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La Galleria Glori-Castellaro: viaggio nel cuore della Valle Argentina

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Sabato 29 agosto a Glori una serata tra esplorazione, storia e ambiente dedicata alle gallerie della “diga fantasma” e a una vicenda che ha segnato profondamente il territorio

GLORI (IM) – Un viaggio sotto la montagna, ma anche dentro la memoria della Valle Argentina. Sabato 29 agosto alle ore 20.30, in piazza della Chiesa a Glori, si terrà una serata dedicata alla Galleria Glori-Castellaro, il grande sistema sotterraneo realizzato nell’ambito di un progetto idroelettrico che avrebbe potuto cambiare per sempre il volto della valle.

A raccontarne la storia e le esplorazioni saranno Marco Marchesini, del G.S. Ligure A. Issel, e Alessandro Pastorelli, dello Speleo Club CAI Sanremo, attraverso immagini, documentazione e testimonianze raccolte durante le ricognizioni nelle gallerie.

Quella di Glori-Castellaro non è soltanto una storia di cavità artificiali. È una vicenda nella quale si intrecciano ingegneria, geologia, acqua, paesaggio e opposizione popolare, e che ancora oggi conserva una forte valenza storica e ambientale per tutta la Valle Argentina.

La diga che avrebbe trasformato la valle

Alla fine degli anni Cinquanta venne progettato lungo il torrente Argentina un grande impianto idroelettrico. Il progetto prevedeva uno sbarramento alto circa 80 metri e un invaso della capacità di circa 20 milioni di metri cubi d’acqua.

I lavori, iniziati nel 1959 dalla società ILSA, portarono alla realizzazione di importanti opere: gallerie idrauliche scavate nella montagna, strutture in cemento armato, condotte e infrastrutture destinate al funzionamento del futuro impianto.

Il progetto, tuttavia, incontrò difficoltà tecniche legate anche alle caratteristiche della roccia e una crescente opposizione da parte degli abitanti della valle.

Il momento decisivo arrivò nel 1963. Il 9 ottobre, il disastro del Vajont mostrò in maniera drammatica quali conseguenze potessero derivare da grandi interventi realizzati in territori geologicamente delicati.

Poco più di un mese dopo, l’11 novembre 1963, circa seimila persone si mobilitarono in Valle Argentina per chiedere il blocco dei lavori della diga di Glori. La protesta, guidata dal sindaco di Badalucco Filippo Boeri, contribuì all’abbandono del progetto.

Una battaglia ambientale durata decenni

La vicenda, però, non terminò negli anni Sessanta.

Nel 1984 l’Enel tentò di riprendere il vecchio progetto, incontrando nuovamente l’opposizione dei comuni e degli abitanti della valle. Nel 2014 un’altra ipotesi di invaso riportò la popolazione a mobilitarsi.

Ancora nel 2023, un finanziamento ministeriale di 800.000 euro destinato a uno studio di fattibilità per una diga – o due invasi più piccoli – da circa 3-4 milioni di metri cubi riaccese il dibattito sull’utilizzo delle acque dell’Argentina e sul futuro della valle.

A Badalucco oltre 500 persone tornarono a manifestare contro l’ipotesi di nuove opere. La questione arrivò anche in Parlamento e nel 2024 giunse un nuovo stop al progetto.

È una storia che mostra quanto il rapporto tra acqua, necessità delle comunità, grandi opere e tutela del territorio sia complesso e, soprattutto, quanto continui a essere attuale.

Dentro la “diga fantasma”

Oggi, di quel gigantesco progetto mai completato rimane un paesaggio sotterraneo sorprendente.

Nella montagna sopravvivono circa 12 chilometri di gallerie idrauliche, insieme alla base dello sbarramento, allo scheletro della centrale e ad altre strutture costruite oltre sessant’anni fa e mai entrate realmente in funzione.

Percorrere queste gallerie significa entrare in un ambiente sospeso tra archeologia industriale e mondo sotterraneo.

foto M. Abisso

Nel buio compaiono tratti in cemento armato, condotte, binari e vecchi carrelli abbandonati. Ma il tempo ha lentamente trasformato ciò che l’uomo aveva scavato: infiltrazioni e scorrimenti d’acqua hanno favorito la formazione di concrezioni, mentre la montagna ha iniziato a riprendersi gli spazi aperti artificialmente al suo interno.

Sono ambienti suggestivi ma anche complessi e non percorribili in sicurezza senza preparazione, conoscenza dei luoghi e attrezzatura adeguata.

foto M. Abisso

L’esplorazione speleologica permette così non soltanto di documentare strutture sotterranee altrimenti dimenticate, ma anche di osservare l’evoluzione di un ambiente artificiale che, nel corso dei decenni, è entrato progressivamente a far parte del paesaggio della montagna.

Raccontare questa storia proprio a Glori è importante

La serata del 29 agosto assume un significato particolare perché questa volta la storia della galleria viene raccontata a Glori, nel cuore stesso del territorio che avrebbe subito le conseguenze della costruzione della diga.

foto M. Abisso

Sarà quindi un’occasione non soltanto per vedere immagini delle esplorazioni sotterranee, ma per ricostruire una pagina importante della memoria della Valle Argentina: quella di un’opera rimasta incompiuta, delle persone che si opposero alla sua realizzazione e delle tracce che quella vicenda ha lasciato, sopra e sotto la montagna.

Appuntamento sabato 29 agosto alle ore 20.30, in piazza della Chiesa a Glori (IM).

Una serata per scoprire, grazie alla geologia e alla speleologia ligure, cosa si nasconde sotto i nostri piedi, per ricordare una storia nella quale ambiente e memoria hanno salvato il territorio.

Le grandi tragedie dell’acqua e delle dighe nel Novecento: quello che resta, oltre all’insegnamento della memoria, è archeologia industriale

Il progetto della diga di Glori si colloca in un secolo nel quale la costruzione di grandi sbarramenti e bacini artificiali accompagna lo sviluppo industriale e la crescente richiesta di energia e acqua. Il Novecento è però segnato anche da numerose catastrofi che mostrano drammaticamente quanto la conoscenza della geologia, la corretta progettazione delle opere e la valutazione dei rischi siano determinanti.

Sono vicende diverse, alcune relativamente vicine alla Liguria, che meritano di essere raccontate singolarmente e sulle quali mi piacerebbe tornare nei prossimi articoli.

Prima del progetto Glori-Castellaro

Gleno – 1 dicembre 1923, Val di Scalve (Bergamo).
La diga del Gleno, da poco completata, cede improvvisamente liberando circa sei milioni di metri cubi di acqua, fango e detriti. L’onda percorre la valle, distrugge abitati, centrali e infrastrutture e raggiunge il lago d’Iseo. Le vittime ufficialmente riconosciute sono 356, anche se il numero esatto resta incerto. Il disastro mette in evidenza gravissime carenze costruttive e strutturali dell’opera.

Molare-Ortiglieto – 13 agosto 1935, Valle dell’Orba (Alessandria).
È il disastro geograficamente più vicino alla Liguria occidentale tra quelli italiani. Dopo precipitazioni eccezionali, con oltre 40 centimetri di pioggia caduti in circa otto ore, il bacino dell’Ortiglieto tracima. La diga principale di Bric Zerbino resiste, mentre cede lo sbarramento secondario della Sella Zerbino. Oltre 30 milioni di metri cubi d’acqua si riversano nell’Orba già in piena, investendo soprattutto Ovada e i territori a valle. Muoiono 111 persone. Gli studi successivi evidenziano anche la pessima qualità geotecnica della roccia sulla quale era stata costruita la diga secondaria.
La memoria di quella tragedia è ancora viva. Ogni anno il territorio torna a ricordare le vittime e, proprio il 13 agosto, anniversario del disastro, viene organizzata una camminata commemorativa da Molare a Ovada, promossa dalla locale Associazione Amici del Borgo: un percorso nei luoghi raggiunti dall’acqua che mantiene viva la memoria delle oltre cento persone che lì hanno perso la vita nel 1935. E ricorda quanto fragile possa diventare l’equilibrio tra opere dell’uomo e territorio quando conoscenza, responsabilità e prevenzione vengono meno.

Foro M. Abisso

Durante gli anni del progetto di Glori

Malpasset-Fréjus – 2 dicembre 1959, Var, Francia.
È forse il parallelo più significativo per la Valle Argentina, sia per la relativa vicinanza geografica sia per la coincidenza temporale. Proprio nel 1959, anno in cui prendono avvio i lavori del progetto di Glori, cede la diga ad arco di Malpasset, nell’entroterra di Fréjus. Decine di milioni di metri cubi d’acqua precipitano lungo la valle del Reyran e raggiungono la pianura di Fréjus in pochi minuti. Le vittime sono oltre 400. Le successive analisi individuano nelle condizioni geologiche delle rocce di fondazione uno degli elementi determinanti della catastrofe.

Vajont – 9 ottobre 1963, tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.
È la tragedia destinata a segnare più profondamente la storia italiana delle grandi opere idrauliche. In questo caso la diga non crolla: circa 270 milioni di metri cubi di roccia si staccano dal Monte Toc e precipitano nell’invaso. L’impatto genera un’enorme onda che supera lo sbarramento e travolge Longarone e altri abitati. Le vittime sono 1.917.

Il Vajont mostra in maniera terribile quali conseguenze possa avere una valutazione insufficiente della stabilità geologica dei versanti.

Appena un mese dopo, l’11 novembre 1963, migliaia di persone manifestano in Valle Argentina contro la costruzione della diga di Glori. Non possiamo stabilire un rapporto diretto tra quelle tragedie e la mobilitazione locale senza specifiche testimonianze documentarie; possiamo però osservarne il risultato: la conoscenza del territorio, l’impegno della popolazione e l’azione delle istituzioni locali riescono a fermare un’opera destinata a trasformare profondamente la valle.

Le tragedie successive

Il Vajont non chiude purtroppo la storia italiana delle grandi catastrofi legate agli invasi artificiali.

Val di Stava – 19 luglio 1985, Tesero (Trento).
Non si tratta di una diga idroelettrica, ma di due bacini di decantazione utilizzati dalla miniera di fluorite di Prestavel. Il cedimento dell’argine del bacino superiore provoca il collasso di quello inferiore: circa 180.000 metri cubi di acqua, sabbia e fanghi precipitano lungo la valle raggiungendo una velocità prossima ai 90 chilometri orari. La colata distrugge case, alberghi, capannoni e ponti e provoca 268 vittime. Le successive indagini e i processi mettono in luce gravi responsabilità nella costruzione, nella gestione e nella sorveglianza degli impianti.

Gleno, Molare, Malpasset, Vajont e Stava sono tragedie diverse e non possono essere sovrapposte. Cambiano le opere, le cause e i meccanismi dei disastri. Ma tutte richiamano un principio comune: una grande opera non può essere separata dalla conoscenza profonda del territorio nel quale viene inserita. E neppure può essere imposta a chi quel territorio lo abita.

Geologia, idrologia, stabilità dei versanti, qualità della progettazione, manutenzione e controllo non sono aspetti secondari. E non lo sono nemmeno il coinvolgimento delle popolazioni, la conoscenza maturata da chi vive quotidianamente un territorio e la memoria storica dei luoghi.

È anche alla luce di questa storia che le gallerie abbandonate di Glori-Castellaro assumono oggi un significato particolare: non sono soltanto ciò che resta di un’opera incompiuta, ma una testimonianza sotterranea del rapporto, non sempre facile, tra sviluppo, acqua, ambiente e comunità.

Percorrerle e documentarle significa quindi fare speleologia, ma anche riportare alla luce una pagina della storia della Valle Argentina che non dovrebbe essere dimenticata.

Torniamo ora all’appuntamento

Cosa: “Glori-Castellaro: un viaggio nella Valle Argentina”
Dove: Piazza della Chiesa, Glori (IM)
Quando: Sabato 29 agosto, ore 20.30
Con chi: Marco Marchesini, G.S. Ligure A. Issel, e Alessandro Pastorelli, Speleo Club CAI Sanremo
Ingresso: libero

Diga di Glori 29a agosto 2026

L'articolo La Galleria Glori-Castellaro: viaggio nel cuore della Valle Argentina proviene da Scintilena.

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Buca dei Ladri: uno studio sulla rete trofica dell’ecosistema ipogeo tra guano e pipistrelli

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Uno sguardo approfondito sulla biologia della grotta toscana

Un gruppo di ricerca ha presentato uno studio preliminare sull’ecosistema ipogeo della “Buca dei Ladri”, cavità?? situata in località Agnano (Pisa, Toscana).

Il lavoro, condotto dal Gruppo Speleologico Archeologico Livornese in collaborazione con l’Universitਤ degli Studi di Pisa, ha ricostruito la rete trofica legata ai consistenti depositi di guano prodotti da un’importante popolazione di pipistrelli.

L’indagine ha permesso di identificare almeno 25 specie appartenenti a 8 diversi phyla, inclusi Eucarioti unicellulari come Ciliophora, Amoebozoa e Cercozoa. I ricercatori hanno formulato un modello preliminare di rete trofica che descrive le relazioni ecologiche esistenti in questo ambiente limite.

Metodologia dello studio ecosistema ipogeo Buca dei Ladri

La grotta presenta una profondità massima di 34 metri, con un ulteriore bacino lacustre di 11 metri situato al livello della falda freatica sotterranea. I ricercatori hanno posizionato 9 stazioni di campionamento lungo tutto il profilo della cavità??, dalla zona di ingresso fino alle parti più profonde.

In ciascuna stazione sono stati raccolti circa 20 ml di materiale (acqua e/o guano) utilizzando provette Falcon da 50 ml. I campioni sono stati osservati in laboratorio tramite microscopio binoculare Leica Wild M3C, con osservazioni ripetute da due operatori diversi nel corso di circa due settimane.

Parallelamente, nelle medesime 9 stazioni sono stati rilevati i valori di temperatura e umiditਤ, oltre all’osservazione diretta degli invertebrati presenti, evitando il posizionamento di trappole. La temperatura è stata mantenuta costante a 19°C con illuminazione artificiale per 12 ore al giorno, secondo protocollo standard di laboratorio.

Rete trofica guanobia e organismi identificati

Sulla base delle osservazioni effettuate, i ricercatori hanno ipotizzato i rapporti trofici esistenti tra i vari organismi. Il modello trofico qualitativo organizzato per la “Buca dei Ladri” assume valore locale e non risulta al momento esportabile in altre realtà.

Gli organismi presenti nei depositi di guano traggono nutrimento direttamente dal materiale organico in decomposizione, sfruttando i nutrienti o la componente batterica. I predatori si posizionano ai livelli trofici superiori della catena alimentare ipogea.

La presenza di abbondanti comunità di chirotteri determina una situazione particolare capace di generare una specifica associazione definita guanobia. Questa associazione si sviluppa in presenza di depositi di guano ricchi di nutrienti quali carbonio, azoto e fosforo.

Importanza ecologica del guano di pipistrello nell’ecosistema sotterraneo

Il guano rappresenta una risorsa essenziale per molte forme di vita cavernicole. Su di esso si stabiliscono comunità animali particolari costituite da poche specie ma da numerosi individui con regime alimentare specializzato: i guanobi.

Tra gli organismi che traggono beneficio dal guano vi sono batteri e funghi decompositori, che trasformano la materia organica in nutrienti disponibili. Seguono insetti e artropodi cavernicoli, come coleotteri e diplopodi, che si nutrono direttamente del guano o delle comunità microbiche che lo colonizzano.

I predatori specializzati, come ragni e pseudoscorpioni, si alimentano degli invertebrati associati ai depositi di guano. Lo studio ha confermato che il guano di pipistrello rappresenta un elemento chiave nella catena trofica delle grotte e contribuisce al mantenimento della biodiversitਤ negli ecosistemi sotterranei.

Aggiornamenti e ricerche correlate sull’ecosistema Buca dei Ladri

Ricerche più recenti hanno approfondito lo studio della stessa cavità?? con monitoraggio standardizzato mensile della durata di un anno. Questi studi hanno identificato 31 specie di macroinvertebrati nella grotta, sia come morfospecie che come lignaggi molecolari, basandosi sui geni mitocondriali COI e nucleari 18S.

Le osservazioni hanno mostrato un aumento della diversitਤ delle specie con l’aumentare della complessitਤ strutturale e la presenza di pipistrelli. Una minore diversitਤ è stata riscontrata nei substrati dominati dal guano, probabilmente a causa dell’etਤ avanzata e del conseguente basso valore nutrizionale dei depositi storici di guano.

I cambiamenti nell’abbondanza delle specie all’interno della grotta sono stati spiegati principalmente dalle differenze nella complessitਤ strutturale tra i quadrati di campionamento. La distanza dall’ingresso della grotta ha spiegato soprattutto la sostituzione delle specie.

Conservazione e implicazioni per la biospeleologia italiana

I risultati sottolineano l’importanza di preservare popolazioni sane di pipistrelli e un’elevata eterogeneitਤ dell’habitat all’interno della grotta. Questa conservazione risulta fondamentale per il mantenimento a lungo termine delle uniche associazioni di macroinvertebrati della cavità??.

I dati raccolti trovano parziale riscontro in altri lavori, per la quasi totalitਤ relativi a grotte extraeuropee. I livelli trofici e i phyla identificati risultano confrontabili con quanto riscontrato in studi simili, anche se ciò non vale per quanto riguarda le specie specifiche.

Questo contributo, bench騤 preliminare, può essere considerato come una prima esperienza che ha analizzato la componente degli Eucarioti unicellulari in questo ambiente limite. Il modello costituisce un’importante base di partenza che mira a quantizzare i rapporti trofici esistenti.


Fonti

  • Battistel D. et al. (2025). “Macroinvertebrate diversity patterns in a guano-rich temperate cave”. bioRxiv. https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2025.02.09.637321v1
  • Scintilena (2025). “Il Ruolo del Guano di Pipistrello negli Ecosistemi Sotterranei”. https://www.scintilena.com/il-ruolo-del-guano-di-pipistrello-negli-ecosistemi-sotterranei/02/08/
  • Ferreira R., Parentoni Martins R. (1999). “Trophic structure and natural history of bat guano invertebrate communities, with special reference to Brazilian caves”. Tropical Zoology, 12: 231-252. https://digitalcommons.usf.edu/kip_articles/5521/
  • Mammola S. (2019). “Finding answers in the dark: caves as models in ecology fifty years after Poulson and White”. Ecography, 42: 1331–1351.
  • Bianucci G. (1980). “Ricerche speleologiche alla buca dei ladri”. Atti della Società Toscana di Scienze Naturali, Memorie, Serie A, 87:261-274. http://www.stsn.it/AttiA1980/bianucci.pdf
  • WoRMS Editorial Board (2022). World Register of Marine Species. https://www.marinespecies.org
  • Serena F., Meluzzi C. (1997). “Species assemblages and light trend in the zoning of Tana di Casteltendine (Lucca-Italy) entrance”. Mémoires de Biosp騤ologie, 24: 183-190.
  • McClure H.E., Lim B., Winn S.E. (1967). “Fauna of the Dark Cave, Batu Caves, Kuala Lumpur”. Pacific insects, 9 (3): 299-428.
  • Moulds T.A. (2005a). “Diversity and Biogeography of Subterranean Guano Arthropod Communities of the Flinders Ranges, South Australia”. Proceedings of the Linnean Society of New South Wales, 126: 125-132.
  • Moulds T.A. (2005b). “Guanophilic invertebrate ecology and conservation in caves”. ACKMA Conference, Westport, NZ., 1-7.

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La malattia verde delle grotte turistiche: efficacia dei trattamenti contro la lampenflora

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Lampenflora nelle grotte turistiche: studio su Pertosa-Auletta confronta candeggina, perossido e UVC per il controllo del biodeterioramento


Introduzione al problema lampenflora

L’illuminazione artificiale installata nelle grotte aperte al turismo favorisce lo sviluppo di biofilm fotosintetici sulle pareti e sugli speleotemi, un fenomeno noto come lampenflora. Queste comunità microbiche, composte principalmente da cianobatteri e alghe verdi, rappresentano una delle principali sfide per la conservazione delle grotte turistiche a causa delle alterazioni estetiche, fisiche e chimiche che inducono sui substrati colonizzati.

La ricerca condotta sulle Grotte di Pertosa-Auletta (Salerno, Italia) ha fornito nuovi dati sulla fisiologia di questi biofilm e sull’efficacia dei metodi di controllo più utilizzati, offrendo indicazioni preziose per una gestione sostenibile del turismo speleologico.

Caratterizzazione fisiologica della lampenflora

Le analisi di riflettanza condotte sui biofilm delle Grotte di Pertosa-Auletta hanno rivelato una capacità insolita di assorbire la totalità°° dello spettro della luce visibile (400-700 nm), riflettendo solo la radiazione nel vicino infrarosso (700-800 nm). Questo comportamento differisce da quello delle comuni comunità fotosintetiche e suggerisce la produzione di pigmenti accessori secondari e l’adozione di regimi metabolici mixotrofi o eterotrofi.

La misurazione della fluorescenza della clorofilla (Fv/Fm) ha mostrato valori compresi tra 0,62 e 0,72, indicativi di una buona attività fotosintetica anche in condizioni di scarsa radiazione fotosinteticamente attiva (PAR da 1,85 a 4,01 ?mol m?2 s?1). Le osservazioni al microscopio elettronico a emissione di campo (FE-SEM) hanno evidenziato la presenza di filamenti di cianobatteri, alghe verdi e diatomee intrecciati con granuli minerali del substrato.

La matrice del biofilm promuove processi di corrosione della roccia attraverso la secrezione di acidi organici e favorisce la precipitazione di minerali secondari, come bastoncelli di calcite e depositi di moonmilk. Questi processi di biodeterioramento causano alterazioni irreversibili sulle superfici colonizzate, compromettendo il valore estetico e scientifico delle formazioni speleologiche.

Composizione tassonomica delle comunità

Le analisi di sequenziamento genetico (NGS) dei geni 16S e 18S rRNA hanno identificato i cianobatteri come il phylum più abbondante tra i procarioti, con la specie Brasilonema angustatum come dominante. Tra gli eucarioti, il phylum Streptophyta è risultato prevalente, rappresentato esclusivamente dalla specie di muschio Ephemerum spinulosum.

In alcune aree più profonde della grotta, è stata rilevata una predominanza di Chlorophyta, con la specie Pseudostichococcus monallantoides, un’alga verde marina tollerante alla salinità°° e alla disidratazione. La presenza di questa specie, insolita in ambienti sotterranei, potrebbe essere correlata alla pressione antropica derivante dalle attività turistiche.

La diversità°° microbica della lampenflora risulta complessivamente bassa secondo gli indici di Shannon e Simpson, con una maggiore biodiversità°° nelle aree più vicine all’ingresso della grotta, probabilmente a causa della maggiore influenza delle condizioni atmosferiche esterne.

Efficacia dei trattamenti chimici

Lo studio ha confrontato l’efficacia di tre metodi di controllo della lampenflora ampiamente utilizzati: ipoclorito di sodio (NaClO, candeggina commerciale), perossido di idrogeno (H2O2) e irradiazione con luce UVC. Otto aree di 50×°50 cm colonizzate da lampenflora sono state trattate una volta al mese con questi metodi, mentre due aree non trattate sono state utilizzate come controllo.

Il trattamento con NaClO ha dimostrato una notevole efficacia nella disinfezione delle superfici colonizzate, con effetti duraturi nel tempo. Dopo il trattamento, le misurazioni di fluorescenza della clorofilla sono scese a zero, indicando la cessazione dell’attività°° biologica.

Al contrario, le superfici trattate con H2O2 hanno mostrato un rapido recupero dei biofilm già dopo tre mesi dal trattamento, specialmente dopo il periodo di chiusura forzata dovuto alla pandemia Covid-19. Questo suggerisce che il perossido di idrogeno non elimina completamente la biomassa morta, favorendo il recupero del biofilm e la colonizzazione da parte di microrganismi opportunisti.

Limiti dei trattamenti e resistenza microbica

Entrambi i trattamenti chimici si sono dimostrati efficaci nell’eliminazione dei fotoautotrofi, ma hanno mostrato limiti significativi contro altri gruppi microbici. I phyla batterici Proteobacteria e Bacteroidetes sono risultati resistenti a entrambi i trattamenti, persistendo sulle superfici trattate.

Tra gli eucarioti, i phyla Apicomplexa e Cercozoa hanno mostrato resistenza ai trattamenti chimici, con una presenza residua rilevata dopo le applicazioni di H2O2 e NaClO. Il trattamento con H2O2 ha mostrato una maggiore efficacia rispetto al NaClO nell’eliminazione del phylum Streptophyta, ma entrambi i metodi hanno lasciato gruppi non classificati e altri taxa resistenti.

L’irradiazione con lampade UVC germicide, proposta come metodo “green” per non produrre sottoprodotti di reazione, non ha mostrato alcun effetto significativo sui biofilm con i protocolli utilizzati nello studio sperimentale. Le superfici trattate con UVC hanno mostrato una tendenza simile alle aree di controllo non trattate.

Implicazioni per la gestione delle grotte turistiche

I risultati dello studio evidenziano la necessità di approcci integrati per il controllo della lampenflora nelle grotte turistiche. La candeggina commerciale rimane il metodo più efficace ed economico, nonostante i potenziali impatti negativi sull’ecosistema ipogeo. L’uso di H2O2, pur essendo meno aggressivo, richiede applicazioni più frequenti a causa del rapido recupero dei biofilm.

La ricerca suggerisce che intervenire sulle lunghezze d’onda della luce per controllare la crescita della lampenflora potrebbe essere inefficace, data la capacità di questi biofilm di adattarsi a diverse condizioni di illuminazione e di adottare regimi metabolici alternativi. Aumentare la distanza tra le fonti luminose e le superfici rocciose, ridurre la durata e l’intensità°° dell’illuminazione, e utilizzare lunghezze d’onda appropriate (come la luce gialla a circa 580 nm) potrebbero contribuire a inibire la crescita della lampenflora.

La gestione sostenibile delle grotte turistiche dovrebbe concentrarsi sulla rimozione attiva dei biofilm fotosintetici piuttosto che su strategie basate sulla regolazione delle visite o sui periodi di chiusura, che si sono dimostrati inefficaci nel ridurre la concentrazione di lampenflora.

Aggiornamenti e ricerche recenti

Studi successivi hanno confermato e ampliato i risultati ottenuti sulle Grotte di Pertosa-Auletta. Una ricerca pubblicata su Scientific Reports nel 2024 ha approfondito la caratterizzazione multidisciplinare della lampenflora, confermando la capacità di assorbimento totale dello spettro visibile e la presenza di processi di deterioramento sia distruttivi che costruttivi.

Un’analisi comparativa pubblicata su Biofouling nel 2023 ha valutato gli effetti di tre trattamenti contrastanti sia sulla comunità di lampenflora che sulla superficie rocciosa sottostante. Lo studio ha confermato che il NaClO mostra una buona capacità di disinfezione su periodi prolungati senza causare deterioramento apprezzabile della roccia, mentre il trattamento con H2O2 si è dimostrato corrosivo per le superfici rocciose coperte da depositi di vermicolazioni.

Ricerche condotte in altre grotte turistiche, come la Grotta di Ravništarka in Serbia, hanno documentato lo sviluppo di lampenflora distinta e diversificata in prossimità°° delle luci artificiali, confermando la natura globale di questo problema per le grotte turistiche. Uno studio del 2025 su biofilm subaerei in grotte della Spagna settentrionale ha isolato 58 ceppi di cianobatteri, 24 alghe verdi e 41 funghi, evidenziando la specializzazione delle comunità cianobatteriche negli ambienti ipogei.

Prospettive future per la conservazione

La comprensione approfondita della fisiologia e della tassonomia della lampenflora rappresenta un prerequisito fondamentale per sviluppare strategie di controllo efficaci e sostenibili. Le indagini future, focalizzate sulla definizione del profilo metagenomico della lampenflora, cercheranno di chiarire le funzioni specifiche della comunità e le interazioni tra gli organismi che la compongono.

L’integrazione di approcci cultura-dipendenti e cultura-indipendenti permetterà°° una caratterizzazione più approfondita dei ceppi viventi, contribuendo ad aggiornare i sistemi di classificazione basati su livelli comunitari. La disponibilità di isolati coltivati fornisce la base per generare dati morfologici e condurre confronti di sequenze di DNA con ceppi autentici o ceppi tipo.

La gestione delle grotte turistiche dovrà bilanciare le esigenze di fruizione turistica con la conservazione degli ecosistemi ipogei, adottando protocolli standardizzati per il monitoraggio e il controllo della lampenflora che tengano conto delle specificità°° di ciascun sito.


Fonti

Atti del XXIII Congresso Nazionale di Speleologia “La melodia delle grotte”, Ormea (CN), 2-5 giugno 2022, Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, serie II, vol. 42, 2022.

URL: https://www.congressospeleo2020.it/wp-content/uploads/2023/11/ormea2.pdf

  1. Addesso R., Baldantoni D., De Waele J., Miller A.Z. (2024). “Unveiling the menace of lampenflora to underground tourist environments”. Scientific Reports, 14: 20789. https://www.nature.com/articles/s41598-024-66383-5
  2. Jung P., Briegel-Williams L., Nürnberg D.J., et al. (2025). “A glimpse into darkness: Diversity of culturable cyanobacteria, green algae and fungi from subaerial cave biofilms”. Journal of Phycology, 61(6): 1699-1717. https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12718444/
  3. Addesso R., Baldantoni D., Cubero B., et al. (2023). “A multidisciplinary approach to the comparison of three contrasting treatments on both lampenflora community and underlying rock surface”. Biofouling, 39(2). https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/08927014.2023.2202314
  4. Popovi? S., Jakovljevi? K., ?etkovi? H., et al. (2025). “Life Under Artificial Light in a Unique Habitat: Exploring Lampenflora in Ravništarka Cave, Serbia”. Geomicrobiology Journal. https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/01490451.2025.2524543
  5. Mulec J. (2019). “Lampenflora”. In: White W.B., Culver D.C., Pipan T. (eds.), Encyclopedia of Caves, Elsevier, 635-641.
  6. Baquedano Esté°°vez C., Moreno Merino L., de la Losa Romá°°n A., Durá°°n Valsero J.J. (2019). “The lampenflora in show caves and its treatment: an emerging ecological problem”. International Journal of Speleology, 48(3): 249-277.
  7. Scheduling Closure Periods Is Not an Effective Management Strategy to Reduce Lampenflora in Show Caves. IRIS – University of Catania. https://www.iris.unict.it/handle/20.500.11769/686242
  8. Tomczyk-?ak K., Zielenkiewicz U. (2015). “Microbial Diversity in Caves”. Geomicrobiology Journal, 33: 1-20.

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Pipistrelli e grotte nel Corridoio carsico di Antioquia: la distanza dalle cavità non spiega da sola l’uso dell’habitat

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Pipistrelli e grotte, bioacustica e conservazione delle cavità carsiche: una ricerca colombiana richiama l’attenzione sul rapporto tra rifugi, paesaggio e aree di foraggiamento

La distanza dalle grotte non sembra essere, da sola, un fattore decisivo nell’uso dell’habitat per quattro specie di pipistrelli insettivori del Corridoio carsico di Antioquia, in Colombia. È il dato centrale della tesi di biologia discussa presso l’Università di Antioquia e resa nota nel 2025 attraverso i canali di divulgazione legati a Roosting Ecology.

Lo studio ha analizzato Molossus bondae, Cormura brevirostris, Saccopteryx leptura e Rhogeessa io. La ricerca ha impiegato registrazioni bioacustiche e modelli di occupazione. L’obiettivo era stimare la probabilità di utilizzo dei diversi habitat da parte delle specie.

Il risultato non ridimensiona il valore dei rifugi sotterranei. Invita invece a leggere il rapporto tra pipistrelli e grotte in modo più articolato. Le cavità restano essenziali per molte fasi del ciclo biologico. L’attività di caccia, però, sembra rispondere anche alla struttura del paesaggio, alla disponibilità di prede, alla copertura vegetale e alla connettività ecologica.

Bioacustica e modelli di occupazione

I ricercatori hanno considerato variabili ambientali e metodologiche. Tra queste figurano temperatura, umidità relativa, data e rilevatore. Sono stati inclusi anche complessità strutturale del paesaggio, connettività, copertura degli habitat, distanza dai corpi idrici e distanza dalle cavità.

L’uso della bioacustica consente di rilevare i pipistrelli durante l’attività notturna senza catturarli. I segnali ultrasonici, se analizzati con protocolli appropriati, aiutano a riconoscere le specie e a descriverne la presenza nello spazio e nel tempo. Il metodo è particolarmente utile quando le cavità sono difficili da raggiungere o quando occorre ridurre il disturbo sugli animali.

Per le quattro specie considerate, la distanza dalle grotte è risultata poco esplicativa della probabilità di uso dell’habitat. Il dato può indicare che le aree di foraggiamento siano selezionate soprattutto in funzione delle strategie di caccia e della disponibilità di risorse. Può anche riflettere differenze nel modo in cui le specie scelgono e utilizzano i rifugi.

Il Corridoio carsico dell’Antioquia orientale offre un contesto rilevante per queste analisi. Secondo il dataset pubblicato dalla Universidad de Antioquia, l’area comprende almeno 45 cavità e ripari rocciosi su 127.319 ettari. Le grotte sono frequentate permanentemente o stagionalmente da circa 42 specie di chirotteri; i dati di campionamento hanno prodotto 292 record attribuiti a 32 specie.[1]

Pipistrelli e grotte: rifugio e paesaggio

La ricerca colombiana aiuta a evitare una semplificazione frequente. Un rifugio sotterraneo non è un elemento isolato. Fa parte di un sistema ecologico più ampio, formato da boschi, margini forestali, corsi d’acqua, aree aperte e corridoi di spostamento.

Le cavità del Corridoio carsico forniscono condizioni relativamente stabili, protezione dai predatori e spazi utilizzabili per riposo, accoppiamento, maternità e allevamento dei giovani. Il paesaggio circostante comprende anche porzioni di foresta tropicale umida e aree frammentate da pascoli e coltivazioni. La qualità della matrice esterna può quindi incidere direttamente sull’accessibilità delle risorse alimentari.[1]

Il risultato sul ruolo non determinante della distanza non significa che le grotte siano sostituibili. Significa che, per capire la presenza dei pipistrelli, servono monitoraggi integrati. Occorre osservare il rifugio, ma anche i percorsi di volo, la copertura forestale, l’acqua disponibile e le trasformazioni del territorio.

Questa lettura è utile anche in Europa. Il materiale tecnico di Tutela Pipistrelli ricorda che il valore conservazionistico di una cavità non dipende soltanto dal numero di esemplari. Contano la specie presente, la funzione stagionale del roost e la rilevanza geografica della colonia. Un piccolo nucleo, oppure un singolo rinolofo in una cavità, può quindi richiedere attenzione e tutela.[2]

Conservazione delle grotte frequentate

Il tema pipistrelli e grotte riguarda direttamente la gestione speleologica. Le cavità possono essere siti di ibernazione, nursery, rifugio temporaneo o luogo di swarming. Ogni funzione comporta vulnerabilità specifiche.

Durante l’ibernazione, rumore, luce diretta e presenza umana possono indurre risvegli e aumentare il consumo delle riserve energetiche. Nelle nursery, il disturbo può provocare panico, caduta dei piccoli o abbandono del rifugio. Il documento di Tutela Pipistrelli raccomanda una valutazione stagionale condotta da chirotterologi prima di autorizzare attività nelle cavità note per ospitare animali.[2]

La sezione speleologica di Tutela Pipistrelli sottolinea inoltre che la protezione riguarda sia le aree di caccia sia i luoghi di riposo. Per questo, tutela dei chirotteri e tutela delle cavità non possono essere separate. La collaborazione tra speleologi e chirotterologi permette di raccogliere segnalazioni, individuare rifugi importanti e adottare misure coerenti con il ciclo biologico delle specie.[3]

Anche Scintilena richiama l’importanza di limitare l’accesso non regolamentato alle cavità e di preservarne il microclima. Le pratiche essenziali sono semplici: evitare di illuminare direttamente gli animali, non toccarli, ridurre rumori e permanenze nelle sale occupate, rispettare le chiusure stagionali e rinunciare alle attività non indispensabili nelle zone sensibili.[4]

Una ricerca utile alla gestione

Lo studio dell’Antioquia indica una direzione concreta: la protezione dei rifugi deve essere accompagnata dalla conservazione del paesaggio esterno. Salvaguardare le sole grotte non è sufficiente se i corridoi di volo vengono interrotti, le foreste degradate o le aree umide alterate.

Per pipistrelli e grotte, la conservazione efficace richiede dunque dati raccolti in più stagioni, metodi non invasivi e gestione basata sulle specie realmente presenti. Il monitoraggio bioacustico, integrato con controlli dei roost e analisi del paesaggio, può offrire indicazioni operative sia per la ricerca sia per la pianificazione territoriale.

Fonti

http://www.tutelapipistrelli.it

Fonti
[1] Murciélagos del Corredor Karstico del oriente Antioqueño https://ipt.biodiversidad.co/permisos/resource?r=0524_murcielagos_20200123
[3] La sezione speleo | TutelaPipistrelli.it https://www.tutelapipistrelli.it/la-sezione-speleo/
[4] Pipistrelli e grotte: la scienza conferma gli effetti del … https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-la-scienza-conferma-gli-effetti-del-disturbo-umano-sulle-colonie-in-ibernazione/03/12/
[6] Pipistrelli e Grotte: I Chirotteri Come Custodi della … https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-i-chirotteri-come-custodi-della-biodiversita-negli-ambienti-carsici/01/03/
[7] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc
[8] Pipistrelli e grotte: cinque vittorie per la conservazione dei … https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-cinque-vittorie-per-la-conservazione-dei-chirotteri-nel-rapporto-annuale-di-bat-conservation-international/02/19/
[9] I preparati zoologici di Ulisse Aldrovandi https://aldrovandiana.it/article/download/36/26
[10] Trasformare le grotte in santuari: la strategia per … https://www.scintilena.com/trasformare-le-grotte-in-santuari-la-strategia-per-conservare-i-pipistrelli-in-messico/09/12/
[11] New data about Chiropterofauna of the “Monte Pellegrino” Nature Reserve (Palermo, Italy) https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2021/41/e3sconf_apeem2021_01001.pdf
[12] Grotta di Rio Martino: fino al 30 aprile per proteggere i pipistrelli https://www.scintilena.com/grotta-di-rio-martino-chiusa-fino-al-30-aprile-per-proteggere-i-pipistrelli-in-letargo/04/24/
[13] L’applicazione di tecniche innovative nel monitoraggio costiero degli habitat prioritari https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=14825.pdf
[14] Diffida alle Grotte di Castellana: richiesta sospensione attività turistiche da Tutela Pipistrelli – Scintilena https://www.scintilena.com/diffida-alle-grotte-di-castellana-richiesta-sospensione-attivita-turistiche-da-tutela-pipistrelli/01/01/
[15] Bracken Cave: Il Rifugio dei Pipistrelli in Texas con 15 … https://www.scintilena.com/bracken-cave-il-rifugio-dei-pipistrelli-in-texas-con-15-milioni-di-individui-e-il-piu-grande-del-mondo/07/09/
[16] Chirotteri del Carso e Venezia Giulia: Bressi racconta 5000 … https://www.scintilena.com/ecco-larticolo-redatto-per-scintilena/05/04/
[17] Brandon Hill Cave salva: la raccolta fondi per proteggere i pipistrelli … https://www.scintilena.com/brandon-hill-cave-salva-la-raccolta-fondi-per-proteggere-i-pipistrelli-di-utila-e-un-successo/02/20/
[18] Comportamenti da Evitare in Grotta: 15 Regole d’Oro per … https://www.scintilena.com/comportamenti-da-evitare-in-grotta-15-regole-doro-per-gli-speleologi-per-proteggere-i-pipistrelli/05/24/
[19] Lombardia, presentato LIFE NatConnect 2030 per la tutela … https://www.scintilena.com/lombardia-presentato-life-natconnect-2030-per-la-tutela-dei-pipistrelli-nelle-grotte/12/11/
[20] ToscoBAT: il progetto che da 10 anni protegge i pipistrelli toscani https://www.scintilena.com/toscobat-il-progetto-che-da-10-anni-protegge-i-pipistrelli-toscani/01/18/
[21] Tutela Pipistrelli https://www.tutelapipistrelli.it/
[22] Pipistrelli in ibernazione in Messico: nuove conoscenze … https://www.scintilena.com/pipistrelli-in-ibernazione-in-messico-nuove-conoscenze-sulle-grotte-che-ospitano-gli-hibernacula/07/18/
[23] Cormura brevirostris https://www.ncbi.nlm.nih.gov/Taxonomy/Browser/wwwtax.cgi?id=249012
[24] Cormura brevirostris (Wagner, 1843) https://www.gbif.org/species/2433102
[25] Cormura brevirostris | Mammalian Species – Oxford Academic https://academic.oup.com/mspecies/article/doi/10.1644/737/2600506
[26] Issue 737, 18 December 2003 https://academic.oup.com/mspecies/issue/number/737
[27] Karyotypic and phylogeographic analyses of Cormura … https://academic.oup.com/jmammal/article/98/5/1330/4096512
[28] Molossus bondae https://academic.oup.com/mspecies/article/doi/10.2307/0.668.1/2600177
[29] mmsp_03_209.1_3.tp https://www.science.smith.edu/departments/biology/VHAYSSEN/msi/pdf/737_Cormura_brevirostris.pdf
[30] Cormura brevirostris — ????????? https://uk.wikipedia.org/wiki/Cormura
[31] Certificado de publicación CR-SiB https://ipt.biodiversidad.co/cr-sib/pdf.do?r=541_batcol_20210424&n=17906F1B55C
[32] Wissenswertes über Panama https://www.panama-info.net/Tiere/Emballonuridae.html
[33] An annotated list of the Lepidoptera of Honduras https://www.academia.edu/106359308/An_annotated_list_of_the_Lepidoptera_of_Honduras
[34] Check List https://checklist.pensoft.net/browse_journal_articles.php?alerts_taxon_cats=t13392
[35] SBEQ https://sbeq.org.br/lista-especies
[36] [PDF] Chiroptères – Correspondance noms français et scientifiques https://cdnfiles2.biolovision.net/www.faune-guyane.fr/userfiles/Documentsdivers/Chiro/tablcorrnomsfranaisscientifique.pdf

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Missione CSS in Bretagna – I bunker del Vallo Atlantico a Kerbonn

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In Bretagna i bunker del Vallo Atlantico sono memoria e patrimonio: un esempio di valorizzazione che può far riflettere anche l’Italia

Reportage del CSS sulla fortificazioni tedesche sulla penisola di Crozon, in Bretagna

Il Centro Studi Sotterranei di Genova ci porta in Bretagna, sulla penisola di Crozon, alla scoperta delle fortificazioni costiere realizzate durante la Seconda Guerra Mondiale.

Foto CSS

Nel settore di Kerbonn, affacciato sull’Anse de Pen Hat, sono ancora ben visibili bunker, casematte e postazioni appartenenti al grande sistema difensivo tedesco del Vallo Atlantico.ubblichiamo il racconto della missione del CSS, accompagnato dalle immagini realizzate sul posto.

Foto CSS

«In Bretagna, durante l’occupazione nazista di questa regione nella Seconda Guerra Mondiale, furono realizzate numerose opere fortificate facenti parte del cosiddetto “Vallo Atlantico”. In particolare, nel tratto di costa tra Punta di Toulinguet e Punta di Pen-Hir, fu edificata la batteria Kerbonn a sorveglianza/protezione dell’ampia e grande spiaggia (lunga 800 metri) di Pen Hat che si apre nell’omonimo tratto marino (Anse de Pen Hat).

Questa breve e bassa riviera era strategica sia per la sua morfologia naturale, che la rendeva idonea ad un possibile sbarco alleato, sia per la sua vicinanza alla importantissima rada di Brest con la sua base navale.

Il fortino tedesco documentato dal nostro reportage è molto esteso e abbastanza ben conservato. In una foto è ripresa la visuale che si ha dalla lunga feritoia orizzontale di uno dei bunker. Nella inquadratura si vede, in lontananza, la penisola di Toulinguet, con il semaforo ed il suo complesso difensivo.

Le postazioni tedesche, realizzate sotto la direzione della Todt, ospitavano “in casamatta” grossi cannoni antinave dell’artiglieria costiera della Marina tedesca, la “Kriegsmarine” appunto. Queste erano sormontate da calotte in cemento armato, con muri e copertura dello spessore di 2 metri, e con i caratteristici frontoni a gradoni rovesciati, detti comunemente “a guscio di tartaruga”, che rappresentano il simbolo delle fortificazioni naziste.

È evidente una certa analogia tipologica e di forme tra questi bunker ed alcuni di quelli presenti in Liguria (Portofino, Quinto, Monte Moro, solo per citarne alcuni).

Oggi, uno dei bunker di Kerbonn ospita dal 1990 un museo: il Musée Mémorial de la Bataille de l’Atlantique de Camaret, dedicato alla battaglia sull’Oceano Atlantico in questa regione durante la Seconda Guerra Mondiale.

Come è noto, i francesi sono bravi a valorizzare quello che hanno; invero il sito è paesaggisticamente notevole ma il museo non è nulla di particolare.»

Una riflessione che riguarda da vicino anche l’Italia, dove un vastissimo patrimonio di fortificazioni, opere sotterranee e testimonianze della storia militare attende ancora, in molti casi, di essere adeguatamente tutelato, reso accessibile e valorizzato.

Foto CSS

Testo riportato e fotografie: Centro Studi Sotterranei di Genova

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Microplastiche nelle sorgenti di Isinuka: primo quadro della contaminazione nelle acque sacre sudafricane

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Uno studio preliminare su nove siti, tra Isinuka Springs e il sistema di acque dolci legato alla faglia di Bongwana, rileva microplastiche in ogni campione. La ricerca indica una media di 20,4 particelle per litro e richiama l’attenzione sul monitoraggio di sorgenti molto frequentate dalle comunità locali.

Microplastiche nelle sorgenti Isinuka: i risultati dello studio

Le microplastiche sono state rilevate in tutti i nove siti esaminati nel sistema delle sorgenti di Isinuka e nelle acque dolci associate alla faglia di Bongwana, in Sudafrica.

Il dato emerge dallo studio preliminare intitolato Microplastics contamination in Isinuka springs and CO2-seeping freshwater systems in South Africa: a baseline study, pubblicato sull’African Journal of Aquatic Science.

La concentrazione media indicata è di circa 20,4 microplastiche per litro.

Il polipropilene, o PP, è risultato il polimero identificato più frequentemente.

Il valore più elevato è stato osservato nel sito sacro di Isinuka maggiormente utilizzato dalla popolazione.

Il lavoro definisce una base conoscitiva iniziale. Non descrive solo la presenza di particelle nei punti campionati, ma offre un riferimento per misurazioni future.

Le microplastiche sono frammenti o particelle polimeriche di dimensioni inferiori a 5 millimetri.

Possono derivare dalla degradazione di oggetti plastici più grandi, da fibre sintetiche, imballaggi, prodotti e attività quotidiane.

Sorgenti Isinuka e faglia di Bongwana nel contesto locale

Le sorgenti di Isinuka si trovano nell’Eastern Cape, nell’area di Port St Johns. Da tempo hanno un forte valore sociale e spirituale.

Le fonti storiche sulla qualità dell’acqua descrivono cinque emergenze sorgive su un rilievo, un corso d’acqua collegato e usi locali dell’acqua e dei sedimenti.

Una delle sorgenti è associata a un ambiente di tipo cavernoso, nel quale l’acqua gocciola dalla volta su sedimenti utilizzati dai visitatori.

Questa relazione tra acqua, geologia, pratiche culturali e frequentazione umana rende il nuovo rilevamento delle microplastiche particolarmente rilevante.

Il maggiore carico rilevato nel punto più frequentato non dimostra da solo l’origine delle particelle.

Segnala però una priorità per indagini mirate sulle possibili vie di ingresso e sulle variazioni legate all’uso del sito.

Le acque interessate includono anche sistemi con emissioni di CO2 lungo la faglia di Bongwana. Si tratta di condizioni ambientali che meritano osservazioni specifiche.

La circolazione dell’acqua, i sedimenti, l’afflusso di visitatori e le attività nell’area possono infatti influire sulla distribuzione delle microplastiche.

Lo studio disponibile è presentato come “baseline study”: un’indagine di riferimento, non una valutazione conclusiva di causa-effetto.

Qualità delle acque e microplastiche: un monitoraggio da integrare

Le analisi sulle microplastiche si aggiungono a una storia di ricerche sulle caratteristiche fisico-chimiche di Isinuka.

Un’indagine pubblicata nel 2001 aveva rilevato nelle cinque sorgenti variazioni stagionali e valori elevati di alcuni parametri, tra cui solidi disciolti, torbidità, cloruri e ammonio.

Gli autori indicavano che l’acqua delle sorgenti non era adatta al consumo diretto senza trattamento.

I due filoni di ricerca non vanno sovrapposti. Le misure fisico-chimiche e le microplastiche descrivono aspetti diversi della qualità delle acque.

Considerati insieme, mostrano perché il controllo debba essere multidisciplinare.

Servono campionamenti ripetuti nelle diverse stagioni, protocolli che riducano le contaminazioni durante il prelievo e l’analisi, identificazione dei polimeri e confronto tra sorgenti, tratti fluviali e punti a diversa intensità di frequentazione.

È utile affiancare alle concentrazioni anche informazioni sulla forma e sulle dimensioni delle particelle. Fibre, frammenti, film e granuli possono suggerire percorsi ambientali differenti.

La caratterizzazione delle microplastiche può inoltre aiutare a distinguere fonti locali da apporti trasportati dall’acqua o dall’atmosfera.

Protezione delle acque sacre sudafricane e prossimi passi

La presenza di microplastiche in tutti i siti non permette, da sola, di stimare il rischio sanitario per le persone che utilizzano queste acque.

Non consente neppure di attribuire con certezza la contaminazione a una singola attività.

Indica però che il problema è misurabile e che deve essere seguito nel tempo.

Per le sorgenti di Isinuka, le misure più utili riguardano la riduzione dei rifiuti nelle aree di accesso, la disponibilità di servizi adeguati, la comunicazione con residenti e visitatori e il monitoraggio ambientale continuativo.

Ogni intervento dovrebbe rispettare il significato culturale del luogo e coinvolgere le comunità che dipendono da queste acque.

Per la speleologia e le discipline che studiano le acque sotterranee, il caso sudafricano ricorda la vulnerabilità delle emergenze sorgive.

Una sorgente può restituire in superficie segnali dei processi che interessano il bacino di alimentazione.

Le microplastiche, una volta presenti nel sistema, diventano quindi un indicatore da integrare nelle strategie di tutela delle acque e degli habitat connessi.

Fonti

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Brian Kakuk, la conservazione delle grotte prima della mappa

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Lo speleosub delle Bahamas racconta come cambia l’esplorazione

Dopo quasi quarant’anni di attività, Brian Kakuk descrive un passaggio che interessa da vicino la speleologia subacquea: l’esplorazione delle cavità sommerse non può essere separata dalla tutela dei dati, dei reperti e degli ecosistemi che esse custodiscono.

Il tema è al centro del suo recente intervento per InDEPTH Magazine e riguarda in particolare i blue holes delle Bahamas, ambienti nei quali ricerca, documentazione e conservazione delle grotte devono procedere insieme.

Brian Kakuk e la speleologia subacquea delle Bahamas

All’inizio della sua esperienza, racconta Kakuk, l’attrazione principale era l’ignoto.

Il vuoto nero oltre il limite della linea e lo spazio ancora assente dalle carte rappresentavano il motore dell’esplorazione.

Con il tempo, la domanda è cambiata: non soltanto dove prosegue una grotta, ma perché esiste, quali processi l’hanno formata e quali testimonianze conserva.

Brian Kakuk è un esploratore e istruttore di immersione in grotta attivo alle Bahamas da decenni.

È fondatore e direttore della Bahamas Caves Research Foundation e opera anche attraverso Bahamas Underground, struttura dedicata alla formazione e alle immersioni tecniche.

Il suo percorso comprende esplorazione, fotografia, supporto alla ricerca e attività di tutela delle cavità sommerse di Abaco e Andros.

Questo cambiamento di prospettiva è significativo per la speleologia subacquea.

La misura di un’attività non coincide più soltanto con i metri di condotta rilevati o con una nuova diramazione individuata.

Conta anche la qualità delle osservazioni, il metodo di documentazione e la capacità di lasciare l’ambiente nelle condizioni più vicine possibili a quelle originarie.

Blue holes delle Bahamas, archivi naturali delicati

I blue holes sono doline o cavità allagate. Nelle Bahamas formano sistemi molto diversi tra loro per morfologia, collegamento con il mare, stratificazione delle acque e comunità biologiche.

In diversi casi uno strato di acqua dolce sovrasta acqua salata di origine marina. Sotto l’aloclino possono svilupparsi condizioni povere di ossigeno o anossiche, con processi chimici che rendono questi ambienti difficili da attraversare e al tempo stesso importanti per la ricerca.

La rilevanza non è solo biologica. A Sawmill Sink, sull’isola di Great Abaco, studi pubblicati su Proceedings of the National Academy of Sciences hanno documentato resti vegetali e di vertebrati del Quaternario tardo. La buona conservazione è collegata alla deposizione in acqua salata anossica. I reperti datati nel deposito torboso coprono un intervallo compreso approssimativamente fra 4.200 e 1.000 anni calibrati prima del presente.

Le grotte sommerse possono quindi conservare tracce di fauna scomparsa, cambiamenti ambientali, sedimenti e indizi archeologici. Per Kakuk, il confronto con ricercatori di discipline diverse ha reso evidente questa densità di informazioni. La grotta non è un semplice spazio da percorrere. È un archivio naturale, culturale e biologico, nel quale ogni passaggio umano può produrre conseguenze.

Conservazione delle grotte e limiti all’impatto

Il messaggio proposto dall’esploratore è concreto. In alcuni contesti significa raccogliere meno campioni. In altri, vuol dire ridurre il contatto con fondali, pareti, sedimenti e concrezioni. Vuol dire anche scegliere con attenzione l’assetto, il percorso e le procedure di posa della sagola.

La conservazione delle grotte può richiedere una decisione ancora più netta: riavvolgere la linea e non cartografare una sala appena raggiunta. Non è la rinuncia alla conoscenza. È la scelta di valutare il rapporto tra il valore dell’informazione ottenibile e il rischio di alterare un ambiente fragile. Nelle cavità con depositi non consolidati, acque stratificate o testimonianze paleontologiche, il danno può essere immediato e spesso non reversibile.

Il principio vale anche per le attività scientifiche. La ricerca produce conoscenza necessaria alla tutela, ma richiede progettazione, autorizzazioni, tecniche adeguate e un prelievo proporzionato alle domande di studio. La conservazione delle grotte non esclude l’esplorazione: ne ridefinisce le priorità e impone una responsabilità condivisa fra subacquei, speleologi, ricercatori, gestori e comunità locali.

Abaco, tutela territoriale e ricerca condivisa

L’attività di Kakuk si collega anche alla protezione territoriale dei blue holes di South Abaco. La South Abaco Blue Holes Conservation Area, istituita nel 2015, protegge una rete di grotte e blue holes sotterranei insieme agli habitat terrestri circostanti, tra pinete e coppice forest. La presenza di un’area protetta non sostituisce le buone pratiche sul campo. Offre però un quadro nel quale ricerca, fruizione e conservazione delle grotte possono essere pianificate con maggiore continuità.

L’esperienza bahamense mostra che le mappe restano strumenti essenziali. Servono alla sicurezza, alla conoscenza idrogeologica e alla gestione. Non devono però diventare l’unico fine dell’attività. Lasciare una porzione di grotta non esplorata o non divulgata può essere una scelta di protezione, soprattutto quando l’accesso futuro non garantirebbe condizioni compatibili con la sua integrità.

Per la comunità della speleologia subacquea, la riflessione di Brian Kakuk riporta al centro una domanda operativa: quale informazione è davvero necessaria e con quale impronta può essere ottenuta? Nelle grotte delle Bahamas, la risposta passa dal riconoscimento del loro valore scientifico e dalla pratica quotidiana della conservazione delle grotte.

Fonti

https://www.facebook.com/share/1HdZaEjktU/?mibextid=wwXIfr

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“Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure

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Un articolo di Mario De Biasi e Silvano Motti anticipava la necessità di conoscere e tutelare le principali aree carsiche della Liguria

Fabio Negrino, Professore associato di Preistoria e Protostoria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Genova, sempre attento alle connessioni con la speleologia, ha condiviso un articolo del Notiziario Culturale dell’Università Popolare Sestrese, del mese di luglio 1980. Lo ringraziamo come sempre della sua attenzione, da archeologo e da speleologo.

La pubblicazione, a firma di Mario De Biasi e Silvano Motti e’ destinata a diventare una preziosa testimonianza della conoscenza speleologica ligure dell’epoca. Intitolato “Le aree carsiche liguri”, il contributo proponeva una panoramica delle principali zone carsiche della regione, sottolineandone il valore naturalistico, idrogeologico, archeologico e paesaggistico.

Il testo prendeva spunto dalla (allora) recente Legge regionale 12 settembre 1977, n. 40, dedicata alla tutela dei valori naturali e alla promozione dei parchi e delle riserve naturali.

Gli autori osservavano come il patrimonio carsico meritasse strumenti di tutela specifici, auspicando una normativa regionale dedicata alla speleologia e alla conservazione delle aree carsiche.

A onor del vero, in Liguria, dopo la LR 40/1977, per la speleologia è arrivata la Legge regionale 3 aprile 1990, n. 14, “Norme per la tutela del patrimonio speleologico e delle aree carsiche e per lo sviluppo della speleologia”, abrogata e sostituita dalla successiva Legge regionale 6 ottobre 2009, n. 39, recante “Norme per la valorizzazione della geodiversità, dei geositi e delle aree carsiche in Liguria” (GU 3a Serie Speciale – Regioni n.25 del 26-06-2010).

Torniamo all’articolo, che ha riflessioni che, rilette oggi, appaiono di straordinaria attualità.

Si passano in rassegna le principali aree carsiche della Liguria, dalle grotte dei Balzi Rossi all’Alta Valle Nervia, dalle gole di Creppo e Realdo alle valli Tanarello, Tanaro e Arroscia, fino al Bric Galero, Toirano, Melogno, Finale Ligure, Bergeggi, Isoverde, Monte Maggio, Portovenere e alle isole Palmaria, Tino e Tinetto. Ogni zona viene descritta evidenziandone gli aspetti geologici, speleologici, idrogeologici e archeologici, offrendo una vera e propria carta d’identità del patrimonio carsico ligure.

Un aspetto particolarmente interessante è l’attenzione riservata al ruolo delle acque sotterranee. De Biasi e Motti ricordano infatti come molte aree carsiche costituiscano i bacini di alimentazione delle principali sorgenti della regione, sottolineando il legame tra speleologia e gestione delle risorse idriche, un tema che negli ultimi decenni è diventato sempre più centrale.

Tra le aree descritte compare anche il Monte Gazzo, a Sestri Ponente. Già nel 1980 gli autori evidenziavano come l’intensa attività estrattiva avesse distrutto numerosi fenomeni carsici, pur riconoscendo l’importanza speleologica della montagna e la presenza di molte cavità.

A distanza di quarantacinque anni, quella descrizione assume il valore di una fotografia storica: l’escavazione è infatti proseguita, ampliando ulteriormente il fronte di cava e trasformando il rilievo ben oltre quanto fosse allora documentabile. Il confronto tra il testo del 1980 e la situazione attuale restituisce con chiarezza la portata delle trasformazioni subite da uno dei principali affioramenti calcarei dell’area genovese.

Anzi, in alcuni casi, il rilievo è tutto ciò che resta del patrimonio speleologico. E’ il caso del Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone: la grotta era stata scoperta già nel 1971 proprio grazie alla cava che ne intercettato la parte superiore, una condotta forzata molto concrezionata che immetteva in un pozzo da 30 metri. L’ingresso è stato poi distrutto. Parte della grotta è tornata alla luce nel 1973 per un breve periodo. In questo anno la grotta è stata in parte esplorata, purtroppo la prosecuzione dei lavori di estrazione della cava hanno impedito di ultimare l’esplorazione.

Nel 2012 è stato steso un nuovo rilievo. Dopo di questo, il nulla.

Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone – foto Daniele Gortan

Rileggere oggi “Le aree carsiche liguri” significa riscoprire uno dei primi tentativi di descrivere in modo organico il patrimonio carsico regionale. Molti dei siti citati sono oggi meglio conosciuti e tutelati, mentre altri hanno subito profonde trasformazioni. Proprio per questo la documentazione storica assume un valore fondamentale: conoscere il passato permette di comprendere l’evoluzione del territorio e di misurare ciò che è stato conservato e ciò che, invece, è andato perduto. Il lavoro di Mario De Biasi e Silvano Motti conserva quindi un duplice valore: da un lato rappresenta una sintesi della conoscenza speleologica ligure all’inizio degli anni Ottanta, dall’altro costituisce una preziosa testimonianza dello stato di conservazione del territorio prima delle profonde trasformazioni che hanno interessato alcune delle sue aree più significative.

Un esempio significativo è il Monte Gazzo. Se il rilievo del Monte è stato profondamente modificato dall’attività estrattiva rispetto alla situazione descritta nel 1980, oggi continua però a raccontare la propria storia attraverso il Catasto Speleologico della Delegazione Speleologica Ligure – DSL, ma anche grazie al Museo di Speleologia del Monte Gazzo (https://srvcarto.regione.liguria.it/geoservices/apps/viewer/pages/apps/cultura/?LUOGO=32899).

Il Museo, voluto e animato per anni dall’impegno dell’inossidabile Carlo Marzio, è oggi aperto regolarmente nei fine settimana grazie all’attività dei volontari, che ne portano avanti l’opera di divulgazione e conservazione della memoria. Questo è un modo concreto per ricordare che la tutela del patrimonio carsico passa anche attraverso la conoscenza della sua storia e delle persone che l’hanno studiato e raccontato.

Ne riparleremo: è una promessa, non una minaccia. Del Museo Speleologico del Monte Gazzo e delle persone che oggi ne garantiscono l’apertura torneremo a parlare nei prossimi giorni.

Grazie a Fabio Negrino per la condivisione dell’articolo “Le aree carsiche liguri” : un’importante memoria storica per la Liguria speleologica.

Fonte

De Biasi M., Motti S. (1980), Le aree carsiche liguri, Notiziario Culturale, Bollettino mensile dell’Università Popolare Sestrese, Anno XXVI, n. 6, luglio 1980

Info sul Museo di Speleologia “Monte Gazzo” https://www.museionline.info/musei/museo-di-speleologia-monte-gazzo-di-genova

L'articolo “Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure proviene da Scintilena.

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Picos de Europa, rimossa una tonnellata di rifiuti da una profonda cavità naturale

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Nei Picos de Europa un intervento coordinato tra speleologi, tecnici e volontari ha permesso di recuperare circa una tonnellata di rifiuti da una grotta di difficile accesso, nell’ambito del Progetto LIBERA dedicato alla tutela degli ambienti naturali.

Bonifica in una sima dei Picos de Europa

Un’importante operazione di pulizia ambientale è stata portata a termine nei Picos de Europa, dove circa una tonnellata di rifiuti è stata rimossa da una sima di difficile accesso.

L’intervento è stato realizzato da tecnici della Federazione Cantabrica degli Sport di Montagna e Arrampicata e della Federazione Cantabrica di Speleologia, con il supporto di volontari esperti di alta montagna e progressione in ambiente ipogeo. (Cadena SER?)

L’attività si è svolta nell’arco di diversi giorni e ha richiesto tecniche specifiche per il recupero dei materiali da una cavità naturale particolarmente impegnativa.

Al termine delle operazioni sono stati recuperati otto sacchi di rifiuti, accumulati nel corso degli anni.

Plastica, metalli e vetro tra i materiali recuperati

I materiali rinvenuti con maggiore frequenza sono stati plastica, metalli e vetro.

La presenza di questi rifiuti in una cavità remota evidenzia come anche gli ambienti naturali più difficili da raggiungere possano essere interessati dall’abbandono incontrollato di materiali.

Il recupero ha richiesto un’attenta organizzazione logistica, sia per garantire la sicurezza degli operatori sia per movimentare all’esterno il materiale raccolto. Operazioni di questo tipo richiedono competenze speleologiche, esperienza nella progressione su corda e una pianificazione accurata delle attività, caratteristiche indispensabili quando si interviene in cavità profonde o con accessi complessi. (Cadena SER?)

Il Progetto LIBERA e la tutela degli ambienti naturali

L’iniziativa rientra nel programma di adozione degli spazi naturali del Progetto LIBERA, promosso da SEO/BirdLife in collaborazione con Ecoembes e sviluppato in Cantabria dalla Federazione Cantabrica di Montagna e Arrampicata.

Il progetto opera in tutta la Spagna con attività di sensibilizzazione, monitoraggio e raccolta dei rifiuti dispersi nell’ambiente, fenomeno definito con il termine spagnolo basuraleza, che indica l’abbandono di rifiuti negli ecosistemi naturali.

Negli ultimi anni il programma ha coinvolto migliaia di volontari e centinaia di interventi in aree protette, coste, fiumi e zone montane. (Cadena SER?)

Un richiamo alla protezione delle cavità naturali

Secondo SEO/BirdLife, questa operazione dimostra che il problema dell’abbandono dei rifiuti interessa anche alcuni degli spazi naturali più remoti e di maggiore valore ecologico della Spagna.

L’associazione sottolinea che nemmeno gli ambienti apparentemente incontaminati sono immuni da questo fenomeno. (Cadena SER?)

Per il mondo della speleologia, interventi di questo tipo rappresentano anche un’occasione per richiamare l’attenzione sull’importanza della tutela delle cavità naturali.

Le grotte e le doline costituiscono ecosistemi delicati, caratterizzati da equilibri ambientali che possono essere compromessi dalla presenza di rifiuti, con conseguenze sulla qualità delle acque, sulla fauna sotterranea e sul valore naturalistico dei siti.

L’operazione conclusa nei Picos de Europa evidenzia il ruolo della collaborazione tra federazioni speleologiche, volontari e organizzazioni ambientaliste nella conservazione del patrimonio carsico e degli ambienti montani.

Fonti

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Esplorare per conservare: perché le grotte sono laboratori viventi del pianeta

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Conservazione delle grotte e biodiversità: conoscere il mondo che resta nascosto

Ogni grotta conserva una parte della storia del pianeta che non appare in superficie. Acque, rocce, sedimenti, concrezioni e comunità biologiche formano sistemi collegati al paesaggio esterno.

Per questo l’importanza degli ecosistemi sotterranei supera i confini della singola cavità: comprenderli è necessario per proteggere falde, sorgenti, specie rare e archivi naturali del clima.

La conservazione delle grotte e biodiversità richiede dati, pianificazione e regole di frequentazione.

Esplorare non significa soltanto raggiungere nuovi ambienti. Significa documentarne le condizioni iniziali e riconoscere i limiti che permettono a un sistema ipogeo di mantenere le proprie funzioni.

Ecosistemi carsici: cosa sono e perché sono cruciali per l’ambiente?

Un sistema sotterraneo comprende cavità accessibili, fessure, acquiferi, sorgenti, corsi d’acqua ipogei e altri spazi privi di luce.

Nel carsismo, l’acqua circola attraverso fratture e condotti prodotti dalla dissoluzione di rocce solubili, soprattutto calcari, dolomie ed evaporiti.

La grotta visibile è quindi solo una parte di una rete molto più ampia.

Gli ecosistemi carsici sono collegati alla superficie attraverso la ricarica idrica, il trasporto di materia organica e gli scambi d’aria.

Una modifica del suolo può avere conseguenze sotterranee.

Disboscamento, impermeabilizzazione e uso non corretto delle aree di ricarica influenzano quantità e qualità dell’acqua che raggiunge gli acquiferi.

Questa connessione spiega l’importanza degli ecosistemi sotterranei anche per le persone. Le aree carsiche forniscono acqua potabile a circa il 10% della popolazione mondiale.

La protezione del territorio carsico è dunque anche una misura di tutela della risorsa idrica, non solo della cavità.

Biodiversità ipogea: quali specie vivono nelle grotte e perché sono uniche?

Le grotte ospitano pipistrelli, invertebrati, microrganismi e, negli ambienti acquatici, crostacei, molluschi, pesci e anfibi adattati alla vita sotterranea.

Non tutte le specie rinvenute in cavità dipendono esclusivamente dal sottosuolo. I troglobi e gli stigobi, però, trascorrono l’intero ciclo vitale in ambienti ipogei.

Molti organismi hanno areali ristretti. Alcuni sono noti da una sola grotta o da pochi acquiferi.

La scarsità di nutrienti, il buio e la relativa stabilità climatica favoriscono adattamenti specifici, come perdita della pigmentazione e degli occhi, sviluppo di strutture sensoriali e ritmi vitali lenti.

La biodiversità ipogea comprende anche comunità meno visibili. Batteri e altri microrganismi partecipano ai cicli della materia e, in condizioni particolari, possono sostenere reti trofiche basate su reazioni chimiche.

Conservazione delle grotte e biodiversità significano quindi proteggere organismi conosciuti e processi ecologici ancora poco descritti.

Ruolo della speleologia scientifica nella conservazione delle grotte

Il ruolo della speleologia scientifica parte dall’esplorazione condotta con metodo. Rilievi, catasti, osservazioni faunistiche, campionamenti mirati e monitoraggi di temperatura, umidità, anidride carbonica, acque e sedimenti consentono di definire lo stato di un sito e le sue vulnerabilità.

I dati raccolti aiutano a delimitare bacini di alimentazione e zone sensibili. Permettono anche di valutare gli effetti di accessi ripetuti, lavori esterni o gestione turistica. Il ruolo della speleologia scientifica è decisivo perché rende verificabili le scelte di tutela e collega geologia, idrogeologia, biologia, archeologia e climatologia.

La ricerca deve ridurre il proprio impatto. Percorsi definiti, gruppi contenuti, attrezzature pulite, divieto di prelievi non indispensabili e documentazione condivisa sono misure concrete. Ogni attività dovrebbe essere proporzionata alla fragilità del sito e accompagnata da controlli nel tempo.

Minacce agli ambienti ipogei: dalla superficie alla cavità

Le minacce principali non iniziano sempre all’ingresso di una grotta. Inquinamento delle acque, estrazione di materiali, captazioni idriche, agricoltura intensiva, urbanizzazione e perdita di vegetazione possono alterare la rete carsica. Nei condotti, il trasporto rapido dell’acqua può distribuire contaminanti fino a sorgenti e habitat lontani.

Esistono anche pressioni dirette. Visite non regolate, calpestio, rifiuti, graffiti, illuminazione inadatta, modifiche dei passaggi e disturbo alle colonie di pipistrelli possono cambiare il microclima e danneggiare concrezioni o comunità biologiche. Il cambiamento climatico aggiunge un fattore diffuso, perché modifica piogge, ricarica degli acquiferi e condizioni termiche alle quali molte specie sono adattate.

La conservazione delle grotte e biodiversità richiede di guardare all’intero sistema. Proteggere soltanto il vuoto sotterraneo, senza considerare il bacino esterno, può risultare insufficiente.

Protezione concreta delle grotte: pianificazione, monitoraggio e responsabilità

La prima azione è conoscere. Catasti aggiornati, rilievi accurati e inventari biologici permettono di individuare cavità prioritarie e aree di ricarica da tutelare. Le valutazioni ambientali per cave, infrastrutture, captazioni e trasformazioni del suolo dovrebbero includere esplicitamente gli effetti sul sottosuolo.

Servono poi strumenti di gestione. Aree protette, fasce di rispetto, regolazione degli accessi, chiusure stagionali dove sono presenti pipistrelli e piani per il turismo in grotta possono ridurre le pressioni. Nei siti aperti al pubblico, il monitoraggio del microclima e dei flussi di visita consente di adattare la gestione ai dati osservati.

Anche la divulgazione è parte della protezione. Chi frequenta una cavità deve sapere che un’impronta, un prelievo o un lavaggio improprio dell’attrezzatura possono avere effetti persistenti. L’importanza degli ecosistemi sotterranei diventa più chiara quando si riconosce che la tutela della grotta dipende da ciò che avviene dentro, sopra e attorno ad essa.

Esplorare per conservare significa produrre conoscenza utile, condividere i risultati e limitare gli impatti. È questa la direzione indicata dalle linee guida internazionali per la protezione delle grotte e del carso.

Fonti

Fonti
[1] Guidelines for Cave and Karst Protection (2nd Edition) https://engage.iucn.org/sites/default/files/2023-04/Guidelines-for-Cave-and-Karst-Protection-2022.pdf
[2] Towards evidence?based conservation of subterranean … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9545027/
[3] Guidelines for cave and karst protection : second edition https://iucn.org/resources/jointly-published/guidelines-cave-and-karst-protection-second-edition
[5] Controversie internazionali sulla conservazione delle grotte https://www.scintilena.com/controversie-internazionali-sulla-protezione-delle-grotte-unanalisi-globale-dei-conflitti-tra-conservazione-e-sviluppo/08/30/
[6] La Sfida Globale per la Conservazione degli Ecosistemi … https://www.scintilena.com/biodiversita-sotterranea-la-sfida-globale-per-la-conservazione-degli-ecosistemi-ipogei/09/18/
[7] Monitoraggio Specie Invasive nelle Grotte del Kosovo https://www.scintilena.com/monitoraggio-specie-invasive-nelle-grotte-del-kosovo-ricerca-scientifica-internazionale-per-la-protezione-degli-ecosistemi-sotterranei/09/13/
[8] Evaporiti UNESCO: cosa è cambiato in due anni tra ricerca … https://www.scintilena.com/evaporiti-unesco-cosa-e-cambiato-in-due-anni-tra-ricerca-tutela-e-sfide-ancora-aperte/01/27/
[9] Vulnerabilità Climatica e Lacune nella Conservazione di … https://www.scintilena.com/nowhere-to-hide-vulnerabilita-climatica-e-lacune-nella-conservazione-di-zopherobatrus-un-raro-coleottero-troglobio/05/08/
[10] L’Impatto dell’inquinamento idrico sulle comunità ipogee https://www.scintilena.com/limpatto-dellinquinamento-idrico-sulle-comunita-ipogee/07/27/
[11] Conferenza su Plinio il Vecchio e le Grotte: Un Viaggio … https://www.scintilena.com/conferenza-su-plinio-il-vecchio-e-le-grotte-un-viaggio-attraverso-la-scienza-antica-e-le-tecnologie-moderne/08/31/
[12] 13 Settembre: il Mondo Celebra le Grotte — Postojna … https://www.scintilena.com/13-settembre-il-mondo-celebra-le-grotte-postojna-ospita-la-prima-giornata-internazionale-delle-grotte-e-del-carsismo/04/12/
[13] Microplastiche nelle grotte turistiche italiane: una nuova … https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondiale/08/17/
[14] sessione online dell’iniziativa Karst-Aware sull’UNEA-7 https://www.scintilena.com/il-carsismo-alle-nazioni-unite-sessione-online-delliniziativa-karst-aware-sullunea-7/03/04/
[15] Animali cavernicoli: I sovrani dimenticati del buio totale https://www.scintilena.com/animali-cavernicoli-i-sovrani-dimenticati-del-buio-totale/01/24/
[16] Nuove Creature delle Grotte Scoperte in Spagna https://www.scintilena.com/nuove-creature-delle-grotte-scoperte-in-spagna-un-genere-inedito-e-due-specie-sconosciute-riscrivono-la-fauna-sotterranea-iberica/04/24/
[17] 99 cose da sapere se abiti in un territorio carsico https://www.scintilena.com/come-riconoscere-se-vivi-in-un-territorio-carsico/06/06/
[18] EuroSpeleo Protection Label 2025: premiato il progetto di … https://www.scintilena.com/eurospeleo-protection-label-2025-premiato-il-progetto-di-conservazione-delle-grotte-nel-bacino-del-fiume-aoos-vjosa/07/03/
[19] Un nuovo punto di riferimento per la biospeleologia https://www.scintilena.com/un-nuovo-punto-di-riferimento-per-la-biospeleologia-pubblicato-il-primo-dataset-completo-sulla-fauna-sotterranea-pugliese/06/08/
[20] Sustainable speleology and cave conservation – Ricerca UniBa https://ricerca.uniba.it/handle/11586/510220
[21] Minacce e conservazione degli ecosistemi sotterranei https://www.scintilena.com/minacce-e-conservazione-degli-ecosistemi-sotterranei-lo-studio-globale-di-nanni-et-al-su-biological-conservation/07/14/
[22] Subterranean Biodiversity on the Brink: Urgent Framework for … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12523527/
[23] Assessing preservation priorities of caves and karst areas using the frequency of endemic cave-dwelling species https://pdfs.semanticscholar.org/8b20/30345dbe89f3099165b8477b7547e14736fa.pdf
[24] Caves as wildlife refuges in degraded landscapes in the Brazilian Amazon – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37055452/
[25] Conserving relics from ancient underground worlds: assessing the influence of cave and landscape features on obligate iron cave dwellers from the Eastern Amazon – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29576987/
[26] Out of sight and out of mind? The conservation status … https://www.conservationgateway.org/collections/biodiversity/subterranean-biodiversity-conservation-gaps-cave-obligate-species-north-america/
[27] https://doi.org/10.11606/issn.2316-9095.v23-205328 https://repositorio.usp.br/directbitstream/6eeec711-ebbc-45ab-a387-5fbe662738e1/3249258_ingl%C3%AAs.pdf
[28] An expert-based global assessment of threats and conservation measures for subterranean ecosystems https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0006320723002379
[29] La – Minacce e conservazione degli ecosistemi sotterranei … https://www.facebook.com/Scintilena/photos/minacce-e-conservazione-degli-ecosistemi-sotterranei-lo-studio-globale-di-nanni-/1665453212253875/
[30] Scientists’ Warning on the Conservation of Subterranean Ecosystems https://academic.oup.com/bioscience/article/69/8/641/5519083?login=true
[31] Available online at scholarcommons.usf.edu/ijs https://digitalcommons.usf.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1814&context=ijs

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Sei giovani barbagianni in un solo nido: un segnale incoraggiante per la biodiversità rurale

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Una straordinaria covata scoperta in Inghilterra racconta quanto la qualità degli habitat possa fare la differenza per la conservazione di uno dei rapaci notturni più affascinanti d’Europa: ne parla la BBC

La notizia non riguarda direttamente la speleologia, ma richiama uno dei temi cari a Scintilena: la tutela degli habitat e della biodiversità, valori che accomunano il mondo speleologico e quello della conservazione della natura.

BBC nei giorni scorsi ha pubblicato una notizia che, pur arrivando da lontano, parla anche del nostro territorio.

E’ stata scoperta una covata di sei giovani barbagianni (Tyto alba) in una fattoria nei pressi di Peterborough, in Inghilterra: un evento raro, accolto con entusiasmo dai ricercatori impegnati nel monitoraggio della specie e da chi, ogni giorno, lavora per mantenere vivo il delicato equilibrio degli ecosistemi agricoli.

I sei piccoli, di età compresa tra i quaranta e i cinquanta giorni, sono stati trovati all’interno di una cassetta nido installata nell’ambito di un progetto di conservazione. Dopo il controllo sanitario, sono stati inanellati con un codice identificativo che consentirà di seguirne gli spostamenti e di raccogliere informazioni preziose sulla loro sopravvivenza e sulla futura riproduzione.

Si tratta di una covata eccezionale. Negli ultimi anni, infatti, il numero di giovani barbagianni allevati con successo era diminuito sensibilmente. Gli adulti continuavano a occupare i siti di nidificazione, ma la scarsità di prede, soprattutto piccoli roditori, spesso impediva loro di portare a termine la riproduzione.

Quest’anno, invece, le condizioni ambientali si sono rivelate più favorevoli. L’abbondanza di cibo ha permesso alle coppie di allevare nidiate numerose, e quella di Peterborough rappresenta, finora, il caso più significativo osservato nel programma di monitoraggio locale.

Il barbagianni è molto più di un elegante rapace notturno dal caratteristico volto a forma di cuore. È un vero indicatore della qualità ambientale. Dove sopravvivono prati stabili, filari, siepi, fossati e un’agricoltura capace di conservare una buona biodiversità, questa specie trova le condizioni ideali per cacciare e riprodursi. Al contrario, la semplificazione del paesaggio rurale, l’eliminazione degli elementi naturali e il traffico stradale rappresentano ancora oggi alcune delle principali cause del suo declino.

La fattoria inglese dove è avvenuta la scoperta ha investito proprio nella creazione di habitat favorevoli: percorsi di caccia lontani dalle strade, tutela delle aree verdi e installazione di cassette nido. Un esempio concreto di come una gestione attenta del territorio possa produrre risultati misurabili.

Anche in Italia il barbagianni è diffuso in molte aree agricole e collinari, comprese numerose vallate alpine e prealpine. Nidifica spesso in cascine, fienili, campanili, ruderi e altri edifici tradizionali, ambienti che rischiano di scomparire o di essere ristrutturati senza tenere conto della fauna selvatica. In alcune zone trova rifugio anche in cavità naturali e pareti rocciose, a testimonianza della sua straordinaria capacità di adattamento.

La presenza del barbagianni racconta una storia che va oltre la singola specie: il territorio conserva ancora insetti, piccoli mammiferi, prati ricchi di vita e spazi in cui la natura riesce a mantenere il proprio equilibrio. Per questo una covata di sei giovani, al di là della curiosità ornitologica, è un piccolo successo della conservazione.

Fonte: BBC News, Peterborough farm’s delight after six white owlets found nesting. https://www.bbc.com/news/articles/cvg9nql8x83o

Una nota per i lettori

La notizia arriva dall’Inghilterra e non riguarda direttamente il mondo della speleologia. Tuttavia, racconta un esempio concreto di come la tutela degli habitat, il monitoraggio scientifico e una gestione attenta del territorio possano produrre risultati significativi per la conservazione della fauna selvatica.

Il barbagianni è una specie simbolo degli ecosistemi rurali e la sua presenza testimonia la buona qualità dell’ambiente. Ogni coppia può catturare migliaia di piccoli roditori ogni anno, svolgendo un prezioso servizio ecosistemico e contribuendo all’equilibrio naturale senza alcun intervento artificiale.

Per questo abbiamo scelto di condividere questa storia: perché la conservazione della biodiversità è un patrimonio comune, e ogni successo nella tutela della natura rappresenta una buona notizia anche per chi, come gli speleologi, dedica il proprio impegno alla conoscenza e alla salvaguardia dell’ambiente.

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CAI Regione Toscana e Mountain Wilderness Italia insieme per il Parco Nazionale delle Alpi Apuane

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Le due associazioni lanciano un percorso comune per promuovere l’istituzione del Parco Nazionale e annunciano la costituzione di un comitato promotore aperto al mondo ambientalista, scientifico e istituzionale

Il Club Alpino Italiano – Regione Toscana e Mountain Wilderness Italia hanno annunciato, con un comunicato congiunto diffuso il 20 luglio, l’avvio di un percorso comune per promuovere l’istituzione del Parco Nazionale delle Alpi Apuane.

Sulla pagina social di Speleologia Toscana c’è un post del Coordinamento Ambientalista Versiliese che ne dà notizia.

La proposta non è nuova: il CAI l’aveva già approvata con una mozione dell’Assemblea dei Delegati di Saint Vincent nel 2016, e Mountain Wilderness, fin dalla sua fondazione, nel 1987, sostiene la necessità di una maggiore tutela delle Alpi Apuane, sempre al centro del dibattito per l’intensa attività estrattiva del marmo.

Nel documento si sottolinea che le Apuane rappresentano un patrimonio naturale di rilievo nazionale e internazionale e che l’attuale modello di gestione non sarebbe più sufficiente a garantire un’efficace tutela dell’area. Secondo i promotori, il riconoscimento come Parco Nazionale consentirebbe di rafforzare la conservazione degli ecosistemi, favorire un turismo sostenibile e ampliare le opportunità di finanziamento.

Per sostenere questa prospettiva, CAI Toscana e Mountain Wilderness intendono costituire un comitato promotore aperto al coinvolgimento delle principali associazioni ambientaliste, del mondo della ricerca, delle università, delle amministrazioni locali e delle istituzioni nazionali ed europee.

Le Alpi Apuane rivestono un’importanza particolare anche per la speleologia italiana e internazionale. Il massiccio ospita alcuni dei sistemi carsici più estesi e profondi del Paese, con decine di cavità di grande interesse scientifico, idrogeologico e naturalistico, motivo per cui ogni iniziativa riguardante il futuro di questo territorio è seguita con attenzione dalla comunità speleologica.

Il comunicato apre così una nuova fase del dibattito sulla tutela delle Apuane, destinata a coinvolgere istituzioni, associazioni e cittadini.

Seguiremo gli sviluppi di questa iniziativa con grande interesse: il futuro delle Apuane è nel nostro cuore.

Foto di copertina: Wikipedia Common CC BY 40 ‘Was the sunset in Tuscany…the God’s eye peeked between the clouds… Alpi Apuane rock marble peaks and the orange-yellow sun light above quarries and the Sea!’ – Sandra Ross

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