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PICOS 2026, 1.024 metri di rilievi nel carsismo di Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

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La campagna estiva nei Picos de Europa amplia le conoscenze del settore e riporta l’attenzione su Moñas, sulle correnti d’aria e sul monitoraggio delle cavità con neve e ghiaccio

La campagna PICOS 2026 si è svolta dal 1° al 21 agosto nel settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello del Macizo Central dei Picos de Europa, nelle Asturie. Secondo il resoconto di Zape Speleo riportato nel dossier di campagna, hanno partecipato 26 speleologi. Il lavoro ha aggiunto 1.024 metri di nuovi rilievi.

Il totale topografato nei settori indicati supera ora i 39 chilometri. È un dato di campagna che dovrà essere consolidato negli archivi topografici e nelle successive pubblicazioni tecniche. PICOS 2026 conferma comunque che l’area conserva numerosi obiettivi esplorativi aperti.

PICOS 2026 e le prosecuzioni nel settore Moñas

Il settore di Moñas è indicato come il fronte più promettente della campagna PICOS 2026. Le cavità M-15, M-3 e M-101 presentano prosecuzioni ancora aperte. Le squadre hanno inoltre segnalato correnti d’aria, nuovi pozzi e meandri da sviluppare.

In questo tipo di esplorazione l’aria è un indicatore operativo importante. La documentazione storica di Zape Speleo ricorda che, d’estate, una cavità alpina tende in genere a richiamare aria verso l’interno. Una bocca che soffia con temperature esterne elevate può quindi indicare un collegamento con aperture poste a quota maggiore. È una lettura utile per orientare la ricerca, non una dimostrazione di connessione tra due sistemi.

L’interpretazione delle correnti richiede misure ripetute. Direzione, velocità, temperatura esterna e interna, pressione e condizioni meteorologiche vanno registrate nello stesso punto e con protocolli comparabili. Solo così i segnali osservati durante PICOS 2026 potranno essere valutati nel tempo.

Torca del Valle del Agua e i dati del rilievo

La VA-1, Torca del Valle del Agua, è indicata con 9.797 metri di sviluppo ed è la cavità più estesa nella lista di campagna. Il confronto con il valore di 4.414 metri pubblicato dalla stessa realtà esplorativa nel 2009 mostra quanto sia cresciuta la porzione conosciuta e rilevata nel tempo.

Il confronto non descrive necessariamente un’espansione lineare della grotta. Può riflettere nuove vie, ricongiungimenti, riscoperta di rami, revisione dei dati e miglioramento della copertura topografica. La pagina storica di Zape Speleo riferisce anche una rete di tubi freatici alla quota di circa -900 metri, elemento che distingue questa cavità nel quadro di esplorazioni molto verticali.

PICOS 2026 si inserisce quindi in una ricerca di lungo periodo. La revisione di cavità già note resta parte centrale del metodo. Passaggi trascurati, deviazioni non percorse e modifiche delle condizioni interne possono riaprire obiettivi che in precedenza sembravano conclusi.

Carsismo dei Picos de Europa e grandi verticali

La prevalenza di pozzi profondi nei Picos de Europa ha una base geologica e idrogeologica precisa. I calcari carboniferi molto potenti costituiscono il principale acquifero carsico. Il loro spessore supera i 2 chilometri nella sintesi idrogeologica del Parco; altri studi richiamano un impilamento verticale di oltre 3 chilometri in alcuni assetti strutturali.

Conta anche il dislivello. Tra le cime e le incisioni dei fiumi possono esserci fino a 2.300 metri. Fratture, faglie e piani di sovrascorrimento guidano la circolazione sotterranea. Le intercalazioni silicoclastiche, meno permeabili, compartimentano l’acquifero. Limitano molti sviluppi orizzontali e favoriscono l’organizzazione verticale delle simas.

Nel Parco nazionale la ricarica avviene soprattutto per infiltrazione diretta ed è influenzata dalla neve. Le barriere silicoclastiche condizionano la direzione dei flussi, orientati in prevalenza verso nord. Questo inquadramento aiuta a leggere i risultati di PICOS 2026 senza trasformare ipotesi locali in conclusioni generali.

Farfáu de la Viña, neve e ghiaccio nelle cavità

Il dossier richiama l’ipotesi di drenaggio verso la sorgente del Farfáu de la Viña, nel bacino del Cares. La fonte storica del gruppo segnala una colorazione positiva delle acque del settore Castil alla sorgente, posta a circa 8 chilometri in linea d’aria. Per altre cavità e sifoni vengono invece avanzate connessioni per prossimità, quote e lettura delle topografie.

La distinzione è essenziale. Una colorazione positiva fornisce un’evidenza diretta del collegamento idrologico tra il punto immesso e la risorgenza. La continuità ipotizzata per sistemi vicini resta un modello da sottoporre a nuove prove con traccianti, misure di portata e confronto tra eventi idrologici.

Durante PICOS 2026 sono state osservate minore disponibilità d’acqua, ritiro di neve e ghiaccio e ampliamento di sale glaciali. Queste osservazioni meritano attenzione. Le grotte ghiacciate dei Picos sono sensibili ai regimi termici e alle precipitazioni nivali. Studi sul clima della Spagna riportano perdite di masse di ghiaccio in cavità dei Picos e collegano il fenomeno a temperature più alte, minore neve e variazioni degli eventi piovosi.

Una sola campagna non basta per dimostrare una tendenza climatica. Servono serie di misure. Un programma essenziale dovrebbe prevedere fotografie da capisaldi fissi, rilievi periodici di neve e ghiaccio, datalogger di temperatura e umidità, misure della portata alle sorgenti e annotazione delle condizioni meteorologiche. PICOS 2026 può così offrire una base utile per un monitoraggio ripetibile.

Dati da verificare e prossime attività

I 1.024 metri di nuovi rilievi, gli oltre 39 chilometri complessivi e i dati di ogni singola cavità vanno attribuiti al resoconto PICOS 2026. La loro verifica richiederà il deposito o la consultazione delle topografie aggiornate. Anche il dato della VA-1 andrà letto insieme alla data di aggiornamento, al perimetro considerato e alle eventuali connessioni incluse.

Le priorità emerse sono chiare: avanzare nelle prosecuzioni di Moñas, controllare il valore di profondità della M-3, documentare le condizioni microclimatiche delle cavità e rafforzare le verifiche idrologiche nel bacino del Cares. Il settore Castil–Tortorios–Moñas–Urriello resta un laboratorio di esplorazione e di ricerca sul carsismo profondo dei Picos de Europa.

Fonti

PICOS 2026 — Dossier di ricerca

Campagna nel Macizo Central dei Picos de Europa: Castil–Tortorios–Moñas–Urriello

Oggetto. Analisi critica del resoconto di campagna 1–21 agosto 2026, con inquadramento geomorfologico, idrogeologico e conservazionistico.

Fonti e metodo. Il nucleo dei dati 2026 è il resoconto fornito dall’utente, attribuito alla pagina Picos General del blog Zape Speleo. La pagina ricostruisce anche la logica esplorativa storica del settore: esplorazione prevalentemente verticale, ricerca e interpretazione delle correnti d’aria, revisioni di vecchie vie e modello di drenaggio verso il Farfáu de la Viña. Il contesto scientifico è verificato con lavori di Università di Oviedo/IGME e guida IGME del Parco. I dati 2026, salvo dove indicato, sono quindi dati di campagna da considerare provvisori fino a pubblicazione di rilievi e catasto aggiornati.


1. Sintesi esecutiva

La campagna ha prodotto 1.024 m di nuovo rilievo topografico e ha portato il patrimonio documentato nei settori Castil–Tortorios–Moñas–Urriello a oltre 39 km di condotti. Hanno partecipato 26 speleologi, in periodi frazionati dal 1° al 21 agosto, provenienti da 11 gruppi di Spagna, Portogallo e Francia.

Il risultato più importante non è un nuovo grande record di profondità, ma l’apertura di un portafoglio di obiettivi coerenti con il modello del carsismo dei Picos:

  1. Moñas è il settore più dinamico. M-15 e M-3 restano apertamente in esplorazione; M-101 aggiunge una nuova verticale attiva; sei nuove entrate incrementano il potenziale di connessioni.
  2. Le correnti d’aria guidano le decisioni. La perdita, l’inversione o la riapparizione dell’aria viene usata per scegliere tra meandri, risalite, finestre e bypass di blocchi.
  3. Ghiaccio e neve sono una variabile esplorativa e ambientale. Assenza di nevai presso il campo, minore portata della Fuente del Valle del Agua e revisione di cavità storicamente ostruite da ghiaccio sono segnali osservativi rilevanti, ma non costituiscono da soli una serie climatica.
  4. La topografia modifica anche i valori “noti”. Il caso CZ-1/2, cresciuto da 319 a 589 m e da -169 a -191 m senza nuove prosecuzioni, mostra quanto bocche, precisione strumentale e chiusure topografiche possano cambiare il dato catastale.
  5. L’interesse idrogeologico resta alto. Il modello storico del gruppo mette in relazione Castil-Carbonal, Valle del Agua, Carnizoso, Piedras Verdes e Urriello con la sorgente del Farfáu de la Viña; questa è un’ipotesi sostenuta per parte del settore da colorazioni e coerenza topografica, ma le nuove connessioni non sono ancora dimostrate.

2. Contesto del Macizo Central

Perché i Picos producono simas così profonde

I Picos de Europa sono un carsismo alpino di calcari carboniferi, scolpito anche da glacialismo e intensa incisione fluviale. Nel Parco sono state riconosciute migliaia di cavità e centinaia di chilometri di condotti. La ricerca geologica attribuisce l’eccezionale concentrazione di grandi verticali a tre fattori combinati:

  • sovrapposizione tettonica di oltre 3 km di serie carbonatica;
  • fino a circa 2.300 m di dislivello tra le quote alte e gli alvei profondamente incisi;
  • decenni di documentazione speleologica sistematica.

Gli acquitardi silicoclastici, spesso molto inclinati o subverticali, compartimentano lateralmente l’acquifero carsico. Ne risulta una forte continuità verticale, favorevole a pozzi e simas profonde, ma una continuità laterale più limitata: per questo molti sistemi sono verticalmente spettacolari senza raggiungere gli sviluppi orizzontali di alcuni grandi carsismi alpini o cantabrici.

Cosa significa per la campagna 2026

Nel lessico operativo del rapporto:

  • torca: cavità/sima, normalmente a prevalente sviluppo verticale;
  • meandro: condotto stretto e tortuoso, spesso strutturalmente guidato;
  • P-40: pozzo di circa 40 m;
  • cabecera de pozo: testa del pozzo;
  • pasamanos: traverso attrezzato su corda;
  • ventana: apertura o livello sospeso che può dare accesso a un ramo;
  • cota -X: dislivello verticale rispetto alla quota di ingresso, non quota assoluta sul livello del mare;
  • sifone: tratto completamente allagato;
  • nevero: accumulo di neve persistente; non è automaticamente equivalente a ghiaccio di grotta.

La strategia descritta da Zape Speleo è tecnicamente coerente con questo ambiente: le fratture e i pozzi offrono accessi verticali; i meandri, le finestre e i punti d’aria sono i luoghi in cui cercare la continuità di rete. La revisione di vie date per chiuse è altrettanto importante della prospezione di nuove bocche.


3. Risultati per settore

Moñas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione

M-15, Torca del Coterón de Moñas sviluppo 551 ? 617 m (+66 m); nuovi rami fino a -139 m; via storica a -146 m Una sequenza di pozzi conduce alla base di una grande verticale/chimenea >60 m. Il meandro di fondo pareva terminale, ma un passaggio superiore scoperto nell’ultimo giorno riapre l’esplorazione in un reticolo labirintico con flussi d’aria aspiranti ed espiranti. Ipotesi dichiarata: possibile collegamento a CT-1, con sistema potenziale di circa -999 m; non dimostrato.

M-3, Torca de las Moñas sviluppo totale 1.485 m; profondità massima -385 m; rami a -200, -281 e ramo attuale a circa -343 m La stretta prosecuzione bassa è stata superata da un “equipo mini”, che ha percorso ~100 m di meandro fino a una testa di pozzo. Finestre e traversi verso altri rami non hanno dato prosecuzioni. Una via storica è stata spinta a circa -281 m. È il principale target di profondità del settore Moñas.

M-101, Torca de la Jorcadina de las Moñas145 m di sviluppo; -108 m Forte corrente d’aria iniziale, temporaneamente persa in un tappo di blocchi e fango. Superato il tappo, nuovi pozzi portano a una sala con due opzioni: condotto discendente instabile e diaclasi diagonale alta percorribile con lavoro. Ramo genuinamente aperto.

M-103 non quantificato Bocca nota dal 2025, saggiata nel 2026; aria e qualche sviluppo.

M80 circa -30 m Pozzo nascosto con aria espirante che diventa aspirante al fondo. Le piccole bocche vicine con aria possono essere indizi di un sistema di interconnessioni superficiali.

Lettura speleogenetica. M-15 e M-3 non sono solo “cavità che continuano”: sono nodi in un’area dove l’aria suggerisce comunicazioni tra ingressi e quote diverse. In estate, secondo l’impostazione presentata dal gruppo, una bocca che espira con temperatura esterna elevata può comportarsi da ingresso basso connesso a aperture superiori; è un criterio euristico utile, da verificare con temperatura, pressione e morfologia, non una prova di connessione.

Jou de Castil e laderas

Cavità Dati 2026 Stato e interpretazione PC-31 nessuna nuova prosecuzione Riesaminata l’ultima incognita lasciata nel 2024; cavità disattrezzata. È un esempio di chiusura metodica di un obiettivo. PC-3 profondità raggiunta -63 m Riscoperta una cavità con importante tappo di ghiaccio. Un meandro sospeso, con forte aria, conduce a un P-40; l’aria si perde alla testa del pozzo. Risalite e traversi sopra, a metà e alla base non hanno ancora restituito una prosecuzione. Il fondo esplorato è sotto la quota del ghiaccio, stimata attorno a -40 m.

Significato. PC-3 segnala sia un potenziale di esplorazione oltre la barriera glaciale sia una vulnerabilità: in ambienti glacio-carsici, l’arretramento del ghiaccio può rendere fisicamente accessibili spazi prima ostruiti, ma può anche destabilizzare blocchi e sedimenti e trasformare il regime idrico e termico della cavità.

Valle del Agua e Carnizoso

Cavità / sistema Dati 2026 Stato e interpretazione VA-9, Cueva Valleyu dati metrici non ancora pubblicati Nuova cavità remota; l’ingresso è un meandro sospeso che approfondisce con dimensioni non esigue. Obiettivo appena avviato. CZ-1 e CZ-2 sviluppo 319 ? 589 m (+270 m); profondità -169 ? -191 m (+22 m) Riesplorazione di cavità con neve/ghiaccio interno in diminuzione. Le sale profonde di ghiaccio risultano ampliate, ma non sono state trovate nuove prosecuzioni. Il rapporto attribuisce prudenzialmente il salto di dati anche a differenze tra bocche e al rilievo elettronico: non va letto automaticamente come 270 m di nuova scoperta.


4. Sistemi principali e scala dei dati

Quadro dichiarato nel rapporto 2026

Sistema o cavità Sviluppo Profondità / rami terminali Nota Piedras Verdes (PC-26) 3.043 m -1.165 m; sifone -22 m, quindi -1.187 m Uno dei grandi obiettivi verticali del settore. Sistema Castil–Carbonal (PC-15–CT-14) 4.786 m -1.019 m; sifone -9 m, quindi -1.028 m Sistema idrogeologicamente centrale nel modello del gruppo. Torca del Valle del Agua (VA-1) 9.797 m rami a -468, -906, -925, -974 m Il maggiore sviluppo nella lista di campagna. Torca de la Pared de Carbonal (CT-1) 7.781 m rami a -331, -378, -993, -956 m Possibile riferimento per M-15; nessuna connessione confermata. Sistema de Carnizoso (CZ-3–VA-5) 4.130 m -687 m Sistema distinto da CZ-1/2. Torca de las Moñas (M-3) 1.485 m -385 m; rami a -200, -281 e ~-343 m in esplorazione Il valore “-3343 m” nel testo fornito è manifestamente un refuso: contesto e frase precedente indicano circa -343 m. Torca del Coterón de Moñas (M-15) 617 m -146 e -139 m In esplorazione.

La somma dei soli sette sistemi elencati è 31.639 m. Il totale di “oltre 39 km” per i settori comprende quindi almeno 7.361 m ulteriori di cavità minori, rami e sistemi non inclusi nella lista sintetica. Questa differenza è normale in un inventario di settore e non è un’incoerenza.

Cosa dicono i confronti storici

Il sito Zape Speleo registra per VA-1, nel 2009, 4.414 m di sviluppo a -900 m e ricorda la presenza di una rete di tubi freatici attorno a -900 m. Il dato 2026 di 9.797 m mostra quindi, sul lungo periodo, più del raddoppio della lunghezza topografata. Il confronto è utile per misurare la crescita esplorativa, non per desumere automaticamente un aumento della cavità fisica: la grotta non “si è allungata”, è aumentata la sua parte conosciuta e rilevata.

La letteratura scientifica colloca il contesto in una delle maggiori concentrazioni mondiali di simas profonde. Uno studio del 2017 riporta che, nei Picos, il 14% delle simas oltre 1 km allora considerate a scala mondiale ricadeva nel massiccio; il dato è storico e non va trasformato in una classifica attuale senza un aggiornamento globale omogeneo.


5. Idrogeologia: aria, acqua e possibili connessioni

Il modello Farfáu de la Viña

La pagina storica di Zape Speleo afferma che una colorazione ha dato esito positivo alla surgencia del Farfáu de la Viña, nel Río Cares, a circa 8 km in linea d’aria dall’area descritta. Il gruppo propone che Sistema Castil–Carbonal, Carnizoso, Piedras Verdes, Valle del Agua e Torca Urriello drenino, totalmente o in parte, verso quell’asse di recapito.

Il modello è geologicamente plausibile nel quadro di un acquifero carsico ad alta energia verticale e di sorgenti a bassa quota, ma va espresso correttamente:

  • una colorazione positiva dimostra una connessione idraulica tra punto di immissione e punto di restituzione nelle condizioni del test;
  • prossimità geografica, quote e analogie topografiche rafforzano un’ipotesi, ma non sostituiscono un test di tracciamento per ogni cavità;
  • un sifone terminale non identifica di per sé la sorgente finale; può essere un tratto locale di un percorso più lungo.

Correnti d’aria: valore e limiti

L’aria è il “tracciante” operativo più immediato della campagna. Il rapporto usa tre segnali:

  1. aria forte in un ingresso o meandro: priorità esplorativa;
  2. perdita dell’aria in un tappo o in un pozzo: ricerca del bypass, ad esempio in alto in una chimenea o dietro blocchi;
  3. aria aspirante/espirante in punti diversi: possibile differenza di quota e connessione tra bocche.

L’interpretazione deve però incorporare meteo, ciclo diurno, temperatura esterna, volume della cavità e geometria delle aperture. Per trasformare un indizio in dato robusto sarebbero utili serie di temperatura, umidità, pressione e velocità/direzione dell’aria alle bocche, correlate con la meteorologia esterna.


6. Ghiaccio, neve e cambiamento ambientale

Il resoconto 2026 registra tre osservazioni dirette:

  • nessun nevaio vicino al campo e trasporto d’acqua a spalla dalla Fuente del Valle del Agua;
  • riduzione percepita della portata della sorgente;
  • riesame di simas con neve/ghiaccio interno, tra cui CZ-1/2 e PC-3, perché l’abbassamento dei ghiacci può aprire nuovi volumi.

Queste osservazioni sono importanti, ma una lettura scientificamente prudente richiede di separare meteo stagionale, bilancio nivale pluriennale e evoluzione del ghiaccio sotterraneo. Le cavità glaciali dei Picos sono oggetto di ricerca specifica e sono considerate archivi climatici fragili; una pubblicazione del 2025 tratta esplicitamente i loro cambiamenti negli ultimi quindici anni. Il dato di una singola campagna non consente tuttavia di quantificare un trend climatico locale né di attribuirne la causa.

Protocollo utile per le prossime campagne

  • Fotografare le fronti di ghiaccio dagli stessi punti fissi, con scala e coordinate.
  • Rilevare periodicamente quota e morfologia della superficie del ghiaccio con distanziometro/laser scanner o fotogrammetria.
  • Installare datalogger in aria e, dove appropriato, nel ghiaccio: temperatura, umidità e pressione.
  • Misurare la portata della Fuente del Valle del Agua con metodo replicabile e annotare data, precipitazioni, fusione nivale e ora.
  • Tenere separati in catasto: nuova prosecuzione, disostruzione di passaggio preesistente, correzione strumentale e revisione di collegamento tra bocche.
  • Valutare la stabilità di blocchi e sedimenti dopo il ritiro del ghiaccio prima di riattrezzare le vie.

7. Valutazione critica dei risultati

Punti forti

  • Esplorazione multi-obiettivo. La campagna non concentra risorse su un solo fondo: combina nuove bocche, grandi sistemi, revisioni e verifiche di ghiaccio.
  • Capacità di revisione. M-15, M-3 e PC-3 mostrano che una chiusura apparente può dipendere dalla prospettiva, dalla taglia del team, dall’attrezzatura o dalla lettura dell’aria.
  • Rilievo come risultato scientifico. I 1.024 m topografati sono un prodotto durevole, fondamentale per la comparazione interannuale e il modello idrogeologico.
  • Logistica cooperativa. L’uso di elicottero e la disponibilità delle strutture di Casa Cipriano hanno ridotto il peso dei trasporti; ciò permette di dedicare più tempo alle attività sotterranee, pur richiedendo gestione rigorosa dell’impatto ambientale.

Limiti e cautele

  • Le potenziali connessioni M-15–CT-1 e le destinazioni idrologiche sono ipotesi operative, non fatti acquisiti.
  • La profondità dei rami va riferita sempre alla singola bocca e alla topografia chiusa; una connessione non implica automaticamente il valore di profondità prospettato senza calcolare quote assolute e percorso del sistema.
  • Il dato CZ-1/2 include dichiaratamente possibili differenze dovute a bocche e tecnica di misura; non deve essere presentato come nuova esplorazione netta di 270 m.
  • La diminuzione di neve, ghiaccio o portata osservata nel 2026 è un segnale da documentare, non una prova autonoma di causalità climatica.

8. Domande d’esame / flashcard

  1. Perché i Picos de Europa ospitano molte simas profonde ma relativamente pochi sistemi molto lunghi?
    Per la potente serie calcarea e il grande dislivello topografico, che favoriscono lo sviluppo verticale, mentre acquitardi subverticali compartimentano lateralmente l’acquifero e limitano la continuità orizzontale.
  2. Che cosa indica una corrente d’aria in una cavità alpina?
    Può indicare una comunicazione con altri volumi o bocche e guidare la ricerca di prosecuzioni; da sola non dimostra una connessione né la direzione del drenaggio idrico.
  3. Qual è il risultato numerico principale della campagna 2026?
    1.024 m di nuovi rilievi e oltre 39 km complessivi topografati nei settori considerati.
  4. Quali sono i principali obiettivi aperti a Moñas?
    M-15, M-3 e M-101, oltre alle nuove bocche M-103 e M80.
  5. Perché CZ-1/2 richiede prudenza nell’interpretazione?
    L’aumento di sviluppo e profondità è associato al ritiro del ghiaccio, ma il rapporto segnala anche differenze tra bocche e maggiore precisione del rilievo elettronico, senza nuove prosecuzioni trovate.
  6. Che cosa rende importante la sorgente del Farfáu de la Viña?
    È il recapito indicato da una colorazione per parte delle acque del settore ed è centrale nel modello di drenaggio verso il Río Cares.
  7. Quale cavità ha il maggior sviluppo nella lista 2026?
    Torca del Valle del Agua (VA-1), con 9.797 m.
  8. Che errore editoriale è presente nel testo fornito?
    Il valore “-3343 m” attribuito al ramo in esplorazione di M-3 è incoerente con il testo e va letto con ogni probabilità come “circa -343 m”.

L'articolo PICOS 2026, 1.024 metri di rilievi nel carsismo di Castil–Tortorios–Moñas–Urriello proviene da Scintilena.

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Acquifero della Riviera Maya: CINDAQ trasforma il rilievo di Ox Bel Ha in una rete di dati

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Dalla speleosubacquea alla gestione dell’acquifero carsico del Quintana Roo, il lavoro coordinato da Sam Meacham integra riesplorazione, GIS, droni e ricerca idrologica

Il rilievo speleosubacqueo nella Riviera Maya non è più soltanto la rappresentazione di una successione di condotti sommersi. Nel sistema di Ox Bel Ha, nel Quintana Roo messicano, il dato raccolto in immersione viene collegato a cenotes, uso del suolo, foresta e infrastrutture. L’obiettivo è comprendere meglio l’acquifero della Riviera Maya e rendere leggibile un ambiente che, dalla superficie, resta in gran parte invisibile.

L’impostazione è al centro del lavoro di CINDAQ, Centro Investigador del Sistema Acuífero de Quintana Roo. L’organizzazione, fondata da Sam Meacham nel 2000, dichiara di facilitare la ricerca, promuovere l’educazione e sostenere la conservazione delle risorse naturali e culturali associate a cenotes e fiumi sotterranei del Quintana Roo. Il caso di Ox Bel Ha mostra come l’esplorazione possa produrre informazioni utili anche oltre il perimetro della grotta.

CINDAQ e il rilievo digitale di Ox Bel Ha

L’articolo “Data for Divers”, pubblicato nel 2020 da InDepth, descrive il passaggio verso una documentazione digitale integrata. Linee di rilievo, profondità, fotografie, annotazioni di campagna, dati geospaziali, immagini aeree e modelli tridimensionali possono essere sovrapposti e interrogati nello stesso progetto. La mappa resta un prodotto essenziale, ma diventa anche la base per interpretare la posizione dei condotti rispetto alle trasformazioni della superficie.

La storia esplorativa di Ox Bel Ha risale agli anni Novanta. Le prime attività furono in larga misura autofinanziate. La nascita di CINDAQ rese possibile raccogliere fondi e strutturare progetti di ricerca, educazione e conservazione. Oggi il gruppo collega la documentazione del sistema con iniziative nell’area di Ox Bel Ha, nella riserva della biosfera di Sian Ka’an e in altri contesti del Quintana Roo.

La posta in gioco non riguarda solo la lunghezza dei passaggi. Nella penisola dello Yucatán l’idrografia superficiale è limitata. Le precipitazioni ricaricano l’acquifero attraverso la matrice calcarea porosa, le fratture, le fessure e i cenotes. I condotti esplorabili costituiscono quindi una parte, molto visibile per i subacquei, di un acquifero della Riviera Maya più esteso e complesso.

Resurvey: controllare le linee storiche

Il riesame dei rilievi precedenti, o resurvey, è una delle attività centrali del programma. Non serve soltanto a ottenere dati più recenti. Permette di verificare collegamenti, correggere scostamenti locali, aggiornare i riferimenti GPS e riportare annotazioni su morfologia, geologia e navigazione.

Nel 2018 CINDAQ dichiarava 18 chilometri di rilievi complessivi a Ox Bel Ha: 12 chilometri di nuova esplorazione e 6 di riesame. Nel 2019 l’attività raggiunse 80 chilometri, composti da 30 chilometri di nuovi passaggi e 50 chilometri di linee già esistenti ricontrollate. Nei primi 14 giorni del gennaio 2020 furono riportati 8,445 chilometri di resurvey e 11,277 chilometri di nuove esplorazioni.

Il valore del controllo emerge anche sul piano territoriale. Ripercorrere settori frequentati anni prima consente di individuare lead non sviluppati, verificare dati storici e tornare in zone rese più accessibili da nuovi percorsi terrestri. Le nuove strade possono facilitare la logistica, ma sono anche un indicatore della pressione insediativa in un’area dove sviluppo, qualità delle acque e integrità delle cavità sono strettamente collegati.

I risultati pubblicati da CINDAQ per il 2023 riportano 47,434 chilometri di linee riesaminate, 26,136 chilometri di passaggi allora non noti e dieci nuovi ingressi nel sistema. Alla fine di quell’anno la lunghezza rilevata confermata di Ox Bel Ha era indicata in 496,804 chilometri. Il rapporto 2025 segnala che il resurvey può avvicinarsi al completamento, senza chiudere il capitolo dell’esplorazione: restano numerosi rami da verificare e un sistema sotterraneo dinamico da documentare.

MNemo, Ariane e GIS per l’acquifero della Riviera Maya

La digitalizzazione del rilievo utilizza MNemo, uno strumento che viene fissato alla sagola tra due punti di ancoraggio. Durante il percorso registra lunghezza, profondità o inclinazione e direzione. I dati possono essere trasferiti nel software Ariane, che consente di costruire una stick map tridimensionale e visualizzarla su base satellitare.

Secondo le specifiche del produttore, MNemo dichiara una precisione di 10 centimetri per la profondità, dello 0,5% più o meno 3,6 centimetri per la lunghezza e di 1,5 gradi per la direzione. L’errore di chiusura atteso è intorno all’1%. Si tratta di specifiche dello strumento, non di una garanzia applicabile in modo automatico a ogni rilievo. Calibrazione, riferimenti iniziali affidabili, interferenze magnetiche, esecuzione in acqua e revisione dei dati restano decisivi.

Nell’intervista del 2020 Meacham riferiva una poligonale superiore a 5 chilometri con un errore di chiusura inferiore all’1%. Il dato dimostra il potenziale operativo della procedura nel contesto descritto. L’importazione delle linee storiche in Ariane permette inoltre di confrontare rilievi realizzati in epoche diverse e di limitare le trascrizioni manuali.

Il progetto impiega anche GIS, ArcGIS, GPS, droni e fotogrammetria. Le ortofoto georeferenziate permettono di osservare il cambiamento della superficie. I modelli 3D dei passaggi possono essere messi in relazione con la topografia e con i dati aerei. Video a 360 gradi e sistemi di visualizzazione immersiva hanno una funzione distinta: aiutano a comunicare a proprietari, tecnici, ricercatori e amministratori ciò che non è direttamente osservabile dall’esterno.

Ox Bel Ha e la dinamica dell’acquifero costiero

Lo studio del 2024 pubblicato in Geophysical Research Letters chiarisce perché la conoscenza dell’acquifero della Riviera Maya richieda dati raccolti anche dentro le cavità. Ricercatori di USGS e CNR-IRSA hanno installato strumenti idroacustici e altri sensori in un condotto di Ox Bel Ha, accessibile dal Cenote Bang, per osservare le alocline che separano acqua dolce, salmastra e salata.

L’indagine si è svolta tra marzo e agosto 2018. Gli strumenti hanno documentato la risposta della colonna d’acqua alle maree e alle precipitazioni. Durante la tempesta tropicale Carlotta, il 16 giugno, furono misurati 226 millimetri di pioggia giornaliera nella stazione meteorologica di riferimento. La velocità del flusso nello strato salmastro aumentò fino a 0,19 metri al secondo verso il mare. La sua salinità salì da un livello di fondo di circa 2 psu fino a 4,4 psu.

Il risultato è rilevante perché una pioggia intensa non ha prodotto soltanto un semplice addolcimento dell’acquifero. Lo studio non ha trovato evidenza di un rimescolamento verticale attraverso l’aloclino sufficiente a spiegare l’aumento di salinità. Gli autori propongono invece un modello di mescolamento laterale tra i condotti, dove l’acqua si muove più rapidamente, e la matrice calcarea circostante. Lo spostamento verticale differenziale delle alocline aumenterebbe l’area di contatto tra masse d’acqua con salinità diverse.

Questa interpretazione ha conseguenze per l’uso potabile e irriguo dell’acqua, per gli ecosistemi anchialini e per lo studio dei cicli del carbonio e del metano. L’aumento della salinità oltre 3 psu può rendere l’acqua non idonea al consumo e all’irrigazione. Il fenomeno va valutato insieme alla crescita della domanda idrica, all’innalzamento del livello marino, agli eventi meteorologici intensi e alle modifiche dell’uso del territorio.

La mappa come infrastruttura di conoscenza

Il caso CINDAQ indica un cambiamento di prospettiva nella speleosubacquea. La sequenza parte dalla linea di sagola e dal rilievo di un ramo. Prosegue con l’archivio geospaziale, l’interpretazione idrologica e la restituzione pubblica dei dati. Arriva infine alla possibilità di sostenere decisioni più informate sulla tutela dell’acquifero della Riviera Maya.

Il modello può essere utile anche in altri territori carsici. Servono protocolli coerenti, metadati completi, sistemi di riferimento dichiarati, controllo di qualità e archivi durevoli. Occorre inoltre ponderare la pubblicazione di informazioni sensibili sulle cavità, per evitare che la conoscenza destinata alla tutela aumenti la vulnerabilità dei siti. In questo quadro, la quantità di chilometri rilevati resta importante, ma il risultato più utile è la capacità di trasformare misure verificabili in conoscenza territoriale e ambientale.

Fonti

L’articolo del 2020 documenta un passaggio cruciale nella speleosubacquea della Riviera Maya: il rilievo non è più soltanto una carta di condotti, ma una piattaforma di dati per capire, visualizzare e proteggere l’acquifero carsico costiero del Quintana Roo. CINDAQ, guidata da Sam Meacham, integra riesplorazione, strumenti digitali, GIS, droni, fotogrammetria e media immersivi per collegare il mondo sotterraneo alle trasformazioni rapide della superficie.[1][2]

Ho preparato il dossier di ricerca completo in formato Markdown scaricabile: il dossier su Data for Divers, CINDAQ e l’acquifero della Riviera Maya.

Risultati principali

Dal “nuovo ramo” al dato territoriale

Il contributo più rilevante del progetto CINDAQ non è solo l’estensione di Ox Bel Ha, ma la creazione di un archivio geospaziale che combina linee di grotta, profondità, fotografie, note di campagna, immagini aeree, dati di superficie e modelli 3D. Questa impostazione consente di mostrare a proprietari, ricercatori e decisori la relazione tra cenotes, condotti, foresta, infrastrutture e sviluppo urbano.[1]

L’articolo di Menduno ricorda che l’esplorazione iniziale di Ox Bel Ha negli anni Novanta fu in gran parte autofinanziata. Meacham fondò CINDAQ nel 2000 per rendere possibili finanziamenti, ricerca, educazione e conservazione con un’organizzazione formalmente riconosciuta. Oggi la missione dichiarata di CINDAQ resta facilitare la ricerca e sostenere la tutela delle risorse naturali e culturali associate a cenotes e fiumi sotterranei del Quintana Roo.[1][2]

Perché il resurvey conta

Il riesame delle linee storiche è una parte strutturale del progetto, non un’attività secondaria. Nel 2018 CINDAQ riportava 18 km di rilievi totali — 12 km di nuova esplorazione e 6 km di resurvey — mentre nel 2019 i rilievi salirono a 80 km, dei quali 50 km erano linee esistenti riesaminate e 30 km nuove esplorazioni. Nei primi 14 giorni di gennaio 2020 il gruppo dichiarava ulteriori 8,445 km riesaminati e 11,277 km nuovi.[1]

Questo permette di:

  • confrontare misure storiche e attuali;
  • correggere errori locali che possono deformare porzioni estese della carta;
  • sfruttare una georeferenziazione GPS più accurata;
  • aggiornare note su geologia, morfologia e navigazione;
  • ritornare in settori poco frequentati, spesso accessibili grazie a nuovi percorsi terrestri;
  • individuare lead precedentemente trascurati e nuove connessioni fra rami.

Già nel rapporto CINDAQ 2022, il programma avviato nel 2018 aveva riesaminato oltre 233 km di passaggi esistenti, circa l’85% di ciò che si conosceva all’avvio del resurvey; nello stesso periodo erano stati esplorati oltre 115 km di nuovi passaggi e Ox Bel Ha raggiungeva 435,805 km rilevati.[3]

Tecnologie impiegate

Strumento Funzione Valore nel progetto MNemo Registra distanza lungo sagola, profondità/inclinazione e direzione Riduce trascrizioni manuali e rende il rilievo più veloce e standardizzabile Ariane’s Line Importa, processa e visualizza i dati in mappe 3D Collega rilievi nuovi e storici e permette sovrapposizioni con basi satellitari GPS, GIS e ArcGIS Georeferenziazione e analisi territoriale Fa dialogare sottosuolo, cenotes, sviluppo e dati ambientali Droni e ortofoto Documentazione ad alta risoluzione della superficie Evidenzia cambiamenti dell’uso del suolo, cenotes e infrastrutture Fotogrammetria Modelli tridimensionali di passaggi e ambienti Integra geometria dei volumi con il rilievo lineare Video 360° / AR Comunicazione immersiva del paesaggio sotterraneo Rende il sistema comprensibile a non subacquei e decisori

MNemo si aggancia alla sagola fra un tie-off e l’altro: il produttore dichiara una precisione di 0,5% sulla lunghezza, 10 cm sulla profondità, 1,5° sull’heading e un errore di chiusura atteso attorno all’1%. I dati vengono poi trasferiti in Ariane, che costruisce una stick map 3D e la sovrappone a cartografia satellitare.[4]

Nell’intervista del 2020 Meacham indicava un test significativo: una poligonale di oltre 5 km con errore di chiusura inferiore all’1%. Il dato va inteso come risultato operativo contestuale, non come garanzia assoluta: accuratezza e qualità rimangono dipendenti da calibrazione, corretta esecuzione, assenza di interferenze magnetiche, tie-in affidabili e controllo dei dati.[1][4]

Acquifero: il vero oggetto

Il punto più importante dell’articolo è che la grotta mappata non coincide con l’acquifero. I condotti conosciuti sono le parti direttamente esplorabili di un sistema più vasto, composto anche da matrice calcarea porosa, fratture, fessure e vie di flusso non accessibili.

Nella penisola dello Yucatán, dove non esiste una rete superficiale di fiumi comparabile a quella di molte regioni temperate, l’acqua meteorica filtra nella roccia e alimenta l’acquifero. In prossimità della costa, acqua dolce, salmastra e marina formano un estuario sotterraneo carsico stratificato. I condotti agiscono come vie di trasporto rapide; per questo la qualità dell’acqua e gli effetti degli scarichi o delle trasformazioni urbanistiche non possono essere interpretati soltanto osservando ciò che si vede in superficie.[5]

Questa lettura è coerente con il materiale del progetto sulle aree carsiche: doline, grotte, sorgenti e assenza o scarsità di idrografia superficiale sono indicatori di un territorio in cui infiltrazione e circolazione sotterranea dominano il comportamento delle acque. La conoscenza speleologica diventa quindi indispensabile anche per gestione delle risorse e prevenzione dell’inquinamento.[6]

Riscontro scientifico recente

La ricerca successiva conferma quanto fosse lungimirante il programma di documentazione di CINDAQ. Uno studio del 2024 in Geophysical Research Letters ha installato strumenti idroacustici in un condotto di Ox Bel Ha, presso Cenote Bang, per osservare la dinamica delle alocline tra acqua dolce, salmastra e salata.[5]

Il risultato più importante è controintuitivo: durante precipitazioni intense l’acquifero non si “addolcisce” necessariamente. Nel caso della tempesta tropicale Carlotta, l’aumento della pioggia provocò un incremento della velocità di flusso verso mare e la salinità dello strato salmastro passò da circa 2 psu fino a 4,4 psu. Gli autori propongono che il fenomeno dipenda soprattutto da un mescolamento laterale tra condotti e matrice calcarea, innescato dallo spostamento differenziale delle alocline, più che dalla sola miscelazione verticale nel condotto.[5]

Questo ha implicazioni dirette per:

  • qualità dell’acqua potabile e irrigua;
  • intrusione e salinizzazione marina;
  • effetti di tempeste e variazioni climatiche;
  • ecosistemi anchialini;
  • cicli del carbonio e del metano;
  • gestione di un territorio costiero con crescente pressione antropica.

La serie di dati USGS su Ox Bel Ha e Cenote Crustacea documenta proprio proprietà della colonna d’acqua e record idrologici e chimici raccolti tra dicembre 2013 e gennaio 2015, rendendo disponibili dati riutilizzabili per lo studio dell’acquifero costiero.[7]

Il modello è trasferibile ad altri territori carsici, purché si mantengano protocolli di rilievo e controllo qualità, metadati completi, riferimenti geodetici coerenti, un archivio durevole e regole ponderate per la diffusione delle informazioni relative a cavità vulnerabili. Il successo non dipende dalla quantità di immagini o di chilometri rilevati, ma dalla capacità di trasformare dati verificabili in conoscenza utile per la conservazione.[1][2][5]

Fonti
[1] Data for Divers: Mexican Explorers Go Digital to Chart Riviera … https://indepthmag.com/data-for-divers-mexican-explorers-go-digital-to-chart-riviera-maya/
[3] Home – Cindaq https://www.cindaq.org/en/
[4] [PDF] CINDAQ 2022 Annual Report https://2001convention-uch.ngo/wp-content/uploads/2025/03/CINDAQ_AR-2022.pdf
[5] MNemo • Cave Survey Data Acquisition – Ariane’s Line https://www.arianesline.com/mnemo/
[6] Hydroacoustic Observations Reveal Drivers of Mixing and Salinization of a Karst Subterranean Estuary During Intense Precipitation https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/pdfdirect/10.1029/2024GL109993
[8] Water column properties and temporal hydrologic and chemical records from flooded caves (Ox Bel Ha and Cenote Crustacea) within the coastal aquifer of the Yucatan Peninsula, Quintana Roo, from December 2013 to January 2015 https://www.usgs.gov/data/water-column-properties-and-temporal-hydrologic-and-chemical-records-flooded-caves-ox-bel-ha
[9] Winter Workshop Set for Mexico—An International … – InDEPTH https://indepthmag.com/winter-workshop-set-for-mexico-an-international-gathering-for-the-global-cave-diving-community/
[10] Tren Maya is on the Wrong Track! An Update. – InDEPTH https://indepthmag.com/tren-maya-is-already-impacting-water-resources-and-the-caves/
[11] SAVE THE CENOTES! – InDEPTH https://indepthmag.com/stop-the-riviera-maya-train/
[12] La plus vaste caverne sous-marine du monde court sur 524 … – GEO https://www.geo.fr/environnement/la-plus-vaste-caverne-sous-marine-du-monde-court-sur-524-kilometres-sa-biodiversite-est-menacee-229732
[13] InDEPTH: A Technical & Professional Diving Magazine https://indepthmag.com/
[14] About Us – InDEPTH Magazine https://indepthmag.com/about-us/
[15] MNemo | Ariane’s Line | Cave Survey Software | 3D Cave … https://www.arianesline.com/
[16] Realizado por: https://www.cindaq.org/wp-content/uploads/2024/06/CINDAQ-InformePublico-2023-ES.pdf
[17] Ariane’s Line | Shop https://www.arianesline.com/shop/
[18] Underwater Cave Reports https://uwcaves.org/
[19] The Destruction of Underwater Caves by the “Tren Maya” project https://www.uw360.asia/the-destruction-of-sac-aktun-underwater-cave-by-the-tren-maya-project/
[20] Hydrological and chemical records from the flooded Ox Bel Ha cave … https://catalog.data.gov/dataset/hydrological-and-chemical-records-from-the-flooded-ox-bel-ha-cave-system-in-the-yucat-2015
[21] HarvestStat Africa – Harmonized Subnational Crop Statistics for Sub-Saharan Africa https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12022251/
[22] Global Roadkill Data: a dataset on terrestrial vertebrate mortality caused by collision with vehicles https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11958749/
[23] An avifaunal checklist of the Zanskar Region, Ladakh Himalaya, India https://www.threatenedtaxa.org/index.php/JoTT/article/view/9288
[24] [XML] USGS.72e6c9dc-9d44-4c80-9360-b6f4e656b40a.xml https://data.usgs.gov/datacatalog/metadata/USGS.72e6c9dc-9d44-4c80-9360-b6f4e656b40a.xml
[25] Temporal hydrologic and chemical records from the Ox Bel Ha cave … https://catalog.data.gov/dataset/temporal-hydrologic-and-chemical-records-from-the-ox-bel-ha-cave-network-within-the-c-2016
[26] Hurricane Ingrid and Tropical Storm Hanna’s effects on the salinity of … https://ouci.dntb.gov.ua/en/works/ldB3zrq7/
[27] Microsoft Word – Kovacs_Shawn_E_201708_PhDv2.docx https://macsphere.mcmaster.ca/bitstream/11375/21974/2/Kovacs_Shawn_E_201708_PhDThesis.pdf
[28] Late Holocene mangrove development and onset of sedimentation in the Yax Chen cave system (Ox Bel Ha) Yucatan, Mexico: Implications for using cave sediments as a sea-level indicator https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0031018215004186
[29] The effect of seasonal rainfall on nutrient input and biological productivity in the Yax Chen cave system (Ox Bel Ha), Mexico, and implications for ?XRF core studies of paleohydrology https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0031018219301889
[30] A survey of groundwater quality in Tulum region, Yucatan … http://members.unine.ch/philippe.renard/articles/saintloup2018.pdf
[31] CINDAQ 2024 Annual Report https://www.cindaq.org/en/news/cindaq-2024-annual-report/
[32] Prepared by: https://www.cindaq.org/wp-content/uploads/2024/02/CINDAQ-PublicReport-2023-EN-compressed.pdf
[33] Cindaq: Home https://www.cindaq.org/

L'articolo Acquifero della Riviera Maya: CINDAQ trasforma il rilievo di Ox Bel Ha in una rete di dati proviene da Scintilena.

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Nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi: il monitoraggio estivo protegge le colonie riproduttive

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Foto di copertina di Francesco Grazioli

Nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, censimenti mirati, ascolto degli ultrasuoni e tutela dei rifugi aiutano a proteggere le femmine e i piccoli nella fase più delicata dell’anno.

Nursery dei pipistrelli: perché luglio è un mese sensibile

Le nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi sono colonie riproduttive formate soprattutto da femmine. In estate vi partoriscono e allevano i piccoli. Il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna svolge ogni luglio il censimento delle colonie, scegliendo lo stesso periodo per rendere i dati confrontabili negli anni e per seguire una fase biologica ben definita.

Una nursery non è un semplice punto di presenza. È un rifugio che può condizionare il successo riproduttivo di una parte rilevante della popolazione locale. Il disturbo può indurre gli animali a spostarsi, separare la colonia o rendere più difficile l’allevamento dei giovani. Per questa ragione il Parco indica che i controlli devono essere ridotti al minimo, sia nel numero di visite sia nella loro intensità. [web:13]

Le nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi non riguardano soltanto le grotte. Le specie possono scegliere cavità e fessure negli alberi, ambienti ipogei, sottotetti, ruderi, ponti e altri manufatti. La varietà dei rifugi richiede quindi una gestione che coinvolga bosco, edifici e cavità sotterranee. Anche una manutenzione ordinaria può richiedere una verifica preventiva, se svolta nel periodo riproduttivo e in un luogo potenzialmente usato dai chirotteri.

Monitoraggio chirotteri nelle Foreste Casentinesi

Il censimento diretto delle colonie è affiancato dal monitoraggio bioacustico. I bat detector registrano gli ultrasuoni emessi dai pipistrelli durante l’ecolocalizzazione. I segnali vengono poi analizzati per descrivere presenza e attività delle specie lungo transetti o in stazioni di ascolto.

Il rapporto tecnico sul monitoraggio faunistico 2024 del Parco, citato nel dossier di studio, riporta 607 chilometri di transetti, due stazioni di ascolto e 1.127 contatti complessivi. Di questi, 1.093 sono stati attribuiti con certezza a livello di specie. Nel solo 2024 sono state riconosciute con certezza 16 specie. Il pipistrello nano (Pipistrellus pipistrellus) è risultato il più contattato nei transetti standardizzati, con 427 contatti, seguito dal pipistrello albolimbato (P. kuhlii) con 248 e dal pipistrello di Savi (Hypsugo savii) con 219.

Il dato va letto con prudenza. Un contatto acustico indica un passaggio o un’attività rilevata, non il conteggio automatico di un individuo. Inoltre, i segnali non hanno tutti la stessa probabilità di essere registrati. Generi come Plecotus e Rhinolophus, per caratteristiche delle loro emissioni, possono essere meno rappresentati da un rilevamento basato soltanto sull’acustica. Per questo le nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi richiedono l’integrazione tra bat detector, ricerca dei rifugi e osservazioni dirette condotte da specialisti.

Boschi maturi e rifugi riproduttivi

La presenza di alberi maturi e di microhabitat forestali è centrale per molte specie. Cavità del tronco, fessure, scortecciamenti e legno morto in piedi possono offrire rifugi diurni o riproduttivi. Il valore di questi elementi non dipende solo dal singolo albero: conta anche la continuità di un mosaico forestale che permetta agli animali di alternare rifugi, aree di alimentazione e corridoi di spostamento.

Nel quadro dei dati pluriennali richiamati nel dossier, le Foreste Casentinesi ospitano specie di alto interesse conservazionistico, fra cui il barbastello (Barbastella barbastellus), il miniottero (Miniopterus schreibersii) e varie specie di vespertili e rinolofi. Una sintesi ISPRA segnala inoltre una colonia riproduttiva di circa 140 vespertili di Bechstein (Myotis bechsteinii) e una di circa 200 rinolofi maggiori (Rhinolophus ferrumequinum), oltre a una colonia svernante di circa 600 rinolofi maggiori.

Questi numeri chiariscono perché la localizzazione puntuale di una nursery sia un’informazione sensibile. Conoscere il rifugio serve alla gestione, non alla sua diffusione pubblica. La programmazione di tagli forestali, cantieri, manutenzioni e accessi in grotta può così evitare le fasi più vulnerabili del ciclo annuale.

Tutela delle nursery e Direttiva Habitat

La protezione delle nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi si colloca anche in un quadro europeo. L’articolo 12 della Direttiva Habitat 92/43/CEE impone agli Stati membri un regime di rigorosa tutela per le specie elencate nell’Allegato IV. Il testo vieta, fra l’altro, la perturbazione deliberata durante riproduzione, allevamento, ibernazione e migrazione, oltre al deterioramento o alla distruzione dei siti di riproduzione e delle aree di riposo. [web:14]

In pratica, una colonia rinvenuta in un edificio o in un ambiente sotterraneo non dovrebbe essere rimossa, isolata dall’esterno o disturbata senza una valutazione competente. Il monitoraggio conserva quindi una funzione operativa: trasforma l’osservazione naturalistica in dati utili per prevenire impatti e adottare misure compatibili con le specie.

Per la comunità speleologica il tema riguarda soprattutto la pianificazione degli accessi. Le cavità possono svolgere funzioni differenti nel corso dell’anno. Un sito usato per la riproduzione richiede cautele diverse da un rifugio occasionale o da una cavità senza presenze rilevate. La tutela delle nursery dei pipistrelli nelle Foreste Casentinesi passa anche dalla collaborazione tra Ente Parco, chirotterologi, gestori forestali, proprietari di edifici e frequentatori del territorio.

Fonti

https://www.facebook.com/share/1CBALJwAX4/?mibextid=wwXIfr

Le nursery estive dei pipistrelli costituiscono uno dei nodi centrali per la conservazione della chirotterofauna nelle Foreste Casentinesi: localizzarle e controllarle con metodi prudenti permette di proteggere le femmine e i giovani proprio durante la fase più vulnerabile del ciclo riproduttivo. Ho preparato anche una guida di studio completa in Markdown, con dati, quadro normativo, limiti metodologici e domande di ripasso.

Risultato della ricerca

Nel mese di luglio il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi svolge il censimento delle colonie riproduttive. Le femmine si aggregano in nursery per partorire e allevare il piccolo; a seconda della specie possono usare cavità degli alberi, grotte e altri ambienti ipogei, nonché case, ruderi e ulteriori manufatti. Il Parco sottolinea che i sopralluoghi sono necessari alla tutela, ma devono restare ridotti al minimo per numero e intensità delle visite.[1]

La ragione conservazionistica è molto concreta: sapere dove si trovano i rifugi e in quale stagione sono occupati permette di programmare lavori forestali, manutenzioni edilizie, accessi alle cavità e attività turistiche evitando la fase di riproduzione e allevamento. La Direttiva Habitat vieta espressamente sia il disturbo deliberato durante riproduzione, allevamento, ibernazione e migrazione sia il deterioramento o la distruzione dei siti riproduttivi e dei luoghi di riposo.[2]

Il valore delle Foreste Casentinesi

Il contesto del Parco è particolarmente favorevole ai chirotteri per la grande continuità forestale, la presenza di boschi maturi, alberi con microhabitat, corsi d’acqua, aree aperte e strutture antropiche utilizzabili come rifugi. Il rapporto di monitoraggio 2024 ricorda inoltre che gli alberi morti in piedi e i boschi strutturalmente complessi sono correlati alla diversità delle comunità di pipistrelli.[3]

Nel 2024 il monitoraggio bioacustico del Parco ha registrato: Indicatore Risultato Transetti percorsi 607 km Giornate di rilevamento 11 Contatti totali 1.127 Contatti attribuiti con certezza a una specie 1.093 Specie identificate con certezza nel 2024 16 Pipistrello nano 427 contatti nei transetti, circa 38% Pipistrello albolimbato 248 contatti, circa 22% Pipistrello di Savi 219 contatti, circa 19% Barbastello 41 contatti Miniottero 27 contatti

Il monitoraggio bioacustico è arrivato al nono anno consecutivo nel 2024; considerando le campagne svolte nel tempo, il Parco dispone di 11.310 record e di 19 specie identificate con certezza mediante la sola bioacustica.[3]

Una sintesi ISPRA, che considera un monitoraggio pluriennale e metodologie complementari, indica invece 21 specie censite nelle Foreste Casentinesi. La differenza rispetto alle 19 specie bioacusticamente confermate non è incoerente: la ricerca diretta dei rifugi, i censimenti delle colonie e altre tecniche possono rilevare specie più difficili da intercettare con il solo bat detector.[4]

Metodi e cautele

Il monitoraggio non equivale a “entrare nelle colonie”: si basa su un approccio integrato e a basso impatto.

  • I bat detector trasformano gli ultrasuoni dell’ecolocalizzazione in segnali registrabili e analizzabili; consentono di stimare presenza, attività e, spesso, specie.
  • I transetti, ripetuti nel tempo, consentono confronti standardizzati tra anni e aree.
  • I controlli nei rifugi antropici possono essere realizzati di giorno, con torcia e fotografia, evitando la cattura degli animali.
  • Nei rifugi ipogei i sopralluoghi devono essere programmati in funzione della stagione, limitando accessi e permanenza.
  • Un contatto acustico non corrisponde necessariamente a un individuo: rappresenta soprattutto una rilevazione di presenza o attività.

Il rapporto del Parco richiama un limite rilevante: specie con emissioni deboli, molto direzionali o ad alta frequenza, fra cui soprattutto i generi Plecotus e Rhinolophus, possono essere sottostimate dalle sole registrazioni acustiche.[3]

Nursery e gestione concreta

I dati sulle colonie diventano strumenti decisionali. Nelle Foreste Casentinesi e nella Vena del Gesso Romagnola vengono impiegati per adattare le attività forestali, turistiche ed eventualmente estrattive alle esigenze delle specie; la localizzazione delle colonie consente di evitare disturbi nelle finestre stagionali più delicate e di gestire edifici, ruderi, miniere e cavità come risorse per la biodiversità.[4]

Tra i dati più significativi riportati per le Foreste Casentinesi figurano una colonia riproduttiva di circa 140 vespertili di Bechstein, una di circa 200 rinolofi maggiori e una colonia svernante di circa 600 rinolofi maggiori. Questi numeri mostrano quanto un singolo rifugio possa essere decisivo per la conservazione locale di una specie.[4]

I pipistrelli sono inoltre predatori di insetti e contribuiscono al controllo naturale delle popolazioni di artropodi: nelle aree forestali, agricole e rurali ciò si traduce in un servizio ecosistemico concreto. In Italia le specie di pipistrelli sono insettivore e la tutela dei loro rifugi contribuisce quindi anche al funzionamento degli ecosistemi.[4]

Fonti
[1] Nursery nella foresta – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/nursery-nella-foresta
[3] 31992L0043 https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/1992/43/oj?locale=it
[5] [PDF] Chirotteri – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/Monitoraggio%20chirotteri%202024%20-%20Modificato.pdf
[6] [PDF] sinergie per la biodiversità: conservazione dei chirotteri in … – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/files/reticula/articolo40-06.pdf
[7] [PDF] Projects 2008 https://www.miteco.gob.es/content/dam/miteco/es/ministerio/servicios/ayudas-subvenciones/ayudas-subvenciones-antes-de-migracion/20082_tcm30-87691.pdf
[8] LIFE 3.0 – LIFE Project Public Page https://webgate.ec.europa.eu/life/publicWebsite/project/LIFE08-NAT-IT-000369/gypsum-protection-and-management-of-the-habitats-linked-to-the-chalky-formations-of-the-emilia-romagna-region
[9] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc
[10] Notulae to the Italian native vascular flora: 11 https://italianbotanist.pensoft.net/article/68048/download/pdf/
[11] New data about Chiropterofauna of the “Monte Pellegrino” Nature Reserve (Palermo, Italy) https://www.e3s-conferences.org/articles/e3sconf/pdf/2021/41/e3sconf_apeem2021_01001.pdf
[12] [PDF] 2024 – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/Parco%20Crinali%20DIC.2024%20web%20s.pdf
[13] Calabrian Native Project: Botanical Education Applied to Conservation and Valorization of Autochthonous Woody Plants https://www.scipublications.com/journal/index.php/rjees/article/download/387/329
[14] [PDF] Monitoraggio della Chirotterofauna nel Parco Nazionale delle … https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/chirotteri_2016_REV02.pdf
[15] I pipistrelli del Parco sul nuovo WebGIS https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/i-pipistrelli-del-parco-sul-nuovo-webgis
[16] [PDF] zps it5180004 – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/ZPS_IT5180004%20OK.pdf
[17] 459 http://www.venadelgesso.it/assets/i-gessi-di-brisighella-e-rontana—azione-a2-progetto-life-gypsum.pdf
[18] I GESSI DI MONTE MAURO https://fsrer.it/site/wp-content/uploads/2019/06/gessimontemauro.pdf
[19] Vena del Gesso Romagnola https://www.parchiromagna.it/pdf/Rivista1-2013.pdf
[20] INDIRIZZI E PROTOCOLLI PER IL MONITORAGGIO https://www.centroregionalechirotteri.org/download/Monitoraggio_stato_conservazione_chirotteri_Italia_settentrionale.pdf
[21] il progetto https://www.fondazionevillaghigi.it/wp-content/uploads/2019/05/Storie-Naturali-10.pdf
[22] Indici-Sottoterra.xlsx https://www.gsb-usb.it/site/wp-content/uploads/2020/07/Indici-Sottoterra.xlsx
[23] [PDF] L’AZIONE A.2 DEL PROGETTO LIFE+ “GYPSUM” NELLE GROTTE … http://www.venadelgesso.it/mm/23.pdf
[24] Ecosistemi, boschi e servizi ecosistemici https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=13928.pdf
[25] La conservazione del patrimonio naturale e paesaggistico mediante la valorizzazione dei servizi ecosistemici offerti dal territorio: considerazioni generali e casi di studio https://fupress.com/redir.ashx?RetUrl=13931.pdf
[26] TESTO consolidato: 31992L0043 — IT — 01.01.2007 – EUR-Lex https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:01992L0043-20070101
[27] Habitats Directive in northern Italy: a series of proposals for habitat definition improvement https://plantsociology.arphahub.com/article/102894/download/pdf/
[28] 31992L0043 – IT – EUR-Lex https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:31992L0043
[29] Relevant habitats neglected by the Directive 92/43 EEC: the contribution of Vegetation Science for their reappraisal in Sicily https://plantsociology.arphahub.com/article/78920/download/pdf/
[30] TESTO consolidato: 31992L0043 — IT https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:01992L0043-20250714
[31] Raccolta della giurisprudenza – EUR-Lex https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:62019CJ0473
[32] 62021CJ0432 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:62021CJ0432
[33] C_2018213IT.01000101.xml https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:52018XC0618(01)
[34] B DIRETTIVA 2009/147/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E … https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:02009L0147-20190626
[35] I pipistrelli del Parco – Parco Nazionale Foreste Casentinesi https://www.parcoforestecasentinesi.it/it/news/i-pipistrelli-del-parco
[36] Chirotteri https://www.parcoforestecasentinesi.it/sites/default/files/Monitoraggio%20chirotteri%202023%20WEB.pdf
[37] Normative in materia di tutela faunistica che si applicano ai chirotteri https://www.mammiferi.org/wp-content/uploads/2018/07/normative_tutela_chirotteri-2.pdf
[38] Direttiva 92/43/CEE Habitat: Note, Documenti e Guide https://www.certifico.com/ambiente/documenti-ambiente/documenti-riservati-ambiente/direttiva-92-43-cee-habitat-note-documenti-e-guide

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Túnel de la Atlántida: il tubo lavico sommerso di Lanzarote racconta 21 mila anni di mare e clima

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Un nuovo studio su Túnel de la Atlántida ricostruisce le trasformazioni del livello marino relativo e degli ambienti costieri dal Tardo Pleistocene all’Olocene

Il Túnel de la Atlántida, il lungo tratto sommerso del sistema lavico di La Corona a Lanzarote, viene proposto come archivio geologico delle variazioni marine e ambientali avvenute tra la fine del Pleistocene e l’Olocene. Lo indica uno studio pubblicato nel 2026 su Geologica Acta, firmato da Javier Lario e da un gruppo di ricercatori di istituzioni spagnole e internazionali.

La ricerca integra sedimentologia, petrografia, mineralogia, isotopi stabili e geocronologia. L’obiettivo è leggere nelle pareti, nelle incrostazioni e nei sedimenti del condotto la successione degli eventi che hanno trasformato una cavità lavica subaerea in un ambiente oggi sommerso.

Il risultato interessa la speleologia vulcanica e la speleosubacquea. Offre anche nuovi elementi per studiare la risalita del livello marino relativo nell’Atlantico orientale dopo l’Ultimo Massimo Glaciale.

Túnel de la Atlántida e tubo lavico La Corona

Il Túnel de la Atlántida non è una grotta scavata dal moto ondoso. È la porzione sommersa di un tubo lavico generato dall’eruzione del vulcano La Corona, nel settore settentrionale di Lanzarote. Il condotto si formò quando una colata basaltica, protetta da una crosta solidificata, continuò a scorrere internamente e poi si drenò, lasciando una rete di gallerie.

La scheda dell’Inventario spagnolo dei luoghi di interesse geologico descrive il sistema La Corona-Atlántida come lungo oltre 7,6 chilometri. Gli ultimi 1,6 chilometri risultano oggi sotto il livello del mare. Le volte possono raggiungere 20 metri per 20 e il complesso è riconoscibile in superficie attraverso una successione di jameos, aperture prodotte dal collasso della volta. [web:13]

La nuova pubblicazione usa una definizione più focalizzata sul ramo sommerso. Il tratto studiato è indicato come il maggiore tubo lavico sommerso del mondo e viene riferito all’eruzione di La Corona durante l’Ultimo Massimo Glaciale. La distinzione è utile: il primato riguarda il settore inondato, mentre il sistema speleologico completo comprende anche le porzioni emerse note attraverso Cueva de los Verdes e Jameos del Agua. [web:7]

La cronologia della formazione del tubo resta un elemento centrale. La scheda IGME riporta un’età di circa 25 mila anni per l’eruzione, mentre lo studio collega la formazione al massimo glaciale. Si tratta di valori compatibili con una cavità nata quando il livello del mare era molto più basso di quello odierno, anche se le diverse stime richiedono di distinguere fra datazioni, margini di errore e specifica porzione del complesso considerata. [web:7][web:13]

Livello marino relativo nel Túnel de la Atlántida

L’elemento principale della ricerca riguarda la ricostruzione del livello marino relativo. Non coincide in modo automatico con il livello medio globale degli oceani. Esprime infatti la posizione del mare rispetto a una costa o a una cavità specifica, quindi può risentire anche di movimenti verticali locali, maree, moto ondoso e caratteristiche geomorfologiche dell’isola.

Gli autori ricostruiscono il passaggio dalla fase subaerea del tubo alla sua progressiva invasione marina. Le datazioni U-Th effettuate su rivestimenti di calcite bandata indicano una crescita degli speleotemi tra circa 15 e 14,4 mila anni fa. In quel periodo, corrispondente all’oscillazione calda Bølling-Allerød, il mare si trovava ancora sotto la quota del condotto in esame e la calcite poté formarsi in condizioni vadose, cioè non sommerse. [web:7]

Questa evidenza è importante perché mostra che una cavità vulcanica può conservare indicatori sedimentari e mineralogici di momenti diversi. Le forme primarie raccontano la dinamica della lava. I depositi secondari registrano invece infiltrazione, evaporazione, circolazione dell’acqua e ingresso del mare.

A circa 62 metri di profondità, presso il termine del Túnel de la Atlántida, i ricercatori descrivono una biocalcarenite matura con strutture epifreatiche e cementi marini. L’interpretazione proposta è compatibile con una fase di relativa stabilità del livello marino durante il Dryas recente. È un vincolo paleoambientale, non una quota assoluta da sovrapporre senza cautele a una curva eustatica globale. [web:7]

Sedimenti, incrostazioni e minerali

Nel settore mediano della galleria sono state osservate laminazioni da ripple tidali e fessure da disseccamento. La loro associazione suggerisce alternanze fra condizioni di sommersione, esposizione episodica e variazioni idrografiche all’inizio dell’Olocene. Il dato mette in evidenza il comportamento complesso di una cavità costiera confinata, dove l’energia del mare e la circolazione interna possono ridistribuire materiali e modificare il segnale sedimentario. [web:7]

Lo studio ha analizzato i campioni con diffrazione a raggi X, microscopia elettronica a scansione con microanalisi EDS, petrografia e misure di isotopi stabili del carbonio e dell’ossigeno. I valori isotopici generalmente positivi e le tessiture petrografiche sono interpretati come effetto di evaporazione, degassamento, ingressi marini intermittenti e microclimi aridi.

Tra i risultati mineralogici compare la motukoreaite, prodotta dall’alterazione del vetro basaltico in ambiente marino e anteriore ai carbonati datati. Gli autori la segnalano come prima occorrenza riportata di questo minerale in un ambiente di tubo lavico. [web:7]

Il caso del Túnel de la Atlántida mostra perché non sia corretto attribuire a un singolo sedimento marino il significato diretto di antico livello medio del mare. Una sabbia, un bioclasto o un deposito grossolano possono essere stati trasportati durante eventi energetici. La ricostruzione diventa più solida quando facies sedimentaria, posizione altimetrica, contesto geomorfologico, età del campione e indicatore biologico o mineralogico convergono.

Speleologia vulcanica e tutela del sito

Per la speleologia, il Túnel de la Atlántida conferma il valore dei tubi lavici come archivi geologici complessi. Nelle grotte carsiche la ricerca paleoclimatica ricorre spesso agli speleotemi carbonatici. In un sistema basaltico costiero, invece, il quadro include la morfologia della colata, il detrito vulcanico, le incrostazioni secondarie, gli apporti del mare e la biodiversità degli ambienti anquialini.

L’IGME attribuisce al geosito La Corona-Atlántida un valore scientifico molto alto. La scheda indica anche un’elevata suscettibilità al degrado antropico e una priorità di protezione alta. Il complesso ricade nel Monumento Naturale del Malpaís de La Corona e comprende il Sito di Interesse Scientifico di Jameos del Agua. [web:13]

Questi aspetti rendono necessario un approccio prudente. Le attività di rilievo e campionamento in un tubo sommerso devono documentare con precisione la posizione dei prelievi e limitare l’alterazione di sedimenti, croste e resti biologici. Fotogrammetria, rilievi tridimensionali e microcampionamenti possono contribuire a conservare il contesto stratigrafico che dà valore ai dati.

La ricerca amplia quindi il ruolo del Túnel de la Atlántida. La cavità non è soltanto una testimonianza della vulcanologia di Lanzarote. Diventa un luogo in cui la speleogenesi lavica, la deglaciazione, la dinamica marina e i cambiamenti paleoambientali possono essere letti nello stesso archivio sotterraneo.

Fonti

https://www.facebook.com/share/19WvQ9RBB9/?mibextid=wwXIfr

  • Lario, J.; Cheng, H.; Sánchez-Moral, S.; Martín-Pozas, T.; Fernández-Cortés, Á.; Cuezva, S.; Martín-González, E.; Pérez-Mejías, C.; Cañaveras, J. C. (2026), The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene-Holocene sea-level and paleoenvironments changes inside the world largest underwater lava tube, Geologica Acta, vol. 24, pp. 1-26, DOI: 10.1344/GeologicaActa2026.24.12. URL: https://ddd.uab.cat/record/329300/
  • Geologica Acta, pagina dell’articolo. URL: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979
  • Instituto Geológico y Minero de España, Inventario Español de Lugares de Interés Geológico, IC1011: Tubo volcánico pleistoceno del volcán de La Corona-La Atlántida. URL: https://info.igme.es/ielig/liginfo.aspx?codigo=ic1011
  • Lario, J. et al. (2023), Geomorphological and sedimentary features of an underwater lava tube: the Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Spain), EGU General Assembly, abstract EGU23-6059. URL: https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2023EGUGA..25.6059L/abstract

Dossier di studio

The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene–Holocene sea-level and paleoenvironmental changes inside the world’s largest underwater lava tube

Oggetto: lettura critica, contesto geologico e guida allo studio dell’articolo segnalato
Rivista: Geologica Acta, vol. 23 (2025)
Accesso indicato: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979/47259
Stato dell’analisi: il testo del PDF non è stato tecnicamente indicizzato/estratto dal portale durante questa ricerca. Questo dossier separa quindi con rigore: (a) ciò che è esplicitamente dichiarato dal titolo e dalla sede editoriale, (b) il contesto scientifico verificabile, (c) le domande, i proxy e le interpretazioni che vanno controllati nelle sezioni Metodi–Risultati–Discussione del paper. Non attribuire agli autori risultati quantitativi che non sono qui direttamente verificati.


1. In breve: perché questo studio è importante

Il lavoro propone di usare il Túnel de la Atlántida, presso Lanzarote, come archivio naturale per ricostruire le variazioni del livello marino e dell’ambiente costiero tra Tardo Pleistocene e Olocene. Il valore della cavità è nella sua duplice natura: è un tubo lavico subaereo formatosi durante un’eruzione basaltica e, in seguito, un condotto il cui tratto terminale è stato invaso dal mare. In un sistema del genere, posizione, composizione, geometria e cronologia dei depositi possono registrare la trasgressione postglaciale, fasi di stazionamento del mare e modifiche delle condizioni marine costiere.

Non è dunque una “grotta marina” scavata dalle onde. È un paleocondotto lavico che ha interagito con il mare soltanto dopo la sua formazione. Questa distinzione è decisiva: la quota dei depositi e delle incrostazioni non equivale automaticamente alla quota del livello eustatico globale. Prima di ricavare una curva del mare occorre considerare età del tubo, quota attuale, battente d’acqua, moto ondoso, marea, possibile deformazione verticale locale e significato sedimentologico del deposito.

Il periodico che ospita il contributo, Geologica Acta, è una rivista internazionale di scienze della Terra in diamond open access, senza costi né per pubblicare né per leggere; il suo archivio identifica il fascicolo annuale 2025 come volume 23. La copertina del volume è inoltre dedicata a una scena lavica del Parco Nazionale di Timanfaya, a Lanzarote: un contesto insulare vulcanico particolarmente adatto a integrare speleologia lavica, geomorfologia costiera e Quaternario.


2. Il sito nel suo contesto

2.1 Lanzarote: un laboratorio vulcanico e costiero

Lanzarote è la più orientale delle Canarie e presenta un paesaggio costruito da vulcanismo basaltico, superfici relativamente aride e coste esposte all’Atlantico. A nord-est dell’isola, il complesso vulcanico del Monte Corona ha emesso colate che hanno sviluppato un sistema di tubi lavici. La parte emersa comprende la celebre Cueva de los Verdes; il proseguimento verso la costa e sotto il mare è noto come Túnel de la Atlántida.

L’espressione “largest underwater lava tube” nel titolo va letta con precisione: si riferisce alla grandezza del tratto di tubo lavico oggi sommerso/esplorabile sott’acqua, non necessariamente al più lungo sistema di grotte laviche complessivo del pianeta. Per confronto metodologico, il sistema della Cueva del Viento a Tenerife viene descritto in letteratura come lungo 18,5 km e formato circa 27.000 anni fa; ciò mostra quanto possano essere estesi e complessi i condotti lavici canari, ma non sostituisce i dati geometrici e cronologici specifici del Túnel de la Atlántida.

2.2 Genesi di un tubo lavico

Un tubo lavico si sviluppa quando una colata basaltica incanala il flusso sotto una crosta raffreddata. Il lava stream continua a scorrere isolato termicamente; quando l’eruzione diminuisce o termina, il drenaggio lascia una galleria. La morfologia interna può includere:

  • volta e pareti di basalto massivo o con croste di accrezione;
  • banconi laterali o terrazzi di lava;
  • colate di riflusso, lavacicles e gocce solidificate;
  • restringimenti, collassi locali, diramazioni e skylight;
  • sedimenti secondari introdotti dopo la genesi del tubo.

La cavità conserva quindi due tempi geologici diversi: il tempo vulcanico, scritto nelle pareti e nelle forme primarie, e il tempo post-vulcanico, scritto da gravità, alterazione, infiltrazione, organismi, vento e mare.

2.3 Dal condotto subaereo alla cavità sommersa

Dopo la formazione del tubo, un innalzamento relativo del livello del mare può raggiungere l’imbocco costiero e penetrare nella galleria. Se la quota del mare cambia, cambia anche il limite tra settori dominati da processi continentali/aerati e settori dominati da processi marini. Nel tubo possono quindi accumularsi, o essere rimaneggiati:

  • sabbie e ghiaie marine, con granuli basaltici, bioclasti o frammenti carbonatici;
  • livelli di tempesta e depositi di surge/onda, spesso più grossolani o caotici;
  • fanghi e sedimenti fini in zone a energia più bassa;
  • incrostazioni carbonatiche o biocostruzioni marine;
  • guano, detrito eolico o colluviale nei tratti rimasti asciutti;
  • resti biologici utili alla ricostruzione ambientale.

3. Domanda scientifica e modello concettuale

3.1 La domanda centrale

Il titolo indica un obiettivo composto: ricostruire sea-level e paleoenvironmental changes dal Tardo Pleistocene all’Olocene. Per riuscirci gli autori devono connettere una successione interna alla cavità con un quadro esterno di oscillazioni marine e cambiamenti ambientali. La catena inferenziale ideale è:

[
\text{facies/deposito} + \text{quota} + \text{età} + \text{indicatore ambientale}
\rightarrow \text{livello marino relativo e ambiente locale}
]

L’espressione corretta è soprattutto livello marino relativo (RSL, relative sea level): quello osservabile rispetto alla grotta e all’isola. Per trasformarlo in una stima del livello eustatico/globale occorre valutare e correggere eventuali movimenti verticali locali e contributi glacio-isostatici.

3.2 Finestra temporale

  • Tardo Pleistocene: fase finale dell’ultima epoca glaciale, comprensiva dell’Ultimo Massimo Glaciale e della successiva deglaciazione. In generale, grandi volumi d’acqua erano immagazzinati nelle calotte e il livello marino globale era molto più basso dell’attuale.
  • Transizione Pleistocene–Olocene: riscaldamento e fusione delle grandi calotte, con rapida risalita marina e possibile riorganizzazione degli ambienti litorali.
  • Olocene: l’interglaciale in corso; dopo l’innalzamento principale, il livello del mare si avvicina alla quota attuale ma può mostrare variazioni regionali e locali di minore ampiezza.

Per Lanzarote, un tubo che oggi è connesso al mare può conservare la soglia fisica della trasgressione: non il mare “globale” direttamente, bensì la storia della sua invasione in un particolare ambiente vulcanico costiero.

3.3 Ipotesi operativa da verificare nel paper

Un’ipotesi ragionevole, da controllare contro i risultati pubblicati, è che il passaggio da facies non marine o subaeree a facies marine e la loro posizione altimetrica documentino l’avanzata del mare nella cavità durante la deglaciazione e l’Olocene. Sequenze di erosione, rimaneggiamento o discontinuità possono indicare fasi di maggiore energia, oscillazioni del battente o hiatus deposizionali.

Attenzione: anche se un deposito è marino, non indica automaticamente il livello medio del mare. Un deposito di tempesta può essere trasportato ben al di sopra della linea di battigia, mentre un fango può accumularsi sotto il livello idrico in posizione protetta. Il paper dovrebbe pertanto esplicitare il suo indicative meaning: l’intervallo verticale rispetto al livello di marea che ciascun indicatore rappresenta.


4. Quali evidenze servono davvero

4.1 Rilievo e riferimento altimetrico

La robustezza della ricostruzione dipende innanzitutto dal rilievo. Occorrono planimetria e profilo longitudinale del tubo, sezioni trasversali, posizione degli ingressi, profondità del tratto sommerso e quota di ogni campione/deposito rispetto a un datum verticale noto. In un tubo sommerso, la quota deve includere incertezza strumentale e condizione di marea al momento della misura.

Una tabella critica da cercare nel paper è questa: Elemento Informazione necessaria Perché conta Punto di campionamento Coordinate/settore del tubo Ricostruisce l’ordine spaziale della successione Quota o profondità Datum, precisione, correzione marea Trasforma il deposito in indicatore RSL Tipo di deposito Facies, tessitura, strutture Separa alta energia, calma, origine marina/non marina Età Metodo, campione, errore Colloca l’evento nel tempo Interpretazione Intervallo verticale e processo Evita equivalenze indebite con il livello medio del mare

4.2 Sedimentologia e microfacies

Le chiavi per distinguere origine e ambiente comprendono granulometria, selezione, arrotondamento, composizione dei clasti, strutture sedimentarie e contatti fra livelli. In particolare:

  • un sedimento ben selezionato con componenti bioclastici può suggerire un apporto marino costiero;
  • livelli a ciottoli, conchiglie rotte o clasti eterometrici possono rispecchiare trasporto a energia elevata, incluse tempeste;
  • laminazioni fini e fauna bentonica compatibile con acque tranquille possono indicare una zona sommersa e riparata;
  • cenere, polvere eolica, guano o detrito basaltico angolare segnalano apporti non marini, ma non escludono rimaneggiamenti successivi;
  • superfici erosive e depositi poligenici possono registrare riattivazioni della dinamica marina.

In un ambiente basaltico è fondamentale separare il sedimento autoctono derivato dal disfacimento della volta da quello realmente introdotto dal mare. La semplice presenza di sabbia nera non prova una provenienza marina; servono contesto, distribuzione, strutture e componenti biologici/mineralogici.

4.3 Proxy paleoambientali

A seconda di ciò che il lavoro ha effettivamente analizzato, i principali proxy possibili sono: Proxy Informazione potenziale Limite da discutere Molluschi e altri macroresti marini Salinità, energia, habitat costiero Trasporto e rimaneggiamento post-mortem Foraminiferi/ostracodi Condizioni marine, profondità/energia relative Preservazione selettiva e provenienza alloctona Diatomee o microalghe Acque marine, salmastre o dolci Dissoluzione e contaminazione Granulometria Energia e modalità di trasporto Non è univoca senza facies e geometria Geochimica/mineralogia Origine del sedimento, alterazione, componente biogenica Segnale composito in ambiente basaltico DNA sedimentario o microfossili Comunità passate e condizioni ecologiche Estrema sensibilità a contaminazione e rimaneggiamento Tracce di erosione/incrostazioni Permanenza dell’acqua, circolazione, bioerosione Difficile traduzione in quota RSL puntuale

4.4 Cronologia: la parte che decide l’interpretazione

Il rapporto fra quota e data è il cuore del problema. Metodi plausibili, da verificare nel testo, sono:

  • radiocarbonio (AMS 14C): adatto a materiale organico, gusci carbonatici o altri campioni abbastanza giovani; richiede calibrazione e, per materiale marino, correzione dell’effetto serbatoio locale;
  • U–Th: potenzialmente adatto a carbonati secondari idonei, non al basalto in sé;
  • OSL/IRSL: può datare l’ultima esposizione alla luce di sedimenti quarzosi/feldspatici, se presenti e se il bleached signal è affidabile;
  • tefrocronologia o datazioni delle lave: delimitano l’età del condotto e forniscono vincoli stratigrafici, ma non datano automaticamente il momento dell’invasione marina;
  • correlazioni biostratigrafiche o paleoecologiche: utili come supporto, raramente risolutive da sole.

Un’età di un campione non coincide necessariamente con l’età della deposizione: conchiglie rimaneggiate, carbonio “vecchio”, materiale trasportato e ricristallizzazione sono rischi reali. Nel commento dell’articolo vanno cercati i controlli di qualità, gli intervalli di errore e l’eventuale modello età-profondità.


5. Come leggere risultati e figure

5.1 Checklist di lettura del paper

  1. Localizzazione e nomenclatura. Il sistema è trattato come unica cavità, come segmento sommerso della Cueva de los Verdes o come unità distinta? Quali tratti sono accessibili e campionati?
  2. Età del tubo. Quale cronologia del vulcanismo del Monte Corona viene adottata? È un dato nuovo o tratto da letteratura precedente?
  3. Rilievo. Le quote sono riferite al livello medio marino, a una marea istantanea, a un datum nazionale o a una profondità subacquea?
  4. Facies. Le unità sedimentarie sono descritte con una colonna stratigrafica? Esistono foto, sezioni e contatti chiari?
  5. Campioni. Quali materiali sono stati datati? Per quale ragione questi materiali sono ritenuti in situ?
  6. Calibrazione. Per 14C marino: quale curva e quale reservoir correction sono stati usati? Per OSL: come viene trattato il bleaching?
  7. Significato altimetrico. Gli autori forniscono un range, non un solo valore, per la quota del paleo-livello marino?
  8. Confronto regionale. I dati sono messi in relazione con terrazzi marini, beachrock, paleodune, altri archivi canari o curve RSL dell’Atlantico nord-orientale?
  9. Incertezze. Sono propagati gli errori di quota, età, ambiente deposizionale e deformazione verticale?
  10. Conclusione. La ricostruzione parla di livelli, intervalli, eventi di energia o tendenze? Una formulazione prudente è indice di buona inferenza.

5.2 Come leggere un diagramma età–quota

Se il paper mostra punti datati su un grafico con tempo sull’asse orizzontale e quota/profondità sull’asse verticale, ogni punto dovrebbe essere letto come un vincolo, non come una misura assoluta di eustasia. Per esempio, un organismo marino datato in situ a una quota definita può delimitare l’esistenza di acqua marina in un certo intervallo verticale a quella data. Non dimostra necessariamente che il livello medio del mare coincidesse esattamente con quel punto.

Un risultato convincente richiede convergenza: facies compatibile, indicatore ecologico con range noto, campione non rimaneggiato, quota ben rilevata e data robusta. Più linee di evidenza indipendenti concordano, più stretta può essere la ricostruzione.

5.3 Formula concettuale delle incertezze

Una semplificazione utile è:

[
\sigma_{RSL}^2 \approx \sigma_{quota}^2 + \sigma_{indicatore}^2 + \sigma_{marea/onda}^2 + \sigma_{movimento\ verticale}^2
]

Non è necessariamente la formula applicata dagli autori, ma ricorda che l’incertezza finale non deriva soltanto dal GPS o dal profondimetro. Il contributo dell’indicative range e delle condizioni idrodinamiche può essere dominante in una cavità costiera.


6. Questioni interpretative specifiche del Túnel

6.1 Vantaggi dell’archivio sotterraneo

  • Protezione relativa dai processi erosivi che cancellano molti indicatori costieri a cielo aperto.
  • Geometria confinata: il tubo può intrappolare e preservare sedimentazione marina o transizioni nette.
  • Possibilità di correlare le quote lungo una galleria con morfologia primaria ben riconoscibile.
  • Potenziale continuità tra settore subaereo, zona di battente e tratto sommerso.
  • Valore per ricostruire insieme geologia, idrodinamica e paleoecologia in un microambiente definito.

6.2 Limiti e possibili bias

  • Il tubo non è una vasca immobile: onde, maree, surge e correnti possono trasportare sedimento lontano dall’ingresso.
  • Le cavità vulcaniche possono produrre grandi quantità di detrito basaltico locale, confondendo i segnali clastici.
  • Eventi estremi possono lasciare depositi ad alta quota senza rappresentare il livello medio del mare.
  • La disponibilità di organismi databili e il loro stato tafonomico condizionano fortemente la cronologia.
  • La subsidenza o il sollevamento dell’isola, anche se modesti, diventano rilevanti su scale pleistoceniche.
  • L’accesso speleosubacqueo limita densità e ripetibilità del campionamento, imponendo protocolli rigorosi.

6.3 Cosa renderebbe il contributo particolarmente innovativo

Il paper sarebbe metodologicamente molto forte se combinasse: rilievo 3D ad alta precisione; stratigrafia delle facies; analisi microfaunistiche/mineralogiche; più metodi di datazione; e un modello quantitativo di RSL con incertezze esplicite. L’innovazione non consisterebbe solo nell’ambientazione spettacolare, ma nel dimostrare che un tubo lavico sommerso può essere un archivio calibrabile delle trasformazioni costiere quaternarie.


7. Connessioni con speleologia e conservazione

7.1 Speleologia vulcanica

Questo caso amplia la nozione di cavità come archivio ambientale. Nelle grotte carsiche le registrazioni paleoclimatiche sono spesso affidate a speleotemi e sedimenti clastici; nei tubi lavici, la litologia basaltica e l’assenza di grandi sistemi carbonatici spostano l’attenzione su morfologie vulcaniche, materiale introdotto dall’esterno e interazioni costa–mare. La lettura speleogenetica resta indispensabile: soltanto conoscendo la genesi primaria si distingue ciò che è originario della colata da ciò che è sedimentato molto dopo.

7.2 Speleosubacquea e qualità del dato

Un’indagine in un tubo sommerso presenta problemi particolari: sicurezza, navigazione in ambiente confinato, torbidità generata dal passaggio, documentazione fotografica/scansione, precisione di profondità e campionamento minimamente invasivo. La qualità scientifica dipende anche dal protocollo di campo: una traccia topografica non georeferenziata, una quota riferita a marea incerta o un campione prelevato senza osservazione del contesto perdono gran parte del loro potere interpretativo.

7.3 Tutela

Sedimenti, incrostazioni e resti biologici di una cavità sommersa sono risorse finite. Il prelievo deve essere proporzionato alla domanda scientifica, completamente documentato e, se possibile, integrato con tecniche non distruttive: fotogrammetria, sonar/scansione, microcampionamento e monitoraggio. La divulgazione dovrebbe evitare di trasformare il primato dimensionale in un invito a frequentazioni non regolamentate: il valore vero del sito è la sua integrità stratigrafica.


8. Glossario essenziale

Termine Definizione operativa Tubo lavico Condotto lasciato dal drenaggio di una colata lavica incanalata sotto una crosta solidificata Trasgressione marina Avanzata relativa del mare sulla terraferma, spesso associata a innalzamento del RSL Regressione marina Arretramento relativo del mare, per abbassamento del RSL o sollevamento della terra RSL Livello del mare relativo a una specifica costa/sito, influenzato da eustasia e movimenti verticali locali Eustasia Variazione globale del livello del mare, principalmente legata a volume dell’acqua oceanica e bacini Indicative meaning Relazione nota tra un indicatore e una fascia verticale rispetto al livello di marea Facies Insieme delle caratteristiche di un deposito che ne indica processo e ambiente di formazione Tafonomia Studio dei processi che alterano e trasferiscono resti biologici dal momento della morte al ritrovamento Rimaneggiamento Erosione e rideposizione di materiale più antico in un deposito più giovane Effetto serbatoio marino Apparente invecchiamento delle età radiocarboniche di organismi marini rispetto all’atmosfera


9. Domande per ripasso o journal club

  1. Perché il Túnel de la Atlántida non deve essere interpretato come una grotta marina di abrasione?
  2. Quali passaggi servono per passare da un deposito marino datato a una stima di livello marino relativo?
  3. Che differenza c’è tra quota di un livello di tempesta e quota del livello medio del mare?
  4. Perché l’età di una conchiglia può non coincidere con l’età di deposizione del sedimento che la contiene?
  5. Quali componenti dell’incertezza RSL dovrebbero essere dichiarati in uno studio di questo tipo?
  6. In che modo la geometria confinata di un tubo lavico è al tempo stesso un vantaggio e una fonte di bias?
  7. Quali osservazioni permettono di distinguere detrito di volta basaltico da apporto marino?
  8. Quali dati sono indispensabili per confrontare il record del tubo con una curva regionale di livello marino?
  9. Perché per il radiocarbonio di un campione marino è importante l’effetto serbatoio?
  10. Quali strategie di tutela sono compatibili con la necessità di campionamento scientifico?

10. Flashcard

D: Che cos’è il Túnel de la Atlántida?
R: Il tratto sommerso di un sistema di tubo lavico basaltico costiero di Lanzarote, usato come potenziale archivio delle interazioni tra cavità e mare.

D: Qual è la differenza fondamentale fra tubo lavico e grotta marina?
R: Il primo nasce dal drenaggio della lava; la seconda è principalmente scavata dall’azione marina. Nel Túnel il mare modifica/riempie un condotto preesistente.

D: Che cosa significa RSL?
R: Relative sea level: quota del mare rispetto a una determinata costa o sito, non il solo livello globale.

D: Qual è la catena inferenziale dello studio?
R: Deposito e facies + quota + età + indicatore ecologico ? vincolo sul livello marino relativo e sull’ambiente.

D: Perché un deposito marino non indica sempre il livello medio del mare?
R: Può derivare da onde, tempeste o trasporto in ambiente confinato, e quindi registrare una fascia idrodinamica diversa dal livello medio.

D: Quale errore bisogna evitare con un 14C su conchiglia?
R: Trattarla automaticamente come data di deposizione senza valutare rimaneggiamento ed effetto serbatoio marino.

D: Qual è il vantaggio del tubo come archivio?
R: Può proteggere e intrappolare sedimenti costieri in una geometria confinata, potenzialmente meglio di una costa esposta.

D: Qual è il principale limite?
R: Il sedimento può essere redistribuito da dinamica marina e confuso con detrito vulcanico locale.


11. Fonti e verifica

Fonte primaria da leggere

  • Articolo segnalato: The Túnel de la Atlántida (Lanzarote, Canary Islands): reconstructing Late Pleistocene-Holocene sea-level and paleoenvironmental changes inside the world´s largest underwater lava tube, PDF open access: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/article/view/51979/47259

Fonti di contesto consultate

  • Archivio ufficiale di Geologica Acta: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA/issue/archive — identifica il volume 23 come annata 2025 e descrive la rivista come diamond open access.
  • Pagina ufficiale della rivista: https://revistes.ub.edu/index.php/GEOACTA — definisce il periodico una rivista internazionale di scienze della Terra e presenta la copertina 2025 riferita a Timanfaya, Lanzarote.
  • Díez et al. (2024), Microbiological exploration of the Cueva del Viento lava tube system in Tenerife, Canary Islands, Environmental Microbiology Reports: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11033209/ — usata esclusivamente per il confronto generale sui grandi tubi lavici canari (Cueva del Viento: 18.500 m; età indicata circa 27 ka).
  • Carracedo et al. (2017), Assessing qualitative long-term volcanic hazards at Lanzarote Island (Canary Islands), Natural Hazards and Earth System Sciences: https://www.nat-hazards-earth-syst-sci.net/17/1145/2017/nhess-17-1145-2017.pdf — contesto sul vulcanismo storico e attivo di Lanzarote.

Nota finale di metodo

Per trasformare questo dossier in una vera scheda bibliografica dell’articolo è necessario estrarre dal PDF: autori, DOI, area e schema di campionamento, metodi analitici, risultati datati, quote di riferimento, figure e conclusioni. Fino a tale verifica, cifre, età e ricostruzioni specifiche non vanno citate come risultati del paper.

L'articolo Túnel de la Atlántida: il tubo lavico sommerso di Lanzarote racconta 21 mila anni di mare e clima proviene da Scintilena.

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Tomba di Tutankhamon, anomalie geofisiche e ipotesi Nefertiti: nessuna camera nascosta è ancora confermata

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Le nuove affermazioni su possibili ambienti oltre le pareti della tomba di Tutankhamon richiedono dati pubblici, controlli indipendenti e autorizzazioni formali prima di parlare di scoperta.

KV62 e l’origine dell’ipotesi Nefertiti

La tomba KV62, appartenuta a Tutankhamon e scoperta da Howard Carter nel 1922 nella Valle dei Re, resta al centro di un dibattito che intreccia archeologia, rilievi digitali e geofisica. L’interesse nasce anche dalle dimensioni contenute del sepolcro rispetto al rango del sovrano e da alcune sue caratteristiche architettoniche.

Nel 2015 l’egittologo Nicholas Reeves avanzò l’ipotesi che KV62 potesse costituire una parte di una tomba più ampia, forse progettata in origine per Nefertiti e poi adattata per Tutankhamon. L’ipotesi Nefertiti era basata, fra l’altro, sull’osservazione di immagini ad alta definizione realizzate per la documentazione della tomba. Si tratta di una proposta archeologica verificabile, non della dimostrazione dell’esistenza di ambienti oltre le pareti nord e ovest.

Oggi circolano nuove dichiarazioni attribuite a un gruppo guidato da Mamdouh Eldamaty e con analisi associate al nome di George Ballard. La narrazione parla di georadar, microgravità, rilettura di tomografie elettriche, di un possibile corridoio largo circa due metri e di una cosiddetta “anomalia 7”. Viene inoltre evocata una futura perforazione controllata con strumenti robotici.

Alla data di verifica, questi dettagli non risultano confermati da una pubblicazione primaria accessibile. Il DOI indicato per il presunto contributo del 2026, 10.1038/d41586-026-02621-2, non ha restituito un contenuto consultabile attraverso il resolver.

Anomalie geofisiche a KV62: cosa mostrano davvero gli strumenti

Un’anomalia geofisica non coincide con una camera nascosta. Indica una differenza fisica rispetto al materiale circostante. Il passaggio da segnale a interpretazione archeologica richiede controlli, coordinate precise, valutazione degli errori e confronto fra più tecniche.

Il GPR, o georadar, registra riflessioni di onde elettromagnetiche provocate da variazioni delle proprietà dei materiali. Può rilevare discontinuità, possibili superfici, riempimenti o vuoti. Un riflettore radar non identifica però da solo una parete costruita. La risposta può dipendere dalla geometria dell’oggetto, dall’attenuazione del segnale, dal rumore e dalle condizioni di acquisizione.

La microgravità misura piccole variazioni del campo gravitazionale causate dalla diversa distribuzione delle masse. Un deficit di densità può essere compatibile con un vuoto, ma anche con roccia fratturata, detrito o materiali meno compatti. Non può riconoscere direttamente né oggetti né corredi funerari.

La tomografia elettrica, o ERT, ricostruisce modelli di resistività del sottosuolo mediante elettrodi. Anche in questo caso una zona più conduttiva o più resistiva richiede interpretazioni alternative. Fratture, sali, umidità, detriti e qualità del contatto fra elettrodi e terreno incidono sul risultato. Per KV62, anomalie geofisiche convergenti sarebbero un motivo per approfondire l’indagine, non una prova definitiva di camera nascosta.

La cronologia delle indagini e i risultati discordanti

La storia delle ricerche invita alla prudenza. La prima scansione GPR interna alla tomba, eseguita da Hirokatsu Watanabe nel novembre 2015, fu interpretata come favorevole all’ipotesi Nefertiti. Un secondo rilievo, svolto nel 2016 da un team collegato a National Geographic, non confermò quel risultato.

Lo studio pubblicato nel 2020 da Francesco Porcelli e colleghi in Sensors riferisce anche una terza indagine interna, effettuata nel febbraio 2018. Gli autori dichiarano che i loro dati GPR non sostengono l’ipotesi di Reeves. Il lavoro descrive inoltre campagne ERT attorno alla collina di KV62 nel 2017 e nel 2018. Il modello tridimensionale mostra anomalie conduttive e resistive da spiegare, non camere archeologiche accertate.

Lo stesso studio rende chiari alcuni limiti pratici del sito. Nelle aree con detriti, le elevate resistenze di contatto degli elettrodi hanno richiesto filtraggio dei dati e procedure robuste di inversione. È un dato rilevante per comprendere perché immagini o mappe persuasive non possano essere lette come una risposta univoca.

Ipotesi Nefertiti: quali prove servirebbero

Anche qualora una verifica diretta confermasse un volume oltre una parete di KV62, non basterebbe per attribuirlo a Nefertiti. Una cavità potrebbe essere un corridoio, un deposito, una porzione di cava, una frattura o uno spazio non funerario. E una sepoltura reale non sarebbe automaticamente la tomba di Nefertiti.

Per sostenere un’identificazione sarebbero necessarie prove diagnostiche in contesto primario: iscrizioni, titoli, resti umani identificabili o un corredo attribuibile con chiarezza. Le discussioni sul riuso di oggetti nel corredo di Tutankhamon non sostituiscono questa evidenza.

La formula più corretta resta quindi questa: eventuali anomalie geofisiche, se riproducibili e spazialmente coincidenti, potrebbero giustificare una verifica minimamente invasiva. Non dimostrano al momento l’esistenza di una camera nascosta, né la presenza della tomba di Nefertiti.

Perforazione esplorativa, conservazione e trasparenza dei dati

Un microforo con telecamera o mini-robot potrebbe stabilire se esista un ambiente accessibile senza ricorrere a uno scavo esteso. Sarebbe però un intervento irreversibile in un monumento dipinto e fragile. Prima di autorizzarlo, occorrerebbe pubblicare i dati e i parametri di acquisizione, comprese le incertezze e i risultati negativi.

Servirebbero inoltre una revisione da parte di geofisici indipendenti, modelli alternativi della geologia locale e la dimostrazione della coincidenza tridimensionale fra GPR, microgravità ed ERT. Il progetto conservativo dovrebbe indicare il punto del foro, gli effetti possibili su intonaco e pitture, il controllo di microclima, umidità e sali, oltre alle procedure contro la contaminazione di un eventuale ambiente sigillato.

Finché non saranno disponibili questi elementi e una comunicazione formale delle autorità egiziane, la notizia riguarda anomalie geofisiche da valutare. Non riguarda una scoperta già acquisita. L’ipotesi Nefertiti resta una questione aperta, e proprio per questo richiede un lessico proporzionato alle evidenze.

Fonti

Dossier di studio — KV62, presunte camere nascoste e l’ipotesi Nefertiti

Oggetto: valutazione critica delle nuove dichiarazioni geofisiche su possibili ambienti oltre le pareti nord e ovest della camera funeraria di Tutankhamon.

Stato della verifica: 19 settembre 2026.

Conclusione provvisoria: i dettagli attribuiti a un nuovo studio guidato da Mamdouh Eldamaty e analizzato da George Ballard — corridoio di circa 2 m, microgravità, “anomalia 7”, carotaggi/perforazioni con robot previsti a novembre — non sono stati verificabili in una pubblicazione primaria accessibile nel corso di questa ricerca. Il DOI indicato, 10.1038/d41586-026-02621-2, non è stato recuperato dal resolver e non ha restituito risultati nei motori interrogati. Questi elementi vanno quindi presentati come notizie o dichiarazioni da confermare, non come scoperta dimostrata. La letteratura peer-reviewed disponibile documenta invece una storia di risultati GPR contrastanti e, nel 2020, concludeva che le scansioni interne a KV62 non supportavano l’ipotesi di Reeves.


1. Contesto essenziale

KV62 e il problema archeologico

KV62 è la tomba di Tutankhamon, scoperta da Howard Carter nel 1922 nella Valle dei Re. Il sovrano appartenne alla fine della XVIII dinastia e regnò nel XIV secolo a.C. La sua tomba è insolitamente piccola rispetto allo status regale e presenta caratteristiche architettoniche e decorative che hanno alimentato il dibattito su una possibile preesistenza o adattamento di un sepolcro più ampio.

Nel 2015 l’egittologo Nicholas Reeves formulò un’ipotesi precisa: KV62 sarebbe parte di una tomba originariamente destinata a Nefertiti e riutilizzata/adattata per la sepoltura rapida di Tutankhamon. Il punto cruciale non è soltanto la possibilità di una cavità: è l’identificazione di spazi strutturalmente connessi alla camera funeraria, nella posizione prevista dall’ipotesi, e di elementi archeologici coerenti con una tomba reale della fase amarniana.

Cosa sostiene la nuova narrazione

Il testo oggetto di esame attribuisce al team Eldamaty–Ballard tre linee di indizio:

  • GPR eseguito dall’interno della tomba, con un segnale interpretato come corridoio largo circa 2 m e colmo di detriti, in allontanamento dalla camera funeraria.
  • Microgravità, con anomalie di bassa densità e geometrie apparentemente ortogonali, ritenute compatibili con vani artificiali.
  • Rilettura di dati di tomografia elettrica del 2017 alla luce delle nuove misure.

L’“anomalia 7” sarebbe una zona a densità minore con nucleo relativamente più denso; viene proposta, con linguaggio ipotetico, l’interpretazione di un ambiente contenente materiali od oggetti. Questa è un’inferenza particolarmente fragile: né il GPR né la gravimetria possono identificare direttamente “tesori” o attribuire una cavità a Nefertiti.


2. Cronologia critica delle indagini

Data Evento / risultato Valore probatorio 1922 Howard Carter scopre KV62. Fatto storico consolidato. 2015 Reeves propone che KV62 possa appartenere a un sepolcro più grande associabile a Nefertiti, basandosi anche sull’osservazione di immagini/scansioni ad alta risoluzione. Ipotesi archeologica, non prova diretta di ambienti nascosti. novembre 2015 Hirokatsu Watanabe effettua una prima scansione GPR interna, interpretata come favorevole alla presenza di vuoti. Risultato preliminare e non replicato in modo concorde. 2016 Una seconda indagine radar, collegata a National Geographic, non conferma il risultato iniziale. Contraddizione sperimentale importante. febbraio 2018 Terza indagine GPR interna, eseguita dal gruppo che poi pubblicherà nel 2020. I suoi autori dichiarano che l’ipotesi di Reeves non è supportata dai loro dati GPR. 2017–2018 Campagne ERT attorno alla collina di KV62; i dati sono integrati in un modello 3D. Rilevano anomalie conduttive e resistive che richiedono spiegazione, non camere dimostrate. 2020 Pubblicazione scientifica su rilevamenti geofisici e geomatici integrati nella Valle dei Re. Fonte primaria peer-reviewed, utile per metodo e stato del dibattito. 2026 (da verificare) Nuove misure GPR + microgravità e riesame ERT, attribuite a Eldamaty e Ballard; possibile richiesta di micro-perforazione con robot. Non verificato qui in una fonte primaria accessibile: trattare come preliminare.


3. Come leggere i dati geofisici

Tecnica Che cosa misura Cosa può suggerire Limiti decisivi a KV62 GPR — georadar Riflessioni di onde elettromagnetiche dovute a contrasti nelle proprietà dielettriche. Discontinuità, interfacce, possibili vuoti, riempimenti o pareti. Un riflettore non equivale automaticamente a una parete; un’assenza di segnale può dipendere da attenuazione, geometria, rumore o accoppiamento con la superficie. Interpretazioni diverse dello stesso sito sono già emerse. Microgravità Piccole variazioni del campo gravitazionale legate alla distribuzione delle masse/densità. Un deficit di massa può essere compatibile con un vuoto o con terreno fratturato/meno denso. La soluzione è non univoca: forma, profondità e contrasto di densità possono produrre segnali simili. Correzioni topografiche e geologiche sono essenziali. ERT — tomografia elettrica Distribuzione della resistività elettrica del sottosuolo ricostruita da misure con elettrodi. Contrasti che possono riflettere roccia, fratture, materiali umidi/salini, detriti o vuoti. La resistività non identifica da sola una camera; le inversioni sono modellistiche e influenzate da contatto degli elettrodi, topografia e scelta dei parametri. Integrazione multi-metodo Confronto spaziale e fisico di più dataset indipendenti. Rende più robusta un’anomalia se GPR, gravità ed ERT convergono nella stessa posizione e profondità. La convergenza non elimina l’ambiguità se tutti i modelli dipendono da assunzioni non testate; serve una verifica diretta, minimamente invasiva.

Il criterio corretto: anomalia ? camera

Una anomalia geofisica è una differenza misurata rispetto al comportamento di fondo. Diventa un’ipotesi di camera solo dopo un processo inferenziale: geometria coerente, posizione riproducibile, profondità compatibile, controllo degli effetti geologici e conferma da tecniche indipendenti. Diventa una camera accertata soltanto con una verifica diretta — ad esempio endoscopia, imaging robotico o scavo controllato — che documenti uno spazio costruito.

Nel caso in esame, una geometria “ad angolo retto” aumenterebbe l’interesse archeologico, ma non basta da sola: fratture, superfici di cava, discontinuità naturali e artefatti di inversione possono generare configurazioni apparentemente lineari o angolari.


4. Che cosa dice la fonte scientifica verificata

L’articolo di Porcelli e colleghi, pubblicato in Sensors nel 2020, descrive un progetto integrato nella Valle dei Re che combina mappatura 3D, ERT, GPR e magnetometria. Per l’area di KV62:

  • ricostruisce il conflitto tra la prima scansione GPR del 2015, apparentemente positiva, e la successiva indagine del 2016, che non la confermò;
  • riferisce che il proprio GPR interno, effettuato nel 2018, non supportava l’ipotesi di Reeves;
  • documenta campagne ERT del 2017 e del 2018 attorno alla collina di KV62: il modello 3D mostra anomalie conduttive e resistive “da spiegare”, non un’identificazione conclusiva di camere;
  • segnala difficoltà operative concrete: nell’area della Valle dei Re le resistenze di contatto agli elettrodi possono essere elevate, soprattutto nei detriti, e ciò richiede filtraggio dei dati e controlli robusti dell’inversione.

Questa fonte non “chiude” la questione: dimostra però che il caso KV62 ha già prodotto falsi positivi potenziali e risultati discordanti. Perciò un annuncio nuovo richiede dati completi, metodologia trasparente e revisione indipendente prima di parlare di scoperta.


5. Valutazione dell’ipotesi Nefertiti

Cosa renderebbe plausibile un collegamento

  • La piccola scala e alcune peculiarità di KV62 rispetto ad altre sepolture reali possono giustificare la domanda se la tomba sia stata adattata.
  • L’ipotesi di Reeves individua luoghi specifici — in particolare oltre le pareti nord e ovest — e quindi è falsificabile con un rilievo spazialmente accurato.
  • Se esistesse un ambiente sigillato, con architettura e decorazione coerenti, potrebbe fornire dati inediti sulla successione dopo Akhenaton e sul ruolo di Nefertiti.

Perché non si può concludere oggi

  • Cavità non significa sepoltura. Potrebbe trattarsi di un corridoio, deposito, volume tecnico di cava, frattura o spazio non funerario.
  • Sepoltura non significa Nefertiti. Anche una tomba reale vicina non ne stabilirebbe l’identità senza iscrizioni, resti o corredo con provenienza chiara.
  • Il corredo di Tutankhamon contiene indizi di riuso e riconfigurazione, ma il riuso di oggetti non prova dove fosse stata sepolta Nefertiti né che la sua tomba sia in KV62.
  • Nefertiti potrebbe aver avuto uno status regale elevato e, secondo alcune ricostruzioni, persino una titolatura faraonica; identità, successione e luogo di sepoltura restano però questioni aperte nella ricerca egittologica.

Formula prudente per un testo divulgativo: “Le anomalie, se confermate e spazialmente coincidenti, potrebbero giustificare una verifica endoscopica; non costituiscono al momento una prova dell’esistenza di una camera né, tantomeno, della tomba di Nefertiti.”


6. Verifica diretta e conservazione

La proposta descritta di perforazioni controllate di 7–8 cm con introduzione di mini-robot e camere a 360° avrebbe, in linea di principio, un vantaggio: stabilire se esiste un volume accessibile evitando uno scavo esteso. È però un intervento irreversibile su un monumento dipinto e fragile; richiede autorizzazione, progetto conservativo e una soglia probatoria elevata.

Requisiti minimi prima di perforare

  1. Pubblicare dati grezzi o adeguatamente archiviati, coordinate, parametri strumentali, incertezze e risultati negativi, non solo immagini selezionate.
  2. Far valutare i dataset da geofisici indipendenti, idealmente con analisi “in cieco” rispetto all’interpretazione archeologica desiderata.
  3. Eseguire un’inversione con più modelli geologici plausibili e presentare la sensibilità delle anomalie a profondità, densità/resistività e filtri.
  4. Dimostrare la coincidenza 3D fra GPR, gravità ed ERT e separare gli effetti di roccia fratturata, detriti, sali e umidità.
  5. Progettare il foro nel punto a minimo rischio per intonaco, pitture, stabilità e microclima, con monitoraggio prima-durante-dopo.
  6. Definire in anticipo il protocollo per immagini, campionamento, contaminazione biologica e gestione di un eventuale ambiente sigillato.

Rischi ambientali

L’eventuale influenza di acque meteoriche, deflussi improvvisi e falda merita una valutazione idrogeologica specifica. Tuttavia non basta richiamare genericamente “inondazioni” o “innalzamento della falda” per accelerare un intervento: occorrono serie di monitoraggio, mappa delle vie di infiltrazione, dati su umidità e sali nelle pareti, e un piano di mitigazione. La conservazione non è un argomento a favore o contro la perforazione in astratto; è parte del bilancio tecnico da documentare.


7. Checklist editoriale per aggiornamenti

Prima di pubblicare un titolo come “Nuove prove di camere nascoste”, verificare:

  • Il DOI si risolve e il contenuto è effettivamente quello attribuito?
  • Si tratta di articolo scientifico, news, comunicato, preprint, presentazione congressuale o intervista?
  • Chi sono autori, istituzioni, ruolo di Ballard nell’analisi e disponibilità dei dati?
  • Le misure sono state svolte dentro KV62 o sopra/attorno alla collina? Con quale risoluzione e geometria?
  • “Corridoio di 2 m” è una misura diretta, un modello o un’interpretazione grafica?
  • Dove si trova l’“anomalia 7” in coordinate riferite alla planimetria della tomba? Quali sono profondità e incertezza?
  • L’ERT 2017 viene reinterpretata dagli autori originali o da un gruppo diverso? Esiste una comparazione quantitativa con il modello 3D del 2020?
  • Il Consiglio Supremo delle Antichità ha formalmente autorizzato un foro? Esistono progetto, data e responsabile della conservazione?

Lessico consigliato

Da evitare Preferire “Scoperte le camere di Nefertiti” “Rilevate anomalie compatibili, da verificare, con possibili ambienti non documentati”. “Il radar vede una stanza” “Il GPR registra riflessioni interpretate come possibili discontinuità o vuoti”. “Tesori dietro la parete” “Una eventuale cavità potrebbe essere vuota, riempita di detriti o contenere materiali: la geofisica non lo determina”. “Perforazione imminente” “Una perforazione è stata proposta/annunciata, ma va distinta da un’autorizzazione formalmente confermata”.


8. Domande di ripasso

  1. Qual è la differenza epistemologica tra un’anomalia geofisica e una camera archeologica accertata?
  2. Perché il GPR può produrre interpretazioni discordanti in una tomba scavata nella roccia?
  3. In che modo una micro-anomalia gravimetrica può essere compatibile tanto con un vuoto quanto con roccia fratturata o detriti meno densi?
  4. Perché la convergenza fra GPR, ERT e microgravità è più persuasiva di un singolo profilo, ma non ancora conclusiva?
  5. Quali passaggi nella cronologia KV62 mostrano che il risultato del 2015 non è stato definitivamente confermato?
  6. Quale evidenza sarebbe necessaria per passare da “esiste una cavità” a “è la sepoltura di Nefertiti”?
  7. Elenca quattro requisiti scientifici e conservativi per autorizzare un microforo esplorativo.
  8. Come cambieresti un titolo sensazionalistico affinché rispetti il grado effettivo di evidenza?

9. Risposte sintetiche

  1. Un’anomalia è un segnale fisico non spiegato; una camera accertata è un ambiente verificato direttamente e interpretato nel suo contesto.
  2. Per attenuazione, geometria dei riflettori, rumore, proprietà del materiale, condizioni di acquisizione ed elaborazione.
  3. La gravità risponde alla massa/densità, non alla funzione archeologica del volume che ha generato il contrasto.
  4. Tecniche indipendenti riducono la probabilità di un artefatto specifico, ma restano possibili modelli geologici alternativi e incertezze di localizzazione.
  5. Un primo GPR positivo (2015), un controllo non confermativo (2016) e una terza indagine interna non favorevole (2018, pubblicata nel 2020).
  6. Evidenza diagnostica: iscrizioni, titoli, resti identificabili e corredo in contesto primario, non soltanto la presenza di una cavità.
  7. Dati riproducibili, revisione indipendente, modellazione delle incertezze, piano di conservazione/monitoraggio, autorizzazioni e protocollo operativo.
  8. Esempio: “Nuove anomalie geofisiche riaprono l’ipotesi di ambienti oltre KV62; nessuna camera è ancora confermata”.

Fonti e nota metodologica

  1. Porcelli, F. et al. (2020). Integrated Geophysics and Geomatics Surveys in the Valley of the Kings. Sensors, 20(6), 1552. DOI: https://doi.org/10.3390/s20061552. Articolo ad accesso aperto: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7146325/
  2. DOI segnalato nel quesito: https://doi.org/10.1038/d41586-026-02621-2. Durante questa ricerca il resolver non ha fornito contenuto e non è stata trovata una pagina indicizzata verificabile: non viene quindi usato come fonte confermativa dei dettagli tecnici del nuovo annuncio.
  3. Il quadro del 2015 (Reeves), le scansioni del 2015–2018 e le campagne ERT 2017–2018 sono discussi e contestualizzati nella fonte n. 1.

Nota per l’uso didattico/editoriale: aggiornare il presente dossier non appena diventano disponibili il testo integrale del contributo 2026, gli allegati tecnici (radargrammi, griglie gravimetriche, modello ERT, coordinate e incertezze) e una comunicazione formale dell’autorità egiziana su autorizzazioni e protocollo di indagine.

L'articolo Tomba di Tutankhamon, anomalie geofisiche e ipotesi Nefertiti: nessuna camera nascosta è ancora confermata proviene da Scintilena.

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Grotta Romanelli oltre il Paleolitico: le nuove date raccontano il riuso medievale di Castro

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Grotta Romanelli torna al centro della ricerca archeologica con le datazioni di tre sepolture medievali e con una stratigrafia che riporta le più antiche frequentazioni al Pleistocene medio. Martedì 22 settembre, a Castro, un incontro dedicato agli studi in corso.

Incontro su Grotta Romanelli a Castro

Martedì 22 settembre 2026, alle ore 18, il Castello Aragonese di Castro, in provincia di Lecce, ospiterà l’incontro “Grotta Romanelli. Tra storia e ricerca”. L’appuntamento è annunciato come un momento di aggiornamento sulle campagne di studio e sulla valorizzazione storico-archeologica della celebre cavità salentina.

Interverranno Luigi Coluccia, sindaco di Castro, Francesco D’Andria, direttore del Museo Archeologico di Castro, Rino Bianco, già funzionario della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per Brindisi, Lecce e Taranto, e Raffaele Sardella, dell’Università Sapienza di Roma e coordinatore delle ricerche contemporanee nel sito.

Data, orario, sede e relatori sono riportati nell’annuncio. Al momento della pubblicazione non è stata rintracciata una pagina istituzionale autonoma che confermi tutti i dettagli organizzativi. Per accesso, eventuale prenotazione e programma definitivo è quindi opportuno verificare direttamente con gli organizzatori.

Grotta Romanelli e le sepolture medievali

La notizia scientifica più recente riguarda tre resti umani rinvenuti nella cavità all’inizio del Novecento. Per lungo tempo erano stati associati al quadro preistorico del sito sulla base del contesto di recupero storico. Uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Anthropological Sciences ha eseguito per la prima volta datazioni dirette al radiocarbonio AMS su un adulto e due bambini.

Il risultato modifica in modo netto l’interpretazione. L’adulto è datato, con intervalli calibrati al 95,4%, tra il 1302 e il 1369 oppure tra il 1379 e il 1411 d.C. I due bambini sono collocati rispettivamente fra il 1423 e il 1455 e fra il 1435 e il 1489 d.C. Si tratta quindi di sepolture medievali, riferibili a fasi di riuso finora non riconosciute di Grotta Romanelli.

I resti erano stati recuperati tra il 1900 e il 1904 e sono conservati presso il Museo di Antropologia del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università di Napoli Federico II. Le analisi mostrano quanto le collezioni storiche possano ancora produrre dati nuovi, se rilette con metodi aggiornati e documentazione archeologica più rigorosa.

Le date coincidono, in senso ampio, con secoli segnati anche da epidemie nel Mezzogiorno. Questo elemento non dimostra però un collegamento tra le deposizioni e specifici eventi epidemici. Le cause della morte, le modalità della sepoltura e il motivo del riuso della cavità restano quesiti aperti. Per chiarirli saranno necessarie ulteriori indagini bioantropologiche, paleopatologiche e storiche.

Stratigrafia e Paleolitico di Grotta Romanelli

Grotta Romanelli si apre nelle calcareniti cretacee della falesia costiera presso Castro. È nota da oltre un secolo come riferimento per l’archeologia, la paleontologia e la geomorfologia del Quaternario nel Mediterraneo. Il deposito ha restituito industrie litiche, resti faunistici, tracce di combustione, arte parietale, arte mobiliare e indicatori delle variazioni del livello marino.

Un passaggio decisivo è arrivato con la revisione cronostratigrafica pubblicata nel 2022 su Scientific Reports. Il lavoro ha integrato rilevamenti geomorfologici, analisi sedimentologiche e micromorfologiche, lettura delle successioni interne ed esterne e datazioni uranio-torio su speleotemi. La ricerca ha riesaminato circa sei metri di sequenza ancora conservata nella cavità.

Il quadro proposto supera l’attribuzione tradizionale dell’avvio del riempimento all’ultimo interglaciale, il MIS 5e. Le più antiche frequentazioni umane e faunistiche di Grotta Romanelli vengono invece collocate fra MIS 9 e MIS 7, nel Pleistocene medio. Lo studio indica anche che il mare raggiunse la grotta durante questa fase più antica e che le tacche di battente interne non devono essere riferite automaticamente al MIS 5e.

Questa revisione influisce sulla lettura delle industrie e dei focolari segnalati negli scavi storici. Gli autori considerano possibile che il focolare più basso, posto sui depositi marini inferiori, rappresenti una delle più antiche testimonianze di uso del fuoco nella penisola italiana. È un’ipotesi fondata sulla nuova cornice cronologica del deposito e richiede una lettura prudente, dato che le strutture furono scavate in passato.

Arte paleolitica nella Grotta Romanelli

Le indagini recenti hanno ampliato anche il dossier sull’arte della cavità. Un articolo pubblicato nel 2021 sulla rivista Antiquity ha documentato 31 nuove unità grafiche sulle pareti di Grotta Romanelli. Il lavoro ha riconosciuto figure animali, motivi geometrici e segni lineari, rilevando sovrapposizioni e l’impiego di più tecniche di incisione.

La presenza di pannelli con caratteristiche diverse indica più fasi di attività grafica. Il progetto avviato dal 2016 ha permesso di registrare sistematicamente superfici prima poco note e di confrontare le incisioni con i depositi vicini, con le tecniche adottate e con altre tradizioni dell’arte paleolitica europea.

Anche l’arte mobiliare è oggetto di revisione. Le pietre decorate e le collezioni formate durante gli scavi del primo Novecento richiedono il confronto tra vecchie attribuzioni stratigrafiche, archivi, reperti e analisi attuali. In questa prospettiva, Grotta Romanelli non è soltanto un insieme di materiali già conosciuti: è un archivio complesso, nel quale depositi, oggetti e dati di scavo possono essere nuovamente interrogati.

Ricerca, tutela e nuove domande

Il programma di ricerca attivo dal 2015 e finanziato dal 2016 dal progetto Grandi Scavi della Sapienza riunisce archeologia, geologia, geoarcheologia, geomorfologia, paleontologia, geocronologia e bioantropologia. Alle indagini hanno contribuito, fra gli altri, Sapienza Università di Roma, CNR, Università di Torino, Università di Milano, Università Federico II di Napoli e CEDAD dell’Università del Salento.

L’incontro di Castro può quindi offrire un punto sul rapporto fra ricerca e tutela. La conservazione delle pareti incise, dei depositi residui e della falesia costiera richiede attenzione costante. La restituzione pubblica dei risultati deve procedere insieme alla protezione di un contesto archeologico vulnerabile.

Le sepolture medievali aggiungono una fase inattesa alla lunga storia di Grotta Romanelli. La revisione del Pleistocene medio ne estende invece all’indietro la cronologia. Due risultati diversi convergono nella stessa indicazione: la lettura del sito non può più separare l’archeologia preistorica dalla storia successiva della cavità, dalle collezioni museali e dai processi naturali che hanno costruito e modificato il deposito.

Fonti

Dossier di ricerca — Grotta Romanelli: tra storia e ricerca

Oggetto: incontro annunciato per martedì 22 settembre 2026, ore 18:00, Castello Aragonese di Castro (LE)

Sintesi editoriale

L’incontro si colloca in un momento particolarmente significativo per Grotta Romanelli. La novità scientifica immediatamente più pertinente è lo studio del 2026 che ha datato direttamente tre resti umani storicamente attribuiti alla preistoria: si tratta invece di sepolture medievali, comprese fra il XIV e il XV secolo. Il risultato amplia in modo sostanziale la biografia del sito: Grotta Romanelli non è soltanto un archivio del Paleolitico mediterraneo, ma una cavità riutilizzata in epoche molto più tarde.

Questo esito si innesta su una revisione stratigrafica già decisiva, pubblicata nel 2022: le nuove datazioni U/Th e lo studio sedimentologico hanno retrodatato le prime frequentazioni umane a un intervallo compreso fra MIS 9 e MIS 7, quindi nel Pleistocene medio, molto prima dell’attribuzione tradizionale all’ultimo interglaciale. La grotta conserva inoltre arte parietale e mobiliare, industrie litiche, fauna e tracce di fuoco; le ricerche recenti hanno identificato 31 nuove unità grafiche sulle pareti e hanno riesaminato l’arte mobiliare.

Avvertenza sulla verifica dell’evento

Il testo dell’annuncio indica chiaramente data, ora, sede e relatori. Nelle fonti web indicizzate consultate non è emersa però una pagina istituzionale autonoma del Comune/Museo che confermi tutti i dettagli logistici dell’appuntamento. Nel comunicare l’evento è quindi opportuno citare tali dati come provenienti dall’annuncio ricevuto e richiedere, se necessario, conferma diretta agli organizzatori su accesso, eventuale prenotazione e programma definitivo.

Scheda dell’incontro

Campo Dato Titolo Grotta Romanelli. Tra storia e ricerca Data e ora Martedì 22 settembre 2026, ore 18:00 Luogo Castello Aragonese, Castro (Lecce) Tema Presentazione delle risultanze della campagna di studio a Grotta Romanelli e valorizzazione storico-archeologica del sito Interventi annunciati Luigi Coluccia, sindaco di Castro; Francesco D’Andria, direttore del Museo Archeologico di Castro; Rino Bianco, già funzionario SABAP per Brindisi, Lecce e Taranto; Raffaele Sardella, Sapienza Università di Roma

Perché Grotta Romanelli è un sito chiave

Grotta Romanelli si apre nelle falesie calcaree cretacee della costa sud-orientale pugliese, nei pressi di Castro. La sua posizione costiera e il riempimento sedimentario la rendono insieme un archivio archeologico, paleontologico, geomorfologico e paleoambientale.

  • È uno dei riferimenti storici per lo studio del Paleolitico italiano e mediterraneo.
  • Conserva industrie litiche, resti faunistici, tracce di combustione, arte parietale e arte mobiliare.
  • Le cavità e la falesia circostante conservano indicatori relativi alle oscillazioni del livello marino nel Pleistocene.
  • Il sito è particolarmente importante anche dal punto di vista della storia della ricerca: le indagini del primo Novecento produssero collezioni oggi custodite in più istituzioni, che le tecniche analitiche moderne possono nuovamente interrogare.

Cronologia essenziale della ricerca

Periodo Evento e significato 1874 Prima scoperta della grotta. 1900–1904 Esplorazioni e recupero di reperti, compresi i resti umani poi conservati a Napoli. Dal 1914 Scavi di Gian Alberto Blanc: fondamentale sistematizzazione stratigrafica, paleontologica e archeologica del deposito. 2015–2016 Ripresa delle ricerche multidisciplinari coordinate da Raffaele Sardella/Sapienza, dopo decenni di inattività sul campo. 2017–2021 Apertura di sezioni stratigrafiche, campionamenti sedimentologici, micromorfologici e geocronologici U/Th. 2021 Pubblicazione delle nuove incisioni parietali: 31 unità grafiche riconosciute. 2022 Revisione cronostratigrafica: le evidenze più antiche di frequentazione vengono collocate fra MIS 9 e MIS 7. 2026 Datazione AMS diretta di tre individui: sepolture medievali, non preistoriche.

Risultanze scientifiche da mettere al centro

1. Una sequenza più antica del previsto

Lo studio pubblicato in Scientific Reports nel 2022 ha combinato geomorfologia costiera, litostratigrafia, morfostratigrafia, micromorfologia e datazioni uranio-torio su speleotemi. La conseguenza principale è il superamento dell’idea che l’avvio del riempimento della grotta coincidesse con l’ultimo interglaciale (MIS 5e).

Le datazioni disponibili sui depositi più bassi e sulle concrezioni indicano un quadro più antico. Gli autori propongono che le più antiche frequentazioni umane e faunistiche ricadano fra MIS 9 e MIS 7, in un arco del Pleistocene medio. Fra gli aspetti di maggiore rilievo vi sono:

  • un record di ingressioni marine e oscillazioni del livello relativo del mare conservato nella grotta e lungo la falesia;
  • l’attribuzione delle tacche di battente interne a una fase più antica di quanto ritenuto in passato;
  • la possibilità che un focolare sui depositi marini inferiori rappresenti una delle testimonianze più antiche dell’uso del fuoco nella penisola italiana;
  • una nuova cornice per industrie litiche, grandi mammiferi e dinamiche paleoambientali.

2. Le sepolture medievali: la novità del 2026

L’articolo di Sardella e collaboratori, pubblicato nel 2026 sul Journal of Anthropological Sciences, ha datato con AMS il radiocarbonio i tre individui meglio conservati, uno adulto e due bambini, scavati fra il 1900 e il 1904. In precedenza erano stati riferiti alla preistoria sulla base del contesto stratigrafico, ma non erano mai stati sottoposti a datazione diretta.

I risultati al 95,4% di probabilità sono: Individuo Intervallo calibrato Adulto 1302–1369 e 1379–1411 d.C. Bambino 1 1423–1455 d.C. Bambino 2 1435–1489 d.C.

Il dato dimostra fasi di riuso medievale finora non riconosciute. È una correzione importante, non una semplice aggiunta alla cronologia: obbliga a distinguere con precisione tra reperti paleolitici, deposizioni successive e vicende di formazione/alterazione dell’archivio archeologico. Gli autori osservano che le date si sovrappongono a fasi di ricorrenti epidemie nell’Italia meridionale, ma sottolineano esplicitamente che un nesso causale con mortalità epidemica richiede ulteriori verifiche bioantropologiche e storiche.

3. Arte parietale e mobiliare

Il lavoro pubblicato su Antiquity nel 2021 ha documentato 31 nuove unità grafiche sulle pareti. Le figure includono motivi zoomorfi, geometrici e lineari; la sovrapposizione di segni e l’impiego di almeno quattro tecniche d’incisione indicano più fasi di attività grafica e una conoscenza tecnica adattata a superfici di diversa durezza.

La ricerca sull’arte mobiliare è proseguita nel progetto Dec.O. (Decorated Objects of Romanelli Cave). Una revisione recente di nove pietre con motivi figurativi riconosce 16 figure e colloca l’insieme esaminato, attraverso il riesame di stratigrafia e collezioni, fra circa 13.400 e 10.400 anni fa, nella fase finale dell’Epigravettiano. Il repertorio comprende pesci, bovini, equidi/asini selvatici, cervi, cinghiali, un canide, un animale indeterminato e un leone delle caverne.

Metodo e rete della ricerca

Il valore del progetto deriva dall’integrazione di discipline e istituzioni, non da una singola tecnica:

  • Archeologia e geoarcheologia: lettura delle sequenze, contesti di rinvenimento, tecnologie litiche e processi di formazione dei depositi.
  • Geologia, geomorfologia e sedimentologia: ricostruzione dei depositi interni ed esterni alla cavità, dell’evoluzione della falesia e dei paleoambienti.
  • Geocronologia: U/Th su speleotemi e radiocarbonio AMS su reperti e campioni organici.
  • Paleontologia e paleoecologia: revisione delle faune e loro implicazioni biocronologiche e climatiche.
  • Archeometria dell’arte: analisi di superfici, tecniche d’incisione, repertori e cronologia dell’arte parietale e mobiliare.
  • Bioantropologia: riesame dei resti umani storici e interpretazione prudente delle pratiche funerarie e delle condizioni di vita.

La ripresa delle attività è finanziata dal 2016 dal programma Grandi Scavi della Sapienza. Nelle ricerche sono coinvolti, tra gli altri, Sapienza, CNR, Università di Torino, Università degli Studi di Milano, Università Federico II di Napoli e CEDAD dell’Università del Salento.

Profili dei relatori e chiavi di lettura

  • Luigi Coluccia può collocare la ricerca nella prospettiva civica e territoriale: tutela, identità di Castro, rapporto tra sito, museo e comunità.
  • Francesco D’Andria può affrontare il versante museale, storico-archeologico e della restituzione al pubblico dei risultati della ricerca.
  • Rino Bianco, per la sua esperienza nella tutela statale del patrimonio archeologico, può inquadrare autorizzazioni, conservazione, responsabilità istituzionali e rapporto tra ricerca e protezione.
  • Raffaele Sardella è il riferimento scientifico più direttamente legato alle indagini contemporanee: coordina le ricerche a Grotta Romanelli dal 2015 e figura tra gli autori degli studi recenti sulla stratigrafia e sulle sepolture medievali.

Domande utili per dibattito o intervista

  1. Quali risultati della più recente campagna di studio sono già consolidati e quali restano ipotesi da verificare?
  2. Le sepolture medievali modificano anche la lettura dei vecchi taccuini di scavo, delle planimetrie e delle collezioni museali?
  3. Quali analisi bioantropologiche restano da compiere sui tre individui e quali quesiti potranno realisticamente risolvere?
  4. Esistono elementi concreti per ricostruire le modalità di deposizione e il motivo del riuso medievale della cavità?
  5. Quali settori della grotta sono ancora poco o per nulla investigati e con quali priorità?
  6. Quali misure di conservazione sono necessarie per proteggere pareti incise, depositi residui e contesto costiero?
  7. In che modo saranno resi accessibili al pubblico i dati senza aumentare la vulnerabilità di un sito archeologico delicato?
  8. Come si concilia la valorizzazione del sito con la necessità di mantenere controllato l’accesso alla cavità?

Angolatura per un articolo

Titolo possibile:
Grotta Romanelli oltre il Paleolitico: le nuove date rivelano tre sepolture medievali a Castro

Attacco possibile:

A Grotta Romanelli la ricerca non aggiunge soltanto reperti a una storia già nota: ne corregge la cronologia e ne estende l’orizzonte. Le datazioni al radiocarbonio di tre scheletri recuperati oltre un secolo fa dimostrano che la celebre cavità di Castro fu riutilizzata nel Medioevo, fra Trecento e Quattrocento, mentre le indagini stratigrafiche degli ultimi anni hanno già retrodatato le più antiche frequentazioni umane al Pleistocene medio. L’incontro al Castello Aragonese offre l’occasione per fare il punto su un sito che continua a trasformare le domande degli studiosi.

Punti di cautela redazionale:

  • Non descrivere le sepolture medievali come prova di peste: la sovrapposizione cronologica con epidemie è un’ipotesi di contesto, non una dimostrazione causale.
  • Non attribuire tutti i resti umani della grotta a un’unica fase o cultura.
  • Distinguere tra il dato diretto (datazioni AMS degli individui) e interpretazioni più ampie sul riuso della cavità.
  • Evitare la formula generica “scoperta di una nuova grotta”: è una revisione analitica di un sito noto e di collezioni storiche.

Bibliografia e fonti essenziali

  1. Pieruccini, P. et al. (2022), “Stratigraphic reassessment of Grotta Romanelli sheds light on Middle-Late Pleistocene palaeoenvironments and human settling in the Mediterranean”, Scientific Reports, 12, 13530. DOI: 10.1038/s41598-022-16906-9. URL: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9358667/
  2. Sardella, R. et al. (2026), “Direct radiocarbon dating reveals medieval reuse at the prehistoric site of Grotta Romanelli (Castro, Apulia, Italy)”, Journal of Anthropological Sciences, 104, 1–13. DOI: 10.4436/JASS.10405. Scheda bibliografica e abstract: https://expertise.unimi.it/resource/item/1633644?language=en-US
  3. Sapienza Università di Roma (14 settembre 2026), “The Grotta Romanelli mystery: three bodies and a millennia-long enigma”. URL: https://www.uniroma1.it/en/notizia/grotta-romanelli-mystery-three-bodies-and-millennia-long-enigma
  4. Sigari, D. et al. (2021), “Birds and bovids: new parietal engravings at the Romanelli Cave, Apulia”, Antiquity, 95, 1387–1404. DOI: 10.15184/aqy.2021.128. URL: https://www.cambridge.org/core/journals/antiquity/article/birds-and-bovids-new-parietal-engravings-at-the-romanelli-cave-apulia/5CCCB947B1E6C9D69D1F9208064603EF
  5. Sigari, D. et al. (2026), “The figurative motifs in the portable art of Grotta Romanelli (southern Italy) within the late Pleistocene art tradition of southwestern Europe”, Journal of Archaeological Science: Reports, 71, 105630. DOI: 10.1016/j.jasrep.2026.105630.

Glossario rapido

  • AMS (Accelerator Mass Spectrometry): tecnica di spettrometria di massa con acceleratore impiegata, tra l’altro, per datazioni radiocarboniche molto sensibili.
  • Datazione U/Th: metodo basato sul disequilibrio tra uranio e torio, utile per datare concrezioni carbonatiche come stalagmiti e flowstone.
  • MIS (Marine Isotope Stage): suddivisione delle oscillazioni climatiche del Quaternario ricavata soprattutto da record isotopici marini; numeri diversi indicano fasi glaciali/interglaciali.
  • Arte mobiliare: oggetti decorati trasportabili, a differenza dell’arte realizzata direttamente sulle pareti.
  • Epigravettiano: complesso culturale del Paleolitico superiore finale diffuso in Italia e in altre aree dell’Europa meridionale.
  • Cronostratigrafia: ricostruzione della successione e dell’età degli strati geologici/archeologici.

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Spedizione Kosovo 2026, un nuovo abisso raggiunge i 200 metri nelle montagne di Hajla

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La spedizione Kosovo 2026 bulgaro-kosovara ha individuato una cavità verticale che, allo stato delle esplorazioni, risulta la più profonda del Paese per dislivello negativo. Le attività si sono concluse davanti a un grande meandro ancora da percorrere.

La spedizione Kosovo 2026 ha aperto un nuovo capitolo nella conoscenza delle cavità verticali del Paese balcanico. Una squadra congiunta bulgaro-kosovara ha esplorato una nuova grotta nel massiccio di Hajla, nelle Bjeshkët e Nemuna, fino alla profondità di 200 metri.

La notizia è emersa su Facebook attraverso gli aggiornamenti diffusi dai partecipanti. Il primo dato comunicato indicava il raggiungimento di -150 metri. L’esplorazione è poi proseguita. Al termine della campagna, svolta dal 12 al 16 settembre 2026, gli speleologi hanno attestato la progressione a -200 metri, sul ciglio di un grande meandro che prosegue oltre il punto raggiunto.

L’esplorazione non risulta esaurita. La mancanza di corde sufficienti e il tempo disponibile hanno imposto lo stop delle operazioni. L’équipe ha quindi programmato di riprendere l’esplorazione in una prossima spedizione.

In base alle informazioni rese note, il nuovo abisso rappresenta al momento la cavità più profonda del Kosovo per dislivello negativo. Il dato dovrà essere consolidato con il rilievo completo e con la prosecuzione delle verifiche sul terreno.

Spedizione Kosovo 2026, dal massiccio Hajla al nuovo abisso

La spedizione Kosovo 2026 era la quinta campagna speleologica realizzata con la partecipazione di gruppi bulgari e kosovari.

Il programma iniziale indicava la ricerca di cavità verticali nei rilievi settentrionali e nord-occidentali del Kosovo, in prossimità dei confini montani.

Il lavoro è iniziato nel massiccio di Hajla, chiamato Hajlë in albanese. L’area appartiene al sistema delle Bjeshkët e Nemuna, noto anche come Prokletije o Alpi Albanesi.

La montagna si trova lungo il confine tra Kosovo e Montenegro e culmina a 2.403 metri. Il rilievo è formato da un lungo crinale e presenta, nelle quote elevate, estesi affioramenti calcarei alternati a settori con rocce vulcaniche.

Questo quadro geologico rende il territorio interessante per la ricerca speleologica.

Nei calcari, l’acqua può infiltrarsi lungo fratture e discontinuità, ampliandole nel tempo e dando origine a pozzi, meandri e sistemi sotterranei.

Non tutte le depressioni o ingressi conducono a cavità profonde. Per questo la ricognizione, l’attrezzamento e il rilievo sono passaggi indispensabili.

Nella prima fase sul massiccio, la squadra ha cartografato una grotta orizzontale e un pozzo d’alta quota profondo 45 metri. Queste attività hanno preceduto l’individuazione e l’attrezzamento della nuova cavità verticale. La scoperta del pozzo da -200 metri è il risultato più rilevante della spedizione Kosovo 2026.

Hajla e Bjeshkët e Nemuna, il contesto carsico della ricerca

Hajla occupa una posizione di confine tra Kosovo e Montenegro. Sul versante meridionale, le acque drenano verso la Pe?ka Bistrica, il corso d’acqua che ha inciso la gola di Rugova. Sul lato settentrionale si trova invece l’area sorgentizia dell’Ibar. La presenza di differenti bacini idrografici e di grandi masse calcaree rende utile studiare con attenzione le possibili vie di assorbimento e circolazione sotterranea.

La nuova esplorazione non permette ancora di definire il collegamento idrologico della cavità. Non sono stati diffusi dati sullo sviluppo, sulle quote dell’ingresso, sulla presenza di acqua o sulle caratteristiche del meandro terminale. Sono informazioni che potranno arrivare solo con il rilievo speleologico e con future discese.

Il termine “più profonda” va quindi letto nel suo significato tecnico. Si riferisce al dislivello negativo misurato dal punto di ingresso verso il basso. Non indica automaticamente la grotta con il maggiore sviluppo planimetrico, né esclude che altre cavità kosovare possano fornire dati diversi dopo nuove esplorazioni o revisioni catastali.

Il grande meandro individuato a -200 metri rende prematuro stabilire la profondità finale. I meandri sono condotti spesso stretti e sinuosi, modellati dal flusso dell’acqua o dalla dissoluzione lungo fratture. Possono interrompersi rapidamente oppure condurre a nuovi pozzi, gallerie e livelli di drenaggio. La ripresa della spedizione Kosovo 2026 servirà proprio a chiarire questa continuità.

Mokna e la continuità del programma speleologico in Kosovo

Dopo la fase operativa sul massiccio di Hajla, il gruppo si è trasferito nella montagna di Mokna, o Mokra, dove era previsto il lavoro nella cavità denominata “I Gemelli”. La scelta delle aree conferma un’impostazione basata sulla ricerca di ingressi verticali e sulla verifica di sistemi poco documentati.

La collaborazione tra la Bulgarian Caving Society e le istituzioni kosovare non nasce con questa campagna. Il programma di ricerca sul carsismo del Kosovo è iniziato nel 2016 con una licenza pluriennale. Prima della spedizione Kosovo 2026 erano state svolte quattro campagne, nel 2017, 2018, 2019 e 2022. Le ricerche precedenti hanno interessato varie aree del Paese e hanno prodotto dati su cavità, rilievi e fauna sotterranea.

Nel 2017, per esempio, una squadra di otto speleologi ha esplorato e rilevato cinque grotte nell’area di Zatriq, sul Monte Akovan. Le cinque cavità totalizzavano 199,72 metri di sviluppo planimetrico e 99,72 metri di dislivello complessivo. La ricerca aveva incluso anche il prelievo di campioni di fauna cavernicola. Nel 2022, una spedizione nei monti Mokna ha documentato tre abissi per complessivi 198 metri di profondità e una grotta orizzontale di 55 metri.

Questi precedenti aiutano a inquadrare il nuovo risultato. L’abisso di Hajla, raggiunto a -200 metri e ancora aperto alla prosecuzione, supera il livello delle profondità rese note per le cavità esplorate durante la precedente campagna di Mokna. La verifica definitiva richiederà una documentazione tecnica completa e il confronto con l’inventario nazionale delle grotte.

Rilievo speleologico e prossime verifiche della nuova cavità

Per la nuova cavità di Hajla restano aperte diverse domande. La prima riguarda la prosecuzione del meandro. La seconda riguarda l’eventuale presenza di ulteriori verticali, che potrebbe modificare in modo significativo il dislivello totale. La terza riguarda il rilievo: profondità, sviluppo, morfologia e posizione dell’ingresso devono essere restituiti con dati misurati e rappresentazioni cartografiche.

Il rilievo non è un passaggio formale. Serve a rendere confrontabili i risultati e a valutare le relazioni tra la grotta, la geologia locale e la rete idrica sotterranea. È utile anche per la sicurezza delle esplorazioni successive, perché registra pozzi, ancoraggi, strettoie, punti di diramazione e zone potenzialmente instabili.

La spedizione Kosovo 2026 lascia quindi un risultato provvisorio, ma concreto: un nuovo abisso esplorato fino a -200 metri in un settore carsico ancora poco conosciuto. La prosecuzione della ricerca potrà chiarire se il grande meandro terminale conduce a nuovi livelli della cavità e quale sarà la profondità definitiva del sistema.

Fonti

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Soccorso speleologico francese a Saint-Sauveur: ricerche in corso per un sub disperso nella risorgenza di Calès

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La Prefettura del Lot attiva l’ORSEC per il soccorso speleologico francese; lo Spéléo Secours Français coordina le operazioni sotterranee nella zona profonda della cavità

Soccorso speleologico francese alla risorgenza di Saint-Sauveur

Un’operazione di soccorso speleologico francese è in corso dalla serata di venerdì 18 settembre alla risorgenza di Saint-Sauveur, nel comune di Calès, dipartimento del Lot. Le ricerche riguardano un subacqueo straniero che si era diretto verso la zona profonda della cavità e che non ha fatto ritorno.

La notizia è stata diffusa dallo Spéléo Secours Français, la struttura di soccorso degli speleologi francesi. L’organizzazione comunica che sul posto opera il nucleo dipartimentale del Lot, incaricato di dirigere gli interventi nell’ambiente sotterraneo.

La Prefettura del Lot ha attivato la disposizione specifica ORSEC per il soccorso in ambiente sotterraneo. Si tratta della procedura che consente di organizzare e coordinare le risorse necessarie in un’emergenza complessa. In questo caso, le operazioni devono confrontarsi con un sistema sommerso e con le difficoltà proprie della speleosubacquea profonda.

Al momento dell’ultimo aggiornamento pubblico non sono state comunicate informazioni sull’identità del disperso, sulla sua posizione precisa né sull’esito delle ricerche. Ogni ricostruzione ulteriore resta quindi prematura.

Saint-Sauveur di Calès e il sifone profondo

La risorgenza di Saint-Sauveur si trova nel territorio di Calès, nel settore nord-occidentale del dipartimento del Lot. È una sorgente carsica collegata al sistema idrogeologico dell’Ouysse. L’acqua riaffiora in una vasca e alimenta uno dei rami del corso d’acqua.

Per la speleosubacquea francese, Saint-Sauveur è un sito noto da tempo. Il condotto sommerso presenta infatti uno sviluppo e una profondità che richiedono pianificazione, attrezzature specialistiche e lunghi tempi di permanenza. Le informazioni storiche diffuse dai vigili del fuoco del Lot descrivono un primo tratto in discesa fino a circa 70 metri di profondità, seguito da un tratto pressoché orizzontale di circa 550 metri. Il sifone prosegue poi verso quote prossime o superiori a 180 metri di profondità.

Questi dati aiutano a comprendere il contesto dell’attuale soccorso speleologico francese. La profondità non è il solo elemento critico. In un ambiente allagato incidono anche la lunghezza della penetrazione, la necessità di gestire gas respiratori adeguati, le tappe di decompressione, il possibile deterioramento della visibilità e la complessità delle comunicazioni con l’esterno.

ORSEC e comando delle operazioni sotterranee

L’attivazione della disposizione ORSEC riconosce formalmente la specificità dell’emergenza. Il dispositivo mette in relazione l’autorità prefettizia, i servizi di soccorso pubblici, le squadre specializzate e le competenze speleologiche necessarie per intervenire nel sottosuolo.

Nel comunicato disponibile, lo Spéléo Secours Français del Lot viene indicato come soggetto responsabile della direzione dei soccorsi sotterranei. Questa funzione è essenziale perché la valutazione di un sifone profondo non coincide con un normale intervento subacqueo in acque libere. Occorre definire la progressione, la sicurezza delle squadre, la logistica delle bombole e dei rebreather, le comunicazioni e l’eventuale recupero.

Il soccorso speleologico francese si fonda anche sulla collaborazione tra speleologi formati e servizi istituzionali. Lo stesso Spéléo Secours Français presenta le proprie squadre come volontari provenienti dalla Fédération Française de Spéléologie, impegnati sia nella prevenzione sia nel salvataggio in ambiente sotterraneo.

Precedenti a Calès e cautela sulle informazioni

Saint-Sauveur ha già richiesto interventi di emergenza. Nell’agosto 2020 i Sapeurs-Pompiers del Lot soccorsero un subacqueo riemerso senza rispettare le previste tappe di decompressione dopo un problema tecnico. La persona, cosciente ma in condizioni gravi, fu trasferita con urgenza verso un centro dotato di camera iperbarica. Quel precedente riguarda un episodio distinto dall’operazione odierna e non permette di dedurre cause o dinamiche della scomparsa attuale.

Nel caso in corso, la priorità rimane la localizzazione del subacqueo e la sicurezza dei soccorritori. Il soccorso speleologico francese procede quindi in un contesto che richiede tempi tecnici e valutazioni progressive. Le prossime comunicazioni ufficiali della Prefettura del Lot e dello Spéléo Secours Français saranno necessarie per conoscere l’evoluzione dell’intervento.

Fonti

  • Spéléo Secours Français, “Opération secours plongée”, aggiornamento sulle operazioni in corso: https://www.speleo-secours.fr/category/s-secours/encours/
  • Spéléo Secours Français, pagina istituzionale e notizie di intervento: https://www.speleo-secours.fr/
  • Sapeurs-Pompiers du Lot, “Accident de plongée spéléo à Calès”, precedente intervento e descrizione del sito: https://www.pompiersdulot.fr/actualites/interventions/accident-de-plongee-speleo-a-cales

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Giornate Nazionali della Speleologia 2026: attività aperte fino a ottobre

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Dopo il 13 settembre, le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 proseguono con eventi, tutela e divulgazione sul carsismo in tutta Italia

Le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 non si esauriscono con il 13 settembre.

La data ha coinciso con la prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, ma la campagna nazionale resta aperta per tutto settembre e ottobre. Gruppi speleologici, Società Speleologica Italiana, sezioni del Club alpino italiano, scuole di speleologia, associazioni e singoli soci possono ancora programmare iniziative rivolte al pubblico e inserirle nel calendario nazionale.

L’invito riguarda attività molto diverse. Sono previste visite guidate, open day, pulizie di cavità, incontri scientifici, laboratori per bambine e bambini, mostre, proiezioni, iniziative culturali e appuntamenti digitali. Il filo comune è la conoscenza del patrimonio ipogeo e dei territori carsici.

Giornate Nazionali della Speleologia e la data del 13 settembre

Il 13 settembre 2026 ha segnato la prima celebrazione della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, denominata in ambito internazionale International Day of Caves and Karst (IDCK). L’UNESCO ha proclamato la ricorrenza nel 2025, su proposta dell’Unione internazionale di speleologia e con il sostegno di oltre 150 organizzazioni. L’obiettivo dichiarato è promuovere conoscenza, tutela e valorizzazione delle grotte e dei sistemi carsici, considerati per il loro rilievo ambientale, scientifico, culturale, economico e paesaggistico. [web:2]

Le Giornate Nazionali della Speleologia 2026 hanno quindi rappresentato il quadro italiano di una ricorrenza che assume carattere annuale. La coincidenza ha dato maggiore visibilità a iniziative dedicate all’acqua sotterranea, alla biodiversità, alla ricerca e alla frequentazione consapevole delle cavità.

La prima celebrazione internazionale si è svolta anche a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con una conferenza incentrata sulla gestione sostenibile di grotte e carsismo. In Italia, il calendario diffuso prima della ricorrenza raccoglieva appuntamenti in nove aree del Paese, tra visite, attività divulgative e interventi di bonifica. [web:7]

Eventi GNS 2026 fino a ottobre

La prosecuzione delle Giornate Nazionali della Speleologia 2026 consente di ampliare il programma oltre il fine settimana centrale. Le proposte possono essere organizzate fino alla conclusione di ottobre e registrate attraverso i moduli indicati dal portale dell’iniziativa. L’inserimento nel calendario nazionale permette di rendere pubblica l’attività e di coordinarla con le iniziative già programmate.

Tra le formule indicate rientrano le uscite sul campo, gli open day e le visite in grotte o aree carsiche, sempre nel rispetto delle autorizzazioni necessarie, delle condizioni ambientali e delle regole di sicurezza. Nel calendario 2026 compare, per esempio, un open day ai Monti Alburni presso la Grotta Fra’ Gentile, in programma il 19 settembre a Sant’Angelo a Fasanella, in provincia di Salerno. [web:16]

Sono parte della campagna anche le attività di Puliamo il Buio. Interventi di questo tipo possono unire il recupero di un ambiente degradato alla spiegazione pubblica delle ragioni della tutela. La rimozione dei rifiuti non coincide infatti con una semplice azione pratica. Può diventare un momento per illustrare la vulnerabilità degli ecosistemi sotterranei, i tempi molto lunghi di degradazione dei materiali e il collegamento tra ciò che accade in superficie e la qualità delle acque nel sottosuolo.

Carsismo, acqua e biodiversità al centro

La dimensione divulgativa delle Giornate Nazionali della Speleologia 2026 riguarda anche il significato più ampio del carsismo. Le grotte non sono ambienti isolati. Sono spesso parte di sistemi nei quali l’acqua attraversa fratture, condotti, risorgenti e acquiferi, con effetti diretti sulle risorse idriche e sugli ecosistemi.

Un esempio viene dal Friuli Venezia Giulia. La Regione segnala che il carsismo interessa circa il 70% delle aree montane e collinari regionali, con quasi 9.000 grotte censite. Le aree carsiche alimentano più di 1.200 sorgenti, molte delle quali sono captate a uso potabile. Nella stessa regione sono presenti ecosistemi sotterranei e specie altamente specializzate. [web:2]

Questo quadro aiuta a comprendere il valore di conferenze, laboratori e mostre fotografiche proposti durante le GNS. Le iniziative possono avvicinare il pubblico al lavoro di chi esplora, rileva e studia le cavità, senza ridurre la grotta a un luogo da visitare. Possono anche spiegare perché la tutela richieda attenzione agli ingressi, ai corsi d’acqua, alla fauna e alla gestione dei flussi di persone.

Come aderire al calendario nazionale

Gruppi e associazioni che intendono aderire alle Giornate Nazionali della Speleologia 2026 possono consultare il sito della campagna per il calendario aggiornato, il vademecum GNS IDCK26 e i moduli di registrazione. Le proposte possono riguardare anche documentari, presentazioni pubbliche, percorsi didattici e attività online. Questa varietà permette di coinvolgere persone che non praticano speleologia e di raccontare il legame tra grotte, paesaggio e comunità locali.

Nella programmazione è utile indicare con chiarezza luogo, orari, modalità di partecipazione, destinatari, attrezzatura richiesta, eventuale prenotazione e riferimenti organizzativi. Per le attività in ambiente ipogeo restano centrali la valutazione dei rischi, l’adeguatezza degli accompagnatori e il rispetto delle norme che regolano l’accesso alle cavità.

La campagna prosegue dunque fino a ottobre, offrendo alle realtà locali il tempo per costruire occasioni informative e di tutela. L’obiettivo è mantenere visibile il patrimonio sotterraneo anche dopo la data del 13 settembre e favorire una conoscenza più concreta dei sistemi carsici italiani.

Fonti

L'articolo Giornate Nazionali della Speleologia 2026: attività aperte fino a ottobre proviene da Scintilena.

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Soccorso speleologico, tecnologia e medicina in grotta: il CNSAS torna all’Antro del Corchia con l’Open Day 2026

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Il 26 settembre 2026, all’Antro del Corchia di Stazzema, la Commissione Tecnica Speleologica del CNSAS presenterà ai giornalisti sistemi di comunicazione, supporto logistico e diagnostica destinati agli interventi di soccorso speleologico in profondità.

Open Day 2026 del Soccorso Speleologico all’Antro del Corchia

Sabato 26 settembre 2026 l’Antro del Corchia, nel territorio di Stazzema, in provincia di Lucca, ospiterà l’Open Day 2026 organizzato dalla Commissione Tecnica Speleologica del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

L’iniziativa è rivolta ai giornalisti e permetterà di seguire da vicino una giornata di addestramento dedicata ai tecnici del Soccorso Speleologico. Al centro delle dimostrazioni ci saranno le tecnologie sviluppate e sperimentate per affrontare gli interventi in ambiente ipogeo.

Il programma prevede prove operative sia all’esterno sia nei primi tratti della cavità. Un addetto stampa del CNSAS accompagnerà i giornalisti durante la visita, illustrando le attrezzature e le procedure utilizzate.

L’Antro del Corchia rappresenta un ambiente particolarmente adatto per questo tipo di attività. Il complesso carsico delle Alpi Apuane è infatti caratterizzato da notevole sviluppo, profondità e articolazione degli ambienti. Secondo il CNSAS, nel 2025 il complesso risultava rilevato per circa 80 chilometri, con oltre 20 ingressi e una profondità di circa 1.210 metri.

ERMES porta voce, video e dati nel sottosuolo

Uno dei sistemi che sarà presentato durante l’Open Day 2026 è ERMES, la tecnologia sviluppata dalla Commissione Tecnica Speleologica del CNSAS per consentire la trasmissione di voce, immagini e dati dall’interno delle grotte verso l’esterno.

Il sistema è basato su apparati collocati in valigette stagne e collegati attraverso una linea di comunicazione. La tecnologia permette di mantenere un collegamento operativo anche quando la normale telefonia mobile e le comunicazioni radio non sono disponibili.

La funzione più rilevante riguarda il soccorso medicalizzato. In un intervento in profondità, il personale sanitario può trasmettere all’esterno informazioni sulle condizioni del paziente, immagini diagnostiche e altri dati clinici. In questo modo specialisti situati in superficie possono contribuire alla valutazione del ferito senza dover raggiungere fisicamente il luogo dell’incidente.

Durante l’Open Day 2025 all’Antro del Corchia ERMES era già stato indicato dal CNSAS come un sistema operativo. In precedenti esercitazioni era stato utilizzato fino a 2.400 metri dall’ingresso della grotta. Il sistema era stato impiegato anche per trasmettere tracciati ECG e immagini ecografiche in tempo reale.

ESTIA per gli interventi speleologici di lunga durata

Un altro elemento della giornata sarà ESTIA, un sistema logistico destinato agli interventi complessi e prolungati in profondità.

Il dispositivo permette di allestire un campo interno per le squadre impegnate nelle operazioni. La configurazione presentata dal CNSAS comprende moduli leggeri e impermeabili, con tende dedicate al riposo e alla permanenza del personale.

La necessità di organizzare campi avanzati nasce dalla particolare durata degli interventi in grotta. La profondità, le strettoie, i pozzi, i tratti allagati e la distanza dall’ingresso possono rendere molto lungo il trasferimento di soccorritori, materiali e paziente.

Un sistema logistico interno consente quindi di ridurre gli spostamenti ripetuti verso l’esterno e di organizzare l’avvicendamento delle squadre. Nell’Open Day 2025 il CNSAS aveva descritto ESTIA come una struttura capace di supportare una squadra di nove tecnici, con sistemi per il comfort termico, l’igiene, la gestione dell’acqua e l’alimentazione.

Il sistema MESH e le comunicazioni dove le radio non arrivano

L’edizione 2026 introduce inoltre la presentazione del sistema MESH, indicato nell’invito stampa come una tecnologia destinata alla trasmissione radio di dati anche nelle zone nelle quali le normali comunicazioni radio non riescono a funzionare.

La possibilità di mantenere collegamenti affidabili rappresenta un aspetto centrale del soccorso speleologico. In una grotta la propagazione delle onde radio può essere ostacolata dalla morfologia della cavità. Pozzi, meandri, cambi di direzione e grandi distanze possono interrompere il collegamento diretto.

La ricerca tecnologica del CNSAS punta quindi a costruire reti di comunicazione adattabili alla conformazione dell’ambiente. L’obiettivo operativo è mantenere il contatto tra le squadre impegnate nella grotta e la Direzione delle Operazioni in superficie.

La simulazione sanitaria: diagnosi e telemedicina in grotta

Durante la giornata è prevista anche una simulazione di intervento condotta dalla Commissione Medica del CNSAS.

Lo scenario prevede un ferito all’interno della cavità. I tecnici dovranno raggiungere il paziente, assisterlo e predisporlo alle successive fasi di recupero. Parallelamente, i sanitari utilizzeranno strumenti multiparametrici per controllarne le condizioni.

La particolarità della dimostrazione sarà la trasmissione dei dati verso l’esterno attraverso ERMES. Dati clinici, immagini, video e voce potranno essere condivisi con centri specialistici esterni.

Il modello risponde a una delle principali difficoltà del soccorso speleologico: l’infortunato può trovarsi a grande distanza dall’ingresso e in un ambiente nel quale l’evacuazione richiede molte ore. La possibilità di mantenere un collegamento medico continuo può quindi contribuire alla gestione del paziente durante le diverse fasi dell’intervento.

Dal Corchia 2025 a Su Bentu: la sperimentazione diventa addestramento

L’Open Day 2026 si inserisce in un percorso già avviato dal CNSAS.

Nell’ottobre 2025, sempre all’Antro del Corchia, la prima edizione dell’Open Day della Commissione Tecnica Speleologica aveva riunito 56 tecnici provenienti da diverse regioni italiane. Per tre giornate furono testati sistemi come ESTIA, ERMES, Ether e un ecometro TDR per la diagnostica delle linee telefoniche.

L’attività della Commissione Tecnica Speleologica non si limita quindi alla progettazione delle apparecchiature. Le tecnologie vengono portate in ambiente reale, sottoposte alle condizioni operative delle grotte e valutate dai tecnici che dovranno utilizzarle durante gli interventi.

Un altro esempio significativo è rappresentato dalla grande esercitazione interregionale svolta nella grotta Su Bentu, in Sardegna, dal 5 al 7 dicembre 2025. L’esercitazione ha coinvolto 165 tecnici provenienti da 11 regioni. Il figurante si trovava a oltre 3.000 metri dall’ingresso e il recupero ha richiesto 44 ore di lavoro.

Durante l’esercitazione è stato utilizzato ERMES per trasmettere all’esterno la valutazione sanitaria del ferito, i parametri vitali e immagini ecografiche. Il collegamento ha permesso anche alla Centrale Operativa del 118 di Sassari di seguire a distanza l’evoluzione clinica dello scenario simulato.

La cooperazione internazionale nel soccorso speleosubacqueo

L’attività recente del Soccorso Speleologico CNSAS comprende anche la cooperazione internazionale.

Nel maggio 2025 si è svolta in Slovenia la prima esercitazione speleosubacquea congiunta tra CNSAS e Soccorso Speleologico Sloveno, la Jamarska Reševalna Služba. L’esercitazione ha coinvolto 14 tecnici speleosubacquei italiani e 10 tecnici sloveni.

In quell’occasione ERMES è stato utilizzato per realizzare un collegamento audiovisivo tra il campo avanzato posto a circa 500 metri dall’ingresso e l’esterno. L’esperienza ha permesso di verificare l’utilità della tecnologia anche in un contesto post-sifone, dove le condizioni operative rendono particolarmente complessa la comunicazione.

La collaborazione internazionale rappresenta una componente importante della preparazione del soccorso speleologico, soprattutto considerando che gli interventi in cavità profonde possono richiedere competenze e risorse distribuite tra più strutture.

Formazione continua e specializzazione dei tecnici

La tecnologia non sostituisce la preparazione degli operatori. Il CNSAS mantiene una struttura nazionale dedicata al Soccorso Speleologico, articolata in 16 delegazioni e 27 stazioni speleologiche, con tecnici formati per operare in grotte, cavità, pozzi, sifoni e ambienti confinati.

La formazione comprende progressione in grotta, tecniche su corda, movimentazione delle barelle, comunicazioni e soccorso sanitario in ambiente ostile. La Scuola Nazionale Tecnici di Soccorso Speleologico rende disponibili anche materiali formativi sulle tecniche operative, riservati al personale addestrato.

Nel 2026 il CNSAS ha inoltre proseguito le attività formative rivolte più in generale al soccorso in ambiente impervio. Il corso nazionale S.A.I. 2026 si è svolto in Toscana dal 16 al 19 aprile, coinvolgendo medici, infermieri e tecnici provenienti da tutta Italia. Il percorso ha unito competenze sanitarie e tecniche in scenari realistici.

Un sistema di soccorso costruito sulla preparazione

I dati più recenti pubblicati dal CNSAS restituiscono il quadro generale dell’attività del Corpo. Nel 2025 sono state registrate 13.037 missioni di soccorso complessive, con 46.927 soccorritori coinvolti nelle attività e oltre 204.000 ore/uomo. Il sistema opera in collaborazione con il numero unico di emergenza 112, il Servizio Sanitario Nazionale e le strutture dell’emergenza sanitaria.

Questi numeri riguardano l’insieme delle attività alpine e speleologiche e non consentono di ricavare da soli il numero degli interventi esclusivamente in grotta. Sono però indicativi del livello di organizzazione necessario per garantire una presenza operativa nazionale.

Nel Soccorso Speleologico la complessità aumenta quando l’incidente avviene lontano dall’ingresso. Ogni fase deve essere pianificata considerando tempi di percorrenza, trasporto dei materiali, assistenza sanitaria, comunicazioni, recupero della barella e avvicendamento delle squadre.

L’Antro del Corchia come laboratorio per il futuro del soccorso speleologico

L’Open Day del 26 settembre 2026 porta quindi all’Antro del Corchia una parte di questo lavoro quotidiano. Le tecnologie saranno mostrate in un ambiente reale e messe in relazione con le procedure operative del Soccorso Speleologico.

La sperimentazione di ERMES, ESTIA e MESH mostra un’evoluzione del modello di intervento. Non si tratta soltanto di raggiungere un infortunato e riportarlo all’esterno. La tendenza è costruire una rete operativa capace di mantenere comunicazioni, supporto sanitario, logistica e coordinamento anche a grande distanza dall’ingresso.

Per la speleologia, questo sviluppo riguarda direttamente la sicurezza delle esplorazioni. Per il sistema di emergenza, significa poter disporre di informazioni più complete e tempestive durante interventi che possono protrarsi per molte ore.

L’appuntamento di Stazzema sarà quindi anche un momento di divulgazione sul lavoro tecnico che precede e accompagna ogni intervento di Soccorso Speleologico. Dietro una comunicazione in grotta, una diagnosi trasmessa dall’interno o una barella movimentata in un pozzo esiste infatti un percorso fatto di progettazione, addestramento, verifiche e collaborazione tra competenze diverse.

Fonti

Invito stampa CNSAS per l’Open Day 2026, fornito alla redazione.

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Il Timavo svela due specie di proteo e un record: un esemplare da 100 grammi

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‘Signora sarebbero 96 grammi, facciamo un etto?’

Finalmente è ufficiale, anche se ci sono voluti ben tre secoli di ricerche per confermare ciò che alcuni ricercatori del passato avevano già intuito.

Alcuni recenti studi, pubblicati negli ultimi giorni, hanno stabilito che quello che finora era stato considerato un’unica specie, il Proteo, è in realtà un insieme di addirittura nove specie diverse, distribuite dal Carso Giuliano fino alla Bosnia.

Ma facciamo un passo indietro, al 1762.

Fu Scopoli il primo ricercatore a trovare, in alcune sorgenti esterne alle grotte, degli strani animali allora completamente sconosciuti. Non poteva ancora sapere che stava osservando quello che, di lì a poco, sarebbe diventato uno degli animali più iconici e affascinanti del sottosuolo.

Laurenti, comprendendo l’importanza della scoperta, nel 1768 assegnò a quell’animale il nome di Proteo, facendo però, di fatto, un torto a Scopoli, al quale sfumò così la paternità della scoperta.

Una volta scoperto il Proteo e iniziate le ricerche nelle grotte, gli studiosi che si susseguirono nel tempo notarono alcune differenze tra le varie popolazioni, intuendo che potessero appartenere a specie differenti.

Alcune di queste differenze erano molto evidenti, altre decisamente più difficili da individuare. Proprio questa variabilità ha rallentato per molto tempo la possibilità di suddividere le diverse popolazioni di Proteo in specie distinte.

“Finalmente, grazie alle moderne tecniche di indagini genetiche e scheletriche operate dei colleghi dell’Università di Lubiana, diamo un’identità alle notevoli differenze, sempre osservate da tutti noi che incontriamo i protei nei nostri fiumi carsici”, afferma Nicola Bressi , coature del lavoro e curatore del Museo di Storia Naturale di Trieste.

Dopo le analisi genetiche, scheletriche e morfologiche, si è quindi arrivati alla definizione di queste nuove specie e una di queste, per dar giustizia a un torto di secoli fa, sarebbe bello possa essere dedicata a Scopoli.

Ma non finisce qui.

Nel nostro Timavo, a circa 300 metri sotto la superficie, le indagini condotte dai ricercatori sloveni, insieme alle più recenti ricerche dell’Università di Trieste, hanno evidenziato un fatto davvero straordinario: nelle acque del fiume sotterraneo sono presenti ben due specie di Proteo. Una tipica del Carso italiano, e un’altra che arriva dalla Slovenia ma che ha popolazioni stabili anche in alcuni siti italiani.

Una scoperta che aggiunge un altro tassello alla conoscenza di uno degli ecosistemi sotterranei più affascinanti e misteriosi del nostro territorio.

Marco Restaino della Società Adriatica di Speleologia aggiunge: “ora possiamo dire che, un anno fa, il Proteo da record documentato nella Grotta Luftloch appartiene alla specie propria del Carso Giuliano.
Ma il vero colpo di scena delle ultime settimane è stato quello di aver trovato un altro esemplare da record, appartenente questa volta alla specie proveniente dalla Slovenia.
Quest’ultimo esemplare, é ancora più grande del precedente e con un peso effettivo di 100 grammi, spaccati al decimo!
Possiamo dire che il Timavo oggi custodisce il record di grandezza e peso di ambedue le specie!”

Dal punto di vista morfologico, i due esemplari che sono stati documentati di concerto con l’Università di Trieste, presentano differenze molto marcate, tanto da far ritenere già da tempo che appartenessero a due specie distinte. Per avere però una conferma scientifica definitiva, attendevamo i risultati delle analisi e le conclusioni degli studiosi che da molti anni si occupano della sistematica e della biologia del Proteo.

“Oggi questi risultati ci permettono finalmente di dare un significato preciso a differenze che avevamo osservato sul campo e di comprendere quanto sia ancora più complessa e articolata la biodiversità del nostro ambiente carsico” , afferma Chiara Manfrin , ricercatrice al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, che ha presentato alla prima giornata internazionale del carsismo svoltasi a Postumia, i primi risultati completi di un lavoro promosso dalla Regione FVG, riguardanti la distribuzione del Proteo in Italia.

Ancora una volta è il nostro Carso, con il Timavo e il suo mondo nascosto, a ricordarci quanto poco conosciamo delle meraviglie che scorrono proprio sotto i nostri piedi.

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Medaglia bronzea della Città di Trieste allo speleologo Pino Guidi

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Riconoscimento civico a Giuseppe “Pino” Guidi, speleologo del Carso e già direttore del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, coautore dei volumi sull’infortunistica speleologica in Italia

Pino Guidi, storico protagonista della speleologia italiana, ha ricevuto la Medaglia bronzea della Città di Trieste, un riconoscimento civico che valorizza decenni di esplorazioni, ricerca e impegno nel Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia.
Il conferimento della Medaglia bronzea della Città di Trieste a Giuseppe “Pino” Guidi lega ancora di più la sua figura alla storia del Carso, della speleologia e del soccorso in grotta.

Scrive Roberto Dipiazza sindaco di Trieste sulla sua pagina Facebook: ‘Questa mattina, nel corso di una cerimonia nel Salotto Azzurro Municipale, ho conferito la Medaglia bronzea della Città di Trieste allo speleologo Giuseppe “Pino” Guidi. Al conferimento erano presenti il vicesindaco Serena Tonel e il presidente della Società Alpina delle Giulie – Sezione CAI di Trieste Massimiliano Reiter, oltre a un nutrito gruppo di parenti e amici dello speleologo.
Mi sono complimentato con Guidi per il suo straordinario percorso. Il vicesindaco Tonel, dopo aver ringraziato lo speleologo per aver portato in alto il nome del capoluogo giuliano fuori dal perimetro della città, ha poi sottolineato come il conferimento celebri “la vera essenza della triestinità e l’amore profondo per il Carso”.
Giuseppe “Pino” Guidi (Venezia, 1938), trasferitosi a Trieste nel primissimo dopoguerra, è una delle figure più importanti della speleologia italiana, disciplina a cui ha dedicato oltre sessant’anni di vita coniugando l’esplorazione geografica al rigore scientifico e all’impegno civile. Lo scorso giugno ha ricevuto la Medaglia d’Oro del Club Alpino Italiano. La sua giovinezza è segnata dalle drammatiche tensioni sul confine orientale: nel novembre del 1953 partecipa ai moti per l’italianità di Trieste sotto il Governo Militare Alleato, rimanendo ferito e subendo la reclusione. In quel contesto stringe una fraterna amicizia con Mario Bussani, insieme al quale inizia l’attività speleologica prima nei sotterranei urbani e poi nel GEST (Gruppo Escursionisti Speleologi Triestini). In quel clima post-bellico, l’attività in grotta sul Carso si trasforma da subito in una missione civile dolorosa e necessaria: la ricerca e il recupero dei resti degli infoibati all’interno delle grandi voragini verticali, un impegno volto a restituire dignità e memoria alle vittime dei conflitti di frontiera.
Iscritto dal 1962 alla prestigiosa Commissione Grotte “Eugenio Boegan”, di cui custodisce l’Archivio Storico dal 1965, Guidi ha firmato personalmente i rilievi topografici di oltre 400 cavità (principalmente in Friuli Venezia Giulia) e ha guidato importanti campagne sul massiccio del Canin e in tutta Italia. Nel 1977 è stato protagonista della storica spedizione della “Boegan” in Iran, dove ha rilevato 17 grotte e gettato le basi per il primo catasto speleologico nazionale iraniano.
Figura cardine del soccorso sotterraneo, ha ricoperto il ruolo di Direttore del Soccorso Speleologico del Friuli Venezia Giulia per il CNSAS, firmando come coautore il volume statistico ufficiale “Cinquant’anni di infortunistica speleologica in Italia”. Autore di una monumentale opera documentaria di quasi 1400 scritti tra studi scientifici, storici e bibliografici, ha contribuito in modo determinante alla rinascita del Catasto Speleologico regionale.
Ricevendo l’onorificenza dalle mani del Primo Cittadino, Guidi ha dichiarato: “Accetto con cuore questo riconoscimento a nome di tutti i grottisti triestini. Quello che ho fatto è merito di tutto l’ambiente “grottistico” triestino e regionale”.

Cerimonia per la Medaglia bronzea della Città di Trieste

La Medaglia bronzea della Città di Trieste è stata conferita allo speleologo Pino Guidi nel Salotto Azzurro del Municipio, nel corso di una cerimonia ufficiale presieduta dal sindaco Roberto Dipiazza.

Alla consegna della Medaglia bronzea della Città di Trieste erano presenti la vicesindaca Serena Tonel, il presidente della Società Alpina delle Giulie – sezione CAI di Trieste – Massimiliano Reiter e numerosi parenti, amici e grottisti.


La vicesindaca ha collegato la Medaglia bronzea della Città di Trieste alla “vera essenza della triestinità” e all’amore per il Carso, richiamando il lungo rapporto tra la città, la speleologia e il paesaggio ipogeo.

Speleologo Pino Guidi, una biografia intrecciata con Trieste

Giuseppe “Pino” Guidi nasce a Venezia nel 1938 e si trasferisce a Trieste nel primissimo dopoguerra, inserendosi in un contesto segnato dalle tensioni del confine orientale.


Nel novembre 1953 partecipa ai moti per l’italianità di Trieste sotto il Governo Militare Alleato, viene ferito, incarcerato e in quel periodo stringe la fraterna amicizia con Mario Bussani, futuro compagno di esplorazioni sotterranee.


Per la comunità speleologica, lo speleologo Pino Guidi è oggi ricordato come una figura che ha saputo collegare vicende storiche complesse, pratica esplorativa e costruzione di strumenti di memoria.

Dal Carso triestino alla Commissione Grotte “Eugenio Boegan”

L’attività dello speleologo Pino Guidi comincia nei sotterranei urbani triestini e prosegue nel Gest, Gruppo Escursionisti Speleologi Triestini, in un periodo in cui il Carso è anche luogo di ricerche sui resti degli infoibati.
Le esplorazioni nelle grandi voragini verticali assumono da subito una dimensione civile: recuperare i resti delle vittime e restituire loro dignità e memoria, integrando speleologia e impegno sociale.
Dal 1962 Guidi è socio della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” della Società Alpina delle Giulie e dal 1965 ne custodisce l’Archivio Storico, firmando personalmente rilievi topografici di oltre 400 cavità, soprattutto in Friuli Venezia Giulia.
Questa attività sistematica di rilievo e catalogazione ha contribuito in modo diretto alla costruzione del catasto speleologico regionale, rendendo la produzione di Guidi un riferimento per generazioni di speleologi.

Esplorazioni internazionali e catasto speleologico in Iran

Nel 1977 lo speleologo Pino Guidi partecipa alla storica spedizione della Commissione Grotte “Eugenio Boegan” in Iran, durante la quale vengono rilevate 17 grotte e si gettano le basi per il primo catasto speleologico nazionale iraniano.
In quell’occasione, metodi di rilievo e documentazione sviluppati sul Carso triestino vengono applicati in un contesto nuovo, mostrando come la speleologia possa contribuire alla costruzione di strumenti di conoscenza del territorio anche su scala internazionale.
L’esperienza iraniana conferma il ruolo del lavoro di Guidi nel promuovere l’idea di un catasto speleologico strutturato, fondato su dati verificati e rilievi accurati, elemento oggi centrale in molte regioni carsiche.

Direttore del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia e studio dell’infortunistica speleologica

Giuseppe “Pino” Guidi è stato Direttore del Soccorso Speleologico del Friuli Venezia Giulia per il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), collocandosi al centro della costruzione delle strutture di soccorso in grotta nella regione.
Nel quadro delle attività del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, Guidi firma come coautore il volume statistico ufficiale “Cinquant’anni di infortunistica speleologica in Italia (1947–1997); torrentismo: 12 anni di infortunistica (1985–1997)”, pubblicato nel 2000 nella collana dei manuali tecnici del CNSAS.[10][4]
Il volume sull’infortunistica speleologica analizza 674 incidenti in grotta tra il 1947 e il 1997, con 1039 speleologi coinvolti e 74 deceduti, oltre a 52 incidenti di torrentismo registrati tra il 1985 e il 1997, con 108 coinvolti e 6 morti.[11][4]
Questi dati sull’infortunistica speleologica contribuiscono a definire linee di prevenzione, formazione e gestione del rischio, rendendo il lavoro di Guidi e dei suoi coautori uno strumento ancora oggi citato nei contesti tecnici e didattici.[12][4]

Produzione scientifica, storia associativa e memoria dei grottisti

Oltre alla direzione del Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, lo speleologo Pino Guidi è autore di una vasta opera documentaria composta da circa 1400 scritti tra studi scientifici, storici e bibliografici sulla speleologia e sul Carso.[6][1]
Tra questi si contano volumi dedicati agli incidenti speleologici di specifici decenni, aggiornamenti sull’infortunistica speleologica e lavori sulla storia delle associazioni speleologiche del Friuli Venezia Giulia.[11][12][8]
Una parte consistente dei suoi contributi è stata pubblicata attraverso la Commissione Grotte “Eugenio Boegan” e la rete speleologica regionale, rendendo la figura di Guidi centrale anche per la memoria delle strutture associative e dei gruppi grotte.[7][8]

Medaglia d’Oro del CAI e altri riconoscimenti

La Medaglia bronzea della Città di Trieste giunge pochi mesi dopo la Medaglia d’Oro del Club Alpino Italiano, massima benemerenza del sodalizio, conferita a Pino Guidi l’8 giugno 2026 presso la Sala Proiezioni della Società Alpina delle Giulie.[3][5][6]
Nella motivazione della Medaglia d’Oro del CAI si ricordano oltre 415 rilievi topografici e circa 1400 pubblicazioni, che hanno contribuito a migliorare la comprensione del mondo sotterraneo dalle Alpi Giulie al Carso triestino.[5][3]
In passato la città ha già assegnato riconoscimenti a figure di spicco della speleologia triestina, come il Sigillo Trecentesco o la medaglia di bronzo provinciale, segnando una continuità tra il conferimento della Medaglia bronzea della Città di Trieste a Pino Guidi e una tradizione di attenzione verso i grottisti.[13][14]

Il significato della Medaglia bronzea per la comunità speleologica

Ricevendo la Medaglia bronzea della Città di Trieste, Pino Guidi ha dichiarato di accettare il riconoscimento “a nome di tutti i grottisti triestini”, attribuendo il merito al complesso ambiente speleologico cittadino e regionale.[2][1]
Per la speleologia italiana e per il Soccorso Speleologico Friuli Venezia Giulia, la Medaglia bronzea della Città di Trieste rappresenta un segnale di attenzione istituzionale verso un lavoro che ha unito esplorazione, sicurezza e conservazione della memoria.[9][1]
La storia di Guidi mostra come la speleologia possa dialogare con le amministrazioni e con la società civile, attraverso strumenti come il catasto delle cavità, gli studi sull’infortunistica speleologica e le strutture di soccorso in grotta, contribuendo alla tutela del patrimonio ipogeo e alla gestione del rischio.[4][1]


Fonti

Fonti
[1] Dal drammatico recupero dei resti degli infoibati alle missioni in Iran e ai 1400 scritti pubblicati: premiato lo speleologo Giuseppe ”Pino” Guidi https://www.ildolomiti.it/societa/2026/dal-drammatico-recupero-dei-resti-degli-infoibati-alle-missioni-in-iran-e-ai-1400-scritti-pubblicati-premiato-lo-speleologo-giuseppe-pino-guidi
[2] Il Sindaco ha conferito la Medaglia bronzea della Città di … https://www.comune.trieste.it/it/novita-227102/comunicati-227104/il-sindaco-ha-conferito-la-medaglia-bronzea-della-citta-di-trieste-allo-speleologo-giuseppe-pino-guidi-327445
[3] Medaglia d’Oro del CAI a Pino Guidi, lo speleologo che ha mappato … https://www.scintilena.com/medaglia-doro-del-cai-a-pino-guidi-lo-speleologo-che-ha-mappato-il-carso-e-fondato-il-soccorso-in-grotta/06/06/
[4] [PDF] del CORPO NAZIONALE SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO https://www.sasc.it/pdf/pubblicazioni-CNSAS/CNSAS-nr17-dic-2000.pdf
[5] Medaglia d’oro del Cai all’esploratore degli abissi: Pino Guidi entra nella storia https://www.ilpiccolo.it/cronaca/speleologia-medaglia-oro-cai-pino-guidi-trieste-foefm59y
[6] Pino Guidi, medaglia d’oro del Cai allo storico esploratore … https://www.ildolomiti.it/cronaca/2026/pino-guidi-medaglia-doro-del-cai-allo-storico-esploratore-degli-abissi-cambiano-i-materiali-cambia-la-tecnica-ma-i-pericoli-della-grotta-sono-sempre-gli-stessi
[7] Trieste, in uscita la rivista “Atti e Memorie”, vol.48 – Scintilena https://www.scintilena.com/trieste-in-uscita-la-rivista-atti-e-memorie-vol-48/02/19/
[8] Storia della speleologia e del soccorso https://www.boegan.it/2012/02/storia/
[9] BILANCIO SOCIALE 2024 https://cnsas-fvg.it/images/documents/Bilanci/Bilancio_sociale_2024_Last.pdf
[10] Libri (ordinati per titolo) https://www.gsags.it/wp-content/uploads/LIBRI-ord-x-TITOLO-17042019.pdf
[11] Speleo-incidenti-1981-1990.pdf https://www.boegan.it/wp-content/uploads/2020/03/Speleo-incidenti-1981-1990.pdf
[12] novembre2003 https://www.sasc.it/pdf/pubblicazioni-CNSAS/CNSAS-nr27-dic-2003.pdf
[13] COMMISSIONE http://www.boegan.it/wp-content/uploads/2017/08/Progressione_059.pdf
[14] Articoli correlati https://www.boegan.it/2015/06/m-radacich/
[15] Un Anno di Scoperte e Ricerca con l’ultimo numero on line – Scintilena https://www.scintilena.com/cronache-ipogee-un-anno-di-scoperte-e-ricerca-con-lultimo-numero-on-line/01/03/
[16] [PDF] Raccolta Agosto 2019 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2019_8_Raccolta_Scintilena_Agosto.pdf
[17] Scintilena – il giornale quotidiano della speleologia italiana – Scintilena https://www.scintilena.com/category/0/page/723/?/wp-admin/install_php&wpmp_switcher=desktop
[18] [PDF] Raccolta Gennaio 2015 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2015_1_Raccolta_Scintilena_Gennaio.pdf
[19] [PDF] Raccolta Luglio 2019 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2019_7_Raccolta_Scintilena_Luglio.pdf
[20] Pagina 21 di 2372 – Una luce nel buio – il giornale … – Scintilena https://www.scintilena.com/page/21/?wpmp_switcher=desktop
[21] E’ morto Fabio Forti, l’ultimo carsologo. Il ricordo di Pino Guidi – Scintilena https://www.scintilena.com/e-morto-fabio-forti-lultimo-carsologo-il-ricordo-di-pino-guidi/09/17/
[22] Selezioni per Aspiranti Volontari del Soccorso … – Scintilena https://www.scintilena.com/selezioni-per-aspiranti-volontari-del-soccorso-speleologico-in-friuli-venezia-giulia/12/06/
[23] Incidenti in speleologia subacquea: il libro di Michel Ribera analizza decenni di dati e svela i meccanismi fatali – Scintilena https://www.scintilena.com/incidenti-in-speleologia-subacquea-il-libro-di-michel-ribera-analizza-decenni-di-dati-e-svela-i-meccanismi-fatali/02/21/
[24] [PDF] Indice Articoli 2014 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2014_Indice_articoli_Scintilena.pdf
[25] Pubblicata l’edizione inglese di Study of Cave Diving Accidents https://www.scintilena.com/pubblicata-ledizione-inglese-di-study-of-cave-diving-accidents/12/30/
[26] Aperte le Selezioni per Aspiranti Volontari del Soccorso Speleologico – Scintilena https://www.scintilena.com/aperte-le-selezioni-per-aspiranti-volontari-del-soccorso-speleologico/10/13/
[27] [PDF] Raccolta Maggio 2013 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2013_05_Raccolta_Scintilena_Maggio.pdf
[28] Evoluzione della Speleologia in Italia – Scintilena https://www.scintilena.com/evoluzione-della-speleologia-in-italia-dalle-origini-al-riconoscimento-internazionale-xix-secolo-2009/01/26/
[29] redazione — Trieste Cafe https://www.triestecafe.it/autore/login-redazione
[30] Evacuazione di parapendista http://www.cnsas.it/wp-content/uploads/2016/09/luglio-2016.pdf-1.pdf
[31] Categoria: Attualità – NordestNews | https://www.nordestnews.it/category/attualita/
[32] [PDF] Soccorso speleologico https://www.sasc.it/pdf/pubblicazioni-CNSAS/CNSAS-supplemento-nr-65-novembre-2016.pdf
[33] Biblioteca al 12-04.-2022.xlsx https://www.valloverticale.it/openbiblio/opac/catalogo.pdf
[34] Speleo https://www.cnsas.it/soccorso-speleologico/
[35] JK http://www.speleo.it/site/images/speleologia/Speleologia_39_Dic_1998%20OCR.pdf
[36] Elenco libri per sito cai 2003 https://www.cairimini.it/wp-content/uploads/2016/11/Elenco_libri_per_sito_CAI_Rimini_aggiornato_al_21_11_2016.pdf
[37] Cronache Ipogee: Le Ultime Novità dalla Speleologia del Friuli Venezia Giulia – Scintilena https://www.scintilena.com/cronache-ipogee-le-ultime-novita-dalla-speleologia-del-friuli-venezia-giulia/02/06/
[38] Trieste speleologi premiati in Regione per la scoperta della Grotta … https://www.scintilena.com/trieste-speleologi-premiati-in-regione-per-la-scoperta-della-grotta-luftloch/04/08/
[39] [PDF] Raccolta Giugno 2011 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2011_06_Raccolta_Scintilena_Giugno.pdf
[40] Programma XXI Congresso Nazionale di Speleologia (2-5 giugno, Trieste) – Scintilena https://www.scintilena.com/programma-xxi-congresso-nazinale-di-speleologia-2-5-giugno-trieste/05/04/
[41] [PDF] Raccolta Settembre 2016 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2016_09_Raccolta_Scintilena_Settembre.pdf
[42] [PDF] Raccolta Maggio 2012 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2023/06/2012_05_Raccolta_Scintilena_Maggio.pdf
[43] Grotte Preistoriche del Friuli Venezia Giulia: Un Viaggio nel Patrimonio Speleologico Regionale – Scintilena https://www.scintilena.com/grotte-preistoriche-del-friuli-venezia-giulia-un-viaggio-nel-patrimonio-speleologico-regionale/01/17/
[44] Tutela del patrimonio ipogeo e attività speleologica https://www.scintilena.com/feed/
[45] [PDF] Raccolta Aprile 2006 – Scintilena https://www.scintilena.com/wp-content/uploads_andrea/2020/03/2006_4_Raccolta_Scintilena_Aprile.pdf
[46] Archeologia e speleologia insieme per la ricerca e la tutela … https://www.scintilena.com/archeologia-e-speleologia-insieme-per-la-ricerca-e-la-tutela-del-patrimonio-ipogeo-si-parte-con-il-cat-trieste/09/23/
[47] Cavit https://www.scintilena.com/cavit/01/11/
[48] “‘i https://www.boegan.it/wp-content/uploads/2021/05/GUIDI-Pino-2000-Le-associazioni-speleologiche-del-Friuli-Venezia-Giulia-dagli-inizi-al-2000.-Saggio-cronologico_web.pdf
[49] Sitemap – Il Meridiano https://www.il-meridiano.it/sitemap.html
[50] NordEstNews.com: Home https://www.nordestnews.com/
[51] RassegnaStampa2014LugDic https://www.legambientetrieste.it/RassegnaStampa2014LugDic.htm
[52] [PDF] FEBBRAIO 2012 – Federico Guidi https://www.guidifederico.it/newsletter/FEBBRAIO_2012.pdf

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Scintilena, il post numero 25mila parla di pipistrelli e speleologi

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Il traguardo editoriale del notiziario italiano di speleologia riporta al centro il rapporto tra pipistrelli, grotte, tutela e necessità esplorative: una collaborazione che richiede dati, attenzione stagionale e comportamenti condivisi.

Il post numero 25mila di Scintilena è dedicato ai pipistrelli. La scelta mette in evidenza un tema che attraversa da sempre l’attività in grotta: il rapporto tra speleologi e chirotteri.

Non è un legame soltanto simbolico. Le cavità naturali sono luoghi di esplorazione, studio e documentazione. Per molte specie di pipistrelli sono anche rifugi essenziali, usati in momenti diversi del ciclo annuale.

Il binomio speleologi-pipistrelli diventa quindi quasi automatico. Chi percorre una grotta può osservare presenze biologiche rilevanti. Chi studia e tutela i chirotteri ha spesso bisogno della conoscenza tecnica delle cavità, dei loro accessi e delle condizioni ambientali interne.

Pipistrelli e speleologi, il significato del post 25mila di Scintilena

Raggiungere 25mila pubblicazioni significa segnare una tappa nella storia editoriale di Scintilena. La scelta dei pipistrelli come argomento del post numero 25mila richiama una delle responsabilità più concrete della speleologia contemporanea: esplorare senza ignorare gli organismi che vivono nel sottosuolo.

I pipistrelli non occupano tutte le grotte nello stesso modo. Alcune specie sono definite troglofile perché utilizzano con regolarità cavità sotterranee come rifugio. Altre possono alternare grotte, fessure rocciose, edifici, miniere, cavità artificiali e alberi maturi, in funzione della stagione e delle condizioni locali.

La grotta, quindi, non è una semplice struttura geologica. Può essere un sito di riposo diurno, un rifugio riproduttivo, un luogo di svernamento o uno spazio frequentato in autunno per l’attività sociale e l’accoppiamento. Ogni funzione comporta vulnerabilità diverse.

In Italia sono presenti circa 34 specie di chirotteri, secondo la sezione speleologica di Tutela Pipistrelli. L’associazione ricorda anche che le categorie ecologiche non sono rigide: molte specie possono scegliere rifugi differenti nel corso dell’anno.

Tutela dei pipistrelli in grotta e fasi sensibili del ciclo annuale

Il punto più delicato riguarda i periodi sensibili. Durante l’inverno molti pipistrelli entrano in ibernazione. Il torpore consente di ridurre il dispendio energetico quando gli insetti disponibili sono pochi o assenti.

Un disturbo può provocare un risveglio. Questo implica consumo di riserve lipidiche. Se l’episodio si ripete, il rischio per i singoli animali e per l’intera colonia aumenta.

La riproduzione è un’altra fase critica. In primavera e in estate le femmine possono formare colonie riproduttive, dette nursery. In questi siti avvengono gravidanza, parto e allevamento dei piccoli. L’ingresso non programmato, il rumore, la luce diretta e il contatto ravvicinato possono alterare il comportamento degli animali.

Le conoscenze scientifiche richiamano quindi alla prudenza. Una ricerca pubblicata nel 2024 su Scientific Reports, dedicata agli ingressi per censimento nelle cavità di ibernazione, ha rilevato una relazione tra attività dei pipistrelli dopo il sopralluogo e intensità del disturbo, valutata considerando numero di persone e tempo trascorso nella grotta.

La tutela dei pipistrelli non coincide con la rinuncia assoluta alla speleologia. Richiede piuttosto di stabilire dove, quando e come entrare. La pianificazione deve partire dalla funzione biologica del sito e dalle evidenze disponibili.

Esplorazione speleologica sostenibile e comportamenti sul campo

Il rapporto tra pipistrelli e speleologi trova una soluzione operativa in una speleologia attenta al contesto. L’esplorazione produce informazioni importanti su sviluppo, morfologia, microclima, accessi e stato di conservazione delle cavità. Sono dati che possono risultare utili anche ai chirotterologi e agli enti di gestione.

Allo stesso tempo, la prima frequentazione di un ramo o di una cavità comporta una particolare cautela. Il materiale formativo della Società Speleologica Italiana ricorda che la prima esplorazione determina in genere una perdita di naturalità maggiore rispetto alle frequentazioni successive. L’affermazione invita a valutare itinerari, soste, passaggi stretti e modalità di documentazione.

In presenza di pipistrelli, alcune regole restano semplici:

  • Muoversi con calma e senza gridare.
  • Non illuminare direttamente gli animali.
  • Non toccarli e non tentare identificazioni manuali.
  • Mantenere la maggiore distanza compatibile con la sicurezza della progressione.
  • Non alterare il microclima con soste prolungate o interventi non necessari.
  • Evitare attività nelle cavità e nei periodi indicati come sensibili per colonie note.
  • Rinunciare a usare grotte con colonie per corsi o frequentazioni numerose.
  • Registrare osservazioni utili, con data, settore della cavità, numero apparente di individui e comportamento, senza diffondere informazioni che possano favorire il disturbo.

La fotografia può essere utile alla documentazione. Non deve trasformarsi in un fattore di pressione. La priorità resta sempre il benessere degli animali e la conservazione del rifugio.

Monitoraggio dei pipistrelli e contributo degli speleologi

Il contributo degli speleologi può essere decisivo se inserito in protocolli chiari. Rilievi accurati, fotografie ottenute senza disturbo, schede di osservazione e descrizioni dei rami possono aiutare a individuare siti rilevanti e ad aggiornare la conoscenza della distribuzione dei chirotteri.

Il monitoraggio richiede però prudenza metodologica. Una colonia osservata una volta non definisce automaticamente la funzione della cavità. Il numero di individui, la composizione specifica e l’uso stagionale devono essere interpretati da specialisti e, quando necessario, verificati con censimenti programmati.

Tutelare i pipistrelli significa anche proteggere l’habitat. La protezione riguarda i rifugi, le aree di alimentazione e i collegamenti ecologici tra questi elementi. Per le cavità ciò si traduce in gestione degli accessi, conoscenza delle stagioni di utilizzo e prevenzione delle alterazioni fisiche e microclimatiche.

Tutela Pipistrelli propone agli speleologi una scheda per la segnalazione dei pipistrelli in grotta. Il modello valorizza l’informazione raccolta sul campo e la indirizza verso l’individuazione dei rifugi più importanti e delle misure di salvaguardia più appropriate.

Il binomio speleologi-pipistrelli come impegno permanente

Il post numero 25mila di Scintilena usa i pipistrelli per richiamare un tema che non riguarda solo un anniversario editoriale. Il rapporto tra speleologi e pipistrelli è parte della pratica quotidiana nelle cavità naturali e artificiali.

Esplorare significa osservare. Osservare significa anche riconoscere limiti e priorità. In molte situazioni, il dato più utile non è arrivare oltre, ma sapere quando ridurre il disturbo, cambiare programma o segnalare una colonia.

La collaborazione con chirotterologi, associazioni di tutela, enti territoriali e gestori delle aree protette permette di rendere compatibili esigenze conoscitive e conservazione. È questa la direzione indicata dalla letteratura e dalle esperienze di monitoraggio: conoscenza condivisa, accessi valutati caso per caso e protezione effettiva dei rifugi.

Il binomio speleologi-pipistrelli resta così un impegno concreto. La tutela dei pipistrelli passa anche dalla qualità delle esplorazioni, dalla formazione e dalla responsabilità con cui viene frequentato il mondo sotterraneo.

Fonti

  • Tutela Pipistrelli, “La sezione speleo”.
  • Scintilena, “Pipistrelli e grotte: la scienza conferma gli effetti del disturbo umano sulle colonie in ibernazione”, 12 marzo 2026.
  • Whiting et al., “Disturbance of hibernating bats due to researchers entering caves to conduct hibernacula surveys”, Scientific Reports, 2024.
  • Società Speleologica Italiana, materiali formativi “Introduzione alla Speleologia” e “I pipistrelli troglofili”, 2009.
  • Russo, Cistrone e Carotenuto, I chirotteri della Riserva Naturale Regionale Montagne della Duchessa.

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Bat box a Pavia: Tutela Pipistrelli tra recupero faunistico e informazione

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Bat box a Pavia e tutela dei pipistrelli al centro dell’incontro «Ali nella notte», annunciato con conferenza a Palazzo Mezzabarba e liberazione nel cortile di Palazzo Saglio.

L’incontro annunciato a Pavia

Una bat box a Pavia come punto di partenza per parlare di fauna urbana, recupero dei chirotteri e corretta informazione. È il tema dell’iniziativa «Ali nella notte – I pipistrelli tra scienza e leggenda», annunciata da Tutela Pipistrelli APS.

Secondo la comunicazione dell’associazione, il Comune di Pavia ha invitato la realtà romana a intervenire come relatrice in un appuntamento collegato alla posa di una bat box. L’installazione farebbe parte di un più ampio progetto comunale dedicato alla salvaguardia della fauna selvatica.

L’incontro è indicato per il 18 settembre alle 19 nella Sala Consiglio di Palazzo Mezzabarba. Il programma annunciato prevede una conferenza stampa e, in seguito, la liberazione di pipistrelli nel cortile di Palazzo Saglio.

Al momento della verifica non è stata rintracciata una pagina istituzionale del Comune di Pavia indicizzata che riporti il programma completo. Restano quindi da attribuire all’annuncio di Tutela Pipistrelli la data, gli orari, l’esatta collocazione della bat box, le specie coinvolte nel rilascio e gli aspetti autorizzativi dell’operazione. Questa distinzione è utile per descrivere con precisione un’iniziativa che riguarda specie protette e attività specialistiche.

Il titolo scelto ha un precedente rilevante nel contesto cittadino. Il museo Kosmos dell’Università di Pavia ha dedicato nel 2021-2022 una mostra a pipistrelli, biologia, immaginario e conservazione. L’appuntamento annunciato riprende quindi un tema già presente nella divulgazione scientifica pavese.

Tutela Pipistrelli APS e il recupero dei chirotteri

Tutela Pipistrelli APS è nata a Roma nel dicembre 2012. Il sito dell’associazione indica la sede legale in via Valeria Moriconi 52 e una voliera presso Parsec Flor, in via della Marcigliana 532. Tra le finalità pubblicate figurano il raccordo fra ricercatori, mondo scientifico e pubblico, la divulgazione di informazioni corrette sui chirotteri e il dialogo con istituzioni, privati e Centri di recupero animali selvatici.

L’attività descritta non riguarda solo la comunicazione. L’associazione indica anche il primo soccorso, la gestione in cattività, la riabilitazione e il successivo rilascio degli individui idonei. Per gli animali non liberabili sono previste strutture di gestione adeguate. In questo quadro, una liberazione pubblica non va letta come un atto simbolico isolato. Se effettuata con le autorizzazioni richieste e dopo la valutazione sanitaria e comportamentale, rappresenta l’ultima fase di un percorso di recupero.

La presenza di operatori preparati ha anche un valore pratico per i cittadini. Un pipistrello trovato a terra, ferito o in difficoltà non dovrebbe essere raccolto e gestito in modo improvvisato. Le indicazioni vanno richieste ai soggetti competenti sul territorio, così da limitare lo stress per l’animale e adottare procedure corrette.

Bat box a Pavia: utilità, condizioni e monitoraggio

La prospettiva di una bat box a Pavia merita una lettura realistica. Una bat box è un rifugio artificiale. Non è un nido e non assicura che i pipistrelli la occupino subito. Può offrire cavità alternative dove gli habitat disponibili sono pochi, oltre ad avere una funzione educativa per chi vive e frequenta la città.

La sintesi di Conservation Evidence classifica la posa di rifugi artificiali per pipistrelli come intervento «likely to be beneficial», cioè probabilmente benefico. La valutazione riunisce 44 studi. Gli esiti non sono uniformi perché entrano in gioco disegno del manufatto, microclima, specie presenti, supporto, esposizione, paesaggio circostante e durata del controllo.

Un caso italiano riportato nella stessa raccolta aiuta a evitare promesse semplicistiche. In uno studio svolto dal 2007 al 2009, l’uso delle cassette variava dal 12 al 21% nel primo anno, saliva al 26-35% nel secondo e raggiungeva il 40% nel terzo. La frequenza d’uso aumentava con il tempo dalla posa e con l’altezza della cassetta. Si tratta di un risultato utile, non di una previsione automatica per ogni sito.

La revisione di Nathalie Ruegger, basata su 109 pubblicazioni, sottolinea che le cassette vanno programmate per il lungo periodo. Materiali durevoli, più modelli, diverse esposizioni e microclimi, installazioni in gruppi e manutenzione sono elementi da valutare. La stessa revisione richiama un punto essenziale: le bat box non possono diventare una giustificazione per rimuovere alberi con cavità potenzialmente utilizzabili dai chirotteri.

Per questo la bat box a Pavia avrebbe maggiore efficacia se accompagnata da monitoraggi non invasivi e da una strategia più ampia. Conservare alberi maturi e cavità, valutare i rifugi negli edifici, proteggere le aree di foraggiamento, limitare il disturbo e usare con prudenza l’illuminazione notturna sono azioni complementari. Nei siti sotterranei, inoltre, il Centro Regionale Chirotteri raccomanda di minimizzare rumore, fumo e altre fonti di disturbo.

Convivenza urbana e interesse speleologico

La bat box a Pavia collega un gesto visibile a una questione più ampia: la convivenza tra persone e chirotteri. In ambito urbano i conflitti possono nascere dalla presenza di colonie nei fabbricati o dal rinvenimento di giovani esemplari nel periodo estivo. Interventi frettolosi sui rifugi possono creare problemi agli animali e non risolvere la situazione nel tempo.

L’informazione scientifica serve a sostituire paure e leggende con comportamenti verificabili. In questo senso, l’incontro annunciato può mettere in relazione la cura del singolo animale, il rispetto dei rifugi e la gestione degli habitat cittadini. Anche per il pubblico speleologico il tema è vicino: grotte, cavità artificiali ed edifici storici possono ospitare chirotteri in periodi sensibili del loro ciclo biologico. La frequentazione e gli interventi devono quindi essere programmati con attenzione.

Rimangono alcuni dati da chiarire per definire l’iniziativa nel dettaglio: il modello e la posizione della bat box, il soggetto incaricato della manutenzione, le specie e il numero degli animali eventualmente liberati, la loro provenienza e la struttura che coordina le autorizzazioni. La disponibilità di queste informazioni consentirebbe di valutare nel tempo i risultati della bat box a Pavia e di collocarla in un programma urbano di tutela misurabile.

Fonti

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Cisterne Romane di Fermo, il sistema idrico sotterraneo che racconta la città di Firmum

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Trenta camere comunicanti, 2.200 metri quadrati e una rete di raccolta e distribuzione dell’acqua: le Cisterne Romane di Fermo conservano un capitolo rilevante dell’ingegneria idraulica di età romana nelle Marche.

Cisterne Romane di Fermo: un impianto sotto il centro storico

Le Cisterne Romane di Fermo formano un grande complesso idrico sotterraneo nel cuore dell’antica Firmum. Il nucleo oggi visitabile si trova sotto gli edifici sul lato orientale di Piazza del Popolo e si raggiunge dal Museo Civico Archeologico, in via Paccarone 36.

Il complesso è composto da 30 ambienti comunicanti. Le camere sono disposte in tre file parallele e occupano complessivamente circa 2.200 metri quadrati. Fermo Musei colloca la realizzazione dell’impianto nel I secolo d.C.; una lettura più prudente, riportata anche nella documentazione dell’istituto museale, estende l’orizzonte costruttivo tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. Il Catalogo generale dei beni culturali lo data alla prima età imperiale. [web:10][web:7][web:2]

Le Cisterne Romane di Fermo non sono quindi una cavità naturale. Sono un’opera ipogea costruita per gestire una risorsa essenziale alla città romana. La loro conservazione permette di osservare da vicino l’incontro tra architettura, infrastruttura e organizzazione urbana.

Architettura delle Cisterne Romane di Fermo

La grande vasca misura internamente 65,12 metri per 29 metri. Ogni camera presenta dimensioni che variano approssimativamente tra 5,46 e 5,83 metri per 9,08-9,24 metri. L’altezza interna è compresa fra 5,53 e 5,56 metri. Il volume e la disposizione degli spazi restituiscono l’idea di un impianto unitario e articolato. [web:2]

Le strutture perimetrali sono in opera cementizia con paramento laterizio. Le pareti interne sono invece in opus testaceum. Tutte erano rivestite di opus signinum, il cocciopesto romano ottenuto da frammenti laterizi e calce. Questo rivestimento idraulico rendeva impermeabili le superfici della vasca ed era impiegato anche in altri contesti, come terme e pavimentazioni musive. [web:2][web:17]

Le volte a botte coprono gli ambienti rettangolari. Gli archi a tutto sesto collegano le camere tra loro. La pavimentazione presenta una pendenza, elemento che si collega alla circolazione regolata dell’acqua da un vano all’altro. [web:7]

Sistema idrico romano e funzione urbana

La funzione delle Cisterne Romane di Fermo andava oltre la semplice conservazione dell’acqua. Il complesso raccoglieva risorse idriche, soprattutto piovane secondo le fonti museali, le faceva circolare tra le camere e le distribuiva verso il tessuto urbano. Lungo il lato orientale resta riconoscibile il condotto di alimentazione. Un cunicolo in muratura, orientato verso nord, era destinato allo scarico. Due fistulae plumbee presso l’angolo nord-est indirizzavano l’acqua verso la parte più bassa della città. [web:2][web:7]

La cisterna svolgeva anche una funzione strutturale. La scheda del Catalogo generale dei beni culturali la interpreta infatti come sostruzione dell’area forense soprastante. In altre parole, l’opera contribuiva a sostenere e organizzare lo spazio pubblico della città, unendo esigenze tecniche e urbanistiche. [web:2]

Fermo Musei riferisce una portata massima di circa 15.000 metri cubi. Il valore va presentato come stima di capacità massima indicata dalla fonte, non come quantificazione definitiva del volume effettivamente sfruttabile. La fonte museale ricorda anche ipotesi storiche su un possibile utilizzo per equipaggiamenti navali; l’ipotesi non equivale a una destinazione accertata dell’intero sistema. [web:7]

Girfalco e archeologia del sottosuolo fermano

Le Cisterne Romane di Fermo fanno parte di una rete più ampia nel settore del Girfalco. Le fonti di Fermo Musei menzionano tre serbatoi: un primo ambiente oggi interrato, le Piccole Cisterne e il grande complesso in via degli Aceti. Le Piccole Cisterne sono situate all’ingresso di Piazza del Popolo, mentre le Grandi Cisterne costituiscono il nucleo di maggiore estensione. [web:7]

La conoscenza del sottosuolo cittadino si è arricchita anche con ricognizioni speleologiche. Un approfondimento pubblicato da La Scintilena riferisce delle ricerche del Gruppo Speleologico Cavità Artificiali del CAI di Fermo e segnala altre strutture: il cosiddetto Pozzo del tempio pagano presso la Cattedrale del Girfalco, una cisterna individuata nel 1927 all’estremità orientale del colle e un vano associato alla zona del Teatro Romano. Per il pozzo, la ricostruzione proposta da Massimo Spagnoli lo considera una cisterna autonoma e non un’opera che alimentasse le Grandi Cisterne. [web:11]

Questi elementi invitano a leggere le Cisterne Romane di Fermo dentro un paesaggio sotterraneo complesso. Le attribuzioni funzionali devono restare distinte tra dati visibili, documentazione archeologica e ipotesi interpretative.

Visita alle Cisterne Romane di Fermo

Nel calendario ordinario pubblicato da Fermo Musei, valido dal 15 settembre 2025 al 31 maggio 2027, il lunedì è giorno di chiusura. Dal martedì al venerdì sono previste visite guidate alle 11:00 e alle 16:00. Sabato e domenica l’apertura è indicata dalle 10:30 alle 13:00 e dalle 15:30 alle 19:00. Per i gruppi è consigliata la prenotazione. [web:10]

Gli orari, le eventuali aperture speciali e le modalità di accesso possono cambiare. Prima della visita è utile verificare direttamente gli aggiornamenti sul sito di Fermo Musei. La continuità materiale delle murature, delle volte e dei rivestimenti rende il percorso un osservatorio significativo per chi studia cavità artificiali, archeologia dell’acqua e forme storiche di gestione delle risorse.

Fonti

https://www.facebook.com/share/p/18T8h7yRcf/?mibextid=wwXIfr

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Alla scoperta dell’Acquedotto del Triglio: visita guidata nel sottosuolo tarantino con il Gruppo Speleo Statte

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Un’infrastruttura idraulica storica nel cuore delle Murge tarantine

L’Acquedotto del Triglio è una delle più imponenti opere di ingegneria idraulica antica della Puglia. Si tratta di un sistema complesso che attraversa i territori di Statte, Crispiano e Taranto, nella provincia ionica. L’opera combina gallerie artificiali scavate nella roccia, sorgenti naturali, pozzi verticali e un tratto monumentale in elevato caratterizzato da una successione di arcate.

Il Gruppo Speleo Statte organizza iniziative di visita guidata in un tratto ipogeo di questo acquedotto, offrendo ai partecipanti l’opportunitಳ di osservare da vicino un’infrastruttura normalmente invisibile. La visita si svolge in ambiente sotterraneo, con accesso regolamentato e accompagnamento da parte di speleologi esperti che studiano il sistema da anni.

Il sistema idraulico del Triglio: percorso, sorgenti e struttura

L’acquedotto prende il nome dalla località e dalla valle del Triglio, sul versante meridionale delle Murge tarantine. Il sistema intercetta e raccoglie acque provenienti da sorgenti situate nell’area del Monte Crispiano e le convoglia verso Taranto. Secondo la scheda del Comune di Statte, le gallerie sono alimentate da sei sorgenti, alcune attive e altre fossili, con nomi come Boccaladrona, Lazzarola, Rosamarina, Alezza, Miola e Monte Specchia.

Le acque vengono raccolte mediante raccordi e convogliate in un collettore, quindi nella galleria principale che passa sotto la collina di Montetermiti, attraversa Statte in corrispondenza della Via delle Sorgenti, raggiunge la Fontana Vecchia e prosegue verso Taranto. Il percorso è in parte sotterraneo e in parte esterno. L’ultimo tratto storico verso Taranto era caratterizzato da una successione di archi-canale.

Il sito CartApulia descrive il ponte dell’acquedotto lungo circa un chilometro, con arcate a tutto sesto larghe mediamente cinque metri e alte tra quattro e sei metri. La struttura presenta muratura a sacco, paramenti esterni in conci di tufo e crolli parziali. Le torrette in tufo visibili lungo Via delle Sorgenti non sono semplici elementi decorativi: sono pozzetti di aerazione, ispezione e manutenzione. Durante lo scavo servivano anche a organizzare il lavoro da più punti e a estrarre il materiale di risulta.

Lunghezza e datazione: cosa dicono le fonti

Esiste una differenza significativa tra le lunghezze riportate dalle diverse fonti, che va esplicitata chiaramente. Il Comune di Statte descrive l’opera come un sistema di circa otto chilometri di gallerie sotterranee. La letteratura scientifica segnala però una lunghezza complessiva del sistema fino a circa 18 km, includendo diramazioni e tratti non completamente sovrapponibili nelle diverse ricostruzioni.

La datazione dell’Acquedotto del Triglio non è univoca ed è importante distinguere tra dati documentati, ipotesi storiche e interpretazioni archeologiche. Il Comune di Statte riporta una tradizionale interpretazione secondo cui il primo tratto, dalle sorgenti fino a Statte, sarebbe stato realizzato nel 123 a.C., in relazione alla colonia Neptunia o Maritima e all’insediamento di ville suburbane. La stessa pagina comunale precisa però che questa ipotesi è stata superata da studi più recenti, orientati a interpretare l’opera come infrastruttura destinata al porto di Taranto.

Lo studio scientifico di Leucci, Parise, Sammarco e Scardozzi presenta il Triglio come acquedotto scavato in epoca romana e destinato a fornire acqua alla Tarentum antica. Gli autori ricordano comunque che sulla cronologia del canale principale permangono problemi archeologici: alcuni studiosi propongono l’etಳ romana, altri una fase bizantina.

Il tratto monumentale in elevato verso Taranto non deve essere automaticamente considerato contemporaneo alla galleria ipogea. Secondo lo studio CNR, la parte finale lunga circa tre chilometri, con oltre 200 arcate, assunse la forma monumentale nel XIV secolo. La banca dati CartApulia propone una lettura ancora più articolata: il tratto da Triglio a Statte potrebbe essere romano, mentre la parte restante sarebbe stata realizzata o modificata in epoca medievale. La scheda indica come periodo di riferimento l’Alto Medioevo (VII-X secolo), ma segnala l’incertezza dell’epoca di realizzazione.

Uso dell’acquedotto fino all’età contemporanea

Lo studio CNR segnala che l’infrastruttura rimase in uso fino al 1928, con restauri successivi, e che ancora in tempi recenti alcune parti sono utilizzate per l’irrigazione agricola. Una pubblicazione speleologica del 2007 riporta invece il 1922 come data di cessazione dell’approvvigionamento della città di Taranto. La differenza può dipendere dalla distinzione tra uso urbano potabile, uso residuo e uso agricolo.

Secondo quanto riportato dal professor Angelo Conte, l’acquedotto del Triglio fu costruito dai Romani fra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. La condotta ipogea proveniente dal territorio fra Crispiano e Statte convoglia le acque provenienti da sei gravine che, a una profondità di circa 9-10 metri, danno origine a un’unica condotta idrica che si dirige verso Taranto.

Struttura tecnica e indagini geofisiche

La galleria principale è un condotto scavato nel banco roccioso. Nella zona di Boccaladrona, studiata con rilievi speleologici e geofisici, il canale presenta un’altezza variabile fra circa 1,40 e 2,00 metri e una larghezza intorno ai 70 centimetri. Il soffitto è generalmente arcuato.

I pozzi verticali hanno dimensioni indicative di circa 80 × 80 centimetri e, in alcuni settori, sono distanziati di circa 20–42 metri. Le loro funzioni erano molteplici: ventilazione del condotto, accesso per ispezioni e manutenzione, rimozione dei detriti, controllo della profondità e della pendenza durante lo scavo, organizzazione del lavoro di avanzamento della galleria.

Alcuni tratti della volta e delle pareti sono stati rinforzati con piccoli blocchi di calcare. Lo studio CNR osserva che tali rinforzi possono essere riferiti a interventi compresi fra il V e il X secolo d.C., ma la cronologia delle singole opere di consolidamento richiede cautela.

Un lavoro pubblicato su Archaeological Prospection ha integrato archeologia, topografia, georadar (GPR) e tomografia elettrica di resistività (ERT). L’obiettivo era riconoscere e mappare un tratto sotterraneo minacciato dall’espansione di una cava vicina all’area industriale ILVA. Le indagini hanno documentato quattro pozzi verticali e circa 400 metri di galleria orizzontale. Il GPR ha permesso di riconoscere riflessioni associate alla volta del condotto, mentre l’ERT ha contribuito a ricostruire la stratigrafia e a distinguere le strutture artificiali da fratture o cavità carsiche riempite di sedimento.

Il contesto geologico e idrogeologico

Il settore del Triglio si trova sul versante meridionale dell’altopiano delle Murge, in un paesaggio caratterizzato da calcari e calcari dolomitici cretacici, ricoperti localmente da calcareniti e argille plio-pleistoceniche. Le gravine costituiscono incisioni vallive di origine fluvio-carsica.

Lo studio scientifico individua due livelli principali di acqua sotterranea nell’area: una falda superficiale sospesa, prossima alla superficie e localmente sostenuta da livelli argillosi, e una falda più profonda nei calcari cretacici. La progettazione dell’acquedotto presupponeva la capacità di intercettare la falda superficiale; le diramazioni secondarie furono probabilmente realizzate per aumentare la quantità d’acqua raccolta.

Questo quadro spiega perché l’acquedotto non sia soltanto un canale di trasporto: è anche un sistema di captazione e drenaggio, costruito adattandosi alla stratigrafia e alla circolazione idrica sotterranea.

L’iniziativa del Gruppo Speleo Statte

Il Gruppo Speleo Statte studia da anni la parte meno conosciuta del Triglio e ha contribuito al rilievo e alla documentazione del tracciato ipogeo. Le attività speleologiche hanno fornito dati utili per ricostruire le fasi costruttive, le tecniche di scavo e il funzionamento dell’opera.

Le visite guidate trasformano questo patrimonio specialistico in un’esperienza di divulgazione. Il valore dell’iniziativa non è soltanto turistico: consente di mostrare come la speleologia possa contribuire alla conoscenza, alla tutela e alla valorizzazione delle cavità artificiali.

ȳ opportuno non presentare la visita come accesso libero a tutto l’acquedotto. Il percorso visitabile dipende dal tratto scelto dagli organizzatori, dallo stato della galleria, dalla presenza d’acqua, dalle condizioni meteorologiche e dalle autorizzazioni.

Un precedente evento “Statte Segreta”, documentato da La Scintilena nel 2025, prevedeva ritrovo al Rifugio Parco del Triglio, suddivisione in gruppi, attrezzatura fornita dall’organizzazione, contributo di 10 euro, massimo 25 partecipanti e indicazione di portare ricambi e guanti. Queste informazioni sono riferite a quell’edizione e non devono essere attribuite automaticamente all’annuncio attuale.

Informazioni pratiche e sicurezza

L’annuncio propone un’escursione esclusiva nei cunicoli dell’Acquedotto ipogeo del Triglio, con turni e piccoli gruppi. L’attrezzatura tecnica viene fornita dall’organizzazione e la prenotazione è obbligatoria per telefono al numero 353 4123514.

Il testo promozionale non specifica data e orari dell’evento, luogo esatto di ritrovo, durata della visita, importo del contributo, età minima o eventuali limiti fisici, abbigliamento personale obbligatorio, accessibilitಳ per persone con difficoltà motorie, condizioni di annullamento in caso di pioggia o piena, eventuali autorizzazioni o liberatorie, tratto preciso dell’acquedotto visitato.

Questi elementi devono essere richiesti al Gruppo Speleo Statte prima di pubblicare una scheda informativa definitiva. L’ambiente ipogeo richiede prudenza anche quando l’attrezzatura è fornita dagli organizzatori. Prima della visita è consigliabile chiarire se il percorso comporta passaggi bassi, acqua o fango, se è necessario camminare in acqua e fino a quale altezza, se sono presenti pozzi, scale, corde o tratti verticali, quali sono le condizioni minime di salute e mobilità, come viene gestita un’eventuale emergenza, se la visita viene sospesa dopo piogge intense, quali indumenti e calzature deve portare il partecipante.

Durante la visita è importante seguire esclusivamente il gruppo, non toccare murature, concrezioni o reperti, non abbandonare rifiuti, non entrare nei pozzi non inclusi nel percorso e non separarsi dagli accompagnatori. In un acquedotto storico la presenza di acqua, sedimenti e strutture fragili rende dannoso ogni comportamento esplorativo non autorizzato.

Il contesto carsico aumenta inoltre la vulnerabilità alle contaminazioni: gli acquiferi carsici hanno spesso rapida circolazione e limitata capacità di filtrazione naturale. Anche per questo la tutela dell’acqua e l’assenza di sostanze estranee nell’ambiente ipogeo devono essere considerate parte integrante della sicurezza e della conservazione.

Valore culturale e divulgativo dell’Acquedotto del Triglio

Il Triglio è un esempio di patrimonio ipogeo complesso. Non è soltanto una galleria romana, né soltanto un acquedotto monumentale: è un sistema stratificato, modificato e riutilizzato in epoche diverse.

La sua lettura richiede il confronto fra fonti storiche e cartografiche, archeologia dell’architettura, speleologia delle cavitಳ artificiali, idrogeologia e geologia del carsismo, rilievi topografici e tecniche geofisiche, documentazione degli interventi di restauro e delle trasformazioni recenti.

La visita guidata può quindi essere raccontata come un’esperienza di archeologia pubblica: il pubblico entra in contatto con un’opera normalmente invisibile e comprende il rapporto fra acqua, roccia, insediamento umano e sviluppo della città di Taranto.

Fonti

  1. Comune di Statte, “L’Acquedotto del Triglio” – https://www.comune.statte.ta.it/l-acquedotto-del-triglio
  2. Leucci G., Parise M., Sammarco M., Scardozzi G., “Ancient Hydraulic Works: The Triglio Underground Aqueduct (Apulia, Southern Italy)”, Archaeological Prospection (CNR-IRPI) – https://iris.cnr.it/retrieve/db94d25a-6fbf-4574-a399-e6f6f2a7d261/prod_355134-doc_115237.pdf
  3. CartApulia, scheda “Acquedotto del Triglio” – https://www.cartapulia.it/esplora-la-carta/-/rcp/ricercaCartapulia_INSTANCE_1yi8w0oVRO9u/dettaglio/28232
  4. Made in Taranto, “Acquedotto del Triglio: l’opera di ingegneria idraulica con più di …” – https://www.madeintaranto.org/acquedotto-del-triglio/
  5. La Scintilena, “Statte Segreta: visita speleologica all’acquedotto romano ipogeo del Parco del Triglio”, 26 luglio 2025 – https://www.scintilena.com/statte-segreta-visita-speleologica-allacquedotto-romano-ipogeo-del-parco-del-triglio/07/26/
  6. Fondo Ambiente Italiano, “ACQUEDOTTO DEL TRIGLIO | I Luoghi del Cuore” – https://fondoambiente.it/luoghi/acquedotto-del-triglio?ldc
  7. Salento a Colori, “L’Acquedotto del Triglio fra Statte e Taranto” – https://www.salentoacolory.it/lacquedotto-del-triglio-fra-statte-taranto/
  8. Crispianonline, “Conosciamo la Gravina di Triglie” – https://www.crispianonline.com/wp/2018/09/conosciamo-la-gravina-di-triglie/
  9. Fame di Sud, “Acquedotto del Triglio. Un’antica opera d’ingegneria idraulica da salvare. Incontro a Taranto” – https://www.famedisud.it/acquedotto-del-triglio-unantica-opera-dingegneria-idraulica-da-salvare-incontro-a-taranto/
  10. Lab Green and Blue, “Cronache d’acqua – Giulia Parlato – Taranto sotterranea” – https://lab.greenandblue.it/2024/cronache-acqua-immagini-sud-italia-cambiamento-climatico/articolo/giulia-parlato/taranto-sotterranea/
  11. Tripadvisor, “Acquedotto del Triglio (2025)” – https://www.tripadvisor.com/Attraction_Review-g4013729-d6560801-Reviews-Acquedotto_del_Triglio-Statte_Province_of_Taranto_Puglia.html
  12. Blog Puglia, “Statte, rassegna ‘Le vie dell’acqua: lungo il Triglio’ dal 23 al 25 settembre 2026” – https://www.blog.puglia.it/le-vie-dell-acqua-lungo-il-triglio-statte-23-25-settembre-2026/

Acquedotto del Triglio

L'articolo Alla scoperta dell’Acquedotto del Triglio: visita guidata nel sottosuolo tarantino con il Gruppo Speleo Statte proviene da Scintilena.

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Puliamo il Buio 2026: bonifica all’inghiottitoio di Monte Carello tra Noci e Alberobello

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L’edizione 2026 della campagna nazionale “Puliamo il Buio” si è conclusa con un intervento di bonifica nell’inghiottitoio di Monte Carello, al confine tra Noci e Alberobello. Il GASP! – Gruppo Archeologico Speleologico Pugliese della Sezione CAI di Gioia del Colle “Donato Boscia” ha guidato le operazioni di pulizia, rimuovendo rifiuti accumulati in decenni e richiamando l’attenzione sulla tutela del patrimonio carsico e ipogeo.

L’intervento di Puliamo il Buio 2026 a Monte Carello

L’inghiottitoio di Monte Carello è una cavità carsica di rilievo, situata in un’area di confine tra i comuni di Noci e Alberobello, nelle vicinanze delle storiche cave di alabastro. La conformazione della cavità ha richiesto l’impiego di tecniche e attrezzature speleologiche, con operazioni di discesa, raccolta e rimozione dei materiali in sicurezza.

Tra i rifiuti rinvenuti figurano vecchi medicinali, pezzi d’auto, carcasse di animali e persino siringhe, materiali che testimoniano un uso improprio della cavità protratto nel tempo. La presenza di questi materiali rappresenta un rischio per le acque sotterranee e per la fauna ipogea, oltre a deturpare un ambiente di valore naturalistico e geologico.

All’intervento hanno partecipato i soci del GASP!, che hanno dedicato tempo, energie e competenze per garantire il successo dell’iniziativa. La bonifica è stata accompagnata da attività di documentazione e sensibilizzazione, con l’obiettivo di rendere visibili le criticità e favorire interventi di recupero e segnalazione.

La presenza delle istituzioni e l’interesse dei media

Particolarmente significativa è stata la presenza dei sindaci di Noci e Alberobello, insieme a rappresentanti del Corpo Forestale dello Stato locale. La posizione dell’inghiottitoio, che interessa entrambi i territori comunali, ha reso ancora più importante la partecipazione congiunta delle due amministrazioni.

L’iniziativa ha suscitato l’interesse dei media locali, con la presenza della televisione Telenorba, che ha documentato l’attività e contribuito a portare all’attenzione del pubblico il valore della tutela del patrimonio ipogeo. Le riprese e le interviste hanno coinvolto Luca Benedetto, presidente del GASP!, la speleologa Anna Eva De Tomaso e i sindaci Francesco Intini (Noci) e Francesco De Carlo (Alberobello).

Puliamo il Buio: storia e attività nel corso degli anni

“Puliamo il Buio” è la campagna nazionale promossa dalla Società Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, attiva dal 2005. L’iniziativa si collega a “Puliamo il Mondo”, l’appuntamento annuale di Legambiente legato a Clean-up the World, il più grande evento di volontariato ambientale del mondo.

Dal 2005 al 2012, la SSI ha raccolto 130.817 kg di materiali, recuperati e avviati a discarica autorizzata, grazie all’opera volontaria di centinaia di speleologi. Complessivamente, dal 2005 sono stati realizzati 171 interventi di ripristino in Italia, con 163.000 kg di spazzatura raccolti in 64.000 ore di lavoro.

L’obiettivo di “Puliamo il Buio” è triplice: ripulire le cavità naturali e artificiali, documentare i livelli di inquinamento e valutare i rischi, proponendo soluzioni concrete alle autorità locali. La campagna contribuisce all’aggiornamento del censimento delle cavità a rischio ambientale (CRA), avviato nel 1995 e ora in seno alla SSI.

Risultati e interventi significativi

Nel corso degli anni, “Puliamo il Buio” ha interessato numerose regioni italiane, con interventi di bonifica in grotte e cavità artificiali. In Sardegna, nel 2019, 50 speleologi hanno pulito la Voragine di Tiscali, rimuovendo 152 kg di rifiuti. In Lombardia, nel 2018, sono stati portati via 500 kg di materiale dalle Grotte del Brunino. In Umbria, nel 2006, 28 speleologi hanno prelevato 250 kg di immondizie dalla Grotta di Orlando.

In Veneto, negli anni Novanta, dalla grotta Spluga della Preta sono stati estratti 840 sacchi di rifiuti per un totale di 21.000 kg di immondizia, con operazioni di bonifica durate quasi cinque anni. In Puglia, il Parco dell’Alta Murgia, con le sue 550 grotte nella sola provincia di Bari, è stato più volte utilizzato per eliminare materiale illegale, tra cui carcasse di auto e camion.

Riconoscimenti e dimensione europea

La storia di “Puliamo il Buio” ha ricevuto un riconoscimento europeo: nel 2018 il progetto italiano ha ottenuto l’EuroSpeleo Protection Label. L’iniziativa si estende anche a livello europeo con il progetto “Clean Up the Dark”, che coinvolge la comunità speleologica di diversi paesi, tra cui Croazia, Germania e Slovenia.

Nel 2026, “Puliamo il Buio” entra nel calendario delle iniziative connesse alle Giornate Nazionali della Speleologia, promosse dalla SSI e dal Club Alpino Italiano. La mobilitazione italiana di settembre e ottobre si sviluppa attorno al 13 settembre, data della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo istituita dall’UNESCO.

Il ruolo del GASP! e la tutela del carsismo pugliese

Il GASP! – Gruppo Archeologico Speleologico Pugliese della Sezione CAI di Gioia del Colle “Donato Boscia” partecipa da anni a “Puliamo il Buio”, contribuendo alla bonifica delle cavità carsiche in Puglia. L’edizione 2026 conferma l’impegno del gruppo nella conoscenza, nella tutela e nella valorizzazione dell’ambiente carsico e ipogeo pugliese.

L’attività di bonifica non si limita alla rimozione dei rifiuti, ma include la documentazione delle criticità e la sensibilizzazione delle comunità locali. La presenza delle istituzioni e dei media durante l’intervento di Monte Carello dimostra l’importanza di fare rete tra associazioni, speleologi, cittadini e istituzioni per preservare un patrimonio che appartiene a tutti.

Fonti

Puliamo il buio GASP

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Cavità artificiali, la Federazione Speleologica Toscana propone un corso tra teoria e campo

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Dal 4 novembre al 12 dicembre 2026 nove appuntamenti su classificazione, insediamenti rupestri, miniere e sistemi idraulici. Le lezioni online saranno gratuite e aperte a tutti; le uscite pratiche avranno posti limitati.

Un percorso dedicato alle cavità artificiali

La Federazione Speleologica Toscana APS organizza il Corso di Tipologie e Classificazione delle Cavità Artificiali 2026, percorso formativo dedicato allo studio degli ambienti ipogei realizzati o modificati dall’uomo. L’iniziativa combina lezioni teoriche in diretta streaming e tre attività sul campo.

Il calendario comprende nove appuntamenti e si svolgerà dal 4 novembre al 12 dicembre 2026. Le lezioni online saranno trasmesse sul canale YouTube “Federazione Speleologica Toscana”. La partecipazione alle dirette sarà gratuita e aperta a tutti, senza obbligo di iscrizione.

La parte pratica sarà riservata agli iscritti. Sono disponibili al massimo 15 posti. La priorità sarà assegnata ai soci dei gruppi grotte aderenti alla FST che abbiano già frequentato almeno un corso di introduzione alla speleologia.

Classificazione delle cavità artificiali e casi di studio

Il programma affronta i criteri utilizzati per riconoscere e descrivere le diverse cavità artificiali. La classificazione non si limita alla forma degli ambienti. Considera soprattutto la funzione per cui una struttura è stata realizzata e gli eventuali riutilizzi nel tempo.

Tra gli argomenti figurano le principali tipologie e modalità di classificazione, gli insediamenti abitativi rupestri di Vitozza, le opere estrattive e minerarie, gli acquedotti e i sistemi idraulici sotterranei.

Le uscite permetteranno di collegare la terminologia alla lettura diretta dei luoghi. La prima sarà dedicata a Vitozza, nel territorio di Sorano, in provincia di Grosseto. Il sito conserva un articolato insediamento rupestre, utile per esaminare ambienti abitativi e strutture connesse alla vita quotidiana.

La seconda uscita si svolgerà alle Miniere del Frigido, a Massa. Il tema sarà quello delle opere estrattive e delle tracce lasciate dalle attività minerarie. La terza interesserà i Bottini di Siena, rete storica di cunicoli e manufatti legati all’approvvigionamento idrico della città.

Le sette macro-tipologie SSI e UIS

La classificazione delle cavità artificiali elaborata dalla Commissione Nazionale Cavità Artificiali della Società Speleologica Italiana risale agli anni Ottanta. Il sistema è stato poi discusso e condiviso in ambito internazionale attraverso i confronti promossi dalla Union Internationale de Spéléologie.

L’albero tipologico comprende sette macro-tipologie, indicate con le lettere dalla A alla G:

  • A, opere idrauliche, come acquedotti, cisterne, pozzi, fognature e ghiacciaie;
  • B, insediamenti civili, tra cui abitazioni rupestri, opifici, magazzini, cantine e stalle;
  • C, opere di culto e sepolture, come chiese rupestri, eremi, catacombe e necropoli;
  • D, opere militari, comprese fortificazioni, gallerie, postazioni e rifugi;
  • E, opere estrattive, come cave, miniere e sondaggi minerari;
  • F, vie di transito, tra cui gallerie stradali, ferroviarie e cunicoli pedonali;
  • G, opere non identificate o non riconducibili alle categorie precedenti.

Nel contributo pubblicato su Opera Ipogea nel 2023, Carla Galeazzi e Carlo Germani propongono un aggiornamento della classificazione tipologica SSI/UIS. Le macro-tipologie A-G restano invariate. Anche le sottotipologie numeriche mantengono la continuità con il sistema precedente. Il nuovo livello delle sottoclassi, indicato per esempio con formule come A.1a, consente di precisare meglio la funzione originaria e gli eventuali riutilizzi.

Formazione, catasto e tutela del patrimonio ipogeo

La classificazione delle cavità artificiali ha ricadute concrete sulla documentazione speleologica. Una descrizione coerente facilita l’inserimento dei dati nel Catasto nazionale delle Cavità Artificiali della SSI e rende più confrontabili le informazioni raccolte in aree diverse.

La Commissione Cavità Artificiali della FST svolge attività di catalogazione tipologica, registrazione catastale e conservazione dei dati relativi alle opere ipogee toscane. La federazione segnala inoltre il rapporto con gli enti impegnati nella tutela del patrimonio storico e archeologico.

Lo studio di questi ambienti coinvolge discipline differenti. Le miniere richiedono conoscenze geologiche e minerarie. Gli insediamenti rupestri richiamano l’archeologia e la storia del territorio. Gli acquedotti e i bottini permettono di analizzare tecniche idrauliche, organizzazione urbana e gestione delle risorse.

Docenti e aggiornamento delle qualifiche

Il corpo docente comprende esperti della Commissione Nazionale Cavità Artificiali della SSI e della Scuola Nazionale di Speleologia in Cavità Artificiali. Sono inoltre coinvolti docenti e ricercatori delle Università degli Studi di Firenze e di Urbino.

Il corso è riconosciuto come aggiornamento per i qualificati ISS OTTO CAI e per i qualificati AI e IT della SNS SSI. Il requisito rende l’iniziativa pertinente per istruttori, aiuto-istruttori e tecnici sociali che operano nella formazione speleologica.

Iscrizioni e partecipazione

La quota per il corso completo, comprensivo di lezioni online e uscite, è di 30 euro per persona. Le lezioni online resteranno gratuite e accessibili anche a chi non partecipa alle attività pratiche.

Le iscrizioni alla parte in presenza devono essere effettuate entro il 25 ottobre 2026. Il modulo compilato dovrà essere inviato all’indirizzo segretario@speleotoscana.it. La partecipazione alle escursioni sarà confermata nei limiti dei 15 posti disponibili, secondo le priorità indicate dalla federazione.

Per seguire le lezioni è possibile utilizzare il canale YouTube della Federazione Speleologica Toscana. Il percorso offre così un accesso pubblico ai contenuti teorici e una dimensione operativa riservata agli iscritti alle uscite.

Fonti

Corso Cavità Artificiali

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La bellezza sotto sopra: i gessi dell’Appennino in mostra durante la Settimana del Pianeta Terra

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Escursioni e grotte nel sito UNESCO dell’Appennino settentrionale

Dal 27 settembre al 4 ottobre 2026 torna la Settimana del Pianeta Terra, festival nazionale dedicato alla divulgazione delle Geoscienze. In Emilia-Romagna il programma propone una serie di appuntamenti riuniti sotto il titolo “La bellezza Sotto Sopra”. Escursioni, visite guidate, conferenze e incontri con ricercatori accompagneranno il pubblico tra i paesaggi dell’Appennino settentrionale, con particolare attenzione al carsismo nelle evaporiti, alle grotte di gesso e al rapporto tra geologia, biodiversità e storia del territorio.

L’iniziativa interesserà i sette componenti del sito UNESCO “Carsismo e Grotte nelle Evaporiti dell’Appennino Settentrionale”: Alta Valle Secchia, Bassa Collina Reggiana, Gessi di Zola Predosa, Gessi Bolognesi, Vena del Gesso Romagnola, Evaporiti di San Leo e Gessi di Onferno. Il sito è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale nel settembre 2023. Secondo UNESCO, comprende oltre 900 grotte e circa 100 chilometri di cavità, insieme a sorgenti evaporitiche, minerali, speleotemi e testimonianze paleontologiche.

Carsismo nelle evaporiti e ricerca speleologica

Il carsismo nelle evaporiti si sviluppa in rocce come gesso e anidrite, solubili in acqua. La circolazione idrica può creare doline, valli cieche, inghiottitoi, risorgenti e sistemi sotterranei. Le grotte costituiscono quindi una parte visibile solo in superficie di un sistema più ampio, nel quale acqua, roccia e clima interagiscono nel tempo.

La speleologia contribuisce a documentare questi ambienti attraverso esplorazione, rilievo, studio geologico e monitoraggio biologico. Il materiale didattico allegato ricorda che la speleologia è la scienza delle grotte e comprende le attività volontarie svolte dall’uomo nell’ambiente ipogeo. La ricerca speleologica permette di collegare la morfologia delle cavità ai processi geologici e di fornire dati utili alla tutela.

La manifestazione propone proprio questo collegamento tra conoscenza e conservazione. Le attività non saranno limitate alla visita dei paesaggi esterni. In diversi appuntamenti il pubblico potrà conoscere anche gli ambienti sotterranei, le acque carsiche, la biodiversità e le tracce dell’uso umano delle evaporiti.

Gessi Bolognesi: dalla Spipola alla ricerca

Il primo appuntamento indicato nel programma si terrà domenica 27 settembre alle 15 nel Parco regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa, a San Lazzaro di Savena. L’escursione porterà all’altopiano di Miserano e alla zona della Spipola.

A seguire è previsto un incontro pubblico dedicato al ruolo della ricerca speleologica. Saranno affrontati i temi della conoscenza del sito, dei progetti di tutela e delle attività di studio. L’appuntamento offrirà una lettura integrata del paesaggio, dalle forme carsiche superficiali alle cavità che si sviluppano nel sottosuolo.

Onferno e la vita nelle grotte

Venerdì 2 ottobre alle 15 la Riserva Naturale di Onferno ospiterà una visita guidata in grotta e una conferenza sulla geobiologia. L’incontro sarà dedicato agli organismi ipogei e alle relazioni che si sviluppano negli ambienti sotterranei.

La grotta di Onferno ospita una delle più importanti colonie regionali di pipistrelli. La Regione Emilia-Romagna segnala la presenza di oltre 8.000 individui appartenenti a sette specie, tra cui il miniottero, considerato in pericolo a livello europeo. La visita sarà svolta con abbigliamento adeguato e calzature con suola tassellata. Caschetto e lampada saranno forniti ai partecipanti. Per la visita è prevista una capienza massima di 20 persone e l’iscrizione preventiva è consigliata.

San Leo, cave romane e Vena del Gesso

Sempre venerdì 2 ottobre, alle 20.30, la Fortezza Rinascimentale di San Leo ospiterà una conferenza sul valore storico del parco e sul progetto multidisciplinare dedicato allo studio del Monte San Leo.

Sabato 3 ottobre alle 9, a Borzano di Albinea, la Bassa Collina Reggiana sarà al centro di una conferenza e di un’escursione. Il percorso raggiungerà una cava romana nei pressi del Castello di Borzano e proseguirà verso la Tana della Mussina. L’iniziativa approfondirà le grotte romane, l’uso del lapis specularis e le particolarità del sito UNESCO.

Nella stessa giornata, alle 9, a Zola Predosa è prevista una conferenza con escursione sul Sentiero dei Gessi. Il programma affronterà l’origine geologica dei gessi bolognesi, il loro utilizzo nel corso dei secoli e il rapporto tra le comunità locali e il paesaggio carsico.

Alle 14, il Museo del Gesso di Brisighella proporrà una conferenza e una visita guidata sulla Vena del Gesso Romagnola. Geologia, biodiversità e risorse del territorio saranno collegati in un percorso dedicato alla storia naturale e culturale dell’area.

Gessi Triassici e cambiamenti climatici

Domenica 4 ottobre alle 9.30 il progetto “Raccontare i Gessi” proporrà a Sologno l’escursione “La bellezza sotto sopra: i Gessi Triassici raccontano”. Il percorso sarà dedicato ai paesaggi carsici e ai cambiamenti climatici che hanno segnato l’evoluzione del paesaggio.

I Gessi Triassici dell’Alta Valle Secchia risalgono a circa 220 milioni di anni fa. L’area comprende affioramenti di gessi, anidriti, dolomie e calcari cavernosi. Il sito ospita inoltre oltre 550 specie floristiche e 21 habitat di interesse comunitario. L’escursione permetterà di osservare il rapporto tra litologia, forme del rilievo, acque superficiali e ambienti sotterranei.

Informazioni e partecipazione

Il calendario regionale si inserisce nella XIV edizione della Settimana del Pianeta Terra, che coinvolgerà numerose località italiane. Il programma ufficiale comprende anche altri geoeventi in Emilia-Romagna, tra cui iniziative dedicate alle acque carsiche e ai gessaroli.

Date, modalità di partecipazione, eventuali prenotazioni e aggiornamenti sono disponibili sui siti ufficiali della Settimana del Pianeta Terra e del progetto EKCNA. Per l’escursione sui Gessi Triassici è indicato come contatto Carlotta, al numero 347 301 8546.

La bellezza sopra e sotto questi paesaggi dipende dalla lettura congiunta di ciò che emerge e di ciò che resta nascosto. Le attività della Settimana del Pianeta Terra 2026 metteranno in relazione geologia, speleologia, biodiversità, archeologia e storia locale, offrendo strumenti per conoscere e proteggere un patrimonio distribuito tra superficie e sottosuolo.

Fonti

La bellezza sopra e sotto

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Apolje 2027: al via il tavolo di lavoro di Altamura per il Raduno Nazionale di Speleologia a Gravina in Puglia

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Primo appuntamento operativo per costruire insieme il raduno 2027

Il fine settimana del 26 e 27 settembre 2026 segna l’avvio concreto del percorso che porterà ad Apolje 2027, il Raduno Nazionale di Speleologia in programma a Gravina in Puglia tra il 29 e il 31 ottobre 2027, con possibile prosecuzione al 1? novembre.

L’incontro si terrà al Centro Visite di Lamalunga, ad Altamura (BA), ed è stato concepito come un tavolo di lavoro aperto a associazioni, gruppi e singoli speleologi.

Lo scopo è condividere lo stato dell’organizzazione, raccogliere proposte e attivare gruppi di lavoro sui diversi aspetti dell’evento: logistica, attività in grotta, formazione, comunicazione, rapporti istituzionali e tutela ambientale. [1][2][5]

Apolje 2027 e la rete associativa: C.A.R.S. ETS-APS e Vibrazioni Carsiche APS

L’evento è promosso da due realtà associative del territorio, il C.A.R.S. ETS-APS e Vibrazioni Carsiche APS, che firmano come Comitato Organizzatore Apolje 2027.

La scelta di Gravina in Puglia e dell’area delle Murge non è casuale: si inserisce in un contesto territoriale già molto attivo sul fronte della divulgazione carsica e speleologica.

Ne sono prova le recenti iniziative legate alla Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo (13 settembre 2026), con eventi in Puglia, tra cui Castellana Grotte e presentazioni di volumi sul patrimonio ipogeo delle Murge. [1][2][3]

Lamalunga, Altamura: il valore simbolico del Centro Visite per Apolje 2027

Il Centro Visite di Lamalunga, a pochi chilometri da Altamura, è un punto di riferimento per la didattica sul carsismo, la speleologia e la grotta di Lamalunga, nota per il ritrovamento dell’“Uomo di Altamura”.

Il centro, gestito dal Comune di Altamura all’interno del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, propone percorsi espositivi e didattici sul fenomeno carsico, sull’ambiente dell’Alta Murgia e sulle attività speleologiche che hanno portato alla scoperta e allo studio della grotta.

Scegliere Lamalunga come sede del primo tavolo di lavoro rafforza il legame tra ricerca scientifica (antropologia, paleontologia, geologia del carsismo), pratica speleologica e valorizzazione del patrimonio ipogeo e delle grotte della Puglia. [1][4][5]

Programma e modalità di partecipazione al tavolo di lavoro di Altamura

Secondo l’avviso diffuso dal comitato organizzatore, il tavolo di lavoro si svolgerà sabato 26 e domenica 27 settembre 2026 al Centro Visite di Lamalunga, Altamura (BA).

Il programma completo e le informazioni logistiche sono stati pubblicati sul sito dedicato, mentre un modulo online permette ai partecipanti di confermare la presenza e indicare le attività di interesse. L’invito è rivolto ad associazioni, gruppi, singoli speleologi e collaboratori interessati a contribuire all’organizzazione del raduno.

Il modulo consente di segnalare disponibilità, aree di interesse (gestione logistica, attività tecniche, formazione, comunicazione, rapporti con enti, tutela ambientale) ed eventuali proposte di attività o laboratori da inserire nel programma di Apolje 2027. [1][2]

Apolje 2027 a Gravina in Puglia: un raduno partecipato nel cuore del carsismo delle Murge

Il raduno vero e proprio è annunciato come Apolje 2027 – Raduno Speleologico Nazionale, a Gravina in Puglia, dal 29 al 31 ottobre 2027, con possibile estensione al 1? novembre.

Il sito dedicato (apolje.it) prevede già una sezione “Contribuisci”, a conferma dell’impostazione partecipativa dell’evento: l’organizzazione vuole coinvolgere attivamente la comunità speleologica nazionale nella costruzione del programma e nella gestione operativa.

In un territorio ricco di grotte, doline (come il Pulo di Altamura) e cavit๹ artificiali, il raduno potrà integrare escursioni e attività tecniche in grotta, momenti formativi e scientifici, iniziative di divulgazione e tutela del patrimonio carsico. [1][2][3]

Il territorio delle Murge: Pulo di Altamura, grotte e patrimonio carsico

Il contesto territoriale scelto per Apolje 2027 è particolarmente significativo dal punto di vista speleologico e carsico. L’area delle Murge, con il Pulo di Altamura e la grotta di Lamalunga, rappresenta un laboratorio naturale per lo studio del carsismo, della speleologia e della valorizzazione del patrimonio ipogeo. La dolina del Pulo di Altamura rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia, mentre la grotta di Lamalunga custodisce i resti dell’Uomo di Altamura, un reperto di eccezionale valore per l’antropologia e la paleontologia. Questi elementi rendono il territorio un luogo ideale per un raduno che unisca esplorazione, formazione e tutela ambientale. [1][3][4]

Partecipazione e proposte: come contribuire ad Apolje 2027

Per chi desidera partecipare al tavolo di lavoro o contribuire all’organizzazione di Apolje 2027, il comitato ha reso disponibili due strumenti online: la pagina con il programma completo e le informazioni logistiche (https://apolje.it/tavolo-lavoro) e un modulo Google per confermare la presenza e indicare le aree di interesse (https://forms.gle/5pmbkgst6YuQeWYA7). L’invito è rivolto a tutti gli attori della comunità speleologica nazionale, con l’obiettivo di costruire insieme un raduno ricco di contenuti, attività e iniziative di tutela del patrimonio carsico. [1][2]


Fonti

[1] Pulo di Altamura, la dolina carsica che rivela il sottosuolo dell’Alta Murgia – Scintilena
https://www.scintilena.com/pulo-di-altamura-la-dolina-carsica-che-rivela-il-sottosuolo-dellalta-murgia/09/14/

[2] Apolje 2027 — Contribuisci
https://apolje.it/contribuisci

[3] Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo 2026 – Scintilena
https://www.scintilena.com/giornata-internazionale-delle-grotte-e-del-carsismo-2026-dallitalia-una-rete-di-eventi-tra-ricerca-acqua-e-tutela/09/08/

[4] Uomo di Altamura – archeologiavocidalpassato
https://archeologiavocidalpassato.com/tag/uomo-di-altamura/

[5] Grotta di Lamalunga – archeologiavocidalpassato
https://archeologiavocidalpassato.com/tag/grotta-di-lamalunga/

[6] Centro visita Lamalunga – Comune di Altamura
https://www.comune.altamura.ba.it/it/vivere/centro-visita-lamalunga

[7] Apolje 2027 — Raduno Speleologico
https://apolje.it/

[8] Apolje 2027 — Programma
https://apolje.it/programma

Apolje 2027 Raduno Nazionale di Speleologia

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