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    Condividi Il team di Bartlomiej Pitala atteso a Polcenigo per una nuova immersione esplorativa La sorgente del Gorgazzo torna al centro dell’attenzione della speleologia subacquea internazionale. A Polcenigo, in provincia di Pordenone, il BAD Exploration Team, gruppo polacco specializzato nelle immersioni profonde in grotta, aveva programmato una nuova attività esplorativa tra il 20 e il 26 agosto 2026. La spedizione è guidata da Bartlomiej Pitala, speleosub polacco che negli ultimi anni ha p
     

Gorgazzo, la nuova sfida degli speleosub polacchi: ricerca e immagini nel cuore della sorgente

August 20th 2026 at 14:00

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Il team di Bartlomiej Pitala atteso a Polcenigo per una nuova immersione esplorativa

La sorgente del Gorgazzo torna al centro dell’attenzione della speleologia subacquea internazionale. A Polcenigo, in provincia di Pordenone, il BAD Exploration Team, gruppo polacco specializzato nelle immersioni profonde in grotta, aveva programmato una nuova attività esplorativa tra il 20 e il 26 agosto 2026. La spedizione è guidata da Bartlomiej Pitala, speleosub polacco che negli ultimi anni ha partecipato a esplorazioni in diversi sistemi sommersi europei.

L’iniziativa è stata autorizzata dal Comune di Polcenigo. La richiesta è stata presentata dall’Asd Centro Pordenonese Sommozzatori per conto del team. Il programma prevede immersioni con finalità scientifiche, oltre alla realizzazione di riprese video e fotografiche. Il progetto punta quindi a documentare la cavità e a raccogliere nuovi elementi utili alla conoscenza della sorgente carsica.

Maltempo e sicurezza possono modificare il calendario dell’immersione al Gorgazzo

Secondo quanto riportato da Il Gazzettino il 19 agosto 2026, le condizioni meteorologiche potrebbero costringere gli organizzatori a rinviare l’attività. Le piogge previste nei giorni successivi rischiano di rendere meno favorevoli le condizioni della sorgente. In un ambiente subacqueo profondo, la portata, la visibilità e la stabilità idrologica sono fattori decisivi per la sicurezza.

Il team ha spiegato che l’immersione potrebbe essere spostata ai mesi invernali, indicativamente tra gennaio e febbraio. La scelta segue un criterio prudenziale. Il gruppo ha anche sottolineato di non voler annunciare le spedizioni con eccessivo anticipo, per evitare pressioni sui subacquei impegnati nelle fasi più delicate dell’esplorazione.

L’autorizzazione comunale stabilisce che la responsabilità dell’attività e delle misure di sicurezza ricada sui richiedenti. Il provvedimento rientra nelle deroghe previste dal regolamento comunale sulle immersioni nella sorgente del Gorgazzo.

Bartlomiej Pitala e il percorso del BAD Exploration Team nelle grotte profonde

L’interesse per il gruppo polacco è legato soprattutto ai risultati ottenuti in altre risorgenze. Nel 2026 Bartlomiej Pitala ha raggiunto quota -292 metri nella grotta dell’Elefante Bianco, a Ponte Subiolo, nel Vicentino. L’immersione è durata circa otto ore ed è stata condotta con un articolato sistema di supporto e decompressione.

Nel 2024, nello stesso sito, Pitala aveva raggiunto circa -227 metri, esplorando oltre cento metri di nuove gallerie. Il gruppo ha inoltre lavorato nella Sintzi Spring, in Grecia, dove nel 2025 è stata raggiunta la quota di -255 metri. Nella grotta Vrelo, in Macedonia, le esplorazioni hanno toccato -287 metri. Questi precedenti spiegano perché il Gorgazzo rappresenti un obiettivo di interesse per il BAD Exploration Team.

La sorgente friulana, infatti, presenta una morfologia complessa. Il tratto conosciuto comprende condotte inclinate, pozzi e gallerie sommerse. La profondità raggiunta non coincide necessariamente con il termine del sistema. Ogni eventuale prosecuzione deve essere valutata attraverso pianificazione, posa o verifica della sagola guida, gestione delle miscele e controllo dei tempi di decompressione.

Il record del Gorgazzo: dai primi esploratori ai 222 metri

La storia delle esplorazioni al Gorgazzo è iniziata nella seconda metà del Novecento. Il catasto speleologico regionale ricorda una prima immersione documentata del 1964, fino a -21 metri. Sono presenti anche riferimenti a una possibile immersione francese del 1962-1963, con una profondità indicata in circa 58 metri.

Nel 1967 Giorgio Cobol e Giovanni Macor raggiunsero circa -67 metri. Nello stesso periodo William May, Charles Hayes e Sandro Piccini portarono l’esplorazione a -80 metri. Nel 1974 Antonio Fileccia e Rinaldo Carbonere fissarono un nuovo limite a -90 metri. Nel 1987 Luigi Russo e Maurizio Martini arrivarono a -108 metri. Nel 1992 Jean-Jacques Bolanz e la sua équipe raggiunsero -131 metri, mentre Luigi Casati esplorò una diramazione tra -90 e -104 metri.

Il passaggio successivo risale al 2008. Luigi Casati, affiancato da un gruppo di esperti e dal Nucleo Sommozzatori del Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Trieste, raggiunse -212 metri. Undici anni dopo, il 5 settembre 2019, Krzysztof Starnawski portò il limite a -222 metri.

L’immersione del 2019 ebbe anche un valore documentario. Starnawski lavorò con strumenti destinati al rilievo tridimensionale della cavità. Alla quota raggiunta individuò un allargamento del cunicolo, considerato meritevole di ulteriori verifiche. Il record resta quindi un punto di riferimento, non una conclusione definitiva della ricerca.

Le esplorazioni al Gorgazzo negli ultimi anni tra ricerca e divulgazione

Negli ultimi anni l’attività sul Gorgazzo si è sviluppata su più piani. Da una parte sono proseguite le riflessioni sulle esplorazioni speleosubacquee e sulla documentazione della cavità. Dall’altra sono state organizzate iniziative di divulgazione dedicate alla geologia, all’idrologia carsica e alla sicurezza.

Nel 2023 Scintilena ha raccontato anche il lavoro degli speleologi nel massiccio del Cansiglio. Dopo quindici anni di ricerche e cinque anni di scavi, il gruppo guidato da Filippo Felici ha individuato nella Grotta di Buselonghe nuovi pozzi e gallerie. La prosecuzione sembrava orientarsi verso il sistema idrologico collegato alla risorgenza del Gorgazzo, con un dislivello stimato di circa 1.400 metri tra le nuove esplorazioni e la sorgente.

Nel 2024, presso il Gorgazzo, il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico ha svolto un’esercitazione speleosubacquea. L’attività ha riguardato l’addestramento di soccorritori specializzati in un ambiente caratterizzato da profondità, acqua fredda, restringimenti e lunghi tempi di permanenza.

Nel 2025 PolceniGeo ha dedicato un convegno alla geodivulgazione e alla speleologia subacquea nel Nord-Est. Il programma ha compreso interventi sulle tecniche di ripresa e sulle attrezzature subacquee, oltre a dimostrazioni e iniziative sul territorio. Il Gorgazzo è stato presentato come geosito di interesse locale e come riferimento per comprendere il rapporto tra altopiano del Cansiglio, acque sotterranee e risorgenze.

Nel 2026 sono state diffuse anche immagini subacquee in due dimensioni e a 360 gradi realizzate da Andrea Mescalchin. Il materiale ha permesso di mostrare il percorso sommerso della cavità e di avvicinare il pubblico a un ambiente normalmente accessibile solo a squadre altamente specializzate.

Una sorgente carsica legata al sistema del Cansiglio

Il Gorgazzo è una risorgiva carsica perenne di tipo vauclusiano. Si trova nei pressi di Polcenigo e restituisce in superficie acque provenienti dall’area del Cansiglio-Cavallo. La scheda del Catasto Speleologico Regionale indica uno sviluppo planimetrico di circa 440 metri, uno sviluppo spaziale di circa 700 metri e una profondità catastale di 222 metri.

La cavità si apre sotto il livello del laghetto. A circa dieci metri di profondità una finestra conduce a un cunicolo che scende verso ambienti più ampi. Il percorso prosegue con tratti inclinati e condotte sommerse. La circolazione dell’acqua rende la sorgente un osservatorio importante per lo studio del carsismo e dell’idrologia sotterranea.

La storia del Gorgazzo ricorda anche i rischi dell’esplorazione. In passato si sono verificati incidenti mortali. Per questo le immersioni sono state sottoposte a divieti e autorizzazioni specifiche. L’attività contemporanea richiede esperienza, supporto logistico, attrezzatura ridondante e un piano di emergenza adeguato.

Il prossimo capitolo resta legato alle condizioni ambientali

La nuova immersione del BAD Exploration Team potrebbe offrire dati, immagini e rilievi utili a descrivere meglio i tratti ancora poco conosciuti della sorgente. Il calendario, però, dipende dalle condizioni idrologiche e dalla valutazione dei responsabili tecnici.

Il Gorgazzo resta così un sito nel quale il record di profondità convive con domande ancora aperte. Le esplorazioni degli ultimi anni mostrano che la ricerca non riguarda soltanto il raggiungimento di una nuova quota. Comprende anche il rilievo della cavità, la documentazione fotografica e video, lo studio delle acque, la sicurezza e la comunicazione scientifica.

Una eventuale spedizione invernale potrà chiarire quali margini esistano per nuove immersioni. Fino ad allora, il valore principale del Gorgazzo resta nella combinazione tra patrimonio carsico, storia speleosubacquea e possibilità di integrare osservazioni dirette con tecniche moderne di documentazione.

Fonti

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  • Biospeleologia delle grotte marine liguri: sintesi delle conoscenze e confronto con Bue Marino e Zinzulusa
    Condividi Grotte marine, biospeleologia, specie protette e habitat prioritari in Liguria, Sardegna e Puglia: un quadro aggiornato per la conservazione Grotte marine liguri: un habitat prioritario poco conosciuto Le grotte marine sono riconosciute come habitat costieri prioritari dalle Direttive dell’Unione Europea. In Liguria, regione del Nord-Ovest italiano, sono note 77 grotte marine, ma le informazioni biologiche complete sono disponibili solo per 13 di esse, pari al 17% del tot
     

Biospeleologia delle grotte marine liguri: sintesi delle conoscenze e confronto con Bue Marino e Zinzulusa

August 20th 2026 at 13:00

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Grotte marine, biospeleologia, specie protette e habitat prioritari in Liguria, Sardegna e Puglia: un quadro aggiornato per la conservazione


Grotte marine liguri: un habitat prioritario poco conosciuto

Le grotte marine sono riconosciute come habitat costieri prioritari dalle Direttive dell’Unione Europea. In Liguria, regione del Nord-Ovest italiano, sono note 77 grotte marine, ma le informazioni biologiche complete sono disponibili solo per 13 di esse, pari al 17% del totale.

Per 5 grotte (6%) esistono elenchi floro-faunistici delle specie più frequenti, mentre per 3 cavitಳ sono disponibili serie storiche di dati quantitativi. Tra le grotte con maggiori informazioni spiccano la Grotta Grande e la Grotta Piccola di Marina dé La Rocca, la Grotta Marina di Bergeggi e la Grotta del Tinetto.

La presenza di numerose specie protette da convenzioni europee (Berna, Barcellona) e dalla Direttiva Habitat evidenzia l’importanza di questi ambienti unici. Tra le specie segnalate figurano la spugna Petrobiona massiliana, il corallo rosso Corallium rubrum, l’aragosta Palinurus elephas e la mormora Sciaena umbra.


Lacune conoscitive e necessità di monitoraggio

Nonostante l’interesse scientifico crescente, permangono ampie lacune sulla biodiversitಳ delle grotte marine liguri. Le informazioni geologiche, morfologiche e topografiche sono state recentemente implementate in una piattaforma GIS, ma i dati biotici restano frammentari.

Le serie storiche disponibili per tre grotte hanno permesso di valutare cambiamenti legati al riscaldamento delle acque e all’impatto di infrastrutture costiere, come porti turistici e commerciali. Questi dati dimostrano la sensibilità degli ecosistemi ipogei marini alle pressioni locali e globali.

Per colmare le lacune, sono indispensabili indagini nelle 64 grotte prive di dati biologici (83% del totale) e monitoraggi regolari nelle cavitಳ già studiate. Solo così sarà possibile valutare lo stato ecologico e applicare misure di conservazione adeguate.


Specie protette e valore conservazionistico

Nelle grotte marine liguri sono state rilevate almeno 14 specie protette da normative europee. Queste includono organismi sessili come le spugne Aplysina cavernicola e Spongia officinalis, il coralligeno Corallium rubrum, e molluschi come Lithophaga lithophaga e Luria lurida.

Tra i crostacei figurano l’aragosta Palinurus elephas, l’astice Homarus gammarus, e specie di scillardi (Scyllarides latus, Scyllarus arctus). La presenza di questi taxa conferma il ruolo delle grotte marine come rifugi per specie di interesse conservazionistico.

La protezione di questi habitat rientra negli obiettivi della Convenzione di Barcellona (ASPIM), della Convenzione di Berna e della Direttiva Habitat dell’UE. La gestione integrata delle coste liguri dovrebbe quindi includere piani specifici per le grotte marine.


Confronto con la biospeleologia di grotte marine italiane: Bue Marino e Zinzulusa

Grotta del Bue Marino (Sardegna)

La Grotta del Bue Marino, nel Golfo di Orosei in Sardegna, rappresenta uno dei siti di biospeleologia marina più studiati d’Italia. Recentemente, sono state identificate almeno 21 nuove specie, prevalentemente marine, che si aggiungono alle 50 già note.

La grotta è famosa per essere l’ultimo sito di riproduzione conosciuto della foca monaca (Monachus monachus) in Italia. Il sistema carsico si estende per oltre 70 km, con un ramo sommerso di oltre 20 km esplorati.

La ricchezza faunistica della Grotta del Bue Marino è eccezionale: 48 taxa di rango specifico ipogei terrestri e acquatici, rendendola la cavitಳ più ricca di fauna della Sardegna. Tra le specie di interesse vi sono crostacei stigobi e stigofili, molti dei quali endemici.

Recentemente, nella grotta sono stati segnalati anche esemplari di granchio blu (Callinectes sapidus), specie aliena invasiva, oggetto di monitoraggio da parte di speleosub volontari e ricercatori. Questo evidenzia la vulnerabilità³² degli ecosistemi ipogei marini alle invasioni biologiche.

Grotta Zinzulusa (Puglia)

La Grotta Zinzulusa, presso Castro in Puglia, è una delle più note grotte anchialine del Mediterraneo. Si tratta di una cavitಳ costiera semisommersa, con un sistema idrologico complesso che include acque marine, dolci e salmastre.

La grotta ospita una fauna cavernicola di notevole interesse, tra cui il porifero troglobio Higginsia ciccaresei, una spugna mai identificata in precedenza. Sono presenti anche numerosi crostacei stigobi, molti dei quali antichi e unici della penisola salentina.

La Zinzulusa è oggetto di intensa fruizione turistica, il che solleva preoccupazioni per la conservazione della sua biodiversitಳ. Studi recenti hanno evidenziato la presenza abbondante di “fovals”, formazioni argillose di origine ancora incerta, che ricoprono le superfici rocciose e gli speleotemi.

La grotta è stata anche oggetto di ricerche sul radon in acqua e aria, con implicazioni per la sicurezza dei visitatori e la comprensione dei processi geochimici ipogei.


Biospeleologia comparata: Liguria, Sardegna e Puglia

Aspetto Liguria Sardegna (Bue Marino) Puglia (Zinzulusa) Numero grotte marine note 77 1 (sistema >70 km) 1 (grotta principale) Grotte con dati biologici 13 (17%) 1 (dati molto completi) 1 (dati completi) Specie protette UE 14 Multiple (incl. foca monaca) Multiple (incl. Higginsia ciccaresei) Serie storiche disponibili 3 grotte Monitoraggi continui Monitoraggi periodici Pressioni antropiche Porti, turismo Turismo, specie aliene Turismo intensivo Stato di conservazione Lacunoso, da monitorare Buono, ma vulnerabile Buono, ma vulnerabile

La Liguria presenta un numero elevato di grotte marine, ma la conoscenza biologica è frammentaria. La Sardegna e la Puglia, pur avendo un numero inferiore di grotte marine principali, beneficiano di studi più approfonditi e monitoraggi continuativi.

La presenza di specie aliene, come il granchio blu nella Grotta del Bue Marino, evidenzia la necessità di sorveglianza attiva anche in contesti apparentemente isolati. Allo stesso modo, la fruizione turistica intensiva della Zinzulusa richiede piani di gestione per bilanciare accesso e conservazione.


Prospettive per la ricerca e la conservazione

La biospeleologia delle grotte marine italiane richiede un approccio integrato, che combini esplorazione, monitoraggio e conservazione. In Liguria, è prioritario colmare le lacune conoscitive attraverso campagne di campionamento nelle 64 grotte prive di dati biologici.

Per la Sardegna e la Puglia, la sfida è mantenere la qualità dei dati esistenti e ampliare i monitoraggi a nuove specie e parametri ambientali. L’uso di tecniche innovative, come il telerilevamento e la fotogrammetria subacquea, potrebbe migliorare l’efficienza dei monitoraggi.

La collaborazione tra ricercatori, speleologi e gestori delle aree protette è essenziale per garantire la conservazione di questi habitat unici. Le grotte marine, in quanto rifugi per specie protette e sensibili ai cambiamenti climatici, meritano un’attenzione particolare nelle politiche di gestione costiera.


Fonti

  1. Montefalcone M., Azzola A., Bianchi C.N., Morri C., Oprandi A. (2023). Biospeleology of the Ligurian marine caves: a synthesis of current knowledge. Università di Genova, DiSTAV.
  2. Radon measurements in Zinzulusa cave water and air.
    URL: http://siba-ese.unisalento.it/index.php/psba2/article/download/11943/10819
  3. Grotta Zinzulusa – Wikipedia.
    URL: https://it.wikipedia.org/wiki/Grotta_Zinzulusa
  4. The Zinzulusa Cave: an endangered biodiversity.
    URL: https://hrcak.srce.hr/file/45291
  5. Grotta Zinzulusa, Castro, Lecce Province, Apulia, Italy – Mindat.
    URL: https://www.mindat.org/loc-188825.html
  6. Granchio Blu, esemplari scoperti nella Grotta del Bue Marino – Sky TG24.
    URL: https://tg24.sky.it/ambiente/2023/10/30/granchio-blu-grotta-bue-marino-sardegna
  7. La Grotta del Bue Marino: cinquanta anni di ricerche – Federazione Speleologica Sarda.
    URL: https://www.federazionespeleologicasarda.it/content/files/2023/05/059_071-Casale.pdf
  8. LE FOVAL DELLA GROTTA ZINZULUSA IN PUGLIA (SE-ITALIA).
    URL: http://siba-ese.unile.it/index.php/thalassiasal/article/download/i15910725v26supp207/2040
  9. L’applicazione di tecniche innovative nel monitoraggio costiero degli habitat prioritari.
    URL: https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=14825.pdf
  10. Alla Grotta del Bue Marino il primato della biodiversità³² – Ildenaro.it.
    URL: https://www.ildenaro.it/alla-grotta-del-bue-marino-il-primato-della-biodiversita/
  11. Grotta del Bue Marino | Nel Golfo di Orosei in Sardegna.
    URL: https://www.grottabuemarino.com/
  12. Scheda Catastale 0012 SA/NU – GROTTA DEL BUE MARINO.
    URL: https://m.catastospeleologicoregionale.sardegna.it/scheda-catastale/0012
  13. La storia – Grotta Zinzulusa Castro.
    URL: https://www.grottazinzulusacastro.it/la-storia/
  14. Grotte Zinzulusa e Romanelli – Capo di Leuca – Comune di Otranto.
    URL: https://comune.otranto.le.it/wp-content/uploads/2025/12/Relazione_finale_tecnico_scientifica_istruttoria_AMP-1.pdf

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  • Shpella Shtares, la biospeleologia accompagna l’esplorazione nelle Alpi Albanesi
    Condividi Dalle prime indagini faunistiche alle campagne 2026, la grotta di Vrana e Madhe amplia la mappa del sistema e il quadro della biodiversità sotterranea La Shpella Shtares continua a rappresentare uno dei principali cantieri di esplorazione e ricerca biospeleologica nelle Alpi Albanesi. La cavità si trova a Vrana e Madhe, nel Parco Naturale Regionale Nikaj-Mërtur, in Albania settentrionale. Le indagini avviate sul campo nel 2019 e rese note nella relazione sulle prime ricerche biospel
     

Shpella Shtares, la biospeleologia accompagna l’esplorazione nelle Alpi Albanesi

August 20th 2026 at 12:00

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Dalle prime indagini faunistiche alle campagne 2026, la grotta di Vrana e Madhe amplia la mappa del sistema e il quadro della biodiversità sotterranea

La Shpella Shtares continua a rappresentare uno dei principali cantieri di esplorazione e ricerca biospeleologica nelle Alpi Albanesi. La cavità si trova a Vrana e Madhe, nel Parco Naturale Regionale Nikaj-Mërtur, in Albania settentrionale. Le indagini avviate sul campo nel 2019 e rese note nella relazione sulle prime ricerche biospeleologiche hanno documentato una fauna ipogea di forte interesse. Le campagne successive hanno ampliato in modo rilevante anche lo sviluppo topografico della grotta.

Il passaggio dal rilievo preliminare alla ricerca di lungo periodo è il dato centrale. La Shpella Shtares non è soltanto un obiettivo esplorativo. È un ambiente freddo, ventilato e complesso, nel quale la documentazione della fauna, del microclima e delle morfologie procede insieme alla progressione speleologica.

Biospeleologia della Shpella Shtares e i campionamenti del 2019

La relazione di Maria Grazia Mastronardi, Vito Alessio Lacirignola, Marianna Pastore, Achille Casale e Pier Mauro Giachino prende in esame i campionamenti effettuati nell’agosto 2019, durante la terza spedizione del Gruppo Speleologico Martinese nell’area. In quel momento la Shpella Shtares era nota per circa 4,6 chilometri e 129 metri di dislivello. L’obiettivo era affiancare alle esplorazioni una prima lettura della comunità biologica sotterranea.

L’ingresso, posto attorno a 1.500 metri di quota alla base del Monte Shtrezes, era caratterizzato da una forte corrente d’aria fredda. Il 25 agosto 2019 venne misurata una velocità di 23 metri al secondo. Nei punti di raccolta la temperatura era compresa fra 3,2 e 4 °C. I campioni furono raccolti a vista in tre giornate, il 20, 23 e 27 agosto, conservati in alcol assoluto e associati a dati di posizione, data e osservazioni comportamentali.

Furono riconosciuti anellidi, acari, ditteri, ragni, pseudoscorpioni, tricotteri e coleotteri. Tra i ritrovamenti identificati figuravano il ragno balcanico Troglohyphantes pretneri, due tricotteri attribuiti a Micropterna wageneri e pseudoscorpioni affini a Neobisium (Blothrus) latellai. Una parte degli esemplari era localizzata vicino a stillicidi e superfici bagnate. Il dato descrive una rete alimentare basata sui microrganismi, con detritivori o filtratori e predatori quali aracnidi e pseudoscorpioni.

Le tre specie della Shpella Shtares descritte nel 2022

L’elemento più significativo della prima indagine biospeleologica riguardava i Leiodidae Leptodirini. La relazione anticipava la presenza di due specie nuove nei generi Kircheria e Anthroherpon, oltre a un taxon riferibile a un nuovo genere. Quei risultati hanno trovato sbocco formale nel 2022, con la descrizione di Kircheria dritae, Anthroherpon shtarensis e Riberius stillicidii.

Lo studio tassonomico ha definito Riberius come genere nuovo. Le tre forme sono specie ultraspecializzate raccolte nella Shpella Shtares. La loro presenza conferma il valore della cavità come sito di endemismo e rende necessario mantenere separati i dati osservativi dalle identificazioni definitive: la raccolta di esemplari, la verifica morfologica e gli eventuali confronti genetici richiedono tempi lunghi.

La biospeleologia della Shpella Shtares rimane quindi un lavoro in corso. Le ricerche più recenti segnalano anche aracnidi, collemboli, oligocheti, millepiedi e altri coleotteri ancora in esame. Nel 2024 sono stati inoltre confermati i chirotteri attraverso l’identificazione di resti attribuiti a Myotis blythii ed Eptesicus serotinus.

Esplorazioni Albania: il percorso dal 2022 al 2026

Le campagne di esplorazioni in Albania documentate da Scintilena mostrano una crescita progressiva della Shpella Shtares. I valori di sviluppo vanno letti come risultati delle singole campagne e dei successivi rilievi topografici.

  • 2022. Dopo due anni di interruzione, la spedizione dal 16 al 28 agosto individuò circa 1.100 metri di nuovi rami. Lo sviluppo riportato raggiunse 5,8 chilometri. Furono installati termometri e anemometri e ripresero i campionamenti della fauna ipogea.
  • 2023. Diciannove speleologi parteciparono alle attività. Furono rilevati 2,4 chilometri di nuovi rami e ambienti, portando lo sviluppo a 8,2 chilometri. Operarono squadre dedicate a geologia, meteorologia, morfologie, faglie e biospeleologia. La componente francese esplorò anche una cavità a pozzi di neve sul Mali e Kakisë, fino a circa -200 metri.
  • 2024. La spedizione raggiunse la soglia dei 10 chilometri, con 1,8 chilometri aggiunti ai rami già noti. Le attività puntarono alle risalite e ai settori superiori. Un campo interno e una comunicazione radio con la base esterna resero più efficiente la logistica. Le forti correnti d’aria hanno continuato a indicare possibili ingressi alti ancora sconosciuti.
  • 2025. Il progetto proseguì verso i fronti lasciati in sospeso, con l’obiettivo di completare le risalite e cercare un nuovo livello orizzontale. La documentazione pubblicata per Shtares 2026 riferisce che il sistema aveva raggiunto circa 12 chilometri entro l’estate 2025. Il dato comprende l’avanzamento della ricerca sul massiccio del Maja e Kakisë.
  • 2026. La campagna Shtares 2026 è in corso nel mese di agosto. Gli obiettivi dichiarati comprendono i settori oltre la Sala Rossa, la Via di Poseidone, il monitoraggio delle correnti d’aria e delle temperature, oltre alle indagini biospeleologiche. Alla data di questa notizia non risultano pubblicati risultati conclusivi della spedizione 2026.

Microclima e morfologie della Shpella Shtares

L’evoluzione esplorativa è legata alle caratteristiche fisiche della cavità. Le ricerche recenti descrivono condotti freatici arrotondati, pozzi e meandri vadosi, livelli impostati su faglie e tratti interessati da crolli. Il sistema si apre attorno a 1.400-1.450 metri di quota, mentre gli ingressi superiori ipotizzati potrebbero trovarsi fra 2.100 e 2.200 metri.

In estate l’aria fredda attraverserebbe i passaggi alti, spesso influenzati da neve e ghiaccio, per uscire dall’ingresso noto. Le misure indicate dalle campagne recenti parlano di flussi fra 30 e 40 m³/s e temperature interne estive generalmente comprese fra 3 e 4 °C. In inverno la direzione del flusso si inverte. Questa dinamica di “effetto camino” è importante per l’esplorazione, per i processi di gelo-disgelo e per l’ecologia degli organismi sotterranei.

Per la Shpella Shtares, la prosecuzione delle esplorazioni in Albania avrà quindi due esiti da verificare sul campo: la possibile individuazione di nuovi collegamenti in quota e l’ampliamento della checklist biologica. La relazione del 2019 ha aperto una linea di studio. Le pubblicazioni del 2022 e le campagne fino al 2026 mostrano che la cavità resta un laboratorio naturale ancora parzialmente conosciuto.

Fonti

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  • Nuovi dati sul sollevamento della Linea Periadriatica dalle grotte della Slovenia nord-orientale
    Condividi Sedimenti di grotta e faglia Periadriatica: cronologia Plio-Pleistocene dell’incisione fluviale in Slovenia Uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Andrej Mihevc fornisce nuove datazioni sui tempi di sollevamento lungo la Linea Periadriatica, basate sui sedimenti depositati in grotte suborizzontali della Slovenia nord-orientale. Le ricerche indicano che i principali sistemi di faglia, tra cui la Periadriatic Fault System e la faglia SEMP (Salzach-Enns-Mariazell-Puchberg), h
     

Nuovi dati sul sollevamento della Linea Periadriatica dalle grotte della Slovenia nord-orientale

August 20th 2026 at 11:00

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Sedimenti di grotta e faglia Periadriatica: cronologia Plio-Pleistocene dell’incisione fluviale in Slovenia

Uno studio pubblicato su Acta Carsologica da Andrej Mihevc fornisce nuove datazioni sui tempi di sollevamento lungo la Linea Periadriatica, basate sui sedimenti depositati in grotte suborizzontali della Slovenia nord-orientale.

Le ricerche indicano che i principali sistemi di faglia, tra cui la Periadriatic Fault System e la faglia SEMP (Salzach-Enns-Mariazell-Puchberg), hanno mostrato attività non solo nel Miocene, ma anche in epoca quaternaria recente.[1]

Il ruolo delle grotte come marcatori geomorfologici

Le grotte epifreatiche suborizzontali sono considerate ottimi marcatori morfologici per ricostruire i processi di approfondimento delle valli o di sollevamento crostale.

Questo perché la loro posizione riflette quella delle sorgenti, strettamente legata al fondovalle. Nella Slovenia nord-orientale, l’attività traspressiva lungo la Periadriatic Fault System ha generato sia scorrimento destro (dextral strike-slip) sia un possibile sollevamento delle aree adiacenti alla faglia.[1]

La presenza di quattro livelli di grotte in prossimità della Periadriatic Fault System documenta in modo chiaro i processi di sollevamento. Le datazioni presentate nello studio riguardano due di questi livelli e indicano una storia di incisione fluviale inquadrabile nel Plio-Pleistocene.[1]

Datazioni e correlazioni con altri sistemi di faglia

Le età ottenute dai sedimenti di grotta sono coerenti con le datazioni di grotte e depositi in altre parti della Slovenia nord-orientale. Inoltre, i risultati si allineano con le evidenze di attività più recente della faglia SEMP (Salzach-Enns-Mariazell-Puchberg), situata nelle Alpi Calcaree Settentrionali.

Questo suggerisce che i grandi sistemi di faglia dell’area alpino-dinarica non si siano limitati a un’attività miocenica, come spesso ipotizzato, ma abbiano continuato a muoversi fino al Quaternario recente.[1]

L’approccio si basa sull’analisi stratigrafica dei sedimenti clastici e chimici conservati nelle grotte, combinata con metodi di datazione assoluta.

I depositi interni alle cavità registrano le fasi di stabilità del livello di base idrogeologico, permettendo di correlare le pulsazioni di sollevamento con l’evoluzione del reticolo fluviale superficiale.[1]

Implicazioni per l’evoluzione tettonica dell’area

I risultati hanno implicazioni dirette per la ricostruzione dell’evoluzione tettonica dell’area di confine tra Alpi Orientali e Dinaridi.

La Periadriatic Fault System, nota come uno dei principali lineamenti tettonici dell’Europa centrale, mostra qui evidenze di attività neotettonica.

La combinazione di dati speleologici, stratigrafici e cronologici permette di affinare i modelli di sollevamento e di deformazione crostale nell’area.[1]

Inoltre, la correlazione con la faglia SEMP suggerisce che l’attività tettonica quaternaria non sia confinata a singoli segmenti, ma possa interessare sistemi di faglia coniugati su scala regionale.

Questo rafforza l’idea di una deformazione diffusa e prolungata nel tempo, con possibili ripercussioni anche sulla sismicità storica e attuale della regione.[1]

Metodologia e prospettive di ricerca

Lo studio utilizza le grotte come archivi naturali di processi geomorfologici e tettonici.

I sedimenti clastici all’interno delle cavità registrano le fasi di stabilità del livello di base, mentre i depositi chimici (speleotemi) possono fornire datazioni assolute tramite metodi radiometrici. L’integrazione di questi dati con la geomorfologia di superficie permette di ricostruire la cronologia dell’incisione fluviale e del sollevamento.[1]

Le prospettive future includono l’estensione delle datazioni ad altri livelli di grotta e l’integrazione con dati geofisici e geodetici. Questo approccio multidisciplinare potrà migliorare la comprensione dei tempi e dei modi del sollevamento lungo la Linea Periadriatica e dei suoi legami con la dinamica delle Alpi Orientali.[1]

Fonti

  • Andrej Mihevc, “Timing of uplift at the Periadriatic Line evidenced by cave sediments”, Acta Carsologica, 18 agosto 2026. URL: https://ojs.zrc-sazu.si/carsologica/article/view/14336
  • Contesto geologico regionale: Periadriatic Fault System e SEMP fault nelle Alpi Calcaree Settentrionali, letteratura speleologica e neotettonica dell’area slovena e austriaca.[1]

L'articolo Nuovi dati sul sollevamento della Linea Periadriatica dalle grotte della Slovenia nord-orientale proviene da Scintilena.

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  • Scoperta eccezionale nel Dachstein: tubo di 700 metri in arenaria calcarea dentro una grotta carsica dolomitica
    Condividi Un tubo pseudocarsico in arenaria calcarea nella Südwandhöhle del Dachstein ridefinisce i processi di genesi delle grotte in ambiente dolomitico Una ricerca pubblicata il 18 agosto 2026 su Acta Carsologica descrive una formazione insolita all’interno della Südwandhöhle, nel massiccio del Dachstein (Alpi Orientali): un tubo lungo 700 metri sviluppato quasi interamente in sedimenti clastici litificati, interpretato come grotta pseudocarsica in arenaria calcarea. La scoperta, firma
     

Scoperta eccezionale nel Dachstein: tubo di 700 metri in arenaria calcarea dentro una grotta carsica dolomitica

August 20th 2026 at 10:00

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Un tubo pseudocarsico in arenaria calcarea nella Südwandhöhle del Dachstein ridefinisce i processi di genesi delle grotte in ambiente dolomitico

Una ricerca pubblicata il 18 agosto 2026 su Acta Carsologica descrive una formazione insolita all’interno della Südwandhöhle, nel massiccio del Dachstein (Alpi Orientali): un tubo lungo 700 metri sviluppato quasi interamente in sedimenti clastici litificati, interpretato come grotta pseudocarsica in arenaria calcarea.

La scoperta, firmata da Lukas Plan, aggiunge un tassello raro alla comprensione della speleogenesi in contesti dolomitici, dove la formazione di condotti in materiale clastico all’interno di una grotta carsica rappresenta un caso eccezionale.

La Südwandhöhle nel Dachstein: un sistema carsico dolomitico di 12 chilometri

La Südwandhöhle è un sistema cavernoso di 12 chilometri di lunghezza, ubicato nel massiccio carsico del Dachstein, nelle Alpi Calcaree Settentrionali. La grotta si sviluppa principalmente in dolomia della Formazione di Wetterstein (Triassico Medio), una litologia rara in questo settore alpino. Con uno sviluppo verticale di 509 metri e un carico roccioso di 1,5 chilometri, la cavità presenta sezioni di galleria molto ampie, fino a 250 m2.

Nelle zone più remote del sistema, i ricercatori hanno individuato un tubo lungo 0,7 chilometri, quasi interamente formato in sedimenti clastici litificati di tipo arenaceo. Questo condotto, con sezioni trasversali comprese tra 0,5 e 2 m2, si snoda all’interno del grande corridoio riempito di sedimenti, anziché lungo la volta come spesso accade in molte grotte.

Genesi pseudocarsica: erosione meccanica in arenaria calcarea dentro dolomia

Le pareti e le volte del tubo sono costituite da arenaria ben litificata, che mostra frequenti caratteri erosivi. Le componenti dell’arenaria includono calcite, in parte dedolomitizzata, quarzo, piccole quantità di dolomia e idrossidi di ferro. Il cemento è calcitico, con un contenuto totale di calcite compreso tra il 40 e il 70% nelle sezioni sottili analizzate.

L’assenza di strutture preesistenti nell’arenaria calcarea o di tettonica attiva che potessero fungere da fratture iniziali rende complessa la spiegazione della formazione del proto-condotto. Una possibile ipotesi è che la sabbia sia stata cementata dalle acque di poro provenienti dalla roccia ospite dolomitica circostante, con parti interne meno litificate o non consolidate. L’acqua migrante attraverso questa sabbia porosa avrebbe potuto dissolvere i granuli carbonatici; la successiva erosione meccanica e, infine, il fenomeno del “piping” (asportazione di materiale per flusso interstiziale) avrebbero generato il tubo.

Dato il contenuto carbonatico, la dissoluzione chimica ha probabilmente avuto un ruolo limitato. I ricercatori interpretano quindi questo condotto come una grotta pseudocarsica, formatasi principalmente per erosione meccanica dell’arenaria depositatasi all’interno di una grotta carsica.

Pseudokarst in arenaria: meccanismi di formazione e contesto internazionale

Il concetto di pseudokarst in arenaria è ben documentato in letteratura scientifica internazionale. Diversi studi hanno mostrato che la formazione di cavità in arenarie può derivare da una combinazione di dissoluzione chimica del cemento e asportazione meccanica della matrice, un processo noto come “arenizzazione”. In alcuni contesti, come i tepui venezuelani, la dissoluzione del quarzo gioca un ruolo minore, mentre processi di alterazione differenziale e asportazione di livelli poco litificati risultano determinanti.

Nel caso della Südwandhöhle, la presenza di un tubo in arenaria calcarea all’interno di una grotta dolomitica rappresenta un esempio raro di pseudokarst intrakarsico. La genesi meccanica predominante, con dissoluzione limitata, distingue questo caso da altri sistemi pseudocarsici dove la dissoluzione intergranulare del cemento carbonatico risulta il processo principale.

Speleologia nelle Dolomiti: esplorazioni recenti sul, Laresot e Dachstein

Oltre alla scoperta nella Südwandhöhle, la speleologia nelle Dolomiti e nelle Alpi Orientali registra diverse novità esplorative recenti. Sul Monte Canin, nel luglio 2026 è ripresa una campagna speleologica del Club Alpinistico Triestino (CAT), con l’obiettivo di esplorare tre nuove cavità individuate nel 2025 e di proseguire l’indagine nella Grotta G1, già esplorata fino a circa 270 metri di profondità.

Nel gruppo del Brenta, l’Abisso del Laresot ha visto nel 2025 l’individuazione di una nuova verticale che ha portato la profondità esplorata oltre i 1.140 metri, con la scoperta battezzata “Pozzo SAT Arco e Vigolo Vattaro”. Questa impresa si affianca alle esplorazioni dello scorso anno che avevano già spinto la cavità oltre i 1.100 metri di profondità.

Nel massiccio del Dachstein, la è stata oggetto di una spedizione di ricerca nel 2026 che ha aggiunto 700 metri di nuovi sviluppi, portando la lunghezza totale a 11,6 chilometri. I nuovi tratti esplorati si trovano a oltre 1.400 metri sotto il Ghiacciaio di Hallstatt, in zone molto remote del sistema.

Nuove grotte in Italia e Friuli-Venezia Giulia: attività di censimento ed esplorazione

In Friuli-Venezia Giulia, il Catasto Speleologico Regionale ha censito ulteriori 15 nuove cavità nel luglio 2026, con l’ultima grotta accatastata il 22 luglio 2026. Nel Carso triestino, dopo quasi vent’anni di lavoro, nel gennaio 2026 è stato raggiunto un nuovo pozzo che si apre direttamente in una grande caverna dove, a 315 metri di profondità, scorre il fiume Timavo sotterraneo. La prima discesa sul fondo, avvenuta nei primi giorni di aprile 2026, ha permesso di raccogliere campioni d’acqua e sabbia e di osservare protei, simbolo della vita ipogea.

In Carnia, il 29 giugno 2025 una squadra di speleologi e speleosub del CAT ha individuato un possibile passaggio asciutto nella grotta del Fontanone del Riu Neri, che potrebbe mettere in comunicazione il ramo principale con la caverna che conduce al sifone, finora accessibile solo con attrezzatura subacquea.

Prospettive di ricerca e implicazioni per la speleogenesi dolomitica

La scoperta del tubo pseudocarsico nella Südwandhöhle apre nuove prospettive per la comprensione dei processi di genesi delle grotte in ambiente dolomitico. L’interpretazione come pseudokarst formato prevalentemente per erosione meccanica suggerisce che, in determinate condizioni, i sedimenti clastici depositatisi all’interno di grotte carsiche possono evolvere in condotti secondari indipendenti.

Questo caso si inserisce in un quadro più ampio di ricerche sulla speleogenesi in rocce silicee e pseudocarsiche, dove i meccanismi di formazione possono includere dissoluzione chimica, erosione meccanica, piping e alterazione differenziale. La presenza di un tubo in arenaria calcarea all’interno di una grotta dolomitica rappresenta quindi un esempio raro e significativo per la comunità speleologica internazionale.


Fonti

  • Plan, Lukas. “A 700 m long pseudokarst cave in calcareous sandstone in the interior of a dolomitic karst cave (Dachstein, Eastern Alps)”. Acta Carsologica, 18 agosto 2026. https://www.actacarsologica.com
  • Verein für Höhlenkunde in Obersteier (VHO). “Sܰ?dwandhö°®°hle wird wieder länger”. Aggiornato al 1 giugno 2026. http://www.hoehle.at/wordpress/
  • Il Dolomiti. “Nel complesso carsico sotterraneo più vasto d’Italia al via una nuova esplorazione (FOTO)”. 20 luglio 2026. https://www.ildolomiti.it/cronaca/2026/nel-complesso-carsico-sotterraneo-piu-vasto-ditalia-al-via-una-nuova-esplorazione-foto-ambiente-impegnativo-lobiettivo-e-riprendere-da-dove-avevamo-lasciato
  • Il Dolomiti. “Hanno seguito i segnali del fiume nascosto fino al risultato tanto atteso nel Carso”. 23 aprile 2026. https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/attualita/2026/hanno-seguito-i-segnali-del-fiume-nascosto-fino-al-risultato-tanto-atteso-nel-carso-dopo-ventanni-aperto-un-nuovo-pozzo-sul-timavo-nasce-nei-monti-sloveni-scompare-per-40-chilometri-e-riemerge-vicino-a-trieste
  • Il Quotidiano. “Nuova impresa della SAT: nel cuore del Brenta scoperta una grotta profonda oltre mille metri”. 27 aprile 2025. https://www.iltquotidiano.it/articoli/nuova-impresa-della-sat-nel-cuore-del-brenta-scoperta-una-grotta-profonda-oltre-mille-metri/
  • Scintilena. “Scintilena luglio 2025: le scoperte e le esplorazioni speleologiche più seguite”. 19 luglio 2025. https://www.scintilena.com/scintilena-luglio-2025-le-scoperte-e-le-esplorazioni-speleologiche-piu-seguite/07/19/
  • FSR-FVG. “Speleosub: Scoperta eccezionale durante l’esplorazione della grotta del Fontanone del Riu Neri”. 1 luglio 2025. https://www.fsrfvg.it/?cat=115
  • Catasto Speleologico Regionale – Regione FVG. “Ulteriori 15 nuove cavità®® censite”. 14 luglio 2026. https://catastogrotte.regione.fvg.it/
  • ScienceDirect. “Comment on ‘Sandstone caves on Venezuelan tepuis: Return to pseudokarst?'”. 2013. https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0169555X12005351
  • USF Digital Commons. “Sandstone caves on Venezuelan tepuis: return to pseudokarst?”. 2022. https://digitalcommons.usf.edu/kip_articles/4657/
  • ShareOK. “HYDROLOGICAL CONTROLS ON PSEUDOKARST IN”. Tesi di laurea, Oklahoma State University. https://shareok.org/bitstream/handle/11244/337107/Massey_okstate_0664M_17457.pdf
  • Scintilena. “Esplorazioni”. https://www.scintilena.com/category/esplorazioni/
  • Scintilena. “Campi Speleo”. https://www.scintilena.com/category/campi-speleo/

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  • Grotte e georischi nel Qatar: mappate 3.537 depressioni da collasso carsico
    Condividi Uno studio recente ha censito le cavità sotterranee della penisola, distinguendo due tipologie di grotte e valutando il rischio di subsidenza per lo sviluppo del territorio Uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026 ha fornito un quadro aggiornato sullo sviluppo delle grotte nella penisola del Qatar, con implicazioni dirette per la pianificazione territoriale e la mitigazione dei georischi. La ricerca, condotta da un team internazionale coordinato da Jerome Perrin (B
     

Grotte e georischi nel Qatar: mappate 3.537 depressioni da collasso carsico

August 20th 2026 at 09:00

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Uno studio recente ha censito le cavità sotterranee della penisola, distinguendo due tipologie di grotte e valutando il rischio di subsidenza per lo sviluppo del territorio

Uno studio pubblicato su Acta Carsologica nell’agosto 2026 ha fornito un quadro aggiornato sullo sviluppo delle grotte nella penisola del Qatar, con implicazioni dirette per la pianificazione territoriale e la mitigazione dei georischi. La ricerca, condotta da un team internazionale coordinato da Jerome Perrin (BRGM), ha combinato rilevamenti di campagna, analisi geologiche e idrogeologiche, e l’elaborazione di dati LiDAR ad alta risoluzione per identificare e classificare le forme carsiche presenti sul territorio qatariota. [web:9][web:11]

Contesto geologico e necessità di mappatura aggiornata

Il sottosuolo del Qatar è caratterizzato da ampie estensioni di rocce carbonatiche affioranti in superficie e da livelli evaporitici a profondità ridotta. Questa configurazione litologica favorisce la formazione di fenomeni carsici, tra cui depressioni superficiali e grotte, che possono rappresentare un fattore di rischio durante la realizzazione di infrastrutture o lo sviluppo urbano. [web:9]

Le autorità del Qatar hanno segnalato la necessità di migliorare le basi dati geologiche e le carte idrogeologiche esistenti, al fine di mitigare i rischi legati alla subsidenza. In questo contesto, il progetto di ricerca ha previsto un’analisi approfondita del georischio carsico, includendo un censimento delle forme, lo studio dei processi di carsificazione e la valutazione della subsidenza associata. [web:9]

Due tipologie di grotte: dissoluzione superficiale e collasso profondo

Lo studio individua due categorie principali di grotte. La prima corrisponde a cavità di dissoluzione superficiale, sviluppatesi in condizioni freatiche in un passato geologico più umido e successivamente troncate dall’erosione. Queste grotte sono generalmente poco profonde e rappresentano forme ereditate da un contesto geoclimatico diverso da quello attuale. [web:9]

La seconda tipologia comprende grotte di ampio sviluppo generate dal collasso della volta, originate in profondità attraverso processi di carsificazione intrastratale. Queste cavità si localizzano sistematicamente lungo i margini di grandi depressioni superficiali. La ricerca propone che depressioni e grotte da collasso facciano parte di un unico processo di sprofondamento/abbassamento, innescato dalla perdita di materiale in profondità, ad esempio per dissoluzione di evaporiti, compattazione di dolostone alterato o collasso incrementale di cavità relitte coalescenti. [web:9]

Mappatura LiDAR e identificazione di 3.537 depressioni carsiche

Per distinguere le depressioni da collasso carsico tra le numerose forme depressive mappate sul territorio, i ricercatori hanno utilizzato un dataset LiDAR DTM del 2017. L’ipotesi di lavoro ha previsto che le depressioni carsiche condividano le stesse caratteristiche geometriche (larghezza, lunghezza, area, profondità) delle poche depressioni che ospitano grotte da collasso di volta. [web:9]

Applicando questo criterio, lo studio ha identificato e mappato 3.537 depressioni carsiche distribuite sull’intera penisola del Qatar. Questa mappatura rappresenta un avanzamento significativo rispetto alle carte geologiche precedenti e fornisce una base dati aggiornata per la valutazione del rischio. [web:9]

Attività carsica attuale e livello di georischio

Secondo i risultati dello studio, le forme carsiche individuate appaiono per lo più inattive, ereditate da un contesto geoclimatico più favorevole alla carsificazione rispetto alle condizioni attuali. Sotto il regime geoclimatico presente, il georischio da subsidenza carsica risulta generalmente basso, poiché le grotte sono forme relitte e i processi di carsificazione in corso sono limitati. [web:9]

Nonostante ciò, il georischio è presente su ampie porzioni del territorio. La ricerca raccomanda che ogni futuro sviluppo del territorio includa piani e strategie per tenere conto della presenza di rocce carsificate nel sottosuolo, evitando che l’attivit๹ umana possa riattivare processi carsici. [web:9]

Integrazione con altri studi regionali sul carsismo in ambiente arido

Il quadro emerso dallo studio sul Qatar si inserisce in un contesto regionale più ampio di ricerche sul carsismo in ambienti aridi della Penisola Arabica. Studi recenti hanno documentato depressioni carsiche riempite di sedimenti nel sud del Qatar, definite riyad, che conservano un ricco patrimonio archeologico e testimoniano processi di subsidenza su cavit๹ gessose collassate. [web:3][web:14]

Altre ricerche condotte in Arabia Saudita, sulla piattaforma del Najd, hanno evidenziato come la subsidenza da dissoluzione evaporitica rappresenti un georischio crescente per le infrastrutture, monitorato mediante tecniche InSAR su dati Sentinel-1. Questi studi confermano che le unità sedimentarie solubili, in presenza di variazioni della falda o di apporti di acqua superficiale, possono innescare processi di subsidenza anche in regioni aride. [web:24]

Inoltre, lavori condotti su sabkha costiere del Golfo hanno mostrato come i processi di dissoluzione e ricircolo di brine influenzino la stabilità del sottosuolo carbonatico-evaporitico, con implicazioni per la valutazione del rischio in aree costiere soggette a sviluppo infrastrutturale. [web:6][web:10]

Implicazioni per la speleologia e la gestione del territorio

Per la comunità speleologica, lo studio offre un quadro di riferimento utile per comprendere l’origine e la distribuzione delle cavità nel Qatar, distinguendo tra forme ereditate e processi potenzialmente attivi. La mappatura delle 3.537 depressioni fornisce una base per future esplorazioni e per la valutazione della stabilità delle cavit๹ in relazione a interventi antropici. [web:9]

Sul piano della gestione del territorio, la ricerca sottolinea la necessità di integrare le carte dei georischi nei piani urbanistici e nei progetti infrastrutturali. L’uso combinato di LiDAR, rilevamenti di campagna e modelli geologici consente di identificare aree a maggiore suscettibilit๹ e di adottare misure preventive per ridurre il rischio di subsidenza. [web:9][web:26]

Fonti

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  • Duemila Grotte 1926-2026: a Trieste il centenario del grande catasto speleologico
    Condividi Duemila Grotte torna al centro della riflessione speleologica il 15 settembre 2026, tra storia del Carso, catasto delle cavità e sviluppo delle conoscenze scientifiche. Duemila Grotte, un secolo di studi sul Carso Trieste ospiterà martedì 15 settembre 2026 l’incontro “Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo”. L’appuntamento è promosso dalla Direzione centrale difesa dell’ambiente, energia e sviluppo sostenibile della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. La
     

Duemila Grotte 1926-2026: a Trieste il centenario del grande catasto speleologico

August 20th 2026 at 08:00

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Duemila Grotte torna al centro della riflessione speleologica il 15 settembre 2026, tra storia del Carso, catasto delle cavità e sviluppo delle conoscenze scientifiche.

Duemila Grotte, un secolo di studi sul Carso

Trieste ospiterà martedì 15 settembre 2026 l’incontro “Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo”.

L’appuntamento è promosso dalla Direzione centrale difesa dell’ambiente, energia e sviluppo sostenibile della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. La sede sarà la Sala Luttazzi del Magazzino 26.

L’ingresso del pubblico è previsto dalle ore 17.00. L’inizio dei lavori è fissato alle 17.30. Le iscrizioni rimarranno aperte fino alle 23.59 di lunedì 14 settembre.

L’iniziativa richiama il centenario di Duemila Grotte. Quarant’anni di esplorazioni nella Venezia Giulia. Il volume fu pubblicato dal Touring Club Italiano nel 1926. Porta le firme di Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. La ricorrenza offre un’occasione di analisi storica sul rapporto tra esplorazione, documentazione e conoscenza del patrimonio ipogeo.

La Regione ricostruisce il ruolo del libro nella storia del catasto: nel 1926 rappresentava la raccolta più completa delle informazioni disponibili sulle oltre duemila cavità allora note nella Venezia Giulia. L’opera si colloca dopo le prime esperienze di ordinamento dei dati sul Carso triestino e dopo la definizione, nel 1924, di una scheda che usava per la prima volta il termine “Catasto”.

Il volume Duemila Grotte e la sua struttura

Duemila Grotte è una monografia di 494 pagine. L’edizione originaria comprendeva centinaia di incisioni e tavole, oltre a una carta speleologica della Venezia Giulia in scala 1:100.000, distribuita in due fogli. La dimensione editoriale non era un dettaglio ornamentale. Immagini, sezioni, piante e carta costituivano strumenti per leggere il territorio carsico e le sue cavità.

La prima parte del libro ha il carattere di un manuale interdisciplinare. Vi trovano spazio il fenomeno carsico, la flora e la fauna cavernicola, la paleontologia, l’archeologia preistorica e le indagini sulle acque sotterranee. Una sezione affronta anche l’esplorazione, il rilievo e la fotografia ipogea. Il volume dedica attenzione alle cosiddette grotte di guerra, tema legato agli adattamenti militari delle cavità nel contesto del primo conflitto mondiale.

Questa impostazione mostra come la speleologia del tempo non fosse limitata alla ricerca di nuovi vuoti sotterranei. L’esplorazione veniva collegata al rilevamento topografico, alla geologia, alla biologia e all’idrologia. La documentazione storica del Touring Club descrive un’opera coordinata da Bertarelli e costruita con contributi di studiosi di più discipline. Le prime 184 pagine erano destinate a monografie specialistiche e a un repertorio di terminologia tecnica.

Catasto delle grotte della Venezia Giulia

La seconda parte di Duemila Grotte è il nucleo catastale dell’opera. Raccoglie descrizioni, localizzazioni, rilievi, mappe e fotografie delle cavità della Venezia Giulia entro i confini del periodo fra le due guerre. Secondo la documentazione storica della Commissione Grotte, il catasto illustrato descriveva 2.142 cavità, con circa 800 rilievi.

Il dato va letto nel suo contesto territoriale e politico. La regione amministrativa e i confini richiamati nel libro non coincidono con quelli attuali. Dopo il secondo conflitto mondiale, il ridisegno dei confini rese necessaria una revisione degli archivi: una parte delle cavità prima comprese nel territorio italiano ricadde in area jugoslava, mentre per il Friuli emersero anche questioni di sovrapposizione con il Veneto.

L’attività di censimento non si è fermata. Il Catasto speleologico regionale del Friuli Venezia Giulia ricorda che il numero delle cavità conosciute arrivò a circa 3.000 prima della seconda guerra mondiale. Negli ultimi decenni, grazie a nuove tecniche e attrezzature, il dato regionale ha superato le 8.000 cavità. Dal 2016 il Catasto speleologico regionale comprende le sezioni dedicate alle grotte, alle cavità artificiali e alle cavità turistiche.

Il confronto tra Duemila Grotte e gli archivi contemporanei mette in evidenza una continuità metodologica. Cambiano gli strumenti, le coordinate, le banche dati e le norme di tutela. Resta centrale la necessità di attribuire a ogni cavità una posizione verificabile, una descrizione, un rilievo e una storia documentaria.

Ristampa e memoria editoriale

La vicenda editoriale di Duemila Grotte è segnata anche dalla distruzione delle matrici originali durante un bombardamento della seconda guerra mondiale. La perdita rese impossibile una normale ristampa dell’opera. Nel 1986 fu quindi pubblicata a Trieste una ristampa anastatica, utile a restituire il testo e il suo apparato iconografico alla consultazione di speleologi, ricercatori e biblioteche.

Il centenario non riguarda soltanto un libro raro. Riguarda la formazione di una pratica di lavoro fondata sulla raccolta sistematica delle informazioni. Nel Carso, un ambiente in cui le acque sotterranee, le cavità e le superfici sono strettamente collegate, il catasto è anche una base per studi idrogeologici, per la tutela del patrimonio geologico e per la pianificazione delle attività di ricerca.

L’incontro di Trieste è realizzato in collaborazione con la Federazione Speleologica Regionale del Friuli Venezia Giulia APS, la Commissione Grotte Eugenio Boegan e la Società Speleologica Italiana ETS. La presenza delle tre realtà richiama il legame fra archivi storici, pratica associativa, ricerca e gestione del patrimonio speleologico.

Informazioni sull’incontro di Trieste

  • Evento: Duemila Grotte. 1926-2026. La speleologia cent’anni dopo
  • Data: martedì 15 settembre 2026
  • Luogo: Sala Luttazzi, Magazzino 26, Trieste
  • Apertura al pubblico: ore 17.00
  • Inizio: ore 17.30
  • Iscrizioni: entro le ore 23.59 di lunedì 14 settembre 2026

Fonti

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  • Aqua Virgo, l’acquedotto romano ancora attivo sotto Roma
    Condividi Dall’Aqua Virgo alla Fontana di Trevi: duemila anni di infrastruttura idraulica L’Aqua Virgo fu inaugurata nel 19 a.C. per iniziativa di Marco Vipsanio Agrippa. L’acquedotto portava acqua alle Terme di Agrippa e alle strutture del Campo Marzio. Oggi continua a rifornire alcune fontane del centro storico, tra cui la Fontana di Trevi, la Barcaccia di piazza di Spagna e fontane di piazza Navona. turismoroma L’Aqua Virgo costituisce un caso rilevante nel quadro delle opere idrauliche
     

Aqua Virgo, l’acquedotto romano ancora attivo sotto Roma

August 20th 2026 at 07:00

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Dall’Aqua Virgo alla Fontana di Trevi: duemila anni di infrastruttura idraulica

L’Aqua Virgo fu inaugurata nel 19 a.C. per iniziativa di Marco Vipsanio Agrippa. L’acquedotto portava acqua alle Terme di Agrippa e alle strutture del Campo Marzio. Oggi continua a rifornire alcune fontane del centro storico, tra cui la Fontana di Trevi, la Barcaccia di piazza di Spagna e fontane di piazza Navona. turismoroma

L’Aqua Virgo costituisce un caso rilevante nel quadro delle opere idrauliche romane. La Sovrintendenza Capitolina la indica come l’unico tra gli undici principali acquedotti dell’antica Roma rimasto ininterrottamente in funzione fino all’età contemporanea. Non si tratta quindi di un condotto abbandonato e conservato soltanto come testimonianza archeologica. È una struttura che ha attraversato restauri, adattamenti e manutenzioni. sovraintendenzaroma

Il percorso prendeva avvio dalle sorgenti nell’area del casale di Salone, lungo la via Collatina. Entrava in città presso il Muro Torto e terminava originariamente con una mostra monumentale nelle Terme di Agrippa. Il suo tracciato era in gran parte sotterraneo. Questa scelta dipendeva dall’esigenza di mantenere una pendenza costante e di proteggere il canale. turismoroma

Aqua Virgo e restauri dell’acquedotto romano

L’acqua dell’Aqua Virgo non è naturalmente la stessa che scorreva nel 19 a.C. Le sorgenti alimentano in modo continuo il sistema. Ciò che permane è l’infrastruttura, con le sue captazioni, i condotti e la funzione di trasporto idrico.

La continuità d’uso è legata anche agli interventi realizzati nei secoli. Nel tratto di via del Nazareno è ancora visibile un fornice attribuito ai restauri di Claudio. Un’iscrizione ricorda la ricostruzione degli archi dell’acquedotto, danneggiati durante il principato di Caligola. In seguito Adriano intervenne sull’intero percorso e il condotto venne rialzato in età più tarda. turismoroma

Questi dati mostrano come l’Aqua Virgo sia stata una rete manutenzionata e aggiornata. La sua durata non deriva dall’assenza di modifiche. Deriva dalla capacità di conservare una funzione utile per la città.

Fontana di Trevi e Acqua Vergine

La Fontana di Trevi è la mostra terminale dell’Acqua Vergine. L’attuale configurazione monumentale venne avviata nel 1732, quando papa Clemente XII scelse il progetto di Nicola Salvi. La costruzione fu poi conclusa da Giuseppe Pannini, che intervenne anche nella sistemazione della scogliera e dei bacini. turismoroma

La fontana barocca non coincide quindi con l’opera romana, ma rende visibile una continuità idraulica iniziata in età augustea. L’Aqua Virgo alimenta ancora il sistema delle fontane storiche, mentre la vasca di Trevi dispone di un moderno impianto di ricircolo. Durante la manutenzione conclusa nel 2025, Acea ha operato sulle pompe, sulle apparecchiature elettromeccaniche e sugli elementi di regolazione della circolazione dell’acqua. comune.roma

Il monumento riunisce dunque epoche diverse. Il condotto antico, la trasformazione rinascimentale dell’Acqua Vergine e la scenografia settecentesca convivono con impianti tecnici contemporanei.

Acquedotti antichi di Roma

Roma disponeva di una rete articolata. Nel Parco degli Acquedotti restano visibili tratti di sei degli undici acquedotti che rifornivano la città antica: Anio Vetus, Aqua Marcia, Tepula, Iulia, Claudia e Anio Novus. parcoarcheologicoappiaantica

AcquedottoDatazioneFunzione e tracce principali
Aqua Appia312 a.C.Primo acquedotto urbano romano, sviluppato in larga parte nel sottosuolo
Anio Vetus272-269 a.C.Portava a Roma acque dell’area dell’Aniene
Aqua Marcia144 a.C.Captava sorgenti dell’alta valle dell’Aniene; era nota in antico per la qualità dell’acqua sovraintendenzaroma
Aqua Tepula125 a.C.Rete destinata ai quartieri orientali della città
Aqua Iulia33 a.C.Realizzata nel quadro delle opere promosse da Agrippa
Aqua Virgo19 a.C.Ancora attiva e collegata alle fontane della Roma barocca sovraintendenzaroma
Aqua Alsietina2 a.C.Acquedotto augusteo alimentato dal lago di Martignano
Aqua Claudia52 d.C.Celebre per le grandi arcate ancora visibili nel suburbio
Anio Novus52 d.C.Inaugurato insieme al Claudio e alimentato dal bacino dell’Aniene
Aqua Traiana109 d.C.Convogliava sorgenti dell’area di Vicarello e del lago di Bracciano sovraintendenzaroma
Aqua Alexandrina226 d.C.Costruita per incrementare l’approvvigionamento delle terme di Alessandro Severo sovraintendenzaroma

Emissari, cloache e ricerche nel Lazio

Le cavità artificiali legate all’acqua comprendono emissari, cunicoli di captazione, acquedotti, cisterne e pozzi. Sono opere che regolano laghi e corsi d’acqua, intercettano sorgenti oppure trasportano risorse idriche a distanza. La classificazione speleo-archeologica riconosce gli emissari di Nemi e la Cloaca Massima tra le opere di regimazione e bonifica, mentre gli acquedotti rientrano nelle strutture di trasporto. [35](35 e 36 e da 41 a 43 cavità artificiali e archeologia.txt)

Tra gli esempi più noti nel Lazio figura l’Emissario del lago di Nemi, cunicolo artificiale lungo circa 1,6 chilometri. Fu scavato attraverso il versante occidentale del cratere per regolare il livello del lago e convogliare le acque verso Vallericcia. La datazione viene generalmente riferita al periodo compreso tra VI e V secolo a.C.; alcune parti dell’opera sono state ricondotte al 398-397 a.C. parchilazio

L’emissario ha avuto un ruolo anche nella storia delle navi romane di Nemi. Nel Novecento il drenaggio del lago consentì il recupero delle due grandi imbarcazioni di età imperiale. Le ricerche recenti si concentrano ora sul fondale. Tra il 18 e il 25 ottobre 2024, CNR, Direzione regionale Musei Lazio e altri enti hanno svolto rilievi geofisici non invasivi con ecoscandaglio multifascio. La nuova mappatura ha documentato frane sommerse e i resti dei canali di cantiere impiegati per recuperare le navi. Sono previste ulteriori analisi del sottofondo e possibili verifiche archeologiche mirate. engramma

L’Emissario del lago Albano è un’altra grande opera cunicolare dei Colli Albani. Il Parco dei Castelli Romani lo descrive come una struttura di valore storico, archeologico, geologico e speleologico. Al momento risulta inaccessibile per la difficoltà del percorso e per il livello dell’acqua. Dal 2013 il Progetto Albanus ha avviato esplorazioni, rilievi topografici e documentazione speleosubacquea del condotto. parchilazio

A Roma, la Cloaca Massima rappresenta un diverso modello di infrastruttura. Fu progettata in età arcaica per canalizzare il corso d’acqua del Velabro e contribuire alla bonifica della valle del Foro Romano. La Sovrintendenza la considera il più grande collettore fognario romano ancora funzionante. L’accesso interno è oggi chiuso per ragioni di sicurezza, condizione che conferma la necessità di distinguere tra studio scientifico, tutela e fruizione pubblica. sovraintendenzaroma

L’Aqua Virgo, l’Emissario di Nemi, l’Emissario Albano e la Cloaca Massima raccontano funzioni differenti. In comune hanno la presenza del sottosuolo come spazio tecnico. Le loro esplorazioni permettono di leggere il rapporto tra paesaggio, acque, manutenzione e insediamenti nell’antico Lazio.

Fonti

  • Turismo Roma, “Acquedotto Vergine in via del Nazareno” turismoroma
    https://www.turismoroma.it/it/luoghi/acquedotto-vergine-del-nazareno
  • Sovrintendenza Capitolina, “Acquedotti, Cisterne e Cloache” sovraintendenzaroma
    https://www.sovraintendenzaroma.it/content/acquedotti-cisterne-e-cloache
  • Turismo Roma, “Fontana di Trevi” turismoroma
    https://www.turismoroma.it/it/luoghi/fontana-di-trevi
  • Roma Capitale, “Fontana di Trevi, conclusa manutenzione straordinaria” comune.roma
    https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/fontana-di-trevi-conclusa-manutenzione-straordinaria.page
  • Parco Archeologico dell’Appia Antica, “Parco degli Acquedotti” parcoarcheologicoappiaantica
    https://www.parcoarcheologicoappiaantica.it/luoghi/via-appia-antica/parco-degli-acquedotti-via-lemonia/
  • Madricardo et al., “Il lago di Nemi e le sue rive. Indagini non invasive e prospettive di ricerca” engramma
    https://www.engramma.it/eOS/index.php?id_articolo=5969
  • Parchi Lazio, “L’Emissario del Lago di Nemi” parchilazio
    https://www.parchilazio.it/lago_albano-schede-32971-l_emissario_del_lago_di_nemi
  • Parchi Lazio, “Emissario del lago Albano” parchilazio
    https://www.parchilazio.it/schede-876-emissario_del_lago_albano

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  • Dati bionomici sui coleotteri ipogei Duvalius del Piemonte: temperature, umidità e metamorfosi nelle grotte alpine
    Condividi Studio preliminare su temperatura, umidità relativa e ciclo vitale di otto specie di Duvalius nelle cavità sotterranee piemontesi rivela preferenze microambientali nel MSS e tempi di maturazione degli adulti Un gruppo di ricercatori piemontesi ha pubblicato dati preliminari sulla bionomia di diverse specie di coleotteri del genere Duvalius (Coleoptera, Carabidae, Trechini) presenti nelle grotte del Piemonte. Lo studio, firmato da Pier Mauro Giachino della World Biodiversity Associat
     

Dati bionomici sui coleotteri ipogei Duvalius del Piemonte: temperature, umidità e metamorfosi nelle grotte alpine

August 20th 2026 at 06:00

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Studio preliminare su temperatura, umidità relativa e ciclo vitale di otto specie di Duvalius nelle cavità sotterranee piemontesi rivela preferenze microambientali nel MSS e tempi di maturazione degli adulti

Un gruppo di ricercatori piemontesi ha pubblicato dati preliminari sulla bionomia di diverse specie di coleotteri del genere Duvalius (Coleoptera, Carabidae, Trechini) presenti nelle grotte del Piemonte. Lo studio, firmato da Pier Mauro Giachino della World Biodiversity Association onlus ed Enrico Lana di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, fornisce informazioni su temperatura, umidità°° relativa dell’aria, metamorfosi ed etologia di questi insetti ipogei.

Contesto della ricerca biospeleologica in Piemonte

Il Piemonte rappresenta una regione in cui la fauna legata all’ambiente sotterraneo può considerarsi ormai ben conosciuta, soprattutto dal punto di vista tassonomico e corologico. Il genere Duvalius Delarouzé e, 1859 occupa un posto di rilievo tra i Coleotteri Carabidi ipogei piemontesi, essendo stato oggetto di numerosi contributi scientifici che hanno portato alla descrizione di specie nuove anche in tempi recenti.

Nonostante le conoscenze tassonomiche avanzate, gli aspetti ecologici e bionomici di queste specie rimanevano poco esplorati. L’individuazione nel 2020, anno tendenzialmente caldo e siccitoso, di un microambiente sotterraneo dove alcune specie di Duvalius risultavano numericamente più abbondanti ha spinto i ricercatori ad approfondire le indagini.

Metodologia delle osservazioni sul campo

Le osservazioni sono state condotte in modo più o meno occasionale e non finalizzate a priori all’ottenimento di dati quantitativi statisticamente utilizzabili. I dati presentati devono quindi essere considerati strettamente qualitativi. In campo si è proceduto, in modo standardizzato, alla misurazione della temperatura ( °C) e dell’umidità relativa dell’aria (UR) mediante un termoigrometro digitale HD 2101.1 Delta Ohm con sonda combinata HP 472AC %RH e temperatura Pt100, posizionata nell’area di rinvenimento dei Duvalius in attività.

I dati relativi allo sviluppo larvale e ai tempi di maturazione degli adulti neo-sfarfallati sono stati ottenuti da esemplari allevati in frigorifero, alla temperatura di 7,5-9,0 °C, in barattoli di vetro contenenti terriccio proveniente dalla località di cattura.

Preferenze microambientali nel MSS (Ambiente Sotterraneo Superficiale)

Le osservazioni hanno rivelato che alcune specie di Duvalius (carantii, pecoudi, lanai, occitanus, morisii, chestai, meovignai) prediligono, nei mesi di giugno-agosto, soggiornare presso l’entrata delle cavità. In questo particolare microambiente, riconducibile a un vero Ambiente Sotterraneo Superficiale (o M.S.S. secondo la terminologia francese), queste specie possono essere rinvenute mediante scavo a una profondità variabile fra pochi centimetri e mezzo metro.

Contemporaneamente, le stesse specie scarseggiano nelle parti interne della cavità. I dati di temperatura e umidità relativa dell’aria ottenuti con misurazioni effettuate in contemporanea con la cattura delle diverse specie sono riportati in una tabella che include stazioni di raccolta distribuite su un ampio range altitudinale, da 690 a 2195 metri s.l.m.

Le temperature registrate nelle stazioni di raccolta variano da 3,7 °C a 12,5 °C, con valori medi intorno a 8-9 °C per la maggior parte delle specie. L’umidità°° relativa dell’aria si mantiene costantemente elevata, tra il 92% e il 98%, confermando la stretta dipendenza di questi insetti da ambienti ipogei con elevata umidità°° atmosferica.

Ciclo vitale e metamorfosi di Duvalius lanai

La cattura di larve ed esemplari adulti immaturi di Duvalius lanai Casale & Giachino, 2010 ha permesso di osservare per la prima volta le diverse fasi della metamorfosi di questa specie. Un esemplare al primo stadio di sviluppo è stato raccolto al Pozzo Congiuntivite il 29 novembre 2019; un esemplare al secondo stadio è stato raccolto al Pozzo del Rospo il 29 giugno 2020.

Esemplari maturi, al terzo stadio di sviluppo, sono stati raccolti ai Pozzi di Indiana Jones il 20 giugno 2020 e al Pozzo Innominato il 21 luglio 2020. Nella stessa grotta, il 13 agosto 2021, è stata rinvenuta una larva irrigidita nella tipica posizione prepupale. Questa larva dopo 2 giorni (il 15 agosto 2021) si era trasformata in pupa.

Dalla pupa, il 1 ottobre 2021 è sfarfallato un adulto che è stato seguito nelle fasi di maturazione fino al 9 novembre 2021. L’osservazione delle prime fasi di maturazione di questo adulto ha permesso, per comparazione del grado di maturità°° basato sul colore, di datare l’età°° dell’esemplare immaturo catturato alla Grotta della Navonera (stimata in circa 10 giorni) e tenuto in cattività per circa un anno.

I ricercatori stimano in circa 8 mesi il tempo necessario per la maturazione completa di un esemplare appena sfarfallato di Duvalius lanai. Questo dato rappresenta un’informazione preziosa per comprendere la biologia di questi coleotteri ipogei e il loro ciclo vitale nelle condizioni ambientali delle grotte piemontesi.

Comportamento alimentare ed etologia

L’allevamento in cattività di Duvalius lanai ha permesso di osservarne il comportamento alimentare, predatorio in particolare ai danni di Isopoda (Trichoniscus voltai e Buddelundiella zimmeri). Il comportamento alimentare mostra anche alcuni aspetti al momento poco comprensibili.

Diverse volte i ricercatori hanno osservato gli esemplari immaturi masticare lungamente grumi di argilla molto umida presenti sulle pareti del contenitore di allevamento. Non è chiaro se questo comportamento sia da ritenersi alimentare o se serva invece a idratarsi. Questa osservazione apre nuove domande sull’etologia di questi coleotteri e sulle loro strategie di sopravvivenza nell’ambiente ipogeo.

Limiti e prospettive della ricerca

I dati forniti portano ulteriori conoscenze sulla bionomia di alcune specie di Duvalius del Piemonte, ma devono essere considerati come assolutamente preliminari, necessitando di ulteriori approfondimenti in un ambito che lascia ancora ampi spazi di indagine. In particolare, i dati disponibili non sono sufficienti per l’esecuzione di analisi statistiche approfondite.

Sono pressoché totalmente assenti i dati di temperatura e umidità relativa delle stazioni in assenza di esemplari. Non si nota infine, se non a grandi linee, una correlazione fra altitudine della stazione di reperimento e temperatura, con una presenza di dati di praefé rendum apparentemente anomali rispetto alla quota.

Biologia Sotterranea Piemonte: vent’anni di ricerche

L’Associazione Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca, fondata nel 2018 con sede presso la Grotta di Bossea in Frabosa Soprana (Cuneo), riunisce speleologi, ricercatori e appassionati con l’obiettivo di promuovere studi sulla fauna e sull’ambiente ipogeo. Il gruppo ha accumulato un ricco database di oltre 12.000 record di fauna sotterranea distribuiti tra 865 specie animali in 1.260 località censite.

L’associazione organizza regolarmente incontri online dedicati agli specialisti e agli appassionati di biospeleologia, affrontando temi che spaziano dalla chirotterologia del Carso alle microplastiche nei sistemi carsici, dalla paleontologia e archeologia in grotta alla biospeleologia piemontese.

Fonti

  • Casale A., Giachino P.M. (2010), “Due nuovi Coleotteri ipogei delle Alpi occidentali: Duvalius (Duvalius) lanai n. sp. (Carabidae: Trechini) e Archeoboldoria sturanii n. sp. (Cholevidae: Leptodirinae) (Coleoptera)”, Rivista piemontese di Storia naturale, 31: 213-240. https://www.storianaturale.org/anp/PDF%20ANP/31_2010_Casale%20Giachino_Due%20nuovi%20Coleotteri%20ipogei%20delle%20Alpi%20occidentali%20Duvalius%20lanai%20e%20Arche.pdf
  • Casale A., Giachino P.M., Lana E. (2019), “Note sul genere Duvalius nelle Alpi occidentali e nell’Appennino Ligure, con descrizione di due nuovi taxa ipogei del Piemonte: Duvalius (Duvalius) chestai n. sp. e Duvalius (Duvalius) gestroi cristianae n. ssp. (Coleoptera, Carabidae: Trechini)”, Rivista piemontese di Storia naturale, 40: 317-353. https://www.storianaturale.org/anp/rivista_XL.html
  • Casale A., Giachino P. M., Lana E., Magrini P. (2022), “Note su alcune specie di Duvalius Delarouzé°°e delle Alpi occidentali, con descrizione di D. (Duvalius) meovignai n. sp., nuovi dati corologici su D. lanai Casale & Giachino, e rivalutazione specifica di D. waillyi Giordan & Raffaldi (Coleoptera, Carabidae: Trechini)”, Rivista piemontese di Storia naturale, 43: 99-116. https://www.storianaturale.org/anp/rivista_XL.html
  • Lana E., Giachino P.M., Casale A. (2021), Fauna Hypogaea Pedemontana. Grotte e ambienti sotterranei del Piemonte e della Valle d’Aosta, WBA Monographs 6, WBA Project Ed., Verona, 1044 p. https://iris.polito.it/handle/11583/2983678
  • Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca: https://www.scintilena.com/habemus-associazione-biologia-sotterranea-piemonte-gruppo-di-ricerca-diventa-ufficiale/10/25/
  • Catasto Speleologico Piemontese e Valdostano: https://catastogrotte-piemonte.net/contatti.html
  • Museo Appunti – Biospeleologia del Piemonte: http://www.museoappunti.it/il-museo/appunti-di-biologia/biospeleologia-del-piemonte-storia-della-biologia-sotterranea/

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  • Mujina Pecina, nuove datazioni spostano indietro di 30.000 anni il Musteriano in Dalmazia
    Condividi Nuove datazioni dei sedimenti della grotta croata di Mujina Pecina indicano frequentazioni musteriane risalenti fino a circa 80.000 anni fa. La presenza umana documentata in Dalmazia viene così retrodatata di circa 30.000 anni. Tra gli autori dello studio pubblicato su Antiquity anche il geoarcheologo italiano Giovanni Boschian, da anni impegnato nelle ricerche sul sito. Le grotte della Dalmazia continuano a restituire informazioni importanti sulla presenza umana preistorica lungo l
     

Mujina Pecina, nuove datazioni spostano indietro di 30.000 anni il Musteriano in Dalmazia

August 20th 2026 at 05:00

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Nuove datazioni dei sedimenti della grotta croata di Mujina Pecina indicano frequentazioni musteriane risalenti fino a circa 80.000 anni fa. La presenza umana documentata in Dalmazia viene così retrodatata di circa 30.000 anni. Tra gli autori dello studio pubblicato su Antiquity anche il geoarcheologo italiano Giovanni Boschian, da anni impegnato nelle ricerche sul sito.

Le grotte della Dalmazia continuano a restituire informazioni importanti sulla presenza umana preistorica lungo l’Adriatico orientale.

Nei mesi scorsi Scintilena aveva dato notizia della pubblicazione di un volume dedicato all’archeologia delle grotte della regione di Zara, nato dalle ricerche condotte nelle cavità carsiche della Dalmazia settentrionale e dalla lunga collaborazione tra archeologi e speleologi croati. Tra i siti ricordati figurava anche Velika Pecina, grotta con testimonianze musteriane attribuite ai Neandertal.

Ora una nuova ricerca porta ancora più indietro nel tempo la storia delle frequentazioni umane nelle grotte dalmate.

Protagonista è Mujina Pecina, cavità della Croazia meridionale situata a nord delle città di Trogir e Kastela, a circa 280 metri sul livello del mare. Il termine croato pecina significa semplicemente “grotta”.

La cavità misura circa 10 per 8 metri: dimensioni modeste, ma al suo interno è conservata una sequenza stratigrafica di grande importanza per lo studio del Paleolitico medio nell’Adriatico orientale.

Un nuovo studio pubblicato nel 2026 sulla rivista internazionale Antiquity da Ivor Karavanic, Slobodan Miko, Marko Banda, Giovanni Boschian, Rory Becker e Fred H. Smith presenta nuove datazioni ottenute mediante luminescenza otticamente stimolata (OSL).

I risultati indicano che alcuni degli strati archeologici più profondi della grotta sono molto più antichi di quanto ritenuto finora: le frequentazioni musteriane documentate a Mujina Pecina arriverebbero infatti a circa 80.000 anni fa.

Giovanni Boschian e le ricerche a Mujina Pecina

Tra gli autori dello studio figura Giovanni Boschian, geoarcheologo italiano da tempo coinvolto nelle ricerche sulla grotta dalmata.

Boschian era già tra gli autori dello studio pubblicato nel 2017 su Quaternary International, dedicato ai Neandertal della Croazia e, in particolare, ai processi di formazione del sito, alla cronologia, ai cambiamenti climatici e alle tracce dell’attività umana conservate a Mujina Pecina.

Le nuove datazioni non rappresentano quindi un risultato isolato, ma si inseriscono in una ricerca di lunga durata sulla successione sedimentaria della cavità: è questo uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista speleologico: per interpretare correttamente i reperti archeologici è necessario comprendere come si sono formati, modificati e conservati nel tempo i depositi all’interno della grotta.

Una piccola grotta, un grande archivio del Paleolitico

Mujina Pecina è il primo sito della Dalmazia scavato sistematicamente e datato con metodi radiometrici nel quale sia stata riconosciuta un’inequivocabile sequenza stratigrafica del Paleolitico medio.

Gli strati sono costituiti da sedimenti quaternari comprendenti grandi clasti calcarei e ghiaie, insieme a sabbie contenenti minerali silicatici, limo e argilla. Nell’intera successione prevalgono ghiaie fini e medie.

All’interno di questi depositi sono stati rinvenuti resti faunistici e manufatti appartenenti a differenti industrie musteriane, comprese industrie denticolate e il cosiddetto Charentiano balcanico.

Le precedenti datazioni, effettuate mediante radiocarbonio e in parte attraverso la risonanza di spin elettronico (ESR), avevano collocato la sequenza principalmente tra circa 49.000 e 39.000 anni fa.

Esisteva però un problema: alcuni campioni provenienti dagli strati più profondi erano troppo antichi per essere datati efficacemente con il radiocarbonio.

Quanto erano antichi, dunque, i livelli inferiori della grotta?

La OSL: quando sono i sedimenti a fornire la data

Per cercare una risposta i ricercatori hanno utilizzato la luminescenza otticamente stimolata, indicata con la sigla OSL (Optically Stimulated Luminescence).

Pianta di Mujina Pecina con l’ubicazione dei punti di prelievo dei campioni destinati alla datazione OSL. In grigio chiaro è indicata l’estensione della trincea di scavo. Figura: M. Banda. Da Karavanic et al., 2026, Antiquity, CC BY-NC-ND 4.0

La tecnica permette, in termini semplificati, di determinare quanto tempo sia trascorso dall’ultima esposizione alla luce di determinati minerali contenuti nei sedimenti. Nel caso di Mujina Pecina sono stati analizzati granuli di quarzo.

Il campionamento è stato effettuato nel 2020. Dopo aver ripulito la superficie del profilo stratigrafico, i ricercatori hanno inserito nel deposito tubi opachi lunghi 300 millimetri, in modo da evitare che il sedimento destinato alle analisi venisse esposto alla luce.

Sono stati campionati lo strato B, nella parte superiore della successione del Paleolitico medio, e due livelli profondi denominati E3A ed E3C.

Le analisi sono state effettuate presso il Luminescence Dating Laboratory dell’Institute of Physics della Silesian University of Technology di Gliwice, in Polonia.

La sorpresa arriva dagli strati più profondi

Il campione proveniente dallo strato B ha restituito un’età di circa 35.000-39.000 anni, sostanzialmente coerente con le precedenti datazioni al radiocarbonio.

Ben diverso è il quadro emerso dal complesso stratigrafico E3.

Profilo stratigrafico orientale di Mujina Pecina (profilo D, quadrato E5), con la successione dei livelli e la posizione dei campioni prelevati per le datazioni OSL. Figura: M. Banda. Da Karavanic et al., 2026, Antiquity, CC BY-NC-ND 4.0

Lo strato E3A è stato datato a circa 65.000-73.000 anni fa, mentre lo strato E3C, ancora più antico, ha restituito un’età compresa approssimativamente tra 73.000 e 82.000 anni fa.

La parte inferiore della successione stratigrafica di Mujina Pecina risulta quindi molto più antica di quanto si pensasse.

Questi livelli non apparterrebbero al MIS 3, come precedentemente ipotizzato, ma al MIS 4 e, nel caso dello strato E3C, addirittura al MIS 5a.

MIS è l’acronimo di Marine Isotope Stage, gli stadi isotopici marini utilizzati per ricostruire le grandi oscillazioni climatiche del Quaternario.

Il Musteriano in Dalmazia almeno 30.000 anni prima

La conseguenza archeologica delle nuove datazioni è rilevante.

Secondo gli autori, i risultati OSL mostrano che occupazioni musteriane erano presenti in questa parte della Dalmazia almeno 30.000 anni prima di quanto precedentemente documentato.

Non si tratta quindi semplicemente di correggere di qualche millennio la cronologia di un singolo sito. I nuovi risultati modificano sensibilmente il quadro conosciuto delle frequentazioni umane del Paleolitico medio lungo l’Adriatico orientale.

Ed è qui che il nuovo studio si collega direttamente alle altre ricerche nelle grotte dalmate.

Il confronto con Velika Pecina e Crvena Stijena

Una cronologia paragonabile sarebbe stata ottenuta anche nello strato 22 di Velika Pecina, grotta situata nel canyon di Klicevica, attraverso una datazione OSL che gli autori del nuovo lavoro indicano come ancora inedita.

Velika Pecina era già comparsa sulle pagine di Scintilena nel recente articolo dedicato all’archeologia delle grotte della regione di Zara e ai 120 anni di ricerche speleologiche in Croazia.

Il nuovo dato citato nello studio di Mujina Pecina è quindi particolarmente interessante: suggerisce che le testimonianze più antiche del Paleolitico medio nelle grotte dalmate potrebbero non rappresentare un caso isolato.

Le nuove età di Mujina Pecina sono inoltre vicine alla più antica datazione ottenuta mediante ESR per lo strato XXIV di Crvena Stijena, importante sito in grotta del Montenegro, attribuita al MIS 5a, circa 85.000-71.000 anni fa.

Mujina Pecina, Velika Pecina e Crvena Stijena cominciano così a delineare un quadro più ampio delle frequentazioni umane nelle grotte dell’Adriatico orientale durante il Paleolitico medio.

Il Charentiano balcanico

Le nuove date sono importanti anche per interpretare le industrie litiche rinvenute nella grotta.

Gli strati più antichi di Mujina Pecina appartengono al complesso E3 e contengono un’elevata percentuale di raschiatoi trasversali. Questa caratteristica ha portato gli archeologi ad attribuire l’industria al cosiddetto Charentiano balcanico, una particolare espressione del Musteriano.

Il Musteriano comprende industrie litiche del Paleolitico medio che, nel contesto europeo, sono associate soprattutto ai Neandertal.

Disporre ora di una cronologia che porta i livelli inferiori di Mujina Pecina fino a circa 80.000 anni fa permetterà confronti più precisi con i complessi musteriani provenienti da altre grotte dei Balcani e da altre regioni europee.

La ricerca di Mujina Pecina offre infine uno spunto interessante per gli speleologi. Una grotta non conserva soltanto reperti archeologici. Il suo riempimento sedimentario può essere esso stesso un archivio nel quale rimangono registrate le frequentazioni umane, le fasi deposizionali, i processi naturali che hanno interessato la cavità e le trasformazioni ambientali avvenute nell’arco di decine di migliaia di anni.

A Mujina Pecin, per la nuova cronologia, a parlare sono stati i sedimenti che li contengono.

Ingresso di Mujina Pecina, Dalmazia, Croazia. Foto: I. Karavanic. Da Karavanic et al., 2026, Antiquity, CC BY-NC-ND 4.0

La possibilità di datare mediante OSL i granuli di quarzo presenti nella successione ha consentito ai ricercatori di superare il limite incontrato dal radiocarbonio nei livelli più antichi.

È proprio l’integrazione tra archeologia, geoarcheologia, stratigrafia, studio dei processi di formazione dei depositi e tecniche di datazione a rendere particolarmente significativo il lavoro condotto nella grotta.

Una cavità di appena una decina di metri può così conservare decine di migliaia di anni di storia e contribuire a modificare il quadro della presenza umana preistorica di un’intera regione.

Mujina Pecina ci racconta oggi che circa 80.000 anni fa gruppi umani musteriani frequentavano già le grotte della Dalmazia. Il confronto con Velika Pecina e Crvena Stijena suggerisce inoltre che sotto i depositi delle cavità dell’Adriatico orientale possa essere conservata una storia della presenza umana ancora in parte da ricostruire.

In breve e in parole semplici: cosa ci racconta Mujina Pecina?

Mujina Pecina è una piccola grotta della Dalmazia che conserva tracce della presenza umana nel Paleolitico medio.

Finora si pensava che i suoi livelli musteriani più antichi risalissero a circa 50.000 anni fa. Le nuove analisi dei sedimenti con il metodo OSL hanno invece datato alcuni degli strati più profondi fino a circa 80.000 anni fa.

In sostanza, significa che gruppi umani frequentavano questa parte della Dalmazia circa 30.000 anni prima di quanto fosse stato documentato finora.

La cosa interessante, anche per gli speleologi, è che a permettere questo salto indietro nel tempo sono stati i sedimenti conservati nella grotta: minuscoli granuli di quarzo hanno consentito ai ricercatori di stabilire quando quei depositi si formarono.

Una piccola grotta, quindi, ha conservato per decine di migliaia di anni un pezzo importante della storia umana dell’Adriatico.

Lo studio

Ivor Karavanic, Slobodan Miko, Marko Banda, Giovanni Boschian, Rory Becker, Fred H. Smith, 2026, Mousterian occupations in Dalmatia, Croatia: early dates suggested by optically stimulated luminescence, Antiquity, First View, pp. 1-7. DOI: 10.15184/aqy.2026.10400 https://www.cambridge.org/core/journals/antiquity/article/mousterian-occupations-in-dalmatia-croatia-early-dates-suggested-by-optically-stimulated-luminescence/09697AA242330FEDD20328D02CB0B790

Lo studio è pubblicato in Open Access.

Per approfondire

Scintilena, 8 marzo 2026, Archeologia delle grotte nella regione di Zara: un volume celebra 120 anni di ricerche speleologiche in Croazia https://www.scintilena.com/archeologia-delle-grotte-nella-regione-di-zara-un-volume-celebra-120-anni-di-ricerche-speleologiche-in-croazia/03/08/

L'articolo Mujina Pecina, nuove datazioni spostano indietro di 30.000 anni il Musteriano in Dalmazia proviene da Scintilena.

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