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Pipistrelli e anticorpi: scoperta la doppia architettura genetica che li rende immuni ai virus

August 2nd 2026 at 09:00

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Pipistrelli e anticorpi al centro di uno studio su undici specie di vespertilionidi: due loci completi per le catene pesanti delle immunoglobuline, su cromosomi distinti, ampliano il quadro dell’immunità antivirale.

Pipistrelli e anticorpi, la scoperta genetica

I vespertilionidi possiedono una caratteristica immunogenetica finora non descritta negli altri mammiferi.

Un gruppo di ricerca coordinato da Tulane University, con collaborazioni di Stanford University e Centers for Disease Control and Prevention, ha identificato due loci completi e funzionali del gene della catena pesante delle immunoglobuline, o IGH, collocati su cromosomi diversi.

Lo studio è stato pubblicato il 29 luglio 2026 su Science Advances. L’analisi comprende undici specie della famiglia Vespertilionidae, la più numerosa tra i Chirotteri, con oltre 500 specie.

Negli altri mammiferi conosciuti, la produzione delle catene pesanti degli anticorpi dipende invece da un solo locus IGH.

La scoperta riguarda quindi i pipistrelli e anticorpi in una prospettiva nuova. Non dimostra ancora quale sia l’effetto di questa configurazione durante un’infezione, ma definisce un’architettura genetica che può ampliare i percorsi con cui il sistema immunitario adattativo costruisce e seleziona le proprie risposte.

Anticorpi dei pipistrelli e due loci IGH

Gli anticorpi sono proteine del sistema immunitario capaci di riconoscere strutture specifiche di virus, batteri e altre molecole estranee. Ogni immunoglobulina comprende due catene pesanti e due catene leggere; le regioni variabili alle estremità della proteina contribuiscono al riconoscimento dell’antigene.

Nei vespertilionidi, i due loci IGH risultano entrambi attivi. I ricercatori lo hanno verificato anche con dati di trascrittomica a singola cellula nel pipistrello bruno americano (Eptesicus fuscus), mostrando che le cellule B usano entrambe le serie genetiche per riarrangiare ed esprimere le catene pesanti.

Il primo sistema presenta un repertorio più ampio di segmenti genici.

Può offrire una maggiore varietà iniziale nella costruzione degli anticorpi dei pipistrelli.

Il secondo locus è più compatto e dispone di meno segmenti, ma mostra segnali compatibili con un impiego più marcato dell’ipermutazione somatica, il processo che modifica le sequenze degli anticorpi nelle cellule B dopo il contatto con un antigene.

Diversità immunitaria nei vespertilionidi

Le due sedi genetiche non sono una semplice copia ridondante. I dati indicano meccanismi distinti per generare diversità, un uso preferenziale del locus più piccolo e differenze nella selezione delle cellule B che hanno incontrato l’antigene e delle plasmacellule.

Gli autori propongono che l’assetto derivi dalla duplicazione di un locus IGH ancestrale, seguita da perdite, mantenimenti e duplicazioni indipendenti dei segmenti genici.

Configurazioni con loci duplicati sono note in forma più limitata in alcuni pesci teleostei. Nei mammiferi, la presenza di due loci IGH completi, separati e funzionanti rappresenta invece un caso inedito.

Questo dato invita a non estendere automaticamente i risultati all’intero ordine dei Chirotteri. La duplicazione è stata osservata nei vespertilionidi e dovrà essere cercata, specie per specie, nelle altre linee evolutive.

Virus, tolleranza e limiti dello studio

Molte specie di pipistrelli possono ospitare virus zoonotici senza sviluppare manifestazioni cliniche paragonabili a quelle osservate in altri ospiti. La tolleranza virale non è spiegata da un solo tratto: ricerche precedenti indicano il possibile concorso della regolazione dell’infiammazione, delle vie interferoniche e di altre variazioni dell’immunità innata e adattativa.[4][5][6]

I due loci IGH offrono una possibile chiave per capire la varietà degli anticorpi dei pipistrelli. Non consentono ancora di affermare che rendano la risposta più rapida, più efficace o direttamente responsabile della tolleranza ai virus.[2][1]

Per rispondere serviranno studi funzionali durante infezioni controllate, confronti tra specie e analisi delle risposte anticorpali nel tempo.[2][3]

La cautela è rilevante anche nella comunicazione del rischio. I pipistrelli non devono essere descritti solo come serbatoi di patogeni: il rischio di trasmissione dipende da specifici contesti ecologici, sanitari e di contatto fra fauna selvatica, animali domestici e persone.[7][4]

Ricadute per biospeleologia e tutela

Per la biospeleologia, la ricerca su pipistrelli e anticorpi rafforza il valore delle colonie come sistemi naturali da studiare con tecniche attente al benessere degli animali. Grotte, miniere e altri rifugi sotterranei possono ospitare aggregazioni riproduttive, svernanti o di transito.[8]

Campionamenti, rilievi faunistici e attività speleologiche richiedono protocolli adeguati alla stagione e alla specie presente. La protezione dei rifugi e la riduzione del disturbo sono coerenti sia con la conservazione dei Chirotteri sia con la qualità dei dati biologici raccolti.[8]

Conoscere meglio gli anticorpi dei pipistrelli può aiutare a impostare monitoraggi più precisi e a distinguere le dinamiche immunitarie proprie delle diverse specie.[3][1]

Prossime verifiche sugli anticorpi dei pipistrelli

Il passo successivo sarà osservare come i due loci IGH contribuiscano alla risposta contro agenti patogeni reali. Sarà utile stabilire quali anticorpi derivino da ciascun locus, con quale frequenza e in quali fasi dell’infezione.[1][3]

Altrettanto importante sarà confrontare individui, popolazioni e specie con ecologie differenti. La nuova architettura genetica non chiude il problema della tolleranza virale, ma offre una direzione sperimentale concreta per studiare come evolvono gli anticorpi dei pipistrelli e come l’immunità adattativa si integri con le altre difese dell’organismo.[7][2]

Fonti

Fonti
[1] Immunoglobulin heavy chain locus duplication in bats 4518 https://academic.oup.com/jimmunol/article/214/Supplement_1/vkaf283.2191/8330103
[2] How bats tolerate viruses: Tulane study sheds light on one of nature’s biggest immune mysteries https://www.eurekalert.org/news-releases/1137879
[3] Genetically and Functionally Distinct Immunoglobulin Heavy Chain Locus Duplication in Bats https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2024.08.09.606892v1.full.pdf
[4] Lezioni traducibili dal sistema immunitario equilibrato dei … https://www.scintilena.com/lezioni-traducibili-dal-sistema-immunitario-equilibrato-dei-pipistrelli/02/23/
[5] Extraordinary diversity of antiviral immune-related gene families … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC13085271/
[6] Comparative analyses of bat genomes identify distinct evolution of immunity in Old World fruit bats https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.add0141
[7] Diverse hosts, diverse immune systems: Evolutionary variation in bat … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12412728/
[9] Publications – Bats at Tulane (BAT) lab https://www.tulanebats.com/pagecv
[10] Immunoglobulin germline reference sequences enable … – NIH https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12664418/
[11] Annotation of bat IG H/L/K loci and analysis of the characteristics of bat BCR-CDR3 repertoires – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/42245652/
[12] Vaccinare i pipistrelli per fermare le prossime pandemie? – Scintilena https://www.scintilena.com/vaccinare-i-pipistrelli-per-fermare-le-prossime-pandemie/04/05/
[13] Hannah bio – Bats at Tulane (BAT) lab https://www.tulanebats.com/hannah-bio
[14] Python Cave e Virus di Marburg: cosa rivela lo studio 2026 – Scintilena https://www.scintilena.com/python-cave-e-virus-di-marburg-cosa-rivela-lo-studio-2026/05/04/
[15] Landscape of IGH germline genes of Chiroptera and the … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10986613/
[16] Bats at Tulane (BAT) lab https://www.tulanebats.com/

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  • Font-de-Gaume: la datazione al radiocarbonio riscrive la cronologia dell’arte rupestre paleolitica
    Condividi Le pitture della grotta di Font-de-Gaume in Dordogna sono state datate per la prima volta con il radiocarbonio. La ricerca apre nuove prospettive per lo studio dell’arte rupestre paleolitica e dell’evoluzione delle frequentazioni umane nelle grotte decorate. La grotta di Font-de-Gaume entra in una nuova fase della ricerca archeologica Per la prima volta è stato possibile attribuire un’età assoluta ad alcune pitture della grotta di Font-de-Gaume, uno dei più importanti siti di
     

Font-de-Gaume: la datazione al radiocarbonio riscrive la cronologia dell’arte rupestre paleolitica

August 2nd 2026 at 08:00

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Le pitture della grotta di Font-de-Gaume in Dordogna sono state datate per la prima volta con il radiocarbonio.

La ricerca apre nuove prospettive per lo studio dell’arte rupestre paleolitica e dell’evoluzione delle frequentazioni umane nelle grotte decorate.

La grotta di Font-de-Gaume entra in una nuova fase della ricerca archeologica

Per la prima volta è stato possibile attribuire un’età assoluta ad alcune pitture della grotta di Font-de-Gaume, uno dei più importanti siti di arte rupestre paleolitica della Francia.

La ricerca, coordinata dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), rappresenta un passaggio significativo per gli studi sull’arte preistorica della Dordogna.

La grotta si trova nella valle della Vézère, nel sud-ovest della Francia, un’area inserita nel Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1979 insieme ad altri siti preistorici di grande valore, tra cui la celebre grotta di Lascaux.

Font-de-Gaume conserva oltre duecento figure dipinte e incise, con una ricca presenza di bisonti, cavalli e mammut, ed è una delle poche grotte decorate francesi ancora accessibili al pubblico in modo regolamentato. (Wikipedia?)

Arte rupestre paleolitica: perché la datazione era così difficile

Per decenni gli studiosi hanno ritenuto impossibile applicare la datazione al radiocarbonio alle pitture nere della regione.

Si pensava infatti che i pigmenti fossero composti esclusivamente da ossidi minerali di ferro e manganese, privi di carbonio organico.

Il gruppo di ricerca ha deciso di verificare questa ipotesi utilizzando tecniche completamente non invasive.

La microspettrometria Raman e l’imaging iperspettrale hanno consentito di analizzare la composizione chimica delle pitture senza alterarle.

Le analisi hanno evidenziato la presenza diffusa di particelle di carbone vegetale incorporate nel pigmento nero.

Questo risultato ha reso possibile il ricorso alla datazione con il carbonio-14, metodo finora considerato non applicabile alle pitture della Dordogna. (ScienceDaily?)

Datazione al radiocarbonio delle pitture di Font-de-Gaume

Dopo la scoperta del carbone nei pigmenti, le autorità francesi hanno autorizzato in via eccezionale il prelievo di microscopici campioni da due figure nere.

La prima rappresenta un bisonte. L’analisi ha indicato un’età compresa tra circa 13.460 e 13.160 anni fa, confermando la sua appartenenza al Paleolitico superiore.

La seconda figura, interpretata come una maschera o un volto stilizzato, ha restituito un risultato più complesso.

Diverse parti dell’immagine sono state realizzate in epoche differenti, con intervalli cronologici separati anche da migliaia di anni.

Questo suggerisce che la stessa figura possa essere stata modificata o completata nel corso di successive frequentazioni della grotta. (PubMed?)

Le prospettive per lo studio delle grotte decorate

La nuova metodologia offre possibilità che vanno oltre il caso di Font-de-Gaume.

Molte altre pitture considerate finora non databili potrebbero essere riesaminate con gli stessi criteri, verificando la presenza di carbone nei pigmenti.

Disporre di date assolute consentirà di confrontare con maggiore precisione le diverse fasi artistiche delle grotte decorate, comprendere l’evoluzione degli stili e ricostruire quando gruppi umani differenti siano tornati negli stessi siti per aggiungere nuove immagini o intervenire su quelle già esistenti.

La ricerca contribuisce anche a comprendere meglio il significato culturale delle cavità decorate durante il Paleolitico superiore.

Le grotte potrebbero aver rappresentato luoghi frequentati per periodi molto lunghi, mantenendo un valore simbolico attraverso numerose generazioni.

Un nuovo strumento per l’archeologia preistorica

Gli autori dello studio ritengono che l’integrazione tra analisi chimiche non invasive e datazione al radiocarbonio possa diventare un riferimento per le future ricerche sull’arte rupestre paleolitica.

L’approccio sperimentato a Font-de-Gaume dimostra come tecnologie moderne possano fornire nuove informazioni senza compromettere la conservazione di opere che costituiscono uno dei patrimoni archeologici più importanti d’Europa.

La possibilità di attribuire una cronologia diretta alle pitture apre una fase nuova nello studio delle grotte decorate della Dordogna e, più in generale, dell’arte parietale paleolitica.

Fonti

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  • Speleologia a Pradut: il Gruppo Speleologico Sacile racconta le nuove esplorazioni alla Cjasa dei Venth
    Condividi Il 13 agosto 2026 al Rifugio Pradut un incontro dedicato alla speleologia, alle esplorazioni del Gruppo Speleologico Sacile e alle più recenti scoperte nell’area del Colciavath. Un incontro pubblico dedicato alla speleologia nel territorio di Pradut Giovedì 13 agosto 2026, alle ore 17.30, il Rifugio Pradut, nel comune di Claut (Pordenone), ospiterà un appuntamento dedicato alla speleologia e all’attività di esplorazione del Gruppo Speleologico Sacile. L’iniziativa, promossa c
     

Speleologia a Pradut: il Gruppo Speleologico Sacile racconta le nuove esplorazioni alla Cjasa dei Venth

August 2nd 2026 at 07:00

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Il 13 agosto 2026 al Rifugio Pradut un incontro dedicato alla speleologia, alle esplorazioni del Gruppo Speleologico Sacile e alle più recenti scoperte nell’area del Colciavath.

Un incontro pubblico dedicato alla speleologia nel territorio di Pradut

Giovedì 13 agosto 2026, alle ore 17.30, il Rifugio Pradut, nel comune di Claut (Pordenone), ospiterà un appuntamento dedicato alla speleologia e all’attività di esplorazione del Gruppo Speleologico Sacile.

L’iniziativa, promossa con il titolo “La Cjasa dei Venth si presenta”, offrirà al pubblico l’occasione di conoscere da vicino il lavoro svolto dagli speleologi nell’area carsica delle Dolomiti Friulane.

L’incontro sarà incentrato sulle più recenti esplorazioni e sulle scoperte effettuate negli ultimi mesi, con particolare riferimento al sistema carsico sviluppato nella zona del Colciavath, che continua a richiamare l’interesse della comunità speleologica italiana.

Le recenti esplorazioni del Gruppo Speleologico Sacile

Negli ultimi mesi il Gruppo Speleologico Sacile ha concentrato una parte importante delle proprie attività nell’area di Pradut e Colciavath.

Tra le scoperte più significative figura la cavità denominata La Cjasa dei Venti, individuata nei pressi di Casera Casavento.

La grotta, caratterizzata da una marcata corrente d’aria all’ingresso, ha già raggiunto uno sviluppo di circa quattro chilometri e presenta numerosi passaggi, strettoie e gallerie ancora oggetto di esplorazione.

Secondo gli speleologi potrebbe rappresentare un importante collettore collegato ad altre cavità dell’area, prospettiva che rende particolarmente interessante la prosecuzione delle ricerche. 

Le attività di rilievo e documentazione hanno inoltre consentito di ampliare la conoscenza del sistema carsico locale, che negli ultimi anni si è confermato uno dei più dinamici del Friuli Venezia Giulia.

Il territorio del Pradut e il patrimonio carsico delle Dolomiti Friulane

L’area di Pradut-Resettum, nel territorio comunale di Claut, rappresenta uno dei principali comprensori carsici della provincia di Pordenone. Qui sono note numerose cavità naturali, tra cui il Landri Scur e altri importanti abissi esplorati nel corso degli ultimi decenni.

Il Gruppo Speleologico Sacile opera da anni in questa zona svolgendo attività di esplorazione, rilievo topografico, ricerca scientifica e tutela del patrimonio ipogeo. L’associazione promuove anche iniziative divulgative rivolte al pubblico, con l’obiettivo di far conoscere il fenomeno carsico e sensibilizzare sull’importanza della conservazione degli ambienti sotterranei. 

La Cjasa dei Venth: un’occasione per conoscere il mondo sotterraneo

L’appuntamento del 13 agosto sarà rivolto sia agli appassionati sia a chi desidera avvicinarsi per la prima volta alla speleologia. Attraverso immagini, racconti e aggiornamenti sulle campagne esplorative, i partecipanti potranno seguire l’evoluzione delle ricerche condotte nelle montagne del Friuli occidentale.

L’incontro offrirà anche l’opportunità di comprendere come si svolge un’esplorazione speleologica moderna, dall’individuazione di nuovi ingressi alla documentazione topografica, fino agli aspetti scientifici e ambientali legati alla conoscenza del territorio.

Le recenti attività nel comprensorio del Colciavath dimostrano come il sottosuolo delle Dolomiti Friulane continui a riservare nuove prospettive di ricerca, confermando il valore della collaborazione tra gruppi speleologici e della divulgazione verso il pubblico.

Fonti

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  • CAI Regione Toscana e Mountain Wilderness Italia insieme per il Parco Nazionale delle Alpi Apuane
    Condividi Le due associazioni lanciano un percorso comune per promuovere l’istituzione del Parco Nazionale e annunciano la costituzione di un comitato promotore aperto al mondo ambientalista, scientifico e istituzionale Il Club Alpino Italiano – Regione Toscana e Mountain Wilderness Italia hanno annunciato, con un comunicato congiunto diffuso il 20 luglio, l’avvio di un percorso comune per promuovere l’istituzione del Parco Nazionale delle Alpi Apuane. Sulla pagina social di Speleologia To
     

CAI Regione Toscana e Mountain Wilderness Italia insieme per il Parco Nazionale delle Alpi Apuane

August 2nd 2026 at 06:00

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Le due associazioni lanciano un percorso comune per promuovere l’istituzione del Parco Nazionale e annunciano la costituzione di un comitato promotore aperto al mondo ambientalista, scientifico e istituzionale

Il Club Alpino Italiano – Regione Toscana e Mountain Wilderness Italia hanno annunciato, con un comunicato congiunto diffuso il 20 luglio, l’avvio di un percorso comune per promuovere l’istituzione del Parco Nazionale delle Alpi Apuane.

Sulla pagina social di Speleologia Toscana c’è un post del Coordinamento Ambientalista Versiliese che ne dà notizia.

La proposta non è nuova: il CAI l’aveva già approvata con una mozione dell’Assemblea dei Delegati di Saint Vincent nel 2016, e Mountain Wilderness, fin dalla sua fondazione, nel 1987, sostiene la necessità di una maggiore tutela delle Alpi Apuane, sempre al centro del dibattito per l’intensa attività estrattiva del marmo.

Nel documento si sottolinea che le Apuane rappresentano un patrimonio naturale di rilievo nazionale e internazionale e che l’attuale modello di gestione non sarebbe più sufficiente a garantire un’efficace tutela dell’area. Secondo i promotori, il riconoscimento come Parco Nazionale consentirebbe di rafforzare la conservazione degli ecosistemi, favorire un turismo sostenibile e ampliare le opportunità di finanziamento.

Per sostenere questa prospettiva, CAI Toscana e Mountain Wilderness intendono costituire un comitato promotore aperto al coinvolgimento delle principali associazioni ambientaliste, del mondo della ricerca, delle università, delle amministrazioni locali e delle istituzioni nazionali ed europee.

Le Alpi Apuane rivestono un’importanza particolare anche per la speleologia italiana e internazionale. Il massiccio ospita alcuni dei sistemi carsici più estesi e profondi del Paese, con decine di cavità di grande interesse scientifico, idrogeologico e naturalistico, motivo per cui ogni iniziativa riguardante il futuro di questo territorio è seguita con attenzione dalla comunità speleologica.

Il comunicato apre così una nuova fase del dibattito sulla tutela delle Apuane, destinata a coinvolgere istituzioni, associazioni e cittadini.

Seguiremo gli sviluppi di questa iniziativa con grande interesse: il futuro delle Apuane è nel nostro cuore.

Foto di copertina: Wikipedia Common CC BY 40 ‘Was the sunset in Tuscany…the God’s eye peeked between the clouds… Alpi Apuane rock marble peaks and the orange-yellow sun light above quarries and the Sea!’ – Sandra Ross

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  • L’Ipogeo di Calaforno racconta ancora la preistoria: una nuova datazione riscrive la storia di un reperto
    Condividi Un nuovo studio scientifico conferma che una mandibola rinvenuta nel grande monumento funerario di Giarratana appartiene al tardo III millennio a.C. La datazione al radiocarbonio corregge l’ipotesi iniziale e rafforza il valore scientifico della scoperta Nel territorio di Giarratana (Ragusa), a circa 600 metri sul livello del mare, si estende il Parco forestale Calaforno, un’area boschiva che prende il nome da una serie di cavità che si trovano più a valle: la grotta Calaforno o Ipo
     

L’Ipogeo di Calaforno racconta ancora la preistoria: una nuova datazione riscrive la storia di un reperto

August 2nd 2026 at 05:00

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Un nuovo studio scientifico conferma che una mandibola rinvenuta nel grande monumento funerario di Giarratana appartiene al tardo III millennio a.C. La datazione al radiocarbonio corregge l’ipotesi iniziale e rafforza il valore scientifico della scoperta

Nel territorio di Giarratana (Ragusa), a circa 600 metri sul livello del mare, si estende il Parco forestale Calaforno, un’area boschiva che prende il nome da una serie di cavità che si trovano più a valle: la grotta Calaforno o Ipogeo di Calaforno: un susseguirsi di 35 piccole camere, utilizzate inizialmente come tombe e poi trasformate, nei secoli, in abitazioni.

L’Ipogeo di Calaforno continua a restituire informazioni preziose sulla preistoria siciliana. Si tratta di uno straordinario complesso funerario scavato nella roccia, uno dei più importanti monumenti ipogei dell’isola, ora al centro di un nuovo studio che aggiorna la storia di uno dei reperti umani rinvenuti al suo interno.

È stato infatti pubblicato l’addendum a una ricerca apparsa sulla rivista Archives of Oral Biology, dedicata alla mandibola di una giovane donna scoperta nell’ipogeo. La notizia della pubblicazione è stata diffusa dalla professoressa Elena Varotto, antropologa forense e paleopatologa, prima autrice dello studio. Varotto si occupa di bioarcheologia e dello studio dei resti umani antichi, con particolare attenzione alla paleopatologia e all’antropologia forense, ed è autrice di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali.

Grazie a una nuova datazione al radiocarbonio, i ricercatori hanno potuto stabilire con certezza che il reperto risale al tardo III millennio a.C., tra il 2282 e il 2041 a.C.

Il risultato modifica l’interpretazione proposta nel primo studio. Inizialmente, infatti, la cronologia era stata ricostruita sulla base del contesto di rinvenimento. L’Ipogeo di Calaforno fu utilizzato come luogo di sepoltura per migliaia di anni: costruito nel Tardo Eneolitico, continuò a essere frequentato nell’età del Bronzo, fu riutilizzato in epoca tardo-romana e rimase noto fino al Medioevo. La presenza di una moneta tardo-romana vicino alla mandibola aveva fatto ipotizzare una deposizione relativamente recente.

La nuova analisi dimostra invece che il reperto appartiene alla fase preistorica del monumento. La vicinanza con la moneta è il risultato dei rimescolamenti che, nel corso dei secoli, hanno interessato i depositi archeologici dell’ipogeo.

Oltre a chiarire la cronologia del reperto, lo studio conferma anche l’importanza scientifica della mandibola, che presenta un raro caso di dente del giudizio inferiore rimasto completamente incluso nell’osso. Si tratta di una condizione ben conosciuta dalla medicina moderna, ma raramente documentata nei resti umani così antichi.

La ricerca dimostra come l’integrazione tra archeologia, antropologia fisica, diagnostica per immagini e datazioni al radiocarbonio permetta oggi di ricostruire con maggiore precisione la storia dei grandi complessi ipogei, correggendo interpretazioni basate esclusivamente sul contesto di rinvenimento.

Per chi si occupa di archeologia, e per ogni speleologo, il caso di Calaforno è un concreto esempio di come gli ipogei continuino a fornire nuove informazioni grazie all’applicazione delle più moderne tecniche di ricerca.

Fonti:

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  • La siccità del Danubio fa emergere presunti resti di mammut in Bulgaria
    Condividi Sul fondale del grande fiume affiorano mandibola, zanne e altre ossa. Gli esperti: “L’identificazione dovrà essere confermata dalle analisi” Le eccezionali condizioni di siccità che stanno interessando il bacino del Danubio hanno portato alla luce, nei pressi del villaggio di Ryahovo, nel nord della Bulgaria, resti ossei attribuiti in via preliminare a un mammut. La scoperta è avvenuta lungo un tratto del fiume dove il livello dell’acqua ha raggiunto valori eccezionalmente bassi dop
     

La siccità del Danubio fa emergere presunti resti di mammut in Bulgaria

August 2nd 2026 at 04:00

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Sul fondale del grande fiume affiorano mandibola, zanne e altre ossa. Gli esperti: “L’identificazione dovrà essere confermata dalle analisi”

Le eccezionali condizioni di siccità che stanno interessando il bacino del Danubio hanno portato alla luce, nei pressi del villaggio di Ryahovo, nel nord della Bulgaria, resti ossei attribuiti in via preliminare a un mammut. La scoperta è avvenuta lungo un tratto del fiume dove il livello dell’acqua ha raggiunto valori eccezionalmente bassi dopo settimane di caldo intenso e scarsissime precipitazioni.

A individuare le ossa è stato un abitante del luogo, che ha notato alcuni reperti affiorare dal fondale emerso del Danubio. Sul posto sono intervenuti gli specialisti del Museo Regionale di Storia di Ruse, che hanno riconosciuto una mandibola, due zanne e quella che potrebbe essere una costola appartenenti a un mammut.

I reperti saranno trasferiti presso il museo per essere sottoposti a interventi di conservazione e a successive analisi paleontologiche, indispensabili per stabilire con certezza specie, età e origine. Gli esperti sottolineano infatti che l’attribuzione al mammut è, al momento, soltanto preliminare.

Secondo il direttore del museo, Nikolay Nenov, il ritrovamento rappresenta soprattutto un’importante opportunità scientifica. L’area in cui sono emersi i resti era probabilmente una vasta zona umida durante il Pleistocene, un ambiente favorevole alla presenza di grandi mammiferi come i mammut.

Ricostruzione del mammut lanoso (Mammuthus primigenius), specie diffusa in Europa e Asia durante il Pleistocene. Illustrazione: Mauricio Antón / Wikimedia Commons – CC BY 2.5

La scoperta si inserisce in un contesto più ampio di eccezionale abbassamento dei livelli del Danubio, che nelle ultime settimane ha causato difficoltà alla navigazione, al trasporto merci e al turismo fluviale in diversi Paesi dell’Europa orientale. Lo stesso fenomeno ha recentemente riportato alla luce anche relitti storici e altri reperti archeologici lungo il corso del fiume.

Se le analisi confermeranno l’identificazione, il ritrovamento offrirà nuove informazioni sulla fauna che popolava le pianure del basso Danubio durante l’ultima era glaciale, contribuendo alla ricostruzione dell’ambiente preistorico della regione.

Fonti

Foto di copertina: Il fiume Danubio nei pressi di Oryahovo, sulla sponda bulgara, non lontano da Ryahovo, dove sono stati rinvenuti i presunti resti di mammut. Foto: Todor Bozhinov (Martyr) / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0

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