Základné zobrazenie

  • ✇SpeleoCZ
  • Odešel Jan Enčev
    Ve středu 5. 8. 2026 došlo v Hranické propasti k tragické nehodě, kdy při ponoru zahynul velmi zkušený jeskynní potápěč Jan Enčev (Enčí), člen ZO 1-05 Geospeleos. Honza byl nejen špičkový potápěč, ale také skvělý kamarád a parťák, který rád přiložil ruku k dílu...
     

Odešel Jan Enčev

August 10th 2026 at 22:38

Ve středu 5. 8. 2026 došlo v Hranické propasti k tragické nehodě, kdy při ponoru zahynul velmi zkušený jeskynní potápěč Jan Enčev (Enčí), člen ZO 1-05 Geospeleos. Honza byl nejen špičkový potápěč, ale také skvělý kamarád a parťák, který rád přiložil ruku k dílu...

  • ✇speleo.cz
  • Odešel Jan Enčev
    Ve středu 5. 8. 2026 došlo v Hranické propasti k tragické nehodě, kdy při ponoru zahynul velmi zkušený jeskynní potápěč Jan Enčev (Enčí), člen ZO 1-05 Geospeleos. Honza byl nejen špičkový potápěč, ale také skvělý kamarád a parťák, který rád přiložil ruku k dílu...
     

Odešel Jan Enčev

August 10th 2026 at 22:38

Ve středu 5. 8. 2026 došlo v Hranické propasti k tragické nehodě, kdy při ponoru zahynul velmi zkušený jeskynní potápěč Jan Enčev (Enčí), člen ZO 1-05 Geospeleos. Honza byl nejen špičkový potápěč, ale také skvělý kamarád a parťák, který rád přiložil ruku k dílu...

  • ✇Scintilena
  • Giornata epica per la speleologia: raggiunte le zone alte del Landre Scur!
    Condividi Un sogno lungo più di quarant’anni sembra essersi finalmente realizzato nelle profondità delle Dolomiti Friulane: “A volte i sogni si avverano. 9 agosto 2026, grazie a tutti!”, scrive Felpe «Siamo entrati nelle zone alte del Landre Scur!». Poche parole, quelle pubblicate sui social da Filippo Felici (Felpe), ma sufficienti ad accendere l’entusiasmo di chi conosce la storia delle esplorazioni speleologiche di quest’area. Il Landre Scur, nel territorio di Claut, è una delle cavi
     

Giornata epica per la speleologia: raggiunte le zone alte del Landre Scur!

August 10th 2026 at 12:21

Condividi

Un sogno lungo più di quarant’anni sembra essersi finalmente realizzato nelle profondità delle Dolomiti Friulane: “A volte i sogni si avverano. 9 agosto 2026, grazie a tutti!”, scrive Felpe


«Siamo entrati nelle zone alte del Landre Scur!».

Poche parole, quelle pubblicate sui social da Filippo Felici (Felpe), ma sufficienti ad accendere l’entusiasmo di chi conosce la storia delle esplorazioni speleologiche di quest’area.

Il Landre Scur, nel territorio di Claut, è una delle cavità più importanti del massiccio del Monte Resettum e da decenni rappresenta uno degli obiettivi delle esplorazioni condotte sotto questa straordinaria montagna. Il Catasto Speleologico regionale registra quasi quattro chilometri di sviluppo e indica ancora la presenza di prosecuzioni accessibili. (catastogrotte.regione.fvg.it)

Scintilena aveva raccontato nei mesi scorsi, traendo le notizie dagli esploratori, il grande fermento esplorativo nel vicino Colciavath, dove nuove scoperte continuano ad alimentare l’ipotesi di un sistema sotterraneo molto più vasto e complesso. (Scintilena)

Nella fotografia pubblicata da Felici, una scritta rossa sulla roccia sembra condensare tutta l’emozione del momento: “9-8-2026 – Le terre non più lontane”.

Per conoscere la portata della scoperta e capire esattamente quale collegamento sia stato raggiunto bisognerà attendere il racconto dettagliato degli esploratori. E noi lo aspettiamo con impazienza!

Intanto, però, una cosa possiamo già dirla: congratulazioni a Felpe e a tutti gli speleologi protagonisti di questa esplorazione. Una giornata da ricordare per la speleologia!

Foto e notizia: dal post di Filippo Felici

L'articolo Giornata epica per la speleologia: raggiunte le zone alte del Landre Scur! proviene da Scintilena.

  • ✇Blog SSS
  • Súhrn speleo noviniek (33. týždeň 2026)
    Sk_Speleo FB post 2026-08-06 Photos from Správa slovenských jaskýň’s post 2026-08-04 Zahraničie Festival Amore & Rabbia: dve príležitosti venované temnote: jaskyne, výskum a umenie 2026-08-10 „Ligurské krasové oblasti“: už v roku 1980 mapa budúcnosti ligurského krasu 2026-08-10 Od Apuánskych Álp až po celosvetový katalóg minerálov: delchiaroit, jediný minerál na svete, oficiálne uznaný minerologický druh 2026-08-09 La Cjasa dei Venth sa predstavuje: cesta
     

Súhrn speleo noviniek (33. týždeň 2026)

August 10th 2026 at 09:10
Súhrn speleo noviniek (33. týždeň 2026)

Sk_Speleo

Zahraničie

The post Súhrn speleo noviniek (33. týždeň 2026) appeared first on Blog SSS.

  • ✇Scintilena
  • Al Festival Amore & Rabbia due appuntamenti dedicati al buio: grotte, ricerca e arte
    Condividi Il 12 e 13 agosto 2026, a Verzino (Crotone), visite alle Grotte Rupestri e l’incontro “Ascoltare il buio” Il Festival Amore & Rabbia, giunto alla sua diciassettesima edizione, dedica quest’anno due appuntamenti al mondo sotterraneo e al fascino del buio, proponendo un percorso tra patrimonio rupestre, speleologia, ricerca scientifica e arte. Il primo appuntamento è fissato per il 12 agosto alle ore 10, con una visita guidata alle Grotte Rupestri di Verzino, uno dei siti stori
     

Al Festival Amore & Rabbia due appuntamenti dedicati al buio: grotte, ricerca e arte

August 10th 2026 at 05:30

Condividi

Il 12 e 13 agosto 2026, a Verzino (Crotone), visite alle Grotte Rupestri e l’incontro “Ascoltare il buio”

Il Festival Amore & Rabbia, giunto alla sua diciassettesima edizione, dedica quest’anno due appuntamenti al mondo sotterraneo e al fascino del buio, proponendo un percorso tra patrimonio rupestre, speleologia, ricerca scientifica e arte.

Il primo appuntamento è fissato per il 12 agosto alle ore 10, con una visita guidata alle Grotte Rupestri di Verzino, uno dei siti storici più suggestivi della Calabria. Accompagnati da guide specializzate, i partecipanti potranno conoscere un complesso scavato nell’arenaria ai piedi del centro storico, in località Sperone, abitato fin dalla preistoria e successivamente utilizzato dai monaci bizantini e dalle famiglie del paese.

Le grotte, sviluppate su più livelli come un edificio naturale, rappresentano una straordinaria testimonianza della storia del territorio e sono oggi candidate tra “I Luoghi del Cuore” del FAI, iniziativa che punta alla loro tutela e valorizzazione. Durante il festival sarà possibile anche sostenere la candidatura, che può essere votata anche qui: voto FAI Grotte Rupestri di Verzino

Il secondo appuntamento è in programma il 13 agosto alle ore 19, nell’atrio del Palazzo Ducale, con “Ascoltare il buio – Un viaggio tra grotte, suoni, ricerca e arte”, realizzato in collaborazione con la Società Speleologica Italiana ETS e il Gruppo Speleologico Le Grave di Verzino.

L’incontro accompagnerà il pubblico alla scoperta delle grotte attraverso una prospettiva originale, dove il buio diventa spazio di ascolto, esplorazione e conoscenza.

Due appuntamenti diversi ma complementari, per dialogare con il pubblico attraverso esperienze immersive e multidisciplinari.

Informazioni utili

L'articolo Al Festival Amore & Rabbia due appuntamenti dedicati al buio: grotte, ricerca e arte proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • “Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure
    Condividi Un articolo di Mario De Biasi e Silvano Motti anticipava la necessità di conoscere e tutelare le principali aree carsiche della Liguria Fabio Negrino, Professore associato di Preistoria e Protostoria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Genova, sempre attento alle connessioni con la speleologia, ha condiviso un articolo del Notiziario Culturale dell’Università Popolare Sestrese, del mese di luglio 1980. Lo ringraziamo come sempre della
     

“Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure

August 10th 2026 at 05:00

Condividi

Un articolo di Mario De Biasi e Silvano Motti anticipava la necessità di conoscere e tutelare le principali aree carsiche della Liguria

Fabio Negrino, Professore associato di Preistoria e Protostoria e Direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Genova, sempre attento alle connessioni con la speleologia, ha condiviso un articolo del Notiziario Culturale dell’Università Popolare Sestrese, del mese di luglio 1980. Lo ringraziamo come sempre della sua attenzione, da archeologo e da speleologo.

La pubblicazione, a firma di Mario De Biasi e Silvano Motti e’ destinata a diventare una preziosa testimonianza della conoscenza speleologica ligure dell’epoca. Intitolato “Le aree carsiche liguri”, il contributo proponeva una panoramica delle principali zone carsiche della regione, sottolineandone il valore naturalistico, idrogeologico, archeologico e paesaggistico.

Il testo prendeva spunto dalla (allora) recente Legge regionale 12 settembre 1977, n. 40, dedicata alla tutela dei valori naturali e alla promozione dei parchi e delle riserve naturali.

Gli autori osservavano come il patrimonio carsico meritasse strumenti di tutela specifici, auspicando una normativa regionale dedicata alla speleologia e alla conservazione delle aree carsiche.

A onor del vero, in Liguria, dopo la LR 40/1977, per la speleologia è arrivata la Legge regionale 3 aprile 1990, n. 14, “Norme per la tutela del patrimonio speleologico e delle aree carsiche e per lo sviluppo della speleologia”, abrogata e sostituita dalla successiva Legge regionale 6 ottobre 2009, n. 39, recante “Norme per la valorizzazione della geodiversità, dei geositi e delle aree carsiche in Liguria” (GU 3a Serie Speciale – Regioni n.25 del 26-06-2010).

Torniamo all’articolo, che ha riflessioni che, rilette oggi, appaiono di straordinaria attualità.

Si passano in rassegna le principali aree carsiche della Liguria, dalle grotte dei Balzi Rossi all’Alta Valle Nervia, dalle gole di Creppo e Realdo alle valli Tanarello, Tanaro e Arroscia, fino al Bric Galero, Toirano, Melogno, Finale Ligure, Bergeggi, Isoverde, Monte Maggio, Portovenere e alle isole Palmaria, Tino e Tinetto. Ogni zona viene descritta evidenziandone gli aspetti geologici, speleologici, idrogeologici e archeologici, offrendo una vera e propria carta d’identità del patrimonio carsico ligure.

Un aspetto particolarmente interessante è l’attenzione riservata al ruolo delle acque sotterranee. De Biasi e Motti ricordano infatti come molte aree carsiche costituiscano i bacini di alimentazione delle principali sorgenti della regione, sottolineando il legame tra speleologia e gestione delle risorse idriche, un tema che negli ultimi decenni è diventato sempre più centrale.

Tra le aree descritte compare anche il Monte Gazzo, a Sestri Ponente. Già nel 1980 gli autori evidenziavano come l’intensa attività estrattiva avesse distrutto numerosi fenomeni carsici, pur riconoscendo l’importanza speleologica della montagna e la presenza di molte cavità.

A distanza di quarantacinque anni, quella descrizione assume il valore di una fotografia storica: l’escavazione è infatti proseguita, ampliando ulteriormente il fronte di cava e trasformando il rilievo ben oltre quanto fosse allora documentabile. Il confronto tra il testo del 1980 e la situazione attuale restituisce con chiarezza la portata delle trasformazioni subite da uno dei principali affioramenti calcarei dell’area genovese.

Anzi, in alcuni casi, il rilievo è tutto ciò che resta del patrimonio speleologico. E’ il caso del Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone: la grotta era stata scoperta già nel 1971 proprio grazie alla cava che ne intercettato la parte superiore, una condotta forzata molto concrezionata che immetteva in un pozzo da 30 metri. L’ingresso è stato poi distrutto. Parte della grotta è tornata alla luce nel 1973 per un breve periodo. In questo anno la grotta è stata in parte esplorata, purtroppo la prosecuzione dei lavori di estrazione della cava hanno impedito di ultimare l’esplorazione.

Nel 2012 è stato steso un nuovo rilievo. Dopo di questo, il nulla.

Buranco da Pria Moia o Grotta della Bocca del Leone – foto Daniele Gortan

Rileggere oggi “Le aree carsiche liguri” significa riscoprire uno dei primi tentativi di descrivere in modo organico il patrimonio carsico regionale. Molti dei siti citati sono oggi meglio conosciuti e tutelati, mentre altri hanno subito profonde trasformazioni. Proprio per questo la documentazione storica assume un valore fondamentale: conoscere il passato permette di comprendere l’evoluzione del territorio e di misurare ciò che è stato conservato e ciò che, invece, è andato perduto. Il lavoro di Mario De Biasi e Silvano Motti conserva quindi un duplice valore: da un lato rappresenta una sintesi della conoscenza speleologica ligure all’inizio degli anni Ottanta, dall’altro costituisce una preziosa testimonianza dello stato di conservazione del territorio prima delle profonde trasformazioni che hanno interessato alcune delle sue aree più significative.

Un esempio significativo è il Monte Gazzo. Se il rilievo del Monte è stato profondamente modificato dall’attività estrattiva rispetto alla situazione descritta nel 1980, oggi continua però a raccontare la propria storia attraverso il Catasto Speleologico della Delegazione Speleologica Ligure – DSL, ma anche grazie al Museo di Speleologia del Monte Gazzo (https://srvcarto.regione.liguria.it/geoservices/apps/viewer/pages/apps/cultura/?LUOGO=32899).

Il Museo, voluto e animato per anni dall’impegno dell’inossidabile Carlo Marzio, è oggi aperto regolarmente nei fine settimana grazie all’attività dei volontari, che ne portano avanti l’opera di divulgazione e conservazione della memoria. Questo è un modo concreto per ricordare che la tutela del patrimonio carsico passa anche attraverso la conoscenza della sua storia e delle persone che l’hanno studiato e raccontato.

Ne riparleremo: è una promessa, non una minaccia. Del Museo Speleologico del Monte Gazzo e delle persone che oggi ne garantiscono l’apertura torneremo a parlare nei prossimi giorni.

Grazie a Fabio Negrino per la condivisione dell’articolo “Le aree carsiche liguri” : un’importante memoria storica per la Liguria speleologica.

Fonte

De Biasi M., Motti S. (1980), Le aree carsiche liguri, Notiziario Culturale, Bollettino mensile dell’Università Popolare Sestrese, Anno XXVI, n. 6, luglio 1980

Info sul Museo di Speleologia “Monte Gazzo” https://www.museionline.info/musei/museo-di-speleologia-monte-gazzo-di-genova

L'articolo “Le aree carsiche liguri”: già nel 1980 una mappa del futuro del carso ligure proviene da Scintilena.

Dalle Apuane al catalogo mondiale dei minerali: la delchiaroite, minerale unico al mondo, specie mineralogica ufficialmente riconosciuta

August 9th 2026 at 05:30

Condividi

La scoperta avvenuta nella cava La Piana di Colonnata è entrata definitivamente nella mineralogia internazionale. PArlarne è un’occasione per ricordare che le Alpi Apuane continuano a custodire tesori scientifici straordinari, mentre il loro paesaggio viene consumato giorno dopo giorno

Dalle cave di Colonnata la delchiaroite: la sua scoperta racconta la straordinaria complessità geologica di un territorio fragile e prezioso. Riparliamone.

Fa male, spesso, guardare le Alpi Apuane. Lo sguardo passa dalle montagne amputate, dalle creste trasformate in gradoni, dai versanti divorati dall’escavazione a scorci di un paesaggio che, nonostante tutto, continua a essere di una bellezza quasi disarmante. È una contraddizione difficile da accettare.

Proprio pensando alle Apuane mi è tornata alla mente una storia che avevamo raccontato nei mesi scorsi su Scintilena. Una storia diversa, che parla ancora di cave, ma di ricerca, di scienza e della straordinaria capacità della natura di sorprenderci.

È la storia della delchiaroite.

Un nome nuovo per la scienza, ma soprattutto una prova di quanto le Alpi Apuane rappresentino ancora uno dei laboratori mineralogici più straordinari del pianeta. Non soltanto cave, non soltanto marmo: un laboratorio naturale ancora capace di rivelare pagine inedite della storia della Terra.

La delchiaroite, di formula Cu3I(CH3S)2, è un minerale eccezionale sotto molti aspetti. È il primo ioduro-metantiolato naturale mai scoperto e, almeno per ora, è conosciuto in un’unica località al mondo: la cava La Piana di Colonnata, nel bacino marmifero di Carrara.

La nuova specie è dedicata a Lorenzo Del Chiaro, appassionato ricercatore e collezionista toscano, che ha contribuito in modo determinante alla conoscenza della mineralogia apuana.

Lorenzo Del Chiaro, a cui è dedicata la nuova specie mineralogica scoperta a Carrara – da https://www.dst.unipi.it/archivio/item/2416-miner_carrara.html

La scoperta è frutto del lavoro di un gruppo di ricerca coordinato dall’Università di Pisa, con Cristian Biagioni tra gli autori principali dello studio, insieme a studiosi italiani e internazionali che hanno analizzato composizione chimica, struttura cristallina e genesi del minerale.

Con l’approvazione dell’International Mineralogical Association e la successiva pubblicazione della descrizione scientifica sull’European Journal of Mineralogy, la delchiaroite è oggi a pieno titolo una specie mineralogica riconosciuta a livello internazionale.

Si presenta in minuscoli cristalli di colore giallo chiaro (il verde che si vede nella foto appartiene alla zincolivenite associata, non alla delchiaroite) spesso inferiori al decimo di millimetro. Per identificarla non basta certo una lente d’ingrandimento: sono necessarie sofisticate analisi mineralogiche, cristallografiche e chimiche che hanno permesso di dimostrare come si tratti di una specie completamente nuova.

Dalle cave di Colonnata la delchiaroite: la sua scoperta parla della complessità geologica di un territorio fragile e prezioso – foto Cristian Biagioni – EJM – CC BY 4.0

La sua particolarità risiede nella presenza dello iodio, un elemento estremamente raro nel mondo minerale. Soltanto 31 delle oltre 6.100 specie minerali conosciute contengono infatti iodio come costituente chimico. Ancora più sorprendente è la presenza di un gruppo organico nella sua struttura: un aspetto che suggerisce un legame profondo tra processi geologici e materia biologica. Lo studio dell’Università di Pisa indica infatti la delchiaroite come una possibile “biofirma” legata alla formazione dei marmi delle Apuane.

Le Alpi Apuane non sono nuove a queste sorprese. Da oltre due secoli rappresentano uno dei territori più importanti al mondo per la mineralogia. In un’area relativamente limitata sono state descritte oltre cento specie minerali, molte delle quali rare o addirittura uniche, favorite dalla straordinaria complessità geologica di queste montagne.

È un patrimonio che continua a crescere. Ancora oggi, dopo secoli di studi e di attività estrattiva, le Apuane sono capaci di regalare nuove scoperte alla scienza internazionale.

Le Apuane: un patrimonio oltre il marmo

Per chi frequenta il mondo sotterraneo, questa scoperta non arriva come una sorpresa, ma come l’ennesima conferma dell’unicità di questi monti travagliati.

Le Alpi Apuane sono uno dei sistemi carsici più importanti d’Italia, un territorio dove cavità naturali, miniere, sorgenti e ambienti ipogei convivono con una biodiversità e una geodiversità straordinarie.

Ed è proprio nelle cavità dei marmi, spesso invisibili o distrutte dall’attività estrattiva, che si nascondono queste rarità. La delchiaroite diventa così anche un simbolo: dimostra quanto poco conosciamo ancora di questi ambienti e quanto sia facile perderne per sempre le testimonianze.

La cava La Piana (Colonnata, Carrara), dove è stata rinvenuta la delchiaroite
Tra i fronti di escavazione delle Alpi Apuane continua a emergere un patrimonio scientifico di valore mondiale @Alessandro Michelazzi

Mentre il marmo continua a essere estratto e il paesaggio cambia sotto gli occhi di tutti, queste montagne dimostrano di custodire ancora informazioni preziose sulla storia della Terra, minerali mai osservati prima e processi geologici ancora da comprendere.

Ogni nuova scoperta ricorda che il valore delle Apuane non risiede soltanto nel marmo che se ne può ricavare, ma anche nella conoscenza che continuano a offrire alla comunità scientifica internazionale.

Il punto di vista di noi speleologi

Dal nostro punto di vista, questa scoperta assume un significato ancora più forte.

Oltre la curiosità per un nuovo minerale, c’è un richiamo all’attenzione sul valore delle Apuane come sistema complesso: geologico, biologico e culturale.

Le stesse montagne che hanno fornito il marmo più famoso al mondo continuano a restituire conoscenza, ma lo fanno in contesti fragili, dove l’equilibrio tra sfruttamento e conservazione è sempre più delicato.

Per gli speleologi, abituati a leggere il territorio dall’interno, questa scoperta è un invito a guardare oltre la superficie. Ogni cavità, ogni frattura, ogni microambiente può custodire informazioni uniche e irripetibili.

Una scoperta che interroga il futuro

La delchiaroite rappresenta oggi un unicum mondiale. Ma soprattutto rappresenta una domanda aperta: quante altre storie invisibili custodiscono ancora queste montagne?

Le Apuane non sono soltanto un giacimento di marmo. Sono un archivio della storia della Terra, un laboratorio naturale che continua a sorprendere la scienza. Ogni nuova scoperta ci ricorda che il loro valore non può essere misurato soltanto in tonnellate estratte.

Continuare a consumarle, cava dopo cava, versante dopo versante, significa correre il rischio di distruggere pagine di quel grande libro prima ancora di averle lette.

Difendere le Alpi Apuane non significa opporsi alla conoscenza o al lavoro. Significa riconoscere che alcune ricchezze non possono essere ricreate una volta perdute. La delchiaroite, oggi unica al mondo, ce lo ricorda con la forza silenziosa di un minuscolo cristallo nato milioni di anni fa.

Le Apuane continuano a insegnarci che non sono soltanto cave. Sono laboratori vivi. E sarebbe un errore irreparabile distruggerli prima di aver compreso fino in fondo ciò che hanno ancora da raccontare.

Le istituzioni hanno il dovere di difendere questo patrimonio. La tutela può passare anche dallo studio del minerale di recente scoperta.

Foto: Delchiaroite, olotipo proveniente dalla cava La Piana (Colonnata, Carrara), conservato presso il Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa. Foto: Cristian Biagioni (da European Journal of Mineralogy, CC BY 4.0)

Fonti:

L'articolo Dalle Apuane al catalogo mondiale dei minerali: la delchiaroite, minerale unico al mondo, specie mineralogica ufficialmente riconosciuta proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • La Cjasa dei Venth si presenta: un viaggio nel cuore della speleologia
    Condividi Un appuntamento per conoscere da vicino l’affascinante mondo delle grotte, delle esplorazioni e della ricerca scientifica Giovedì 13 agosto 2026, alle 20.30, il Rifugio Pradut ospiterà “La Cjasa dei Venth si presenta”, un incontro organizzato in collaborazione con il Gruppo Speleologico di Sacile. L’evento offrirà al pubblico l’opportunità di entrare nel mondo della speleologia attraverso il racconto delle attività del gruppo, delle più recenti esplorazioni e delle scoperte che c
     

La Cjasa dei Venth si presenta: un viaggio nel cuore della speleologia

August 9th 2026 at 05:00

Condividi

Un appuntamento per conoscere da vicino l’affascinante mondo delle grotte, delle esplorazioni e della ricerca scientifica

Giovedì 13 agosto 2026, alle 20.30, il Rifugio Pradut ospiterà “La Cjasa dei Venth si presenta”, un incontro organizzato in collaborazione con il Gruppo Speleologico di Sacile.

L’evento offrirà al pubblico l’opportunità di entrare nel mondo della speleologia attraverso il racconto delle attività del gruppo, delle più recenti esplorazioni e delle scoperte che continuano ad arricchire la conoscenza del patrimonio carsico del territorio e non solo.

Sarà l’occasione per ascoltare le esperienze direttamente dalla voce degli speleologi, conoscere le tecniche di esplorazione e comprendere il valore scientifico e ambientale delle ricerche condotte nel sottosuolo.

L’incontro è aperto a tutti: dagli appassionati di montagna e natura a chi desidera avvicinarsi per la prima volta alla speleologia, in un contesto informale e suggestivo come quello del Rifugio Pradut, punto di riferimento per gli escursionisti delle Dolomiti Friulane.

Un invito a lasciarsi affascinare da un mondo nascosto, dove ogni esplorazione può trasformarsi in una nuova scoperta, diffuso anche tramite social.

A invitare il pubblico è Filippo Felici, che su Facebook ha lanciato un semplice messaggio: “Vi aspettiamo”.

Il Rifugio Pradut si trova nel territorio di Claut, in provincia di Pordenone, a 1.450 metri di quota, sul versante nord del Monte Resettum, all’interno del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane.

Per raggiungerlo si attraversa l’abitato di Claut fino alla frazione di Lesis. Dal parcheggio di Pian del Muscol (accesso regolamentato da pedaggio) si può salire al rifugio percorrendo la strada forestale oppure il sentiero CAI 960A, più diretto.

Appuntamento: giovedì 13 agosto 2026, ore 20.30, Rifugio Pradut.

L’ingresso è libero, ma meglio telefonare o arrivare presto: la presentazione è già slittata dalle 17.30 alle attuali 20.30 per la prevista grande partecipazione!

CONTATTI RIFURIO PRADUT:

Tel +39 3458289307

Mail: rifugio.pradut@gmail.com

L'articolo La Cjasa dei Venth si presenta: un viaggio nel cuore della speleologia proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • L’eredità dei Neanderthal vive nei nostri muscoli: scoperta una variante genetica che aumenta la massa muscolare
    Condividi Un recettore dell’ormone della crescita ereditato dagli incroci tra Neanderthal e Homo sapiens è ancora presente in alcune popolazioni moderne Uno studio condotto su oltre un milione di persone mostra che la variante rende le cellule più sensibili all’ormone della crescita ed è associata a una maggiore massa muscolare e ad alcuni caratteri anatomici che ricordano i Neanderthal I Neanderthal sono scomparsi come popolazione umana distinta circa 40.000 anni fa, ma una parte della lo
     

L’eredità dei Neanderthal vive nei nostri muscoli: scoperta una variante genetica che aumenta la massa muscolare

August 8th 2026 at 05:30

Condividi

Un recettore dell’ormone della crescita ereditato dagli incroci tra Neanderthal e Homo sapiens è ancora presente in alcune popolazioni moderne

Uno studio condotto su oltre un milione di persone mostra che la variante rende le cellule più sensibili all’ormone della crescita ed è associata a una maggiore massa muscolare e ad alcuni caratteri anatomici che ricordano i Neanderthal

I Neanderthal sono scomparsi come popolazione umana distinta circa 40.000 anni fa, ma una parte della loro biologia continua letteralmente a vivere dentro di noi.

Un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica Current Biology ha individuato una variante del recettore dell’ormone della crescita (GHR, Growth Hormone Receptor), ereditata dai Neanderthal, che negli esseri umani moderni è associata a una maggiore massa muscolare.

La ricerca, coordinata da Philipp Kanis e Hugo Zeberg e realizzata da un gruppo internazionale che comprende ricercatori del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology e del Karolinska Institutet, offre una delle dimostrazioni più interessanti di come l’antica mescolanza genetica tra Homo sapiens e Neanderthal possa avere ancora oggi conseguenze fisiologiche misurabili.

Un corpo robusto non era soltanto questione di ossa

Lo scheletro dei Neanderthal racconta da tempo la storia di esseri umani dalla corporatura particolarmente robusta.

Ossa massicce, articolazioni potenti e numerose caratteristiche anatomiche suggeriscono una muscolatura sviluppata. Ma stabilire quali componenti genetiche contribuissero a questa costituzione è molto più difficile.

Gli autori dello studio hanno quindi rivolto l’attenzione all’asse biologico che regola la crescita corporea e, in particolare, al recettore dell’ormone della crescita.

Cranio di Homo neanderthalensis esposto al Naturmuseum Freiburg. Foto: Daderot, CC0/Wikimedia Commons

Il GH, prodotto dall’ipofisi, esercita infatti numerosi effetti sulla crescita e sul metabolismo legandosi a specifici recettori presenti sulla superficie delle cellule. Una variazione nella struttura del recettore può quindi modificare il modo in cui le cellule rispondono al segnale ormonale.

Analizzando genomi neanderthaliani ad alta copertura, i ricercatori hanno identificato nel loro recettore dell’ormone della crescita due modificazioni di amminoacidi caratteristiche, insieme ad altre differenze genetiche.

Una parte di questo patrimonio genetico non è però scomparsa con loro.

Un gene passato dai Neanderthal ai Sapiens

Circa 47.000 anni fa, secondo la ricostruzione effettuata dai ricercatori, un segmento di DNA contenente la versione neanderthaliana del recettore entrò nel patrimonio genetico degli esseri umani moderni attraverso gli incroci fra le due popolazioni.

È uno dei numerosi esempi di quella che i genetisti chiamano introgressione neanderthaliana.

Calotta cranica di Neanderthal 1, scoperta nel 1856 nella grotta di Feldhofer, in Germania. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Quando Homo sapiens, uscito dall’Africa, incontrò le popolazioni neanderthaliane dell’Eurasia, gli incontri non furono soltanto culturali o competitivi: ci furono anche incroci e discendenza fertile.

Per questo motivo una parte del genoma delle popolazioni umane attuali di origine non africana deriva ancora oggi dai Neanderthal.

La variante del recettore dell’ormone della crescita studiata dai ricercatori non è distribuita uniformemente nel mondo. Oggi è presente soprattutto nell’Asia meridionale e orientale e, in alcune popolazioni, può raggiungere una frequenza di circa il 24 per cento.

In Europa, invece, risulta molto più rara.

Le cellule con il recettore neanderthaliano crescono di più

Per capire se le differenze genetiche avessero davvero un effetto biologico, gli scienziati non si sono limitati al confronto dei genomi.

Hanno realizzato esperimenti cellulari confrontando cellule dotate della forma più comune del recettore umano moderno con cellule nelle quali era presente il recettore di tipo neanderthaliano.

Quando sono state stimolate con l’ormone della crescita prodotto dall’ipofisi, le cellule con il recettore neanderthaliano hanno mostrato una risposta decisamente più intensa.

Nell’esperimento, nell’arco di cinque giorni, la loro crescita è risultata circa il 40 per cento superiore rispetto alle cellule con il recettore umano moderno più comune.

Una delle modificazioni del recettore sembra essere particolarmente importante perché prolunga l’attivazione del segnale cellulare collegato all’ormone della crescita.

Il dato suggerisce quindi che il recettore neanderthaliano non rappresenti semplicemente una curiosità genetica sopravvissuta per decine di migliaia di anni: funziona in maniera leggermente diversa.

La prova in oltre un milione di persone

Il passaggio successivo è stato verificare se questa differenza osservata in laboratorio producesse conseguenze visibili anche negli esseri umani contemporanei.

Ricostruzione di Homo neanderthalensis al MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Foto: Matteo De Stefano/MUSE, CC BY-SA 3.0

I ricercatori hanno analizzato dati genetici e biometrici relativi a oltre 1,1 milioni di adulti.

Il risultato è sorprendentemente coerente con gli esperimenti cellulari.

Le persone portatrici della variante neanderthaliana presentano mediamente un peso corporeo leggermente superiore. Lo studio quantifica l’associazione in circa 285 grammi per copia della variante, e quasi tutta questa differenza è riconducibile alla massa magra, in particolare alla massa muscolare, e non a una maggiore quantità di grasso.

Non significa naturalmente che chi possiede questa variante sia automaticamente molto muscoloso.

L’effetto sul singolo individuo è piccolo e la costituzione fisica dipende da moltissimi geni, dall’alimentazione, dall’attività fisica, dall’età e da numerosi altri fattori biologici e ambientali.

Ma su una popolazione molto numerosa il segnale genetico emerge.

Nei bambini l’effetto non compare

Un altro risultato particolarmente interessante riguarda l’età.

Analizzando più di 6.000 bambini di età pari o inferiore a 11 anni, i ricercatori non hanno osservato lo stesso effetto sulla massa corporea.

La differenza sembra quindi manifestarsi più avanti nella vita, probabilmente in relazione ai cambiamenti ormonali della pubertà.

È un particolare che rafforza l’ipotesi del coinvolgimento del sistema dell’ormone della crescita: l’effetto genetico sembra infatti comparire proprio quando quel sistema assume un ruolo importante nello sviluppo della massa muscolare adulta.

Non soltanto muscoli: denti e mandibola conservano altre tracce

L’eredità neanderthaliana individuata nello studio non sembra riguardare esclusivamente i muscoli.

Nei portatori della variante i ricercatori hanno osservato anche radici dentarie leggermente più corte e sottili differenze nella forma della mandibola.

Sono caratteristiche che, pur essendo molto modeste negli esseri umani contemporanei, richiamano alcuni tratti osservati nei fossili neanderthaliani.

Il risultato è particolarmente suggestivo perché mette in relazione tre livelli di osservazione normalmente studiati separatamente: il DNA antico, gli esperimenti di biologia cellulare e l’anatomia delle popolazioni umane moderne.

Un tema già discusso a Finalborgo

Il tema dell’eredità neanderthaliana nell’uomo moderno era stato affrontato anche da Fabio Negrino e Franco Capone nell’incontro di Finalborgo del 18 giugno 2026.

Nel volume ‘Neanderthal, l’altra umanità’, Capone ricorda come gli antichi incroci abbiano lasciato nei Sapiens una percentuale di geni neanderthaliani «incorporati in noi».

La nuova ricerca sul recettore dell’ormone della crescita aggiunge oggi un tassello a questo scenario: alcune di quelle antiche varianti genetiche non sono soltanto sopravvissute, ma continuano ad avere effetti biologici misurabili.

Il Neanderthal che continua a vivere in noi

Negli ultimi anni la paleogenetica ha profondamente cambiato l’immagine dei Neanderthal.

Non erano semplicemente una popolazione umana arcaica sostituita dai Sapiens. Una parte di loro è sopravvissuta geneticamente nelle popolazioni che discendono dagli incontri avvenuti in Eurasia decine di migliaia di anni fa.

Sono già note varianti neanderthaliane associate, per esempio, alla risposta immunitaria e ad altre caratteristiche fisiologiche. Il nuovo studio aggiunge un tassello particolarmente concreto: una variante genetica che modifica la risposta delle cellule all’ormone della crescita e lascia una piccola ma misurabile impronta sulla costituzione fisica degli esseri umani di oggi.

«È affascinante che una variante genetica ereditata dai Neanderthal continui ancora oggi a influenzare le persone», osserva Hugo Zeberg del Karolinska Institutet, responsabile dello studio. Lo stesso ricercatore invita però alla cautela: il gene GHR rappresenta soltanto uno dei moltissimi fattori che determinano la crescita e la forma del corpo umano.

La scoperta, quindi, non dimostra che esista un semplice “gene neanderthaliano della forza”.

Mostra qualcosa di scientificamente più interessante.

Un segmento di DNA passato da una popolazione umana all’altra circa 47.000 anni fa può attraversare centinaia di generazioni, sopravvivere fino al presente e continuare a modificare, sia pure in maniera sottile, il funzionamento delle nostre cellule e perfino alcuni aspetti del nostro corpo.

I Neanderthal sono scomparsi.

Ma una parte della loro anatomia continua a vivere negli esseri umani di oggi.

Cranio del Neanderthal di Le Moustier conservato al Neues Museum di Berlino. Foto di Gary Todd, CC0/Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Le_Moustier_Neanderthal_Skull_Neues_Museum_Berlin.jpg

Fonti

Studio scientifico originale

Philipp Kanis, Miriam Berreiter, Daniel Sieme, Olivia Wootton, Xiang-Chun Ju, Nicholas E. Holzwart, David Ziliang Hu, Shu Tadaka, Makiko Taira, Kengo Kinoshita, Richard Agren, Johan G. Olsen, Tomislav Maricic, Hilary C. Martin, Birthe B. Kragelund, Svante Pääbo, Andrew J. Brooks, Hugo Zeberg, Increased signaling of the Neanderthal growth hormone receptor, Current Biology, pubblicato online il 5 agosto 2026. DOI: 10.1016/j.cub.2026.07.025.

Karolinska Institutet, Neanderthal gene variant may increase muscle mass in people living today, 5 agosto 2026, aggiornato il 6 agosto 2026.

Le Scienze / Scientific American, Jackie Flynn Mogensen, Potrebbero essere i geni dei Neanderthal a potenziare i muscoli di alcuni di noi, 7 agosto 2026.

Foto di copertina: Ricostruzione di Homo neanderthalensis al MUSE – Museo delle Scienze di Trento. Foto: Matteo De Stefano/MUSE, CC BY-SA 3.0

L'articolo L’eredità dei Neanderthal vive nei nostri muscoli: scoperta una variante genetica che aumenta la massa muscolare proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Stillicidio n. 3: esplorare significa anche raccontare
    Condividi È già al terzo numero di Stillicidio, il notiziario online del Gruppo Triestino Speleologi APS. La pubblicazione conferma la propria identità editoriale: non limitarsi a documentare l’attività sociale, ma trasformare esplorazioni, ricerche e iniziative culturali in strumenti di divulgazione. L’editoriale, significativamente intitolato “Divulgare”, chiarisce subito la filosofia del numero. Scoprire nuove cavità, rilevarle e studiarle è fondamentale, ma altrettanto importante è con
     

Stillicidio n. 3: esplorare significa anche raccontare

August 8th 2026 at 05:00

Condividi

È già al terzo numero di Stillicidio, il notiziario online del Gruppo Triestino Speleologi APS.

La pubblicazione conferma la propria identità editoriale: non limitarsi a documentare l’attività sociale, ma trasformare esplorazioni, ricerche e iniziative culturali in strumenti di divulgazione.

L’editoriale, significativamente intitolato “Divulgare”, chiarisce subito la filosofia del numero. Scoprire nuove cavità, rilevarle e studiarle è fondamentale, ma altrettanto importante è condividere i risultati con un pubblico sempre più ampio. La divulgazione viene interpretata nelle sue molteplici forme: pubblicazioni, conferenze, mostre, accompagnamenti in grotta e perfino attraverso un curioso excursus storico dedicato alle figurine Liebig, interessante esempio di comunicazione scientifica del passato.

Il tema ritorna già nelle prime pagine dedicate al corso nazionale SSI di III livello sulla documentazione speleologica, organizzato a Bologna. L’articolo evidenzia come oggi, accanto all’esplorazione, diventi essenziale saper reperire fonti attendibili, consultare archivi e costruire una documentazione rigorosa.

Colpisce anche una riflessione molto attuale: la necessità di conoscere gli strumenti bibliografici senza affidarsi esclusivamente all’intelligenza artificiale.

Naturalmente anche l’esplorazione è protagonista. Diverse pagine raccontano i cantieri aperti sul Carso triestino e sloveno: dalla grotta presso la cava Skabar di Monrupino, dove anni di lavori hanno consentito di completare il rilievo della cavità, ai nuovi scavi nella vecchia cava di Lipica, fino alla promettente Dretov dol, dove un ingresso soffiante ha portato alla scoperta di una caverna riccamente concrezionata e ancora in fase di esplorazione. Sono cronache essenziali ed efficaci, accompagnate da rilievi e fotografie che restituiscono il carattere concreto del lavoro degli speleologi.

Escursione alle Grotte di San Canziano (Skocjanske jame), una delle attività divulgative raccontate nel numero

Interessante anche il resoconto delle verifiche nella Jama z verigo pri Jegnu, sul Monte Taiano/Slavnik. Oltre all’indagine sulla corrente d’aria che alimenta la cavità, emerge la presenza di un importante deposito di ossa, elemento che lascia intuire possibili sviluppi interdisciplinari tra speleologia e paleontologia.

Accanto alle esplorazioni, Stillicidio dedica spazio alle attività di aggiornamento del Catasto Speleologico Regionale del Friuli Venezia Giulia: il lavoro degli speleologi non consiste soltanto nello scoprire nuove grotte, ma anche nel verificare dati, correggere posizioni, aggiornare rilievi e documentare lo stato del patrimonio ipogeo. È un’attività meno evidente, ma fondamentale per la conoscenza e la memoria del territorio carsico.

La divulgazione torna protagonista nel servizio dedicato al Festival dell’Acqua di Staranzano, dove il Gruppo Triestino Speleologi ha contribuito variamente, sia con installazioni artistiche, sia con una conferenza dedicata al ruolo delle grotte come possibili rifugi climatici. Un esempio riuscito di dialogo tra ricerca scientifica, arte contemporanea e sensibilizzazione ambientale.

Il Gruppo Triestino Speleologi al Festival dell’Acqua di Staranzano

Con questo terzo numero, Stillicidio si conferma quale diario dell’attività del Gruppo Triestino Speleologi e, soprattutto, come strumento di comunicazione efficace, che trasforma l’esperienza dell’esplorazione in patrimonio condiviso.

La rivista è consultabile gratuitamente in versione sfogliabile e scaricabile all’indirizzo: https://gtspeleo.it/stillicidio-numero-3-2026

L'articolo Stillicidio n. 3: esplorare significa anche raccontare proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Microplastiche nelle acque di stillicidio: il Carso di Slivia entra nello studio sulle contaminazioni sotterranee
    Condividi Microplastiche nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia: uno studio pubblicato su Groundwater for Sustainable Development rileva fibre cellulosiche, PET e poliuretano e richiama la necessità di monitorare le connessioni tra superficie e sottosuolo. Microplastiche nelle acque di stillicidio, un primo riscontro Le microplastiche nelle acque di stillicidio sono state documentate per la prima volta da una ricerca condotta nella Grotta delle Torri di Slivia, o Pej
     

Microplastiche nelle acque di stillicidio: il Carso di Slivia entra nello studio sulle contaminazioni sotterranee

August 7th 2026 at 07:30

Condividi

Microplastiche nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia: uno studio pubblicato su Groundwater for Sustainable Development rileva fibre cellulosiche, PET e poliuretano e richiama la necessità di monitorare le connessioni tra superficie e sottosuolo.

Microplastiche nelle acque di stillicidio, un primo riscontro

Le microplastiche nelle acque di stillicidio sono state documentate per la prima volta da una ricerca condotta nella Grotta delle Torri di Slivia, o Pejca v Lazcu, nel Carso Classico del Nord-Est italiano.

Il lavoro, intitolato Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters, è apparso nel volume 34 di Groundwater for Sustainable Development, rivista Elsevier, ed è disponibile in accesso aperto.

Lo studio è firmato da Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede. Le affiliazioni riuniscono Università di Torino, Politecnico di Torino, CNR-STIIMA, Università di Trieste e Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca.

La ricerca concentra l’attenzione sull’acqua che percola dalla copertura rocciosa e alimenta gli stillicidi di grotta.

Questo flusso rappresenta un collegamento diretto tra ciò che avviene al suolo e gli ambienti ipogei. Nei sistemi carsici, fratture, condotti e doline favoriscono un trasferimento relativamente rapido degli inquinanti verso falde e cavità.

Grotta delle Torri di Slivia e campionamento

Alla Grotta delle Torri di Slivia sono stati esaminati sette punti di campionamento.

Microparticelle antropiche sono state rilevate in quattro punti; le microplastiche vere e proprie sono emerse in tre. Le quantità di microplastiche variavano da zero a 23 particelle per litro.

Il dato non descrive una contaminazione uniforme della cavità.

Indica, invece, differenze locali che potranno essere chiarite solo ricostruendo con maggiore dettaglio i percorsi dell’acqua di infiltrazione, le condizioni meteorologiche e gli usi del suolo nelle rispettive aree di alimentazione.

Gli autori hanno combinato microscopia e analisi spettroscopiche per contare e caratterizzare le particelle.

Questo passaggio è rilevante perché l’osservazione visiva da sola non consente di attribuire con certezza la composizione del materiale.

Una precedente indagine in acque carsiche italiane aveva già applicato filtrazione, microscopia con e senza luce UV e verifiche spettroscopiche, evidenziando l’utilità di metodi integrati.

Microfibre cellulosiche, PET e poliuretano

Il risultato più evidente riguarda la composizione. L’80,5% delle microparticelle antropiche analizzate era di natura cellulosica e l’81,6% presentava forma fibrosa. Il cotone è risultato il materiale più frequente tra le fibre.

Le microplastiche nelle acque di stillicidio identificate con certezza comprendevano soprattutto PET, cioè polietilene tereftalato, e poliuretano. Erano prevalentemente frammenti; è stata segnalata una sola fibra in PET.

Le particelle inferiori a un millimetro costituivano l’89,3% del totale. La classe dimensionale tra 0,49 e 0,10 millimetri era la più rappresentata, con il 51,5% delle particelle.

Il quadro è coerente con quanto osservato in altre ricerche dedicate alle acque carsiche.

Un’indagine pubblicata nel 2023 ha rilevato nelle acque di grotta tra 12 e 54 microplastiche per litro, con una media di 28; le fibre rappresentavano il 95,1% delle particelle e la maggioranza misurava meno di un millimetro.

Doline, infrastrutture e vie di trasporto

Lo studio non attribuisce la contaminazione a una fonte unica. Tra le possibili sorgenti sono indicate discariche e rifiuti nelle doline, attività umane del territorio, infrastrutture viarie e ferroviarie prossime, oltre alle interazioni tra inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo.

Queste ipotesi richiedono verifiche mirate. Il carsismo è un sistema aperto e vulnerabile: le acque superficiali possono entrare rapidamente nel sottosuolo, con tempi di filtrazione spesso ridotti rispetto ad altri acquiferi. In un monitoraggio statunitense su sorgenti carsiche, le concentrazioni di microplastiche sono aumentate in relazione all’urbanizzazione e ai regimi di piena, a conferma dell’importanza del contesto territoriale e degli eventi idrologici.

Per le microplastiche nelle acque di stillicidio, un futuro programma di indagine dovrà quindi associare analisi dei sedimenti e delle acque superficiali, caratterizzazione delle particelle aerodisperse, tracciamento idrogeologico e controlli ripetuti nelle diverse stagioni.

Anche le piogge intense meritano attenzione: studi su falde carsiche hanno osservato che gli eventi di precipitazione possono modificare abbondanza e trasporto delle microplastiche.

Conservazione delle acque carsiche e fauna ipogea

La presenza di microplastiche nelle acque di stillicidio pone una questione che riguarda insieme risorsa idrica, habitat e fauna sotterranea.

Le cavità carsiche ospitano comunità adattate a condizioni ambientali stabili e dipendono da apporti idrici che provengono dall’esterno.

Le evidenze disponibili non consentono di definire nello specifico il rischio ecologico per la Grotta delle Torri di Slivia.

Lo studio segnala però la necessità di considerare gli effetti potenziali su ecosistemi e risorse idriche e propone monitoraggi multidisciplinari orientati alla conservazione.

Il risultato si inserisce in un filone di ricerca in crescita. Nelle grotte turistiche italiane, uno studio sui sedimenti ha trovato microplastiche in tutte le cavità considerate, con valori medi più alti sui percorsi turistici rispetto alle aree speleologiche: 4.300 contro 2.570 particelle per chilogrammo.

La nuova indagine aggiunge un elemento diverso: non riguarda soltanto i depositi o le acque interne, ma le microplastiche nelle acque di stillicidio, cioè nel passaggio con cui la superficie continua a interagire con la grotta. Per gestori, speleologi, ricercatori e amministrazioni locali, la priorità indicata è estendere i controlli dal sottosuolo al bacino di alimentazione.

La collaborazione con grotte turistiche e gruppi speleologici viene indicata dagli autori come utile per avviare studi pilota e raccogliere dati comparabili.

Fonti

Fonti
[1] first evidence of microplastic and microfibre pollution in … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2352801X26000949
[2] Preliminary investigations of microplastic pollution in karst systems, from surface watercourses to cave waters – PubMed https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36424222/
[3] Microplastiche nelle grotte turistiche: una nuova minaccia per il … https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondiale/11/23/
[4] Urbanization and Flooding Enhance Microplastic Pollution in Karst Aquifers https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/2022AGUFM.H56D..07B/abstract
[5] Preliminary Study on the Distribution, Source, and Ecological … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC9691064/
[6] Microplastics in caves: A new threat in the most famous geo-heritage in the world. Analysis and comparison of Italian show caves deposits https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301479723009775
[7] Microplastiche nelle grotte del Timavo: la contaminazione raggiunge … https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-del-timavo-la-contaminazione-raggiunge-300-metri-di-profondita/02/19/
[8] Microplastiche e Microfibre nei Sistemi Carsici – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-e-microfibre-nei-sistemi-carsici-nella-tesi-di-dottorato-di-valentina-balestra/01/29/
[9] Microplastiche in Grotte Inesplorate: Studio Inedito Rivela Inquinamento nel “Continente Buio” Abruzzese – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-in-grotte-inesplorate-studio-inedito-rivela-inquinamento-nel-continente-buio-abruzzese-2/08/24/
[10] Microplastiche nei Sistemi Carsici: l’Inquinamento Silenzioso che … https://www.scintilena.com/microplastiche-nei-sistemi-carsici-linquinamento-silenzioso-che-raggiunge-il-cuore-della-terra/04/26/
[11] Microplastiche nelle grotte turistiche italiane: una nuova minaccia per il patrimonio geologico mondiale – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane-una-nuova-minaccia-per-il-patrimonio-geologico-mondiale/08/17/
[12] Microplastiche nelle acque sotterranee: identificata … https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-acque-sotterranee-identificata-presenza-anche-nella-fauna-ipogea/12/28/
[13] Grotte del Carso e Ambiente: Un Evento di Divulgazione … https://www.scintilena.com/grotte-del-carso-e-ambiente-un-evento-di-divulgazione-scientifica-alle-torri-di-slivia/09/17/
[14] Nuovo libro: Impatto umano sulla grotte messicane (in inglese e … https://www.scintilena.com/nuovo-libro-impatto-umano-sulla-grotte-messicane-in-inglese-e-spagnolo/02/26/
[15] Libri: Karst Hydrogeology, Geomorphology and Caves in offerta fino … https://www.scintilena.com/libri-karst-hydrogeology-geomorphology-and-caves-in-offerta-fino-a-fine-anno/06/23/
[16] Solo un mese per scaricare il nuovo studio sulle microplastiche nelle … https://www.scintilena.com/solo-un-mese-per-scaricare-il-nuovo-studio-sulle-microplastiche-nelle-grotte-turistiche-italiane/06/10/
[17] Microplastiche nelle Acque Sotterranee: Nuovo Studio nel Regno Unito Rivela Dati Preoccupanti – Scintilena https://www.scintilena.com/microplastiche-nelle-acque-sotterranee-nuovo-studio-nel-regno-unito-rivela-dati-preoccupanti/11/20/
[18] Studio e ricerca delle tracce invisibili dell’inquinamento … https://www.scintilena.com/studio-e-ricerca-delle-tracce-invisibili-dellinquinamento-plastico/04/25/
[19] Slovenia – 25th International Karstological School “Classical Karst” MILESTONES AND CHALLENGES IN KARSTOLOGY – Scintilena https://www.scintilena.com/slovenia-25th-international-karstological-school-classical-karst-milestones-and-challenges-in-karstology/03/05/
[20] Via all’ International Spring Project per monitorare le microplastiche nelle grotte – Scintilena https://www.scintilena.com/via-all-international-spring-project-per-monitorare-le-microplastiche-nelle-grotte/08/04/
[21] Lost in the Dark: Current Evidence and Knowledge Gaps About Microplastic Pollution in Natural Caves https://arts.units.it/retrieve/2bffc6be-4ce5-4101-b6fe-b6f791b2dca5/Piccardo%20&%20Bevilacqua_2024_Environments.pdf
[22] Microplastic pollution in karst areas: a threat to caves … https://iris.polito.it/handle/11583/2972057
[23] Preliminary investigations of microplastic pollution in karst systems, from surface watercourses to cave waters https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0169772222001656
[24] Above and in the underground: Linking microplastic patterns in cave … https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0269749125013120
[25] Research article Seasonal dynamics and typology of microplastic pollution in Huixian karst wetland groundwater: Implications for ecosystem health https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0301479724008685
[26] Microplastics in Pristine Caves of the Classic Karst (NE Italy) https://arts.units.it/handle/11368/3125238
[27] [PDF] A case study from Classical karst – AIR Unimi https://air.unimi.it/retrieve/d649ed0d-9515-4fcd-8280-45d334b6fe77/Balestra%20et%20al%202024%20microplastics%20karst%20proteus.pdf
[28] The invisible problem of microplastics and microfibres in … https://iris.polito.it/retrieve/14d5b429-f9d4-426b-97cc-92cf6a97fafe/conv_2025-12%20thesis%20balestra%20valentina%20mps%20karst%20systems%20nd%20aquifers.pdf
[29] Assessing Microplastic Contamination Within Karst … https://uknowledge.uky.edu/context/ees_etds/article/1120/viewcontent/FareediThesis2024.pdf

L'articolo Microplastiche nelle acque di stillicidio: il Carso di Slivia entra nello studio sulle contaminazioni sotterranee proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Campo InGrigna! 2026, si parte. E qualcuno è già a -1200
    Condividi Tra elicotteri, corde, Nutella che anche quest’anno non congela, un orso curioso e una squadra già sottoterra, prende il via Campo InGrigna! 2026 Ci siamo. Per qualcuno il conto alla rovescia è finito già da un pezzo, per altri inizierà sabato mattina con il primo zaino da sollevare. Per tutti, però, Campo InGrigna! significa la stessa cosa: tornare sotto il Grignone per esplorare, scavare, cercare quello che ancora non si conosce. Dopo settimane di preparativi, carichi improbabi
     

Campo InGrigna! 2026, si parte. E qualcuno è già a -1200

August 7th 2026 at 06:00

Condividi

Tra elicotteri, corde, Nutella che anche quest’anno non congela, un orso curioso e una squadra già sottoterra, prende il via Campo InGrigna! 2026

Ci siamo. Per qualcuno il conto alla rovescia è finito già da un pezzo, per altri inizierà sabato mattina con il primo zaino da sollevare. Per tutti, però, Campo InGrigna! significa la stessa cosa: tornare sotto il Grignone per esplorare, scavare, cercare quello che ancora non si conosce.

Dopo settimane di preparativi, carichi improbabili e una logistica che farebbe impallidire una spedizione himalayana, sabato 8 agosto prende ufficialmente il via Campo InGrigna! 2026.

Anzi, a dire il vero, per qualcuno il campo è già iniziato.

Mentre il resto della compagnia prepara zaini, tende e pentoloni, Alex Rinaldi, mitico youtuber e ormai anche anglofono, Francesco Ferraro e Federico Temponi, uno dei “Pischelli” del Progetto Sebino, sono già impegnati in una punta al fondo di W le Donne. L’obiettivo? Scendere, sistemare il campo alle Gallerie Grazie Giovanni (-1200 m) e trasportare tutto il necessario per la successiva risalita dell’attivo a circa -1330 metri.

In ogni caso dovrebbero riemergere sabato mattina. Se così non fosse… diciamo che inizieremo a preoccuparci. Se invece usciranno come previsto, li aspettano le brioche.

Nel frattempo la Grigna fa sapere di essere pronta ad accogliere tutti. Persino un orso, avvistato nei pressi dell’Alpe di Era, sembra interessato al programma del campo. Speriamo soltanto che decida di seguire un altro itinerario.

Anche il meteo contribuisce alle sorprese. Erika e Luca, dell’alpeggio vicino, raccontano che quest’anno la temperatura notturna non scende sotto i 18 °C. Un’anomalia che farà sorridere chi ricorda le edizioni in cui, ad agosto, la Nutella si trasformava in un blocco di marmo già all’ora di colazione.

Sabato arriveranno naturalmente gli immancabili Andrea Maconi, con Felicita e la piccola Petra, e Marco Corvi — perché, diciamolo, senza di loro il Grignone non apre la stagione speleologica — insieme agli immancabili locali e non locali protagonisti degli altri campi, ai primi liguri, agli svizzeri e agli ormai “italici polacchi” Kaja, Frytka e Jurek, ormai di casa sulle montagne lecchesi.

I preparativi sono stati quelli delle grandi occasioni. Un volo di elicottero, naturalmente — che campo sarebbe senza elicottero? —, poche auto ma caricate ben oltre ogni ragionevole concetto di bagagliaio (in totale sicurezza… probabilmente), un super generatore arrivato dalla Liguria (chi mai si aspetterebbe una simile generosità?), bobine di corda, viveri, acqua e tutto ciò che serve per far funzionare una piccola comunità speleologica in quota.

Gli obiettivi, come sempre, non mancano. Oltre al ritorno a W le Donne, c’è da verificare se Poltergeist sia ancora aperto e, nel caso, armarlo, raggiungere una promettente cavità sulla parete del Sasso dei Carbonari e un misterioso buco in parete per il quale servirebbero “appena” 250 metri di corda, da calare lungo una parete alta circa 500 metri. Poi ci sono il Pozzo nel Dito, il celebre Abisso delle Spade, l’Abisso Buzio, Trentinaglia e, naturalmente, Orione, magari con una notte al Rifugio Bietti.

Insomma, il solito facile riscaldamento (Bietti a parte).

Quest’anno, però, mancherà qualcosa di importante. Il Rifugio Bogani resta chiuso e, più ancora dell’edificio, mancheranno il sorriso e l’accoglienza di Mariangela ed Enrico, che per tanti anni hanno rappresentato una presenza familiare per generazioni di speleologi e che ora si godono il meritato riposo.

Una vera spedizione, altro che Uzbekistan“, scrive Alex Rinaldi. Difficile dargli torto.

Vista la chiusura del Bogani, è stato importante comunicare per tempo la propria partecipazione, così da permettere agli organizzatori di pianificare logistica e approvvigionamenti. E’ richiesto un piccolo contributo, destinato a coprire viveri comuni, acqua, materiali di consumo e trasporto con elicottero. Colazione e pranzo al sacco sono invece a carico dei partecipanti.

Per informazioni si possono contattare Andrea Maconi o Alex Rinaldi. Naturalmente, se e quando escono di grotta. Oppure, più semplicemente, quando ritroveranno un po’ di… campo (telefonico).

Buon Campo InGrigna! 2026.

L'articolo Campo InGrigna! 2026, si parte. E qualcuno è già a -1200 proviene da Scintilena.

  • ✇Scintilena
  • Nascosto in piena vista: il “Demon Cavefish” protagonista di un webinar della Balkan Speleological Union
    Condividi Una grotta monitorata per oltre tre decenni ha restituito una delle più sorprendenti scoperte della biospeleologia moderna: un nuovo genere di pesce cavernicolo. Il 12 agosto prossimo Matthew L. Niemiller ne racconterà la storia in un webinar della BSU Hidden in Plain Sight: The Discovery of Demogorgonichthys arcanus, a New Genus and Species of Cavefish from Alabama È il titolo usato da Matthew L. Niemiller per raccontare la scoperta del nuovo pesce cavernicolo dell’Alabama. “Hid
     

Nascosto in piena vista: il “Demon Cavefish” protagonista di un webinar della Balkan Speleological Union

August 7th 2026 at 05:00

Condividi

Una grotta monitorata per oltre tre decenni ha restituito una delle più sorprendenti scoperte della biospeleologia moderna: un nuovo genere di pesce cavernicolo. Il 12 agosto prossimo Matthew L. Niemiller ne racconterà la storia in un webinar della BSU

Hidden in Plain Sight: The Discovery of Demogorgonichthys arcanus, a New Genus and Species of Cavefish from Alabama

È il titolo usato da Matthew L. Niemiller per raccontare la scoperta del nuovo pesce cavernicolo dell’Alabama. “Hidden in Plain Sight” è un’espressione inglese che significa letteralmente “Nascosto in piena vista”, cioè qualcosa che è sempre stato davanti agli occhi di tutti, ma che nessuno aveva riconosciuto per ciò che era. È un titolo particolarmente azzeccato, considerando che il pesce viveva in una grotta studiata da oltre trent’anni.

Anche le grotte più conosciute possono custodire segreti inattesi.

La Balkan Speleological Union (BSU) propone per il 12 agosto 2026 un incontro online dedicato a una delle scoperte biospeleologiche più sorprendenti degli ultimi anni: Demogorgonichthys arcanus, il “Demon Cavefish”.

Si tratta di un pesce cavernicolo cieco e privo di pigmentazione che ha portato gli studiosi a descrivere non solo una nuova specie, ma addirittura un nuovo genere. Uno studio, pubblicato nel luglio 2026 sulla rivista Scientific Reports, descrive Demogorgonichthys arcanus, un nuovo genere e una nuova specie di pesce cavernicolo scoperti in una grotta dell’Alabama monitorata da oltre trent’anni.

Figura 1. Demogorgonichthys arcanus, il “Demon Cavefish”. Da Niemiller et al. (2026), Scientific Reports, DOI: 10.1038/s41598-026-54315-4. Licenza Creative Commons CC BY 4.0

A raccontare questa straordinaria vicenda sarà Matthew L. Niemiller, direttore del Cave Biology Lab dell’Università dell’Alabama a Huntsville e tra i massimi esperti mondiali di fauna cavernicola.

La domanda da cui prende il titolo la conferenza è tanto semplice quanto affascinante: come può un animale completamente sconosciuto alla scienza vivere in una grotta esplorata e monitorata da oltre trent’anni?

La risposta è una: il mondo sotterraneo è ancora ricco di sorprese.

Una scoperta inattesa

Il nuovo pesce è stato individuato nella Bobcat Cave, in Alabama, una cavità oggetto di studi biologici continuativi da decenni.

La grotta era già considerata ben conosciuta dagli specialisti, soprattutto per il monitoraggio di altre specie rare.

Eppure, grazie a osservazioni sul campo, analisi morfologiche, studi genetici e tomografia computerizzata (micro-CT), i ricercatori hanno dimostrato che alcuni esemplari appartenevano a una linea evolutiva completamente distinta da tutti gli altri pesci cavernicoli nordamericani.

La scoperta ha portato all’istituzione del nuovo genere Demogorgonichthys, un evento estremamente raro nella zoologia dei vertebrati.

Olotipo di Demogorgonichthys arcanus gen. et sp. nov. (UAIC 52236.01), mostrato in vista dorsale (A), laterale (B) e ventrale (C), a confronto con Typhlichthys subterraneus (AUM 89701) in vista laterale (D). Barra di scala = 1 cm. Adattato da Niemiller et al. (2026), Scientific Reports, DOI: 10.1038/s41598-026-54315-4.

Un messaggio importante per gli speleologi

Oltre all’interesse zoologico, questa scoperta ricorda una lezione fondamentale: anche le grotte meglio conosciute possono ancora nascondere specie sconosciute.

Per la comunità speleologica, quindi, è un invito a continuare l’esplorazione, il monitoraggio e la documentazione scientifica degli ambienti sotterranei.

Ogni rilievo, ogni campagna di osservazione e ogni studio possono contribuire a rivelare aspetti ancora ignoti della biodiversità ipogea.

Il webinar si inserisce in un periodo particolarmente ricco di novità per la biospeleologia nordamericana. Solo pochi mesi fa un altro studio aveva descritto la nuova specie Typhlichthys styx, contribuendo a superare l’idea delle grotte come “vicoli ciechi evolutivi”. Ne avevamo parlato su Scinrilena (https://www.scintilena.com/nuova-specie-di-pesce-cavernicolo-sfida-lidea-dei-vicoli-ciechi-evolutivi/05/30/), dove si citava uno studio dell’Università di Yale che ha identificato una nuova specie di cavefish e ha riaperto il dibattito sull’evoluzione negli ecosistemi sotterranei

Ora la scoperta di Demogorgonichthys arcanus va ancora oltre, introducendo un nuovo genere di pesce cavernicolo e dimostrando quanto la biodiversità sotterranea abbia ancora da raccontare.

Il webinar

L’incontro darà a tutti l’occasione di conoscere direttamente la storia di una scoperta destinata a diventare un punto di riferimento nella ricerca sulla fauna cavernicola.

Il webinar, organizzato dalla Balkan Speleological Union, si svolgerà come segue:

  • 12 agosto 2026 ore 20:00 (EEST)
  • Piattaforma: Microsoft Teams
  • Al termine della presentazione è prevista una sessione di domande e risposte con il relatore
  • Le modalità di accesso al webinar (link o eventuale codice Teams) saranno comunicate dagli organizzatori attraverso i canali ufficiali della Balkan Speleological Union

Fonte scientifica
Niemiller M.L., Armbruster J.W., Sandel M.W., Maxwell E.C., Bierstein O.M., Anderson C.L., Schaefer J., Quering C.I., Hinkle A., Candeias M., Kendall Niemiller K.D. & Hart P.B. (2026). Surprising cryptic cavefish diversity in a long-studied karst cave ecosystem of northern Alabama. Scientific Reports, 16: 20765. https://doi.org/10.1038/s41598-026-54315-4

L'articolo Nascosto in piena vista: il “Demon Cavefish” protagonista di un webinar della Balkan Speleological Union proviene da Scintilena.

❌