Zajímavé povídání o jeskyních Moravského krasu s kolegou Jeskyně ČR - Správa jeskyní České republiky Petrem Zajíčkem:
https://www.idnes.cz/cestovani/po-cesku/propast-macocha-punkevni-jeskyne-petr-zajicek.A260819_110119_po-cesku_misl
This year, although the topics addressed by the candidates were very diverse, they were approached through a wide range of options, such as the protection and conservation of caves and karst environments, raising awareness of caving, the interplay between exploration findings and scientific research, education and tourism, whilst also identifying ways to ensure the long-term sustainability of their objectives.
The members of the jury for the 2026 France Habe Prize assessed each submission using an evaluation grid that focused on relevance, presentation, interdisciplinarity, photography, scientific content, readability, and originality.
They unanimously decided to award the 2025 France Habe Prize to the project entitled “Photographic, topographical and digital documentation of the deep sections of the Aven d’Orgnac” (France), submitted by Rémi FLAMENT.
The winner receives a cash prize of €300 awarded by the UIS, as well as caving equipment donated by the firms BARHAR ($250) and RESSEG (€300).
Details of the project will be presented by the winner in the next UIS Bulletin.
The Jury congratulates the other participants on their enthusiasm for caving and their commitment to the protection of caves and karst.
Origin of the prize
The France HABE Prize has been awarded since 2013 by the Commission for the Protection of Karst and Caves of the International Union of Speleology (UIS).
The aim of this award is to promote the protection of karst and caves for future generations. This natural heritage is a proven source of increasingly rich information about the history of our planet and humanity, enabling people to act in a more thoughtful, effective, and sustainable manner for the future of our environment.
The prize is named in memory and honor of Dr France HABE († 10 December 1999) from Slovenia (Yugoslavia), who, amongst her many roles and achievements, served as Chair of the UIS Protection Department from 1973 to 1997.
Jean-Pierre Bartholeyns
UIS Karst and Cave Protection Commission
Past President
Following the initial data from Croatia, Slovenia and Italy, there is data now also about cleaned and polluted caves and karst from France and from Germany available.
Furthermore there is a dataset from The Basque Country listed as well.
In case your organisation has such data it would be a pleasure to integrate this in the Clean-up the Dark database and make efforts of cleaned underground available to all.
Není nad to skočit si na chvíli do jeskyně! Letošní suchý rok otevřel po dlouhé době cestu Novou Ochozskou až na její konec, tedy alespoň pod propadání. Chodba Sifonová, kde je momentální konec jeskyně, zůstává stále uzavřena vodní hladinou. Za vodu v Sifonové chodbě mohou patrně přívalové deště, které naplní odtoky směrem k Estavele, ale nepřetečou do Nové Ochozské. Vody je tedy málo, ne však dost na to, abychom se podívali tak jako v roce 2012 do III. sifonu chodby Sifonové.
Ve spolupráci s ZO 6-12 jsme se pokusili o revizní kontrolu komínu č. 1, který byl naposledy zdolán v roce 1989. Jak uvádí publikace Jeskyně v povodí Říčky (J. Himmel – P. Himmel, 2012): „Komín 1 pod Hostěnickým propadáním končí neprůlezně 15 m nad řečištěm.“ Lezení v komíně je náročnější, než se zdá a na fotografii neprůlezné části si proto ještě musíme počkat. Uvidíme, kdo bude rychlejší, zda déšť, nebo my v komíně. Třeba dojde i na radiomaják…
Každý metr jeskyně se počítá a ten zmapovaný ještě víc! Přesto je stále dokola slyšet: „Mapování je složité,“ „Nikdo mi nepůjčí DISTO,“ „Správná kalibrace je věda,“ „Neumím to nakreslit…“ Výmluvy a skuhrání! Pojďme to změnit a naučit se mapovat společnými silami. Věřím, že se vzájemně posuneme a přiučíme něčemu novému, sdílet postřehy a zkušenosti je totiž k nezaplacení.
Lidská paměť je krátká, a proto jsme při pátrání po počátcích výzkumů jeskyní v Údolí Říčky odkázáni na literární prameny. V díle krasového badatele Floriana Koudelky se můžeme dočíst o objevu a dobrodružném prvním průzkumu jeskyně Liščí díra. Vraťte se tedy spolu s námi do let 1880 a 1881 a představte si, jaké to bylo zanořit se do neznámého podzemí jen za mihotavého světla svíčky, která mohla kdykoliv zhasnout.
Portrét Floriana Koudelky z článku „Florian Koudelka – zapomenutý badatel Moravského Krasu“ (viz literatura).
Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni internazionali, delle spettacolari concrezioni di gesso e delle ricerche scientifiche, ci fu un indizio apparentemente semplice. Aria che passava attraverso un accumulo di detriti dove, in teoria, non avrebbe dovuto esserci altro.
Quarant’anni fa quell’intuizione portò a uno degli sfondamenti più importanti della speleologia moderna.
Una piccola grotta che non convinceva gli speleologi
Lechuguilla si trova nel Carlsbad Caverns National Park, nelle Guadalupe Mountains del New Mexico.
Prima del 1986 era considerata dal National Park Service una cavità di scarsa importanza. All’ingresso si apriva un pozzo di circa 27 metri, seguito da appena 122 metri di passaggi asciutti apparentemente senza prosecuzione. All’inizio del Novecento vi era stato estratto per un breve periodo anche guano di pipistrello.
Non sembrava esserci molto altro da vedere.
Ma dagli anni Cinquanta gli speleologi che visitavano la cavità notarono qualcosa di difficile da ignorare: dal fondo ostruito della grotta proveniva un forte vento.
Non esisteva un passaggio evidente. L’aria, però, suggeriva esattamente il contrario.
Se un volume così importante d’aria riusciva a muoversi attraverso i detriti, da qualche parte oltre quell’ostruzione doveva esserci spazio. E probabilmente molto.
Scavare seguendo il vento
Nel corso degli anni diversi speleologi tentarono di trovare la prosecuzione.
La svolta arrivò nel 1984, quando un gruppo di speleologi del Colorado ottenne dal National Park Service l’autorizzazione a scavare nell’ostruzione.
Non si trattò quindi di una scoperta improvvisa. Fu il risultato di un’intuizione coltivata per decenni e di un lavoro di disostruzione portato avanti con la convinzione che quel vento non potesse provenire dal nulla.
La letteratura speleologica statunitense descrive il flusso d’aria come eccezionale: in determinate condizioni il rumore proveniente dall’ostruzione ricordava quello di un treno merci sotterraneo. La polvere poteva essere sollevata e spinta verso l’alto lungo il pozzo d’ingresso.
Poi, il 26 maggio 1986, accadde quello che gli speleologi aspettavano.
L’ostruzione cedette verso la cavità sottostante e il gruppo riuscì a entrare in grandi gallerie percorribili.
Dietro quella frana non c’era semplicemente una prosecuzione.
C’era Lechuguilla.
Da poche centinaia di metri a centinaia di chilometri
Quello sfondamento cambiò completamente la storia della grotta.
Le esplorazioni partirono a un ritmo impressionante. Speleologi provenienti dagli Stati Uniti e successivamente da molti altri Paesi parteciparono alle campagne di esplorazione, rilievo e ricerca.
Secondo il National Park Service, sono stati cartografati oltre 233 chilometri di gallerie, con un dislivello che raggiunge 489 metri.
Il dato riportato nella pagina ufficiale del Parco è però riferito alla situazione del 2019 e deve quindi essere letto come un valore minimo consolidato, non necessariamente come la misura aggiornata dell’attuale sviluppo esplorato.
La National Speleological Society, presentando il volume Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, parla infatti di oltre 240 chilometri esplorati.
Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.
Una grotta che ha cambiato anche la scienza delle grotte
Lechuguilla si è rivelata un ambiente sotterraneo eccezionale non soltanto per le dimensioni.
Le esplorazioni hanno incontrato enormi depositi di gesso e zolfo giallo, concrezioni e mineralizzazioni di straordinaria varietà: giganteschi “lampadari” di gesso, lunghissimi cristalli e filamenti, cannule, perle di grotta, balloon di idromagnesite ed eccentriche subacquee.
Alcune morfologie erano praticamente sconosciute prima dell’esplorazione della cavità.
Lechuguilla ha inoltre fornito elementi fondamentali per comprendere la speleogenesi ipogenica legata all’acido solforico nelle Guadalupe Mountains. La presenza di grandi quantità di gesso e zolfo ha contribuito a rafforzare un modello genetico molto diverso dalla classica dissoluzione del calcare operata dalle acque meteoriche provenienti dalla superficie.
La grotta è diventata così un enorme laboratorio naturale nel quale geologia, mineralogia, microbiologia e speleologia si incontrano.
I batteri di Lechuguilla e la resistenza agli antibiotici
Di un altro aspetto sorprendente della grotta Scintilena si è occupata recentemente, nell’articolo “Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici”, pubblicato il 28 marzo 2026.
In ambienti profondi e fortemente isolati di Lechuguilla sono stati studiati microrganismi dotati di meccanismi naturali di resistenza agli antibiotici, nonostante non fossero stati precedentemente esposti ai farmaci utilizzati dalla medicina moderna.
Queste ricerche hanno contribuito a mostrare come la resistenza agli antibiotici non sia esclusivamente una conseguenza dell’attività umana: alcuni dei meccanismi biologici che oggi osserviamo hanno origini molto più antiche.
È uno degli esempi più affascinanti di come una scoperta nata dall’ostinazione di alcuni speleologi davanti a una frana abbia finito per aprire nuove strade anche alla ricerca scientifica.
Il vento come promessa di vuoto
A quarant’anni dallo sfondamento del 1986, forse l’aspetto più suggestivo della storia di Lechuguilla rimane proprio il suo inizio.
Gli speleologi non vedevano la prosecuzione.
Non potevano conoscere le dimensioni del sistema che si trovava sotto di loro. Non avevano davanti una grande finestra nera o un pozzo inesplorato.
Avevano una frana e del vento.
Ma per chi esplora le grotte il movimento dell’aria può essere una misura invisibile del vuoto. Una corrente importante attraverso una strettoia, una fessura o un accumulo di detriti può raccontare l’esistenza di ambienti che ancora nessuno ha visto.
A Lechuguilla quell’indizio conduceva a uno dei più grandi sistemi sotterranei conosciuti.
Dopo decenni di tentativi e due anni di nuovi scavi, il 26 maggio 1986 gli speleologi riuscirono finalmente a seguirlo.
E il vento aveva ragione.
Fonti
National Park Service – Carlsbad Caverns National Park, Lechuguilla Cave. Fonte principale per la storia dell’ingresso, gli scavi iniziati nel 1984, lo sfondamento del 26 maggio 1986, sviluppo, profondità, mineralizzazioni e attività scientifica.
National Speleological Society, pubblicazioni e materiali dedicati alla Lechuguilla Cave e alla storia delle esplorazioni.
Patricia Kambesis, Sixty-Five and Still Going Strong, Journal of Cave and Karst Studies. Ricostruzione della storia delle esplorazioni nelle Guadalupe Mountains e del ruolo della scoperta di Lechuguilla.
Scintilena, Marina Abisso, Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici, 28 marzo 2026.
Scintilena, Per Natale regala un bel libro: Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, 9 dicembre 2023
Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.
È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio sotterraneo dell’Iran.
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana
La sua storia attraversa quasi per intero quella della speleologia moderna del Paese: dalle prime esplorazioni compiute con mezzi elementari negli anni Quaranta alla nascita dei primi gruppi organizzati, dai rilievi topografici alla catalogazione sistematica delle cavità, fino alle battaglie degli ultimi anni per la loro conservazione.
Le prime grotte negli anni Quaranta
Nato a Mashhad nel 1927, Sheykhli iniziò molto giovane a frequentare la montagna e le grotte. Le sue prime esperienze speleologiche risalgono al 1943, quando in Iran l’esplorazione sistematica del mondo sotterraneo era ancora praticamente agli inizi.
Tre anni più tardi, il 29 novembre 1946, insieme a Sirus Mostofi e Akbar Shafizadeh, diede vita all’Hey’at-e Gharshenasi Iran, il primo nucleo organizzato dedicato alla speleologia nel Paese.
Le fonti iraniane distinguono questo gruppo dalla successiva associazione speleologica, costituita nel 1948. In ogni caso, proprio a quelle esperienze viene generalmente fatta risalire la nascita della speleologia organizzata iraniana, e Sheykhli ne fu per decenni uno dei principali protagonisti.
Esplorare significava misurare e documentare
E’ particolarmente interessante il metodo con cui Sheykhli affrontava l’esplorazione.
Già negli anni Quaranta e Cinquanta non si limitava infatti a entrare nelle cavità: effettuava misurazioni e rilievi, osservava le concrezioni e la circolazione delle acque e registrava eventuali testimonianze archeologiche.
Una lettera risalente al 1976, quando Sheykhli presiedeva il comitato speleologico della federazione iraniana, offre un’immagine particolarmente significativa del suo modo di intendere la speleologia.
Agli esploratori che individuavano nuove cavità raccomandava di produrre uno schizzo della grotta, misurarne lunghezza, larghezza e profondità, raccogliere campioni di roccia e acqua e segnalare eventuali frammenti ceramici o altre evidenze archeologiche.
Un’impostazione che oggi appare naturale, ma che testimonia quanto presto Sheykhli avesse concepito la grotta come un ambiente da esplorare, rilevare, studiare e conservare, mettendo in relazione speleologia, geologia, idrologia e archeologia.
Centinaia di grotte in oltre settant’anni
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA
Stabilire quante cavità abbia personalmente esplorato non è semplice, perché le fonti iraniane forniscono cifre differenti.
Le stime più prudenti gli attribuiscono oltre 500 grotte esplorate e documentate durante più di settant’anni di attività. Altre fonti parlano di un numero ancora maggiore.
Diverso è invece il patrimonio di informazioni da lui raccolto: il grande archivio costruito nel corso della sua vita sarebbe arrivato a comprendere dati relativi a circa 1.500 grotte dell’Iran.
È quindi opportuno distinguere le cavità personalmente esplorate da Sheykhli dal numero, molto superiore, di quelle entrate nel suo lavoro di catalogazione.
Partecipò inoltre a campagne di rilevamento e documentazione svolte in collaborazione con organismi geografici e sportivi iraniani. Alcune delle carte prodotte durante quelle attività sarebbero tuttora conservate negli archivi dell’organizzazione geografica nazionale.
I rilievi di Espahbod Khorshid
Tra le cavità legate al nome di Sheykhli compare anche la celebre Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran, una grande cavità naturale caratterizzata dalla presenza di importanti strutture fortificate storiche.
Alcune fonti in lingua inglese arrivano ad attribuirgli la “scoperta” della grotta. Una formulazione che appare però impropria per un luogo evidentemente conosciuto dalle popolazioni locali e legato a una lunga storia di frequentazione umana.
Più precisamente, Sheykhli fu tra coloro che contribuirono alla sua documentazione speleologica sistematica: già nel 1958 avrebbe realizzato disegni della grande arcata naturale, planimetrie e rilievi delle strutture presenti all’interno.
È un episodio emblematico del suo interesse per il rapporto tra cavità naturali e testimonianze archeologiche.
Sedici volumi per raccontare le grotte dell’Iran
Forse l’eredità più straordinaria di Changiz Sheykhli è quella rimasta sulla carta.
Nel corso di decenni raccolse schede, schizzi, rilievi, osservazioni e informazioni sulle grotte iraniane, organizzando il materiale in un’opera monumentale indicata dalle fonti come “Farhang-e Jame’-e Gharha-ye Iran”, traducibile come Enciclopedia completa delle grotte dell’Iran (https://www.tehrantimes.com/news/500396/Encyclopedia-of-Iran-s-caves-unveiled).
Il lavoro ha raggiunto complessivamente sedici volumi. La presentazione pubblica dell’Enciclopedia è avvenuta nel giugno 2024.
Già in un’intervista del 2015 Sheykhli lamentava la difficoltà di trovare un’istituzione disponibile a pubblicare l’intero corpus.
La sua morte pone quindi anche una questione che interessa direttamente la comunità speleologica: quale sarà il destino del suo archivio?
Se davvero una parte consistente dei rilievi, degli appunti e della documentazione accumulata in oltre settant’anni è ancora conservata privatamente, la sua tutela e digitalizzazione potrebbero rappresentare un’importante operazione per la memoria della speleologia iraniana.
Esplorazione e tutela
Negli ultimi anni Sheykhli aveva rivolto una crescente attenzione anche alla conservazione delle grotte.
Criticava gli interventi turistici invasivi, le alterazioni degli ambienti sotterranei e i danni provocati dai cercatori clandestini di tesori, fenomeno particolarmente distruttivo nelle cavità contenenti testimonianze archeologiche.
La grotta, nella sua concezione, non era dunque soltanto un luogo da conquistare o percorrere. Era un archivio naturale e culturale da conoscere prima di tutto attraverso la documentazione e da trasmettere alle generazioni successive.
Un principio che conserva una sorprendente attualità.
La scomparsa nell’agosto 2026
Le fonti iraniane collocano la morte di Changiz Sheykhli nel 28 Mordad 1405 del calendario persiano, corrispondente al 19 agosto 2026, mentre alcune fonti in lingua inglese indicano il 20 agosto. Aveva 99 anni.
Con lui scompare uno degli ultimi protagonisti della generazione che pose le basi della speleologia iraniana moderna.
Rimangono centinaia di esplorazioni, rilievi e documenti e, soprattutto, un metodo: entrare nel sottosuolo non soltanto per vedere cosa c’è oltre, ma per misurare, comprendere, documentare e conservare.
Una concezione della speleologia che, ottant’anni dopo le sue prime esplorazioni, continua a parlare la stessa lingua degli speleologi di oggi.
Fonti
Tehran Times, “Changiz Sheykhli, father of Iranian caving, dies at 99”, agosto 2026.
Amordad, articoli e intervista dedicati a Changiz Sheykhli e alla storia della speleologia iraniana.
ISNA e fonti iraniane riprese dalla stampa persiana, agosto 2026.
Documentazione storica speleologica iraniana relativa al Comitato speleologico e alle attività di Sheykhli.
Foto di copertina: La grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. La grande cavità naturale conserva importanti strutture fortificate storiche. Changiz Sheykhli ne realizzò già nel 1958 disegni, planimetrie e documentazione delle strutture interne. Foto: Faradeed
Altre immagini:
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNAhttps://cdn.isna.ir/d/off/mazandaran/2023/04/24/3/62587614.jpg?ts=1682313901941&
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana. Tra i fondatori del primo nucleo speleologico organizzato dell’Iran nel 1946, dedicò oltre settant’anni all’esplorazione, al rilievo e alla documentazione delle grotte del Paese. Fonte Federazione iraniana di alpinismo e arrampicatahttps://file.msfi.ir/msfiwebimage/GHGS4MU9F2.jpeg
La Grotta della Regina di Bari, a Torre a Mare, è stata studiata da Università di Bari e Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari: la documentazione 3D chiarisce morfologia, tracce di scavo e frequentazioni storiche del complesso costiero.
Grotta della Regina: una cavità naturale modificata nel tempo
La Grotta della Regina si apre sulla costa di Torre a Mare, poco a nord del porticciolo, nel territorio di Bari. È una cavità marina naturale, sviluppata nelle calcareniti costiere e profondamente trasformata dall’azione umana nel corso dei secoli.
Lo studio riunisce geologi, archeologi dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e speleologi del Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari. Il lavoro ha migliorato la georeferenziazione del sito e ha descritto in modo specialistico sia gli ambienti ipogei costieri sia quelli sommersi.
La roccia affiorante appartiene alle calcareniti plio-quaternarie della Formazione della Calcarenite di Gravina. Questi depositi poggiano sul basamento mesozoico del Calcare di Bari. L’erosione marina ha contribuito all’apertura della cavità, mentre interventi successivi ne hanno modificato pareti, pavimenti, nicchie e accessi.
La Grotta della Regina non va quindi letta come una semplice grotta marina. Il complesso conserva una sovrapposizione di processi naturali e di segni antropici. Questo rende necessaria una lettura integrata, capace di collegare geomorfologia costiera, speleologia e archeologia del paesaggio.
Il toponimo della Grotta della Regina tra fonti e tradizione
Le fonti storiche più antiche non permettono un’identificazione certa della cavità con l’attuale nome. Alla fine del Settecento, Emanuele Mola descrisse lungo il lido di Torre Pelosa alcuni “antri artefatti” confinanti con il mare. Il riferimento è compatibile con le cavità antropizzate della zona, senza consentire una prova definitiva.
Il toponimo Grotta della Regina è legato soprattutto alla tradizione popolare. Questa associa il luogo a Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia, vissuta tra il 1494 e il 1557. La connessione resta una tradizione locale e non un dato archeologico dimostrato.
Un primo contributo di taglio geografico e geomorfologico risale al 1936, con lo studio di Francesco Volpe sulla costa di Torre Pelosa. Negli anni Sessanta e Settanta la cavità fu poi considerata per le sue condizioni ecologiche e per la presenza di organismi marini, comprese spugne e alghe.
Rilievo 3D e fotogrammetria nella Grotta della Regina
La documentazione della Grotta della Regina ha impiegato rilievo topografico, fotogrammetria terrestre e aerea e ricognizione subacquea. Il modello digitale restituisce misure e dettagli con una precisione utile sia alla ricerca sia alla futura conservazione.
La superficie complessiva rilevata è di 189 metri quadrati. Di questi, 117 metri quadrati risultano calpestabili e 72 metri quadrati sono sommersi. L’altezza media passa da circa 1,80 metri nella parte posteriore a circa 2,5 metri nel settore anteriore. Le vasche d’acqua interne raggiungono una profondità di circa due metri.
Il rilievo ha reso più leggibili le regolarizzazioni delle pareti interne, le nicchie e le scale incise nella roccia. Le scale collegano la cavità con il pianoro soprastante. Sul pavimento sono state riconosciute anche tracce attribuibili a lavorazioni di cava e agli strumenti usati per estrarre conci.
Un R.O.V., cioè un veicolo filoguidato a controllo remoto, è stato usato per il rilievo fotogrammetrico negli specchi d’acqua interni ed esterni. Questa parte dell’indagine ha documentato elementi litici circolari e frammenti ceramici isolati. Fra essi compaiono pareti di vasi riferibili all’età del Bronzo, nella seconda metà del II millennio a.C., e anfore confrontabili con materiali dei vicini siti costieri.
Archeologia costiera e tracce di frequentazione
Le ricognizioni archeologiche effettuate tra il 2017 e il 2018 sul litorale di Bari-Torre a Mare hanno censito 233 Unità Topografiche Costiere in una fascia lunga circa sette chilometri. L’area attorno alla Grotta della Regina corrisponde all’UTC 62 e offre elementi per ricostruire una lunga storia di uso della costa.
Nel settore circostante sono state segnalate buche di palo, attribuite a capanne di età protostorica. Sono presenti anche sepolture scavate nel banco roccioso, reperti ceramici di varie epoche, scale per raggiungere la cavità e fronti di cava per l’estrazione di blocchi di calcarenite.
Di interesse è l’area di cava sul sopratterra della grotta. Una serie di solchi paralleli è stata interpretata come una fase di impostazione mai completata. La scarsa profondità dei tagli, la presenza di un solo concio estratto e l’assenza di ulteriori lavorazioni suggeriscono che il progetto sia stato abbandonato, probabilmente per problemi di stabilità legati al vuoto sottostante.
Sulle pareti interne della Grotta della Regina è presente un repertorio di graffiti. La loro classificazione e interpretazione è ancora in corso. Per questo non è possibile stabilire se siano legati a frequentazioni occasionali, pratiche con valore cultuale o a più fasi d’uso distinte.
Tutela, monitoraggio e ricerca interdisciplinare
La cavità è registrata nel Catasto delle Grotte e Cavità Artificiali della Puglia con il numero PU_29. Il contesto costiero è stato dichiarato di notevole interesse pubblico nel 1999. La normativa regionale sul patrimonio speleologico prevede il monitoraggio dello stato di conservazione e richiede autorizzazioni preventive per utilizzi diversi dall’attività speleologica, nel rispetto dei vincoli archeologici, naturalistici e paesaggistici.
L’attività di ricerca del 2020, sostenuta da fondi regionali, ha prodotto nuovi elementi per definire la storia geologica del sito, l’arretramento della costa e le possibili funzioni della cavità nelle diverse epoche. Ha inoltre previsto un percorso di monitoraggio archeologico e ambientale.
Per la Grotta della Regina, il risultato più rilevante è la disponibilità di una base documentaria verificabile. Il modello 3D non sostituisce le indagini stratigrafiche e le analisi dei materiali. Offre però una mappa accurata per programmare studi mirati, controllare lo stato delle pareti e confrontare nel tempo eventuali trasformazioni dell’ambiente costiero e sommerso.
Fonti
Università degli Studi di Bari Aldo Moro, archivio della ricerca, “Grotta della Regina (Bari – Torre a Mare, Puglia): grotta anonima, grotta ‘regale’, grotta dimenticata”, 2022: https://ricerca.uniba.it/handle/11586/432721
Università degli Studi di Bari Aldo Moro, archivio della ricerca, “Attività per la tutela e studio degli insediamenti rupestri presso Lama Picone e Grotta della Regina (Bari, Puglia)”, 2022: https://ricerca.uniba.it/handle/11586/429202
Disantarosa, G.; Petruzzelli, M.; D’Onghia, F. M.; Cinquepalmi, G.; Derossi, E.; Marella, G.; Parise, M.; Greco, R., “Grotta della Regina (Bari – Torre a Mare, Puglia): grotta anonima, grotta ‘regale’, grotta dimenticata”, in Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, s. II, 42, XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, Ormea, 2022. Riferimento bibliografico fornito nel testo di partenza.
Nel Finalese, le ricognizioni dello Speleo Club Gianni Ribaldone Genova tra il 2015 e il 2019 hanno segnalato materiali che ampliano il quadro delle frequentazioni umane nelle cavità. I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri richiamano la necessità di documentare, tutelare e studiare ogni contesto senza alterarlo.
Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri e il paesaggio del Finalese
I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri emersi nel quinquennio 2015-2019 restituiscono un quadro di lunga durata nel comprensorio di Finale Ligure e Borgio Verezzi, in provincia di Savona. Il contributo di Henry De Santis, presentato nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia del 2022, riunisce segnalazioni raccolte durante attività speleologiche e ricognizioni territoriali.
Non si tratta di campagne di scavo stratigrafico. I materiali erano visibili in superficie, in colluvi o in porzioni residue di deposito. Per questa ragione, le attribuzioni cronologiche indicate devono essere lette come ipotesi fondate su confronti tipologici, sullo stato di conservazione e sul rapporto con i siti noti dell’area.
Il Finalese possiede già una sequenza archeologica di riferimento di grande rilievo. La Caverna delle Arene Candide conserva un deposito che va dall’età tardo-romana al Paleolitico superiore. Il catalogo nazionale ricorda per la cavità fasi di frequentazione neolitica, dell’età del Rame, del Bronzo e del Ferro, oltre a contesti funerari e abitativi. [web:2]
In questo quadro, i nuovi ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri non definiscono da soli nuovi siti pienamente interpretati. Segnalano piuttosto punti del territorio nei quali potranno essere necessari controlli, verifiche e, quando autorizzate, indagini scientifiche mirate.
Paleolitico medio nell’Antro della Fettuccia
L’Antro della Fettuccia, nella valle Andrassa in località Le Manie, ha restituito un molare di cinghiale, resti ossei attribuiti a Equidae e una porzione di nucleo Levallois in selce locale. In una ricognizione successiva è stata individuata anche una tibia verosimilmente collegata al precedente metacarpale.
Le ossa sono fossilizzate e in parte concrezionate. Il contributo propone per il complesso una provenienza da un livello pleistocenico e un possibile riferimento al Paleolitico medio recente, o Musteriano. Il nucleo Levallois è un elemento importante perché rimanda a una tecnica di scheggiatura pianificata, nota in diversi contesti paleolitici dell’arco ligure.
Il dato si inserisce in un territorio nel quale la ricerca continua a confrontarsi con le testimonianze dei gruppi neandertaliani. Nel programma scientifico dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria del 2018 figurano, tra l’altro, studi su industrie musteriane dell’Arma delle Mànie e sui resti neandertaliani della Liguria occidentale. [web:8]
Neolitico medio e Vasi a Bocca Quadrata
Una parte consistente dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri descritti nel contributo è riferibile, con diversi gradi di certezza, al Neolitico medio. Nell’Arma di Caprazoppa sono stati raccolti frammenti ceramici, manufatti litici e un grosso ciottolo con tracce di ocra rossa. I frammenti fittili, per impasto e trattamento delle superfici, sono messi in relazione con la cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.
Il confronto territoriale è significativo. Alle Arene Candide, intorno a 6000 anni prima del presente, è attestata una fase di intensa occupazione connessa alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, seguita da ulteriori frequentazioni preistoriche. [web:2] Questo non autorizza a trasferire automaticamente la stessa cronologia a ogni reperto di superficie. Offre però un termine di confronto solido per valutare le evidenze del Caprazoppa e delle cavità vicine.
Nella Grotta della Valle, presso la Rocca di Perti, sono stati recuperati frammenti in pietra verde levigata, un ciottolo in arenaria con colorante rossastro e un’ansa a nastro orizzontale in ceramica scura. È soprattutto quest’ultima a essere considerata compatibile con la facies dei Vasi a Bocca Quadrata. I resti ossei di Ursus sp. e gli altri oggetti richiedono invece prudenza interpretativa.
Bronzo, Ferro e frequentazioni storiche
La sequenza prosegue nel tempo. Nella Grotta di Cima Castellaro, a Borgio Verezzi, erano presenti grossi frammenti di ceramica grezza con tracce di combustione e manufatti litici, tra cui una macina con un possibile macinello. La tipologia dei materiali sostiene una collocazione nella prima età del Ferro.
Nell’anfratto di Montesordo-Fosso Pianmarino sono stati segnalati circa trenta frammenti ceramici. Un orlo a tacche impresse, una parete con scanalatura e altri elementi permettono di ipotizzare una datazione tra la fine dell’età del Rame e l’inizio dell’età del Bronzo. L’Antro di Fronte alle Case Valle ha invece restituito ceramiche confrontabili con materiali dell’età del Bronzo finale dei siti vicini di Bric Reseghe e della Grotta del Sanguineto.
La Grotta II del Caprone pone un tema diverso. Nella saletta terminale affioravano resti ossei umani attribuibili ad almeno due individui, uno giovane e uno adulto. In assenza di manufatti diagnostici, il testo propone con cautela un possibile uso funerario in epoca pre-protostorica.
Anche le frequentazioni più recenti meritano attenzione. Nella Grotta del Mulo sono emersi cocci anforacei e una porzione di giara islamica iberica del XIII secolo, accanto a frammenti compatibili con produzioni preistoriche. Nel Grottino dell’Ulivo, quattro frammenti di maiolica arcaica monocroma sembrano appartenere a una coppa databile tra XIV e XV secolo. Le cavità risultano quindi luoghi riutilizzati in epoche molto distanti.
Tutela dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri
Il valore dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri dipende anche dalla precisione con cui vengono segnalati. La posizione, il rapporto con il deposito e le condizioni del rinvenimento sono dati essenziali. La rimozione non controllata può cancellare informazioni che nessun reperto isolato riesce a restituire.
Il Codice dei beni culturali prevede che le cose di interesse archeologico rinvenute nel sottosuolo appartengano allo Stato. Chi effettua una scoperta fortuita deve denunciarla entro 24 ore alla Soprintendenza, al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza e deve conservarla lasciandola, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni del rinvenimento. [web:10]
Il caso finalese mostra il ruolo concreto della formazione dei gruppi speleologici. Riconoscere un osso fossilizzato, una ceramica diagnostica, un manufatto litico o un deposito rimaneggiato non equivale a formulare una diagnosi definitiva. Significa attivare una procedura di tutela e mettere i dati a disposizione delle autorità e degli specialisti.
La segnalazione tempestiva è anche una risposta al depauperamento causato dagli scavi clandestini. Nei contesti ipogei, fragili e spesso già alterati, il deposito archeologico è una fonte non rinnovabile. La collaborazione tra speleologi, Soprintendenza, forze di polizia e ricercatori resta quindi centrale per trasformare una scoperta casuale in conoscenza verificabile.
Fonti
Henry De Santis, “Ritrovamenti fortuiti di materiali archeologici in grotte liguri nel periodo 2015-2019”, Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, s. II, 42, 2022.
Il 28 agosto un incontro tra meteorologia, ambiente ipogeo e memoria del territorio
Venerdì 28 agosto, alle 21, la sala multifunzionale della Grotta del Vento ospiterà il secondo appuntamento estivo dedicato alla conoscenza del mondo sotterraneo. Il tema della serata sarà il rapporto fra atmosfera, montagna e cavità carsiche. Il percorso prenderà avvio dalla grande alluvione del 1996 e arriverà ai cambiamenti climatici che interessano la Toscana.
L’incontro, dal titolo Le nuvole e la grotta, vedrà gli interventi di Vittorio Verole Bozzello, direttore della Grotta del Vento, e di Valerio Capecchi, meteorologo del Consorzio LaMMA. La proposta mette in relazione fenomeni spesso osservati separatamente. Da una parte le piogge, le nuvole e le dinamiche meteorologiche. Dall’altra l’aria, l’acqua e le rocce di un sistema sotterraneo.
Grotta del Vento e microclima: aria, acqua e roccia in movimento
Vittorio Verole Bozzello illustrerà il microclima della Grotta del Vento. Temperatura, umidità, circolazione dell’aria e presenza dell’acqua definiscono un ambiente che reagisce alle condizioni esterne con tempi e modalità proprie. La cavità diventa così un punto di osservazione utile per leggere gli scambi fra superficie e sottosuolo.
Nelle grotte, l’aria non è immobile. Le differenze di quota fra ingressi, le variazioni termiche esterne e la geometria dei passaggi possono favorire correnti d’aria. Anche l’acqua meteorica, infiltrandosi nelle fratture e negli strati permeabili, collega direttamente gli episodi di pioggia ai processi carsici. Per questo la Grotta del Vento consente di affrontare in modo concreto il legame fra meteorologia e ambiente ipogeo.
Nel corso della serata saranno presentate immagini degli eventi del 1996. La memoria visiva sarà affiancata alla lettura dei dati. L’obiettivo è ricostruire il contesto territoriale nel quale un fenomeno atmosferico intenso può trasformarsi in piena, frana e trasporto di detriti.
Alluvione 1996 in Versilia e Garfagnana: il caso che segnò il territorio
Il 19 giugno 1996 un nubifragio di forte intensità colpì parte del bacino del torrente Versilia e il bacino della Turrite di Gallicano, in Garfagnana. L’evento produsse un’alluvione associata a dissesti diffusi. L’erosione degli alvei montani alimentò il trasporto solido verso i fondovalle, dove il cambio di pendenza favorì rilevanti depositi alluvionali, con vittime e danni ingenti.
La complessità dell’episodio portò a uno studio interdisciplinare promosso dall’allora Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente. Geologi, ingegneri idraulici, meteorologi, climatologi e altri specialisti analizzarono dinamiche naturali, condizioni territoriali e possibili linee guida per aree con caratteristiche simili.
Capecchi ripercorrerà il passaggio dagli strumenti disponibili negli anni Novanta alle attuali tecniche di osservazione, modellistica e previsione. Il confronto aiuta a comprendere come sono cambiati i sistemi di monitoraggio. Aiuta anche a distinguere il dato misurato dalla sua interpretazione nel contesto locale.
Cambiamenti climatici in Toscana: distinguere eventi e tendenze
La parte conclusiva dell’incontro sarà dedicata ai cambiamenti climatici in Toscana. Le domande riguardano la frequenza e l’intensità degli eventi estremi, ma anche il corretto uso delle serie storiche. Una singola precipitazione eccezionale è un evento meteorologico. Il clima descrive invece l’andamento statistico di temperatura, precipitazioni e altri parametri su periodi lunghi.
Il LaMMA svolge analisi climatiche regionali usando reti di stazioni meteorologiche, mappe di anomalia termica e pluviometrica e report periodici. Per la siccità impiega indicatori basati sia sulle piogge rilevate al suolo sia sullo stato della vegetazione osservato da satellite. Questi strumenti permettono di seguire fenomeni diversi, dalle carenze idriche alle anomalie stagionali.
Parlare di cambiamenti climatici non significa attribuire automaticamente ogni temporale o ogni ondata di calore a una sola causa. Significa esaminare le tendenze, la distribuzione degli estremi e la vulnerabilità dei territori. In aree montane e carsiche, dove l’acqua può concentrarsi rapidamente nei bacini e circolare nel sottosuolo, questa lettura richiede il confronto fra meteorologia, idrologia e conoscenza locale.
Grotta del Vento, cambiamenti climatici e conoscenza del paesaggio
L’appuntamento alla Grotta del Vento propone quindi una chiave di lettura che parte dalla cavità e arriva al paesaggio esterno. La Grotta del Vento sarà il luogo da cui osservare l’interazione continua fra aria, acqua, temperatura e roccia. I cambiamenti climatici saranno discussi attraverso dati, esempi e la memoria dell’alluvione del 1996, senza sovrapporre il tempo di un singolo giorno alle tendenze del clima.
Per il pubblico interessato alla speleologia, il tema richiama un aspetto centrale della ricerca in ambiente carsico: la grotta non è separata dalla montagna. È parte di un sistema nel quale le condizioni atmosferiche in superficie influenzano infiltrazione, portate idriche, ventilazione e microclima ipogeo. L’incontro si terrà venerdì 28 agosto alle 21, nella sala multifunzionale della Grotta del Vento.
La banca dati Clean-Up the Dark amplia la mappa delle cavità pulite e inquinate con Francia, Germania e Paese Basco. In Italia, Puliamo il Buio prosegue tra bonifiche, formazione e raccolta di dati sulle pressioni che interessano il carsismo.
Clean-Up the Dark, una mappa europea delle grotte ripulite
La tutela delle cavità carsiche passa anche dalla possibilità di conoscere dove si è intervenuti, con quali problemi e con quali risultati. In questa direzione si colloca l’aggiornamento annunciato dalla European Cave Protection Commission, organismo della Fédération Spéléologique Européenne: il sito Clean-Up the Dark dispone ora di sei dataset dedicati a grotte e aree carsiche ripulite o interessate da inquinamento in Europa.
Ai dati già disponibili per Croazia, Slovenia e Italia si aggiungono quelli relativi a Francia e Germania. È inoltre presente un dataset del Paese Basco. L’ampliamento porta a sei le raccolte territoriali consultabili e rende confrontabili, almeno per le aree documentate, le esperienze di censimento, segnalazione e pulizia.
Clean-Up the Dark è un progetto volontario della comunità speleologica europea. La sua funzione non consiste solo nel mostrare gli interventi conclusi. Il sito raccoglie infatti segnalazioni di cavità inquinate e di azioni di bonifica. Può quindi diventare uno strumento di documentazione utile per gruppi speleologici, associazioni, enti locali e soggetti che operano nella protezione del carsismo.
La Commissione europea per la protezione delle grotte invita le organizzazioni che dispongono di dati analoghi a condividerli. L’obiettivo è estendere il patrimonio informativo disponibile. Una banca dati più completa può aiutare a riconoscere i casi ricorrenti, a descrivere le tipologie di rifiuto e a conservare la memoria tecnica dei lavori svolti.
Puliamo il Buio, l’esperienza italiana nella protezione del carsismo
Nel quadro europeo, Puliamo il Buio rappresenta l’esperienza italiana di riferimento. L’iniziativa, promossa dalla Società Speleologica Italiana e collegata alla campagna Puliamo il Mondo, unisce bonifica, censimento delle cavità a rischio, valutazione della pericolosità e sensibilizzazione delle amministrazioni e dei cittadini.
Il problema non riguarda soltanto il decoro. Una dolina, un inghiottitoio o un pozzo trasformati in deposito di rifiuti possono mettere in comunicazione materiali contaminanti e circuiti idrici sotterranei. Plastica, vetro, metalli, pneumatici, ingombranti e materiali potenzialmente pericolosi richiedono quindi una valutazione attenta. In grotta, il recupero presenta anche difficoltà logistiche e di sicurezza. Spesso servono progressioni su corda, sistemi di sollevamento e una gestione separata dei materiali estratti.
La storia di Puliamo il Buio ha già ricevuto un riconoscimento europeo. Nel 2018 il progetto italiano ha ottenuto l’EuroSpeleo Protection Label. La documentazione della Fédération Spéléologique Européenne ricorda anche il lavoro di raccolta di informazioni sulle azioni di pulizia, con l’intento di rendere i dati condivisibili oltre i confini nazionali.
La nuova presenza dell’Italia tra i dataset di Clean-Up the Dark rafforza questo passaggio. L’esperienza operativa sviluppata nei territori può così essere letta insieme a quella di altri Paesi europei, senza ridurre l’attività a un singolo evento locale.
Le attività recenti di Puliamo il Buio in Italia
Nel 2026 Puliamo il Buio ha registrato iniziative distribuite in più regioni. La cronaca delle attività pubblicate da Scintilena segnala, tra le più recenti, la bonifica della Voragine di San Lorenzo sul Carso triestino. L’intervento ha coinvolto 21 volontari e ha riguardato rifiuti accumulati nel corso di decenni.
In Sardegna, a Cagliari, il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano e Legambiente hanno operato nella dolina di Tuvixeddu in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. L’azione ha riguardato rifiuti ingombranti e materiali abbandonati nella cavità. L’iniziativa è stata proposta anche come anteprima della campagna Puliamo il Mondo 2026.
In Veneto è stato segnalato il recupero di una tonnellata di rifiuti dal Bus del Corlaiti, abisso della Lessinia. L’episodio mostra la scala che possono assumere gli interventi. La pulizia richiede il coordinamento tra speleologi, volontari, gestori del territorio e soggetti incaricati della destinazione finale dei rifiuti.
Le attività recenti includono anche la formazione. Nel 2025 a Verona è stato annunciato un corso di secondo livello rivolto alla gestione delle operazioni di pulizia in grotta. Questo aspetto è centrale: documentare prima dell’intervento, pianificare la sicurezza, classificare i materiali e rendicontare l’esito sono passaggi che danno valore tecnico alla bonifica.
Dall’intervento locale alla rete Clean-Up the Dark nel mondo speleologico
La dimensione internazionale di Clean-Up the Dark si sviluppa oggi soprattutto nello spazio europeo. Il passaggio da tre a sei dataset indica una crescita della rete informativa. Francia, Germania e Paese Basco entrano in una base che già comprendeva Croazia, Slovenia e Italia.
La Federazione speleologica europea ha inoltre collegato il tema delle pulizie sotterranee alla Giornata mondiale della pulizia del 2024. In un documento della European Cave Protection Commission veniva indicata la volontà di sviluppare relazioni e scambio di dati con Clean-Up the Dark. Il dato è significativo perché sposta l’attenzione dalla sola rimozione dei rifiuti alla costruzione di criteri comuni per registrare i problemi.
Per le organizzazioni speleologiche, conferire dati alla piattaforma significa rendere consultabile un lavoro che altrimenti resterebbe frammentato in relazioni locali, fotografie e comunicati. I dataset possono favorire confronti tra contesti geologici e amministrativi diversi. Possono anche offrire una base per dialogare con enti pubblici e gestori delle risorse idriche.
Puliamo il Buio e Clean-Up the Dark condividono quindi una stessa prospettiva: rendere visibile ciò che spesso rimane nascosto nel sottosuolo. La pulizia è la parte più evidente. Il censimento, la documentazione e la prevenzione sono le parti che possono dare continuità alla tutela delle grotte e del carsismo.
Dalla ricorrenza mondiale alla mostra sui 65 anni del Magyar Barlangi Ment?szolgálat
La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo porta al centro dell’attenzione il valore scientifico, ambientale e umano del mondo sotterraneo. In Ungheria, il tema si intreccia con il sessantacinquesimo anniversario del Magyar Barlangi Ment?szolgálat, il Servizio ungherese di soccorso speleologico, e con la mostra fotografica Ment?k Lámpafényben al Museo ungherese di storia naturale di Budapest. L’esposizione utilizza le immagini di Márton Kovács per documentare operazioni, addestramenti e lavoro volontario in ambiente ipogeo. [web:2][web:8]
Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: le date da distinguere
Nel testo di partenza il 25 giugno viene indicato come Giornata mondiale delle grotte e il 14 agosto come Giornata mondiale degli speleologi. Queste ricorrenze possono essere adottate localmente o circolare nella comunità speleologica, ma occorre distinguerle dalla nuova ricorrenza internazionale ufficiale.
L’UNESCO ha proclamato il 13 settembre Giornata internazionale delle grotte e del carsismo nel novembre 2025, su proposta della Slovenia sostenuta dall’Unione internazionale di speleologia. Il 13 settembre 2026 sarà quindi la prima celebrazione ufficiale della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. Il programma di avvio è previsto a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. [web:24][web:29]
La precisazione non è soltanto formale. La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo vuole riunire ricerca, educazione, protezione del patrimonio e cooperazione internazionale. L’UIS ricorda inoltre che i paesaggi carsici e le acque sotterranee associate costituiscono una risorsa essenziale per oltre un miliardo di persone. [web:26]
Soccorso speleologico ungherese e fragilità dell’ambiente ipogeo
Il messaggio della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo comprende anche la sicurezza. Le grotte richiedono competenze tecniche, preparazione fisica, pianificazione e rispetto delle condizioni ambientali. Un incidente in sotterraneo impone spesso tempi lunghi, comunicazioni complesse e sistemi di trasporto adattati a pozzi, meandri, strettoie e terreni instabili.
In questo quadro si inserisce il Magyar Barlangi Ment?szolgálat. L’organizzazione, fondata nel 1961, celebra nel 2026 i suoi 65 anni di attività ed è descritta dalle fonti ungheresi come una delle più longeve organizzazioni civili di soccorso attive senza interruzioni nel Paese. Il lavoro non riguarda esclusivamente le emergenze in cavità. Formazione, esercitazioni, gestione delle attrezzature e coordinamento con gli altri servizi di emergenza sono elementi decisivi per intervenire in sicurezza. [web:8][web:9]
La memoria degli incidenti resta parte della cultura della prevenzione speleologica. Il 14 agosto è infatti associato da molte comunità al ricordo di Marcel Loubens, speleologo francese morto nel 1952 dopo un grave incidente nella grotta Pierre-Saint-Martin. La ricorrenza non sostituisce la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, ma richiama il valore della prudenza nell’attività esplorativa.
Ment?k Lámpafényben: fotografie e storia del barlangi ment?
La mostra Ment?k Lámpafényben, traducibile come “Soccorritori alla luce delle lampade”, presenta fotografie realizzate da Márton Kovács. Kovács è speleologo, soccorritore e fotoreporter. Da circa quindici anni documenta con la macchina fotografica interventi ed esercitazioni del soccorso speleologico ungherese. Le immagini esposte non sono scene ricostruite. Sono fotografie di taglio documentario, selezionate per restituire procedure, collaborazione tra operatori e condizioni operative nel sottosuolo. [web:8]
L’iniziativa è stata inaugurata il 21 febbraio 2026 al Museo ungherese di storia naturale. Nella stessa occasione è stato presentato il volume di József Mészáros Barlangi mentés – Kézikönyv a mélység hétköznapi h?seinek, dedicato alla storia, alle tecniche e alla direzione degli interventi di soccorso in grotta in Ungheria. [web:8][web:9]
Le informazioni sulla durata della mostra meritano un aggiornamento. Le comunicazioni di febbraio la indicavano visitabile fino al 6 giugno. Un reportage di Telex del 22 agosto riferisce invece che l’esposizione, vista la partecipazione del pubblico, è stata prorogata fino a dicembre. Chi intende visitarla dovrebbe verificare gli orari e l’effettiva apertura sul sito del museo prima di programmare il viaggio. [web:2][web:8]
Le ricerche nelle grotte ungheresi: il caso recente del lago di Hévíz
Il testo ricevuto non nomina una singola grotta alla quale riferire nuove scoperte. Per integrare l’articolo con un aggiornamento verificabile sulle più recenti ricerche ipogee in Ungheria, il riferimento più pertinente è il sistema di cavità sommerso del lago termale di Hévíz.
Il 17 marzo 2026 due subacquei della Direzione del Parco nazionale degli altopiani del Balaton hanno effettuato misurazioni geodetiche degli ingressi di cinque piccole cavità lungo la sponda occidentale del lago. Non si tratta di cavità scoperte dal nulla: erano già state individuate circa cinquant’anni prima durante l’esplorazione della grotta sorgente. La novità è la localizzazione precisa degli accessi, ottenuta con boe in immersione e ricevitori GNSS operati dalla superficie. [web:47]
Le verifiche hanno permesso di acquisire anche immagini e filmati. Il fine dichiarato è inserire tutte le cavità note del lago nel registro nazionale delle grotte. È un passaggio rilevante per la ricerca e per la gestione conservativa di un sistema termale delicato, dove la conoscenza spaziale delle aperture costituisce una base per il monitoraggio. [web:43][web:47]
La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo offre dunque un contesto per collegare la tutela del carsismo al soccorso speleologico e alla documentazione scientifica. La mostra di Budapest racconta la componente umana delle emergenze. Le misurazioni di Hévíz mostrano invece come tecniche subacquee, rilievo e registrazione ufficiale possano ampliare la conoscenza di cavità già note solo in modo parziale. Entrambi i filoni richiamano una stessa esigenza: frequentare, studiare e proteggere il sottosuolo con metodi adeguati.
Alla Grotta Battifratta di Poggio Nativo, nel Reatino, uno studio geoarcheologico pubblicato nel 2026 ricostruisce il rapporto tra dinamiche idroclimatiche, depositi carsici e presenza umana dal Neolitico all’età del Bronzo.
Grotta Battifratta e la valle del Farfa
La Grotta Battifratta si trova in località Casali di Poggio Nativo, lungo il versante sinistro della valle del Riano, piccolo affluente del Farfa. La cavità si apre in una scarpata di travertino attribuita al Sintema di Poggio Moiano, formato nel Pleistocene medio.
Oggi si presenta come un riparo sotto roccia collegato a un cunicolo che conduce a un ambiente interno. La morfologia attuale è il risultato di crolli, erosione e accumuli sedimentari. Alcuni collassi hanno sigillato settori della cavità e antichi accessi, contribuendo alla conservazione di parte del deposito archeologico.
La Grotta Battifratta era già nota per le indagini condotte negli anni Ottanta dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana. I saggi avevano individuato livelli di frequentazione riferibili al Neolitico e all’età del Bronzo. Dal 2021 il sito è tornato al centro delle ricerche con il Farfa Valley Project. Caves, people, and past environments, coordinato dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma e diretto da Cecilia Conati Barbaro.[1]
Archeologia della Grotta Battifratta
Le campagne recenti hanno ampliato in modo rilevante il quadro cronologico della Grotta Battifratta. Oltre alle attestazioni neolitiche e dell’età del Bronzo, sono emersi strumenti litici e reperti faunistici riferibili al Paleolitico medio. La sequenza documentata arriva poi fino alle fasi post-medievali.
Il sito conserva quindi tracce di utilizzi diversi e distanti nel tempo. L’attuale imbocco della cavità coincide con lo sbocco di un’antica sorgente, probabilmente stagionale. La disponibilità d’acqua può avere avuto un ruolo centrale nell’attrazione esercitata dal luogo sulle comunità preistoriche.
Nei livelli del Neolitico, datati tra la fine del VI e l’inizio del V millennio a.C., sono stati rinvenuti ceramiche, manufatti litici, resti faunistici e materiali botanici. Le ricerche hanno inoltre restituito resti umani e una statuina antropomorfa in argilla, datata a circa 7.000 anni fa. Il manufatto è oggetto di studio tecnologico e stilistico, per definirne tecniche produttive e possibili riferimenti culturali.[2]
I dati disponibili suggeriscono che la Grotta Battifratta non fosse usata solo per l’approvvigionamento idrico. Le evidenze archeologiche indicano pratiche funerarie e rituali associate ai livelli neolitici. Ceramiche decorate, utensili in selce e ossidiana, ornamenti in osso e resti di fauna sono stati esposti nel 2025-2026 nella mostra Acque nascoste. Grotte e riti nella preistoria della Sabina, al Museo Civico Archeologico di Rieti.[3][4]
Il nuovo studio sul clima
La principale novità emersa nel 2026 riguarda la pubblicazione di uno studio su Quaternary Science Reviews. Il lavoro, firmato da Luca Forti e da un gruppo interdisciplinare di ricercatori, analizza i depositi olocenici della Grotta Battifratta con un approccio integrato.
La ricerca combina dati di scavo, sedimentologia, micromorfologia, geochimica, mineralogia, micropaleontologia e datazioni radiocarboniche. L’obiettivo è capire come si sia formato il riempimento della cavità e in che modo clima, idrologia e attività umane abbiano interagito nel tempo.[5]
Per il Neolitico, lo studio riconosce brevi alternanze tra erosione e deposizione. Questi processi sono collegati a fasi di stabilità dei versanti, ruscellamento superficiale e riattivazioni episodiche del sistema carsico. Il deposito della Grotta Battifratta non rappresenta quindi un semplice accumulo di sedimenti. Registra anche le variazioni delle condizioni ambientali che modificavano l’accessibilità e la funzione della cavità.
Per l’età del Bronzo, le tracce di frequentazione risultano più limitate nello spazio e probabilmente episodiche. Gli autori collegano questa fase a pratiche pastorali e a una riorganizzazione del sistema idrologico carsico. In seguito si sviluppò una sedimentazione carbonatica a bassa energia, legata a condizioni differenti nella circolazione delle acque.[5]
Un archivio geoarcheologico sabino
La Grotta Battifratta conferma il valore delle cavità naturali come archivi complessi. Nei suoi sedimenti si intrecciano eventi di piena, erosione dei suoli, crolli, attività carsica e azioni umane. Ogni livello deve quindi essere letto attraverso il rapporto tra processi naturali e presenza antropica.
Le indagini paleoambientali in corso comprendono lo studio dei pollini, dei carboni, della fauna, dei sedimenti e delle materie prime impiegate per la produzione di strumenti e ceramiche. Queste analisi possono contribuire a ricostruire la vegetazione del passato, le risorse animali sfruttate e le strategie economiche delle comunità che frequentarono la valle del Farfa.
Nel caso della Grotta Battifratta, la ricerca speleologica sostiene direttamente l’archeologia. La conoscenza della cavità, delle sue morfologie, dei depositi e delle dinamiche idriche permette infatti di interpretare meglio la conservazione dei reperti e le trasformazioni del paesaggio preistorico della Sabina.
Catalogo IRIS Sapienza, Forti et al., 2026, Holocene hydroclimatic variability and Neolithic to the Bronze Age human dynamics recorded in Grotta Battifratta cave: https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1766833
Il Club Alpinistico Triestino celebra un quarto di secolo di attività speleosubacquea nella grande risorgenza della Val Raccolana. Una storia di esplorazione e ricerca che continua, con nuovi obiettivi ancora da raggiungere.
Venticinque anni dentro la montagna, seguendo l’acqua e cercando passaggi verso ambienti ancora sconosciuti. Il Club Alpinistico Triestino celebra un importante anniversario delle esplorazioni speleosubacquee al Fontanon di Goriuda, una delle più spettacolari risorgenze del massiccio del Canin.
Una lunga storia, iniziata nei primi anni Duemila e proseguita attraverso immersioni, risalite, campi sotterranei, rilievi e nuove scoperte, che hanno progressivamente modificato la conoscenza della cavità. Un lavoro che ha richiesto negli anni competenze tecniche, continuità e la capacità di tornare più volte sugli stessi interrogativi posti da un sistema carsico complesso e ancora lontano dall’essere completamente conosciuto.
L’anniversario è stato celebrato tornando proprio al Goriuda, con gli speleologi del CAT, il presidente Franco Riosa e Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni fin dalle prime fasi. Alla giornata ha partecipato anche una troupe Rai: le immagini girate nella cavità saranno trasmesse in autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1.
Duilio Cobol con la troupe della RAI al Fontanon di Goriuda – Foto A. Ressa
I venticinque anni sono occasione per guardare indietro e puntare avanti.
Il Fontanon conserva ancora importanti incognite: il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare a lavorare su quattro obiettivi esplorativi rimasti aperti, mentre sullo sfondo si fa sempre più interessante anche l’ipotesi di possibili collegamenti con altri sistemi carsici del Canin.
La parola ad Alessandra Ressa, dell’Ufficio Stampa del Club Alpinistico Triestino, che nel comunicato che segue ripercorre venticinque anni di esplorazioni al Fontanon di Goriuda, dalle prime immersioni alle grandi scoperte, fino alle domande che ancora oggi attendono una risposta.
CLUB ALPINISTICO TRIESTINO APS
COMUNICATO STAMPA con preghiera di pubblicazione
FONTANON DI GORIUDA, 25 ANNI NEL CUORE DELLA MONTAGNA: IL CAT CELEBRA UNA LUNGA STORIA DI ESPLORAZIONI SPELEOSUBACQUEE
Da un quarto di secolo gli speleologi del Club Alpinistico Triestino esplorano, studiano e documentano uno dei più affascinanti sistemi carsici del Friuli Venezia Giulia, il Fontanon di Goriuda. Il CAT, il presidente Franco Riosa e lo speleosubacqueo Duilio Cobol, protagonista delle esplorazioni dal loro principio, hanno voluto festeggiare questo speciale compleanno proprio all’interno della cavità da cui sgorga la cascata più celebre della Regione alla presenza di una troupe della RAI, che racconterà questa straordinaria esperienza in autunno all’interno di “Linea Bianca”.
Trieste, 25 agosto 2026 – Venticinque anni di esplorazioni continuative. È questo il traguardo che il Club Alpinistico Triestino celebra al Fontanon di Goriuda, una delle più importanti e spettacolari risorgenze delle Alpi Giulie, dove da un quarto di secolo generazioni di speleologi del CAT hanno investito tempo, energie, competenze e passione nel tentativo di svelare ciò che si nasconde oltre la cascata e dentro la montagna.
Una ricorrenza che non è stata celebrata semplicemente con un incontro, ma tornando là dove tutto è cominciato: nel cuore della Val Raccolana, davanti e dentro quella poderosa risorgenza che continua a rappresentare, dopo tanti anni, una delle grandi sfide della speleologia regionale.
Alla recente uscita hanno partecipato gli speleologi del Club Alpinistico Triestino e il presidente Franco Riosa, insieme a Duilio Cobol, speleosubacqueo e protagonista di una parte fondamentale di questa lunga stagione esplorativa. È stato proprio Cobol a organizzare l’uscita, mettendo a disposizione l’esperienza maturata in oltre 25 anni di attività dedicata all’esplorazione e alla ricerca nel Fontanon di Goriuda.
La ricorrenza diventa così soprattutto un momento per ripercorrere una storia fatta di scoperte, immersioni, risalite, rilievi, campi interni, corde, attrezzature e interminabili ore trascorse nel buio della montagna. Una storia nella quale il CAT ha avuto un ruolo costante, contribuendo in modo significativo alla conoscenza di una cavità che, ancora oggi, conserva importanti incognite.
Il Fontanon di Goriuda, infatti, non è semplicemente la spettacolare cascata che si incontra in Val Raccolana. È una poderosa risorgenza perenne attraverso la quale riaffiorano le acque del sovrastante massiccio del Canin. La scheda del Catasto Speleologico Regionale la identifica con il numero 20 e ne indica l’ingresso a 861 metri di quota, uno sviluppo planimetrico catastato di 767,6 metri e un dislivello positivo di 119 metri. La Regione Friuli Venezia Giulia lo ha inoltre classificato come geosito di interesse nazionale.
Per chi osserva il Fontanon dall’esterno, la grotta sembra terminare dopo il primo tratto percorribile a piedi. In realtà, dopo circa 150 metri, un lago obbliga a passare dalle tecniche speleologiche tradizionali a quelle della speleosubacquea oppure ad utilizzare un canotto. Da quel punto inizia un ambiente completamente diverso, nel quale la progressione avviene tra acqua, sifoni, roccia e oscurità assoluta.
La storia moderna delle esplorazioni del CAT al Goriuda prende forma nei primi anni Duemila, dopo l’incontro di un gruppo di sette speleosubacquei esperti avvenuto durante Bora 2000, importante appuntamento internazionale della speleologia svoltosi a Trieste. Da quell’esperienza nacque la volontà di continuare a lavorare insieme e di individuare nel Fontanon un ambiente nel quale mettere alla prova e affinare tecniche di immersione. Il Goriuda divenne progressivamente un vero laboratorio di esplorazione, nel quale ogni immersione poteva significare una nuova osservazione, un nuovo passaggio, una diversa interpretazione della cavità.
La grande svolta arrivò tra il 2008 e il 2009, quando gli speleosub del CAT riuscirono a individuare, al di sopra dei rami allora conosciuti, grandi gallerie fossili. La documentazione del Parco Naturale delle Prealpi Giulie racconta la scoperta di ambienti di dimensioni sorprendenti: una grande galleria superiore, con spazi così vasti che inizialmente i fasci luminosi degli esploratori non riuscivano nemmeno a illuminarne i limiti. Quelle scoperte cambiarono la lettura della grotta. Quello che per anni era stato considerato il “terzo sifone” non sembrava infatti rappresentare la prosecuzione principale della cavità, ma una sorta di vasca sospesa, mentre le antiche vie dell’acqua conducevano verso livelli superiori. Da qui ebbe inizio una nuova fase di esplorazioni e risalite, con sviluppi verticali superiori ai cento metri.
Per rendere possibile il lavoro fu necessario organizzare un vero e proprio campo base sotterraneo. Nel 2008, le attività comprendevano già il ripristino di centinaia di metri di linea telefonica, la realizzazione di un campo interno e la sistemazione delle sagole e degli ancoraggi tra i diversi sifoni.
Ma il Fontanon non ha mai concesso facilmente i propri segreti. Le piene periodiche hanno più volte danneggiato o distrutto le installazioni, costringendo gli speleologi a ricostruire ancoraggi, sostituire corde e ripristinare le vie di progressione. Ogni nuova esplorazione ha quindi richiesto non soltanto capacità tecnica, ma anche una notevole dose di pazienza e determinazione.
Venticinque anni di esplorazione continuativa significano anche venticinque anni di conoscenza maturata sul campo. E proprio questa esperienza ha fatto del Goriuda anche un ambiente particolarmente significativo per il soccorso speleosubacqueo.
Nel corso degli anni la cavità ha ospitato importanti esercitazioni del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, sfruttando la complessità dei percorsi e la presenza dei sifoni per simulare interventi in condizioni estremamente impegnative. Nel 2018, ad esempio, un’esercitazione nazionale speleosubacquea del CNSAS coinvolse tredici speleosubacquei e altri sette tecnici, impegnati nel superamento di due sifoni e nella simulazione del soccorso di persone in difficoltà in profondità. Il Goriuda ha dunque rappresentato negli anni non soltanto un luogo di scoperta, ma anche un ambiente nel quale sviluppare e verificare tecniche, procedure e capacità operative.
La speleosubacquea, del resto, non lascia spazio all’improvvisazione. La temperatura dell’acqua, la difficoltà degli ambienti, l’oscurità, i lunghi percorsi, la gestione delle bombole e la possibilità di un problema tecnico rendono ogni immersione un’attività ad elevata complessità. È necessario lavorare con attrezzature ridondanti, linee di sicurezza e materiali di riserva, mantenendo sempre la possibilità di gestire un eventuale guasto.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che il CAT ha voluto mostrare anche in occasione di questa speciale uscita celebrativa.
A documentare la giornata, infatti, era presente una troupe della Rai, interessata a raccontare non soltanto la spettacolarità del Fontanon, ma soprattutto la storia degli uomini che da decenni ne inseguono le prosecuzioni. La troupe è stata accompagnata all’interno della cavità dalle Guide Turistiche Speleologiche del Friuli Venezia Giulia, che hanno curato l’accompagnamento in ambiente ipogeo e il supporto necessario alle riprese.
Le immagini realizzate al Goriuda confluiranno in un servizio che sarà trasmesso nel prossimo autunno all’interno di “Linea Bianca” su Rai 1. La presenza della televisione rappresenta un’importante occasione per far conoscere a un pubblico molto più vasto una realtà che normalmente rimane completamente nascosta: il lavoro degli speleologi, la complessità dell’esplorazione e, insieme alla bellezza del mondo sotterraneo, anche i rischi della speleosubacquea.
Ma la Rai, in questa occasione, è soprattutto una finestra su una storia che appartiene al CAT.
Una storia che non si conclude con i risultati già ottenuti. Perché, nonostante 25 anni di attività, il Fontanon di Goriuda continua a porre interrogativi.
Sono almeno quattro le grandi incognite sulle quali gli speleologi intendono tornare a lavorare. Una riguarda una difficile arrampicata di circa 40 metri sulla volta della galleria terminale; un’altra una risalita meno impegnativa che potrebbe aprire una nuova prosecuzione. Rimane poi da verificare un pozzo stimato in circa cinque metri, dal quale il rumore prodotto dalla caduta dei sassi potrebbe far pensare alla presenza di acqua. E proprio l’eventuale presenza di un nuovo sifone, a una distanza così importante dall’ingresso, rappresenterebbe una prospettiva esplorativa di grande interesse.
A rendere ancora più affascinante questa ricerca è il fatto che il Goriuda potrebbe non essere un sistema isolato. Negli ultimi anni le esplorazioni condotte da altri gruppi speleologici sull’altopiano del Canin hanno raggiunto settori che sembrano avvicinarsi a quelli esplorati dal CAT. L’ipotesi di un futuro collegamento fra sistemi carsici differenti appare quindi sempre più concreta.
Sarebbe una scoperta capace di aggiungere un capitolo importante alla conoscenza del carsismo del Canin e della circolazione delle acque sotterranee di uno dei più importanti territori carsici delle Alpi Giulie.
Per il Club Alpinistico Triestino, dunque, i 25 anni del gruppo speleosubacqueo non rappresentano un traguardo, ma la conferma di una scelta che continua nel tempo: esplorare, conoscere, documentare e trasmettere alle nuove generazioni la passione per il mondo sotterraneo.
Un quarto di secolo dopo l’inizio di questa avventura, Duilio Cobol e gli speleologi del CAT sono ancora davanti alle stesse domande che hanno accompagnato tante delle loro spedizioni: dove porta davvero l’acqua del Goriuda? Quanto si estende ancora la cavità? E soprattutto, cosa si nasconde oltre l’ultimo passaggio conosciuto?
Il prossimo inverno gli speleologi intendono tornare al lavoro sulle quattro grandi incognite ancora aperte.
Venticinque anni sono tanti, soprattutto quando si misurano non in chilometri percorsi in superficie, ma in metri conquistati nel buio, immersione dopo immersione, risalita dopo risalita.
La storia del Fontanon di Goriuda racconta bene uno degli aspetti più autentici della speleologia: una grotta non si esaurisce con una scoperta e nemmeno con una generazione di esploratori. Rimane lì, con le sue domande, mentre cambiano gli uomini, migliorano le tecniche e nuove conoscenze permettono di tornare dove, anni prima, ci si era dovuti fermare.
Al Goriuda le domande sono ancora molte. Ci sono pareti da risalire, passaggi da verificare, la possibilità di nuove vie d’acqua e, più lontano, l’affascinante prospettiva di un collegamento con altri grandi sistemi carsici del Canin.
Il modo migliore di festeggiare venticinque anni di esplorazioni è considerarli un punto per continuare a cercare: sotto il Canin, l’acqua continua il suo viaggio: gli speleologi, inevitabilmente, continueranno a seguirla.
Nella Grotta di Aladino, in Valdaone, nel Trentino occidentale, Gigi Casati torna dopo oltre trent’anni nel sifone a monte. Quattro giorni di esplorazione, acqua in aumento e un grande lavoro di squadra con il Gruppo Grotte Brescia
Più di trent’anni di esplorazioni, ritorni, tentativi e scoperte legano la Grotta di Aladino, nel cuore della Valdaone, ai suoi esploratori. Siamo nel Trentino occidentale, nelle Giudicarie, ai piedi del massiccio dell’Adamello, in un territorio profondamente segnato dall’acqua e dalla montagna.
La storia di Aladino è una storia di persone e di gruppi che, a distanza di tanto tempo, continuano a ritrovarsi sottoterra con la stessa passione, amicizia e reciproca stima.
Quattro intensi giorni hanno visto nuovamente impegnati gli speleologi nel cuore della grotta, con il fondamentale supporto del Gruppo Grotte Brescia ‘Corrado Allegretti‘, che si è occupato dell’organizzazione e dell’indispensabile trasporto delle pesanti attrezzature fino al sifone, a circa -250 metri dall’ingresso. Un lavoro duro, affrontato con grande disponibilità e spirito di squadra, e reso ancora più impegnativo dalle piogge e dal rapido aumento della portata delle acque.
L’obiettivo era tornare nel sifone a monte da cui nasce il torrente Jafar, un settore esplorato molti anni fa e del quale ormai rimanevano ricordi piuttosto sfumati.
Dopo aver superato il primo sifone e riattrezzato il tratto necessario per raggiungere il secondo, l’esplorazione è finalmente ripartita dal vecchio limite. Sott’acqua la galleria è scesa fino a -44 metri di profondità, per poi cominciare nuovamente a risalire. La prosecuzione resta aperta.
Nel frattempo, però, fuori continuava a piovere. E parecchio. Il Jafar, inizialmente stimato intorno ai 250 litri al secondo, ha rapidamente aumentato la propria portata, arrivando nei giorni successivi a superare i 3 metri cubi al secondo. Alla sorgente del Fontanone, collegata alla Grotta di Aladino lo scorso anno, venivano stimate portate ancora maggiori.
È stata quindi un’esplorazione breve ma intensa, nella quale ogni metro guadagnato sott’acqua è stato possibile grazie al lavoro di molti: chi si è immerso, chi ha attrezzato, chi ha trasportato sacchi pesantissimi e chi, fuori e dentro la grotta, ha garantito supporto e sicurezza.
Per sapere davvero cosa è successo oltre quel sifone, è meglio lasciare il racconto a chi il filo dell’esplorazione lo ha materialmente portato un po’ più lontano.
Gigi Casati, uno dei grandi protagonisti della speleologia subacquea italiana, racconta così questi quattro giorni in Valdaone.
«Quattro intensi giorni trascorsi in Valdaone in compagnia del Gruppo Grotte Brescia…»
Quattro intensi giorni trascorsi in Valdaone in compagnia del Gruppo Grotte Brescia che si è occupato dell’organizzazione e dell’indispensabile aiuto per trasportare i materiali al sifone a -250m dall’ingresso. Una storia lunga più di 30 anni che vede ancora molti degli stessi interpreti, legati da amicizia e stima. Nella Grotta di Aladino, questa volta ritorniamo nel sifone a monte che forma il torrente Jafar di cui le nostre memorie non ricordano quasi nulla. Mercoledi 19 ci troviamo a La Piana e una volta trasportati con l’elicottero tutti i materiali in quota, scendiamo subito in grotta. Arrivati al sifone dopo una bella faticaccia, sostenuta dai membri del GGB, che si sobbarcano il trasporto di due pesanti sacchi a testa, Andrea e io, prepariamo tutto il necessario e ci immergiamo. Superiamo il primo sifone con condizioni ideali, ma una volta oltre, quello che mi ricordavo essere solo un sassone da superare, risulta esser una arrampicata di 10m. Allora ricordo di averla risalita in libera e la corda utilizzata quella volta per tirar su i materiali, è ancora in posizione, fissata su un armo naturale. Con noi adesso abbiamo solo uno spezzone di corda, un martello e qualche spit ma, ci rendiamo conto che non abbiamo materiale adatto per tirar su il rebreather e le bombole, necessarie all’immersione nel secondo sifone. Rientriamo e ovviamente lasciamo tutto pronto all’ingresso del primo sifone. Durante la notte, una pioggia a tratti forte, batte sul tetto della malga Casinei facendomi maturare neri pensieri. Il Giovedi mattina siamo in quattro ad entrare in grotta e a raggiungere velocemente l’ingresso del sifone. Incredibilmente pur essendo rispetto a ieri minore lo stillicidio lungo il percorso troviamo che il torrente Jafar, ha una portata a stima, doppia: circa 250l/s. Noto subito che la visibilità è peggiorata ma ci immergiamo senza esitare. Superato il sifone ci spogliamo delle attrezzature e trasportiamo i materiali alla base del pozzo. Questa volta tocca a Andreino arrampicare. Una volta raggiunta la sommità del pozzo con il trapano mette due fix sulla verticale e paranchiamo in alto, i materiali. Mi preparo e parto nel secondo sifone di cui ricordo solo la profondità di -23m e il freddo patito all’epoca. Il sifone è un tubo di marmo bianco ricoperto da fango pesante: non siamo lontani dal bacino di assorbimento. La visibilità è di circa due metri e con il mio passaggio in alcuni punti si riduce a poche decine di centimetri. Raggiungo il limite esplorato dove ritrovo il mio vecchio filo rotto per diversi tratti ma, nel punto finale, ancora fissato su uno spuntone. Continuo: la galleria si inabissa, con una forma a mezza luna, alta meno di un metro e larga un paio di metri, il fondo ricoperto da uno spesso strato fangoso. Scendo facendo molta attenzione a non toccare il fondo, ma comunque una piccolissima valanga di fango mi anticipa. Finalmente spiana e mi sento più tranquillo; procedo raggiungendo la profondità di -44m (siamo a 1720m di quota) e dopo poco la galleria riprende a risalire. A tratti la galleria si allarga a circa 3m di diametro; mi fermo a -33m. Rientro facendo la topografia. Andreino non è rimasto con le mani in mano: nell’attesa ha spaccato delle lame di roccia per agevolare il passaggio dei materiali tra il pozzo e il secondo sifone. Osservo la cascata che è decisamente più impressionante rispetto a ieri e percepisco che il flusso è aumentato da quando ci troviamo nel post sifone. Rientriamo dal primo sifone e anche lì, il livello si sta alzando a vista d’occhio, si stima 500l/s. Probabilmente fuori starà piovendo. Il Pota e il Super che ci aspettavano all’inizio del primo sifone escono dalla galleria del torrente e noi con le mute passiamo i materiali e li portiamo in un posto sicuro. Prepariamo il trasporto dei sacchi e poi risaliamo verso l’uscita. Lungo la risalita, fastidiose cascatelle, percorrono i pozzi della grotta. Una volta fuori, ci dicono che ha piovuto tutto il giorno. Il venerdì in cinque volenterosi tra cui una ragazza che si è aggregata per l’occasione, Hélèn, scendono a recuperare i sacchi dalla grotta trovando sui pozzi, delle cascatelle si sono intensificate. E il torrente Jafar ha una portata superiore ai 3mc/s Niente di sorprendente poiché fuori le piogge sono intense. Gli amici che ci raggiungono il venerdì sera stimano 6-7mc/s la portata della sorgente del Fontanone giuntato lo scorso anno con la grotta di Aladino. Gradita sorpresa il risveglio del sabato mattina, con un bellissimo sole. Un gruppetto di amici che ci ha raggiunto sul posto, ci allevia la fatica di portare a valle armi e bagagli estratti dalla grotta. To be continued
In 1930, a 17-year-old caver descended into the Trou du Glaz on the Dent de Crolles. He couldn't get enough of this experience.
His name was 𝗙𝗲𝗿𝗻𝗮𝗻𝗱 𝗣𝗲𝘁𝘇𝗹, a machinist in Grenoble who solved problems by making the tools nobody else had. 🧐
By 1947, he and caving partner Pierre Chevalier had linked the deepest known cave system in the world. By 1956, they pushed past 1,000 metres down in the Gouffre Berger, nearly two weeks underground.
The company, Petzl, built from Fernand's workshop is still run by his family today. We've told the whole story, including how it reached our shop in 1977.
Je to už hodně dávno, kdy jsme jezdili trénovat, zkoušet nově vyvinuté a vyrobené prostředky SRT do propastí Jihoslovenského krasu. Zvonica byla naším nejčastějším cílem. A teprve až nyní tam vyrazili Monika, Roman L., Dejv ze ZO Labyrint s průvodcem Tomášem Fussgänger – SK MEANDER.
V pátek večer přijíždíme k Tomovi domů do Háje. V sobotu ráno vyjíždíme na Plešiveckou planinu. Náš první cíl je jeskyně Zvonivá jáma s hloubkou -100,5m. Slaňujeme první šachtou -45 metrů o průměru zhruba 4 metry. Pohled do této propasti z lana je monumentální. Přecházíme prostřední kužel a míříme už rovnou dolů do obrovské komory o rozměrech 220m x 40m x 20m. Fotíme se u sloupu hrůzy s výškou 26 metrů a zapisujeme se do “vrcholové knížky”. V jeskyni jsou překrásné pagodovité stalagmity. Po zhlédnutí míříme nahoru.
Po výlezu se přesunujeme k našemu druhému dnešnímu cíli jeskyni Kančí propast s hloubkou -123m. Svůj název dostala po kostře divočáka v sintru, jejíž stáří se odhaduje na 3.000 let. Jeskyně má úplně jiný charakter, řadou kratších slanění v užších prostorech se dostáváme na dno velké pukliny. Cestou míjíme unikátně vyzdobenou komoru se sintrovým jezírkem
Do Diviačej
Neděle ráno a poslední exkurze. Tom nám dává na výběr mnoho možností, ale spěcháme a tak vybíráme variantu Velká Bikfa -141 m. Jeskyně leží na Silické planině. Jedná se o puklinovou propast. Postupně proslaňováváme až k jezernímu dómu. Vody v jezírku je, ale vcelku skromně. Tom zde provádí stejně jako v některých svých lokalitách každý měsíc odečty košťákoměrů.
Tímto děkujeme Tomáši Fussgängerovi za to, že nám ukázal místní jeskyně, které jsme chtěli navštívit a poznat tak historii Orcusu, kdy tyto jeskyně v sedmdesátých a osmdesátých létech navštěvovali naši členové.
Velká Bikfa
A nejen tam byli Roman L. s Monikou aktivní. Přidal se k nim Láďa a Kuba V.,
Vyjeli na pomoc při kopáčské akci – vytahování suťi a sedimentů pod vstupní 20metrovou propastí. Celkově jsme pomohli vytahat za oba dny 130 kyblíků v Hranickém krasu