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Al Gouffre des Saints de Glace, ad Autrans-Méaudre en Vercors, è stato attivato il dispositivo ORSEC per un infortunio in profondità. Circa quaranta soccorritori sono impegnati nell’evacuazione in barella.
Gouffre des Saints de Glace: l’allarme nel pomeriggio
Aggiornamento: l’intervento è concluso, il ferito è stato portato fuori dalla grotta alle 1:30 di questa notte
Un intervento di soccorso speleologico è in corso al Gouffre des Saints de Glace, nel territorio di Autrans-Mé
Al Gouffre des Saints de Glace, ad Autrans-Méaudre en Vercors, è stato attivato il dispositivo ORSEC per un infortunio in profondità. Circa quaranta soccorritori sono impegnati nell’evacuazione in barella.
Gouffre des Saints de Glace: l’allarme nel pomeriggio
Aggiornamento: l’intervento è concluso, il ferito è stato portato fuori dalla grotta alle 1:30 di questa notte
Un intervento di soccorso speleologico è in corso al Gouffre des Saints de Glace, nel territorio di Autrans-Méaudre en Vercors, nel dipartimento dell’Isère. L’allarme è scattato nel pomeriggio di domenica, quando un praticante si è infortunato dopo una scivolata in una galleria della cavità.
Secondo le informazioni trasmesse dalla struttura di soccorso, l’uomo ha 56 anni e presenta un trauma alla caviglia. Il punto dell’incidente è stato indicato attorno a 150 metri di profondità. La Prefettura dell’Isère ha attivato le disposizioni specifiche ORSEC per il soccorso in ambiente sotterraneo.
La radio pubblica locale Ici Isère riferisce un primo allertamento attorno alle 15 e conferma il dispiegamento di circa quaranta persone.
Soccorso al Gouffre des Saints de Glace: squadre e sanità
L’operazione riunisce volontari dello Spéléo Secours Isère, vigili del fuoco del SDIS 38, personale della CRS Alpes e gendarmi del PGHM dell’Isère.
Partecipano anche un medico e un infermiere del SAMU 38, oltre ai volontari dell’ADRASEC 38, impegnati nelle comunicazioni specialistiche.
Una squadra medica ha raggiunto l’infortunato. Questo passaggio permette di valutarne le condizioni, prestare le prime cure e predisporre il trasferimento in sicurezza.
I soccorritori stanno installando gli equipaggiamenti necessari per la progressione della barella lungo i passaggi sotterranei e verso l’uscita.
In un recupero di questo tipo, il trasporto non coincide con un semplice sollevamento verticale.
La barella deve essere assicurata e guidata attraverso pozzi, meandri, strettoie e tratti inclinati. Le squadre alternano manovre su corda, accompagnamento e gestione delle comunicazioni. I tempi dipendono dalla morfologia della cavità, dalle condizioni della persona soccorsa e dalla necessità di non interrompere l’assistenza sanitaria.
Il sistema carsico del Vercors e il Gouffre des Saints de Glace
Il Gouffre des Saints de Glace appartiene al sistema del Trou qui souffle, nell’area di Méaudre e Autrans, sul massiccio del Vercors.
Il Gouffre des Saints de Glace non è nuovo a operazioni complesse. La documentazione storica dello Spéléo Secours Isère cita infatti precedenti interventi nell’area. Ogni evento ha caratteristiche proprie, ma la conoscenza della cavità e l’esperienza maturata dai gruppi locali costituiscono una risorsa operativa importante.
ORSEC e il ruolo del soccorso speleologico
L’attivazione delle disposizioni specifiche ORSEC coordina mezzi pubblici, sanitari e tecnici necessari a un’operazione sotterranea. Il dispositivo consente di adattare la risposta alla complessità dell’ambiente, nel quale accesso, comunicazioni e trasporto richiedono competenze specifiche.
In Francia lo Spéléo Secours Français è la commissione specializzata della Fédération Française de Spéléologie. È stato creato nel 1977 e risulta accreditato per le operazioni di sicurezza civile in cavità naturali e artificiali, sia asciutte sia allagate. Le sue funzioni comprendono la formazione dei soccorritori, la prevenzione, l’organizzazione degli interventi e lo sviluppo tecnico. [web:19]
Il coinvolgimento congiunto di volontari speleologi, soccorso sanitario, vigili del fuoco, gendarmeria e unità di montagna risponde proprio alla necessità di integrare competenze differenti. Al momento non è stata comunicata la conclusione del recupero. Le operazioni potrebbero proseguire per diverse ore, anche durante la notte, come indicato dalle prime informazioni disponibili. [web:18]
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Rientrata in Italia “Shtares 2026”, la spedizione organizzata dal Gruppo Speleologico Martinese nel villaggio di Vrane e Made
La Shpella Shtares continua a crescere e a sorprendere. La spedizione Shtares 2026 torna dalle Alpi Albanesi con 1,4 chilometri di nuovi ambienti esplorati, nuove vie ancora tutte da inseguire e un complesso sotterraneo che raggiunge ormai circa 13,5 chilometri di sviluppo. Ma questa volta lasciamo subito la parola a chi, per più di due settimane, quei meandr
Rientrata in Italia “Shtares 2026”, la spedizione organizzata dal Gruppo Speleologico Martinese nel villaggio di Vrane e Made
La Shpella Shtares continua a crescere e a sorprendere. La spedizione Shtares 2026 torna dalle Alpi Albanesi con 1,4 chilometri di nuovi ambienti esplorati, nuove vie ancora tutte da inseguire e un complesso sotterraneo che raggiunge ormai circa 13,5 chilometri di sviluppo. Ma questa volta lasciamo subito la parola a chi, per più di due settimane, quei meandri, pozzi e gallerie li ha percorsi, esplorati e studiati.
Si è conclusa con importanti scoperte la recente campagna esplorativa e scientifica Shtares 2026, organizzata dall’8 al 23 agosto sulle Alpi Albanesi dal Gruppo Speleologico Martinese e che ha visto la partecipazione di ben 28 speleologi provenienti da diversi gruppi speleo italiani (Società Alpina delle Giulie; Gruppo Speleo San Giusto – Trieste; CARS Centro Altamurano Ricerche Speleologiche; Gruppo Speleologico Lunense; Gruppo Speleologico Fiorentino; Speleo Club Tanaro; Speleo Club Nuoro; Gruppo Speleologico CAI Padova; Troglobius APS Verona).
La compagine esplorativa ha rilevato 1,4 km di nuovi ambienti, portando così la Shpella Shtares a uno sviluppo complessivo di circa 13,5 km.
«Le attività si sono divise su più fronti del complesso ipogeo – ha commentato Sebastiano Calella, capo spedizione –. Nel Ramo Poseidone le verifiche sui meandri e sui pozzi lasciati in sospeso l’anno passato hanno confermato la ricollegabilità dei passaggi alle condotte già note, mentre nella Sala di Morfeo è stata iniziata una risalita di circa 30 metri che attende ulteriori approfondimenti. Nella Forra dei Ragazzi, il ramo più distante dall’ingresso in cui non si tornava dal 2019, le squadre sono riuscite a bypassare un primo tratto bagnato, dovendosi tuttavia arrestare sotto una seconda risalita per la forte portata d’acqua e la roccia friabile. Il Ramo del Mezzogiorno ha invece regalato l’accesso a un’ampia galleria di circa cento metri dopo una risalita, con il prosieguo attualmente sbarrato da una frana alla base di un salto verticale. La scoperta principale è avvenuta nella zona della Connessione al termine della Via di Oniro, dove una risalita di quaranta metri ha permesso d’intercettare il nuovo Ramo Radio Alice. Quest’ultimo si sviluppa per circa cinquecento metri e presenta diverse condotte e un pozzo da discendere, le cui esplorazioni sono state temporaneamente sospese per l’esaurimento del tempo e dei materiali a disposizione».
Sul fronte logistico, il Campo Base ha garantito il costante funzionamento dei collegamenti radio interni e l’allestimento di otto posti letto, mentre nelle zone più remote della cavità è stato approntato un campo avanzato con amache all’interno del Ramo Apuani in Vacanza. Qui, la progressione è risultata particolarmente tecnica a causa della qualità della roccia presente in parete e si è incentrata su due fronti esplorativi principali. Sono stati, infatti, rilevati circa 500 metri di sviluppo e vari pozzi sono stati discesi, per circa cento metri, fino a una strettoia di complessa percorrenza che costituisce l’attuale limite raggiunto. Questa zona sarà un punto importante per le esplorazioni degli anni a venire.
«Parallelamente alle esplorazioni – ha commentato Alessandro Marraffa, responsabile scientifico della spedizione – abbiamo dedicato ampio spazio al monitoraggio microclimatico e alla ricerca biologica. Sono stati scaricati e riposizionati i termometri di profondità, integrati da un sensore esterno, e sono stati installati due anemometri nelle gallerie della Via di Oniro per analizzare la circolazione dell’aria nelle diverse stagioni dell’anno. In ambito biospeleologico si è proceduto al prelievo di campioni di fauna ipogea – anellidi, irudinei, insetti, collemboli, acari, pseudoscorpioni, miriapodi, aracnidi, tricotteri e oligocheti – oltre alla raccolta di campioni microbiologici di patine e vermicolazioni da analizzare nelle prossime settimane».
L’appuntamento è fissato per l’anno prossimo, quando i Martinesi torneranno nuovamente nel villaggio di Vrane e Made per Shtares 2027, continuando le esplorazioni lasciate in sospeso e i monitoraggi scientifici.
«Continuare a esplorare la Shpella Shtares insieme a diversi speleologi provenienti da varie parti d’Italia è un’occasione di vera e profonda crescita per il nostro gruppo – ha concluso Donatella Leserri, presidentessa del Gruppo Speleologico Martinese –. Ancora una volta l’Albania ci ha accolti a braccia aperte e ci ha fatto sentire a casa. Voglio ringraziare infine, per il sostegno, la SSI, la Federazione Speleologica Pugliese e il Servizio Regionale Puglia del Soccorso Alpino e Speleologico; Korda’s, per averci fornito parte delle corde utilizzate nel corso dell’esplorazione; Tiberino, per gli ottimi pasti liofilizzati; Carmine Lucia, per i caciocavalli, i salami e il miele; e lo Studio dentistico Verboschi».
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Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte.
Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa
Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte.
Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa 11.000 anni fa e proviene da Karahantepe, uno dei grandi siti neolitici dell’Anatolia sudorientale, nella provincia turca di ?anl?urfa.
La scoperta è stata annunciata il 25 agosto 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy e proviene dalla campagna di scavo attualmente in corso nel sito.
La scultura misura circa 70 centimetri di altezza e riunisce nello stesso manufatto una figura umana e un grande felino. Ma uno degli aspetti archeologicamente più interessanti non è soltanto ciò che rappresenta: è dove è stata trovata.
Una scultura ancora al suo posto
Secondo il comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo, l’opera è stata rinvenuta nel luogo in cui era stata lasciata circa 11.000 anni fa.
Si trovava su una panca in pietra che corre lungo la parete di una piccola struttura di circa tre metri di diametro, il cui pavimento era rivestito di pietre piatte.
È un’informazione fondamentale.
Un oggetto archeologico rinvenuto nel proprio contesto può raccontare molto più di un manufatto isolato. La posizione rispetto alle pareti, agli accessi, agli altri reperti e all’organizzazione dello spazio può contribuire a ricostruirne l’uso e, almeno in parte, il significato.
Nel caso della nuova scultura di Karahantepe, però, queste informazioni dettagliate non sono ancora disponibili.
Il Ministero la definisce una «scultura composita» realizzata secondo uno stile del quale nel sito non erano stati precedentemente trovati esempi.
Al momento dell’annuncio non risulta ancora pubblicato un rapporto scientifico completo sul ritrovamento che permetta di conoscere nel dettaglio la stratigrafia, la cronologia e la funzione della struttura e dell’oggetto.
Cosa significa quell’uomo sul leopardo?
È la domanda inevitabile, ed è anche quella alla quale, per ora, non possiamo rispondere.
L’immagine è potentissima: un essere umano sopra uno dei più grandi predatori dell’ambiente neolitico anatolico.
È facile vedere nella scena un’immagine di dominio dell’uomo sull’animale, oppure immaginare un significato rituale, religioso o mitologico. Potremmo pensare a un individuo particolare, a una figura sovrannaturale, a un racconto condiviso dalla comunità o a una rappresentazione simbolica del rapporto fra esseri umani e mondo selvatico.
Sono tutte possibilità, ma nessuna, allo stato attuale, è una spiegazione dimostrata.
Qui che la scoperta diventa particolarmente interessante.
Nel comunicato del 25 agosto il Ministero turco non attribuisce infatti alla scena uno di questi significati. Non parla di dominio sulla natura, né identifica la figura come divinità, sciamano o personaggio mitologico.
Il ministro Ersoy afferma invece che il ritrovamento apre «nuove domande» sulle fasi più antiche della storia umana.
Una formulazione prudente, almeno fino a quando il contesto archeologico non sarà pubblicato in modo più completo.
L’uomo e il leopardo: una relazione che ritorna
Il nuovo reperto non compare però in un vuoto iconografico.
A Karahantepe il rapporto fra figure umane e grandi felini è già documentato e proprio il confronto con le immagini precedenti rende questa scoperta particolarmente intrigante.
In altre rappresentazioni rinvenute nel sito il rapporto appare infatti rovesciato: è il felino a trovarsi sul dorso della figura umana.
Nella scultura scoperta nel 2026 accade il contrario.
È l’uomo a stare sul leopardo.
Non sappiamo se questa inversione possedesse un significato preciso per chi realizzò le immagini. Il confronto, tuttavia, pone una domanda affascinante: siamo davanti a episodi differenti di uno stesso racconto, a immagini rituali, a rappresentazioni di identità oppure a qualcosa che apparteneva a un sistema simbolico che oggi non siamo più in grado di decifrare?
Per il momento possiamo soltanto osservare la ricorrenza, ed evitare di trasformarla prematuramente in una bella narrazione.
Karahantepe e il mondo di Tas Tepeler
Karahantepe si trova nella regione di ?anl?urfa ed è uno dei siti compresi nel progetto archeologico Tas Tepeler, le “Colline di Pietra”, insieme a Göbekli Tepe e ad altri insediamenti preistorici dell’Anatolia sudorientale.
Gli scavi a Karahantepe sono iniziati nel 2019 e hanno restituito strutture monumentali, pilastri scolpiti, figure umane e numerose rappresentazioni animali.
Il sito appartiene a una fase cruciale della preistoria del Vicino Oriente, quando gruppi di cacciatori-raccoglitori stavano sperimentando nuove forme di aggregazione, costruzione monumentale e organizzazione sociale nel lungo processo che avrebbe accompagnato la nascita delle società neolitiche.
Le immagini hanno un ruolo sorprendentemente importante in questo mondo.
Felini, serpenti, uccelli rapaci, bovidi e figure umane compaiono ripetutamente nell’arte monumentale e negli oggetti della regione. Non sembrano semplici rappresentazioni naturalistiche: animali ed esseri umani vengono messi in relazione attraverso posture, associazioni e composizioni intenzionali.
Capire che cosa quelle immagini significassero è molto più difficile.
Non disponiamo di testi che possano spiegarle e interpretarle attraverso mitologie o religioni conosciute migliaia di anni più tardi rischia di proiettare sul Neolitico categorie che appartengono ad altre società.
Quegli “11.000 anni” richiedono ancora prudenza
Anche la cronologia merita una precisazione: il comunicato ufficiale parla di una scultura risalente a circa 11.000 anni fa. È quindi corretto utilizzare questa indicazione come datazione generale del reperto.
Non è ancora disponibile, nell’annuncio pubblico, una datazione scientifica dettagliata associata alla scultura, con l’indicazione della fase stratigrafica o di eventuali analisi radiocarboniche del contesto.
“11.000 anni” deve quindi essere letto, per il momento, come l’inquadramento cronologico comunicato dalle autorità archeologiche turche, non come una data assoluta del manufatto determinata con precisione all’anno.
È una distinzione lieve solo in apparenza.
Una scoperta che vale soprattutto per le domande che apre
La nuova scultura di Karahantepe è un ritrovamento eccezionale senza bisogno di attribuirle immediatamente un significato misterioso.
Sappiamo che una comunità vissuta nell’Anatolia sudorientale circa undici millenni fa scolpì una figura umana seduta sul dorso di un leopardo.
Sappiamo che quell’immagine non era un oggetto abbandonato casualmente: fu ritrovata su una panca, all’interno di una struttura organizzata e pavimentata.
Sappiamo inoltre che uomini e grandi felini erano già stati messi in relazione nelle immagini di Karahantepe.
Non sappiamo ancora perché:la motivazione è però un dato importante.
In archeologia una scoperta non diventa significativa solo quando più rapidamente riusciamo a darle un significato. A volte accade esattamente il contrario: è la capacità di conservare una domanda aperta, finché nuovi dati non permettono di restringere le possibilità, a rendere davvero prezioso un ritrovamento.
L’uomo sul leopardo di Karahantepe, almeno per ora, appartiene a questa categoria.
Fonte principale: Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia, comunicato del 25 agosto 2026; Anadolu Agency, 25 agosto 2026; Archaeology Magazine, 27 agosto 2026. La scoperta è stata annunciata nell’ambito degli scavi 2026 del progetto “Gelece?e Miras” (Patrimonio per il Futuro)
Il racconto della scoperta in Italia
La notizia è stata ripresa in Italia il 28 agosto da Il Giornale dell’Arte, che riferisce correttamente gli elementi principali del ritrovamento: la provenienza da Karahantepe, la datazione indicativa a circa 11.000 anni fa e la presenza di una figura umana sul dorso di un leopardo.
L’articolo introduce tuttavia anche interpretazioni che richiedono maggiore cautela rispetto ai dati finora resi pubblici. La posizione dell’uomo viene letta come possibile espressione di «dominio e controllo sulla natura» e la rappresentazione viene collegata a concetti di potere, virilità e autorità.
Sono ipotesi suggestive, ma non sono conclusioni archeologiche dimostrate dal ritrovamento.
Nel comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo del 25 agosto, queste interpretazioni non compaiono. La fonte primaria descrive la posizione delle due figure e il contesto della scoperta, sottolineandone l’eccezionalità, ma non attribuisce alla scena un significato preciso.
La distinzione è importante: dire che una figura umana è rappresentata sul dorso di un leopardo descrive ciò che possiamo osservare; affermare che quella figura domini il leopardo significa già interpretare l’immagine.
In attesa della pubblicazione scientifica completa del contesto, è quindi preferibile mantenere separate le due cose.
Fonte italiana:Il Giornale dell’Arte, «Una rara e particolare scultura di un leopardo risalente al Neolitico è stata scoperta in Turchia», 28 agosto 2026
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Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni in
Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni internazionali, delle spettacolari concrezioni di gesso e delle ricerche scientifiche, ci fu un indizio apparentemente semplice. Aria che passava attraverso un accumulo di detriti dove, in teoria, non avrebbe dovuto esserci altro.
Quarant’anni fa quell’intuizione portò a uno degli sfondamenti più importanti della speleologia moderna.
Una piccola grotta che non convinceva gli speleologi
Lechuguilla si trova nel Carlsbad Caverns National Park, nelle Guadalupe Mountains del New Mexico.
Prima del 1986 era considerata dal National Park Service una cavità di scarsa importanza. All’ingresso si apriva un pozzo di circa 27 metri, seguito da appena 122 metri di passaggi asciutti apparentemente senza prosecuzione. All’inizio del Novecento vi era stato estratto per un breve periodo anche guano di pipistrello.
Non sembrava esserci molto altro da vedere.
Ma dagli anni Cinquanta gli speleologi che visitavano la cavità notarono qualcosa di difficile da ignorare: dal fondo ostruito della grotta proveniva un forte vento.
Non esisteva un passaggio evidente. L’aria, però, suggeriva esattamente il contrario.
Se un volume così importante d’aria riusciva a muoversi attraverso i detriti, da qualche parte oltre quell’ostruzione doveva esserci spazio. E probabilmente molto.
Scavare seguendo il vento
Nel corso degli anni diversi speleologi tentarono di trovare la prosecuzione.
La svolta arrivò nel 1984, quando un gruppo di speleologi del Colorado ottenne dal National Park Service l’autorizzazione a scavare nell’ostruzione.
Non si trattò quindi di una scoperta improvvisa. Fu il risultato di un’intuizione coltivata per decenni e di un lavoro di disostruzione portato avanti con la convinzione che quel vento non potesse provenire dal nulla.
La letteratura speleologica statunitense descrive il flusso d’aria come eccezionale: in determinate condizioni il rumore proveniente dall’ostruzione ricordava quello di un treno merci sotterraneo. La polvere poteva essere sollevata e spinta verso l’alto lungo il pozzo d’ingresso.
Poi, il 26 maggio 1986, accadde quello che gli speleologi aspettavano.
L’ostruzione cedette verso la cavità sottostante e il gruppo riuscì a entrare in grandi gallerie percorribili.
Dietro quella frana non c’era semplicemente una prosecuzione.
C’era Lechuguilla.
Da poche centinaia di metri a centinaia di chilometri
Quello sfondamento cambiò completamente la storia della grotta.
Le esplorazioni partirono a un ritmo impressionante. Speleologi provenienti dagli Stati Uniti e successivamente da molti altri Paesi parteciparono alle campagne di esplorazione, rilievo e ricerca.
Secondo il National Park Service, sono stati cartografati oltre 233 chilometri di gallerie, con un dislivello che raggiunge 489 metri.
Il dato riportato nella pagina ufficiale del Parco è però riferito alla situazione del 2019 e deve quindi essere letto come un valore minimo consolidato, non necessariamente come la misura aggiornata dell’attuale sviluppo esplorato.
La National Speleological Society, presentando il volume Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, parla infatti di oltre 240 chilometri esplorati.
Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.
Una grotta che ha cambiato anche la scienza delle grotte
Lechuguilla si è rivelata un ambiente sotterraneo eccezionale non soltanto per le dimensioni.
Le esplorazioni hanno incontrato enormi depositi di gesso e zolfo giallo, concrezioni e mineralizzazioni di straordinaria varietà: giganteschi “lampadari” di gesso, lunghissimi cristalli e filamenti, cannule, perle di grotta, balloon di idromagnesite ed eccentriche subacquee.
Alcune morfologie erano praticamente sconosciute prima dell’esplorazione della cavità.
Lechuguilla ha inoltre fornito elementi fondamentali per comprendere la speleogenesi ipogenica legata all’acido solforico nelle Guadalupe Mountains. La presenza di grandi quantità di gesso e zolfo ha contribuito a rafforzare un modello genetico molto diverso dalla classica dissoluzione del calcare operata dalle acque meteoriche provenienti dalla superficie.
La grotta è diventata così un enorme laboratorio naturale nel quale geologia, mineralogia, microbiologia e speleologia si incontrano.
I batteri di Lechuguilla e la resistenza agli antibiotici
Di un altro aspetto sorprendente della grotta Scintilena si è occupata recentemente, nell’articolo “Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici”, pubblicato il 28 marzo 2026.
In ambienti profondi e fortemente isolati di Lechuguilla sono stati studiati microrganismi dotati di meccanismi naturali di resistenza agli antibiotici, nonostante non fossero stati precedentemente esposti ai farmaci utilizzati dalla medicina moderna.
Queste ricerche hanno contribuito a mostrare come la resistenza agli antibiotici non sia esclusivamente una conseguenza dell’attività umana: alcuni dei meccanismi biologici che oggi osserviamo hanno origini molto più antiche.
È uno degli esempi più affascinanti di come una scoperta nata dall’ostinazione di alcuni speleologi davanti a una frana abbia finito per aprire nuove strade anche alla ricerca scientifica.
Il vento come promessa di vuoto
A quarant’anni dallo sfondamento del 1986, forse l’aspetto più suggestivo della storia di Lechuguilla rimane proprio il suo inizio.
Gli speleologi non vedevano la prosecuzione.
Non potevano conoscere le dimensioni del sistema che si trovava sotto di loro. Non avevano davanti una grande finestra nera o un pozzo inesplorato.
Avevano una frana e del vento.
Ma per chi esplora le grotte il movimento dell’aria può essere una misura invisibile del vuoto. Una corrente importante attraverso una strettoia, una fessura o un accumulo di detriti può raccontare l’esistenza di ambienti che ancora nessuno ha visto.
A Lechuguilla quell’indizio conduceva a uno dei più grandi sistemi sotterranei conosciuti.
Dopo decenni di tentativi e due anni di nuovi scavi, il 26 maggio 1986 gli speleologi riuscirono finalmente a seguirlo.
E il vento aveva ragione.
Fonti
National Park Service – Carlsbad Caverns National Park, Lechuguilla Cave. Fonte principale per la storia dell’ingresso, gli scavi iniziati nel 1984, lo sfondamento del 26 maggio 1986, sviluppo, profondità, mineralizzazioni e attività scientifica.
National Speleological Society, pubblicazioni e materiali dedicati alla Lechuguilla Cave e alla storia delle esplorazioni.
Patricia Kambesis, Sixty-Five and Still Going Strong, Journal of Cave and Karst Studies. Ricostruzione della storia delle esplorazioni nelle Guadalupe Mountains e del ruolo della scoperta di Lechuguilla.
Scintilena, Marina Abisso, Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici, 28 marzo 2026.
Scintilena, Per Natale regala un bel libro: Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, 9 dicembre 2023
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Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.
È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio so
Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.
È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio sotterraneo dell’Iran.
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana
La sua storia attraversa quasi per intero quella della speleologia moderna del Paese: dalle prime esplorazioni compiute con mezzi elementari negli anni Quaranta alla nascita dei primi gruppi organizzati, dai rilievi topografici alla catalogazione sistematica delle cavità, fino alle battaglie degli ultimi anni per la loro conservazione.
Le prime grotte negli anni Quaranta
Nato a Mashhad nel 1927, Sheykhli iniziò molto giovane a frequentare la montagna e le grotte. Le sue prime esperienze speleologiche risalgono al 1943, quando in Iran l’esplorazione sistematica del mondo sotterraneo era ancora praticamente agli inizi.
Tre anni più tardi, il 29 novembre 1946, insieme a Sirus Mostofi e Akbar Shafizadeh, diede vita all’Hey’at-e Gharshenasi Iran, il primo nucleo organizzato dedicato alla speleologia nel Paese.
Le fonti iraniane distinguono questo gruppo dalla successiva associazione speleologica, costituita nel 1948. In ogni caso, proprio a quelle esperienze viene generalmente fatta risalire la nascita della speleologia organizzata iraniana, e Sheykhli ne fu per decenni uno dei principali protagonisti.
Esplorare significava misurare e documentare
E’ particolarmente interessante il metodo con cui Sheykhli affrontava l’esplorazione.
Già negli anni Quaranta e Cinquanta non si limitava infatti a entrare nelle cavità: effettuava misurazioni e rilievi, osservava le concrezioni e la circolazione delle acque e registrava eventuali testimonianze archeologiche.
Una lettera risalente al 1976, quando Sheykhli presiedeva il comitato speleologico della federazione iraniana, offre un’immagine particolarmente significativa del suo modo di intendere la speleologia.
Agli esploratori che individuavano nuove cavità raccomandava di produrre uno schizzo della grotta, misurarne lunghezza, larghezza e profondità, raccogliere campioni di roccia e acqua e segnalare eventuali frammenti ceramici o altre evidenze archeologiche.
Un’impostazione che oggi appare naturale, ma che testimonia quanto presto Sheykhli avesse concepito la grotta come un ambiente da esplorare, rilevare, studiare e conservare, mettendo in relazione speleologia, geologia, idrologia e archeologia.
Centinaia di grotte in oltre settant’anni
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA
Stabilire quante cavità abbia personalmente esplorato non è semplice, perché le fonti iraniane forniscono cifre differenti.
Le stime più prudenti gli attribuiscono oltre 500 grotte esplorate e documentate durante più di settant’anni di attività. Altre fonti parlano di un numero ancora maggiore.
Diverso è invece il patrimonio di informazioni da lui raccolto: il grande archivio costruito nel corso della sua vita sarebbe arrivato a comprendere dati relativi a circa 1.500 grotte dell’Iran.
È quindi opportuno distinguere le cavità personalmente esplorate da Sheykhli dal numero, molto superiore, di quelle entrate nel suo lavoro di catalogazione.
Partecipò inoltre a campagne di rilevamento e documentazione svolte in collaborazione con organismi geografici e sportivi iraniani. Alcune delle carte prodotte durante quelle attività sarebbero tuttora conservate negli archivi dell’organizzazione geografica nazionale.
I rilievi di Espahbod Khorshid
Tra le cavità legate al nome di Sheykhli compare anche la celebre Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran, una grande cavità naturale caratterizzata dalla presenza di importanti strutture fortificate storiche.
Alcune fonti in lingua inglese arrivano ad attribuirgli la “scoperta” della grotta. Una formulazione che appare però impropria per un luogo evidentemente conosciuto dalle popolazioni locali e legato a una lunga storia di frequentazione umana.
Più precisamente, Sheykhli fu tra coloro che contribuirono alla sua documentazione speleologica sistematica: già nel 1958 avrebbe realizzato disegni della grande arcata naturale, planimetrie e rilievi delle strutture presenti all’interno.
È un episodio emblematico del suo interesse per il rapporto tra cavità naturali e testimonianze archeologiche.
Sedici volumi per raccontare le grotte dell’Iran
Forse l’eredità più straordinaria di Changiz Sheykhli è quella rimasta sulla carta.
Nel corso di decenni raccolse schede, schizzi, rilievi, osservazioni e informazioni sulle grotte iraniane, organizzando il materiale in un’opera monumentale indicata dalle fonti come “Farhang-e Jame’-e Gharha-ye Iran”, traducibile come Enciclopedia completa delle grotte dell’Iran (https://www.tehrantimes.com/news/500396/Encyclopedia-of-Iran-s-caves-unveiled).
Il lavoro ha raggiunto complessivamente sedici volumi. La presentazione pubblica dell’Enciclopedia è avvenuta nel giugno 2024.
Già in un’intervista del 2015 Sheykhli lamentava la difficoltà di trovare un’istituzione disponibile a pubblicare l’intero corpus.
La sua morte pone quindi anche una questione che interessa direttamente la comunità speleologica: quale sarà il destino del suo archivio?
Se davvero una parte consistente dei rilievi, degli appunti e della documentazione accumulata in oltre settant’anni è ancora conservata privatamente, la sua tutela e digitalizzazione potrebbero rappresentare un’importante operazione per la memoria della speleologia iraniana.
Esplorazione e tutela
Negli ultimi anni Sheykhli aveva rivolto una crescente attenzione anche alla conservazione delle grotte.
Criticava gli interventi turistici invasivi, le alterazioni degli ambienti sotterranei e i danni provocati dai cercatori clandestini di tesori, fenomeno particolarmente distruttivo nelle cavità contenenti testimonianze archeologiche.
La grotta, nella sua concezione, non era dunque soltanto un luogo da conquistare o percorrere. Era un archivio naturale e culturale da conoscere prima di tutto attraverso la documentazione e da trasmettere alle generazioni successive.
Un principio che conserva una sorprendente attualità.
La scomparsa nell’agosto 2026
Le fonti iraniane collocano la morte di Changiz Sheykhli nel 28 Mordad 1405 del calendario persiano, corrispondente al 19 agosto 2026, mentre alcune fonti in lingua inglese indicano il 20 agosto. Aveva 99 anni.
Con lui scompare uno degli ultimi protagonisti della generazione che pose le basi della speleologia iraniana moderna.
Rimangono centinaia di esplorazioni, rilievi e documenti e, soprattutto, un metodo: entrare nel sottosuolo non soltanto per vedere cosa c’è oltre, ma per misurare, comprendere, documentare e conservare.
Una concezione della speleologia che, ottant’anni dopo le sue prime esplorazioni, continua a parlare la stessa lingua degli speleologi di oggi.
Fonti
Tehran Times, “Changiz Sheykhli, father of Iranian caving, dies at 99”, agosto 2026.
Amordad, articoli e intervista dedicati a Changiz Sheykhli e alla storia della speleologia iraniana.
ISNA e fonti iraniane riprese dalla stampa persiana, agosto 2026.
Documentazione storica speleologica iraniana relativa al Comitato speleologico e alle attività di Sheykhli.
Foto di copertina: La grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. La grande cavità naturale conserva importanti strutture fortificate storiche. Changiz Sheykhli ne realizzò già nel 1958 disegni, planimetrie e documentazione delle strutture interne. Foto: Faradeed
Altre immagini:
Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNAhttps://cdn.isna.ir/d/off/mazandaran/2023/04/24/3/62587614.jpg?ts=1682313901941&
Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana. Tra i fondatori del primo nucleo speleologico organizzato dell’Iran nel 1946, dedicò oltre settant’anni all’esplorazione, al rilievo e alla documentazione delle grotte del Paese. Fonte Federazione iraniana di alpinismo e arrampicatahttps://file.msfi.ir/msfiwebimage/GHGS4MU9F2.jpeg
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La banca dati Clean-Up the Dark amplia la mappa delle cavità pulite e inquinate con Francia, Germania e Paese Basco. In Italia, Puliamo il Buio prosegue tra bonifiche, formazione e raccolta di dati sulle pressioni che interessano il carsismo.
Clean-Up the Dark, una mappa europea delle grotte ripulite
La tutela delle cavità carsiche passa anche dalla possibilità di conoscere dove si è intervenuti, con quali problemi e con quali risultati. In questa direzione si colloca l’aggiornam
La banca dati Clean-Up the Dark amplia la mappa delle cavità pulite e inquinate con Francia, Germania e Paese Basco. In Italia, Puliamo il Buio prosegue tra bonifiche, formazione e raccolta di dati sulle pressioni che interessano il carsismo.
Clean-Up the Dark, una mappa europea delle grotte ripulite
La tutela delle cavità carsiche passa anche dalla possibilità di conoscere dove si è intervenuti, con quali problemi e con quali risultati. In questa direzione si colloca l’aggiornamento annunciato dalla European Cave Protection Commission, organismo della Fédération Spéléologique Européenne: il sito Clean-Up the Dark dispone ora di sei dataset dedicati a grotte e aree carsiche ripulite o interessate da inquinamento in Europa.
Ai dati già disponibili per Croazia, Slovenia e Italia si aggiungono quelli relativi a Francia e Germania. È inoltre presente un dataset del Paese Basco. L’ampliamento porta a sei le raccolte territoriali consultabili e rende confrontabili, almeno per le aree documentate, le esperienze di censimento, segnalazione e pulizia.
Clean-Up the Dark è un progetto volontario della comunità speleologica europea. La sua funzione non consiste solo nel mostrare gli interventi conclusi. Il sito raccoglie infatti segnalazioni di cavità inquinate e di azioni di bonifica. Può quindi diventare uno strumento di documentazione utile per gruppi speleologici, associazioni, enti locali e soggetti che operano nella protezione del carsismo.
La Commissione europea per la protezione delle grotte invita le organizzazioni che dispongono di dati analoghi a condividerli. L’obiettivo è estendere il patrimonio informativo disponibile. Una banca dati più completa può aiutare a riconoscere i casi ricorrenti, a descrivere le tipologie di rifiuto e a conservare la memoria tecnica dei lavori svolti.
Puliamo il Buio, l’esperienza italiana nella protezione del carsismo
Nel quadro europeo, Puliamo il Buio rappresenta l’esperienza italiana di riferimento. L’iniziativa, promossa dalla Società Speleologica Italiana e collegata alla campagna Puliamo il Mondo, unisce bonifica, censimento delle cavità a rischio, valutazione della pericolosità e sensibilizzazione delle amministrazioni e dei cittadini.
Il problema non riguarda soltanto il decoro. Una dolina, un inghiottitoio o un pozzo trasformati in deposito di rifiuti possono mettere in comunicazione materiali contaminanti e circuiti idrici sotterranei. Plastica, vetro, metalli, pneumatici, ingombranti e materiali potenzialmente pericolosi richiedono quindi una valutazione attenta. In grotta, il recupero presenta anche difficoltà logistiche e di sicurezza. Spesso servono progressioni su corda, sistemi di sollevamento e una gestione separata dei materiali estratti.
La storia di Puliamo il Buio ha già ricevuto un riconoscimento europeo. Nel 2018 il progetto italiano ha ottenuto l’EuroSpeleo Protection Label. La documentazione della Fédération Spéléologique Européenne ricorda anche il lavoro di raccolta di informazioni sulle azioni di pulizia, con l’intento di rendere i dati condivisibili oltre i confini nazionali.
La nuova presenza dell’Italia tra i dataset di Clean-Up the Dark rafforza questo passaggio. L’esperienza operativa sviluppata nei territori può così essere letta insieme a quella di altri Paesi europei, senza ridurre l’attività a un singolo evento locale.
Le attività recenti di Puliamo il Buio in Italia
Nel 2026 Puliamo il Buio ha registrato iniziative distribuite in più regioni. La cronaca delle attività pubblicate da Scintilena segnala, tra le più recenti, la bonifica della Voragine di San Lorenzo sul Carso triestino. L’intervento ha coinvolto 21 volontari e ha riguardato rifiuti accumulati nel corso di decenni.
In Sardegna, a Cagliari, il Gruppo Speleo-Archeologico Giovanni Spano e Legambiente hanno operato nella dolina di Tuvixeddu in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. L’azione ha riguardato rifiuti ingombranti e materiali abbandonati nella cavità. L’iniziativa è stata proposta anche come anteprima della campagna Puliamo il Mondo 2026.
In Veneto è stato segnalato il recupero di una tonnellata di rifiuti dal Bus del Corlaiti, abisso della Lessinia. L’episodio mostra la scala che possono assumere gli interventi. La pulizia richiede il coordinamento tra speleologi, volontari, gestori del territorio e soggetti incaricati della destinazione finale dei rifiuti.
Le attività recenti includono anche la formazione. Nel 2025 a Verona è stato annunciato un corso di secondo livello rivolto alla gestione delle operazioni di pulizia in grotta. Questo aspetto è centrale: documentare prima dell’intervento, pianificare la sicurezza, classificare i materiali e rendicontare l’esito sono passaggi che danno valore tecnico alla bonifica.
Dall’intervento locale alla rete Clean-Up the Dark nel mondo speleologico
La dimensione internazionale di Clean-Up the Dark si sviluppa oggi soprattutto nello spazio europeo. Il passaggio da tre a sei dataset indica una crescita della rete informativa. Francia, Germania e Paese Basco entrano in una base che già comprendeva Croazia, Slovenia e Italia.
La Federazione speleologica europea ha inoltre collegato il tema delle pulizie sotterranee alla Giornata mondiale della pulizia del 2024. In un documento della European Cave Protection Commission veniva indicata la volontà di sviluppare relazioni e scambio di dati con Clean-Up the Dark. Il dato è significativo perché sposta l’attenzione dalla sola rimozione dei rifiuti alla costruzione di criteri comuni per registrare i problemi.
Per le organizzazioni speleologiche, conferire dati alla piattaforma significa rendere consultabile un lavoro che altrimenti resterebbe frammentato in relazioni locali, fotografie e comunicati. I dataset possono favorire confronti tra contesti geologici e amministrativi diversi. Possono anche offrire una base per dialogare con enti pubblici e gestori delle risorse idriche.
Puliamo il Buio e Clean-Up the Dark condividono quindi una stessa prospettiva: rendere visibile ciò che spesso rimane nascosto nel sottosuolo. La pulizia è la parte più evidente. Il censimento, la documentazione e la prevenzione sono le parti che possono dare continuità alla tutela delle grotte e del carsismo.
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Dalla ricorrenza mondiale alla mostra sui 65 anni del Magyar Barlangi Ment?szolgálat
La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo porta al centro dell’attenzione il valore scientifico, ambientale e umano del mondo sotterraneo. In Ungheria, il tema si intreccia con il sessantacinquesimo anniversario del Magyar Barlangi Ment?szolgálat, il Servizio ungherese di soccorso speleologico, e con la mostra fotografica Ment?k Lámpafényben al Museo ungherese di storia naturale di Buda
Dalla ricorrenza mondiale alla mostra sui 65 anni del Magyar Barlangi Ment?szolgálat
La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo porta al centro dell’attenzione il valore scientifico, ambientale e umano del mondo sotterraneo. In Ungheria, il tema si intreccia con il sessantacinquesimo anniversario del Magyar Barlangi Ment?szolgálat, il Servizio ungherese di soccorso speleologico, e con la mostra fotografica Ment?k Lámpafényben al Museo ungherese di storia naturale di Budapest. L’esposizione utilizza le immagini di Márton Kovács per documentare operazioni, addestramenti e lavoro volontario in ambiente ipogeo. [web:2][web:8]
Giornata internazionale delle grotte e del carsismo: le date da distinguere
Nel testo di partenza il 25 giugno viene indicato come Giornata mondiale delle grotte e il 14 agosto come Giornata mondiale degli speleologi. Queste ricorrenze possono essere adottate localmente o circolare nella comunità speleologica, ma occorre distinguerle dalla nuova ricorrenza internazionale ufficiale.
L’UNESCO ha proclamato il 13 settembre Giornata internazionale delle grotte e del carsismo nel novembre 2025, su proposta della Slovenia sostenuta dall’Unione internazionale di speleologia. Il 13 settembre 2026 sarà quindi la prima celebrazione ufficiale della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo. Il programma di avvio è previsto a Postumia, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. [web:24][web:29]
La precisazione non è soltanto formale. La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo vuole riunire ricerca, educazione, protezione del patrimonio e cooperazione internazionale. L’UIS ricorda inoltre che i paesaggi carsici e le acque sotterranee associate costituiscono una risorsa essenziale per oltre un miliardo di persone. [web:26]
Soccorso speleologico ungherese e fragilità dell’ambiente ipogeo
Il messaggio della Giornata internazionale delle grotte e del carsismo comprende anche la sicurezza. Le grotte richiedono competenze tecniche, preparazione fisica, pianificazione e rispetto delle condizioni ambientali. Un incidente in sotterraneo impone spesso tempi lunghi, comunicazioni complesse e sistemi di trasporto adattati a pozzi, meandri, strettoie e terreni instabili.
In questo quadro si inserisce il Magyar Barlangi Ment?szolgálat. L’organizzazione, fondata nel 1961, celebra nel 2026 i suoi 65 anni di attività ed è descritta dalle fonti ungheresi come una delle più longeve organizzazioni civili di soccorso attive senza interruzioni nel Paese. Il lavoro non riguarda esclusivamente le emergenze in cavità. Formazione, esercitazioni, gestione delle attrezzature e coordinamento con gli altri servizi di emergenza sono elementi decisivi per intervenire in sicurezza. [web:8][web:9]
La memoria degli incidenti resta parte della cultura della prevenzione speleologica. Il 14 agosto è infatti associato da molte comunità al ricordo di Marcel Loubens, speleologo francese morto nel 1952 dopo un grave incidente nella grotta Pierre-Saint-Martin. La ricorrenza non sostituisce la Giornata internazionale delle grotte e del carsismo, ma richiama il valore della prudenza nell’attività esplorativa.
Ment?k Lámpafényben: fotografie e storia del barlangi ment?
La mostra Ment?k Lámpafényben, traducibile come “Soccorritori alla luce delle lampade”, presenta fotografie realizzate da Márton Kovács. Kovács è speleologo, soccorritore e fotoreporter. Da circa quindici anni documenta con la macchina fotografica interventi ed esercitazioni del soccorso speleologico ungherese. Le immagini esposte non sono scene ricostruite. Sono fotografie di taglio documentario, selezionate per restituire procedure, collaborazione tra operatori e condizioni operative nel sottosuolo. [web:8]
L’iniziativa è stata inaugurata il 21 febbraio 2026 al Museo ungherese di storia naturale. Nella stessa occasione è stato presentato il volume di József Mészáros Barlangi mentés – Kézikönyv a mélység hétköznapi h?seinek, dedicato alla storia, alle tecniche e alla direzione degli interventi di soccorso in grotta in Ungheria. [web:8][web:9]
Le informazioni sulla durata della mostra meritano un aggiornamento. Le comunicazioni di febbraio la indicavano visitabile fino al 6 giugno. Un reportage di Telex del 22 agosto riferisce invece che l’esposizione, vista la partecipazione del pubblico, è stata prorogata fino a dicembre. Chi intende visitarla dovrebbe verificare gli orari e l’effettiva apertura sul sito del museo prima di programmare il viaggio. [web:2][web:8]
Le ricerche nelle grotte ungheresi: il caso recente del lago di Hévíz
Il testo ricevuto non nomina una singola grotta alla quale riferire nuove scoperte. Per integrare l’articolo con un aggiornamento verificabile sulle più recenti ricerche ipogee in Ungheria, il riferimento più pertinente è il sistema di cavità sommerso del lago termale di Hévíz.
Il 17 marzo 2026 due subacquei della Direzione del Parco nazionale degli altopiani del Balaton hanno effettuato misurazioni geodetiche degli ingressi di cinque piccole cavità lungo la sponda occidentale del lago. Non si tratta di cavità scoperte dal nulla: erano già state individuate circa cinquant’anni prima durante l’esplorazione della grotta sorgente. La novità è la localizzazione precisa degli accessi, ottenuta con boe in immersione e ricevitori GNSS operati dalla superficie. [web:47]
Le verifiche hanno permesso di acquisire anche immagini e filmati. Il fine dichiarato è inserire tutte le cavità note del lago nel registro nazionale delle grotte. È un passaggio rilevante per la ricerca e per la gestione conservativa di un sistema termale delicato, dove la conoscenza spaziale delle aperture costituisce una base per il monitoraggio. [web:43][web:47]
La Giornata internazionale delle grotte e del carsismo offre dunque un contesto per collegare la tutela del carsismo al soccorso speleologico e alla documentazione scientifica. La mostra di Budapest racconta la componente umana delle emergenze. Le misurazioni di Hévíz mostrano invece come tecniche subacquee, rilievo e registrazione ufficiale possano ampliare la conoscenza di cavità già note solo in modo parziale. Entrambi i filoni richiamano una stessa esigenza: frequentare, studiare e proteggere il sottosuolo con metodi adeguati.
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Scoperta archeologica di statuette di uccelli in avorio di mammut nella grotta di Hohle Fels
Archeologi hanno portato alla luce due piccole sculture in avorio di mammut raffiguranti uccelli, datate a circa 40.000 anni fa, nella grotta di Hohle Fels, nel sud-ovest della Germania. [web:2][web:4]
Le due statuette, delle dimensioni di un pollice, rappresentano una delle espressioni più antiche e raffinate di arte figurativa dell’Era Glaciale. [web:6][web:8]
La scoperta è stata a
Scoperta archeologica di statuette di uccelli in avorio di mammut nella grotta di Hohle Fels
Archeologi hanno portato alla luce due piccole sculture in avorio di mammut raffiguranti uccelli, datate a circa 40.000 anni fa, nella grotta di Hohle Fels, nel sud-ovest della Germania. [web:2][web:4]
Le due statuette, delle dimensioni di un pollice, rappresentano una delle espressioni più antiche e raffinate di arte figurativa dell’Era Glaciale. [web:6][web:8]
La scoperta è stata annunciata il 29 luglio 2026 al Museo di Preistoria e Arte dell’Era Glaciale di Blaubeuren, in Germania. [web:2][web:6]
Grotta di Hohle Fels e scavi archeologici nel Giura Svevo
La grotta di Hohle Fels si trova nel Giura Svevo, una regione montuosa della Germania sud-occidentale nota per i suoi importanti siti archeologici del Paleolitico superiore. [web:2][web:4]
Il sito fa parte di un’area protetta riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità»» UNESCO, che include diverse grotte con testimonianze di arte preistorica. [web:4][web:8]
Gli scavi nella grotta di Hohle Fels sono diretti da Nicholas Conard, archeologo dell’Università»» di Tubinga, che lavora sul sito dalla fine degli anni Novanta. [web:2][web:4]
Il team di Conard ha portato alla luce in passato alcuni dei manufatti più antichi e significativi dell’arte preistorica europea, tra cui la “Venere di Hohle Fels”, una statuetta femminile in avorio di mammut datata a circa 40.000 anni fa, e alcuni dei più antichi strumenti musicali conosciuti, come flauti realizzati con ossa di avvoltoio. [web:2][web:8]
Le nuove statuette di uccelli sono state rinvenute durante la campagna di scavo del 2025, nello stesso livello archeologico aurignaziano da cui provengono molti degli altri manufatti artistici del sito. [web:2][web:4]
Arte preistorica: statuette di uccelli in avorio di mammut di 40.000 anni
Le due statuette di uccelli sono state scolpite in avorio di mammut e misurano circa 2 centimetri di lunghezza, con uno spessore di circa 1 centimetro. [web:4][web:6]
Pesa ciascuna poco più di un grammo: una 1,3 grammi, l’altra 0,7 grammi. [web:4][web:6]
Sono le sculture più piccole finora scoperte nel sito di Hohle Fels, dove altre figurine animali dello stesso periodo sono generalmente tre o quattro volte più grandi. [web:4][web:8]
Una delle due statuette raffigura un uccello in posizione accovacciata, con il capo chino e le ali chiuse, in un atteggiamento che potrebbe essere interpretato come quello di un uccello che cova le uova. [web:2][web:4]
L’altra statuetta, parzialmente incompleta, mostra le ali parzialmente spiegate, come se l’uccello fosse in procinto di spiccare il volo, di atterrare o di compiere una parata di corteggiamento. [web:4][web:6]
Entrambe le sculture presentano dettagli anatomici accurati: testa, becco, occhi e, in un caso, tracce di piumaggio sono visibili nonostante le dimensioni ridotte. [web:2][web:4]
Scavi 2025 nella grotta di Hohle Fels: dettagli e interpretazioni
Le due statuette sono state trovate a circa 1,5 metri di distanza l’una dall’altra, nello stesso livello sedimentario aurignaziano, datato a circa 40.000 anni fa. [web:4][web:6]
La prossimità stratigrafica e stilistica suggerisce che possano essere state realizzate dalla stessa mano, o comunque nello stesso arco temporale e contesto culturale. [web:4][web:8]
Secondo gli archeologi, le statuette rappresentano probabilmente uccelli locali, forse della famiglia dei galliformi. [web:2][web:4]
In particolare, la statuetta dell’uccello accovacciato è stata confrontata con il fagiano di monte (ptarmigan, Lagopus sp.), un uccello diffuso nelle regioni fredde dell’Europa durante l’ultima glaciazione. [web:2][web:4]
La seconda statuetta potrebbe rappresentare un altro galliforme, come un gallo forcello o un uccello rapace, ma l’interpretazione resta incerta a causa dello stato frammentario del manufatto. [web:4][web:6]
Nicholas Conard ha sottolineato che le statuette dimostrano come i primi artisti del Paleolitico superiore fossero abili intagliatori di avorio, capaci di rappresentare motivi delicati in formato miniaturizzato. [web:2][web:4] “Le sculture non sono altamente stilizzate, ma includono molte caratteristiche specifiche e uniche”, ha dichiarato Conard. [web:2][web:4] “Qui l’artista ha registrato osservazioni dettagliate che ci permettono di considerare quale tipo di uccello sia rappresentato e cosa l’uccello potrebbe star facendo.” [web:2][web:4]
Importanza archeologica e simbolica delle miniature di uccelli
Le rappresentazioni di uccelli nell’arte aurignaziana del Giura Svevo sono estremamente rare. [web:4][web:8] Nella grotta di Hohle Fels e nei siti vicini, le figurine animali più comuni raffigurano mammuth, leoni delle caverne, orsi e cavalli. [web:2][web:4] La presenza di due statuette di uccelli, per di più di dimensioni così ridotte e con un livello di dettaglio così elevato, amplia il repertorio iconografico noto per questo periodo e questa regione. [web:6][web:8]
Gli archeologi non sono ancora in grado di stabilire con certezza la funzione di queste statuette. [web:4][web:6] Potrebbero essere state utilizzate come talismani personali, oggetti di ornamento corporeo o simboli di identità per l’individuo che le ha realizzate o possedute. [web:4][web:8] Alcuni ricercatori ipotizzano che possano aver avuto un ruolo in pratiche simboliche o rituali legate alla caccia, alla fertilità»» o alla rappresentazione del mondo naturale. [web:2][web:6]
La scoperta si inserisce in un quadro più ampio di sofisticazione cognitiva e culturale degli esseri umani moderni arrivati in Europa durante l’ultima glaciazione. [web:2][web:8] Conard sostiene che la capacità artistica e simbolica dimostrata a Hohle Fels e nelle grotte vicine possa aver contribuito al successo di questi gruppi umani in un ambiente difficile, favorendo la coesione sociale e la trasmissione di conoscenze. [web:2][web:8]
Esposizione e pubblicazioni scientifiche sulle statuette di uccelli
Le due statuette di uccelli in avorio di mammut sono attualmente esposte al Museo di Preistoria e Arte dell’Era Glaciale di Blaubeuren, dove rimarranno visibili al pubblico fino ad aprile 2027. [web:6] La descrizione scientifica dettagliata dei manufatti è stata presentata in un capitolo di un libro in lingua tedesca pubblicato nel 2026, curato dal team di scavo dell’Università»» di Tubinga. [web:2][web:4]
Un articolo tecnico completo è in corso di pubblicazione sulla rivista Archäologische Ausgrabungen in Baden-Wu”rttemberg, che raccoglie i risultati degli scavi archeologici condotti nella regione. [web:4][web:6] I ricercatori prevedono di approfondire lo studio delle statuette attraverso analisi del DNA sedimentario, esami microscopici delle tracce di lavorazione e confronti con altri manufatti in avorio del Paleolitico superiore europeo. [web:6][web:8]
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Una spedizione internazionale riapre il percorso oltre i sifoni e aggiunge circa 800 metri di gallerie al sistema ipogeo del fiume Reka
Nel luglio 2026 una spedizione speleologica internazionale, coordinata da speleologi cechi, ha superato per la prima volta dopo sedici anni i sifoni della Jama 1 v Kanjaducah, nel Carso sloveno, documentando nuovi ambienti a monte del fiume Reka.
L’intervento ha portato alla luce quasi mezzo chilometro di gallerie asciutte oltre i tratti allagat
Una spedizione internazionale riapre il percorso oltre i sifoni e aggiunge circa 800 metri di gallerie al sistema ipogeo del fiume Reka
Nel luglio 2026 una spedizione speleologica internazionale, coordinata da speleologi cechi, ha superato per la prima volta dopo sedici anni i sifoni della Jama 1 v Kanjaducah, nel Carso sloveno, documentando nuovi ambienti a monte del fiume Reka.
L’intervento ha portato alla luce quasi mezzo chilometro di gallerie asciutte oltre i tratti allagati e, insieme ad altri rilievi in zona, ha incrementato lo sviluppo totale della cavità··di circa 800 metri, rendendola la grotta più estesa del Carso di Sezana.
La spedizione Reka Exploration 2026 e il superamento dei sifoni
La campagna Reka Exploration 2026 è stata organizzata dal Jamarsko drustvo Sezana con il supporto logistico della Grotta di Vilenica e ha coinvolto circa 60–70 speleologi da Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Germania.
Le operazioni si sono concentrate sulla Jama 1 v Kanjaducah, una cavità··profonda oltre 300 metri utilizzata come base operativa per l’avanzamento controcorrente lungo il corso attivo del Reka.
I due speleosub Petr Chmel e Radek Nejezchleb hanno attraversato il secondo sifone, lungo circa 400 metri e profondo 22 metri, superando un tratto che non veniva esplorato da anni.
Oltre il sifone è stata individuata una grande galleria asciutta, denominata Lipiski rov, lunga circa 450 metri, con ambienti attivi e tratti percorribili a piedi. Parallelamente, il team di speleologi “a secco” ha completato il rilievo delle zone asciutte e ha aggiunto nuovi tratti di galleria e pozzi al sistema noto.
Il nuovo record del Carso di Sezana: Jama 1 v Kanjaducah oltre i tre chilometri
Con gli sviluppi del 2026, la Jama 1 v Kanjaducah raggiunge una lunghezza prossima ai tre chilometri e si posiziona al primo posto tra le grotte più lunghe del Carso di Sezana.
Il risultato conferma il potenziale esplorativo di questa porzione del Carso classico, dove nonostante oltre un secolo di ricerche permangono tratti del percorso del Reka ancora non mappati.
La scoperta del Lipiski rov e il superamento dei sifoni offrono nuovi elementi per ricostruire il tracciato ipogeo del fiume, fondamentale per comprendere la connettività··idraulica tra l’inghiottitoio delle Grotte di San Canziano e le risorgive del Timavo in Italia.
Il sistema Reka–Timavo: un fiume transfrontaliero ancora in parte misterioso
Il Reka nasce in Croazia (dove è noto come Vela voda), attraversa in superficie parte della Slovenia e si inabissa nelle Grotte di San Canziano, proseguendo nel sottosuolo del Carso fino a riemergere in Italia con il nome di Timavo, presso San Giovanni di Duino.
La distanza ipogea stimata tra l’inghiottitoio sloveno e le risorgive italiane è dell’ordine di 38–40 chilometri, con un sistema che rappresenta uno dei più importanti bacini carsici dell’area alpino-dinarica.
Nonostante studi storici e campagne di traccianti fluorescenti (uranina, naftionato) che hanno misurato velocità dell’acqua tra 29 e 36 metri all’ora, ampie porzioni del percorso restano non direttamente osservate e mappate.
La conoscenza dettagliata del sistema è cruciale per la gestione della risorsa idrica, la protezione dall’inquinamento e la pianificazione territoriale transfrontaliera.
Nuove finestre italiane sul Timavo: Abisso Filipas e Grotta Luftloch
Sul versante italiano, negli ultimi anni si sono moltiplicate le “finestre” di accesso al Timavo.
Nel marzo 2024, dopo 23 anni di scavi, la Società Adriatica di Speleologia ha raggiunto il fiume nella Grotta Luftloch, in zona Trebiciano, individuando un grande vano a oltre 300 metri di profondità.
Il 23 gennaio 2026 la Commissione Grotte “E. Boegan” di Trieste ha aperto una nuova finestra sul Timavo nell’Abisso Luciano Filipas (nota anche come 104 / 87 VG) a Fernetti, dopo circa vent’anni di lavori e 874 uscite speleologiche.
Il nuovo pozzo immette in una caverna contenente il corso d’acqua a circa 315 metri sotto il piano di campagna (circa 302 metri sotto il livello del mare), offrendo un ulteriore punto di accesso per rilievi, monitoraggi e future esplorazioni.
Queste aperture si affiancano ad altre cavità storiche del Carso triestino e sloveno, creando una rete di punti di osservazione lungo il percorso del fiume, utili per studi idrogeologici, biospeleologici e di monitoraggio ambientale.
Microplastiche e inquinamento nel sistema carsico: le implicazioni delle nuove scoperte
La crescente accessibilità··al sistema Reka–Timavo ha anche permesso di documentare fenomeni di inquinamento in ambienti remoti.
Uno studio dell’Università di Trieste, pubblicato nel 2026 sulla rivista Microplastics, ha evidenziato la presenza di microplastiche in grotte profonde del sistema del Timavo, in ambienti mai frequentati dall’uomo.
Il ritrovamento conferma che i contaminanti trasportati dalle acque superficiali e sotterranee raggiungono anche settori ipogei isolati, con implicazioni per la qualità delle acque di risorgiva e per gli ecosistemi cavernicoli.
La mappatura di nuovi tratti, come il Lipiski rov e le gallerie della Jama 1, permette di localizzare con maggiore precisione i percorsi di trasporto dei contaminanti e di pianificare interventi di tutela più mirati.
Prospettive future: ancora chilometri di gallerie da esplorare
Nonostante i progressi del 2026, tra il punto di inabissamento del Reka e le risorgive del Timavo restano chilometri di condotte e gallerie non direttamente esplorate.
Gli speleologi ipotizzano l’esistenza di almeno due grandi rami non ancora documentati: uno con il corso attivo del fiume e un altro, più alto, legato alle piene.
Le nuove finestre italiane (Filipas, Luftloch) e gli avanzamenti sloveni (Jama 1, San Canziano) pongono le basi per future campagne congiunte, con l’obiettivo di collegare i tratti noti e affinare i modelli idrogeologici del sistema.
Ogni nuova galleria mappata rappresenta un tassello in più per comprendere la dinamica del Reka–Timavo e per proteggere una risorsa idrica strategica per il Carso transfrontaliero.
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Uno studio internazionale nelle foreste tropicali del Camerun porta alla descrizione di due nuove specie di pipistrelli e rivela una biodiversità ancora largamente da conoscere.
Due nuove specie di pipistrelli sono state descritte nelle foreste tropicali del Camerun: Glauconycteris baka e Glauconycteris lobeke. La scoperta è il risultato di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica ZooKeys, dedicato alla tassonomia e alla conservazione dei pipistrelli africani d
Uno studio internazionale nelle foreste tropicali del Camerun porta alla descrizione di due nuove specie di pipistrelli e rivela una biodiversità ancora largamente da conoscere.
Due nuove specie di pipistrelli sono state descritte nelle foreste tropicali del Camerun: Glauconycteris baka e Glauconycteris lobeke. La scoperta è il risultato di uno studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica ZooKeys, dedicato alla tassonomia e alla conservazione dei pipistrelli africani del genere Glauconycteris.
Con le due nuove specie, il numero di specie attualmente riconosciute all’interno del genere sale a 15.
Le ricerche nelle foreste del Camerun
Il lavoro nasce da diverse campagne di ricerca condotte nel sud-est del Camerun, principalmente nel Parco Nazionale di Lobéké e nella Riserva della Biosfera di Dja, due aree caratterizzate dalle foreste pluviali del bacino del Congo.
Durante le indagini sul campo i ricercatori hanno raccolto nuovi dati sui pipistrelli del genere Glauconycteris, piccoli vespertilionidi forestali distribuiti nell’Africa subsahariana e ancora relativamente poco rappresentati nelle collezioni scientifiche.
Per distinguere le specie, il gruppo di ricerca ha adottato un approccio tassonomico integrato, combinando caratteristiche morfologiche e cranio-dentali con analisi genetiche e, quando disponibili, dati acustici.
I risultati hanno permesso di riconoscere due linee evolutive sufficientemente distinte da essere descritte come specie nuove per la scienza.
Glauconycteris baka
La prima nuova specie è stata chiamata Glauconycteris baka.
L’olotipo è un maschio adulto raccolto nel luglio 2023 nei pressi del villaggio di Mambele, nell’area del Parco Nazionale di Lobéké.
È un pipistrello di piccole dimensioni, caratterizzato da una pelliccia marrone scuro e da una piccola macchia chiara su ciascuna spalla. Le analisi genetiche e le caratteristiche anatomiche hanno consentito di distinguerlo dalle specie morfologicamente più simili.
Il nome baka rende inoltre omaggio al popolo Baka, comunità indigena strettamente legata alle foreste dell’Africa centrale.
Glauconycteris lobeke
La seconda nuova specie, Glauconycteris lobeke, prende invece il nome dal Parco Nazionale di Lobéké, sottolineando l’importanza di quest’area protetta per la conservazione della fauna forestale del bacino del Congo.
L’olotipo è un maschio adulto raccolto nel novembre 2023 presso il villaggio di Djombi, mentre un secondo esemplare utilizzato per la descrizione proviene dall’area di Yenga.
La specie presenta una pelliccia bruna, piccole macchie chiare sulle spalle e caratteristiche morfologiche e genetiche che consentono di distinguerla dalle altre specie conosciute del genere.
Una biodiversità maggiore del previsto
Lo studio non si limita alla descrizione delle due nuove specie.
I ricercatori segnalano infatti Glauconycteris superba per la prima volta in Camerun e mostrano che Glauconycteris beatrix, così come interpretata in precedenti studi genetici, comprende in realtà più linee evolutive e costituisce un complesso di specie.
Il quadro che emerge suggerisce quindi che la diversità dei pipistrelli forestali dell’Africa centrale sia ancora sottostimata.
Le foreste guineo-congolesi, e in particolare le zone ancora scarsamente campionate, potrebbero custodire ulteriori specie non ancora riconosciute dalla scienza.
Ricerca e conservazione
La scoperta mette in evidenza anche il valore delle aree protette del Camerun.
Conoscere con precisione quali specie vivono in questi ecosistemi è infatti essenziale per valutarne lo stato di conservazione e pianificare strategie efficaci di tutela.
Nel caso dei pipistrelli forestali africani, la difficoltà di campionamento e la scarsità di esemplari disponibili nelle collezioni scientifiche hanno a lungo limitato la conoscenza della loro reale diversità.
Le nuove ricerche dimostrano quanto sia importante continuare le indagini nelle foreste tropicali dell’Africa centrale, territori nei quali una parte significativa della biodiversità resta ancora da documentare.
Riferimento scientifico
Gomeh-Djame A., Bates P.J.J., Juste J., Suarez-Rubio M., Torrent L., García-Mudarra J.L., Agodigo Ayangma E., Yettore F., Bilong Bilong C.F., Bakwo-Fils E.-M. (2026).
An integrated taxonomic and conservation assessment of Glauconycteris (Chiroptera, Vespertilionidae) in Cameroon, with the description of two new species from the Northwestern Congolian Lowland Forest.
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Dopo due anni di immersioni tecniche, gli speleosub bulgari Dimitar Hristov e Vladimir Georgiev hanno superato il precedente “fine sifone”, aprendo oltre 100 metri di nuovi passaggi sommersi e una grande sala allagata nella grotta Dušnika, in Ponor Planina.
Contesto idrogeologico e importanza della grotta Dusnika
La grotta Dušnika si trova in Ponor Planina, tra i villaggi di Iskrec e Breze, ed è una cavità labirintica direttamente collegata alla sorgente carsica di Iskrec.
Il
Dopo due anni di immersioni tecniche, gli speleosub bulgari Dimitar Hristov e Vladimir Georgiev hanno superato il precedente “fine sifone”, aprendo oltre 100 metri di nuovi passaggi sommersi e una grande sala allagata nella grotta Dušnika, in Ponor Planina.
Contesto idrogeologico e importanza della grotta Dusnika
La grotta Dušnika si trova in Ponor Planina, tra i villaggi di Iskrec e Breze, ed è una cavità labirintica direttamente collegata alla sorgente carsica di Iskrec.
Il sistema drena un ampio bacino carsico: acque di numerosi corsi superficiali si perdono a chilometri di distanza per poi riemergere alla sorgente, suggerendo un reticolo sotterraneo complesso e potenzialmente molto esteso.
Il comportamento anomalo della sorgente – che in passato si è temporaneamente prosciugata dopo un terremoto locale – rafforza l’ipotesi di grandi volumi d’acqua e cavità··sotterranee interconnesse, capaci di immagazzinare e rilasciare flusso in modo non lineare.
Questa configurazione rende Dušnika un obiettivo di lunga data per gli speleosub: la portata del sistema e la presenza di sifoni profondi e stretti hanno attratto spedizioni per decenni, ma la combinazione di restringimenti, profondità, morfologia complessa e facile torbidità··dell’acqua ha limitato per anni le campagne sistematiche.
Due anni di lavoro sistematico: sostituzione linee, mappatura e superamento di strozzature
L’attuale fase di esplorazione è iniziata circa due anni fa con un approccio metodico. Il team ha effettuato più di 15 immersioni, sostituendo le vecchie linee guida lasciate da precedenti tentativi e mappando quasi tutti i settori raggiunti.
Uno dei passaggi chiave è stato il superamento di una stretta fessura verticale, descritta come impraticabile durante indagini belghe negli anni Novanta e solo un anno fa aperta dall’equipe bulgara.
Oltre questa strozzatura sono stati percorsi altri 20–30 metri, fino a circa 28 metri di profondità, dove un accumulo di massi era stato inizialmente interpretato come fine esplorazione.
La scoperta “casuale” del 2026: la “furna” e la grande sala sommersa
Nel 2026, durante un’immersione di addestramento senza particolari aspettative, i sub hanno notato lateralmente al blocco terminale un passaggio poco visibile dalla linea principale.
Oltre questo varco si aprono alcune piccole gallerie che conducono a un tratto estremamente stretto e in leggera salita, chiamato localmente “furna”.
La “furna” è lunga circa 50–60 metri; in molti punti il corpo del sub tocca simultaneamente pavimento e volta, e la presenza di fango fine sulle pareti e sul soffitto riduce drasticamente la visibilità··non appena si muove l’attrezzatura.
Il profilo ascendente crea un ulteriore problema: le bolle d’aria espirate scorrono in avanti lungo il soffitto, sollevando il sedimento e creando una nube di torbidità··davanti ai sub, che avanzano quindi verso la “marea” di fango da loro stessi generata.
In queste condizioni, la progressione diventa fortemente tattile e la gestione del ritorno lungo la linea guida, anche al buio, è critica. Superata la “furna”, il carattere della cavità cambia bruscamente: si apre una grande sala sommersa, con spazi più ampi e diverse direzioni possibili di prosecuzione.
Due fronti esplorativi: sifone principale e ramo asciutto con acqua udibile
Dopo il primo accesso alla grande sala, il team ha verificato due direzioni distinte.
In una, il sifone prosegue sott’acqua con volumi maggiori; sono stati percorsi altri 50–60 metri senza raggiungere un termine.
Nell’altra direzione, i sub sono emersi in un tratto asciutto di dimensioni significative, dove si percepisce il rumore di acqua corrente in profondità, senza ancora conoscere origine e direzione del flusso.
Questo ramo asciutto dovrà essere ispezionato, misurato e verificato per eventuali nuove gallerie o connessioni con altri tratti allagati, dividendo di fatto l’esplorazione in due fronti: il sifone sommerso in espansione e il ramo asciutto da esplorare.
Progressi tecnici: nitròx, linee più robuste e pianificazione di immersioni lunghe
Per gestire distanze crescenti, profondità intorno ai 28 metri e tempi di permanenza più lunghi, l’equipe ha introdotto miscele di nitròx pianificate in anticipo, passando da penetrazioni relativamente brevi a immersioni tecniche più complesse, con gestione avanzata dei gas e della navigazione.
Nella “furna” è stata inoltre installata una linea guida più spessa e affidabile, fissata in modo da ridurre il rischio di ingarbugliamenti e migliorare l’orientamento in assenza di visibilità, condizione essenziale perché ogni futura immersione dovrà attraversare gli stessi 50–60 metri di strettoia sia in entrata sia in uscita.
Il nuovo blocco attivo: manovra complessa per superare il restringimento
Nell’ultima immersione di luglio 2026, partendo dal punto più avanzato precedente, il team ha percorso altri circa 50 metri lungo il sifone principale.
La galleria mantiene volumi ampi, ma termina contro un nuovo massiccio blocco di massi. Tra le rocce esiste un possibile proseguimento, ma il passaggio è estremamente stretto.
Per superarlo sarebbe necessario staccare le bombole dall’erogatore, farle passare attraverso la fessura e ricollegarle sott’acqua: una manovra tecnica complessa da eseguire in zona remota, dopo un’esposizione prolungata.
In questa uscita i due speleosub non si sono sentiti sufficientemente sicuri di eseguire la manovra in sicurezza e hanno preferito non tentare il passaggio, lasciando il blocco come “fronte attivo” per future campagne meglio preparate.
Prospettive: perché Dusnika potrebbe nascondere un sistema molto più grande
Ogni nuovo settore aperto in Dusnika ha trasformato ciò che sembrava un “fine grotta” in una semplice soglia verso nuovi ambienti. La combinazione di un bacino idrografico carsico molto ampio, la presenza di una grande sala oltre la “furna”, un sifone che continua con volumi importanti e un ramo asciutto con acqua udibile suggerisce che, superato l’attuale blocco, si possa accedere a un sistema con notevole sviluppo planimetrico e dislivello positivo. Per ora resta un’ipotesi, verificabile solo proseguendo le immersioni esplorative con pianificazione tecnica adeguata.
Ultime scoperte speleosub nel mondo: Messico, Italia, Balcani e Asia
Parallelamente a Dušnika, negli ultimi anni le esplorazioni subacquee hanno continuato ad ampliare la conoscenza dei grandi sistemi allagati.
Messico: Ox Bel Ha e Sac Actun oltre i 524 km
In Messico, il sistema Ox Bel Ha, nella penisola dello Yucatá··n, è stato confermato come il più lungo sistema di grotte sottomarine al mondo, con oltre 524 km di passaggi mappati.
Le campagne di rilievo continuano ad aggiungere nuovi tratti ogni anno, anche attraverso passaggi stretti e remoti, e si stima che la lunghezza totale esplorabile possa superare i 600 km.
Nelle vicinanze, il sistema Sac Actun, un tempo detentore del record, rimane uno dei più grandi reticoli allagati e, insieme a Ox Bel Ha, costituisce una “rete idrica” sotterranea di centinaia di chilometri.
Nel 2025, un’altra connessione importante è stata realizzata tra la “Mother of All Cenotes” e il sistema Koox Baal, creando una rete di oltre 120 km che si trova a soli 31 metri dal sistema Sac Actun: se quel tratto finale fosse superato, si potrebbe ottenere un unico sistema di oltre 500 km.
Italia: Grotta di Aladino e Fontanone unificati in un unico sistema
In Italia, nel 2025 è stata risolta una lunga questione speleologica in Valdaone: la Grotta di Aladino e la sorgente Fontanone della Val Redoten sono state confermate come parti di un unico sistema sotterraneo di circa 10,4 km di sviluppo e 400 m di dislivello.
Il tratto sommerso che le unisce è risultato essere un unico sifone lungo circa 1 km, con profondità massima di 53 metri. L’impresa è stata portata a termine dallo speleosub Luigi Casati, supportato dal Gruppo Grotte Brescia, dopo campagne che hanno visto anche lo speleosub sloveno Simon Burja spingersi per 600 metri in sifone fino a 53 m di profondità senza emergere.
Balcani e area mediterranea: profondità estreme e nuove campagne
Nell’area balcanica e mediterranea, le esplorazioni tecniche continuano a spingere i limiti di profondità. Lo speleosub polacco Bart ?omiej Pitala, attivo anche in Italia, nel 2026 ha raggiunto i ?292 m nella grotta dell’Elefante Bianco a Ponte Subiolo (Vicenza), dopo aver già esplorato oltre 100 m di nuove gallerie nello stesso sito nel 2024 a circa ?227 m.
Il suo team ha lavorato anche nella Sintzi Spring, in Grecia, dove nel 2025 è stata raggiunta la quota di ?255 m, e nella grotta Vrelo, in Macedonia, con esplorazioni fino a ?287 m. Sempre in Italia, la sorgente del Gorgazzo (Polcenigo, Pordenone) rimane un sito di interesse internazionale per le immersioni profonde, con nuove campagne esplorative programmate da team specializzati.
Asia: nuovi chilometri di grotte in Meghalaya, India
In Asia, nel 2026 una spedizione in Meghalaya (India) ha mappato 11,8 km di nuovi passaggi in diverse grotte, tra cui Krem Riblai e Lungchung Khur, quest’ultima lunga 13.618 metri e divenuta la decima grotta più lunga dell’India.
Anche se non tutte queste cavità sono completamente allagate, la regione conferma il proprio ruolo di “laboratorio” per l’esplorazione sotterranea, con nuovi tratti scoperti regolarmente.
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Lo studio pubblicato su Antiquity indica un’occupazione epipaleolitica tra 12.900 e 12.000 cal BC: una cronologia che porta le tracce dei cacciatori-raccoglitori della grotta turca fino a quasi 15.000 anni fa
La scoperta della Grotta di Koskarli, nella regione orientale del Mar Nero in Turchia, ha suscitato grande interesse anche sulla stampa italiana. Nella diffusione della notizia è emersa una differenza importante nel modo di presentare la cronologia del sito: 12.900 anni fa oppu
Lo studio pubblicato su Antiquity indica un’occupazione epipaleolitica tra 12.900 e 12.000 cal BC: una cronologia che porta le tracce dei cacciatori-raccoglitori della grotta turca fino a quasi 15.000 anni fa
La scoperta della Grotta di Koskarli, nella regione orientale del Mar Nero in Turchia, ha suscitato grande interesse anche sulla stampa italiana. Nella diffusione della notizia è emersa una differenza importante nel modo di presentare la cronologia del sito: 12.900 anni fa oppure 12.900 a.C.?
Lo studio scientifico pubblicato il 10 agosto 2026 sulla rivista Antiquity è molto preciso: gli scavi hanno identificato nella grotta un’occupazione epipaleolitica in situ datata a circa 12.900–12.000 cal BC, cioè 12.900–12.000 anni calibrati avanti Cristo.
Questo significa che, espressa come distanza dal presente, l’occupazione risale approssimativamente a 14.900–14.000 anni fa.
Le datazioni al radiocarbonio riportate nello studio confermano questa cronologia: un campione di carbone è stato calibrato nell’intervallo 12.916–12.183 a.C., mentre un campione osseo ha restituito un intervallo di 12.413–12.070 a.C.
La precisazione non modifica l’importanza della scoperta, ma permette di collocarla correttamente nel tempo. Koskarli rappresenta infatti la prima indagine sistematica di un’occupazione epipaleolitica nella regione orientale del Mar Nero e costituisce un nuovo riferimento per lo studio dei cacciatori-raccoglitori del Pleistocene finale e delle loro connessioni regionali.
La grotta si trova nella valle del Sö?ütlü, circa 40 chilometri a sud di Trebisonda, a 1.030 metri di quota. Individuata nel 2019, è interessata da scavi sistematici dal 2024, condotti congiuntamente dal Museo di Trebisonda e dalla Karadeniz Technical University.
Grotta di Koskarli, panoramica delle aree interessate dagli scavi archeologici nel 2024. Foto: Çal??kan Akgül et al., Antiquity (2026), Fig. 2a, CC BY 4.0.
Nel deposito archeologico sono stati trovati un focolare conservato in situ, manufatti in selce e ossidiana, strumenti litici e oggetti di ornamento personale, tra cui un dente animale perforato e un frammento di palco di cervo lavorato.
Particolarmente interessante è anche l’industria litica, che presenta confronti con complessi dell’Anatolia, del Levante e del Caucaso. Gli studiosi mantengono prudenza nell’interpretazione di queste somiglianze, che potranno però contribuire alla ricostruzione della mobilità e della trasmissione delle tecnologie tra le comunità di cacciatori-raccoglitori alla fine dell’ultima fase glaciale.
La formula giornalistica “sito di 12.900 anni”, utilizzata anche da alcune testate che hanno ripreso la scoperta, rischia quindi di creare un equivoco: il riferimento scientifico è 12.900–12.000 cal BC. La fase più antica documentata a Koskarli ci porta dunque indietro di quasi 15.000 anni.
Fonti
Antiquity – Cambridge University Press: Koskarli Cave: excavations at an Epipalaeolithic site in the eastern Black Sea region of Türkiye
La Nuova Sardegna: Sito epipaleolitico di 12.900 anni trovato in una grotta – La scoperta archeologica è eccezionale
Scintilena: In Turchia scoperta la Grotta di Koskarli, un insediamento epipaleolitico datato tra 12.900 e 12.000 anni fa
Foto
Grotta di Koskarli, panoramica delle aree interessate dagli scavi archeologici nel 2024. Foto: Caliskan Akgül et al., Antiquity (2026), Fig. 2a, CC BY 4.0.
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Circa 25 tartarughe di pietra rinvenute nella Grotta di ?n, presso Gedikkaya in Anatolia nord-occidentale, riaprono lo studio sui gesti rituali delle comunità epipaleolitiche e sul valore attribuito al paesaggio sotterraneo.
Il ritrovamento nella Grotta di ?n
Circa 25 tartarughe di pietra sono state recuperate nella Grotta di ?n, conosciuta anche come Gedikkaya Ma?aras?, nel distretto di ?nhisar della provincia turca di Bilecik. I reperti sono emersi durante la campagna di sc
Circa 25 tartarughe di pietra rinvenute nella Grotta di ?n, presso Gedikkaya in Anatolia nord-occidentale, riaprono lo studio sui gesti rituali delle comunità epipaleolitiche e sul valore attribuito al paesaggio sotterraneo.
Il ritrovamento nella Grotta di ?n
Circa 25 tartarughe di pietra sono state recuperate nella Grotta di ?n, conosciuta anche come Gedikkaya Ma?aras?, nel distretto di ?nhisar della provincia turca di Bilecik. I reperti sono emersi durante la campagna di scavo condotta tra il 18 maggio e il 18 luglio da un gruppo di 14 archeologi, guidato da Deniz Sar? dell’Università Bilecik ?eyh Edebali.
Le piccole sculture sono in prevalenza di calcare. Alcune risultano ricoperte di argilla. L’esemplare maggiore misura all’incirca 30 centimetri in lunghezza e 20 in larghezza. La forma è spesso sommaria. Alcuni manufatti appaiono incompleti. Questo dato non indica necessariamente una minore abilità tecnica. Per gli archeologi può suggerire una produzione rapida, destinata a un gesto cerimoniale e non alla circolazione come oggetto ornamentale.
Le tartarughe di pietra sono state trovate infisse nel terreno vicino a strutture delimitate da disposizioni circolari. La posizione, e non solo l’immagine animale, è quindi decisiva per interpretare il ritrovamento. Le indagini, la conservazione e il restauro dei reperti proseguiranno presso il Museo di Bilecik e l’università che coordina gli scavi.
Tartarughe di pietra e cronologia epipaleolitica
Il contesto è attribuito all’Epipaleolitico. Le datazioni radiocarboniche disponibili per la grotta collocano i livelli più antichi in una sequenza compresa, a seconda dei campioni e delle aree indagate, tra circa 14.500 e 11.200 avanti Cristo. Espressa rispetto a oggi, la fase iniziale risale a circa 16.500 anni fa.
Non si tratta quindi di una singola data assoluta applicabile indistintamente a ogni tartaruga. È più corretto riferire la cronologia all’orizzonte archeologico nel quale le figurine sono state deposte. Questa distinzione è importante. Le analisi future dovranno definire con maggiore precisione la relazione tra ciascun oggetto, i sedimenti e le strutture circolari.
Gedikkaya conserva una lunga frequentazione. La ricerca scientifica ha documentato occupazioni epipaleolitiche, neolitiche e calcolitiche. La cavità è lunga circa 180 metri e si sviluppa nei calcari di Bilecik, tra Giurassico superiore e Cretaceo inferiore. L’ingresso guarda a nord e la grotta domina la valle del Sakarya. Il sito era stato riconosciuto come ricco di depositi preistorici nel 2017; le ricerche di salvataggio si sono svolte dal 2019 al 2023, prima della recente campagna universitaria.
Perché deporle nel buio della grotta
La domanda centrale è perché le tartarughe di pietra siano state collocate in una parte interna della cavità. La risposta più prudente è che furono verosimilmente oggetti di deposito rituale. La disposizione intenzionale attorno a elementi circolari e la loro infissione nel terreno rendono poco convincente l’ipotesi di un semplice accumulo domestico.
La grotta aveva già restituito indizi di pratiche non ordinarie. A circa 40 metri dall’ingresso, gli scavi precedenti hanno documentato un’area interpretata come fossa votiva: due file di pietre a semicerchio delimitavano il deposito attorno alla porzione superiore di una stalagmite, modificata intenzionalmente. Nel riempimento erano presenti oggetti in arenaria e osso, oltre a una figurina antropomorfa stilizzata.
Le tartarughe di pietra potrebbero quindi appartenere alla stessa tendenza a trasformare elementi naturali della grotta, nicchie, pietre e concrezioni, in riferimenti per pratiche collettive. Non è possibile definire il contenuto preciso del rito. Mancano iscrizioni e testimonianze dirette. È possibile, invece, dire che gli oggetti sembrano essere stati fabbricati e depositati per rendere visibile un’azione condivisa, forse legata alla memoria del gruppo, alla protezione, al territorio o ai cicli naturali.
Un’ipotesi discussa da Deniz Sar? riguarda anche il rilievo di Gedikkaya. Alcune figurine potrebbero richiamare il profilo della collina. Se questa lettura fosse confermata, le tartarughe di pietra indicherebbero un rapporto simbolico tra l’animale, la cavità e il paesaggio esterno. Per ora resta una proposta di lavoro, non una conclusione.
Il significato della tartaruga
Perché scegliere proprio una tartaruga? Gli studiosi segnalano che la figura dell’animale compare in contesti del Paleolitico superiore e della cultura natufiana del Vicino Oriente. Ciò non dimostra un identico significato a Gedikkaya. Mostra però che l’animale era disponibile come immagine riconoscibile nel repertorio simbolico di comunità preistoriche.
La tartaruga offre caratteristiche osservabili che possono avere favorito la scelta: il guscio protettivo, i movimenti lenti, la lunga durata della vita e il legame con suolo e acqua. Questi tratti possono aver suggerito idee di difesa, continuità o stabilità. Sono ipotesi interpretative, non traduzioni certe del pensiero epipaleolitico.
I confronti con le grandi religioni dell’antichità devono essere usati con cautela. Nell’induismo, Kurma è l’avatar tartaruga di Vishnu e sostiene il monte Mandara nel mito della zangolatura dell’oceano di latte. Nella tradizione cinese la tartaruga fu associata a cosmologia, longevità e pratiche divinatorie. Queste immagini sono molto più tarde e appartengono a società diverse. Non spiegano le figurine anatoliche. Aiutano solo a ricordare quanto la forma dell’animale abbia potuto assumere, in tempi e luoghi differenti, valori di sostegno, durata e relazione tra mondo terrestre e ordine cosmico.
Una ricerca ancora aperta
La scoperta aggiunge un nuovo insieme di dati allo studio dell’arte mobiliare e dei rituali nel passaggio tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene. Le tartarughe di pietra non autorizzano ancora a parlare di un culto definito, né di una religione organizzata nel senso moderno. Indicano però una scelta ripetuta e spazialmente strutturata.
Le prossime analisi dovranno chiarire le tecniche di lavorazione del calcare e dell’argilla, la provenienza delle materie prime, la successione delle deposizioni e l’eventuale presenza di residui o tracce d’uso. Sarà utile confrontare le figurine con la fauna rinvenuta nella grotta e con altri siti epipaleolitici dell’Anatolia e del Vicino Oriente. In questo quadro, la Grotta di ?n si conferma un sito rilevante per capire come le comunità di cacciatori-raccoglitori abbiano attribuito significati ai luoghi sotterranei.
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Operazione di soccorso speleologico nella grotta Rat’s Nest: per la prima volta impiegata una radio sotterranea QDX-M sviluppata da volontari per comunicare attraverso la roccia durante un soccorso verticale in grotta.
La cronaca del soccorso speleologico in Alberta
Un speleologo è stato liberato dopo essere rimasto intrappolato in posizione verticale all’interno della Rat’s Nest Cave, nei pressi di Canmore, in Alberta. L’incidente si è verificato sabato 15 agosto 2026, intor
Operazione di soccorso speleologico nella grotta Rat’s Nest: per la prima volta impiegata una radio sotterranea QDX-M sviluppata da volontari per comunicare attraverso la roccia durante un soccorso verticale in grotta.
La cronaca del soccorso speleologico in Alberta
Un speleologo è stato liberato dopo essere rimasto intrappolato in posizione verticale all’interno della Rat’s Nest Cave, nei pressi di Canmore, in Alberta. L’incidente si è verificato sabato 15 agosto 2026, intorno alle 11:30 locali, in un passaggio stretto noto come “Psych Squeeze”, a poche centinaia di metri dall’ingresso della grotta. L’uomo era accompagnato da altri esploratori, che hanno potuto allertare i soccorsi. La liberazione è avvenuta verso le 22:00, con l’uscita definitiva dalla grotta poco prima della mezzanotte, dopo oltre dieci ore di operazioni.
Tecnica di soccorso verticale e rischi gestiti
I soccorritori hanno lavorato sia sopra sia sotto lo speleologo bloccato, utilizzando trapani a percussione per asportare piccole quantità di roccia e guadagnare spazio centimetro dopo centimetro. La progressione è stata descritta come “pochi centimetri all’ora”, con un’attenzione costante ai rischi di compressione corporea, esaurimento e ipotermia, data la temperatura stabile della grotta, intorno a 4,5 °C. Il coordinamento ha richiesto competenze tipiche del soccorso speleologico: gestione delle corde, lavoro in ambienti confinati e supporto medico in grotta da parte di paramedici di Canmore Fire-Rescue.
Impiego di nuova tecnologia per soccorso in grotta: radio QDX-M
Per la prima volta in un’operazione reale è stata utilizzata una radio sotterranea in grado di trasmettere segnali attraverso la roccia. Il sistema, denominato QDX-M, è stato sviluppato da volontari dell’Alberta/BC Cave Rescue, parte di Search and Rescue Alberta, con competenze di ingegneria elettronica e radioamatori. La tecnologia consente comunicazioni testuali affidabili tra l’interno della grotta e la superficie, o tra diversi punti della cavità··superando il limite di telefoni, radio tradizionali e dispositivi satellitari, che non funzionano sottoterra a causa dell’attenuazione del segnale attraverso la roccia.
Durante il soccorso, la radio ha permesso ai team in grotta di comunicare all’esterno il momento in cui lo speleologo era stato liberato e si stava muovendo in autonomia. Questa informazione ha ottimizzato la gestione delle risorse, evitando di mobilitare ulteriori persone per l’assistenza in uscita. Il sistema QDX-M è in grado di comunicare attraverso oltre 500 metri di roccia compatta ed è più compatto e leggero rispetto alle vecchie radio analogiche, ormai difficili da mantenere e riparare.
Squadre coinvolte e tempistiche del soccorso speleologico
All’operazione hanno partecipato 13 soccorritori speleologici, 10 vigili del fuoco di Canmore e due membri del Kananaskis Mountain Rescue, con autorizzazione della RCMP. Lo speleologo è stato liberato intorno alle 22:00 ed è uscito dalla grotta alle 23:46, camminando lungo il sentiero con l’accompagnamento dei soccorritori. Non ha richiesto ulteriori trattamenti medici. Christian Stenner, coordinatore provinciale per l’Alberta del servizio di soccorso speleologico Alberta/British Columbia, ha ricordato che i soccorsi in grotta sono eventi rari, con una media di uno o due interventi ogni due anni tra Alberta e British Columbia, e che i casi di persone fisicamente bloccate sono ancora meno frequenti.
Contesto della grotta Rat’s Nest e accessi regolamentati
La Rat’s Nest Cave si estende per circa quattro chilometri sotto il Grotto Mountain, vicino a Canmore. È classificata come “wild cave”, senza illuminazione né scale, ed è un Provincial Historic Resource. L’accesso è regolamentato: sono previste visite guidate commerciali gestite da Canmore Cave Tours, mentre l’ingresso indipendente del pubblico non è consentito. Speleologi esperti possono ottenere permessi per accedere a zone al di fuori dei percorsi turistici. La zona della “Psych Squeeze” non è inclusa nei tour commerciali e richiede tecniche di progressione che includono camminata, strisciamento, passaggi stretti e, in alcune sezioni, l’uso di corde e attrezzature specifiche.
Innovazione nel soccorso speleologico e prospettive operative
Il sistema QDX-M è stato sviluppato nell’arco di tre anni, principalmente da volontari, con un contributo di finanziamenti provinciali per la personalizzazione dell’apparato radio. Search and Rescue Alberta ha indicato che il team di soccorso speleologico di Alberta e British Columbia dispone ora di otto unità operative. John Alexander, CEO di Search and Rescue Alberta, ha definito il soccorso alla Rat’s Nest un esempio di collaborazione tra agenzie e di innovazione portata avanti dai circa 1.500 volontari del sistema di ricerca e soccorso.
Fonti
CityNews Calgary, “Alberta cave rescue: new tech used to save trapped caver”, 21 agosto 2026.
Airdrie City View, “Man trapped in cave near Canmore freed after 10-hour rescue”, 21 agosto 2026.
CJME, “In the news today: … Alberta cave rescue”, 21 agosto 2026.
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Disastro minerario al confine con il Camerun: operazioni di soccorso a mano mentre sale il bilancio delle vittime
Il bilancio delle vittime e i dispersi
La Repubblica Centrafricana è teatro di una delle più gravi tragedie minerarie degli ultimi anni. Un crollo in una miniera d’oro artigianale nel villaggio di Zamboye, situato nella prefettura di Nana-Mambè a circa 50 chilometri dalla città di Baboua e vicino al confine con il Camerun, ha causato la morte di oltre 100 persone.
Disastro minerario al confine con il Camerun: operazioni di soccorso a mano mentre sale il bilancio delle vittime
Il bilancio delle vittime e i dispersi
La Repubblica Centrafricana è teatro di una delle più gravi tragedie minerarie degli ultimi anni. Un crollo in una miniera d’oro artigianale nel villaggio di Zamboye, situato nella prefettura di Nana-Mambè a circa 50 chilometri dalla città di Baboua e vicino al confine con il Camerun, ha causato la morte di oltre 100 persone.
Secondo le dichiarazioni di Gervais Ganagoroh, volontario della Croce Rossa impegnato nelle operazioni di soccorso, sono stati recuperati più di 100 corpi dalle macerie. Bertrand Be Yangué membro del consiglio giovanile di Zamboye, ha confermato che il bilancio delle vittime supera le 100 unità e ha aggiunto che il numero è destinato a salire, poiché diverse persone risultano ancora disperse e altre rimangono intrappolate sotto le macerie.
Le autorità non hanno ancora stabilito con precisione quante persone si trovassero all’interno della miniera al momento del crollo, avvenuto martedì 18 agosto intorno alle 14 locali (le 17 in Italia). Tra le vittime accertate vi sono almeno tre cittadini del Camerun, secondo quanto riportato dalle fonti locali. Il ministro delle miniere centrafricano ha dichiarato che tra i deceduti figurano 35 cittadini della Repubblica Centrafricana, 12 cameruni e due ciadiani.
Le operazioni di soccorso e lo scavo
Le operazioni di ricerca dei dispersi sono tuttora in corso, ma si svolgono in condizioni estremamente difficili. I soccorritori, composti da volontari della Croce Rossa, residenti locali e minatori, stanno lavorando con attrezzature limitate e devono recuperare i corpi praticamente a mano.
Secondo le testimonianze raccolte sul posto, minatori per lo più giovani, uomini e donne coperti di fango, sono stati visti estrarre corpi dalla fossa mentre decine di altri lavoratori erano sparsi nell’ampio sito, alcuni che chiedevano aiuto. I soccorritori continuano a trovare corpi: solo giovedì mattina ne sono stati recuperati più di 10.
‘Ogni ora vengono scoperti corpi, aumentando il numero delle vittime’, ha dichiarato un responsabile locale delle operazioni di soccorso.
Le speranze di trovare sopravvissuti si stanno affievolendo a due giorni dal disastro, mentre il bilancio continua a salire. I feriti sono stati trasportati all’ospedale di Baboua per ricevere le cure necessarie.
Le dichiarazioni delle autorità e l’inchiesta
Le autorità della Repubblica Centrafricana hanno aperto un’inchiesta giudiziaria per determinare le cause del crollo, identificare le vittime e accertare le responsabilità di chi gestiva il sito minerario. Il procuratore di Baboua ha annunciato che verrà avviata un’indagine per stabilire le cause esatte del crollo e individuare eventuali responsabilità penali.
Il ministro delle miniere centrafricano ha ordinato la chiusura della miniera artigianale di Zamboye, che non disponeva dei permessi per operare. La miniera è stata descritta come illegale o informale dalle autorità, che hanno sottolineato come il settore dell’estrazione artigianale dell’oro nel paese abbia conosciuto una forte espansione negli ultimi anni, portando a una serie di incidenti mortali.
Souleymane Bi, vice sindaco della sottoprefettura, ha dichiarato inizialmente che soccorritori e residenti erano riusciti nell’arco di diverse ore a recuperare 30 corpi dalla miniera crollata. Laurent Ngon Baba, eletto locale di Baboua, ha affermato che «in questa fase è difficile stabilire un bilancio formale? mentre le operazioni di ricerca continuavano.
Il contesto del disastro minerario
La miniera di Zamboye era un sito di estrazione artigianale a cielo aperto dove lavoravano centinaia di minatori. Secondo le testimonianze, verso le 14 del pomeriggio del 18 agosto la parte alta della miniera ha cominciato a cedere e in pochi minuti è franata l’intera parete, riversandosi sui lavoratori presenti.
Cedric Mbango, un minatore presente sul sito, ha descritto l’incidente come ‘catastrofico’, raccontando che ‘il terreno è completamente crollato e ha sepolto le persone’. Il vescovo Gazzera ha dichiarato che i minatori «scavavano a mani nude?, sottolineando le precarie condizioni di sicurezza nel sito illegale.
Il crollo è stato causato da una frana che ha interessato diversi tunnel sotterranei nei quali operavano i minatori, secondo quanto riportato dall’ufficio del procuratore pubblico di Baboua. La tragedia si inserisce in un contesto più ampio di incidenti mortali nel settore dell’estrazione artigianale dell’oro nella Repubblica Centrafricana, un’attività³³ rappresenta una fonte di sostentamento per molte comunità locali ma che spesso si svolge in condizioni di sicurezza precarie.
Il Fatto Quotidiano – Crolla una miniera d’oro nella Repubblica Centrafricana: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/19/crollo-miniera-oro-repubblica-centrafricana-notizie/8482860/
Deutsche Welle – CAR: Scores killed in landslide at illegal gold mine: https://www.dw.com/en/car-scores-killed-in-landslide-at-illegal-gold-mine/a-78435510
TGCom24 – Crolla una miniera illegale in Repubblica Centrafricana: https://www.tgcom24.mediaset.it/2026/video/crolla-una-miniera-illegale-in-repubblica-centrafricana-almeno-100-morti_115645923-02k.shtml
Avvenire – Repubblica Centrafricana, oltre 100 vittime nel crollo di una miniera d’oro: https://www.avvenire.it/mondo/repubblica-centrafricana-oltre-100-vittime-nel-crollo-di-una-miniera-doro_112156
Times of India – At least 100 killed after illegal gold mine collapses: https://timesofindia.indiatimes.com/world/rest-of-world/at-least-100-killed-after-illegal-gold-mine-collapses-in-central-african-republic/articleshow/133356183.cms