvalius carantii rientra in questa categoria, essendo un coleottero ipogeo endemico strettamente legato all’habitat cavernicolo [file:1].
Troglofili: organismi con legami parziali con la grotta
I troglofili sono organismi presenti con regolarità³¹ nelle grotte ma non obbligatoriamente legati ad esse per l’intero ciclo vitale. Questa categoria si suddivide in due gruppi:
Subtroglofili: abitano le grotte regolarmente o solo in alcuni periodi della vita, ma rimangono legati alla superficie per alcune funzioni biologiche (ad esempio per nutrirsi). I pipistrelli rappresentano un esempio classico di subtroglofili [web:15][web:18][file:1].
Eutroglofili: mostrano una netta preferenza per le grotte e possiedono adattamenti morfologici e fisiologici particolari, pur potendo vivere e in alcuni casi riprodursi anche nell’ambiente epigeo [web:4][web:12].
I troglosseni (o trogloxeni) sono organismi la cui presenza in grotta è sporadica e accidentale. Vi capitano per caduta, trasporto passivo da parte dell’acqua o altri meccanismi involontari. Sono incapaci di stabilire una popolazione sotterranea e non entrano a far parte dell’ecosistema cavernicolo in senso ecologico [web:9][web:13][web:14]. Possono costituire un importante apporto di nutrimento per la fauna ipogea, ma non sono considerati parte integrante della comunità sotterranea.
Implicazioni per la conservazione e la ricerca futura
Lo studio di Duvalius carantii si inserisce in un contesto più ampio di applicazione degli SDM alla fauna ipogea. Nonostante i modelli di distribuzione delle specie abbiano visto un aumento esponenziale delle pubblicazioni negli ultimi anni, gli SDM relativi ad artropodi sotterranei sono rimasti in ritardo rispetto a quelli per organismi epigei [file:1][web:2].
La ricerca evidenzia come le transizioni climatiche passate abbiano avuto un’influenza profonda sulla fauna sotterranea, guidando la colonizzazione ipogea e plasmando i pattern distributivi attuali. La distanza dai ghiacciai pleistocenici emerge come fattore determinante, confermando il ruolo delle dinamiche glaciali nel modellare la biodiversità³² cavernicola delle Alpi sud-occidentali [file:1][web:3].
Fonti
Tolve M., Giachino P.M., Piano E., Isaia M. “Habitat suitability of Duvalius carantii (Sella 1874) (Coleoptera, Carabidae: Trechini)”. XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, Ormea (CN) 2-5 giugno 2022. Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia s. II, 42, 2022.
Phillips S.J., Anderson R.P., Schapire R.E. (2006). “Maximum entropy modeling of species geographic distributions”. Ecological Modelling, 190(3-4): 231-259. https://doi.org/10.1016/j.ecolmodel.2005.03.026
Mammola S., Leroy B. (2018). “Applying species distribution models to caves and other subterranean habitats”. Ecography, 41(7): 1194-1208. https://doi.org/10.1111/ecog.03532
Sket B. (2008). “Can we agree on an ecological classification of subterranean animals?”. Journal of Natural History, 42(21-22): 1549-1563. https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/00222930801995762
HowStuffWorks. “The Three Types of Cave Life”. https://science.howstuffworks.com/life/biology-fields/cave-biology1.htm
Subterranean Biology. “Towards a biologically meaningful classification of subterranean organisms”. https://subtbiol.pensoft.net/article/9759/
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. “Sala La Grotta”. https://museostorianaturaletrieste.it/visita/ambienti-e-microcosmi-del-carso/sala-la-grotta/
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Un metodo non invasivo per il monitoraggio di Speleomantes ambrosii e nuove ricerche ampliano le conoscenze sulla fauna ipogea
Stime più affidabili per la conservazione dei geotritoni
Stimare quanti geotritoni vivano in una grotta è più complesso di quanto possa suggerire un semplice conteggio. Gli individui possono restare nascosti nelle fessure, spostarsi tra pareti e detriti oppure risultare meno attivi in condizioni ambientali non favorevoli. Il numero osservato durante un so
Un metodo non invasivo per il monitoraggio di Speleomantes ambrosii e nuove ricerche ampliano le conoscenze sulla fauna ipogea
Stime più affidabili per la conservazione dei geotritoni
Stimare quanti geotritoni vivano in una grotta è più complesso di quanto possa suggerire un semplice conteggio. Gli individui possono restare nascosti nelle fessure, spostarsi tra pareti e detriti oppure risultare meno attivi in condizioni ambientali non favorevoli. Il numero osservato durante un sopralluogo non coincide quindi necessariamente con l’abbondanza reale della popolazione.
Lo studio presentato al XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, svolto a Ormea dal 2 al 5 giugno 2022, affronta questo problema applicando il metodo del doppio osservatore a tre popolazioni di geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii. La ricerca è stata realizzata da Giacomo Rosa, Andrea Costa, Fabrizio Oneto e Sebastiano Salvidio, con il coinvolgimento del DISTAV dell’Università degli Studi di Genova e del Gruppo Speleologico Ligure Arturo Issel.
Il protocollo utilizza modelli N-mixture multinomiali. Questi modelli consentono di stimare l’abbondanza tenendo separata la quantità reale di animali dalla probabilità che ciascun individuo venga rilevato. Il metodo non richiede il riconoscimento individuale e può essere svolto durante un unico sopralluogo.
Geotritone di Ambrosi, il caso delle tre grotte liguri
Le tre cavità studiate si trovano nella provincia della Spezia e hanno uno sviluppo lineare rispettivamente di 15, 27 e 39 metri. Ogni grotta è stata suddivisa in sezioni di un metro. Le sezioni comprendevano le due pareti laterali e il soffitto, diventando repliche spaziali per l’analisi statistica.
Gli osservatori hanno contato 202 geotritoni nella prima grotta, sette nella seconda e 34 nella terza. Le stime corrette dell’abbondanza sono risultate pari a 207 individui nella prima cavità, con intervallo di confidenza al 95% tra 185 e 231; sette nella seconda, con intervallo tra due e 13; e 35 nella terza, con intervallo tra 24 e 46.
La probabilità di osservazione è stata superiore allo 0,80 in tutti i siti. Il risultato indica che, in quelle condizioni di campionamento, la maggior parte degli animali presenti era rilevabile. La differenza tra i conteggi diretti e le stime è stata quindi contenuta, anche se il modello ha permesso di quantificare l’incertezza associata ai dati.
Perché il doppio osservatore riduce i costi
Il metodo del doppio osservatore presenta alcuni vantaggi rispetto alla cattura-marcatura-ricattura e al campionamento per rimozione. Queste tecniche possono richiedere più visite, personale dedicato, attrezzature e autorizzazioni specifiche. La manipolazione degli anfibi aumenta inoltre la necessità di adottare rigorose procedure igieniche per ridurre il rischio di trasmissione di patogeni.
Nel protocollo ligure, due operatori lavorano nello stesso momento e registrano gli individui rilevati. Le osservazioni vengono poi analizzate in modo da stimare la probabilità di rilevamento. Il sistema è economico e non richiede marcature fisiche. Per questo può essere adatto a programmi di monitoraggio a lungo termine, a condizione che le visite siano standardizzate e che siano rispettate le autorizzazioni previste per le specie protette.
Il metodo non sostituisce ogni altra tecnica. La scelta dipende dalla domanda di ricerca. Se l’obiettivo è seguire sopravvivenza, crescita o spostamenti individuali, la foto-identificazione o la cattura-ricattura possono fornire informazioni aggiuntive. Se l’obiettivo principale è stimare l’abbondanza con un basso impatto, il doppio osservatore può essere una soluzione efficace.
Dal conteggio alla foto-identificazione spaziale
Le ricerche più recenti stanno ampliando il quadro metodologico. Nel 2025 uno studio su una popolazione ligure di Speleomantes strinatii ha applicato la cattura-ricattura spaziale, o SCR, a 104 individui riconosciuti attraverso il disegno ventrale. Il lavoro ha analizzato l’uso dello spazio, l’attività stagionale e le differenze tra maschi, femmine e subadulti.
Le femmine hanno percorso in media 0,60 metri al giorno, contro 0,22 metri rilevati per i maschi durante il monitoraggio. Gli animali sono risultati più attivi in estate e hanno mostrato una preferenza per le zone interne della cavità e per le pareti più rugose. La griglia permanente e la localizzazione precisa delle osservazioni hanno permesso di collegare la presenza dei geotritoni alla struttura dei microhabitat.
La foto-identificazione evita, in alcuni casi, la marcatura fisica. Le immagini possono inoltre fornire misure biometriche, informazioni sulla colorazione e dati sulla condizione corporea. Il riconoscimento fotografico deve essere accompagnato da procedure coerenti, perché illuminazione, angolazione e qualità delle immagini possono influenzare il confronto tra individui.
Il monitoraggio nazionale tra 2021 e 2024
Un dataset pubblicato nel 2024 raccoglie quattro anni di monitoraggio su 66 popolazioni di Speleomantes, in ambienti sotterranei e di superficie. Il progetto ha prodotto 3.836 immagini di alta qualità e comprende le otto specie conosciute del genere, distribuite nell’Italia continentale, a San Marino e in Sardegna, oltre a popolazioni ibride.
Le attività hanno seguito uno sforzo di campionamento standardizzato. Gli operatori hanno registrato dati demografici, peso, lunghezza, sesso, classe di età, presenza di parassiti e malformazioni. Le immagini sono state calibrate con riferimenti cromatici e metrici. La lunghezza muso-cloaca è stata utilizzata per distinguere giovani e adulti, evitando di basarsi soltanto sulla lunghezza totale, che può essere alterata dalla perdita e dalla rigenerazione della coda.
Il dataset può essere integrato con studi precedenti e, per alcune popolazioni, estendere la serie temporale fino a sette anni. Una serie ripetuta è essenziale per distinguere le normali variazioni stagionali da un reale declino demografico. Il monitoraggio consente inoltre di individuare cambiamenti nella condizione corporea e nella frequenza di parassiti o malformazioni.
Nuove informazioni dalle popolazioni italiane
Nel 2024 è stata descritta una nuova popolazione di Speleomantes italicus nel territorio di Valle Castellana, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Sono stati osservati due individui in ambiente epigeo, a 933 metri di quota, in un’area prossima al limite meridionale della distribuzione della specie in Abruzzo.
La segnalazione amplia le conoscenze sulla distribuzione locale e richiede ulteriori sopralluoghi per definire l’estensione della popolazione. Gli autori hanno evidenziato la necessità di verificare la presenza di altre microstazioni e di eventuali habitat sotterranei vicini. Nelle aree ai margini dell’areale, anche pochi nuovi siti possono avere un valore rilevante per la conservazione.
Un altro studio pubblicato nel 2025 ha analizzato l’abbondanza stagionale di Speleomantes flavus, endemico del massiccio del Monte Albo, in Sardegna. Gli individui tendevano a concentrarsi in settori relativamente freddi e umidi, non lontani dall’ingresso. L’abbondanza è stata messa in relazione con temperatura, umidità, illuminamento e presenza di invertebrati potenzialmente utilizzabili come prede.
Minacce, patogeni e qualità dell’habitat
I geotritoni dipendono da condizioni microclimatiche ristrette. La respirazione cutanea richiede superfici umide e aria con elevata umidità relativa. Alterazioni della copertura forestale, riduzione dell’umidità, aumento delle temperature e modifiche degli ingressi delle cavità possono ridurre la disponibilità di rifugi idonei.
La diffusione di patogeni rappresenta un ulteriore elemento di attenzione. Un’indagine nazionale sul fungo chitrido Batrachochytrium dendrobatidis ha analizzato 1.274 tamponi cutanei appartenenti a 18 specie di anfibi, rilevando il patogeno in 13 specie e in 56 località note dell’Italia peninsulare e della Sardegna. Il dato non dimostra automaticamente un impatto sui geotritoni, ma sostiene l’utilità di una sorveglianza sanitaria coordinata.
Durante le visite in grotta sono necessarie disinfezione delle attrezzature, separazione dei materiali tra siti e riduzione della manipolazione. Le procedure devono essere definite con ricercatori, enti gestori e gruppi speleologici. La tutela riguarda anche la cavità nel suo insieme, perché umidità, suolo, detrito organico e vegetazione esterna sono parte dello stesso sistema ecologico.
Una rete di dati per le grotte italiane
Il doppio osservatore, la foto-identificazione e i modelli N-mixture o SCR rispondono a domande diverse ma complementari. Il primo metodo stima l’abbondanza riducendo l’effetto degli individui non rilevati. La foto-identificazione segue gli individui senza necessariamente ricorrere a marcature invasive. La cattura-ricattura spaziale aggiunge informazioni su densità, movimenti e uso dei microhabitat.
Per rendere confrontabili i risultati servono protocolli condivisi. Devono essere registrati almeno data, orario, temperatura, umidità, superficie osservata, numero di operatori, condizioni della cavità e posizione degli animali. Le coordinate dei siti più sensibili possono essere rese meno precise nei dataset pubblici, così da limitare il rischio di disturbo o raccolta illegale.
Le nuove ricerche confermano che il monitoraggio dei geotritoni non è soltanto un esercizio di conteggio. È uno strumento per valutare la qualità dell’ambiente sotterraneo, riconoscere segnali precoci di cambiamento e orientare le decisioni di conservazione. Per le grotte italiane, la continuità delle osservazioni e la collaborazione tra università, parchi, enti locali e speleologi restano elementi centrali.
Fonti
Rosa G., Costa A., Oneto F., Salvidio S., “Optimizing monitoring of an endemic terrestrial salamander (Speleomantes ambrosii): comparing cost-effectiveness of different methods for abundance estimation”, Biologia, 2022. URL: https://link.springer.com/10.1007/s12210-022-01099-0
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La ricerca misura l’impatto dell’illuminazione artificiale
Uno studio condotto nell’area di Capo Caccia, in Sardegna, mette a confronto la Grotta Verde e la Grotta di Nettuno per valutare gli effetti dell’illuminazione artificiale sulla lampenflora. Il lavoro, firmato da Elena Piano, Daniela Cinus, Giuseppe Nicolosi, Quirico Antonio Cossu, Pierpaolo Duce e Marco Isaia, è stato sviluppato nell’ambito del progetto PRIN SHOWCAVE.
La ricerca affronta un problema centrale per la gesti
La ricerca misura l’impatto dell’illuminazione artificiale
Uno studio condotto nell’area di Capo Caccia, in Sardegna, mette a confronto la Grotta Verde e la Grotta di Nettuno per valutare gli effetti dell’illuminazione artificiale sulla lampenflora. Il lavoro, firmato da Elena Piano, Daniela Cinus, Giuseppe Nicolosi, Quirico Antonio Cossu, Pierpaolo Duce e Marco Isaia, è stato sviluppato nell’ambito del progetto PRIN SHOWCAVE.
La ricerca affronta un problema centrale per la gestione delle grotte turistiche: come rendere accessibile un ambiente ipogeo senza alterarne in modo significativo gli equilibri fisici e biologici. In una cavità naturalmente buia, la luce artificiale modifica le condizioni ecologiche e permette la crescita di alghe, cianobatteri, diatomee e altri organismi fotosintetici. L’insieme di questi biofilm viene indicato con il termine lampenflora.
Il fenomeno non riguarda soltanto l’aspetto estetico delle concrezioni. La crescita dei biofilm può modificare le superfici rocciose, introdurre materia organica in zone normalmente prive di produzione primaria e creare nuove relazioni tra microrganismi e fauna cavernicola.
Grotta Verde e Grotta di Nettuno a Capo Caccia
Le due cavità si trovano a Capo Caccia, nel territorio di Alghero, a circa 20 metri sul livello del mare. Entrambe presentano uno sviluppo subacqueo profondo e sono influenzate dalle temperature medie dell’ambiente esterno e del mare. Le grotte non sono connesse tra loro.
La Grotta di Nettuno è una cavità turistica attrezzata. La Grotta Verde, utilizzata nello studio come ambiente non turistico di confronto, rappresenta un riferimento utile per osservare la distribuzione naturale dei microrganismi fotosintetici prima della trasformazione in sito di visita. Il confronto consente di distinguere gli effetti della luce naturale da quelli prodotti dagli impianti artificiali.
I ricercatori hanno selezionato una parete o una concrezione illuminata ogni cinquanta metri lungo il percorso principale. Sono stati analizzati tredici punti nella Grotta di Nettuno e dieci nella Grotta Verde. In ogni area sono state eseguite tre misure della concentrazione di clorofilla-a, utilizzando un fluorimetro PAM BenthoTorch.
La clorofilla-a è stata impiegata come indicatore della presenza complessiva di organismi fotosintetici. L’intensità luminosa è stata misurata con una sonda fotometrica. La distanza dall’ingresso è stata rilevata con un distanziometro laser.
La lampenflora cresce dove arriva la luce
Nella Grotta di Nettuno, la concentrazione complessiva di clorofilla-a non mostrava una diminuzione significativa con l’aumento della distanza dall’ingresso. Anche l’intensità della luce artificiale rimaneva sostanzialmente uniforme lungo i punti analizzati. La componente di luce naturale, invece, diminuiva allontanandosi dall’apertura.
Il dato indica che le lampade estendono l’area favorevole alla fotosintesi anche nelle parti più profonde. La lampenflora non resta quindi confinata alla zona prossima all’ingresso, come avviene in una grotta priva di illuminazione artificiale.
Nella Grotta Verde il quadro era diverso. La concentrazione di clorofilla-a diminuiva in modo significativo con l’aumento della profondità. La stessa tendenza riguardava l’intensità della luce naturale. La distribuzione osservata risultava coerente con il gradiente naturale di illuminazione di una cavità non attrezzata.
I modelli statistici hanno permesso di simulare due scenari. Nel primo, la luce artificiale della Grotta di Nettuno veniva rimossa e restava soltanto la componente naturale. In questa condizione, la concentrazione prevista di lampenflora si riduceva di circa la metà, fino a valori prossimi a zero nelle aree più profonde.
Nel secondo scenario, la Grotta Verde veniva dotata di lampade capaci di aumentare l’illuminazione. La simulazione prevedeva un incremento medio di circa 0,5 microgrammi di clorofilla-a per centimetro quadrato. Il risultato suggerisce che l’apertura al turismo accompagnata da un impianto luminoso potrebbe ampliare il problema già presente nelle zone raggiunte dalla luce naturale.
Gestione sostenibile delle visite
Gli autori dello studio indicano la riduzione dell’intensità luminosa come una delle principali misure per rendere più sostenibile la fruizione della Grotta di Nettuno. La rimozione completa degli organismi fotosintetici richiede trattamenti specifici, compresi metodi chimici, ma la diminuzione della luce può limitare la loro crescita e ridurre la frequenza degli interventi di pulizia.
Per la Grotta Verde, l’installazione di lampade fisse viene sconsigliata. Una possibile alternativa consiste nell’utilizzo di torce o lampade frontali fornite ai visitatori. In questo modo la luce viene prodotta soltanto durante il passaggio dei gruppi e può essere orientata verso le superfici necessarie alla visita.
Un sistema di questo tipo non elimina ogni forma di impatto. Può però ridurre la durata dell’esposizione e impedire l’illuminazione permanente delle pareti. La progettazione dovrebbe includere anche gruppi di visita ridotti, tempi di permanenza controllati e un programma di monitoraggio biologico e microclimatico.
Il monitoraggio dovrebbe riguardare almeno luce, temperatura, umidità relativa, anidride carbonica e circolazione dell’aria. Il progetto SHOWCAVE ha applicato un’impostazione multidisciplinare su dodici grotte turistiche italiane, con il coinvolgimento di competenze biologiche, geologiche, idrogeologiche, archeologiche e fisiche. Il CNR-IBE ha incluso nel monitoraggio sardo la Grotta di Nettuno, la Grotta Verde, la Grotta del Bue Marino e la Grotta di Su Marmuri.
Dalla ricerca SHOWCAVE al progetto CAVESTOUR
Gli aggiornamenti più recenti collegano il caso sardo al progetto europeo CAVESTOUR, avviato nel quadro del Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2021-2027. Il progetto è indicato con una durata dal 1° febbraio 2025 al 31 gennaio 2028 e un budget complessivo di 1.778.545,45 euro, con un contributo di 1.422.836,36 euro.
CAVESTOUR coinvolge sei grotte pilota del Mediterraneo occidentale: Grotta di Nettuno, Grotta Verde e Grotta di Su Marmuri in Sardegna, Grotte di Equi Terme in Toscana, Grotta di Toirano in Liguria e una cavità nella regione francese Provenza-Alpi-Costa Azzurra.
L’iniziativa punta a integrare monitoraggio ambientale, gestione sostenibile e strumenti digitali per la visita. Le grotte pilota sono considerate laboratori nei quali sperimentare metodi replicabili in altri siti. L’obiettivo è costruire un sistema condiviso di conoscenze e buone pratiche per enti gestori, amministrazioni, operatori turistici, scuole e visitatori.
Tra le linee di ricerca più recenti rientrano anche tecniche alternative per il controllo della lampenflora. Un articolo divulgativo pubblicato da Scintilena riferisce di studi sulla radiazione ultravioletta a 222 nanometri, valutata per la degradazione di cianobatteri e microalghe. L’approccio appare promettente, ma richiede verifiche sugli effetti a lungo termine sulla fauna, sui funghi e sulle comunità microbiche della grotta.
Altri interventi in corso in Italia, come il Progetto Lampenflora nelle Grotte di Castellana, mostrano che la conservazione richiede manutenzione programmata, controlli scientifici e trattamenti mirati. La luce resta però il fattore preventivo più importante: ridurne intensità, durata e diffusione può limitare la formazione dei biofilm prima che diventi necessario rimuoverli.
Un modello per il turismo ipogeo
Il caso della Grotta Verde e della Grotta di Nettuno mostra che la sostenibilità non dipende soltanto dal numero di visitatori. Anche la tecnologia utilizzata per illuminare il percorso può trasformare la dinamica dell’ecosistema sotterraneo.
Una gestione basata sui dati dovrebbe definire la capacità portante della cavità e stabilire soglie operative per illuminazione, temperatura, anidride carbonica e affollamento. Le decisioni dovrebbero essere aggiornate attraverso misure periodiche e non soltanto attraverso valutazioni visive.
Per le grotte prossime all’apertura turistica, il confronto con cavità naturali come la Grotta Verde può fornire una condizione di riferimento. L’esperienza della Grotta di Nettuno dimostra invece che l’illuminazione artificiale può annullare il gradiente naturale della lampenflora e favorirne la presenza nelle aree profonde.
La fruizione turistica può quindi essere compatibile con la conservazione solo se il progetto di visita viene costruito attorno all’ecosistema della grotta. Illuminazione temporanea, gruppi limitati, monitoraggio continuo e interventi reversibili rappresentano strumenti concreti per mantenere l’accesso pubblico senza trasformare il buio sotterraneo in un ambiente permanentemente illuminato.
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Introduzione al fenomeno della lampenflora nelle grotte turistiche
Gli ambienti sotterranei sono naturalmente privi di luce, una condizione che impedisce lo sviluppo di organismi fotosintetici al loro interno. Quando le grotte vengono trasformate in attrazioni turistiche, l’installazione di sistemi di illuminazione artificiale crea le condizioni per la proliferazione della cosiddetta lampenflora, una comunità di organismi vegetali alieni all’ecosistema ipogeo.
Questa comunità fot
Introduzione al fenomeno della lampenflora nelle grotte turistiche
Gli ambienti sotterranei sono naturalmente privi di luce, una condizione che impedisce lo sviluppo di organismi fotosintetici al loro interno. Quando le grotte vengono trasformate in attrazioni turistiche, l’installazione di sistemi di illuminazione artificiale crea le condizioni per la proliferazione della cosiddetta lampenflora, una comunità di organismi vegetali alieni all’ecosistema ipogeo.
Questa comunità fotosintetica è composta principalmente da microorganismi epilitici eucarioti e procarioti che formano biofilm estesi sulle pareti rocciose e sugli speleotemi delle grotte, causando danni estetici, fisici e chimici irreversibili. Una comprensione approfondita dei fattori ambientali che determinano questa proliferazione risulta quindi essenziale per fornire linee guida efficaci per il contenimento del fenomeno.
Metodologia di ricerca nelle nove grotte turistiche italiane
Nel quadro del Progetto di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) “SHOWCAVE”, i ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università³³ degli Studi di Torino hanno raccolto dati relativi alla concentrazione dei tre principali gruppi di microorganismi che costituiscono la lampenflora. Lo studio ha interessato nove grotte turistiche italiane caratterizzate da diversi flussi turistici annuali.
In ciascuna grotta è stata selezionata una parete illuminata o uno speleotema ogni 50 metri circa dal punto di ingresso lungo il percorso turistico, per un totale di 211 plot di campionamento. In ogni plot sono state effettuate tre repliche di misurazione della concentrazione di clorofilla-a per cianobatteri, alghe verdi e diatomee utilizzando il BenthoTorch, un fluorimetro PAM portatile sviluppato da BBE Moldaenke GmbH in grado di calcolare una misura istantanea e in situ della densità³³ di clorofilla-a dei tre gruppi fotosintetici bentonici.
Oltre alle misurazioni biologiche, sono stati registrati parametri ambientali quali l’intensità³³ luminosa con sonda fotometrica, la distanza dalla lampada, l’umidità³³ della parete (classificata in secca, umida o con acqua di percolazione) e la distanza dall’ingresso della grotta e dal sentiero turistico. I dati sono stati modellati mediante Modelli Lineari Generalizzati Misti (GLMM) con distribuzione Gamma nell’ambiente R, utilizzando l’identità³³ della grotta come fattore casuale per tenere conto dell’autocorrelazione spaziale dei dati.
Risultati principali: l’intensità³³ luminosa come driver primario
Combinando i dati ottenuti da tutte le grotte turistiche esaminate, lo studio ha dimostrato che i parametri legati alla luce rappresentano i driver più importanti della crescita della lampenflora. In particolare, è emerso un effetto positivo significativo dell’intensità³³ luminosa per tutti e tre i gruppi esaminati: cianobatteri (t = 4,15, P < 0,001), diatomee (t = 2,00, P = 0,044) e alghe verdi (z = 3,17, P = 0,002).
Questi risultati confermano quanto osservato in letteratura scientifica precedente, dove l’illuminamento si è dimostrato il fattore principale nel guidare sia la probabilità di presenza sia la crescita dei tre gruppi all’interno delle grotte. La presenza di acqua di percolazione sulle pareti ha mostrato un effetto positivo significativo sulle diatomee (t = 4,35, P < 0,001), mentre la concentrazione dei cianobatteri diminuisce all’aumentare della distanza dall’ingresso della grotta (t = -2,33, P = 0,020).
Implicazioni per la gestione sostenibile delle grotte turistiche
La distanza dal sentiero turistico non ha influenzato nessuno dei gruppi esaminati, indicando che i propagoli trasportati dai visitatori hanno un ruolo minore nella disseminazione della lampenflora all’interno delle grotte turistiche. Questo dato contrasta con quanto osservato per altri gruppi microbici, come i funghi, dove il fattore umano risulta più determinante.
Nel complesso, i risultati ottenuti dimostrano come ridurre l’intensità³³ della luce possa contribuire significativamente al contenimento della crescita della lampenflora, specialmente sulle pareti delle grotte con acqua di percolazione e in prossimità³³ dell’ingresso. Nonostante la modulazione dell’illuminazione possa aiutare a ridurre la crescita degli organismi fotosintetici, va sottolineato che una corretta eradicazione della lampenflora non può essere ottenuta senza una rimozione attiva mediante metodi chimici ecocompatibili.
Approfondimenti e aggiornamenti recenti sulla lampenflora
Ricerche più recenti hanno ulteriormente approfondito il ruolo del substrato nella determinazione della concentrazione della lampenflora. Uno studio del 2025 condotto nel deposito osseo “Cimitero degli Orsi” nella grotta turistica di Toirano ha rivelato che le diatomee mostrano concentrazioni più elevate sulle ossa rispetto ad altri substrati, con valori ancora maggiori all’aumentare dell’intensità³³ luminosa. I cianobatteri aumentano la loro concentrazione con la luce senza una preferenza specifica per il substrato, mentre le alghe verdi risultano più presenti su roccia e suolo.
Altri studi hanno evidenziato come la durata dell’illuminazione artificiale influenzi significativamente la crescita della lampenflora, specialmente nelle grotte con elevato utilizzo turistico. La concentrazione di lampenflora può aumentare fino a tre volte sotto luci artificiali rispetto all’illuminazione naturale. Ricerche condotte sulla Grotta Zinzulusa nel Sud Italia hanno mostrato che il passaggio dall’illuminazione a tungsteno a sistemi LED non ha prodotto cambiamenti significativi nella comunità di lampenflora nel primo anno.
Studi sulla diversità³³ specifica hanno documentato 16 specie di muschi e 2 di felci nella lampenflora della Grotta Gigante nel Carso triestino, con specie come Eucladium verticillatum, Fissidens bryoides e la felce Asplenium trichomanes tra le più comuni. La ricchezza specifica di briofite e felci della lampenflora in questa grotta risulta la più elevata rispetto ad altre grotte turistiche recentemente investigate nel Carso italiano.
Strategie di mitigazione e prospettive future
La modellazione della concentrazione di microorganismi fotosintetici sotto diversi scenari di riduzione dell’intensità³³ luminosa ha predetto una diminuzione generale di tutti i gruppi, più marcata per cianobatteri e alghe verdi e più debole per le diatomee su substrati ossei. Questi risultati forniscono indicazioni preziose per la gestione delle grotte turistiche e la protezione del patrimonio culturale ipogeo, inclusi i reperti paleontologici in situ.
L’aumento della distanza tra le fonti luminose e le superfici rocciose esposte, unito all’uso di appropriate lunghezze d’onda della luce e alla riduzione della durata e dell’intensità³³ dell’illuminazione, può inibire efficacemente la crescita della lampenflora. La ricerca sottolinea l’importanza di un approccio integrato che combini la modulazione dei parametri luminosi con metodi di rimozione attiva ecocompatibili per una gestione sostenibile delle grotte turistiche.
Fonti
Piano E., Nicolosi G., Isaia M. (2022). “A light in the darkness: environmental drivers of lampenflora proliferation in Italian show caves”. XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia s. II, 42, 2022.
Substrate type and light intensity determine lampenflora concentration on paleontological remains in show caves. https://peerj.com/articles/19622
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L’iniziativa di divulgazione speleologica del Team Argod ha richiamato numerosi appassionati nel cuore del carsismo garganico
Si è concluso il 21 agosto 2026 il secondo appuntamento di “Esplora l’Ignoto: avventura nel Sottosuolo”, iniziativa organizzata dall’associazione Argod nella Grotta di Pian della Macina, a San Nicandro Garganico. L’evento ha visto la partecipazione di numerosi visitatori guidati da speleologi esperti attraverso gli ambienti concrezionati della cavità³¹, in un
L’iniziativa di divulgazione speleologica del Team Argod ha richiamato numerosi appassionati nel cuore del carsismo garganico
Si è concluso il 21 agosto 2026 il secondo appuntamento di “Esplora l’Ignoto: avventura nel Sottosuolo”, iniziativa organizzata dall’associazione Argod nella Grotta di Pian della Macina, a San Nicandro Garganico. L’evento ha visto la partecipazione di numerosi visitatori guidati da speleologi esperti attraverso gli ambienti concrezionati della cavità³¹, in un percorso di scoperta del patrimonio carsico pugliese.
L’iniziativa rientra in un più ampio programma di valorizzazione del territorio comunale, sostenuto dal Comune di San Nicandro Garganico e dalla Pro Loco locale, con l’obiettivo di promuovere la conoscenza delle grotte archeologiche e delle formazioni carsiche che caratterizzano l’area del Gargano.
Il contesto carsico di San Nicandro Garganico
Dolina Pozzatina e grotte archeologiche nel cuore del promontorio
San Nicandro Garganico rappresenta uno dei centri più significativi per il carsismo in Capitanata, con un territorio caratterizzato da numerose depressioni, voragini e cavit๹ naturali. Il fenomeno carsico più importante è la Dolina Pozzatina, un grande anfiteatro naturale profondo oltre 100 metri, con un perimetro di 1850 metri, considerata la più grande dolina d’Europa.
Recenti rilevamenti dello SpeleoTeam Montenero hanno portato alla luce nella dolina frammenti risalenti al Paleolitico e pitture parietali in ocra rossa in una delle tre grotte censite all’interno della depressione. Il sito è stato proposto come geosito Unesco per il suo valore scientifico e naturalistico.
Il territorio comunale ospita inoltre il Sito Archeologico di Monte d’Elio, con le rovine dell’antica città medievale di Devia e la Chiesa di Santa Maria di Monte d’Elio, di stile romanico, con dipinti risalenti al XII-XIII secolo. Nell’area di Devia sono state ritrovate tracce di un villaggio dell’Et๹ del Bronzo, con legami possibili con l’insediamento di Torre Mileto.
Le grotte archeologiche di San Nicandro
Grotta dell’Angelo e frequentazione umana dal Paleolitico al Medioevo
La Grotta dell’Angelo, situata sul monte d’Elio a circa 150 metri sul livello del mare, è una cavit๹ carsica di grande interesse archeologico e storico. La grotta si apre con un grande antro semiellittico e si sviluppa orizzontalmente all’interno della collina, con diramazioni verso est e nord.
La denominazione deriva da un’antica tradizione che la identifica come uno dei tre luoghi di culto dell’Arcangelo Michele nel Gargano, probabilmente sin dal tempo dell’impero bizantino o della dominazione longobarda.
Gli scavi condotti nel 1967-1968 da Mara Guerri dell’Istituto di Paletnologia dell’Universit๹ di Firenze hanno portato alla luce resti biologici, selci e ceramiche dal Paleolitico al Medioevo. Il ritrovamento di tombe di età alto-medievale e la presenza di una pila circolare ricavata da un vano naturale confermerebbero l’uso cultuale della grotta, probabilmente adibita a chiesa. Sulla parete destra sono tuttora visibili alcuni graffiti.
La Grotta di Pian della Macina
La “perla nascosta del Gargano” con concrezioni di rara bellezza
La Grotta del Pian della Macina è considerata una delle più belle grotte del Gargano, situata nell’area centro-occidentale del promontorio. Nonostante le dimensioni ridotte, la cavit๹ racchiude qualità e bellezze paragonabili alla Grotta di Castellana, come sottolineato dallo speleologo Roberto Rota nel 1969.
La scoperta della grotta risale al 1905, come riportato da Luigi Vittorio Bertarelli, geografo e speleologo, fondatore del Touring Club Italiano. La cavit๹ prende il nome dal pianoro carsico denominato “Piano della Macina”, per la presenza di grossi blocchi calcarei simili a enormi macine.
Dal punto di vista morfologico, la grotta si presenta come una galleria in pendenza caratterizzata da stalagmiti di diverse dimensioni e imponenti colonne. Gran parte degli speleotemi presenti nei primi 20 metri appaiono di colore rossastro, a causa della presenza di ossidi di ferro e minerali argillosi nel suolo.
Sulla parete spiccano i “coralloidi”, forme globulari ramificate saldate alla parete da un sottile gambo. La prima camera si conclude con una saletta dove il rosso bruno di stalagmiti contrasta con il bianco latte di stalattiti sul soffitto.
Proseguendo verso nord-ovest si attraversa un passaggio angusto che conduce a un terrazzo naturale affacciato su un’imponente caverna. Si discende lungo uno scivolo-pozzo di circa 18 metri, dove alla base la cavit๹ raggiunge il suo apice di bellezza con concrezioni a canne d’organo che si estendono fino alla volta.
Per gli esploratori più determinati è possibile accedere a un’ultima camera tramite una strettoia, dove si trovano stalattiti eccentriche e infiorescenze di cristalli di calcite.
Il lavoro decennale del Team Argod
Valorizzazione del territorio carsico e divulgazione speleologica
Il Gruppo Speleologico ARGOD opera da anni nel territorio di San Nicandro Garganico per la valorizzazione e la divulgazione del patrimonio carsico locale. L’associazione ha promosso nel 2025 il 120? anniversario della prima esplorazione documentata della Grotta di Pian della Macina, con il patrocinio della Federazione Speleologica Pugliese.
L’iniziativa ha previsto visite tecniche per gruppi speleologici, un convegno di speleologia con mostra fotografica e aperture al pubblico con prenotazione obbligatoria. Il Team Argod gestisce inoltre il progetto “Diversamente Speleo”, un’iniziativa sulle orme della speleoterapia, che rappresenta la prima edizione pugliese in una delle grotte più affascinanti del Gargano.
L’associazione organizza regolarmente visite guidate alla Grotta di Pian della Macina, alla Grotta delle Streghe, alla Grotta di Monte Nero, alla Grotta dei Pilastri e ad altre cavit๹ del territorio, contribuendo alla conoscenza e alla tutela del patrimonio speleologico garganico.
Altre cavit๹ del territorio
Grotta delle Streghe e Grotta dei Pilastri nel sistema carsico comunale
Oltre alla Grotta di Pian della Macina e alla Grotta dell’Angelo, il territorio di San Nicandro Garganico ospita numerose altre cavit๹ di interesse. La Grotta delle Streghe, situata in località “Lampione”, è una cavit๹ carsica costituita da due ampie caverne disposte su due livelli, che ospita diverse colonie di pipistrelli.
La grotta ha alimentato miti locali legati alla presenza di streghe, da cui deriva la denominazione. Altre cavit๹ censite nel territorio includono la Grotta di Ciavarella, la Grotta di Pilamelardi, la Grotta Papaglione e la Grotta delle Colonne d’Ercole, ricca di concrezioni.
Il sistema carsico di San Nicandro Garganico comprende quasi 4.000 doline dislocate sul territorio, che costituiscono una delle concentrazioni più significative di morfologie carsiche epigee del promontorio del Gargano.
Famedisud – San Nicandro Garganico: il fascino della natura e della storia: https://www.famedisud.it/san-nicandro-garganico-il-fascino-della-natura-e-della-storia-nella-terra-delle-visioni-angeliche/
Scintilena – Grotta delle Streghe: La Grotta dai Sussurri Notturni: https://www.scintilena.com/grotta-delle-streghe-la-grotta-dai-sussurri-notturni/11/11/
Gargano.it – San Nicandro Garganico: https://www.gargano.it/localita/san-nicandro-garganico/
Scintilena – Presenza di Cultura Musteriana e Aurignaziana a San Nicandro Garganico: https://www.scintilena.com/presenza-di-cultura-musteriana-e-aurignaziana-a-san-nicandro-garganico/02/08/
Civico93 – San Nicandro, la “Grotta dell’Angelo”: https://www.civico93.it/san-nicandro-la-grotta-dellangelo-2/