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Le Grotte a Udine: mostra sul patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia fino al 27 settembre

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“Le Grotte: tra esplorazione e ricerca” è aperta alla Società Filologica Friulana. Pannelli, reperti, immagini e realtà virtuale raccontano cavità, ricerca e tutela del patrimonio speleologico regionale.

Le Grotte a Udine, date e orari della mostra

La mostra “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia” resta visitabile a Udine fino a domenica 27 settembre 2026. L’esposizione è ospitata nella sede della Società Filologica Friulana, in via Manin 18. L’ingresso è libero.

Le Grotte ha aperto al pubblico l’11 settembre. L’inaugurazione si è svolta alle 17.30, nel quadro delle iniziative regionali legate alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo. La ricorrenza cade ogni anno il 13 settembre ed è stata proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025.

La visita è possibile dal martedì al venerdì, dalle 16 alle 20. Il sabato e la domenica la mostra è aperta dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 20. La chiusura settimanale è prevista il lunedì.

L’iniziativa è stata realizzata dalla Federazione Speleologica Regionale FVG APS con la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, il Circolo Speleologico e Idrologico Friulano e la Società Filologica Friulana. La collaborazione riunisce associazioni speleologiche, istituzioni pubbliche e realtà culturali attive nella conoscenza del territorio regionale.

Patrimonio speleologico Friuli Venezia Giulia tra rilievo e ricerca

Il nucleo della mostra Le Grotte è il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia. Pannelli esplicativi, fotografie e reperti illustrano le attività che rendono possibile la conoscenza delle cavità: esplorazione, rilievo topografico, documentazione fotografica, osservazione biologica, studio delle acque e aggiornamento dei dati catastali.

Il percorso evita di presentare la speleologia come sola frequentazione del sottosuolo. L’esplorazione è anche produzione di dati. Una nuova prosecuzione, un ingresso localizzato con precisione o un rilievo aggiornato possono contribuire a comprendere la struttura di un sistema carsico, le sue relazioni con le acque sotterranee e le esigenze di protezione dell’ambiente ipogeo.

Il territorio regionale comprende contesti carsici differenti. Il Carso classico, le Prealpi Giulie e il massiccio del Canin presentano morfologie, sistemi idrici e vicende esplorative proprie. Questa varietà rende il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia un tema che coinvolge geologia, idrogeologia, biologia, archeologia e storia delle esplorazioni.

In questo quadro opera il Catasto Speleologico Regionale, istituito dalla legge regionale 15 del 2016 presso il Servizio geologico della Regione. Il Catasto è definito dall’amministrazione regionale come centro di raccolta dati e studi sul patrimonio speleologico, sulle aree carsiche e sugli acquiferi carsici. Svolge una funzione tecnica per conoscenza, tutela, gestione, divulgazione e valorizzazione, in collaborazione con enti di ricerca e gruppi speleologici.

I dati richiamati nel programma regionale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo indicano 8.691 cavità censite e 9.540 ingressi. Il numero degli accessi è superiore a quello delle cavità perché un medesimo complesso ipogeo può avere più entrate. Il dato offre una misura della diffusione del patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia, senza ridurre le grotte a semplici luoghi di visita.

Realtà virtuale per conoscere le cavità regionali

Le Grotte include una sezione dedicata alle tecnologie immersive. I visitatori possono usare visori per realtà virtuale e navigare video a 360 gradi. Schermi e postazioni digitali propongono inoltre virtual tour e filmati divulgativi.

Questi strumenti consentono di avvicinarsi a spazi sotterranei che non sono ordinariamente accessibili a un pubblico ampio. Una visualizzazione digitale non sostituisce l’attività sul campo né il rigore della documentazione speleologica. Può però rendere più chiari gli ambienti, le dimensioni dei vuoti sotterranei e le modalità di lavoro adottate dai gruppi.

La soluzione ha anche un valore di tutela. Molte grotte ospitano concrezioni vulnerabili, sedimenti con interesse scientifico, fauna specializzata e tracce archeologiche. Limitare gli accessi non necessari e proporre forme di divulgazione digitale può contribuire a ridurre le pressioni sugli ambienti più delicati, mantenendo la possibilità di farne conoscere caratteristiche e valore.

La presenza di materiali fisici e contenuti immersivi mette in relazione due piani. Da una parte ci sono i reperti, le immagini e la memoria delle esplorazioni. Dall’altra ci sono gli strumenti contemporanei con cui si possono comunicare luoghi complessi, spesso non raggiungibili o inadatti alla fruizione ordinaria.

Giornata UNESCO e speleologia regionale

La mostra Le Grotte si collega alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo. L’UNESCO indica che la ricorrenza mira a richiamare l’attenzione sulle cavità naturali sotterranee, sulle risorse idriche e sui paesaggi geologici. Il riferimento internazionale colloca quindi la tutela del carsismo in un ambito che unisce ricerca, educazione ambientale e gestione responsabile.

Il Friuli Venezia Giulia ha accompagnato la ricorrenza con un programma diffuso. Tra le iniziative figuravano “Grotte aperte”, con visite gratuite in cinque cavità turistiche del Catasto regionale, e un workshop a Trieste dedicato al centenario di Duemila Grotte di Luigi Vittorio Bertarelli ed Eugenio Boegan. L’opera è ricordata dalla Regione come il primo catasto speleologico al mondo.

Per la mostra udinese sono stati annunciati anche contributi sulla storia della speleologia friulana e sulla Grotta Tirfor, nel Complesso Bernardo Chiappa del Monte Bernadia. La presentazione di casi di studio permette di riportare il discorso dal patrimonio generale a esplorazioni e territori concreti.

Le Grotte propone così una lettura accessibile del mondo ipogeo regionale. Il visitatore trova una sintesi tra paesaggio carsico, attività associativa, ricerca scientifica e strumenti di divulgazione. La conoscenza delle cavità resta un passaggio essenziale anche per la loro tutela.

Informazioni utili

Mostra: “Le Grotte: tra esplorazione e ricerca. Il patrimonio speleologico del Friuli Venezia Giulia”
Sede: Società Filologica Friulana, via Manin 18, Udine
Periodo: fino al 27 settembre 2026
Orari: dal martedì al venerdì, 16-20; sabato e domenica, 10-12 e 16-20
Ingresso: libero

Fonti

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Dalle cave del Vicentino alle grotte sulla Luna: DaedalusCam testa la ricostruzione 3D

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Il test italiano per l’esplorazione dei lava tube lunari

Una cava basaltica dei Monti Lessini, tra San Pietro Mussolino e Nogarole Vicentino, è stata utilizzata per il primo test sul campo della configurazione completa di DaedalusCam.

Il sistema, sviluppato per la missione concettuale Daedalus dell’Agenzia spaziale europea, è destinato a raccogliere immagini delle cavità lunari e a contribuire alla ricostruzione tridimensionale degli ambienti sotterranei.

La campagna si è svolta a Cava Bertocchi, gestita dalla Vaccari Antonio Giulio S.p.A. Il sito è stato scelto per la presenza di basalto, una roccia magmatica che offre un analogo utile per alcune caratteristiche delle superfici lunari.

L’analogia resta parziale. Sulla Luna mancano atmosfera e acqua liquida, la gravità è molto più bassa e le condizioni di illuminazione, temperatura e radiazione sono diverse.

Il test ha riunito competenze di geologia, ottica, fotogrammetria, robotica e operazioni con droni. Vi hanno partecipato gruppi dell’INAF, del Politecnico di Milano, dell’Università di Padova, Planetek Italia e dell’Agenzia spaziale italiana.

La campagna ha rappresentato il primo impiego delle quattro camere PanCam montate insieme nella configurazione prevista per DaedalusCam. [web:9][file:2]

DaedalusCam e la visione panoramica iperemisferica

DaedalusCam non è una singola fotocamera. È composta da quattro camere dotate di lenti bifocali panoramiche, disposte in una configurazione incrociata.

Ogni lente combina un campo panoramico di circa 360 gradi in azimut e 100 gradi in elevazione con una regione frontale circolare più ristretta, ma a maggiore risoluzione.

La copertura molto ampia serve a osservare pareti, fondo, soffitto e traiettoria durante la discesa nella cavità. La configurazione consente inoltre una visione stereoscopica ridondante. Secondo la documentazione tecnica del progetto, ogni punto dello spazio circostante dovrebbe essere osservato da almeno due camere, mentre alcune aree possono essere viste da tre o quattro sistemi.

L’aggettivo iperemisferica indica un campo di vista più esteso rispetto a quello di un obiettivo fisheye convenzionale. La caratteristica riduce le zone cieche, ma rende più complessa la calibrazione geometrica. La parte centrale ad alta risoluzione può essere utilizzata anche con filtri a banda stretta, per ottenere indicazioni sulla composizione delle pareti. L’interpretazione spettrometrica dovrà considerare illuminazione, polvere, angolo di osservazione e calibrazione radiometrica. [web:15]

Fotogrammetria e modello tridimensionale

Il compito principale di DaedalusCam è documentare la geometria della skylight e della discesa. Le immagini non producono automaticamente una mappa 3D. Prima devono essere calibrate, corrette dalla distorsione e allineate tra loro.

La catena di elaborazione comprende la trasformazione delle immagini, la registrazione dei punti omologhi, la stima del movimento e la fusione dei dati provenienti dalle quattro camere. Gli algoritmi SLAM possono contribuire a ricostruire nello stesso momento la traiettoria della piattaforma e la forma dell’ambiente.

Il risultato può essere una nuvola di punti, una mesh o un Digital Terrain Model. La qualità del prodotto deve essere verificata con misure indipendenti. Nel caso della Cava Bertocchi, il modello fotogrammetrico sarà confrontato con un rilievo ottenuto tramite laser altimetro. Il confronto consentirà di stimare l’errore sulle quote, la deriva della traiettoria e la capacità di ricostruire pareti verticali e superfici con poca tessitura.

Per un’applicazione planetaria è importante distinguere una superficie visivamente coerente da una misura geometrica affidabile. La validazione quantitativa sarà quindi una delle fasi centrali dello sviluppo.

La missione Daedalus verso Marius Hills

Il concetto Daedalus è stato sviluppato nell’ambito degli studi ESA SysNova e di una successiva attività Concurrent Design Facility. Il principale obiettivo è l’esplorazione della Marius Hills Hole, una depressione verticale situata nell’Oceanus Procellarum, nella regione equatoriale della Luna.

La cavità è stata individuata grazie alle osservazioni della missione giapponese SELENE-Kaguya. Le immagini hanno mostrato un’apertura verticale con dimensioni stimate nell’ordine di alcune decine di metri e una profondità di circa 80-90 metri. Dati successivi di altre missioni hanno rafforzato l’interesse per la possibile presenza di vuoti sotterranei. La continuità e lo sviluppo effettivo del lava tube non sono ancora stati verificati direttamente da un robot. [web:5][web:15]

La sequenza operativa ipotizzata prevede l’arrivo di un rover sul bordo della skylight. Un sistema di calata dovrebbe abbassare la sfera robotica lungo il pozzo. Durante la discesa, prevista per circa 50 metri nel progetto descritto da INAF, il cavo potrebbe fornire energia e trasmettere dati.

Una volta raggiunta la parte inferiore, Daedalus potrebbe sganciarsi e procedere autonomamente. Il robot non è concepito per tornare in superficie. La fase profonda dovrebbe basarsi soprattutto su lidar e sensori ambientali, perché non è prevista un’illuminazione artificiale per le camere ottiche.

Perché studiare le cavità lunari

I lava tube si formano quando la parte esterna di una colata lavica si raffredda, mentre il materiale interno continua a scorrere. L’esaurimento del flusso può lasciare un condotto vuoto. Il crollo parziale del tetto può generare una skylight, cioè un’apertura che collega la superficie al sistema sotterraneo.

Le cavità lunari interessano la ricerca per la loro possibile funzione di schermatura. La roccia sovrastante può ridurre l’esposizione a micrometeoriti e radiazioni rispetto alla superficie. L’ambiente sotterraneo potrebbe anche presentare variazioni termiche più contenute. Queste condizioni spiegano l’interesse per future missioni robotiche e, in prospettiva, per l’esplorazione umana.

Si tratta di potenzialità, non di condizioni già dimostrate per ogni cavità. Non è ancora noto se la Marius Hills Hole conduca a un ambiente ampio, stabile e percorribile. Restano da valutare accesso, comunicazioni, polvere, regolite, ostacoli, stabilità delle pareti e disponibilità energetica.

Un collegamento con la speleologia terrestre

Il progetto richiama diversi metodi della speleologia. Anche in una grotta terrestre il rilievo serve a trasformare osservazioni parziali in una rappresentazione spaziale. Sono importanti la ridondanza delle misure, la valutazione dell’incertezza e l’individuazione delle zone non osservate.

Le condizioni operative restano molto diverse. Una grotta terrestre può essere raggiunta da persone o robot, dispone di atmosfera e può essere illuminata artificialmente. Un lava tube lunare richiede invece sistemi autonomi, collegamenti radio, gestione della polvere e strumenti capaci di operare nel vuoto e in condizioni termiche difficili.

Il confronto è utile soprattutto sul piano metodologico. Prima di discutere la possibilità di una base, la cavità dovrà essere misurata, mappata e interpretata. DaedalusCam è pensata per la prima parte di questo percorso: osservare l’ingresso, documentare la discesa e produrre un modello tridimensionale delle pareti.

Prossimi sviluppi della tecnologia

La campagna sui Monti Lessini ha mostrato la possibilità di utilizzare la configurazione completa a quattro camere durante un volo con drone. Il gruppo dovrà ora completare l’elaborazione delle immagini e verificare la precisione del modello rispetto al rilievo laser.

Tra le criticità da affrontare ci sono la gestione della luce solare, la differenza di esposizione tra le camere, la distorsione ottica e la quantità di dati da elaborare. Un campo di vista così ampio aumenta la copertura, ma può introdurre saturazione, riflessi e perdita di contrasto quando la sorgente luminosa entra nell’inquadratura.

Sono allo studio ulteriori test in ambienti vulcanici naturali, comprese possibili campagne nelle grotte dell’Etna. Un simile passaggio permetterebbe di avvicinare la sperimentazione alle condizioni di una cavità, mantenendo la possibilità di intervento diretto degli operatori.

La data del 2033, citata nelle prime fasi del progetto Daedalus, non risulta confermata. Le informazioni più recenti riportano un orizzonte successivo al 2033 e non indicano ancora un lancio operativo definito. DaedalusCam rappresenta quindi una tecnologia in sviluppo all’interno di un concetto di missione, non uno strumento già inserito in una missione lunare finanziata e programmata.

Fonti

Dedalus

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Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard

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Studio approfondito per divulgazione scientifica

Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che le acque di fusione di 19 ghiacciai vallivi della Svalbard trasportano metano in concentrazioni superiori all’equilibrio atmosferico. Il metano è in gran parte di origine geologica e termogenica, non semplicemente prodotto dai microbi sotto il ghiaccio. La mobilizzazione è maggiore quando coincidono due condizioni: un substrato ricco di shale organico e un letto glaciale temperato, cioè non congelato, umido e attraversato da acqua.

Il risultato non significa che ogni aumento della fusione determini automaticamente un aumento proporzionale delle emissioni atmosferiche. Indica però un meccanismo plausibile di feedback climatico: più acqua di fusione può raggiungere il letto del ghiacciaio e favorire il trasporto verso valle di metano antico accumulato nella roccia o nei sistemi di fratture. La quantità effettivamente emessa in atmosfera dipende poi da degassamento, turbolenza, ossidazione microbica, tempi di permanenza e condizioni idrologiche.

La ricerca del 2026

Domanda scientifica

Il lavoro di Gabrielle E. Kleber, Erik Schytt Mannerfelt e colleghi studia come la geologia subglaciale e il regime termico basale regolino la presenza di metano nelle acque di fusione. Gli autori hanno cercato di superare una limitazione degli studi precedenti: la difficoltà di distinguere il ruolo della geologia da quello delle condizioni fisiche del ghiacciaio.

Area e campionamento

La ricerca ha interessato 19 fiumi alimentati da ghiacciai nella Svalbard centrale. Secondo il resoconto dello studio, sono stati raccolti 148 campioni d’acqua. Tutti i corsi d’acqua analizzati risultavano sovrasaturi di metano rispetto all’equilibrio con l’atmosfera; le concentrazioni massime arrivavano a circa 425 volte il valore di equilibrio atmosferico. [web:7]

Metodi principali

Gli autori hanno combinato:

  • analisi delle concentrazioni di metano disciolto;
  • composizione isotopica del carbonio del metano, espressa come ?¹³C-CH?;
  • ricerca di etano e propano, idrocarburi associati a gas naturali termogenici;
  • caratterizzazione della geologia sottostante i bacini glaciali;
  • rilievi radar a penetrazione del suolo, o GPR, per stimare la distribuzione del ghiaccio temperato e del ghiaccio freddo alla base dei ghiacciai.

La forza dell’impostazione sta nell’analisi congiunta della chimica dell’acqua e della struttura fisico-termica del ghiaccio. Un’elevata concentrazione di metano, da sola, non dimostra infatti né l’origine del gas né il percorso seguito prima del campionamento.

Da dove proviene il metano

Metano microbico e metano termogenico

Il metano può avere origini diverse.

Il metano microbico, o biogenico, si forma quando microrganismi degradano materia organica in ambienti poveri di ossigeno, come sedimenti saturi o il letto di un ghiacciaio. È stato documentato in diversi ambienti glaciali, compreso il margine della Groenlandia.

Il metano termogenico, invece, deriva dalla trasformazione geologica di materia organica sepolta. Pressione e temperatura, agendo per tempi geologici, trasformano il materiale organico in idrocarburi. Il gas può migrare attraverso fratture e livelli permeabili della roccia, oppure rimanere intrappolato sotto una copertura relativamente impermeabile.

Gli indicatori utilizzati

Nel caso delle Svalbard, la firma isotopica del metano e la presenza di etano e propano indicano che il gas è prevalentemente geologico e termogenico. La presenza di idrocarburi più pesanti è importante perché il metano prodotto esclusivamente da processi microbici tende ad avere una composizione diversa e, in genere, non è accompagnato dalle stesse proporzioni di etano e propano.

La formulazione corretta è tuttavia “in gran parte termogenico”: l’analisi non implica necessariamente l’assenza totale di produzione microbica. In un sistema subglaciale possono coesistere sorgenti differenti e i processi biologici possono modificare, consumare o diluire il segnale originario.

Il ruolo della geologia

Shale ricchi di materia organica

Le concentrazioni più elevate sono associate ai ghiacciai il cui letto si trova sopra formazioni ricche di shale organico. Gli shale sono rocce sedimentarie fini, spesso ricche di materia organica, che in determinate condizioni possono funzionare da rocce madri per idrocarburi.

Nel contesto delle Svalbard, la Formazione Carolinefjellet è un esempio rilevante di successione cretacica con shale e arenarie ricche di materia organica. Uno studio precedente sul bacino di Vallåkrabreen ha descritto questa unità come una roccia sorgente petrolifera associata a gas termogenici C1-C4. [web:5]

Geologia come controllo della disponibilità

La geologia non produce necessariamente metano nuovo durante ogni stagione di fusione. Più spesso determina la disponibilità di un serbatoio antico e le vie attraverso cui il gas può migrare. La fusione agisce quindi soprattutto come processo di mobilizzazione e trasporto:

  1. l’acqua di fusione penetra nelle crepacciature e nei condotti del ghiaccio;
  2. raggiunge il letto del ghiacciaio;
  3. entra in contatto con sedimenti, fratture e rocce organiche;
  4. dissolve o trascina il metano presente nei pori e nei fluidi sotterranei;
  5. convoglia il gas disciolto verso il portale glaciale e il fiume proglaciale;
  6. il metano passa all’atmosfera per degassamento, soprattutto nei tratti turbolenti.

Il ruolo della temperatura basale

Ghiaccio freddo e ghiaccio temperato

Un ghiacciaio con letto congelato è relativamente poco connesso al substrato attraverso acqua liquida continua. L’acqua può comunque circolare localmente, ma il contatto idrologico con la roccia è più limitato.

Un letto temperato è invece prossimo al punto di fusione e contiene acqua liquida. Le pressioni elevate, la deformazione del ghiaccio, la presenza di sedimenti e la rete di drenaggio subglaciale possono favorire un contatto più efficace tra acqua e substrato.

Il GPR ha permesso di valutare l’estensione del ghiaccio temperato alla base dei ghiacciai. Il risultato centrale è che il regime termico non è un semplice dettaglio: modifica la capacità del ghiacciaio di intercettare e trasferire metano dalla base verso il sistema fluviale.

Il modello concettuale

La maggiore mobilizzazione si verifica quando coesistono:

  • roccia o sedimento ricco di materia organica e gas geologico;
  • letto glaciale temperato;
  • drenaggio subglaciale attivo;
  • sufficiente produzione di acqua di fusione;
  • vie di deflusso che collegano il letto al fiume proglaciale.

Se manca il substrato favorevole, l’acqua può circolare senza acquisire molto metano. Se il substrato è ricco di gas ma il letto è congelato, il contatto idrologico può essere insufficiente. L’emissione è quindi il prodotto dell’interazione tra geologia, temperatura e idrologia.

Risultati quantitativi e contesto

Il nuovo studio riporta sovrasaturazioni fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico nelle acque di fusione. Una stima complessiva citata nel materiale di comunicazione associato alla ricerca colloca il trasporto annuo dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard nell’intervallo 182-368 tonnellate di metano. Si tratta di una stima di trasporto o potenziale emissione e non equivale necessariamente alla quantità che raggiunge effettivamente l’atmosfera. [web:7]

Un lavoro precedente, condotto su un singolo bacino glaciale centrato su Vallåkrabreen, aveva misurato fino a 3170 nM di metano nel fiume glaciale, quasi 800 volte l’equilibrio atmosferico. Per l’intera stagione di fusione del 2021 gli autori avevano stimato circa 616 kg di potenziale emissione dal fiume, con un intervallo di 484-766 kg. [web:5]

Questi numeri non sono direttamente intercambiabili: il primo studio riguarda un singolo bacino e una particolare stagione, mentre il lavoro del 2026 amplia il campionamento a 19 ghiacciai. Differenze di metodo, scala spaziale, condizioni meteorologiche, periodo di campionamento e definizione di “emissione” possono produrre valori diversi.

Perché il metano può sfuggire all’atmosfera

Degassamento fisico

Il metano è poco solubile in acqua. Quando l’acqua passa da condizioni confinate e pressurizzate a un fiume aperto, la riduzione di pressione facilita la fuoriuscita del gas. La turbolenza aumenta enormemente lo scambio acqua-atmosfera.

Nel bacino di Vallåkrabreen, il lavoro precedente ha osservato una perdita rapida di metano lungo il fiume: circa il 76% in un tratto di 650 metri. Questo dato illustra perché le concentrazioni misurate vicino al portale glaciale e quelle misurate più a valle possono essere molto diverse. [web:5]

Ossidazione microbica

Il metano non degassato immediatamente può essere consumato da microrganismi metanotrofi nelle acque e nei sedimenti proglaciali. Questo processo può attenuare la quota emessa in atmosfera.

Uno studio su sistemi glaciali islandesi ha trovato che l’ossidazione in un fiume proglaciale poteva ridurre le emissioni atmosferiche stimate fino al 53%, pur sottolineando che l’effetto dipende dalla concentrazione iniziale, dal tempo di permanenza e dalla turbolenza. [web:10]

Per questo motivo, una concentrazione elevata di metano nell’acqua non deve essere tradotta automaticamente in un flusso atmosferico equivalente. Sono necessarie misure dirette o bilanci completi che considerino degassamento e ossidazione.

Feedback climatico: quanto è solido?

Il meccanismo plausibile

Il possibile feedback è il seguente:

  1. il riscaldamento aumenta la fusione superficiale;
  2. una maggiore quantità d’acqua raggiunge il letto glaciale;
  3. il drenaggio subglaciale entra in contatto con substrati ricchi di gas;
  4. il metano viene trasportato verso i fiumi proglaciali;
  5. una parte del gas degassa nell’atmosfera;
  6. il metano aumenta il forzante radiativo e contribuisce al riscaldamento.

Il nuovo studio fornisce un meccanismo e identifica le condizioni geologiche e termiche che lo rendono più probabile. Non dimostra però che l’intero sistema glaciale sia destinato a emettere sempre più metano in modo lineare.

Perché la risposta può essere non lineare

La fusione può inizialmente aumentare il trasporto di metano, ma l’evoluzione successiva dipende dalla dinamica del ghiacciaio:

  • un aumento dell’acqua può aprire vie di drenaggio più efficienti e accelerare il flushing;
  • la diluizione può ridurre le concentrazioni, anche se il carico totale aumenta;
  • la turbolenza può aumentare il degassamento;
  • l’ossidazione microbica può sottrarre metano prima dello scambio con l’atmosfera;
  • il ritiro può esporre nuove sorgenti di acque sotterranee nella zona proglaciale;
  • in alcuni ghiacciai, cambiamenti del bilancio termico possono ridurre l’estensione del letto temperato e quindi il contatto acqua-roccia.

La formulazione più prudente è quindi: l’aumento della fusione può amplificare la mobilizzazione del metano dove sussistono le condizioni geologiche e termiche adatte, ma l’effetto netto sulle emissioni atmosferiche deve essere quantificato caso per caso.

Collegamento con gli studi precedenti

Sorgenti di acque sotterranee nei forefield

Nel 2023 Kleber e colleghi hanno studiato sorgenti di acque sotterranee formatesi nei forefield lasciati liberi dal ritiro glaciale. Su 78 ghiacciai con terminazione terrestre nella Svalbard centrale, le acque erano sovrasature fino a 600.000 volte rispetto all’equilibrio atmosferico. Gli autori stimavano fino a 2,31 kt di metano annue dalle acque sotterranee proglaciali dell’arcipelago. [web:13]

Questo percorso è distinto dal trasporto diretto attraverso il fiume di fusione, ma appartiene allo stesso quadro: la perdita della copertura criosferica rende accessibili serbatoi geologici prima isolati.

Confronto con la Groenlandia

Sotto la calotta groenlandese è stata documentata una componente microbica importante, associata a sedimenti anossici e carbonio organico subglaciale. Alle Svalbard, invece, gli isotopi e gli idrocarburi associati indicano una prevalenza di metano geologico termogenico.

La differenza è scientificamente rilevante: non esiste un’unica “firma del metano glaciale”. Il bilancio dipende dall’età e dalla natura del carbonio, dalla litologia del substrato, dalla disponibilità di acqua e dall’attività biologica.

Limiti e cautele interpretative

Sovrasaturazione non significa flusso atmosferico diretto

La sovrasaturazione indica che l’acqua contiene più metano di quanto potrebbe mantenere in equilibrio con l’atmosfera. È un indicatore di potenziale degassamento, non una misura automatica del flusso atmosferico. Per calcolare il flusso servono portata, concentrazione, geometria del corso d’acqua, turbolenza, velocità di trasferimento e, idealmente, misure eddy covariance o camere di flusso.

Campionamento stagionale

Le concentrazioni possono essere molto elevate all’inizio della stagione perché il metano si accumula durante l’inverno sotto il ghiaccio e viene rilasciato quando riparte il drenaggio. Campioni raccolti solo durante il picco di portata giornaliero possono inoltre essere diluiti dall’acqua superficiale e sottostimare le concentrazioni nei periodi di magra.

Upscaling

Trasferire una stima da 19 ghiacciai a tutto l’arcipelago richiede cautela. Servono informazioni sulla distribuzione delle litologie, sull’estensione del ghiaccio temperato, sulla portata stagionale, sull’evoluzione dei sistemi di drenaggio e sulla quota di metano che viene ossidata o degassata.

Terminologia

È preferibile distinguere tra:

  • concentrazione di metano nell’acqua;
  • trasporto fluviale di metano;
  • potenziale emissione, cioè metano eccedente l’equilibrio atmosferico;
  • emissione atmosferica effettivamente misurata;
  • origine termogenica del gas;
  • mobilizzazione di un serbatoio antico;
  • produzione contemporanea di nuovo metano.

Implicazioni per l’Artico e per altri ghiacciai

Il meccanismo potrebbe essere rilevante anche fuori dalle Svalbard dove ghiaccio e substrati organici ricchi di idrocarburi entrano in contatto. Le analogie più immediate riguardano altre regioni artiche, ma il trasferimento del risultato ad aree come Himalaya, Alpi o Antartide deve essere verificato geologicamente.

Non basta sapere quanto rapidamente si ritira un ghiacciaio. Occorre conoscere cosa c’è sotto il ghiaccio: shale, carbone, sedimenti organici, rocce madri, faglie, fratture, permafrost e possibili accumuli di gas. La stessa perdita di massa glaciale può quindi produrre risposte molto diverse in bacini con substrati differenti.

Proposta di monitoraggio

Un programma efficace dovrebbe integrare:

  1. cartografia geologica e geomorfologica dei bacini;
  2. rilievi GPR e, dove possibile, metodi elettromagnetici o sismici per il regime basale;
  3. monitoraggio continuo della portata e della temperatura dell’acqua;
  4. campionamenti ad alta frequenza durante l’intera stagione di fusione;
  5. concentrazioni di CH?, CO?, etano e propano;
  6. isotopi del carbonio e dell’idrogeno del metano;
  7. misure di ossigeno disciolto e attività metanotrofica;
  8. misure dirette del flusso aria-acqua nei tratti fluviali;
  9. telerilevamento del bilancio di massa e dell’evoluzione del reticolo di drenaggio;
  10. bilanci separati per portale glaciale, fiume proglaciale, sorgenti e falde.

L’esperienza degli acquiferi carsici offre un’analogia metodologica utile: acqua, fratture e condotti possono trasferire rapidamente sostanze dal substrato alla superficie, mentre la struttura del sistema controlla tempi di residenza, diluizione e attenuazione. Il parallelismo non implica che ghiacciai e acquiferi carsici siano sistemi equivalenti, ma suggerisce l’importanza di studiare il sottosuolo come rete di vie preferenziali e non come semplice serbatoio omogeneo. [file:2]

Valutazione complessiva

La ricerca di Kleber e colleghi compie un passo importante perché trasforma un’osservazione locale — metano nelle acque di fusione — in un modello meccanicistico verificabile. La mobilizzazione dipende dalla coincidenza tra una sorgente geologica ricca di materia organica e un letto glaciale temperato capace di sostenere il contatto acqua-roccia.

Il messaggio divulgativo “più fusione, più metano” è utile ma deve essere qualificato. La fusione può favorire la mobilizzazione, soprattutto nelle fasi iniziali e nei bacini predisposti; non è però sufficiente da sola a determinare il bilancio atmosferico. Degassamento, ossidazione, stagionalità, idrologia e trasformazioni termiche del ghiacciaio possono attenuare, amplificare o invertire la risposta.

Il significato più ampio dello studio è che il cambiamento climatico non agisce soltanto sulla quantità di ghiaccio, ma anche sulla connettività tra atmosfera, acqua, ghiaccio e geologia profonda. I ghiacciai possono funzionare come coperture criosferiche che isolano serbatoi di gas; quando cambiano, possono diventare anche vie di trasferimento per carbonio antico.

Scheda rapida per articolo

Titolo consigliato: Metano antico sotto i ghiacciai: alle Svalbard contano shale e temperatura del letto glaciale

Sottotitolo: Le acque di fusione di 19 ghiacciai risultano sovrasature di metano, in gran parte termogenico. Il rilascio è maggiore dove il ghiaccio temperato entra in contatto con rocce ricche di materia organica.

Dati chiave:

  • 19 ghiacciai vallivi studiati;
  • 148 campioni d’acqua, secondo il resoconto associato alla ricerca;
  • sovrasaturazione fino a 425 volte l’equilibrio atmosferico;
  • firma isotopica e presenza di etano e propano compatibili con origine termogenica;
  • ruolo decisivo della presenza di letto glaciale temperato;
  • stima di 182-368 tonnellate annue trasportate dai ghiacciai con terminazione terrestre delle Svalbard;
  • emissione atmosferica reale probabilmente inferiore o diversa dal semplice trasporto, a seconda di degassamento e ossidazione.

Frase da evitare: “Lo scioglimento dei ghiacciai libererà certamente enormi quantità di metano.”

Frase consigliata: “L’aumento della fusione può intensificare la mobilizzazione di metano geologico sotto i ghiacciai, ma l’entità dell’emissione atmosferica dipende dalla geologia, dal regime termico basale e dai processi di degassamento e ossidazione.”

Fonti principali

  • Kleber, G. E. et al. (2026), “Subglacial geology and thermal conditions regulate methane emissions from Svalbard glaciers”, Nature Communications, vol. 17, articolo 9347, DOI: 10.1038/s41467-026-77190-z.
  • Kleber, G. E. et al. (2025), “Proglacial methane emissions driven by meltwater and groundwater flushing in a high-Arctic glacial catchment”, Biogeosciences, 22, 659-674. [web:5]
  • Kleber, G. E. et al. (2023), “Groundwater springs formed during glacial retreat are a large source of methane in the high Arctic”, Nature Geoscience. [web:13]
  • Strock, K. E. et al. (2024), “Oxidation is a potentially significant methane sink in land-terminating glacial runoff”. [web:10]
  • Phys.org, “Melting Svalbard glaciers may flush ancient methane from rocks beneath the ice”, 8 settembre 2026. [web:7]

Fonte: https://www.nature.com/articles/s41467-026-77190-z

L'articolo Metano geologico mobilizzato dai ghiacciai delle Svalbard proviene da Scintilena.

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Alla Grotta del Vento la prima Giornata UNESCO delle Grotte e del Carsismo: tecnica, memoria e divulgazione in Garfagnana

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Domenica 13 settembre 2026, Fornovolasco ha ospitato dimostrazioni di progressione verticale, attrezzature speleosubacquee e una visita storica guidata. L’iniziativa ha collegato la ricorrenza internazionale UNESCO alla conoscenza concreta del patrimonio carsico delle Alpi Apuane.


La prima Giornata internazionale UNESCO delle Grotte e del Carsismo

Il 13 settembre 2026 è stata celebrata per la prima volta la Giornata internazionale delle Grotte e del Carsismo – International Day of Caves and Karst (IDCK), ricorrenza annuale proclamata dall’UNESCO per sensibilizzare sul valore degli ambienti ipogei e dei paesaggi carsici.

La celebrazione internazionale si è svolta a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale nella celebre grotta turistica.

Secondo l’UNESCO, grotte e paesaggi carsici interessano quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone, oltre a conservare biodiversità sotterranea, archivi geologici e testimonianze della storia umana.


Grotta del Vento: un laboratorio pubblico di speleologia nelle Alpi Apuane

La Grotta del Vento, situata a Fornovolasco nel cuore del Parco delle Alpi Apuane (Garfagnana, provincia di Lucca), ha aderito alla ricorrenza con una giornata dedicata a tecnica, esplorazione e memoria storica della speleologia.

La cavità turistica, sviluppata in rocce calcaree, offre tre itinerari di durata diversa e consente di osservare gallerie fossili, condotti freatici e ambienti in concrezionamento.

La valorizzazione turistica è iniziata negli anni Sessanta: i lavori per l’accessibilità sono cominciati nel 1965, il primo itinerario è stato completato nel 1967, il secondo nel 1970 e il terzo nel 1982.


Dalla corrente d’aria alle prime esplorazioni: la storia della cavità

Prima dell’esplorazione sistematica, la grotta era conosciuta soprattutto per la corrente d’aria che usciva dall’apertura, sfruttata in una struttura usata come frigorifero naturale.

Nel 1898 una bambina di quattro anni, Bettina, penetrò per pochi metri nella cavità, aprendo simbolicamente la strada alla conoscenza moderna della grotta.

Le prime esplorazioni speleologiche organizzate risalgono al 1929, quando il Gruppo Speleologico Fiorentino del CAI raggiunse circa 60 metri di sviluppo, fermandosi davanti a una galleria a U piena d’acqua interpretata come sifone.


La mostra delle attrezzature: evoluzione della tecnica speleologica

Nel piazzale della Grotta del Vento è stata allestita una mostra storica che ha ripercorso l’evoluzione delle tecniche di progressione verticale e di illuminazione.

La progressione verticale è stata illustrata attraverso le scalette di corda con pioli di legno, le scale “superleggere” degli anni Sessanta e infine la progressione su sola corda con discensori e bloccanti, che ha reso più efficiente la salita e la discesa lungo i pozzi.

Il percorso storico ha ricordato anche il passaggio dalle prime lampade a incandescenza alle lampade frontali ad acetilene con accensione piezoelettrica, fino all’attuale illuminazione elettrica a LED.


Dimostrazioni di progressione verticale e arrampicata in grotta

Dal piazzale pendeva una corda dalla parete strapiombante, sulla quale gli speleologi hanno eseguito manovre dimostrative per mostrare il funzionamento dei sistemi di progressione moderna.

Le dimostrazioni sono state realizzate da Davide Massarenti, Pietro Taddei dello Speleo Club Garfagnana, Simona Marioti e Federico Bucci.

L’arrampicata in grotta e la discesa su corda dalla sommità della Sala dei Trenta Metri hanno aggiunto una dimensione spettacolare, subordinata però alla spiegazione tecnica per il pubblico non specialista.


Speleosubacquea: attrezzature e spiegazioni sui sifoni

L’esposizione ha incluso anche le attrezzature per l’esplorazione dei sifoni, introducendo il pubblico alla speleosubacquea, una delle discipline più complesse dell’esplorazione ipogea.

Un sifone è un tratto di cavità completamente o parzialmente allagato che richiede tecniche subacquee per essere attraversato, in un ambiente confinato e spesso privo di luce naturale.

Il pubblico ha ricevuto spiegazioni da Davide Massarenti, indicato come speleosub e istruttore subacqueo della Marina Militare.


Visita storica conclusiva guidata da Massimo Goldoni

La giornata si è conclusa con una visita speciale guidata da Massimo Goldoni, speleologo modenese, che ha riportato l’attenzione sui primi naturalisti che, agli inizi del Novecento, affrontarono le parti conosciute della grotta con strumenti e conoscenze molto più limitati.

Il percorso ha trasformato la grotta in un archivio di memoria, presentando sale e pozzi non soltanto come forme geologiche, ma come luoghi segnati da tentativi, errori, intuizioni e passaggi generazionali.


Il significato scientifico e ambientale del carsismo

Il carsismo nasce dall’interazione tra acqua, roccia solubile, fratture e tempo, creando gallerie, pozzi e reti idrologiche sotterranee.

Le aree carsiche sono riconoscibili per calcari e dolomie, doline, inghiottitoi, sorgenti, fiumi sotterranei e scarso sviluppo del reticolo superficiale.

Gli acquiferi carsici sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento perché l’acqua può trasferirsi rapidamente attraverso fessure e cavità»», rendendo più difficile la filtrazione naturale degli inquinanti.


Valutazione dell’evento e prospettive future

La manifestazione ha avuto un esito positivo, con la partecipazione di un pubblico composto sia da speleologi e appassionati sia da visitatori curiosi.

L’evento ha trasformato una visita turistica in un’esperienza di interpretazione del patrimonio sotterraneo, mettendo in relazione strumenti, tecniche, persone e storia dell’esplorazione.

Inserita nella prima ricorrenza UNESCO dedicata alle grotte e al carsismo, l’iniziativa assume un significato più ampio: ricordare che il mondo sotterraneo è un sistema fragile, scientificamente prezioso e connesso alla sicurezza dell’acqua e alla conservazione della natura.


Fonti

Grotta del Vento

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Il proteo si divide in nove specie: il Carso Classico ha il suo anfibio

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La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico

Una revisione cambia il quadro del proteo

Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel genere Proteus.

Lo studio, firmato da Christophe Dufresnes e collaboratori, integra dati genomici e filogeografici, morfologia, distribuzione, modellistica ambientale, valutazioni del rischio e analisi nomenclaturale. Il risultato non indica la comparsa improvvisa di nove animali distinti. Rende visibile una diversità evolutiva già suggerita da precedenti ricerche genetiche.

La revisione descrive il proteo come un esempio di microendemismo sotterraneo. Le nove specie occupano areali molto ristretti nel Carso dinarico, tra Italia nord-orientale, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Il nuovo quadro modifica anche le priorità di conservazione.

Proteo, un anfibio stigionte del Carso dinarico

Il proteo è una salamandra acquatica. Vive in acquiferi, fiumi e laghi sotterranei, sorgenti carsiche e zone di contatto tra ambiente ipogeo ed epigeo. È uno stigionte, cioè un organismo strettamente associato alle acque sotterranee.

Il corpo allungato, la riduzione degli occhi, la pigmentazione generalmente scarsa e le branchie esterne persistenti sono adattamenti alla vita nel buio. La pedamorfosi consente all’animale adulto di conservare caratteri larvali. Il proteo vive e si riproduce in acqua senza completare la metamorfosi terrestre tipica di molte salamandre.

Il nome popolare “pesce delle caverne” è quindi improprio. La denominazione riflette l’aspetto e la vita acquatica, ma non la posizione sistematica dell’animale. Anche il dato sulla longevità, spesso indicata oltre il secolo, va riferito alla letteratura sul complesso storico di P. anguinus. Non può essere trasferito automaticamente a tutte le specie riconosciute nel 2026.

Nove specie e tre nuove descrizioni

La revisione riconosce nove specie di Proteus. Sei corrispondono a nomi già disponibili nella letteratura zoologica. Tre sono descritte formalmente nel nuovo lavoro.

Le specie riconosciute sono:

  • Proteus anguinus.
  • Proteus xanthostictus.
  • Proteus freyeri.
  • Proteus carrarae.
  • Proteus croaticus.
  • Proteus parkelj.
  • Proteus ikae.
  • Proteus bosniensis.
  • Proteus maurii.

Il proteo nero sloveno, Proteus parkelj, viene trattato come specie autonoma. La forma è caratterizzata da pigmentazione più marcata e da occhi maggiormente sviluppati rispetto alle forme bianche troglomorfe.

Le tre specie nuove sono P. ikae, associata all’Istria, P. bosniensis, riferita alla Bosnia nord-occidentale, e P. maurii, legata al Carso Classico. Il lavoro sottolinea che sei nomi erano già disponibili e sono stati recuperati attraverso una verifica storica della nomenclatura.

Proteus maurii, il proteo del Carso Classico

La nuova specie italiana è Proteus maurii. Il suo areale comprende le popolazioni del Carso Classico, nell’area del bacino sotterraneo del Timavo-Reka tra Italia e Slovenia. Il nome specifico rende omaggio al naturalista Edgardo Mauri, impegnato per anni nello studio e nella conservazione del proteo.

La diagnosi non dipende soltanto dall’aspetto esterno. Nel Carso Classico sono stati osservati individui bianchi e longilinei in grotta, ma anche esemplari più robusti e con tonalità dorate presso ambienti superficiali. La variazione fenotipica può dipendere dall’habitat e non basta a identificare una specie.

La delimitazione di Proteus maurii deriva dalla convergenza di più evidenze. I ricercatori hanno considerato la differenziazione genetica, la distribuzione geografica, la morfologia, l’ecologia e la storia dei nomi zoologici. È questo il principio della tassonomia integrativa.

Speciazione e acquiferi carsici isolati

Nel sottosuolo carsico, la continuità apparente del paesaggio non coincide con la connessione delle acque. Fratture, condotti, sifoni, cavità e sorgenti formano reti complesse. La riorganizzazione dei drenaggi, le catture fluviali e le variazioni del livello di base possono interrompere il flusso tra bacini diversi.

Il percorso evolutivo può essere ricostruito in modo semplice. Una popolazione ancestrale occupa le acque sotterranee. Un cambiamento del reticolo carsico isola alcuni gruppi. Il flusso genetico diminuisce. Deriva genetica, selezione e tempo producono lignaggi indipendenti.

Le grotte visitabili sono finestre su acquiferi più ampi. Due cavità vicine in superficie non sono necessariamente collegate in profondità. Due sorgenti lontane possono invece appartenere allo stesso sistema idrogeologico. Questa cautela è essenziale per interpretare la distribuzione del proteo.

Microendemismo e rischio di estinzione

L’abbandono del modello di una sola specie ampiamente distribuita ha conseguenze concrete. Quando tutte le popolazioni erano incluse in P. anguinus, la perdita di una sorgente poteva apparire come un declino locale. Se quella popolazione appartiene a una specie autonoma, lo stesso evento può rappresentare una perdita globale per il taxon.

L’abstract dello studio afferma che le nove specie sono in immediato pericolo di estinzione. La pubblicazione associa alla delimitazione tassonomica anche valutazioni di Lista Rossa e modelli di distribuzione. L’obiettivo è fornire una base per la gestione della conservazione a scala di specie.

Il caso di P. parkelj mostra la fragilità delle distribuzioni minime. Per il proteo nero sloveno viene indicata un’estensione di presenza di circa 3 chilometri quadrati, compatibile con una valutazione di In Pericolo Critico. P. bosniensis è riferito ai bacini superiori di Una e Sana, nella Bosnia nord-occidentale, con un’area occupata molto più piccola dell’estensione complessiva stimata.

Acquiferi carsici e pressioni ambientali

Il proteo dipende dalla qualità dell’acqua sotterranea. Gli acquiferi carsici sono vulnerabili perché l’acqua può infiltrarsi rapidamente attraverso fessure e inghiottitoi. I contaminanti possono transitare lungo i condotti e raggiungere sorgenti e habitat sotterranei con limitata filtrazione naturale.

Le pressioni principali includono nitrati, pesticidi, reflui civili, scarichi industriali, idrocarburi e rifiuti. Si aggiungono captazioni, emungimenti, cave, infrastrutture e cambiamenti nell’uso del suolo. Siccità e variazioni della ricarica possono modificare portate, livelli di falda e temperatura dell’acqua.

La tutela del proteo non può limitarsi al punto in cui viene osservato. Deve comprendere il bacino di ricarica, le connessioni idrogeologiche e le attività svolte in superficie. La documentazione sul progetto SOS Proteus richiama la necessità di integrare il monitoraggio chimico con quello ecologico delle acque sotterranee.

Monitoraggio e ruolo della speleologia

La conservazione richiede dati affidabili e raccolti con metodi a basso impatto. L’eDNA può rilevare tracce genetiche nell’acqua senza catturare direttamente gli animali. Le osservazioni standardizzate alle sorgenti, le fototrappole a infrarossi e il monitoraggio idrochimico possono completare il quadro.

La speleologia può contribuire alla conoscenza delle connessioni tra cavità, sorgenti e sistemi di drenaggio. Il lavoro sul campo deve rispettare protocolli rigorosi. Manipolazioni non necessarie, contaminazione delle attrezzature e divulgazione indiscriminata di località sensibili possono aumentare i rischi.

La gestione dovrebbe coinvolgere speleologi, idrogeologi, zoologi, enti gestori, laboratori genetici e comunità locali. Nessuna disciplina osserva da sola l’intero acquifero. La nuova tassonomia rende necessario coordinare le informazioni biologiche con la cartografia delle falde.

Una nuova scala per la conservazione

La revisione del 2026 modifica il modo di leggere il proteo. Non si tratta più soltanto di una specie simbolo del Carso dinarico, ma di un insieme di linee evolutive legate a sistemi sotterranei distinti. Proteus maurii porta questa revisione direttamente nel Carso Classico italiano.

Il punto centrale riguarda il rapporto tra specie e habitat. Una linea evolutiva isolata in un acquifero piccolo richiede una tutela commisurata alla sua distribuzione reale. La protezione della sorgente è importante, ma deve essere accompagnata dalla salvaguardia del bacino di ricarica e delle acque che lo alimentano.

Per la speleologia, il proteo conferma il valore scientifico delle cavità e delle sorgenti carsiche. Per la conservazione, mostra quanto la diversità sotterranea possa rimanere nascosta fino a quando genetica, idrogeologia e ricerca sul campo non vengono integrate.

Fonti

  1. Dufresnes, C. et al. (2026), Olm sweet olm: unearthing nine species of Proteus hidden beneath the Dinaric Karst, Amphibia-Reptilia, DOI 10.1163/15685381-bja10266. URL: https://orbi.uliege.be/handle/2268/347905
  2. Brill, Amphibia-Reptilia, articolo scientifico. URL: https://brill.com/view/journals/amre/aop/article-10.1163/15685381-bja10266/article-10.1163/15685381-bja10266.xml
  3. Università degli Studi di Milano, “Il proteo non è una sola specie: una ricerca ne riconosce nove, tra cui una italiana”. URL: https://lastatalenews.unimi.it/proteo-non-sola-specie-ricerca-ne-riconosce-nove-cui-italiana
  4. La Scintilena, “Il proteo non è più solo: nove specie nelle acque sotterranee dei Balcani”. URL: https://www.scintilena.com/il-proteo-non-e-piu-solo-nove-specie-nelle-acque-sotterranee-dei-balcani/08/17/
  5. Trontelj, P. et al. (2026), “Four new species of the genus Proteus (Amphibia: Proteidae)”, Natura Sloveniae. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/view/29865
  6. Society for Cave Biology, SOS Proteus, “Implementation of monitoring and practical actions”. URL: https://journals.uni-lj.si/NaturaSloveniae/article/download/16745/14135/51729
  7. Tular Cave Laboratory, “With Proteus we share dependence on groundwater”. URL: https://www.tular.si/images/pdf/Threats_on_Proteus_and_groundwater.pdf
  8. Materiale di progetto, file di riferimento.txt, sezione “Biologia & grotte”.

https://rivistanatura.com/il-pesce-delle-caverne-non-e-piu-il-solo/

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Puliamo il Buio 2026 alla Buca di Pianiza dell’Alpe: la speleologia toscana in prima linea per la tutela del carsismo

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In occasione della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, la Federazione Speleologica Toscana ha bonificato la cavità 2385 T/LU a Molazzana, rimuovendo 400 kg di rifiuti con il supporto del Comune.

La coincidenza simbolica: Giornata UNESCO e azione concreta

Il 13 settembre 2026 ha segnato un doppio appuntamento per la comunita speleologica internazionale e italiana. Da un lato, la prima celebrazione ufficiale della Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo (International Day of Caves and Karst – IDCK), istituita dall’UNESCO nel novembre 2025 su proposta della Slovenia e dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS). [web:2][web:3][web:4] Dall’altro, l’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026, la campagna nazionale promossa dalla Societa Speleologica Italiana (SSI) in collaborazione con Legambiente, dedicata alla bonifica e alla tutela delle cavita carsiche. [web:7][web:11]

La scelta di fissare l’intervento alla Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio proprio in questa data ha conferito all’iniziativa un valore operativo oltre che simbolico: non solo una ricorrenza istituzionale, ma un’azione concreta di salvaguardia di un ambiente ipogeo vulnerabile. [web:7][web:10]

Obiettivi della campagna Puliamo il Buio

Puliamo il Buio nasce con una missione chiara e articolata. Individuare e documentare le situazioni di rischio ambientale nelle grotte e nelle cavita naturali o artificiali. Intervenire, dove tecnicamente possibile, con operazioni di bonifica e rimozione dei rifiuti. Contribuire a individuare soluzioni per la prevenzione dell’abbandono dei rifiuti e la gestione sostenibile del carsismo. [web:5][web:7]

La campagna e collegata a Puliamo il Mondo, l’iniziativa nazionale di Legambiente, e dal 2005 unisce la rimozione dei rifiuti al censimento delle criticita, alla valutazione del rischio e alla sensibilizzazione delle comunita locali. [web:7][web:13]

Svolgimento dell’evento: numeri e partecipazione

All’edizione toscana di Puliamo il Buio 2026 hanno aderito circa 30 volontari, provenienti da diversi gruppi speleologici della Federazione Speleologica Toscana (FST). Tra i gruppi coinvolti figurano lo Speleo Club Garfagnana, il GST Speleo Fucecchio, il GSAA Massa, il GSF Firenze, il GSPI Pisa, l’ASS Siena, la SST Firenze e il GSAV. [web:5][web:6][web:7]

L’evento e stato organizzato con il patrocinio del Comune di Molazzana, che ha fornito supporto logistico per il trasporto dei sacchi di rifiuti raccolti. [web:5][web:6][web:7] Il ritrovo era previsto alle ore 9 davanti al Municipio di Molazzana, da dove sono stati organizzati equipaggi, trasferimenti e squadre di lavoro. [web:7][web:11]

Quantita e tipologia dei rifiuti recuperati

Nel corso della giornata, gli speleologi hanno recuperato dalla cavita una quantita considerevole di materiali. Circa 400 kg di rifiuti sono stati riportati in superficie, distribuiti in 30 sacchi riempiti, con un peso medio di circa 15 kg ciascuno. [web:5][web:6][web:7]

La tipologia dei rifiuti era principalmente composta da vetro, plastica e metalli, oltre ad alcune batterie, particolarmente problematiche per il loro potenziale impatto ambientale. [web:5][web:6][web:7] Al termine delle operazioni, grazie alla collaborazione dell’amministrazione comunale, i sacchi sono stati trasportati con un mezzo messo a disposizione dal Comune in un luogo idoneo, dove resteranno temporaneamente in attesa del successivo conferimento ai centri di raccolta. [web:5][web:6][web:7]

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio (2385 T/LU)

La Buca di Pianiza dell’Alpe di Sant’Antonio e una cavita carsica censita con il numero 2385 T/LU nel catasto speleologico toscano. [web:5][web:6][web:7] Si trova nel territorio del Comune di Molazzana, in provincia di Lucca, nell’area dell’Alpe di Sant’Antonio, un settore dell’Appennino Tosco-Emiliano caratterizzato da estesi fenomeni carsici. [web:5][web:6][web:7]

La cavita si apre a 910 metri di quota nel cuore delle Alpi Apuane. E una cavita in calcare con uno sviluppo spaziale di 120 metri e un dislivello di 40 metri, caratterizzata da una fessura discendente e da un inghiottitoio occasionale. [web:10] La scheda catastale, aggiornata nel 2023, segnalava la presenza di rifiuti non recenti nella prima parte della grotta, rendendo ancora piu significativo l’intervento di bonifica promosso dalla Federazione Speleologica Toscana. [web:10]

Vulnerabilita delle aree carsiche e rischi ambientali

Le aree carsiche sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento e all’abbandono dei rifiuti per diverse ragioni. La permeabilita elevata favorisce l’infiltrazione rapida dell’acqua superficiale nel sottosuolo attraverso fessure e inghiottitoi, trasportando con se eventuali contaminanti. [file:1] La difficolta di accesso rende molte cavita poco visibili o difficili da raggiungere, favorendo l’abbandono illegale di rifiuti. [web:9] Gli ecosistemi ipogei ospitano specie endemiche e adattate a condizioni di scarsa energia, molto sensibili alle alterazioni ambientali. [web:2][web:8]

I rifiuti recuperati (vetro, plastica, metalli, batterie) rappresentano una fonte di inquinamento potenzialmente grave per gli ecosistemi sotterranei. Vetro e plastica possono frammentarsi in microplastiche e microvetri, con effetti negativi sulla fauna ipogea. [web:5][web:6][web:7] I metalli possono rilasciare ioni metallici tossici nelle acque sotterranee. [web:5][web:6][web:7] Le batterie contengono metalli pesanti (piombo, cadmio, mercurio) e sostanze chimiche pericolose, con elevato potenziale di contaminazione delle falde acquifere. [web:5][web:6][web:7]

Gestione post-bonifica e collaborazione istituzionale

Dopo la raccolta, i sacchi sono stati trasportati in un’area di stoccaggio temporaneo, in attesa del conferimento ai centri di raccolta differenziata. [web:5][web:6][web:7] Questa fase e cruciale per garantire che i materiali vengano smaltiti correttamente, evitando che tornino a inquinare l’ambiente. [web:5][web:9]

L’intervento alla Buca di Pianiza rappresenta un esempio di collaborazione virtuosa tra associazioni speleologiche, volontari, amministrazione pubblica e organizzazioni nazionali e internazionali. [web:5][web:7][web:9] Questa sinergia e fondamentale per garantire la sostenibilita delle azioni di tutela e la continuita degli interventi nel tempo. [web:5][web:7]

Contesto nazionale e internazionale: altre iniziative Puliamo il Buio 2026

Nel 2026, Puliamo il Buio ha registrato iniziative distribuite in piu regioni italiane. Alla Voragine di San Lorenzo sul Carso triestino si e svolta una bonifica con 21 volontari, per rimuovere rifiuti accumulati nel corso di decenni. [web:9] Alla Dolina di Tuvixeddu a Cagliari e intervenuto il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano insieme a Legambiente in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. [web:9] All’Inghiottitoio di Monte Carello (Puglia) il GASP! ha operato tra Noci e Alberobello, con rimozione di rifiuti e sensibilizzazione delle comunita locali. [web:3][web:13]

Queste iniziative dimostrano come la campagna sia radicata in tutto il territorio nazionale, con un impatto significativo sulla tutela del carsismo italiano. [web:9][web:13]

Il progetto europeo Clean-Up the Dark

A livello europeo, l’esperienza italiana di Puliamo il Buio si inserisce nel contesto del progetto Clean-Up the Dark, una banca dati che amplia la mappa delle cavita pulite e inquinate con dati da Francia, Germania e Paese Basco. [web:9] Il progetto mira a rendere visibili le grotte bonificate e a monitorare le pressioni antropiche sugli ambienti ipogei. [web:9]

La speleologia al servizio dell’ambiente: responsabilita e tutela

Puliamo il Buio dimostra come la speleologia non sia soltanto esplorazione e ricerca, ma anche responsabilita e tutela del territorio. [web:5][web:7] Gli speleologi, grazie alle loro competenze tecniche e alla conoscenza degli ambienti sotterranei, sono figure chiave per identificare le criticita ambientali nelle grotte, intervenire in sicurezza per la rimozione dei rifiuti e documentare le situazioni di rischio. [web:5][web:7][web:9]

Prospettive future: monitoraggio, sensibilizzazione e formazione

Le prospettive future includono il monitoraggio continuo delle cavita a rischio, per identificare tempestivamente nuove situazioni di inquinamento. [web:9] La sensibilizzazione delle comunita locali e dei visitatori, per ridurre l’abbandono dei rifiuti. [web:5][web:9] L’integrazione con progetti europei come Clean-Up the Dark, per condividere dati e buone pratiche a livello internazionale. [web:9] La formazione degli speleologi e dei tecnici, per migliorare le capacita di intervento in sicurezza e di documentazione delle criticita. [web:5][web:9]

In questo contesto, la speleologia si conferma non solo una disciplina scientifica e sportiva, ma anche un presidio attivo per la tutela del patrimonio carsico italiano ed europeo. [web:5][web:7][web:9]


Fonti consultate

Federazione Speleologica Toscana

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Cryosphere in Motion: manca un mese alla scadenza

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Laura Sanna ricorda su Speleo-it il videocontest in itinere

Al video contest promosso dal CNR possono partecipare anche filmati non realizzati di recente

La precisazione può essere di particolare interesse per la comunità speleologica, che può candidare immagini già presenti negli archivi relative a grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca, monitoraggio e lavoro sul campo in ambienti innevati e d’alta quota.

La scadenza per le candidature è fissata al 15 ottobre 2026.

Il contest prevede tre categorie e tre premi in materiale tecnico. La premiazione si terrà l’11 dicembre 2026 presso la sede centrale del CNR a Roma.

Avete negli archivi immagini di grotte di ghiaccio, esplorazioni glaciali, attività di ricerca o monitoraggio in ambienti innevati e d’alta quota? Potrebbe essere l’occasione giusta per valorizzarle.

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Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido

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Gigi Casati prosegue l’esplorazione subacquea del sifone a monte: raggiunti gli 81 metri di profondità e risalita fino a -39. Il sistema di gallerie allagate conosciute supera ora i 700 metri di sviluppo

Nuovi importanti risultati esplorativi nelle Grotte di Castelcivita, in provincia di Salerno, dove nel corso della campagna speleosubacquea 2026 Gigi Casati, del Gruppo Speleologico Lecchese, ha proseguito l’esplorazione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.

L’attività, organizzata dal Gruppo Speleologico Natura Esplora (GSNE), ha richiesto un notevole impegno logistico e il coinvolgimento di speleologi provenienti da numerosi gruppi italiani.

L’obiettivo principale della campagna era la prosecuzione dell’esplorazione subacquea iniziata negli anni precedenti.

Nel corso delle operazioni Casati ha effettuato complessivamente quattro immersioni: la prima per il posizionamento delle bombole di emergenza, la seconda per ripristinare il filo guida nelle condotte forzate, dove si era interrotto, la terza dedicata all’esplorazione vera e propria e la quarta per il recupero dei materiali.

Nella galleria a -60m

Le condizioni ambientali si sono rivelate migliori rispetto alla campagna dello scorso anno. La qualità dell’aria nei settori interessati dall’esplorazione ha consentito di operare senza particolari problemi, mentre la temperatura della grotta oscillava tra i 14 e i 15 °C.

Nella condotta forzata a -80m

In acqua, le condizioni sono state ancora una volta eccezionali dal punto di vista della visibilità, risultata perfetta, con una temperatura di circa 11 °C.

Nel restringimento

180 metri di nuova esplorazione

Nella gallerie si alternano sale e sul fango i ripples son ben visibili

Il risultato della campagna è particolarmente significativo: 180 metri di nuova esplorazione subacquea, raggiungendo una profondità massima di -81 metri e risalendo successivamente fino alla quota di -39 metri.

Di nuovo ambienti di ridotte dimensioni

Un risultato molto gratificante, nonostante se il mitico speleoGigi abbia accennato a proprie condizioni fisiche non ottimali durante la spedizione.

Con le nuove scoperte, il sistema delle gallerie allagate dei Pozzi dell’Orrido supera ora i 700 metri di sviluppo conosciuto, confermando l’importanza e la complessità del settore sommerso delle Grotte di Castelcivita.

Le esplorazioni sono tutt’altro che concluse. L’intenzione è quella di tornare nel 2027 per proseguire le ricerche sia a monte sia a valle, cercando di comprendere ulteriormente l’estensione e l’andamento di questo articolato sistema carsico sommerso.

Un grande lavoro di squadra

Dietro ai risultati dell’esplorazione speleosubacquea c’è stato un importante lavoro collettivo. Durante la campagna è stata infatti movimentata una notevole quantità di materiali, con numerosi speleologi impegnati nella preparazione della discesa nel pozzo e nel trasporto delle attrezzature necessarie alle immersioni.

Di seguito pubblichiamo il racconto di Gigi Casati, protagonista dell’esplorazione speleosubacquea nei Pozzi dell’Orrido, con il resoconto diretto delle immersioni, delle difficoltà affrontate e dei risultati raggiunti durante la campagna 2026 alle Grotte di Castelcivita.

Grotte di Castelcivita 2026
Il mio obiettivo di quest’anno in compagnia del GSNE che ha organizzato la logistica era la prosecuzione del sifone a monte nei Pozzi dell’Orrido.
Abbiamo avuto la possibilità di fare 4 immersioni: una per posare le bombole di emergenza, una per sistemare il filo nelle condotte forzate che si era rotto, una per l’esplorazione e una per sbaraccare i materiali. Le condizioni dell’aria erano nettamente migliori dello scorso anno, si respirava bene, la temperatura nella grotta varia dai 15 ai 14 gradi. In acqua come al solito la visibilità era perfetta e la temperatura di 11 gradi. Il risultato finale considerando che le mie condizioni fisiche non erano perfette è stato gratificante, 180m di nuova esplorazione e risalito fino a -39m dai -81m di profondità massima. Ora il sistema delle gallerie allagate nei Pozzi dell’Orrido supera i 700m. Il prossimo anno ci daremo da fare per continuare sia a monte che a valle a esplorare questo incredibile sistema.
Quest’anno abbiamo movimentato molti materiali e il ringraziamento va a tutti gli amici speleologi che ci hanno aiutato nel preparare la discesa nel pozzo e nel trasportare le attrezzature.
Non è mancato l’indispensabile supporto del Comune di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Forziati e della Società delle Grotte di Castelcivita nella persona del Dott. Antonio Gigliello nonché le storiche guide Giuseppe Ricciardella e Pietro Costantino
Gruppo Speleologico Natura Esplora organizzatore dell’evento: Amalio Schiavo, Benedetta De Francesco, Berardino Bocchino, Enza Finelli, Francesca De Sio, Ivan Giorgetti, Rossana D’Arienzo e Vito Vairo
Gruppo Speleo Alpinistico Vallo di Diano: Vladimir Cuellar
Gruppo Speleo Cudinipuli: Vittorio Platì, Bahija El Malki e Amal El Alam
Gruppo Speleologico la Grave di Verzino: Quinzia Palazzo
Gruppo Grotte Grottaglie: Domenico Cimarrusti, Donato Barletta, Ester Stante, Gianna Freuli, Massimiliano de Marco, Rocco De Icco e Silvia Marrone
Gruppo Speleologico Lecchese: Gigi Casati
Gruppo Grotte Melphicta Kalipè: Giuseppe Dileo e Alessandro Smaldino.
Gruppo Speleo Tricase: Antonio Creti e Valeria Cazzetta
Roberto De Cave

La campagna 2026 aggiunge così un nuovo importante tassello alla conoscenza delle Grotte di Castelcivita.

Soprattutto, lascia aperta una prospettiva particolarmente interessante: oltre gli attuali limiti esplorativi, il sistema sommerso dei Pozzi dell’Orrido continua.

Il gruppone di fine spedizione

Fotografie e notizia di Gigi Casati

L'articolo Grotte di Castelcivita 2026: altri 180 metri esplorati nei Pozzi dell’Orrido proviene da Scintilena.

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