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In copertina il Salto Angel, Venezuela. Immagine distribuita sotto Creative Commons
Nel cuore del Parco Nazionale Jaua-Sarisariñama, una delle doline più grandi del pianeta dimostra che il carsismo può svilupparsi anche nella roccia che i manuali considerano insolubile
Era il 25 novembre 1961. Il pilota Harry Gibson sorvolava la foresta vergine del Venezuela meridionale quando scorse due aperture circolari e perfettamente simmetriche sulla sommità di una montagna a tavola. Non erano laghi. Non erano crateri vulcanici. Erano doline scavate in quarzite — una roccia che la geologia classica considerava impermeabile all’azione dell’acqua. Quella visione dall’alto avrebbe aperto uno dei capitoli più discussi della speleologia mondiale: la storia di Sima Humboldt, la dolina in quarzite più grande del pianeta, ospitata dal tepui Sarisariñama nello Stato di Bolívar, in Venezuela.
I tepui del Venezuela: altopiani di quarzite con ecosistemi da mondo perduto
I tepui sono montagne tabulari composte da arenarie e quarziti tra le più antiche del pianeta, con un’età compresa tra 1,6 e 2 miliardi di anni. Si innalzano come enormi isole rocciose sopra la foresta amazzonica e la Gran Sabana, nel Venezuela sud-orientale, al confine con Brasile e Guyana. Le loro pareti verticali superano in alcuni casi i mille metri di dislivello.[1]
Il Sarisariñama è uno dei tepui più isolati dell’intero paese. Si trova a diverse centinaia di chilometri dalla strada più vicina. La sua sommità raggiunge i 2.350 metri di quota e copre un’area di circa 547 km². Fa parte del Parco Nazionale Jaua-Sarisariñama, nello Stato di Bolívar. È l’unico tepui la cui cima è interamente ricoperta da una foresta alta tra i 15 e i 25 metri.[2][3][4]
La caratteristica che lo distingue da tutti gli altri, però, non è la vegetazione. È la presenza di doline.
La scoperta dall’aereo: 1961, il pilota Harry Gibson avvista le simas
I primi avvistamenti aerei del Sarisariñama risalgono al 1954. Le voci si diffusero lentamente tra i piloti che operavano nella regione. Ma fu il 25 novembre del 1961 che la scoperta divenne documentata: Harry Gibson, sorvolando il tepui, individuò dall’alto le due enormi aperture circolari che oggi portano il nome di Sima Humboldt e Sima Martel.[5][2]
Gibson non era uno speleologo. Era un pilota — compagno di James Crawford Angel, il celebre aviatore che aveva segnalato per primo il Salto Angel, la cascata più alta del mondo. La sua segnalazione aprì la strada a decenni di ricerche. Il Sarisariñama divenne una destinazione ambita per spedizioni scientifiche e speleologiche.[3][4]
La prima discesa vera e propria nella Sima Humboldt fu compiuta nel febbraio del 1974, grazie a un’operazione logistica complessa: un elicottero trasportò sulla sommità trenta ricercatori, tra botanici, ornitologi, geologi, erpetologi e archeologi. Tra i partecipanti figurava il naturalista Charles Brewer-Carías, che guidò la spedizione e documentò le prime osservazioni scientifiche sul fondo della dolina.[6][7]
Un carsismo in quarzite: come si formano doline sulla roccia ritenuta indissolubile
Il punto che rende Sima Humboldt un caso di studio fondamentale nella speleologia mondiale non è la sua dimensione. È il tipo di roccia in cui si è formata.
Il carsismo classico agisce sui carbonati — calcari e dolomie — attraverso la dissoluzione del carbonato di calcio da parte dell’acqua acidificata dall’anidride carbonica. È un processo noto, studiato da secoli. La quarzite, composta per oltre il 95% di silice, era considerata una roccia non carsificabile.[8][1]
Le esplorazioni nei tepui venezolani hanno dimostrato che questa certezza era sbagliata. Nella quarzite la dissoluzione avviene per via chimica, con la silice che entra in soluzione come acido silicico (H?SiO?). Il processo è molto più lento rispetto al calcare, ma in milioni di anni — su rocce vecchie di oltre un miliardo di anni — ha prodotto cavità, gallerie e doline di proporzioni eccezionali.[9][1]
Le forme carsiche dei tepui rappresentano oggi un capitolo autonomo nella geomorfologia. Le grotte di quarzo dello Scudo della Guiana sono considerate un caso unico nella speleologia mondiale. A differenza dei tiankeng cinesi, che si formano per collasso di gallerie calcaree, la Sima Humboldt è il risultato di un processo di dissoluzione diretta della quarzite in condizioni tropicali umide, accelerata dall’azione meccanica dell’acqua sui piani di frattura della roccia.[10][1]
Le misure di Sima Humboldt: 314 metri di profondità, 18 milioni di m³ di volume
La dolina in quarzite del Sarisariñama ha dimensioni che non trovano confronto in altre formazioni analoghe. L’apertura superiore misura al massimo 352 metri di larghezza. A scendere, le pareti si allargano: alla base il diametro raggiunge i 502 metri. La profondità verticale è di 314 metri.[11][6]
Il volume complessivo della Sima Humboldt è di 18 milioni di metri cubi. Le pareti sono quasi perfettamente verticali, in certi tratti strapiombanti, il che rende impossibile qualsiasi discesa senza attrezzatura tecnica da speleologia alpinistica.[12][3]
A soli 700 metri dal bordo della Sima Humboldt si apre la Sima Martel, una seconda dolina profonda 248 metri. In totale, sul Sarisariñama sono state individuate quattro cavità di questo tipo. La dolina maggiore ha preso il nome del geografo e naturalista tedesco Alexander von Humboldt.[13][5]
La prima discesa nel 1974 e l’esplorazione polacca del 1976
La discesa del 1974 rappresentò il momento in cui la speleologia entrò fisicamente in contatto con questo ambiente. Fu la prima volta che esseri umani raggiungevano il fondo della Sima Humboldt. L’impresa non fu priva di difficoltà: il gruppo rimase temporaneamente bloccato all’interno della dolina prima di riuscire a risalire.[14][13]
Due anni dopo, nel 1976, un team di speleologi polacchi condusse una ricognizione più sistematica della cavità. L’esplorazione polacca del 1976 ha lasciato tracce documentali importanti per la comprensione morfologica della dolina in quarzite. L’associazione La Venta, attiva da trent’anni nell’esplorazione dei tepui venezolani, ha seguito le stesse rotte nei decenni successivi, con spedizioni che hanno portato alla scoperta di decine di chilometri di cavità sotterranee in quarzite sull’Auyán-Tepui e su altri altopiani dello Scudo della Guiana.[15][10]
L’accesso al Sarisariñama è oggi riservato esclusivamente a ricercatori scientifici autorizzati.[3]
La foresta nel fondo: specie endemiche di una dolina isolata da millenni
Sul fondo della Sima Humboldt non c’è roccia nuda. C’è una foresta. Alta, densa, composta da specie che non esistono in nessun altro luogo della Terra.[14]
Le pareti verticali hanno funzionato per milioni di anni come barriere insormontabili. Gli organismi che si trovano al fondo della dolina si sono evoluti in isolamento totale, senza possibilità di scambio genetico con le popolazioni esterne. Tra le specie documentate dalle spedizioni figurano rane endemiche che trasportano i piccoli sul dorso, grilli senza ali, formazioni di stromatoliti — strutture viventi di origine batterica — e piante del genere Chimantaea, simili a girasoli giganti, che non crescono altrove.[14]
I tepui del Venezuela, e in particolare il Sarisariñama, ospitano in generale ecosistemi quasi insulari con elevati tassi di endemismo vegetale e animale. Questo vale per la superficie degli altopiani. Nel caso della Sima Humboldt, l’isolamento è doppio: la sommità del tepui è già separata dalla foresta circostante dalle pareti rocciose; la foresta sul fondo della dolina è separata anche dalla sommità del tepui.[1]
Il risultato è un ecosistema nell’ecosistema. Una nicchia biologica che la speleologia ha contribuito a svelare, ma che rimane in larga parte ancora da esplorare e catalogare.
Speleobotanica delle doline
Il punto di partenza è controintuitivo ma reale: sul fondo delle grandi doline carsiche non c’è roccia nuda — c’è una foresta. Alta, densa, e biologicamente straordinaria. Il motivo è fisico: l’inversione termica dolinare, quel fenomeno per cui l’aria fredda precipita e si accumula nel fondo della depressione creando un “lago di freddo” permanente, con gradienti termici che possono superare 1°C per metro di profondità e differenze di temperatura fino a 30-35°C rispetto all’aria esterna.
Il report esplora in dettaglio:
• La fisica del topoclima dolinare e perché scendere di 50 m in una dolina equivale a salire 600 m di quota
• L’Asaro-Carpinetum betuli, l’associazione forestale endemica dei fondi di dolina del Carso, con carpino bianco, dente di cane, anemone, bucaneve
• Le specie relitte dell’era glaciale sopravvissute solo nelle doline come isole di freddo in un clima ormai troppo caldo per loro
• Horstrissea dolinicola, pianta monospecifica di Creta che vive esclusivamente in poche doline, con una popolazione totale di poche decine di individui[doaj +1]
• Le tiankeng cinesi (come quella di Leye, 306×150×192 m) con le loro foreste primordiali intatte e la possibilità di specie mai descritte[boegan +1]
• La zonazione verticale dalla dolina alle grotte sotterranee, che riproduce milioni di anni di evoluzione vegetale
• Il ruolo cruciale delle doline come microrifugi per il cambiamento climatico futuro
Speleobotanica: La Foresta nel Fondo delle Doline
Introduzione: Un Mondo Vegetale Nascosto
La speleobotanica è la branca della biospeleologia che studia la flora degli ambienti carsici: dall’ingresso delle grotte agli abissi, dai baratri alle doline. A differenza di quanto si potrebbe intuire, il suo campo d’indagine più ricco e sorprendente non si trova nell’oscurità assoluta dei cunicoli, bensì nelle grandi depressioni carsiche aperte verso il cielo: le doline. Sul fondo di queste voragini naturali — dove l’immaginario comune si aspetta solo roccia nuda e desolazione — si nascondono alcune delle foreste più dense, umide e antiche del paesaggio europeo, popolate da specie che non esistono in nessun altro luogo della Terra.
Questo paradosso botanico è il cuore della speleobotanica moderna: le doline sono isole ecologiche, microrifugi di biodiversità che hanno salvato specie vegetali dall’estinzione durante le glaciazioni, e che oggi rappresentano l’ultima difesa di molte piante rare contro il riscaldamento globale.
Che Cos’è una Dolina Carsica
La dolina (dal termine sloveno dol, “valle”) è una depressione del terreno tipica dei paesaggi carsici, generata dalla dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche. L’acqua meteorica, arricchita di CO? atmosferica e organica del suolo, forma acido carbonico che reagisce con il calcare secondo la reazione:
CaCO? + CO? + H?O ? Ca(HCO?)?
Il bicarbonato di calcio solubile viene poi drenato verso il basso, allargando progressivamente fratture, pozzi e gallerie fino al crollo della volta. Le dimensioni variano enormemente: dalle poche decine di metri di diametro e pochi metri di profondità, fino a giganti come la Conca di Orle presso Fernetti (350×400 m, profondità 90 m) o le grandi doline del Carso sloveno.
Il fondo delle doline accumula nel tempo quantità considerevoli di terreno argilloso-limoso — la caratteristica terra rossa (terra rossa), ricca di composti di ferro e alluminio — che conferisce ai suoli una fertilità notevole e trattiene umidità. Su questo substrato si sviluppa una vegetazione che non ha nulla a che vedere con il paesaggio sassoso e arido della superficie carsica circostante.
Il Topoclima Dolinare: Inversione Termica e Microclima Estremo
Il fenomeno fisico che più di ogni altro determina la straordinaria specificità biologica delle doline è l’inversione termica, nota anche come topoclima dolinare. In condizioni normali la temperatura dell’aria diminuisce con l’altitudine; nelle doline accade l’inverso: l’aria fredda e densa scivola verso il basso e rimane intrappolata nel fondo della conca, stratificando in un “lago di aria fredda”.
Il gradiente termico verticale nelle doline è straordinariamente accentuato. Scendendo nel fondo di una dolina del Carso la temperatura diminuisce di circa 7°C ogni 100 m di profondità, dodici volte superiore al normale gradiente altimetrico esterno (0,6°C/100 m). Detto diversamente, scendere di 50 m in una dolina equivale — in termini di temperatura — a salire su un rilievo di 600 m. Nelle doline montane delle Prealpi venete, monitorate da ARPA Veneto, la minima assoluta registrata ha raggiunto -49,6°C al suolo, con gradienti notturni superiori a 1°C per metro e differenze di temperatura rispetto all’aria libera fino a 30-35°C.
Queste condizioni termiche generano un microclima radicalmente diverso da quello del plateau carsico circostante:
- Estate: il fondo è significativamente più fresco e umido della superficie
- Inverno: temperature estreme con gelate intense anche in pianura
- Escursione termica: fortissima, con rapide variazioni notturne
- Umidità: molto elevata, con formazione di nebbie e rugiada abbondante
La conseguenza botanica è una vera e propria inversione della vegetazione: le specie più termofile e xerofile si trovano ai bordi soleggiati della dolina, mentre le specie mesofile e freddo-adattate occupano il fondo fresco e umido — l’esatto contrario di quanto avviene su un versante di collina normale.
La Foresta del Fondo: Asaro-Carpinetum betuli
La comunità vegetale tipica dei fondi di dolina nel paesaggio carsico nord-adriatico è l’Asaro-Carpinetum betuli, un’associazione forestale che prende nome dalle sue due specie indicatrici: il carpino bianco (Carpinus betulus) e l’asaro (Asarum europaeum).
Il carpino bianco è una specie molto sensibile alla siccità estiva e normalmente assente dall’altipiano carsico, dove la roccia calcarea drena rapidamente le acque meteoriche; eppure nei fondi dolina trova le condizioni fredde e umide che gli consentono di prosperare. Questa apparente anomalia è in realtà la firma di una storia climatica millenaria: le doline hanno conservato condizioni simili a quelle del periodo post-glaciale, quando queste specie erano distribuite su tutto il Carso prima che il clima si riscaldasse.
Nello strato arboreo dell’Asaro-Carpinetum troviamo anche nocciolo (Corylus avellana), rovere (Quercus petraea) e cerro (Quercus cerris). Il sottobosco è dominato da geofite — piante con bulbi e rizomi adattate a fiorire precocemente in inverno-primavera, sfruttando la finestra di luce disponibile prima che il fogliame arboreo si chiuda:
- Erythronium dens-canis (dente di cane)
- Anemone nemorosa (anemone dei boschi)
- Lathyrus vernus (cicerchia primaverile)
- Isopyrum thalictroides (isopiro)
- Scilla bifolia (scilla a due foglie)
- Galanthus nivalis (bucaneve)
- Primula vulgaris (primula comune)
- Asarum europaeum (asaro europeo)
Queste geofite fioriscono nei mesi di febbraio-marzo, quando la radiazione solare nel fondo della dolina è massima (gli alberi non hanno ancora emesso le foglie) e la differenza di temperatura con l’esterno crea un effetto di campana protettiva.
Specie Relitte e Flora Endemica: Rifugi dall’Era Glaciale
Il fenomeno più scientificamente rilevante della speleobotanica dolinare è la conservazione di specie relitte — piante che sopravvivono in habitat isolati come fossili viventi di epoche climatiche passate.
Durante le glaciazioni del Quaternario, molte specie montane e boreali colonizzarono le pianure e gli altipiani europei, compreso il Carso. Con il riscaldamento post-glaciale, queste specie si ritirarono verso quote più elevate o verso nord — tranne nei microhabitat che mantenevano condizioni fredde: fondi di doline, gole, versanti nord. Le doline divennero così isole di freddo in un “oceano” di clima temperato, preservando specie che altrimenti si sarebbero estinte alle quote basse.
Uno studio pubblicato sull’International Journal of Speleology (Bátori et al., 2014) ha analizzato 29 doline in Ungheria (Mecsek Mountains e Aggtelek Karst), documentando oltre 900 specie di piante vascolari. I risultati mostrano che:
- Nelle doline più grandi e profonde si concentrano le specie freddo-adattate (Aconitum vulparia, Aruncus dioicus, Asplenium scolopendrium, Lunaria rediviva, Polystichum aculeatum)
- Queste specie sono ristrette ai fondi di dolina e assenti dai boschi circostanti
- La curva specie-area per le specie freddo-adattate ha un esponente molto elevato (z = 0.65), indicando che le doline grandi sono rifugi critici
- La distribuzione delle specie è significativamente nidificata (nested): le doline piccole contengono sempre un sottoinsieme delle specie delle doline grandi
Specie Endemiche Strettamente Dolinicole
Alcune specie hanno sviluppato un endemismo così stretto da vivere esclusivamente nei fondi di dolina, senza alcuna popolazione nota in altri habitat. Il caso più estremo è quello di Horstrissea dolinicola, un’ombrellifera scoperta nel 1990 e unico rappresentante del genere Horstrissea (monotipico).
Horstrissea dolinicola cresce soltanto sul Monte Ida (Psiloritis), nella Creta centrale, a circa 1500 m di quota, in poche doline calcaree stagionalmente allagate. La sua popolazione totale conta poche decine di individui su un’area di circa 3.000 m². La radice cilindrica può raggiungere 10 cm di profondità mentre le foglie e le infiorescenze superano appena 2-3 cm di altezza. Classificata come Critically Endangered (CR) dalla IUCN, è considerata una delle 50 piante più minacciate delle isole mediterranee.
Dalla letteratura scientifica emergono altri esempi notevoli di piante endemiche strettamente legate alle doline: Specie Distribuzione Note Horstrissea dolinicola Monte Ida, Creta (Grecia) Unico rappresentante del genere; CR IUCN Cerastium dinaricum Dinaridi, Slovenia Endemica delle doline montane dinariche Dracocephalum ruyschiana Altopiano di Pešter (Serbia), Bükk (Ungheria) Relitto boreale in doline isolate Biebersteinia orphanidis Peloponneso (Grecia) Biogeograficamente significativa Pulsatilla vernalis Alpi Giulie (Slovenia) Relitto alpino in doline carsiche Stachys alpina Mecsek (Ungheria) Relitto glaciale ristretto ai fondi di dolina
Il Caso Limite: Le “Tiankeng” Cinesi e le Foreste Primordiali
Il fenomeno raggiunge la sua espressione più spettacolare nelle grandi doline tropicali della Cina meridionale, note come Tiankeng (“pozzi celesti”). Nel maggio 2022 un team di speleologi dell’Institute of Karst Geology of China Geological Survey ha esplorato una dolina gigante nella Contea di Leye, nella regione autonoma del Guangxi Zhuang.
Le dimensioni sono colossali: 306 m di lunghezza, 150 m di larghezza, 192 m di profondità, per un volume superiore a 5 milioni di metri cubi. Gli esploratori sono scesi in corda doppia per oltre 100 m e hanno raggiunto il fondo dopo ore di cammino attraverso una foresta primordiale intatta, con alberi alti quasi 40 m.
Secondo Chen Lixin, capo della spedizione, le “fitte piante da ombra arrivano all’altezza delle spalle” e l’ecosistema ha avuto la possibilità di crescere ed evolversi in modo autonomo e isolato dalla superficie per un tempo immemorabile. Gli scienziati non escludono la possibilità di scoprire nuove specie vegetali e animali ancora sconosciute alla scienza, poiché la dolina offre tutte le condizioni necessarie: luce sufficiente che penetra dall’alto, materia organica in continua decomposizione, abbondanza d’acqua derivante dal drenaggio carsico, temperatura e umidità costanti.
Il Guangxi ospita il Leye-Fengshan Global Geopark, inserito nella rete mondiale dei Geoparchi UNESCO nel 2010, con il maggiore sistema di tiankeng al mondo. Situazioni simili sono state documentate in altre doline della stessa regione, alcune delle quali ospitano rododendri, Paris polyphylla e specie animali rare come il cobra cinese.
Zonazione Verticale della Vegetazione nelle Pareti di Dolina e Grotta
Una delle caratteristiche più affascinanti della speleobotanica è la seriazione verticale della vegetazione: scendendo dalla superficie verso il fondo di una dolina (e poi eventualmente verso l’ingresso di una grotta sottostante), si attraversa in pochi decine di metri una successione ecologica che riproduce epoche evolutive e climi diversi.
Dal bordo al fondo di una dolina:
- Bordo/rima (esposta a Sud) — vegetazione xerofita e termofila: querce xerotermiche (Quercus cerris, Q. pubescens), lande carsiche con specie steppiche
- Versante meridionale (rivolto a Nord) — bosco mesofilo a carpino bianco con edera, felci, specie geofite del sottobosco
- Fondo — Asaro-Carpinetum betuli: carpino, nocciolo, dente di cane, anemone, bucaneve, isopiro
Dalla dolina all’ingresso della grotta (zona di transizione):
Quando sul fondo della dolina si apre un pozzo o un ingresso di grotta, il gradiente diventa ancora più marcato. La vegetazione è descritta dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan (Trieste) come una successione di fasce dipendenti dalla quantità di luce disponibile: Zona Luce disponibile Flora dominante Zona fotovariabile (dolina e imbocco) 1/200 – 1/700 luce esterna Fanerogame (Hedera helix, geofite); felci (Asplenium trichomanes, Phyllitis scolopendrium, Polypodium vulgare) Zona fotostabile (grotta superficiale) 1/700 – 1/1000 luce esterna Briofite (Thamnium alopecurum), Epatiche (Marchantia polymorpha, Conocephalum conicum) Zona crepuscolare profonda 1/1000 – 1/2000 luce esterna Alghe verdi (Cloroficee) e azzurre (Cianoficee) Oscurità assoluta Assenza di luce Solo funghi microscopici, muffe, batteri chemiosintetici
Questa zonazione verticale — osserva lo stesso studio — “riassume in sé molti milioni di anni di storia evolutiva, poiché la distribuzione verticale della vegetazione, procedendo dal basso verso l’alto, riproduce l’ordine di emersione dall’acqua dei vegetali”.
Fattori Ecologici che Modellano la Flora Dolinare
La composizione floristica di una dolina dipende da una complessa interazione di fattori che agiscono a diverse scale spaziali.
Geometria della Dolina
La forma della depressione è il fattore più determinante a scala locale. Doline profonde e con pareti verticali:
- Favoriscono un’inversione termica più intensa
- Limitano la radiazione solare diretta
- Creano condizioni più umide e fresche
- Ospitano un maggior numero di specie freddo-adattate
Il rapporto profondità/diametro è un indicatore chiave: doline con rapporto elevato (> 0.25) ospitano comunità più distinte rispetto ai boschi circostanti. Una dolina piccola ma con pareti verticali può ospitare più specie rare di una dolina grande ma poco profonda.
Disponibilità di Risorse Edafiche
Un recente studio (2023) pubblicato su iScience ha dimostrato che le doline agiscono contemporaneamente come microrifugi climatici E come microrifugi di risorse: oltre alla temperatura più fresca, il suolo arricchito di materia organica, umidità e nutrienti favorisce la persistenza di specie sensibili al cambiamento climatico che non troverebbero condizioni adeguate altrove nel paesaggio circostante.
Orientamento dei Versanti
Nelle doline di medie e grandi dimensioni si crea una vera asimmetria di versante: il versante nord della dolina riceve più sole (perché si affaccia verso sud) ed è più termofilo; il versante sud è in ombra, più fresco e umido. Questa asimmetria permette la coesistenza, a distanze di pochi metri, di specie con esigenze ecologiche opposte — un caso di elevatissima beta-diversità su scala spaziale ridottissima.
Doline come Microrifugi per il Cambiamento Climatico
La letteratura scientifica degli ultimi vent’anni converge su una conclusione di crescente urgenza conservazionistica: le doline carsiche saranno tra i microrifugi più importanti per la sopravvivenza della biodiversità vegetale in un pianeta che si riscalda.
Uno studio del 2014 sull’Annals of Botany (Bátori et al.) ha dimostrato che nelle doline dell’Ungheria sia il macroclima regionale che i fattori locali (orientamento, tipo di vegetazione) influenzano significativamente le specie freddo-adattate, e che queste strutture “possono essere cruciali per la sopravvivenza delle piante freddo-adattate sotto il riscaldamento globale in corso”. Lo studio del 2019 su Scientific Reports (Bátori et al.) ha confermato che le doline ospitano una diversità di microhabitat microclimatici che facilita la persistenza di taxa con preferenze ambientali diverse.
Paradossalmente, però, anche i rifugi dolinari possono diventare trappole se il riscaldamento globale supera la loro capacità di tamponamento climatico. Un ulteriore rischio viene dalle attività forestali: uno studio del 2019 ha dimostrato che la deforestazione intensiva delle aree circostanti riduce significativamente il numero di specie vulnerabili nelle doline, diminuendo la loro capacità di fungere da rifugi per le specie adattate al fresco.
La Briologia e la Lichenicoltura dei Baratri: Oltre le Fanerogame
La speleobotanica non si limita alle piante con fiori. Le pareti dei baratri carsici e degli ingressi di grotta ospitano comunità di briofite (muschi ed epatiche) di straordinario interesse, alcune delle quali non trovano ambienti adatti al di fuori di queste nicchie criptiche.
Tra le briofite tipiche degli ambienti dolinari e degli ingressi di grotta si ricordano:
- Thamnium alopecurum (muschio a volpe)
- Marchantia polymorpha (epatica comune)
- Conocephalum conicum (epatica a cono)
Le lichen sono invece rappresentate negli ambienti rupestri carsici da numerose specie crittogamiche specializzate che, in Italia, sono oggetto di notulae floristiche pubblicate annualmente su riviste come Italian Botanist. La conservazione di queste comunità crittogamiche dipende dalla disponibilità di superfici rocciose umide e ombreggiate — condizioni strutturalmente fornite dagli ambienti dolinari.
La Lampenflora: Flora Indotta dall’Uomo nelle Grotte Turistiche
Un fenomeno speculare — la creazione di vegetazione in ambienti che ne sarebbero naturalmente privi — avviene nelle grotte turistiche attrezzate con illuminazione artificiale. L’installazione di luci crea condizioni di fotosintesi sufficienti per la crescita di alghe, cianobatteri e diatomee sulle pareti: la cosiddetta lampenflora.
Uno studio sulle grotte del Nord-Ovest italiano ha identificato tre gruppi principali di microrganismi che compongono la lampenflora (diatomee, cianobatteri e alghe verdi) e ha analizzato come i diversi parametri ambientali (intensità luminosa, temperatura, umidità) ne influenzino differenzialmente la crescita. La lampenflora costituisce un problema per la conservazione delle grotte, poiché altera l’aspetto estetico dei concrezionamenti e può contribuire al degrado chimico delle superfici. Paradossalmente, essa dimostra che, in presenza di sufficiente energia luminosa, anche gli ambienti più estremi possono essere colonizzati dalla vita vegetale.
Il Profilo Botanico dei Baratri Carsici: Caso Studio del Carso Triestino
Il lavoro pubblicato dalla Commissione Grotte Eugenio Boegan (2009) sul profilo botanico-vegetazionale dell’Abisso Bonetti nel Carso Goriziano rappresenta un caso studio emblematico della speleobotanica italiana. L’area è descritta come un territorio di transizione fra il Carso e l’entroterra prealpino, con comunità vegetali fortemente influenzate dall’esposizione, dalla profondità e dalla geometria delle voragini. Lo studio evidenzia come solo alcune voragini — quelle con ampie aperture, pozzi profondi e carattere decisamente “baratroide” — raggiungano dimensioni e condizioni tali da assumere rilevanza speleobotanica significativa.
Il Carso Triestino, con oltre 2.000 specie di piante vascolari, è considerato uno dei più ricchi serbatoi di biodiversità dell’Italia, dove molte piante di origine balcanica o orientale trovano le uniche stazioni in territorio italiano. Alcune di queste specie — come la cinquefoglia di Tommasini (Potentilla tommasiniana) e la genziana triestina (Gentiana verna subsp. tergestina) — vivono nelle lande carsiche, in condizioni di aridità estrema, mentre nelle doline troviamo le loro antitesi ecologiche: le specie mesofile e freddo-adattate dell’Asaro-Carpinetum.
Stato della Ricerca e Prospettive
Nonostante decenni di studi, la speleobotanica delle doline rimane un campo relativamente inesplorato rispetto alla biospeleologia animale. I principali ambiti di ricerca attiva comprendono:
1. Quantificazione del ruolo microrefugiale delle doline — Con gli strumenti della bioclimatologia e della modellistica della distribuzione delle specie (SDM), i ricercatori cercano di prevedere quali doline diventeranno i refugia più importanti sotto diversi scenari di cambiamento climatico.
2. Scoperta di nuove specie nelle tiankeng tropicali — Le grandi doline delle regioni carsiche tropicali (Cina, Messico, Papua Nuova Guinea) sono ancora in gran parte inesplorate biologicamente. Ogni spedizione può portare alla scoperta di specie vegetali nuove per la scienza.
3. Effetti del disturbo antropico — La deforestazione, l’agricoltura intensiva e l’abbandono del pascolamento stanno modificando la vegetazione delle doline in modi ancora non completamente compresi. Alcune doline del Carso storico, usate per secoli come orti o campi, stanno ricostituendo la vegetazione naturale, offrendo preziose opportunità per lo studio della ricolonizzazione.
4. Conservazione delle specie strettamente dolinicole — Per specie come Horstrissea dolinicola, con popolazioni contate in decine di individui, sono stati avviati programmi urgenti di conservazione ex situ (banche del seme), reinforzo in situ e protezione legale degli habitat.
Conclusione: Le Doline come Portali del Tempo
Le doline non sono semplici depressioni nel paesaggio carsico. Sono portali del tempo biologico: capaci di portare nel presente la flora dell’era glaciale, di isolare specie in evoluzione silenziosa per millenni, di custodire biodiversità vegetale che l’intero pianeta avrebbe altrimenti perduto. La foresta che cresce nel loro fondo non è una curiosità estetica — è un archivio vivente della storia evolutiva della Terra.
La speleobotanica ha il compito di leggere questo archivio, e la sua urgenza cresce con il cambiamento climatico: mentre le temperature di superficie si alzano, i fondi di dolina rimangono isole di freddo — rifugi sempre più preziosi, sempre più fragili, per una biodiversità vegetale sempre più sotto pressione. Comprendere questi ambienti significa non solo soddisfare la curiosità scientifica, ma anche identificare i luoghi in cui la natura stessa ha già sviluppato, nel corso di milioni di anni, la sua strategia di sopravvivenza.
Fonti
[1] Incontro La Venta Grotte di quarzo dei tepui – Scintilena https://www.scintilena.com/incontro-la-venta-grotte-di-quarzo-dei-tepui-a-roma-una-conferenza-racconta-trentanni-di-esplorazioni-nello-scudo-della-guiana/03/01/
[2] Cerro Sarisariñama – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Cerro_Sarisari%C3%B1ama
[3] Sarisariñama – Wikipedia, la enciclopedia libre https://es.wikipedia.org/wiki/Sarisari%C3%B1ama
[4] Cerro Sarisariñama – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Sarisarinama
[6] Sima Humboldt – Grotta naturale a pozzo nel tepuy Sarisariñama … https://it.aroundus.com/p/9829863-sima-humboldt
[7] breve storia delle esplorazioni sui tepuy – boegan.it https://www.boegan.it/1993/01/storia-delle-esplorazioni/
[8] Carsismo, cos’è e come riesce a formare grotte, doline, stalattiti e … https://www.geopop.it/carsismo-cose-e-come-riesce-a-formare-grotte-doline-stalattiti-e-stalagmiti/
[9] Silice_Carso_classico.indd http://www.boegan.it/wp-content/uploads/2009/10/3_Merlak.pdf
[10] Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo – Scintilena https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo/02/02/
[11] Sima Humboldt – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Sima_Humboldt
[15] Sarisariñama le grandi simas del venezuela – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=y2xuI_sJfp8
[23] “Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo” in scena a … https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo-in-scena-a-bologna/06/02/
[25] Tepui, le montagne perdute: a Roma trent’anni di esplorazioni nelle … https://www.scintilena.com/tepui-le-montagne-perdute-a-roma-trentanni-di-esplorazioni-nelle-grotte-di-quarzo-dello-scudo-della-guiana/02/10/
[31] Auyán-Tepui: grotte alle origini del tempo, un viaggio nella speleologia amazzonica – Scintilena https://www.scintilena.com/auyan-tepui-grotte-alle-origini-del-tempo-un-viaggio-nella-speleologia-amazzonica/05/13/
[32] Zone carsiche e Tubi di lava segnalati dall’UNESCO per diventare … https://www.scintilena.com/zone-carsiche-e-tubi-di-lava-segnalati-dallunesco-per-diventare-patrimonio-dellumanita/06/20/
[48] Dalle Caverne alla Scienza: Martel Inventò la Speleologia … https://www.scintilena.com/dalle-caverne-alla-scienza-come-martel-invento-la-speleologia-moderna/01/23/
[59] [PDF] the true identity and characteristics of simia albifrons humboldt, 1812 https://primate.socgen.ucla.edu/index.php/multivitaminic/issue/download/54/56
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