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    SILICKÁ ĽADNICA Silická Ľadnica je najnižšie situovaná jaskyňa s trvalou ľadovou výplňou až do 50. stupňa severnej zemepisnej šírky v miernom klimatickom pásme. Jej mohutný vstupný portál, obrovské bralo a najmä ľad vždy pútali ľudskú pozornosť. Vo svojej práci o Turnianskej stolici z roku 1744 sa o nej zmieňuje aj sám Matej Bel. Vchod jaskyne, orientovaný na sever a ukrytý v listnatom lese, leží v nadmorskej výške 470 m. Vstupná priepasť jaskyne (od vchodu do hĺbky 50 m) je vyplnená najmä podl
     

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SILICKÁ ĽADNICA
Silická Ľadnica je najnižšie situovaná jaskyňa s trvalou ľadovou výplňou až do 50. stupňa severnej zemepisnej šírky v miernom klimatickom pásme. Jej mohutný vstupný portál, obrovské bralo a najmä ľad vždy pútali ľudskú pozornosť. Vo svojej práci o Turnianskej stolici z roku 1744 sa o nej zmieňuje aj sám Matej Bel. Vchod jaskyne, orientovaný na sever a ukrytý v listnatom lese, leží v nadmorskej výške 470 m. Vstupná priepasť jaskyne (od vchodu do hĺbky 50 m) je vyplnená najmä podlahovým ľadom, ktorého je z roka na rok menej. Plocha a objem podlahového ľadu sa počas jednotlivých rokov líši v závislosti od teploty a zrážkových podmienok. Silická ľadnica je súčasťou lokality „Jaskyne Slovenského a Aggteleckého krasu“, ktorá bola v roku 1995 zapísaná do zoznamu svetového dedičstva. Jaskyňa je tiež veľmi pozoruhodnou a významnou archeologickou lokalitou. V šesťdesiatych rokoch 19. storočia v nej dokonca fungoval pivovar, ale iba krátko, lebo tá „žbrnda“ sa vraj nedala piť. Je súčasťou podzemného hydrologického systému, ktorý ústi v Gombaseckej jaskyni, ukrýva teda rozsiahle priestory, ktoré stále lákajú jaskyniarov.











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  • È online il numero 43 della “Grigna al Contrario”
    Condividi Nuove esplorazioni, vecchi abissi e ancora molti punti interrogativi nel sottosuolo della Grigna Settentrionale Link al numero 43 – agosto 2026: https://archive.org/details/lga-c-43 È online, uscito a spron battuto, il numero 43 della “Grigna al Contrario”, il magazine di InGrigna!, curato da Marco Corvi e dedicato alle esplorazioni speleologiche nel massiccio della Grigna Settentrionale. Il nuovo numero, datato agosto 2026, racconta il campo estivo di quest’anno: un campo
     

È online il numero 43 della “Grigna al Contrario”

August 29th 2026 at 06:00

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Nuove esplorazioni, vecchi abissi e ancora molti punti interrogativi nel sottosuolo della Grigna Settentrionale

Link al numero 43 – agosto 2026: https://archive.org/details/lga-c-43

È online, uscito a spron battuto, il numero 43 della “Grigna al Contrario”, il magazine di InGrigna!, curato da Marco Corvi e dedicato alle esplorazioni speleologiche nel massiccio della Grigna Settentrionale.

Il nuovo numero, datato agosto 2026, racconta il campo estivo di quest’anno: un campo senza il Bogani, ma favorito dal bel tempo e dalla presenza di molti volti nuovi. Ancora una volta le esplorazioni si sono distribuite su diversi fronti, dall’Abisso Buzio, che continua a promettere sviluppi importanti per la conoscenza del carsismo profondo della Grigna, all’Abisso del Pilastro, al Dito della Piancaformia e a W le Donne.

Nel Dedalo del Dito si torna a lavorare nei rami laterali del Dito LOLC 1967. La revisione delle zone intorno al P106 e del Ramo dell’Udito porta alla scoperta di nuovi ambienti e soprattutto di un interessante reticolo di condotte freatiche, con nuove possibilità di sviluppo orizzontale. Una punta di 21 ore aggiunge anche una sessantina di metri al rilievo.

L’incisione “La Grigna al Contrario” è un’opera di Laura Pitscheider, originariamente pubblicata sul blog Acquatintared

A W le Donne, nel ramo a -1300 metri, l’esplorazione continua in un ambiente decisamente severo: freddo, acqua e forti correnti d’aria accompagnano il riarmo di alcuni tratti, il rilievo e la prosecuzione di una risalita, mentre viene individuato anche il posto per un nuovo campo interno nella galleria “Grazie Giovanni”.

Una curiosa dotta parentesi storico-bibliografica “Ad perpetuam rei memoriam”, dedicata al documento pontificio che indica San Benedetto Abate come patrono degli speleologi italiani.

Grande protagonista del numero l’Abisso del Pilastro: dopo una lunga pausa le esplorazioni sono ripartite con una serie di punte ravvicinate: strettoie da disostruire, meandri, nuovi pozzi e soprattutto tanta aria che indica la strada.

Completano il numero altri racconti e contributi — da “Poltergeist può aspettare” alla “Scoperta delle molte facce della Grigna”, fino a “Ho paura di svegliarmi e scoprire che era tutto un sogno” e “Certezze granitiche al Pilastro” — che restituiscono, con registri diversi, il clima delle esplorazioni e della vita nel Grignone.

Buona lettura e buona Grigna!

Internet Archive – accesso libero e gratuito:

Foto: Francesco Ornaghi

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  • Buso del Seciòn: è nato il quinto ingresso del sistema Rana–Pisatela
    Condividi Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi. In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risa
     

Buso del Seciòn: è nato il quinto ingresso del sistema Rana–Pisatela

August 29th 2026 at 05:00

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Due mesi di esplorazioni, risalite, misure ARVA, un falso indizio e infine le voci che si incontrano attraverso un metro di terra: il Gruppo Grotte Schio CAI apre un nuovo accesso al grande sistema sotterraneo

Cesare Raumer racconta in prima persona una storia di tenacia, tecnica, intuizione e passione speleologica

In alcune esplorazioni i la scoperta arriva alla fine di anni di tentativi.

In altre, nel giro di poche settimane, una serie di intuizioni, errori, verifiche, risalite e ostinazione riesce a trasformare un punto quasi invisibile nel bosco in una nuova porta verso un grande sistema sotterraneo.

È ciò che è accaduto al Gruppo Grotte Schio CAI, che nell’estate 2026 ha portato a termine un risultato davvero entusiasmante: l’apertura del quinto ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela. Il nuovo accesso è stato battezzato Buso del Seciòn.

Il “buchetto” individuato in superficie durante le ricerche con gli ARVA: sembrava la strada giusta, ma avrebbe condotto gli esploratori a un falso ingresso

La cosa straordinaria è anche dove si trova. Il Seciòn si apre ad appena otto metri dall’ingresso della Pisatela e tre metri più in basso. Eppure, per andare sottoterra dall’uno all’altro, occorre percorrere quasi un chilometro. Il nuovo ingresso costituisce così una sorta di accesso diretto al cuore della Pisatela, con conseguenze importanti non soltanto per le future esplorazioni, ma anche per un eventuale intervento del Soccorso Speleologico nelle zone più interne.

Il punto, contrassegnato dalla pietra, dove sotto inizierà il “Buco del Seciòn”

Il risultato finale racconta solo una parte della storia. Per arrivarci sono serviti una buona conoscenza della grotta e del suo rilievo, risalite impegnative, il confronto continuo fra ciò che diceva la topografia e ciò che realmente si incontrava sottoterra e persino l’impiego degli ARVA, gli apparecchi normalmente utilizzati per la ricerca delle persone travolte da valanga, qui trasformati in preziosi strumenti per mettere in relazione il mondo sotterraneo con la superficie.

A un certo punto, sopra e sotto erano separati da appena un metro di terra. Cesare Raumer, all’esterno, batteva sul terreno con una pietra e una mazzetta; gli speleologi sotto di lui rispondevano battendo sulla roccia. Poi le voci: da una parte all’altra del prato. È uno di quei momenti che spiegano, forse meglio di molte definizioni, perché si continua a cercare.

A raccontarci tutta la storia, con il suo stile inconfondibile e senza risparmiare fatica, entusiasmo, ironia e qualche riflessione destinata probabilmente a far discutere, è Cesare Raumer, per il Gruppo Grotte Schio CAI.

Giunzione è fatta!

A lui la parola.

IL “BUSO DEL SECION” diventa il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela

di Cesare Raumer – Gruppo Grotte Schio CAI

La speleologia è un’attività fantastica. Gli speleologi (veri) lo sanno benissimo, da sempre. Tuttavia questa pratica comporta talvolta un impegno ed un sacrificio non indifferenti, in certi casi addirittura al limite della sopportazione umana. Ma ciò nonostante, chissà perché, ogni speleologo (vero) non si tira mai indietro….

Così mentre mi soffermo a riflettere un po’ su queste cose mi vengono in testa certi pensieri…. Una piccola e breve digressione dal tema speleo di questo articolo.

Da qualche tempo (un bel po’) tante cose sono cambiate nel modo di pensare e di approcciare la vita in questa folle epoca storica. Lo spartiacque del prima e del dopo sicuramente è stato l’avvento di internet ed in particolare l’utilizzo dello smartphone nei rapporti personali. Questo fantastico e nello stesso tempo diabolico dispositivo ha decisamente trasformato il modo di fare speleologia.

Il potente respiro del Sistema Rana – Pisatela

Se un tempo ci si trovava regolarmente in gruppo per decidere l’attività del successivo fine settimana ora le occasioni si propongono attraverso i cosiddetti “social” e le attività conseguenti risultano spesso frammentate e anche meno partecipate. Ma il problema più grande consiste nel fatto che le nuove generazioni di giovani, bombardate sullo smartphone da una miriade di informazioni a 360°, si trovano attratte da un notevole e ampio ventaglio di opportunità che alla fine non consente loro la necessaria dote di concentrazione e focalizzazione per concretizzare anche pochi ma significativi obiettivi.

In poche parole, la maggioranza dei giovani di quest’epoca sono propensi a provare molteplici emozioni derivate da mille e più varie esperienze possibili piuttosto che condensare il proprio tempo in un’unica attività. Il risultato diventa inevitabilmente una dispersione di esperienza e anche di conoscenza approfondita di tutte le varie facce che una vera passione pretende.

Il Seciòn prima

Insomma, tornando ora al nostro discorso speleo, tutta questa premessa per dire che se in speleologia vogliamo vedere dei risultati importanti ci si deve applicare assiduamente, costantemente ed esclusivamente, con tenacia e continuità. Con spirito di sacrificio certo, ma sempre con passione. Il risultato di una speleologia turistica da fine settimana inizia e finisce nella stessa giornata. È così, purtroppo.

Il Seciòn poi

Ma attenzione, non mi sento minimamente di criticare chi pratica anche questo tipo di speleologia. Si tratta di una scelta legittima, spesso anche determinata da fattori più che comprensibili (tempo a disposizione, famiglia, lavoro, capacità, curiosità, ecc.). Ma resta comunque il fatto che questa pratica non è “vera” speleologia. È qualcosa d’altro.

Mi sono venute in mente queste considerazioni perché mentalmente pensavo a come sia stato possibile che il mio gruppo grotte, il Gruppo Grotte Schio CAI, realizzasse la scoperta di quello che da pochi giorni è diventato il 5° ingresso del Sistema Sotterraneo Buso della Rana–Pisatela.

Vediamo un po’, riavvolgendo il nastro.

Innanzitutto determinante è stata, all’origine, la realizzazione di una buona e completa mappatura della grotta. Poi lo studio del rilievo topografico di questa grande cavità ha fatto capire, tra molte altre cose, che un particolare ramo in una regione particolare della “Pissy” finisse quasi a fuoriuscire all’esterno.

Interessante.

La sommità di questo ramo che si sviluppa in salita è costituita da una sala a cui è stato dato il nome di “Sala della Dolina”. Ma non una dolina qualsiasi, ma proprio la dolina sul cui bordo sommitale si apre l’ingresso della Pisatela stessa. Che strana coincidenza…

Ma quanti metri mancavano effettivamente per sbucare da sotto nei verdi e scoscesi bordi di questa dolina? Boh, era tutto da vedere. Ed inoltre, dove sarebbe ubicato “esattamente” questo ipotetico punto dato che una accurata ispezione di questo grosso catino carsico con diametro di almeno una sessantina di metri, non presentava alcun degno pertugio che si chiamasse tale?

Il nuovo accesso al Sistema Rana–Pisatela.

Tuttavia i dati altimetrici parlavano chiaro e quindi abbiamo deciso di metterci a lavorare per venirne a capo. Sapevamo che il risultato non sarebbe stato per niente scontato. Le grotte ti fregano spesso….

Nel giugno scorso con un socio del mio gruppo iniziamo quindi a vedere cosa c’è in cima ad un interessante camino situato alla base di una propaggine laterale di detta sala. Volevamo verificare se il nome “Sala della Dolina” che le era stato dato fosse sensato.

Il camino si presenta molto bene, bello verticale. Roccia asciutta e compatta, liscia e senza fratture. Le condizioni ideali di risalita col sistema Stick-Up. Risaliamo così molto in fretta. Quasi sulla sommità, ad una decina di metri d’altezza, si raggiunge l’imbocco di un meandrino che dopo pochi metri un po’ stretti si affaccia, attraverso una finestra, su un pozzo parallelo di ragionevoli dimensioni.

Ad una decina di metri sotto la nostra verticale si scorge un diaframma che divide il pozzo in due parti. Da una parte a occhio il pozzo continua per altri 6/7 metri. Dalla parte opposta si intravvede invece uno sprofondo abbastanza stretto. Successivamente abbiamo capito però, indagando da un’altra parte, che il diaframma si poteva raggiungere da sotto anche con una risalita in libera.

Dalla finestra il fusoide continua verso l’alto dapprima con dimensioni abbastanza ragionevoli. Ma alla luce dello zoom la sommità appare però decisamente stretta. Mah!! Saranno c…i acidi risalirlo, pensavo mentre tornavo fuori col mio amico.

Per un’altra uscita successiva ci siamo dotati di un paio di strumenti ARVA (il noto dispositivo progettato per trovare le persone travolte da valanga) che anche in altre occasioni si sono rivelati estremamente utili. Mi riferisco in particolare alla campagna esplorativa condotta un paio di anni fa e che ci ha permesso di trovare il 4° ingresso di questo stesso sistema sotterraneo, l’ingresso “Carnevale” (vedi Scintilena, 6 aprile 2024).

L’uscita ha funzionato così: una squadra si è portata all’interno della grotta in corrispondenza del bordo della “finestra” con uno strumento acceso sulla funzione “send”. Un’altra squadra all’esterno con un altro dispositivo in funzione “search” a scandagliare i bordi della dolina.

Girando in lungo ed in largo lungo la superficie della dolina finalmente il “bip-bip” dello strumento localizza un punto particolare, in pratica un esile buchetto di 20 cm, chiuso da terriccio. La distanza dallo strumento sottoterra dava circa 10 metri.

Beh ottimo! Ottimo pensavo, specialmente tenendo conto che sopra la finestra il camino risaliva ancora per circa 8 metri buoni. Quindi, con un rapido calcolo, sulla sommità del camino dovrebbero mancare “solo” un paio di metri. È fatta!

Qualche giorno dopo, animati ed euforici iniziamo l’allargamento del buchetto. Mmh, il buchetto si è rivelato però subito proprio ostico. Poco sotto come buco diventa quasi invisibile, solo una fessurina larga un dito in una roccia bella dura. Ma mancano due metri, no?

Lavorando come muli allarghiamo comunque il buco per una cinquantina di centimetri. Poca cosa…. ma soprattutto su roccia viva, senza senso quindi. Qualcosa non torna.

Bisogna indagare meglio per cui in un’altra uscita successiva una coppia di speleo si fionda dentro alla Pissy, ma non prima di aver piazzato uno strumento ARVA all’interno del “buchetto”, questa volta in funzione “send”.

Raggiunta la finestra il secondo strumento portato appresso dava una distanza, come già appurato, di 10 metri. Attrezzati per la risalita del camino il “solito speleo” raggiunge la sommità. In arrampicata libera. Come abbia fatto ancora adesso non lo so.

Non lo so perché so che le pareti ad un certo punto stringono così tanto che se da sopra ci cascassi dentro, sul fondo non ci finisco. Io che ho misure da “normodotato” per esempio non ci passo, l’ho capito tempo dopo….

Fatto sta che il “solito speleo”, che è anche un ottimo climber appunto, arriva in cima. Qui trova che il fusoide interseca un meandro. Da una parte questo muore dopo 3 metri. Dalla parte opposta invece il meandro si presenta parzialmente occluso da una frana, ma al di là però si intravvede qualcosa.

Per capire dove si trova tira fuori l’ARVA, lo accende e lo mette in posizione search. Il responso dà 9 metri.

9 metri? Ma come, non dovevano mancarne solo due?

Lì per lì sembra impossibile, qualcosa non ha funzionato. E quindi giù poi tutti insieme a fare mille congetture per capire qualcosa da questi dati.

All’epoca del “buchetto” siamo stati effettivamente un po’ superficiali ad interpretarli. Mi spiego. Gli ARVA in realtà hanno sempre funzionato benissimo. Bisogna capire però che gli strumenti inviano/ricevono il segnale in/da tutte le direzioni, come se fossero al centro di una sfera.

Se sull’esterno della sfera ci mettiamo uno strumento posizionato in un punto qualsiasi della superficie, ci darà sempre la stessa distanza dal centro, dove è appunto posizionato lo strumento gemello.

Quindi, se lo strumento interno dava 9 metri dallo strumento esterno significava che la sommità del camino non si trovava sulla loro verticale ma in un qualunque altro punto della “sfera” considerata. Potenzialmente anche sopra….

Sopra? Beh, perché no? Ricordiamoci che l’esterno, come dicevo, è costituito dai fianchi della dolina con bordi piuttosto inclinati e scoscesi.

Arriviamo così all’ennesima uscita “finale”, quella della prova del nove. Una coppia di speleo, tra cui sempre il “solito speleo”, ritorna in cima al camino/fusoide. Il meandro con la franetta viene facilmente superato scoprendo al di là una piccola saletta, tipo un geode per intendersi.

Il “solito speleo” piazza l’ARVA sulla sommità del geode in posizione send. In quel momento io sono fuori con l’altro strumento.

All’ora concordata e partendo dal “buchetto” riprendo a scandagliare il bordo della dolina. Il bip-bip del mio strumento inizia quasi subito ad aumentare la frequenza. I metri segnalati sono sempre meno, sempre meno, fino al punto che un bip-bip frenetico ed impazzito mi dice “1 metro”!!!

Sono eccitatissimo. I ragazzi sono sotto di me ad appena un metro (!) di distanza, sotto il prato. Roba da non crederci!

Qui non ci sono rocce, solo terra, erba e qualche fiore. Corro in cerca di una pietra, la porto sul punto e comincio a batterla con una mazzetta. Da sotto mi rispondono con altrettanti colpi sulle pareti, perfettamente udibili.

Urlo di gioia, tanto fuori sono da solo…

Ma no, non sono solo, appena lì sotto ci sono i miei amici. Sentendomi urlare urlano a loro volta.

Incredibile, ci parliamo attraverso il prato. Ci parliamo capite? Una cosa mai vista! Questa mi mancava proprio.

Ma ci pensate? Provate ad immaginarvi la scena. Un escursionista che casualmente passasse di là in quel momento e vedesse un tipo (io) che urlo come un ossesso e a parlare inginocchiato verso il suolo con la bocca vicina alla madre terra. Cosa penserebbe se non a chiamare il 118 per un TSO immediato?

Per fortuna non è passato nessuno….

Ecco, questa era la situazione.

Neanche un paio di giorni dopo eravamo lì in tre baldi giovanotti speleo (tre splendidi pensionati) tra cui ovviamente il “solito speleo” per rompere l’ultimo diaframma e creare così l’apertura del 5° ingresso del Sistema.

Dopo neanche un’oretta di scavo, dapprima su terra e sassi e poi su roccia frammentata notiamo un forellino nero. Un forte sputo d’aria gelida proveniva da esso. Lo allarghiamo senza alcuna difficoltà fino ad un diametro di 30 centimetri. L’aria ora si fa veramente forte e gelida, un piacere sentirla così se rammentiamo quanto calde sono state le giornate dello scorso luglio.

Questo improvviso cambiamento del flusso d’aria che abbiamo artificialmente provocato però non ci piaceva affatto per cui abbiamo pensato subito di correre ai ripari. Dovevamo risolvere il problema.

Abbiamo così realizzato un grosso cilindro in robusto acciaio inox e l’abbiamo intubato nel buco fino a filo del terreno. La chiusura poi è garantita da un coperchio dello stesso materiale ma dipinto con una vernice color marrone/cioccolato, per confondersi con l’ambiente.

Tutto intorno il terreno è stato quindi ripristinato esattamente come era prima dell’intervento. L’erba qui ricrescerà presto e l’unica cosa visibile sarà la presenza di questo disco marrone.

Tutto qua. Siamo contenti perché abbiamo fatto proprio un bel lavoro. Abbiamo centrato almeno tre obiettivi. Uno, è stato consolidare le pareti del buco altrimenti costituite da terra, radici e sassi che franano continuamente ad ogni passaggio. Due, rendere l’ingresso perfettamente stagno, adesso non passa un filo d’aria. Corrente zero. Tre, ripristinare l’ambiente dove abbiamo lavorato com’era precedentemente. È ritornato il prato.

E anche il famoso “buchetto”, cioè il falso ingresso, lo abbiamo accuratamente richiuso dapprima con le pietre di risulta, poi con terra e infine con le foglie. Non si riesce a vedere neanche dov’era.

Così, data la circostanza del tutto singolare abbiamo chiamato questo 5° ingresso il “BUSO DEL SECION” (che tradotto dal dialetto veneto significa “secchione”). Non poteva chiamarsi altrimenti….

Ecco, adesso sì che siamo davvero tutti contenti del risultato.

Ed è incredibile notare dove si trova ubicato questo nuovo ingresso. È impossibile non trovarlo: è infatti situato ad appena 8 metri (!) di distanza dall’ingresso del notissimo Buso della Pisatela, 3 metri più in basso.

E stranamente questi due ingressi non hanno niente in comune. Entrando dalla Pissy e uscire dal Seciòn (o viceversa) comporta infatti una traversata di quasi un chilometro.

Ora però dal Seciòn si penetra nel cuore della Pisatela molto più velocemente, una vera diretta. Ciò comporta molto meno tempo ad esplorare la grotta nelle regioni a monte dello Stargate. Inoltre una eventuale uscita di una barella del Soccorso da queste zone risulta molto facilitata e veloce.

Sempre dal Seciòn si possono raggiungere le regioni a valle dello Stargate più facilmente attraverso una lunga galleria inclinata che parte dalla Sala della Dolina (il nome dato era in effetti sensato…) fino alla gigantesca Sala delle Mogli, il Lago Lungo e poi, più giù, fino alla giunzione col Buso della Rana.

In corrispondenza della Sala della F-Rana parte il noto ramo in salita chiamato Ramo Carnevale che, come ho citato prima, fuoriesce sotto la Valle delle Lore. A questo proposito, sulla falsariga della logica ambientale che abbiamo voluto dare al Buso del Seciòn, stiamo adesso lavorando anche alla chiusura ermetica dell’Ingresso Carnevale, ristabilendo presto anche qui le condizioni meteorologiche preesistenti alla sua apertura. Cioè corrente d’aria zero. Come anche già fatto a suo tempo all’ingresso del Pater Noster, il terzo ingresso trovato dal nostro gruppo GGS CAI SCHIO.

Considerazioni finali

Riprendendo la logica delle frasi nel deragliamento descrittivo nella premessa iniziale voglio qui sottolineare che il raggiungimento di questo risultato non è stato affatto semplice.

Siamo scesi in Pisatela parecchie volte e la risalita del “Pozzo a T”, il fusoide, non è stata affatto banale, anzi.

Dio, niente di assolutamente eccezionale però tengo a sottolineare che tutta questa storia è durata solo più o meno due mesi molto intensi. Un tempo esplorativo speleologicamente breve. Ma è perché ci tenevamo tantissimo, specie il “solito speleo”.

Con fatica, con determinazione ma specialmente con passione e soprattutto con divertimento ci siamo riusciti.

Cesare Raumer per il Gruppo Grotte Schio CAI
Agosto 2026

Tutto quello che si vede del Buso del Seciòn dall’ingresso della Pisatela

E da parte nostra: complimenti!

C’è poco da aggiungere dopo un racconto così, se non un grande applauso a Cesare Raumer e a tutto il Gruppo Grotte Schio CAI.

Dietro un nuovo ingresso, oltre al momento esaltante in cui finalmente “si passa”, ci sono rilievi studiati e ristudiati, ipotesi che sembrano giuste e poi non lo sono, risalite, strettoie, giornate di lavoro, capacità di leggere la grotta e anche la disponibilità a riconoscere un errore e ricominciare da un’altra parte.

In questo caso c’è qualcosa in più: l’attenzione con cui, una volta aperto il nuovo ingresso, il gruppo ha cercato di non alterare la circolazione d’aria del sistema e di restituire alla superficie il suo aspetto originario.

E poi c’è quella scena che difficilmente si dimentica: uno speleologo inginocchiato sul prato e gli altri sotto di lui, separati da un metro di terra, che riescono prima a sentirsi battere e poi addirittura a parlarsi.

A volte una giunzione comincia proprio così: con due mondi che scoprono di essere ormai a un metro di distanza.

Complimenti al Gruppo Grotte Schio CAI e a tutti coloro che hanno lavorato al Buso del Seciòn.

E naturalmente complimenti al “solito speleo”, chiunque egli sia: dopo essere comparso così tante volte in questa storia, se li è decisamente guadagnati.

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  • Costacciaro 2026, si sta delineando un sogno: cinque elementi per raccontare il mondo sotterraneo
    Condividi Aria, Acqua, Terra, Fuoco, Vuoto. Il Raduno Internazionale di Speleologia prende forma. E fino al 31 agosto iscriversi costa meno Si sta delineando un sogno. Giorno dopo giorno Costacciaro 2026 acquista volti, immagini, parole e contenuti. Quello che qualche mese fa cominciava appena a prendere forma sta diventando il grande Raduno Internazionale di Speleologia, in programma dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, nel cuore del Monte Cucco. Il filo conduttore saranno ancora una vo
     

Costacciaro 2026, si sta delineando un sogno: cinque elementi per raccontare il mondo sotterraneo

August 29th 2026 at 04:30

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Aria, Acqua, Terra, Fuoco, Vuoto. Il Raduno Internazionale di Speleologia prende forma. E fino al 31 agosto iscriversi costa meno

Si sta delineando un sogno.

Giorno dopo giorno Costacciaro 2026 acquista volti, immagini, parole e contenuti. Quello che qualche mese fa cominciava appena a prendere forma sta diventando il grande Raduno Internazionale di Speleologia, in programma dal 29 ottobre al 1° novembre 2026, nel cuore del Monte Cucco.

Il filo conduttore saranno ancora una volta i cinque elementi: ARIA, ACQUA, TERRA, FUOCO e VUOTO.

Cinque dimensioni per raccontare la speleologia e il mondo ipogeo: l’aria che respira nelle montagne, l’acqua che scava e trasforma, la terra che conserva la memoria, il fuoco come energia e trasformazione, il vuoto come spazio dell’esplorazione e dell’ignoto.

E adesso quei cinque elementi hanno anche cinque voci: Luca Mercalli, Simone Villotti, Antonio De Vivo, Gaetano Giudice e Robbie Shone, testimonial scelti per interpretarli e accompagnare il cammino verso Costacciaro.

Intanto il programma cresce: conferenze, mostre, workshop, esplorazioni, incontri e occasioni di confronto stanno componendo, tassello dopo tassello, quello che si annuncia come uno dei grandi appuntamenti della speleologia del 2026. Già a luglio Scintilena raccontava l’apertura delle iscrizioni e il ritorno dei cinque elementi come filo conduttore dell’incontro.

E per chi sta ancora pensando “mi iscrivo domani”, il momento è questo: l’iscrizione Early Bird a prezzo agevolato termina il 31 agosto.

Mancano pochi giorni.

Poi resterà l’attesa.

Quella di ritrovarsi a Costacciaro, tutti insieme, ancora una volta.

Aria. Acqua. Terra. Fuoco. Vuoto.

Cinque elementi. Un Raduno. Un sogno che sta prendendo forma.

Leggi l’articolo di luglio su Scintilena

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V Belehrade 1996 na byte u krásnych srbských dievčat , ktoré nám dali pozvanie na vstup - prechod cez Srbsko , do Kosova na prie...

V Belehrade 1996 na byte u krásnych srbských dievčat , ktoré nám dali pozvanie na vstup - prechod cez Srbsko , do Kosova na prieskum jaskyne Velika klisura.
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Na besedu s promítáním ke 100

Na besedu s promítáním ke 100. výročí svého zpřístupnění zvou v sobotu 29. srpna 2026 Zbrašovské aragonitové jeskyně v Teplicích nad Bečvou na Přerovsku. Akce "Na kus řeči o jeskyních" se uskuteční od 17:00 v novém přístřešku před jeskyněmi.
Přednášející bude vedoucí jeskyní Barbora Šimečková.



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    Condividi A Oltre il Colle, nel massiccio dell’Arera, scoperto e disceso un nuovo pozzo da 185 metri. Il 27 agosto la squadra ha raggiunto il Fondo JetLag a -302 metri, nonostante il regime idrico sfavorevole OLTRE IL COLLE (BG) – «Sembrava una ventina di metri». Poi è arrivato il sasso giusto. E dal buio è arrivata una risposta decisamente diversa. Sul Monte Arera, nella grotta LoBG 3990, l’esplorazione degli ultimi giorni ha preso improvvisamente una dimensione verticale impressionante:
     

Arera: l’esplorazione non finisce: L’Abisso LoBG 3990 scende a -302

August 28th 2026 at 06:00

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A Oltre il Colle, nel massiccio dell’Arera, scoperto e disceso un nuovo pozzo da 185 metri. Il 27 agosto la squadra ha raggiunto il Fondo JetLag a -302 metri, nonostante il regime idrico sfavorevole

OLTRE IL COLLE (BG) – «Sembrava una ventina di metri». Poi è arrivato il sasso giusto. E dal buio è arrivata una risposta decisamente diversa.

Sul Monte Arera, nella grotta LoBG 3990, l’esplorazione degli ultimi giorni ha preso improvvisamente una dimensione verticale impressionante: quello che a una prima occhiata appariva come un pozzo di modeste dimensioni si è rivelato un P185, un salto da 185 metri che ha dato alla grotta una dimensione verticale del tutto inattesa.

«Apriamo la testa di un pozzo che ad una prima occhiata sembrava una ventina di metri, ma lanciando il sasso giusto abbiamo ricevuto una risposta adeguata. Per ora i 185 m ci sono… Ma non siamo in fondo…», raccontava pochi giorni fa Gianluca Perucchini, impegnato nell’esplorazione insieme a Giorgio Pannuzzo e Riccardo Temponi.

In quel momento, infatti, non avevano ancora raggiunto il fondo del P185.

Nella parte inferiore del P185, cento metri di corda sono bastati appena per raggiungere un terrazzo, fermandosi davanti a un ulteriore tiro di una ventina di metri. Il fondo del P185 è stato poi raggiunto nella stessa punta esplorativa che ha portato gli speleologi al Fondo JetLag, a -302 metri. Al fondo del P185, al momento, non sono state individuate prosecuzioni plausibili; resta però da scendere un altro pozzo laterale.

È avvenuto la mattina del 27 agosto 2026: Giorgio, Gianluca e Riccardo sono tornati sottoterra e, nonostante un regime idrico sfavorevole, hanno continuato l’esplorazione. L’anteprima arriva direttamente da Giorgio Pannuzzo: «Oggi ci siamo tornati e, nonostante il regime idrico sfavorevole, abbiamo continuato le esplorazioni fino a -302 m. Fondo JetLag».

Un metro in più sulla carta, ma soprattutto un altro passo nell’ignoto, dentro una grotta che in pochissimi giorni ha cambiato volto e dimensioni.

Nell’esplorazione sono impegnati Giorgio Pannuzzo, del Gruppo Speleologico Bergamasco Le Nottole, Gianluca Perucchini (CAI Lovere – Progetto Sebino) e Riccardo Temponi (Progetto Sebino). Tutti e tre partecipano al Progetto InGrigna.

Gianluca e Riccardo, inoltre, appartengono a quella nuova generazione di esploratori che Alex Rinaldi chiama affettuosamente “i Pischelli di Bueno Fonteno”: giovani speleologi cresciuti nel fermento delle grandi esplorazioni del Sebino e ormai protagonisti anche su altri importanti fronti esplorativi lombardi.

UN NUOVO ABISSO SOTTO L’ARERA

Lo scenario è quello spettacolare del Pizzo Arera, 2.512 metri, nel territorio di Oltre il Colle, nelle Prealpi Orobie bergamasche. Il massiccio appartiene alla fascia carbonatica delle Orobie: montagne che sopra terra mostrano pareti, rupi e grandi bastionate rocciose e che nel sottosuolo continuano a custodire vuoti ancora tutti da scoprire.

E questa volta la sorpresa ha assunto dimensioni davvero notevoli: il P185 è stato sceso fino al fondo e LoBG 3990 ha raggiunto la quota di -302 metri, al nuovo Fondo JetLag

Dove porterà LoBG 3990?

È presto per dirlo. Ma una frase scritta dagli esploratori quando il grande pozzo aveva appena cominciato a svelarsi sembra oggi ancora più bella:

«Ma non siamo in fondo…»

E allora non resta che aspettare la prossima discesa, con quel pozzo laterale ancora da esplorare.

Tantissimi complimenti a Giorgio Pannuzzo, Gianluca Perucchini, Riccardo Temponi e a tutti gli esploratori impegnati sull’Arera! Un P185, una grotta che supera i 300 metri di profondità e soprattutto un pozzo laterale che attende ancora di essere esplorato: avanti così, ragazzi! L’Arera non ha ancora finito di raccontare la sua storia.

Foto: esplorazioni nella LoBG 3990, Monte Arera – per gentile concessione degli esploratori.

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  • Proteggere una specie significa anche nascondere dove vive: il caso del rapace più raro del Regno Unito
    Condividi Due nidi, sei giovani e una località mantenuta segreta. In Gran Bretagna il ritorno dell’albanella minore offre uno spunto interessante anche per chi si occupa di grotte e ambienti naturali vulnerabili: quando la diffusione di una localizzazione può trasformarsi in una minaccia? Una località segreta, due nidi distanti circa un chilometro e sei giovani rapaci pronti a spiccare il volo. È la storia dell’albanella minore (Circus pygargus), uno degli uccelli nidificanti più rari della G
     

Proteggere una specie significa anche nascondere dove vive: il caso del rapace più raro del Regno Unito

August 28th 2026 at 05:00

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Due nidi, sei giovani e una località mantenuta segreta. In Gran Bretagna il ritorno dell’albanella minore offre uno spunto interessante anche per chi si occupa di grotte e ambienti naturali vulnerabili: quando la diffusione di una localizzazione può trasformarsi in una minaccia?

Una località segreta, due nidi distanti circa un chilometro e sei giovani rapaci pronti a spiccare il volo. È la storia dell’albanella minore (Circus pygargus), uno degli uccelli nidificanti più rari della Gran Bretagna, protagonista nel 2026 di una stagione riproduttiva particolarmente importante.

La Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) ha reso noto che quest’anno in Gran Bretagna sono stati individuati soltanto due nidi conosciuti della specie. Entrambi contenevano tre giovani e, fatto singolare, i sei pulcini avevano lo stesso padre: un unico maschio si era accoppiato con due femmine. I due nidi sono stati costantemente monitorati dagli specialisti della RSPB, ma la loro posizione esatta è rimasta volutamente segreta.

L’albanella minore è un elegante rapace migratore che trascorre l’inverno in Africa e raggiunge l’Europa per riprodursi. In Gran Bretagna si trova al margine settentrionale del proprio areale riproduttivo e la sua presenza è estremamente precaria. La RSPB la classifica nella Red List britannica e sottolinea come ogni coppia nidificante necessiti di una particolare protezione.

Nidi nei campi e raccolti sempre più precoci

Una delle particolarità della specie è la scelta del luogo in cui nidificare. Le albanelle minori depongono le uova a terra e, in Gran Bretagna, utilizzano sempre più frequentemente i terreni agricoli e in particolare le coltivazioni cerealicole.

È una scelta che comporta rischi considerevoli. I nidi possono essere distrutti dalle macchine durante il raccolto e la RSPB segnala che siccità e raccolti anticipati stanno rendendo ancora più delicata la situazione. Per questo la conservazione della specie richiede una stretta collaborazione tra naturalisti e agricoltori. Nel sito del 2026, una porzione del campo d’orzo è stata lasciata appositamente indisturbata dal proprietario per consentire agli animali di completare la riproduzione.

Non è la prima volta. Nel 2025 una coppia aveva allevato con successo quattro giovani in un’altra località inglese tenuta segreta: era stata la prima nidificazione riuscita in Gran Bretagna dal 2019. Anche in quel caso la collaborazione con l’agricoltore era risultata decisiva e attorno al nido era stata installata una piccola recinzione per proteggerlo dai predatori terrestri.

Per la prima volta due giovani seguiti dal satellite

La stagione 2026 ha portato anche una novità scientifica. Poco prima dell’involo, ricercatori autorizzati della RSPB hanno prelevato temporaneamente un giovane da ciascuno dei due nidi e hanno applicato trasmettitori satellitari di nuova generazione.

È la prima volta che giovani albanelle minori vengono dotate di questi dispositivi nel Regno Unito.

Il monitoraggio potrà fornire informazioni preziose sugli spostamenti dei giovani, sulle rotte migratorie verso l’Africa e, negli anni successivi, sull’eventuale ritorno nei territori europei di riproduzione. Dati particolarmente importanti per una popolazione tanto piccola e intermittente.

A volte le coordinate diventano un pericolo

C’è un altro particolare della vicenda che può interessare molto anche il mondo speleologico: nessuno ha comunicato dove si trovino esattamente questi nidi.

La località viene deliberatamente mantenuta segreta per proteggere gli animali. Persino l’agricoltore coinvolto nel progetto non viene identificato pubblicamente, proprio per evitare che attraverso il suo nome sia possibile risalire al sito. La stessa strategia era stata adottata per la nidificazione del 2025.

È un principio di conservazione che trova un evidente parallelo negli ambienti sotterranei da proteggere.

Le coordinate sono un’informazione scientifica fondamentale, ma in determinate circostanze la loro diffusione indiscriminata può aumentare la vulnerabilità del luogo che descrive. È il caso, per esempio, di cavità che ospitano importanti colonie di chirotteri, specie endemiche o estremamente localizzate, delicati depositi archeologici o paleontologici, mineralizzazioni e concrezionamenti particolarmente vulnerabili.

Internet, cartografia digitale e GPS hanno reso possibile raggiungere con grande facilità luoghi che soltanto pochi decenni fa richiedevano conoscenze locali e ricerche specifiche. È un progresso straordinario per la conoscenza e l’esplorazione, ma pone anche una responsabilità nuova nella gestione dei dati.

La vicenda dell’albanella minore britannica mostra una possibile risposta: conoscere con estrema precisione un luogo non significa necessariamente doverne rendere pubblica con altrettanta precisione la posizione.

Ricercatori e conservazionisti conoscono i nidi, li monitorano, raccolgono dati scientifici e collaborano con chi gestisce il territorio. Al pubblico viene invece comunicato ciò che serve per comprendere l’importanza della scoperta, senza fornire l’informazione che potrebbe mettere a rischio gli animali.

Un equilibrio tra condivisione della conoscenza e protezione della risorsa che, fuori dai campi inglesi e qualche metro più sotto terra, che riguarda molto da vicino anche speleologia e archeologia.


Fonti

BBC News – articolo sull’eccezionale stagione riproduttiva dell’albanella minore in Gran Bretagna:
BBC News – UK’s rarest bird of prey rears six chicks

Royal Society for the Protection of Birds (RSPB), 24 agosto 2026 – Montagu’s Harrier chicks tagged for the first time in UK:
RSPB – Montagu’s Harrier chicks tagged for the first time in UK

RSPB – scheda della specie Circus pygargus, distribuzione, conservazione e habitat riproduttivo:
RSPB – Montagu’s Harrier

RSPB, 30 luglio 2025 – Britain’s rarest breeding bird raised four youngsters at secret location:
RSPB – Britain’s Foto l breeding bird raised four youngsters at secret location

Foto di copertina: Albanella minore (Circus pygargus) in volo. Foto: Clpramod / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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Zajímavé povídání o jeskyních Moravského krasu s kolegou Jeskyně ČR - Správa jeskyní České republiky Petrem Zajíčkem:

Zajímavé povídání o jeskyních Moravského krasu s kolegou Jeskyně ČR - Správa jeskyní České republiky Petrem Zajíčkem:
https://www.idnes.cz/cestovani/po-cesku/propast-macocha-punkevni-jeskyne-petr-zajicek.A260819_110119_po-cesku_misl



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  • ✇UIS
  • Winner of the 2026 France Habe Prize
    The 2026 France Habe Prize This year, although the topics addressed by the candidates were very diverse, they were approached through a wide range of options, such as the protection and conservation of caves and karst environments, raising awareness of caving, the interplay between exploration findings and scientific research, education and tourism, whilst also identifying ways to ensure the long-term sustainability of their objectives. The members of the jury for the 2026 France Habe Prize asse
     

Winner of the 2026 France Habe Prize

August 26th 2026 at 21:51
The 2026 France Habe Prize

This year, although the topics addressed by the candidates were very diverse, they were approached through a wide range of options, such as the protection and conservation of caves and karst environments, raising awareness of caving, the interplay between exploration findings and scientific research, education and tourism, whilst also identifying ways to ensure the long-term sustainability of their objectives.

The members of the jury for the 2026 France Habe Prize assessed each submission using an evaluation grid that focused on relevance, presentation, interdisciplinarity, photography, scientific content, readability, and originality.

They unanimously decided to award the 2025 France Habe Prize to the project entitled “Photographic, topographical and digital documentation of the deep sections of the Aven d’Orgnac” (France), submitted by Rémi FLAMENT.

The winner receives a cash prize of €300 awarded by the UIS, as well as caving equipment donated by the firms BARHAR ($250) and RESSEG (€300).

Details of the project will be presented by the winner in the next UIS Bulletin.

The Jury congratulates the other participants on their enthusiasm for caving and their commitment to the protection of caves and karst.

Origin of the prize

The France HABE Prize has been awarded since 2013 by the Commission for the Protection of Karst and Caves of the International Union of Speleology (UIS).
The aim of this award is to promote the protection of karst and caves for future generations. This natural heritage is a proven source of increasingly rich information about the history of our planet and humanity, enabling people to act in a more thoughtful, effective, and sustainable manner for the future of our environment.

The prize is named in memory and honor of Dr France HABE († 10 December 1999) from Slovenia (Yugoslavia), who, amongst her many roles and achievements, served as Chair of the UIS Protection Department from 1973 to 1997.

 

Jean-Pierre Bartholeyns
UIS Karst and Cave Protection Commission
Past President

  • ✇European Speleological Federation
  • Cleaned caves in Europe – Six datasets now online
    The European Cave Protection Commission is proud to announce that there are now 6 datasets of cleaned caves in Europe available at the “Clean-Up the Dark” website. Following the initial data from Croatia, Slovenia and Italy, there is data now also about cleaned and polluted caves and karst from France and from Germany available.  Furthermore there is a dataset from The Basque Country listed as well. In case your organisation has such data it would be a pleasure to integrate this in
     

Cleaned caves in Europe – Six datasets now online

August 27th 2026 at 11:53

The European Cave Protection Commission is proud to announce that there are now 6 datasets of cleaned caves in Europe available at the “Clean-Up the Dark” website.

Following the initial data from Croatia, Slovenia and Italy, there is data now also about cleaned and polluted caves and karst from France and from Germany available. 

Furthermore there is a dataset from The Basque Country listed as well.

In case your organisation has such data it would be a pleasure to integrate this in the Clean-up the Dark database and make efforts of cleaned underground available to all. 

Please have a look at the dedicated website.

The Clean-up the Dark team

  • ✇ZO 6-11 Královopolská – Jeskyně v Údolí Říčky a další
  • Po práci pod propadání
    Není nad to skočit si na chvíli do jeskyně! Letošní suchý rok otevřel po dlouhé době cestu Novou Ochozskou až na její konec, tedy alespoň pod propadání. Chodba Sifonová, kde je momentální konec jeskyně, zůstává stále uzavřena vodní hladinou. Za vodu v Sifonové chodbě mohou patrně přívalové deště, které naplní odtoky směrem k Estavele, ale nepřetečou do Nové Ochozské. Vody je tedy málo, ne však dost na to, abychom se podívali tak jako v roce 2012 do III. sifonu chodby Sifonové. Ve spolupr
     

Po práci pod propadání

Není nad to skočit si na chvíli do jeskyně! Letošní suchý rok otevřel po dlouhé době cestu Novou Ochozskou až na její konec, tedy alespoň pod propadání. Chodba Sifonová, kde je momentální konec jeskyně, zůstává stále uzavřena vodní hladinou. Za vodu v Sifonové chodbě mohou patrně přívalové deště, které naplní odtoky směrem k Estavele, ale nepřetečou do Nové Ochozské. Vody je tedy málo, ne však dost na to, abychom se podívali tak jako v roce 2012 do III. sifonu chodby Sifonové.

Ve spolupráci s ZO 6-12 jsme se pokusili o revizní kontrolu komínu č. 1, který byl naposledy zdolán v roce 1989. Jak uvádí publikace Jeskyně v povodí Říčky (J. Himmel – P. Himmel, 2012): „Komín 1 pod Hostěnickým propadáním končí neprůlezně 15 m nad řečištěm.“ Lezení v komíně je náročnější, než se zdá a na fotografii neprůlezné části si proto ještě musíme počkat. Uvidíme, kdo bude rychlejší, zda déšť, nebo my v komíně. Třeba dojde i na radiomaják…

komín I pod Hostěnickým propadáním
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  • Speleo-mapovací iniciativa
    Každý metr jeskyně se počítá a ten zmapovaný ještě víc! Přesto je stále dokola slyšet: „Mapování je složité,“ „Nikdo mi nepůjčí DISTO,“ „Správná kalibrace je věda,“ „Neumím to nakreslit…“ Výmluvy a skuhrání! Pojďme to změnit a naučit se mapovat společnými silami. Věřím, že se vzájemně posuneme a přiučíme něčemu novému, sdílet postřehy a zkušenosti je totiž k nezaplacení. Mapování jeskynního systému AI Gemini Celý článek Speleo-mapovací iniciativa→
     

Speleo-mapovací iniciativa

Každý metr jeskyně se počítá a ten zmapovaný ještě víc! Přesto je stále dokola slyšet: „Mapování je složité,“ „Nikdo mi nepůjčí DISTO,“ „Správná kalibrace je věda,“ „Neumím to nakreslit…“ Výmluvy a skuhrání! Pojďme to změnit a naučit se mapovat společnými silami. Věřím, že se vzájemně posuneme a přiučíme něčemu novému, sdílet postřehy a zkušenosti je totiž k nezaplacení.

Mapování jeskynního systému AI Gemini
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  • O objevu jeskyně Liščí díra
    Lidská paměť je krátká, a proto jsme při pátrání po počátcích výzkumů jeskyní v Údolí Říčky odkázáni na literární prameny. V díle krasového badatele Floriana Koudelky se můžeme dočíst o objevu a dobrodružném prvním průzkumu jeskyně Liščí díra. Vraťte se tedy spolu s námi do let 1880 a 1881 a představte si, jaké to bylo zanořit se do neznámého podzemí jen za mihotavého světla svíčky, která mohla kdykoliv zhasnout. Portrét Floriana Koudelky z článku „Florian Koudelka – zapomenutý badatel M
     

O objevu jeskyně Liščí díra

Lidská paměť je krátká, a proto jsme při pátrání po počátcích výzkumů jeskyní v Údolí Říčky odkázáni na literární prameny. V díle krasového badatele Floriana Koudelky se můžeme dočíst o objevu a dobrodružném prvním průzkumu jeskyně Liščí díra. Vraťte se tedy spolu s námi do let 1880 a 1881 a představte si, jaké to bylo zanořit se do neznámého podzemí jen za mihotavého světla svíčky, která mohla kdykoliv zhasnout.

Portrét Floriana Koudelky z článku „Florian Koudelka – zapomenutý badatel Moravského Krasu“ (viz literatura).
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  • Lechuguilla Cave, quarant’anni fa lo sfondamento: quel vento sotto le pietre che annunciava una grotta immensa
    Condividi Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo. C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento. La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni in
     

Lechuguilla Cave, quarant’anni fa lo sfondamento: quel vento sotto le pietre che annunciava una grotta immensa

August 27th 2026 at 06:00

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Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.

C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.

La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni internazionali, delle spettacolari concrezioni di gesso e delle ricerche scientifiche, ci fu un indizio apparentemente semplice. Aria che passava attraverso un accumulo di detriti dove, in teoria, non avrebbe dovuto esserci altro.

Quarant’anni fa quell’intuizione portò a uno degli sfondamenti più importanti della speleologia moderna.

Una piccola grotta che non convinceva gli speleologi

Lechuguilla si trova nel Carlsbad Caverns National Park, nelle Guadalupe Mountains del New Mexico.

Prima del 1986 era considerata dal National Park Service una cavità di scarsa importanza. All’ingresso si apriva un pozzo di circa 27 metri, seguito da appena 122 metri di passaggi asciutti apparentemente senza prosecuzione. All’inizio del Novecento vi era stato estratto per un breve periodo anche guano di pipistrello.

Non sembrava esserci molto altro da vedere.

Ma dagli anni Cinquanta gli speleologi che visitavano la cavità notarono qualcosa di difficile da ignorare: dal fondo ostruito della grotta proveniva un forte vento.

Non esisteva un passaggio evidente. L’aria, però, suggeriva esattamente il contrario.

Se un volume così importante d’aria riusciva a muoversi attraverso i detriti, da qualche parte oltre quell’ostruzione doveva esserci spazio. E probabilmente molto.

Scavare seguendo il vento

Nel corso degli anni diversi speleologi tentarono di trovare la prosecuzione.

La svolta arrivò nel 1984, quando un gruppo di speleologi del Colorado ottenne dal National Park Service l’autorizzazione a scavare nell’ostruzione.

Non si trattò quindi di una scoperta improvvisa. Fu il risultato di un’intuizione coltivata per decenni e di un lavoro di disostruzione portato avanti con la convinzione che quel vento non potesse provenire dal nulla.

La letteratura speleologica statunitense descrive il flusso d’aria come eccezionale: in determinate condizioni il rumore proveniente dall’ostruzione ricordava quello di un treno merci sotterraneo. La polvere poteva essere sollevata e spinta verso l’alto lungo il pozzo d’ingresso.

Poi, il 26 maggio 1986, accadde quello che gli speleologi aspettavano.

L’ostruzione cedette verso la cavità sottostante e il gruppo riuscì a entrare in grandi gallerie percorribili.

Dietro quella frana non c’era semplicemente una prosecuzione.

C’era Lechuguilla.

Da poche centinaia di metri a centinaia di chilometri

Quello sfondamento cambiò completamente la storia della grotta.

Le esplorazioni partirono a un ritmo impressionante. Speleologi provenienti dagli Stati Uniti e successivamente da molti altri Paesi parteciparono alle campagne di esplorazione, rilievo e ricerca.

Secondo il National Park Service, sono stati cartografati oltre 233 chilometri di gallerie, con un dislivello che raggiunge 489 metri.

Il dato riportato nella pagina ufficiale del Parco è però riferito alla situazione del 2019 e deve quindi essere letto come un valore minimo consolidato, non necessariamente come la misura aggiornata dell’attuale sviluppo esplorato.

La National Speleological Society, presentando il volume Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, parla infatti di oltre 240 chilometri esplorati.

Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.

Una grotta che ha cambiato anche la scienza delle grotte

Lechuguilla si è rivelata un ambiente sotterraneo eccezionale non soltanto per le dimensioni.

Le esplorazioni hanno incontrato enormi depositi di gesso e zolfo giallo, concrezioni e mineralizzazioni di straordinaria varietà: giganteschi “lampadari” di gesso, lunghissimi cristalli e filamenti, cannule, perle di grotta, balloon di idromagnesite ed eccentriche subacquee.

Alcune morfologie erano praticamente sconosciute prima dell’esplorazione della cavità.

Lechuguilla ha inoltre fornito elementi fondamentali per comprendere la speleogenesi ipogenica legata all’acido solforico nelle Guadalupe Mountains. La presenza di grandi quantità di gesso e zolfo ha contribuito a rafforzare un modello genetico molto diverso dalla classica dissoluzione del calcare operata dalle acque meteoriche provenienti dalla superficie.

La grotta è diventata così un enorme laboratorio naturale nel quale geologia, mineralogia, microbiologia e speleologia si incontrano.

I batteri di Lechuguilla e la resistenza agli antibiotici

Di un altro aspetto sorprendente della grotta Scintilena si è occupata recentemente, nell’articolo “Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici”, pubblicato il 28 marzo 2026.

In ambienti profondi e fortemente isolati di Lechuguilla sono stati studiati microrganismi dotati di meccanismi naturali di resistenza agli antibiotici, nonostante non fossero stati precedentemente esposti ai farmaci utilizzati dalla medicina moderna.

Queste ricerche hanno contribuito a mostrare come la resistenza agli antibiotici non sia esclusivamente una conseguenza dell’attività umana: alcuni dei meccanismi biologici che oggi osserviamo hanno origini molto più antiche.

È uno degli esempi più affascinanti di come una scoperta nata dall’ostinazione di alcuni speleologi davanti a una frana abbia finito per aprire nuove strade anche alla ricerca scientifica.

Il vento come promessa di vuoto

A quarant’anni dallo sfondamento del 1986, forse l’aspetto più suggestivo della storia di Lechuguilla rimane proprio il suo inizio.

Gli speleologi non vedevano la prosecuzione.

Non potevano conoscere le dimensioni del sistema che si trovava sotto di loro. Non avevano davanti una grande finestra nera o un pozzo inesplorato.

Avevano una frana e del vento.

Ma per chi esplora le grotte il movimento dell’aria può essere una misura invisibile del vuoto. Una corrente importante attraverso una strettoia, una fessura o un accumulo di detriti può raccontare l’esistenza di ambienti che ancora nessuno ha visto.

A Lechuguilla quell’indizio conduceva a uno dei più grandi sistemi sotterranei conosciuti.

Dopo decenni di tentativi e due anni di nuovi scavi, il 26 maggio 1986 gli speleologi riuscirono finalmente a seguirlo.

E il vento aveva ragione.

Fonti

National Park Service – Carlsbad Caverns National Park, Lechuguilla Cave. Fonte principale per la storia dell’ingresso, gli scavi iniziati nel 1984, lo sfondamento del 26 maggio 1986, sviluppo, profondità, mineralizzazioni e attività scientifica.

National Speleological Society, pubblicazioni e materiali dedicati alla Lechuguilla Cave e alla storia delle esplorazioni.

Patricia Kambesis, Sixty-Five and Still Going Strong, Journal of Cave and Karst Studies. Ricostruzione della storia delle esplorazioni nelle Guadalupe Mountains e del ruolo della scoperta di Lechuguilla.

Scintilena, Marina Abisso, Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici, 28 marzo 2026.

Scintilena, Per Natale regala un bel libro: Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, 9 dicembre 2023

Foto di copertina: Le spettacolari concrezioni di Lechuguilla Cave, nel Carlsbad Caverns National Park, New Mexico. Credito: NPS Photo / Shawn Thomas https://www.nps.gov/media/photo/gallery.htm?id=318A0C5A-155D-451F-6771B101D8195C02

L'articolo Lechuguilla Cave, quarant’anni fa lo sfondamento: quel vento sotto le pietre che annunciava una grotta immensa proviene da Scintilena.

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  • È morto Changiz Sheykhli, padre della speleologia iraniana
    Condividi Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito. È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio so
     

È morto Changiz Sheykhli, padre della speleologia iraniana

August 27th 2026 at 05:00

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Aveva 99 anni ed era considerato il fondatore della speleologia organizzata in Iran. Esploratore, topografo e instancabile catalogatore, Changiz Sheykhli dedicò oltre settant’anni allo studio delle grotte del suo Paese, lasciando un patrimonio di rilievi, appunti e manoscritti ancora in gran parte inedito.

È morto nell’agosto 2026, all’età di 99 anni, Changiz Sheykhli, considerato il padre della speleologia iraniana e una delle figure fondamentali per la conoscenza del patrimonio sotterraneo dell’Iran.

Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana

La sua storia attraversa quasi per intero quella della speleologia moderna del Paese: dalle prime esplorazioni compiute con mezzi elementari negli anni Quaranta alla nascita dei primi gruppi organizzati, dai rilievi topografici alla catalogazione sistematica delle cavità, fino alle battaglie degli ultimi anni per la loro conservazione.

Le prime grotte negli anni Quaranta

Nato a Mashhad nel 1927, Sheykhli iniziò molto giovane a frequentare la montagna e le grotte. Le sue prime esperienze speleologiche risalgono al 1943, quando in Iran l’esplorazione sistematica del mondo sotterraneo era ancora praticamente agli inizi.

Tre anni più tardi, il 29 novembre 1946, insieme a Sirus Mostofi e Akbar Shafizadeh, diede vita all’Hey’at-e Gharshenasi Iran, il primo nucleo organizzato dedicato alla speleologia nel Paese.

Le fonti iraniane distinguono questo gruppo dalla successiva associazione speleologica, costituita nel 1948. In ogni caso, proprio a quelle esperienze viene generalmente fatta risalire la nascita della speleologia organizzata iraniana, e Sheykhli ne fu per decenni uno dei principali protagonisti.

Esplorare significava misurare e documentare

E’ particolarmente interessante il metodo con cui Sheykhli affrontava l’esplorazione.

Già negli anni Quaranta e Cinquanta non si limitava infatti a entrare nelle cavità: effettuava misurazioni e rilievi, osservava le concrezioni e la circolazione delle acque e registrava eventuali testimonianze archeologiche.

Una lettera risalente al 1976, quando Sheykhli presiedeva il comitato speleologico della federazione iraniana, offre un’immagine particolarmente significativa del suo modo di intendere la speleologia.

Agli esploratori che individuavano nuove cavità raccomandava di produrre uno schizzo della grotta, misurarne lunghezza, larghezza e profondità, raccogliere campioni di roccia e acqua e segnalare eventuali frammenti ceramici o altre evidenze archeologiche.

Un’impostazione che oggi appare naturale, ma che testimonia quanto presto Sheykhli avesse concepito la grotta come un ambiente da esplorare, rilevare, studiare e conservare, mettendo in relazione speleologia, geologia, idrologia e archeologia.

Centinaia di grotte in oltre settant’anni

Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA

Stabilire quante cavità abbia personalmente esplorato non è semplice, perché le fonti iraniane forniscono cifre differenti.

Le stime più prudenti gli attribuiscono oltre 500 grotte esplorate e documentate durante più di settant’anni di attività. Altre fonti parlano di un numero ancora maggiore.

Diverso è invece il patrimonio di informazioni da lui raccolto: il grande archivio costruito nel corso della sua vita sarebbe arrivato a comprendere dati relativi a circa 1.500 grotte dell’Iran.

È quindi opportuno distinguere le cavità personalmente esplorate da Sheykhli dal numero, molto superiore, di quelle entrate nel suo lavoro di catalogazione.

Partecipò inoltre a campagne di rilevamento e documentazione svolte in collaborazione con organismi geografici e sportivi iraniani. Alcune delle carte prodotte durante quelle attività sarebbero tuttora conservate negli archivi dell’organizzazione geografica nazionale.

I rilievi di Espahbod Khorshid

Tra le cavità legate al nome di Sheykhli compare anche la celebre Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran, una grande cavità naturale caratterizzata dalla presenza di importanti strutture fortificate storiche.

Alcune fonti in lingua inglese arrivano ad attribuirgli la “scoperta” della grotta. Una formulazione che appare però impropria per un luogo evidentemente conosciuto dalle popolazioni locali e legato a una lunga storia di frequentazione umana.

Più precisamente, Sheykhli fu tra coloro che contribuirono alla sua documentazione speleologica sistematica: già nel 1958 avrebbe realizzato disegni della grande arcata naturale, planimetrie e rilievi delle strutture presenti all’interno.

È un episodio emblematico del suo interesse per il rapporto tra cavità naturali e testimonianze archeologiche.

Sedici volumi per raccontare le grotte dell’Iran

Forse l’eredità più straordinaria di Changiz Sheykhli è quella rimasta sulla carta.

Nel corso di decenni raccolse schede, schizzi, rilievi, osservazioni e informazioni sulle grotte iraniane, organizzando il materiale in un’opera monumentale indicata dalle fonti come “Farhang-e Jame’-e Gharha-ye Iran”, traducibile come Enciclopedia completa delle grotte dell’Iran (https://www.tehrantimes.com/news/500396/Encyclopedia-of-Iran-s-caves-unveiled).

Il lavoro ha raggiunto complessivamente sedici volumi. La presentazione pubblica dell’Enciclopedia è avvenuta nel giugno 2024.

Già in un’intervista del 2015 Sheykhli lamentava la difficoltà di trovare un’istituzione disponibile a pubblicare l’intero corpus.

La sua morte pone quindi anche una questione che interessa direttamente la comunità speleologica: quale sarà il destino del suo archivio?

Se davvero una parte consistente dei rilievi, degli appunti e della documentazione accumulata in oltre settant’anni è ancora conservata privatamente, la sua tutela e digitalizzazione potrebbero rappresentare un’importante operazione per la memoria della speleologia iraniana.

Esplorazione e tutela

Negli ultimi anni Sheykhli aveva rivolto una crescente attenzione anche alla conservazione delle grotte.

Criticava gli interventi turistici invasivi, le alterazioni degli ambienti sotterranei e i danni provocati dai cercatori clandestini di tesori, fenomeno particolarmente distruttivo nelle cavità contenenti testimonianze archeologiche.

La grotta, nella sua concezione, non era dunque soltanto un luogo da conquistare o percorrere. Era un archivio naturale e culturale da conoscere prima di tutto attraverso la documentazione e da trasmettere alle generazioni successive.

Un principio che conserva una sorprendente attualità.

La scomparsa nell’agosto 2026

Le fonti iraniane collocano la morte di Changiz Sheykhli nel 28 Mordad 1405 del calendario persiano, corrispondente al 19 agosto 2026, mentre alcune fonti in lingua inglese indicano il 20 agosto. Aveva 99 anni.

Con lui scompare uno degli ultimi protagonisti della generazione che pose le basi della speleologia iraniana moderna.

Rimangono centinaia di esplorazioni, rilievi e documenti e, soprattutto, un metodo: entrare nel sottosuolo non soltanto per vedere cosa c’è oltre, ma per misurare, comprendere, documentare e conservare.

Una concezione della speleologia che, ottant’anni dopo le sue prime esplorazioni, continua a parlare la stessa lingua degli speleologi di oggi.

Fonti

  • Tehran Times, “Changiz Sheykhli, father of Iranian caving, dies at 99”, agosto 2026.
  • Amordad, articoli e intervista dedicati a Changiz Sheykhli e alla storia della speleologia iraniana.
  • ISNA e fonti iraniane riprese dalla stampa persiana, agosto 2026.
  • Documentazione storica speleologica iraniana relativa al Comitato speleologico e alle attività di Sheykhli.

Foto di copertina: La grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. La grande cavità naturale conserva importanti strutture fortificate storiche. Changiz Sheykhli ne realizzò già nel 1958 disegni, planimetrie e documentazione delle strutture interne. Foto: Faradeed

Altre immagini:

Pianta della grotta-fortezza di Espahbod Khorshid, nel nord dell’Iran. Changiz Sheykhli fu tra i primi a documentare sistematicamente il complesso: nel 1958 realizzò disegni, planimetrie e rilievi delle strutture architettoniche conservate nella grande cavità naturale. Immagine: ISNA https://cdn.isna.ir/d/off/mazandaran/2023/04/24/3/62587614.jpg?ts=1682313901941&

Changiz Sheykhli (1927–2026), considerato il padre della speleologia iraniana. Tra i fondatori del primo nucleo speleologico organizzato dell’Iran nel 1946, dedicò oltre settant’anni all’esplorazione, al rilievo e alla documentazione delle grotte del Paese. Fonte Federazione iraniana di alpinismo e arrampicata https://file.msfi.ir/msfiwebimage/GHGS4MU9F2.jpeg

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