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Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area.
Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo
L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vall
Nel cuore del Cilento, l’Inghiottitoio del Caravo continua a rappresentare un punto chiave per lo studio del carsismo, dell’idrologia sotterranea e della biodiversità ipogea, con nuove campagne esplorative internazionali che rilanciano l’interesse scientifico sull’area.
Posizione e contesto geologico dell’Inghiottitoio del Caravo
L’Inghiottitoio del Caravo si apre nel territorio di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, all’interno del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. La cavità è ubicata nell’alveo del rio Bacuta, a circa 340 metri sul livello del mare, e raccoglie le acque provenienti dai versanti del Monte Rotondo e del Monte Pannello. [1][2][6]
Si tratta di un inghiottitoio attivo, ovvero di una cavità in cui le acque superficiali penetrano direttamente nel sottosuolo, alimentando il sistema carsico del Bussento. Questo sistema idrogeologico convoglia le acque verso la nota risorgenza di Morigerati, dove il fiume Bussento riaffiora dopo un percorso sotterraneo di diversi chilometri. [2][7][14]
La posizione del Caravo lo rende un punto strategico per comprendere il drenaggio sotterraneo dell’alta valle del Bussento e per studiare i processi di erosione, trasporto di sedimenti e formazione di condotti verticali tipici degli ambienti carsici. [1][6]
Storia delle esplorazioni speleologiche
Le prime esplorazioni documentate dell’Inghiottitoio del Caravo risalgono agli anni Cinquanta, nell’ambito delle campagne speleologiche condotte dal Circolo Speleologico Romano (CSR) e da altri gruppi nell’area del Bussento. [1][3][9]
Nel 1952 il Caravo fu oggetto di ricognizioni durante le attività del CSR, che mapparono i primi tratti della cavità. Negli anni successivi, il GS CAI Napoli e altri gruppi speleologici campani tornarono sulla grotta per ampliarne la conoscenza topografica e documentarne la morfologia. [3][9]
La cavità presenta un ingresso a vasto portale, alto circa 15 metri, seguito da un primo pozzo di circa 20 metri. Proseguendo, si incontra un grande pozzo di circa 70 metri, cui seguono altri pozzi di 20, 20 e 30 metri, tratti a canyon, marmitte erosive e laghi sotterranei. Lo sviluppo totale documentato è di circa 122 metri, con un dislivello di circa 153 metri. La progressione nota termina in un lago-sifone terminale, oltre il quale la cavità non è al momento esplorata. [1][2][6]
Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino avanzò l’ipotesi di un possibile collegamento idrologico tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile rilevato nella grotta Orsivacca, un’altra cavità attiva del sistema. Questa ipotesi rimane tuttora da verificare attraverso esplorazioni speleosubacquee e studi idrogeologici mirati. [1][6]
Morfologia e idrologia sotterranea
L’Inghiottitoio del Caravo mostra una morfologia tipica degli inghiottitoi attivi in ambiente calcareo. L’acqua del rio Bacuta penetra nella cavità attraverso fratture e condotti carsici, erodendo la roccia e formando pozzi verticali, canyon e marmitte. [1][6]
La presenza di laghi sotterranei e del sifone terminale indica che il sistema è attivo anche dal punto di vista idrologico, con flussi d’acqua che variano in funzione delle precipitazioni e dello scioglimento delle nevi sui monti circostanti. Durante le piene, la cavità può diventare particolarmente pericolosa a causa della rapidità con cui l’acqua riempie i condotti. [2][6]
Il Caravo rappresenta quindi un punto di ingresso diretto dell’acqua nel sistema carsico, permettendo di studiare il trasporto di sedimenti, la dinamica dei flussi sotterranei e l’evoluzione dei condotti verticali nel tempo. [1][6]
Biospeleologia e vertebrati troglosseni
L’Inghiottitoio del Caravo presenta un rilevante interesse biospeleologico. Durante le esplorazioni sono stati osservati diversi organismi, tra cui ortotteri del genere Dolichopoda, girini di Rana italica, esemplari di Bufo bufo, Natrix natrix e Anguis fragilis. Sono stati inoltre segnalati avvistamenti di pipistrelli in volo, sebbene non sia stata possibile una determinazione specifica. [1][3]
La presenza di queste specie, alcune delle quali considerate troglossene (ovvero presenti in grotta in modo accidentale o occasionale), conferma il valore ecologico della cavità come ambiente di rifugio e transito per la fauna. Gli inghiottitoi attivi, come il Caravo, svolgono infatti un ruolo importante nel trasporto di materia organica e nutrienti dal superficie al sottosuolo, sostenendo le catene trofiche ipogee. [1][3][19]
La tutela di questi ambienti è fondamentale per la conservazione della biodiversità sotterranea, soprattutto in un’area protetta come il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. [2][19]
Vulnerabilità ambientale e tutela del sistema carsico
Come tutti gli inghiottitoi attivi, il Caravo è particolarmente vulnerabile alle attività umane e alla contaminazione del bacino superficiale. Le sostanze presenti nell’alveo del rio Bacuta possono essere trasferite rapidamente nel sottosuolo, con effetti potenziali sulla qualità dell’acqua, sui sedimenti e sugli organismi cavernicoli. [2][4][6]
Nei sistemi carsici, infatti, l’infiltrazione dell’acqua è rapida e la capacità naturale di filtrazione e autodepurazione è limitata. Questo rende gli inghiottitoi punti critici per la protezione delle risorse idriche sotterranee e per la prevenzione dell’inquinamento. [4][26]
La sensibilizzazione delle comunità locali, il monitoraggio ambientale e la regolamentazione delle attività nel bacino superficiale sono strumenti essenziali per preservare l’integrità del sistema carsico del Bussento. [2][19]
Hidden Bussento 2026: nuove prospettive esplorative
L’interesse scientifico per l’Inghiottitoio del Caravo è confermato dalla sua inclusione nella spedizione internazionale Hidden Bussento 2026, promossa da Tetide APS e dedicata all’esplorazione del sistema carsico del Bussento. [2][3][5]
Dal 25 luglio al 9 agosto 2026, speleologi e ricercatori provenienti da diversi Paesi si sono riuniti a Morigerati per lavorare su più fronti: la risorgenza del Bussento, gli inghiottitoi di Caravo, Orsivacca e Bussento, i sifoni terminali e la ricerca di nuovi ingressi del collettore sotterraneo. [2][3][5]
Il progetto Hidden Bussento mira a chiarire alcuni dei misteri idrogeologici del Cilento, tra cui il possibile collegamento tra le diverse cavità del sistema e la continuità idrologica tra inghiottitoi e risorgenza. Le attività includono rilievi topografici, esplorazioni speleosubacquee, campionamenti biologici e studi idrologici. [2][3][7]
Ipotesi di collegamento Caravo-Orsivacca
Uno degli aspetti più affascinanti dello studio del Caravo riguarda la possibile connessione con la grotta Orsivacca. Nel 1986 il Gruppo Speleologico Valtiberino ipotizzò un collegamento tra il sifone terminale del Caravo e un sifone pensile dell’Orsivacca, sulla base di considerazioni morfologiche e idrologiche. [1][6]
Tale ipotesi rimane tuttora da verificare. La conferma di un collegamento tra le due cavità avrebbe importanti implicazioni per la comprensione del sistema carsico del Bussento, permettendo di ricostruire con maggiore precisione il percorso sotterraneo delle acque e la struttura dei condotti principali. [1][6]
Le future campagne esplorative, in particolare quelle speleosubacquee nei sifoni terminali, potranno fornire nuovi elementi per valutare questa possibilità. [2][7]
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Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia.
L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose duran
Una giovane squadra britannica torna nel “mare di pietra” del Montenegro
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro tornano al centro dell’attenzione con il resoconto della spedizione UBSS nella regione di Kameno More. L’University of Bristol Speleological Society presenterà?? risultati della missione a Hidden Earth 2026, la conferenza annuale britannica dedicata alla speleologia.
L’intervento, intitolato UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, sarà tenuto da Daniel Rose durante una sessione di 30 minuti. Il programma della conferenza si svolgerà dal 25 al 27 settembre 2026 al Llangollen Pavilion, nel Galles del Nord, organizzato dalla British Cave Research Association e dalla British Caving Association.
Hidden Earth 2026: la conferenza che ospita il racconto della spedizione UBSS
Hidden Earth rappresenta l’appuntamento di riferimento per la comunità speleologica britannica e internazionale. L’edizione 2026 conferma la presenza di relazioni dedicate a spedizioni in Asia, Sud America ed Europa, con un focus particolare sulle aree carsiche meno conosciute.
La sessione dedicata al Montenegro si inserisce in un programma ricco di workshop e lecture. Tra i temi trattati figurano il supporto ai leader di spedizione, le tecniche di rilievo topografico e le trasformazioni nelle organizzazioni speleologiche.
Il contributo UBSS non si limita ai dati esplorativi. La relazione affronta anche l’organizzazione pratica della missione: la scelta dell’area, la logistica, la composizione della squadra e le difficoltà incontrate da un gruppo giovane.
Kameno More: il “mare di pietra” che attira le esplorazioni speleologiche in Montenegro
Kameno More è un’area carsica montenegrina il cui nome significa letteralmente “mare di pietra”. Il paesaggio superficiale e le cavitಲ sotterranee costituiscono un campo di ricerca ancora aperto.
La regione ha già attirato spedizioni internazionali negli anni precedenti. Nell’agosto 2024 la spedizione Stone Sea aveva programmato ricognizioni e prosecuzioni delle ricerche in tre cavitಲ denominate Meandar, Dvestotka e PT4.
Il ritorno di una squadra britannica segna la ripresa di una presenza esplorativa britannica nella zona dopo un’interruzione che durava dal 2013. Questo elemento rende il resoconto UBSS rilevante oltre la cronaca delle cavitಲ visitate.
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro richiedono preparazione tecnica, lettura del territorio e capacità logistica. La collaborazione con le realtà locali rappresenta un fattore decisivo per il successo delle campagne sul campo.
Il contesto del carsismo montenegrino: Durmitor e Žijovo
Il Montenegro riunisce massicci calcarei di alta quota, zone fortemente fratturate e paesaggi modellati dall’azione congiunta dell’acqua e dei processi glaciali. In simili contesti, la ricerca può riguardare ingressi nuovi, pozzi, cavitಲ a sviluppo orizzontale e sistemi con ghiaccio sotterraneo.
Sul massiccio del Durmitor sono censite 415 cavità, esplorate integralmente o solo in parte. Una campagna svolta nel luglio 2026 da ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro ha riguardato Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina.
La Zelenovirska pecina raggiunge 830 metri di sviluppo esplorato. Questa grotta è rilevante perché le cavità a prevalente andamento orizzontale sono meno frequenti in un carsismo d’alta quota dominato da forme verticali.
La presenza italiana nelle esplorazioni speleologiche in Montenegro
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro vedono da alcuni anni una presenza italiana articolata. Nel 2024 la Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste ha operato sullo Žijovo, nelle Ku?ke Planine, vicino al confine albanese.
Dopo ricognizioni preliminari svolte tra il 2022 e il 2023, sei partecipanti hanno esplorato e rilevato 15 grotte in sei giorni di attività. La missione ha utilizzato anche un drone con camera ad alta definizione per migliorare la lettura del terreno.
Tra le cavità descritte figurano l’Abisso Ledo, la Grotta Prepih e la Grotta Armada. Ledo presenta un pozzo superiore ai 100 metri, con pareti in larga parte ricoperte da ghiaccio. Sul fondo è stata misurata una temperatura dell’aria di 1,7 °C.
Un secondo filone italiano è quello del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia. Durante la Montenegro Speleo Expedition 2024, attiva tra il monte Pasjak e la cresta del Surdup nel sud-est del Paese, il gruppo ha scoperto, esplorato e rilevato 24 nuove grotte in dieci giorni.
Il progetto ha associato alla ricerca esplorativa misure fisiche dell’aria in cavità, comprendenti temperatura, acidità, anidride carbonica, radon e radioattività. La seconda spedizione Seppenhofer è partita il 4 luglio 2025 con l’obiettivo di proseguire lo studio di nuove cavità.
Ricerca, rilievo e tutela delle grotte nel Montenegro
La presenza di squadre britanniche, italiane, montenegrine e serbe mostra come le esplorazioni speleologiche in Montenegro siano oggi legate a una dimensione internazionale. Le attività sul campo producono dati utili per cartografia, geomorfologia, idrologia sotterranea, biologia e valutazione dei rischi.
Non ogni cavità è destinata alla frequentazione, e la documentazione può essere il primo strumento di tutela. Il caso della Ledena pecina nel Durmitor è indicativo. I ricercatori hanno segnalato condizioni di degrado e proposto di rimuovere corde danneggiate, delimitare l’area dell’ingresso e vietare chiaramente la discesa.
Il mantenimento delle formazioni di ghiaccio e del microclima richiede una gestione prudente. I Parchi nazionali del Montenegro hanno dichiarato che adotteranno misure nell’ambito delle loro competenze.
La conferenza di Hidden Earth 2026 si inserisce in questo contesto. Il resoconto UBSS su Kameno More potrà offrire un aggiornamento diretto su una campagna recente. La condivisione dei risultati resta una parte decisiva del lavoro per le esplorazioni speleologiche in Montenegro.
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A Horné Orešany due giornate per leggere doline, campi solcati, inghiottitoi e sorgenti. Il rilievo aereo LiDAR può rendere più completa la ricerca speleologica di superficie.
La documentazione dei fenomeni carsici superficiali sarà al centro di un corso in programma il 24 e 25 ottobre 2026 a Majdánske, località del comune di Horné Orešany, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia. L’iniziativa, guidata da Alexander La?ný, propone un percorso concentrato in due giornate: una prima parte
A Horné Orešany due giornate per leggere doline, campi solcati, inghiottitoi e sorgenti. Il rilievo aereo LiDAR può rendere più completa la ricerca speleologica di superficie.
La documentazione dei fenomeni carsici superficiali sarà al centro di un corso in programma il 24 e 25 ottobre 2026 a Majdánske, località del comune di Horné Orešany, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia. L’iniziativa, guidata da Alexander La?ný, propone un percorso concentrato in due giornate: una prima parte di lezioni e una successiva esercitazione sul terreno nel vicino Carso di Kuchy?a–Orešany.
L’appuntamento richiama un aspetto essenziale del lavoro speleologico. Il paesaggio esterno non è un semplice contorno delle grotte. Doline, campi solcati, inghiottitoi, sorgenti carsiche e depositi carbonatici possono registrare la circolazione delle acque, le discontinuità della roccia e l’evoluzione di un acquifero. Rilevarli con criteri chiari consente di mettere in relazione ciò che appare in superficie con cavità, pozzi e condotti sotterranei.
Corso di documentazione dei fenomeni carsici superficiali
Il programma inizierà sabato 24 ottobre con l’arrivo dei partecipanti alle 10. Le lezioni sono previste dalle 11 alle 18. I temi annunciati comprendono un quadro geologico di base per speleologi, la documentazione e lo studio delle doline, l’analisi degli škráp — termine slovacco che indica le forme di dissoluzione affioranti, assimilabili ai campi solcati — la genesi e la classificazione di calcari porosi e travertini, oltre a inghiottitoi e sorgenti.
Domenica 25 ottobre, dalle 9 alle 16, si svolgerà l’uscita dedicata alla documentazione dei fenomeni carsici superficiali nel Carso di Kuchy?a–Orešany. La parte pratica è significativa: permette di associare osservazione diretta, descrizione geomorfologica, posizione geografica, misure e fotografie. Questi dati possono poi confluire in schede di cavità, banche dati territoriali e cartografie tematiche.
Le iscrizioni sono aperte fino al 15 ottobre 2026 attraverso l’indirizzo sasol@speleott.sk. Il corso sarà avviato con almeno cinque partecipanti. Pernottamento e organizzazione dell’alloggio sono a carico dei partecipanti; tra le strutture segnalate figura U Kura?ka.
Carso di Kuchy?a–Orešany e forme di superficie
La sede scelta appartiene a un’area carsica situata nella porzione settentrionale dei Piccoli Carpazi, tra gli abitati di Kuchy?a e Horné Orešany. La letteratura locale la descrive come una zona in cui alternanze di livelli carbonatici e non carbonatici condizionano lo sviluppo del carsismo. Sono documentati, fra le forme di superficie, doline, inghiottitoi, sorgenti e campi solcati; il sottosuolo comprende grotte e voragini.
L’interesse scientifico non riguarda soltanto la catalogazione delle forme. Una dolina può indicare dissoluzione concentrata, cedimenti o il recapito di acque verso il sottosuolo. Un inghiottitoio segnala un tratto di drenaggio che scompare nella roccia. Una sorgente può fornire informazioni sul punto di restituzione dell’acquifero e sulla sua risposta stagionale. Anche le croste calcaree, i penovci e i travertini aiutano a interpretare condizioni di deposizione del carbonato di calcio e dinamiche idrologiche locali.
Per questo la documentazione dei fenomeni carsici superficiali richiede metodi confrontabili con quelli applicati in grotta. Servono coordinate controllate, scala delle osservazioni, fotografie orientate, misure delle dimensioni, note sul substrato e sulle condizioni idriche. La ripetizione dei rilievi nel tempo è utile per riconoscere modifiche naturali o indotte dalle attività umane.
LiDAR aereo nella ricerca speleologica
In questo quadro, il LiDAR aereo offre uno strumento importante per la ricerca speleologica. Il sistema misura distanze tramite impulsi laser e permette di costruire nuvole di punti e modelli digitali del terreno ad alta risoluzione. Da un volo con aeromobile o drone, dopo una corretta classificazione dei punti, è possibile rappresentare con maggiore chiarezza la morfologia del suolo anche in ambienti boscosi, dove fotografie aeree e immagini satellitari possono non mostrare le piccole depressioni.
I modelli digitali ottenuti dal LiDAR aereo non sostituiscono il sopralluogo. Rendono però più efficace la sua pianificazione. Ombreggiature del rilievo, pendenze, curvature e modelli di profondità delle depressioni possono aiutare a individuare doline poco evidenti, allineamenti strutturali, paleocanali, scarpate e possibili ingressi ostruiti. Una ricerca condotta nel Dinarico ha mostrato come dati LiDAR siano utili per misurare forma, profondità e distribuzione delle doline sotto copertura forestale. Un altro studio, dedicato a forme carsiche dell’Arizona, ha distinto migliaia di depressioni individuate dal LiDAR rispetto a un numero molto più ridotto di elementi riconosciuti attraverso il solo rilevamento fisico in superficie.
Per la documentazione dei fenomeni carsici superficiali, la sequenza più solida è quindi integrata. Prima si analizzano i dati aerei e le basi cartografiche. Poi si verifica sul terreno la natura delle anomalie. Infine si raccolgono dati geologici, idrologici e speleologici. L’uso congiunto di LiDAR, osservazioni dirette, GPS o GNSS, fotografie e rilievo tradizionale riduce il rischio di scambiare una depressione antropica o una forma erosiva per un elemento carsico.
Il collegamento tra superficie e sottosuolo può diventare ancora più informativo quando modelli topografici e rilievi delle grotte sono georeferenziati nello stesso sistema. In questo modo, aree di assorbimento, sorgenti, fratture e andamento dei condotti possono essere letti come parti di un unico sistema. L’approccio è utile per la ricerca, per la tutela delle acque sotterranee e per la valutazione delle aree vulnerabili a subsidenza o collasso.
Formazione e qualità dei dati
Il corso di Horné Orešany propone una base concreta per questo lavoro. Prima della tecnologia viene il riconoscimento della forma, della roccia e dei processi che l’hanno prodotta. Il LiDAR aereo amplia la capacità di osservazione su aree estese. La verifica speleologica sul campo resta il passaggio che attribuisce significato ai dati e trasforma una mappa di depressioni in conoscenza del carsismo.
La documentazione dei fenomeni carsici superficiali è quindi una pratica utile sia nelle aree già conosciute sia nei territori dove il patrimonio sotterraneo è ancora poco censito. Formazione, rilievi ripetibili e integrazione delle tecniche permettono di costruire archivi più affidabili e di collegare la lettura del paesaggio con l’esplorazione delle grotte.
Fonti
Programma e annotazione del corso forniti nel testo di partenza.
Application of Ground Penetrating Radar Supported by Mineralogical-Geochemical Methods for Mapping Unroofed Cave Sediments: https://www.mdpi.com/2072-4292/10/4/639
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Il Gruppo Speleologico Padovano CAI è tornato a esplorare l’antico acquedotto sotterraneo di Cinto Euganeo. Un primo sopralluogo per verificare lo stato di conservazione del sito e preparare una nuova documentazione fotografica e video
Dopo circa vent’anni gli speleologi sono tornati nella “Busa della Casara”, uno dei sotterranei artificiali più interessanti del territorio del Parco Regionale dei Colli Euganei, nel Padovano.
A darne notizia è il Gruppo Speleologico Padovano CAI,
Il Gruppo Speleologico Padovano CAI è tornato a esplorare l’antico acquedotto sotterraneo di Cinto Euganeo. Un primo sopralluogo per verificare lo stato di conservazione del sito e preparare una nuova documentazione fotografica e video
Dopo circa vent’anni gli speleologi sono tornati nella “Busa della Casara”, uno dei sotterranei artificiali più interessanti del territorio del Parco Regionale dei Colli Euganei, nel Padovano.
A darne notizia è il Gruppo Speleologico Padovano CAI, che ha pubblicato le prime immagini del sopralluogo effettuato nell’antico acquedotto, con la partecipazione, tra gli altri, dello storico speleologo Adriano Menin.
La Busa della Casara è un acquedotto sotterraneo di probabile origine romana, scavato nelle rocce vulcaniche dei Colli Euganei, tra trachite e riolite. Un’opera particolarmente interessante anche considerando la difficoltà di lavorazione di queste rocce e le tecniche disponibili all’epoca della sua realizzazione.
Il sistema intercetta le acque che si infiltrano più a monte e le convoglia attraverso una successione di condotte dalle caratteristiche molto differenti.
All’interno si incontrano infatti tratti alti e stretti scavati direttamente nella roccia viva, settori rinforzati con murature e passaggi molto bassi, percorribili soltanto procedendo carponi.
Tra gli ambienti più caratteristici il Gruppo segnala la cosiddetta “Galleria dei Giganti”, una condotta che raggiunge circa tre metri di altezza.
Particolarmente suggestive sono inoltre le volte a cappuccina, ancora conservate all’interno del sotterraneo e riconoscibili per la caratteristica sezione triangolare. È proprio questo uno degli elementi architettonici che rendono la Busa della Casara un manufatto sotterraneo di notevole interesse storico e archeologico.
Secondo quanto riferisce il Gruppo Speleologico Padovano CAI, il complesso potrebbe rappresentare uno degli ultimi esempi ancora esistenti in Veneto di collettore sotterraneo di epoca romana, insieme alla “Bot” di Asolo.
Un primo sopralluogo dopo vent’anni
L’esplorazione effettuata in questi giorni ha avuto soprattutto carattere preliminare.
Dopo circa vent’anni dall’ultima possibilità di accesso, gli speleologi hanno voluto verificare le condizioni generali dell’acquedotto e lo stato dei diversi tratti della struttura.
Il sopralluogo dovrebbe essere seguito da nuovi ingressi dedicati a una documentazione fotografica e video più approfondita e ad alta definizione, con l’obiettivo di registrare nel dettaglio le caratteristiche e lo stato di conservazione del sotterraneo.
Le fotografie diffuse in queste ore dal Gruppo sono infatti definite dagli stessi speleologi immagini “speditive”, realizzate durante questa prima ricognizione.
Il Gruppo Speleologico Padovano CAI ha ringraziato l’Amministrazione comunale di Cinto Euganeo e in particolare il sindaco Rocca, che ha consentito l’accesso al sito, auspicando che il nuovo lavoro di documentazione possa contribuire a riportare attenzione e interesse pubblico su questo particolare patrimonio sotterraneo dei Colli Euganei.
Curiosa anche una conseguenza del sopralluogo raccontata dagli stessi speleologi: il passaggio all’interno delle condotte ha rimesso in sospensione parte del fango presente sul fondo, successivamente trasportato dall’acqua fino alla vasca esterna. Il Gruppo si è quindi scusato con gli abitanti che, proprio durante le operazioni, si erano recati alla fonte per rifornirsi d’acqua.
Quello appena concluso rappresenta soltanto il primo ritorno nella Busa della Casara. Le prossime esplorazioni permetteranno di documentare con maggiore dettaglio un’opera sotterranea che costituisce una testimonianza particolarmente rara della storia del territorio euganeo.
Fonte e immagini: post social Gruppo Speleologico Padovano CAI
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Nel sistema carsico dell’Extremadura emergono circa 100 metri di gallerie; la scoperta amplia la lettura geologica e apre nuove prospettive per l’archeologia in grotta
Nel Monumento Naturale delle Cuevas de Fuentes de León, nella provincia spagnola di Badajoz, una nuova sala ha stabilito il collegamento fisico tra la Cueva de los Postes e la Cueva Nueva. La scoperta è maturata durante la campagna archeologica dell’estate 2026 e ha consentito di percorrere circa 100 metri di passaggi
Nel sistema carsico dell’Extremadura emergono circa 100 metri di gallerie; la scoperta amplia la lettura geologica e apre nuove prospettive per l’archeologia in grotta
Nel Monumento Naturale delle Cuevas de Fuentes de León, nella provincia spagnola di Badajoz, una nuova sala ha stabilito il collegamento fisico tra la Cueva de los Postes e la Cueva Nueva. La scoperta è maturata durante la campagna archeologica dell’estate 2026 e ha consentito di percorrere circa 100 metri di passaggi fino ad allora non esplorati.
Il dato modifica la lettura del complesso. Le due cavità non vanno più considerate soltanto come ambienti vicini: il collegamento documentato conferma che appartengono a uno stesso sistema carsico, articolato su livelli e gallerie comunicanti. Le Cuevas de Fuentes de León diventano così un caso di interesse sia per la speleologia sia per la ricostruzione delle frequentazioni umane nel sottosuolo dell’Extremadura.[web:4][web:11]
Cuevas de Fuentes de León, il passaggio emerso durante lo scavo
L’accesso alla nuova sala è stato individuato nel corso delle operazioni di scavo. Rimosso uno strato di terreno, gli operatori hanno riconosciuto una piccola apertura che proseguiva oltre il fronte di indagine. L’ampliamento controllato del varco ha reso possibile il passaggio e l’esplorazione del settore inedito.
Secondo Hipólito Collado, responsabile dell’Archeologia della Junta de Extremadura e codirettore delle ricerche, il rinvenimento nasce quindi dall’incontro tra la lettura stratigrafica dello scavo e l’esplorazione speleologica. La Cueva Nueva era stata riconosciuta nel 2025, dopo che i custodi dell’area protetta avevano osservato il transito di animali presso una piccola apertura. Nel primo ingresso fu necessario superare un salto verticale di circa 15 metri con tecnica su corda.[web:4]
La continuità ora accertata con la Cueva de los Postes dà una base concreta a un’ipotesi formulata fin dalle prime osservazioni. Non definisce ancora l’intera rete di connessioni del massiccio, ma offre nuovi elementi per aggiornare rilievi, sezioni e modelli di sviluppo delle gallerie.
Cueva Nueva: quattro sale, lago interno e concrezioni
L’esplorazione della Cueva Nueva ha permesso di distinguere quattro sale. La maggiore presenta un dislivello vicino ai 20 metri e contiene un lago sotterraneo lungo circa 15 metri. Nelle sale sono stati osservati numerosi speleotemi in buono stato di conservazione, fra cui colate e concrezioni.
Questi elementi richiedono particolare attenzione. Speleotemi, sedimenti, acque e depositi archeologici sono parti di un unico archivio sotterraneo. Un rilievo accurato consente di registrare forma e posizione delle strutture naturali; una documentazione preventiva permette anche di stabilire percorsi di lavoro e misure di protezione prima delle analisi più invasive.
Sono stati segnalati anche resti archeologici. Al momento non è stata resa nota una loro datazione né un’attribuzione culturale. La prudenza è necessaria: solo lo studio dei materiali, del contesto stratigrafico e delle eventuali associazioni con resti faunistici o antropici potrà chiarire cronologia e funzione degli spazi.[web:4][web:11]
Archeologia nelle Cuevas de Fuentes de León
Il nuovo settore si inserisce in un’area già nota per la continuità delle ricerche. Il Progetto Orígenes opera a Fuentes de León dal 2001 e nel 2026 raggiunge i 25 anni di attività. Le indagini svolte nel complesso hanno documentato una sequenza che, secondo i ricercatori, arriva dall’età romana fino al Pleistocene medio.[web:4]
Nelle cavità del monumento sono state riconosciute funzioni diverse nel tempo. Per l’età romana sono stati indicati indizi di uso rituale. Nei periodi calcolitico e neolitico sono invece attestati impieghi funerari, con sepolture, resti umani e corredi. Le fonti istituzionali dell’Extremadura ricordano, per le campagne precedenti, oggetti riferiti a corredi dell’Età del Rame: idoli tipo falange decorati, elementi in osso, conchiglie perforate, perle litiche e utensili in pietra. I materiali erano in corso di studio e restauro.[web:4][web:2]
Il valore archeologico delle Cuevas de Fuentes de León non dipende quindi da un singolo reperto. Dipende dalla possibilità di leggere insieme stratigrafie, modalità di accesso, morfologia degli ambienti, tracce di attività umana, resti animali e trasformazioni naturali. La nuova connessione può aiutare a comprendere meglio come le persone si muovevano nel sistema e quali parti fossero effettivamente accessibili nelle diverse fasi storiche.
Perché la speleologia serve alla ricerca archeologica
La speleologia è essenziale per l’archeologia ipogea perché rende conoscibile il contesto prima ancora del reperto. Un gruppo speleologico contribuisce a localizzare nuovi vuoti, affrontare passaggi stretti o verticali in sicurezza, rilevare gallerie e identificare settori vulnerabili. Senza questa base, uno scavo rischia di interpretare un deposito isolandolo dalla rete di cavità, dai percorsi dell’acqua e dalle dinamiche sedimentarie che lo hanno formato.
Nel caso delle Cuevas de Fuentes de León, il collegamento fra Cueva de los Postes e Cueva Nueva mostra in modo diretto questo rapporto. L’archeologia ha intercettato l’apertura nel corso dello scavo; la speleologia ha consentito di superarla, descrivere le nuove sale e collocarle nella struttura del carsismo. Le due discipline lavorano su domande diverse, ma complementari.
La speleologia è utile anche alla conservazione. Il rilievo topografico e fotografico, la definizione dei percorsi, l’osservazione di concrezioni e acque, la valutazione dei rischi di crollo e l’attenzione ai microambienti riducono il rischio di alterare sia gli equilibri naturali sia i depositi culturali. Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana ricorda che le grotte conservano reperti, pitture rupestri e graffiti e che la ricerca archeologica non può prescindere dalla lunga storia della frequentazione umana degli ipogei.[file:1]
Per le Cuevas de Fuentes de León la fase successiva sarà quindi decisiva: completare la documentazione della nuova connessione, studiare senza anticipazioni i resti individuati e integrare le osservazioni geologiche, archeologiche e speleologiche in una lettura comune del sistema.
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Il rilievo LiDAR della Velika Pecina presso Herceg Novi costruirà un modello tridimensionale della cavità e aiuterà a leggere la relazione tra focolari, reperti e resti faunistici datati alla tarda età del Bronzo.
Velika Pecina: una nuova fase di documentazione
Nella grotta di Velika Pecina, vicino al villaggio di Kameno nel comune montenegrino di Herceg Novi, si è conclusa una nuova fase di documentazione archeologica. Le attività sono state svolte dall’O?rodek Bada? nad Antykie
Il rilievo LiDAR della Velika Pecina presso Herceg Novi costruirà un modello tridimensionale della cavità e aiuterà a leggere la relazione tra focolari, reperti e resti faunistici datati alla tarda età del Bronzo.
Velika Pecina: una nuova fase di documentazione
Nella grotta di Velika Pecina, vicino al villaggio di Kameno nel comune montenegrino di Herceg Novi, si è conclusa una nuova fase di documentazione archeologica. Le attività sono state svolte dall’O?rodek Bada? nad Antykiem Europy Po?udniowo-Wschodniej dell’Università di Varsavia e dal Parco naturale di Orjen – Herceg Novi.
La campagna non ha previsto nuovi scavi. Il lavoro si è concentrato sul riconoscimento dell’estensione dei focolari conservati in situ e sulla preparazione delle procedure per localizzare e cartografare i materiali che non sono stati rimossi dalla loro posizione originaria. È un passaggio utile per una successiva documentazione fotogrammetrica di dettaglio.
L’obiettivo è ricostruire le relazioni spaziali fra i segni delle diverse frequentazioni della cavità. In un sito ipogeo, la posizione di un osso, di un manufatto o di un focolare può essere decisiva per distinguere fasi d’uso diverse e per interpretare le azioni svolte nello spazio sotterraneo. La morfologia articolata di Velika Pe?ina rende questo lavoro particolarmente necessario: grandi sale, accumuli di blocchi, fessure e aperture verticali rendono difficile ridurre l’ambiente a una semplice pianta bidimensionale. [web:24]
Datazioni C14 e tarda età del Bronzo
Un elemento centrale della nuova comunicazione riguarda i risultati delle datazioni al radiocarbonio sulle campionature prelevate negli scavi dell’anno precedente. Sono state ottenute due misure: 2920 ± 30 BP e 3015 ± 30 BP, dove BP indica gli anni prima del presente convenzionalmente fissato al 1950.
Dopo la calibrazione, la prima misura ricade, con probabilità del 95,4%, nell’intervallo 1214–1016 a.C. La seconda comprende più intervalli compresi fra 1390 e 1128 a.C. Le due determinazioni indicano quindi una frequentazione riferibile alla tarda età del Bronzo.
Le date non definiscono da sole la funzione della grotta. Dovranno essere messe in rapporto con gli specifici focolari, con la stratigrafia e con la distribuzione dei reperti. È proprio qui che il rilievo tridimensionale di Velika Pe?ina può rendere più solida l’interpretazione, conservando in un unico sistema di riferimento le coordinate dei contesti archeologici.
Resti faunistici nella grotta di Kameno
Durante il sopralluogo sono state registrate numerose ossa animali visibili in superficie, nelle fessure e fra i blocchi rocciosi. Il riconoscimento preliminare segnala resti attribuibili a pecora o capra e a cinghiale.
I materiali restano oggetto di studio. La loro registrazione spaziale consentirà di verificare se siano associati ai focolari o ad altri indicatori di attività umana. Potrà anche aiutare a separare depositi legati alla frequentazione preistorica da spostamenti successivi causati dalla gravità, dall’acqua, dagli animali o dalle trasformazioni naturali della cavità.
La documentazione in situ evita di perdere informazioni nel momento in cui un reperto viene recuperato. Per questo il progetto di Velika Pe?ina unisce il rilievo della grotta alla registrazione analitica delle evidenze archeologiche.
LiDAR nelle grotte: come funziona il sistema Mandeye–HDMapping
Il rilevamento di Velika Pe?ina è stato eseguito con il sistema Mandeye–HDMapping. LiDAR è l’acronimo di Light Detection and Ranging: il sensore emette impulsi laser e misura il tempo necessario al segnale per tornare allo strumento. Ripetendo queste misure durante il movimento, si ottiene una nuvola di punti, cioè un insieme molto fitto di coordinate che descrive pareti, pavimenti, soffitti, blocchi e altri elementi intercettati dal laser.
Mandeye è una soluzione mobile basata su hardware aperto e software open source. Il sistema utilizza un LiDAR Livox Mid-360, associato a un’unità inerziale, e può essere portato a mano nelle strettoie oppure montato sul casco nei tratti dove serve operare a mani libere. Il sensore non richiede illuminazione per misurare le superfici: una caratteristica adatta all’ambiente sotterraneo. [web:6]
Durante l’acquisizione, il sistema registra scansioni e movimento dello strumento. Il software HDMapping elabora la traiettoria mediante odometria LiDAR e integra le scansioni in una nuvola tridimensionale. Le elaborazioni successive servono a correggere la chiusura degli anelli del percorso, un problema noto come loop closure, a unire rilievi eseguiti in sessioni differenti e a georeferenziare i dati su punti di controllo o coordinate note. I risultati possono essere gestiti come nuvole di punti LAZ e trasformati in piante e profili sviluppati. [web:16]
Per la speleologia, il vantaggio non è la sostituzione automatica del rilievo tradizionale. La ricerca dedicata al Mandeye raccomanda infatti di affiancare la scansione mobile a una poligonale indipendente, utile come controllo e per la georeferenziazione. Nei test pubblicati, la tecnica ha permesso di coprire sia settori ampi sia passaggi stretti, accelerando la raccolta dei dati rispetto al disegno manuale in grotta. Restano necessari controllo degli errori, pulizia della nuvola di punti e verifica dell’accuratezza rispetto allo scopo del rilievo. [web:6]
Un modello 3D per le future analisi di Velika Pe?ina
Nel caso di Velika Pe?ina, la nuvola di punti permetterà di produrre un piano dettagliato e un modello 3D della cavità. Il modello potrà diventare la base per sovrapporre le future acquisizioni fotogrammetriche, la posizione dei focolari e quella dei reperti individuati fra i detriti.
La combinazione fra cronologia radiocarbonica, archeologia di superficie, fotogrammetria e LiDAR può quindi rendere confrontabili dati raccolti in momenti diversi. È un approccio rilevante soprattutto per le grotte archeologiche, dove il contesto spaziale è complesso e le evidenze possono trovarsi su più livelli, dietro blocchi o lungo fessure.
Alla campagna hanno partecipato Ma?gorzata Kot, Željko Star?evi?, Andrija Star?evi?, Dušan Mrdak, Tomasz Paw?owski e Janusz Rec?aw. Il gruppo ha inoltre ringraziato Marina ?urovi? Radonji? per il supporto al progetto. Le analisi future dovranno chiarire la sequenza delle fasi di utilizzo della grotta e il suo ruolo nel paesaggio archeologico dell’area della Bocche di Cattaro. [web:24]
Redovnikovi?, L., Jakopec, A., B?dkowski, J., Jageti?, J., “The affordable DIY Mandeye LiDAR system for surveying caves, and how to convert 3D clouds into traditional cave ground plans and extended profiles”, International Journal of Speleology, 53(3), 2024. URL: https://www.ippt.pan.pl/repository/open/o9343.pdf
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Il campo Marmarole sotterranee del 10-16 agosto 2026 ha riportato gli speleologi del CAI Conegliano nell’Abisso Tiziano, sulle Dolomiti Cadorine, dopo decenni di assenza. L’esplorazione ha raggiunto circa 150 metri di profondità senza arrivare al fondo, aprendo una nuova fase di ricerca nei Lastoni delle Marmarole.
Marmarole sotterranee, una nuova campagna esplorativa nel cuore delle Dolomiti
Una nuova campagna di esplorazione speleologica ha riportato l’attenzione sul carsismo d
Il campo Marmarole sotterranee del 10-16 agosto 2026 ha riportato gli speleologi del CAI Conegliano nell’Abisso Tiziano, sulle Dolomiti Cadorine, dopo decenni di assenza. L’esplorazione ha raggiunto circa 150 metri di profondità senza arrivare al fondo, aprendo una nuova fase di ricerca nei Lastoni delle Marmarole.
Marmarole sotterranee, una nuova campagna esplorativa nel cuore delle Dolomiti
Una nuova campagna di esplorazione speleologica ha riportato l’attenzione sul carsismo d’alta quota dei Lastoni delle Marmarole, nel Centro Cadore. Lo Speleo Team Conegliano, gruppo della Sezione CAI di Conegliano, ha organizzato dal 10 al 16 agosto 2026 un campo esplorativo con base al Rifugio Tiziano.
L’iniziativa nasce da una serie di precedenti ricognizioni condotte dal gruppo nelle aree alpine del Veneto. La documentazione della Sezione CAI di Conegliano indica infatti le Marmarole, insieme al Sorapis, tra le zone interessate dalle battute di ricerca del 2025. Per il 2026 era stata programmata una presenza più strutturata in quota, con più giorni consecutivi dedicati alla ricerca.
Il campo Marmarole sotterranee si inserisce quindi in un progetto di più lungo periodo. L’obiettivo non è soltanto scendere in una cavità conosciuta, ma verificare il potenziale carsico dell’intero settore, individuando nuovi ingressi e cercando di comprendere i collegamenti tra le cavità già note.
L’Abisso Tiziano e la storia delle esplorazioni
La zona non è nuova alla speleologia. Già negli anni Ottanta la Ronda Speleologica Imolese aveva effettuato ricerche sistematiche nella balconata carsica nei pressi del bivacco dei Fratelli Toso. Le esplorazioni avevano portato all’inserimento a catasto di numerosi ingressi.
Tra le cavità più importanti figura l’Abisso Tiziano, dedicato al grande pittore di Pieve di Cadore. Il Catasto delle Grotte del Veneto identifica la cavità con il numero 5000 e la colloca nel territorio di Auronzo di Cadore, presso il Bivacco Tiziano, a circa 2270 metri di quota. La documentazione catastale disponibile indica una profondità storica di 301 metri e uno sviluppo di 790 metri.
Il dato storico è importante per comprendere il significato della nuova campagna. L’attuale squadra non si è trovata davanti a una cavità sconosciuta, ma a un abisso esplorato decenni fa e rimasto per lungo tempo senza nuove discese. Il ritorno degli speleologi permette quindi di rileggere un ambiente già conosciuto alla luce delle tecniche, delle attrezzature e delle conoscenze attuali.
A -150 metri senza raggiungere il fondo
Durante la settimana di permanenza al campo, gli speleologi sono riusciti a dedicare quattro giornate all’attività sotterranea. La discesa ha permesso di raggiungere circa 150 metri sotto la superficie.
Il risultato più significativo è anche una conferma: l’Abisso Tiziano appare più complesso di quanto suggerisse il rilievo storico utilizzato come riferimento prima della spedizione. La conformazione della cavità e la presenza di diversi passaggi hanno richiesto tempi di esplorazione maggiori rispetto alle previsioni iniziali.
La squadra non ha raggiunto il fondo. Il lavoro, quindi, non può essere considerato concluso. Al contrario, la campagna ha aperto un nuovo cantiere esplorativo.
Questa è la caratteristica principale delle Marmarole sotterranee: l’obiettivo non coincide con una semplice profondità da raggiungere, ma con la possibilità di ricostruire un sistema ipogeo più articolato.
La logistica dell’esplorazione d’alta quota
Le difficoltà non sono soltanto sotterranee. I Lastoni delle Marmarole sono un ambiente d’alta quota nel quale anche il trasporto delle attrezzature rappresenta una parte rilevante della spedizione.
Il materiale deve essere portato fino alla zona degli ingressi attraverso un percorso con circa 1.200-1.300 metri di dislivello positivo, a seconda del punto di partenza e dell’itinerario utilizzato. Il Rifugio Tiziano costituisce un importante punto d’appoggio.
Un problema specifico è rappresentato dall’acqua. In quota non sono disponibili con facilità sorgenti utilizzabili per sostenere una permanenza prolungata. Per il campo 2026 una parte dell’attrezzatura e delle riserve idriche è stata trasportata in quota anche con l’ausilio di un elicottero, grazie al contributo della Sezione CAI di Conegliano.
La logistica diventa quindi parte integrante dell’esplorazione. Più giorni in quota significano più materiale, più acqua e una pianificazione precisa delle attività.
Ricerca di nuovi ingressi e carsismo delle Marmarole
L’attività dello Speleo Team Conegliano non si limita all’Abisso Tiziano. Una parte importante del progetto riguarda la prospezione superficiale.
Le ricerche precedenti avevano già evidenziato il potenziale carsico dei Lastoni. La pagina dedicata al gruppo speleologico della Sezione CAI Conegliano ricorda inoltre le prospezioni effettuate nel Van delle Sasse, sui Lastoi del Formin e sulle Marmarole, con risultati considerati incoraggianti.
La ricerca in alta montagna presenta caratteristiche diverse rispetto alla speleologia condotta in aree più accessibili. Ogni nuovo ingresso può richiedere una lunga marcia, il trasporto dell’attrezzatura e successive discese di verifica.
Per questo il progetto Marmarole sotterranee dovrà necessariamente proseguire attraverso una combinazione di ricerca esterna, rilievo topografico, esplorazione degli abissi già conosciuti e verifica delle possibili connessioni.
Le attività recenti dello Speleo Team Conegliano
L’attività dello Speleo Team Conegliano comprende anche ricerca, formazione, documentazione e divulgazione.
Il gruppo è nato nel 2018 con l’obiettivo di ricercare e mappare le cavità naturali della sinistra Piave, della fascia pedemontana tra Cesen e Visentin e dell’area del Cansiglio. Negli anni successivi ha esteso l’attività alla speleologia alpina, con campagne nei massicci del Veneto.
Nel 2025 il gruppo ha svolto numerose battute di ricerca nelle aree di Sorapis e Marmarole. Nello stesso periodo ha continuato l’esplorazione nei Piani Eterni, dove una cavità in corso di studio potrebbe intercettare il grande sistema sotterraneo principale. Sono state inoltre effettuate attività di posizionamento e riesplorazione in Cansiglio, nella zona di Pian Rosada e Valmenera.
Sempre in Cansiglio, il gruppo ha collaborato nel 2025 alla pulizia e al ripristino di una piccola cavità in zona Valmenera, dalla quale è stato rimosso circa un quintale di rifiuti. È stato inoltre avviato un progetto per il censimento della fauna ipogea del Bus della Genziana e un’attività di censimento delle sorgenti sul versante del lago di Santa Croce, in vista di un futuro progetto di tracciamento delle acque sotterranee.
Queste attività mostrano come l’esplorazione venga affiancata da una crescente attenzione alla documentazione, alla ricerca ambientale e alla conoscenza del territorio.
Dai Piani Eterni alle Marmarole: una ricerca che continua
Un altro fronte importante è quello dei Piani Eterni. La storia esplorativa di questa area è documentata nella pubblicazione Speleologia Veneta 2024. Il sistema è stato interessato da decenni di ricerche e ha raggiunto profondità superiori ai mille metri.
Lo Speleo Team Conegliano partecipa a questo percorso esplorativo e, secondo la relazione della Sezione CAI, continua a lavorare su una cavità che potrebbe intercettare il grande sistema principale dei Piani Eterni.
La ricerca nelle Marmarole segue una logica analoga. Si parte da cavità note e da aree già individuate come interessanti, poi si procede con nuove prospezioni e verifiche. In alta montagna, la distanza tra un ingresso e l’altro può essere breve in linea d’aria, ma molto impegnativa da percorrere in superficie.
Formazione e divulgazione: il programma 2026
Lo Speleo Team mantiene anche una forte componente formativa. La Sezione CAI Conegliano ha organizzato nel 2025 uno stage di avvicinamento alla speleologia in collaborazione con la Scuola Nazionale di Speleologia.
Per il 2026 è stato inoltre programmato il 7° corso di avvicinamento alla speleologia, previsto tra settembre e ottobre. Il corso rappresenta uno degli strumenti attraverso i quali il gruppo continua a coinvolgere nuovi praticanti e a trasmettere tecniche di progressione, sicurezza e conoscenza dell’ambiente sotterraneo.
La divulgazione passa anche dalle attività con altri gruppi e dalle iniziative rivolte ai giovani. Nel marzo 2026, per esempio, lo Speleo Team Conegliano ha accompagnato un’uscita di Alpinismo Giovanile al Bus della Rana insieme agli speleologi del Gruppo Grotte CAI Schio.
Un cantiere speleologico ancora aperto
La campagna 2026 nell’Abisso Tiziano non consegna un nuovo record di profondità. Consegna qualcosa di più utile per la ricerca: una serie di interrogativi nuovi.
Raggiungere circa -150 metri senza arrivare al fondo significa che una parte significativa dell’abisso deve ancora essere verificata con le nuove esplorazioni. Il rilievo storico dovrà essere confrontato con le osservazioni effettuate durante la nuova campagna.
Le Marmarole sotterranee tornano quindi al centro dell’attività dello Speleo Team Conegliano. La prospettiva è quella di continuare la ricerca nei prossimi anni, combinando esplorazione, rilievo e prospezione in superficie.
L’alta quota impone tempi lunghi e una logistica complessa. Proprio per questo il campo estivo non rappresenta un episodio isolato, ma l’avvio di una nuova fase di lavoro. Le prossime campagne dovranno stabilire quanto lontano possa portare questa nuova esplorazione dell’Abisso Tiziano e quali rapporti esistano tra le cavità dei Lastoni delle Marmarole.
Catasto delle Grotte del Veneto, elenco catastale: https://www.catastogrotteveneto.it/Content/Document/elencocatasto%20WISH-1.1.3.pdf
? Speleologia Veneta, volume 24, 2024 – “Alla ricerca della porta per Samarcanda”: https://www.speleologiaveneta.it/index.php/pubblicazioni-speleologia-veneta/speleologia-veneta?element=8199f541-542f-4f18-a940-62bff135323f&format=raw&item_id=753&method=download&task=callelement
? Club Alpino Italiano – Sezione di Conegliano, notiziario Montagna Insieme n. 60: https://www.caiconegliano.it/pubblicazioni_sezionali/Montagna_Insieme/Montagna_Insieme_60_-_Dicembre_2024.pdf
? Scintilena, attività scientifica e di monitoraggio nel Bus de la Genziana: https://www.scintilena.com/la-stazione-geofisica-ipogea-del-bus-de-la-genziana-in-cansiglio-compie-20-anni/01/25/
? Club Alpino Italiano – Sezione di Conegliano, calendario attività 2026: https://www.caiconegliano.it/eventi/
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Oltre 2,5 chilometri di percorsi preispanici nascosti dalla fitta vegetazione sono stati individuati nell’area di Machu Picchu grazie alla tecnologia LiDAR. Uno dei tracciati potrebbe avere avuto una funzione rituale ed essere diretto verso la montagna sacra di Yanantin. Una tecnologia ben nota anche agli speleologi, che da anni utilizzano LiDAR e laser scanner per studiare il carsismo e realizzare modelli tridimensionali delle grotte.
Una rete di antichi percorsi nascosta dalla veg
Oltre 2,5 chilometri di percorsi preispanici nascosti dalla fitta vegetazione sono stati individuati nell’area di Machu Picchu grazie alla tecnologia LiDAR. Uno dei tracciati potrebbe avere avuto una funzione rituale ed essere diretto verso la montagna sacra di Yanantin. Una tecnologia ben nota anche agli speleologi, che da anni utilizzano LiDAR e laser scanner per studiare il carsismo e realizzare modelli tridimensionali delle grotte.
Una rete di antichi percorsi nascosta dalla vegetazione è stata individuata nei dintorni di Machu Picchu, in Perù, grazie a rilievi effettuati con tecnologia LiDAR.
Le indagini condotte nell’area della cosiddetta Muralla de Mandor, a est della celebre città inca, hanno permesso di identificare oltre 2,5 chilometri di percorsi preispanici, insieme a possibili piattaforme e terrazzamenti. Tra le evidenze individuate spicca un tracciato principale lungo almeno 1,2 chilometri, con caratteristiche compatibili con tecniche costruttive di epoca inca, tra cui un andamento a zig-zag. (gob.pe)
Il ritrovamento risale alle ricognizioni effettuate nel luglio 2026 ed è stato annunciato ufficialmente il 10 agosto dal Ministero della Cultura del Perù. Le ricerche sono frutto della collaborazione tra la Dirección Desconcentrada de Cultura di Cusco e il Centro de Estudios Andinos dell’Università di Varsavia, con la partecipazione di specialisti di diverse istituzioni. (gob.pe)
Forse un percorso verso una montagna sacra
Le prime interpretazioni dei risultati aggiungono ora un elemento particolarmente affascinante.
In un’intervista pubblicata il 31 agosto dall’agenzia peruviana Andina, Nino Del Solar Velarde, responsabile delle ricerche archeologiche di Machu Picchu della DDC Cusco, ha spiegato che il percorso potrebbe essere collegato a una destinazione di carattere rituale.
L’attenzione degli archeologi si concentra sulla cosiddetta Muralla de Mandor, una struttura che in alcuni settori raggiunge i due o tre metri di altezza e che potrebbe, a prima vista, suggerire una funzione difensiva.
Del Solar invita però alla prudenza: nell’area non esiste al momento un contesto archeologico tale da dimostrare la necessità di una fortificazione. Inoltre, la struttura sembra seguire la conformazione naturale del terreno.
Soprattutto, il suo orientamento conduce verso Yanantin, una montagna che raggiunge circa 4.100 metri di quota e che viene indicata come luogo sacro nella concezione andina.
Da qui nasce l’ipotesi che la “muraglia” possa essere interpretata diversamente: potrebbe trattarsi di un percorso sopraelevato con una funzione rituale, orientato verso la montagna sacra.
È un’ipotesi suggestiva, ma non ancora una conclusione definitiva. Lo stesso Ministero della Cultura peruviano, nell’annuncio iniziale, sottolineava la necessità di ulteriori indagini archeologiche per stabilire cronologia, funzione e rapporti dei tracciati con gli altri elementi del paesaggio di Machu Picchu.
Il LiDAR ha permesso di guardare sotto la vegetazione
Determinante per la scoperta è stata la tecnologia LiDAR, Light Detection and Ranging, un sistema di telerilevamento basato sull’emissione di impulsi laser e sulla misurazione del tempo impiegato dalla luce per ritornare al sensore.
Nel caso di Machu Picchu il rilievo è stato effettuato anche con drone, ottenendo dati ad altissima risoluzione e modelli tridimensionali del territorio.
La caratteristica particolarmente preziosa nelle zone ricoperte da foreste è la possibilità di elaborare i dati separando digitalmente la vegetazione dal terreno sottostante.
Strade, terrazzamenti, muri e altre modificazioni artificiali del suolo possono così diventare leggibili nei modelli digitali anche quando, osservando direttamente il territorio, sono quasi completamente nascosti dagli alberi.
Nell’area di Mandor il LiDAR non ha soltanto consentito di seguire gli antichi percorsi: ha confermato alcuni recinti circolari già conosciuti e ha permesso di individuare nuove strutture e piattaforme sotto la vegetazione.
Una tecnologia già ampiamente utilizzata in speleologia
Il LiDAR è ben conosciuto anche nel mondo della speleologia e della ricerca sul carsismo, dove le tecnologie di scansione laser sono ormai utilizzate per numerose applicazioni.
All’esterno delle grotte, i rilievi LiDAR aerotrasportati o effettuati con drone permettono di ottenere modelli estremamente dettagliati della superficie terrestre. Eliminando digitalmente la vegetazione possono diventare più evidenti doline, depressioni, inghiottitoi, scarpate, fratture e altre forme del paesaggio carsico.
Il LiDAR di superficie, naturalmente, non attraversa la roccia e non permette di vedere direttamente una grotta sotterranea. La lettura dettagliata della morfologia può però fornire informazioni preziose per indirizzare le ricognizioni e individuare aree potenzialmente interessanti per l’esplorazione speleologica.
Ancora più diffuso è l’impiego delle tecnologie LiDAR direttamente all’interno delle cavità.
Laser scanner terrestri e, sempre più spesso, sistemi mobili e portatili consentono di acquisire grandi quantità di punti e costruire modelli tridimensionali dettagliati degli ambienti sotterranei. Le applicazioni comprendono rilievo, studio geomorfologico, analisi delle fratture, documentazione archeologica e monitoraggio della stabilità delle cavità. Recenti ricerche hanno integrato, per esempio, LiDAR portatile, laser scanner terrestre e rilievi da drone per produrre cartografie geomorfologiche tridimensionali ad alta risoluzione di ambienti carsici.
La diffusione della tecnologia è arrivata anche a strumenti molto più piccoli: uno studio pubblicato nel 2025 sul Journal of Archaeological Science ha valutato persino l’impiego dei sensori LiDAR incorporati negli smartphone per applicazioni archeologiche e speleologiche, evidenziandone le possibilità nella documentazione tridimensionale delle cavità.
Il modello digitale non sostituisce l’esplorazione
Il caso di Machu Picchu mostra però anche un principio familiare agli speleologi: individuare qualcosa a distanza non equivale ad averlo esplorato e compreso.
I dati raccolti nell’area di Mandor costituiscono una base sulla quale indirizzare le prossime indagini. Le strutture riconosciute digitalmente dovranno essere raggiunte e studiate sul terreno per verificarne caratteristiche, cronologia e funzione.
Secondo quanto dichiarato da Del Solar ad Andina, le prospezioni sul posto sono previste tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. La zona presenta inoltre particolari condizioni ambientali e le attività richiederanno le necessarie autorizzazioni per operare nell’area protetta. (
Soltanto queste verifiche potranno chiarire se il percorso individuato fosse realmente legato a pratiche rituali e quale rapporto avesse con Yanantin e con la più vasta organizzazione territoriale di Machu Picchu.
La fitta foresta nebulare nell’area di Machu Picchu, dove il LiDAR permette di leggere la morfologia del terreno nascosta dalla vegetazione. Foto: Jason Hollinger / Wikimedia Commons – CC BY 2.0
Il LiDAR ha dunque fatto quello che sa fare particolarmente bene: ha reso visibili tracce che il paesaggio aveva nascosto.
Ora comincia la parte più antica del mestiere, comune in fondo ad archeologi e speleologi: andare sul terreno, osservare, esplorare e verificare.
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La ricognizione speleosubacquea tra Križna Jama e Nova Križna Jama ha raggiunto 153 metri di profondità, aperto nuovi fronti esplorativi e raccolto dati utili sul patrimonio paleontologico e sulla fauna delle acque sotterranee.
Esplorazione Križna Jama: la domanda sulla connessione tra le cavità
Una spedizione internazionale di speleosubacquea ha riportato nuovi risultati dal sistema carsico sloveno formato da Križna Jama e Nova Križna Jama. Il quesito iniziale era preciso: verif
La ricognizione speleosubacquea tra Križna Jama e Nova Križna Jama ha raggiunto 153 metri di profondità, aperto nuovi fronti esplorativi e raccolto dati utili sul patrimonio paleontologico e sulla fauna delle acque sotterranee.
Esplorazione Križna Jama: la domanda sulla connessione tra le cavità
Una spedizione internazionale di speleosubacquea ha riportato nuovi risultati dal sistema carsico sloveno formato da Križna Jama e Nova Križna Jama. Il quesito iniziale era preciso: verificare l’eventuale esistenza di un collegamento sommerso tra le due cavità.
Al termine di due settimane di attività, l’obiettivo non risulta risolto in modo definitivo. L’esplorazione ha però individuato nuovi passaggi e nuove direzioni di ricerca. Nella Nova Križna Jama i subacquei hanno raggiunto la profondità di 153 metri. È un avanzamento rispetto ai 124 metri ottenuti nel 2009 dal subacqueo speleologico sloveno Simon Burja.
Nella Križna Jama sono stati esplorati ambienti sommersi non frequentati in precedenza. Il gruppo ha inoltre documentato sale con ricche concrezioni. Le attività hanno incluso l’osservazione di resti di orso delle caverne sommersi e il prelievo di dati scientifici in settori che restano difficili da raggiungere anche per specialisti esperti.
Maja Karmen Muši?, responsabile della spedizione, ha sottolineato che ogni nuovo rinvenimento ha aperto ulteriori possibilità di prosecuzione. La ricerca sulla possibile connessione tra Križna Jama e Nova Križna Jama resta quindi un tema aperto, da affrontare con future campagne e con una pianificazione compatibile con la fragilità dell’ambiente ipogeo.
Križna Jama e Nova Križna Jama: dati biologici dalle acque profonde
La spedizione Križna Jama ha avuto anche una componente biologica. La biologa Maja Zagmajster, dell’Università di Lubiana, ha fornito consulenza nella fase di preparazione e nel campionamento delle acque sotterranee. I partecipanti hanno ricevuto indicazioni sulle tecniche di osservazione, raccolta e conservazione degli organismi rinvenuti durante le immersioni.
I campioni raccolti dovranno essere esaminati e determinati. Il loro interesse non dipende solo dall’eventuale presenza di specie non ancora segnalate. Anche dati relativi a specie già note possono chiarire le profondità frequentate, la distribuzione e le condizioni ecologiche degli habitat sommersi.
La Križna Jama è considerata una delle cavità più ricche al mondo per biodiversità sotterranea. Sono state registrate 60 specie strettamente legate al mondo ipogeo. Per Nova Križna Jama, invece, la campagna ha permesso di ottenere i primi dati sulle specie acquatiche. La vicinanza e la possibile connessione idrologica fra le due grotte facevano ipotizzare una composizione faunistica simile, ma mancavano dati diretti.
La spedizione non ha osservato il proteo, Proteus anguinus. La sua presenza nella Križna Jama era stata riportata da una segnalazione storica mai confermata. Il mancato avvistamento in questa campagna non equivale a una prova assoluta di assenza, ma rafforza il quadro attuale, nel quale la specie non viene considerata parte accertata della fauna della cavità.
Orso delle caverne e tutela del patrimonio di Križna Jama
La Križna Jama è nota per i laghi sotterranei, le barriere di concrezione e i depositi paleontologici. Le ricerche storiche hanno portato alla raccolta di oltre 2.000 ossa e frammenti appartenenti a più di cento orsi delle caverne. Oggi la presenza di resti ossei in situ rappresenta un elemento di grande valore scientifico e conservazionistico.
La documentazione dei resti sommersi effettuata durante la spedizione amplia la conoscenza della distribuzione di questo patrimonio nei rami allagati. Il dato richiede prudenza operativa. In grotte come Križna Jama, l’accesso subacqueo, il rilievo e l’eventuale campionamento devono ridurre al minimo il disturbo a sedimenti, concrezioni, fauna e reperti.
L’interesse scientifico della spedizione nasce anche dall’incontro tra competenze diverse. I subacquei possono raggiungere zone precluse agli speleobiologi che lavorano dalle rive o nei tratti asciutti. I ricercatori, a loro volta, definiscono obiettivi e protocolli che trasformano l’immersione esplorativa in un’occasione di raccolta di dati verificabili.
XDEEP Exploration Support Program: che cosa fa l’attività di XDEEP
Il sostegno alla spedizione è arrivato dall’XDEEP Exploration Support Program. XDEEP è un’azienda europea che progetta e produce attrezzatura per immersioni tecniche. Attraverso il programma, avviato nel 2012, sostiene esploratori, ricercatori e soggetti impegnati nella conservazione dell’ambiente acquatico. Secondo l’azienda, l’iniziativa ha sponsorizzato oltre 40 progetti esplorativi in diverse aree del mondo.
L’attività di XDEEP non consiste soltanto nella fornitura di materiali. Il programma seleziona progetti che puntano a conoscere, documentare e proteggere ambienti sommersi quali grotte allagate, miniere, laghi e relitti. Il supporto può comprendere attrezzature progettate per immersioni complesse, confronto tecnico con i team e sviluppo di soluzioni nate dalle esigenze riscontrate sul campo.
Nel modello descritto da XDEEP, il rapporto fra produttore e speleosubacquei è bidirezionale. Le necessità emerse durante immersioni profonde e di lunga penetrazione contribuiscono alla progettazione e alla verifica dell’equipaggiamento in condizioni operative severe. Per una spedizione come quella di Križna Jama, nella quale i sub restano per molte ore lontani dall’uscita e affrontano obblighi di decompressione, affidabilità, configurazione e gestione della ridondanza sono aspetti centrali della sicurezza.
Il risultato della campagna slovena non chiude quindi la ricerca sulla connessione tra Križna Jama e Nova Križna Jama. Definisce invece nuove priorità: proseguire l’esplorazione dei passaggi individuati, studiare i campioni biologici raccolti e proteggere un sistema sotterraneo che unisce valore carsico, biodiversità e paleontologia.
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Le esplorazioni speleologiche in Montenegro saranno al centro di una conferenza di Daniel Rose dedicata alla missione UBSS nel Kameno More, mentre le campagne italiane nello Žijovo, nel sud-est del Paese e sul Durmitor aggiornano il quadro della ricerca carsica balcanica.
Hidden Earth 2026 e la spedizione UBSS
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro approdano al programma di Hidden Earth 2026. La conferenza internazionale dedicata alla speleologia ospiterà infatti UBSS Mo
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro saranno al centro di una conferenza di Daniel Rose dedicata alla missione UBSS nel Kameno More, mentre le campagne italiane nello Žijovo, nel sud-est del Paese e sul Durmitor aggiornano il quadro della ricerca carsica balcanica.
Hidden Earth 2026 e la spedizione UBSS
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro approdano al programma di Hidden Earth 2026. La conferenza internazionale dedicata alla speleologia ospiterà infatti UBSS Montenegro Expedition – Kameno More, un intervento di 30 minuti presentato da Daniel Rose.
L’incontro è dedicato alla spedizione organizzata quest’anno dall’UBSS, l’University of Bristol Speleological Society, insieme ad altri speleologi. Il gruppo ha scelto di lavorare nella regione di Kameno More, espressione traducibile come “mare di pietra”. Si tratta di un’area carsica montenegrina nella quale il paesaggio superficiale e le cavità costituiscono un campo di ricerca ancora aperto.
Secondo la presentazione della sessione, la missione segna la ripresa di una presenza esplorativa britannica nella zona dopo un’interruzione che durava dal 2013. Il racconto non sarà limitato ai risultati sul terreno. Affronterà anche la costruzione pratica della spedizione: la scelta dell’area, l’organizzazione in tempi brevi, la composizione della squadra e le difficoltà affrontate da un gruppo giovane, senza precedenti esperienze dirette nell’allestimento di una spedizione autonoma.
Questo elemento rende la relazione utile anche oltre la cronaca delle cavità visitate. Le esplorazioni speleologiche in Montenegro richiedono infatti preparazione tecnica, lettura del territorio, capacità logistica e collaborazione con le realtà locali. Il contributo UBSS propone quindi una testimonianza sul metodo organizzativo, senza anticipare dati di rilievo o nuove profondità non ancora pubblicati nel programma dell’evento.
Kameno More nel quadro del carsismo montenegrino
Kameno More è stato già indicato come area di interesse internazionale. Nell’agosto 2024 la spedizione Stone Sea aveva programmato qui ricognizioni e la prosecuzione delle ricerche in tre cavità denominate Meandar, Dvestotka e PT4. Il ritorno di una squadra britannica segnala la continuità dell’attenzione verso questo settore montano.
Il Montenegro riunisce massicci calcarei di alta quota, zone fortemente fratturate e paesaggi modellati dall’azione congiunta dell’acqua e dei processi glaciali. In simili contesti, la ricerca può riguardare ingressi nuovi, pozzi, cavità a sviluppo orizzontale, sistemi con ghiaccio sotterraneo e reti idrologiche complesse. La documentazione topografica e ambientale è essenziale per passare dalla sola individuazione delle grotte alla loro conoscenza scientifica.
Il quadro più recente del Durmitor aiuta a comprendere la scala di questo patrimonio. Sul massiccio sono censite 415 cavità, esplorate integralmente o solo in parte. Una campagna svolta nel luglio 2026 da ricercatori delle Università di Belgrado e del Montenegro ha riguardato Vodena pecina, Zelenovirska pecina e Ledena pecina. La Zelenovirska pecina raggiunge 830 metri di sviluppo esplorato ed è rilevante perché le grotte a prevalente andamento orizzontale sono meno frequenti in un carsismo d’alta quota dominato da forme verticali.
Esplorazioni speleologiche italiane in Montenegro
Le esplorazioni speleologiche in Montenegro vedono da alcuni anni una presenza italiana articolata. Nel 2024 la Commissione Grotte Eugenio Boegan di Trieste ha operato sullo Žijovo, nelle Ku?ke Planine, vicino al confine albanese. Dopo ricognizioni preliminari svolte tra il 2022 e il 2023, sei partecipanti hanno esplorato e rilevato 15 grotte in sei giorni di attività.
La missione ha utilizzato anche un drone con camera ad alta definizione per migliorare la lettura del terreno e individuare ulteriori ingressi. Tra le cavità descritte figurano l’Abisso Ledo, la Grotta Prepih e la Grotta Armada. Ledo presenta un pozzo superiore ai 100 metri, con pareti in larga parte ricoperte da ghiaccio; sul fondo è stata misurata una temperatura dell’aria di 1,7 °C. La Grotta Armada, profonda 34 metri e sviluppata per 100 metri, conserva invece evidenze di origine idrologica, mentre un crollo impedisce la prosecuzione verso livelli inferiori.
Nel 2025 la stessa Commissione ha programmato una nuova campagna sullo Žijovo dal 21 al 31 agosto. Gli obiettivi erano completare la mappatura delle cavità individuate nel 2024, cercare nuovi ingressi mediante prospezioni mirate e acquisire dati geologici e materiali multimediali. Il lavoro integrava droni, GIS, modello digitale del terreno e fotografie aeree. Le esplorazioni speleologiche in Montenegro proseguono quindi con una sequenza di ricognizione, verifica, rilievo e documentazione.
Un secondo filone italiano è quello del Centro Ricerche Carsiche “C. Seppenhofer” di Gorizia. Durante la Montenegro Speleo Expedition 2024, attiva tra il monte Pasjak e la cresta del Surdup nel sud-est del Paese, il gruppo ha scoperto, esplorato e rilevato 24 nuove grotte in dieci giorni. Alla campagna hanno partecipato anche speleologi di gruppi italiani e austriaci.
Il progetto ha associato alla ricerca esplorativa misure fisiche dell’aria in cavità, comprendenti temperatura, acidità, anidride carbonica, radon e radioattività. La seconda spedizione Seppenhofer è partita il 4 luglio 2025 con l’obiettivo di proseguire lo studio di nuove cavità e dei loro caratteri geologici e ambientali. I risultati preliminari diffusi per la campagna 2025 indicavano 12 pozzi esplorati, con profondità tra 15 e 34 metri, e nuove acquisizioni su CO? e radon.
Ricerca, rilievo e tutela delle grotte
La presenza di squadre britanniche, italiane, montenegrine e serbe mostra come le esplorazioni speleologiche in Montenegro siano oggi legate a una dimensione internazionale. Le attività sul campo producono dati utili per cartografia, geomorfologia, idrologia sotterranea, biologia e valutazione dei rischi. Non ogni cavità è destinata alla frequentazione, e la documentazione può essere il primo strumento di tutela.
Il caso della Ledena pecina nel Durmitor è indicativo. I ricercatori hanno segnalato condizioni di degrado e proposto di rimuovere corde danneggiate, delimitare l’area dell’ingresso e vietare chiaramente la discesa. Il mantenimento delle formazioni di ghiaccio e del microclima richiede infatti una gestione prudente. I Parchi nazionali del Montenegro hanno dichiarato che adotteranno misure nell’ambito delle loro competenze.
La conferenza di Hidden Earth 2026 si inserisce in questo contesto. Il resoconto UBSS su Kameno More potrà offrire un aggiornamento diretto su una campagna recente e mettere in comune esperienze organizzative, tecniche di esplorazione e problemi aperti. Per le esplorazioni speleologiche in Montenegro, la condivisione dei risultati resta una parte decisiva del lavoro: consente di confrontare dati, evitare sovrapposizioni e costruire conoscenza su aree carsiche che restano solo parzialmente investigate.
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Trýpa tou Voriá torna al centro di un appuntamento previsto il 12 settembre 2026 a Metamorfosi, in Laconia: visita all’ingresso, racconti degli esploratori e un calendario dedicato alla grotta. La ricorrenza richiama anche le esplorazioni speleologiche nel Peloponneso, dalle ricerche italiane e greche nella Lakonia alle recenti immersioni nella sorgente di Sintzi.
La festa di Trýpa tou Voriá
Metamorfosi, nel territorio di Molai in Laconia, si prepara a dedicare una giornata a
Trýpa tou Voriá torna al centro di un appuntamento previsto il 12 settembre 2026 a Metamorfosi, in Laconia: visita all’ingresso, racconti degli esploratori e un calendario dedicato alla grotta. La ricorrenza richiama anche le esplorazioni speleologiche nel Peloponneso, dalle ricerche italiane e greche nella Lakonia alle recenti immersioni nella sorgente di Sintzi.
La festa di Trýpa tou Voriá
Metamorfosi, nel territorio di Molai in Laconia, si prepara a dedicare una giornata alla Trýpa tou Voriá, nome greco che significa “Buco della Bora”.
L’iniziativa, annunciata per sabato 12 settembre 2026, unirà attività all’aperto, divulgazione per le nuove generazioni e testimonianze dedicate alla storia esplorativa della cavità.
Il programma prevede alle 8 la partenza a piedi lungo il sentiero situato di fronte all’azienda agricola di Nikolaos Panaritis.
Il percorso di andata e ritorno è indicato in circa 1.200 metri. I partecipanti raggiungeranno l’area dell’ingresso della grotta. L’obiettivo è mostrare ai ragazzi la posizione della bocca, spiegare l’estensione del sistema attraverso riferimenti posti sul terreno e assistere alle fasi di preparazione e discesa degli speleologi.
Gli organizzatori chiedono che i minori siano iscritti entro le 18 dell’11 settembre, accompagnati da un genitore. È raccomandato portare acqua. La scelta di svolgere l’attività fuori dalla cavità consente di avvicinare il pubblico alla speleologia e alla sicurezza in ambiente verticale, senza trasformare un ingresso impegnativo in una visita non attrezzata.
Alle 20 si terranno proiezioni fotografiche e video, con interventi dedicati alle prime campagne di ricerca.
Il testo dell’iniziativa annuncia la presenza di Nino Larocca, indicato come componente del Gruppo Speleologico Sparviere e tra gli esploratori che operarono nell’area con attività di documentazione, rilievo e formazione rivolta agli abitanti. È inoltre previsto un richiamo alle esplorazioni di Giannis Kofinas del 1998.
La giornata comprenderà la consegna di targhe al Gruppo Speleologico Sparviere e alla Fondazione di pubblica utilità “Eugenia Anastasiadou Smyrnaiou” del Gruppo Anastassiadis. Quest’ultima ha sostenuto la realizzazione del calendario da collezione 2027, “Dentro la Trýpa tou Voriá”, che sarà distribuito gratuitamente ai presenti. Il calendario raccoglierà immagini delle concrezioni della grotta.
Trýpa tou Voriá e la storia della Bora
La Trýpa tou Voriá si apre nei pressi di Metamorfosi, nella Laconia sud-orientale. La denominazione locale è legata alla forte corrente d’aria fresca che esce da una piccola apertura. Nella tradizione greca Boreas è il vento del Nord. Il nome della grotta traduce quindi un fenomeno fisico ben percepibile da chi si avvicina al suo ingresso.
Una ricostruzione pubblicata nel 2011 dalla rivista della Società Speleologica Italiana documenta le campagne svolte dal Gruppo Speleologico Sparviere nel Peloponneso sud-orientale.
Le prime ricognizioni italiane nell’area, con base nei pressi di Molai, risalgono al periodo 28 dicembre 1989-6 gennaio 1990. La cavità venne poi individuata ed esplorata durante la seconda spedizione, nelle festività 1990-1991.
L’accesso era noto ai pastori locali, ma le dimensioni ridotte della bocca e il pozzo iniziale avevano reso difficile ogni discesa. Il primo pozzo fu rilevato con una profondità di 47 metri. Alla base furono segnalati resti ossei umani e materiali bellici inesplosi, elementi che impongono la massima prudenza e che appartengono alla complessa storia del luogo.
La prima fase di esplorazione e rilievo raggiunse circa 500 metri di gallerie e la quota di -140 metri. Le ricerche successive ampliarono la conoscenza del sistema. Il rilievo pubblicato nel 2011 attribuisce alla Trýpa tou Voriá uno sviluppo spaziale di 988 metri e una profondità di 140 metri. Sono dati storici di rilievo, non una certificazione di eventuali sviluppi realizzati dopo quella pubblicazione.
Le esplorazioni speleologiche in Peloponneso
La festa permette di collocare la Trýpa tou Voriá in un territorio dove la speleologia ha costruito nel tempo una rete di collaborazioni internazionali. Nella Lakonia, le spedizioni del Gruppo Speleologico Sparviere, dell’Associazione Speleologica Barese e dei gruppi greci hanno interessato non solo il Buco della Bora, ma anche i distretti di Niata, Molai e Zarakas.
Nel 1997 un campo interno nella grotta portò al rilievo di circa altri 350 metri di gallerie e a un secondo rilievo di precisione. Nel 1998 intervennero gruppi greci, tra cui S.P.E.L.E.O. di Atene e Speleo Club Parnon-Taigetos Poseidon di Sparta, con studi geologici e documentazione fotografica. Nel 1999 furono effettuate risalite nella zona della Torre, che consentirono di raggiungere il settore chiamato Trono di Poseidone. Un incontro italo-greco del 2004 puntò al completamento del rilievo, alla topografia ipogea e alla ricognizione di ulteriori aree della Lakonia e della Messinia.
Gli ambienti descritti nel rilievo storico comprendono grandi saloni, settori labirintici, pozzi e ricche concrezioni calcitiche. La cavità è impostata lungo fratture opposte ed è interessata da una corrente d’aria. Questi elementi mantengono interesse per la lettura morfologica e per eventuali prosecuzioni da verificare con metodi aggiornati, autorizzazioni e competenze adeguate.
Nello stesso Peloponneso, la ricerca continua anche in ambiente sommerso. Tra aprile e maggio 2025 il gruppo polacco BAD Exploration ha esplorato oltre 100 metri aggiuntivi nella sorgente di Sintzi, nella regione di Kandila. La progressione ha raggiunto -255 metri, lungo un tratto orizzontale. La missione ha prodotto rilievi e proiezioni 3D e ha lasciato una sagola di 150 metri per future attività. Sintzi viene indicata dalle fonti di spedizione come la grotta sommersa più profonda della Grecia.
Le due vicende mostrano approcci diversi. La Trýpa tou Voriá racconta decenni di ricerca in una cavità verticale concrezionata della Lakonia. Sintzi Spring rappresenta invece una frontiera speleosubacquea profonda, dove distanza, gestione dei gas, tempi di fondo e decompressione definiscono il margine operativo. In entrambi i casi, rilievo, documentazione e cooperazione fra gruppi restano strumenti centrali per trasformare l’esplorazione in conoscenza condivisa.
Divulgazione, sicurezza e territorio
L’appuntamento di Metamorfosi non è una visita turistica alla grotta. La prevista osservazione dell’ingresso e delle manovre dall’esterno ha un valore educativo. Rende visibile il lavoro preparatorio che precede ogni discesa e separa la divulgazione dalla pratica speleologica tecnica.
L’incontro dedicherà spazio anche alle piante endemiche lungo i sentieri che conducono alle cavità dell’area. Il tema collega la Trýpa tou Voriá al paesaggio superficiale. La tutela di una grotta non riguarda solo le sale interne. Coinvolge l’accesso, le acque, la vegetazione, le tracce storiche e il comportamento di chi frequenta il territorio.
Il ritorno degli esploratori e la distribuzione di immagini possono rendere accessibile un patrimonio sotterraneo che non può essere aperto indistintamente al pubblico. La fotografia e il rilievo svolgono qui una funzione precisa: documentare la cavità, conservarne la memoria e offrire strumenti per leggere le esplorazioni speleologiche in Peloponneso senza aumentare la pressione diretta sugli ambienti più delicati.
Fonti
Testo e programma dell’iniziativa forniti dagli organizzatori per la Festa della Speleologia “Trýpa tou Voriá”, Metamorfosi, 12 settembre 2026.
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Rientrata in Italia “Shtares 2026”, la spedizione organizzata dal Gruppo Speleologico Martinese nel villaggio di Vrane e Made
La Shpella Shtares continua a crescere e a sorprendere. La spedizione Shtares 2026 torna dalle Alpi Albanesi con 1,4 chilometri di nuovi ambienti esplorati, nuove vie ancora tutte da inseguire e un complesso sotterraneo che raggiunge ormai circa 13,5 chilometri di sviluppo. Ma questa volta lasciamo subito la parola a chi, per più di due settimane, quei meandr
Rientrata in Italia “Shtares 2026”, la spedizione organizzata dal Gruppo Speleologico Martinese nel villaggio di Vrane e Made
La Shpella Shtares continua a crescere e a sorprendere. La spedizione Shtares 2026 torna dalle Alpi Albanesi con 1,4 chilometri di nuovi ambienti esplorati, nuove vie ancora tutte da inseguire e un complesso sotterraneo che raggiunge ormai circa 13,5 chilometri di sviluppo. Ma questa volta lasciamo subito la parola a chi, per più di due settimane, quei meandri, pozzi e gallerie li ha percorsi, esplorati e studiati.
Si è conclusa con importanti scoperte la recente campagna esplorativa e scientifica Shtares 2026, organizzata dall’8 al 23 agosto sulle Alpi Albanesi dal Gruppo Speleologico Martinese e che ha visto la partecipazione di ben 28 speleologi provenienti da diversi gruppi speleo italiani (Società Alpina delle Giulie; Gruppo Speleo San Giusto – Trieste; CARS Centro Altamurano Ricerche Speleologiche; Gruppo Speleologico Lunense; Gruppo Speleologico Fiorentino; Speleo Club Tanaro; Speleo Club Nuoro; Gruppo Speleologico CAI Padova; Troglobius APS Verona).
La compagine esplorativa ha rilevato 1,4 km di nuovi ambienti, portando così la Shpella Shtares a uno sviluppo complessivo di circa 13,5 km.
«Le attività si sono divise su più fronti del complesso ipogeo – ha commentato Sebastiano Calella, capo spedizione –. Nel Ramo Poseidone le verifiche sui meandri e sui pozzi lasciati in sospeso l’anno passato hanno confermato la ricollegabilità dei passaggi alle condotte già note, mentre nella Sala di Morfeo è stata iniziata una risalita di circa 30 metri che attende ulteriori approfondimenti. Nella Forra dei Ragazzi, il ramo più distante dall’ingresso in cui non si tornava dal 2019, le squadre sono riuscite a bypassare un primo tratto bagnato, dovendosi tuttavia arrestare sotto una seconda risalita per la forte portata d’acqua e la roccia friabile. Il Ramo del Mezzogiorno ha invece regalato l’accesso a un’ampia galleria di circa cento metri dopo una risalita, con il prosieguo attualmente sbarrato da una frana alla base di un salto verticale. La scoperta principale è avvenuta nella zona della Connessione al termine della Via di Oniro, dove una risalita di quaranta metri ha permesso d’intercettare il nuovo Ramo Radio Alice. Quest’ultimo si sviluppa per circa cinquecento metri e presenta diverse condotte e un pozzo da discendere, le cui esplorazioni sono state temporaneamente sospese per l’esaurimento del tempo e dei materiali a disposizione».
Sul fronte logistico, il Campo Base ha garantito il costante funzionamento dei collegamenti radio interni e l’allestimento di otto posti letto, mentre nelle zone più remote della cavità è stato approntato un campo avanzato con amache all’interno del Ramo Apuani in Vacanza. Qui, la progressione è risultata particolarmente tecnica a causa della qualità della roccia presente in parete e si è incentrata su due fronti esplorativi principali. Sono stati, infatti, rilevati circa 500 metri di sviluppo e vari pozzi sono stati discesi, per circa cento metri, fino a una strettoia di complessa percorrenza che costituisce l’attuale limite raggiunto. Questa zona sarà un punto importante per le esplorazioni degli anni a venire.
«Parallelamente alle esplorazioni – ha commentato Alessandro Marraffa, responsabile scientifico della spedizione – abbiamo dedicato ampio spazio al monitoraggio microclimatico e alla ricerca biologica. Sono stati scaricati e riposizionati i termometri di profondità, integrati da un sensore esterno, e sono stati installati due anemometri nelle gallerie della Via di Oniro per analizzare la circolazione dell’aria nelle diverse stagioni dell’anno. In ambito biospeleologico si è proceduto al prelievo di campioni di fauna ipogea – anellidi, irudinei, insetti, collemboli, acari, pseudoscorpioni, miriapodi, aracnidi, tricotteri e oligocheti – oltre alla raccolta di campioni microbiologici di patine e vermicolazioni da analizzare nelle prossime settimane».
L’appuntamento è fissato per l’anno prossimo, quando i Martinesi torneranno nuovamente nel villaggio di Vrane e Made per Shtares 2027, continuando le esplorazioni lasciate in sospeso e i monitoraggi scientifici.
«Continuare a esplorare la Shpella Shtares insieme a diversi speleologi provenienti da varie parti d’Italia è un’occasione di vera e profonda crescita per il nostro gruppo – ha concluso Donatella Leserri, presidentessa del Gruppo Speleologico Martinese –. Ancora una volta l’Albania ci ha accolti a braccia aperte e ci ha fatto sentire a casa. Voglio ringraziare infine, per il sostegno, la SSI, la Federazione Speleologica Pugliese e il Servizio Regionale Puglia del Soccorso Alpino e Speleologico; Korda’s, per averci fornito parte delle corde utilizzate nel corso dell’esplorazione; Tiberino, per gli ottimi pasti liofilizzati; Carmine Lucia, per i caciocavalli, i salami e il miele; e lo Studio dentistico Verboschi».
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Speleo italiani, tedeschi e slovacchi insieme per proseguire l’esplorazione della Grotta Provalija (già oltre i 4 km di sviluppo) e avviare ricerche sistematiche sul territorio
Dal 5 al 13 settembre 2026 speleologi provenienti da Italia, Germania e Slovacchia saranno impegnati in una spedizione internazionale nell’area di Nevesinje, in Bosnia-Erzegovina, nella Republika Srpska.
Tra i partecipanti italiani ci sarà il Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (
Speleo italiani, tedeschi e slovacchi insieme per proseguire l’esplorazione della Grotta Provalija (già oltre i 4 km di sviluppo) e avviare ricerche sistematiche sul territorio
Dal 5 al 13 settembre 2026 speleologi provenienti da Italia, Germania e Slovacchia saranno impegnati in una spedizione internazionale nell’area di Nevesinje, in Bosnia-Erzegovina, nella Republika Srpska.
Tra i partecipanti italiani ci sarà il Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (GSB-USB), insieme a speleologi del GSPGC, GSPT e GSP Torino.
Obiettivo principale della spedizione sarà la prosecuzione delle esplorazioni nella Grotta Provalija, importante sistema carsico che attualmente supera i 4 chilometri di sviluppo conosciuto.
Accanto alle attività all’interno della cavità, il campo avrà anche un secondo importante obiettivo: avviare nuove ricerche sistematiche nell’area circostante, con ricognizioni sul territorio finalizzate all’individuazione e alla documentazione di ulteriori fenomeni carsici e possibili nuovi ingressi.
Il campo base e gli aspetti logistici della spedizione saranno organizzati con il supporto delle associazioni locali e del Provalija Speleological Club di Kifino Selo, località del territorio di Nevesinje.
La collaborazione internazionale permetterà di riunire esperienze e competenze provenienti da diversi gruppi europei, rafforzando allo stesso tempo il rapporto con gli speleologi bosniaci che da anni operano nell’area.
Nove giorni di attività, per spingere oltre i limiti conosciuti la Grotta Provalija, e ampliare la conoscenza speleologica di un territorio ancora ricco di potenzialità esplorative.
La spedizione prenderà il via sabato 5 settembre e proseguirà fino a domenica 13 settembre 2026.
Buone esplorazioni a tutti i partecipanti!
Fonte: Gruppo Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese (GSB-USB), post social
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Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita.
A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio.
Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al
Dal campo speleologico franco-italiano una nuova importante congiunzione: dopo mesi di esplorazioni e una lunga disostruzione, F15 raggiunge F33 ed entra nel Complesso del Colle dei Signori. E la grotta non è ancora finita.
A volte basta una finestra. Una di quelle che, nel buio di un pozzo, sembrano soltanto un’ipotesi e invece finiscono per cambiare la geografia sotterranea di un intero massiccio.
Al Colle dei Signori è successo con F15. Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso aveva aperto la strada verso due nuovi pozzi e portato la grotta a circa -100 metri, lasciando intravedere la possibilità di proseguire ancora.
Nel giugno 2026 le esplorazioni ripartono. Quello che sembrava poter essere un grande pozzo si rivela una lunga diaclasi, che scende per circa 70 metri fino a una strettoia: F15 raggiunge così quota -170.
Con il campo di agosto la storia cambia passo. Una settimana di disostruzione permette di superare l’ostacolo e raggiungere due piccoli salti, poi un grande pozzo di 50 metri. Alla sua base si apre quello che gli esploratori battezzano semplicemente “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua che accompagna la discesa fino a -300 metri.
Un’altra strettoia, ancora un passaggio, poi improvvisamente lo spazio si allarga: un grande volume nel quale confluiscono tre pozzi di oltre 30 metri di larghezza. Ed è qui che compare un segno inequivocabile lasciato da chi era passato da un’altra parte del sistema: un vecchio spit. F15 ha raggiunto F33.
Una breve ricognizione fino al grande incrocio F5–Abisso Aldo–Fiat Lux–F33 conferma la nuova connessione: un altro tassello entra nel Complesso del Colle dei Signori e F15 diventa un nuovo -400.
E il punto finale, per ora, non c’è. Nell’ultima settimana del campo gli esploratori raggiungono un’altra finestra e scoprono un pozzo di 25 metri. A fermarli non è la grotta, ma la mancanza di materiale.
“Le esplorazioni continuano.”
A raccontare questa nuova pagina dell’esplorazione del Colle dei Signori è Agostino Chiesa, del GS Cycnus. Le fotografie sono di Alessia Calcagno, del GS Édouard-Alfred Martel.
Lasciamo dunque la parola ad Agostino e continuiamo a cullarci con le immagini di Alessia, per entrare con loro in F15.
F15, un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori di Agostino Chiesa – GS Cycnus
CAMPO SPELEO FRANCO-ITALIANO AL COLLE DEI SIGNORI
F15 un altro tassello nel Complesso del Colle dei Signori
Alla fine del campo 2025, grazie al fiuto di Jo Lamboglia, viene esplorato un nuovo ramo di F15. Attraverso una finestra situata a poche decine di metri dall’ingresso, si sono scesi due pozzi che hanno portato la grotta a circa -100 m. Da qui ci si ferma di fronte a una diaclasi che faceva sperare in un ulteriore grande pozzo, valutato all’incirca 80m.
A giugno 2026 riprendono le esplorazioni. Il pozzo si rivela una lunga diaclasi che scende per circa 70 m, portando lo sviluppo in sezione fino a -170 m dall’ingresso. Ci si ferma davanti ad una strettoia, da affrontare durante il campo estivo.
Ad agosto si installa il campo e si comincia la grande disostruzione. Dopo una settimana di lavori, accediamo a due piccoli salti che sono l’anticamera di un grande pozzo di 50 m alla cui base si apre quello che verrà chiamato “il canyon”, percorso da un piccolo corso d’acqua e che raggiunge la quota di -300 m.
Qui, una ulteriore strettoia rallenta l’esplorazione e richiede nuovo impegno disostruttivo. La fatica viene velocemente ricompensata perché al di là il vuoto è immenso: tre grandi pozzi si congiungono con dimensioni di oltre 30 m di larghezza per 70m circa di profondità. Si scende e, trovando un vecchio spit, ci rendiamo conto di aver congiunto F15 con F33.
Una breve ricognizione ci permette di giungere al grande incrocio F5-Abisso Aldo-Fiat Lux-F33 aggiungendo così un altro tassello al complesso del Colle dei Signori e un nuovo -400 m con F15.
Durante l’ultima settimana del campo ci si dedica a raggiungere una finestra sull’ultimo pozzo, quello della congiunzione. Al di là si trova un pozzo da 25 m che per mancanza di materiale non riusciamo a scendere, ma che sembrerebbe puntare a sud, in una zona “bianca”.
Le esplorazioni continueranno a settembre.
Tantissimi complimenti ad Agostino Chiesa, Alessia Calcagno e Jo Lamboglia, e anche a Stefania Castellino e a tutti gli speleologi italiani e francesi che hanno preso parte al campo e alle esplorazioni.
Un nuovo -400, un’importante congiunzione e tanto bel vuoto da inseguire: un risultato bellissimo, frutto di intuito, tenacia, fatica e soprattutto di un grande lavoro di squadra.
Bravissimi tutti, buone grotte e avanti così: F15 ha ancora molto da raccontare!
Le esplorazioni continuano!
Fonti: testo di Agostino Chiesa (GS Cycnus); fotografie di Alessia Calcagno (GS Édouard-Alfred Martel).
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Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo
Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica
In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi.
In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risa
Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo
Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica
In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi.
In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risalite e ostinazione riesce a trasformare un punto quasi invisibile nel bosco in una nuova porta verso un grande sistema sotterraneo.
È ciò che è accaduto al Gruppo Grotte Schio CAI, che nell’estate 2026 ha portato a termine un risultato davvero entusiasmante: l’apertura del quinto ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela. Il nuovo accesso è stato battezzato Buso del Seciòn.
Il “buchetto” individuato in superficie durante le ricerche con gli ARVA: sembrava la strada giusta, ma avrebbe condotto gli esploratori a un falso ingresso
La cosa straordinaria è anche dove si trova. Il Seciòn si apre ad appena otto metri dall’ingresso della Pisatela e tre metri più in basso. Eppure, per andare sottoterra dall’uno all’altro, occorre percorrere quasi un chilometro. Il nuovo ingresso costituisce così una sorta di accesso diretto al cuore della Pisatela, con conseguenze importanti non soltanto per le future esplorazioni, ma anche per un eventuale intervento del Soccorso Speleologico nelle zone più interne.
Il punto, contrassegnato dalla pietra, dove sotto inizierà il “Buco del Seciòn”
Il risultato finale racconta solo una parte della storia. Per arrivarci sono serviti una buona conoscenza della grotta e del suo rilievo, risalite impegnative, il confronto continuo fra ciò che diceva la topografia e ciò che realmente si incontrava sottoterra e persino l’impiego degli ARVA, gli apparecchi normalmente utilizzati per la ricerca delle persone travolte da valanga, qui trasformati in preziosi strumenti per mettere in relazione il mondo sotterraneo con la superficie.
A un certo punto, sopra e sotto erano separati da appena un metro di terra. Cesare Raumer, all’esterno, batteva sul terreno con una pietra e una mazzetta; gli speleologi sotto di lui rispondevano battendo sulla roccia. Poi le voci: da una parte all’altra del prato. È uno di quei momenti che spiegano, forse meglio di molte definizioni, perché si continua a cercare.
A raccontarci tutta la storia, con il suo stile inconfondibile e senza risparmiare fatica, entusiasmo, ironia e qualche riflessione destinata probabilmente a far discutere, è Cesare Raumer, per il Gruppo Grotte Schio CAI.
Giunzione è fatta!
A lui la parola.
IL “BUSO DEL SECION” diventa il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela
di Cesare Raumer – Gruppo Grotte Schio CAI
La speleologia è un’attività fantastica. Gli speleologi (veri) lo sanno benissimo, da sempre. Tuttavia questa pratica comporta talvolta un impegno ed un sacrificio non indifferenti, in certi casi addirittura al limite della sopportazione umana. Ma ciò nonostante, chissà perché, ogni speleologo (vero) non si tira mai indietro….
Così mentre mi soffermo a riflettere un po’ su queste cose mi vengono in testa certi pensieri…. Una piccola e breve digressione dal tema speleo di questo articolo.
Da qualche tempo (un bel po’) tante cose sono cambiate nel modo di pensare e di approcciare la vita in questa folle epoca storica. Lo spartiacque del prima e del dopo sicuramente è stato l’avvento di internet ed in particolare l’utilizzo dello smartphone nei rapporti personali. Questo fantastico e nello stesso tempo diabolico dispositivo ha decisamente trasformato il modo di fare speleologia.
Il potente respiro del Sistema Rana – Pisatela
Se un tempo ci si trovava regolarmente in gruppo per decidere l’attività del successivo fine settimana ora le occasioni si propongono attraverso i cosiddetti “social” e le attività conseguenti risultano spesso frammentate e anche meno partecipate. Ma il problema più grande consiste nel fatto che le nuove generazioni di giovani, bombardate sullo smartphone da una miriade di informazioni a 360°, si trovano attratte da un notevole e ampio ventaglio di opportunità che alla fine non consente loro la necessaria dote di concentrazione e focalizzazione per concretizzare anche pochi ma significativi obiettivi.
In poche parole, la maggioranza dei giovani di quest’epoca sono propensi a provare molteplici emozioni derivate da mille e più varie esperienze possibili piuttosto che condensare il proprio tempo in un’unica attività. Il risultato diventa inevitabilmente una dispersione di esperienza e anche di conoscenza approfondita di tutte le varie facce che una vera passione pretende.
Il Seciòn prima
Insomma, tornando ora al nostro discorso speleo, tutta questa premessa per dire che se in speleologia vogliamo vedere dei risultati importanti ci si deve applicare assiduamente, costantemente ed esclusivamente, con tenacia e continuità. Con spirito di sacrificio certo, ma sempre con passione. Il risultato di una speleologia turistica da fine settimana inizia e finisce nella stessa giornata. È così, purtroppo.
Il Seciòn poi
Ma attenzione, non mi sento minimamente di criticare chi pratica anche questo tipo di speleologia. Si tratta di una scelta legittima, spesso anche determinata da fattori più che comprensibili (tempo a disposizione, famiglia, lavoro, capacità, curiosità, ecc.). Ma resta comunque il fatto che questa pratica non è “vera” speleologia. È qualcosa d’altro.
Mi sono venute in mente queste considerazioni perché mentalmente pensavo a come sia stato possibile che il mio gruppo grotte, il Gruppo Grotte Schio CAI, realizzasse la scoperta di quello che da pochi giorni è diventato il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela.
Vediamo un po’, riavvolgendo il nastro.
Innanzitutto determinante è stata, all’origine, la realizzazione di una buona e completa mappatura della grotta. Poi lo studio del rilievo topografico di questa grande cavità ha fatto capire, tra molte altre cose, che un particolare ramo in una regione particolare della “Pissy” finisse quasi a fuoriuscire all’esterno.
Interessante.
La sommità di questo ramo che si sviluppa in salita è costituita da una sala a cui è stato dato il nome di “Sala della Dolina”. Ma non una dolina qualsiasi, ma proprio la dolina sul cui bordo sommitale si apre l’ingresso della Pisatela stessa. Che strana coincidenza…
Ma quanti metri mancavano effettivamente per sbucare da sotto nei verdi e scoscesi bordi di questa dolina? Boh, era tutto da vedere. Ed inoltre, dove sarebbe ubicato “esattamente” questo ipotetico punto dato che una accurata ispezione di questo grosso catino carsico con diametro di almeno una sessantina di metri, non presentava alcun degno pertugio che si chiamasse tale?
Il nuovo accesso al Sistema Rana–Pisatela.
Tuttavia i dati altimetrici parlavano chiaro e quindi abbiamo deciso di metterci a lavorare per venirne a capo. Sapevamo che il risultato non sarebbe stato per niente scontato. Le grotte ti fregano spesso….
Nel giugno scorso con un socio del mio gruppo iniziamo quindi a vedere cosa c’è in cima ad un interessante camino situato alla base di una propaggine laterale di detta sala. Volevamo verificare se il nome “Sala della Dolina” che le era stato dato fosse sensato.
Il camino si presenta molto bene, bello verticale. Roccia asciutta e compatta, liscia e senza fratture. Le condizioni ideali di risalita col sistema Stick-Up. Risaliamo così molto in fretta. Quasi sulla sommità, ad una decina di metri d’altezza, si raggiunge l’imbocco di un meandrino che dopo pochi metri un po’ stretti si affaccia, attraverso una finestra, su un pozzo parallelo di ragionevoli dimensioni.
Ad una decina di metri sotto la nostra verticale si scorge un diaframma che divide il pozzo in due parti. Da una parte a occhio il pozzo continua per altri 6/7 metri. Dalla parte opposta si intravvede invece uno sprofondo abbastanza stretto. Successivamente abbiamo capito però, indagando da un’altra parte, che il diaframma si poteva raggiungere da sotto anche con una risalita in libera.
Dalla finestra il fusoide continua verso l’alto dapprima con dimensioni abbastanza ragionevoli. Ma alla luce dello zoom la sommità appare però decisamente stretta. Mah!! Saranno c…i acidi risalirlo, pensavo mentre tornavo fuori col mio amico.
Per un’altra uscita successiva ci siamo dotati di un paio di strumenti ARVA (il noto dispositivo progettato per trovare le persone travolte da valanga) che anche in altre occasioni si sono rivelati estremamente utili. Mi riferisco in particolare alla campagna esplorativa condotta un paio di anni fa e che ci ha permesso di trovare il 4° ingresso di questo stesso sistema sotterraneo, l’ingresso “Carnevale” (vedi Scintilena, 6 aprile 2024).
L’uscita ha funzionato così: una squadra si è portata all’interno della grotta in corrispondenza del bordo della “finestra” con uno strumento acceso sulla funzione “send”. Un’altra squadra all’esterno con un altro dispositivo in funzione “search” a scandagliare i bordi della dolina.
Girando in lungo ed in largo lungo la superficie della dolina finalmente il “bip-bip” dello strumento localizza un punto particolare, in pratica un esile buchetto di 20 cm, chiuso da terriccio. La distanza dallo strumento sottoterra dava circa 10 metri.
Beh ottimo! Ottimo pensavo, specialmente tenendo conto che sopra la finestra il camino risaliva ancora per circa 8 metri buoni. Quindi, con un rapido calcolo, sulla sommità del camino dovrebbero mancare “solo” un paio di metri. È fatta!
Qualche giorno dopo, animati ed euforici iniziamo l’allargamento del buchetto. Mmh, il buchetto si è rivelato però subito proprio ostico. Poco sotto come buco diventa quasi invisibile, solo una fessurina larga un dito in una roccia bella dura. Ma mancano due metri, no?
Lavorando come muli allarghiamo comunque il buco per una cinquantina di centimetri. Poca cosa…. ma soprattutto su roccia viva, senza senso quindi. Qualcosa non torna.
Bisogna indagare meglio per cui in un’altra uscita successiva una coppia di speleo si fionda dentro alla Pissy, ma non prima di aver piazzato uno strumento ARVA all’interno del “buchetto”, questa volta in funzione “send”.
Raggiunta la finestra il secondo strumento portato appresso dava una distanza, come già appurato, di 10 metri. Attrezzati per la risalita del camino il “solito speleo” raggiunge la sommità. In arrampicata libera. Come abbia fatto ancora adesso non lo so.
Non lo so perché so che le pareti ad un certo punto stringono così tanto che se da sopra ci cascassi dentro, sul fondo non ci finisco. Io che ho misure da “normodotato” per esempio non ci passo, l’ho capito tempo dopo….
Fatto sta che il “solito speleo”, che è anche un ottimo climber appunto, arriva in cima. Qui trova che il fusoide interseca un meandro. Da una parte questo muore dopo 3 metri. Dalla parte opposta invece il meandro si presenta parzialmente occluso da una frana, ma al di là però si intravvede qualcosa.
Per capire dove si trova tira fuori l’ARVA, lo accende e lo mette in posizione search. Il responso dà 9 metri.
9 metri? Ma come, non dovevano mancarne solo due?
Lì per lì sembra impossibile, qualcosa non ha funzionato. E quindi giù poi tutti insieme a fare mille congetture per capire qualcosa da questi dati.
All’epoca del “buchetto” siamo stati effettivamente un po’ superficiali ad interpretarli. Mi spiego. Gli ARVA in realtà hanno sempre funzionato benissimo. Bisogna capire però che gli strumenti inviano/ricevono il segnale in/da tutte le direzioni, come se fossero al centro di una sfera.
Se sull’esterno della sfera ci mettiamo uno strumento posizionato in un punto qualsiasi della superficie, ci darà sempre la stessa distanza dal centro, dove è appunto posizionato lo strumento gemello.
Quindi, se lo strumento interno dava 9 metri dallo strumento esterno significava che la sommità del camino non si trovava sulla loro verticale ma in un qualunque altro punto della “sfera” considerata. Potenzialmente anche sopra….
Sopra? Beh, perché no? Ricordiamoci che l’esterno, come dicevo, è costituito dai fianchi della dolina con bordi piuttosto inclinati e scoscesi.
Arriviamo così all’ennesima uscita “finale”, quella della prova del nove. Una coppia di speleo, tra cui sempre il “solito speleo”, ritorna in cima al camino/fusoide. Il meandro con la franetta viene facilmente superato scoprendo al di là una piccola saletta, tipo un geode per intendersi.
Il “solito speleo” piazza l’ARVA sulla sommità del geode in posizione send. In quel momento io sono fuori con l’altro strumento.
All’ora concordata e partendo dal “buchetto” riprendo a scandagliare il bordo della dolina. Il bip-bip del mio strumento inizia quasi subito ad aumentare la frequenza. I metri segnalati sono sempre meno, sempre meno, fino al punto che un bip-bip frenetico ed impazzito mi dice “1 metro”!!!
Sono eccitatissimo. I ragazzi sono sotto di me ad appena un metro (!) di distanza, sotto il prato. Roba da non crederci!
Qui non ci sono rocce, solo terra, erba e qualche fiore. Corro in cerca di una pietra, la porto sul punto e comincio a batterla con una mazzetta. Da sotto mi rispondono con altrettanti colpi sulle pareti, perfettamente udibili.
Urlo di gioia, tanto fuori sono da solo…
Ma no, non sono solo, appena lì sotto ci sono i miei amici. Sentendomi urlare urlano a loro volta.
Incredibile, ci parliamo attraverso il prato. Ci parliamo capite? Una cosa mai vista! Questa mi mancava proprio.
Ma ci pensate? Provate ad immaginarvi la scena. Un escursionista che casualmente passasse di là in quel momento e vedesse un tipo (io) che urlo come un ossesso e a parlare inginocchiato verso il suolo con la bocca vicina alla madre terra. Cosa penserebbe se non a chiamare il 118 per un TSO immediato?
Per fortuna non è passato nessuno….
Ecco, questa era la situazione.
Neanche un paio di giorni dopo eravamo lì in tre baldi giovanotti speleo (tre splendidi pensionati) tra cui ovviamente il “solito speleo” per rompere l’ultimo diaframma e creare così l’apertura del 5° ingresso del Sistema.
Dopo neanche un’oretta di scavo, dapprima su terra e sassi e poi su roccia frammentata notiamo un forellino nero. Un forte sputo d’aria gelida proveniva da esso. Lo allarghiamo senza alcuna difficoltà fino ad un diametro di 30 centimetri. L’aria ora si fa veramente forte e gelida, un piacere sentirla così se rammentiamo quanto calde sono state le giornate dello scorso luglio.
Questo improvviso cambiamento del flusso d’aria che abbiamo artificialmente provocato però non ci piaceva affatto per cui abbiamo pensato subito di correre ai ripari. Dovevamo risolvere il problema.
Abbiamo così realizzato un grosso cilindro in robusto acciaio inox e l’abbiamo intubato nel buco fino a filo del terreno. La chiusura poi è garantita da un coperchio dello stesso materiale ma dipinto con una vernice color marrone/cioccolato, per confondersi con l’ambiente.
Tutto intorno il terreno è stato quindi ripristinato esattamente come era prima dell’intervento. L’erba qui ricrescerà presto e l’unica cosa visibile sarà la presenza di questo disco marrone.
Tutto qua. Siamo contenti perché abbiamo fatto proprio un bel lavoro. Abbiamo centrato almeno tre obiettivi. Uno, è stato consolidare le pareti del buco altrimenti costituite da terra, radici e sassi che franano continuamente ad ogni passaggio. Due, rendere l’ingresso perfettamente stagno, adesso non passa un filo d’aria. Corrente zero. Tre, ripristinare l’ambiente dove abbiamo lavorato com’era precedentemente. È ritornato il prato.
E anche il famoso “buchetto”, cioè il falso ingresso, lo abbiamo accuratamente richiuso dapprima con le pietre di risulta, poi con terra e infine con le foglie. Non si riesce a vedere neanche dov’era.
Così, data la circostanza del tutto singolare abbiamo chiamato questo 5° ingresso il “BUSO DEL SECION” (che tradotto dal dialetto veneto significa “secchione”). Non poteva chiamarsi altrimenti….
Ecco, adesso sì che siamo davvero tutti contenti del risultato.
Ed è incredibile notare dove si trova ubicato questo nuovo ingresso. È impossibile non trovarlo: è infatti situato ad appena 8 metri (!) di distanza dall’ingresso del notissimo Buso della Pisatela, 3 metri più in basso.
E stranamente questi due ingressi non hanno niente in comune. Entrando dalla Pissy e uscire dal Seciòn (o viceversa) comporta infatti una traversata di quasi un chilometro.
Ora però dal Seciòn si penetra nel cuore della Pisatela molto più velocemente, una vera diretta. Ciò comporta molto meno tempo ad esplorare la grotta nelle regioni a monte dello Stargate. Inoltre una eventuale uscita di una barella del Soccorso da queste zone risulta molto facilitata e veloce.
Sempre dal Seciòn si possono raggiungere le regioni a valle dello Stargate più facilmente attraverso una lunga galleria inclinata che parte dalla Sala della Dolina (il nome dato era in effetti sensato…) fino alla gigantesca Sala delle Mogli, il Lago Lungo e poi, più giù, fino alla giunzione col Buso della Rana.
In corrispondenza della Sala della F-Rana parte il noto ramo in salita chiamato Ramo Carnevale che, come ho citato prima, fuoriesce sotto la Valle delle Lore. A questo proposito, sulla falsariga della logica ambientale che abbiamo voluto dare al Buso del Seciòn, stiamo adesso lavorando anche alla chiusura ermetica dell’Ingresso Carnevale, ristabilendo presto anche qui le condizioni meteorologiche preesistenti alla sua apertura. Cioè corrente d’aria zero. Come anche già fatto a suo tempo all’ingresso del Pater Noster, il terzo ingresso trovato dal nostro gruppo GGS CAI SCHIO.
Considerazioni finali
Riprendendo la logica delle frasi nel deragliamento descrittivo nella premessa iniziale voglio qui sottolineare che il raggiungimento di questo risultato non è stato affatto semplice.
Siamo scesi in Pisatela parecchie volte e la risalita del “Pozzo a T”, il fusoide, non è stata affatto banale, anzi.
Dio, niente di assolutamente eccezionale però tengo a sottolineare che tutta questa storia è durata solo più o meno due mesi molto intensi. Un tempo esplorativo speleologicamente breve. Ma è perché ci tenevamo tantissimo, specie il “solito speleo”.
Con fatica, con determinazione ma specialmente con passione e soprattutto con divertimento ci siamo riusciti.
Cesare Raumer per il Gruppo Grotte Schio CAI Agosto 2026
Tutto quello che si vede del Buso del Seciòn dall’ingresso della Pisatela
E da parte nostra: complimenti!
C’è poco da aggiungere dopo un racconto così, se non un grande applauso a Cesare Raumer e a tutto il Gruppo Grotte Schio CAI.
Dietro un nuovo ingresso, oltre al momento esaltante in cui finalmente “si passa”, ci sono rilievi studiati e ristudiati, ipotesi che sembrano giuste e poi non lo sono, risalite, strettoie, giornate di lavoro, capacità di leggere la grotta e anche la disponibilità a riconoscere un errore e ricominciare da un’altra parte.
In questo caso c’è qualcosa in più: l’attenzione con cui, una volta aperto il nuovo ingresso, il gruppo ha cercato di non alterare la circolazione d’aria del sistema e di restituire alla superficie il suo aspetto originario.
E poi c’è quella scena che difficilmente si dimentica: uno speleologo inginocchiato sul prato e gli altri sotto di lui, separati da un metro di terra, che riescono prima a sentirsi battere e poi addirittura a parlarsi.
A volte una giunzione comincia proprio così: con due mondi che scoprono di essere ormai a un metro di distanza.
Complimenti al Gruppo Grotte Schio CAI e a tutti coloro che hanno lavorato al Buso del Seciòn.
E naturalmente complimenti al “solito speleo”, chiunque egli sia: dopo essere comparso così tante volte in questa storia, se li è decisamente guadagnati.
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A Oltre il Colle, nel massiccio dell’Arera, scoperto e disceso un nuovo pozzo da 185 metri. Il 27 agosto la squadra ha raggiunto il Fondo JetLag a -302 metri, nonostante il regime idrico sfavorevole
OLTRE IL COLLE (BG) – «Sembrava una ventina di metri». Poi è arrivato il sasso giusto. E dal buio è arrivata una risposta decisamente diversa.
Sul Monte Arera, nella grotta LoBG 3990, l’esplorazione degli ultimi giorni ha preso improvvisamente una dimensione verticale impressionante:
A Oltre il Colle, nel massiccio dell’Arera, scoperto e disceso un nuovo pozzo da 185 metri. Il 27 agosto la squadra ha raggiunto il Fondo JetLag a -302 metri, nonostante il regime idrico sfavorevole
OLTRE IL COLLE (BG) – «Sembrava una ventina di metri». Poi è arrivato il sasso giusto. E dal buio è arrivata una risposta decisamente diversa.
Sul Monte Arera, nella grotta LoBG 3990, l’esplorazione degli ultimi giorni ha preso improvvisamente una dimensione verticale impressionante: quello che a una prima occhiata appariva come un pozzo di modeste dimensioni si è rivelato un P185, un salto da 185 metri che ha dato alla grotta una dimensione verticale del tutto inattesa.
«Apriamo la testa di un pozzo che ad una prima occhiata sembrava una ventina di metri, ma lanciando il sasso giusto abbiamo ricevuto una risposta adeguata. Per ora i 185 m ci sono… Ma non siamo in fondo…», raccontava pochi giorni fa Gianluca Perucchini, impegnato nell’esplorazione insieme a Giorgio Pannuzzo e Riccardo Temponi.
In quel momento, infatti, non avevano ancora raggiunto il fondo del P185.
Nella parte inferiore del P185, cento metri di corda sono bastati appena per raggiungere un terrazzo, fermandosi davanti a un ulteriore tiro di una ventina di metri. Il fondo del P185 è stato poi raggiunto nella stessa punta esplorativa che ha portato gli speleologi al Fondo JetLag, a -302 metri. Al fondo del P185, al momento, non sono state individuate prosecuzioni plausibili; resta però da scendere un altro pozzo laterale.
È avvenuto la mattina del 27 agosto 2026: Giorgio, Gianluca e Riccardo sono tornati sottoterra e, nonostante un regime idrico sfavorevole, hanno continuato l’esplorazione. L’anteprima arriva direttamente da Giorgio Pannuzzo: «Oggi ci siamo tornati e, nonostante il regime idrico sfavorevole, abbiamo continuato le esplorazioni fino a -302 m. Fondo JetLag».
Un metro in più sulla carta, ma soprattutto un altro passo nell’ignoto, dentro una grotta che in pochissimi giorni ha cambiato volto e dimensioni.
Nell’esplorazione sono impegnati Giorgio Pannuzzo, del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole, Gianluca Perucchini (CAI Lovere – Progetto Sebino) e Riccardo Temponi (Progetto Sebino). Tutti e tre partecipano al Progetto InGrigna.
Gianluca e Riccardo, inoltre, appartengono a quella nuova generazione di esploratori che Alex Rinaldi chiama affettuosamente “i Pischelli di Bueno Fonteno”: giovani speleologi cresciuti nel fermento delle grandi esplorazioni del Sebino e ormai protagonisti anche su altri importanti fronti esplorativi lombardi.
UN NUOVO ABISSO SOTTO L’ARERA
Lo scenario è quello spettacolare del Pizzo Arera, 2.512 metri, nel territorio di Oltre il Colle, nelle Prealpi Orobie bergamasche. Il massiccio appartiene alla fascia carbonatica delle Orobie: montagne che sopra terra mostrano pareti, rupi e grandi bastionate rocciose e che nel sottosuolo continuano a custodire vuoti ancora tutti da scoprire.
E questa volta la sorpresa ha assunto dimensioni davvero notevoli: il P185 è stato sceso fino al fondo e LoBG 3990 ha raggiunto la quota di -302 metri, al nuovo Fondo JetLag
Dove porterà LoBG 3990?
È presto per dirlo. Ma una frase scritta dagli esploratori quando il grande pozzo aveva appena cominciato a svelarsi sembra oggi ancora più bella:
«Ma non siamo in fondo…»
E allora non resta che aspettare la prossima discesa, con quel pozzo laterale ancora da esplorare.
Tantissimi complimenti a Giorgio Pannuzzo, Gianluca Perucchini, Riccardo Temponi e a tutti gli esploratori impegnati sull’Arera! Un P185, una grotta che supera i 300 metri di profondità e soprattutto un pozzo laterale che attende ancora di essere esplorato: avanti così, ragazzi! L’Arera non ha ancora finito di raccontare la sua storia.
Foto: esplorazioni nella LoBG 3990, Monte Arera – per gentile concessione degli esploratori.
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Una spedizione internazionale riapre il percorso oltre i sifoni e aggiunge circa 800 metri di gallerie al sistema ipogeo del fiume Reka
Nel luglio 2026 una spedizione speleologica internazionale, coordinata da speleologi cechi, ha superato per la prima volta dopo sedici anni i sifoni della Jama 1 v Kanjaducah, nel Carso sloveno, documentando nuovi ambienti a monte del fiume Reka.
L’intervento ha portato alla luce quasi mezzo chilometro di gallerie asciutte oltre i tratti allagat
Una spedizione internazionale riapre il percorso oltre i sifoni e aggiunge circa 800 metri di gallerie al sistema ipogeo del fiume Reka
Nel luglio 2026 una spedizione speleologica internazionale, coordinata da speleologi cechi, ha superato per la prima volta dopo sedici anni i sifoni della Jama 1 v Kanjaducah, nel Carso sloveno, documentando nuovi ambienti a monte del fiume Reka.
L’intervento ha portato alla luce quasi mezzo chilometro di gallerie asciutte oltre i tratti allagati e, insieme ad altri rilievi in zona, ha incrementato lo sviluppo totale della cavità··di circa 800 metri, rendendola la grotta più estesa del Carso di Sezana.
La spedizione Reka Exploration 2026 e il superamento dei sifoni
La campagna Reka Exploration 2026 è stata organizzata dal Jamarsko drustvo Sezana con il supporto logistico della Grotta di Vilenica e ha coinvolto circa 60–70 speleologi da Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Germania.
Le operazioni si sono concentrate sulla Jama 1 v Kanjaducah, una cavità··profonda oltre 300 metri utilizzata come base operativa per l’avanzamento controcorrente lungo il corso attivo del Reka.
I due speleosub Petr Chmel e Radek Nejezchleb hanno attraversato il secondo sifone, lungo circa 400 metri e profondo 22 metri, superando un tratto che non veniva esplorato da anni.
Oltre il sifone è stata individuata una grande galleria asciutta, denominata Lipiski rov, lunga circa 450 metri, con ambienti attivi e tratti percorribili a piedi. Parallelamente, il team di speleologi “a secco” ha completato il rilievo delle zone asciutte e ha aggiunto nuovi tratti di galleria e pozzi al sistema noto.
Il nuovo record del Carso di Sezana: Jama 1 v Kanjaducah oltre i tre chilometri
Con gli sviluppi del 2026, la Jama 1 v Kanjaducah raggiunge una lunghezza prossima ai tre chilometri e si posiziona al primo posto tra le grotte più lunghe del Carso di Sezana.
Il risultato conferma il potenziale esplorativo di questa porzione del Carso classico, dove nonostante oltre un secolo di ricerche permangono tratti del percorso del Reka ancora non mappati.
La scoperta del Lipiski rov e il superamento dei sifoni offrono nuovi elementi per ricostruire il tracciato ipogeo del fiume, fondamentale per comprendere la connettività··idraulica tra l’inghiottitoio delle Grotte di San Canziano e le risorgive del Timavo in Italia.
Il sistema Reka–Timavo: un fiume transfrontaliero ancora in parte misterioso
Il Reka nasce in Croazia (dove è noto come Vela voda), attraversa in superficie parte della Slovenia e si inabissa nelle Grotte di San Canziano, proseguendo nel sottosuolo del Carso fino a riemergere in Italia con il nome di Timavo, presso San Giovanni di Duino.
La distanza ipogea stimata tra l’inghiottitoio sloveno e le risorgive italiane è dell’ordine di 38–40 chilometri, con un sistema che rappresenta uno dei più importanti bacini carsici dell’area alpino-dinarica.
Nonostante studi storici e campagne di traccianti fluorescenti (uranina, naftionato) che hanno misurato velocità dell’acqua tra 29 e 36 metri all’ora, ampie porzioni del percorso restano non direttamente osservate e mappate.
La conoscenza dettagliata del sistema è cruciale per la gestione della risorsa idrica, la protezione dall’inquinamento e la pianificazione territoriale transfrontaliera.
Nuove finestre italiane sul Timavo: Abisso Filipas e Grotta Luftloch
Sul versante italiano, negli ultimi anni si sono moltiplicate le “finestre” di accesso al Timavo.
Nel marzo 2024, dopo 23 anni di scavi, la Società Adriatica di Speleologia ha raggiunto il fiume nella Grotta Luftloch, in zona Trebiciano, individuando un grande vano a oltre 300 metri di profondità.
Il 23 gennaio 2026 la Commissione Grotte “E. Boegan” di Trieste ha aperto una nuova finestra sul Timavo nell’Abisso Luciano Filipas (nota anche come 104 / 87 VG) a Fernetti, dopo circa vent’anni di lavori e 874 uscite speleologiche.
Il nuovo pozzo immette in una caverna contenente il corso d’acqua a circa 315 metri sotto il piano di campagna (circa 302 metri sotto il livello del mare), offrendo un ulteriore punto di accesso per rilievi, monitoraggi e future esplorazioni.
Queste aperture si affiancano ad altre cavità storiche del Carso triestino e sloveno, creando una rete di punti di osservazione lungo il percorso del fiume, utili per studi idrogeologici, biospeleologici e di monitoraggio ambientale.
Microplastiche e inquinamento nel sistema carsico: le implicazioni delle nuove scoperte
La crescente accessibilità··al sistema Reka–Timavo ha anche permesso di documentare fenomeni di inquinamento in ambienti remoti.
Uno studio dell’Università di Trieste, pubblicato nel 2026 sulla rivista Microplastics, ha evidenziato la presenza di microplastiche in grotte profonde del sistema del Timavo, in ambienti mai frequentati dall’uomo.
Il ritrovamento conferma che i contaminanti trasportati dalle acque superficiali e sotterranee raggiungono anche settori ipogei isolati, con implicazioni per la qualità delle acque di risorgiva e per gli ecosistemi cavernicoli.
La mappatura di nuovi tratti, come il Lipiski rov e le gallerie della Jama 1, permette di localizzare con maggiore precisione i percorsi di trasporto dei contaminanti e di pianificare interventi di tutela più mirati.
Prospettive future: ancora chilometri di gallerie da esplorare
Nonostante i progressi del 2026, tra il punto di inabissamento del Reka e le risorgive del Timavo restano chilometri di condotte e gallerie non direttamente esplorate.
Gli speleologi ipotizzano l’esistenza di almeno due grandi rami non ancora documentati: uno con il corso attivo del fiume e un altro, più alto, legato alle piene.
Le nuove finestre italiane (Filipas, Luftloch) e gli avanzamenti sloveni (Jama 1, San Canziano) pongono le basi per future campagne congiunte, con l’obiettivo di collegare i tratti noti e affinare i modelli idrogeologici del sistema.
Ogni nuova galleria mappata rappresenta un tassello in più per comprendere la dinamica del Reka–Timavo e per proteggere una risorsa idrica strategica per il Carso transfrontaliero.
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Più di 800 metri di esplorazione all’Abisso Dolly e, oltre uno stretto passaggio, la sorpresa di ambienti grandi e affascinanti, là dove una grotta conosciuta da tempo sembrava avere ancora qualche segreto ben custodito.
È quanto racconta Raffaella Zerbetto al termine di una settimana di campo dello SCT – Speleo Club Tanaro:
«Una settimana di campo dello SCT – Speleo Club Tanaro ci ha regalato tante emozioni e più di 800 metri di esplorazione in una grotta conosciuta da tempo
Più di 800 metri di esplorazione all’Abisso Dolly e, oltre uno stretto passaggio, la sorpresa di ambienti grandi e affascinanti, là dove una grotta conosciuta da tempo sembrava avere ancora qualche segreto ben custodito.
È quanto racconta Raffaella Zerbetto al termine di una settimana di campo dello SCT – Speleo Club Tanaro:
«Una settimana di campo dello SCT – Speleo Club Tanaro ci ha regalato tante emozioni e più di 800 metri di esplorazione in una grotta conosciuta da tempo, l’Abisso Dolly. Dietro uno stretto passaggio si sono svelati a noi ambienti inaspettati, grandi e affascinanti. Una settimana di convivialità sana con belle persone accomunate dalla stessa passione. Esplorare e rilevare, quanto mi mancavi grotta!!»
Una bella anticipazione, dunque, che racconta non soltanto nuovi metri di grotta, ma anche quell’intreccio di esplorazione, rilievo, fatica, curiosità e convivialità che accompagna i campi speleologici.
Per il momento ci fermiamo qui, con la scoperta: i Tanari hanno già anticipato che arriveranno prossime notizie, più professionali e dettagliate, con i dati e il racconto delle nuove esplorazioni.
E allora aspettiamo loro. Perché, dopo oltre 800 metri nuovi, siamo decisamente curiosi di sapere che cosa ha ancora da raccontare l’Abisso Dolly.
Fonte notizia e foto: SCT – Speleo Club Tanaro
Dolly, una vecchia grotta che torna nuova
L’Abisso Dolly (PI869) si apre a 1775 metri di quota in alta Val Maudagna, nel comune di Frabosa Sottana, sui versanti nord-orientali del Mondolé, e fa parte del Sistema carsico di Artesina.
La sua storia esplorativa comincia alla fine degli anni Settanta con il Gruppo Speleologico Piemontese. Già nel 1980 il rilievo dava uno sviluppo di circa 1.400 metri, ai quali si aggiungevano circa 300 metri di gallerie esplorate ma non ancora rilevate, e una profondità massima di 275 metri.
Dopo molti anni, nel 2023 comincia una nuova fase nella vita della Dolly. Billy Coppini, del GS Édouard-Alfred Martel, torna a cercarne l’ingresso, prima con Edoardo e Alberto e poi con Erika Z. Una volta ritrovato, viene coinvolto lo Speleo Club Tanaro, profondo conoscitore dell’area e con una consolidata esperienza nel rilievo. A fine agosto il Martel riapre e riarma la cavità fino al fondo della parte verticale, attorno a -164/-166 metri.
Da settembre prende avvio il nuovo rilievo insieme allo Speleo Club Tanaro. Una cronaca pubblicata nello stesso 2023 documenta il Martel, coadiuvato dallo SCT, impegnato nella revisione della cavità dopo la messa in sicurezza della parte a pozzi. Già in questa prima fase arriva una sorpresa: viene individuato un ramo che non compariva nel vecchio rilievo.
Da quel momento è soprattutto lo Speleo Club Tanaro a dare continuità alla riesplorazione e al rilievo della Dolly, organizzando le successive attività e i campi e coinvolgendo anche gli speleologi del Martel. Nel 2024 lo SCT organizza un campo per proseguire il lavoro nei diversi rami, al quale partecipano anche alcuni soci del Martel. Nel 2025 il Catasto Grotte Piemonte registra che è «in corso la rivisitazione dei vari rami da parte di SCT e Martel».
Nel 2026 la Dolly viene scelta anche dal Soccorso Speleologico piemontese per un’esercitazione: un’occasione importante per conoscere direttamente una cavità complessa e potersi muovere con maggiore consapevolezza nel malaugurato caso in cui si rendesse necessario un intervento reale.
Si arriva così al campo SCT del 2026, durante il quale viene portato avanti il lavoro rimasto in sospeso. Negli ultimi giorni partecipano anche Billy Coppini ed Erika F. del Martel. Ed è proprio completando il rilievo che arriva la sorpresa più bella: oltre uno stretto passaggio si aprono ambienti nuovi, grandi e affascinanti.
Il risultato è notevole: oltre 800 metri di nuove esplorazioni, frutto soprattutto del lavoro portato avanti con continuità dallo Speleo Club Tanaro. E la Dolly non sembra avere ancora finito di raccontare la sua storia, perché restano ulteriori prosecuzioni da verificare.
Infine una notizia che va oltre metri, rilievi e appartenenze: uno dei nuovi pozzi porterà il nome di Stefano Vayda, socio e amico del GS Martel.
Un modo bello e profondamente speleologico per ricordarlo: lasciare il suo nome là sotto, dentro una grotta che continua a vivere.
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Dopo due anni di immersioni tecniche, gli speleosub bulgari Dimitar Hristov e Vladimir Georgiev hanno superato il precedente “fine sifone”, aprendo oltre 100 metri di nuovi passaggi sommersi e una grande sala allagata nella grotta Dušnika, in Ponor Planina.
Contesto idrogeologico e importanza della grotta Dusnika
La grotta Dušnika si trova in Ponor Planina, tra i villaggi di Iskrec e Breze, ed è una cavità labirintica direttamente collegata alla sorgente carsica di Iskrec.
Il
Dopo due anni di immersioni tecniche, gli speleosub bulgari Dimitar Hristov e Vladimir Georgiev hanno superato il precedente “fine sifone”, aprendo oltre 100 metri di nuovi passaggi sommersi e una grande sala allagata nella grotta Dušnika, in Ponor Planina.
Contesto idrogeologico e importanza della grotta Dusnika
La grotta Dušnika si trova in Ponor Planina, tra i villaggi di Iskrec e Breze, ed è una cavità labirintica direttamente collegata alla sorgente carsica di Iskrec.
Il sistema drena un ampio bacino carsico: acque di numerosi corsi superficiali si perdono a chilometri di distanza per poi riemergere alla sorgente, suggerendo un reticolo sotterraneo complesso e potenzialmente molto esteso.
Il comportamento anomalo della sorgente – che in passato si è temporaneamente prosciugata dopo un terremoto locale – rafforza l’ipotesi di grandi volumi d’acqua e cavità··sotterranee interconnesse, capaci di immagazzinare e rilasciare flusso in modo non lineare.
Questa configurazione rende Dušnika un obiettivo di lunga data per gli speleosub: la portata del sistema e la presenza di sifoni profondi e stretti hanno attratto spedizioni per decenni, ma la combinazione di restringimenti, profondità, morfologia complessa e facile torbidità··dell’acqua ha limitato per anni le campagne sistematiche.
Due anni di lavoro sistematico: sostituzione linee, mappatura e superamento di strozzature
L’attuale fase di esplorazione è iniziata circa due anni fa con un approccio metodico. Il team ha effettuato più di 15 immersioni, sostituendo le vecchie linee guida lasciate da precedenti tentativi e mappando quasi tutti i settori raggiunti.
Uno dei passaggi chiave è stato il superamento di una stretta fessura verticale, descritta come impraticabile durante indagini belghe negli anni Novanta e solo un anno fa aperta dall’equipe bulgara.
Oltre questa strozzatura sono stati percorsi altri 20–30 metri, fino a circa 28 metri di profondità, dove un accumulo di massi era stato inizialmente interpretato come fine esplorazione.
La scoperta “casuale” del 2026: la “furna” e la grande sala sommersa
Nel 2026, durante un’immersione di addestramento senza particolari aspettative, i sub hanno notato lateralmente al blocco terminale un passaggio poco visibile dalla linea principale.
Oltre questo varco si aprono alcune piccole gallerie che conducono a un tratto estremamente stretto e in leggera salita, chiamato localmente “furna”.
La “furna” è lunga circa 50–60 metri; in molti punti il corpo del sub tocca simultaneamente pavimento e volta, e la presenza di fango fine sulle pareti e sul soffitto riduce drasticamente la visibilità··non appena si muove l’attrezzatura.
Il profilo ascendente crea un ulteriore problema: le bolle d’aria espirate scorrono in avanti lungo il soffitto, sollevando il sedimento e creando una nube di torbidità··davanti ai sub, che avanzano quindi verso la “marea” di fango da loro stessi generata.
In queste condizioni, la progressione diventa fortemente tattile e la gestione del ritorno lungo la linea guida, anche al buio, è critica. Superata la “furna”, il carattere della cavità cambia bruscamente: si apre una grande sala sommersa, con spazi più ampi e diverse direzioni possibili di prosecuzione.
Due fronti esplorativi: sifone principale e ramo asciutto con acqua udibile
Dopo il primo accesso alla grande sala, il team ha verificato due direzioni distinte.
In una, il sifone prosegue sott’acqua con volumi maggiori; sono stati percorsi altri 50–60 metri senza raggiungere un termine.
Nell’altra direzione, i sub sono emersi in un tratto asciutto di dimensioni significative, dove si percepisce il rumore di acqua corrente in profondità, senza ancora conoscere origine e direzione del flusso.
Questo ramo asciutto dovrà essere ispezionato, misurato e verificato per eventuali nuove gallerie o connessioni con altri tratti allagati, dividendo di fatto l’esplorazione in due fronti: il sifone sommerso in espansione e il ramo asciutto da esplorare.
Progressi tecnici: nitròx, linee più robuste e pianificazione di immersioni lunghe
Per gestire distanze crescenti, profondità intorno ai 28 metri e tempi di permanenza più lunghi, l’equipe ha introdotto miscele di nitròx pianificate in anticipo, passando da penetrazioni relativamente brevi a immersioni tecniche più complesse, con gestione avanzata dei gas e della navigazione.
Nella “furna” è stata inoltre installata una linea guida più spessa e affidabile, fissata in modo da ridurre il rischio di ingarbugliamenti e migliorare l’orientamento in assenza di visibilità, condizione essenziale perché ogni futura immersione dovrà attraversare gli stessi 50–60 metri di strettoia sia in entrata sia in uscita.
Il nuovo blocco attivo: manovra complessa per superare il restringimento
Nell’ultima immersione di luglio 2026, partendo dal punto più avanzato precedente, il team ha percorso altri circa 50 metri lungo il sifone principale.
La galleria mantiene volumi ampi, ma termina contro un nuovo massiccio blocco di massi. Tra le rocce esiste un possibile proseguimento, ma il passaggio è estremamente stretto.
Per superarlo sarebbe necessario staccare le bombole dall’erogatore, farle passare attraverso la fessura e ricollegarle sott’acqua: una manovra tecnica complessa da eseguire in zona remota, dopo un’esposizione prolungata.
In questa uscita i due speleosub non si sono sentiti sufficientemente sicuri di eseguire la manovra in sicurezza e hanno preferito non tentare il passaggio, lasciando il blocco come “fronte attivo” per future campagne meglio preparate.
Prospettive: perché Dusnika potrebbe nascondere un sistema molto più grande
Ogni nuovo settore aperto in Dusnika ha trasformato ciò che sembrava un “fine grotta” in una semplice soglia verso nuovi ambienti. La combinazione di un bacino idrografico carsico molto ampio, la presenza di una grande sala oltre la “furna”, un sifone che continua con volumi importanti e un ramo asciutto con acqua udibile suggerisce che, superato l’attuale blocco, si possa accedere a un sistema con notevole sviluppo planimetrico e dislivello positivo. Per ora resta un’ipotesi, verificabile solo proseguendo le immersioni esplorative con pianificazione tecnica adeguata.
Ultime scoperte speleosub nel mondo: Messico, Italia, Balcani e Asia
Parallelamente a Dušnika, negli ultimi anni le esplorazioni subacquee hanno continuato ad ampliare la conoscenza dei grandi sistemi allagati.
Messico: Ox Bel Ha e Sac Actun oltre i 524 km
In Messico, il sistema Ox Bel Ha, nella penisola dello Yucatá··n, è stato confermato come il più lungo sistema di grotte sottomarine al mondo, con oltre 524 km di passaggi mappati.
Le campagne di rilievo continuano ad aggiungere nuovi tratti ogni anno, anche attraverso passaggi stretti e remoti, e si stima che la lunghezza totale esplorabile possa superare i 600 km.
Nelle vicinanze, il sistema Sac Actun, un tempo detentore del record, rimane uno dei più grandi reticoli allagati e, insieme a Ox Bel Ha, costituisce una “rete idrica” sotterranea di centinaia di chilometri.
Nel 2025, un’altra connessione importante è stata realizzata tra la “Mother of All Cenotes” e il sistema Koox Baal, creando una rete di oltre 120 km che si trova a soli 31 metri dal sistema Sac Actun: se quel tratto finale fosse superato, si potrebbe ottenere un unico sistema di oltre 500 km.
Italia: Grotta di Aladino e Fontanone unificati in un unico sistema
In Italia, nel 2025 è stata risolta una lunga questione speleologica in Valdaone: la Grotta di Aladino e la sorgente Fontanone della Val Redoten sono state confermate come parti di un unico sistema sotterraneo di circa 10,4 km di sviluppo e 400 m di dislivello.
Il tratto sommerso che le unisce è risultato essere un unico sifone lungo circa 1 km, con profondità massima di 53 metri. L’impresa è stata portata a termine dallo speleosub Luigi Casati, supportato dal Gruppo Grotte Brescia, dopo campagne che hanno visto anche lo speleosub sloveno Simon Burja spingersi per 600 metri in sifone fino a 53 m di profondità senza emergere.
Balcani e area mediterranea: profondità estreme e nuove campagne
Nell’area balcanica e mediterranea, le esplorazioni tecniche continuano a spingere i limiti di profondità. Lo speleosub polacco Bart ?omiej Pitala, attivo anche in Italia, nel 2026 ha raggiunto i ?292 m nella grotta dell’Elefante Bianco a Ponte Subiolo (Vicenza), dopo aver già esplorato oltre 100 m di nuove gallerie nello stesso sito nel 2024 a circa ?227 m.
Il suo team ha lavorato anche nella Sintzi Spring, in Grecia, dove nel 2025 è stata raggiunta la quota di ?255 m, e nella grotta Vrelo, in Macedonia, con esplorazioni fino a ?287 m. Sempre in Italia, la sorgente del Gorgazzo (Polcenigo, Pordenone) rimane un sito di interesse internazionale per le immersioni profonde, con nuove campagne esplorative programmate da team specializzati.
Asia: nuovi chilometri di grotte in Meghalaya, India
In Asia, nel 2026 una spedizione in Meghalaya (India) ha mappato 11,8 km di nuovi passaggi in diverse grotte, tra cui Krem Riblai e Lungchung Khur, quest’ultima lunga 13.618 metri e divenuta la decima grotta più lunga dell’India.
Anche se non tutte queste cavità sono completamente allagate, la regione conferma il proprio ruolo di “laboratorio” per l’esplorazione sotterranea, con nuovi tratti scoperti regolarmente.