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Quasi senza fine premiato a Málaga: il Buco del Castello e la memoria del soccorso speleologico

Október 14th 2026 at 11:00

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Il documentario di Giorgio Tomasi riceve il Premio speciale del pubblico all’Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026. La vicenda di Roncobello del 1966 riapre il racconto delle origini del soccorso speleologico italiano, fino alle trasformazioni seguite al terremoto dell’Irpinia e alla tragedia di Vermicino.

Quasi senza fine: il premio del pubblico al festival ASEDEB 2026

Quasi senza fine, il documentario diretto da Giorgio Tomasi sulla tragedia del Buco del Castello, ha ottenuto il Premio speciale del pubblico come Miglior Documentario all’Espeleo Canyoning Cinema ASEDEB 2026. Selezionato nella Sezione ufficiale in concorso, nella categoria Lungometraggi di Speleologia, il film è stato proiettato sabato 10 ottobre alla presenza del regista. Il riconoscimento porta all’attenzione del pubblico una vicenda centrale nella storia del soccorso speleologico italiano.

Il festival si è svolto a Málaga dal 10 al 12 ottobre 2026. Lo ha organizzato l’Asociación Española de Espeleología y Barrancos, ASEDEB. Il concorso comprende opere dedicate alla speleologia, alla speleosubacquea e al canyoning. Il regolamento distingue i premi della giuria dai riconoscimenti assegnati dal pubblico.

La manifestazione nasce per diffondere il racconto audiovisivo degli ambienti sotterranei e delle forre. Accanto all’esplorazione, il progetto valorizza la collaborazione tra i partecipanti, la conoscenza degli ecosistemi e il rispetto degli ambienti naturali.

Quasi senza fine e le testimonianze del Buco del Castello

Il film ricostruisce quanto accadde nell’aprile 1966 al Buco del Castello. La grotta si apre a Roncobello, in alta Val Brembana, in provincia di Bergamo. Il racconto segue le giornate dell’emergenza attraverso le voci dei protagonisti e dei soccorritori. Le testimonianze restituiscono l’attesa, i tentativi di raggiungere gli speleologi bloccati e le difficoltà del recupero.

Quasi senza fine è un’opera autogestita e autofinanziata. Secondo le informazioni della produzione, il lavoro ha richiesto oltre due anni e la collaborazione di numerosi amici. Il documentario aveva già incontrato il pubblico italiano nel 2025. Una proiezione a Bergamo fu annunciata con il contributo della Provincia e il patrocinio della Federazione Speleologica Lombarda, del CNSAS e della Società Speleologica Italiana.

Il 18 dicembre 2025 il Gruppo Speleologico Bolognese ha organizzato una proiezione alla Mediateca di San Lazzaro di Savena. Ad accompagnare Giorgio Tomasi erano Sergio Orsini e Aurelio “Lelo” Pavanello, partecipanti alla spedizione del 1966. Il confronto con i testimoni lega il film alla memoria della comunità speleologica.

Buco del Castello: l’esplorazione del 1966 diventa un’emergenza

Conosciuto dagli speleologi lombardi dal 1956, il Buco del Castello fu interessato nel 1966 da nuove esplorazioni dei bolognesi. Durante le uscite primaverili vennero affrontati il grande pozzo e i salti successivi. La spedizione del ponte del 25 aprile prevedeva di proseguire l’esplorazione, rilevare la cavità e recuperare il materiale durante l’uscita.

Una piena del corso d’acqua sotterraneo impedì a quattro speleologi di risalire. Il passaggio verticale divenne impraticabile. I compagni rimasti più in alto raggiunsero l’esterno e attivarono i soccorsi. L’emergenza richiamò uomini e materiali da diversi gruppi italiani.

Durante il tentativo di raggiungere i bloccati, Luigi Donini e Carlo Pelagalli precipitarono nel pozzo investito dall’acqua. Entrambi persero la vita. I quattro speleologi inizialmente intrappolati furono salvati. L’intervento si concluse con il recupero delle salme, tra il 30 aprile e il 1° maggio.

Soccorso speleologico: una storia che precede Roncobello

La tragedia del Buco del Castello segnò il primo banco di prova del soccorso speleologico appena organizzato su scala nazionale. L’assemblea costituente si era svolta a Torino il 5 e 6 marzo 1966. Vi avevano aderito circa cento volontari, suddivisi in cinque gruppi. Roncobello mostrò quanto fosse necessario trasformare la disponibilità dei singoli in procedure condivise.

Il film porta questa storia fuori dalla sola memoria associativa. Il premio ottenuto a Málaga riguarda un racconto che unisce esplorazione, responsabilità e soccorso. La vicenda resta legata ai nomi di Donini e Pelagalli, ma anche al lavoro collettivo di chi contribuì al salvataggio. L’organizzazione nata in quegli anni sarebbe entrata nel Soccorso Alpino nel 1968. Nel 1990 la componente speleologica divenne parte integrante della struttura con l’attuale denominazione CNSAS.

Relazione: come si è costruito il soccorso speleologico in Italia

Soccorso speleologico italiano: dalla solidarietà alla struttura nazionale

La storia del soccorso speleologico italiano non coincide con un solo incidente. È un processo formato da esperienze locali, emergenze, collaborazione tra gruppi e riconoscimenti istituzionali. Il Buco del Castello ne rappresenta un passaggio decisivo. Irpinia e Vermicino appartengono a una fase successiva: quella della costruzione di un sistema nazionale capace di coordinare organizzazioni diverse. [web:33][web:8][web:32]

La distinzione cronologica chiarisce il rapporto fra questi eventi. Nel 1966 si organizzò il soccorso specialistico in grotta. Nel 1980 e nel 1981 maturò una più ampia consapevolezza pubblica sul coordinamento delle emergenze. Non si tratta di origini alternative. Sono livelli diversi di una stessa evoluzione: competenza tecnica, organizzazione operativa e integrazione nel sistema pubblico. [web:33][web:48][web:32]

Il precedente istituzionale era il Corpo Soccorso Alpino, costituito dal Club Alpino Italiano il 12 dicembre 1954. L’organizzazione riunì strutture territoriali già attive in montagna. Fra i promotori ebbero un ruolo centrale il medico Scipio Stenico e il presidente generale del CAI Bartolomeo Figari. La componente speleologica si sviluppò successivamente, con esigenze e tecniche proprie. [web:8]

Incidenti in grotta prima del 1966: i limiti del soccorso locale

La ricostruzione pubblicata dal GSB-USB e curata da Lelo Pavanello documenta diversi incidenti precedenti alla nascita del corpo nazionale. Nel 1955 Lucio Mersi morì all’Abisso Gachè, nel massiccio del Marguareis. Nel 1961 Adriana Androsoni perse la vita al Pozzo della Ventrosa, nel Lazio. Nel 1964 Marisa Bolla Castellani morì alla Spluga della Preta, sui Monti Lessini. [web:33]

I recuperi furono organizzati dai gruppi speleologici, talvolta con l’aiuto di colleghi provenienti da altre città. Esistevano capacità tecniche e una forte disponibilità al mutuo aiuto. Mancava una rete nazionale stabile. Materiali, allarmi e squadre dipendevano in larga misura dalle risorse reperibili in quel momento. [web:33]

Nel 1965 due morti accelerarono il cambiamento. Alla Grotta Guglielmo, sul Monte Palanzone, morì Gianni Piatti. Per il recupero fu necessario mobilitare speleologi di più regioni. L’operazione richiese sei giorni e mise in evidenza la carenza di attrezzature specifiche. Poco dopo Eraldo Saracco perse la vita nella grotta Su Anzu, in Sardegna. Gli amici del Gruppo Speleologico Piemontese diedero nuovo impulso alla costituzione di una struttura dedicata. [web:33]

Torino 1966: nasce il Corpo di Soccorso Speleologico

Il passaggio dalle intenzioni all’organizzazione avvenne attraverso il confronto tra gruppi. Il 19 settembre 1965, a Formigine, Giulio Badini presentò una relazione sull’opportunità di creare un Corpo di Soccorso Speleologico. L’intervento si svolse nell’ambito del sesto congresso speleologico dell’Emilia-Romagna. Il gruppo torinese sostenne una parte rilevante del lavoro organizzativo. Altri gruppi misero a disposizione sedi e materiali. [web:33]

L’assemblea del 5 e 6 marzo 1966 a Torino riunì circa cento volontari. La prima struttura comprendeva cinque gruppi operativi. Il numero descrive una rete ancora contenuta, ma già orientata a superare l’isolamento delle realtà locali. [web:33]

La scelta fondamentale era la condivisione. Squadre provenienti da luoghi diversi dovevano poter lavorare insieme. Servivano metodi compatibili, materiali adeguati e responsabilità riconoscibili. Il soccorso non poteva dipendere soltanto dall’esperienza individuale degli esploratori. Questa esigenza sarebbe rimasta centrale anche nei congressi e nelle esercitazioni successive. [web:33]

Buco del Castello 1966: il primo banco di prova nazionale

L’emergenza di Roncobello arrivò poche settimane dopo l’assemblea costituente. Quattro uomini erano bloccati sotto un pozzo attraversato da una piena. Le comunicazioni a voce erano ostacolate dal fragore dell’acqua. Un fraintendimento fece ritenere che uno degli intrappolati fosse ferito. [web:7]

Luigi Donini e Carlo Pelagalli entrarono per portare aiuto e materiali. Nel tentativo di raggiungere i compagni caddero e subirono lesioni gravissime. Pelagalli non sopravvisse. Per Donini vennero tentate cure e manovre di recupero, ma anche lui morì durante l’emergenza. La tragedia trasformò un blocco provocato dalla piena in un intervento con soccorritori gravemente feriti. [web:7]

Gianni Ribaldone riuscì a raggiungere gli uomini dopo lo spostamento dell’attacco delle scale. Partecipò anche al trasferimento di Donini oltre il pozzo, trasportandolo sulle spalle con un sacco Gramminger. Alle operazioni contribuirono speleologi di numerose città, sanitari, il Soccorso Alpino bergamasco e minatori chiamati ad allargare alcune strettoie. [web:7]

La ricostruzione dell’intervento rende visibili problemi ancora fondamentali: comunicare con precisione, valutare la piena, assistere il ferito e rendere percorribile la via d’uscita. Roncobello confermò la necessità del corpo appena costituito. La disponibilità al soccorso doveva accompagnarsi a una preparazione organizzata e alla protezione delle squadre impegnate. [web:7][web:33]

Soccorso speleologico nel CAI: integrazione e addestramento comune

Nel 1968 il Soccorso Speleologico entrò nel Corpo Nazionale Soccorso Alpino come sezione speleologica. L’inserimento diede una collocazione istituzionale alla rete nata due anni prima. La collaborazione con Bruno Toniolo, direttore del Soccorso Alpino, contribuì a questo percorso. [web:8][web:33]

Nel novembre 1969 si tenne a Trieste il primo congresso nazionale del Soccorso Speleologico. Il confronto riguardò sia le tecniche sia l’assistenza medica. Occorreva uniformare materiali e metodi, oltre a migliorare l’affiatamento fra volontari. Nel 1970 l’Antro del Corchia ospitò la prima esercitazione nazionale. Nel 1972 nacque il Bollettino, strumento di circolazione delle esperienze. [web:33]

L’addestramento comune permette di preparare il lavoro prima dell’incidente. Il problema non è soltanto raggiungere una persona in difficoltà. È organizzare l’assistenza e il trasporto lungo una cavità che può imporre pozzi, meandri e passaggi stretti. Lo sviluppo delle commissioni specialistiche e delle scuole risponde proprio a questa pluralità di esigenze. [web:39]

Terremoto in Irpinia: la coscienza nazionale del coordinamento

Il 23 novembre 1980 un terremoto di magnitudo 6,9 colpì Campania, Basilicata e marginalmente Puglia. Il Dipartimento della Protezione Civile riporta 2.734 vittime e 688 comuni gravemente danneggiati. L’ampiezza dell’emergenza mise in evidenza difficoltà e ritardi nella gestione dei soccorsi. [web:48]

Il presidente della Repubblica Sandro Pertini visitò i luoghi colpiti. Nel messaggio televisivo del 26 novembre denunciò le carenze dell’intervento statale e sollecitò la mobilitazione del Paese. Dopo i primi giorni, Giuseppe Zamberletti fu nominato commissario straordinario e riorganizzò i soccorsi, rafforzando il rapporto con i sindaci. [web:48]

Per la storia del soccorso speleologico, il significato dell’Irpinia riguarda il quadro generale dell’emergenza. Il corpo specialistico esisteva già. Il terremoto rese evidente che le singole competenze dovevano inserirsi in un coordinamento più ampio. La riflessione avviata in quei mesi contribuì alla nomina di Zamberletti a ministro per il Coordinamento della Protezione Civile nel febbraio 1982 e alla successiva istituzione del Dipartimento. [web:8][web:48]

Vermicino 1981: il soccorso nel pozzo e l’impatto pubblico

Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi, sei anni, cadde in un pozzo artesiano presso Frascati. Il pozzo era largo circa 30 centimetri e profondo 80 metri. Il bambino fu inizialmente localizzato a 36 metri. Non si trattava di una grotta naturale, ma di una cavità artificiale estremamente stretta. [web:32]

Le operazioni coinvolsero i Vigili del Fuoco e altri soccorritori, compresi speleologi. Vennero tentate diverse soluzioni, fra cui uno scavo con una trivella. Il 12 giugno arrivò sul posto anche Pertini. Il bambino morì senza che fosse possibile riportarlo in superficie vivo. [web:32]

La vicenda entrò nelle case attraverso una diretta televisiva durata 18 ore. Il pubblico seguì i tentativi, le attese e l’esito dell’emergenza. La Protezione Civile considera Vermicino una tappa decisiva nella presa di coscienza dei limiti del sistema e della necessità di coordinare meglio le risorse. [web:32]

Vermicino non segnò la nascita del soccorso speleologico. Ne mostrò al grande pubblico alcune competenze, dentro un’emergenza diversa dall’esplorazione in grotta. Insieme all’Irpinia, alimentò il dibattito che portò alla nuova organizzazione nazionale della Protezione Civile nel 1982. La lezione istituzionale riguardò il rapporto fra capacità specialistiche e direzione complessiva dell’intervento. [web:33][web:32]

CNSAS e Protezione Civile: le tappe del riconoscimento pubblico

Nel 1990 la componente speleologica divenne parte integrante dell’organizzazione, che assunse l’attuale denominazione di Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Nel 1991 zone e stazioni furono ricomprese nei servizi regionali e provinciali. La struttura territoriale acquistò così maggiore unitarietà. [web:8]

Il 1992 portò due passaggi rilevanti. La legge 162 introdusse provvedimenti a favore dei volontari e delle attività operative e addestrative. La legge 225 istituì il Servizio nazionale della Protezione Civile, individuando il CNSAS fra le strutture operative nazionali. [web:8]

La legge 74 del 2001 riconobbe la funzione di servizio di pubblica utilità del CNSAS. Rafforzò inoltre il rapporto con il sistema sanitario per il soccorso in montagna e nell’ambiente ipogeo. La legge 289 del 2002 attribuì di norma al CNSAS e al Bergrettungsdienst dell’Alpenverein Südtirol il soccorso negli ambienti indicati dalla norma e il coordinamento in presenza di altre organizzazioni, escludendo le grandi emergenze e calamità. [web:8]

Questa distinzione mantiene separati l’intervento specialistico ordinario e la gestione generale di una calamità. Il CNSAS opera nel sistema pubblico, in collaborazione con servizi sanitari e Protezione Civile. Le norme non cancellano le competenze degli altri enti. Definiscono ruoli e relazioni necessarie al lavoro congiunto. [web:8]

Soccorso speleologico oggi: territorio, sanità e specializzazioni

La pagina istituzionale del CNSAS descrive il Soccorso Speleologico articolato in 17 zone, generalmente corrispondenti alle regioni. Le zone sono suddivise in stazioni. La struttura consente di mantenere presìdi territoriali e di utilizzare competenze specialistiche nelle emergenze locali, nazionali o all’estero. [web:39]

Le commissioni affrontano aspetti distinti, ma collegati, dell’intervento:

  • La Commissione medica, costituita nel 1984, riunisce medici e infermieri con esperienza speleologica. Cura l’assistenza al paziente e l’uniformità di tecniche e materiali sanitari. [web:39]
  • La Commissione speleosubacquea, costituita nel 1984 e operativa dalla prima esercitazione del 1985, interviene nei tratti allagati e nelle acque confinate. [web:39]
  • La Commissione disostruzione, istituita nel 1992, opera sui passaggi che impediscono il transito della barella e studia metodi condivisi per questi interventi. [web:39]
  • La Commissione tecnica speleologica, formalizzata nel 1992, sperimenta dispositivi e materiali. Dal 2004 la Scuola Nazionale Tecnici del Soccorso Speleologico assume il compito formativo prima svolto dalla commissione nei corsi nazionali. [web:39]
  • La Commissione comunicazione e documentazione raccoglie e diffonde informazioni sulle esercitazioni e sugli interventi, attraverso gli addetti stampa delle delegazioni. [web:39]

Queste funzioni rendono concreto il concetto di organizzazione. Il sanitario deve raggiungere il paziente. Il ferito deve poter attraversare la cavità. Le squadre devono comunicare con la direzione delle operazioni. La soluzione richiede un lavoro integrato, non una sola abilità tecnica. [web:39]

Tecnologie per il soccorso in grotta: comunicazioni e trasporto

L’evoluzione riguarda anche gli strumenti. Il CNSAS descrive barelle scomponibili, dispositivi di protezione del ferito e sistemi di comunicazione dedicati. Il sistema Ermes consente di portare una connessione dati in grotta e di collegare il personale sanitario con specialisti esterni. Le linee telefoniche rimangono un altro elemento del collegamento fra interno ed esterno. [web:39]

La Commissione tecnica sviluppa inoltre sistemi per verificare le linee e collegare il telefono sotterraneo al campo base. Il campo interno modulare Estià risponde alle necessità di riposo, nutrizione e recupero dei tecnici impegnati nelle grotte profonde. La tecnologia sostiene quindi sia il paziente sia la continuità operativa delle squadre. [web:39]

Il confronto con il Buco del Castello mostra la continuità dei problemi. Nel 1966 il rumore dell’acqua ostacolò le comunicazioni. I passaggi stretti imposero lavori di allargamento. L’assistenza al ferito si intrecciò con un trasporto difficile. Le specializzazioni attuali affrontano, con strumenti e procedure evoluti, le stesse esigenze fondamentali dell’intervento sotterraneo. [web:7][web:39]

Dal Buco del Castello a Vermicino: le diverse radici di un sistema credibile

Gli incidenti del 1965 portarono a costruire una rete nazionale. L’assemblea di Torino le diede forma. Il Buco del Castello ne verificò subito le capacità e rese evidente il costo umano del soccorso. Congressi, esercitazioni e integrazione nel CAI consolidarono il percorso. [web:33][web:8]

Irpinia e Vermicino modificarono invece la coscienza pubblica dell’emergenza. Mostrarono la necessità di collegare le competenze operative a una responsabilità di coordinamento. Il riconoscimento legislativo e l’inserimento nella Protezione Civile completarono progressivamente questo quadro. [web:48][web:32][web:8]

La credibilità del soccorso speleologico italiano si fonda su questa convergenza. Esperienza sul terreno, formazione comune, ricerca tecnica, assistenza sanitaria e ruoli istituzionali lavorano insieme. Quasi senza fine conserva la voce di chi visse uno dei passaggi iniziali di tale storia. Il documentario riporta al centro una memoria che riguarda anche le condizioni del soccorso di oggi. [web:62][web:33][web:39]

Fonti consultate

Buco del Castello

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  • Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia
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Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia

Október 14th 2026 at 10:00

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Uno studio su nove grotte atlantiche spiega il paradosso della vulnerabilità. La biodiversità delle grotte marine italiane, dalla Grotta del Bue Marino alla Grotta Zinzulusa, richiede una tutela che consideri specie, funzioni ecologiche e circolazione delle acque.

Biodiversità delle grotte marine: la ricchezza non basta a garantire resilienza

Le grotte marine possono ospitare comunità ricche di organismi e restare fragili di fronte ai cambiamenti ambientali.

Una ricerca pubblicata nel 2026 su Marine Environmental Research individua una spiegazione precisa: molte combinazioni di caratteristiche ecologiche sono rappresentate da un solo taxon.

Se quel componente scompare, altri organismi della comunità potrebbero non svolgere un ruolo equivalente. [web:4]

Lo studio, intitolato “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, analizza nove grotte delle Canarie. Il lavoro è firmato da Yeray Gonzalez-Marrero, Antonio Canepa-Oneto, Sabrina Clemente, Javier Cristobo, Carlos Hernandez-Gonzalez, Aarón Herrero-Perez, Marina Adrover-Huesca e Vasilis Gerovasileiou. È stato pubblicato online il 13 febbraio 2026, con identificativo 107915 e DOI 10.1016/j.marenvres.2026.107915.

La notizia riguarda direttamente il modo di interpretare la biodiversità delle grotte marine. Il numero delle specie descrive la ricchezza di una comunità. La capacità di conservare i processi ecologici dipende anche da come quella ricchezza si distribuisce tra ruoli differenti.

Grotte marine atlantiche: onde e profondità organizzano le comunità

I ricercatori hanno esaminato 414 fotoquadrati, immagini di superfici delimitate usate per studiare gli organismi fissati al substrato. Hanno riconosciuto 126 taxa e analizzato sei tratti biologici. Il campionamento ha considerato più livelli: il contesto costiero, le condizioni locali e i settori interni delle grotte. [web:4]

L’energia delle onde è risultata il principale fattore tra quelli valutati alle scale del paesaggio marino e del sito. Ha spiegato il 34,5% delle associazioni tra tratti biologici e ambiente. L’intervallo di profondità ha contribuito per il 7,7%. Il mare esterno, quindi, concorre a definire la struttura ecologica delle cavità. [web:4]

Le analisi hanno individuato quattro sindromi funzionali, ossia raggruppamenti di caratteristiche biologiche che ricorrono insieme. Queste configurazioni riflettono compromessi ecologici. Tra gli esempi figura il contrasto tra organismi autotrofi e spugne che si alimentano mediante filtrazione attiva. Le diverse strategie rispondono in modo distinto alle condizioni ambientali. [web:4]

Vulnerabilità delle grotte marine: il 57% delle entità funzionali ha un solo rappresentante

A scala regionale, lo studio registra un indice di diversità di Shannon pari a 3,6 e una ricchezza funzionale di 1,93. Sono indicatori riferiti al campionamento e al metodo adottato. Non corrispondono a conteggi di specie o a percentuali. [web:4]

Il risultato centrale è un altro. Il 57% delle entità funzionali era rappresentato da un solo taxon. Un’entità funzionale raggruppa organismi con la stessa combinazione dei tratti considerati. Quando ha un unico rappresentante, manca una ridondanza funzionale rilevabile con quel sistema di classificazione. [web:4]

La biodiversità, quindi, non coincide automaticamente con una disponibilità di sostituti ecologici. Lo studio descrive un basso potenziale di resilienza funzionale, cioè una capacità limitata di mantenere o recuperare le funzioni dopo una perturbazione. Il dato riguarda la struttura delle comunità, non una percentuale di estinzione prevista. [web:4]

Zone semibuie delle grotte marine: il settore più vulnerabile

Le zone semibuie mostrano il valore più elevato di vulnerabilità funzionale, pari all’81%. Nel campione analizzato, questi ambienti di transizione risultano dunque particolarmente esposti alla perdita di combinazioni funzionali poco replicate. [web:4]

La vulnerabilità diminuisce quando aumenta la scala spaziale considerata. Parallelamente cresce la ridondanza. Una funzione rappresentata da un solo taxon in un settore può trovare altri rappresentanti quando si esamina un insieme più ampio di ambienti. Questa relazione sostiene l’importanza di considerare reti di grotte, insieme alla conservazione dei singoli siti. [web:4]

Biodiversità delle grotte marine italiane: Bue Marino e Zinzulusa come casi di riferimento

Il quadro atlantico offre una chiave di lettura anche per il Mediterraneo. La Grotta del Bue Marino, a Dorgali, e la Grotta Zinzulusa, presso Castro, ospitano sistemi costieri complessi. In entrambe, le relazioni tra mare, acque sotterranee e ambienti emersi contribuiscono alla varietà biologica. [web:46][web:30]

Nel Bue Marino, studi sui foraminiferi, descrizioni di nuove specie e monitoraggi delle acque collegano la fauna alla circolazione carsica. Nella Zinzulusa, crostacei sotterranei e la spugna Higginsia ciccaresei documentano il valore degli ambienti anchialini, connessi al mare attraverso il sottosuolo. [web:46][web:31][web:30]

Le percentuali della ricerca atlantica si riferiscono alle nove grotte studiate. Il principio ecologico amplia invece le domande da rivolgere ai siti italiani: quali organismi sostengono i processi dell’ecosistema, quali ruoli hanno pochi rappresentanti e come cambiano lungo i gradienti ambientali? La tutela della biodiversità delle grotte marine passa anche attraverso queste relazioni. [web:4][web:57]

Relazione di approfondimento: biodiversità delle grotte marine italiane dal Bue Marino alla Zinzulusa

Grotte marine italiane e ambienti anchialini: un mosaico tra mare e acquiferi

Le grotte marine italiane non costituiscono un habitat uniforme. Alcune sono completamente sommerse. Altre comprendono superfici emerse, camere d’aria e laghi. Nei sistemi carsici costieri possono incontrarsi acque marine e apporti continentali, con variazioni di salinità e ricambio idrico. [web:31][web:46]

Il termine anchialino indica ambienti acquatici costieri collegati al mare attraverso vie sotterranee, nei quali possono agire anche apporti di acqua dolce. La comunicazione idrica non richiede un’apertura superficiale diretta per ogni lago o camera interna. Il Bue Marino e la Zinzulusa permettono di studiare questo intreccio tra acquifero e mare. [web:30][web:43]

La distinzione è importante sul piano biologico. Una parete sommersa vicina all’ingresso può ospitare una comunità marina di spugne e altri invertebrati. Un lago interno può sostenere crostacei specializzati nelle acque sotterranee. Una sala emersa può accogliere artropodi terrestri e pipistrelli. Il valore del sistema deriva anche dalla coesistenza di questi ambienti. [web:31][web:30][web:46]

Il confronto tra cavità deve quindi mantenere distinte le componenti. La fauna marina fissata alle pareti, la fauna mobile delle acque e quella terrestre non rispondono agli stessi fattori. Sommarle in un’unica lista aiuta a descrivere il patrimonio complessivo, ma non esaurisce l’interpretazione dell’ecosistema. [web:4][web:31][web:30]

Grotta del Bue Marino: biodiversità costiera e connessioni con il Supramonte

La Grotta del Bue Marino si apre nelle falesie calcaree del Golfo di Orosei, nel territorio di Dorgali. Comprende i rami Nord, di Mezzo e Sud. La sua struttura alterna gallerie emerse, laghi e tratti sommersi, con prosecuzioni verso l’entroterra carsico. [web:46]

Il collegamento con Su Molente, realizzato nel 2013, e quello del 2016 tra Monte Longos e Su Molente hanno unito la parte costiera al sistema di Su Palu. I circa 70 chilometri raggiunti nel 2016 riguardavano l’intero complesso interconnesso, non il solo Bue Marino. Per la biodiversità, questa continuità rende essenziale considerare anche le acque provenienti dal bacino interno. [web:46]

Le condizioni cambiano tra rami e settori. Acque dolci, salmastre e marine partecipano alla formazione di habitat differenti. Le piene modificano flussi e trasporto di materiali. Le maree producono oscillazioni che possono propagarsi nelle porzioni allagate. La grotta è quindi un sistema dinamico, non un contenitore isolato. [web:46][web:43]

Il progetto di monitoraggio presentato da Scintilena nel 2023 prevede misure automatiche di livello idrico, temperatura e conducibilità elettrica. Questi parametri aiutano a ricostruire l’influenza delle maree e la distribuzione delle acque. Il lavoro coinvolge competenze speleologiche, idrogeologiche e biospeleologiche. [web:43]

Fauna del Bue Marino: spugne, foraminiferi e invertebrati sotterranei

Tra le specie descritte nel Bue Marino figura Protosuberites mereui, una spugna presentata nel 2016 su Zootaxa. Il materiale proviene dall’ambiente estuarino-anchialino della grotta. La descrizione ha integrato caratteri morfologici e analisi genetiche, contribuendo alla conoscenza delle spugne negli ambienti di transizione. [web:46]

Il patrimonio biologico comprende anche organismi terrestri. Typhloreicheia monacha, un coleottero carabide descritto nel 2011, proviene dalla cavità. Nel 2021 è stato descritto lo pseudoscorpione Chthonius marciai, con località tipica nella Grotta del Bue Marino. Questi esempi mostrano la necessità di osservare sia le acque sia gli ambienti emersi. [web:46]

Un ruolo rilevante nelle ricerche ecologiche spetta ai foraminiferi bentonici. Sono organismi unicellulari che vivono sul fondo. I loro gusci possono conservarsi nei sedimenti, offrendo informazioni sulle comunità attuali e su quelle del passato. Nel Bue Marino sono stati utilizzati per riconoscere settori con diversa influenza marina e differenti condizioni ambientali. [web:46]

Le indagini hanno distinto una zona d’ingresso, una di confluenza e una di transizione verso l’interno. Le associazioni biologiche dipendono da apporti idrici, disponibilità di materiale organico e caratteristiche dei sedimenti. La distanza dall’imboccatura è quindi una parte del quadro, non l’unico criterio ecologico. [web:46]

Bue Marino e foca monaca: il valore del rifugio costiero

Il nome della grotta richiama la foca monaca, Monachus monachus, che utilizzava la cavità come rifugio. La sua storia aggiunge una dimensione diversa alla biodiversità del sito: le grotte costiere possono offrire riparo anche a grandi vertebrati marini. [web:16][web:46]

La documentazione del sito di visita ricorda una frequentazione stabile fino agli anni Settanta e successivi avvistamenti. Questa presenza storica va distinta da una colonia attualmente insediata nella cavità. Il legame con la foca monaca resta importante per comprendere la funzione dei rifugi costieri e il rapporto tra conservazione e disturbo umano. [web:16]

Nel Bue Marino convivono dunque scale biologiche molto diverse. Il rifugio di un mammifero marino, i rivestimenti di una spugna e le comunità microscopiche del sedimento appartengono allo stesso sistema geografico. Richiedono osservazioni e strumenti di tutela differenti. [web:16][web:46]

Grotta Zinzulusa: biodiversità sotterranea e stratificazione delle acque

La Grotta Zinzulusa, presso Castro in provincia di Lecce, rappresenta un caso di riferimento per la biospeleologia degli ambienti costieri pugliesi. La documentazione scientifica descrive due bacini interni particolarmente importanti, La Conca e il Cocito, con condizioni idriche e comunità differenti. [web:30]

La Conca presenta acque più salmastre e ospita organismi di origine marina insieme a forme legate alle acque dolci. Il Cocito comprende una lente superficiale di acqua dolce sovrapposta ad acqua salmastra. Questa stratificazione contribuisce a separare habitat anche all’interno dello stesso bacino. [web:30]

Le esplorazioni del 1996 hanno individuato oltre il Cocito una prosecuzione sommersa di circa 110 metri. Il nuovo percorso ha ampliato la conoscenza della geometria della cavità e ha permesso ulteriori osservazioni faunistiche. L’esplorazione speleosubacquea ha quindi avuto un effetto diretto sulla ricerca biologica. [web:6][web:30]

La sintesi storica di Giuseppe L. Pesce riporta circa 60 specie e sottospecie, comprendendo organismi terrestri e acquatici. Il numero descrive l’inventario della documentazione considerata, non un conteggio delle sole specie marine. La ricchezza del sito comprende fauna dell’acquifero e ambienti emersi. [web:30]

Crostacei della Zinzulusa: la componente stigobia dell’acquifero

Fra gli organismi della Zinzulusa figurano Typhlocaris salentina, Spelaeomysis bottazzii, Stygiomysis hydruntina, Salentinella gracillima e Monodella stygicola. Appartengono a gruppi differenti di crostacei e documentano la varietà della fauna acquatica sotterranea salentina. [web:30]

Gli stigobi sono organismi obbligatoriamente legati alle acque sotterranee. Gli stigofili possono utilizzare questi ambienti senza dipenderne in modo esclusivo. La distinzione separa specializzazione ecologica e semplice presenza in grotta. Nella Zinzulusa, la documentazione distingue specie tipiche delle acque ipogee e forme con maggiore tolleranza alle variazioni ambientali. [web:30]

Le comunità dei bacini interni comprendono anche copepodi, ostracodi e altri piccoli organismi. La loro distribuzione rende evidente il rapporto tra biodiversità e caratteristiche dell’acqua. Un cambiamento nella salinità o nella circolazione può modificare la disponibilità di habitat per specie differenti. [web:30]

Per questa ragione, la conservazione della Zinzulusa deve includere il sistema idrico sotterraneo. La tutela della sola parte visibile della grotta non rappresenta l’intera dimensione ecologica del sito. La ricerca pubblicata nel 2001 su Natura Croatica richiama espressamente l’importanza di mantenere condizioni adeguate nell’acquifero. [web:36]

Higginsia ciccaresei: la spugna sotterranea della Zinzulusa

Higginsia ciccaresei è stata descritta nel 1998 da Maurizio Pansini e Giuseppe L. Pesce, su materiale della Zinzulusa. La specie rappresenta uno dei risultati delle ricerche condotte nelle porzioni sommerse interne. La revisione del 2023 sulle spugne delle grotte pugliesi ne conferma la rilevanza nel quadro regionale. [web:31]

La presenza di una spugna specializzata in un ambiente sotterraneo costiero amplia il significato della biodiversità della grotta. Non riguarda soltanto crostacei privi di pigmentazione o altri animali associati nell’immaginario alla vita ipogea. Comprende organismi filtratori e strategie biologiche meno evidenti al visitatore. [web:6][web:31]

La stessa revisione del 2023 aggiunge per la Zinzulusa una segnalazione di Terpios gelatinosus, specie frequente negli ambienti ombrosi. È utile distinguere i due risultati: Higginsia ciccaresei fu descritta come specie nuova; Terpios gelatinosus costituisce un nuovo dato di presenza nella cavità. [web:31]

Spugne delle grotte marine italiane: filtrazione e complessità dell’habitat

Le spugne costituiscono una componente dominante delle comunità fissate alle pareti di molte grotte marine mediterranee. La revisione del 2023 richiama 329 specie documentate in almeno 185 cavità del Mediterraneo, circa il 48% della diversità mediterranea dei poriferi. Queste cifre riguardano l’intero bacino. [web:31]

Per la Puglia, lo stesso lavoro riunisce dati di 26 grotte e registra 145 specie di spugne. Ne risultano 117 nelle Tremiti, 33 nel settore adriatico presso Bari e 73 nel Salento. I valori delle tre aree non vanno sommati, perché diverse specie sono condivise. [web:31]

Le spugne partecipano alla filtrazione dell’acqua e modificano la complessità dell’habitat. Uno studio mediterraneo pubblicato su Scientia Marina le descrive come “alberghi viventi”: ospitano fauna associata e offrono strutture utilizzabili da altri organismi. La loro funzione va oltre la semplice occupazione della parete. [web:20]

Questo rapporto aiuta a interpretare la vulnerabilità funzionale. La perdita di una specie può comportare anche la riduzione delle strutture e delle condizioni che offre ad altri animali. L’importanza ecologica di un organismo non dipende quindi soltanto dalla sua abbondanza o dalla superficie che ricopre. [web:20][web:4]

Pesci delle grotte marine italiane: rifugi e biodiversità aggiuntiva

Una ricerca pubblicata nel 2015 su PLOS ONE ha esaminato 14 grotte nelle aree marine protette di Capo Caccia, Lampedusa, Porto Cesareo e Plemmirio. Lo studio ha censito 38 specie di pesci all’interno delle cavità. Diciotto sono state osservate soltanto in grotta durante quel confronto con i fondali rocciosi esterni. [web:62]

Questa esclusività riguarda il campionamento, non significa che tutte le 18 specie vivano esclusivamente nelle grotte lungo l’intero areale. Il risultato dimostra che includere le cavità nei censimenti aumenta la rappresentatività degli inventari costieri. [web:62]

Apogon imberbis è stato rilevato in tutte le 14 grotte. Thorogobius ephippiatus in 13. Tra le specie osservate figurano anche piccoli gobidi, come Didogobius splechtnai e Gammogobius steinitzi, e predatori che utilizzano i rifugi durante il giorno, come il grongo Conger conger. [web:62]

Pareti, soffitti, fondi e settori terminali ospitano associazioni differenti. Le grotte non sono quindi semplici ripari intercambiabili. La loro morfologia contribuisce alla distribuzione dei pesci e al valore biologico della costa. [web:62]

Biodiversità delle grotte marine tra Liguria, Sardegna, Puglia e Sicilia

La sintesi mediterranea del 2021 registra 2.369 taxa in 404 grotte di 15 Paesi, entro un bacino nel quale sono note oltre 3.000 cavità marine. Anche in questo caso, si tratta di un quadro mediterraneo e non di un inventario nazionale italiano. [web:63]

In Liguria, la Grotta Marina di Bergeggi comprende porzioni emerse e sommerse, con passaggi, camere e piccoli bacini salmastri. Il sito mostra come una cavità costiera possa riunire condizioni ecologiche differenti in uno spazio relativamente contenuto. [web:70]

In Sardegna, il Bue Marino documenta il rapporto con l’acquifero carsico, mentre le grotte di Capo Caccia contribuiscono alla conoscenza della fauna marina e dei pesci. In Puglia, Tremiti e Salento offrono serie di dati sulle spugne e sui sistemi anchialini. In Sicilia e nelle Pelagie, Plemmirio e Lampedusa completano il confronto sulle comunità ittiche. [web:46][web:31][web:62]

La presenza di organismi legati a fessure, ambienti ombrosi e acque profonde contribuisce alla peculiarità delle comunità. Le condizioni di oscurità e scarsità alimentare possono rendere accessibili, a modesta profondità, alcuni aspetti ecologici normalmente associati ad ambienti più profondi. Non tutte le specie presenti sono cavernicole obbligate. [web:63][web:31]

Gradienti delle grotte marine: luce, cibo, idrodinamismo e salinità

La luce diminuisce procedendo verso l’interno. Le alghe si concentrano soprattutto nei settori dove resta possibile la fotosintesi. Più oltre, le comunità dipendono in larga parte da materiale organico trasportato dall’esterno e da organismi capaci di utilizzarlo. [web:31]

Il ricambio idrico regola una parte di questi apporti. Forma dell’ingresso, aperture secondarie, profondità e geometria delle gallerie influenzano circolazione e penetrazione della luce. In molti settori interni, il confinamento e la minore disponibilità di cibo riducono copertura biologica e biomassa. [web:31][web:63]

Nei sistemi anchialini si aggiunge la salinità. L’incontro tra acque differenti può produrre stratificazione, mentre maree e piene possono spostare le condizioni ambientali. Le comunità del Bue Marino e della Zinzulusa vanno interpretate entro questa dinamica tridimensionale. [web:30][web:43][web:46]

La zonazione biologica è quindi il risultato di più fattori che agiscono insieme. Non basta distinguere ingresso, penombra e buio sulla base della distanza. Occorre collegare ciascun settore alla sua geometria e al funzionamento delle acque. [web:46][web:63]

Cambiamenti climatici, specie introdotte e microplastiche nelle grotte marine

Il nuovo studio atlantico colloca la fragilità delle grotte nel contesto dei cambiamenti climatici e delle pressioni antropiche. La ricchezza tassonomica può coesistere con una scarsa ridondanza funzionale. Una perturbazione può quindi interessare ruoli ecologici con pochi rappresentanti. [web:4]

La letteratura mediterranea documenta anche la presenza crescente di specie introdotte. Una revisione pubblicata nel 2022 su Mediterranean Marine Science segnala che il loro numero nelle grotte censite è più che raddoppiato rispetto al precedente quadro di otto anni prima. Il dato riguarda l’insieme delle segnalazioni mediterranee, non una misura uniforme per ogni grotta italiana. [web:59]

Nel Bue Marino, una ricerca pubblicata nel 2023 su Marine Pollution Bulletin ha trovato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. I materiali comprendevano soprattutto frammenti e fibre di PVC e polietilene. Gli autori hanno indicato una provenienza presumibilmente più marina che legata agli apporti stagionali di acqua dolce. [web:72]

Le analisi hanno identificato polietilene anche nei gusci di foraminiferi agglutinanti. Durante la costruzione del guscio, questi organismi avevano incorporato particelle plastiche insieme ai granuli sedimentari. Il risultato dimostra l’ingresso delle microplastiche nella componente biologica dell’ambiente studiato, senza equivalere a una misura della tossicità sull’intera comunità. [web:72]

Conservazione delle grotte marine italiane: habitat 8330 e gestione del territorio

Le grotte marine sommerse e semisommerse rientrano nell’habitat 8330 della Direttiva Habitat 92/43/CEE. Sono habitat di interesse comunitario. La loro conservazione richiede di mantenere condizioni favorevoli per gli ambienti e le comunità che li caratterizzano. [web:31]

La protezione va collegata al funzionamento del sito. Per una grotta marina aperta contano le pressioni costiere e le attività nell’area dell’imboccatura. Per un sistema anchialino conta anche la qualità dell’acquifero e la conservazione dei suoi equilibri idrici. Nel Bue Marino e nella Zinzulusa, mare e territorio partecipano allo stesso sistema ecologico. [web:31][web:36][web:43]

La letteratura segnala inoltre il disturbo associato alle attività subacquee non regolate. Contatti con il substrato e risospensione dei sedimenti possono interessare organismi delicati e alterare le condizioni locali. Le modalità di frequentazione devono quindi essere commisurate alle caratteristiche delle cavità. [web:62]

Dalle ricerche emerge un’impostazione gestionale articolata:

  • considerare insieme cavità, imboccature e contesto costiero;
  • proteggere qualità e regime delle acque nei sistemi anchialini;
  • conservare settori diversi, comprese le zone semibuie;
  • integrare inventari delle specie e analisi dei ruoli ecologici;
  • organizzare monitoraggi ripetuti, con metodi comparabili nel tempo. [web:4][web:31][web:36][web:43]

Monitoraggio della biodiversità delle grotte marine: dalle fotografie alle funzioni

I fotoquadrati permettono di osservare copertura e distribuzione degli organismi fissati alle pareti. La ricerca del 2026 li combina con l’analisi dei tratti biologici. Gli strumenti statistici RLQ e Fourth Corner collegano dati ambientali, distribuzione dei taxa e caratteristiche degli organismi; GLM e GAMM aiutano a descrivere le relazioni ecologiche. [web:4]

Il monitoraggio italiano può affiancare a queste osservazioni misure di temperatura, salinità, conducibilità, livello idrico e caratteristiche dei sedimenti. Nel Bue Marino, le ricerche sulle acque e sui foraminiferi mostrano il valore di questa integrazione. Per i pesci, i censimenti visivi devono includere microhabitat differenti. [web:43][web:46][web:62]

La distinzione tra inventario e funzione resta centrale. Un elenco indica quali organismi sono stati osservati. L’analisi funzionale studia come partecipano ai processi ecologici. Una serie temporale permette infine di riconoscere cambiamenti, separando per quanto possibile oscillazioni naturali e pressioni esterne. [web:4][web:31]

La scala spaziale aggiunge un ulteriore livello. Più grotte possono conservare una diversità funzionale maggiore rispetto a un singolo settore. Questo non rende sostituibili i siti: ciascuno può ospitare combinazioni biologiche e condizioni ambientali specifiche. La conservazione deve tenere insieme valore locale e complementarità della rete costiera. [web:4][web:31]

Concetti chiave sulla biodiversità delle grotte marine: schede di ripasso

  • Che cosa distingue ricchezza tassonomica e ridondanza funzionale? La prima riguarda la varietà dei taxa; la seconda la presenza di più taxa con combinazioni equivalenti dei tratti analizzati. [web:4]
  • Che cosa caratterizza un ambiente anchialino? La connessione sotterranea con il mare, spesso associata ad apporti di acqua dolce e a gradienti di salinità. [web:30]
  • Perché Bue Marino e Zinzulusa sono rilevanti? Riuniscono ambienti marini, acquatici sotterranei ed emersi, con specie specializzate e relazioni idrogeologiche documentate. [web:46][web:30][web:31]
  • Perché un inventario da solo non misura la resilienza? Non descrive necessariamente quanti rappresentanti sostengano ciascuna combinazione funzionale né come rispondano alle perturbazioni. [web:4]

Fonti scientifiche e documentali

  1. Gonzalez-Marrero e collaboratori, 2026 — “The vulnerability paradox in Atlantic marine caves: A multiscale mechanistic explanation from wave exposure to cave gradients”, Marine Environmental Research, 217, 107915. Scheda PubMed e DOI:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41713036/
    https://doi.org/10.1016/j.marenvres.2026.107915
  2. Longo, Giménez, Miscioscia e Corriero, 2023 — “Sponge Fauna of the Apulian Marine Caves (Southern Italy): Current State of Knowledge”, Diversity, 15, 641:
    https://www.mdpi.com/1424-2818/15/5/641
  3. Gerovasileiou e Bianchi, 2021 — “Mediterranean Marine Caves: A Synthesis of Current Knowledge”:
    https://www.taylorfrancis.com/chapters/oa-edit/10.1201/9781003138846-1/mediterranean-marine-caves-synthesis-current-knowledge-vasilis-gerovasileiou-carlo-nike-bianchi
  4. Bussotti, Di Franco, Francour e Guidetti, 2015 — “Fish Assemblages of Mediterranean Marine Caves”, PLOS ONE:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4395268/
  5. Romano e collaboratori, 2023 — “First record of microplastic in the environmental matrices of a Mediterranean marine cave (Bue Marino, Sardinia, Italy)”, Marine Pollution Bulletin:
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36473244/
  6. “Sponges as ‘living hotels’ in Mediterranean marine caves”, 2016 — Scientia Marina:
    https://scientiamarina.revistas.csic.es/index.php/scientiamarina/article/view/1641
  7. Gerovasileiou, Bancila, Katsanevakis e Zenetos, 2022 — “Introduced species in Mediterranean marine caves: an increasing but neglected threat”, Mediterranean Marine Science:
    https://ejournals.epublishing.ekt.gr/index.php/hcmr-med-mar-sc/article/view/31284
  8. Giuseppe L. Pesce — documentazione biospeleologica della Grotta Zinzulusa; articolo del 2001 “The Zinzulusa cave: an endangered biodiversity ‘hot spot’ of South Italy”, Natura Croatica:
    https://www.luciopesce.net/gw/caves/zinzul1.html
    https://hrcak.srce.hr/file/45291
  9. Scintilena, 4 maggio 2023 — “Monitoraggio del Bue Marino: Studio delle influenze delle maree sulla biodiversità del maggiore sistema carsico sommerso del Mediterraneo”:
    https://www.scintilena.com/monitoraggio-del-bue-marino-studio-delle-influenze-delle-maree-sulla-biodiversita-del-maggiore-sistema-carsico-sommerso-del-mediterraneo/05/04/
  10. Scintilena, 12 ottobre 2026 — “Grotta del Bue Marino, nei sedimenti sommersi la storia di un ambiente di 6.000 anni fa”:
    https://www.scintilena.com/grotta-del-bue-marino-nei-sedimenti-sommersi-la-storia-di-un-ambiente-di-6-000-anni-fa/10/12/
  11. Grotta del Bue Marino — documentazione sulla presenza storica della foca monaca:
    https://www.grottabuemarino.com/il-bue-marino/
  12. Pro Loco Bergeggi — descrizione della Grotta Marina di Bergeggi:
    https://www.prolocobergeggi.it/liguria/the-bergeggi-marine-cave/
  13. FAI — scheda della Grotta Zinzulusa:
    https://fondoambiente.it/luoghi/grotta-zinzulusa
  14. “Taxonomic and functional surrogates of sessile benthic diversity in Mediterranean marine caves”, 2017 — studio sul monitoraggio ecologico non distruttivo:
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5587111/

L'articolo Biodiversità delle grotte marine: molte specie, poche alternative quando l’ecosistema cambia proviene da Scintilena.

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Grotte lunari, l’esplorazione a vista guida le missioni verso Marius Hills

Október 14th 2026 at 09:00

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Uno studio su Acta Astronautica analizza otto pozzi vulcanici e individua configurazioni favorevoli per comunicazioni e osservazioni. Le grotte lunari entrano nella pianificazione delle missioni attraverso mappe di visibilità, modelli del terreno e simulazioni delle riprese.

Attenzione immagine di copertina di fantasia generata da AI

Grotte lunari: due algoritmi per scegliere dove atterrare e cosa osservare

L’esplorazione delle grotte lunari comincia prima della discesa nel sottosuolo. Comincia dalla scelta di un punto di atterraggio e dalla possibilità di mantenere un collegamento con il robot. Uno studio pubblicato nel 2026 su Acta Astronautica affronta questo problema con due algoritmi. Il primo misura la visibilità tra una piattaforma mobile e un lander. Il secondo ricostruisce le porzioni di parete e di cavità osservabili da una telecamera. [web:3]

Il lavoro, intitolato “Line-of-Sight as a key element of exploration missions into lunar volcanic pits, caves, and tubes”, è firmato da Ramon Margarit, Jordi Gómez Jodar, Anna Mittelholz, Valentin T. Bickel e Simon Stähler. La ricerca considera otto pozzi dei mari lunari, selezionati per la disponibilità di modelli digitali del terreno e di aree adatte alla valutazione dell’atterraggio. [web:3]

Al centro dell’analisi c’è la visibilità. La linea di vista, indicata con la sigla LoS, descrive un percorso geometrico non interrotto dal terreno. Per le piccole missioni robotiche è un requisito importante. Antenne compatte e disponibilità energetiche limitate rendono difficile compensare l’occultamento prodotto da pareti, bordi e rilievi. [web:3]

Pozzi vulcanici lunari: il terreno condiziona le comunicazioni

I pozzi vulcanici sono aperture prodotte dal collasso del terreno sopra un vuoto. Alcuni mostrano pareti verticali, tratti aggettanti e possibili prosecuzioni sotto la superficie. Attorno all’apertura può svilupparsi un imbuto di regolite. Il fondo contiene spesso blocchi e accumuli di materiale crollato. Questi elementi complicano sia il movimento sia l’osservazione. [web:72]

Il primo algoritmo utilizza modelli digitali del terreno, o DTM. Calcola quali punti restano visibili da una determinata posizione del lander. La valutazione tiene conto della geometria delle piattaforme e dell’altezza degli elementi coinvolti. Spostare il punto di atterraggio può quindi modificare sensibilmente l’area servita dal collegamento diretto. [web:3]

Le configurazioni più favorevoli raggiungono una copertura LoS del 90,3%. Tra gli esempi indicati figura una posizione prossima al pozzo di Marius Hills, a 14,085° di latitudine nord e 303,222° di longitudine est. La percentuale descrive la copertura geometrica nel dominio analizzato e nelle condizioni simulate. Non rappresenta una garanzia di collegamento radio continuo durante l’intera missione. [web:3]

Marius Hills: osservare a 30 metri di profondità senza scendere nel pozzo

Il secondo algoritmo impiega il ray-casting. Il metodo simula raggi che partono dalla telecamera e intersecano un modello tridimensionale. Consente di determinare quali superfici entrano nel campo visivo e quali restano nascoste. Lo studio applica questa procedura a un modello geometrico del pozzo di Marius Hills. [web:3]

I risultati mostrano che, da gran parte delle posizioni considerate, un robot potrebbe osservare fino a circa 15 metri di profondità. Questa configurazione non richiederebbe di attraversare pendii dell’imbuto superiori a circa 5°. Un esploratore progettato per il terreno dei pozzi, come quello previsto dal concetto LunarLeaper, potrebbe ottenere osservazioni più profonde. [web:3]

Con una telecamera collocata a circa 0,7 metri dal suolo e uno spostamento su una pendenza di circa 10°, il modello indica la possibilità di distinguere la prosecuzione cavernicola ipotizzata a circa 30 metri di profondità. Sono quote di osservazione, non profondità raggiunte dal robot. Il risultato riguarda inoltre la geometria simulata e non una ripresa già effettuata sul posto. [web:3]

LunarLeaper e grotte lunari: ricognizione dal bordo e geofisica di superficie

LunarLeaper è un concetto di missione sviluppato per studiare i pozzi attraverso un robot dotato di zampe. L’obiettivo è raggiungere terreni difficili vicino al bordo e integrare immagini con misure geofisiche. La strumentazione proposta comprende un radar per il sottosuolo, un gravimetro, una camera scientifica e uno spettrometro. Le zampe possono anche contribuire a esperimenti sulle proprietà meccaniche della regolite. [web:62][web:63]

La linea di vista mette così in relazione tre scelte. La prima riguarda il luogo di atterraggio. La seconda interessa il percorso del robot. La terza determina quali obiettivi scientifici possano essere osservati. Gli algoritmi dello studio forniscono strumenti per coordinare queste scelte nella preparazione delle missioni verso le grotte lunari. [web:3]


Relazione di approfondimento sulle grotte lunari: cavità osservate, scoperte e metodi di esplorazione

Grotte lunari e tubi lavici: origine e forme del sottosuolo

Le grotte lunari più studiate sono legate al vulcanismo e ai processi di collasso. Un tubo lavico può formarsi quando la parte esterna di una colata si raffredda e crea una copertura. La lava continua a scorrere sotto questa crosta. Quando il flusso diminuisce o si svuota, può rimanere un condotto. Il cedimento locale del tetto apre una finestra verso il sottosuolo, chiamata skylight. [web:21][web:29]

L’apertura e la galleria non sono la stessa struttura. Il pozzo è la parte visibile dall’orbita. Il condotto può proseguire lateralmente, sotto una copertura rocciosa. Il suo sviluppo dipende dalla storia della colata e dai crolli successivi. In altri contesti, le depressioni si trovano nei materiali fusi dagli impatti e poi solidificati. [web:72]

Questa distinzione è essenziale per leggere il paesaggio. Un allineamento di aperture può indicare una struttura sotterranea comune. Una singola depressione può invece corrispondere a un vuoto circoscritto. La classificazione combina forma, contesto geologico e osservazioni del fondo. [web:72][web:43]

Cavità lunari censite: centinaia di pozzi, origini differenti

Il censimento orbitale ha individuato centinaia di depressioni di collasso. Uno studio di Robert V. Wagner e Mark S. Robinson, pubblicato nel 2022 sul Journal of Geophysical Research: Planets, descrive quasi 300 pozzi. La maggioranza si trova in depositi di materiale fuso da impatto, all’interno di grandi crateri relativamente giovani, con età inferiori a circa un miliardo di anni. [web:72][web:76]

Gli autori hanno esaminato anche 21 pozzi esterni a questi depositi. Quattro presentano un contesto particolarmente indicativo di tubi lavici. Le altre strutture conservano interesse per l’accesso al sottosuolo e per la stratigrafia dei mari. Le pareti possono esporre successioni basaltiche per spessori di circa 20–100 metri. [web:72]

Il numero dei pozzi censiti non equivale quindi al numero di gallerie rilevate. È un inventario di aperture e depressioni riconoscibili nelle immagini. Il Pits Atlas di LROC raccoglie coordinate, dimensioni dell’imbuto, dimensioni interne e profondità. Questi parametri permettono di confrontare siti molto diversi senza ridurli a un’unica categoria. [web:78]

Marius Hills: dalla scoperta di Kaguya ai modelli tridimensionali

Il pozzo di Marius Hills si apre nell’Oceanus Procellarum, all’interno di una regione vulcanica attraversata da canali sinuosi. Fu individuato nelle immagini della missione giapponese SELENE, nota come Kaguya, e descritto nella letteratura scientifica nel 2009. Le successive riprese di LRO hanno documentato meglio il fondo e le pareti. [web:22][web:43]

La scheda attuale del Pits Atlas colloca il centro a 14,0917° nord e 303,2299° est. Riporta un imbuto di circa 79–92 metri e un’apertura interna di circa 49–55 metri. La profondità indicata, ricavata da modellazione stereoscopica, è di 40 metri. L’imbuto contribuisce per circa 10 metri al dislivello. [web:82]

Questi valori descrivono parti precise della struttura. Le dimensioni dell’imbuto non coincidono con quelle dell’apertura interna. Le stime delle prime immagini LROC riportavano invece circa 34 metri di profondità e dimensioni di 65 per 90 metri. Il rilievo stereoscopico offre una caratterizzazione successiva, utile per la pianificazione geometrica delle osservazioni. [web:11][web:82]

Il fondo appare relativamente piano, ma contiene blocchi. Vicino alla sua quota sono presenti piccoli aggetti su entrambi i lati. La struttura rende Marius Hills adatta a studiare insieme stratigrafia, collasso, accessibilità e possibile prosecuzione sotterranea. È anche il sito sul quale si concentra la simulazione delle riprese proposta dal nuovo studio sulla linea di vista. [web:82][web:3]

Tubi lavici di Marius Hills: radar Kaguya e gravità GRAIL

Nel 2017 un gruppo internazionale ha analizzato i dati del Lunar Radar Sounder di Kaguya nella regione di Marius Hills. Lo strumento trasmetteva onde a frequenze comprese tra 4 e 6 MHz. I ricercatori hanno individuato sequenze di echi compatibili con vuoti sotterranei: una diminuzione della potenza ricevuta seguita da un secondo picco marcato. [web:43]

Alcuni siti candidati seguono il canale sinuoso denominato rille A e il suo possibile prolungamento. La distribuzione degli indizi si estende verso sud-ovest per circa 50 chilometri. Le anomalie risultano inoltre associate, in diversi punti, a deficit di massa rilevati nei dati gravimetrici della missione GRAIL. [web:43][web:47]

Radar e gravimetria osservano proprietà differenti. Il radar registra riflessioni legate alle discontinuità del sottosuolo. Le misure gravitazionali evidenziano variazioni nella distribuzione della massa. La loro convergenza sostiene l’interpretazione di strutture cave regionali. L’estensione dei siti candidati non va confusa con il rilievo continuo di una galleria già percorsa. [web:43][web:47]

Mare Tranquillitatis: la scoperta radar di un condotto cavernicolo

Nel luglio 2024 Nature Astronomy ha pubblicato la ricerca “Radar evidence of an accessible cave conduit on the Moon below the Mare Tranquillitatis pit”. Lo studio ha fornito evidenza diretta di un condotto sotterraneo collegato al pozzo del Mare della Tranquillità. Il risultato deriva dalla rielaborazione dei dati acquisiti nel 2010 dal radar Mini-RF a bordo di LRO. [web:2][web:18]

Il gruppo comprende Leonardo Carrer e Lorenzo Bruzzone dell’Università di Trento, Riccardo Pozzobon dell’Università di Padova e La Venta, Francesco Sauro di La Venta, Davide Castelletti e Gerald Wesley Patterson. La ricerca integra elaborazione radar e interpretazione geologica di un ambiente non illuminato direttamente dal Sole. [web:17]

Una parte delle riflessioni provenienti dal pozzo è spiegata da un condotto che prosegue sotto la superficie per decine di metri. Le ricostruzioni riportate da Eos indicano un ingresso largo almeno 45 metri e uno sviluppo di circa 30–80 metri. A seconda della pendenza assunta, il tratto modellato raggiunge quote comprese fra 135 e 175 metri sotto la superficie. [web:2][web:13]

Il Pits Atlas assegna al pozzo una profondità di 105 metri. L’apertura interna misura circa 88–100 metri, mentre l’imbuto esterno arriva a circa 140–146 metri. Il condotto laterale appartiene dunque a una struttura più articolata della sola apertura visibile. La sua scoperta rende il sito un riferimento per l’esplorazione del sottosuolo lunare. [web:78][web:2]

Mare Ingenii e altri pozzi lunari: un quadro comparativo

Mare Ingenii, sulla faccia nascosta della Luna, ospita un altro pozzo di interesse scientifico. Le immagini LROC mostrano pareti stratificate. Ogni livello può documentare un episodio della storia vulcanica locale. La scheda del catalogo riporta un imbuto di circa 157–180 metri, un’apertura interna di 71–104 metri e una profondità di 55 metri. [web:11][web:78]

L’atlante comprende anche cavità nei mari Fecunditatis, Insularum, Moscoviense e Serenitatis, oltre a strutture nell’Oceanus Procellarum. Il confronto seguente utilizza i valori del catalogo LROC. Le dimensioni riguardano l’apertura interna, non l’intero imbuto. Le profondità sono quelle riportate per ciascuna scheda. [web:78] Sito Apertura interna riportata Profondità riportata Marius Hills 49–55 m 40 m Mare Tranquillitatis 88–100 m 105 m Mare Ingenii 71–104 m 55 m Central Mare Fecunditatis 100–122 m 42 m Mare Moscoviense 160–175 m 40 m Mare Serenitatis 17–21 m Oltre 25 m North Procellarum 2 155–160 m 43 m

Dati: Pits Atlas del Lunar Reconnaissance Orbiter Camera. Le misure non indicano lo sviluppo delle eventuali gallerie associate. [web:78]

Questa varietà modifica le esigenze delle missioni. Un pozzo piccolo e profondo richiede geometrie di ripresa diverse da una grande apertura. Aggetti e blocchi influenzano l’accesso. La posizione sulla faccia nascosta aggiunge esigenze specifiche di collegamento con l’esterno, oltre agli ostacoli prodotti dal terreno locale. [web:72][web:74]

Osservare le grotte lunari: immagini, fotogrammetria e radar

Le immagini orbitali costituiscono il primo livello di indagine. Riprese con illuminazioni diverse mostrano porzioni differenti delle pareti e del fondo. Le ombre aiutano a stimare i dislivelli. Le immagini oblique possono documentare superfici nascoste sotto un bordo aggettante. [web:11][web:43]

La fotogrammetria sfrutta immagini sovrapposte per ricostruire la geometria. Wagner e Robinson hanno prodotto modelli tridimensionali di sei interni utilizzando immagini della Narrow Angle Camera con risoluzione inferiore a due metri per pixel. Un successivo studio del 2024 ha ottenuto modelli di Marius Hills e Mare Tranquillitatis con risoluzione spaziale di due metri, combinando più coppie stereoscopiche. [web:72][web:73]

Il radar amplia l’indagine oltre le superfici illuminate. Le misure di Mini-RF hanno consentito di riconoscere il condotto di Mare Tranquillitatis. Il radar di Kaguya ha invece cercato discontinuità sotto il terreno circostante Marius Hills. Sono osservazioni complementari, acquisite con strumenti e geometrie differenti. [web:2][web:43]

Lo studio sulla LoS utilizza queste informazioni per una domanda operativa. Stabilisce dove collocare il lander e da quali posizioni osservare. La ricostruzione del paesaggio diventa così una base per pianificare il movimento e l’acquisizione dei dati. [web:3]

Temperatura delle grotte lunari e protezione della copertura rocciosa

Le cavità interessano anche la progettazione di infrastrutture permanenti. La copertura può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni. Le zone ombreggiate possono inoltre attenuare le escursioni termiche della superficie. Questi vantaggi spiegano l’interesse per ambienti sotterranei da caratterizzare con missioni dedicate. [web:21][web:74]

Una ricerca illustrata dalla NASA nel 2022, basata sui dati del radiometro Diviner e su modelli termici, ha studiato il pozzo di Mare Tranquillitatis. Le zone permanentemente ombreggiate analizzate mantengono temperature prossime a 17 °C. L’aggetto limita il riscaldamento diurno e la perdita di calore durante la notte. [web:21]

Il valore riguarda il sito e le condizioni modellate. Non è una temperatura attribuibile automaticamente a tutte le grotte lunari. La stessa comunicazione NASA confronta queste condizioni con temperature superficiali che possono raggiungere circa 127 °C di giorno e scendere fino a circa ?173 °C di notte. [web:21]

La funzione di riparo non elimina le necessità di un habitat. Restano da affrontare accesso, energia, comunicazioni, stabilità della roccia e condizioni operative del sottosuolo. La ricerca ESA tratta questi elementi come parti integrate della progettazione, insieme alla navigazione e alle misure scientifiche. [web:74]

Robot per le grotte lunari: LunarLeaper, DAEDALUS e prove sulla Terra

LunarLeaper privilegia la ricognizione dalla superficie. Il robot dovrebbe attraversare la zona del tubo ipotizzato, raggiungere il pozzo e combinare immagini con misure radar e gravimetriche. Questo approccio consente di studiare il sottosuolo senza richiedere subito una discesa lungo le pareti. Il programma rimane un concetto di missione in sviluppo. [web:67][web:63]

DAEDALUS affronta invece il problema dell’esplorazione verticale. Negli studi promossi dall’ESA, una sfera robotica dotata di camere e sistemi laser viene calata attraverso l’apertura. L’obiettivo è misurare le pareti e ricostruire l’ambiente tridimensionale. Alimentazione e trasmissione dei dati fanno parte dell’architettura di accesso. [web:74]

La preparazione comprende sperimentazioni terrestri. Nel settembre 2026 Scintilena ha raccontato il test di DaedalusCam in una cava basaltica dei Monti Lessini. La campagna ha impiegato quattro camere nella configurazione completa prevista per il sistema. Il lavoro riguarda riprese panoramiche, visione stereoscopica e ricostruzione geometrica. [web:29]

Gli analoghi terrestri permettono di verificare strumenti e procedure. Non riproducono integralmente l’ambiente lunare. Il loro contributo consiste soprattutto nella possibilità di confrontare le ricostruzioni con misure indipendenti e di correggere il sistema prima dell’impiego spaziale. [web:29]

Speleologia planetaria: dalle pareti basaltiche alla storia della Luna

Per la speleologia planetaria, le cavità lunari sono anche archivi geologici. Le pareti espongono successioni che la regolite nasconde in superficie. Osservare i contatti tra le colate aiuta a ricostruire la formazione della crosta basaltica. Strati di paleoregolite, se presenti, possono conservare informazioni sull’ambiente antico. [web:72][web:67][web:85]

Le missioni possono collegare scale diverse. Le immagini descrivono blocchi, livelli e aggetti. Il radar indaga la continuità dei vuoti. La gravimetria contribuisce a vincolarne la distribuzione. Le misure spettrometriche aggiungono informazioni sulla composizione. L’integrazione di questi strumenti permette di passare dall’apertura osservata a una ricostruzione geologica del sottosuolo. [web:62][web:67]

Il nuovo lavoro sulla linea di vista si inserisce in questo percorso. Affronta il collegamento pratico tra conoscenza del terreno e capacità del robot di raccogliere dati. Per esplorare le grotte lunari non basta individuare una cavità. Occorre anche raggiungere una posizione utile, mantenerne il collegamento e scegliere una geometria di osservazione compatibile con il mezzo. [web:3]

Fonti online e pubblicazioni scientifiche

Grotte Lunari

L'articolo Grotte lunari, l’esplorazione a vista guida le missioni verso Marius Hills proviene da Scintilena.

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  • Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima
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Speleotemi e permafrost: le grotte dello Utah ricostruiscono 600.000 anni di clima

Október 14th 2026 at 08:00

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Gli speleotemi dei monti Uinta documentano la presenza e il disgelo del permafrost montano. Lo studio collega gli archivi delle grotte ai processi che trasformano il sottosuolo, dalle montagne americane alle voragini della Siberia e ai terreni vulcanici della Kamchatka.

Speleotemi e permafrost: la ricerca nelle grotte dello Utah

Le concrezioni di due grotte calcaree dello Utah settentrionale hanno permesso di ricostruire una storia del permafrost montano lunga 600.000 anni. Il risultato arriva da uno studio pubblicato su Quaternary Research, nel volume 131 del 2026, alle pagine 77–84. I ricercatori hanno utilizzato 108 datazioni uranio-torio degli speleotemi per individuare i periodi nei quali l’acqua liquida raggiungeva le cavità. La crescita delle concrezioni si concentra quasi interamente nelle fasi interglaciali. Le interruzioni corrispondono invece ai periodi glaciali, quando il terreno congelato ostacolava l’infiltrazione.

La ricerca riguarda i monti Uinta. Gli autori sono Jeffrey Munroe, Madison Wittmer, David McGee, Gabriela Serrato Marks, Kristin Kimble, Abigail Santis, Christoph Spötl e David Herron. Il gruppo riunisce competenze del Middlebury College, del Massachusetts Institute of Technology, dell’Università di Innsbruck e del servizio forestale statunitense. L’articolo è stato pubblicato online il 2 marzo 2026.

Permafrost montano e speleotemi: quando l’acqua torna a infiltrarsi

Gli speleotemi comprendono stalattiti, stalagmiti e altre concrezioni minerali delle grotte. Molte di queste strutture crescono quando l’acqua deposita carbonato di calcio. La presenza di acqua liquida costituisce quindi un requisito fondamentale per la loro formazione.

Nei monti Uinta, la sequenza delle età racconta l’alternanza fra condizioni favorevoli alla crescita e lunghi arresti. Durante le fasi fredde, il permafrost sopra le cavità limitava il passaggio dell’acqua. Nei periodi più caldi, il suo degrado consentiva la ripresa dell’infiltrazione e della deposizione minerale. Le grotte conservano così una registrazione indiretta delle condizioni termiche del sottosuolo.

Le 108 datazioni non corrispondono a 108 grotte né necessariamente ad altrettante concrezioni. Sono misure effettuate su speleotemi provenienti da due sistemi sotterranei indipendenti. La ricorrenza degli stessi raggruppamenti di età in più campioni rafforza l’interpretazione climatica del fenomeno.

Datazioni degli speleotemi e cicli del permafrost nel Quaternario

La crescita si concentra nei sottostadi isotopici marini MIS 5e, 7e, 9e, 11c e nello stadio MIS 13. Queste sigle identificano intervalli della cronologia climatica usata per confrontare le successioni del Quaternario. Nel lavoro corrispondono alle condizioni interglaciali che favorivano l’alimentazione idrica delle grotte.

Il metodo uranio-torio misura i rapporti fra isotopi radioattivi presenti nei carbonati. Consente di assegnare un’età alla deposizione delle concrezioni, anche per intervalli di centinaia di migliaia di anni. La qualità della ricostruzione dipende dalla conservazione del campione e dal controllo delle componenti iniziali di torio.

Il confronto fra le grotte e gli archivi paleoclimatici vicini indica una risposta regionale. Il permafrost montano si formava e si degradava seguendo i cicli climatici scanditi dalle variazioni orbitali terrestri. Le interruzioni degli speleotemi non rappresentano quindi soltanto una vicenda locale delle singole cavità.

Permafrost dei monti Uinta: il ruolo di un raffreddamento di 3–5 °C

I gradienti termici regionali indicano che un raffreddamento di circa 3–5 °C rispetto alle condizioni attuali sarebbe sufficiente a generare permafrost sopra le grotte studiate. Il dato riguarda questo specifico ambiente montano. Descrive la sensibilità del terreno alle variazioni climatiche e aiuta a interpretare le pause nella deposizione.

La ricerca fornisce un riferimento per i modelli climatici e per la valutazione dei rischi geomorfologici e idrologici. La degradazione del terreno congelato modifica infatti la stabilità dei versanti e la circolazione dell’acqua. Nelle aree carsiche, gli archivi delle grotte permettono di osservare questi rapporti su tempi molto più lunghi delle misurazioni strumentali.

Dalle grotte dello Utah al permafrost della Siberia

Il collegamento con la Siberia passa anche attraverso la speleologia. Nel 2013, una ricerca pubblicata su Science aveva utilizzato la crescita degli speleotemi lungo un transetto di grotte siberiane. L’obiettivo era ricostruire la storia del permafrost nelle condizioni climatiche del passato. Il lavoro dei monti Uinta estende questa prospettiva a un contesto montano nordamericano.

Sul terreno, il disgelo assume forme diverse. In Siberia produce depressioni termocarsiche, laghi, frane da disgelo e, in particolari condizioni geologiche, crateri da emissione di gas. In Kamchatka, il permafrost convive con depositi vulcanici, ghiaccio sepolto e sorgenti locali di calore. La relazione seguente approfondisce questi processi e distingue le loro conseguenze per il paesaggio e il sottosuolo.

Scioglimento del permafrost e voragini: relazione su Siberia e Kamchatka

Il disgelo del permafrost modifica la struttura dei terreni, la circolazione idrica e il ciclo del carbonio. Le voragini rappresentano una delle sue manifestazioni. Per comprenderle occorre distinguere la fusione del ghiaccio sotterraneo, le frane termiche e le espulsioni di gas in pressione.

Permafrost e strato attivo: che cosa cambia nel sottosuolo

Il permafrost è terreno che rimane a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi. Può comprendere suolo, sedimenti e roccia. Non identifica necessariamente un unico strato compatto di ghiaccio. La quantità e la distribuzione del ghiaccio variano da un luogo all’altro.

Sopra il permafrost si trova spesso lo strato attivo. Questa porzione superficiale disgela nella stagione calda e ricongela durante quella fredda. Il suo ispessimento consente al calore e all’acqua di raggiungere livelli prima protetti dal gelo persistente.

È quindi più preciso parlare di disgelo del terreno e fusione del ghiaccio contenuto al suo interno. La differenza chiarisce anche perché il riscaldamento non produca ovunque una voragine. I cedimenti più marcati richiedono depositi ricchi di ghiaccio, la cui fusione lascia una struttura incapace di conservare il volume precedente.

Un’indagine internazionale basata su 156 siti di monitoraggio ha documentato un’accelerazione della degradazione del permafrost fra il 2000 e il 2024. Le osservazioni comprendono regioni artiche, antartiche e di alta montagna. L’aumento dello spessore dello strato attivo mostra che la trasformazione interessa ambienti geograficamente diversi.

Termocarsismo e voragini del permafrost: come si formano

Il termocarsismo è l’insieme dei processi e delle forme prodotti dal disgelo di terreni ricchi di ghiaccio. Quando il ghiaccio fonde, il terreno si assesta in modo irregolare. Si formano avvallamenti, conche, solchi, scarpate e depressioni che possono raccogliere acqua.

La sequenza può svilupparsi attraverso passaggi collegati:

  • Il ghiaccio sotterraneo fonde e riduce il sostegno dei sedimenti.
  • La superficie si abbassa, spesso in modo disomogeneo.
  • L’acqua si concentra nelle depressioni e trasferisce calore al sottosuolo.
  • L’erosione rimuove il materiale scongelato e può esporre altro terreno ricco di ghiaccio.

Il processo non richiede sempre una cavità aperta preesistente. Molte depressioni nascono dall’assestamento dei sedimenti dopo la perdita del ghiaccio. Altre evolvono attraverso frane e arretramento delle pareti. Il termine giornalistico “voragine” può quindi riunire morfologie con origini differenti.

Il nome richiama il carsismo per la somiglianza delle forme superficiali. Il meccanismo è diverso: il termocarsismo dipende dalla fusione del ghiaccio nel terreno, non dalla dissoluzione delle rocce carbonatiche. Questa distinzione è centrale anche per il pubblico speleologico.

Siberia e Batagay: la grande frana da disgelo del permafrost

Il caso di Batagay, noto anche come Batagaika, si trova nella Yakutia settentrionale, sui rilievi del bacino della Yana. La letteratura scientifica lo descrive come il più grande megaslump da disgelo retrogressivo conosciuto. Si tratta di una grande frana che si amplia mediante fusione del ghiaccio esposto e arretramento della scarpata.[8]

La forma viene spesso chiamata “cratere”. La sua evoluzione non corrisponde a quella di una singola esplosione. Il disgelo libera i sedimenti, che scivolano o vengono trasportati dall’acqua. La parete arretra e mette a nudo nuove porzioni del deposito congelato.[8]

Una revisione scientifica del 2023 ricostruisce tre fasi. Dopo il disturbo della vegetazione e del suolo fra gli anni Quaranta e Sessanta, si sviluppò un’incisione sul versante. Negli anni Ottanta l’erosione passò a una frana da disgelo. Negli anni Novanta il fenomeno raggiunse le dimensioni di un megaslump.[8]

I dati riferiti al 2019 indicavano circa 80 ettari di superficie. La forma raggiungeva 1,8 chilometri di lunghezza e una larghezza massima di 0,89 chilometri. La parete principale arrivava a circa 55 metri sopra il fondo. Queste misure descrivono un momento preciso della sua evoluzione.[8]

Il contenuto di ghiaccio spiega parte della vulnerabilità. Nel complesso glaciale superiore studiato, il ghiaccio raggiungeva fino all’87% del volume. La sua fusione comporta quindi una perdita importante della struttura del deposito, seguita dalla mobilizzazione di sabbia, limo e materia organica.[8]

Permafrost di Batagay: un archivio ambientale di almeno 650.000 anni

Le pareti della frana espongono depositi che conservano una storia ambientale estesa ad almeno 650.000 anni. La successione comprende complessi ricchi di ghiaccio, livelli sabbiosi, resti vegetali e tracce di antiche superfici erosive. Il sito permette di studiare la persistenza del permafrost attraverso più cicli climatici.[8][14]

Il disgelo porta alla luce anche ossa, denti e carcasse conservate. La Scintilena ha raccontato nel dicembre 2024 il ritrovamento del giovane mammut Yana, proveniente da Batagaika e presentato come risalente a circa 50.000 anni fa. La notizia si inserisce nella più ampia documentazione paleontologica del sito.[15]

L’esposizione rende questi archivi accessibili, ma avvia anche la loro trasformazione. L’acqua trasferisce sedimenti e materia organica verso il fiume Batagay e poi verso la Yana. I microrganismi possono decomporre parte del carbonio prima conservato nel terreno congelato.[16]

Il confronto con lo Utah è utile, pur mantenendo distinti i materiali. Nelle grotte, gli speleotemi registrano quando l’acqua poteva infiltrarsi. A Batagay, la stratigrafia conserva ghiaccio, sedimenti e resti biologici. Entrambi gli archivi contribuiscono alla ricostruzione del rapporto fra clima e sottosuolo.[1][8]

Siberia occidentale: i crateri da emissione di gas di Yamal e Gydan

Un’altra categoria di voragini è documentata nelle penisole di Yamal e Gydan. Sono i gas emission craters, indicati con la sigla GEC. La loro formazione coinvolge gas in pressione e l’espulsione di terreno congelato. Non sono semplicemente conche prodotte da un lento assestamento.[6]

Uno dei casi che richiamarono l’attenzione internazionale fu osservato nella penisola di Yamal nel 2014. Il modello descritto dai ricercatori prevede un accumulo di metano sotto o dentro il permafrost ricco di ghiaccio. La sovrapressione può deformare la superficie e superare la resistenza dei materiali sovrastanti.[17]

Il fenomeno produce una rottura rapida, con espulsione di ghiaccio e sedimenti. Successivamente, l’erosione delle pareti e l’ingresso dell’acqua possono trasformare il cratere. La forma iniziale diventa quindi meno riconoscibile nel paesaggio.[6][18]

Una ricerca del 2021 ha analizzato 327.000 chilometri quadrati della regione Yamal-Gydan. Il metodo riconosceva i sette GEC allora riportati nella letteratura e individuava tre ulteriori forme simili. Il 5% del paesaggio risultava modificato fra il 1984 e il 2017. Questa percentuale riguarda tutti i cambiamenti rilevati, non soltanto i crateri da gas. Le frane retrogressive da disgelo erano più abbondanti dei GEC.[6]

Permafrost, gas profondi e riscaldamento: i processi dei crateri siberiani

La formazione dei GEC coinvolge condizioni geologiche e termiche specifiche. Uno studio del 2025 propone un ruolo determinante per flussi concentrati di gas e calore provenienti da sotto il permafrost. Il lavoro associa i crateri alla presenza di faglie e all’incontro fra zone scongelate sotto laghi o fiumi e assottigliamenti locali del terreno congelato.[9]

In questa interpretazione, il riscaldamento atmosferico agisce anche indirettamente. Favorisce la trasformazione del permafrost e lo sviluppo di laghi e corsi d’acqua, modificando le condizioni che consentono l’accumulo e la fuoriuscita del gas. L’origine di un cratere dipende quindi dall’interazione fra clima, struttura geologica e circolazione dei fluidi.[9]

I modelli scientifici descrivono contributi diversi e continuano a essere affinati. Il punto comune è il ruolo di una pressione capace di rompere il terreno. Questo separa i crateri da gas dalle depressioni termocarsiche ordinarie e dal megaslump di Batagay.[6][8][9]

Kamchatka: permafrost montano e terreni vulcanici

La Kamchatka presenta un contesto diverso dalle pianure di Yamal. Nel gruppo vulcanico Klyuchevskaya, il permafrost è diffuso anche in prossimità di vulcani attivi. La sua distribuzione dipende dalla quota, dalle condizioni termiche superficiali, dalla neve e dalle caratteristiche dei depositi vulcanici.[7]

Uno studio di Andrey Abramov, Stephan Gruber e David Gilichinsky, pubblicato nel 2008, descrive misurazioni e campagne condotte fra il 2002 e il 2007. I risultati documentano temperature medie annue del terreno vicine a 0 °C intorno a 950 metri di quota e prossime a ?7 °C a 2.500 metri. Il modello prevedeva permafrost a partire da circa 700 metri, con variazioni locali.[7]

Le simulazioni indicavano spessori dell’ordine di un chilometro sotto le cime più alte. Si tratta di stime modellistiche relative all’area studiata, non di misure applicabili all’intera penisola. Il lavoro costituisce una base per comprendere la struttura del sottosuolo vulcanico congelato.[7]

La presenza di magma non impedisce automaticamente la conservazione del permafrost. Il calore delle fumarole e dei condotti ha effetti localizzati. Le scorie vulcaniche possono inoltre isolare il ghiaccio sepolto. Nei sondaggi descritti dagli autori erano presenti livelli di ghiaccio massivo protetti da depositi vulcanici.[7]

Disgelo e voragini in Kamchatka: ghiaccio sepolto, infiltrazione e cedimenti

Nei terreni vulcanici della Kamchatka convivono lave, ceneri, scorie, sedimenti congelati e ghiaccio sepolto. Alcuni materiali sono molto porosi. L’acqua può quindi infiltrarsi anche attraverso substrati parzialmente congelati, quando i pori non sono completamente occupati dal ghiaccio.[7]

La risposta al riscaldamento dipende dalla struttura locale. Nei depositi ricchi di ghiaccio, la fusione può favorire assestamenti e depressioni. Sui versanti può contribuire alla mobilizzazione dei materiali. In questo ambiente, la valutazione dei cedimenti deve considerare insieme il ghiaccio sotterraneo, l’acqua e le proprietà meccaniche dei depositi vulcanici.[5][7][19]

Occorre distinguere anche il permafrost dal ghiaccio di origine glaciale sepolto. Le depressioni prodotte dalla fusione di ghiaccio glaciale relitto non sono classificate nello stesso modo del termocarsismo dei terreni permanentemente congelati. Una forma simile in superficie può dunque corrispondere a una storia diversa del sottosuolo.[12]

Per la Kamchatka, il riferimento è quindi un sistema montano e vulcanico con condizioni locali molto variabili. I crateri da emissione di gas studiati a Yamal e Gydan appartengono a un altro quadro geologico. La distinzione consente di descrivere il rischio senza trasferire automaticamente un meccanismo da una regione all’altra.[6][7]

Laghi termocarsici e permafrost: il ruolo dell’acqua nel disgelo

L’acqua non è soltanto un prodotto della fusione. È anche un mezzo di trasporto del calore. Quando una depressione diventa un lago che non congela fino al fondo, può mantenere una zona scongelata nel sottosuolo: il talik. La presenza di questa zona modifica la circolazione idrica e la distribuzione del permafrost.[13]

Nel delta della Lena, uno studio su cinque laghi ha misurato temperature medie annue sul fondo comprese fra 2,7 e 4 °C. Durante il periodo senza ghiaccio, le temperature mensili dell’acqua di fondo arrivavano a 15 °C. I bacini funzionavano come assorbitori di calore, trasferendolo ai sedimenti sottostanti.[20]

I laghi possono ampliarsi, unirsi o drenarsi attraverso nuovi percorsi. L’evoluzione idrologica modifica quindi anche l’evoluzione termica del terreno. Non esiste una sequenza identica per tutti i bacini: il risultato dipende dal ghiaccio disponibile, dalla topografia e dai collegamenti con il reticolo idrografico.[13][21]

Permafrost e carbonio: perché le voragini hanno effetti climatici

La regione settentrionale del permafrost conserva grandi quantità di carbonio organico. Una sintesi NOAA del 2019 stimava un deposito di 1.460–1.600 miliardi di tonnellate di carbonio nei suoli della regione. È una riserva complessiva, non una quantità destinata a essere emessa immediatamente.[22]

Il disgelo rende parte della materia organica disponibile alla decomposizione microbica. Si producono anidride carbonica e metano, con proporzioni influenzate anche dall’umidità e dalla disponibilità di ossigeno. Gli ambienti saturi d’acqua favoriscono la produzione di metano.[22][23]

Le forme di disgelo rapido possono esporre livelli profondi in tempi brevi. Per questo, frane e depressioni termocarsiche hanno rilevanza nel bilancio del carbonio. Una valutazione circumpolare del 2016 stimava che i paesaggi termocarsici occupassero circa il 20% della regione settentrionale del permafrost e conservassero circa metà del carbonio organico sotterraneo dell’area studiata.[5]

Il carbonio mobilizzato non si trasforma interamente e subito in gas. Una parte viene trasportata, depositata o ulteriormente trasformata nei fiumi e nei laghi. La ricerca su Batagay documenta proprio il collegamento fra disgelo, erosione e trasferimento della materia organica.[16]

Rischi del permafrost per infrastrutture e versanti

Il terreno congelato sostiene edifici, strade e altre infrastrutture. La sua degradazione può ridurre la capacità portante e aumentare i cedimenti differenziali. Le deformazioni dipendono dal contenuto di ghiaccio e dalla distribuzione del disgelo, non soltanto dalla temperatura dell’aria.[10][19]

In Yakutia, studi sulle comunità rurali collegano il termocarsismo a deformazioni di abitazioni e fabbricati, riduzione delle aree edificabili e perdita di terreni agricoli. Si tratta di trasformazioni che coinvolgono direttamente l’uso del territorio.[24]

Il monitoraggio combina osservazioni sul campo e telerilevamento. I sondaggi misurano la temperatura del terreno. Le misure dello strato attivo seguono il disgelo stagionale. Le immagini satellitari e i rilievi topografici documentano l’evoluzione delle depressioni e delle scarpate.[6][7][25]

I crateri da gas richiedono inoltre attenzione alla possibile deformazione della superficie e alla distribuzione delle condizioni geologiche favorevoli. Le mappe aiutano a individuare le trasformazioni, mentre la valutazione del rischio deve distinguere i diversi processi che le producono.[6][9]

Speleologia e permafrost: gli archivi delle grotte completano il monitoraggio

Le misurazioni strumentali descrivono il cambiamento contemporaneo. Gli archivi geologici estendono l’osservazione ai cicli climatici del passato. Le 108 datazioni dei monti Uinta offrono una ricostruzione della risposta del permafrost montano su 600.000 anni.[1]

Il contributo delle grotte riguarda soprattutto il rapporto fra gelo e infiltrazione. Gli speleotemi mostrano quando l’acqua poteva raggiungere il sottosuolo e depositare carbonati. Le successioni di Batagay conservano invece ghiaccio e materiali antichi. I sondaggi della Kamchatka descrivono la distribuzione termica nei terreni vulcanici.[1][7][8]

Questi strumenti osservano componenti diverse dello stesso sistema. Il loro confronto aiuta a comprendere la vulnerabilità dei terreni congelati, i cambiamenti idrologici e l’evoluzione dei versanti. Per la speleologia, lo studio dello Utah conferma il valore delle concrezioni come documenti della storia climatica e della circolazione dell’acqua.[1]

Scheda di studio: concetti chiave sul permafrost

  • Permafrost: terreno a temperatura pari o inferiore a 0 °C per almeno due anni consecutivi.[10]
  • Strato attivo: porzione superficiale che disgela e ricongela stagionalmente.[11]
  • Termocarsismo: assestamento e trasformazione di terreni ricchi di ghiaccio durante il disgelo.[5]
  • Talik: zona di terreno scongelato che può persistere sotto un lago.[13]
  • GEC: cratere prodotto dall’espulsione di terreno associata a gas in pressione.

Fonti
[1] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain permafrost | Quaternary Research | Cambridge Core https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/abs/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[2] Speleothems – Caves and Karst (U.S. National Park Service) https://www.nps.gov/subjects/caves/speleothems.htm
[3] Uranium-Series Dating of Speleothems: Current Techniques, Limits … https://link.springer.com/chapter/10.1007/978-1-4419-9118-8_10
[4] Speleothems reveal 500000-year history of Siberian permafrost. – ORA https://ora.ox.ac.uk/objects/uuid:c6d6a31f-6a5d-4975-ac06-10885254649e
[5] Circumpolar distribution and carbon storage of thermokarst … https://www.nature.com/articles/ncomms13043
[6] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21
[7] [PDF] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://scispace.com/pdf/mountain-permafrost-on-active-volcanoes-field-data-and-3xijvzrjoi.pdf
[8] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits … https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/ppp.2194
[9] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40695218/
[10] Permafrost – ClimateChangePost https://www.climatechangepost.com/countries/russia/permafrost/
[11] Global study indicates widespread permafrost degradation https://www.preventionweb.net/news/global-study-indicates-widespread-permafrost-degradation
[12] Thermokarst | Types, Formation, & Facts – Britannica https://www.britannica.com/science/thermokarst
[13] Story Map »Thermokarst Lakes – Arctic Landscape EXplorer (ALEX) https://alex.awi.de/en/story-maps/thermokarst-lakes/slide-02
[14] A multimethod dating study of ancient permafrost, Batagay megaslump, east Siberia https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/A9EF8CD9E70A048C45ECF590A49D892D/S0033589421000272a.pdf/div-class-title-a-multimethod-dating-study-of-ancient-permafrost-batagay-megaslump-east-siberia-div.pdf
[15] Scoperta di un Cucciolo di Mammut di 50.000 Anni in … https://www.scintilena.com/scoperta-di-un-cucciolo-di-mammut-di-50-000-anni-in-siberia-un-ritrovamento-eccezionale-nel-permafrost-siberiano/12/26/
[16] Molecular biomarkers in Batagay megaslump permafrost deposits … https://tc.copernicus.org/articles/16/3601/2022/
[17] New study reveals formation of new gas emissions craters in the Arctic https://www.woodwellclimate.org/new-study-reveals-formation-of-new-gas-emissions-craters-in-the-arctic/
[18] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs) – EarthArXiv https://eartharxiv.org/repository/view/6351/
[19] Permafrost Degradation: Mechanisms, Effects, and (Im)Possible Remediation https://www.mdpi.com/2073-445X/14/10/1949
[20] Thermal processes of thermokarst lakes in the continuous permafrost zone of northern Siberia – observations and modeling (Lena River Delta, Siberia) https://www.biogeosciences.net/12/5941/2015/bg-12-5941-2015.pdf
[21] Gradual and Abrupt Permafrost Thaw as Drivers of Rapid Geomorphic Change in Arctic Permafrost Regions https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU2020/EGU2020-11772.html
[22] Permafrost and the Global Carbon Cycle – NOAA Arctic https://arctic.noaa.gov/report-card/report-card-2019/permafrost-and-the-global-carbon-cycle/
[23] How emissions from thawing permafrost reshape carbon budgets https://www.sciencespo.fr/chair-sustainable-development/news/how-emissions-from-thawing-permafrost-reshape-carbon-budgets/
[24] Influence of Permafrost Landscapes Degradation on Livelihoods of Sakha Republic (Yakutia) Rural Communities https://www.mdpi.com/2073-445X/10/2/101/pdf
[25] Thermokarst Development Detected from High-Definition Topographic Data in Central Yakutia https://www.mdpi.com/2072-4292/10/10/1579/pdf?version=1538384706
[27] Formation of giant Siberian gas emission craters (GECs). https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969725016821
[28] Future and present susceptibility to thermokarst hazards in … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0022169425011254
[29] A Biogeochemical Study of Greenhouse Gas Formation From Two Ice Complexes of Batagay Megaslump, East Siberia https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/ppp.2234
[30] Assessing Organic Matter Characteristics in Ancient Permafrost: A Biogeochemical Study at the Batagay Megaslump, East Siberia https://www.semanticscholar.org/paper/7a595018f929fa9103bb76d03469d9a95df53099
[31] Paleoclimate Inferred from Concentration of Greenhouse Gas and Ratios of O2/Ar and N2/Ar in Ice Wedges in Northeastern Siberia and Northern Alaska https://meetingorganizer.copernicus.org/EGU21/EGU21-6965.html
[32] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost-corrigendum/F1C809F69667673077DF67DEEA55217C
[33] Speleothems in Utah Caves Record Past Dynamics of Mountain … https://static.cambridge.org/content/id/urn:cambridge.org:id:article:S0033589426100763/resource/name/S0033589426100763sup001.pdf
[34] Deep ice-Rich permafrost and Its Carbon Vulnerability https://www.semanticscholar.org/paper/e83493a309c51bec13a9ed08092f9a6753d3246c
[35] Munroe, Jeffrey; Wittmer, Madison; McGee, David; Marks … https://zh.mindat.org/reference.php?id=20097012
[36] Batagay megaslump: A review of the permafrost deposits, Quaternary environmental history, and recent development https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1002/ppp.2194
[37] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://quaternary.uibk.ac.at/publication/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/
[38] Detecting and Mapping Gas Emission Craters on the Yamal and Gydan Peninsulas, Western Siberia https://www.mdpi.com/2076-3263/11/1/21/pdf
[39] Gas emission crater – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Gas_emission_crater
[40] Formation of Gas-Emission Craters in Northern West Siberia: Shallow Controls https://www.mdpi.com/2076-3263/11/9/393/pdf
[41] Why those huge craters in Siberia are a climate wake-up call | EDF https://www.edf.org/why-those-huge-craters-siberia-are-climate-wake-call
[42] Experimental Insights Into Freeze?Thaw Effects on Fine?Grained Sediment Rheology Under Thermokarst Development https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2025GL114884
[43] [PDF] Current and Future Permafrost Emissions as Large as Major Emitters https://unfccc.int/sites/default/files/resource/Global_Carbon_Budgets_Current_and_Future_Permafrost_Emissions_as_Large_as_Major_Emitters_SusanaHancock.pdf
[44] Monitoring the Thaw Slump-Derived Thermokarst by Alos-2 Interferometric Data in Permafrost Terrain of Qinghai-Tibet Plateau Between 2015 And 2022 https://ieeexplore.ieee.org/document/10282107/
[45] Summary for Policymakers – IPCC https://www.ipcc.ch/report/ar6/syr/summary-for-policymakers/
[46] Quantifying the water contributions and carbon consequences of permafrost degradation on the Tibetan Plateau. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S2095927325009661
[47] Susceptibility of active-layer detachment failures and vulnerability of infrastructure in Alaska and northwestern Canada https://link.springer.com/10.1007/s10346-025-02603-x
[48] The role of thermokarst evolution in debris flow initiation (Hüttekar … https://egusphere.copernicus.org/preprints/2022/egusphere-2022-567/
[49] [PDF] Permafrost and Climate Change: Carbon Cycle Feedbacks From the … https://epic.awi.de/57387/1/Schuur_2022.pdf
[50] NUNATARYUK: Permafrost thaw and the changing Arctic coast. Science for socio-economic adaptation https://www.semanticscholar.org/paper/41ea050e3cb7da30709a03a8ef40490e4c52d6c5
[51] Raccolta Aprile 2008 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2008_04_Raccolta_Scintilena_Aprile.pdf
[52] INVESTIGATING THE IMPACTS OF PERMAFROST THAW ON ARCTIC LANDSCAPES https://www.semanticscholar.org/paper/04067aaaabc1764f0e21ccf7884f38902f64da95
[53] Raccolta Gennaio 2026 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads/2020/03/Annales-Scintilena-Gennaio-2026.pdf
[54] Role of Ecosystem-Driven Permafrost in Soil Development and Ecosystem Fragmentation During the Holocene Evolution of a Boreal Lowland Landscape https://www.mdpi.com/2076-3263/16/9/355
[55] Raccolta Giugno 2007 https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2007_06_Raccolta_Scintilena_Giugno.pdf
[56] The impact of the permafrost carbon feedback on global climate https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/9/8/085003
[57] Long-term monitoring of active layer thickness confirms global … https://www.nature.com/articles/s43247-026-03824-1
[58] ESTIMATION OF SEISMIC IMPACTS UNDER CONDITIONS OF PERMAFROST DEGRADATION http://www.kscnet.ru/journal/kraesc/article/view/737
[59] Permafrost – UNESCO https://www.unesco.org/en/tags/permafrost?hub=748
[60] SPECIFICS OF THE LITHOSPHERE OF THE PERMAFROST ZONE OF EASTERN SIBERIA http://www.kscnet.ru/journal/kraesc/article/view/650
[61] Climate Change in the Arctic – Permafrost, Thermokarst, and … https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1749-8198.2010.00390.x
[62] Morphometry of volcanic cones on Mars in perspective of Astrobiological Research https://www.cambridge.org/core/product/identifier/S1473550415000166/type/journal_article
[63] Thermokarst disturbance responses to climate change across … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1674987125001525
[64] Non-temperature environmental drivers modulate warming-induced 21st-century permafrost degradation on the Tibetan Plateau https://www.nature.com/articles/s41467-025-63032-x
[65] Senza titolo https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2021cosp…43E.402S/abstract
[66] Permafrost vulnerability to climate change: understanding thaw dynamics and climate feedback of permafrost degradation https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/adfc7e
[67] Permafrost Degradation and Concomitant Hydrological Changes Dominated by Anthropogenic Greenhouse Gas Emissions in the Northeastern Tibetan Plateau https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2024GL113679
[68] Thermokarst – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Thermokarst
[69] Review of Permafrost Degradation in the Mongolian Plateau https://www.mdpi.com/2073-445X/14/2/383
[70] A Blessing and a Curse: Melting Permafrost in the Russian Arctic https://www.thearcticinstitute.org/blessing-curse-melting-permafrost-russian-arctic/
[71] Methane-cycling microbiomes in soils of the pan-Arctic and their response to permafrost degradation https://www.nature.com/articles/s43247-025-02765-5
[72] Geomorphology of the Central Kamchatka Depression, the Kamchatka Peninsula, NE Pacific https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/17445647.2023.2252006?needAccess=true&role=button
[73] A shift of thermokarst lakes from carbon sources to sinks during the … https://www.usgs.gov/publications/a-shift-thermokarst-lakes-carbon-sources-sinks-during-holocene-epoch
[74] Speleothems in Utah caves record past dynamics of mountain … https://www.cambridge.org/core/journals/quaternary-research/article/speleothems-in-utah-caves-record-past-dynamics-of-mountain-permafrost/82FDABC8EAC3EDA75A2079DDCB9620C5
[75] INFLUENCE OF RIFT ZONES AND THERMOKARST LAKES ON THE FORMATION OF SUBAQUEOUS PERMAFROST AND THE STABILITY ZONE OF METHANE HYDRATES OF THE LAPTEV SEA SHELF IN THE PLEISTOCENE https://ice-snow.igras.ru/jour/article/download/458/269
[76] Active thermokarst zones on permafrost territory and their dete?ting … https://izvestiya.tpu.ru/archive/article/view/1685
[77] Geocryological conditions triggering thermokarst processes in Central Yakutia https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2020/23/e3sconf_vc2020_02007.pdf
[78] Mountain permafrost on active volcanoes: field data and statistical … https://ideas.repec.org/a/wly/perpro/v19y2008i3p261-277.html
[79] ?????????? – ????????? https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%A2%D0%B5%D1%80%D0%BC%D0%BE%D0%BA%D0%B0%D1%80%D1%81%D1%82
[80] Vulnerability of the Ancient Peat Plateaus in Western Siberia https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8707802/
[81] Kamchatka Peninsula – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Kamchatka_Peninsula
[82] Glaciers in the Russian Mountains (Caucasus, Altai, Kamchatka) in … https://journals.eco-vector.com/2076-6734/article/view/659370
[83] Thermokarst lakes – Brockmann Consult https://www.brockmann-consult.de/lakes/thermokarst-lakes/
[84] Climate warming has lead to widespread thawing in – CNN https://www.cnn.com/2019/06/11/americas/thermokarst-arctic-climate-change-intl-hnk
[85] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.gt-crust.ru/jour/article/download/86/88
[86] Speleothems in subglacial caves: An emerging archive of glacial climate history and mountain glacier dynamics https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0277379124001859
[87] U–Th dating of speleothems with high initial 230Th using … https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1871101407000222
[88] The antiquity of Nullarbor speleothems and implications for karst palaeoclimate archives https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC6345804/
[89] Petrology, geochronology, and tectonic implications of c. 500 Ma metamorphic and igneous rocks along the northern margin of the Central Asian Orogen (Olkhon terrane, Lake Baikal, Siberia) https://ndownloader.figshare.com/files/5425988
[90] [PDF] Speleothems Reveal 500000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/files/11622548/PDF_Science2013.pdf
[91] Paleolithic occupation of arid Central Asia in the Middle Pleistocene https://dx.plos.org/10.1371/journal.pone.0273984
[92] Speleothems Reveal 500,000-Year History of Siberian Permafrost https://www.earth.ox.ac.uk/publication/385519/scopus
[93] Speleothems Reveal 500,000-year History of Siberian Permafrost https://www.research.ed.ac.uk/en/publications/speleothems-reveal-500000-year-history-of-siberian-permafrost/
[94] Uranium–thorium dating – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Uranium%E2%80%93thorium_dating
[95] What is Uranium-Thorium Dating? – Isobar Science https://isobarscience.com/what-is-u-th-dating/
[96] Speleothems Reveal 500000-Year History of Siberian Permafrost https://scispace.com/papers/speleothems-reveal-500-000-year-history-of-siberian-1hmx4a1z89
[97] Siberian caves warn of permafrost meltdown https://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130619101521.htm
98 Uranium–thorium dating method and Palaeolithic rock art https://www.academia.edu/90905663/Uranium_thorium_dating_method_and_Palaeolithic_rock_art
[99] [PDF] Uranium-thorium dating: the race towards the earliest rock art https://aplombpublications.net/wp-content/uploads/2026/03/AOJHAE-02-0007_Final.pdf

Permafrost

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  • “Forest – Il futuro ha radici antiche”: a Pietra Ligure il documentario che racconta il bosco e chi se ne prende cura
    Condividi Mercoledì 14 ottobre 2026 alle 21 al Cinema Teatro Moretti il documentario di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon. La proiezione, promossa dalle Sezioni CAI di Albenga, Loano e Finale Ligure, sarà seguita da un dibattito sui temi ambientali affrontati dal film PIETRA LIGURE (SV) – Mercoledì 14 ottobre 2026, alle ore 21, il Cinema Teatro Moretti ospita la proiezione di “Forest – Il futuro ha radici antiche”, documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon dedicato al la
     

“Forest – Il futuro ha radici antiche”: a Pietra Ligure il documentario che racconta il bosco e chi se ne prende cura

Október 14th 2026 at 06:00

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Mercoledì 14 ottobre 2026 alle 21 al Cinema Teatro Moretti il documentario di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon. La proiezione, promossa dalle Sezioni CAI di Albenga, Loano e Finale Ligure, sarà seguita da un dibattito sui temi ambientali affrontati dal film

PIETRA LIGURE (SV) – Mercoledì 14 ottobre 2026, alle ore 21, il Cinema Teatro Moretti ospita la proiezione di “Forest – Il futuro ha radici antiche”, documentario diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon dedicato al lavoro forestale e al complesso rapporto tra uomo e bosco.

Un’altra tappa ligure per “Forest”, che racconta il bosco attraverso gli occhi di quattro giovani alle prese con un mestiere antico che oggi richiede conoscenze scientifiche, tecnologia, formazione e una crescente attenzione agli equilibri ambientali.

Diretto da Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon, “Forest – Il futuro ha radici antiche” è prodotto da CineBlend e realizzato in collaborazione con il Club Alpino Italiano. Il documentario, della durata di circa 80 minuti, sta attraversando l’Italia con numerose proiezioni e ha già fatto tappa anche in altre località liguri.

Quattro giovani imparano a leggere il bosco

Il docufilm è ambientato nel bosco del Monte Meletta, nel territorio di Gallio, sull’Altopiano dei Sette Comuni, in Veneto. Le Melette sono un gruppo di piccoli rilievi montuosi dalle forme prevalentemente dolci e tondeggianti, che si elevano nella parte centro-orientale dell’Altopiano a quote comprese indicativamente tra i 1.400 e i 1.800 metri, fino ai 1.824 metri del Monte Fior. È un paesaggio nel quale boschi e pascoli si alternano sulle dorsali e sui versanti, con una lunga storia di presenza e attività umana. Nel bosco si incontrano anche le caratteristiche “Puche”: è un termine di origine cimbra che significa faggio: vecchi alberi dalle forme spesso simili a grandi candelabri, modellati dalle antiche pratiche di capitozzatura, con le quali il tronco veniva tagliato a qualche metro da terra per favorire la produzione di nuovi rami.

Al centro del racconto ci sono due ragazze e due ragazzi che si avvicinano per la prima volta al lavoro di operatore forestale.

A guidarli sono i fratelli Michele e Giorgio Sambugaro, che li accompagnano in un percorso nel quale abbattere un albero rappresenta soltanto una parte di un’attività molto più complessa.

Bisogna imparare a riconoscere le piante, leggere il terreno e le condizioni del bosco, valutare i rischi, utilizzare correttamente gli strumenti e i dispositivi di protezione individuale, lavorare in sicurezza anche su terreni ripidi e comprendere le conseguenze di ogni intervento.

Il bosco diventa così contemporaneamente luogo di lavoro, ecosistema, oggetto di studio e territorio da gestire.

Il documentario affianca all’esperienza dei giovani anche il contributo di esperti e studiosi: mette così a confronto conoscenze tradizionali e ricerca scientifica.

Un mestiere antico che cambia con la tecnologia

Il titolo del film sintetizza uno dei suoi temi principali: il lavoro forestale affonda le proprie radici in pratiche antiche, ma oggi è profondamente cambiato.

Esperienza e capacità di osservazione rimangono fondamentali, ma sono affiancate da nuove attrezzature, tecnologie, procedure di sicurezza e conoscenze scientifiche.

Una parte importante del racconto riguarda proprio la sicurezza sul lavoro nel bosco, dove pendenze, alberi instabili, condizioni meteorologiche e utilizzo di macchinari possono trasformare rapidamente un errore di valutazione in un grave pericolo.

Il progetto cinematografico nasce anche dall’incontro di CineBlend con il CAI e con aziende impegnate nella ricerca, nella tecnologia e nella formazione applicate al lavoro forestale.

Il bosco non è soltanto qualcosa da lasciare intatto

“Forest” riguarda il significato stesso della tutela.

Il film supera la rappresentazione del bosco come semplice risorsa da sfruttare, ma allo stesso tempo non lo descrive come un ambiente nel quale la presenza dell’uomo debba necessariamente scomparire.

Emergono invece la necessità di conoscere i processi naturali, comprendere quando e come intervenire e trovare un equilibrio fra conservazione, sicurezza, attività economiche e gestione forestale.

È un rapporto costruito nel corso dei secoli e ancora leggibile nel paesaggio.

Un ambiente che cambia

Sul racconto pesa anche la trasformazione che negli ultimi anni ha interessato molti boschi dell’arco alpino.

Eventi meteorologici estremi, periodi di siccità, incendi, parassiti e cambiamenti climatici stanno modificando rapidamente ambienti che possono apparire stabili soltanto a uno sguardo superficiale.

Il lavoro di chi si occupa delle foreste deve quindi confrontarsi con problemi nuovi e con decisioni non sempre semplici: lasciare che il bosco evolva autonomamente, intervenire per favorirne la rigenerazione, rimuovere alberi pericolosi o danneggiati, proteggere determinate specie o cercare di aumentare la capacità dell’ecosistema di affrontare futuri cambiamenti.

Sono questioni nelle quali non esistono necessariamente risposte valide per ogni bosco e per ogni situazione: il racconto dei quattro giovani assume un significato più ampio: prima di intervenire occorre imparare a osservare e comprendere.

Dopo il film il dibattito con il pubblico

La serata di Pietra Ligure proseguirà anche dopo i titoli di coda.

Al termine della proiezione sarà proposto un dibattito con il pubblico, animato da Marina Abisso del CAI Ligure-Genova, insieme ad altri operatori TAM – Tutela Ambiente Montano – e naturalistico culturali del Club Alpino Italiano.

Il confronto partirà dai temi sollevati dal documentario per allargarsi al rapporto tra uomo e ambiente forestale: dalla biodiversità alla gestione del bosco, dalla sicurezza agli effetti dei cambiamenti climatici, fino al ruolo che conoscenza scientifica e osservazione naturalistica possono avere nelle decisioni che riguardano il territorio.

Una domanda attraversa in fondo tutto il film e può accompagnare anche la discussione: proteggere un bosco significa semplicemente non toccarlo oppure, in determinate condizioni, significa anche conoscerlo abbastanza bene da sapere quando e come intervenire?

“Forest – Il futuro ha radici antiche” non offre una risposta semplice. Mostra piuttosto quanto il rapporto con la foresta richieda competenza, responsabilità e capacità di leggere un ecosistema nel quale ogni intervento produce conseguenze.

La proiezione inizierà mercoledì 14 ottobre alle ore 21 al Cinema Teatro Moretti di Pietra Ligure.

Il biglietto costa 10,00 euro, ridotto a 8,00 euro per i soci CAI e gli over 65. I soci CAI interessati possono prenotare attraverso le rispettive Sezioni oppure direttamente tramite il sito del cinema.

Fonti

Locandina della serata – Club Alpino Italiano, Sezioni di Albenga, Loano e Finale Ligure.

CinemaItaliano.info – Forest: Il futuro ha radici antiche:
https://www.cinemaitaliano.info/forestilfuturoharadiciantiche

CAI Thiene – Forest – Il futuro ha radici antiche:
https://www.caithiene.it/22-luglio-forest-il-futuro-ha-radici-antiche/

CAI Conegliano – Forest – Il futuro ha radici antiche:
https://www.caiconegliano.it/evento/forest-il-futuro-ha-radici-antiche/

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  • Archeologia, LiDAR e intelligenza artificiale: a Genova la conferenza di Claudine Gravel-Miguel
    Condividi Mercoledì 14 ottobre all’Università di Genova un incontro dedicato all’impiego dei rilievi LiDAR e dell’intelligenza artificiale per individuare e studiare le tracce archeologiche nel territorio LiDAR, archeologia e intelligenza artificiale saranno al centro di una lezione-conferenza in programma mercoledì 14 ottobre 2026 all’Università degli Studi di Genova. L’incontro, dal titolo “LiDAR for archaeology and AI object detection”, sarà tenuto da Claudine Gravel-Miguel, del Départe
     

Archeologia, LiDAR e intelligenza artificiale: a Genova la conferenza di Claudine Gravel-Miguel

Október 14th 2026 at 05:00

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Mercoledì 14 ottobre all’Università di Genova un incontro dedicato all’impiego dei rilievi LiDAR e dell’intelligenza artificiale per individuare e studiare le tracce archeologiche nel territorio

LiDAR, archeologia e intelligenza artificiale saranno al centro di una lezione-conferenza in programma mercoledì 14 ottobre 2026 all’Università degli Studi di Genova.

L’incontro, dal titolo “LiDAR for archaeology and AI object detection”, sarà tenuto da Claudine Gravel-Miguel, del Département d’anthropologie dell’Université de Montréal, nell’ambito degli InPrA – Incontri di Preistoria e Antropologia della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova.

La conferenza affronterà le possibilità offerte dall’integrazione tra rilievi LiDAR e sistemi di intelligenza artificiale per la ricerca archeologica.

Il LiDAR consente di ottenere modelli tridimensionali molto dettagliati del terreno e di riconoscere morfologie che possono risultare difficili da osservare direttamente, soprattutto in aree coperte dalla vegetazione. Gli algoritmi di intelligenza artificiale e machine learning possono poi contribuire all’analisi di grandi quantità di dati e all’individuazione automatica di strutture e anomalie potenzialmente riconducibili alla presenza di siti archeologici.

Si tratta di un settore di ricerca sempre più importante per l’archeologia del paesaggio e per lo studio di territori complessi, dove le tracce delle attività umane del passato possono essere poco visibili in superficie.

Una ricercatrice legata anche alla preistoria ligure

Claudine Gravel-Miguel si occupa di preistoria dell’Europa occidentale, reti sociali preistoriche e applicazioni di metodologie quantitative alla ricerca archeologica.

Il suo rapporto con la Liguria è particolarmente stretto. Ha infatti partecipato a progetti di ricerca dedicati alle comunità di cacciatori-raccoglitori tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene, collaborando anche con studiosi dell’Università di Genova.

Le attività hanno interessato siti e territori della Liguria occidentale e delle Alpi Marittime, con particolare attenzione alle trasformazioni ambientali e culturali che caratterizzarono il passaggio tra le ultime fasi del Paleolitico e il Mesolitico.

L’incontro rappresenta quindi un’occasione per conoscere da vicino strumenti che stanno modificando il modo di esplorare e interpretare il paesaggio archeologico, mettendo insieme rilievo del territorio, elaborazione digitale e intelligenza artificiale.

Informazioni

  • “LiDAR for archaeology and AI object detection” – Claudine Gravel-Miguel
    Département d’anthropologie
    Université de Montréal, Canada
  • Mercoledì 14 ottobre 2026 – ore 13:15
  • Aula 4 – Via Balbi 2, Genova

L’incontro potrà essere seguito anche attraverso Microsoft Teams.

Per gli utenti UniGe il codice di accesso indicato dagli organizzatori è:

2fn0amk

Per informazioni e modalità di accesso è possibile scrivere a:

fabio.negrino@unige.it

L’appuntamento fa parte degli InPrA – Incontri di Preistoria e Antropologia, organizzati nell’ambito del Corso Magistrale di Paletnologia della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Genova.

Fonti: Università degli Studi di Genova; Université de Montréal; comunicazione di Fabio Negrino; Advances in Archaeological Practice.

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Costacciaro 2026, programma online: quattro giorni di speleologia e 171 eventi, 50 gli incontri di Spritz Blitz Scintilens

Október 14th 2026 at 07:00

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Il Raduno Internazionale di Speleologia si svolgerà dal 29 ottobre al 1° novembre. Nello spazio di Scintilena, Spritz Blitz Scintilens, il calendario riunisce esplorazione, ricerca, sicurezza, tutela dei pipistrelli, libri e comunicazione del sottosuolo.

Costacciaro 2026 pubblica il programma del Raduno Internazionale di Speleologia

Il programma ufficiale di Costacciaro 2026 è online.

Il Raduno Internazionale di Speleologia si terrà nel borgo umbro dal 29 ottobre al 1° novembre.

https://radunocostacciaro.it/programma/

Per quattro giorni, la comunità speleologica potrà scegliere tra incontri, conferenze, escursioni, workshop, mostre e attività dedicate al mondo sotterraneo.

Il sito del raduno raccoglie i contenuti e le informazioni necessarie per organizzare la partecipazione.

L’annuncio della pubblicazione invita a consultare gli appuntamenti e a costruire il proprio percorso tra le attività.

L’organizzazione indica anche un contatto per eventuali segnalazioni relative al programma: info@radunocostacciaro.it.

La comunicazione accompagna così la fase di preparazione delle giornate, prima dell’arrivo degli speleologi a Costacciaro.

Il calendario mette in relazione esperienze diverse. Accanto all’esplorazione trovano spazio la ricerca scientifica, la formazione tecnica, la fotografia e la documentazione.

Gli incontri consentiranno di confrontare progetti e risultati, mentre le attività sul territorio collegheranno il raduno al paesaggio del Monte Cucco.

I cinque elementi di Costacciaro 2026: aria, acqua, terra, fuoco e vuoto

Il filo conduttore di Costacciaro 2026 è costituito da cinque elementi: aria, acqua, terra, fuoco e vuoto.

Il tema collega i processi naturali all’esperienza della speleologia. L’aria richiama il respiro delle montagne.

L’acqua rimanda alla trasformazione delle rocce e dei paesaggi.

La terra conserva tracce e memoria. Il fuoco introduce energia e trasformazione. Il vuoto identifica lo spazio dell’esplorazione.

Cinque testimonial accompagnano questa impostazione: Luca Mercalli, Simone Villotti, Antonio De Vivo, Gaetano Giudice e Robbie Shone.

Il loro coinvolgimento affianca un programma che comprende conferenze, mostre, workshop e incontri.

La proposta tiene insieme il racconto delle grotte e le diverse competenze necessarie per conoscerle.

Spritz Blitz Scintilens: lo spazio di Scintilena a Costacciaro 2026

All’interno del raduno, Scintilena propone 50 incontri nello spazio Spritz Blitz Scintilens.

La sede è in via M. Masserelli 30, davanti al Forno. Il calendario si distribuisce su tutte e quattro le giornate, con appuntamenti dal giovedì sera alla domenica mattina.

La formula è quella dell’incontro con persone e gruppi che operano nella speleologia. Il programma attraversa spedizioni, scuole, soccorso, biblioteche, catasti e tutela ambientale.

Comprende inoltre presentazioni di libri, fotografia, grotte turistiche, cavità artificiali e comunicazione. Ne emerge un percorso che affianca l’attività esplorativa alle responsabilità della conoscenza e della divulgazione.

L’apertura del 29 ottobre sarà affidata a Silvia Arrica e Tullio Bernabei.

Il giorno successivo sono previsti, tra gli altri, gli incontri con Sergio Orsini, presidente della Società Speleologica Italiana, e con i protagonisti di progetti dedicati all’etica, alla formazione e alle esplorazioni.

Sabato 31 ottobre il calendario comprende Alessandra Tomassini per Tutela Pipistrelli.

Domenica 1° novembre si parlerà di rischi nelle cavità artificiali e di comunicazione della speleologia.

Speleologia, territorio e partecipazione nel programma di Costacciaro 2026

Gli incontri di Spritz Blitz Scintilens porteranno a Costacciaro 2026 esperienze provenienti da numerose regioni. Sardegna, Toscana, Umbria, Lazio, Emilia-Romagna, Puglia, Basilicata, Calabria e Friuli-Venezia Giulia compaiono tra gli argomenti del calendario. Il confronto si estenderà alle spedizioni e agli ambienti estremi.

Un’attenzione specifica sarà rivolta alla condivisione. Biblioteche e catasti saranno affrontati come strumenti per rendere disponibile la conoscenza.

Il progetto Scintilena Multilingue introdurrà il tema della circolazione delle notizie oltre le barriere linguistiche. Gli appuntamenti sulla speleologia inclusiva metteranno al centro altre modalità di partecipazione.

La presenza di Tutela Pipistrelli collegherà il programma alla conservazione della fauna sotterranea. L’associazione lavora anche sul rapporto tra speleologi e chirotteri, attraverso divulgazione, monitoraggio e conoscenza dei comportamenti adeguati nelle grotte.

Per partecipare al raduno è prevista la registrazione attraverso il sito ufficiale. Il biglietto unico è valido per i quattro giorni, dal 29 ottobre al 1° novembre.

Programma, iscrizioni e informazioni sull’accoglienza costituiscono i riferimenti per preparare la presenza a Costacciaro.

Relazione sugli incontri di Spritz Blitz Scintilens a Costacciaro 2026

Spritz Blitz Scintilens: una lettura complessiva del programma di Scintilena

Il calendario di Spritz Blitz Scintilens propone una lettura della speleologia attraverso i suoi protagonisti. Non si concentra su un solo settore. Affianca le esplorazioni alla ricerca, le strutture associative alle esperienze locali, la sicurezza alla comunicazione. Le presentazioni editoriali introducono un ulteriore livello: la conservazione della memoria delle scoperte e delle conoscenze.

La distribuzione degli appuntamenti consente di individuare alcuni percorsi trasversali. Il primo riguarda esplorazione e documentazione. Il secondo collega formazione, soccorso e rischio. Il terzo comprende tutela ambientale, inclusione e fruizione delle grotte. Un quarto percorso unisce archivi, biblioteche, libri e strumenti di divulgazione. Questi ambiti ricorrono nelle diverse giornate e permettono di seguire temi comuni attraverso esperienze differenti.

La collocazione a Costacciaro richiama anche la storia degli incontri speleologici italiani. Nel 1983, per iniziativa degli speleologi umbri, Phantaspeleo sviluppò proprio qui un modello di aggregazione che univa contenuti culturali, attività tecniche e momenti di socialità. Gli incontri divennero poi itineranti. Spritz Blitz Scintilens si inserisce nel contesto di un raduno che mantiene il confronto diretto tra persone al centro della propria proposta.

Giovedì 29 ottobre: fotografia speleologica, spedizioni e progetti di esplorazione

La prima serata introduce due prospettive complementari. La fotografia e le esperienze sul campo aprono il calendario. Seguono progetti che collegano esplorazione, clima e tecnologie.

  • Ore 21:30 — Silvia Arrica. L’incontro comprende soccorso e Protezione civile, Sardegna, spedizioni e fotografia. Il programma accosta così il racconto visivo delle grotte all’esperienza operativa e alla conoscenza del territorio. La pluralità dei temi mette in relazione documentazione, esplorazione e attività di servizio.
  • Ore 22:30 — Tullio Bernabei. Gli argomenti sono Underground Climate Change, Angel Robot e La Venta. L’appuntamento porta nello spazio di Scintilena una dimensione progettuale dell’esplorazione. I tre riferimenti offrono il contesto per un confronto tra iniziative e strumenti di conoscenza del sottosuolo.

L’avvio serale assegna dunque un ruolo alla narrazione delle esperienze. Foto, spedizioni e progetti non compaiono come ambiti separati. Il calendario li propone come componenti di un medesimo lavoro di osservazione e restituzione.

Venerdì 30 ottobre, mattina: SSI, speleologia etica e conoscenza condivisa

La mattina di venerdì parte dalla dimensione associativa. Prosegue con l’etica, la storia delle scoperte e gli strumenti che conservano le informazioni. Si conclude con due appuntamenti dedicati a esperienze territoriali.

  • Ore 9:30 — Sergio Orsini. Il presidente SSI. L’incontro introduce il ruolo della Società Speleologica Italiana nel quadro del confronto tra le diverse componenti della comunità.
  • Ore 10:00 — Jacopo Selleroni, Andrea Moretti e Michele Merloni. Il tema è la speleologia etica. L’appuntamento colloca la riflessione sulle responsabilità dell’attività speleologica accanto al racconto delle esplorazioni e alla vita associativa.
  • Ore 11:00 — Fabio Sturba. È prevista la presentazione di “Abisso Ancona – Cronaca di una scoperta”. Il libro porta l’attenzione sulla ricostruzione delle vicende esplorative di Frasassi e sul passaggio dall’esperienza alla sua documentazione scritta.
  • Ore 11:30 — Graziano Ferrari, Marina Abisso e Marco Corvi. “Biblioteche, Catasti, una conoscenza da condividere” è il tema dell’incontro. Il titolo individua un problema comune: rendere le informazioni conservate accessibili e utilizzabili da altri ricercatori e speleologi.
  • Ore 12:00 — Claudio Barbato. “Recuperanti di Montagne, la Grotta Fiara” introduce una specifica esperienza legata a un territorio e alla sua bonifica. L’appuntamento affianca i temi generali della mattina a un caso concreto.
  • Ore 12:30 — Giampaolo Pinto. L’incontro è dedicato alla speleologia tra Puglia, Basilicata e Calabria. Lo sguardo attraversa tre regioni, ampliando il confronto tra esperienze locali e aree di ricerca.

La sequenza mette in relazione responsabilità e memoria. L’etica riguarda il modo di operare. Libri, biblioteche e catasti riguardano il modo di conservare e condividere quanto viene conosciuto. Le esperienze territoriali riportano entrambe le questioni al lavoro sul campo.

Venerdì 30 ottobre, pomeriggio: Speleomedit, inclusione e scuole di speleologia

La prima parte del pomeriggio concentra progetti, partecipazione e formazione. Gli appuntamenti passano dalla produzione di immagini alla speleologia inclusiva, poi al rapporto tra organizzazioni e scuole.

  • Ore 14:30 — Francesco Maurano. Il programma comprende il progetto Speleomedit, il concorso Visioni Sotterranee e il progetto Bussento. L’incontro riunisce iniziative diverse, collegando progettualità, rappresentazione del sottosuolo e riferimento territoriale.
  • Ore 15:00 — Giancarlo Zanetti e Lia Sisino. Il tema è Diversamente Speleo. L’inclusione entra nel calendario attraverso un appuntamento specifico, accanto alle attività formative e alle esperienze esplorative.
  • Ore 15:30 — Giorgio Fornasier. L’incontro affronta CAI e SSI. Il confronto richiama due realtà presenti nel panorama speleologico italiano e nel programma dello spazio di Scintilena.
  • Ore 16:00 — Donato Pupillo. Il tema è la scuola di speleologia del CAI. L’attenzione si sposta sulla formazione e sulle strutture attraverso cui vengono trasmesse competenze e pratiche.

Questa parte del calendario collega la partecipazione agli strumenti che la rendono possibile.

La dimensione inclusiva trova posto accanto alla formazione. I progetti culturali e visuali ampliano i modi con cui la speleologia può essere raccontata e condivisa.

Venerdì 30 ottobre, tardo pomeriggio: Toscana, Apuane, mineralizzazioni e Gessi

Il tardo pomeriggio alterna territori, immagini, scienza e linguaggi culturali. La Toscana e le Apuane occupano due appuntamenti consecutivi. Seguono poesia, mineralizzazioni e speleologia emiliano-romagnola.

  • Ore 17:00 — Sandra Basilischi. Il programma prevede speleologia toscana e Speleofotocontest con la premiazione del Concorso Fotografico ‘Underground League’ . Il confronto collega l’attività regionale alla fotografia, strumento di documentazione presente anche nella serata inaugurale.
  • Ore 17:30 — Danilo Magnani e Nadia Ricci. “Speleologia Toscana e le Apuane: conoscere, condividere, documentare, tutelare” sintetizza quattro azioni collegate. La conoscenza del territorio viene affiancata alla disponibilità delle informazioni e alla conservazione.
  • Ore 18:00 — Eugenio Griffoni. Il tema indicato comprende letture di poesie di Franco Fortini e filosofia trasversale. Il programma introduce così un registro letterario accanto a quelli tecnici e scientifici.
  • Ore 19:00 — Fabio Bellatreccia. L’incontro è dedicato alle mineralizzazioni in grotta. Il tema porta l’attenzione sulle componenti minerali degli ambienti sotterranei, ampliando il quadro oltre il racconto esplorativo.
  • Ore 19:30 — Stefano Olivucci. Speleologia in Emilia-Romagna, Casola e Gessi costituiscono gli argomenti indicati. L’appuntamento aggiunge un altro contesto regionale al confronto tra paesaggi e comunità speleologiche.

Il titolo dell’incontro sulle Apuane esprime una relazione presente nell’intero calendario. Conoscere richiede documentazione. Condividere rende la documentazione disponibile. Tutelare collega queste attività alla responsabilità verso gli ambienti esplorati.

Venerdì 30 ottobre, sera: reportage speleologici e ambienti estremi

La serata è dedicata ai reportage e alle spedizioni. Le due fasce previste permettono di passare da una spedizione identificata nel programma a un confronto più ampio sugli ambienti estremi.

  • Ore 21:30 — Antonio Cosentino. È indicata la premiazione per il miglior reportage “Spedizione Koytendag: la montagna inaccessibile”. L’appuntamento mette al centro la restituzione di un’esperienza esplorativa attraverso il reportage.
  • Ore 22:30 — Roberto Pettirossi e Andrea Benassi. Il calendario associa la premiazione del miglior reportage a esplorazioni, spedizioni e ambienti estremi. L’incontro chiude la giornata collegando l’attività sul campo al suo racconto.

Sabato 31 ottobre, mattina: soccorso speleologico, Umbria e Tutela Pipistrelli

La mattina di sabato si apre con la sicurezza. Seguono il territorio umbro, un progetto editoriale e i protagonisti del raduno. La tutela dei pipistrelli e la speleologia inclusiva completano la sequenza.

  • Ore 9:00 — Giovanni Rossi e Stefano Cattabriga. Soccorso e primo soccorso sono affrontati attraverso i riferimenti al CNSAS Emilia-Romagna e alle scuole di speleologia SSI. Il programma collega così il tema dell’intervento alla formazione.
  • Ore 10:00 — Roberto Nini, Virgilio Pendola e Felice Larocca. L’incontro è dedicato alla speleologia in Umbria. La regione ospitante diventa oggetto di un confronto specifico, oltre a costituire il contesto geografico del raduno.
  • Ore 10:00 — Francesco Nini. Nella stessa fascia il calendario colloca la presentazione del progetto Scintilena Multilingue. La proposta introduce il tema della diffusione delle notizie speleologiche in più lingue.
  • Ore 11:00 — Andrea Capponi, sindaco di Costacciaro, Luca Bussolati, Luca Imperio, Oriana Caso, Natale Vergari e Cristina Facchini. L’appuntamento è dedicato ai personaggi del Raduno di Costacciaro. Il confronto porta l’attenzione sulle persone che ne compongono la dimensione pubblica e comunitaria.
  • Ore 12:00 — Alessandra Tomassini. Il tema è Tutela Pipistrelli. La presenza della naturalista collega il calendario alla conoscenza e alla conservazione dei chirotteri.
  • Ore 12:30 — Maria Fierli. Speleologia nel Lazio e Diversamente Speleo sono gli argomenti previsti. La dimensione regionale si intreccia nuovamente con quella della partecipazione inclusiva.

L’incontro con Tomassini si colloca in un percorso di collaborazione tra speleologia e tutela della fauna. L’associazione ha già proposto attività sui comportamenti degli speleologi nelle grotte utilizzate dai pipistrelli. Ha inoltre partecipato a iniziative dedicate al monitoraggio e alla conservazione dei chirotteri. Questo contesto chiarisce il legame tra frequentazione del sottosuolo e conoscenza degli animali che vi trovano rifugio.

Sabato 31 ottobre, pomeriggio: Carso, Sardegna e grotte turistiche

Il pomeriggio combina esplorazioni regionali e fruizione delle cavità. Carso e Sardegna aprono la sequenza. Gli incontri successivi affrontano grotte turistiche, formazione delle guide, visite e assicurazioni.

  • Ore 14:30 — Marco Restaino. Gli argomenti comprendono esplorazioni sul Carso, Luftock, Timavo, Acquedotto Teresiano e proteo. Il programma accosta riferimenti esplorativi, acque sotterranee, opere idrauliche e fauna. Ne risulta un quadro che attraversa più ambiti della conoscenza del sottosuolo.
  • Ore 15:30 — Tore Buschettu. L’incontro è dedicato alla speleologia in Sardegna. Il territorio insulare torna nel calendario dopo gli argomenti affrontati nella serata di apertura.
  • Ore 16:30 — Corrado Greco. Il tema è quello delle grotte turistiche e dell’AGTI. La fruizione pubblica degli ambienti sotterranei entra così nel confronto dello spazio di Scintilena.
  • Ore 17:00 — Giampietro Marchesi. Il programma indica SSI, grotte turistiche e corsi alle guide speleologiche. L’appuntamento collega la visita delle cavità alla preparazione di chi accompagna il pubblico.
  • Ore 17:30 — Cristina Donati. Visite al Castello di Brescia, assicurazioni e SSI sono i riferimenti dell’incontro. Il tema associa un’esperienza di visita agli aspetti organizzativi e assicurativi.

La successione degli ultimi tre appuntamenti permette una lettura comune. Le grotte aperte al pubblico implicano modalità di visita. Le guide introducono il tema delle competenze. Le assicurazioni richiamano una parte dell’organizzazione delle attività. Il calendario affronta questi aspetti attraverso interlocutori diversi.

Sabato 31 ottobre, sera: cavità artificiali e memoria dei raduni speleologici

Gli ultimi incontri del sabato spostano lo sguardo sulle opere idrauliche e sul collezionismo. La conoscenza del sottosuolo incontra così la storia delle infrastrutture e la memoria materiale della comunità.

  • Ore 18:00 — Paolo Guglia. È prevista la presentazione del libro “Le opere idrauliche minori della periferia”. Il programma richiama Trieste e la speleologia in Friuli-Venezia Giulia. L’appuntamento porta nel calendario un settore di ricerca legato alle opere realizzate dall’uomo.
  • Ore 19:00 — Maurizio Tavagnutti, Giampaolo Fornasier e Alessandro Pastorelli. Il tema è “Speleocollezionisti, da dieci anni presenti ai raduni”. L’incontro introduce una forma di conservazione della memoria speleologica che affianca libri, biblioteche e catasti.

Domenica 1° novembre: rischi nelle cavità artificiali e comunicazione della speleologia

La giornata conclusiva concentra tre appuntamenti. La sicurezza nelle cavità artificiali apre la mattina. Seguono due incontri dedicati alla comunicazione e al racconto di montagne e grotte.

  • Ore 10:00 — Gabriele La Rovere e Antonella Salomone. È prevista la presentazione del libro “Speleologia in cavità Artificiali Pericoli e Rischi”. Il titolo mette al centro il riconoscimento dei pericoli e la riflessione sul rischio nelle attività svolte nel sottosuolo artificiale.
  • ?Ore 10:30 uPix. La fotografia come strumento di documentazione delle grotte e presentazione del calendario fotografico 2027.
  • Ore 11:00 — Luca Calzolari. L’incontro è dedicato a “Comunicare la Speleologia”. La divulgazione diventa oggetto esplicito del programma, dopo essere comparsa attraverso fotografie, libri e reportage.
  • Ore 11:00 — Massimo Goldoni. Nella stessa fascia è indicato “Raccontare la montagna e le grotte”. Il tema amplia il confronto alla narrazione degli ambienti montani e sotterranei.

I titoli conclusivi mettono in relazione pratica e racconto. Il volume sulle cavità artificiali affronta pericoli e rischi. Gli incontri successivi riguardano il modo di comunicare esperienze e conoscenze. La chiusura riporta quindi al pubblico i temi attraversati nelle quattro giornate.

I percorsi tematici di Spritz Blitz Scintilens nel Raduno di Costacciaro 2026

Considerati nel loro insieme, gli incontri costruiscono una rete di collegamenti. Esplorazione e documentazione ricorrono nelle spedizioni, nella fotografia e nei reportage.

La formazione dialoga con soccorso, primo soccorso e preparazione delle guide. La tutela comprende l’etica, i pipistrelli e l’attenzione agli ambienti esplorati.

Un secondo livello riguarda l’accesso alla conoscenza. Biblioteche e catasti conservano informazioni. Libri e collezioni mantengono tracce delle esperienze. Il progetto multilingue e gli incontri sulla comunicazione affrontano la loro circolazione. Diversamente Speleo inserisce in questo quadro il tema della partecipazione.

Spritz Blitz Scintilens affianca così il programma generale di Costacciaro 2026 con un percorso centrato sulle persone. Le diverse voci consentiranno di seguire la speleologia come attività esplorativa, pratica formativa, ricerca e lavoro di divulgazione. La sede di riferimento resta via M. Masserelli 30, davanti al Forno, nelle quattro giornate del raduno.

Documentazione online consultata, con gli indirizzi completi:

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Microplastiche nelle grotte italiane: in Sicilia le tracce raggiungono anche i foraminiferi

Október 13th 2026 at 14:00

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Microplastiche nelle grotte italiane, lo studio su Ficarella e Favignana collega sedimenti e organismi e propone metodi condivisi di monitoraggio

Le microplastiche sono state rilevate nei sedimenti di due grotte marine siciliane e nelle analisi dei foraminiferi bentonici che le abitano. Alla Grotta della Ficarella, nella Sicilia nord-occidentale, la concentrazione riportata è di 39 ± 41 particelle per chilogrammo di sedimento. Nella grotta studiata a Favignana, nelle isole Egadi, il valore è di 8 ± 7 particelle per chilogrammo. Il lavoro propone un approccio integrato, dal campionamento all’identificazione chimica, per seguire la presenza di questi inquinanti negli ambienti sotterranei costieri. [web:22]

La ricerca, intitolata “Assessing microplastic pollution in Mediterranean marine caves: a proposal for a methodological approach from sampling to analysis”, è pubblicata su Marine Pollution Bulletin. Lo studio è firmato da Elena Romano e da un gruppo che comprende ricercatori di ISPRA, Sapienza Università di Roma, Università di Siena e IGAG-CNR, insieme all’associazione BigBlueXplorers. [web:22]

Microplastiche nelle grotte marine: i risultati di Ficarella e Favignana

L’indagine ha esaminato due componenti dello stesso ambiente: i sedimenti del fondo e i foraminiferi bentonici. Questi ultimi sono organismi unicellulari associati al substrato, già utilizzati come indicatori ambientali. Nella Ficarella è stata osservata anche una maggiore varietà dei materiali polimerici identificati. [web:22][web:6]

I valori delle due grotte descrivono situazioni differenti. La dispersione riportata accanto alle concentrazioni evidenzia una distribuzione disomogenea delle particelle nei campioni. Il risultato richiama l’importanza di studiare più punti della cavità. Un singolo prelievo non rappresenta necessariamente l’intero ambiente sotterraneo. [web:22][web:34]

Le grotte marine mediterranee ospitano comunità biologiche peculiari e sono habitat tutelati dalla legislazione europea. Il monitoraggio delle microplastiche aggiunge quindi un elemento alla conoscenza delle pressioni ambientali che interessano questi ecosistemi. [web:22]

Foraminiferi e microplastiche nelle grotte: il ruolo della spettroscopia

Nella Ficarella sono stati analizzati esemplari di Textularia bocki e Sigmoilopsis schlumbergeri. A Favignana è stata studiata Lobatula lobatula. Le specie hanno gusci di tipo diverso e permettono di esplorare differenti relazioni tra organismi e materiali presenti nell’ambiente. [web:22]

Le analisi sono state eseguite mediante microspettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier, indicata come ?FTIR. Gli spettri degli esemplari esaminati hanno mostrato segnali attribuibili a materiali organici esterni all’organismo, fra i quali il polietilene. Il metodo consente di riconoscere la composizione chimica dei materiali, andando oltre la sola osservazione al microscopio. [web:22][web:34]

Il lavoro conferma il valore dei foraminiferi bentonici come indicatori precoci dell’inquinamento da microplastiche. La loro analisi affianca quella dei sedimenti e aiuta a riconoscere il passaggio dei contaminanti tra comparti ambientali differenti. [web:22]

Dal Bue Marino alla Sicilia: la ricerca sulle microplastiche nelle grotte marine

La ricerca si inserisce in un percorso già avviato nella Grotta del Bue Marino, in Sardegna. Uno studio pubblicato nel 2023 aveva rilevato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. I materiali comprendevano soprattutto frammenti e fibre di PVC e polietilene. [web:42]

In quel caso, il polietilene era stato identificato nei gusci agglutinati del foraminifero Eggerelloides advenus. Questi organismi raccolgono particelle dell’ambiente per costruire il guscio. Le osservazioni avevano documentato l’inclusione di materiale plastico in questa struttura biologica. [web:41][web:42]

Il nuovo studio su Ficarella e Favignana amplia il quadro delle microplastiche nelle grotte italiane. Il tema riguarda anche cavità turistiche, acque carsiche e ambienti profondi raggiungibili soltanto con tecniche speleologiche e speleosubacquee. [web:22][web:29][web:34]

Monitoraggio delle microplastiche nelle grotte italiane: un metodo dal prelievo all’analisi

Il contributo della ricerca non riguarda soltanto le concentrazioni misurate. Gli autori propongono di armonizzare i metodi di campionamento e di analisi nelle grotte marine. L’obiettivo è produrre risultati confrontabili e collegare lo studio dei sedimenti a quello degli organismi. [web:22]

Un monitoraggio integrato permette di descrivere dove si trovano le particelle e quali materiali le compongono. Consente anche di verificare le loro relazioni con la componente biologica. La collaborazione tra ricerca scientifica e competenze speleosubacquee rende accessibili ambienti nei quali il prelievo richiede procedure specifiche. [web:22][web:4]

Per la speleologia, questi studi rafforzano una prospettiva di tutela che comprende la cavità e il territorio circostante. Le ricerche italiane mostrano infatti apporti legati alla frequentazione, alla circolazione delle acque e alle connessioni con la superficie. La protezione del sottosuolo passa anche dalla conoscenza di questi collegamenti. [web:29][web:31][web:34]


Relazione di approfondimento: microplastiche nelle grotte italiane, distribuzione, trasporto e interazioni biologiche

Microplastiche nelle grotte italiane: il quadro delle ricerche

Le indagini italiane hanno documentato particelle plastiche in ambienti sotterranei molto diversi. Sono state studiate grotte turistiche, cavità marine, acque e sedimenti del Carso classico, piccole grotte abruzzesi al momento dell’esplorazione e acque di stillicidio. Nel loro insieme, i risultati descrivono un fenomeno che non dipende soltanto dalla presenza diretta dei visitatori. [web:29][web:42][web:31][web:19][web:50]

Tre relazioni aiutano a organizzare il quadro. La prima collega la frequentazione delle cavità al rilascio locale di particelle. La seconda riguarda il trasporto dalla superficie attraverso fiumi, infiltrazione e acquiferi. La terza comprende l’accumulo nei sedimenti e le interazioni con gli organismi. Ogni ambiente può combinare questi processi in modo diverso. [web:25][web:75][web:34][web:42]

Microplastiche e microfibre nelle grotte: le categorie da distinguere

Negli studi considerati, le microplastiche sono particelle plastiche di dimensioni comprese generalmente fra 1 micrometro e 5 millimetri. Possono essere prodotte già in piccole dimensioni oppure derivare dalla frammentazione e dall’usura di manufatti più grandi. [web:31][web:34]

Il termine “microfibra” descrive invece una forma. Non identifica automaticamente una plastica. Una fibra può essere sintetica, come il poliestere, oppure naturale o ottenuta da cellulosa rigenerata. Le ricerche più recenti distinguono quindi le microplastiche dalle altre microparticelle antropiche. [web:19][web:50]

Questa distinzione è importante negli ambienti sotterranei. In alcuni campioni le fibre cellulosiche costituiscono la parte dominante del materiale identificato. Il totale delle microparticelle antropiche e quello delle microplastiche rispondono a domande diverse e vanno riportati separatamente. [web:19][web:50]

Microplastiche nei sedimenti delle grotte turistiche: Bossea, Toirano e Borgio Verezzi

Un primo studio di Valentina Balestra e Rossana Bellopede, pubblicato nel volume 2022 di Environmental Pollution, ha sviluppato una procedura per separare e osservare le microplastiche nei sedimenti di una grotta turistica italiana. Il lavoro è riferito a Bossea, in Piemonte, come documentato dalla successiva ricerca comparativa. [web:24][web:36]

La concentrazione media riportata era di 4.390 particelle per chilogrammo di sedimento secco nella zona turistica. Nella sezione speleologica e di ricerca era di 1.600 particelle per chilogrammo. Le fibre rappresentavano l’84,9% delle particelle censite. L’85,4% aveva dimensioni inferiori a un millimetro. [web:24]

Nel 2023, le stesse autrici hanno ampliato l’indagine ai depositi di Bossea, Toirano e Borgio Verezzi. Il lavoro, pubblicato sul Journal of Environmental Management, ha combinato il software MUPL, microscopia con e senza luce ultravioletta e verifiche mediante ?FTIR-ATR. [web:29][web:36]

Le microplastiche erano presenti nei sedimenti di tutte le grotte esaminate. La media era di 4.300 particelle per chilogrammo lungo i percorsi turistici e di 2.570 nelle aree speleologiche. Prevalevano particelle inferiori al millimetro e forme fibrose. I materiali identificati comprendevano soprattutto poliesteri e poliolefine. [web:29]

La distribuzione lungo i percorsi e la composizione dei campioni sostengono un contributo dei tessili sintetici alla contaminazione. La frequentazione può quindi costituire una sorgente locale. Il dato va collocato nella storia di ciascuna grotta, insieme alla circolazione dell’acqua e agli apporti esterni. [web:25][web:34]

La Scintilena ha seguito questi studi già nel 2023, riportando i risultati delle tre cavità e le tecniche utilizzate. La ricerca sulle microplastiche è così entrata anche nella divulgazione rivolta alla comunità speleologica italiana. [web:14][web:20][web:21]

Microplastiche nelle acque carsiche: il collegamento tra superficie e grotta

Uno studio di Balestra, Bartolomeo Vigna, Sean De Costanzo e Bellopede, pubblicato nel 2023 sul Journal of Contaminant Hydrology, ha esaminato acque superficiali e sotterranee connesse in un sistema carsico italiano. Il disegno di ricerca affrontava il trasporto delle particelle lungo il percorso dell’acqua. [web:75]

Nelle acque di grotta sono state riportate concentrazioni da 12 a 54 particelle per litro, con una media di 28. Nel tributario superficiale erano presenti 23 particelle per litro. Nel tratto a valle il valore era di 29. [web:75]

Le fibre rappresentavano il 95,1% delle particelle censite nelle acque del sistema. L’82,9% era inferiore a un millimetro. Tra i materiali riconosciuti spettroscopicamente, il polietilene risultava prevalente. Le verifiche chimiche erano state effettuate sul 10% delle particelle osservate su ciascun filtro. [web:75]

Le misure rendono evidente la continuità tra il bacino superficiale e il sottosuolo. Nei sistemi carsici, le fratture e le condotte consentono il trasferimento di acqua e contaminanti. Un monitoraggio della sola cavità descrive quindi soltanto una parte del sistema ambientale. [web:75][web:31]

Microplastiche nel Carso classico: acque, sedimenti e habitat del proteo

Nel 2024, una ricerca pubblicata sul Journal of Environmental Management ha studiato habitat acquatici del settore italiano del Carso classico. Sono stati considerati tre siti sotterranei e due sorgenti. Il lavoro comprendeva il Pozzo Mariano, la Grotta di Trebiciano e la cavità 214 presso San Giovanni di Duino. [web:31]

I siti ospitavano fauna adattata agli ambienti sotterranei, compreso il proteo, Proteus anguinus. Le indagini hanno rilevato microplastiche in tutti i campioni di acqua e sedimento esaminati. Dopo la correzione per i controlli analitici, le concentrazioni erano comprese fra circa 37 e 86 particelle per litro nelle acque. Nei sedimenti variavano fra circa 776 e 2.064 particelle per chilogrammo. [web:31]

Prevalevano le fibre, seguite da frammenti e particelle sferiche. Le analisi spettroscopiche, condotte su una frazione delle particelle censite, hanno identificato diversi materiali, fra cui poliesteri e copolimeri. Questa varietà è compatibile con più sorgenti di contaminazione. [web:31]

Il rilievo biologico del lavoro riguarda la presenza delle particelle negli habitat di specie protette e specializzate. Lo studio non costituisce una dimostrazione di danni al proteo. Documenta un’esposizione ambientale potenziale e collega il monitoraggio degli inquinanti alla conservazione della fauna sotterranea. [web:31]

Microplastiche nelle grotte profonde del Timavo: Maucci, Luftloch e Trebiciano

Una ricerca pubblicata il 2 febbraio 2026 sulla rivista Microplastics ha confrontato tre cavità collegate al Reka-Timavo. Due erano state raggiunte soltanto di recente: la Caverna Maucci e la Grotta Luftloch. Il terzo sito era l’Abisso di Trebiciano, frequentato da tempo per esplorazioni e ricerche. [web:34]

I campionamenti sono stati eseguiti nel 2024. La Caverna Maucci si trova a circa 300 metri di profondità ed è accessibile attraverso un percorso speleosubacqueo. Il progetto ha coinvolto Università di Trieste, Società Adriatica di Speleologia e Bioscience Research Center, con una collaborazione istituzionale illustrata dall’ateneo. [web:34][web:4]

Le concentrazioni medie di microplastiche confermate chimicamente, espresse per chilogrammo di sedimento secco, erano:

  • Trebiciano: 84,7 ± 58,4 particelle;
  • Caverna Maucci: 105,9 ± 53,6 particelle;
  • Luftloch: 91,8 ± 51,3 particelle. [web:34]

Le differenze tra le medie delle tre grotte non risultavano statisticamente significative. Polipropilene, polietilene e PET costituivano i polimeri identificati. Le forme prevalenti erano fibre e frammenti. [web:34]

Il risultato indica che, in questo sistema, gli apporti trasportati dal fiume possono prevalere sulla contaminazione associata alla frequentazione locale. Le grotte appena raggiunte non risultavano separate dal bacino superficiale. Condividevano l’acqua e il carico di particelle del sistema idrologico. [web:34]

Piene del Timavo e microplastiche nei sedimenti di grotta

Lo studio del 2026 ha seguito transetti dal margine del fiume verso depositi più elevati. Le concentrazioni aumentavano nelle stazioni alte: circa quattro volte nelle due cavità remote e fino a dodici volte a Trebiciano, rispetto alle stazioni basse. [web:34]

Gli autori interpretano questa distribuzione attraverso la dinamica delle piene. Durante l’innalzamento dell’acqua, le particelle possono raggiungere le zone alte. Nei settori a corrente rallentata possono depositarsi e rimanere trattenute. Durante la discesa dei livelli, i depositi più vicini al fiume sono maggiormente soggetti a rimozione e trasporto. [web:34]

Anche il tipo di polimero contribuisce alla distribuzione. Polietilene e polipropilene, meno densi, risultano favoriti nell’accumulo sui depositi elevati. Il PET, più denso, è relativamente più rappresentato nei settori prossimi al fiume. Il sedimento registra quindi sia gli apporti sia la selezione operata dall’acqua. [web:34]

Microplastiche nelle grotte abruzzesi di San Vito: il peso delle fibre cellulosiche

Una ricerca pubblicata nel 2025 su Science of The Total Environment ha esaminato microparticelle antropiche nelle cavità di San Vito, in Valle Castellana. I campioni sono stati raccolti in cinque grotte, denominate San Vito 2, 4, 5, 6 e 8, con il coinvolgimento dello Speleo Club Teramo e un protocollo specifico per le esplorazioni. [web:19][web:54]

Le microparticelle antropiche erano presenti nel complesso delle cavità studiate. Le concentrazioni nei singoli campioni variavano da zero a 2.311 particelle per chilogrammo di sedimento. Il 97,1% delle particelle identificate era costituito da microfibre naturali e rigenerate di origine cellulosica. La quota sintetica indicata come microplastiche era del 2,2%. [web:19]

Il risultato descrive un ingresso nel sottosuolo di materiali prodotti o dispersi dalle attività umane, anche prima di una frequentazione regolare. Non tutte le grotte presentavano microplastiche sintetiche. La distinzione tra fibre cellulosiche e plastiche permette di rappresentare con precisione il tipo di contaminazione rilevato. [web:19]

Fra le possibili vie d’ingresso figurano la deposizione atmosferica, l’infiltrazione e il trasferimento da aree superficiali contaminate. Sono state considerate anche infrastrutture e materiali tessili o geotessili prossimi alle cavità. Si tratta di sorgenti potenziali da valutare nel contesto territoriale dei siti. [web:19]

Microplastiche nelle acque di stillicidio: particelle lungo il percorso di infiltrazione

Nel 2026, Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Bellopede hanno pubblicato su Groundwater for Sustainable Development lo studio “Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters”. La ricerca ha esaminato le microparticelle antropiche nelle acque che gocciolano all’interno delle grotte. [web:50]

Le concentrazioni di microplastiche variavano da zero a 23 particelle per litro. Sono stati identificati PET e poliuretano. Le particelle plastiche erano frammenti, con l’eccezione di una fibra di PET. [web:50]

Nel complesso delle microparticelle antropiche analizzate, l’80,5% era cellulosico e l’81,6% aveva forma fibrosa. Le particelle inferiori a un millimetro costituivano l’89,3%. Questi dati mantengono distinta la componente plastica dal totale dei materiali antropici. [web:50]

L’indagine amplia l’attenzione dalle acque correnti allo stillicidio. Il collegamento tra superficie e cavità interessa quindi anche l’acqua che attraversa il sistema di infiltrazione. Le possibili sorgenti considerate comprendono rifiuti nelle doline, strade, ferrovie e altre attività umane. [web:50]

Microplastiche nelle grotte marine italiane: Bue Marino, Ficarella e Favignana

Nel Bue Marino, nel Golfo di Orosei, lo studio pubblicato nel 2023 ha esaminato acqua, sedimenti e foraminiferi. Le microplastiche erano presenti in tutti i campioni di acqua e sedimento. Forma, dimensioni e composizione risultavano simili nei due comparti. [web:42]

Gli autori hanno interpretato il mare come la sorgente prevalente rispetto agli apporti stagionali di acqua dolce del sistema carsico. Nei gusci agglutinati dei foraminiferi è stato identificato polietilene. La ricerca ha documentato che queste cavità possono raccogliere microplastiche e che le particelle possono entrare nella componente biologica già a livello dei protisti. [web:41][web:42]

Il lavoro su Ficarella e Favignana sviluppa questa prospettiva. Accanto alle concentrazioni nei sedimenti, analizza specie con differenti tipi di guscio. Il riconoscimento di materiali esogeni, compreso il polietilene, sostiene l’impiego dei foraminiferi come indicatori precoci. [web:22]

L’inclusione di plastica in un guscio e l’ingestione alimentare non sono fenomeni equivalenti. Nel Bue Marino è documentato l’uso di particelle durante la costruzione del guscio agglutinato. La caratterizzazione chimica degli esemplari consente di studiare il contatto con i contaminanti senza confondere meccanismi biologici diversi. [web:42]

Concentrazioni di microplastiche nelle grotte italiane: una sintesi dei dati

Ambiente e ricerca Matrice Risultato riportato Bossea, studio nel volume 2022 Sedimento secco Media di 4.390 particelle/kg nella zona turistica e 1.600 nella sezione speleologica e di ricerca. [web:24][web:36] Bossea, Toirano e Borgio Verezzi, 2023 Sedimento Media di 4.300 particelle/kg sui percorsi turistici e 2.570 nelle aree speleologiche. [web:29][web:36] Sistema carsico italiano, 2023 Acqua di grotta 12–54 particelle/L; media di 28. [web:75] Habitat del Carso classico, 2024 Acque e sedimenti Circa 37–86 particelle/L e 776–2.064 particelle/kg, dopo correzione dei controlli. [web:31] Cavità di San Vito, 2025 Sedimento 0–2.311 microparticelle antropiche/kg nei campioni; prevalenza cellulosica e quota sintetica del 2,2% fra le particelle identificate. [web:19] Trebiciano, Maucci e Luftloch, 2026 Sedimento secco Medie rispettivamente di 84,7, 105,9 e 91,8 microplastiche confermate/kg. [web:34] Acque di stillicidio, 2026 Acqua 0–23 microplastiche/L; identificati PET e poliuretano. [web:50] Ficarella e Favignana, nuovo studio Sedimento Rispettivamente 39 ± 41 e 8 ± 7 particelle/kg. [web:22]

I numeri descrivono matrici, siti e protocolli differenti. Non costituiscono una graduatoria nazionale delle grotte. Una concentrazione per litro d’acqua non è direttamente confrontabile con una concentrazione per chilogrammo di sedimento. Anche fra sedimenti, contano soglia dimensionale, estrazione e conferma chimica. [web:31][web:34]

Analisi delle microplastiche in grotta: campionamento, separazione e identificazione

Il percorso analitico comprende fasi collegate. Ogni fase influenza quali particelle possono essere recuperate e riconosciute. Le ricerche italiane hanno adattato le procedure alle condizioni delle cavità, dalle aree turistiche ai siti raggiungibili in immersione. [web:24][web:34]

  1. Campionamento. I prelievi devono rappresentare il gradiente ambientale: percorso turistico e area remota, ingresso e interno, fiume e depositi elevati. Repliche e informazioni idrologiche aiutano a descrivere la variabilità. [web:36][web:34]
  2. Separazione. Nei sedimenti si utilizzano soluzioni saline per isolare le particelle dalla frazione minerale. La composizione e la densità della soluzione influenzano il recupero dei materiali. [web:24][web:31][web:34]
  3. Rimozione della materia organica. Trattamenti controllati, spesso con perossido di idrogeno, rendono più leggibili i campioni prima dell’osservazione. [web:24][web:75]
  4. Microscopia. Forma, colore e dimensioni consentono una prima caratterizzazione. L’illuminazione ultravioletta può aiutare lo screening, ma non identifica da sola la natura plastica. [web:24][web:31]
  5. Spettroscopia. La ?FTIR confronta la risposta infrarossa del materiale con spettri di riferimento. Permette di riconoscere i polimeri e di separare molte particelle non plastiche da quelle sintetiche. [web:34]
  6. Controlli. Campioni bianchi di campo e laboratorio verificano la contaminazione introdotta da aria, materiali e reagenti. I risultati e le eventuali correzioni accompagnano il conteggio finale. [web:31][web:34]

Nel lavoro sul Timavo, 430 particelle erano state inizialmente selezionate come sospette. Dopo la caratterizzazione chimica, 84 sono state identificate come vere microplastiche. Il passaggio dalla selezione visiva alla conferma strumentale rappresenta quindi una parte decisiva della misura. [web:34]

La fluorescenza resta uno strumento utile, ma complementare. Alcuni materiali non plastici possono fluorescere. Alcune plastiche non mostrano questa proprietà. Per questo, le indagini italiane combinano osservazioni con e senza luce UV e verifiche spettroscopiche. [web:24][web:31]

Monitoraggio delle microplastiche nelle grotte: standardizzazione e confronti

L’armonizzazione proposta per Ficarella e Favignana riguarda l’intero processo. Per confrontare siti e campagne servono informazioni coerenti sulle matrici, sui prelievi e sulle analisi. La definizione dei metodi permette di seguire anche il trasferimento delle particelle tra acqua, sedimento e organismi. [web:22]

Una scheda di monitoraggio dovrebbe specificare almeno il volume d’acqua o la massa di sedimento esaminata, le dimensioni considerate e il metodo di identificazione. Sono rilevanti anche la quota di particelle verificata chimicamente, i controlli di contaminazione e le condizioni idrologiche. Questi elementi emergono dalle procedure descritte nelle ricerche italiane. [web:75][web:31][web:34]

La dimensione dei pori del filtro non coincide necessariamente con il limite effettivo di identificazione. Nel lavoro sul Timavo sono state usate membrane con pori di 0,2 micrometri, mentre la selezione analitica riguardava particelle superiori a 10 micrometri. Il confronto deve quindi utilizzare la soglia delle particelle effettivamente analizzate. [web:34]

Microplastiche, biodiversità sotterranea e tutela delle acque

La presenza delle particelle nei sedimenti descrive un accumulo ambientale. La loro presenza nell’acqua indica una possibile via di esposizione e trasporto. L’identificazione nei gusci dei foraminiferi aggiunge un’interazione biologica documentata. Questi risultati hanno significati collegati, ma distinti. [web:75][web:42][web:22]

Per gli habitat del proteo e degli invertebrati sotterranei, le ricerche richiamano la necessità di studiare gli effetti ecologici. Le particelle possono essere ingerite o interagire con altri contaminanti. Le misure ambientali disponibili non quantificano automaticamente un danno alle popolazioni presenti nei siti. [web:31]

La tutela delle acque richiede la stessa distinzione. Un campione positivo in grotta descrive la presenza di particelle nel punto esaminato. Non equivale a una misura dell’acqua distribuita al consumo umano. Il collegamento con le risorse idriche rende importante estendere il monitoraggio lungo il sistema carsico. [web:75][web:31]

Speleologia e microplastiche nelle grotte italiane: il contributo operativo

Gli speleologi consentono l’accesso ai luoghi di campionamento e forniscono informazioni su morfologia, sedimenti e circolazione dell’acqua. Nelle cavità di San Vito, la raccolta è stata inserita nelle esplorazioni attraverso un protocollo concordato con i ricercatori. Nel Timavo, l’indagine ha richiesto anche competenze speleosubacquee. [web:19][web:4][web:34]

La partecipazione deve mantenere il controllo della contaminazione. Abbigliamento, contenitori e attrezzature fanno parte del contesto di prelievo e vanno documentati. Nei luoghi più difficili da raggiungere, le scelte di campionamento devono conciliare sicurezza, tutela della cavità e controlli analitici. Lo studio del 2026 sul Timavo descrive proprio questo adattamento operativo. [web:34]

Le azioni di conservazione riguardano sia il sottosuolo sia le aree di alimentazione. Comprendono il controllo dei rifiuti nelle depressioni carsiche, la riduzione degli apporti inquinanti alle acque e la gestione della frequentazione. Il contributo relativo di ciascuna sorgente cambia da un sistema all’altro. [web:50][web:75][web:25][web:34]

Microplastiche nelle grotte italiane: concetti essenziali per leggere gli studi

  • Matrice ambientale: il materiale esaminato, come acqua, sedimento o componente biologica. Le ricerche integrate analizzano più matrici dello stesso ambiente. [web:22]
  • Microfibra: particella allungata, che può essere sintetica, naturale o cellulosica rigenerata. La forma non basta a definirla plastica. [web:19][web:50]
  • Foraminifero bentonico: organismo unicellulare associato al fondo; alcune specie costruiscono gusci agglutinando particelle disponibili nell’ambiente. [web:6][web:42]
  • ?FTIR: tecnica di microspettroscopia infrarossa usata per identificare la composizione dei materiali. [web:34]
  • Campione bianco: controllo destinato a verificare particelle introdotte durante prelievo, trasporto o analisi. [web:31][web:34]
  • Concentrazione numerica: numero di particelle riferito a una quantità di matrice, per esempio un litro d’acqua o un chilogrammo di sedimento secco. [web:75][web:34]

Fonti consultate e URL completi

  1. Romano E., Bergamin L., Di Bella L., Baini M., Capriotti S., D’Ambrosi A., Di Fazio M., Galli M., Medeghini L., Panti C., Pierdomenico M., Provenzani C., Fossi M.C. — “Assessing microplastic pollution in Mediterranean marine caves: a proposal for a methodological approach from sampling to analysis”. Marine Pollution Bulletin, volume 223, articolo 119081. Pubblicazione online: 1 dicembre 2025. DOI: 10.1016/j.marpolbul.2025.119081. [web:22]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41330341/
  2. Balestra V., Bellopede R. — “Microplastic pollution in show cave sediments: First evidence and detection technique”. Environmental Pollution, 292, 118261, 2022; pubblicazione online nel 2021. [web:24]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34601031/
  3. Balestra V., Bellopede R. — “Microplastics in caves: A new threat in the most famous geo-heritage in the world. Analysis and comparison of Italian show caves deposits”. Journal of Environmental Management, 342, 118189, 2023. [web:29][web:36]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37210820/
    https://iris.polito.it/handle/11583/2978582
  4. Balestra V., Vigna B., De Costanzo S., Bellopede R. — “Preliminary investigations of microplastic pollution in karst systems, from surface watercourses to cave waters”. Journal of Contaminant Hydrology, 252, 104117, 2023. [web:75]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36424222/
  5. Balestra V. e collaboratori — “Microplastic pollution calls for urgent investigations in stygobiont habitats: A case study from Classical karst”. Journal of Environmental Management, 356, 120672, 2024. [web:31]
    https://doi.org/10.1016/j.jenvman.2024.120672
  6. Bruschi R., Piccardo M., Bentivoglio T., Anselmi S., Cabanel P., Bevilacqua S., Gardossi L., Renzi M. — “Microplastics in Pristine Caves of the Classic Karst (NE Italy): A First Assessment of Contamination Levels”. Microplastics, 5(1), 24, 2026. [web:34]
    https://www.mdpi.com/2673-8929/5/1/24
  7. Università di Trieste — “Microplastiche anche nelle grotte mai toccate dall’uomo: studio UniTS sui sistemi sotterranei del Carso”, 18 febbraio 2026. [web:4]
    https://portale.units.it/it/notizie/microplastiche-anche-nelle-grotte-mai-toccate-dalluomo-studio-units-sui-sistemi-sotterranei
  8. “Explorations in the dark continent: Did microplastics and…” — studio sulle microparticelle nelle grotte inesplorate, Science of The Total Environment, 2025; approfondimento di Scintilena sulle cavità di San Vito. [web:54][web:19]
    https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969725009647
    https://www.scintilena.com/microplastiche-in-grotte-inesplorate-studio-inedito-rivela-inquinamento-nel-continente-buio-abruzzese-2/08/24/
  9. Balestra V., Mossotti R., Zini L., Bellopede R. — “Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters”. Groundwater for Sustainable Development, 34, 101669, 2026. [web:50]
    https://iris.unito.it/handle/2318/2160238
    https://doi.org/10.1016/j.gsd.2026.101669
  10. “First record of microplastic in the environmental matrices of a Mediterranean marine cave (Bue Marino, Sardinia, Italy)”. Marine Pollution Bulletin, 2023. [web:42]
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36473244/
  11. Scintilena — notizie sui risultati delle ricerche nelle grotte turistiche italiane, 2023. [web:14][web:20][web:21]
    https://www.scintilena.com/solo-un-mese-per-scaricare-il-nuovo-studio-sulle-microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane/06/10/
    https://www.scintilena.com/microplastiche-trovate-nelle-grotte-italiane-un-campanello-dallarme-per-gli-sforzi-di-conservazione/05/22/
    https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondiale/11/23/

Microplastiche in grotte marine

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Biospeleologia, 445 specie in 16 grotte brasiliane: la biodiversità si decide nei microhabitat

Október 13th 2026 at 13:00

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Risorse alimentari, temperatura e rifugi: uno studio sulla Serra da Bodoquena mostra come la biospeleologia possa orientare la conservazione delle grotte

Biospeleologia nella Serra da Bodoquena: i risultati della ricerca

La biodiversità delle grotte dipende anche da differenze ambientali che si manifestano su pochi metri, fino alla scala del singolo metro quadrato. Una ricerca condotta in 16 grotte calcaree della Serra da Bodoquena, nel Mato Grosso do Sul, in Brasile, ha registrato 445 specie di invertebrati terrestri, appartenenti a 27 ordini. Venti specie presentavano caratteristiche associate alla vita cavernicola. Lo studio collega la distribuzione delle comunità alla varietà delle risorse alimentari, alla distanza dall’ingresso, alla temperatura e alla disponibilità di rifugi. [web:32]

Il lavoro si intitola “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”. È pubblicato su Ecological Research, volume 41, numero 2, articolo e70045, del 2026. Gli autori sono Rayanne Lays Sant’Ana Merlo, Leandro Mata da Rocha Melo, Lívia Medeiros Cordeiro, Marconi Souza Silva e Rodrigo Lopes Ferreira. [web:32]

La ricerca affronta un tema centrale della biospeleologia: comprendere perché organismi diversi occupino settori differenti della stessa cavità. Il sottosuolo presenta condizioni relativamente stabili, ma non uniformi. Anche variazioni contenute possono selezionare le specie capaci di vivere in un determinato ambiente. [web:32]

Microhabitat delle grotte: due scale per studiare gli invertebrati

Il campionamento è stato organizzato su due livelli spaziali. I ricercatori hanno esaminato 39 aree di 3 × 10 metri, riferite alla mesoscala. Hanno inoltre studiato 117 quadrati di 1 × 1 metro, riferiti alla microscala. Alle raccolte sistematiche si sono aggiunte ricerche generali mirate alla fauna troglobia. [web:32]

Questo disegno consente di leggere la grotta sia attraverso settori relativamente ampi, sia attraverso piccole porzioni del substrato. Cambiando la scala di osservazione, cambiano anche i fattori che spiegano meglio la composizione delle comunità. È uno dei risultati più rilevanti dello studio. [web:32]

Il censimento riguarda l’insieme delle 16 cavità. Le 445 specie rappresentano il totale registrato dalla ricerca, non la ricchezza di ciascuna grotta. Il dato descrive una fauna distribuita attraverso numerosi ambienti e condizioni locali. [web:32]

Biodiversità delle grotte e risorse alimentari: conta la varietà

La ricchezza di specie è risultata associata alla diversità delle risorse trofiche, cioè delle fonti di nutrimento. Una maggiore eterogeneità alimentare favoriva comunità più ricche. La ricchezza diminuiva invece con l’aumento della distanza dall’ingresso. [web:32]

Il risultato si inserisce nel funzionamento generale degli ecosistemi cavernicoli. Nelle zone prive di luce, la fotosintesi non sostiene le reti alimentari come avviene in superficie. Molte comunità dipendono quindi da materia organica proveniente dall’esterno, trasportata dall’acqua o dagli animali. [web:11][web:16]

Foglie, frammenti vegetali e altri apporti organici possono alimentare catene ecologiche differenti. Il guano dei pipistrelli costituisce un ulteriore collegamento tra superficie e sottosuolo. La biospeleologia studia questi flussi per comprendere come si mantenga la vita nelle cavità. [web:2][web:16]

Temperatura delle grotte e rifugi: filtri ecologici su pochi metri

Alla mesoscala, la composizione delle comunità era associata soprattutto a piccole variazioni di temperatura. In un ambiente termicamente stabile, differenze contenute possono funzionare da filtri ecologici. Favoriscono alcune specie e rendono meno adatto lo stesso settore ad altre. [web:32]

Alla microscala emergeva invece il ruolo della disponibilità di rifugi. La struttura fisica del substrato offre spazi protetti e microclimi differenti. La distribuzione degli invertebrati risponde quindi anche all’organizzazione materiale dell’habitat. [web:32]

Una grotta non può essere descritta soltanto attraverso la sua temperatura media. La ricerca mostra il valore di misure locali e osservazioni ravvicinate. Per la biospeleologia, il dettaglio spaziale diventa parte della spiegazione ecologica. [web:32]

Diversità tassonomica delle grotte e conservazione della fauna

Lo studio ha rilevato una correlazione positiva tra ricchezza di specie e distintività tassonomica. Quest’ultima considera quanto siano differenziati i gruppi presenti nella classificazione biologica. Le comunità più ricche sostenevano anche una maggiore varietà tassonomica, interpretata dagli autori in termini di diversità evolutiva. [web:32]

I risultati forniscono una base scientifica per orientare la conservazione. La tutela deve considerare non soltanto le specie, ma anche le condizioni che ne permettono la presenza. Risorse alimentari, rifugi e microclima sono componenti dell’habitat da integrare nella gestione delle cavità. [web:32]

Il quadro si collega anche alla protezione degli ambienti esterni. Una ricerca pubblicata nel 2026 su PeerJ, dedicata a sei grotte ferruginose dell’Amazzonia, ha documentato legami tra fauna cavernicola e lettiera forestale circostante. Gli autori indicano la conservazione delle foreste prossime alle cavità come parte della tutela delle comunità sotterranee. [web:11]

Relazione: l’importanza della biospeleologia e della ricerca scientifica nelle grotte

Biospeleologia e ambiente sotterraneo: oltre le gallerie accessibili

La biospeleologia studia gli organismi degli ambienti sotterranei e le loro relazioni con le condizioni fisiche, le risorse e gli altri esseri viventi. Il suo campo comprende grotte, acque sotterranee e spazi molto più piccoli. Fratture, pori e interstizi partecipano infatti alla continuità dell’habitat ipogeo. [web:21][web:24]

Questa prospettiva cambia il significato biologico di una grotta. La cavità percorribile dagli speleologi è una porzione osservabile di una rete più estesa. Il confine riportato su una topografia non coincide necessariamente con quello attraversato dagli organismi. Le connessioni possono proseguire attraverso fessure o circuiti idrici non accessibili alle persone. [web:21]

Scintilena ha approfondito questo tema attraverso il contributo di Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Fabrizio Serena negli Atti del Congresso nazionale di speleologia di Ormea del 2022. Il passaggio dalla singola grotta all’ambiente sotterraneo esteso collega ricerca biologica, esplorazione e pianificazione della tutela. [web:21]

Ne deriva un criterio operativo importante. La conservazione non può fermarsi all’ingresso o alle gallerie conosciute. Deve considerare anche le aree di alimentazione, il suolo sovrastante e le connessioni dell’acquifero. La scala della protezione deve seguire il funzionamento del sistema naturale. [web:21]

Fauna cavernicola e adattamenti: il valore evolutivo della biospeleologia

Gli organismi sotterranei offrono modelli per studiare l’evoluzione in condizioni di oscurità, disponibilità energetica limitata e relativa stabilità ambientale. In diversi gruppi compaiono riduzione degli occhi e della pigmentazione, appendici allungate e modificazioni dei sistemi sensoriali. Questi caratteri sono spesso indicati come troglomorfismi. [web:16]

Non tutte le specie rinvenute in grotta hanno lo stesso rapporto con il sottosuolo. Gli organismi troglobi, o troglobionti, sono legati agli ambienti sotterranei. Gli stigobi rappresentano la componente acquatica specializzata. Le specie troglofile possono invece mantenere popolazioni sia negli ambienti ipogei sia in quelli di superficie. [web:11][web:16]

Queste categorie aiutano a interpretare le comunità. La presenza di un animale in una cavità acquista significato attraverso il suo ciclo biologico e la sua distribuzione. Anche le connessioni con l’esterno possono essere molto differenti tra specie. [web:16]

La ricerca sugli adattamenti comprende inoltre fisiologia e storia delle popolazioni. Molti organismi specializzati presentano crescita lenta, maturazione ritardata o capacità di resistere a periodi di scarsità alimentare. Il confronto con specie affini di superficie permette di studiare come questi caratteri si siano sviluppati. [web:16]

L’isolamento tra popolazioni sotterranee può favorire una marcata differenziazione genetica. Per numerose specie, la capacità di dispersione è ridotta. Comprendere questi processi serve sia alla biologia evolutiva sia alla conservazione di popolazioni con distribuzioni limitate. [web:16]

Reti alimentari delle grotte: risorse, decompositori e pipistrelli

Le reti alimentari sotterranee collegano microbi, invertebrati e vertebrati. Negli ambienti bui, gli apporti esterni assumono un ruolo fondamentale. La materia organica può arrivare attraverso infiltrazioni, corsi d’acqua, ingressi e movimento degli animali. In alcuni sistemi interviene anche la produzione microbica basata su reazioni chimiche. [web:16]

La distribuzione del nutrimento non è necessariamente uniforme. Un deposito organico può creare condizioni diverse rispetto a un tratto povero di risorse. Lo studio della Serra da Bodoquena dimostra che la varietà delle risorse alimentari è associata alla ricchezza degli invertebrati. [web:32]

I pipistrelli partecipano a questi scambi quando utilizzano le grotte come rifugio e si alimentano all’esterno. Il guano trasferisce nutrienti all’ambiente ipogeo e sostiene processi biologici locali. Una sintesi del 2026 sui servizi ecosistemici sotterranei richiama anche il loro ruolo nella trasformazione degli ambienti cavernicoli. [web:2]

La protezione dei chirotteri riguarda quindi sia le colonie sia le relazioni ecologiche che contribuiscono a mantenere. Nei siti di svernamento, il disturbo può provocare risvegli e consumo delle riserve energetiche. Tutela Pipistrelli richiama per questo la necessità di ridurre la frequentazione e gli stimoli vicino agli animali in torpore. [web:43]

Microhabitat e ricerca nelle grotte: perché cambiare scala di osservazione

Il contributo dello studio brasiliano riguarda anche il metodo. Un settore di trenta metri quadrati e un quadrato di un metro quadrato non descrivono lo stesso livello di organizzazione. Il primo intercetta differenze tra porzioni della grotta. Il secondo evidenzia condizioni locali del substrato. [web:32]

Analizzare più scale consente di riconoscere fattori che una misura complessiva potrebbe attenuare. Nella Serra da Bodoquena, la temperatura emergeva soprattutto alla mesoscala. I rifugi assumevano il ruolo principale alla microscala. I due risultati descrivono livelli complementari della struttura delle comunità. [web:32]

Questo approccio aiuta a evitare una lettura omogenea dell’ambiente sotterraneo. Una stessa cavità può contenere combinazioni differenti di risorse e condizioni fisiche. La biodiversità va quindi studiata attraverso unità spaziali coerenti con le dimensioni e le esigenze degli organismi. [web:32]

Anche il confronto tra grotte richiede attenzione al contesto. Nelle cavità ferruginose amazzoniche studiate su PeerJ, la lettiera e la copertura vegetale contribuivano a spiegare i legami con la fauna esterna. Nei sistemi calcarei della Bodoquena, lo studio mette a fuoco i fattori interni dei microhabitat. Le due ricerche illuminano componenti diverse della stessa rete ecologica. [web:11][web:32]

Acque sotterranee e servizi ecosistemici: il valore della biodiversità ipogea

La ricerca scientifica nelle grotte riguarda anche funzioni rilevanti per la società. Gli ambienti sotterranei partecipano ai cicli biogeochimici, sostengono habitat di superficie e custodiscono risorse idriche. La componente biologica contribuisce ad alcuni processi che influenzano la qualità delle acque, insieme alla geochimica e alle condizioni fisiche. [web:2]

Una revisione pubblicata nel 2026 su Biological Reviews, coordinata da Stefano Mammola e numerosi specialisti, ha ricondotto gli ecosistemi sotterranei a 68 dei 90 servizi della classificazione internazionale CICES. Il risultato corrisponde a circa il 75% delle categorie considerate. [web:2]

La percentuale riguarda il numero di tipologie di servizi alle quali il sottosuolo contribuisce. Non rappresenta la quota di tutti i benefici ambientali del pianeta prodotta dalle grotte. La revisione comprende ambienti terrestri, acque dolci sotterranee e sistemi sotterranei salmastri o marini. [web:2]

Tra i benefici figurano approvvigionamento idrico, regolazione ambientale, ricerca, educazione e valori culturali. Molti contributi sono documentati qualitativamente. La loro quantificazione resta un campo di lavoro importante per collegare conoscenza scientifica e decisioni pubbliche. [web:2]

La tutela della fauna non si riduce comunque a una valutazione economica. Gli organismi sotterranei possiedono anche un valore intrinseco. La ricerca permette di riconoscerlo, descrivendo diversità, funzioni e relazioni che resterebbero altrimenti poco visibili. [web:2]

Grotte e cambiamenti climatici: stabilità non significa immobilità

La relativa stabilità delle grotte le rende laboratori naturali per studiare le risposte degli organismi ai cambiamenti ambientali. La roccia attenua molte oscillazioni esterne. Il sottosuolo resta però collegato alla superficie attraverso scambi di calore, aria, acqua e materia organica. [web:16]

Il riscaldamento esterno può propagarsi nelle cavità con tempi differenti. La profondità, la circolazione dell’aria e il movimento dell’acqua influenzano la risposta. Gli ambienti sotterranei superficiali possono mostrare variazioni più rapide rispetto ai settori profondi. [web:16]

Per la fauna, gli effetti dipendono dalla specie. Alcuni organismi tollerano intervalli termici ristretti. Altri presentano capacità di risposta più ampie. Anche l’umidità e la disponibilità delle risorse possono modificare l’idoneità dell’habitat. La valutazione richiede quindi dati biologici e ambientali integrati. [web:16]

Il risultato della Bodoquena conferma il rilievo ecologico delle piccole differenze termiche. Da questo punto di vista, il monitoraggio del microclima non è un’attività separata dalla biospeleologia. È uno strumento per interpretare la distribuzione della fauna e seguirne i cambiamenti. [web:32][web:16]

Metodi della biospeleologia: campionamento, sensori e DNA ambientale

La ricerca nelle grotte combina osservazione diretta, campionamenti mirati, identificazione tassonomica e misurazione delle condizioni ambientali. Transetti e aree di campionamento definite rendono più confrontabili le osservazioni. Sensori e registrazioni ripetute consentono di affiancare ai dati biologici serie di temperatura e umidità. [web:21][web:24]

L’identificazione delle specie rimane essenziale. Nel lavoro sulle grotte ferruginose amazzoniche, gli autori hanno coinvolto specialisti di diversi gruppi e depositato esemplari in collezioni scientifiche. Queste raccolte mantengono un riferimento verificabile per successive revisioni e confronti. [web:11]

Il DNA ambientale amplia le possibilità di indagine. La tecnica ricerca tracce genetiche lasciate dagli organismi nell’acqua o nei sedimenti. Il metabarcoding permette di analizzare insieme segnali appartenenti a più gruppi. Questi strumenti integrano il lavoro tradizionale e aiutano a studiare comunità difficili da osservare. [web:21]

La continuità temporale è altrettanto importante. Un censimento descrive una situazione. Un monitoraggio ripetuto permette di confrontare periodi diversi e valutare variazioni. Per gli ecosistemi cavernicoli, le serie di lungo termine sono particolarmente utili nello studio dei cambiamenti climatici. [web:16]

Conservazione delle grotte: collegare pressioni e processi ecologici

Le pressioni sulle grotte possono agire dall’interno o provenire dalla superficie. Infrastrutture turistiche e illuminazione possono modificare condizioni locali. Inquinamento, trasformazione del territorio e alterazioni del drenaggio possono raggiungere il sottosuolo attraverso la rete idrica e le fratture. [web:21][web:2]

La biospeleologia aiuta a collegare queste pressioni alle esigenze degli organismi. Se i rifugi spiegano una parte della composizione faunistica, le modifiche del substrato diventano rilevanti nella gestione. Se le risorse esterne sostengono le comunità, la tutela deve includere i processi che ne regolano l’arrivo. [web:32][web:11]

Le misure possono comprendere percorsi regolamentati, controllo degli accessi e monitoraggio stagionale. Nei siti con chirotteri occorre considerare svernamento e riproduzione. Gli interventi vanno adattati alle caratteristiche della cavità e delle popolazioni presenti. [web:21][web:43]

Il fine non consiste soltanto nel conservare un numero di specie. Comprende la continuità degli habitat e delle interazioni ecologiche. Lo studio brasiliano offre elementi concreti per riconoscere le componenti locali che sostengono questa continuità. [web:32]

Speleologi e ricerca scientifica: dati condivisi per la biodiversità delle grotte

Gli speleologi contribuiscono alla ricerca attraverso accesso agli ambienti, rilievi e conoscenza del territorio. Biologi, tassonomi ed ecologi trasformano osservazioni e campioni in informazioni sulle specie e sulle comunità. La collaborazione rende possibile lo studio di habitat complessi da raggiungere. [web:21]

La qualità dei dati dipende dalla documentazione. Località, data, metodo, posizione nella cavità e condizioni ambientali consentono di riutilizzare un’osservazione. Protocolli condivisi permettono di integrare il contributo dei gruppi speleologici con programmi scientifici più ampi. [web:21]

Un esempio italiano è il dataset sulla fauna sotterranea pugliese richiamato da Scintilena. Riunisce 109 specie, 224 siti e 622 record di presenza, con informazioni dal 1931 al 2024. L’organizzazione secondo Darwin Core facilita la condivisione e il riutilizzo dei dati. [web:21]

Archivi di questo tipo permettono di collegare raccolte storiche e indagini recenti. La ricerca sulla Serra da Bodoquena aggiunge un’altra prospettiva: alla conoscenza della distribuzione delle specie affianca quella delle condizioni che ne organizzano le comunità. È su questo collegamento tra inventario, ecologia e monitoraggio che può svilupparsi una tutela scientificamente fondata delle grotte. [web:21][web:32]

Fonti dell’articolo e della relazione

  1. Merlo R. L. S., Melo L. M. R., Cordeiro L. M., Silva M. S., Ferreira R. L. — “Multi-Scale Microhabitat Drivers of Invertebrate Community Structure in Caves of Central-Western Brazil”, Ecological Research, 41(2), e70045, 2026. DOI: 10.1111/1440-1703.70045. [web:32]
    https://esj-journals.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1440-1703.70045
  2. Oliveira M. P. A., Ferreira R. L. — “Beneath the canopy, beneath the ground: how surface microhabitats shape cave communities”, PeerJ, 14:e20593, 2026. [web:11]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12794640/
  3. Mammola S. e altri — “Subterranean environments contribute to three-quarters of classified ecosystem services”, Biological Reviews, 101(3), 1582–1605, 2026. [web:2]
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/brv.70137
  4. Mammola S., Piano E., Cardoso P., Vernon P., Domínguez-Villar D., Isaia M. — “Climate change going deep: the effects of global climatic alterations on cave ecosystems”, manoscritto disponibile nell’archivio istituzionale dell’Università di Torino. DOI: 10.1177/2053019619851594. [web:16]
    https://iris.unito.it/retrieve/e27ce42e-33c5-2581-e053-d805fe0acbaa/REVIEW_GLOBAL_WARMING_CAVES.pdf
  5. Scintilena — “Biospeleologia e biodiversità sotterranea: dalle grotte al reticolo invisibile delle fratture”, 19 agosto 2026. [web:21]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-e-biodiversita-sotterranea-dalle-grotte-al-reticolo-invisibile-delle-fratture/08/19/
  6. Scintilena — “Biospeleologia in Andalusia: quattro nuove specie di Tychobythinus nelle grotte del sud della Spagna”, 13 settembre 2026. [web:24]
    https://www.scintilena.com/biospeleologia-in-andalusia-quattro-nuove-specie-di-tychobythinus-nelle-grotte-del-sud-della-spagna/09/13/
  7. Tutela Pipistrelli — “Il periodo invernale”. [web:43]
    https://www.tutelapipistrelli.it/il-periodo-invernale/

Strategie di sopravvivenza

L'articolo Biospeleologia, 445 specie in 16 grotte brasiliane: la biodiversità si decide nei microhabitat proviene da Scintilena.

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Grotte degli Urali: 32 siti raccontano il Paleolitico tra Europa e Asia

Október 13th 2026 at 12:00

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Una rassegna su Boreas ricostruisce il popolamento delle grotte degli Urali, dai rifugi attribuiti ai Neanderthal all’arte rupestre di Shulgan-Tash

Le grotte degli Urali conservano una parte importante della storia dei cacciatori-raccoglitori vissuti tra Europa e Asia durante l’ultima glaciazione. Una rassegna di Jiri Chlachula, pubblicata nel volume 55 di Boreas, riunisce le testimonianze archeologiche e ambientali di questa regione. Il quadro comprende 32 grotte con evidenze di frequentazione nel Pleistocene superiore, all’interno di circa 120 siti indagati. Non si tratta soltanto di grandi cavità. Il censimento considera anche ripari sotto roccia, piccoli antri e grotte utilizzate come ricoveri temporanei. [web:2]

Lo studio, intitolato “Cave Palaeolithic of the Ural Mountains – a review”, occupa le pagine 4–28 del primo fascicolo del 2026. Collega reperti, stratigrafie e indicatori paleoambientali. L’obiettivo è ricostruire gli adattamenti umani lungo una catena montuosa che separa geograficamente il continente europeo dall’Asia settentrionale. [web:2]

Grotte degli Urali e prime frequentazioni: una storia di oltre 57.000 anni

La testimonianza più antica riportata nella sintesi proviene da Sikiyaz-Tamak 7. La rassegna la colloca oltre 57.300 anni fa e la attribuisce a gruppi neandertaliani. Smelovskaya II documenta invece una fase iniziale del Paleolitico superiore. Il suo strato 4 è datato fra 49.223 e 42.137 anni calibrati prima del presente. [web:2]

Questi siti aprono una sequenza che attraversa diversi momenti dell’ultima glaciazione. Fra circa 35.000 e 24.000 anni fa, i ritrovamenti registrano lo sviluppo delle attività e delle tecnologie paleolitiche. Le fasi successive comprendono importanti complessi archeologici meridionali e settentrionali. [web:2]

Le cavità furono soprattutto ripari e luoghi di sosta. La loro posizione nelle valli fluviali permetteva di raggiungere acqua, risorse animali e materie prime. Lungo la Chusovaya, negli Urali centrali, il sistema delle valli offriva anche percorsi di attraversamento della catena montuosa. [web:2]

Archeologia delle grotte degli Urali: strumenti, ornamenti e attività simboliche

I reperti comprendono manufatti in pietra, oggetti in osso, avorio lavorato, pigmenti e ornamenti personali. Medvezhya, negli Urali settentrionali, ha restituito 1.517 manufatti litici e sei oggetti in osso. Assemblaggi numerosi provengono anche da Ignatievskaya e Bayslan-Tash, nel settore meridionale. [web:2]

Le industrie litiche documentano la produzione di lame, schegge, raschiatoi e bulini. Gli scarti di lavorazione aiutano a ricostruire le operazioni svolte nei siti. Gli ornamenti aggiungono informazioni sulle pratiche sociali. A Shulgan-Tash sono documentate perle, pendagli e oltre 60 conchiglie perforate. [web:2]

La presenza di ocra, strumenti per preparare i pigmenti e oggetti interpretati come lampade collega la cultura materiale alle attività sotterranee. Le pareti dipinte mostrano che alcune grotte ebbero funzioni ulteriori rispetto al semplice riparo. Le interpretazioni archeologiche includono pratiche simboliche e rituali. [web:2][web:5]

Shulgan-Tash e arte rupestre: le grotte degli Urali nel patrimonio UNESCO

Shulgan-Tash, conosciuta anche come Kapova, occupa un posto centrale in questa storia. Le sue pitture raffigurano mammut, rinoceronti lanosi, bisonti, cavalli e un cammello bactriano. Compaiono anche figure antropomorfe e motivi geometrici, fra cui i caratteristici trapezi. [web:28]

Nel 2025 le pitture della grotta sono entrate nella Lista del patrimonio mondiale UNESCO. La documentazione del riconoscimento colloca il complesso artistico e archeologico nel Paleolitico superiore. I materiali del livello culturale sono datati fra 20.600 e 16.500 anni calibrati prima del presente. Le concrezioni sovrapposte ad alcune immagini ne attestano un’antichità superiore a 14.500 anni. [web:28]

Clima e popolamento nelle grotte degli Urali dopo il massimo glaciale

La rassegna individua, dopo il massimo glaciale, un aumento dei siti frequentati. Questo andamento suggerisce una crescita demografica e una maggiore diffusione degli insediamenti. Il quadro riguarda ambienti montani e pedemontani, con boschi, spazi aperti e condizioni variabili nel tempo. La fase conclusiva, fra circa 14.500 e 12.000 anni fa, presenta un segnale archeologico meno definito. Lo studio propone una riduzione del popolamento attorno a 15.000 anni fa. [web:2]

Sedimenti, pollini, resti animali e concrezioni permettono di collocare queste presenze nel loro ambiente. Per la speleologia, le grotte degli Urali rappresentano quindi archivi integrati. La lettura del sottosuolo mette in relazione la formazione delle cavità, le trasformazioni climatiche e le attività umane. [web:2][web:13]

Relazione di approfondimento: i ritrovamenti archeologici nelle grotte degli Urali

1. Carsismo e archeologia nelle grotte degli Urali: il contesto geografico

La catena degli Urali si estende per oltre 2.000 chilometri, dalle regioni artiche alle steppe meridionali. I siti archeologici in grotta si distribuiscono in settori con caratteristiche geologiche e ambientali differenti. Questa articolazione spiega perché il popolamento non segua una sola sequenza uniforme. [web:2]

Molte cavità si sviluppano in calcari paleozoici, soprattutto devoniani e carboniferi. Le fratture della roccia, la circolazione delle acque e la dissoluzione hanno contribuito alla loro formazione. Sollevamento del rilievo ed evoluzione delle valli hanno modificato la posizione degli ingressi rispetto ai corsi d’acqua. [web:2][web:13]

Per l’archeologia, una cavità non è soltanto uno spazio abitabile. È anche un contenitore sedimentario. Può conservare materiali trasportati dall’esterno, resti di animali, tracce di fuochi e manufatti. L’associazione fra questi elementi permette di studiare attività umane e trasformazioni ambientali. [web:2]

Il numero di 32 grotte paleolitiche indica il campione censito dalla rassegna. Non coincide con la totalità delle grotte note negli Urali. Inoltre, i circa 120 siti indagati comprendono forme carsiche di dimensioni molto diverse. Il dato descrive un insieme archeologico, non un inventario speleologico completo della catena. [web:2]

2. Cronologia del Paleolitico nelle grotte degli Urali

Le principali tappe ricostruite dalla rassegna possono essere ordinate in una sequenza di riferimento. Le età calibrate traducono le misure radiocarboniche in intervalli cronologici confrontabili. Vanno distinte dalle età radiocarboniche non calibrate, riportate in alcuni studi precedenti. [web:2][web:13] Fase Cronologia di riferimento Testimonianze principali Frequentazione più antica riportata dalla rassegna Oltre 57.300 anni fa Sikiyaz-Tamak 7, attribuita nello studio a gruppi neandertaliani. [web:2] Paleolitico superiore iniziale 49.223–42.137 anni calibrati prima del presente Strato 4 di Smelovskaya II. [web:2] Sviluppo delle frequentazioni glaciali Circa 35.000–24.000 anni fa Progressiva articolazione delle testimonianze archeologiche regionali. [web:2] Grandi complessi del Paleolitico superiore recente Quadro sintetico di circa 20.000–16.000 anni calibrati prima del presente Shulgan-Tash, Kul’yurt-Tamak e Medvezhya; singoli livelli possono avere età differenti. [web:2] Fase conclusiva dell’ultima glaciazione Circa 14.500–12.000 anni fa Frequentazioni meno nettamente riconoscibili nella sintesi regionale. [web:2]

Le grotte non documentano un’occupazione ininterrotta dell’intera catena. Conservano episodi distribuiti nello spazio e nel tempo. Una stessa cavità può contenere livelli paleolitici e materiali molto più recenti. Questo aspetto diventa particolarmente evidente nei siti riutilizzati durante l’Olocene. [web:2][web:13]

3. Sikiyaz-Tamak e Smelovskaya II: i ritrovamenti più antichi

Il complesso di Sikiyaz-Tamak si trova lungo il fiume Ai, nella regione di Chelyabinsk. Le cavità si aprono in una formazione calcarea, decine di metri sopra il corso d’acqua. La successione dei depositi conserva testimonianze di frequentazione e indicatori ambientali del Pleistocene finale e dell’Olocene. [web:2]

Sikiyaz-Tamak 7 costituisce il riferimento più antico dell’abstract di Chlachula. L’attribuzione neandertaliana riguarda la frequentazione proposta nella rassegna. Non va trasformata nella notizia di un ritrovamento di scheletri umani, che l’abstract non descrive. Il rilievo del sito deriva dalla sua posizione nella cronologia del popolamento regionale. [web:2]

A Smelovskaya II, nella valle del Piccolo Kyzyl, lo strato 4 contiene un’industria litica di aspetto arcaico. Sono presenti anche ossa di grandi mammiferi, comprese ossa di mammut fratturate e parzialmente bruciate. La rassegna segnala inoltre una possibile struttura di combustione. [web:2]

La datazione del livello deriva da una misura radiocarbonica di 41.000 ± 1.800 anni, calibrata nell’intervallo 49.223–42.137 anni prima del presente. È un riferimento per il Paleolitico superiore iniziale negli Urali. I manufatti non consentono una classificazione culturale altrettanto precisa. Cronologia e attribuzione a una specifica tradizione archeologica restano due informazioni distinte. [web:2]

4. Shulgan-Tash: pitture paleolitiche e archeologia del sottosuolo

Shulgan-Tash si trova nella Repubblica del Bashkortostan, presso la valle della Belaya. Il sistema comprende sale, gallerie e passaggi distribuiti su più livelli. Le pitture sono presenti anche nella zona afotica, priva di illuminazione naturale. La loro realizzazione richiedeva quindi l’accesso intenzionale alle parti interne della grotta. [web:28]

Lo zoologo Alexander Ryumin riconobbe le pitture nel 1959. Otto Bader avviò successivamente le ricerche archeologiche. La scoperta ampliò la distribuzione allora conosciuta dell’arte parietale paleolitica, portandola migliaia di chilometri a est dei principali complessi dell’Europa sudoccidentale. [web:42]

Gli inventari moderni comprendono centinaia di elementi grafici. La ricognizione discussa da Aitor Ruiz-Redondo indica almeno 246 unità. Il conteggio considera motivi e segni, non soltanto animali riconoscibili. Include dunque una componente non figurativa importante per comprendere l’organizzazione delle composizioni. [web:9][web:23]

Mammut, cavalli, rinoceronti e bisonti appartengono alla fauna raffigurata. Il cammello bactriano aggiunge un soggetto meno comune. Trapezi, linee e altri motivi geometrici mostrano che le pareti non costituiscono soltanto un repertorio zoologico. Sono anche una testimonianza dell’espressione simbolica dei gruppi paleolitici. [web:28]

I livelli archeologici hanno restituito manufatti litici e ossei, frammenti di ocra, ornamenti e oggetti per l’illuminazione. Sono documentate perle in serpentinite e avorio, pendagli e conchiglie perforate. Alcuni pezzi di ocra presentano superfici levigate dall’uso. Questi reperti permettono di studiare le operazioni svolte all’interno del sistema sotterraneo. [web:2]

5. Datazione delle pitture nelle grotte degli Urali: radiocarbonio e concrezioni

A Shulgan-Tash, la cronologia si costruisce combinando diversi archivi. Il radiocarbonio data materiali organici, come carboni e ossa. Il metodo uranio-torio viene applicato alle concrezioni carbonatiche associate alle pitture. I due procedimenti non misurano necessariamente lo stesso evento. [web:42]

Una concrezione sottostante deve essersi formata prima dell’immagine. Una concrezione che la ricopre si è invece depositata dopo. La pittura si colloca fra questi due momenti. La data della calcite sovrapposta fornisce quindi un’età minima dell’opera. [web:42]

Nella Sala del Caos, lo studio pubblicato su Scientific Reports nel 2018 ha individuato una finestra fra circa 36.400 e 14.500 anni fa. Le datazioni dei materiali archeologici restringono il quadro delle attività documentate verso la fase finale di questo intervallo. La documentazione UNESCO colloca il livello culturale fra 20.600 e 16.500 anni calibrati prima del presente. [web:42][web:28]

Questa distinzione rende leggibile il rapporto fra immagini, pavimenti archeologici e concrezioni. Una data ottenuta su un carbone nel sedimento documenta quel materiale e il suo contesto. L’attribuzione cronologica di una pittura richiede anche la valutazione della sua relazione con gli altri elementi della grotta. [web:42][web:5]

6. Ignatievskaya e Serpievskaya II: altri siti di arte rupestre negli Urali

Ignatievskaya, nota anche come Yamazy-Tash, si apre nella valle del Sim. Nel 1980, Valery Petrin, Sergei Chairkin e Vladimir Shirokov identificarono immagini rosse e nere. Le ricerche successive hanno documentato pannelli dipinti e materiali archeologici nelle sale interne. [web:39][web:9]

Il repertorio comprende figure animali e segni. Le analisi stilistiche riconoscono collegamenti con Shulgan-Tash. Quattro datazioni radiocarboniche del contesto archeologico interno collocano attività associate alle pitture fra circa 17.400 e 16.300 anni calibrati prima del presente. Le concrezioni offrono ulteriori vincoli cronologici. [web:9]

La grotta ha restituito un insieme litico superiore a 1.300 pezzi. Il diaspro compare in diverse varietà cromatiche. Schegge, lame, nuclei e frammenti ricostruiscono le fasi della lavorazione. Fra gli altri reperti figurano ocra e ornamenti in materiali ossei. [web:2]

Serpievskaya II amplia la distribuzione dei siti decorati meridionali. Il repertorio pubblicato comprende una dozzina di pitture rosse e diverse incisioni, soprattutto non figurative. La sua attribuzione paleolitica si basa su confronti tecnici e iconografici. Le immagini non dispongono della stessa definizione cronologica dei principali contesti datati. [web:9][web:5]

7. Kul’yurt-Tamak e Bayslan-Tash: accampamenti e produzione di strumenti

Kul’yurt-Tamak si trova circa un chilometro a valle di Shulgan-Tash. Gli scavi hanno recuperato alcune centinaia di manufatti. Una parte consistente è costituita da scarti litici. Sono presenti anche lame, microlame, bulini e strumenti perforanti. [web:2]

Il livello culturale si colloca fra circa 20.185 e 16.517 anni calibrati prima del presente. Resti animali e pollini descrivono un ambiente con spazi aperti. Il sito è interpretato come un accampamento temporaneo di caccia. La vicinanza a Shulgan-Tash consente di osservare funzioni differenti delle cavità all’interno di uno stesso territorio. [web:2]

Bayslan-Tash conserva uno degli assemblaggi litici più numerosi degli Urali meridionali. Selce nera e diaspri multicolori furono utilizzati per produrre lame, schegge e strumenti ritoccati. La rassegna collega le materie prime ai depositi alluvionali dei corsi d’acqua vicini. [web:2]

Le datazioni riportate per il sito comprendono un intervallo di circa 17.082–15.666 anni calibrati prima del presente. I reperti mostrano somiglianze tecnologiche con Ignatievskaya e Kul’yurt-Tamak. Il confronto riguarda modalità di lavorazione e forme degli strumenti, senza richiedere che tutte le grotte avessero la stessa funzione. [web:2]

8. Zapovednaya e le ossa di orso nelle grotte degli Urali

Zapovednaya si trova nella valle della Lemeza. Le indagini hanno individuato più livelli culturali e un insieme di circa 130 manufatti. La particolarità riguarda anche le materie prime: calcare e frammenti di calcite furono lavorati per ottenere strumenti di diverse forme. [web:2]

Fra i reperti figurano crani e altri resti di orso delle caverne. Alcuni contesti sono stati interpretati come espressione di attività rituali. Le età riportate per i resti manipolati comprendono intervalli di circa 43.048–40.441 e 35.246–31.130 anni calibrati prima del presente. [web:2]

L’interesse archeologico deriva dalla combinazione fra resti animali, distribuzione dei reperti e tracce di attività umana. Le ossa presenti in una grotta possono anche derivare dall’uso naturale della cavità da parte degli animali. La ricostruzione delle pratiche umane richiede quindi una lettura del deposito e della storia dei resti. [web:2][web:13]

9. Urali centrali: grotte della Chusovaya e collegamenti fra i versanti

Negli Urali centrali, numerosi siti si distribuiscono lungo la Chusovaya. Fra questi figurano Bolshoy Glukhoy, Stolbovoy, Kotel, Kumyshanskaya e Ust’-Koivinskaya. La posizione nelle valli lega la frequentazione delle cavità ai percorsi di mobilità attraverso il rilievo. [web:2]

Le datazioni mostrano episodi differenti. Bliznetsov comprende carboni datati fra circa 33.714 e 31.868 anni calibrati prima del presente. Stolbovoy restituisce un intervallo di circa 27.671–26.486 anni. Kotel e Ust’-Koivinskaya documentano invece fasi più recenti, prossime alla conclusione del Paleolitico superiore. [web:2]

Sul versante orientale, Bobylek e Bezymyanny aggiungono testimonianze di lavorazione dei materiali e ornamenti personali. Da Bezymyanny provengono frammenti di un bracciale in avorio di mammut. A Bobylek è documentato un oggetto ricavato da una fibula di orso delle caverne, interpretato anche come possibile parte di un fischietto o flauto. Quest’ultima lettura resta un’ipotesi funzionale. [web:2]

10. Medvezhya e le grotte degli Urali settentrionali

Medvezhya, o Grotta dell’Orso, costituisce uno dei principali riferimenti archeologici del settore settentrionale. Il sito si trova nell’area dell’alta Pechora. Gli scavi considerati dalla rassegna coprono circa 184 metri quadrati, un’estensione significativa rispetto a molti piccoli saggi effettuati altrove. [web:2][web:13]

L’assemblaggio di 1.517 manufatti litici e sei reperti in osso documenta attività umane in un ambiente di alta latitudine. Le serie radiocarboniche comprendono livelli del massimo glaciale e della successiva transizione. Il quadro dimostra che la storia del popolamento non riguarda soltanto le grotte dipinte meridionali. [web:2][web:13]

Uninskaya e Studenaya hanno restituito manufatti attribuiti alla seconda metà del Paleolitico superiore. Cheremukhovo conserva anche una testimonianza più antica: un singolo manufatto nello strato 10, associato a depositi riferiti al MIS 3. L’integrazione di questi dati amplia il quadro territoriale dei ritrovamenti. [web:13]

Una sintesi di Pavel Kosintsev e Olga Bachura, pubblicata nel 2023, esamina 19 località settentrionali. Riunisce dati stratigrafici, faunistici e botanici dal Pleistocene superiore all’Olocene. Il campione non coincide con quello delle 32 grotte paleolitiche di Chlachula. Comprende soprattutto archivi ambientali, dei quali soltanto una parte contiene manufatti paleolitici. [web:13]

11. Ornamenti, pigmenti e cultura materiale nelle grotte degli Urali

Gli ornamenti rappresentano una componente significativa dei ritrovamenti. Perle in avorio di mammut provengono da Ignatievskaya, Bobylek e Bayslan-Tash. I semilavorati consentono di ricostruire alcune fasi produttive: taglio di piccoli segmenti, levigatura e perforazione. [web:2]

A Shulgan-Tash, pendagli, perle e conchiglie perforate si affiancano agli strumenti ordinari. La scelta dei materiali e la trasformazione in oggetti da indossare documentano pratiche diverse dalla sola produzione di utensili. Questi reperti permettono di affrontare il tema dell’espressione personale e delle relazioni sociali. [web:2][web:23]

L’ocra collega gli oggetti mobili alle attività sulle pareti. Uno studio pubblicato su Heritage nel 2024 analizza i colori di piccoli frammenti provenienti da Kapova e Kamennaya Balka II. Combina osservazione al microscopio, classificazione cromatica e analisi statistica. L’obiettivo è riconoscere rapporti fra pigmenti e strutture del livello culturale. [web:22]

Lo studio dei pigmenti non si esaurisce nell’identificazione del rosso. Permette di esplorare la preparazione dei materiali e la distribuzione delle attività. A Kapova, l’integrazione fra frammenti di ocra, strumenti e pitture rende possibile una lettura più articolata del lavoro svolto sottoterra. [web:22][web:2]

12. Paleoclima nelle grotte degli Urali: il contributo degli speleotemi

Le concrezioni carbonatiche registrano condizioni diverse da quelle descritte dai soli reperti archeologici. Stalagmiti e colate si formano in presenza di acqua liquida. La calcite criogenica può invece documentare processi di congelamento dell’acqua all’interno delle cavità. [web:42]

La ricerca del 2018 su Shulgan-Tash e altre grotte vicine combina questi archivi. I risultati indicano ripetute fasi di permafrost negli Urali meridionali. Ricostruiscono anche temperature sottozero nella grotta durante l’intervallo dell’attività artistica considerato dallo studio. [web:42]

Le pitture furono realizzate su superfici asciutte. Secondo questa ricostruzione, l’assenza di acqua sulle pareti dipendeva dal gelo. Il contesto sotterraneo non era quindi necessariamente un ambiente mite, anche quando veniva raggiunto per dipingere. [web:42]

Pollini e resti animali completano il quadro. Le associazioni di piccoli mammiferi aiutano a distinguere paesaggi aperti e boschivi. I grandi mammiferi documentano la composizione delle faune. Il confronto con le concrezioni collega queste informazioni all’evoluzione climatica e idrologica delle cavità. [web:13][web:42]

13. Dalla preistoria ai santuari: riutilizzo delle grotte degli Urali

La frequentazione delle cavità proseguì dopo il Paleolitico. Negli Urali settentrionali sono documentati materiali mesolitici, neolitici, eneolitici, dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro. Altri contesti appartengono al Medioevo. Alcune grotte conservarono anche sepolture. [web:13]

Kaninskaya e altre cavità furono utilizzate come santuari in epoche successive. La documentazione comprende pratiche legate all’orso bruno e deposizioni di ossa. Questi episodi appartengono a contesti storici e culturali differenti dalle frequentazioni paleolitiche. Non costituiscono, da soli, la prova di una tradizione rituale rimasta identica per millenni. [web:13]

Anche Shulgan-Tash conserva testimonianze successive all’ultima glaciazione. La rassegna riporta materiali interpretati in relazione a pratiche rituali fino all’età del Bronzo. Separare le diverse fasi consente di leggere la lunga storia delle cavità senza sovrapporre reperti lontani nel tempo. [web:2]

14. Conservazione delle grotte degli Urali: tutela delle pitture e degli archivi sedimentari

L’iscrizione UNESCO del 2025 riconosce le pitture di Shulgan-Tash secondo il criterio relativo alla testimonianza di una tradizione culturale. La protezione riguarda anche il contesto carsico e paesaggistico. La stabilità dei parametri geologici, geochimici e microclimatici contribuisce alla conservazione delle immagini e dei depositi archeologici. [web:28]

La decisione UNESCO raccomanda di limitare rigorosamente l’accesso alle sale dipinte agli scienziati, quando necessario per ricerca o conservazione. Chiede inoltre di rafforzare il monitoraggio e di integrare i dati climatici interni con le valutazioni dello stato delle pitture. [web:28]

La documentazione delle immagini assume un ruolo operativo. Per Ignatievskaya, una ricerca pubblicata nel 2024 descrive l’impiego di mosaici fotografici e rilievi fotogrammetrici delle superfici dipinte. Questi strumenti consentono di migliorare la registrazione dei pannelli e di confrontare le osservazioni nel tempo. [web:39]

Per il pubblico speleologico, il valore dei ritrovamenti comprende quindi tre dimensioni inseparabili. La cavità conserva una forma geologica, un archivio ambientale e un contesto culturale. La tutela dell’intero sistema permette di mantenere leggibili le relazioni fra questi elementi. [web:2][web:28]

Fonti scientifiche e istituzionali

Urali

L'articolo Grotte degli Urali: 32 siti raccontano il Paleolitico tra Europa e Asia proviene da Scintilena.

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  • Grotte di Asherat, la Galilea sotterranea tra Calcolitico ed età del Bronzo
    Condividi Ceramiche, selci e sepolture nelle grotte di Asherat: dalla ricerca in Galilea ai principali ritrovamenti dell’età del Bronzo e del Ferro in Israele Le grotte di Asherat, nella Galilea occidentale, conservano testimonianze di frequentazione calcolitica, sepolture dell’età del Bronzo antico e riutilizzi funerari di epoca romana. Cinque cavità furono individuate durante l’ampliamento dell’abitato. Due di esse costituiscono il nucleo dello studio di Howard Smithline, pubblicato nel 200
     

Grotte di Asherat, la Galilea sotterranea tra Calcolitico ed età del Bronzo

Október 13th 2026 at 11:00

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Ceramiche, selci e sepolture nelle grotte di Asherat: dalla ricerca in Galilea ai principali ritrovamenti dell’età del Bronzo e del Ferro in Israele

Le grotte di Asherat, nella Galilea occidentale, conservano testimonianze di frequentazione calcolitica, sepolture dell’età del Bronzo antico e riutilizzi funerari di epoca romana. Cinque cavità furono individuate durante l’ampliamento dell’abitato. Due di esse costituiscono il nucleo dello studio di Howard Smithline, pubblicato nel 2001 nel volume 42 della rivista archeologica «‘Atiqot», alle pagine 35–78. Il sito documenta il ruolo degli ambienti sotterranei nella storia delle comunità della regione. [web:4][web:8]

Grotte di Asherat: cinque cavità sopra la pianura di Akko

Lo scavo si svolse tra dicembre 1991 e febbraio 1992. Smithline diresse l’intervento per conto della Israel Antiquities Authority, con autorizzazione A-1842. Le grotte si trovavano su una bassa collina spoglia, affacciata sulla pianura di Akko e a nord del Nahal Yasaf.

L’indagine sulle grotte di Asherat mise in luce una successione di utilizzi distribuiti su diversi millenni. La pubblicazione approfondisce soprattutto la Grotta 2 e la Grotta 4. La prima conserva materiali calcolitici e testimonianze funerarie romane. La seconda è una tomba del Bronzo antico. Sono contesti differenti, accomunati dall’impiego di cavità naturali come spazi disponibili nel paesaggio. [web:4]

Grotta 2 di Asherat: ceramiche calcolitiche e lavorazione della selce

La camera principale della Grotta 2, identificata con i loci L205 e L206, misurava circa 2,25 per 5 metri. L’altezza massima raggiungeva 2 metri. Il materiale recuperato comprendeva numerose ceramiche del Calcolitico, la fase preistorica caratterizzata dalla comparsa della metallurgia del rame accanto all’uso della pietra.

Il repertorio comprendeva 99 ciotole e 37 recipienti con apertura semplice, classificati come holemouth jars. La consistenza dell’insieme permette di osservare forme ricorrenti nella cultura materiale delle comunità locali. Le ceramiche costituiscono anche uno strumento per riconoscere la fase di frequentazione della cavità.

L’industria litica comprendeva 74 manufatti in selce. Il conteggio distingueva 64 elementi di scarto, un nucleo e nove strumenti. Il nucleo è il blocco da cui venivano staccate schegge o lame. Gli scarti documentano le operazioni di lavorazione e completano il quadro delle attività rappresentate nel deposito. [web:4]

Grotte di Asherat e sepolture romane: il riuso degli ambienti sotterranei

Nella seconda metà del III secolo d.C., la Grotta 2 fu utilizzata per sepolture. La sistemazione funeraria comportò lo svuotamento e la riorganizzazione della camera. La storia della cavità comprende quindi una fase preistorica e una successiva trasformazione romana.

Questo passaggio mostra la durata delle relazioni tra le comunità e gli spazi sotterranei. Una grotta poteva acquisire funzioni diverse senza perdere la propria presenza nel territorio. Nel caso delle grotte di Asherat, la sequenza associa materiali calcolitici e una destinazione funeraria molto più tarda. Lo scavo fu condotto anche tenendo conto della stabilità della roccia: il settore posteriore della Grotta 2 non venne indagato per il rischio di crollo. [web:4]

Grotta 4 di Asherat: una tomba naturale del Bronzo antico

La Grotta 4 era una cavità naturale adattata con interventi limitati. Comprendeva un solo ambiente irregolare. L’asse maggiore, orientato nord-sud, raggiungeva circa 5,25 metri. L’altezza massima era di circa 1,90 metri.

All’interno furono rinvenuti numerosi recipienti ceramici, sette perline e due dischi ovali di conchiglia. Il deposito conteneva anche una piccola quantità di selce e strumenti litici. Questi oggetti componevano il repertorio funerario associato alla tomba.

Tra i resti umani recuperati, l’analisi osteologica riconobbe almeno un adulto di sesso non determinabile. Il dato riguarda gli individui identificabili nel materiale conservato, non il numero complessivo delle persone sepolte durante la storia della cavità. I successivi rimaneggiamenti, compresi interventi clandestini recenti, avevano redistribuito una parte consistente dei frammenti ceramici. [web:4]

Archeologia delle grotte in Galilea: il significato dei ritrovamenti di Asherat

Le grotte di Asherat restituiscono una dimensione diversa rispetto ai grandi palazzi e alle fortificazioni dei centri urbani. Documentano l’impiego di piccoli ambienti naturali e la presenza di oggetti legati alla vita materiale e alle pratiche funerarie.

Per la speleologia, il sito richiama l’importanza di leggere insieme forma della cavità, depositi e trasformazioni umane. Per l’archeologia, collega la frequentazione calcolitica alle testimonianze del Bronzo antico nella Galilea occidentale. Il quadro regionale si amplia attraverso altri siti, dove templi, magazzini, iscrizioni e opere idrauliche raccontano lo sviluppo delle società del Bronzo e del Ferro. [web:4][web:2]

Relazione: i principali ritrovamenti archeologici dell’età del Bronzo e del Ferro in Israele

Età del Bronzo e del Ferro in Israele: cronologia e paesaggi archeologici

L’archeologia del territorio oggi israeliano ricostruisce una storia più antica degli attuali confini politici. Le città cananee dell’età del Bronzo e i regni di Israele e Giuda dell’età del Ferro appartengono a fasi differenti. Cambiano le strutture politiche, le relazioni internazionali e l’organizzazione degli insediamenti. [web:2]

Il Bronzo antico rappresenta una fase fondamentale della prima urbanizzazione. Nel Bronzo medio si sviluppano importanti centri fortificati e complessi palaziali. Tel Kabri, per esempio, fu un centro politico della Galilea occidentale tra circa il 1900 e il 1600 a.C. Nel Bronzo tardo diventano particolarmente evidenti i rapporti con l’Egitto e con altre regioni del Mediterraneo orientale. [web:89][web:30]

Il passaggio dal Bronzo al Ferro si colloca convenzionalmente intorno al 1200 a.C. L’età del Ferro prosegue fino alle conquiste babilonesi del VI secolo a.C. La data del 586 a.C. costituisce un riferimento centrale per la distruzione di Gerusalemme. Le scansioni interne variano secondo i contesti e le cronologie adottate dagli studiosi. [web:75][web:80]

Un elemento caratteristico è il tel, o tell: un rilievo formato dall’accumulo di resti di insediamenti successivi. Edifici demoliti, ricostruzioni e depositi producono una stratificazione verticale. Megiddo, Hazor e Beer Sheba conservano sequenze di questo tipo e fanno parte del sito seriale riconosciuto dall’UNESCO nel 2005. [web:2]

Megiddo nel Bronzo antico: il Grande Tempio e la prima urbanizzazione

Megiddo, nella valle di Jezreel, è uno dei riferimenti principali per lo studio del Bronzo antico levantino. Le ricerche della missione dell’Università di Tel Aviv hanno precisato la sequenza archeologica del sito. Hanno inoltre identificato un grande edificio cultuale datato al Bronzo antico IB, intorno al 3000 a.C. [web:145][web:155]

Il Grande Tempio è importante per la scala dell’architettura. La sua costruzione richiedeva l’organizzazione del lavoro e la disponibilità di risorse. Il complesso offre quindi una testimonianza della crescente articolazione sociale e politica delle comunità. Non documenta soltanto una pratica religiosa: mostra anche la capacità di realizzare un’opera collettiva di grandi dimensioni. [web:145]

Il valore di Megiddo deriva anche dalla continuità delle attività cultuali. L’UNESCO sottolinea il numero dei templi e la ricchezza della documentazione rituale del Bronzo antico. La successione degli edifici permette di seguire trasformazioni che un singolo oggetto, isolato dal contesto, non potrebbe raccontare. [web:2]

[image:169]

Hazor nell’età del Bronzo: fortificazioni e palazzo cananeo

Hazor, nell’Alta Galilea, conserva una delle testimonianze principali dell’urbanizzazione cananea. Le fortificazioni e il palazzo del Bronzo tardo mostrano l’importanza del centro. L’UNESCO considera il complesso palaziale tra i più rilevanti del Levante. [web:2]

Le strutture difensive permettono di osservare la capacità delle autorità cittadine di mobilitare lavoro e materiali. Il palazzo documenta invece la concentrazione di funzioni politiche, economiche e cerimoniali. La combinazione di queste evidenze restituisce un’organizzazione urbana articolata, inserita nelle reti di scambio del Vicino Oriente. [web:2]

Hazor è importante anche per la sovrapposizione tra città del Bronzo e insediamenti del Ferro. Le ricerche permettono di distinguere le diverse fasi edilizie e di ricostruire i cambiamenti nell’uso dello spazio. Le porte, le mura e gli edifici pubblici del Ferro appartengono a una storia successiva rispetto al palazzo cananeo. [web:16]

Tel Kabri nel Bronzo medio: quaranta giare e una cantina palaziale

A Tel Kabri, nella Galilea occidentale, lo scavo del 2013 individuò circa quaranta grandi giare in un ambiente del palazzo cananeo. La stanza si trovava a ovest del cortile centrale. I contenitori erano rimasti sotto un crollo di mattoni crudi, che aveva conservato l’insieme archeologico. [web:30]

Lo studio pubblicato nel 2014 da Andrew J. Koh, Assaf Yasur-Landau ed Eric H. Cline sottopose ad analisi i residui di 32 giare. Tutte quelle analizzate restituirono acido tartarico. Molte contenevano anche acido siringico. Il quadro chimico, insieme alle forme dei recipienti e al contesto, consentì di identificare il locale come un deposito di vino. [web:30]

La distinzione tra quaranta giare rinvenute e 32 analizzate è essenziale per comprendere la base del risultato. Gli altri contenitori furono conservati per successive verifiche. La capacità complessiva della stanza poteva raggiungere circa 2.000 litri. Gli autori interpretarono il deposito come una riserva legata al consumo palaziale, anziché come un impianto per la distribuzione su larga scala. [web:30]

Le analisi indicarono anche possibili additivi vegetali, resine e miele. Queste identificazioni ricostruiscono pratiche di preparazione e conservazione della bevanda. La cantina collega così produzione agricola, approvvigionamento e vita della corte. Il rilievo LiDAR dell’ambiente aggiunse una documentazione tridimensionale utile a registrare posizione e rapporti tra i recipienti. [web:30]

Lachish nel Bronzo medio: il pettine d’avorio e la scrittura alfabetica

Tra i ritrovamenti più significativi per la storia della scrittura figura un piccolo pettine d’avorio proveniente da Lachish. L’oggetto è attribuito a circa il 1700 a.C. L’iscrizione fu riconosciuta e decifrata nel 2022 attraverso l’esame delle incisioni sulla superficie. [web:149]

La frase esprime l’auspicio che l’avorio elimini i pidocchi dai capelli e dalla barba. Il contenuto è quotidiano, non monumentale. Proprio questa caratteristica rende il reperto importante: mostra l’impiego della scrittura alfabetica su un oggetto personale, collegato alla cura del corpo. [web:149]

Le lettere appartengono alla tradizione protocananea. Il reperto amplia quindi la documentazione sull’alfabeto in una fase molto antica. Accanto a palazzi e templi, un oggetto di piccole dimensioni permette di osservare pratiche individuali e forme di comunicazione che lasciano tracce meno visibili negli scavi. [web:149]

Beth Shean nel Bronzo tardo: stele faraoniche e presenza egizia

Beth Shean conserva un insieme rilevante di monumenti egizi. Tra i reperti principali figurano stele in basalto attribuite ai regni di Seti I e Ramses II, oltre a una statua di Ramses III. Questi ritrovamenti documentano il ruolo del sito nella presenza faraonica nella regione. [web:163]

Una stele di Seti I commemora una campagna contro città cananee ribelli vicine a Beth Shean. La parte superiore mostra il sovrano mentre presenta offerte al dio solare Re-Horakhty. La sezione inferiore contiene il testo della celebrazione militare, aperto dalla data del primo anno di regno. [web:162]

Il significato del reperto nasce dall’incontro tra immagine e iscrizione. La stele esprime il punto di vista della monarchia egizia e la sua rappresentazione del potere. Inserita nel contesto archeologico locale, contribuisce a ricostruire le relazioni tra autorità imperiali e centri cananei del Bronzo tardo. [web:162][web:163]

Gezer tra Bronzo e Ferro: il sistema idrico scavato nella roccia

Gezer offre un caso rilevante per l’archeologia del sottosuolo. Il sistema idrico comprende un ingresso, un grande condotto inclinato e un bacino di raccolta. La struttura permetteva agli abitanti di raggiungere l’acqua dall’interno dell’area fortificata. [web:103][web:107]

Le indagini del progetto congiunto del New Orleans Baptist Theological Seminary e dell’autorità israeliana dei parchi hanno raccolto elementi per attribuire l’impianto alla città cananea del Bronzo medio. Il condotto mostra l’impiego di tecniche di scavo nella roccia e una progettazione legata alla conformazione del terreno. [web:103]

La funzione dell’opera era insieme pratica e strategica. L’accesso protetto all’acqua sosteneva la vita quotidiana e riduceva la necessità di uscire dalle difese. Gezer permette così di collegare cavità artificiali, idrogeologia e organizzazione urbana. Le ricerche radiocarboniche pubblicate nel 2023 hanno inoltre costruito una cronologia indipendente per le fasi comprese tra la fine del Bronzo tardo e il Ferro II. [web:107][web:86]

Ashkelon all’inizio del Ferro: sepolture filistee e DNA antico

Ashkelon, sulla costa mediterranea, è un sito fondamentale per lo studio della società filistea. La scoperta di un cimitero ha ampliato la documentazione sulle pratiche funerarie. Le sepolture offrono materiali diversi rispetto a quelli provenienti dagli ambienti abitativi e permettono di studiare direttamente i resti umani. [web:38]

Nel 2019, uno studio su «Science Advances» presentò dati genomici di dieci individui provenienti da contesti del Bronzo e del Ferro. Il confronto riconobbe, nei campioni dell’inizio del Ferro, una componente genetica con affinità europee assente nei campioni più antichi. Nei campioni del Ferro successivo, questa componente non risultava più distinguibile. [web:32][web:36]

Il risultato sostiene l’esistenza di un apporto migratorio nel passaggio tra le due età. Mostra anche l’integrazione successiva nella popolazione locale. Il dato genetico riguarda i campioni analizzati: identità culturale e ascendenza biologica restano concetti diversi. Il valore della ricerca consiste nell’accostare genetica, cronologia delle sepolture e trasformazioni della cultura materiale. [web:36]

Tel Dan nell’età del Ferro: la stele con la «Casa di Davide»

La stele di Tel Dan è una delle principali iscrizioni storiche del Ferro. I frammenti furono scoperti nel nord di Israele all’inizio degli anni Novanta. Il monumento in basalto, datato al IX secolo a.C., conserva un testo aramaico che menziona la «Casa di Davide». [web:48][web:50]

L’espressione identifica una dinastia e costituisce la più antica menzione nota della casa regnante davidica al di fuori della Bibbia. Il testo celebra vittorie militari contro i re di Israele e Giuda. Gli studiosi lo attribuiscono generalmente a Hazael di Aram, anche se il suo nome non è conservato nell’iscrizione. [web:48]

La stele documenta il linguaggio politico delle monarchie del IX secolo a.C. Non è un racconto complessivo dell’epoca di Davide. È una testimonianza successiva, prodotta da una potenza rivale, che impiega un nome dinastico per indicare il regno di Giuda. La sua importanza deriva da questa attestazione esterna. [web:48]

[image:168]

Lachish nell’età del Ferro: l’assedio assiro e le lettere su ceramica

Lachish conserva una documentazione centrale per le guerre che coinvolsero il regno di Giuda. La conquista assira del 701 a.C., durante il regno di Sennacherib, compare nei rilievi provenienti dal palazzo di Ninive. Queste opere, oggi al British Museum, rappresentano l’attacco e la sconfitta della città. [web:54]

I rilievi furono rinvenuti nell’attuale Iraq, non a Lachish. Sono una fonte esterna da mettere in relazione con il sito israeliano. Questa distinzione permette di mantenere separati luogo del ritrovamento, evento rappresentato e prospettiva dell’autore. [web:54]

Un’altra documentazione proviene dalle lettere di Lachish. Sono testi in ebraico scritti a inchiostro su frammenti ceramici, chiamati ostraka. Furono recuperati presso la porta principale, in un livello bruciato associato alla distruzione babilonese del VI secolo a.C. [web:64]

Le lettere comprendono comunicazioni indirizzate a Ya’osh, governatore militare della città, da Hosha’yahu, un ufficiale subordinato. Restituiscono il funzionamento della comunicazione militare durante la crisi. Il valore degli ostraka sta nella loro vicinanza alla gestione quotidiana degli eventi, diversa dalla celebrazione monumentale dei sovrani. [web:64]

Gerusalemme nell’età del Ferro: tunnel di Siloam e amuleti di Ketef Hinnom

L’iscrizione del tunnel di Siloam, datata intorno al 700 a.C., ricorda il completamento di una galleria mediante l’incontro di due squadre impegnate nello scavo da direzioni opposte. Il testo collega un’opera sotterranea alla memoria della sua realizzazione. Per lo studio delle cavità artificiali, rappresenta una testimonianza diretta dell’organizzazione di un cantiere antico. [web:12]

La stessa città conserva un diverso tipo di documento nelle tombe di Ketef Hinnom. Due sottili lamine d’argento furono trovate arrotolate in forma di piccoli amuleti. Portano iscrizioni in ebraico antico con formule vicine alla benedizione sacerdotale del libro dei Numeri. Sono datate tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. [web:18][web:122][web:126]

Non si tratta di manoscritti biblici completi. Sono oggetti personali iscritti, deposti in un contesto funerario. La loro importanza riguarda l’antichità delle formule e il rapporto tra scrittura, protezione individuale e pratiche religiose. Le cavità sepolcrali conservarono così documenti che appartenevano anche alla vita dei loro possessori. [web:122][web:128]

Tel Arad nell’età del Ferro: santuario, incenso e analisi dei residui

Tel Arad conserva resti di una città cananea del III millennio a.C. e successive strutture fortificate dell’età del Ferro. Nel santuario della fase giudaica furono rinvenuti due piccoli altari in calcare. Le superfici superiori conservavano residui scuri, sottoposti a nuove analisi chimiche. [web:82][web:77]

Lo studio del 2020, pubblicato da Eran Arie, Baruch Rosen e Dvory Namdar, riconobbe cannabinoidi sull’altare più piccolo. Sull’altare maggiore furono individuati composti associati all’incenso. Altri residui indicavano l’impiego di sterco animale nel primo caso e grasso animale nel secondo, interpretati come materiali utili al riscaldamento delle sostanze. [web:77]

Le analisi riguardano altari utilizzati nell’VIII secolo a.C. e documentano pratiche rituali concrete. Il caso di Arad mostra il contributo delle scienze di laboratorio all’archeologia religiosa. Una struttura già conosciuta può restituire nuove informazioni attraverso lo studio dei residui conservati sui reperti. [web:77]

Beer Sheba, Hazor e Megiddo nel Ferro: l’acqua come infrastruttura urbana

I sistemi idrici sotterranei di Beer Sheba, Hazor e Megiddo costituiscono un insieme centrale per il pubblico speleologico. L’UNESCO li segnala tra gli esempi più significativi di opere per l’approvvigionamento urbano nel Levante dell’età del Ferro. [web:2]

Le soluzioni adottate rispondevano alle condizioni geografiche dei singoli siti. La realizzazione richiedeva conoscenza del sottosuolo, progettazione e lavoro coordinato. Questi impianti documentano quindi sia capacità tecniche sia strutture di governo in grado di organizzare grandi cantieri. [web:2]

A Beer Sheba, il sistema idrico si collega a un impianto urbano pianificato. A Megiddo e Hazor, le opere sotterranee completano la documentazione di porte, palazzi e fortificazioni. L’acqua non è un elemento accessorio nella storia delle città: contribuisce a spiegarne densità abitativa, funzionamento e capacità di resistenza. [web:2]

Archeologia del Bronzo e del Ferro: stratigrafia, radiocarbonio e documentazione del sottosuolo

La lettura dei ritrovamenti dipende dalla relazione tra oggetti e contesti. La stratigrafia ordina le fasi di occupazione. Lo studio delle ceramiche confronta forme e tecniche produttive. Il radiocarbonio fornisce riferimenti cronologici indipendenti, mentre le analisi chimiche e genetiche affrontano domande su alimentazione, rituali e storia delle popolazioni. [web:86][web:30][web:36]

Una ricerca pubblicata nel 2024 ha presentato 103 datazioni radiocarboniche da cinque aree di scavo di Gerusalemme. Il lavoro ha ricostruito lo sviluppo architettonico durante l’età del Ferro, utilizzando anche eventi di riferimento come il terremoto dell’VIII secolo e la distruzione babilonese del 586 a.C. [web:80]

Il confronto tra questi metodi collega ritrovamenti molto diversi. Le ceramiche di Asherat documentano frequentazioni e deposizioni. Le giare di Kabri conservano tracce di consumo palaziale. Le iscrizioni registrano nomi, comunicazioni e formule religiose. I tunnel rendono visibile l’organizzazione delle risorse idriche. La storia del Bronzo e del Ferro emerge dall’integrazione di queste evidenze, non soltanto dai monumenti più grandi. [web:4][web:30][web:48][web:2]

Fonti online per le grotte di Asherat e l’archeologia del Bronzo e del Ferro

Galilea

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  • Le grotte carsiche diventano un pozzo di metano: identificati i batteri che lo consumano
    Condividi Lo studio sulle grotte carsiche e il metano documenta un nuovo ruolo del sottosuolo nel ciclo climatico Una ricerca pubblicata su Science Advances mostra che i sedimenti delle grotte carsiche possono sottrarre metano all’aria grazie all’attività di batteri specializzati. Lo studio, firmato da Xiaoyan Liu e collaboratori, riguarda la Chang Cave nello Hubei, in Cina, e attribuisce il processo a microrganismi capaci di usare il metano atmosferico come fonte di energia e di carbonio.
     

Le grotte carsiche diventano un pozzo di metano: identificati i batteri che lo consumano

Október 13th 2026 at 10:00

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Lo studio sulle grotte carsiche e il metano documenta un nuovo ruolo del sottosuolo nel ciclo climatico

Una ricerca pubblicata su Science Advances mostra che i sedimenti delle grotte carsiche possono sottrarre metano all’aria grazie all’attività di batteri specializzati. Lo studio, firmato da Xiaoyan Liu e collaboratori, riguarda la Chang Cave nello Hubei, in Cina, e attribuisce il processo a microrganismi capaci di usare il metano atmosferico come fonte di energia e di carbonio.

Il risultato interessa direttamente la speleologia. Il metano è noto agli esploratori soprattutto come gas da rilevare in contesti particolari, mentre qui emerge una funzione diversa: in una normale cavità carsica povera di nutrienti, una comunità microbica non si limita a convivere con il gas, ma lo consuma attivamente. I ricercatori descrivono quindi le grotte carsiche come un serbatoio naturale di assorbimento del metano finora poco considerato nei bilanci climatici.

Metano nelle grotte carsiche, i dati della Chang Cave

I campioni sono stati prelevati in una grotta con temperatura stabile tra 15 e 18 gradi e umidità prossima alla saturazione. In laboratorio, i sedimenti hanno mostrato una crescente capacità di ossidare il metano quando la sua disponibilità passava da 2 a 500 parti per milione: l’attività è salita da 2,9 a 90,7 nanogrammi per grammo di sedimento all’ora.

Le prove con isotopi del carbonio hanno confermato il percorso del gas. Il carbonio del metano è stato ritrovato nella biomassa microbica e nell’anidride carbonica prodotta durante l’ossidazione. Più della metà del carbonio fornito, con valori compresi fra il 52,6 e il 73,2 per cento, è stata incorporata dalla biomassa. Il metano, quindi, alimenta sia il metabolismo sia la costruzione delle cellule.

L’indagine ha combinato esperimenti in microcosmi, analisi isotopiche, microscopia ionica su scala nanometrica, metagenomica e metatrascrittomica. È un approccio che unisce la misura del consumo del gas all’identificazione degli organismi e dei geni effettivamente attivi.

Batteri metanotrofi delle grotte: tre generi nella famiglia Methyloligotrophaceae

I principali responsabili appartengono al gruppo in precedenza indicato come USC?, una linea di batteri metanotrofi atmosferici. L’analisi genomica li colloca nella famiglia provvisoriamente denominata Candidatus Methyloligotrophaceae. Lo studio distingue tre generi: Candidatus Methyloligotropha, Candidatus Methylotierraosa e Candidatus Methylocavernigena; gli ultimi due vengono proposti per la prima volta nella ricerca.

Questi batteri dominavano la comunità dei microrganismi che ossidano metano nei sedimenti esaminati. La loro caratteristica decisiva è l’affinità per concentrazioni molto basse del gas. Il parametro che descrive questa capacità, chiamato costante di semisaturazione, è risultato pari a 138,8 parti per milione. In termini semplici, il sistema microbico resta efficiente anche dove il metano è scarso, condizione tipica degli ambienti sotterranei ventilati dall’aria esterna.

La ricerca rileva anche una flessibilità metabolica utile in un ambiente oligotrofico, cioè povero di risorse. Oltre al metano, questi microrganismi possiedono geni che suggeriscono l’impiego di idrogeno in tracce come fonte energetica complementare. L’ipotesi richiede ancora verifiche sperimentali in coltura, ma aiuta a spiegare la persistenza di queste comunità nel sottosuolo.

Il pozzo di metano nel carsismo della Cina sud-occidentale

Confrontando le velocità di ossidazione in cavità e suoli, gli autori stimano in modo prudente che il carsismo sotterraneo della Cina sud-occidentale possa sequestrare circa 0,56 teragrammi di metano l’anno. È una stima territoriale, non un valore da trasferire automaticamente a tutte le regioni carsiche del pianeta. Gli stessi ricercatori sottolineano che servono misure aggiuntive su distribuzione dei batteri, geometria delle cavità e superfici effettivamente colonizzate.

Il dato modifica comunque il quadro di partenza. I suoli sono già riconosciuti come importanti consumatori biologici di metano; le cavità carsiche, grazie a microclimi relativamente stabili, sedimenti e rocce alterate, possono rappresentare una componente ulteriore. Le sequenze genetiche affini ai microrganismi individuati sono state trovate in tutti i continenti, anche in suoli forestali, praterie, aree agricole e ambienti polari. Il passaggio dalla presenza genetica a una stima globale del flusso richiederà campagne coordinate di monitoraggio.

La curiosità per gli speleologi: metano basso, ma consumato in modo misurabile

La curiosità più concreta per gli speleologi riguarda il livello a cui si manifesta il fenomeno. Non si tratta di una cavità con una vistosa emissione di metano, come può avvenire presso fluidi profondi, sorgenti sulfuree, strutture vulcaniche o depositi organici in condizioni particolari. I batteri studiati sono invece adattati a consumare metano a concentrazioni molto basse, comprese quelle vicine all’aria ambiente.

Nella pratica speleologica, il metano rientra tra i parametri da controllare dove la geologia e la ventilazione fanno ipotizzare accumuli di gas. In questa ricerca diventa anche un indicatore di processi invisibili: la sua diminuzione rispetto all’esterno può segnalare l’azione di una comunità microbica sotterranea. La grotta non è soltanto un volume d’aria e roccia, ma un sistema in cui atmosfera, sedimento, acqua e microbi si scambiano materia in modo continuo.

Gas nelle grotte naturali: una relazione per l’esplorazione e il monitoraggio

Atmosfera di grotta e ventilazione: perché le concentrazioni cambiano

L’aria delle grotte naturali non è uniforme. Dipende dalla morfologia della cavità, dal numero e dalla quota degli ingressi, dalle fratture, dalla temperatura esterna, dal vento, dall’acqua e dalle sorgenti geologiche o biologiche di gas. Nelle cavità temperate il ricambio è spesso guidato dalla differenza di densità tra aria esterna e aria sotterranea, il cosiddetto effetto camino. I cicli giornalieri e stagionali possono cambiare rapidamente la composizione dell’aria in un ramo, in una saletta o in un fondo cieco.

Le misure devono perciò essere spaziali e ripetute nel tempo. Una lettura all’ingresso non definisce l’atmosfera di un ambiente distante. Anche l’idea di una stratificazione immutabile è insufficiente: anidride carbonica e altri gas possono concentrarsi in zone basse o poco ventilate, ma flussi, temperatura, turbolenza e geometria modificano i profili. Il campionamento remoto con pompa e sonda evita di esporre l’operatore durante la prima verifica.

Anidride carbonica nelle grotte: il gas più frequente nelle cavità carsiche

L’anidride carbonica è il gas che più spesso merita attenzione nelle grotte carsiche. Può arrivare dal suolo sovrastante, dove respirazione delle radici e decomposizione della sostanza organica la arricchiscono; può essere prodotta da processi biologici in cavità, da guano e materiale organico, oppure provenire da sorgenti geologiche profonde e aree vulcaniche. La ventilazione ne controlla diluizione e accumulo.

Non ha odore né colore. L’esposizione elevata provoca aumento della ventilazione respiratoria, mal di testa, capogiri, affanno e, a livelli estremi, perdita di coscienza e asfissia. L’anidride carbonica è inoltre più densa dell’aria, dettaglio utile per capire alcuni accumuli locali ma non sufficiente per dichiarare sicura una zona più alta. La sua concentrazione influenza anche la chimica carsica: regola l’equilibrio fra acqua e carbonati, con effetti su dissoluzione e deposizione delle concrezioni.

Ossigeno in grotta: il parametro che definisce la respirabilità

L’ossigeno non è un inquinante, ma è il primo parametro di sicurezza. Può diminuire perché viene consumato da respirazione e ossidazioni, oppure perché altri gas lo diluiscono e lo sostituiscono. Una percentuale inferiore al 19,5 per cento viene convenzionalmente trattata come atmosfera carente di ossigeno negli standard per spazi confinati. Con valori inferiori peggiorano capacità di giudizio e prestazione fisica; con ulteriore riduzione il rischio di collasso è rapido.

Per questo un misuratore di esplosività non sostituisce un rilevatore di ossigeno. I sensori per gas combustibili possono fornire letture non affidabili quando l’ossigeno è basso. L’ordine di controllo resta essenziale: ossigeno, infiammabilità, gas tossici. La misura deve avvenire prima dell’ingresso e proseguire durante la permanenza, se il contesto è sospetto o variabile.

Metano nelle grotte naturali: da pericolo potenziale a risorsa per i microbi

Il metano può provenire da risalite di fluidi profondi, fenomeni vulcanici e idrotermali, degradazione anaerobica di materia organica, sedimenti saturi d’acqua o attività umane nelle vicinanze. È incolore e inodore. In alte concentrazioni può ridurre la disponibilità di ossigeno; soprattutto è infiammabile e una miscela con l’aria diventa esplosiva fra il 5 e il 15 per cento in volume.

La concentrazione osservata nella ricerca cinese è di ordine completamente diverso da quello di un rischio esplosivo. La scoperta riguarda infatti il consumo di tracce di metano, non l’accumulo di grandi quantità. Questa distinzione è decisiva: una cavità può essere un assorbitore biologico di metano atmosferico e, in un altro settore o in un altro tipo di sistema geologico, presentare una sorgente di gas che richiede protocolli di sicurezza specifici.

Un esempio di ambiente con chimica opposta è la Grotta Movile, in Romania, dove acque sulfuree alimentano una rete biologica basata sulla chemiosintesi. Nei suoi settori più isolati l’ossigeno è molto basso, mentre metano, anidride carbonica e idrogeno solforato hanno ruoli rilevanti. Anche in Italia, la Grotta del Cane ai Campi Flegrei mostra quanto siano importanti la misura strumentale e le procedure per atmosfere con ossigeno ridotto e anidride carbonica elevata.

Idrogeno solforato nelle grotte sulfuree: tossicità, corrosione e chemosintesi

L’idrogeno solforato è associato a sorgenti termali e sulfuree, risalite profonde, processi anaerobici e cavità generate o modificate dall’acido solforico. È spesso riconoscibile per l’odore di uova marce, ma l’olfatto non è uno strumento di sicurezza: l’adattamento olfattivo può avvenire rapidamente. Il gas è tossico, può irritare occhi e vie respiratorie, agire sul sistema nervoso e formare miscele infiammabili.

Questo gas ha anche un peso speleogenetico. Quando fluidi ricchi di idrogeno solforato incontrano ossigeno e acqua, le trasformazioni chimiche e microbiche producono acidità capace di aggredire i carbonati. In tali cavità prosperano batteri che ottengono energia dall’ossidazione dei composti ridotti dello zolfo; biofilm e formazioni gelatinose molto acide possono esserne l’espressione visibile.

Radon nelle grotte: rischio radiologico legato al tempo di esposizione

Il radon è un gas radioattivo naturale, senza colore, odore o sapore, prodotto nella catena di decadimento di elementi presenti nelle rocce e nei suoli. Le grotte, come miniere e altri spazi poco ventilati, possono favorirne l’accumulo. Il rischio non è l’effetto acuto durante una breve esposizione, ma la dose cumulativa associata all’inalazione dei prodotti di decadimento, che possono danneggiare il tessuto polmonare.

Il monitoraggio del radon serve soprattutto a chi frequenta una cavità con continuità: guide, ricercatori, operatori di grotte turistiche e speleologi impegnati in campionamenti ripetuti. Dosimetri e misure integrate nel tempo permettono di stimare l’esposizione reale. La gestione richiede registri di presenza, valutazione stagionale e adattamento dei tempi di permanenza alle caratteristiche del sito.

Monossido di carbonio, ammoniaca e altri gas nelle cavità

Il monossido di carbonio è un gas incolore e inodore, prodotto da combustione incompleta. In una grotta naturale non è in genere un costituente di fondo, ma può comparire per motori a combustione, generatori, incendi, fumi o fonti esterne trasportate dalla ventilazione. È tossico perché interferisce con il trasporto di ossigeno nel sangue. La prevenzione più efficace è evitare fonti di combustione nelle cavità e verificarne ogni eventuale immissione.

L’ammoniaca può essere collegata alla degradazione di guano e materiale organico, soprattutto in cavità con grandi colonie di chirotteri o uccelli. È irritante e richiede sensori adeguati quando le condizioni del sito lo rendono plausibile. Composti dello zolfo diversi dall’idrogeno solforato, come anidride solforosa, possono essere presenti in contesti vulcanici e fumarolici. Vapori acidi, temperature elevate e carenza di ossigeno rendono questi ambienti non assimilabili alla normale progressione speleologica.

Rilevazione dei gas in grotta: strumenti, calibrazione e decisioni operative

La sicurezza atmosferica non si affida alla fiamma, all’odore o alla sensazione respiratoria. Occorre un rilevatore multigas scelto in base al rischio atteso e dotato almeno di canali per ossigeno, infiammabilità e, dove necessario, anidride carbonica, idrogeno solforato e monossido di carbonio. Il radon richiede strumentazione dedicata. Per idrogeno solforato, ammoniaca, anidride solforosa e altri composti, il sensore deve essere appropriato allo specifico gas.

Lo strumento va controllato prima di ogni uscita, sottoposto a verifica funzionale e calibrato con gas campione secondo il manuale del costruttore. Umidità molto elevata, condensa, polvere, temperatura e interferenze tra sostanze possono alterare le letture. Gli apparecchi destinati ad ambienti potenzialmente esplosivi devono essere certificati per quell’impiego.

Un allarme non richiede interpretazioni improvvisate. La condotta corretta è interrompere la progressione, arretrare verso aria nota come sicura, mantenere il contatto con l’esterno e applicare il piano della squadra. Il soccorso di una persona in atmosfera ignota richiede formazione, procedure e protezione respiratoria idonea; un intervento spontaneo può esporre altri soccorritori allo stesso pericolo.

Grotte, microbi e gas: una stessa dinamica ambientale

Lo studio sul metano collega la microbiologia delle grotte a una questione climatica globale senza trasformare le cavità in una scorciatoia per compensare le emissioni. Le stime disponibili riguardano un’area definita e devono essere consolidate da nuove misure. Il contributo più solido è aver identificato un meccanismo: batteri adattati a concentrazioni minime di metano lo ossidano e ne assimilano una parte rilevante nella biomassa.

Per la speleologia il messaggio è duplice. I gas restano un fattore di sicurezza da riconoscere con strumenti e competenza. Nello stesso tempo, la loro distribuzione racconta la ventilazione, l’idrologia, la geologia e il metabolismo delle comunità sotterranee. Misurare l’aria in grotta significa quindi proteggere chi entra e comprendere meglio l’ecosistema che si sta esplorando.

Fonti

Metano

L'articolo Le grotte carsiche diventano un pozzo di metano: identificati i batteri che lo consumano proviene da Scintilena.

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Klasies River, nei sedimenti di grotta la storia del clima e delle popolazioni umane

Október 13th 2026 at 09:00

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I sedimenti di grotta della costa sudafricana conservano fossili, conchiglie e tracce di occupazione. Le ricerche a Klasies River collegano cambiamenti ambientali, risorse alimentari e frequentazioni del Pleistocene superiore.

Klasies River: i sedimenti di grotta raccontano il Pleistocene superiore

Le ricerche a Klasies River, sulla costa di Tsitsikamma in Sudafrica, ricostruiscono il rapporto tra ambiente e popolazioni umane attraverso i depositi conservati nelle cavità. Ossa, conchiglie, strumenti litici e residui di combustione documentano trasformazioni del paesaggio e differenti modalità di utilizzo del sito. Il complesso custodisce una successione archeologica spessa circa 20 metri. Le frequentazioni di Homo sapiens del Middle Stone Age coprono, secondo la sintesi dell’Università di Bergen, un intervallo compreso approssimativamente tra 120.000 e 59.000 anni fa. [web:14]

Al centro dell’indagine ci sono i sedimenti di grotta. Non costituiscono soltanto il materiale che circonda i reperti. Conservano anche informazioni sulla vegetazione, sulle comunità animali e sui processi che hanno portato resti biologici nelle cavità. La lettura congiunta di questi elementi permette di ricostruire gli ecosistemi frequentati dalle popolazioni preistoriche. [web:21][web:37]

La ricerca a Klasies River: dagli scavi di Deacon alle indagini di Sarah Wurz

Il programma descritto nel lavoro di H. J. Deacon, V. B. Geleijnse, A. I. Thackeray, J. F. Thackeray, M. L. Tusenius e J. C. Vogel affronta i cambiamenti ambientali dell’ultimo ciclo interglaciale-glaciale. L’obiettivo è collegare le variazioni climatiche alla produttività e alla diversità delle comunità vegetali e animali. Il quadro comprende anche la distribuzione e la frequenza delle presenze umane.

Questa linea di ricerca si inserisce in una storia di scavi avviata negli anni Sessanta. Ronald Singer e John Wymer condussero le prime campagne nel 1967 e nel 1968. Hilary Deacon guidò le indagini tra il 1984 e il 1995. Sarah Wurz, dell’Università del Witwatersrand, ha aperto una nuova fase di ricerca nel 2013 e dirige gli scavi attuali descritti da SapienCE. [web:14]

Fossili e paleoecologia: il contributo dei sedimenti di grotta

I depositi di Klasies River contengono resti di organismi marini e terrestri. Le conchiglie documentano lo sfruttamento delle risorse costiere. Le ossa dei mammiferi contribuiscono alla ricostruzione degli habitat e delle attività di sussistenza. Anche i piccoli vertebrati offrono informazioni ambientali, attraverso materiali introdotti nella cavità da rapaci e altri animali. [web:14][web:21]

La paleoecologia studia gli ecosistemi del passato. A Klasies River integra l’identificazione delle specie con la tafonomia, cioè l’analisi dei processi di accumulo e trasformazione dei resti. Tagli, bruciature, segni di denti e alterazioni digestive aiutano a riconoscere l’azione umana e quella dei carnivori. [web:21]

Howiesons Poort e livello marino nella sequenza di Cave 1A

La successione di Cave 1A conserva livelli attribuiti all’Howiesons Poort, un complesso tecnologico del Middle Stone Age caratterizzato anche da piccoli manufatti litici a dorso. Le ricostruzioni paleoambientali collegano questa parte della sequenza a fasi di regressione marina. Il mare si allontanava dalla posizione attuale, modificando l’accessibilità delle risorse costiere e l’estensione degli ambienti terrestri. [web:21]

L’abbassamento del livello marino esponeva porzioni della piattaforma continentale. La pianura così emersa, nota come Palaeo-Agulhas Plain, offriva nuovi habitat e percorsi per gli erbivori. Questi cambiamenti trasformavano il territorio disponibile ai gruppi umani. Nella sequenza di Klasies River, il contributo dei molluschi appare ridursi dal MSA II all’Howiesons Poort, in relazione alle regressioni marine. [web:21]

Datazione dei sedimenti di grotta e intensità delle frequentazioni

La cronologia dei depositi viene costruita attraverso metodi complementari. A Klasies River sono state applicate la risonanza di spin elettronico allo smalto dentale e le datazioni uranio-torio su formazioni carbonatiche associate alla successione. Il confronto tra misure e posizione stratigrafica permette di collocare reperti e cambiamenti ambientali nel tempo. [web:66][web:21]

Uno studio pubblicato nel 2022 su Frontiers in Earth Science ha analizzato i resti faunistici provenienti dagli scavi Deacon e Wurz. I risultati indicano frequentazioni più intense nel MSA II inferiore e nella parte iniziale dell’Howiesons Poort rispetto a quella successiva. Nei livelli MSA III cresce il ruolo dei carnivori nell’accumulo delle ossa. Il deposito registra quindi anche l’alternanza tra utilizzo umano e presenza animale. [web:21]

Speleologia e ricerca: il valore scientifico dei depositi di Klasies River

Il caso sudafricano mostra perché lo studio delle cavità richieda attenzione anche ai depositi meno appariscenti. Una conchiglia, un frammento osseo e una lente di cenere acquistano significato attraverso la loro posizione e le associazioni con altri materiali. La ricerca sui sedimenti di grotta collega così paleontologia, archeologia e ricostruzione del clima. La documentazione del contesto permette di passare dal singolo reperto alla storia dell’ecosistema. [web:21][web:37]

Relazione scientifica: l’importanza dei sedimenti di grotta per la ricerca biologica e paleontologica

Sedimenti di grotta: un archivio naturale e un habitat biologico

I sedimenti di grotta svolgono due funzioni scientifiche distinte. Conservano tracce degli organismi e degli ambienti del passato. Ospitano anche comunità biologiche attuali, soprattutto microbiche, coinvolte nella trasformazione dei nutrienti. Paleontologia e biologia studiano quindi lo stesso materiale da prospettive differenti, che possono essere integrate. [web:6][web:60]

La documentazione didattica della Società Speleologica Italiana descrive le cavità come luoghi di accumulo di resti animali e depositi fisici o chimici. Questi materiali contribuiscono allo studio delle specie estinte e alla ricostruzione dei paleoambienti. Il valore scientifico non risiede soltanto nella conservazione degli oggetti. Dipende anche dalle relazioni rimaste leggibili tra sedimento, fossili e superfici di deposizione. [file:1][web:37]

Origine dei sedimenti di grotta e collegamenti con il paesaggio esterno

Il riempimento di una cavità può comprendere materiali di provenienza diversa. Sabbie, limi e argille arrivano attraverso corsi d’acqua, ruscellamento o apporti eolici. Frammenti rocciosi possono derivare dalle pareti e dalla volta. Guano, resti di prede, conchiglie, carboni e ceneri costituiscono apporti biologici o legati alle attività umane. [web:23][web:37][web:50]

La distinzione tra queste componenti chiarisce quali processi abbiano formato il deposito. Un livello sabbioso può registrare un apporto naturale. Una concentrazione di ossa può derivare da un’attività di consumo o dall’azione di carnivori. Una lente carboniosa può essere associata a combustione e frequentazione umana. L’interpretazione nasce dal confronto tra composizione, struttura e distribuzione dei materiali. [web:21][web:37]

Le acque sotterranee collegano inoltre il deposito al bacino esterno. Nel sistema carsico di Postojna–Planina, in Slovenia, i fiumi trasportano componenti minerali e organiche che vengono depositate, erose e ridepositate. Il sedimento conserva così informazioni sui rapporti tra superficie e sottosuolo. È anche un ambiente che risponde agli impulsi idrologici. [web:60]

Stratigrafia e micromorfologia dei sedimenti di grotta

La stratigrafia descrive l’organizzazione dei depositi in unità riconoscibili. Colore, dimensione dei granuli, geometria e contenuto permettono di distinguere livelli e superfici. Lo spessore, da solo, non misura la durata. Deposizioni rapide, pause e rimaneggiamenti possono produrre successioni molto diverse. [web:23][web:37]

La micromorfologia esamina sezioni sottili ricavate da blocchi di sedimento conservati nella loro disposizione originale. Il microscopio mostra relazioni che sfuggono all’osservazione sul campo. Si possono riconoscere frammenti ossei, residui fecali, prodotti della combustione e strutture dovute a processi successivi alla deposizione. [web:6]

Questa scala di osservazione è importante anche per la genetica. In uno stesso strato, punti distanti pochi millimetri possono contenere DNA di gruppi animali differenti. La micromorfologia permette di associare l’informazione genetica a componenti precise del deposito. Aiuta inoltre a individuare zone disturbate e contesti meglio conservati. [web:6]

Paleontologia dei sedimenti di grotta: ossa, denti e piccoli vertebrati

Ossa e denti consentono di identificare gli animali presenti negli accumuli. Il confronto anatomico restituisce informazioni sulla composizione della fauna. Le caratteristiche ecologiche delle specie aiutano poi a ricostruire gli habitat circostanti. A Klasies River, la distinzione tra erbivori pascolatori, brucatori e specie a dieta mista viene utilizzata per studiare i cambiamenti del paesaggio. [web:21]

I grandi mammiferi documentano ambienti e risorse, ma anche trasporto e trattamento delle carcasse. I piccoli vertebrati possono invece essere introdotti da rapaci, carnivori o altri agenti. Le borre dei rapaci, cioè i residui non digeriti delle prede, contribuiscono agli accumuli ossei. La composizione di questi materiali registra una selezione operata dall’animale che li ha prodotti. [web:14][web:21]

Per questo la lista delle specie non coincide automaticamente con una fotografia completa dell’ecosistema. Il dato paleontologico acquista maggiore precisione quando l’identificazione viene affiancata allo studio dell’origine dell’accumulo. Il deposito documenta sia gli animali presenti nel territorio sia le modalità con cui i loro resti sono entrati nella grotta. [web:21]

Tafonomia dei sedimenti di grotta e ricostruzione delle attività umane

La tafonomia analizza il percorso dei resti biologici fino al loro ritrovamento. Le superfici ossee conservano tracce di macellazione, percussione, rosicchiamento, digestione, combustione e calpestio. Il confronto tra queste modificazioni permette di ricostruire processi differenti. Una frattura associata a segni di percussione, per esempio, può documentare l’estrazione del midollo. [web:21]

A Klasies River questa analisi collega comportamento umano e frequentazione animale. Le proporzioni tra modificazioni antropiche e segni prodotti dai carnivori cambiano lungo la sequenza. Lo studio del 2022 ha utilizzato anche densità faunistica, fratture trasversali e tracce di calpestio. Il risultato è una ricostruzione delle diverse intensità di utilizzo del sito. [web:21]

La densità dei reperti deve essere letta insieme al ritmo di accumulo del sedimento. Un deposito che cresce lentamente può concentrare materiali prodotti in periodi lunghi. Uno che cresce rapidamente può distribuirli in un volume maggiore. Questa relazione distingue la quantità degli oggetti dall’intensità effettiva delle attività. [web:21]

Molluschi e sedimenti di grotta: risorse alimentari ed ecosistemi costieri

Le conchiglie presenti nei siti costieri documentano la raccolta di risorse marine. La loro associazione con livelli archeologici permette di studiare l’utilizzo della costa. A Klasies River, i molluschi fanno parte di un insieme che comprende anche altri animali marini e fauna terrestre. Questa combinazione consente di osservare strategie alimentari articolate. [web:14][web:21]

Il rapporto con il mare cambia quando varia il livello marino. Una regressione amplia gli ambienti terrestri emersi e modifica le distanze tra riparo e litorale. Le trasformazioni della fauna e dei resti alimentari possono quindi essere confrontate con quelle del paesaggio. Il deposito registra le conseguenze ecologiche delle variazioni costiere, oltre alle attività svolte nella cavità. [web:21]

Pollini e resti vegetali nei sedimenti di grotta

Pollini, semi, frammenti vegetali e carboni aggiungono una componente botanica alla ricostruzione. I pollini possono documentare la vegetazione esterna. I resti vegetali carbonizzati possono collegarsi ad attività umane e processi di combustione. L’insieme permette di integrare informazioni che le sole ossa non restituiscono. [web:26][web:37]

Anche il polline possiede una storia di trasporto e conservazione. La letteratura sulla tafonomia pollinica dei depositi cavernicoli esamina proprio il rapporto tra il segnale osservato e la vegetazione esterna. Trasporto, degradazione chimica e attività microbica influenzano ciò che rimane nel campione. Il guano dei pipistrelli può inoltre contribuire a conservare segnali della vegetazione circostante. [web:26][web:22]

L’utilità dei diversi indicatori aumenta quando vengono confrontati nello stesso quadro stratigrafico. La fauna descrive gli habitat attraverso le esigenze ecologiche degli animali. I resti botanici aggiungono informazioni sulle comunità vegetali. La sedimentologia chiarisce come questi materiali siano arrivati e rimasti nella cavità. [web:21][web:23][web:26]

DNA antico nei sedimenti di grotta: la ricerca oltre i fossili visibili

Il DNA antico sedimentario, indicato con la sigla sedaDNA, permette di riconoscere tracce genetiche nel deposito. Non richiede necessariamente il ritrovamento di ossa identificabili. La ricerca può così individuare presenze biologiche non documentate dai reperti macroscopici. È una prospettiva affrontata anche dalla divulgazione speleologica di Scintilena. [web:6][web:32]

Uno studio pubblicato online su PNAS nel dicembre 2021 ha analizzato 47 blocchi di sedimento provenienti da 13 siti preistorici. Il lavoro ha dimostrato che campioni conservati per la micromorfologia possono contenere DNA antico. Nella grotta di Denisova, i ricercatori hanno individuato concentrazioni soprattutto in minuscoli frammenti ossei e coproliti, cioè resti fecali conservati. [web:6]

L’informazione genetica era molto eterogenea alla scala millimetrica. Questo risultato mostra perché il sedimento non debba essere considerato una miscela uniforme. Il collegamento tra genetica e microstratigrafia permette di ricostruire associazioni biologiche con un dettaglio maggiore. I campioni già archiviati possono inoltre diventare materiale per nuove indagini. [web:6]

La conservazione varia tra siti e tipi di deposito. Nello stesso studio, i blocchi esaminati provenienti dai siti africani, compreso Klasies River Mouth, non hanno restituito DNA mitocondriale antico di mammiferi. Le applicazioni positive documentate a Denisova illustrano quindi una possibilità generale della ricerca, non un risultato genetico attribuibile a tutti i depositi di Klasies River. [web:6]

Biologia attuale dei sedimenti di grotta e cicli dei nutrienti

I depositi non conservano soltanto una memoria biologica. Ospitano microrganismi che utilizzano sostanze organiche e partecipano ai cicli di carbonio, azoto, zolfo e altri elementi. La disponibilità di ossigeno, la composizione chimica e gli apporti d’acqua contribuiscono a selezionare comunità differenti. [web:60]

Una ricerca pubblicata nel dicembre 2025 su Frontiers in Microbiology ha studiato sedimenti recenti e un deposito di paleofiume nel sistema Postojna–Planina. Gli autori hanno integrato analisi del DNA batterico, caratteristiche chimiche e prove di utilizzo di substrati organici. I risultati mostrano differenze nella composizione e nelle capacità metaboliche delle comunità. [web:60]

L’indagine distingue quindi la domanda «quali microrganismi sono presenti?» dalla domanda «quali trasformazioni possono compiere?». Le analisi tassonomiche identificano i gruppi. Le prove funzionali descrivono risposte metaboliche in condizioni sperimentali. Il confronto aiuta a comprendere il funzionamento ecologico del sedimento. [web:60]

L’età del deposito e l’età degli organismi devono rimanere concetti separati. Lo studio di una comunità microbica oggi presente in un sedimento antico non dimostra, da solo, che quella comunità risalga alla deposizione. La ricostruzione del passato attraverso il sedaDNA richiede un percorso analitico distinto dalla caratterizzazione del microbioma attuale. [web:6][web:60]

Guano dei pipistrelli e biodiversità nei sedimenti di grotta

Il guano introduce materia organica e nutrienti negli ambienti sotterranei. Può sostenere comunità di batteri, funghi, protisti e piccoli artropodi. Collega così l’attività alimentare dei pipistrelli all’ecosistema della cavità. Il suo contributo è particolarmente importante negli ambienti bui privi di produzione fotosintetica locale. [web:50]

Gli accumuli di guano modificano anche la chimica del deposito. Le trasformazioni della materia organica e la formazione di minerali fosfatici influenzano le condizioni di conservazione. Lo studio su Denisova ha collegato alcune alterazioni del sedimento a processi di fosfatizzazione e componenti associate al guano. Il medesimo materiale può quindi nutrire un ecosistema attuale e modificare l’archivio biologico antico. [web:50][web:6]

Datazione dei sedimenti di grotta e confronto tra archivi ambientali

Ogni metodo cronologico viene applicato a materiali e processi specifici. Nei depositi cavernicoli si utilizzano radiocarbonio, serie dell’uranio, luminescenza e risonanza di spin elettronico, secondo il contesto. A Klasies River sono documentate datazioni ESR sullo smalto dentale e U-Th su componenti carbonatiche. A Vanguard Cave, a Gibilterra, la luminescenza è stata applicata ai granuli di quarzo dei depositi. [web:37][web:66][web:21][web:43]

La data di una concrezione non coincide necessariamente con quella di un osso vicino. Il significato della misura dipende dalla relazione stratigrafica. Una colata carbonatica sopra un deposito può contribuire a vincolarne la cronologia. Un frammento già formato, poi caduto o trasportato nello strato, richiede una lettura diversa. [web:23][web:21]

Grotta Romanelli, in Puglia, offre un esempio italiano di ricerca integrata. Lo studio del 2022 ha combinato nuove datazioni uranio-torio, stratigrafia e osservazioni geomorfologiche. La successione collega depositi marini, apporti terrestri, fossili e frequentazioni umane. Il confronto tra interno ed esterno della cavità ha ampliato la ricostruzione della sua storia pleistocenica. [web:23]

Conservazione dei sedimenti di grotta e ruolo della speleologia

Il valore di un reperto dipende anche dal contesto. La posizione, la vicinanza a una superficie e l’associazione con altri materiali possono documentare eventi e processi. La rimozione non documentata interrompe queste relazioni. La tutela riguarda quindi l’intero deposito, non soltanto le ossa o i manufatti visibili. [web:37]

Per la ricerca, la conservazione comprende anche l’archiviazione dei campioni e dei dati di provenienza. I blocchi studiati con tecniche micromorfologiche possono essere riesaminati con nuovi metodi. L’indagine sul DNA antico mostra che materiali raccolti decenni prima possono continuare a produrre informazioni. La documentazione rende possibile questo riutilizzo scientifico. [web:6]

La speleologia contribuisce alla conoscenza degli ambienti che custodiscono tali archivi. L’osservazione dei depositi, il rilievo della cavità e il raccordo con le discipline specialistiche permettono di leggere insieme spazio sotterraneo e successione temporale. Nel caso di Klasies River, questa integrazione collega la storia del mare, quella degli ecosistemi e quella delle popolazioni umane. [file:1][web:21]

Sedimenti di grotta: concetti essenziali e domande di approfondimento

  • Stratigrafia: descrive l’organizzazione e le relazioni tra le unità del deposito. [web:37]
  • Tafonomia: ricostruisce i processi di accumulo e trasformazione dei resti biologici. [web:21]
  • Paleoecologia: studia gli ecosistemi del passato attraverso indicatori biologici e ambientali. [web:21]
  • SedaDNA: identifica tracce genetiche antiche conservate nei sedimenti, anche senza fossili visibili. [web:6]
  • Microbioma del sedimento: comprende le comunità microbiche studiate nel deposito e le loro funzioni ecologiche. [web:60]

Quattro domande riassumono i principali temi della relazione:

  1. Quali tracce permettono di distinguere un accumulo umano da uno prodotto da carnivori?
  2. Come cambia il significato di un fossile quando viene collegato alla sua posizione stratigrafica?
  3. Perché il DNA antico sedimentario e il microbioma attuale rispondono a domande differenti?
  4. In che modo le variazioni del livello marino trasformano risorse e habitat intorno a una grotta costiera?

Fonti consultate e URL completi

  1. Università di Bergen, centro SapienCE — “The sites”, scheda su Klasies River e sulle ricerche dirette da Sarah Wurz. [web:14]
    https://www4.uib.no/en/research/research-centres/centre-for-early-sapiens-behaviour-sapience/the-sites
  2. J. P. Reynard, 2022 — “Human occupational intensity and palaeoecology at Klasies River from MIS 5–3: Preliminary taphonomic analyses of faunal remains from the Deacon and Wurz excavations”, Frontiers in Earth Science. [web:21]
    https://www.frontiersin.org/journals/earth-science/articles/10.3389/feart.2022.974582/full
  3. Università di Stellenbosch — bibliografia delle pubblicazioni di H. J. Deacon e S. Wurz, con riferimenti alla stratigrafia di Klasies River e alle datazioni ESR. [web:66]
    http://academic.sun.ac.za/archaeology/wwwpubl.htm
  4. “Microstratigraphic preservation of ancient faunal and hominin DNA in Pleistocene cave sediments”, PNAS, pubblicazione online del 27 dicembre 2021. [web:6]
    https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2113666118
  5. J. Mulec, L. Paši? e A. Oarga-Mulec, 2025 — “Metabolic traits of sediment bacteria in karst caves in the light of environmental changes”, Frontiers in Microbiology. [web:60]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12742472/
  6. “The Life Hidden Inside Caves: Ecological and Economic Importance of Bat Guano”, 2020. [web:50]
    https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1155/2020/9872532
  7. C. O. Hunt e M. Fiacconi, 2017 — “Pollen taphonomy of cave sediments: What does the pollen record in caves tell us about external environments and how do we assess its reliability?”. [web:26]
    https://researchonline.ljmu.ac.uk/id/eprint/6694/1/Pollen%20taphonomy%20Final.pdf
  8. “Palaeobotanical records from cave environments”, rassegna scientifica sui resti botanici dei depositi cavernicoli. [web:22]
    https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0034666722001579
  9. P. Pieruccini e collaboratori, 2022 — “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports. [web:23]
    https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9358667/
  10. “Chronology of the Late Pleistocene archaeological sequence at Vanguard Cave, Gibraltar: Insights from quartz single and multiple grain luminescence dating”, 2019. [web:43]
    https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S1040618216312320
  11. Scintilena — “SedaDNA, perché è una svolta metodologica per la ricerca in grotta e la paleoecologia”. [web:32]
    https://www.scintilena.com/sedadna-perche-e-una-svolta-metodologica-per-la-ricerca-in-grotta-e-la-paleoecologia/07/08/
  12. Scintilena — “Grotte archivi del tempo”. [web:37]
    https://www.scintilena.com/grotte-archivi-del-tempo/07/08/

Materiale di riferimento del progetto: Paolo Forti, “Speleologia e ricerca scientifica”, Società Speleologica Italiana, 2009. [file:1]

Testo di partenza fornito: H. J. Deacon, V. B. Geleijnse, A. I. Thackeray, J. F. Thackeray, M. L. Tusenius e J. C. Vogel, “Late Pleistocene cave deposits in the southern Cape: current research at Klasies River”, Palaeoecology of Africa, volume 17.

Sedimenti pleistocenici

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  • Microrganismi delle grotte e gas serra: il clima passa anche dal sottosuolo
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Microrganismi delle grotte e gas serra: il clima passa anche dal sottosuolo

Október 13th 2026 at 08:00

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I microrganismi delle grotte partecipano ai cicli di metano, anidride carbonica e protossido di azoto. Una revisione scientifica del 2026 collega microbiologia ipogea, biomineralizzazione e modelli climatici, aprendo nuove prospettive per lo studio della speleogenesi e delle concrezioni.

Microrganismi delle grotte: una revisione collega microbiologia e clima

Le grotte sono ecosistemi biologicamente attivi che partecipano alla trasformazione dei gas serra. Batteri e altri organismi microscopici consumano metano, utilizzano anidride carbonica e intervengono nel ciclo dell’azoto. Alcune comunità favoriscono anche la formazione di carbonato di calcio. Questi processi collegano il sottosuolo al funzionamento del sistema climatico terrestre. [web:4]

A ricostruire questo quadro è la revisione Cave microorganisms: hidden players in global greenhouse gas cycling and climate regulation. Il lavoro è stato pubblicato online il 27 gennaio 2026 su Current Opinion in Microbiology, volume 90, articolo 102707. Gli autori sono Tamara Martin-Pozas, Soledad Cuezva, Angel Fernandez-Cortes, Janez Mulec e Marcela Hernández. [web:4]

Il gruppo riunisce competenze di istituti spagnoli, sloveni e britannici. La proposta centrale riguarda l’integrazione degli ecosistemi sotterranei nei modelli climatici globali. Le cavità vengono considerate ambienti nei quali circolano materia ed energia, non semplici vuoti nella roccia. [web:4]

Microrganismi delle grotte e metano: il ruolo dei sedimenti

Uno dei collegamenti più documentati riguarda il consumo di metano. I microrganismi metanotrofi utilizzano questo gas attraverso reazioni metaboliche. La loro attività può ridurne la concentrazione nell’aria delle cavità. Pareti alterate, sedimenti e superfici umide offrono habitat per queste comunità. [web:42]

Uno studio del 2022, firmato da Martin-Pozas e collaboratori, ha associato misure dei flussi gassosi, analisi isotopiche e caratterizzazione del microbioma. Nei sedimenti esaminati, i ricercatori hanno registrato un consumo continuo di metano, con una rimozione compresa tra il 65% e il 90%. Il dato descrive le condizioni studiate e non una percentuale applicabile a tutte le grotte. [web:5]

La ventilazione mantiene il collegamento con l’atmosfera esterna. L’aria introduce nuovo metano, mentre i microrganismi delle grotte possono consumarlo sulle superfici colonizzate. Il risultato dipende dall’incontro tra circolazione dell’aria, disponibilità d’acqua e attività biologica. [web:42][web:12]

Biomineralizzazione e moonmilk: quando i batteri formano concrezioni

La revisione del 2026 collega il ciclo dei gas anche alla biomineralizzazione. Alcuni microrganismi modificano le condizioni chimiche dell’acqua e favoriscono la precipitazione di carbonato di calcio. Le loro cellule e i biofilm possono fornire superfici sulle quali iniziano a crescere i cristalli. [web:4][web:42]

Il moonmilk, conosciuto come latte di monte, rappresenta uno degli esempi più studiati. È un deposito generalmente bianco, composto spesso da aggregati finissimi di calcite. La consistenza varia con il contenuto d’acqua. Batteri filamentosi, altri gruppi batterici e funghi possono partecipare ai processi che ne determinano lo sviluppo. [web:60][web:42]

In Italia, la Grotta Nera della Majella offre un caso significativo. Uno studio pubblicato nel 2024 su Environmental Microbiome, ripreso da Scintilena, ha analizzato strutture di moonmilk lunghe oltre due metri. Le diverse parti delle concrezioni ospitano comunità microbiche e frazioni organiche differenti. Il deposito costituisce quindi un insieme di microambienti, collegati alla roccia e alla vegetazione soprastante. [web:60][web:57]

Microrganismi delle grotte, azoto e nuove analisi multi-omiche

Il quadro comprende anche il protossido di azoto, indicato dalla formula N?O. Il suo destino dipende da trasformazioni microbiche dell’azoto, capaci di produrlo oppure consumarlo. La revisione include questi processi nella valutazione delle funzioni biogeochimiche sotterranee. [web:4]

Gli strumenti multi-omici permettono di collegare la composizione delle comunità alle loro funzioni. Le analisi del DNA ricostruiscono il patrimonio genetico. Quelle dell’RNA e delle proteine aiutano a individuare le attività effettivamente espresse. Il confronto con misure geochimiche rende più precisa la lettura dei processi osservati in grotta. [web:12]

Speleologia e clima: dalle comunità microbiche ai modelli globali

Per la ricerca speleologica, queste conoscenze uniscono formazione delle cavità, sviluppo delle concrezioni e scambio di gas. I microrganismi delle grotte possono contribuire sia alla dissoluzione della roccia sia alla deposizione di nuovi minerali. Il loro ruolo cambia secondo la geologia, l’idrologia e le risorse disponibili. [web:12][web:42]

Il lavoro del 2026 propone di includere queste funzioni nella rappresentazione del sistema climatico. Indica inoltre la biomineralizzazione come un processo da studiare per il sequestro del carbonio e per nuove applicazioni biotecnologiche. La direzione di ricerca consiste nel collegare osservazioni locali e bilanci ambientali, mantenendo al centro gli ecosistemi ipogei e la loro conservazione. [web:4]


Relazione di approfondimento: microrganismi delle grotte, speleogenesi e formazione delle concrezioni

La componente microbica e batterica nella speleogenesi: comunità, reazioni chimiche, biomineralizzazione, moonmilk e cicli dei gas serra.

1. Geomicrobiologia ipogea: il rapporto tra microrganismi e rocce

La geomicrobiologia studia le relazioni tra organismi microscopici e materiali geologici. Negli ambienti ipogei descrive come la vita interagisce con rocce, acque, sedimenti e atmosfera. Questo approccio consente di collegare processi che operano a scale differenti. Una reazione sulla superficie di una cellula può modificare un cristallo. L’attività di un biofilm può alterare una parete. La trasformazione dei gas può influire sugli scambi tra grotta e ambiente esterno. [web:12][web:42]

I microrganismi delle grotte non costituiscono una popolazione uniforme. Il microbiota comprende gli organismi presenti in un ambiente. Il concetto di microbioma considera anche il loro patrimonio genetico e il contesto delle interazioni. Batteri, archei e funghi rappresentano componenti importanti delle comunità ipogee. Alghe e cianobatteri trovano spazio dove esiste luce sufficiente, vicino agli ingressi o alle illuminazioni artificiali. [web:12]

La speleogenesi riguarda l’origine e l’evoluzione delle cavità. La formazione degli speleotemi riguarda invece i depositi minerali secondari che crescono al loro interno. I microrganismi possono partecipare a entrambi i processi. Il primo comporta spesso l’asportazione di materia; il secondo la sua deposizione. Non sono fenomeni contraddittori: dipendono dalle condizioni chimiche locali e possono verificarsi in settori vicini della stessa grotta. [web:12][web:42]

2. Microbiologia delle grotte: energia e nutrienti senza luce

Nelle zone completamente buie, la fotosintesi non alimenta direttamente le comunità residenti. Una parte delle risorse arriva dall’esterno. Le acque trasportano materia organica disciolta e particellare. L’aria introduce particelle e composti volatili. Gli animali apportano materiale organico, compreso il guano. [web:12]

Gli organismi eterotrofi utilizzano questa materia come fonte di carbonio ed energia. Gli organismi chemioautotrofi possono invece produrre biomassa fissando carbonio inorganico. L’energia deriva da reazioni chimiche, anziché dalla luce. In particolare, i chemio-lito-autotrofi sfruttano composti inorganici, come forme ridotte dello zolfo o dell’azoto. Le grotte sulfuree offrono condizioni favorevoli a questi metabolismi. [web:12][web:42]

La scarsità di nutrienti, chiamata oligotrofia, non equivale all’assenza di vita. Favorisce organismi capaci di utilizzare risorse diluite e di riciclare i prodotti metabolici delle altre popolazioni. Una comunità può quindi funzionare attraverso scambi tra gruppi differenti. La produzione primaria microbica alimenta anche organismi che non fissano direttamente la CO?. [web:12][web:42]

Questa organizzazione spiega perché il metabolismo non possa essere ricostruito soltanto dalla presenza di un genere batterico. La disponibilità di ossigeno, acqua e substrati determina quali funzioni risultano vantaggiose. Anche comunità apparentemente simili possono svolgere attività differenti in microambienti diversi. [web:12]

3. Biofilm in grotta: microambienti che favoriscono dissoluzione e precipitazione

Molti microrganismi aderiscono alle superfici formando biofilm. Le cellule sono associate a una matrice extracellulare che trattiene acqua, sostanze organiche e particelle minerali. Questa organizzazione crea un’interfaccia attiva tra vita e roccia. [web:12][web:42]

All’interno del biofilm possono svilupparsi gradienti chimici. L’ossigeno disponibile sulla superficie diminuisce negli strati interni. Il pH può differire da quello dell’acqua circostante. Anche la concentrazione degli ioni può variare a distanze molto piccole. Queste differenze consentono la coesistenza di metabolismi aerobici e anaerobici. [web:60][web:42]

La superficie cellulare e la matrice offrono siti di nucleazione. Sono punti nei quali può iniziare la crescita di un cristallo. La nucleazione biologicamente favorita non implica sempre una produzione attiva del minerale da parte della cellula. Può derivare dall’interazione tra una superficie organica e una soluzione già favorevole alla precipitazione. [web:42][web:18]

Il biofilm svolge quindi più funzioni. Può modificare la chimica locale, trattenere elementi e organizzare la deposizione minerale. In altre condizioni, gli stessi rapporti tra cellule e substrato favoriscono la corrosione. [web:12][web:42]

4. Speleogenesi carbonatica: la componente biologica della dissoluzione

Nelle grotte calcaree, la dissoluzione carbonatica è spesso sostenuta dall’acqua arricchita di CO?. Il gas proviene dall’atmosfera e, in misura importante, dall’attività biologica del suolo. La respirazione delle radici e dei microrganismi contribuisce alla disponibilità di anidride carbonica nelle acque di infiltrazione. [web:12]

La reazione complessiva può essere rappresentata così:

[
\mathrm{CaCO_3 + CO_2 + H_2O \rightleftharpoons Ca^{2+} + 2HCO_3^-}
]

Il carbonato di calcio della roccia passa in soluzione come calcio e bicarbonato. La circolazione dell’acqua trasporta questi prodotti e permette alla dissoluzione di proseguire. Le fratture, i gradienti idraulici e la geometria del massiccio controllano l’evoluzione degli spazi sotterranei. [web:12]

La componente microbica interviene anche direttamente sulle superfici. Batteri e funghi possono produrre acidi organici. Possono inoltre rilasciare molecole capaci di legare elementi metallici e favorirne la mobilizzazione. Acido ossalico, acido formico e agenti complessanti sono tra i meccanismi discussi nella letteratura geomicrobiologica. [web:12]

Il contributo biologico opera quindi su più livelli. Nel suolo alimenta la disponibilità di CO?. Sulle pareti modifica le condizioni di contatto con i minerali. La formazione di grandi cavità resta un processo integrato, governato anche da struttura geologica, idrologia e tempo. [web:12]

5. Speleogenesi sulfurea: batteri che producono acidità

La speleogenesi da acido solforico rappresenta un collegamento diretto tra metabolismo microbico e dissoluzione del calcare. Nei sistemi sulfurei, acque profonde possono trasportare idrogeno solforato, H?S. Quando il composto incontra ossigeno, può ossidarsi. I microrganismi che utilizzano lo zolfo possono accelerare e organizzare questa trasformazione. [web:12][web:42]

Una rappresentazione complessiva dell’ossidazione è:

[
\mathrm{H_2S + 2O_2 \rightarrow H_2SO_4}
]

La reazione reale può attraversare intermedi e dipende dagli organismi presenti. L’acido solforico reagisce con il carbonato di calcio:

[
\mathrm{H_2SO_4 + CaCO_3 + H_2O \rightarrow CaSO_4\cdot 2H_2O + CO_2}
]

Si forma gesso e viene liberata anidride carbonica. La successiva rimozione del gesso contribuisce all’ampliamento dei vuoti. L’attività biologica partecipa quindi all’evoluzione delle cavità e modifica contemporaneamente il ciclo del carbonio. [web:12]

Queste reazioni non caratterizzano tutte le grotte ipogeniche. Il termine “ipogenico” indica l’alimentazione della speleogenesi da fluidi provenienti dal basso. La speleogenesi sulfurea è uno dei processi che possono operare in tale contesto. [web:12]

6. Frasassi e grotte sulfuree italiane: comunità microbiche e corrosione

Il sistema di Frasassi è tra gli ambienti più studiati per comprendere la relazione tra microbiologia e speleogenesi sulfurea. Nei corsi d’acqua sotterranei si sviluppano comunità filamentose associate al ciclo dello zolfo. Tra i gruppi descritti figurano organismi con caratteristiche riconducibili a Beggiatoa e Thiothrix. [web:29][web:42]

Un’indagine sui biofilm di Frasassi ha collegato la diversità delle popolazioni ossidanti e riducenti dello zolfo ai processi di corrosione del calcare. Le trasformazioni possono riciclare i composti solforati all’interno della comunità. Questo riciclo alimenta le reazioni che producono acidità alle interfacce con la roccia. [web:29]

Sulle pareti e sui soffitti di alcune grotte sulfuree compaiono gli snottites. Sono aggregati microbici pendenti, dalla consistenza viscosa. Possono raggiungere valori di pH prossimi a 1, e in alcuni sistemi anche inferiori. A Frasassi sono state descritte comunità dominate da batteri affini ad Acidithiobacillus, capaci di ossidare lo zolfo e fissare CO?. [web:12][web:42]

Altri ambienti italiani documentati comprendono Acquasanta Terme e la Grotta Fetida di Santa Cesarea Terme. I rapporti tra solfuro, ossigeno e circolazione dell’acqua selezionano comunità differenti. Le forme filamentose osservate non rappresentano quindi un’unica associazione microbica, ma risposte a condizioni geochimiche specifiche. [web:39][web:25]

7. Biomineralizzazione in grotta: come nasce una concrezione microbica

La biomineralizzazione comprende i processi attraverso i quali gli organismi partecipano alla formazione dei minerali. Nelle grotte, un meccanismo importante è la precipitazione di carbonati indotta dai microrganismi, spesso indicata con l’acronimo MICP. [web:18]

Il metabolismo può aumentare il pH o modificare il carbonio inorganico disciolto. Le superfici cellulari possono legare calcio. Se le condizioni permettono la crescita del minerale, si formano cristalli di carbonato di calcio:

[
\mathrm{Ca^{2+} + CO_3^{2-} \rightarrow CaCO_3}
]

La precipitazione dipende dalla disponibilità di calcio, dal carbonio inorganico disciolto, dal pH e dai siti di nucleazione. La presenza di microrganismi si inserisce in questa combinazione di fattori. [web:18]

È utile distinguere due modalità. Nella mineralizzazione indotta, l’attività biologica modifica la chimica e favorisce il deposito. Nella mineralizzazione mediata dalle superfici, cellule e matrice forniscono soprattutto un supporto alla nucleazione. Una mineralizzazione strettamente controllata comporta invece una regolazione biologica più specifica della formazione del minerale. Per le concrezioni di grotta, non va attribuito automaticamente questo terzo livello di controllo. [web:18]

8. Ureolisi e ammonificazione: il metabolismo dell’azoto nella calcificazione

L’ureolisi è la degradazione dell’urea attraverso l’enzima ureasi. Produce ammoniaca e carbonio inorganico. Le reazioni successive possono aumentare il pH e favorire la disponibilità di carbonato. In presenza di calcio, queste condizioni sostengono la precipitazione minerale. [web:18]

La trasformazione iniziale può essere sintetizzata così:

[
\mathrm{CO(NH_2)_2 + H_2O \rightarrow 2NH_3 + CO_2}
]

L’ammonificazione deriva invece dalla trasformazione di composti organici azotati. Anche questo processo può contribuire all’alcalinizzazione locale. Studi su microrganismi del moonmilk hanno mostrato che Streptomyces può favorire la calcificazione attraverso ammonificazione e, in alcuni casi, ureolisi. [web:42]

L’ureasi non rappresenta l’unica via verso la biomineralizzazione. Il suo peso dipende dalla disponibilità di urea e dalle caratteristiche della comunità. Un risultato sperimentale ottenuto con substrati nutritivi abbondanti descrive una capacità biologica, non necessariamente la velocità dello stesso processo nell’ambiente naturale. [web:18][web:42]

Nella Iron Curtain Cave, in Canada, uno studio del 2022 ha isolato 99 ceppi da concrezioni coralloidi e stalattiti tubolari. Undici isolati mostravano attività ureasi positiva. Gli esperimenti hanno documentato la formazione di cristalli e, in due isolati, la presenza delle relative vie genetiche. Il caso dimostra come microbiologia, coltivazione e genomica possano essere integrate nello studio degli speleotemi. [web:18]

9. Moonmilk e latte di monte: un deposito minerale con comunità differenziate

Il moonmilk descrive un deposito dall’aspetto generalmente bianco e dalla struttura finemente cristallina. Quando è umido può assumere una consistenza pastosa. Quando si asciuga può diventare polveroso. Molti depositi sono calcitici, ma esistono composizioni mineralogiche differenti. [web:60]

La sua formazione mette in relazione acqua, chimica dei carbonati e organismi microscopici. Filamenti batterici e ife fungine possono offrire modelli per la crescita dei cristalli. Il metabolismo può favorire la precipitazione attraverso variazioni del pH. La matrice organica contribuisce all’organizzazione dei microaggregati. [web:42]

La Grotta Nera della Majella mostra quanto questo deposito possa essere articolato. La ricerca del 2024 ha confrontato parti apicali, laterali e centrali di tre strutture. Ha combinato analisi del gene 16S rRNA, quantificazione microbica, isotopi del carbonio e caratterizzazione molecolare della materia organica. [web:60]

Le comunità cambiavano tra le diverse nicchie. Le frazioni organiche comprendevano materiali derivati dall’attività microbica e dalla vegetazione soprastante. Nelle parti centrali e apicali risultavano arricchiti gruppi associati al metabolismo dell’azoto e dei composti a un atomo di carbonio, tra cui CO? e CH?. [web:60]

Il moonmilk va quindi considerato un sistema strutturato. Le differenze di acqua e ossigeno influenzano la distribuzione degli organismi. La relazione tra comunità, sostanze organiche e cristalli contribuisce a spiegare lo sviluppo delle concrezioni e la loro sensibilità alle variazioni ambientali. [web:60]

10. Stalattiti e stalagmiti: processi fisico-chimici e contributi batterici

Le stalattiti e le stalagmiti carbonatiche possono crescere attraverso processi fisico-chimici. Quando l’acqua perde CO?, può diventare sovrasatura rispetto alla calcite. Il carbonato di calcio precipita e alimenta la concrezione. Il gocciolamento, il flusso lungo le superfici e le condizioni dell’aria contribuiscono a determinarne lo sviluppo. [web:12][web:18]

La reazione complessiva è:

[
\mathrm{Ca^{2+} + 2HCO_3^- \rightarrow CaCO_3 + CO_2 + H_2O}
]

I microrganismi possono sovrapporsi a questo processo. Modificano la chimica degli strati d’acqua, forniscono siti di nucleazione e influenzano la morfologia dei cristalli. Possono anche contribuire alla dissoluzione in altri momenti o settori della superficie. [web:12][web:18]

Non ogni stalattite è dunque una struttura costruita dai batteri. La formazione minerale può avere una componente abiotica e una componente biologica, con proporzioni differenti. Il rapporto va ricostruito attraverso osservazioni mineralogiche, esperimenti e misure delle condizioni locali. [web:18][web:15]

11. Ferro, manganese e vermicolazioni: oltre le concrezioni di calcite

L’attività microbica riguarda anche minerali diversi dai carbonati. Ossidi e ossiidrossidi di ferro e manganese possono comparire come rivestimenti, croste e depositi. In alcune grotte costituiscono strutture minerali secondarie associate a comunità specializzate. [web:42]

Batteri affini a Gallionella e Leptothrix sono stati collegati a precipitati di ferro. Per il manganese, la letteratura descrive microrganismi appartenenti a generi come Pseudomonas, Leptothrix e Pedomicrobium. Anche alcuni funghi possono partecipare all’ossidazione del manganese. [web:42]

I colori di una superficie non identificano da soli il metabolismo responsabile. I depositi possono risultare dall’interazione tra ossidazione chimica, attività biologica e trasporto dei materiali. La ricostruzione della loro origine richiede analisi mineralogiche e microbiologiche congiunte. [web:42]

Le vermicolazioni rappresentano un altro tipo di organizzazione superficiale. Formano disegni sinuosi o maculati, composti da materiali minerali e organici. In alcune grotte sulfuree includono cellule batteriche e fungine in matrici complesse. La loro struttura collega colonizzazione biologica, particelle fini e condizioni della parete. [web:12]

12. Metano e microbiologia ipogea: consumo e produzione nello stesso sistema

I metanotrofi utilizzano il metano. Nell’ossidazione aerobica, una rappresentazione complessiva è:

[
\mathrm{CH_4 + 2O_2 \rightarrow CO_2 + 2H_2O}
]

Una parte del carbonio può essere incorporata nella biomassa. Il consumo di metano non coincide quindi con la semplice scomparsa del carbonio dal sistema. Cambiano la forma chimica del carbonio e il suo percorso tra gas, organismi e ambiente. [web:42]

Alcune comunità riescono a sfruttare il metano a concentrazioni atmosferiche. Altre vivono in ambienti molto più ricchi di questo gas. La distinzione è importante perché disponibilità del substrato e capacità metaboliche influenzano i tassi di consumo. La letteratura documenta anche vie di ossidazione del metano associate a condizioni anaerobiche. [web:42]

La produzione di metano, chiamata metanogenesi, è svolta principalmente da archei specializzati. In una grotta possono quindi esistere nicchie che producono metano e altre che lo consumano. Nelle strutture di moonmilk della Grotta Nera sono stati individuati anche gruppi archeali associati a questo metabolismo. [web:60]

Per definire il comportamento dell’intera cavità servono misure integrate. La concentrazione nell’aria è un’indicazione utile, ma il bilancio comprende anche ricambio atmosferico, flussi dai sedimenti e trasformazioni microbiche. [web:5][web:42]

13. Protossido di azoto in grotta: nitrificazione e denitrificazione

La nitrificazione trasforma l’ammoniaca o l’ammonio in forme ossidate dell’azoto. Vi partecipano batteri e archei. Nei sistemi ipogei può sostenere la produzione primaria chemioautotrofa. La letteratura sulle grotte documenta comunità e geni associati a queste trasformazioni. [web:42]

La denitrificazione riduce invece nitrato e nitrito attraverso una sequenza di intermedi. Il protossido di azoto può essere prodotto durante queste trasformazioni. Una denitrificazione completa può portare alla sua riduzione in azoto molecolare, N?. L’enzima coinvolto nell’ultimo passaggio è la protossido di azoto reduttasi, associata al gene nosZ. [web:22][web:42]

Questo meccanismo generale aiuta a interpretare il ruolo del microbioma ipogeo nel ciclo di N?O. La direzione del bilancio dipende dai substrati, dall’ossigeno e dalle condizioni chimiche. L’identificazione di geni funzionali descrive le capacità delle popolazioni; le misure dei flussi stabiliscono il risultato ambientale. [web:22][web:4][web:12]

14. Biomineralizzazione e sequestro del carbonio: il bilancio completo

La deposizione di carbonato di calcio trasferisce carbonio in una fase minerale. La fissazione autotrofa trasferisce invece CO? nella biomassa. Sono due processi distinti, entrambi rilevanti per comprendere il funzionamento delle comunità sotterranee. La revisione del 2026 considera la biomineralizzazione una possibile componente delle strategie di sequestro del carbonio. [web:4][web:42]

Il bilancio climatico richiede di seguire l’intero percorso della materia. La precipitazione della calcite da bicarbonato può liberare CO?, come mostra la reazione riportata per gli speleotemi. Anche la dissoluzione sulfurea del calcare può rilasciare anidride carbonica proveniente dalla roccia. [web:12]

Di conseguenza, una massa di carbonato depositata non equivale automaticamente a una quantità identica di CO? atmosferica rimossa. Occorre distinguere il carbonio della roccia, quello introdotto dalle acque e quello fissato biologicamente. La permanenza del deposito e la successiva dissoluzione influenzano inoltre il destino del carbonio mineralizzato. Questo bilancio deriva dall’integrazione delle reazioni carbonatiche con i processi biologici considerati negli studi. [web:12][web:4]

Lo studio del 2022 sui sedimenti associa consumo di metano, assorbimento di CO? e sviluppo del moonmilk. Offre un esempio di processi accoppiati: le comunità trasformano gas e nutrienti mentre interagiscono con la matrice minerale. La valutazione climatica diventa più informativa quando queste trasformazioni vengono misurate insieme. [web:5]

15. Analisi multi-omiche: collegare comunità microbiche e speleogenesi

La ricerca dispone di strumenti complementari. Ciascuno risponde a una domanda differente:

  • Il metabarcoding di marcatori come il gene 16S rRNA descrive la composizione delle comunità di batteri e archei.
  • La metagenomica analizza il patrimonio genetico complessivo e ricostruisce potenziali vie metaboliche.
  • La metatrascrittomica individua gli RNA prodotti e aiuta a riconoscere i geni espressi.
  • La proteomica identifica proteine ed enzimi presenti nei campioni.
  • Le analisi geochimiche e isotopiche collegano l’attività biologica alle trasformazioni di gas, acque e minerali. [web:12][web:5]

Le osservazioni al microscopio mostrano il rapporto tra cellule, filamenti e cristalli. La coltivazione permette di verificare capacità specifiche degli organismi isolati. Le misure in situ collocano queste capacità nelle condizioni reali della cavità. [web:12][web:18]

Un’impostazione integrata distingue quindi presenza, potenziale e attività. La presenza di un organismo documenta la colonizzazione. La presenza di un gene indica una capacità possibile. L’espressione del gene e la misura del processo collegano tale capacità a una funzione effettiva. È questo passaggio che rende la microbiologia utile alla ricostruzione della speleogenesi e dei bilanci gassosi. [web:12]

16. Conservazione delle grotte e biotecnologie microbiche

Le comunità microbiche fanno parte del patrimonio naturale ipogeo. L’introduzione di sostanze organiche, le variazioni della ventilazione e l’illuminazione artificiale possono modificarne la composizione. Nelle grotte turistiche, la luce favorisce la lampenflora, composta da organismi fotosintetici che colonizzano superfici altrimenti buie. [web:12]

La protezione delle concrezioni riguarda quindi anche le condizioni che sostengono i microbiomi. La Grotta Nera presenta un accesso regolato proprio per conservare il sistema e le sue strutture di moonmilk. Lo studio delle comunità e della microclimatologia fornisce informazioni utili a questa gestione. [web:60]

La biomineralizzazione ha inoltre applicazioni potenziali nella produzione di materiali, nel consolidamento e nella gestione del carbonio. I processi osservati in grotta offrono modelli biologici da studiare e riprodurre in condizioni controllate. La revisione del 2026 li inserisce nel quadro delle biotecnologie sostenibili. [web:18][web:4]

La relazione tra speleogenesi, concrezioni e gas serra emerge così da un insieme di interazioni. La geologia determina i substrati. L’acqua e l’aria trasportano reagenti e prodotti. I microrganismi modificano la chimica, riciclano nutrienti e partecipano alla crescita o alla dissoluzione dei minerali. Considerare insieme questi fattori permette di descrivere le grotte come ecosistemi geologici e biologici connessi alla superficie. [web:12][web:42]

Fonti scientifiche e divulgative dell’articolo e della relazione

  1. Martin-Pozas, T., Cuezva, S., Fernandez-Cortes, A., Mulec, J., Hernández, M. (2026). Cave microorganisms: hidden players in global greenhouse gas cycling and climate regulation. Current Opinion in Microbiology, 90, 102707. DOI: 10.1016/j.mib.2026.102707. Scheda bibliografica e abstract: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41604841/ — Archivio istituzionale: https://ueaeprints.uea.ac.uk/id/eprint/102894/ [web:4][web:51]
  2. Martin-Pozas, T. e collaboratori (2022). Role of subterranean microbiota in the carbon cycle and greenhouse gas dynamics. Science of the Total Environment, 831, 154921. DOI: 10.1016/j.scitotenv.2022.154921. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35364174/ [web:5]
  3. Turrini, P., Chebbi, A., Riggio, F. P., Visca, P. (2024). The geomicrobiology of limestone, sulfuric acid speleogenetic, and volcanic caves: basic concepts and future perspectives. Frontiers in Microbiology, 15, 1370520. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10987966/ [web:12]
  4. Zhu, H.-Z., Jiang, C.-Y., Liu, S.-J. (2022). Microbial roles in cave biogeochemical cycling. Frontiers in Microbiology, 13, 950005. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9554484/ [web:42]
  5. Ghezzi, D., Jiménez-Morillo, N. T., Foschi, L. e collaboratori (2024). The microbiota characterizing huge carbonatic moonmilk structures and its correlation with preserved organic matter. Environmental Microbiome, 19, 25. https://environmentalmicrobiome.biomedcentral.com/articles/10.1186/s40793-024-00562-9 [web:60]
  6. Biomineralization in Cave Bacteria—Popcorn and Soda Straw Crystal Formations, Morphologies, and Potential Metabolic Pathways (2022). Frontiers in Microbiology. https://www.frontiersin.org/journals/microbiology/articles/10.3389/fmicb.2022.933388/full [web:18]
  7. Dominant Microbial Populations in Limestone-Corroding Stream Biofilms, Frasassi Cave System, Italy (2006). Studio sulle comunità microbiche e sul ciclo dello zolfo a Frasassi. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC1538711/ [web:29]
  8. Hydrogeology and geochemistry of the sulfur karst springs at Santa Cesarea Terme. Hydrogeology Journal. https://link.springer.com/article/10.1007/s10040-020-02275-y [web:25]
  9. Recent progress in microbial production and consumption of nitrous oxide in agricultural soils (2025). Fonte per i meccanismi generali di produzione e riduzione biologica del protossido di azoto. https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40571888/ [web:22]
  10. Scintilena (5 luglio 2024). Scoperte microbiologiche nel latte di monte della Grotta Nera sulla Maiella. https://www.scintilena.com/scoperte-microbiologiche-nel-latte-di-monte-della-grotta-nera-sulla-maiella/07/05/ [web:57]

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Grotte ipogeniche in Coahuila: i Condor Kids nel sottosuolo per la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo

Október 13th 2026 at 07:00

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In Messico, Mónica Ponce accompagna i giovani del Condor Explorer Club in una cavità della Sierra Madre Oriental. La visita collega ricerca, biodiversità e conservazione agli obiettivi della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo UNESCO.

Una visita speleologica con i Condor Kids diventa un’attività di educazione ambientale dedicata alla Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. A raccontarla è Mónica Ponce, che ha accompagnato i giovani del Condor Explorer Club in una cavità del Coahuila, nel Messico settentrionale. Il percorso ha permesso di osservare forme di dissoluzione, concrezioni in crescita e tracce della fauna. Ha mostrato anche i danni provocati dai visitatori agli ambienti vicini all’ingresso.

L’uscita è stata documentata in omaggio alla ricorrenza UNESCO del 13 settembre. La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo è stata proclamata nel novembre 2025 e celebrata per la prima volta nel 2026. Promuove conoscenza, ricerca e gestione sostenibile del patrimonio sotterraneo. [web:18][web:16]

Grotte del Coahuila: il contesto geografico della Sierra Madre Oriental

L’ambientazione è quella dello Stato messicano di Coahuila, non dello Stato di Chihuahua. Il riferimento al Deserto Chihuahuense identifica infatti una regione naturale più ampia. Nel racconto di Ponce, la cavità si apre in un massiccio della Sierra Madre Oriental, circondato da vegetazione xerofila, adattata alla scarsità d’acqua.

Questo settore del Messico presenta successioni sedimentarie che comprendono importanti formazioni carbonatiche cretacee. La storia delle rocce e quella delle cavità appartengono a fasi differenti: i calcari costituiscono il materiale entro cui la dissoluzione ha successivamente sviluppato gli ambienti sotterranei. [web:17]

Ponce è una figura attiva nella speleologia del Coahuila. La stampa messicana ne ha raccontato il percorso esplorativo. Scintilena ha inoltre pubblicato una sua proposta sul ruolo delle grotte come sistemi idrologici e connessioni ecologiche, diffusa in occasione della prima ricorrenza UNESCO. [web:2][web:4][web:8]

Grotte ipogeniche: la dissoluzione che arriva dalle profondità

Nel resoconto, Ponce descrive la cavità come ipogenica e monogenetica. Riferisce di conoscere nel Coahuila due grotte con caratteristiche analoghe, studiate dal 2010. Le volte arrotondate e l’organizzazione degli ambienti sono al centro delle osservazioni condivise con i bambini.

Le grotte ipogeniche si sviluppano attraverso processi nei quali i fluidi acquisiscono in profondità la capacità di dissolvere la roccia. Si distinguono dalle cavità epigeniche, dove tale capacità deriva principalmente dai processi della superficie. Una delle modalità ipogeniche coinvolge fluidi ricchi di idrogeno solforato. La sua ossidazione produce acido solforico, capace di attaccare calcari e dolomie. [web:24]

La speleogenesi solforica non esaurisce tutte le forme di carsismo ipogenico. È uno dei processi documentati dalla ricerca internazionale. La revisione scientifica pubblicata nel 2024 descrive 84 aree del mondo nelle quali sono note grotte generate da processi solforici. Questo numero riguarda le aree censite, non una percentuale di tutte le cavità esistenti. [web:24]

Durante la visita, il gruppo ha attraversato diramazioni labirintiche che seguono le discontinuità della montagna. Ponce ha anche osservato un incontro tra l’aria proveniente dall’ingresso e una corrente più calda dalle parti interne. Il fenomeno sarà uno degli elementi da approfondire con le successive attività di studio.

Educazione speleologica: luce, buio e acqua nella grotta del Coahuila

Il percorso ha consentito ai Condor Kids di riconoscere tre ambienti. All’ingresso arriva la luce naturale. Nella zona di penombra l’illuminazione diminuisce progressivamente. Più all’interno si raggiunge il buio completo. Questa successione influenza le condizioni ecologiche della cavità e gli organismi che la frequentano. [web:34]

Uno dei momenti descritti da Ponce è stato dedicato all’ascolto. Spente le lampade e mantenuto il silenzio, il gruppo ha percepito il gocciolamento dell’acqua. La visita ha mostrato anche piccoli gours, le vasche delimitate da depositi minerali, e superfici interessate da infiltrazioni e scorrimenti.

L’esperienza ha collegato le forme visibili ai processi che le producono. L’acqua può contribuire alla dissoluzione della roccia e, in condizioni diverse, alla deposizione di minerali. Stalattiti e stalagmiti sono esempi di questa seconda fase. Le prime crescono dal soffitto; le seconde si sviluppano sul pavimento, alimentate dalle gocce. [web:32][web:33]

Biodiversità delle grotte: gli incontri nella zona d’ingresso

Ponce segnala un piccolo ragno bianco vicino all’entrata, due lucertole in nicchie della roccia, escrementi attribuiti a una volpe e uno scarabeo stercorario. Nel racconto, queste osservazioni diventano l’occasione per discutere i rapporti tra l’ambiente esterno e quello sotterraneo.

Le lucertole potrebbero frequentare le nicchie per cercare insetti. Le tracce della volpe suggeriscono l’utilizzo della cavità da parte di un mammifero della superficie. Per lo scarabeo, Ponce considera anche un ingresso accidentale.

La zona d’entrata è proprio il settore nel quale luce, apporti dall’esterno e condizioni ambientali favoriscono incontri tra organismi di provenienza diversa. Procedendo verso il buio, cambiano le risorse disponibili e possono comparire comunità specializzate nella vita sotterranea. [web:34]

Conservazione delle grotte: concrezioni distrutte e nuovi depositi minerali

La visita ha evidenziato un danno esteso nella sala d’ingresso e in parte della zona di penombra. Secondo Ponce, molte concrezioni sono state distrutte. Restano tracce degli antichi apparati di drappi, stalattiti e stalagmiti. Sono presenti anche graffiti risalenti al 1940 e incisioni più recenti.

Il messaggio rivolto ai giovani riguarda il valore del patrimonio geologico. Una concrezione asportata perde il rapporto con il luogo nel quale si è formata. Il gesto elimina un elemento del paesaggio sotterraneo e può compromettere un archivio naturale. Il National Park Service ricorda che le formazioni sono fragili e invita a non toccare pareti e depositi. [web:32]

Nelle parti osservate da Ponce proseguono intanto gocciolamento, infiltrazione e deposizione minerale. Il racconto segnala cannule, antoditi, principi di eccentriche, drappi sui soffitti inclinati e concrezioni coralloidi sulle pareti. Le cannule sono sottili tubi cavi; le eccentriche seguono direzioni irregolari, alimentate da piccoli canali e movimenti capillari dell’acqua. [web:33]

La presenza di nuove formazioni documenta processi ancora attivi. Non rende rapidamente reversibile la perdita delle concrezioni più antiche, la cui crescita dipende da condizioni locali e può essere molto lenta. [web:32]

Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: dall’uscita al rilievo

Ponce annuncia l’intenzione di tornare per studiare e rilevare la cavità. Il passaggio dalla visita alla documentazione unisce divulgazione e ricerca. Per i Condor Kids, la prima esperienza diventa un incontro con un ambiente nel quale acqua, roccia e organismi restano strettamente collegati.

L’iniziativa rispecchia uno degli obiettivi della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: coinvolgere i giovani e rendere comprensibili ambienti spesso poco conosciuti. L’UNESCO invita scuole, associazioni e comunità a organizzare visite, incontri pubblici e attività didattiche dedicate al sottosuolo. [web:18]

Fonti dell’articolo

Relazione di approfondimento: la Giornata internazionale UNESCO delle grotte e del carsismo

Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: nome, data e finalità

La denominazione ufficiale inglese è International Day of Caves and Karst, abbreviata in IDCK. In italiano viene resa come Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, anche con la variante “delle grotte e del Carso”. La ricorrenza cade il 13 settembre di ogni anno. La Conferenza generale dell’UNESCO l’ha proclamata il 12 novembre 2025 a Samarcanda, in Uzbekistan. La prima celebrazione si è svolta nel 2026. [web:16][web:18]

Il termine “carsismo” permette di esprimere il carattere mondiale dell’iniziativa. Non indica soltanto il Carso geografico tra Italia e Slovenia, ma i paesaggi e i processi legati alla dissoluzione di rocce solubili. La giornata riguarda quindi sistemi presenti in numerosi continenti, con condizioni climatiche, ecologiche e culturali differenti. [web:18]

La finalità non si limita alla promozione delle visite in grotta. Comprende tutela delle risorse idriche, conservazione della biodiversità, ricerca, educazione e gestione sostenibile. La comunicazione pubblica serve a collegare questi temi e a renderli accessibili anche a chi non pratica speleologia. [web:18]

Origini della giornata UNESCO: il ruolo della UIS e della Slovenia

L’iniziativa è nata da una proposta dell’Unione Internazionale di Speleologia, UIS. La Repubblica di Slovenia l’ha presentata all’UNESCO, attraverso un percorso sostenuto dalla propria Commissione nazionale, dalla delegazione permanente e dal Karst Research Institute ZRC SAZU di Postojna. Il governo sloveno aveva deciso di appoggiare la proposta il 29 maggio 2025. [web:6][web:21]

Il 9 ottobre 2025 il Consiglio esecutivo dell’UNESCO ha adottato la decisione relativa all’iniziativa. Il sito ufficiale della giornata riporta il sostegno di 59 Paesi come cofirmatari. La proclamazione definitiva è arrivata durante la Conferenza generale del mese successivo. Il governo sloveno riferisce che la decisione è stata adottata all’unanimità. [web:6][web:21]

Questo percorso distingue i ruoli delle organizzazioni coinvolte. La UIS ha promosso l’iniziativa scientifica e associativa. La Slovenia ha curato la presentazione diplomatica. L’UNESCO ha istituito la ricorrenza attraverso i propri organi. La rete speleologica internazionale contribuisce poi a trasformarla in attività territoriali. [web:6][web:18][web:21]

Dal 2021 al 2026: perché la Giornata delle grotte si celebra il 13 settembre

La scelta del 13 settembre richiama la prima presentazione della UIS presso l’UNESCO a Parigi, avvenuta in quella data nel 2021. Il sito ufficiale sottolinea anche il carattere non nazionale della data, pensata per una partecipazione internazionale. [web:6]

Il precedente principale è l’Anno internazionale delle grotte e del carsismo, promosso dalla UIS nel 2021 e prolungato nel 2022 a causa della pandemia. Quella campagna aveva già riunito ricerca, educazione e conservazione. La giornata annuale offre ora una continuità nel calendario pubblico. Non coincide con la precedente iniziativa, ma ne riprende l’impostazione divulgativa. [web:29]

La successione mostra come un progetto della comunità speleologica abbia raggiunto una dimensione istituzionale più ampia. Il tema del sottosuolo entra così in un appuntamento ricorrente, capace di coinvolgere scuole, amministrazioni, gestori di siti e organizzazioni scientifiche. [web:18][web:6]

Postojna 2026: la prima celebrazione internazionale delle grotte e del carsismo

La prima celebrazione internazionale ha avuto il proprio centro a Postojna, o Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre 2026. L’UNESCO indica un programma fondato su una conferenza scientifica internazionale e una cerimonia ufficiale. [web:18]

Il convegno è stato presentato con il titolo “Explore, Understand and Protect: Towards Sustainable Management of Caves and Karst”. Il programma pubblicato dagli organizzatori comprendeva sessioni scientifiche, escursioni e la cerimonia nella Grotta di Postojna, prevista per il 12 settembre. La data annuale della ricorrenza resta il 13 settembre. [web:6]

L’organizzazione ha coinvolto il Karst Research Institute ZRC SAZU e la UIS, con sostegni e collaborazioni slovene. Scintilena ha riportato il ruolo di Postumia nelle celebrazioni di settembre, collegando l’evento centrale alle iniziative della comunità speleologica. [web:6][web:15]

Carsismo e acqua potabile: una risorsa che collega superficie e sottosuolo

Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse. I sistemi carsici forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Sono stime di scala globale: descrivono il peso di questi ambienti nelle risorse idriche e nel territorio, non la superficie occupata dalle sole cavità esplorabili. [web:18]

La protezione dell’acqua richiede una lettura dell’intero sistema. Le attività svolte nel bacino di alimentazione possono influire su ciò che raggiunge sorgenti e ambienti sotterranei. Le indicazioni IUCN richiamano quindi la necessità di individuare le aree di raccolta delle acque e considerare gli impatti anche oltre i confini immediati del sito carsico. [web:38]

Una grotta pulita all’ingresso può dipendere da acque provenienti da un’area esposta a pressioni ambientali. La tutela deve seguire queste connessioni. Pianificazione territoriale, gestione delle risorse idriche e conservazione degli habitat sono parti della stessa questione. Le linee guida UIS-IUCN collegano esplicitamente la protezione del carsismo alla disponibilità e alla gestione sostenibile dell’acqua. [web:36][web:38]

Biodiversità sotterranea e patrimonio culturale nelle grotte

L’UNESCO riconosce alle grotte un valore biologico, geologico e culturale. Il sottosuolo conserva comunità specializzate, archivi naturali e testimonianze della storia umana. La giornata invita a considerare insieme queste componenti, anziché ridurre la cavità a un itinerario o a una raccolta di concrezioni. [web:18]

La biodiversità cambia tra ingresso, penombra e ambienti oscuri. Alcuni animali utilizzano soltanto parti della grotta o la frequentano temporaneamente. Altri sono strettamente legati alla vita sotterranea. Questa varietà rende importanti inventari e osservazioni ecologiche, perché la gestione deve rispondere alle caratteristiche effettive di ogni sito. [web:34][web:36]

Anche la conservazione culturale richiede attenzione. Resti, tracce e depositi acquistano significato attraverso il loro contesto. Le linee guida IUCN ricordano che le aree carsiche possono riunire valori naturali, scientifici, spirituali e culturali. Una gestione adeguata deve riconoscere questa pluralità. [web:37]

Grotte e cambiamenti climatici: archivi naturali e obiettivi di sostenibilità

La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo è collegata dall’UNESCO a quattro Obiettivi di sviluppo sostenibile. Il sesto riguarda acqua e servizi igienico-sanitari. L’undicesimo interessa città e comunità. Il tredicesimo si concentra sul clima. Il quindicesimo riguarda gli ecosistemi terrestri e la biodiversità. [web:18]

Nel quadro ufficiale dell’iniziativa, gli archivi paleoclimatici delle grotte costituiscono uno dei collegamenti con l’azione per il clima. Gli ambienti carsici non sono quindi considerati soltanto luoghi da proteggere, ma anche strumenti di conoscenza dei cambiamenti ambientali. [web:6]

La pianificazione nei territori carsici rappresenta un altro collegamento operativo. Le conoscenze sul sottosuolo aiutano a considerare risorse, vulnerabilità e condizioni geologiche nelle scelte territoriali. La giornata riunisce così questioni normalmente affrontate da settori diversi: ricerca ambientale, gestione urbana, tutela dell’acqua e conservazione della natura. [web:6][web:18]

UNESCO, geoparchi e riserve della biosfera: le reti della conservazione carsica

L’UNESCO opera attraverso programmi scientifici e reti internazionali. La pagina ufficiale della giornata richiama geoparchi mondiali, riserve della biosfera e siti del Patrimonio mondiale. Stima che elementi carsici e grotte siano presenti in circa il 15–25% dei siti compresi complessivamente in queste reti. [web:18]

Il dato mostra quanto il sottosuolo attraversi categorie di tutela differenti. Una cavità può essere importante per la geologia, per l’acqua, per gli ecosistemi o per la storia umana. Le reti UNESCO offrono contesti nei quali questi valori possono essere studiati e comunicati insieme. [web:18]

La proclamazione della giornata non equivale all’iscrizione automatica di una grotta nel Patrimonio mondiale. La ricorrenza è uno strumento di sensibilizzazione e cooperazione. Le designazioni dei siti appartengono ai programmi specifici richiamati dall’UNESCO. [web:18]

Turismo speleologico ed educazione: partecipare senza danneggiare le grotte

La promozione del turismo sostenibile è un obiettivo esplicito della ricorrenza. Le indicazioni IUCN richiedono una pianificazione attenta dello sviluppo turistico e il monitoraggio degli impatti. La disponibilità di un ambiente sotterraneo non implica che ogni suo settore debba essere aperto alla frequentazione. [web:18][web:38]

Le attività educative possono assumere forme diverse. L’UNESCO propone visite, mostre, incontri pubblici e lezioni su carsismo, acque sotterranee e biodiversità. La partecipazione non è limitata agli specialisti: comprende scuole, comunità e singoli cittadini. [web:18]

Il caso dei Condor Kids rende concreta questa impostazione. L’osservazione del gocciolamento e dei piccoli animali si accompagna alla lettura dei danni sulle concrezioni. Il percorso didattico unisce curiosità e responsabilità. La fragilità dei depositi minerali rende essenziale evitare contatti e asportazioni, come ricordano anche le indicazioni del National Park Service. [web:32]

Ricerca e rilievo speleologico: trasformare la giornata UNESCO in conoscenza

La documentazione di una cavità permette di passare dall’esperienza individuale a un patrimonio di informazioni condivisibili. Nel racconto di Ponce, il ritorno previsto per lo studio e il rilievo segue proprio questa direzione. La visita con i giovani diventa il primo passaggio di un’attività più ampia.

Su scala internazionale, la giornata incoraggia cooperazione, educazione e ricerca. Il sito ufficiale propone inoltre di registrare gli eventi affinché entrino nella mappa mondiale delle celebrazioni. Questa raccolta collega iniziative locali e comunità scientifica internazionale. [web:18]

Per associazioni e istituzioni, il riferimento tecnico resta anche quello delle “Guidelines for Cave and Karst Protection”, seconda edizione del 2022, pubblicate dalla UIS con il sostegno dell’IUCN. Il documento amplia l’attenzione alla geoconservazione includendo gli aspetti biologici della tutela delle grotte e dei paesaggi carsici. [web:36][web:45]

Coahuila e grotte come zone umide sotterranee: un collegamento con la giornata UNESCO

La proposta di Mónica Ponce pubblicata da Scintilena il 14 settembre 2026 aggiunge un tema al quadro della ricorrenza. Il documento, diffuso a Saltillo il giorno precedente, invita a leggere le grotte del Deserto Chihuahuense come zone umide sotterranee e connessioni biologiche. [web:8]

Il punto centrale è il rapporto tra acqua e habitat. La proposta considera insieme cavità, infiltrazioni, falde, sorgenti e ambienti esterni collegati. Richiama anche la classificazione Ramsar dei sistemi idrologici carsici e di grotta sotterranei, già prevista negli strumenti della Convenzione sulle zone umide. [web:8]

L’inquadramento assume particolare rilievo in un territorio arido. La visita dei Condor Kids mostra umidità, gocciolamento e piccoli bacini d’acqua dentro una montagna circondata da vegetazione adattata alla siccità. La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo offre il contesto per raccontare questa relazione: il paesaggio di superficie e il sottosuolo appartengono a un sistema connesso, da conoscere prima di gestire. [web:8][web:18]

Fonti della relazione

Pagina Facebook di Monica Ponce https://www.facebook.com/share/1VcpGQCFro/?mibextid=wwXIfr

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Guano di pipistrelli al Camino del Hierro: la ricerca collega salute pubblica e tutela delle grotte

Október 13th 2026 at 06:00

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Uno studio sul guano di pipistrelli nelle gallerie turistiche di Salamanca descrive batteri, virus e funzioni microbiche. I risultati richiamano l’attenzione sulla prevenzione, mentre il ruolo ecologico dei chirotteri resta centrale per biodiversità e agricoltura.

Guano di pipistrelli e turismo sotterraneo: i risultati della ricerca

Il guano di pipistrelli nelle gallerie del Camino del Hierro ospita comunità microbiche diversificate, con gruppi che comprendono anche microrganismi di interesse sanitario. Una ricerca pubblicata il 29 settembre 2025 su Environmental Microbiome ha analizzato questi depositi durante il letargo e la stagione riproduttiva. Gli autori indicano la necessità di sorvegliare le possibili esposizioni di visitatori e lavoratori. Il tema riguarda la gestione degli ambienti sotterranei frequentati, non soltanto la presenza degli animali. [web:4][web:38]

Il lavoro è firmato da Julio David Soto-López, Joaquina María García-Martín, Diego Lizana-Ciudad, Miguel Lizana, Luis Hernández-Tabernero, Pedro Fernández-Soto, Omar E. Velásquez-González, Salvador L. Aragón, Moncef Belhassen-García e Antonio Muro. Vi partecipano ricercatori dell’Università di Salamanca, dell’Università di Cadice e di altre strutture scientifiche e sanitarie. La collaborazione unisce zoologia, microbiologia, bioinformatica e ricerca sulle malattie infettive. [web:4]

Camino del Hierro: gallerie ferroviarie e rifugi dei pipistrelli

Il Camino del Hierro attraversa il territorio di Salamanca, nella Spagna occidentale, all’interno del Parco naturale Arribes del Duero. Il tracciato ferroviario storico comprende venti gallerie e dieci ponti. Alcuni tunnel sono diventati importanti rifugi per i pipistrelli dopo la cessazione dell’utilizzo ferroviario. Dal 2021 il percorso è anche una destinazione escursionistica. [web:38][web:72]

Il parco ospita fino a sedici specie di chirotteri. Fra quelle ricordate nello studio figurano rinolofi, vespertili e il miniottero, Miniopterus schreibersii. Le gallerie offrono ambienti utilizzati dagli animali in diverse fasi del ciclo annuale. Il percorso turistico prevede un sentiero alternativo durante i periodi di chiusura della galleria numero 3. È una soluzione che permette di separare temporaneamente il passaggio escursionistico dall’accesso al tunnel. [web:38][web:72]

Microbiota del guano di pipistrelli: come è stata condotta l’analisi

I ricercatori hanno studiato 48 campioni di guano di pipistrelli raccolti nelle gallerie durante due periodi biologici: letargo e riproduzione. Hanno utilizzato la metagenomica shotgun. Questa tecnica legge numerosi frammenti del DNA presente nel campione, senza limitarsi a un singolo gruppo batterico. L’elaborazione bioinformatica permette di attribuire le sequenze a gruppi microbici e di ricostruire il loro potenziale funzionale. [web:38]

Il risultato è una fotografia genetica dell’ecosistema microbico. La ricerca descrive differenze nella composizione relativa delle comunità associate a guano fresco e disseccato. I depositi costituiscono quindi microambienti diversi, nei quali possono prevalere strategie di crescita, utilizzo dei nutrienti o resistenza alle condizioni ambientali. [web:38]

Batteri e virus nel guano di pipistrelli: i gruppi individuati

L’analisi ha attribuito sequenze batteriche a 794 generi. Fra quelli più rappresentati compaiono Bacillus, Burkholderia, Lactobacillus, Pseudomonas, Salmonella e Streptococcus. Questi nomi comprendono organismi con caratteristiche differenti. Alcuni partecipano alla degradazione della materia organica o alle fermentazioni. Altri includono specie opportuniste o patogene di interesse medico. [web:38]

Tra le sequenze virali classificate, l’ordine Herpesvirales rappresentava circa il 60% dell’abbondanza relativa descritta. Il dato riguarda la componente virale analizzata, non il 60% dell’intero guano. L’identificazione di un ordine virale non equivale all’identificazione di tutti i virus umani che appartengono a quell’ordine. Per valutare una possibile trasmissione servono informazioni sulla specifica entità virale e sulla sua capacità infettiva. [web:38]

Il messaggio sanitario dello studio riguarda un rischio potenziale da approfondire e gestire. La rilevazione di materiale genetico e di fattori di virulenza non dimostra, da sola, un’infezione nei visitatori. Gli stessi autori distinguono la presenza di questi fattori dall’esistenza di infezioni attive. La ricerca fornisce una base per orientare monitoraggi e misure preventive negli ambienti frequentati. [web:38]

Stagione riproduttiva, biofilm e funzioni del microbiota del guano

Il confronto stagionale non ha mostrato differenze significative nell’abbondanza complessiva degli organismi rilevati. Sono emerse invece variazioni nel profilo funzionale. Durante la stagione riproduttiva risultavano maggiormente rappresentate vie associate alla sintesi di componenti cellulari e alla crescita microbica. [web:4][web:38]

L’analisi ha inoltre individuato determinanti genetici collegati all’adesione alle superfici e alla formazione di biofilm. Un biofilm è una comunità di microrganismi associata a una superficie e protetta da una matrice prodotta dalla comunità stessa. Nel guano, questi caratteri possono favorire persistenza e competizione. Il loro significato sanitario va valutato insieme alle condizioni ambientali e alle modalità di esposizione. [web:38]

Salute pubblica e conservazione dei pipistrelli nelle gallerie turistiche

La ricerca richiama l’attenzione soprattutto sulle esposizioni ripetute del personale e sulle attività che possono smuovere i depositi. La prevenzione deve considerare sia la protezione delle persone sia la conservazione delle colonie. La presenza del guano di pipistrelli è infatti parte del funzionamento dell’ambiente sotterraneo. [web:38][web:51]

Le indicazioni CDC e NIOSH sull’istoplasmosi raccomandano di ridurre la dispersione di polveri e di pianificare le attività nei luoghi potenzialmente contaminati. Per i lavoratori, la valutazione può comprendere formazione, delimitazione delle aree e dispositivi di protezione adeguati. Queste indicazioni affrontano il rischio fungino e non costituiscono una misura automatica di tutti i rischi descritti dalla metagenomica. [web:40][web:41][web:44]

Nelle cavità utilizzate dai chirotteri, la gestione sanitaria va coordinata con quella naturalistica. Il guano non è soltanto un materiale da evitare durante il passaggio. È anche una risorsa alimentare per numerosi organismi. La separazione dei percorsi, le limitazioni stagionali e il monitoraggio offrono strumenti per conciliare fruizione e tutela. [web:51][web:68][web:72]

Relazione di approfondimento: pipistrelli, benefici ambientali e servizi ecosistemici

Pipistrelli e biodiversità: funzioni diverse in una stessa rete ecologica

I pipistrelli contribuiscono al funzionamento degli ecosistemi attraverso alimentazione, spostamenti e utilizzo dei rifugi. Il loro ruolo cambia secondo le specie. Gli insettivori esercitano una pressione sulle popolazioni di artropodi. I frugivori trasportano semi. I nettarivori partecipano all’impollinazione. Le deiezioni trasferiscono nutrienti verso i luoghi di riposo e le cavità. Queste funzioni collegano ambienti che possono trovarsi anche a distanza fra loro. [web:22][web:26]

Una revisione globale pubblicata su Integrative Zoology nel 2022 ha raccolto 283 studi pertinenti. Ha identificato 409 specie di pipistrelli coinvolte nei servizi ecosistemici esaminati. Nel complesso, la letteratura considerata documentava 752 specie di insetti consumate e 549 specie vegetali impollinate oppure disperse. Sono conteggi ricavati dagli studi selezionati, non un inventario definitivo di tutte le interazioni possibili. [web:22]

La distinzione geografica è importante. In Europa prevale il ruolo dei pipistrelli insettivori. Impollinazione e dispersione dei semi assumono particolare rilievo in molte regioni tropicali e subtropicali. Le funzioni non vanno attribuite indistintamente a ogni colonia. Una popolazione che vive in una galleria di Salamanca contribuisce all’ecosistema in modo diverso da una comunità di chirotteri frugivori tropicali. [web:22][web:26][web:53]

Pipistrelli insettivori e agricoltura: il controllo naturale degli insetti

La predazione notturna è uno dei principali benefici ambientali dei pipistrelli europei. Le prede possono comprendere lepidotteri, ditteri e altri gruppi di insetti. Ogni specie utilizza ambienti e strategie di caccia differenti. Il rinolofo minore, per esempio, cattura piccoli ditteri, imenotteri, crisopidi e lepidotteri, spesso vicino alla vegetazione. La varietà delle strategie amplia le interazioni con le comunità di insetti del paesaggio. [web:28][web:53]

L’effetto agricolo non dipende soltanto dal numero di prede ingerite. Conta anche la loro identità. La cattura degli adulti di un insetto fitofago può ridurre la successiva deposizione di uova. Questo può limitare la pressione delle larve sulle piante. Per dimostrare il beneficio occorre quindi collegare la dieta dei pipistrelli alle conseguenze effettive sulle colture. [web:54]

Un esperimento condotto in Illinois e pubblicato su PNAS nel 2015 ha affrontato proprio questa relazione. I ricercatori hanno confrontato appezzamenti di mais accessibili ai pipistrelli con aree dalle quali erano esclusi durante la notte. Nel 2014 le parcelle di esclusione presentavano il 59% in più di larve della nottua del mais per pannocchia rispetto ai controlli. Lo studio ha documentato anche maggiori danni dove mancava l’accesso dei pipistrelli. [web:54]

La ricerca ha rilevato effetti indiretti sulla presenza di funghi associati ai danni degli insetti e di un composto tossico da essi prodotto. Il beneficio si estendeva quindi oltre la semplice riduzione delle prede. Questo risultato riguarda il sistema agricolo studiato. Non rappresenta una percentuale trasferibile a tutte le colture e a ogni regione. Mostra però come un predatore notturno possa influenzare più livelli della rete ecologica. [web:54][web:58]

Servizi ecosistemici dei pipistrelli: valore economico e gestione agricola

Il controllo naturale dei fitofagi può contribuire a ridurre le perdite produttive e la dipendenza dai trattamenti insetticidi. Il valore economico dipende dal contesto. Sono rilevanti il tipo di coltura, l’abbondanza degli insetti nocivi, la composizione della comunità di pipistrelli e la disponibilità di rifugi. Le stime devono quindi essere collegate a territori e metodi precisi. [web:26][web:54]

Una gestione agricola favorevole ai chirotteri richiede un paesaggio funzionale. Non basta conservare un singolo rifugio se intorno scompaiono le aree di alimentazione. Una ricerca sui pipistrelli che cacciano negli spazi aerei ha evidenziato l’importanza di paesaggi eterogenei, nei quali la disponibilità delle prede cambia fra habitat e stagioni. La conservazione dei predatori deve comprendere anche le condizioni che permettono loro di raggiungere e utilizzare tali risorse. [web:63]

Scintilena ha affrontato questa relazione nella divulgazione dedicata a pipistrelli e agricoltura montana. La tutela delle comunità di chirotteri viene collegata al mantenimento dei servizi ecosistemici nei territori coltivati. Il rapporto fra agricoltura e biodiversità è quindi anche una questione di organizzazione del paesaggio. [web:48]

Pipistrelli e zanzare: un contributo ecologico distinto dalla prevenzione sanitaria

Tra le prede dei pipistrelli figurano anche ditteri. Tutela Pipistrelli ricorda che la predazione naturale comprende le zanzare e si inserisce in una rete più ampia di organismi predatori. Il contributo dei chirotteri va considerato all’interno di questa rete. Non coincide con la rimozione di tutte le popolazioni di zanzare da un territorio. [web:28][web:29]

La stessa fonte sottolinea l’importanza della prevenzione rivolta alle larve. La valorizzazione dei pipistrelli non sostituisce quindi gli interventi sui focolai riproduttivi. Né dimostra, da sola, una riduzione misurata delle malattie trasmesse dalle zanzare. Conservazione dei predatori e prevenzione sanitaria operano su piani collegati, ma distinti. [web:29]

Pipistrelli impollinatori e riproduzione delle piante

Nelle regioni dove vivono specie nettarivore, i pipistrelli partecipano al trasferimento del polline fra i fiori. Le visite alimentari possono contribuire alla fecondazione e alla produzione di frutti e semi. È un servizio che interessa sia la vegetazione spontanea sia alcuni sistemi agricoli tropicali. La revisione globale sui servizi ecosistemici comprende 29 studi sull’impollinazione di piante native o endemiche e uno su piante introdotte. [web:22][web:26]

Il beneficio deriva dalla relazione fra comportamento animale e riproduzione vegetale. Proteggere il pipistrello senza mantenere le piante dalle quali si alimenta lascia incompleta questa relazione. Analogamente, conservare le piante senza tutelare i loro impollinatori può compromettere una parte del processo riproduttivo. È un esempio di come la biodiversità funzioni attraverso interazioni, non soltanto attraverso elenchi di specie. [web:26]

Dispersione dei semi e rigenerazione degli ecosistemi forestali

I pipistrelli frugivori consumano frutti e trasportano semi. La dispersione può spostare il materiale riproduttivo oltre la pianta madre, contribuendo alla distribuzione delle specie vegetali e alla rigenerazione forestale. La revisione del 2022 comprende 60 studi sulla dispersione di semi di piante native o endemiche e undici su piante introdotte. [web:22][web:26]

La deposizione di un seme non garantisce la crescita di una nuova pianta. Il risultato dipende anche dalle condizioni del luogo raggiunto. Il servizio consiste nell’aprire possibilità di insediamento attraverso il trasporto. Il suo effetto si integra con il suolo, il microclima e le altre interazioni biologiche. Per questo la conservazione dei dispersori deve essere letta insieme a quella degli habitat. [web:26]

Guano di pipistrelli e biodiversità delle grotte: il ponte fra superficie e sottosuolo

Per la speleologia, il trasferimento di materia organica è una funzione centrale. I pipistrelli si alimentano all’esterno e depositano parte dei nutrienti nei rifugi. Il guano di pipistrelli collega così la produttività della superficie agli ambienti sotterranei. Dove manca la produzione fotosintetica locale, questo apporto può sostenere comunità microbiche e invertebrati specializzati. [web:51]

I depositi non sono materiali biologicamente inerti. Batteri e funghi contribuiscono alla loro trasformazione. Gli organismi che utilizzano il guano e la biomassa microbica entrano poi nelle reti alimentari della cavità. Scintilena ha descritto questo rapporto come un elemento importante per la struttura trofica delle grotte. Le variazioni nella deposizione possono fornire informazioni sulla continuità del contributo delle colonie. [web:51]

Il guano cambia nel tempo e nello spazio. Uno studio del 2018 ha confrontato materiale fresco, strati superficiali e porzioni profonde di un accumulo. Ha rilevato variazioni nelle abbondanze relative dei gruppi batterici lungo il deposito. Alcune funzioni previste restavano simili, anche quando cambiava la composizione delle comunità. Ciò mostra che organismi diversi possono concorrere a processi ecologici analoghi. [web:20]

La perdita di una colonia può quindi modificare anche l’alimentazione degli organismi sotterranei. La tutela dei pipistrelli ha conseguenze che superano la conservazione dei soli mammiferi. Protegge un flusso di risorse e le comunità che ne dipendono. [web:51]

Microbiota del guano e riciclo dei nutrienti

La diversità microbica del guano comprende organismi coinvolti nella trasformazione della materia organica e nei cicli degli elementi. Una ricerca su una grotta dell’India nordorientale ha individuato gruppi batterici associati alla nitrificazione e alla produzione di chitinasi. Questi enzimi degradano la chitina, componente importante dei rivestimenti degli artropodi. La presenza di tali capacità è coerente con depositi alimentati da pipistrelli insettivori. [web:19]

Riciclo dei nutrienti e interesse sanitario possono coesistere nello stesso substrato. Un deposito può sostenere processi ecologici utili e contenere microrganismi che richiedono attenzione durante determinate attività umane. Le due caratteristiche non si escludono. Lo studio del Camino del Hierro inserisce l’analisi sanitaria dentro un ambiente biologicamente complesso, anziché ridurlo a una superficie priva di vita. [web:19][web:38][web:51]

La letteratura esamina anche l’impiego del guano come fertilizzante. La revisione globale comprende 24 studi su questo utilizzo. Il valore agronomico non rende appropriata la raccolta indiscriminata nelle cavità. I depositi hanno una funzione ecologica e la loro manipolazione può comportare esposizione a polveri potenzialmente contaminate. [web:22][web:40][web:51]

Pipistrelli bioindicatori e conservazione dei rifugi

Le variazioni nelle comunità di pipistrelli possono aiutare a interpretare cambiamenti negli habitat. Scintilena ne ricorda il ruolo di bioindicatori. La lettura richiede monitoraggi ripetuti e conoscenza delle specie. Un cambiamento osservato in un rifugio va interpretato considerando anche stagionalità, alimentazione e utilizzo del paesaggio. [web:49][web:63]

Rifugi e aree di caccia sono parti dello stesso sistema. Tutela Pipistrelli descrive, per il rinolofo minore, l’utilizzo di cavità, gallerie ed edifici in differenti periodi. Evidenzia inoltre il rapporto fra declino, perdita degli habitat e disturbo delle colonie. Conservare soltanto l’ingresso di una grotta non esaurisce quindi le esigenze della specie. [web:28]

Il disturbo durante il letargo ha conseguenze energetiche. Una ricerca del 2024 sulle visite ai siti di svernamento ricorda che luci e rumori possono provocare risvegli e perdita di massa corporea. La frequentazione delle cavità deve tenere conto di questa vulnerabilità. Anche l’illuminazione artificiale del paesaggio merita attenzione: EUROBATS dedica linee guida specifiche ai suoi effetti sui pipistrelli. [web:68][web:56]

Turismo in grotta e salute ambientale: una gestione integrata

Nei siti turistici, prevenzione sanitaria e conservazione devono procedere insieme. Una gestione integrata considera distribuzione delle colonie, accumuli di guano, flussi di visitatori e attività del personale. Lo studio di Salamanca fornisce informazioni sul microbiota. Le indicazioni sanitarie sui rischi da polveri aiutano invece a impostare le procedure lavorative. [web:38][web:41]

Fra gli strumenti da valutare rientrano percorsi separati dalle aree di deposito, accessi regolati nelle fasi sensibili e monitoraggi coordinati. Il sentiero alternativo previsto al Camino del Hierro durante la chiusura della galleria numero 3 offre un esempio concreto di organizzazione della fruizione. La sua presenza non costituisce, da sola, una valutazione sanitaria del sito. [web:68][web:72]

Le attività di pulizia richiedono una valutazione specifica. NIOSH raccomanda di evitare lo spazzamento a secco dei materiali polverosi e di utilizzare sistemi adeguati al controllo delle esposizioni. Nei rifugi naturali o artificiali occupati dai pipistrelli, gli interventi devono inoltre rispettare le esigenze delle colonie e della fauna associata al guano. Non vanno trasformati in rimozioni generalizzate dei depositi o in alterazioni indiscriminate dell’ambiente. [web:39][web:41][web:51][web:68]

Questa impostazione collega salute umana, salute animale e qualità degli ecosistemi. La ricerca sul guano può migliorare la conoscenza delle esposizioni. La ricerca ecologica permette di proteggere i processi che sostengono biodiversità, agricoltura e vita sotterranea. Le decisioni gestionali devono utilizzare entrambe. [web:22][web:38][web:51]

Fonti

  1. Soto-López J. D. e collaboratori. Taxonomic and functional profiling of bat guano microbiota from hiking trail-associated tunnels: a potential risk for human health? Environmental Microbiome, 2025, 20:123. Testo integrale: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12482572/ — DOI: https://doi.org/10.1186/s40793-025-00782-7
  2. PubMed, scheda bibliografica dello studio: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41023748/
  3. Camino de Hierro, sito ufficiale, informazioni sul percorso e sull’alternativa alla galleria numero 3: https://caminodehierro.es/recorrido/
  4. Bats and their vital ecosystem services: a global review. Integrative Zoology, 2022: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34003577/
  5. Kunz T. H. e collaboratori. Ecosystem services provided by bats, 2011: https://digitalcommons.usf.edu/kip_articles/1544/
  6. Maine J. J. e Boyles J. G. Bats initiate vital agroecological interactions in corn. PNAS, 2015: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4603461/
  7. Aerospace-foraging bats eat seasonably across varying habitats, 2023: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10638376/
  8. Variation in Bat Guano Bacterial Community Composition With Depth. Frontiers in Microbiology, 2018: https://www.frontiersin.org/journals/microbiology/articles/10.3389/fmicb.2018.00914/full
  9. First report of bacterial community from a Bat Guano using Illumina next-generation sequencing, 2015: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4535889/
  10. Tutela Pipistrelli, scheda sul ferro di cavallo minore: https://www.tutelapipistrelli.it/ferro-di-cavallo-minore/
  11. Tutela Pipistrelli, Zanzara tigre, strategie di intervento e contrasto: https://www.tutelapipistrelli.it/2012/07/01/zanzara-tigre-strategie-di-intervento-e-contrasto/
  12. Scintilena, Il ruolo del guano di pipistrello negli ecosistemi sotterranei: https://www.scintilena.com/il-ruolo-del-guano-di-pipistrello-negli-ecosistemi-sotterranei/02/08/
  13. Scintilena, Diversità e ruolo ecologico dei pipistrelli: https://www.scintilena.com/diversita-e-ruolo-ecologico-dei-pipistrelli-2/05/10/
  14. Scintilena, Equilibrio tra pipistrelli e agricoltura montana: https://www.scintilena.com/equilibrio-tra-pipistrelli-e-agricoltura-montana-una-ricerca-italiana-rivela-le-chiavi-per-conservare-la-biodiversita/01/03/
  15. Scintilena, Pipistrelli, comunicare il valore della biodiversità senza alimentare paure e pregiudizi: https://www.scintilena.com/pipistrelli-comunicare-il-valore-della-biodiversita-senza-alimentare-paure-e-pregiudizi/07/14/
  16. CDC, Reducing Risk for Histoplasmosis: https://www.cdc.gov/histoplasmosis/prevention/index.html
  17. CDC/NIOSH, Preventing Histoplasma Exposures at Work: https://www.cdc.gov/niosh/histoplasmosis/prevention/index.html
  18. CDC/NIOSH, Elimination and Engineering Controls: https://www.cdc.gov/niosh/histoplasmosis/prevention/elimination-and-engineering-controls.html
  19. CDC/NIOSH, Personal Protective Equipment: https://www.cdc.gov/niosh/histoplasmosis/prevention/personal-protective-equipment.html
  20. Disturbance of hibernating bats due to researchers entering caves to conduct hibernacula surveys, 2024: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11169401/
  21. EUROBATS, linee guida su pipistrelli e illuminazione artificiale, Publication Series n. 8: https://www.eurobats.org/sites/default/files/documents/publications/publication_series/WEB_DIN_A4_EUROBATS_08_ENGL_NVK_28022019.pdf

Pipistrelli e guano

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  • “Stillicidio” arriva al numero 4: il Gruppo Triestino Speleologi narra esplorazioni, memoria e cultura speleologica
    Condividi Nel numero di ottobre 2026 del notiziario del GTS trovano spazio attività sul Carso e fuori regione, esplorazioni, incontri, pubblicazioni e documenti d’archivio È online il numero 4 – ottobre 2026 di “Stillicidio – Idee che scavano la roccia”, il notiziario del Gruppo Triestino Speleologi APS. Trentatré pagine che restituiscono un quadro molto ampio dell’attività del gruppo e, allo stesso tempo, mostrano quanto possa essere importante in speleologia raccontare e conservare ciò che
     

“Stillicidio” arriva al numero 4: il Gruppo Triestino Speleologi narra esplorazioni, memoria e cultura speleologica

Október 13th 2026 at 05:30

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Nel numero di ottobre 2026 del notiziario del GTS trovano spazio attività sul Carso e fuori regione, esplorazioni, incontri, pubblicazioni e documenti d’archivio

È online il numero 4 – ottobre 2026 di “Stillicidio – Idee che scavano la roccia”, il notiziario del Gruppo Triestino Speleologi APS. Trentatré pagine che restituiscono un quadro molto ampio dell’attività del gruppo e, allo stesso tempo, mostrano quanto possa essere importante in speleologia raccontare e conservare ciò che viene fatto sul terreno.

Si parte proprio con una riflessione sul valore delle pubblicazioni. Nell’editoriale, significativamente intitolato “Informarsi e informare, scrivere e raccogliere”, il GTS richiama l’importanza di far circolare bollettini e riviste, conservarli nelle biblioteche e renderli disponibili alla consultazione. Scrivere, raccogliere, conservare e condividere vengono indicati come aspetti diversi di uno stesso obiettivo: far circolare la conoscenza.

Il tema trova subito applicazione nella presentazione del XXIII volume del Bollettino del Gruppo Triestino Speleologi, la pubblicazione storica che Stillicidio affianca con una formula più agile e fortemente illustrata.

Gran parte del nuovo numero è naturalmente dedicata all’attività sul campo. Le pagine documentano lavori ed esplorazioni in cavità carsiche, con rilievi, fotografie degli ambienti sotterranei e immagini delle operazioni condotte dagli speleologi. Tra i contributi compaiono attività sul Monte Canin, una ricognizione alla Pivarna jama/Grotta presso Sesana, in Slovenia, e altre uscite nelle grotte del territorio.

Si scandaglia l’area triestina. Il fascicolo racconta anche un workshop sul Dvernice Grotte, svoltosi a Trieste nel settembre scorso, e dedica spazio alla partecipazione del gruppo ad appuntamenti e incontri nei quali esplorazione, ricerca e divulgazione si intrecciano.

Il numero permette anche di seguire la normale vita di gruppo speleologico, quella che raramente emerge dai grandi resoconti esplorativi: sopralluoghi, rilievi, lavori nelle cavità, incontri, assemblee, collaborazioni e momenti di confronto. Sono le attività, documentate con numerose fotografie, a far vivere nel lettore il senso della continuità del lavoro associativo.

Particolarmente interessante è la presenza delle pagine dedicate alla memoria storica della speleologia. Documenti dattiloscritti, fotografie d’epoca, vecchie pubblicazioni e materiali provenienti dagli archivi riportano il lettore a esperienze e testimonianze del passato: una scelta coerente con l’editoriale.

Completano il fascicolo contributi sulla divulgazione e sugli incontri pubblici, immagini di concrezioni e ambienti sotterranei, notizie sull’attività sociale e una rassegna di libri e pubblicazioni. Ne risulta un notiziario che racconta le esplorazioni e, la trama di attività, persone e documenti sulla quale si costruisce nel tempo la storia di un gruppo.

Al Gruppo Triestino Speleologi va quindi un sincero complimento. In un periodo nel quale molta comunicazione speleologica rischia di disperdersi rapidamente nei social network, scegliere di ordinare fotografie, rilievi, resoconti e documenti in una pubblicazione significa lasciare una traccia consultabile anche domani. Una formula semplice ma preziosa: raccontare ciò che si fa, conservarne memoria e metterlo a disposizione degli altri.

Stillicidio numero 4/2026 è disponibile qui, per lettura e download: https://gtspeleo.it/stillicidio-numero-4-2026/ : buona lettura!

Fonte: Gruppo Triestino Speleologi APS, Stillicidio – Idee che scavano la roccia, n. 4, ottobre 2026, 33 pp.;

Gruppo Triestino Speleologi APS, pagina di presentazione di Stillicidio n. 4/2026.

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  • Basovizza apre al pubblico la Caverna III: viaggio nel sottosuolo del Carso
    Condividi Sabato 24 ottobre 2026 visite gratuite con gli speleologi del Club Alpinistico Triestino: viaggio alla scoperta della fauna ipogea e delle testimonianze naturali Il Club Alpinistico Triestino APS propone per sabato 24 ottobre 2026 un’apertura straordinaria della Caverna III ad Est di Basovizza, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo. Basovizza apre al pubblico Accompagnati dagli istruttori di tecnica speleologica e dal
     

Basovizza apre al pubblico la Caverna III: viaggio nel sottosuolo del Carso

Október 13th 2026 at 05:00

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Sabato 24 ottobre 2026 visite gratuite con gli speleologi del Club Alpinistico Triestino: viaggio alla scoperta della fauna ipogea e delle testimonianze naturali

Il Club Alpinistico Triestino APS propone per sabato 24 ottobre 2026 un’apertura straordinaria della Caverna III ad Est di Basovizza, nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo. Basovizza apre al pubblico

Accompagnati dagli istruttori di tecnica speleologica e dal naturalista Sergio Dolce, i partecipanti potranno conoscere da vicino l’ambiente sotterraneo carsico, la sua fauna e alcune testimonianze del suo passato, tra cui il calco del cranio di un orso delle caverne.


Pubblichiamo di seguito integralmente il comunicato di Alessandra Ressa, del Club Alpinistico Triestino per Basovizza apre al pubblico.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

COMUNICATO STAMPA

Alla scoperta del mondo sotterraneo: la Caverna III di Basovizza apre al pubblico

Sabato 24 ottobre un’occasione speciale per entrare nel sottosuolo del Carso e scoprire, accompagnati dagli speleologi, un ambiente che custodisce testimonianze della vita animale e della storia naturale del territorio

C’è un mondo che comincia pochi metri sotto i nostri piedi, invisibile a chi percorre ogni giorno il Carso in superficie, ma capace di raccontare una storia antichissima fatta di acqua, roccia, animali e uomini. È il mondo sotterraneo, un patrimonio naturale spesso nascosto e proprio per questo ancora più affascinante, che sabato 24 ottobre sarà possibile conoscere da vicino grazie all’apertura straordinaria al pubblico della Caverna III ad Est di Basovizza, organizzata dal Club Alpinistico Triestino. L’appuntamento fa parte della serie di eventi organizzati dal CAT dedicati alla Giornata Internazionale della Speleologia e del Carsismo.

La giornata, istituita per la prima volta il 13 settembre 2026 su iniziativa dell’UNESCO e dell’UIS, Unione Internazionale di Speleologia, offre l’occasione per avvicinarsi alla speleologia non soltanto come disciplina dedicata all’esplorazione delle grotte, ma anche come strumento per conoscere e comprendere un ambiente fragile e ricco di testimonianze del passato.

Per l’occasione, la Caverna III ad Est di Basovizza sarà aperta ai visitatori, che potranno percorrerla accompagnati in sicurezza dagli Istruttori di Tecnica Speleologica del Club Alpinistico Triestino. La cavità, caratterizzata da uno sviluppo prevalentemente orizzontale e da un accesso relativamente agevole, permette anche a chi non ha mai avuto esperienza del mondo sotterraneo di compiere un primo viaggio nell’ambiente ipogeo, scoprendone caratteristiche, curiosità e peculiarità.

Ad accompagnare la visita ci sarà il dottor Sergio Dolce, già Direttore del Museo di Storia Naturale di Trieste, che illustrerà ai partecipanti alcuni degli aspetti più interessanti legati alla flora e alla fauna ipogea, permettendo di comprendere come la vita riesca ad adattarsi a condizioni ambientali completamente diverse da quelle della superficie.

La visita sarà inoltre un’occasione per fare un salto indietro nel tempo attraverso le testimonianze degli animali che un tempo popolavano le cavità carsiche. Per l’occasione sarà infatti esposto il calco del cranio di un orso delle caverne, grande mammifero preistorico che frequentò le grotte europee fino a circa 25.000 anni fa, insieme ad altri manufatti che contribuiranno a raccontare la lunga storia naturale del sottosuolo carsico.

L’iniziativa è gratuita e prevede due turni di visita, dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 16. Le iscrizioni saranno aperte dall’8 al 24 ottobre 2026 e potranno essere effettuate presso la sede del Club Alpinistico Triestino, in via Raffaele Abro 5/A a Trieste, il martedì dalle 21 alle 23, oppure scaricando il modulo dal sito www.cat.ts.it e inviandolo, una volta compilato, all’indirizzo cat@cat.ts.it. Per ulteriori informazioni è possibile contattare il Club Alpinistico Triestino anche tramite WhatsApp al 327 8461635.

CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS

Via R. Abro, 5/A
34144 Trieste
cell.: 348 5164550
codice fiscale: 80016650329
e-mail:cat@cat.ts.it
pec:cat.trieste@pec.csvfvg.it
http://www.cat.ts.it

Ufficio Stampa: Alessandra Ressa +39 348 3515270

Il 24 ottobre si apriranno le porte su un mondo insieme nuovo e antichissimo, quello del sottosuolo carsico, da scoprire passo dopo passo accompagnati da chi lo conosce, lo esplora e lo studia.

Scintilena – https://www.scintilena.com/caverna-iii-di-basovizza-il-24-ottobre-visite-gratuite-nel-sottosuolo-del-carso/10/08/

http://www.cat.ts.it

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  • Incidente di Urzulei il ferito è fuori! Forza Luca!
    Condividi Lo speleologo rimasto sotto la frana in una grotta di Urzulei ieri pomeriggio è stato portato fuori dalla grotta dopo 27 ore di intervento dai volontari del CNSAS Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Grazie grazie grazie grazie ai soccorritori! Comunicato ufficiale CNSAS Urzulei/Baunei, 12/10/2026 – ore 18:00: intervento concluso Pochi minuti fa si sono concluse le operazioni di soccorso nella grotta al confine tra Urzulei e Baunei (NU), in Sardegna. Dopo ess
     

Incidente di Urzulei il ferito è fuori! Forza Luca!

Október 12th 2026 at 17:58

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Lo speleologo rimasto sotto la frana in una grotta di Urzulei ieri pomeriggio è stato portato fuori dalla grotta dopo 27 ore di intervento dai volontari del CNSAS Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

Grazie grazie grazie grazie ai soccorritori!

Comunicato ufficiale CNSAS

Urzulei/Baunei, 12/10/2026 – ore 18:00: intervento concluso

Pochi minuti fa si sono concluse le operazioni di soccorso nella grotta al confine tra Urzulei e Baunei (NU), in Sardegna. Dopo essere rimasto bloccato per oltre 27 ore a seguito di un crollo avvenuto ieri pomeriggio, lo speleologo è stato estratto dai tecnici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico e dai Vigili del Fuoco.

L’uomo, liberato dai detriti che lo immobilizzavano, è stato riportato in superficie, stabilizzato dal personale sanitario e trasferito in elicottero in ospedale per gli accertamenti e le cure necessarie.

Intervento concluso nella grotta sarda al confine tra Urzulei e Baunei: speleologo estratto ed elitrasportato in ospedale

Si è concluso con successo l’intervento del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e dei Vigili del Fuoco per il recupero dello speleologo rimasto bloccato per oltre 27 ore all’interno di una cavità situata al confine tra i territori comunali di Urzulei e Baunei, in provincia di Nuoro, in Sardegna. L’incidente è avvenuto nel pomeriggio di domenica 11 ottobre, quando lo speleologo, impegnato nell’esplorazione di una cavità di recente scoperta, è stato investito da una scarica di terra e pietre, rimanendo intrappolato a circa dieci metri di profondità. L’allarme è stato lanciato intorno alle 14:30 dalla compagna che si trovava con lui, uscita dalla grotta per chiamare il Numero Unico di Emergenza 112. La centrale operativa ha quindi attivato il CNSAS, dando avvio alle operazioni di soccorso. Le prime squadre del Soccorso Alpino e Speleologico hanno raggiunto l’ingresso della cavità, valutato la situazione e iniziato a operare per mettere in sicurezza l’area interessata dal crollo. Per tutta la notte e nel corso della giornata successiva sono proseguite le complesse operazioni di rimozione manuale dei detriti, con il coinvolgimento dei tecnici del Soccorso Alpino e Speleologico e dei Vigili del Fuoco. I soccorritori hanno lavorato in uno spazio estremamente ristretto, di circa un metro e mezzo per un metro e mezzo, caratterizzato dalla presenza di materiale instabile. Le operazioni sono proseguite con la progressiva rimozione della terra e delle pietre che immobilizzavano lo speleologo, adottando particolari precauzioni per ridurre il rischio di ulteriori cedimenti e garantire la sicurezza dell’infortunato e dei soccorritori. La complessità dell’intervento ha richiesto il progressivo potenziamento del dispositivo di soccorso e l’impiego della commissione disostruzione del Soccorso Alpino e Speleologico, specializzata nelle operazioni necessarie ad aprire o rendere percorribili passaggi ostruiti. Complessivamente hanno partecipato alle operazioni oltre 60 tecnici di soccorso speleologico, gli specialisti della commissione disostruzione e due medici del CNSAS specializzati nel soccorso in ambiente impervio, insieme al personale dei Vigili del Fuoco impegnato nelle attività di soccorso. Dopo essere stato raggiunto dai soccorritori, lo speleologo è stato progressivamente liberato dai detriti che lo tenevano bloccato, sotto il costante monitoraggio sanitario dei medici del CNSAS presenti sul posto. Una volta completate le operazioni di disostruzione, i sanitari hanno provveduto alla stabilizzazione dell’infortunato e alla sua preparazione per l’evacuazione dalla cavità. L’uomo è stato quindi estratto dalla grotta e affidato alle squadre sanitarie presenti all’esterno. Completate le necessarie operazioni di stabilizzazione, è stato trasferito in elicottero in ospedale per gli accertamenti e le cure del caso. All’intervento hanno inoltre fornito supporto l’Aeronautica Militare, per il trasferimento di personale e materiali, il servizio di emergenza sanitaria 118/AREUS, con l’impiego dell’elisoccorso regionale e la protezione civile locale.

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  • Grotte ipogeniche a Siracusa: acqua dolce, mare e CO2 all’origine delle cavità
    Condividi Uno studio su Palombara, Scrivilleri e Monello ricostruisce la formazione delle grotte ipogeniche siciliane e il ruolo della corrosione da condensazione Le grotte ipogeniche dell’area di Siracusa conservano le tracce di una formazione legata alla risalita delle acque, alla presenza di anidride carbonica e alla mescolanza tra acqua dolce e salata. Una ricerca pubblicata nel 2024 sull’International Journal of Speleology ricostruisce questi processi nelle grotte Palombara, Scrivilleri
     

Grotte ipogeniche a Siracusa: acqua dolce, mare e CO2 all’origine delle cavità

Október 12th 2026 at 14:00

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Uno studio su Palombara, Scrivilleri e Monello ricostruisce la formazione delle grotte ipogeniche siciliane e il ruolo della corrosione da condensazione

Le grotte ipogeniche dell’area di Siracusa conservano le tracce di una formazione legata alla risalita delle acque, alla presenza di anidride carbonica e alla mescolanza tra acqua dolce e salata. Una ricerca pubblicata nel 2024 sull’International Journal of Speleology ricostruisce questi processi nelle grotte Palombara, Scrivilleri e Monello. Il lavoro propone un modello che collega la circolazione sotterranea alle condizioni degli acquiferi costieri e alle variazioni del livello marino. [web:11][web:33]

Lo studio è firmato da Philippe Audra, Jean-Yves Bigot, David Cailhol, Pierre Camps, Ilenia M. D’Angeli, R. Lawrence Edwards, Fernando Gázquez-Sánchez, Hai Cheng, Gabriella Koltai, Giuliana Madonia, Jean-Claude Nobécourt, Marjan Temovski, Marco Vattano e Jo De Waele. È apparso nel volume 53, fascicolo 2, alle pagine 211-234. [web:21][web:33]

Grotte ipogeniche di Siracusa: le forme raccontano la risalita delle acque

Le tre cavità si sviluppano nelle calcareniti mioceniche della Sicilia orientale. Il territorio è stato interessato da sollevamento tettonico e faglie. Questi movimenti hanno contribuito alla formazione di più ordini di terrazzi marini pleistocenici. [web:11][web:33]

Nelle grotte, i ricercatori hanno riconosciuto associazioni di forme prodotte da flussi ascendenti. Sono indicate nella letteratura internazionale con la sigla MSRF, da Morphologic Suites of Rising Flow. La loro presenza documenta una fase ipogenica, durante la quale l’acqua aggressiva ha ampliato le discontinuità della roccia risalendo nell’acquifero. [web:11]

Il significato è preciso: la costruzione dei vuoti non si spiega soltanto attraverso infiltrazioni dall’alto. Occorre considerare anche la circolazione interna della falda e i processi chimici che rendono l’acqua capace di dissolvere la roccia. [web:11][web:48]

Grotte ipogeniche costiere: il ruolo di acqua dolce, acqua salata e CO2

Il modello proposto combina la speleogenesi ipogenica con quella delle cosiddette flank margin caves. Sono cavità associate ai margini della lente di acqua dolce presente negli acquiferi costieri. In questi ambienti, l’interazione con l’acqua salata e la disponibilità di CO2 possono favorire la dissoluzione dei carbonati. [web:11]

Per le grotte ipogeniche di Siracusa, gli autori indicano che parte dell’aggressività dei fluidi potrebbe essersi sviluppata a profondità relativamente ridotte. Il settore decisivo è la zona di mescolanza tra acque dolci e salate. La CO? avrebbe avuto un’origine collegata sia alla roccia sia all’ossidazione di carbonio organico proveniente dalla superficie, lungo i confini di densità della lente acquifera. [web:11]

Le tracce lasciate dalle bolle, definite bubble trails, e i solchi di corrosione registrano un ulteriore passaggio. Il degassamento trasferiva anidride carbonica all’ambiente aerato presso la superficie della falda. In spazi più o meno confinati, questo processo favoriva l’acidificazione e la corrosione. I reticoli di gallerie formati in condizioni freatiche conservano così informazioni sulle antiche posizioni del livello marino. [web:11]

Grotte ipogeniche e condensazione: una storia in più fasi

La ricerca integra geomorfologia, mineralogia, isotopi stabili, paleomagnetismo e datazioni uranio-torio. I depositi raccontano momenti diversi della storia sotterranea. Ossidi di ferro e manganese e cristalli di calcite sono associati alla fase ipogenica iniziale. Altri sedimenti sono entrati successivamente con il ruscellamento superficiale. [web:11]

La corrosione da condensazione ha prodotto sabbie calcaree attraverso l’alterazione delle pareti di calcarenite. Fosfati, caolinite e montmorillonite sono invece collegati alla degradazione del guano dei pipistrelli. Le grotte hanno quindi continuato a trasformarsi anche dopo la formazione dei principali ambienti. [web:11]

Gli isotopi delle concrezioni indicano apporti da infiltrazione superficiale e temperature simili a quelle attuali. Non emerge, per questi depositi, un’origine idrotermale. Il caso siracusano mostra quindi che una grotta ipogenica non deve necessariamente essere stata scavata da acque calde profonde. [web:11]

Grotte ipogeniche di Siracusa: le datazioni e il paesaggio pleistocenico

Un deposito associato a un solco marino vicino alla Palombara ha restituito un’età di circa 603.000 anni. Nei sedimenti clastici provenienti dall’esterno è stata inoltre individuata una possibile inversione paleomagnetica, compatibile con un’età superiore a 780.000 anni. Questi risultati costituiscono riferimenti cronologici per ricostruire l’evoluzione del territorio e delle cavità. [web:11]

Le date riguardano depositi specifici, non direttamente l’intero processo di scavo delle grotte. Il loro confronto con i terrazzi marini contribuisce a definire una storia che potrebbe essere più antica di quanto suggerito dalle precedenti ricostruzioni del paesaggio. [web:11]

Grotte ipogeniche in Italia: Siracusa amplia il quadro dei processi conosciuti

Il contributo si inserisce in un campo di ricerca sviluppato attraverso casi come Frasassi, Monte Cucco e Acquasanta Terme. In molti sistemi italiani, la dissoluzione è legata all’acido solforico prodotto dall’ossidazione dell’idrogeno solforato. A Siracusa, il modello mette invece al centro CO?, acquiferi costieri e mescolanza delle acque. [web:11][web:13][web:34]

La distinzione aiuta a leggere il carsismo italiano senza ricondurre tutte le cavità a un solo meccanismo. Geometrie simili possono derivare da processi chimici e idrogeologici differenti. Le grotte ipogeniche diventano così archivi della circolazione delle acque, dei movimenti tettonici e dell’evoluzione delle coste. [web:11][web:34][web:48]

Documentazione scientifica dell’articolo


Grotte ipogeniche in Italia: relazione su origine, distribuzione e significato scientifico

Dal carsismo sulfureo degli Appennini agli acquiferi costieri siciliani: processi, forme, minerali ed ecosistemi delle grotte ipogeniche italiane

1. Grotte ipogeniche: la definizione e la differenza dal carsismo epigenico

La distinzione tra speleogenesi epigenica e ipogenica riguarda soprattutto l’origine dell’aggressività chimica delle acque. Nella prima, la capacità di dissolvere i carbonati deriva prevalentemente dalla superficie. L’acqua acquisisce CO? nell’atmosfera e, soprattutto, nel suolo. Nella seconda, fluidi e gas acquistano nel sottosuolo la capacità di attaccare la roccia, spesso durante una circolazione ascendente. [web:48]

Non basta quindi osservare che una galleria si trova sotto terra. Tutte le grotte sono ambienti sotterranei, ma non tutte hanno un’origine ipogenica. Anche il semplice movimento ascendente dell’acqua deve essere interpretato nel contesto idrogeologico e geochimico. [web:48]

La categoria comprende processi diversi. L’aggressività può dipendere dall’anidride carbonica, dall’acido solforico o dall’interazione tra acque con caratteristiche differenti. Il caso di Siracusa estende questa lettura ai processi che si sviluppano nella zona relativamente superficiale di un acquifero costiero. [web:11][web:48]

2. Grotte ipogeniche e acque termali: due concetti da distinguere

“Ipogenico”, “idrotermale” e “sulfureo” non sono sinonimi. Il primo termine descrive un’origine speleogenetica. Il secondo richiama la circolazione di acque a temperatura elevata rispetto al contesto locale. Il terzo identifica la presenza di specie dello zolfo, come l’idrogeno solforato. [web:11][web:13][web:48]

Molte cavità italiane riuniscono queste caratteristiche. Altre ne presentano soltanto alcune. A Siracusa, gli isotopi delle concrezioni studiate indicano infiltrazioni superficiali a temperature simili alle attuali, mentre le morfologie documentano una precedente fase ipogenica. Origine dei vuoti e origine delle concrezioni appartengono quindi a problemi distinti. [web:11]

Una stalagmite può crescere molto dopo lo scavo della sala che la ospita. La sua età non coincide automaticamente con quella della grotta. Questa distinzione consente di separare formazione dei vuoti, deposizione dei minerali e successive modificazioni ambientali. [web:11][web:55]

3. Grotte ipogeniche carboniche: come la CO? favorisce la dissoluzione

L’anidride carbonica disciolta modifica gli equilibri chimici dell’acqua. Nei sistemi carbonatici, la dissoluzione della calcite può essere rappresentata dalla reazione complessiva:

[
\mathrm{CaCO_3 + CO_2 + H_2O \rightleftharpoons Ca^{2+} + 2HCO_3^-}
]

La reazione mostra perché la disponibilità di CO? può aumentare la capacità dell’acqua di dissolvere il calcare. La provenienza del gas distingue i diversi contesti: nel carsismo epigenico prevale il contributo superficiale; nei sistemi ipogenici entrano in gioco sorgenti e trasformazioni sotterranee. [web:48][web:76]

Nell’Umbria occidentale, la ricerca collega l’evoluzione di diversi sistemi carsici alle emissioni di CO? endogena e alla presenza di H?S. Il territorio mostra insieme cavità di dissoluzione e depositi di travertino quaternario. Dissoluzione e precipitazione dei carbonati possono così rappresentare fasi diverse della stessa circolazione idrica. [web:69]

4. Grotte ipogeniche sulfuree: la speleogenesi da acido solforico

La Sulfuric Acid Speleogenesis, abbreviata SAS, è una delle forme più studiate di speleogenesi ipogenica. Il processo coinvolge l’ossidazione dell’idrogeno solforato trasportato dalle acque ascendenti. Quando incontra condizioni ossidanti, questo composto può essere trasformato in acido solforico. [web:48]

Una rappresentazione semplificata dell’ossidazione completa è:

[
\mathrm{H_2S + 2O_2 \rightarrow H_2SO_4}
]

L’attacco dell’acido alla calcite può produrre gesso:

[
\mathrm{CaCO_3 + H_2SO_4 + H_2O \rightarrow CaSO_4\cdot2H_2O + CO_2}
]

Queste equazioni riassumono il percorso chimico, senza esaurire le trasformazioni reali delle specie dello zolfo. La formazione dei vuoti dipende anche dalla disponibilità di ossigeno, dalla circolazione dei fluidi e dall’attività microbica. Gesso e altri minerali secondari registrano una parte di questa storia. [web:13][web:48]

La sintesi sulle cavità sulfuree italiane collega molte sorgenti di H?S alle interazioni tra evaporiti triassiche e idrocarburi. Faglie e strutture profonde forniscono percorsi di risalita. Litologia e assetto tettonico condizionano la posizione dei sistemi e la distribuzione della dissoluzione. [web:34]

5. Grotte ipogeniche costiere: il modello di Siracusa

Palombara, Scrivilleri e Monello mostrano che l’origine ipogenica non coincide sempre con il modello sulfureo appenninico. Gli autori propongono un sistema misto, nel quale la circolazione ascendente interagisce con i processi propri delle lenti di acqua dolce costiere. [web:11]

L’acqua dolce e quella salata hanno densità differenti. Nell’area di contatto, mescolanza e trasformazioni del carbonio possono contribuire all’aggressività delle acque. Per Siracusa, lo studio indica anche l’ossidazione di materiale organico proveniente dalla superficie come possibile sorgente di CO?. [web:11]

Il degassamento presso la falda aggiunge una componente atmosferica alla dissoluzione. Il gas liberato può favorire l’acidificazione negli ambienti aerati confinati. Le forme di corrosione e i reticoli freatici diventano così indicatori della relazione tra grotte e antichi livelli del mare. [web:11]

6. Grotte ipogeniche e corrosione da condensazione

La corrosione da condensazione agisce quando il vapore acqueo condensa sulle superfici rocciose e il film d’acqua risulta aggressivo. Nell’area siracusana, questo processo ha alterato le calcareniti e prodotto sabbie calcaree all’interno delle cavità. Non si tratta necessariamente di materiale trasportato dall’esterno. [web:11]

Il fenomeno può modificare pareti e soffitti dopo la principale fase di formazione dei vuoti. La grotta conserva quindi una sovrapposizione di processi: scavo in falda, ingresso di sedimenti, crescita di concrezioni e alterazione delle superfici. [web:11]

La condensazione non identifica da sola una sorgente idrotermale. La sintesi sulle grotte siciliane distingue infatti le morfologie da condensazione dalle prove specifiche di circolazione termale. La ricostruzione richiede l’integrazione di più indicatori. [web:54]

7. Grotte ipogeniche in Italia: distribuzione e contesto geologico

Le cavità sulfuree documentate sono particolarmente diffuse nell’Appennino settentrionale e centrale. La revisione nazionale ne descrive anche nell’Appennino meridionale, nell’avampaese pugliese, in Sicilia e in Sardegna. La distribuzione riflette la presenza di rocce solubili, sorgenti di aggressività chimica e strutture che consentono la circolazione. [web:34]

Uno studio mineralogico del 2018 riportava che l’Italia ospitava circa il 25% dei sistemi SAS allora conosciuti nel mondo. La percentuale riguarda il quadro delle conoscenze di quella pubblicazione, non un censimento aggiornato di tutte le grotte ipogeniche. La revisione mondiale del 2024 distingue invece 84 aree contenenti grotte sulfuree. “Aree” e “sistemi” sono unità diverse e non vanno sommate o confrontate come se coincidessero. [web:13][web:48]

La rilevanza italiana emerge anche dalla diversità dei casi studiati. Acquiferi termali, montagne carbonatiche, travertini, coste e distretti minerari conservano espressioni differenti della speleogenesi ipogenica. [web:11][web:34][web:52][web:69]

8. Grotte ipogeniche dell’Appennino centrale: Frasassi, Monte Cucco e Acquasanta

Frasassi, Monte Cucco e Acquasanta Terme costituiscono riferimenti per lo studio del carsismo sulfureo italiano. Le ricerche descrivono forme, depositi minerali e, nei settori attivi, interazioni tra acqua, gas e comunità microbiche. [web:13][web:17]

A Frasassi, i livelli superiori conservano gli effetti di antiche fasi di speleogenesi sulfurea. Nei settori inferiori, la presenza attuale di acque solfidriche permette di studiare processi ancora in corso. Questa compresenza collega la lettura dei sistemi fossili all’osservazione di quelli attivi. [web:64]

Monte Cucco presenta associazioni mineralogiche articolate. Oltre al gesso, sono stati descritti minerali dei gruppi alunite-jarosite, barite, celestina, fluorite e fasi contenenti titanio. Alcune firme geochimiche sostengono una componente ipogenica idrotermale nella storia del sistema. [web:13]

Acquasanta Terme rappresenta un altro ambiente di ricerca sulle cavità termali sulfuree. I tre casi non descrivono un unico modello immutabile: mostrano come la stessa famiglia di reazioni possa operare in assetti geologici e idrologici differenti. [web:13][web:17][web:34]

9. Grotte ipogeniche dell’Umbria occidentale: Pozzi della Piana e Parrano

I Pozzi della Piana, a ovest di Todi, sono un sistema fossile sviluppato nei travertini quaternari. Lo studio pubblicato su Acta Carsologica nel 2011 descrive oltre 2.500 metri di sviluppo, almeno due livelli, soffitti a cupola e pozzi ciechi. Sono presenti anche blocchi di gesso microcristallino e forme di corrosione sulle pareti. [web:69]

La formazione viene collegata alla circolazione di acque idrotermali ricche di H?S e alla storia di deposizione del travertino. Il caso amplia il quadro regionale oltre le cavità nei calcari appenninici. [web:69]

Nell’area di Parrano, le grotte si distribuiscono a quote differenti sui versanti di una piccola gola. I passaggi comprendono condotti semplici, gallerie anastomizzate e reti ramificate. Lo studio riporta acque di falda a 26 °C, con elevate pressioni parziali di CO? e H?S disciolto. Questi dati si riferiscono alle osservazioni della ricerca, non a un monitoraggio aggiornato. [web:69]

10. Grotte ipogeniche dell’Italia meridionale: Calabria, Campania e Puglia

In Calabria, Sandro Galdenzi e Teruyuki Maruoka hanno studiato tre sistemi nelle aree delle Terme Luigiane, del Monte Sellaro e del Monte di Cassano. La notizia è stata ripresa da Scintilena nel gennaio 2019. Morfologie, sedimenti e isotopi dei solfati collegano la formazione delle cavità all’ossidazione dell’H?S trasportato dalle acque termali. [web:39]

Il quadro mineralogico nazionale comprende inoltre Cerchiara di Calabria e Cassano allo Ionio. In questi ambienti sono state riconosciute associazioni di solfati di ferro e alluminio, compatibili con condizioni molto acide durante la loro formazione. [web:13]

Capo Palinuro, in Campania, e Santa Cesarea Terme, in Puglia, rientrano tra i sistemi sulfurei attivi considerati nella stessa ricerca. In entrambi sono descritti depositi di zolfo nativo. La presenza sulla costa non implica il medesimo meccanismo documentato a Siracusa: occorre distinguere i processi sulfurei dalla dissoluzione dominata da CO? e mescolanza. [web:11][web:13]

11. Grotte ipogeniche in Sardegna: cavità minerarie e rocce quarzitiche

Il distretto dell’Iglesiente-Sulcis conserva cavità intercettate durante le attività minerarie. La sintesi del 2017 descrive sistemi ipogenici oggi inattivi, tra cui Santa Barbara, Santa Barbara 2 e Crovassa Ricchi in Argento. Le gallerie artificiali hanno consentito l’accesso a vuoti naturali formati in precedenza. [web:52]

Santa Barbara è nota per i cristalli di barite e per le successive concrezioni carbonatiche. Il sistema si sviluppa in rocce carbonatiche cambriane e possiede una storia con più fasi speleogenetiche e mineralogenetiche. L’età della roccia ospite non va confusa con quella di ciascun episodio di formazione della cavità. [web:55]

Corona ’e Sa Craba rappresenta un caso diverso: una cavità ipogenica in quarzite. Lo studio ricostruisce processi di dissoluzione collegati a fluidi idrotermali e una successiva evoluzione mineralogica. Il caso mostra che la speleogenesi ipogenica può interessare anche rocce non carbonatiche, attraverso meccanismi chimici differenti. [web:52][web:59]

12. Grotte ipogeniche in Sicilia: coste carbonatiche e ambienti sulfurei

La Sicilia comprende grotte in calcari, gessi messiniani e basalti. Queste categorie litologiche non coincidono con altrettante origini ipogeniche. La sintesi del 2017 documenta il riconoscimento di una componente ipogenica in diverse cavità carbonatiche, attraverso morfologie e depositi minerali. [web:54]

La ricerca su Siracusa aggiunge un modello costiero articolato. Nelle tre grotte studiate, la ricostruzione comprende risalita dei fluidi, mescolanza delle acque, degassamento e corrosione da condensazione. [web:11]

Monte Conca, nel carsismo gessoso siciliano, offre invece un caso importante per la biospeleologia degli ambienti sulfurei. Una ricerca del 2022 ha riconosciuto il sostegno di comunità microbiche chemioautotrofe alla rete alimentare degli invertebrati presso una pozza solfidrica. Questo risultato descrive un processo ecologico locale e non attribuisce automaticamente un’origine ipogenica all’intero sistema. [web:24]

13. Grotte ipogeniche: le morfologie che aiutano a riconoscerle

Le ricerche italiane descrivono associazioni ricorrenti di forme. Il loro valore aumenta quando sono interpretate insieme alla geologia e alla chimica dei depositi. [web:11][web:13][web:34]

  • Reti labirintiche e gallerie suborizzontali, frequenti nei sistemi SAS. [web:34]
  • Cupole, tasche di corrosione e cavità spugnose, documentate anche nell’Umbria occidentale. [web:69]
  • Condotti di alimentazione e associazioni di forme legate a flussi ascendenti. [web:11][web:13]
  • Solchi di corrosione presso antichi livelli della falda. [web:11][web:13]
  • Tracce di bolle associate al degassamento. [web:11]

Nessuna singola forma esaurisce la diagnosi. Condensazione, infiltrazioni successive e alterazione possono modificare la morfologia originaria. La lettura più solida considera l’intera associazione di indizi. [web:11][web:54]

14. Grotte ipogeniche e minerali: un archivio delle condizioni chimiche

Lo studio del 2018 su quindici sistemi italiani ha riconosciuto 59 specie minerali collegate alla speleogenesi sulfurea. Il numero riguarda l’insieme delle cavità analizzate, non ciascuna grotta. I ricercatori hanno utilizzato diffrazione a raggi X e microscopia elettronica per caratterizzare i depositi. [web:13]

Gesso, zolfo nativo e minerali del supergruppo dell’alunite figurano tra gli indicatori ricorrenti. Le associazioni mineralogiche aiutano a ricostruire condizioni di acidità, ossidazione e interazione tra fluidi e roccia. [web:13][web:34]

Il contesto resta determinante. A Siracusa, fosfati e alcuni minerali argillosi sono collegati al guano, mentre altri depositi appartengono alle fasi precedenti. Un minerale va interpretato attraverso posizione, rapporti con gli altri materiali e composizione, non soltanto attraverso il suo nome. [web:11]

15. Grotte ipogeniche e microbiologia: energia chimica nel sottosuolo

Nei sistemi sulfurei, i microrganismi partecipano alle trasformazioni dello zolfo. Le ricerche a Frasassi hanno documentato comunità che utilizzano l’H?S e possono contribuire alla produzione di acido solforico. Il ruolo effettivo dipende dall’habitat e dai prodotti delle reazioni. [web:16][web:67]

Uno studio divulgato nel 2015 distingue i processi osservati sopra la superficie dell’acqua da quelli nei biofilm sommersi. In questi ultimi, l’ossidazione studiata produceva soprattutto zolfo elementare, non direttamente l’acido responsabile della corrosione. La distinzione evita di attribuire a tutti i batteri solfuro-ossidanti lo stesso effetto sulla roccia. [web:67]

La chemioautotrofia utilizza energia chimica per sostenere la produzione di materia organica. Nel caso di Monte Conca, le analisi isotopiche degli invertebrati indicano un contributo significativo delle comunità microbiche alla rete alimentare della zona solfidrica. Speleogenesi ed ecologia risultano così collegate, pur restando processi distinti. [web:24]

16. Grotte ipogeniche: come si ricostruiscono età e successione dei processi

Lo studio di Siracusa combina metodi che rispondono a domande differenti. La geomorfologia ricostruisce modalità di circolazione e dissoluzione. La mineralogia identifica depositi e alterazioni. Gli isotopi aiutano a interpretare origine delle acque e condizioni di formazione. Paleomagnetismo e datazioni uranio-torio forniscono riferimenti cronologici. [web:11]

Ogni data va associata al materiale misurato. Un sedimento entrato dall’esterno registra un episodio di riempimento. Una concrezione registra una fase di deposizione. Un deposito presso un solco marino contribuisce alla storia della costa. La sequenza di questi eventi permette di collocare la formazione dei vuoti entro una ricostruzione più ampia. [web:11]

A Siracusa, i risultati di circa 603.000 anni e la possibile indicazione paleomagnetica oltre 780.000 anni sostengono il confronto tra storia delle grotte e terrazzi marini. Non rappresentano due date da applicare indistintamente alle tre cavità. [web:11]

17. Grotte ipogeniche e sicurezza: la presenza dei gas richiede valutazioni specifiche

L’origine ipogenica non rende automaticamente pericolosa ogni cavità. Nei sistemi sulfurei attivi, la presenza di H?S costituisce invece un fattore specifico da valutare. L’idrogeno solforato è un gas tossico e ad alte concentrazioni può essere letale. [web:65]

L’odore non offre una verifica affidabile. Il gas può compromettere rapidamente la capacità di percepirlo. L’assenza di odore non dimostra quindi l’assenza del pericolo. L’accesso agli ambienti interessati richiede valutazioni professionali, misurazioni atmosferiche e procedure adeguate; la normale attrezzatura speleologica non sostituisce questi controlli. [web:65]

18. Grotte ipogeniche italiane: il valore per idrogeologia e ricerca

Le grotte ipogeniche consentono di osservare gli effetti della circolazione sotterranea sulla porosità delle rocce. La revisione mondiale del 2024 ne evidenzia il significato per la carsificazione profonda, l’idrogeologia e lo studio dei serbatoi geologici. [web:48]

Il quadro italiano comprende sistemi ancora attivi e cavità che conservano processi ormai conclusi. Il confronto tra questi ambienti permette di collegare reazioni attuali, depositi antichi e trasformazioni del paesaggio. [web:13][web:34]

Siracusa aggiunge a questa prospettiva il rapporto con il mare. Le cavità diventano indicatori della storia degli acquiferi costieri e dei livelli marini, accanto ai terrazzi e agli altri elementi geomorfologici. La loro interpretazione richiede di mantenere distinti processi carbonici, sulfurei, termali e di condensazione, ricostruendone le relazioni nel tempo. [web:11]

Documentazione scientifica e approfondimenti della relazione

Grotte ipogeniche e CO2 a Siracusa

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