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La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale

Apríl 28th 2026 at 12:00

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Sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo. Nessuno ha mai trovato da dove entrano


Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.


La Montagna di Santa Croce e le Gole del Nera: contesto geografico tra Stifone, Montoro e San Casciano

La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole: un canyon calcareo lungo circa sei chilometri tra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera.utecnarni.altervista

Il rilievo fa parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.utecnarni.altervista

Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose. Quelle acque conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto e rendono le Gole del Nera uno dei paesaggi naturalistici più riconoscibili dell’Umbria meridionale.instagram+1


Calcari massicci e fratture: perché la Montagna di Santa Croce è così poco carsificabile

La Montagna di Santa Croce è costruita sul Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale circa 200 milioni di anni fa. La sua struttura omogenea e priva di stratificazione continua è considerata, in teoria, la più carsificabile nell’intera serie sedimentaria appenninica.sgi.isprambiente+1

Sul versante di Stifone si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo. Eppure la montagna mostra uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani — alpini, appenninici meridionali e sardi. Il motivo risiede nella tettonica.scintilena

Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fratturazione fittissima ma disordinata. Il flusso idrico si disperde in mille percorsi capillari invece di concentrarsi in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”: dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata, senza erosione concentrata capace di aprire grotte percorribili.scintilena+1

La montagna non assomiglia al Gran Sasso, al Matese, agli altopiani dolomitici o all’acquifero carsico pugliese. Non ci sono ampi pianori dove l’acqua si raccoglie e penetra con forza nel sottosuolo. Il rilievo è morfologicamente modesto e fortemente inciso dalle valli. Le 17 grotte censite dall’UTEC — molte di ridottissimo sviluppo — testimoniano un carsismo che lavora in profondità, non in superficie.scintilena


Sorgenti carsiche di Stifone con portata record: 13.420 litri al secondo

Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari. Insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo), confermando le sorgenti di Stifone tra le maggiori sorgenti carsiche d’Italia per portata volumetrica.scintilena+2

Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno aggiornato il dato a 13,5 m³/s.idrogeologiaquantitativa

La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità. La corrente che sale dal fondo è così potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà.scintilena

Le acque presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm). Questo dato è incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, attraverso formazioni evaporitiche profonde e in presenza di fluidi crostali. Le acque non sono idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità.scintilena+1

Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus — un gamberetto troglobio privo di pigmentazione — mai osservata prima in Umbria. La sua presenza è un eccellente tracciante biologico per identificare connessioni tra acquiferi distanti.scintilena


L’acquifero regionale carsico dell’Umbria meridionale: il bacino idrogeologico da 1.000 km²

Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano uno studio idrogeologico fondamentale su Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140). Lo studio ricostruisce la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina in occasione della progettazione della galleria ferroviaria Santa Croce sulla linea Orte-Falconara.isprambiente+1

La conclusione è di quelle che non si dimenticano: i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del sistema sorgentizio. Per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km².rosa.uniroma1+2

In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri — Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina — e trasportandole lungo faglie, fratture e condotti profondi fino alle emergenze nell’alveo del Nera.idrogeologiaquantitativa+1

Studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) hanno aggiornato il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.rosa.uniroma1


Idrogeologia delle Gole del Nera: la galleria ferroviaria Santa Croce come finestra sul sottosuolo umbro

Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione della galleria Santa Croce evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria.scintilena

La galleria ferroviaria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce. In alcuni settori studi successivi hanno mostrato che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero naturalmente a Stifone.academia+1


Speleologi UTEC Narni alla ricerca del collegamento tra grotte alte e basse nel sistema carsico di Santa Croce

Durante il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito gruppo di lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse: in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).corrieredellumbria+1

Tra gli ingressi alti — Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste — e quelli bassi — Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo” — esiste un dislivello di circa 250–300 metri su una distanza planimetrica massima di 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”: in inverno gli ingressi bassi aspirano aria fredda esterna mentre quelli alti soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta dello Svizzero). In estate si invertono i ruoli.corrieredellumbria+1

Questo comportamento è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. L’aria misurata a 9°C in estate alla Grotta Perduta è sensibilmente più fredda della temperatura media attesa per quella fascia altimetrica, e suggerisce scambi termici su volumi ipogei molto estesi.scintilena

Per trasformare queste osservazioni in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino capaci di rilevare concentrazioni di gas tracciante a livello di parti per milione. Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne con immissioni di gas tracciante (butano) agli ingressi alti e sensori posizionati agli ingressi bassi. Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi. Come sottolineano gli stessi ricercatori, questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici, dove tempi di transito lunghi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.scintilena+1

Parallelamente, proseguono scavi alla Grotta degli Archi e alla Grotta Sasha, e l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione. Per il 2026 sono previsti monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi e la ricerca attiva di nuove cavità — tra cui la Grotta Tagliata e la Grotta dei Cocci Superiore — come potenziali accessi al sistema profondo.scintilena


La domanda che guida la ricerca resta la stessa da quarant’anni: dove scende, nella montagna, l’acqua che riemerge a Stifone? La risposta potrebbe aprire uno dei sistemi carsici più inattesi dell’Italia centrale.


Non la grotta spettacolare che non c’è, ma l’acquifero regionale che sfida qualsiasi modello “locale”.

Geologia — Il Calcare Massiccio hettangiano-sinemuriano (?250 m sul versante di Stifone) è teoricamente la formazione più carsificabile dell’Appennino, ma una tettonica multifase con thrust e faglie dirette quaternarie ha prodotto una fratturazione così pervasiva e disordinata da generare carsismo “disperso” — acqua che scorre in mille piccole fratture invece di scavare grotte percorribili.

Il paradosso idrogeologico — I Monti di Amelia (la dorsale principale) contribuiscono per non più del 15% alla portata totale di Stifone. Per i 13,0–13,5 m³/s totali serve un bacino di ricarica ?1.000 km², che va cercato nei Monti di Narni, nelle Dorsali Martana e Sabina e probabilmente in strutture umbro-orientali ancora non identificate con certezza.

La chimica “sporca” — Acque solfato-alcalino-terrose con conducibilità fino a 3.500 µS/cm e tracce di fluidi profondi: non potabili, nonostante emergano da calcare puro. La firma geochimica denuncia percorsi sotterranei lunghissimi attraverso evaporiti e probabili apporti da faglie attive.

La galleria Santa Croce (1987) — Lo studio Chiocchini et al. commissionato per la linea Orte-Falconara è ancora oggi la pietra miliare dell’idrogeologia regionale. Il tracciato fu spostato a nord per evitare gli acquiferi principali.

UTEC 2025 — Tracciamento dell’aria con sensori NASO, LiDAR aereo, scavi e meteorologia ipogea su 350 m di dislivello. Nessun collegamento diretto dimostrato finora, ma anomalie termiche molto significative (aria a 9°C in estate) che indicano grandi vuoti profondi.

La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale


“Sotto la Montagna di Santa Croce e sotto Narni scorrono tredici metri cubi d’acqua al secondo — ogni secondo. È più di quanto molti fiumi trasportino in superficie. Eppure l’entrata di questo fiume sotterraneo non è mai stata trovata. Qualcuno ci prova da quarant’anni.”


Cos’è la Montagna di Santa Croce e Dove si Trova

La Montagna di Santa Croce è un rilievo calcareo di 454 metri s.l.m. che si affaccia come un gendarme silenzioso sull’abitato di Narni, nel settore meridionale dell’Umbria (provincia di Terni). Si trova a nord del fiume Nera, esattamente nel punto in cui il fiume ha inciso le sue celebri Gole, un canyon calcareo lungo circa sei chilometri fra le frazioni di Stifone, Montoro, San Casciano e Casa Nera. Il rilievo è parte della Dorsale Narnese-Amerina, una catena carbonatica di circa 45 km orientata NW-SE che costituisce, nelle parole dei geologi, “l’ultimo baluardo occidentale dell’Appennino”, oltre il quale si aprono le distese collinari plioceniche del Lazio.[1][2]

Le Gole del Nera si trovano tra il Monte Maggiore — su cui sorge Narni — e il Monte Santa Rosa, offrendo uno dei paesaggi naturalistici più sorprendenti dell’Umbria meridionale. Sul fondo delle gole, a quota circa 75–90 m s.l.m., il fiume Nera scorre alimentato non solo dalla propria portata superficiale ma soprattutto da decine di emergenze sorgentizie diffuse lungo le sponde rocciose, che conferiscono all’acqua il caratteristico colore azzurro-cobalto. Il borgo di Stifone, con i resti del porto romano e dei cantieri navali augustei, si trova proprio al centro di questo sistema sorgentizio.[3][4]

La dorsale è delimitata a ovest dai bacini plio-pleistocenici del Paglia e del Tevere e a est dal complesso sistema montuoso dell’Appennino umbro-marchigiano-sabino, con i Monti Martani in primo piano. La massima elevazione dell’intera catena è Monte Cosce (1114 m), all’estremità meridionale, mentre a nord del Nera le quote scendono progressivamente fino ai 454 m di Monte Santa Croce.[5][2]


Geologia del Massiccio: Calcare Massiccio, Tettonica e Fratturazione

La Successione Stratigrafica

La Montagna di Santa Croce è costruita essenzialmente su Calcare Massiccio del Lias inferiore (Hettangiano-Sinemuriano), la formazione carbonatica più antica e massiccia dell’Appennino umbro-marchigiano. Questa roccia si è depositata in un ambiente di piattaforma carbonatica tropicale di acqua bassa — paragonabile alle attuali Bahamas — circa 200 milioni di anni fa, con barre oolitiche, associazioni di tipo clorozoan, alghe verdi e coralli. Il suo aspetto massivo, privo di stratificazione continua e con struttura omogenea a banconi, è all’origine del nome.[6][7]

Gli spessori affioranti del Calcare Massiccio nell’Appennino umbro-marchigiano variano fino a un massimo di 600 metri, ma sul versante SW di Monte Santa Croce — quello che guarda verso Stifone — si riconosce una sezione di almeno 250 metri di calcare massiccio continuo, considerata dal punto di vista teorico la formazione più carsificabile in assoluto nell’ambito della serie sedimentaria appenninica.[8]

Al Calcare Massiccio si sovrappongono, nella successione umbro-marchigiana, calcari diasprini e selciferi giurassici, poi marne, scisti argillosi e flysch miocenico. La struttura complessiva della Dorsale Narnese-Amerina include rocce meso-cenozoiche della Successione Umbro-Marchigiana, della Successione Umbro-Romagnola e delle Unità Toscane. Il tutto è impostato su depositi triassico-miocenici che poggiano su sedimenti plio-pleistocenici di origine fluvio-lacustre.[9][10]

Una recente carta geologica in scala 1:12.500 della parte centrale della Dorsale Narni-Amelia (ISPRA, 2019) ha rivelato calcareniti a grana fine di materiale neritico inaspettatamente incastrate nei depositi giurassici superiori del Pliensbachiano-Bajociano, dopo l’annegamento della piattaforma carbonatica del Calcare Massiccio, e ha documentato una fase distensiva del Cretacico inferiore nella parte meridionale della dorsale, dove le Marne a Fucoidi (Aptiano-Albiano) riposano in modo inconforme sui carbonati hettangiani.[10]

La Tettonica: Accavallamenti, Faglie e Conseguenze Idrogeologiche

L’assetto tettonico della dorsale è complesso e multifase. La struttura presenta un sistema di accavallamenti (thrust faults) eredità dell’orogenesi appenninica (Miocene-Pliocene) e una fitta rete di faglie dirette quaternarie che si sovrappongono alle strutture compressive. Studi strutturali degli anni ’90 (Bigi et al., 1997, 2000; Boncio et al., 1995) hanno documentato in dettaglio la cinematica del settore, riconoscendo un sovrascorrimento principale (il Sovrascorrimento di Narni, Calamita et al. 1995) e numerose faglie parallele e fratture perpendicolari.[11][12][9]

Le ricerche del Gruppo Speleologico UTEC Narni hanno permesso di osservare direttamente che diverse cavità importanti — inclusa la Grotta dello Svizzero — sono collocate lungo una faglia diretta significativa, probabilmente la stessa che convoglia e drena le acque che confluiscono dall’Umbria meridionale verso Stifone. Questa faglia funziona come corridoio preferenziale per la circolazione idrica profonda, dirigendo i flussi verso le emergenze sorgentizie nell’alveo del Nera.[8]

La tettonica distensiva ha sconvolto anche la fascia tra Amelia e Guardea (Dorsale Narnese-Amerina), con faglie parallele e fratture perpendicolari che solcano gli strati geologici per circa 5 km in direzione N-S, creando le condizioni per la formazione di doline di enormi dimensioni — voragini profonde fino a 80 metri e diametrali fino a 70 metri nei “Cannetti” di Cesa Fumetto e dello Spiego.[11]


Perché i Calcari Massicci di Santa Croce Sono Poco Carsificabili

Il Paradosso della “Roccia Più Carsificabile”

Il Calcare Massiccio è nominalmente la formazione carbonatica teoricamente più carsificabile dell’Appennino: purezza elevata, struttura massiva priva di intercalazioni marnose che fungerebbero da diaframmi impermeabili, grande spessore. Eppure, la Montagna di Santa Croce presenta uno sviluppo speleologico praticamente insignificante rispetto ai grandi massicci carbonatici italiani.[8]

La ragione va cercata in una combinazione di fattori strutturali e morfologici che si oppongono all’apertura di grandi condotti percorribili:

1. Fratturazione pervasiva ma non ordinata. Le faglie dirette quaternarie hanno prodotto una fittissima rete di fratture di piccole dimensioni, orientate in modo disordinato, che disperdono il flusso idrico in mille percorsi capillari invece di concentrarlo in condotti unici. Il carsismo risultante è di tipo “disperso”, caratterizzato da dissoluzione diffusa attraverso la matrice fratturata piuttosto che da erosione concentrata. Le doline carsiche di superficie, presenti e documentate, testimoniano l’intensa dissoluzione in profondità, ma le cavità risultanti restano spesso anguste, farcite di sedimenti fini e inaccessibili.[1]

2. Assenza di zone di ricarica concentrate. A differenza dei grandi massicci appenninici come il Gran Sasso (~1.000 km²) o il Matese, oppure dei vasti altopiani carsici dell’Appennino meridionale e della Sardegna, la Montagna di Santa Croce offre una superficie di affioramento carbonatico molto limitata. Il rilievo è morfologicamente modesto (454 m s.l.m.) e fortemente inciso dalle valli, senza ampi pianori dove l’acqua possa raccogliersi e penetrare con forza nei condotti carsici.

3. Bassa acclività e sedimenti di copertura. La scarsa pendenza dei versanti setentrionali favorisce l’accumulo di suolo e residui di alterazione, che rallentano e diffondono la ricarica idrica impedendo la formazione di inghiottitoi di grandi dimensioni.[9]

4. Posizione strutturale “esposta”. Il massiccio è fortemente inciso dal Nera, che ha abbassato rapidamente il livello di base durante il Quaternario, “decapitando” i condotti carsici più antichi prima che potessero svilupparsi in grandi sistemi percorribili. Le cavità nate in condizioni di saturazione profonda sono rimaste sotto il livello freatico o colmate di depositi alluvionali.

Il Confronto con i Grandi Massicci

Questo contrasto con i massicci carbonatici alpini, appenninici meridionali e sardi non potrebbe essere più netto. La Piattaforma Carbonatica Apula in Puglia ospita calcari e dolomie del Cretacico spessi fino a 3.000 metri con un acquifero carsico di strategia nazionale. Il Carso Classico del Friuli-Venezia Giulia conta oltre 3.200 cavità nel solo tratto italiano con spessore carsificato fino a 500 m. L’Altopiano dei Sette Comuni in Veneto assorbe l’80-90% delle precipitazioni nelle grotte di Oliero. Il Gran Sasso sviluppa condotti carsici a scala decametrica e alimenta sorgenti potabili di decine di m³/s.[13][14]

La Montagna di Santa Croce, con le sue poche decine di grotte minori (17 censite dall’UTEC, molte di ridottissimo sviluppo), è invece una montagna che “non mostra” il suo carsismo in superficie: l’acqua scorre, ma in profondità, attraverso un reticolo fratturale non percorribile dall’uomo.[8]


13.000 Litri al Secondo: il Mistero delle Sorgenti di Stifone-Montoro

Una delle Maggiori Sorgenti d’Italia

Nell’alveo del fiume Nera, tra le frazioni di Stifone e Nera Montoro, l’acquifero carsico della Dorsale Narnese-Amerina emerge nell’incisione fluviale attraverso un sistema di sorgenti localizzate e lineari che insieme erogano una portata totale non inferiore a 13,0–13,5 m³/s (13.000–13.500 litri al secondo). Il primo studio idrologico sistematico dell’area risale a Zoppi (1892), che attraverso la misura delle portate dei mulini lungo la gola del Nera stimò una portata superiore ai 10 m³/s. Studi del 2000 (Boni) hanno confermato i 13,5 m³/s.[15][16][9]

Il gruppo sorgentizio rappresenta una delle maggiori emergenze carsiche d’Italia per portata volumetrica. A titolo di confronto, il fiume Nera a Terni ha una portata media annua di circa 60–80 m³/s: le sorgenti di Stifone-Montoro contribuiscono dunque con una quota significativa alla portata del corso d’acqua a valle.

La sorgente principale è la Sorgente della Morica, che emerge direttamente nell’alveo del Nera a circa 10 metri di profondità, con una corrente talmente potente che i sommozzatori riescono a penetrarvi con difficoltà. A monte della diga di Recentino sono presenti altre sorgenti in alveo con una portata media misurata di circa 1,0–1,5 m³/s. L’acqua captata alla diga de La Morica viene turbinata alla centrale idroelettrica di Nera Montoro.[17][15]

La Chimica delle Acque: Un’Impronta di Profondità

Le acque del sistema sorgentizio di Stifone-Nera Montoro presentano caratteristiche idrogeochimiche del tutto peculiari: sono classificate come solfato-alcalino-terrose e cloruro-alcaline, con una mineralizzazione elevata (conducibilità da 2.900 a oltre 3.500 µS/cm) assolutamente incompatibile con una semplice dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale. Queste acque presentano anche un lieve termalismo (circa 16–17°C) e un’elevata pressione parziale di CO?, attribuita all’apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie.[18]

La composizione chimica è la firma di un percorso sotterraneo lunghissimo, probabilmente attraverso formazioni evaporitiche profonde (gessi, anidriti) e in presenza di fluidi crostali. In ogni caso, sono non idonee per uso idropotabile a causa dell’eccessiva salinità. Questo è un fatto tanto paradossale quanto eclatante: la più grande sorgente carsica dell’Umbria produce acqua non potabile.[12][9]

Nel maggio 2023, esplorazioni biologiche nelle sorgenti della Gola del Nera hanno portato alla scoperta di una nuova specie di Niphargus (gamberetto troglobio), mai osservata prima in Umbria. Il Niphargus, organismo adattato all’ambiente sotterraneo e privo di pigmentazione, costituisce un eccellente tracciante biologico per identificare la connessione tra acquiferi: trovarlo in altri acquiferi e analizzarne il DNA potrebbe rivelare quali strutture contribuiscono all’alimentazione di Stifone.[18]


Il Bacino Idrogeologico “Impossibile”: Perché l’Acqua di Mezza Umbria Esce a Stifone

Il Bilancio Idrogeologico di Chiocchini (1987) e Suoi Sviluppi

Nel 1987, Ugo Chiocchini, Maurizio Chiocchini e Fedele Manna pubblicano sulla rivista Geologia Applicata e Idrogeologia (vol. 22, pp. 103–140) uno studio idrogeologico fondamentale condotto in occasione della progettazione della galleria Santa Croce della linea ferroviaria Orte-Falconara. Lo studio ricostruisce in dettaglio la circolazione idrica sotterranea della Dorsale Narnese-Amerina e giunge a una conclusione di straordinaria importanza: il bacino di alimentazione calcolato per le sorgenti di Stifone-Nera Montoro risulta insufficiente rispetto alle portate osservate.[19][20][12]

I calcoli del bilancio idrogeologico medio annuo mostrano che i soli Monti di Amelia — la struttura carbonatica principale della dorsale — contribuiscono per non più del 15% alla portata totale del gruppo sorgentizio. I pozzi e i piezometri perforati nella zona settentrionale dei Monti di Amelia indicano un flusso verso est con gradienti idraulici compresi tra 0,004 e 0,009, valori di una circolazione lenta e diffusa.[15][12][9]

La conclusione è lapidaria: per giustificare le portate osservate, il bacino di alimentazione deve avere un’estensione non inferiore a 1.000 km². Questa stima è confermata da studi successivi dell’Università di Perugia (Di Matteo, Dragoni e Valigi, 2008) che aggiornano il modello idrogeologico senza modificarne le conclusioni di fondo.[12][9][15]

Da Dove Arriva l’Acqua?

Le zone di ricarica supplementari — quelle che “mancano” al bilancio locale — vanno ricercate in un arco di strutture carbonatiche assai ampio:[15][12]

  • Monti di Narni: la dorsale immediatamente a est e a sud
  • Dorsale Martana: struttura carbonatica giurassica a est della Valle del Nera
  • Dorsale Sabina: struttura laziale a sud-est
  • Zone meridionali dei Monti della Valnerina
  • Flusso regionale dalle strutture carbonatiche dell’Umbria nord-orientale (possibile contributo)
  • Monte Peglia: il contributo di questa struttura alle sorgenti di base di Stifone (portata max 0,5 m³/s) rimane ancora da chiarire[9][15]

In pratica, l’acquifero che alimenta Stifone attraversa in profondità una parte sostanziale dell’Umbria meridionale, raccogliendo le precipitazioni da strutture carbonatiche lontane decine di chilometri e trasportandole — lungo faglie, fratture e condotti profondi — fino alle emergenze nell’alveo del Nera. La circolazione è di scala appenninica regionale, non locale.

La chimica delle acque (solfati elevati, salinità anomala, CO? profonda) è coerente con questo modello: le acque hanno tempi di residenza lunghissimi nel sottosuolo e percorrono formazioni evaporitiche profonde, arricchendosi in ioni che non potrebbero mai derivare dalla sola dissoluzione superficiale del Calcare Massiccio locale.[21][18]


La Galleria Ferroviaria Santa Croce: una “Finestra” sul Sottosuolo Umbro

L’Opera e il Suo Contesto Idrogeologico

La linea ferroviaria Orte-Falconara — collegamento diretto tra Roma e la costa adriatica — attraversa la Dorsale Narnese-Amerina tramite la galleria Santa Croce, scavata proprio nel sottosuolo della montagna oggetto di questo studio. La costruzione di quest’opera ha costituito l’occasione per lo studio idrogeologico più sistematico mai realizzato sul sistema acquifero narnese-amerino: lo studio Chiocchini, Chiocchini e Manna del 1987 è stato direttamente commissionato per supportare la progettazione del tracciato.[22][1]

Le perforazioni eseguite da Ferrovie dello Stato durante la fase di progettazione evidenziarono la presenza di abbondante acqua a profondità significative nella fascia esaminata. Questa scoperta portò a uno spostamento del tracciato verso nord rispetto a quello inizialmente previsto, per evitare l’intersezione con i principali acquiferi e le zone di massima piezometria. La galleria costituisce dunque, indirettamente, una conferma dell’esistenza di un reticolo di fratture e cavità significativo nel sottosuolo della Montagna di Santa Croce.[1]

Impatti e Misure di Protezione

Lo studio del 1987 ha avuto un ruolo cruciale nel definire le misure di protezione dell’acquifero durante e dopo lo scavo. Tra le soluzioni adottate: drenaggi controllati per reindirizzare le acque intercettate verso il Nera senza alterare i percorsi naturali, sistemi di impermeabilizzazione nei tratti critici, e monitoraggio piezometrico continuo per verificare che i livelli di falda non subissero variazioni significative in prossimità delle sorgenti.[1]

Studi successivi (documentati in letteratura) hanno mostrato che in alcune situazioni la galleria ha comunque alterato il flusso sotterraneo regionale, con “percorsi di flusso che intersecano i crinali naturali, dimostrando che la galleria ha completamente alterato il flusso sotterraneo in alcuni settori”. Questo fenomeno rende la galleria stessa una sorta di “finestra permanente” sul sottosuolo umbro, intercettando acque di acquiferi profondi che altrimenti emergerebbero a Stifone.[23]


Cosa Cercano gli Speleologi UTEC nel Ventre della Montagna

Il Progetto 2025: Tracciamento dell’Aria e Meteorologia Ipogea

Durante tutto il 2025, il Gruppo Speleologico UTEC Narni ha condotto una ricerca sistematica e metodica sulle cavità della Montagna di Santa Croce, costituendo un apposito Gruppo di Lavoro dedicato alle dinamiche dell’aria sotterranea. L’obiettivo principale è studiare la meteorologia ipogea del massiccio e individuare possibili collegamenti tra ingressi situati a quote diverse — in pratica, dimostrare l’esistenza di grandi vuoti sotterranei che connettono il versante alto (quote 350–450 m) con le uscite basse nell’alveo del Nera (quota 75–90 m).[24][1]

La geometria del problema è ben definita: tra gli ingressi alti (Grotta dello Svizzero, Grotta dei Veli, Grotta Celeste) e quelli bassi (Grotta Perduta, Miniera del Fosso del Fondo dei Frati, “Punto Freddo”) esiste un dislivello di circa 250–300 metri con una distanza planimetrica massima di circa 500 metri nel settore di Montoro. Questa configurazione genera importanti differenze di densità dell’aria interna ed esterna, producendo un comportamento “a polmone”:[24][1]

StagioneIngressi bassiIngressi alti
InvernoAspirano aria fredda esterna (T est. ~4°C)Soffiano aria calda (fino a 19°C alla Grotta Domine Svizzero)
EstateEfflusso aria fredda (9–11°C)Aspirano aria calda esterna

Il comportamento “a polmone” è considerato un indicatore di grandi volumi sotterranei e circuiti carsici complessi. Valori di temperatura dell’aria uscente straordinariamente bassi — 9°C in estate alla Grotta Perduta — risultano sensibilmente inferiori sia alla temperatura media annua attesa per quella fascia altimetrica sia alla temperatura dell’acqua delle sorgenti del Nera (16–17°C). Questo raffreddamento anomalo è interpretabile come effetto combinato di evaporazione e scambio termico su volumi ipogei molto estesi.[24][1]

Il Metodo NASO: Gas Traccianti per Seguire il Vento

Per trasformare queste osservazioni qualitative in dati strumentali, il Gruppo UTEC ha adottato il metodo del tracciamento aereo con sensori NASO (Novel Aereal Sensing Observer), dispositivi open-source basati su microcontroller Arduino e sensori catalitici di gas, in grado di rilevare concentrazioni di butano e propano a livelli di parti per milione. I sensori, autocostruiti da Giulio Foschi per l’UTEC seguendo il progetto open-source di Alessandro Vernassa di Genova, registrano su datalogger i dati di concentrazione di gas ogni pochi secondi.[25][1]

Nel corso del 2025 sono state effettuate diverse campagne di tracciamento: immissioni di gas tracciante (bombolette spray contenenti butano) agli ingressi alti (Grotta dello Svizzero in giugno e agosto) con sensori posizionati agli ingressi bassi ipotizzati (Grotta Perduta, Miniera di Montoro, Punto Freddo). Le campagne di giugno, agosto e dicembre 2025 non hanno prodotto risultati strumentali conclusivi sui collegamenti diretti. Come sottolineano gli stessi ricercatori, “questa situazione non è rara nei progetti di tracciamento dell’aria in ambienti carsici”, dove tempi di transito lunghi, dispersione in volumi enormi o circuiti multipli possono mascherare i percorsi reali.[1]

LiDAR, Scavi e il Catasto delle Grotte

Parallelamente al monitoraggio dell’aria, durante il 2025 sono proseguiti esplorazioni e scavi: lavori alla Grotta degli Archi, scavi alla Grotta Sasha, e soprattutto l’uso sistematico della scansione aerea LiDAR per riconoscere potenziali ingressi mascherati dalla vegetazione e verificare le cavità già note. Il modello digitale del terreno LiDAR ha rivelato morfologie di superficie (doline, depressioni lineari, scarpate) coerenti con la presenza di vuoti sepolti.[1]

Ad oggi sono state censite e accatastate al Catasto Grotte dell’Umbria oltre 17 grotte nella sola Montagna di Santa Croce (oltre ad altre 10 non catastale). La ricerca è attiva e sistematica, e per il 2026 prevede: ricerca della Grotta Tagliata e della Grotta dei Cocci Superiore, verifica delle correnti d’aria in Grotta di Piero, Grotta di Sisto, Grotta della Topa e Grotta Sini, e pianificazione di monitoraggi termo-igrometrici e barometrici continuativi.[8][1]

Nelle grotte di Montoro è presente anche una traccia biologica inattesa: nelle esplorazioni subacquee della Sorgente della Morica sono state rinvenute ossa animali incastrate nelle rocce del condotto sotterraneo, a profondità di 10 metri. La corrente è talmente forte da rendere impossibile che un animale sia entrato dal basso: le ossa devono provenire dall’interno della montagna, trascinate dalla corrente idrica da qualche punto di ingresso ancora sconosciuto più a monte. Una prova indiretta, ma potente, dell’esistenza di vie d’accesso al sistema sotterraneo ancora da scoprire.[17]


Il Quadro d’Insieme: Acquifero Regionale e Sistema Idrogeologico

Un Acquifero che “Beve” dall’Umbria e “Beve” dai Fluidi Profondi

Il sistema idrogeologico delle sorgenti di Stifone-Nera Montoro non è spiegabile con la sola circolazione superficiale nell’acquifero della Dorsale Narnese-Amerina. I dati convergono verso un modello a doppio contributo:

1. Acquifero regionale carbonatico (circolazione fredda superficiale): raccoglie le precipitazioni da un’area ?1.000 km² di affioramenti carbonatici (Monti di Narni, Dorsale Martana, Dorsale Sabina, possibili contributi dall’Umbria nord-orientale) e le trasporta in profondità verso il livello di base regionale nell’alveo del Nera. I Monti di Amelia contribuiscono al massimo per il 15%.[12]

2. Contributo di fluidi profondi (circolazione calda-salata): la presenza di solfati elevati, CO? profonda, lieve termalismo e la salinità anomala nelle acque di Stifone suggerisce un apporto di fluidi profondi risalenti lungo le faglie attive dell’Appennino centrale. Un’autostrada di acque calde e salate, simile a quella documentata per l’Appennino meridionale, potrebbe attraversare il sottosuolo umbro mescolando la propria firma geochimica alle acque di circolazione più superficiale.[21]

Questo doppio contributo spiegherebbe sia le portate eccezionali (impossibili con la sola ricarica meteoritica locale) sia la chimica “sporca” delle acque, che le rende non potabili pur provenendo da rocce carbonatiche teoricamente pulite.[9]

Un Paradosso Idrogeologico

Il sistema di Stifone rappresenta dunque un paradosso idrogeologico di primissimo ordine: una delle maggiori sorgenti d’Italia per portata volumetrica, ubicata in una montagna geologicamente modesta, alimentata da un bacino di ricarica enormemente più grande dell’area che si vede in superficie, con acque non potabili per via di una chimica profonda. E l’entrata di tutto questo fiume sotterraneo — il punto dove l’acqua scende nell’acquifero prima di emergere a Stifone — non è mai stata identificata con certezza.

La questione è ancora aperta dopo oltre 130 anni di osservazioni (dal rilievo di Zoppi del 1892) e 40 anni di studi sistematici (da Chiocchini et al. del 1987). Gli speleologi dell’UTEC, con i loro sensori NASO, i voli LiDAR e le campagne di scavo, continuano a cercare quella “buca dei sogni” nel versante SW di Monte Santa Croce, certi che — da qualche parte — i 200 e più metri di calcare massiccio possano essere penetrati e che le gallerie sotterranee che portano alle potenti falde di Stifone attendano ancora il loro primo esploratore umano.[8]


Domande Aperte e Linee di Ricerca Future

Le questioni scientifiche irrisolte intorno al sistema carsico di Santa Croce sono molteplici:

  • Il bacino di ricarica esatto: quali strutture carbonatiche contribuiscono alle sorgenti di Stifone e in quale percentuale? Il ruolo del Monte Peglia e dell’Umbria nord-orientale rimane da chiarire.[15][9]
  • L’origine della mineralizzazione: la firma solfatica è dovuta a circolazione in evaporiti profonde, a risalita di fluidi endogeni lungo faglie attive, o a entrambi? La ricerca biochimica sul Niphargus potrebbe fornire indicazioni indirette.[18]
  • Il collegamento tra ingressi alti e bassi: i tracciamenti NASO del 2025 non hanno dato risultati; il 2026 prevede monitoraggi più estesi e continuativi.[1]
  • La “Grotta Tagliata” e la Grotta dei Cocci Superiore: due cavità cercate attivamente dagli speleologi UTEC come potenziali accessi al sistema profondo.[1]
  • L’impatto della galleria ferroviaria: in che misura la galleria Santa Croce ha modificato la piezometria regionale e quale effetto ha avuto sulle portate delle sorgenti?[23]

La risposta a queste domande non è solo un esercizio accademico: la gestione sostenibile delle risorse idriche dell’Umbria meridionale dipende dalla comprensione di un acquifero che, pur non essendo potabile, è parte integrante dell’equilibrio idrologico regionale e alimenta una centrale idroelettrica.[15]


Fonti principali: Chiocchini U., Chiocchini M. & Manna F. (1987), Geologia Applicata e Idrogeologia 22:103–140; Di Matteo L., Dragoni W. & Valigi D. (2008), Università di Perugia; Boni C. (2000), Hydrogeologie; Gruppo Speleologico UTEC Narni, campagne 2024–2025; Boni C., Bono P. & Capelli G. (1986), Schema Idrogeologico dell’Italia Centrale.

Fonti consultate

L'articolo La Montagna che Respira: il Sistema Carsico di Santa Croce Nasconde il Mistero di un Grande Acquifero dell’Italia Centrale proviene da Scintilena.

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  • Le Aree Carsiche nel Mirino: Vulnerabilità, Inquinamento e Tutela di un Patrimonio Idrico Nazionale
    Condividi I territori carsici italiani sono tra i più fragili e strategici del Paese. Forniscono il 40% dell’acqua potabile nazionale e ospitano oltre 3.600 specie animali sotterranee. Ma la loro struttura geologica li espone a rischi di contaminazione difficilmente reversibili. Cos’è il Carsismo e Come si Riconosce Il carsismo è il risultato di un processo chimico lento e continuo. L’acqua piovana, arricchita di anidride carbonica, scioglie le rocce carbonatiche — calcari e dolomi
     

Le Aree Carsiche nel Mirino: Vulnerabilità, Inquinamento e Tutela di un Patrimonio Idrico Nazionale

Apríl 24th 2026 at 07:00

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I territori carsici italiani sono tra i più fragili e strategici del Paese. Forniscono il 40% dell’acqua potabile nazionale e ospitano oltre 3.600 specie animali sotterranee. Ma la loro struttura geologica li espone a rischi di contaminazione difficilmente reversibili.


Cos’è il Carsismo e Come si Riconosce

Il carsismo è il risultato di un processo chimico lento e continuo. L’acqua piovana, arricchita di anidride carbonica, scioglie le rocce carbonatiche — calcari e dolomie — formando cavità, grotte, condotti sotterranei e morfologie superficiali tipiche.

Chi vive in un territorio carsico può riconoscerlo da alcuni segni precisi: la presenza di grotte naturali, doline (depressioni circolari nel terreno), inghiottitoi dove i corsi d’acqua scompaiono nel suolo, sorgenti abbondanti e irregolari, e uno sviluppo scarso del reticolo idrografico superficiale .

Per una verifica più accurata è possibile consultare le carte geologiche regionali, i catasti speleologici e rivolgersi ai gruppi speleologici locali, che rappresentano un riferimento essenziale per la conoscenza del territorio .


La Struttura Idrogeologica che Crea Vulnerabilità

Il punto critico del carsismo è la sua struttura interna. Le rocce fessurate e le cavità sotterranee permettono all’acqua di infiltrarsi e muoversi nel sottosuolo a velocità elevata, senza attraversare strati filtranti efficaci.scintilena+1

Questo comporta una conseguenza diretta: gli acquiferi carsici hanno una capacità autodepurante molto bassa. Sostanze inquinanti introdotte in superficie — pesticidi, metalli pesanti, idrocarburi — possono raggiungere le falde sotterranee nel giro di poche ore o giorni .scintilena

In un acquifero tradizionale, il suolo e i sedimenti trattengono e degradano parte dei contaminanti. Nei sistemi carsici questo filtro è quasi assente. È una vulnerabilità strutturale, non eliminabile con interventi di bonifica ordinari.scintilena


Le Sostanze Chimiche più Pericolose per le Grotte

Non tutti gli inquinanti hanno lo stesso impatto sugli ambienti sotterranei carsici. I pesticidi e i fertilizzanti agricoli sono tra le minacce più diffuse, per via della loro elevata solubilità e del loro uso capillare nelle aree rurali che spesso coincidono con i bacini carsici .

I metalli pesanti — piombo, mercurio, cadmio, arsenico — derivano da attività industriali e scarichi non controllati. Tendono ad accumularsi nei sedimenti delle grotte e sono tossici anche a concentrazioni molto basse .

Gli idrocarburi e i solventi organici, provenienti da perdite di serbatoi o sversamenti accidentali, una volta entrati nel sistema sotterraneo sono difficilissimi da rimuovere. A questi si aggiunge la categoria crescente dei microinquinanti emergenti: farmaci, detergenti, microplastiche, la cui presenza negli acquiferi carsici è ancora poco monitorata ma in aumento .


Quaranta Percento dell’Acqua Potabile Italiana Dipende dal Carsismo

Le implicazioni di questa vulnerabilità sono concrete e di scala nazionale. Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile italiana, stimato in circa 410 milioni di metri cubi all’anno distribuiti in quasi 240 sorgenti o gruppi di sorgenti con portata superiore ai 200 l/s.scintilena+1

Roma dipende quasi totalmente dalle sorgenti carsiche: l’acquedotto del Peschiera fornisce circa l’85% dell’acqua consumata nella capitale, circa 864 milioni di litri al giorno. Le grandi sorgenti dei massicci carbonatici dell’Irpinia alimentano gli acquedotti di Puglia, Basilicata e Campania, servendo circa 8 milioni di persone.scintilena+1

Contaminare un acquifero carsico significa compromettere la fonte idrica di intere regioni, spesso per periodi molto lunghi e con costi di bonifica elevatissimi.


La Biodiversità Sotterranea: un Patrimonio a Rischio

L’Italia ospita oltre 40.000 grotte naturali e più di 3.600 specie animali catalogate negli ambienti sotterranei. Le grotte con 25 o più specie sotterranee sono considerate hotspot di biodiversità a livello mondiale.scintilena+1

Solo in Puglia sono documentate 109 specie sotterranee, di cui 29 endemiche. Castro (LE) detiene il primato europeo con 40 specie diverse di fauna sotterranea in un territorio limitato. Questi organismi sono adattati a condizioni di estrema stabilità: assenza di luce, scarsità di nutrienti, temperature costanti.scintilena

L’introduzione di sostanze tossiche altera questi equilibri in modo spesso irreversibile. La resilienza degli ecosistemi ipogei è molto bassa. Il recupero, quando possibile, richiede decenni .


Sinkholes e Subsidenza: il Rischio Geologico

Le aree carsiche sono soggette anche a rischi geologici diretti. I sinkholes — sprofondamenti improvvisi del terreno — si formano quando il tetto di una cavità sotterranea collassa. I fenomeni di subsidenza, invece, sono abbassamenti lenti e progressivi del suolo per compattazione dei materiali soprastanti cavità in espansione .scintilena

L’ISPRA ha censito ad aprile 2025 oltre 15.000 casi di sprofondamento naturale nelle aree di pianura e fascia pedemontana italiane. Le aree più esposte sono Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia, Abruzzo, Campania e Toscana. A Roma, circa 4.500 fenomeni di sprofondamento antropogenico sono stati censiti, oltre ottocento a Napoli.indicatoriambientali.isprambiente+1

Il rischio aumenta con il prelievo eccessivo di acqua dal sottosuolo, le precipitazioni intense e la costruzione di infrastrutture che alterano il deflusso naturale .


Il Cambiamento Climatico Cambia anche il Carsismo

Il cambiamento climatico modifica i sistemi carsici in modo diretto. Nelle grotte della Sicilia, la siccità sta causando la fossilizzazione dei depositi calcarei per mancanza d’acqua, con riduzione drastica delle gocce che alimentano stalattiti e stalagmiti. Nelle grotte glaciali alpine la fusione dei ghiacci minaccia specie rare e ancora non descritte dalla scienza.euronews+1

Precipitazioni più intense accelerano il trasporto di contaminanti nelle falde. Siccità prolungate riducono la ricarica degli acquiferi carsici, aggravando le crisi idriche nelle aree che da essi dipendono. L’acidificazione delle acque meteoriche per aumento di CO? atmosferica accelera ulteriormente la dissoluzione delle rocce carbonatiche.scintilena+1


Monitoraggio, Nuove Tecnologie e Ruolo della Speleologia

Il monitoraggio ambientale è oggi considerato un passaggio irrinunciabile per la tutela delle aree carsiche. Gli speleologi svolgono un ruolo diretto nella raccolta di dati da luoghi inaccessibili agli strumenti tradizionali.rivistanatura+1

L’uso della tomografia elettrica 3D permette di fotografare il sottosuolo senza scavi invasivi, identificando preventivamente le zone a rischio sinkhole. Uno studio condotto a Murisengo, in Piemonte, ha mostrato come questa tecnologia consenta di mappare con precisione la migrazione dei sedimenti verso le cavità nel gesso, anticamera del collasso superficiale.scintilena

Un approccio interdisciplinare — che unisce speleologia, idrogeologia, biologia, geofisica — è oggi considerato lo standard per una gestione efficace delle aree carsiche.scintilena


Il Quadro Normativo: dall’Italia all’ONU

In Italia la tutela delle aree carsiche è affidata a un quadro normativo frammentato: il Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006), il Codice dei beni culturali (D.Lgs. 42/2004) e diverse leggi regionali. Il Friuli Venezia Giulia, la Sardegna, la Puglia e il Veneto hanno normative specifiche, con la Sardegna che ha istituito un Catasto Speleologico Regionale con la L.R. n. 4/2007.sardegnasira

Sul fronte europeo, la Direttiva UE sul Suolo (Soil Monitoring Law 2025/2360), entrata in vigore il 16 dicembre 2025, ha introdotto per la prima volta un quadro normativo comune per la salute dei suoli con l’obiettivo di raggiungere suoli sani in tutta l’Unione entro il 2050. La direttiva include il controllo dell’impermeabilizzazione del suolo, che influenza direttamente i bilanci idrici delle aree carsiche.scintilena

A livello globale, alla settima sessione dell’UNEA-7 (Nairobi, dicembre 2025) è stata discussa una bozza di risoluzione ONU dedicata agli ecosistemi carsici, che ne riconosce il ruolo in termini di acqua, biodiversità e resilienza climatica. L’adozione avrebbe ricadute dirette sulla pianificazione territoriale internazionale. L’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) ha pubblicato in 21 lingue un documento con 76 raccomandazioni per la protezione di grotte e carsismo, ribadendo che le azioni in superficie producono impatti diretti nel sottosuolo.scintilena+1


Vulnerabilità delle Aree Carsiche: Guida Completa per lo Studio e la Tutela

Sintesi Esecutiva

Le aree carsiche rappresentano uno dei sistemi naturali più complessi, fragili e strategicamente rilevanti del pianeta. In Italia, circa il 40% dell’acqua potabile nazionale proviene da acquiferi carsici, con un patrimonio idrico stimato in circa 410 milioni di metri cubi all’anno. Eppure questi stessi ambienti sono caratterizzati da una vulnerabilità strutturale all’inquinamento che li espone a rischi difficilmente reversibili. Comprendere il carsismo — dalla sua geologia all’ecosistema, dai rischi all’inquinamento fino alle normative di tutela — è oggi un imperativo scientifico, civico e politico.

Ecco il report completo sulla vulnerabilità delle aree carsiche! ?

Il documento tratta in profondità tutti i temi chiave dell’argomento, organizzati in 11 sezioni:

  1. Come riconoscere un territorio carsico — segni in superficie, strumenti di verifica
  2. Fenomeni geologici carsici — dissoluzione, doline, inghiottitoi, sorgenti intermittenti
  3. Vulnerabilità all’inquinamento — struttura degli acquiferi, velocità di trasferimento dei contaminanti, fonti di rischio con tabella comparativa
  4. Sostanze chimiche più pericolose — pesticidi, metalli pesanti, idrocarburi, microinquinanti emergenti
  5. Rischi ambientali — biodiversità sotterranea (3.600+ specie in Italia), risorse idriche (40% dell’acqua potabile nazionale), degrado degli habitat
  6. Sinkholes e subsidenza — meccanismi di formazione, dati ISPRA (15.000+ casi censiti), tecnologie geofisiche innovative
  7. Impatto del cambiamento climatico — siccità, fossilizzazione delle grotte, riduzione della ricarica degli acquiferi
  8. Monitoraggio ambientale — approcci interdisciplinari, ruolo degli speleologi, tecnologie avanzate (tomografia 3D)
  9. Quadro normativo — leggi nazionali, Direttiva UE Suolo 2025, risoluzione ONU UNEA-7, 76 raccomandazioni UIS
  10. Benefici della tutela — tavola riassuntiva degli impatti positivi
  11. Buone pratiche per chi abita in zone carsiche

Vulnerabilità delle Aree Carsiche: Guida Completa per lo Studio e la Tutela

Sintesi Esecutiva

Le aree carsiche rappresentano uno dei sistemi naturali più complessi, fragili e strategicamente rilevanti del pianeta. In Italia, circa il 40% dell’acqua potabile nazionale proviene da acquiferi carsici, con un patrimonio idrico stimato in circa 410 milioni di metri cubi all’anno. Eppure questi stessi ambienti sono caratterizzati da una vulnerabilità strutturale all’inquinamento che li espone a rischi difficilmente reversibili. Comprendere il carsismo — dalla sua geologia all’ecosistema, dai rischi all’inquinamento fino alle normative di tutela — è oggi un imperativo scientifico, civico e politico.[1][2]


1. Riconoscere un Territorio Carsico

1.1 Caratteristiche geologiche di base

I territori carsici sono formati da rocce carbonatiche (calcari e dolomie) soggette a dissoluzione da parte dell’acqua arricchita di anidride carbonica. L’azione chimica dell’acqua scioglie lentamente il carbonato di calcio ((\text{CaCO}_3 + \text{H}_2\text{CO}_3 \rightarrow \text{Ca(HCO}_3)_2)), formando cavità, condotti e grotte sotterranee. Quando queste cavità si avvicinano alla superficie e crollano, si originano le doline, depressioni circolari o ellittiche tipiche del paesaggio carsico.

1.2 Segni distintivi in superficie

Chi vive in un territorio carsico può riconoscerlo dai seguenti indicatori:[3]

  • Grotte naturali, accessibili o segnalate sul territorio
  • Doline, depressioni circolari causate dal crollo di cavità sotterranee
  • Inghiottitoi: aperture nel suolo in cui fiumi e torrenti scompaiono nel sottosuolo
  • Sorgenti abbondanti e irregolari che emergono direttamente dalla roccia
  • Scarso sviluppo di corsi d’acqua superficiali, con reticolo idrografico poco sviluppato
  • Superfici rocciose frastagliate e ricche di fessure (carren, lapiez)

1.3 Strumenti per la verifica

Per verificare la presenza di carsismo si possono consultare: le carte geologiche regionali, i catasti speleologici disponibili presso le associazioni locali e nazionali, i siti di enti regionali dedicati alla geologia e i gruppi speleologici locali. La Società Speleologica Italiana e numerosi gruppi locali svolgono attività di ricerca e divulgazione, contribuendo alla mappatura e alla tutela dei territori carsici.


2. Fenomeni Geologici Carsici

2.1 Dissoluzione e formazione delle cavità

Il processo carsico inizia con la dissoluzione chimica delle rocce carbonatiche. Le cavità sotterranee, se percorribili dall’uomo e superiori ai 5 metri di sviluppo, vengono classificate come grotte; al di sotto di questa soglia si trovano proto-grotte, subcondotti e fessure che conservano comunque un’importante funzione idrologica. All’interno delle grotte si sviluppano concrezioni come stalattiti, stalagmiti e colonne, formate dalla precipitazione di carbonato di calcio trasportato dall’acqua infiltrata.

2.2 Idrogeologia carsica: regime idrico irregolare

Le sorgenti carsiche mostrano variazioni di portata anche di diversi ordini di grandezza tra periodi di magra e di piena, comportamento dovuto alla struttura interna degli acquiferi che alternano zone a bassa e alta permeabilità. Nei bacini carsici, l’acqua in eccesso precipitata in superficie viene captata da inghiottitoi e doline e trasferita rapidamente nel sottosuolo, spesso riemergendo a grande distanza come sorgente.[4]


3. Vulnerabilità all’Inquinamento

3.1 Struttura degli acquiferi e rischio contaminazione

Gli acquiferi carsici sono estremamente vulnerabili all’inquinamento perché l’acqua si infiltra rapidamente in profondità senza attraversare spessi strati filtranti e perché i sistemi hanno una bassissima capacità autodepurante. Le sostanze inquinanti possono penetrare facilmente nel sottosuolo e raggiungere le falde acquifere senza subire significativi processi di filtrazione o depurazione naturale. In caso di piogge intense, i contaminanti possono comparire nelle sorgenti carsiche nel giro di poche ore o giorni.[5][4]

3.2 Velocità di trasferimento degli inquinanti

Nei sistemi carsici l’assenza di un filtro naturale efficace trasforma ogni evento di pioggia intensa in un potenziale vettore di inquinamento per le falde acquifere. La presenza di condotti e grotte sotterranee accelera il trasferimento delle acque e con esse degli eventuali contaminanti, con concentrazioni che possono risultare superiori rispetto a quelle presenti nel punto di origine. Anche piccole quantità di sostanze inquinanti possono contaminare grandi volumi d’acqua, con effetti potenzialmente gravi e di lunga durata.[5]

3.3 Principali fonti di inquinamento

FonteTipo di inquinanteRischio
Agricoltura intensivaPesticidi, fertilizzanti azotati, erbicidiAlto (solubilità elevata, diffusione rapida)
Scarichi civili e industrialiMetalli pesanti, detergenti, microinquinantiAlto (persistenza e bioaccumulo)
Discariche abusivePercolati, sostanze tossicheMolto alto (rilascio prolungato nel tempo)
Traffico veicolare e urbanizzazioneIdrocarburi, particolato, metalliMedio-alto (mediato dalle acque meteoriche)
Turismo speleologico non regolamentatoRifiuti, agenti patogeni, alterazioni microclimaticheMedio (impatto cumulativo)

4. Sostanze Chimiche più Pericolose per gli Ambienti Sotterranei

4.1 Pesticidi e fertilizzanti

I pesticidi e i fertilizzanti agricoli rappresentano la principale fonte di contaminazione chimica diffusa per gli ambienti sotterranei carsici. Queste sostanze, facilmente solubili, si infiltrano rapidamente attraverso doline e fratture con la velocità tipica del sistema carsico, alterando la qualità delle acque e mettendo a rischio la sopravvivenza delle specie adattate agli ecosistemi ipogei. L’effetto è aggravato dalla scarsa capacità autodepurante dei sistemi carsici, che non riescono a trattenere o degradare efficacemente questi composti.

4.2 Metalli pesanti

I metalli pesanti come piombo, mercurio, cadmio e arsenico derivano da attività industriali, scarichi non controllati o discariche abusive e tendono ad accumularsi nei sedimenti delle grotte e nelle acque sotterranee. La loro tossicità è elevata anche a basse concentrazioni e gli effetti sono spesso cronici e irreversibili per la fauna cavernicola.

4.3 Idrocarburi e solventi organici

Gli idrocarburi (benzina, gasolio, oli minerali) e i solventi organici penetrano nel sottosuolo a seguito di sversamenti accidentali, perdite da serbatoi o smaltimenti illeciti. Una volta raggiunti gli acquiferi sotterranei, risultano difficili da rimuovere e possono compromettere a lungo termine la qualità dell’acqua e la salute degli ecosistemi ipogei.

4.4 Microinquinanti emergenti

Detergenti, farmaci, microplastiche e altri microinquinanti emergenti rappresentano una minaccia crescente e in rapida espansione per gli ambienti sotterranei, a causa della loro crescente diffusione e della difficoltà di degradazione nei sistemi carsici. Questi composti possono avere effetti subdoli e cumulativi sulla fauna e sulla flora delle grotte.


5. Rischi Ambientali nelle Zone Carsiche

5.1 Impatto sulla biodiversità sotterranea

L’Italia ospita oltre 40.000 grotte naturali che custodiscono una biodiversità speleologica straordinaria, con più di 3.600 specie animali catalogate negli ambienti sotterranei. Le grotte con 25 o più specie sotterranee, acquatiche o terrestri sono considerate hotspot di biodiversità a livello mondiale. Solo nella regione Puglia sono state documentate 109 specie sotterranee di cui 29 endemiche, mentre Castro (LE) detiene il primato europeo con 40 specie diverse di fauna sotterranea in un territorio relativamente limitato.[6][7]

L’inquinamento mette a rischio questi ecosistemi unici: le sostanze chimiche alterano i cicli vitali degli organismi, spesso endemici e adattati a condizioni di estrema stabilità ambientale, con effetti sulla biodiversità spesso irreversibili.[6]

5.2 Compromissione delle risorse idriche potabili

Gli acquiferi carsici forniscono circa il 40% dell’acqua potabile italiana, stimata in circa 410 milioni di metri cubi all’anno, distribuiti in quasi 240 sorgenti o gruppi di sorgenti con portata superiore ai 200 l/s. La città di Roma dipende quasi totalmente dalle sorgenti carsiche: l’acquedotto del Peschiera fornisce circa l’85% dell’acqua consumata nella capitale (circa 10 m³/s, pari a 864 milioni di litri al giorno). Le acque dei grandi massicci carbonatici dell’Irpinia dissetano Puglia, Basilicata e Campania, servendo circa 8 milioni di utenti.[8][2][1]

5.3 Degrado degli habitat ipogei

L’urbanizzazione e l’agricoltura intensiva possono causare degrado e distruzione degli habitat sotterranei, con perdita di equilibrio ecologico e possibile estinzione di specie animali e vegetali che dipendono da questi ambienti. Le grotte fungono anche da archivi climatici e idrici preziosissimi, e il loro degrado comporta la perdita di informazioni scientifiche irreversibili.[9]


6. Sinkholes e Subsidenza: Rischi Geologici

6.1 Meccanismo di formazione dei sinkholes

I sinkholes (doline di sprofondamento) si formano quando il tetto di una cavità sotterranea non è più in grado di sostenere il peso dei materiali sovrastanti e collassa improvvisamente. Il processo chimico alla base è la dissoluzione del calcare: (\text{CaCO}_3 + \text{H}_2\text{CO}_3 \rightarrow \text{Ca(HCO}_3)_2), con il carbonato di calcio che viene trasportato via dalle acque sotterranee. Si distinguono sinkholes naturali (da carsismo) e antropogenici (da cavità create dall’uomo, come cave minerarie).[10][11]

6.2 Dati ISPRA sui sinkholes in Italia

Ad aprile 2025, l’ISPRA ha censito e studiato più di 15.000 casi di sprofondamento naturale in aree di pianura, altopiano o fascia pedemontana. Le aree suscettibili ai sinkholes naturali si concentrano sul medio versante tirrenico, in particolare nel Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia, Abruzzo, Campania e Toscana. Al 2024, circa 4.500 fenomeni di sprofondamento antropogenico sono stati censiti a Roma e oltre ottocento a Napoli.[11][12]

6.3 Subsidenza e fattori aggravanti

La subsidenza è un abbassamento lento e progressivo del terreno causato dalla lenta compattazione dei materiali sovrastanti le cavità o dalla continua dissoluzione delle rocce. Il rischio è aggravato da: aumento delle precipitazioni intense, prelievo eccessivo di acqua dal sottosuolo, e costruzione di infrastrutture che modificano il naturale deflusso delle acque. Un caso emblematico è lo studio condotto a Murisengo (Piemonte) con tomografia elettrica 3D, che ha rivelato come i sinkholes in terreni gessosi si formino per “suffusione”, con sedimenti argillosi che migrano verso condotti nel gesso fino al collasso superficiale.[13]


7. Impatto del Cambiamento Climatico

Il cambiamento climatico sta modificando in modo significativo il comportamento dei sistemi carsici. Nelle grotte carsiche della Sicilia, la siccità sta causando la fossilizzazione delle rocce calcaree per mancanza d’acqua, con riduzione drastica delle gocce che alimentano stalattiti e stalagmiti. Nelle grotte glaciali alpine, la fusione dei ghiacci minaccia ecosistemi con specie rare ed endemiche, alcune ancora non descritte dalla scienza. La ricerca scientifica contemporanea ha evidenziato una crescente correlazione tra cambiamenti climatici e frequenza dei fenomeni carsici, con precipitazioni più intense e siccità prolungate che acuiscono sia il rischio di sinkholes che la vulnerabilità degli acquiferi.[14][15][16]

L’acidificazione delle acque meteoriche per aumento della CO? atmosferica accelera la dissoluzione delle rocce carbonatiche, modificando i tempi e i ritmi del carsismo su scala globale. In parallelo, la riduzione delle precipitazioni in alcune regioni riduce la ricarica degli acquiferi carsici, aggravando le crisi idriche in aree già dipendenti da queste fonti.[17][16]


8. Monitoraggio Ambientale nelle Aree Carsiche

Il monitoraggio ambientale nelle aree carsiche è una pratica indispensabile per comprendere e tutelare questi ambienti complessi e fragili. Gli speleologi svolgono un ruolo cruciale nella raccolta e interpretazione dei dati ambientali, raggiungendo luoghi inaccessibili ai ricercatori tradizionali e raccogliendo dati su clima passato, storia sismica e stato di conservazione degli habitat. Un approccio interdisciplinare è essenziale: il monitoraggio richiede la selezione di indicatori adeguati, l’uso di strumenti specifici (datalogger di temperatura e umidità, analisi isotopiche delle acque, traccianti idrologici) e una gestione accurata delle informazioni raccolte.[9][6]

La Società Speleologica Italiana ETS è impegnata da decenni nel fornire consulenza scientifica a enti pubblici e privati per la conservazione e la valorizzazione sostenibile delle cavità carsiche, anche in funzione turistica. L’uso di tecnologie innovative come la tomografia elettrica 3D permette oggi di “fotografare” il sottosuolo senza scavi invasivi, identificando in anticipo le zone a rischio sinkhole e pianificando interventi preventivi.[13][9]


9. Quadro Normativo per la Tutela delle Aree Carsiche

9.1 Normativa italiana

In Italia non esiste una legge nazionale specifica dedicata esclusivamente alle aree carsiche, ma diversi strumenti normativi concorrono alla loro salvaguardia:

  • D.Lgs. 152/2006 (Codice dell’Ambiente): disciplina la tutela delle acque sotterranee, la gestione dei rifiuti e la prevenzione dell’inquinamento, con particolare attenzione agli acquiferi vulnerabili
  • Legge n. 394/1991 sulle aree protette: consente l’istituzione di parchi nazionali, regionali e riserve naturali che includono territori carsici
  • D.Lgs. 42/2004 (Codice dei beni culturali e del paesaggio): tutela paesaggi di particolare valore, tra cui molte aree carsiche, e impone limiti alle trasformazioni del territorio
  • Normative regionali: molte Regioni (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Puglia, Sardegna) hanno adottato regolamenti specifici; la L.R. Sardegna n. 4/2007 riconosce l’importanza delle grotte e istituisce il Catasto speleologico regionale[18]

9.2 Direttiva UE sul Suolo (2025)

Il Parlamento Europeo ha approvato la Soil Monitoring Law – Direttiva UE 2025/2360, entrata in vigore il 16 dicembre 2025, primo quadro normativo comune in Europa dedicato alla salute, monitoraggio e gestione sostenibile dei suoli. La direttiva obbliga gli Stati membri a identificare e gestire siti potenzialmente contaminati e include il controllo dell’impermeabilizzazione del suolo, che influenza direttamente i bilanci idrici superficiali e sotterranei delle aree carsiche. L’obiettivo a lungo termine è raggiungere suoli sani in tutta l’Unione entro il 2050.[19]

9.3 Verso una risoluzione ONU sugli ecosistemi carsici

Alla settima sessione dell’United Nations Environment Assembly (UNEA-7) tenutasi a Nairobi nel dicembre 2025, gli Stati membri hanno discusso un progetto di risoluzione dedicato agli ecosistemi carsici, promosso dall’Indonesia nel cluster “Nature – Climate”. La bozza, intitolata “Karst ecosystem for global water, biodiversity, climate resilience, and economic development”, mira a riconoscere il ruolo del carsismo in termini di acqua, biodiversità e resilienza climatica, inserendolo stabilmente tra le priorità politiche globali. L’adozione di una risoluzione renderebbe il tema parte dell’agenda ufficiale delle Nazioni Unite, con potenziali ricadute sulla pianificazione territoriale e sulla gestione delle risorse idriche.[20]

9.4 Raccomandazioni dell’UIS

L’Unione Internazionale di Speleologia (UIS) ha pubblicato in 21 lingue un documento con 76 raccomandazioni per la protezione di grotte e carsismo, destinato a vari settori tra cui turismo, edilizia e tutela ambientale. Le raccomandazioni sottolineano che nei bacini carsici le azioni eseguite in superficie risultano in impatti diretti o indiretti nel sottosuolo e anche più a valle, e che la salvaguardia dei processi naturali — in particolare del sistema idrologico — è fondamentale. L’iniziativa KARST-AWARE promuove l’integrazione della specificità del carsismo in tutte le fasi di pianificazione, valutazione dell’impatto e gestione delle risorse naturali.[21][20]


10. Benefici della Tutela delle Risorse Carsiche

La protezione delle risorse carsiche produce effetti positivi a cascata su tutto il territorio:[1]

BeneficioImpatto diretto
Qualità dell’acqua potabileRiduzione rischio contaminazione per milioni di utenti[2]
Biodiversità sotterraneaConservazione di oltre 3.600 specie italiane catalogate[7]
Prevenzione rischi geologiciRiduzione sinkholes e subsidenza tramite gestione idrica sostenibile[11]
Resilienza climaticaMantenimento del ciclo idrico locale e disponibilità in siccità[1]
Valore culturale e turisticoCirca 40 grotte aperte al turismo, risorsa per le economie locali[6]
Ricerca scientificaArchivi climatici e paleontologici unici e insostituibili[9]

La tutela delle aree carsiche non è solo una questione ambientale: è una questione di sicurezza idrica, pubblica e geologica. Investire nella protezione del carsismo significa garantire benessere, sicurezza e sviluppo sostenibile per le generazioni presenti e future.[20]


11. Applicazione Pratica: Buone Pratiche per Chi Abita in Zone Carsiche

Chi vive in un territorio carsico può contribuire attivamente alla tutela adottando le seguenti pratiche:[21]

  • Evitare l’uso eccessivo di pesticidi e fertilizzanti nelle attività agricole vicino a doline o inghiottitoi
  • Non smaltire rifiuti o sostanze chimiche nelle cavità naturali o in prossimità di sorgenti carsiche
  • Segnalare agli enti competenti la presenza di sversamenti accidentali o discariche abusive
  • Partecipare alle attività di monitoraggio organizzate dai gruppi speleologici locali
  • Informarsi sulla pericolosità geologica del proprio terreno (sinkholes, subsidenza) prima di costruire
  • Sostenere e partecipare a iniziative di educazione ambientale e speleologica

Conclusione

Le aree carsiche italiane ed europee si trovano a un crocevia critico: da un lato rappresentano un patrimonio idrico, biologico e culturale di importanza strategica; dall’altro sono sottoposte a pressioni crescenti derivanti da inquinamento, urbanizzazione e cambiamento climatico. La conoscenza approfondita dei meccanismi del carsismo — dalla geologia all’idrogeologia, dall’ecologia alla normativa — è il primo e irrinunciabile passo per una gestione davvero sostenibile di queste risorse.[20][1]

Fonti consultate

L'articolo Le Aree Carsiche nel Mirino: Vulnerabilità, Inquinamento e Tutela di un Patrimonio Idrico Nazionale proviene da Scintilena.

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  • Il pericolo non è solo la guerra: anche l’ambiente è in pericolo
    Condividi Dalle politiche ambientali negli Stati Uniti agli effetti sulla salute: un allarme che non possiamo ignorare Fonte: The Dismantling of Environmental Protections — A Grave Threat to America’s Health, New England Journal of Medicine, 25 marzo 2026. C’è un’immagine potente che torna alla memoria: un fiume che prende fuoco. Accadde nel 1969, a Cleveland, quando il Cuyahoga River divenne simbolo del degrado ambientale. Da lì nacque una stagione di consapevolezza, norme e tutela che ha
     

Il pericolo non è solo la guerra: anche l’ambiente è in pericolo

Apríl 19th 2026 at 05:00

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Dalle politiche ambientali negli Stati Uniti agli effetti sulla salute: un allarme che non possiamo ignorare

Fonte: The Dismantling of Environmental Protections — A Grave Threat to America’s Health, New England Journal of Medicine, 25 marzo 2026.

C’è un’immagine potente che torna alla memoria: un fiume che prende fuoco. Accadde nel 1969, a Cleveland, quando il Cuyahoga River divenne simbolo del degrado ambientale. Da lì nacque una stagione di consapevolezza, norme e tutela che ha migliorato concretamente la qualità dell’aria e dell’acqua, salvando — secondo le stime — centinaia di migliaia di vite ogni anno.

“Waterfoul,” 1964 This editorial cartoon by Bill Roberts appeared in the Cleveland Press on July 24, 1964. Source: Cleveland State University, Michael Schwartz Library, Special Collections

Oggi, secondo un recente articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine, quella traiettoria rischia di invertirsi.

Negli Stati Uniti, una serie di decisioni politiche sta progressivamente indebolendo le protezioni ambientali costruite in decenni. Non si tratta di un singolo provvedimento, ma di un insieme coerente di scelte: dall’allentamento degli standard sulle polveri sottili (PM2.5), alla riduzione dei controlli sulle emissioni provenienti da industria, petrolio e gas, fino al ridimensionamento delle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici.

A questo si aggiungono interventi su più fronti: l’indebolimento delle norme su sostanze tossiche come benzene e arsenico, la revisione delle regole sulle emissioni delle centrali a carbone, il rallentamento della transizione verso energie rinnovabili e veicoli a basse emissioni, oltre a modifiche che incidono sulla qualità dell’acqua potabile e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Le conseguenze non sono astratte, ma hanno ricadute sulla salute.

Un aumento delle polveri sottili significa più asma nei bambini, più infarti e ictus negli adulti, più morti premature. L’incremento di inquinanti come ozono, ossidi di azoto e particolato fine è associato a un peggioramento delle malattie respiratorie e cardiovascolari. La riduzione dei controlli su sostanze tossiche come mercurio e arsenico espone le popolazioni più vulnerabili a danni neurologici, tumori e deficit cognitivi, in particolare nei bambini esposti già in fase prenatale.

L’indebolimento delle politiche climatiche accelera inoltre eventi estremi — ondate di calore, incendi, alluvioni — che già oggi causano vittime e sofferenza, con effetti che si estendono ben oltre il breve periodo e coinvolgono intere comunità.

Non meno rilevante è l’impatto sulle fasce più fragili della popolazione: chi vive in prossimità di impianti industriali o centrali energetiche, chi ha minore accesso alle cure, chi lavora in ambienti esposti a rischi ambientali e climatici. L’ambiente, ancora una volta, non è neutrale: amplifica le disuguaglianze esistenti.

C’è poi un altro elemento, meno visibile ma altrettanto critico: l’indebolimento della ricerca scientifica. Il ridimensionamento degli enti pubblici e dei programmi di ricerca ambientale riduce la capacità di monitorare i rischi, produrre evidenze e guidare decisioni informate. È un effetto meno immediato, ma profondo e duraturo, destinato a incidere sulle politiche future e sulla tutela della salute collettiva.

Per chi vive e frequenta la montagna, questi temi non sono lontani. Si traducono in segnali concreti: ghiacciai che arretrano, stagioni che cambiano, ecosistemi più fragili, risorse idriche meno prevedibili. Non sono percezioni, ma trasformazioni in atto. Ed è proprio da questi territori, spesso considerati marginali, che si coglie con maggiore chiarezza quanto il legame tra ambiente e salute sia diretto e non più rimandabile.

Non meno significativo è il divario tra comunicazione politica e evidenza scientifica. Il 22 aprile 2025 — Giornata della Terra — la Casa Bianca ha dichiarato: “Finalmente abbiamo un presidente che segue la scienza”, sostenendo che gli Stati Uniti stiano mantenendo standard capaci di garantire aria e acqua tra le più pulite al mondo.

Gli autori dell’articolo offrono però una lettura opposta: le politiche attuali rischiano di smantellare il lavoro di intere generazioni, portando a un peggioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, a temperature in aumento e a condizioni di lavoro più pericolose. Le conseguenze ricadranno soprattutto sulle fasce più vulnerabili della popolazione, ampliando disuguaglianze già esistenti e traducendosi, nel tempo, in un aumento misurabile di malattie e mortalità.

Fonte: The Dismantling of Environmental Protections — A Grave Threat to America’s Health, New England Journal of Medicine, 2026 – https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2514370

Una riflessione necessaria

L’attenzione pubblica è inevitabilmente catturata dai conflitti e dalle tensioni geopolitiche, e il tema ambientale rischia di passare in secondo piano.
Eppure, i due piani non sono separati.
L’ambiente è sicurezza, salute, e futuro.
Non si tratta di contrapporre emergenze, ma di riconoscere che alcune minacce sono silenziose, cumulative, meno visibili — e proprio per questo più difficili da affrontare.
Chi frequenta la montagna, dentro e fuori, lo percepisce con immediatezza: ghiacciai che arretrano, stagioni che cambiano, ecosistemi più fragili: il paesaggio si trasforma davvero.
Per questo, la tutela ambientale non può essere considerata un lusso o un tema secondario. È una responsabilità collettiva che riguarda direttamente la qualità della vita, oggi e domani.

Sotto, un’immagine di oggi: il fiume Cuyahoga, simbolo della rinascita ambientale negli Stati Uniti (fonte: National Park Service – public domain): speriamo sia di buon augurio.

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  • Acquifero Carsico Pugliese al Centro di uno Studio Internazionale
    Condividi Due grotte della Puglia come laboratori naturali per capire i meccanismi profondi delle acque sotterranee carsiche Il carsismo pugliese: un acquifero strategico sotto pressione La Puglia è una delle regioni italiane con la maggiore dipendenza dalle acque sotterranee. La struttura geologica della regione è dominata dalla Piattaforma Carbonatica Apula Mesozoica, calcari e dolomie del Cretacico spessi fino a 3.000 metri, che ospitano un acquifero carsico regionale di importanza
     

Acquifero Carsico Pugliese al Centro di uno Studio Internazionale

Apríl 16th 2026 at 09:00

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Due grotte della Puglia come laboratori naturali per capire i meccanismi profondi delle acque sotterranee carsiche


Il carsismo pugliese: un acquifero strategico sotto pressione

La Puglia è una delle regioni italiane con la maggiore dipendenza dalle acque sotterranee. La struttura geologica della regione è dominata dalla Piattaforma Carbonatica Apula Mesozoica, calcari e dolomie del Cretacico spessi fino a 3.000 metri, che ospitano un acquifero carsico regionale di importanza strategica per usi civili, agricoli e industriali. Le acque superficiali sono praticamente assenti: la pioggia si infiltra rapidamente attraverso fratture e inghiottitoi, raggiungendo direttamente la falda profonda senza alcuna filtrazione naturale significativa.[1]

Questo sistema è esposto a due minacce principali. La prima è la contaminazione chimica e microbiologica da superficie: sostanze inquinanti come pesticidi, fertilizzanti e scarichi industriali possono raggiungere la falda in tempi brevissimi, senza barriere naturali efficaci. La seconda è l’intrusione marina, in particolare nelle aree costiere del Salento e delle Murge, dove un prelievo eccessivo dai pozzi provoca l’avanzamento del cuneo salino e la perdita di acqua idonea al consumo.[2][3]


Lo studio: due grotte come finestre sulla falda

Uno studio pubblicato nel 2023 da Isabella Serena Liso, Claudia Cherubini e Mario Parise dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro affronta questi problemi con un approccio diretto e innovativo. Il contributo, intitolato Hydrogeological Characterization and Modeling at Two Test Sites of the Apulian Karst (Southern Italy), è apparso negli atti della conferenza internazionale EuroKarst 2022 di Málaga, nella collana Springer Advances in the Hydrogeology of Karst and Carbonate Reservoirs (pp. 101–106, DOI: 10.1007/978-3-031-16879-6_15).[4]

I ricercatori hanno selezionato due siti-test con una caratteristica comune rara: sono le uniche due grotte pugliesi dove gli speleologi hanno raggiunto fisicamente la tavola d’acqua profonda, trasformandole in laboratori naturali a scala regionale.[1]


I due siti: Grave Rotolo e Vora Bosco

Il primo sito è l’Inghiottitoio di Grave Rotolo (catasto PU 355), nel territorio di Monopoli, sul fondo del polje carsico del Canale di Pirro. La grotta era conosciuta come una cavità di dimensioni ridotte finché, nel maggio 2012, gli speleologi del GASP di Gioia del Colle avviarono la disostruzione dell’imbocco, rivelando un sistema di proporzioni notevoli. Le esplorazioni successive hanno documentato una profondità di -324 m, rendendola la grotta più profonda della Puglia. Il fondo allagato è un lago di 48 m di profondità: là si trova la falda, a circa 260 m sotto la superficie topografica.[5][6][7][1]

Il secondo sito è Vora Bosco (catasto PU 1613), nei pressi di Noha, frazione di Galatina (Lecce), nel cuore del Salento. Si tratta della cavità carsica più profonda del Salento leccese. La struttura si sviluppa verticalmente attraverso i depositi quaternari e le calcareniti fino ai calcari cretacei, dove la falda è raggiunta a circa -60 m dalla superficie. La minore profondità riflette l’architettura idrogeologica del Salento, dove la tavola d’acqua è molto più vicina alla superficie rispetto alle Murge.[8][1] Caratteristica Masseria Rotolo Vora Bosco Ubicazione Monopoli (BA) – Murge Galatina (LE) – Salento Profondità della falda ~260 m ~60 m Profondità esplorata -324 m Livello freatico Contesto geomorfologico Polje del Canale di Pirro Fessura W-E in pianura


La metodologia: monitoraggio diretto e analisi integrate

La caratterizzazione idrogeologica dei due siti si basa su un approccio multidisciplinare. I ricercatori hanno installato nelle grotte sonde multiparametriche direttamente al di sotto della tavola d’acqua, per il monitoraggio in continuo di temperatura, conducibilità elettrica e livello idrico, correlati con i dati pluviometrici delle stazioni vicine.[1]

A questi dati si aggiungono analisi chimico-microbiologiche sulle acque campionate nelle grotte, la raccolta di dati geologici e geomeccanici sulle successioni stratigrafiche, e campionamenti di stigofauna — la fauna acquatica ipogea — utilizzata come indicatore biologico della qualità delle acque sotterranee. La Puglia ospita una delle stigofaune più ricche d’Europa: nel solo territorio di Castro (LE) sono state censite 40 specie, un primato continentale.[9][4]


Il nodo della modellazione: oltre la legge di Darcy

La parte più innovativa dello studio riguarda la modellazione del flusso idrico. I modelli tradizionali trattano l’acquifero carsico come un mezzo poroso omogeneo (approccio EPM, Equivalent Porous Medium), applicando la legge di Darcy, che descrive il flusso laminare. Questo approccio è inadeguato per gli acquiferi carsici, dove coesistono tre regimi distinti: flusso lentissimo nella matrice rocciosa, flusso laminare nelle fratture, e flusso turbolento nei condotti carsici. Nei condotti, i numeri di Reynolds sono elevati e la legge di Darcy non è applicabile.[10][11][1]

Liso, Cherubini e Parise propongono un modello ibrido che unisce le equazioni del flusso laminare in fratture a geometria di piastra piana rugosa con la simulazione del flusso turbolento nei condotti, implementata in ambiente MODFLOW. Questo approccio a doppia permeabilità avvicina la simulazione matematica alla realtà fisica dell’acquifero, con benefici diretti sulla stima corretta dei tempi di transito dei contaminanti e sulla valutazione del rischio idrogeologico.[4]


Ricadute pratiche per la gestione del territorio

Una modellazione più precisa dell’acquifero carsico pugliese non è solo un risultato accademico. Consente alle autorità di definire con maggiore accuratezza le zone di salvaguardia dei pozzi idropotabili, di pianificare le misure di tutela delle aree di ricarica, e di valutare i rischi connessi alla formazione di sinkholes — un fenomeno frequente e pericoloso in Puglia, con episodi documentati sia in aree agricole che urbane. Consente anche di simulare gli effetti del cambiamento climatico sull’acquifero, in termini di riduzione della ricarica e di avanzamento del cuneo salino lungo le coste.[12][13]

L’approccio metodologico è trasferibile ad altri contesti carsici del Mediterraneo, dove gli acquiferi carbonatici costituiscono la principale risorsa idrica per milioni di persone.[1]


EuroKarst 2022: la vetrina internazionale

La conferenza EuroKarst è il principale appuntamento europeo biennale sull’idrogeologia del carso. L’edizione 2022 si è tenuta a Málaga dal 22 al 25 giugno, organizzata dall’Università di Málaga (CEHIUMA) con il supporto dell’Associazione Internazionale degli Idrogeologi (IAH). Gli atti sono pubblicati da Springer nella collana dedicata all’idrogeologia dei sistemi carsici e dei serbatoi carbonatici.[14][15][16]


Fonti e riferimenti

Fonti
[1] Apulian caves as natural hydrogeological laboratories https://rosa.uniroma1.it/rosa02/engineering_geology_environment/article/view/1145
[2] L’evoluzione dell’inquinamento salino delle acque sotterranee della … https://www.academia.edu/1361281/Levoluzione_dellinquinamento_salino_delle_acque_sotterranee_della_Murgia_e_del_Salento
[3] [PDF] BOSSEA MMXIII – Comitato Scientifico Centrale https://csc.cai.it/wp-content/uploads/2017/08/14_FidelibusSpecchio_Acquifero-carsico-costiero-del-Salento.pdf
[4] L’Acquifero Carsico Pugliese sotto la Lente – Scintilena https://www.scintilena.com/lacquifero/03/21/
[5] Grotta Rotolo – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Grotta_Rotolo
[6] La grotta Rotolo è un abisso «La più profonda di Puglia https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/puglia/455979/la-grotta-rotolo-e-un-abisso-la-piu-profonda-di-puglia-a312-m-altri-grandi-ipogei.html
[7] Gli speleologi del gruppo GASP! esplorano la grotta “Rotolo” https://www.caigioiadelcolle.it/blog/2018/07/15-luglio-2018-gli-speleologi-del-gruppo-gasp-esplorano-la-grotta-rotolo/
[8] Vora Bosco, Noha – GST https://www.gruppospeleotricase.it/vora-bosco-noha/
[9] Biodiversità stigofaunistica record nelle grotte del Salento https://www.scintilena.com/castro-le-biodiversita-stigofaunistica-record-nelle-grotte-del-salento/06/09/
[10] Numerical modeling of flow and transport in the Bari … https://hess.copernicus.org/articles/22/5211/2018/
[11] Review: Groundwater flow and transport modeling of karst … https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3640320/
[12] Sinkhole genesis and evolution in Apulia, and their interrelations with the anthropogenic environment https://nhess.copernicus.org/articles/4/747/2004/
[13] Italy, Genoa, September 29th / October 1st https://www.operaipogea.it/wp-content/uploads/1995/05/8-LISO_PARISE-Mario_Hypo2023_p.57-64.pdf
[14] Eurokarst 2022 – IAH https://iah.org/events/eurokarst-2022
[15] Eurokarst 2022 – The European Conference on Karst … https://cehiuma-eventos.adabyron.uma.es/event/1/
[16] Past editions https://www.eurokarst.org/past/
[17] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[18] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[19] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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Il Massiccio del Matese Sotto la Lente: Nuova Cartografia Idrologica per uno dei Maggiori Acquiferi Carsici d’Italia

Apríl 15th 2026 at 14:00

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Un team di ricercatori ha prodotto la prima mappatura sistematica delle aree endoreiche, delle doline e delle sorgenti del massiccio carsico del Matese, aprendo nuove prospettive per la gestione delle risorse idriche dell’Appennino centro-meridionale


Il Massiccio Carsico del Matese: un Acquifero Strategico

Il massiccio del Matese, al confine tra Campania e Molise, è uno dei sistemi carsici più estesi e idrologicamente rilevanti dell’Italia meridionale.

Con una superficie di circa 540 km² e quote che vanno dai 50 m fino ai 2050 m del Monte Miletto, questo massiccio calcareo alimenta sorgenti che riforniscono d’acqua milioni di persone attraverso l’Acquedotto Campano, che serve l’area di Napoli, e l’Acquedotto del Biferno, che serve il Molise.

La roccia del Matese è prevalentemente calcarea, di età triassico-miocenica, con uno spessore stimato tra i 2500 e i 3000 metri.

Questa sequenza altamente permeabile costituisce l’acquifero carsico principale.

Le precipitazioni medie annue nella zona del Lago Matese si attestano attorno a 1808 mm/anno, con gran parte delle piogge invernali che cadono sotto forma di neve oltre i 1000 m di quota.

Nel 2023, i ricercatori Giovanni Leone, Vincenzo Catani, Marco Pagnozzi, Michele Ginolfi, Giovanni Testa, Lorenzo Esposito e Francesco Fiorillo hanno pubblicato sul Journal of Maps uno studio che per la prima volta traccia una cartografia organica e georeferenziata di tutti i principali elementi idrologici del massiccio: aree endoreiche, doline, ponor, grotte e sorgenti carsiche.


La Metodologia: DEM ad Alta Risoluzione e Analisi GIS

Per realizzare la mappatura, il gruppo di ricerca ha utilizzato Modelli Digitali del Terreno (DEM) ad alta risoluzione: 1 metro e 5 metri di griglia. Attraverso strumenti di analisi GIS, ha identificato e perimetrato le depressioni chiuse che caratterizzano la superficie del massiccio. Per la localizzazione di ponor, grotte e sorgenti, i ricercatori hanno invece attinto alla cartografia esistente e alla letteratura scientifica specializzata.

Il risultato finale è un file vettoriale georeferenziato, disponibile in open access come materiale supplementare all’articolo, che rappresenta in modo integrato tutte le strutture idrologiche. Uno strumento subito spendibile in ambito gestionale e in ambito di ricerca applicata.

La scelta di combinare due risoluzioni differenti ha consentito di bilanciare il dettaglio morfologico con la copertura territoriale complessiva del massiccio.


Aree Endoreiche: il 31% del Massiccio non Drena Verso l’Esterno

Uno dei risultati più significativi dello studio riguarda le aree endoreiche, ovvero quelle zone in cui le acque meteoriche non defluiscono verso corsi d’acqua esterni ma si infiltrano direttamente nel sottosuolo carsico attraverso ponor e doline.

I ricercatori hanno identificato 321 aree endoreiche, che occupano complessivamente il 31% della superficie del massiccio, pari a circa 167 km². La maggior parte di esse, 271 su 321, ha dimensioni inferiori a 0,33 km². Le restanti corrispondono a strutture più ampie, tra le quali spicca il Polje del Lago Matese, la maggiore depressione endoreica del massiccio, con circa 43-45 km² di estensione e un’evoluzione morfologica controllata da faglie normali.

Nelle aree endoreiche, tutta l’acqua che cade non può uscire in superficie: si concentra nelle depressioni e scende nel sottosuolo attraverso gli inghiottitoi presenti sul fondo. I modelli idrologici stimano che circa il 70% delle precipitazioni nette da evapotraspirazione si infiltri ricaricando l’acquifero, contro il 30% che defluisce come ruscellamento superficiale.

Tra le aree endoreiche principali documentate nello studio si trovano anche i bacini del Lago di Letino e del Lago di Gallo Matese, entrambi artificiali, costruiti nella seconda metà del Novecento sbarrando corsi d’acqua che in passato si inabissavano naturalmente in ponor.


489 Doline Mappate: Soluzione e Collasso

Lo studio censisce 489 doline nel massiccio, classificate in due categorie geneticamente distinte.

Le doline di soluzione sono 433, pari a circa l’88% del totale. Si formano per dissoluzione chimica del calcare da parte dell’acqua meteorica e si trovano prevalentemente nelle zone di ricarica del massiccio, ovvero nelle aree sommitali.

Le doline di collasso sono invece 56. Nascono dal cedimento del tetto di cavità sotterranee ed emergono nelle zone di scarico del massiccio, in prossimità delle sorgenti basali. La loro presenza in queste aree è stata messa in relazione con flussi ascendenti di acque sotterranee ricche in CO? e H?S, gas di origine profonda che aumentano la dissoluzione delle rocce dal basso verso l’alto.

Un caso emblematico è la zona di Montepugliano-Telese, sul margine meridionale del massiccio, dove si concentrano 22 sinkholes di collasso in un’area di meno di 1,5 km². La densità anomala è legata all’affioramento di acque ipotermali sulfuree e all’attività della Faglia del Matese Meridionale, che crea percorsi preferenziali per la risalita di fluidi profondi.


Le Sorgenti Carsiche del Matese: Portate tra le Più Alte dell’Appennino

Le sorgenti del Matese sono tra le più importanti dell’Italia meridionale per portata e continuità di deflusso. Si trovano lungo i margini del massiccio, dove le rocce carbonatiche carsificate entrano in contatto con depositi poco permeabili come alluvioni e flysch.

Le principali sono:

  • Torano (Piedimonte Matese, 200 m s.l.m.): portata media 2,0 m³/s, captata dall’Acquedotto Campano per Napoli
  • Maretto (Piedimonte Matese, 170 m s.l.m.): portata media 1,0 m³/s, stesso utilizzo
  • Grassano (Telese Terme, 50-55 m s.l.m.): portata media 4,5 m³/s, uso idropotabile
  • Sorgenti settore nord (Bojano e dintorni): portata complessiva 2,8 m³/s, captate dall’Acquedotto del Biferno

L’analisi di correlazione incrociata effettuata dai ricercatori ha mostrato che la portata delle sorgenti dipende dalle precipitazioni cumulate nei 180-270 giorni precedenti. I coefficienti di Pearson più elevati sono stati calcolati per la sorgente Torano (r = 0,742 a 180 giorni) e Maretto (r = 0,776). Nonostante questa risposta “lenta” a scala stagionale, eventi di pioggia intensa producono aumenti rapidi e improvvisi della portata, tipici dei sistemi carsici a condotti.


Sfruttamento Idroelettrico: Storia e Impatto Idrogeologico

Lo studio dedica ampio spazio alle conseguenze che lo sfruttamento idroelettrico delle aree endoreiche ha avuto sul bilancio idrologico del massiccio nel corso del Novecento.

Il sistema idroelettrico del Matese fu sviluppato dalla Società Meridionale di Elettricità (SME), fondata a Napoli nel 1899. Nel 1923 furono attivati il primo e il secondo salto idroelettrico, sfruttando le acque del Lago Matese attraverso due cascate successive di 480 m e 353 m, per una potenza complessiva di 13.312 HP. La SME fu poi assorbita dall’ENEL nel 1962.

Per incrementare la disponibilità idrica, gli inghiottitoi principali del Lago Matese – Scennerato, Brecce, Caporale e Bufalara – furono cementati negli anni ’20 del Novecento. Studi idrologici del 1920 avevano stimato un deflusso medio annuale di 1006 L/s attraverso questi inghiottitoi, pari a circa il 31% delle precipitazioni sul bacino di 51 km². Con la loro chiusura, quella quota di ricarica concentrata dell’acquifero venne di fatto soppressa.

Negli anni ’60 furono poi costruiti i bacini artificiali dei Laghi di Letino e Gallo Matese, sbarrando rispettivamente il fiume Lete e il fiume Sava. Anche questi interventi hanno modificato la dinamica di ricarica concentrata del sistema carsico.


Acquifero Carsico del Matese, Faglie e Sismicità: una Connessione Sorprendente

Ricerche complementari condotte dallo stesso gruppo di ricerca hanno portato a un risultato di grande rilievo scientifico: i cicli stagionali di ricarica e scarica dell’acquifero del Matese inducono deformazioni misurabili nella crosta terrestre.

Le misurazioni GPS da cinque stazioni distribuite sul massiccio mostrano che il massiccio si dilata orizzontalmente durante le fasi di alta falda, in primavera, e si contrae durante le fasi di bassa falda, in estate e autunno. L’ampiezza massima della deformazione stagionale è di circa 6 × 10??, con correlazioni di Pearson superiori a 0,8 per alcune stazioni. Il segnale idrologico anticipa il segnale geodetico di circa 16 giorni.

Ricerche successive hanno esteso questa analisi alla sismicità: le variazioni di livello piezometrico modulano la frequenza degli eventi sismici in profondità, attraverso la diffusione della pressione dei fluidi nelle fratture. Il Matese si colloca così tra i rari sistemi carsici al mondo in cui l’idrogeologia influenza in modo misurabile sia la deformazione superficiale sia la sismicità profonda.


Una Mappa a Disposizione della Gestione del Territorio

Gli autori presentano esplicitamente il loro lavoro come uno strumento per la gestione delle risorse idriche, la protezione delle acque sotterranee e la tutela ambientale del massiccio. La cartografia georeferenziata è disponibile in open access come supplemento all’articolo.

Le aree endoreiche identificate sono zone di ricarica preferenziale dell’acquifero e presentano una vulnerabilità all’inquinamento molto elevata: nelle depressioni endoreiche, le acque superficiali si infiltrano rapidamente e direttamente nel sistema carsico, con scarsissima capacità di autodepurazione. Qualsiasi sostanza inquinante che raggiunga queste aree può arrivare in tempi brevi alle sorgenti basali.

Lo studio fornisce anche la base territoriale per la valutazione del rischio da sprofondamento nelle aree urbane prossimali alle zone di scarico, in particolare nella fascia Telese-Solopaca.


Fonti e Riferimenti

L'articolo Il Massiccio del Matese Sotto la Lente: Nuova Cartografia Idrologica per uno dei Maggiori Acquiferi Carsici d’Italia proviene da Scintilena.

Modellare la falda nelle grotte pugliesi: uno studio valuta limiti e potenziale della modellistica carsica con dati di breve durata

Apríl 15th 2026 at 13:00

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Quattro ricercatori italiani e tedeschi hanno testato un modello idrologico calibrato su soli otto mesi di dati raccolti nella Grotta Vora Bosco, nel Salento: i risultati mostrano performance accettabili ma un’incertezza predittiva elevata, aprendo riflessioni importanti per la gestione dell’acquifero pugliese


L’acquifero carsico pugliese e la rarità del monitoraggio in grotta

La Puglia è una regione quasi interamente carsica. Non esistono fiumi superficiali significativi. L’acqua piovana si infiltra nei calcari mesozoici attraverso fratture, doline e inghiottitoi, alimentando un acquifero che è l’unica risorsa idrica per milioni di persone.

Su oltre 2000 grotte censite nel Catasto Regionale, soltanto due hanno permesso agli speleologi di raggiungere fisicamente la falda idrica sotterranea: l’Inghiottitoio di Masseria Rotolo, nel Barese, e la Vora Bosco (catasto PU 1613), a Galatina, nel Salento meridionale. Questi due siti rappresentano finestre di osservazione dirette su una risorsa strategica, altrimenti inaccessibile senza perforazioni.

È proprio a Vora Bosco che un gruppo di quattro ricercatori — Tamara Leins, Isabella Serena Liso, Mario Parise e Andreas Hartmann — ha condotto lo studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Environmental Earth Sciences: “Evaluation of the predictions skills and uncertainty of a karst model using short calibration data sets at an Apulian cave (Italy)”.


Un modello a serbatoi per simulare il livello della falda

La ricerca si basa su un approccio di modellistica idrologica concettuale. Il modello adottato appartiene alla famiglia VarKarst, sviluppato da Andreas Hartmann e colleghi all’Università di Friburgo. Si tratta di un modello semi-distribuito a serbatoi che rappresenta l’acquifero carsico attraverso quattro livelli funzionali: il suolo, l’epikarst, la zona non satura e la falda.

Ogni serbatoio riceve, trattiene e rilascia acqua secondo equazioni di bilancio idrico. Il modello riceve in ingresso dati giornalieri di precipitazione ed evapotraspirazione potenziale. Restituisce in uscita la simulazione del livello della falda all’interno della grotta, confrontabile con le misure reali.

Vora Bosco era stata strumentata con una sonda multiparametrica per la misurazione del livello idrico. Il periodo di acquisizione copriva l’intervallo compreso tra novembre 2017 e luglio 2018: poco più di otto mesi di dati continui. Questa brevità è il punto centrale dell’intero studio.


La calibrazione con la Kling-Gupta Efficiency

Per calibrare il modello, i ricercatori hanno utilizzato la Kling-Gupta Efficiency (KGE), una metrica di valutazione che valuta simultaneamente tre aspetti della corrispondenza tra simulazione e osservazione: la correlazione temporale, la variabilità e il bias sistematico. Rispetto al classico indice di Nash-Sutcliffe, la KGE offre una valutazione più equilibrata e risulta oggi il criterio di riferimento più adottato nella modellistica carsica internazionale.

Nella fase di calibrazione, le simulazioni hanno mostrato performance accettabili nel replicare le principali dinamiche del livello di falda osservato a Vora Bosco, comprese le fluttuazioni stagionali legate alla ricarica invernale e alla recessione estiva.


Monte Carlo e quantificazione dell’incertezza

L’aspetto più rilevante dal punto di vista metodologico riguarda la quantificazione dell’incertezza delle previsioni. I ricercatori hanno applicato un approccio Monte Carlo secondo il quadro GLUE (Generalized Likelihood Uncertainty Estimation). Il procedimento genera migliaia di combinazioni parametriche casuali all’interno di intervalli fisicamente plausibili, filtra quelle che superano una soglia minima di KGE e costruisce bande di confidenza intorno alle previsioni del modello.

L’analisi ha evidenziato un problema noto nella modellistica carsica: l’equifinalità. Diverse configurazioni parametriche producono simulazioni altrettanto valide durante la calibrazione, ma divergono significativamente quando il modello viene proiettato su periodi non osservati. L’incertezza predittiva è risultata più elevata rispetto a quanto emerso nella sola fase di calibrazione.

Con soli otto mesi di dati, il filtraggio Monte Carlo non riesce a restringere sufficientemente lo spazio parametrico. I parametri che regolano il flusso rapido nei condotti carsici e la capacità di stoccaggio dell’epikarst risultano i più difficili da identificare in modo univoco.


Cosa insegna questo studio alla modellistica carsica

I risultati del lavoro pongono un interrogativo pratico, rilevante per chiunque si occupi di gestione delle acque sotterranee: quanto tempo di monitoraggio è necessario per ottenere un modello carsico predittivamente affidabile?

Lo studio di Leins et al. non fornisce una risposta definitiva, ma indica alcune direzioni. Anche con dataset brevi è possibile sviluppare modelli con parametri idrologicamente ragionevoli. La performance in calibrazione è soddisfacente. L’incertezza predittiva, però, rimane alta e richiede misure correttive.

La letteratura internazionale — in particolare il Karst Modelling Challenge del 2021, che ha confrontato tredici diversi modelli su un unico dataset svizzero — converge su alcune indicazioni: la KGE è il criterio di valutazione più adeguato, la precisione non migliora necessariamente aggiungendo parametri, e l’integrazione di dati idrogeochimici come conducibilità elettrica, nitrati o solfati può ridurre significativamente l’equifinalità parametrica.


Implicazioni per la Puglia: risorsa idrica e cambiamento climatico

Lo studio assume un significato particolare nel contesto pugliese. Il Salento sta già registrando una progressiva riduzione delle precipitazioni e un aumento delle temperature. La falda carsica è sotto pressione per il prelievo agricolo e turistico. Il rischio di intrusione salina nei calcari costieri è reale e documentato.

Disporre di modelli affidabili per simulare i livelli della falda e le dinamiche di ricarica non è un esercizio accademico. È uno strumento di gestione. La grotta Vora Bosco, e le poche altre che permettono l’accesso diretto alla falda, rappresentano in questo senso osservatori di valore eccezionale.

Il lavoro fa parte di un programma di ricerca continuato. Nel 2025, Tamara Leins ha pubblicato su Science of the Total Environment un nuovo studio che utilizza il framework VarKarst per definire la vulnerabilità degli acquiferi carsici alla contaminazione in condizioni di cambiamento globale, estendendo l’approccio metodologico inaugurato con lo studio pugliese.


Il gruppo di ricerca

Tamara Leins (TU Dresden / Università di Friburgo) è specializzata in modellistica idrologica carsica e quantificazione dell’incertezza. Isabella Serena Liso (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”) si occupa di idrogeologia carsica pugliese. Mario Parise (Università degli Studi di Bari) è tra i maggiori esperti italiani di rischi carsici e geomorfologia del Meridione. Andreas Hartmann (Università di Friburgo) è il principale sviluppatore del modello VarKarst e tra i principali ricercatori europei nell’idrologia carsica.


Fonti

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  • La sorgente “Vërmicë” in Kosovo: un acquifero carsico strategico ancora senza protezione
    Condividi Lo studio del geologo Hazir Çadraku fa il punto su una delle sorgenti più produttive del distretto di Prizren, tra dati idrogeologici inediti e criticità normative irrisolte La sorgente carsica di Vërmicë: dove si trova e come funziona Nel quadrante sud-occidentale della Repubblica del Kosovo, ai piedi del massiccio calcareo di Koritnik, emerge la sorgente “Vërmicë”. Si trova nel territorio del villaggio omonimo, comune di Prizren, a 321 metri di altitudine, alle coordina
     

La sorgente “Vërmicë” in Kosovo: un acquifero carsico strategico ancora senza protezione

Apríl 12th 2026 at 10:00

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Lo studio del geologo Hazir Çadraku fa il punto su una delle sorgenti più produttive del distretto di Prizren, tra dati idrogeologici inediti e criticità normative irrisolte


La sorgente carsica di Vërmicë: dove si trova e come funziona

Nel quadrante sud-occidentale della Repubblica del Kosovo, ai piedi del massiccio calcareo di Koritnik, emerge la sorgente “Vërmicë”. Si trova nel territorio del villaggio omonimo, comune di Prizren, a 321 metri di altitudine, alle coordinate 42° 09? 52? N – 20° 34? 33? E, sulla riva sinistra della valle del Drini i Bardhë (Drin Bianco).

Lo studio del professore Hazir S. Çadraku, docente di Ingegneria Civile all’Università per Business e Tecnologia di Prishtinë (UBT), ne ricostruisce l’origine idrogeologica con precisione. La sorgente è classificata come sorgente frontale carsica: affiora nel punto di contatto tra i calcari triassici del Koritnik, molto permeabili, e i sedimenti impermeabili della pianura di Prizren. L’acqua penetra nei calcari attraverso fratture, fessure, diaclasi e mini-cavità, scende in profondità fino alla zona di saturazione e riemerge in superficie per effetto della gravità.

La struttura del massiccio favorisce l’accumulo delle acque meteoriche. Le precipitazioni annue nell’area superano i 900 mm. Il bacino di ricarica copre 27,63 km² di terreno carsificato.


Portate significative e qualità dell’acqua nella sorgente carsica di Vërmicë

Le misurazioni effettuate il 17 dicembre 2022 hanno restituito dati rilevanti. Il primo stramazzo ha registrato una portata di 18,6 L/s. Il canale di derivazione ha misurato 228 L/s. Una quantità aggiuntiva stimata in oltre 25 L/s si disperde per infiltrazione sotto lo sbarramento in calcestruzzo. Il totale stimato supera i 271 L/s, un valore che pone la sorgente tra le più produttive del distretto.

I parametri fisico-chimici rilevati in campo mostrano un’acqua di buona qualità:

  • Temperatura: 9,4 °C
  • pH: 7,45
  • Conducibilità elettrica: 379 µS/cm

Questi valori sono coerenti con quelli tipici degli acquiferi carsici dinarici. La temperatura relativamente bassa indica un percorso sotterraneo profondo, con buona stabilità termica stagionale. Il pH leggermente alcalino è effetto della dissoluzione dei carbonati durante il transito nei calcari.

Il monitoraggio più approfondito è affidato alla società idrica regionale Hidroregjioni Jugor Sh.A. di Prizren, che gestisce l’approvvigionamento idrico dell’area meridionale del Kosovo.


Il Koritnik: un massiccio carsico al confine tra Kosovo e Albania

Il massiccio di Koritnik è una montagna calcarea che raggiunge i 2.393 metri di quota, al confine tra Albania nord-orientale e Kosovo sud-occidentale. È incluso nel Parco Naturale Korab-Koritnik (55.520 ettari) e fa parte della rete dell’European Green Belt. È riconosciuto come area di importanza floristica internazionale per la presenza di specie endemiche.

Dal punto di vista geologico, la struttura del massiccio abbraccia rocce dal Paleozoico al Quaternario. I calcari e le dolomiti triassiche costituiscono l’acquifero principale da cui la sorgente Vërmicë trae la propria alimentazione. I depositi quaternari caratterizzano invece la pianura di Prizren.

L’intero sistema è percorso da una rete di fessure, condotti e cavità carsiche non ancora oggetto di esplorazione sistematica. La sorgente Vërmicë è, di fatto, la risorgenza di un sistema ipogeo attivo di cui non si conoscono ancora la struttura e l’estensione.


Gli usi dell’acqua della sorgente Vërmicë e il contributo al Drini i Bardhë

L’acqua viene utilizzata per l’approvvigionamento potabile, la cucina, l’irrigazione agricola, l’abbeveraggio del bestiame e la piscicoltura. Dalla sorgente si origina un torrente che confluisce nel Drini i Bardhë, il bacino idrografico più esteso del Kosovo con 4.646 km². Il Drin Bianco confluisce poi nel Drin Nero a Kukës (Albania) e sfocia nell’Adriatico.

La sorgente Vërmicë contribuisce dunque direttamente alla portata di un sistema fluviale transfrontaliero di rilevanza regionale.

Nei pressi della sorgente sono presenti uno sbarramento in calcestruzzo, un canale di derivazione e tre stramazzi di misura. La fonte non è ancora completamente captata. L’accesso avviene tramite la strada regionale Prizren–Zhur–Vërmicë fino al confine albanese, con gli ultimi 200 metri su sterrato percorribili in ogni stagione.


Inquinanti potenziali e assenza della zona di protezione sanitaria

Lo studio identifica tre categorie principali di pressione sulla sorgente carsica di Vërmicë. La prima è la presenza di rifiuti solidi lasciati da visitatori e residenti nell’area immediatamente circostante. La seconda è il pascolo libero di bestiame domestico e il transito di animali selvatici nelle vicinanze dell’emergenza. La terza, e più preoccupante, è la presenza di un’autostrada che attraversa il bacino di ricarica: gli inquinanti veicolari – idrocarburi, metalli pesanti, microplastiche, sali disgelanti – possono infiltrarsi direttamente nelle fratture carsiche e raggiungere la sorgente in poche ore durante gli eventi di pioggia intensa.

Nei sistemi carsici, la velocità di trasferimento degli inquinanti è molto elevata. L’assenza di strati filtrati spessi rende la risorsa idrica esposta a contaminazioni rapide e difficilmente reversibili.

Nonostante ciò, la sorgente Vërmicë non dispone di alcuna zona di protezione igienico-sanitaria. L’Istruzione Amministrativa MESP-No. 15/2017 (Criteri per la Definizione delle Zone Sanitarie Protette delle Fonti d’Acqua) prevede tre fasce di tutela progressiva, già adottate per molte altre fonti gestite dalle società idriche regionali. Per la Vërmicë, l’accesso rimane libero a uomini, bestiame e animali selvatici, senza alcuna restrizione.


Il Kosovo e le sue 7.277 sorgenti: un patrimonio idrico sotto pressione climatica

La sorgente Vërmicë è una delle 7.277 sorgenti censite nel territorio kosovaro. Circa il 32,10% dell’acqua potabile distribuita nel paese proviene da sorgenti. Gli acquiferi carsici coprono il 13,1% del territorio nazionale (1.423,2 km²) e ospitano oltre 210 grotte registrate.

Il contesto climatico impone una riflessione urgente. Le proiezioni scientifiche indicano un aumento delle temperature in Kosovo di 1,11 °C entro il 2060 e di oltre 4 °C entro il 2099, con una potenziale riduzione della disponibilità idrica fino al 70% in alcune aree entro fine secolo. La società idrica di Prizren ha già segnalato cali nei livelli delle sorgenti a causa delle siccità recenti.

A livello globale, il numero stimato di sorgenti sulla Terra è di circa 50 milioni. Il volume Springs of the World: Distribution, Ecology, and Conservation Status (Stevens, 2023), che raccoglie dati da 75 paesi, documenta che le sorgenti sono universalmente riconosciute come ecosistemi minacciati. Gli acquiferi carsici forniscono acqua potabile a circa il 10% della popolazione mondiale.


Le raccomandazioni dello studio sulla sorgente Vërmicë

Lo studio di Çadraku si chiude con indicazioni operative precise. L’autore chiede l’istituzione immediata delle zone di protezione sanitaria ai sensi della normativa vigente. Propone l’avvio di un monitoraggio continuo della portata e della qualità per almeno tre-cinque anni. Indica la necessità di analisi chimiche e microbiologiche complete, inclusi metalli pesanti, pesticidi e idrocarburi. Suggerisce test con traccianti fluorescenti per verificare la connessione idrogeologica con le strutture carsiche sovrastanti, in particolare con il tratto autostradale. Raccomanda uno studio della biodiversità della sorgente e del torrente effluente come strumento di valutazione della qualità ambientale.

Dal punto di vista speleologico, il sistema sotterraneo che alimenta la Vërmicë rimane ancora del tutto inesplorato. I calcari del Koritnik, fortemente carsificati, presentano le condizioni geologiche tipiche dei sistemi ipogei sviluppati. Il Kosovo, con oltre 210 grotte ufficialmente registrate ma una copertura carsica del 13% del territorio nazionale, è considerato un’area con elevato potenziale di scoperta. Lo studio sottolinea come un’indagine speleologica sistematica del bacino di ricarica potrebbe fare luce su un sistema di drenaggio sotterraneo ancora sconosciuto.


Fonti consultate

  1. Çadraku, H.S. (2025). Getting to Know the “Vërmicë” Spring, Republic of Kosovo. Testo originale fornito dagli autori.
  2. Çadraku, H.S. (2022). Monitoring of Water Flow in the Springs of the Golesh Massif, Kosovo. Ecological Engineering & Environmental Technology, 23(5), 109–123. https://www.ecoeet.com/Monitoring-of-Water-Flow-in-the-Springs-of-the-Golesh-Massif-Kosovo,151760,0,2.html
  3. Wikipedia – Vërmica. https://en.wikipedia.org/wiki/V%C3%ABrmica
  4. Wikipedia – Koritnik. https://en.wikipedia.org/wiki/Koritnik
  5. PeakVisor – Parku Natyror Korab-Koritnik. https://peakvisor.com/park/parku-natyror-korab-koritnik.html
  6. European Green Belt – Shar-Bistra-Korab-Koritnik. https://www.europeangreenbelt.org/european-green-belt/pearls-of-the-european-green-belt/shar-bistra-korab-koritnik-mountain-range
  7. Ministry of Environment, Spatial Planning and Infrastructure, Kosovo (2020). State of Water in Kosovo Report 2020. https://www.ammk-rks.net/assets/cms/uploads/files/ANGLISHT_WEB_uji(1).pdf
  8. Rilindja Gjelber (2024). Safety of Drinking Water in Kosovo – Policy Brief No. 3. https://rilindja-gjelber.org/wp-content/uploads/2024/11/PUACW-Policy-brief-3_Safety-of-Drinking-Water-in-Kosovo-ENG-FINAL.pdf
  9. Gazzetta Ufficiale del Kosovo – AI MESP-No. 15/2017. https://gzk.rks-gov.net/ActDetail.aspx?ActID=15796
  10. Nature Scientific Reports – Heavy metals and radon content in spring water of Kosovo. https://www.nature.com/articles/s41598-020-67371-1
  11. Stevens, L.E. (2023). Springs of the World: Distribution, Ecology, and Conservation Status. Spring Stewardship Institute. https://docs.springsdata.org/PDF/GlobalSpringsReduced.pdf
  12. Yale Environment 360 – As World’s Springs Vanish, Ripple Effects Alter Ecosystems. https://e360.yale.edu/features/endangered-water-springs
  13. Zhushi Etemi et al. (2023). Correlation between physical and chemical parameters of water and biotic indices: The case study the White Drin River basin, Kosovo. https://www.jwld.pl/files/Zhushi-Etemi-et-al-671.pdf
  14. Journals PAN – Water resources usage in Kosovo and North Macedonia. https://journals.pan.pl/Content/137554
  15. JWLD – Water resources usage in Kosovo and North Macedonia (2025). https://www.jwld.pl/files/2025-05-JWLD-02.pdf
  16. GWP – Enhancing drought resilience: Action plan for Kosovo. https://www.gwp.org/contentassets/aae9a730991c44d487922a228c870b3f/drought-action-plan-for-kosovo.pdf
  17. Global karst springs hydrograph dataset (PMC). https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7033224/
  18. Peja Tourism – Drini i Bardhë Waterfall. https://pejatourism.org/drini-i-bardhe-waterfall/
  19. The Heritage of Kosovo Speleology – Studime Albanologjike. https://api.studimealbanologjike.edu.al/uploads/materials/1738923557860.pdf
  20. Koha.net – Water pressure issues in Prizren (aprile 2026). https://www.koha.net/en/arberi/pjeset-e-larta-te-prizrenit-perballen-me-presion-te-ulet-ne-furnizimin-me-uje

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  • Il Ghiaccio Nascosto delle Alpi Giulie Svela le Sue Origini nella Piccola Età Glaciale
    Condividi Un deposito di ghiaccio ipogeo nel massiccio del Canin datato per la prima volta con argon-39: lo studio internazionale del Progetto C3 ridefinisce i metodi di ricerca sulla criosfera sotterranea La scoperta nel cuore del Canin Un deposito di ghiaccio sotterraneo nel massiccio del Canin, nelle Alpi Giulie, porta la firma climatica della Piccola Età Glaciale. Lo ha stabilito uno studio internazionale pubblicato nel 2026 sul Journal of Glaciology (Cambridge University Press
     

Il Ghiaccio Nascosto delle Alpi Giulie Svela le Sue Origini nella Piccola Età Glaciale

Apríl 10th 2026 at 07:00

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Un deposito di ghiaccio ipogeo nel massiccio del Canin datato per la prima volta con argon-39: lo studio internazionale del Progetto C3 ridefinisce i metodi di ricerca sulla criosfera sotterranea


La scoperta nel cuore del Canin

Un deposito di ghiaccio sotterraneo nel massiccio del Canin, nelle Alpi Giulie, porta la firma climatica della Piccola Età Glaciale. Lo ha stabilito uno studio internazionale pubblicato nel 2026 sul Journal of Glaciology (Cambridge University Press), condotto nell’ambito del Progetto C3 – Caves, Cryosphere and Climate.[1][2]

Il sito al centro della ricerca è la Caverna del Ghiaccio del Monte Leupa, catalogata nel catasto regionale del Friuli Venezia Giulia con il numero 3595. La grotta si apre a 2270 m s.l.m. sul versante est della parete settentrionale del Monte Leupa, nel comune di Chiusaforte (UD), con un portale largo 13 metri visibile da lontano. Il deposito di ghiaccio ipogeo, noto agli speleologi della Commissione Grotte Eugenio Boegan (CGEB) fin dal 1979, aveva un volume stimato di circa 300 m³ con spessore medio di 3 metri.[3][4]

L’articolo scientifico è disponibile in accesso libero al seguente link: https://doi.org/10.1017/jog.2026.10125[5]


La datazione con argon-39: prima mondiale sul ghiaccio di grotta

La novità principale dello studio risiede nell’applicazione di una tecnica di datazione basata sull’isotopo radioattivo argon-39 (³?Ar). Si tratta della prima applicazione mondiale di questo metodo a un ghiaccio di grotta.[6][5]

L’argon-39 è prodotto nell’alta atmosfera dal bombardamento dei raggi cosmici sull’argon-40. Viene incorporato nelle precipitazioni nevose e si conserva nelle bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio. Con un’emivita di circa 269 anni, copre una finestra temporale tra 50 e 1000 anni: una fascia che né il carbonio-14 né altri radioisotopi coprono in modo altrettanto efficace.[6]

La misurazione è resa possibile dalla tecnica ATTA (Atom Trap Trace Analysis), sviluppata presso l’Università di Heidelberg (Germania). Sfrutta trappole laser di ottica quantistica per isolare e contare singoli atomi di ³?Ar, presenti nell’atmosfera in proporzione di circa uno ogni 10¹? atomi di argon totale.[7][5]


Un approccio multiproxy per una cronologia solida

I risultati dell’argon-39 sono stati confrontati con tre altri indicatori indipendenti per rafforzare la cronologia del deposito:

  • Analisi dei pollini intrappolati nel ghiaccio, a cura dell’Università di Innsbruck
  • Datazione U-Th (Uranio-Torio) della calcite criogenica presente nel deposito
  • Datazione radiocarbonica (¹?C) della frazione organica insolubile del ghiaccio[2]

Questo approccio multiproxy ha permesso di stabilire con buona precisione l’età del deposito. Le datazioni con argon-39 indicano una formazione avvenuta tra il 1840 e il 1893 circa, a conferma della formazione nella fase finale della Piccola Età Glaciale.[4]


Il paradosso del permafrost: il freddo estremo che impediva la formazione del ghiaccio

I risultati obbligano a una riflessione non intuitiva sul ruolo delle condizioni climatiche passate. Durante le fasi più fredde della Piccola Età Glaciale — il periodo climatico freddo inquadrato tra il 1260/1310 e il 1850 circa, con massima espansione dei ghiacciai alpini proprio intorno al 1850 — la roccia carbonatica del massiccio del Canin era probabilmente perennemente congelata in profondità.[8][9]

Il permafrost sigillava le fratture della roccia, bloccando lo stillicidio verso il basso. Nessuna acqua poteva perolare, nessun ghiaccio poteva formarsi nella grotta. Solo con l’avvio del parziale scongelamento del permafrost, alla fine della Piccola Età Glaciale, l’acqua ha ricominciato a circolare nelle fratture. Scorrendo in un ambiente ancora sufficientemente freddo, si è poi solidificata, dando origine al deposito.[2][4]

In sintesi: il freddo estremo della Piccola Età Glaciale ha paradossalmente impedito la formazione del ghiaccio di grotta. Solo la sua attenuazione ha aperto la finestra climatica adatta.


La scoperta sul radiocarbonio: un limite metodologico da non ignorare

Lo studio porta anche un contributo critico alla metodologia della datazione nelle grotte carsiche. Il metodo del radiocarbonio (¹?C) ha restituito per il ghiaccio del Leupa un’età nell’ordine dei millenni, in netto contrasto con tutti gli altri indicatori.

La spiegazione è che il ¹?C ha datato non il ghiaccio, ma la materia organica del suolo esterno, molto più antica, entrata nella grotta attraverso lo stillicidio e rimasta intrappolata nel ghiaccio. Nei sistemi carsici il carbonio organico trasportato può essere decine o centinaia di volte più antico del ghiaccio che lo contiene.[4]

Il messaggio ai ricercatori è chiaro: il radiocarbonio, in questi contesti, va usato con estrema cautela e non come indicatore primario dell’età del ghiaccio.


Il Progetto C3 e i suoi dieci anni di ricerca sul Canin

La ricerca è stata realizzata nell’ambito del Progetto C3 – Caves, Cryosphere and Climate, avviato nel dicembre 2016 con un accordo tra l’ISP-CNR e la Commissione Grotte Eugenio Boegan della Società Alpina delle Giulie (SAG), sezione triestina del CAI.[10]

La CGEB è uno dei gruppi speleologici italiani più antichi, fondata nel 1883 come Comitato alle Grotte della Società degli Alpinisti Triestini. Nei dieci anni del progetto ha messo a disposizione della ricerca le sue competenze esplorative, la logistica in grotta e la conoscenza accumulata in oltre 140 anni di attività sul Canin.[11]

Il progetto ha coinvolto istituti di ricerca in quattro paesi: Heidelberg University, Paul Scherrer Institute, University of Innsbruck, Swiss Institute for Speleology and Karst Studies (SISKA), Oeschger Centre for Climate Change Research (Università di Berna), CNR-ISP, Geosphere Austria. I finanziamenti sono stati garantiti da SAG-CGEB/CAI Trieste, CNR, Austrian Science Foundation, German Science Foundation (DFG) e Società Meteorologica Alpino-Adriatica.[2]

Tra i risultati precedenti del Progetto C3 spicca, nel 2017, la prima scoperta mondiale di calcite criogenica grossolana ancora in-situ all’interno del ghiaccio di grotta del Canin: un ritrovamento che ha poi fornito uno dei proxy chiave per le datazioni U-Th dello studio 2026.[12]


La guida lo studio: il team di ricerca

Lo studio è guidato da Renato R. Colucci, Primo Ricercatore dell’Istituto di Scienze Polari del CNR e docente di glaciologia all’Università di Trieste dal 2015. Il gruppo di ricerca comprende 16 autori internazionali, tra cui:[13]

  • Werner Aeschbach, professore all’Institute of Environmental Physics dell’Università di Heidelberg, responsabile della tecnica ATTA per l’³?Ar[2]
  • Marc Luetscher, direttore del Swiss Institute for Speleology and Karst Studies (SISKA)[2]

“L’area del Canin, riserva MAB Unesco del Parco Naturale delle Prealpi Giulie, e le Alpi Giulie in genere, si confermano un prezioso laboratorio ambientale per lo studio degli effetti delle variazioni climatiche antiche e recenti sulla criosfera.” — Renato R. Colucci[2]

“Per la prima volta al mondo abbiamo potuto testare il nostro metodo innovativo di datazione con argon-39 su un deposito di ghiaccio sotterraneo. I risultati ottenuti sono estremamente promettenti per lo studio di molti altri archivi di ghiaccio naturali.” — Werner Aeschbach[2]

“Testare questa metodologia di datazione innovativa con altri metodi consolidati è stata la vera forza di questo lavoro scientifico.” — Marc Luetscher[2]


Un archivio che scompare mentre viene descritto

Il ghiaccio del Leupa è già quasi scomparso. Tra il 2012 e il 2020, il deposito ha perso oltre 180 m³ di ghiaccio — più della metà del volume originario. Il punto di svolta risale al 2014: per la prima volta nella serie di monitoraggio avviata nel 2011, la temperatura della roccia è rimasta sopra lo zero per diversi mesi estivi, eliminando l’effetto di frigorifero naturale della cavità. Le fotografie e i rilievi del 2018 e del 2024 mostrano una grotta ormai quasi priva di ghiaccio.[4]

La perdita non è solo morfologica. Ogni deposito di ghiaccio ipogeo conserva bolle d’aria con la composizione atmosferica del passato, pollini, calcite criogenica e informazioni sul regime del permafrost: archivi paleoambientali che, una volta fusi, scompaiono per sempre.[14][2]

La fusione del ghiaccio sotterraneo ha anche implicazioni per la gestione delle risorse idriche. I depositi ipogei funzionano da serbatoi che rilasciano acqua in modo graduale. Con la loro perdita, il regime idrico dei sistemi carsici diventa più dipendente dagli eventi di precipitazione a breve termine, con possibili effetti sulla disponibilità stagionale di acqua sotterranea.[4][2]

Il massiccio del Canin, Riserva della Biosfera MAB UNESCO delle Alpi Giulie Italiane (istituita nel 2019 e diventata riserva transfrontaliera con la Slovenia nel luglio 2024), si conferma uno dei laboratori naturali più preziosi d’Europa per lo studio della criosfera alpina in rapida trasformazione.[15][16]


Riferimento scientifico:
Colucci R.R., Bohleber P., Aeschbach W., Luetscher M., Schwikowski M., Moseley E.G., Wachs D., Jenk T., Eichler A., Securo A., Edwards L., Manzan S., Hoffmann D.L., Oberthaler M.K., Festi D. (2026) ³?Ar dating of cave ice combined with pollen, cryogenic calcite, and radiocarbon analyses reveals late Little Ice Age origin (Leupa Cave, SE Alps). Journal of Glaciology – Cambridge University Press: https://doi.org/10.1017/jog.2026.10125[5]


Fonti consultate

  1. Società Alpina delle Giulie – caisag.ts.it – comunicato stampa ufficiale del Progetto C3:
    https://caisag.ts.it/progetto-c3-risultati-ricerca-su-piccola-eta-glaciale-2026/
  2. Scintilena.com – notizia originale sul ghiaccio del Leupa:
    https://www.scintilena.com/il-ghiaccio-della-grotta-del-leupa-rivela-le-sue-origini-i-depositi-ipogei-del-massiccio-del-canin-da
  3. Commissione Grotte Eugenio Boegan – boegan.it – Progetto C3 (2016–2020):
    https://www.boegan.it/2020/09/c3-caves-cryosphere-and-climate-2016-2020/
  4. Commissione Grotte Eugenio Boegan – boegan.it – Primi risultati C3 sul Canin (2017):
    https://www.boegan.it/2017/10/il-progetto-c3-caves-cryosphere-and-climate-da-i-primi-risultati-sul-canin/
  5. Planetmountain.com – notizia con dettagli tecnici:
    https://www.planetmountain.com/it/notizie/ambiente/canin-ghiaccio-nascosto-alpi-giulie-racconta-fine-piccola-eta-glaciale.html
  6. Il Nordest – ilnordest.it – approfondimento giornalistico:
    https://www.ilnordest.it/ambiente/monte-canin-archivio-climatico-era-glaciale-hb6lfhjx
  7. Journal of Glaciology (Cambridge University Press) – articolo scientifico:
    https://doi.org/10.1017/jog.2026.10125
  8. Catasto Speleologico Regionale FVG – scheda caverna del Leupa:
    https://catastogrotte.regione.fvg.it/scheda/3595-Caverna_del_Ghiaccio_del_Monte_Leupa
  9. CNR – Istituto di Scienze Polari – profilo Renato R. Colucci:
    https://www.isp.cnr.it/index.php/it/infrastrutture/osservatori/item/401-colucci-renato-r
  10. Parco Naturale Regionale delle Prealpi Giulie – Riserva MAB UNESCO:
    https://www.parcoprealpigiulie.it/it/principale/iniziative-e-progetti/riserva-mab-unesco-alpi-giulie-italiane
  11. Riserva di Biosfera Alpi Giulie – biosferaalpigiulie.it:
    https://biosferaalpigiulie.it
  12. Università di Heidelberg – heiDOK – tesi ATTA e datazione ghiaccio:
    https://archiv.ub.uni-heidelberg.de/volltextserver/36648/
  13. Wikipedia – Piccola era glaciale:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Piccola_era_glaciale
  14. Wikipedia – Commissione Grotte Eugenio Boegan:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Commissione_Grotte_Eugenio_Boegan

Fonti
[1] IL GHIACCIO NASCOSTO DELLE ALPI GIULIE RACCONTA LA … https://caisag.ts.it/progetto-c3-risultati-ricerca-su-piccola-eta-glaciale-2026/
[2] Nel gruppo del Canin il ghiaccio nascosto delle Alpi Giulie racconta … https://www.planetmountain.com/it/notizie/ambiente/canin-ghiaccio-nascosto-alpi-giulie-racconta-fine-piccola-eta-glaciale.html
[3] Scheda catastale – Caverna del Ghiaccio del Monte Leupa https://catastogrotte.regione.fvg.it/scheda/3595-Caverna_del_Ghiaccio_del_Monte_Leupa
[4] Nel monte Canin un “archivio climatico” che racconta la Piccola Era … https://www.ilnordest.it/ambiente/monte-canin-archivio-climatico-era-glaciale-hb6lfhjx
[5] 39Ar dating of cave ice combined with pollen, cryogenic calcite and … https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/719F99825A6E31CE6155771FC77D4FA4/S0022143026101257a.pdf/39ar-dating-of-cave-ice-combined-with-pollen-cryogenic-calcite-and-radiocarbon-analyses-reveals-late-little-ice-age-origin-leupa-ice-cave-julian-alps.pdf
[6] Il ghiaccio della Grotta del Leupa rivela le sue origini – Scintilena https://www.scintilena.com/il-ghiaccio-della-grotta-del-leupa-rivela-le-sue-origini-i-depositi-ipogei-del-massiccio-del-canin-datati-alla-fine-della-piccola-era-glaciale/03/18/
[7] Method Development and Application to Glacier Ice Dating – heiDOK https://archiv.ub.uni-heidelberg.de/volltextserver/36648/
[8] Cos’è la “Piccola Era Glaciale” che avvenne tra i secoli XIV-XIX … https://www.geopop.it/cose-la-piccola-era-glaciale-che-avvenne-tra-i-secoli-xiv-xix-soprattutto-in-europa/
[9] Piccola era glaciale https://www.wikidata.it-it.nina.az/Piccola_era_glaciale.html
[10] “C3 – CAVE’S CRYOSPHERE AND CLIMATE” 2016 – 2020 https://www.boegan.it/2020/09/c3-caves-cryosphere-and-climate-2016-2020/
[11] Commissione Grotte Eugenio Boegan – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Commissione_Grotte_Eugenio_Boegan
[12] Il progetto C3 (Cave’s Cryosphere and Climate) dà i primi risultati sul … https://www.boegan.it/2017/10/il-progetto-c3-caves-cryosphere-and-climate-da-i-primi-risultati-sul-canin/
[13] Colucci Renato R. – CNR-ISP https://www.isp.cnr.it/index.php/it/infrastrutture/osservatori/item/401-colucci-renato-r
[14] Gli Speleotemi Rivelano i Segreti del Clima Passato – Scintilena https://www.scintilena.com/gli-speleotemi-rivelano-i-segreti-del-clima-passato-nuove-frontiere-nella-paleoclimatologia-delle-grotte/06/11/
[15] Riserva MAB Unesco Alpi Giulie Italiane https://www.parcoprealpigiulie.it/it/principale/iniziative-e-progetti/riserva-mab-unesco-alpi-giulie-italiane
[16] Riserva di Biosfera delle Alpi Giulie | https://biosferaalpigiulie.it
[17] 01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/86d36e7b-fb33-423c-9ed5-5859bb837351/01-Introduzione-alla-speleologia.ppt.txt
[18] 02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/35124a74-892b-451f-9c91-aa405245406d/02-Evoluzione-speleo-italia.ppt.txt
[19] 03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt https://ppl-ai-file-upload.s3.amazonaws.com/web/direct-files/collection_08c39ce1-fb5a-4696-a8a1-73d261c2e891/2e8b1d27-c01e-4793-9b8a-e405da6de545/03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

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Microplastiche e microfibre negli acquiferi confinati: uno studio italiano sfida le certezze sull’acqua sotterranea

Apríl 9th 2026 at 11:00

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Le acque profonde non sono al sicuro: ricercatori del Politecnico e dell’Università di Torino trovano microplastiche in tutti e 25 gli acquiferi confinati analizzati nel Nord-Ovest Italia


Acquiferi confinati e microplastiche: un binomio inedito nella ricerca scientifica

Un nuovo studio pubblicato il 2 aprile 2026 sulla rivista internazionale Environmental Research (Elsevier) riaccende il dibattito sulla qualità delle acque sotterranee.

La ricerca, firmata da Valentina Balestra, Matteo Valle, Rossana Bellopede e Adriano Fiorucci del DIATI (Dipartimento di Ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture) del Politecnico di Torino e del DISAFA dell’Università di Torino, documenta per la prima volta in modo sistematico la presenza di microplastiche (MP) e microfibre (MF) in acquiferi confinati italiani.[1]

Gli acquiferi confinati sono falde idriche racchiuse tra due strati impermeabili, lontane dal contatto diretto con la superficie. Fino a oggi, la letteratura scientifica internazionale le considerava le meno esposte alla contaminazione da microplastiche. Questo studio ribalta quella convinzione.[2]

Il lavoro è parte del dottorato di ricerca di Valentina Balestra ed è disponibile in open access con licenza Creative Commons.[1]


25 acquiferi analizzati, 25 acquiferi contaminati da microparticelle antropogeniche

Il campionamento ha riguardato 25 acquiferi confinati del Nord-Ovest Italia, un’area idrogeologicamente complessa, con sistemi multistrato caratteristici della Pianura Padana piemontese. I risultati sono netti: le microparticelle antropogeniche (AMP) sono state rilevate in tutti i punti di campionamento, senza eccezione alcuna.[1]

La concentrazione media misurata è pari a 90,0 ± 64,3 items per litro, con un range che va da 5,6 a 251,4 items/L. Non si tratta di valori trascurabili, soprattutto considerando che molti di questi acquiferi sono usati per il consumo umano e per l’irrigazione agricola.[1]

Le microplastiche vere e proprie — ossia i polimeri sintetici — sono state trovate in 13 acquiferi su 25, con concentrazioni comprese tra 0 e 6,3 MP/L e una media di 1,9 ± 2 items/L. I polimeri predominanti sono composti vinilici (tra cui derivati del PVC), copolimeri e poliesteri, con piccole quantità di altri sintetici.[1]


Solo il 2,1% è sintetico: le microfibre cellulosiche dominano il quadro

Il dato più rilevante dal punto di vista scientifico riguarda la composizione delle microparticelle rilevate. Solo il 2,1% delle AMP risulta di natura sintetica. La componente dominante è fibrosa e cellulosica: fibre da cotone trattato, cellulosa modificata, rayon e materiali analoghi che, pur non essendo plastiche in senso stretto, sono di origine antropica e rappresentano potenziali vettori di contaminazione.[3][1]

Le fibre costituiscono il 95,2% di tutte le AMP, contro il 4,6% dei frammenti. Il rapporto si inverte quando si considerano le sole microplastiche sintetiche: in quel caso, i frammenti raggiungono il 72% del totale.[1]

Le microfibre risultano tipicamente di piccole dimensioni e di colore chiaro o trasparente. La loro origine è probabilmente legata alle attività agricole circostanti: uso di tessuti per coperture, teli, sacchi e rifiuti cellulosici che si degradano nel suolo e si infiltrano nelle falde nel tempo.[1]


Come le microplastiche raggiungono le acque profonde degli acquiferi confinati

Il confinamento stratigrafico non garantisce un isolamento assoluto. Gli autori individuano diverse vie di accesso delle microplastiche negli acquiferi profondi.[1]

Le attività agricole rappresentano la fonte primaria sospettata. L’uso di teli pacciamanti in plastica, sistemi di irrigazione in polietilene, fanghi di depurazione come ammendanti e la dispersione di microfibre tessili crea nel suolo un serbatoio di particelle che, attraverso eventi di pioggia intensa e percorsi preferenziali nel sottosuolo, possono migrare verso le falde profonde.[4][5]

I pozzi di captazione idrica possono creare connessioni idrauliche tra falde superficiali e acquiferi più profondi, cortocircuitando la naturale separazione stratigrafica. Le operazioni di perforazione, manutenzione e pompaggio possono facilitare questo trasferimento.[6]

Anche le modifiche antropiche della stratigrafia — scavi, costruzioni, riempimenti — possono compromettere la continuità degli strati impermeabili che garantiscono il confinamento. Dove l’aquitard è discontinuo o danneggiato, l’isolamento viene meno.[1]

Infine, i meccanismi di trasporto coloidale e di flusso preferenziale permettono a particelle anche molto piccole di muoversi attraverso matrici porose compatte lungo fratture e discontinuità geologiche naturali.[7][8]


La dimensione conta: i micropollutanti più piccoli sono i più abbondanti

Un aspetto tecnico di notevole importanza riguarda la distribuzione dimensionale delle particelle. Le particelle di grandi dimensioni (tra 1 e 5 mm) rappresentano solo il 17,3% del totale. Al diminuire della dimensione considerata, la concentrazione aumenta.[1]

Questo trend ha due implicazioni dirette. La prima è che le particelle più piccole, potenzialmente più pericolose perché capaci di attraversare le barriere biologiche, sono anche le più numerose negli acquiferi. La seconda è che i dati attuali sottostimano sistematicamente la contaminazione reale: le metodologie di campionamento hanno limiti di rilevazione che escludono le frazioni nanometriche, le meno visibili e le più difficili da caratterizzare.[9][10]


Il legame con la speleologia e gli acquiferi carsici

Per il mondo della speleologia, lo studio assume una rilevanza particolare. Gli acquiferi carsici — più direttamente connessi alla superficie attraverso condotti, grotte e fratture — erano già noti come i più esposti alla contaminazione da microplastiche tra tutti i tipi di acquifero. Studi condotti in Cina hanno documentato concentrazioni tra 2,33 e 9,50 MP/L nelle acque sotterranee carsiche, con picchi durante eventi di piena che portano le concentrazioni fino a 81,3 items/L.[11][2][3]

La scoperta che anche gli acquiferi confinati — ben più isolati — non sono immuni alla contaminazione da microplastiche rafforza l’urgenza di un monitoraggio capillare di tutte le tipologie di falda. Gli speleologi, grazie alla capacità di accedere a sistemi idrici sotterranei altrimenti inaccessibili, possono svolgere un ruolo attivo nel campionamento e nella sorveglianza ambientale. Le grotte rappresentano ambienti sentinella per la qualità delle acque sotterranee e, in questo contesto, per la rilevazione precoce di microinquinanti emergenti.[12]


Normativa europea in aggiornamento: il quadro regolatorio sulle microplastiche nell’acqua

Sul fronte normativo, l’Unione Europea si sta muovendo. La Direttiva Acque Potabili 2020/2184 ha introdotto per la prima volta l’obbligo di monitoraggio delle microplastiche nelle acque destinate al consumo umano. La Decisione Delegata (UE) 2024/1441 definisce la metodologia analitica ufficiale per la misurazione delle MP nelle acque potabili, con applicazione pratica basata su tecniche come la Py-GC-MS per la quantificazione dei principali polimeri (PET, PE, PVC, PP, PS, PC).[13][14]

Non esistono, ad oggi, limiti massimi consentiti per le microplastiche nell’acqua potabile. La mancanza di dati tossicologici sufficientemente consolidati e l’assenza di protocolli standardizzati a livello internazionale rendono ancora difficile la definizione di soglie operative. L’applicazione sistematica del monitoraggio agli acquiferi profondi — confinati o carsici — è ancora lontana dalla piena implementazione.[15]


Salute umana e acqua di falda: un nesso da non ignorare

Le acque sotterranee sono spesso utilizzate per il consumo umano diretto, con trattamenti di potabilizzazione limitati. La presenza di microplastiche nelle falde implica un’esposizione cronica. Studi recenti hanno rilevato microplastiche in campioni di sangue, urina, placenta, latte materno, polmoni e tessuti epatici umani. Gli effetti biologici documentati includono infiammazione cronica, stress ossidativo, interferenza con il sistema endocrino e genotossicità.[16][17][18]

Le microplastiche agiscono anche come vettori di altri contaminanti, come metalli pesanti e composti chimici disturbatori del sistema ormonale (ftalati, bisfenoli), amplificando la tossicità totale rispetto alla sola presenza fisica delle particelle.[19][20]

Un adulto può ingerire fino a 458.000 microplastiche all’anno solo attraverso l’acqua del rubinetto, secondo alcune stime. La variabilità tra i diversi studi è elevata, ma il dato è indicativo dell’entità dell’esposizione potenziale.[21]


Un monitoraggio sistematico degli acquiferi profondi è imprescindibile

Le conclusioni degli autori sono chiare. Data la vulnerabilità delle risorse idriche sotterranee alla contaminazione antropica, alle pressioni legate ai cambiamenti climatici e all’importanza ecologica e sanitaria delle falde acquifere, è necessario implementare strategie di protezione dell’ambiente subsuperficiale e di gestione sostenibile delle risorse idriche.[1]

Lo studio apre la strada a ulteriori indagini sugli acquiferi confinati italiani ed europei. La metodologia applicata — che include la distinzione tra microplastiche sintetiche, microfibre cellulosiche e microparticelle di altro tipo — può rappresentare un riferimento per future campagne di monitoraggio standardizzate. La ricerca non si limita a certificare un problema: indica anche la direzione da seguire per affrontarlo.[1]


Fonti e link originali

Altre Fonti
[1] Microplastic and microfibre pollution in confined aquifers: insights from Italy https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0013935126007474
[2] A review of the influence mechanisms of climate-induced events on groundwater microplastic contamination: A focus on aquifer vulnerabilities and mitigation strategies https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11635876/
[3] Floods enhance the abundance and diversity of anthropogenic microparticles (including microplastics and treated cellulose) transported through karst systems. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0043135423006401
[4] Research advances on microplastics contamination in terrestrial geoenvironment: A review. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0048969724034065
[5] Microplastics in Sludges and Soils: A Comprehensive Review on Distribution, Characteristics, and Effects https://www.mdpi.com/2305-7084/8/5/86
[6] Microplastic contamination in groundwater of rural area, eastern part of Korea. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S004896972303629X
[7] Microplastics in Groundwater: Pathways, Occurrence, and Monitoring Challenges https://www.mdpi.com/2073-4441/16/9/1228
[8] Microplastics in Groundwater: Pathways, Occurrence, and Monitoring Challenges https://www.mdpi.com/2073-4441/16/9/1228/pdf?version=1714040914
[9] Exploring Innovative Approaches for the Analysis of Micro- and Nanoplastics: Breakthroughs in (Bio)Sensing Techniques https://www.mdpi.com/2079-6374/15/1/44
[10] Interlaboratory Comparison Reveals State of the Art in Microplastic Detection and Quantification Methods https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12044667/
[11] Preliminary Study on the Distribution, Source, and Ecological Risk of Typical Microplastics in Karst Groundwater in Guizhou Province, China https://www.mdpi.com/1660-4601/19/22/14751
[12] Adherence of polystyrene microspheres on cave sediment: implications for organic contaminants and microplastics in karst systems. https://pubs.geoscienceworld.org/eeg/article/29/3/157/630552/Adherence-of-Polystyrene-Microspheres-on-Cave
[13] Sampling and Identification of Microplastics in Groundwater. https://app.jove.com/t/68652/sampling-and-identification-of-microplastics-in-groundwater
[14] Implementation plan to monitor microplastics in surface and drinking water using Py-GC-MS according to Decision (EU) 2024/1441. https://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0269749125005470
[15] Development of “Threshold Microplastics Concentration” Concept and Framework in Drinking Water https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11504262/
[16] Are microplastics in food a risk factor for obesity: Current evidence, mechanistic pathways and emerging health risks associated with human exposure https://www.crosschannel.uk/analysis/microplastics-and-obesity
[17] Effects of Microplastic Exposure on Human Digestive, Reproductive, and Respiratory Health: A Rapid Systematic Review https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC11697325/
[18] Health Implications of Widespread Micro- and Nanoplastic Exposure: Environmental Prevalence, Mechanisms, and Biological Impact on Humans https://www.mdpi.com/2305-6304/12/10/730
[19] Microplastic sources, formation, toxicity and remediation: a review https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10072287/
[20] A Detailed Review Study on Potential Effects of Microplastics and Additives of Concern on Human Health https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7068600/
[21] Microplastic contamination of drinking water: A systematic review https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7394398/
[22] Microplastic Contamination in Karst Groundwater Systems https://ngwa.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/gwat.12862

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  • Sorgenti acque sotterranee: il punto d’incontro tra mondo ipogeo e rete idrografica
    Condividi Sorgenti acque sotterranee: snodi chiave tra falde e corsi d’acqua Le sorgenti sono luoghi in cui l’acqua che ha circolato nel sottosuolo riemerge in superficie, chiudendo idealmente il percorso iniziato con l’infiltrazione delle piogge. Le sorgenti acque sotterranee costituiscono quindi il collegamento fisico e funzionale tra falde e corsi d’acqua, con un ruolo centrale nel ciclo idrologico e nella gestione delle risorse idriche. Definizione idrologica di sorgente e ruol
     

Sorgenti acque sotterranee: il punto d’incontro tra mondo ipogeo e rete idrografica

Apríl 8th 2026 at 06:00

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Sorgenti acque sotterranee: snodi chiave tra falde e corsi d’acqua

Le sorgenti sono luoghi in cui l’acqua che ha circolato nel sottosuolo riemerge in superficie, chiudendo idealmente il percorso iniziato con l’infiltrazione delle piogge.

Le sorgenti acque sotterranee costituiscono quindi il collegamento fisico e funzionale tra falde e corsi d’acqua, con un ruolo centrale nel ciclo idrologico e nella gestione delle risorse idriche.


Definizione idrologica di sorgente e ruolo delle falde

In idrologia, una sorgente è un’area più o meno estesa della superficie terrestre da cui fuoriesce naturalmente una portata apprezzabile di acqua sotterranea.

Le sorgenti acque sotterranee rappresentano la via di scarico delle falde, cioè la fase in cui l’acqua lascia il sistema ipogeo e diventa deflusso superficiale.

L’emergenza può concentrarsi in una polla puntuale o distribuirsi lungo un fronte sorgentizio, ad esempio ai piedi di un versante. In ogni caso sono presenti tre elementi fondamentali: una falda alimentata dalle precipitazioni infiltrate, un percorso di deflusso nel sottosuolo e una struttura geologica che costringe l’acqua a riemergere.

La sorgente indica quindi un punto in cui la superficie freatica o piezometrica incontra o supera la topografia.


Acque superficiali, acque sotterranee e sorgenti acque sotterranee

Fiumi, torrenti, laghi e invasi costituiscono la parte visibile del sistema idrico. Le acque sotterranee circolano invece in acquiferi ospitati in rocce permeabili e sono note solo tramite pozzi, indagini idrauliche e traccianti. In molti contesti italiani, falde freatiche e acquiferi in rocce carbonatiche sono una componente essenziale del ciclo idrologico.

L’acqua meteorica si infiltra, si accumula nelle falde e torna in superficie attraverso le sorgenti o tramite scambi diretti con gli alvei.

Le sorgenti acque sotterranee diventano così nodi in cui il bilancio tra ricarica, stoccaggio e scarico delle falde si manifesta in modo diretto e misurabile.


Come si forma una sorgente: infiltrazione, falde e geologia

Quando le precipitazioni cadono su terreni permeabili, l’acqua penetra nel sottosuolo e riempie pori, fratture e cavità fino a incontrare uno strato meno permeabile.

Si forma così una falda freatica o artesiana, la cui superficie è controllata dalla pressione idrostatica e dall’alimentazione.

Laddove il livello della falda intercetta la superficie del terreno, l’acqua emerge spontaneamente e dà origine a una sorgente.

L’assetto stratigrafico e tettonico condiziona posizione e tipologia delle sorgenti.

Contatti tra rocce permeabili e livelli argillosi o marnosi favoriscono sorgenti di bordo lungo versanti e fondovalle.

Faglie, fratture e lineamenti strutturali canalizzano il deflusso sotterraneo, organizzando l’emergenza in allineamenti sorgentizi o in punti ben localizzati.


Tipologie di sorgenti: contatto, sfioramento, fessura e artesiane

Una classificazione tradizionale distingue tre grandi gruppi: sorgenti di contatto, di sfioramento e di fessura.

Le sorgenti di contatto si trovano al limite tra un corpo roccioso permeabile e un livello sottostante impermeabile, con emergenze tipiche ai piedi dei rilievi.

Le sorgenti di sfioramento funzionano come un troppopieno: l’acqua raggiunge la superficie solo quando il livello piezometrico supera una certa quota.

Le sorgenti di fessura scaricano l’acqua lungo fratture e diaclasi di rocce compatte, con emergenze spesso limitate ma ben concentrate.

Le sorgenti artesiane, invece, derivano da falde confinate in pressione: dove l’acquifero viene intercettato in superficie, l’acqua può zampillare o mantenere un livello più alto del terreno, anche sul fondo di laghi o in ambiente costiero.


Sorgenti carsiche: acque sotterranee veloci e vulnerabili

Le sorgenti carsiche sono alimentate da acquiferi in calcari e dolomie, dove la dissoluzione crea fratture allargate, condotti e gallerie.

La ricarica avviene spesso in quota, tramite doline, inghiottitoi e assorbimenti diffusi, mentre lo scarico si concentra in poche grandi sorgenti di valle. In questi sistemi le sorgenti acque sotterranee mostrano portate anche molto elevate e forti escursioni stagionali.

La risposta alle piogge può essere rapidissima, con piene improvvise e variazioni di portata di più ordini di grandezza tra magra e piena.

La circolazione veloce, associata a una filtrazione naturale limitata, rende le sorgenti carsiche risorse idriche produttive ma molto esposte alle pressioni esterne.


Vulnerabilità all’inquinamento e impatto sugli ecosistemi

Nei sistemi carsici, l’acqua si infiltra velocemente attraverso doline, inghiottitoi e fratture, spesso con coperture poco permeabili e con scarso potere filtrante della roccia.

Inquinanti agricoli, scarichi civili e industriali o sversamenti accidentali possono raggiungere rapidamente le falde e manifestarsi alle sorgenti senza significativa attenuazione.

Gli effetti non riguardano solo la qualità dell’acqua potabile, ma anche gli ecosistemi ipogei e i tratti fluviali alimentati dalle emergenze.

Gli ambienti sotterranei ospitano faune specializzate e spesso endemiche, sensibili a variazioni anche modeste di ossigeno, nutrienti o contaminanti.

La protezione delle sorgenti acque sotterranee implica quindi la salvaguardia di una rete ecologica che collega grotte, falde e corsi d’acqua superficiali.


Valore idrico, ecologico e paesaggistico delle sorgenti acque sotterranee

Molte sorgenti, soprattutto montane e carsiche, alimentano acquedotti a servizio di centri abitati, attività produttive e agricoltura.

La buona qualità iniziale dell’acqua riduce i trattamenti necessari, rendendo queste sorgenti acque sotterranee risorse strategiche per la sicurezza idrica.

Le stesse emergenze possono essere utilizzate per irrigazione o piccoli impianti idroelettrici, a condizione di garantire i deflussi ecologici.

Dal punto di vista ecologico, le sorgenti definiscono habitat particolari, spesso caratterizzati da condizioni termo?chimiche stabili e da comunità biologiche proprie.

Sul piano paesaggistico e culturale, sono elementi identitari legati a usi tradizionali, luoghi di culto, toponimi e percorsi storici. In ambito speleologico, il carsismo e le grotte collegate alle sorgenti rappresentano anche un importante patrimonio turistico e didattico.


Monitoraggio, gestione integrata e ruolo della speleologia

La gestione sostenibile richiede reti di monitoraggio che considerino insieme corpi idrici superficiali e sotterranei.

Misure di portata, livelli piezometrici, temperatura, conducibilità e chimismo permettono di valutare lo stato quantitativo e qualitativo delle risorse.

In contesti carsici, strumenti di misura continua e traccianti naturali o artificiali sono indispensabili per ricostruire i percorsi dell’acqua e individuare rapidamente segnali di inquinamento o sovrasfruttamento.

Le normative impongono il mantenimento di deflussi vitali negli alvei e la tutela degli ecosistemi connessi.

Nei territori carsici questo comporta limiti ai prelievi e una forte protezione delle aree di ricarica, tramite regolamentazione dell’uso del suolo, controllo delle sorgenti di inquinamento e zone di salvaguardia attorno alle emergenze.

La speleologia contribuisce in modo decisivo alla conoscenza di grotte e condotti, fornendo dati essenziali per i modelli idrogeologici e per le scelte di pianificazione.


Formazione, divulgazione e materiali didattici per la comunità speleologica

La comprensione dei legami tra sorgenti, acque sotterranee e sistemi carsici è un tema centrale nella formazione di speleologi, tecnici e amministratori.

In questo quadro, la produzione di materiali divulgativi e didattici sulla speleologia e sulla ricerca scientifica in grotta affianca e rafforza l’attività esplorativa sul campo.03-Speleologia-e-ricerca-scientifica.ppt.txt

Approfondire struttura e funzionamento degli acquiferi, tipologie di sorgenti, dinamica portata?qualità, vulnerabilità agli inquinanti e strumenti di monitoraggio significa dotarsi degli strumenti concettuali necessari per una gestione più consapevole delle sorgenti acque sotterranee e dei territori in cui esse emergono.

Approfondimenti

Sorgenti: il punto d’incontro tra acque sotterranee e superficiali

Le sorgenti sono aree della superficie terrestre in cui l’acqua sotterranea ritorna naturalmente a giorno, costituendo il punto fisico e funzionale di collegamento tra il sistema delle falde e la rete idrografica superficiale.

La loro presenza, distribuzione e tipologia dipendono dall’assetto geologico, dalla struttura degli acquiferi (freatici, artesiani, carsici) e dalle condizioni idrauliche locali, e svolgono un ruolo cruciale nel ciclo idrologico, negli ecosistemi e nell’approvvigionamento idrico umano.

Le interazioni tra acque sotterranee e superficiali tramite sorgenti sono particolarmente complesse e sensibili nei sistemi carsici, dove la circolazione avviene in rocce carbonatiche fratturate e cavità che consentono trasferimenti rapidi e poca filtrazione naturale, rendendo queste risorse idriche molto vulnerabili all’inquinamento.

Una gestione sostenibile richiede conoscenze idrogeologiche di dettaglio, monitoraggio quantitativo e qualitativo, regolazione dei prelievi e rigorosa protezione delle aree di ricarica.

1. Definizione idrologica di sorgente

In idrologia, una sorgente è un’area più o meno estesa della crosta terrestre in cui fuoriesce naturalmente una portata apprezzabile di acqua sotterranea, che può alimentare rigagnoli, fossi, torrenti o veri corsi d’acqua.

Dal punto di vista del funzionamento degli acquiferi, la sorgente rappresenta la via di scarico della falda, cioè la fase di uscita dell’acqua dal sistema sotterraneo verso la superficie.

Una sorgente può presentarsi come punto singolo concentrato (polla) o come fronte sorgentizio diffuso lungo un tratto di versante o di fondovalle, a seconda delle caratteristiche litologiche e strutturali del serbatoio idrico e dei contatti con rocce meno permeabili.

Gli elementi chiave sono sempre: una falda alimentata da precipitazioni infiltrate, un percorso di deflusso sotterraneo e una condizione strutturale che obbliga l’acqua a riemergere.

2. Acque superficiali e acque sotterranee: quadro generale

Le acque superficiali sono i corpi idrici visibili all’esterno, come fiumi, torrenti, laghi e invasi, governati dal deflusso in alveo e dall’andamento delle precipitazioni e degli apporti da monte.

Le acque sotterranee, invece, sono contenute in rocce permeabili (acquiferi) nel sottosuolo, spesso non direttamente osservabili e ricostruibili solo tramite indagini specifiche (pozzi, prove idrauliche, traccianti, monitoraggi).

In ampie porzioni del territorio italiano, le falde freatiche e gli acquiferi in rocce carbonatiche rappresentano una parte essenziale del ciclo idrologico: l’acqua meteorica si infiltra, scorre in profondità e poi rientra nel sistema superficiale attraverso sorgenti o scambi diretti con alvei fluviali.

Le sorgenti sono dunque nodi idrologici in cui il bilancio tra ricarica, stoccaggio e scarico delle acque sotterranee si manifesta in superficie.

3. Come si forma una sorgente

3.1 Infiltrazione, falde e pressione idrostatica

Le precipitazioni che raggiungono il suolo, se il terreno è permeabile, si infiltrano nel sottosuolo riempiendo pori, fratture e cavità delle rocce fino a incontrare uno strato relativamente impermeabile che ne arresta la discesa, formando una falda acquifera (freatica o artesiana).

La superficie superiore della falda (superficie freatica o piezometrica) è in equilibrio con la pressione idrostatica dell’acqua, che dipende dalla quota e dall’alimentazione.

Quando il livello della falda viene intercettato dalla superficie topografica, ad esempio su un versante, al piede di un rilievo o in fondo valle, l’acqua sotterranea emerge spontaneamente costituendo una sorgente. La sorgente, quindi, segnala un punto in cui la superficie della falda si trova al di sopra o coincide con la topografia, e l’energia potenziale dell’acqua viene dissipata in deflusso superficiale.

3.2 Ruolo dell’assetto geologico e strutturale

L’assetto stratigrafico e tettonico condiziona fortemente posizione e tipo di sorgenti, in particolare attraverso i contatti tra rocce permeabili e impermeabili e la presenza di faglie e fratture.

Ad esempio, dove un potente pacco di rocce carbonatiche permeabili è bordato da successioni argilloso?marnose meno permeabili, l’acqua accumulata nell’idrostruttura carbonatica è costretta a uscire in corrispondenza di questi bordi, generando fronti sorgentizi spesso allineati lungo lineamenti tettonici.

Nelle aree carsiche, la circolazione avviene in reti di fratture e condotti che organizzano i deflussi sotterranei e collegano zone di ricarica in quota con grandi sorgenti di valle, talvolta con portate molto elevate e variabili.

In altri contesti, l’assetto geologico può favorire sorgenti di contatto alla base di terrazzi alluvionali o di versante, dove l’acquifero incontra orizzonti meno permeabili.

4. Tipologie principali di sorgenti

4.1 Sorgenti di contatto, sfioramento e fessura

Una classificazione classica distingue, tra le sorgenti ordinarie, tre gruppi principali: sorgenti di contatto, di sfioramento (trabocco) e di fessura.

  • Sorgenti di contatto: sgorgano al limite tra un corpo roccioso permeabile (che ospita la falda) e un livello sottostante impermeabile; l’acqua, costretta a seguire il contatto, emerge dove questo affiora in superficie, tipicamente ai piedi di versanti o rilievi collinari e montuosi.
  • Sorgenti di sfioramento o trabocco: si formano quando la superficie piezometrica di una falda supera localmente un “troppopieno” strutturale o geomorfologico, e l’acqua tracima in superficie solo quando il livello supera una certa quota; sono tipiche di acquiferi confinati o di bacini con barriere parzialmente impermeabili.
  • Sorgenti di fessura: associate a fratture, diaclasi o piccole zone di debolezza in rocce compatte; concentrano il deflusso sotterraneo lungo piani di rottura o fratture aperte, dando luogo a emergenze spesso lineari o puntuali.

Queste tipologie, pur semplificate, permettono di collegare direttamente la morfologia del paesaggio con le condizioni idrogeologiche del sottosuolo.

4.2 Sorgenti artesiane

Le sorgenti artesiane derivano da falde confinate tra due strati impermeabili, nelle quali l’acqua è in pressione.

Se un punto della superficie terrestre intercetta l’acquifero in pressione (ad esempio lungo una valle incisa o una zona di erosione), il livello piezometrico, più alto del piano campagna, provoca l’emergenza spontanea dell’acqua.

In questi casi, l’acqua può zampillare verso l’alto o mantenere un livello più elevato rispetto alla quota del punto di affioramento, senza bisogno di sollevamento artificiale, analogamente a quanto avviene in pozzi artesiani perforati.

Alcune sorgenti artesiane possono essere anche subacquee, emergendo sul fondo di laghi o in ambiente costiero.

4.3 Sorgenti carsiche

Le sorgenti carsiche sono alimentate da acquiferi in rocce carbonatiche (calcari e dolomie) soggette a dissoluzione, dove la circolazione idrica è organizzata lungo fratture, condotti e gallerie ipogee.

In questi acquiferi la ricarica avviene spesso in aree di alta quota, tramite doline, inghiottitoi e assorbimenti diffusi, mentre lo scarico è concentrato in poche grandi sorgenti di valle.

Le sorgenti carsiche si caratterizzano spesso per portate molto abbondanti e una forte variabilità stagionale: la portata può variare anche di diversi ordini di grandezza tra periodi di magra e di piena, riflettendo la combinazione di zone a circolazione lenta (matrice e fessure) e condotti a circolazione rapida.

La risposta veloce alle piogge rende queste sorgenti indicatori sensibili dei cambiamenti nel regime di ricarica.

5. Le sorgenti come interfaccia tra sistemi sotterranei e superficiali

5.1 Scarico delle falde e alimentazione dei corsi d’acqua

La maggior parte delle falde acquifere poco profonde rientra nel ciclo idrologico attivo proprio attraverso le sorgenti e gli scambi con i corsi d’acqua.

In molti bacini, le sorgenti costituiscono la principale modalità di scarico naturale degli acquiferi verso la superficie, alimentando in modo continuo o stagionale la rete idrografica.

Nei tratti sorgentizi di fiumi e torrenti, l’apporto delle sorgenti garantisce deflussi base (baseflow) durante i periodi siccitosi, mantenendo un minimo deflusso vitale e contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di qualità fissati dalla Direttiva Quadro Acque.

A livelli di bacino, conoscere la localizzazione e il comportamento delle sorgenti è quindi essenziale per redigere bilanci idrici integrati tra acque sotterranee e superficiali.

5.2 Aree di interazione falde–alveo

In prossimità di fiumi e torrenti, l’interazione tra acque superficiali e sotterranee può avvenire in entrambe le direzioni: la falda può alimentare il corso d’acqua (tratto effluente) oppure il corso d’acqua può ricaricare l’acquifero (tratto influente), a seconda dei gradienti idraulici locali.

Le sorgenti di sub?alveo rappresentano casi particolari in cui la falda scarica all’interno stesso dell’alveo, contribuendo alle portate anche in assenza di affioramenti laterali.

Le aree dove tale interazione è significativa sono particolarmente sensibili ai prelievi da pozzi, che possono abbassare la superficie piezometrica e ridurre le portate fluviali o prolungarne i periodi di magra.

Per questo motivo, la pianificazione dei prelievi deve considerare congiuntamente gli effetti su corpi idrici sotterranei e superficiali.

6. Dinamica idrologica delle sorgenti

6.1 Regimi di portata e risposta alle piogge

Le sorgenti mostrano regimi di portata che dipendono dalla geometria e dalla permeabilità dell’acquifero, dall’estensione del bacino di alimentazione e dal clima.

In acquiferi porosi granulari, la risposta alle piogge può essere relativamente smorzata e ritardata; in sistemi carsici, invece, la presenza di condotti favorisce risposte rapide con piene improvvise.

Il monitoraggio delle portate sorgentizie, tramite misure di deflusso e analisi delle curve di recessione, consente di dedurre parametri idrodinamici dell’acquifero (capacità di stoccaggio, conducibilità, tempo di svuotamento) e di individuare eventuali cambiamenti legati a eventi eccezionali, come sequenze sismiche o periodi siccitosi prolungati.

Queste analisi sono sempre più utilizzate per la gestione delle risorse idriche, specie nei sistemi montani.

6.2 Temperatura, chimismo e traccianti

Oltre alla portata, la caratterizzazione delle sorgenti include il monitoraggio di temperatura, conducibilità elettrica, salinità e composizione chimica, parametri che riflettono profondità e tempi di residenza delle acque, mescolamenti tra diverse componenti e processi di interazione acqua?roccia.

Ad esempio, variazioni termo?saline in un sistema sorgentizio carsico costiero possono segnalare intrusioni marine o cambiamenti nel bilancio acqua dolce/acqua salata.

L’uso di traccianti naturali (isotopi stabili, radioisotopi, segnali geochimici) e artificiali (coloranti, sali) permette di definire i percorsi di flusso sotterraneo, i tempi di transito e le connessioni idrauliche tra aree di ricarica, cavità e punti di emergenza.

Nei sistemi carsici, tali tecniche sono fondamentali per costruire modelli concettuali realistici dell’interazione tra acque sotterranee e superficiali.

7. Sorgenti in ambienti carsici: vulnerabilità e rischi

7.1 Caratteristiche degli acquiferi carsici

I territori carsici sono costituiti prevalentemente da rocce carbonatiche (calcari, dolomie) soggette a dissoluzione da parte dell’acqua, che porta alla formazione di grotte, cavità, doline, inghiottitoi e reticoli di condotti sotterranei.

In questi ambienti, la circolazione idrica si concentra lungo fratture e condotti di grande permeabilità, mentre la matrice rocciosa massiva gioca un ruolo secondario nello stoccaggio.

La presenza di cavità e condotti rende gli acquiferi carsici sistemi ad elevata eterogeneità e anisotropia, in cui l’acqua può percorrere distanze considerevoli in tempi brevi, con collegamenti idraulici diretti tra la superficie (zone di assorbimento) e le grandi sorgenti di valle.

Questo assetto spiega sia l’elevata produttività delle sorgenti carsiche sia la loro estrema vulnerabilità.

7.2 Elevata vulnerabilità all’inquinamento

La rapida infiltrazione attraverso doline, inghiottitoi e fratture, unita al ridotto spessore di coperture poco permeabili e al limitato potere filtrante della matrice rocciosa, fa sì che gli acquiferi carsici abbiano una capacità autodepurante molto bassa.

Gli inquinanti immessi in superficie (fertilizzanti, pesticidi, scarichi civili e industriali, sversamenti accidentali) possono raggiungere rapidamente le falde e manifestarsi alle sorgenti senza significativi processi di attenuazione.

Di conseguenza, anche rilasci relativamente limitati possono contaminare volumi d’acqua molto grandi, compromettendo la qualità di sorgenti che spesso rappresentano la principale risorsa idropotabile per intere comunità.

L’elevata vulnerabilità richiede quindi restrizioni rigorose alle attività potenzialmente inquinanti nelle aree di ricarica e lungo i percorsi di flusso verso le sorgenti.

7.3 Impatti sugli ecosistemi sotterranei e sulla biodiversità

L’inquinamento chimico nelle aree carsiche ha effetti diretti sugli ecosistemi ipogei, che ospitano specie altamente specializzate e spesso endemiche, adattate a condizioni stabili di buio, bassa temperatura e scarse risorse. Alterazioni di pochi parametri (ossigeno disciolto, nutrienti, contaminanti organici e inorganici) possono rompere equilibri ecologici delicati e causare perdita di biodiversità.

La contaminazione delle acque sotterranee e delle sorgenti si ripercuote inoltre sui corsi d’acqua superficiali alimentati da queste emergenze, estendendo gli impatti a valle e coinvolgendo reti trofiche più ampie.

In questo senso, la protezione delle sorgenti carsiche coincide con la tutela di interi ecosistemi connessi, sia sotterranei che superficiali.

8. Valore idrico, ecologico e socio?economico delle sorgenti

8.1 Risorsa idropotabile e per usi plurimi

Molte sorgenti, in particolare montane e carsiche, costituiscono la base di sistemi acquedottistici che riforniscono centri abitati, attività industriali e agricole.

La qualità generalmente elevata delle acque sorgive, in assenza di inquinamento, riduce la necessità di trattamenti complessi e ne fa risorse strategiche per la sicurezza idrica.

Oltre all’uso potabile, le sorgenti sono spesso sfruttate per usi irrigui, industriali o per la produzione idroelettrica di piccola scala, in particolare laddove le portate sono regolari e il salto di quota disponibile è significativo.

La disponibilità di dati affidabili su portate e variabilità è fondamentale per dimensionare e gestire tali utilizzi senza compromettere gli equilibri ambientali.

8.2 Funzioni ecologiche e paesaggistiche

Le sorgenti definiscono habitat peculiari, con condizioni fisico?chimiche spesso stabili (temperatura, chimismo) che ospitano comunità biologiche specifiche e contribuiscono alla diversità complessiva degli ecosistemi d’acqua dolce.

In molti casi, sorgenti e tratti sorgentizi sono rifugi climatici importanti in scenari di cambiamento climatico.

Dal punto di vista paesaggistico e culturale, le sorgenti rappresentano elementi identitari del territorio, spesso associati a usi tradizionali, luoghi di culto, toponimi e percorsi storici; il carsismo e le grotte connesse alle sorgenti sono anche risorse turistiche e didattiche di rilievo.

La valorizzazione sostenibile di questi elementi può contribuire allo sviluppo locale, a condizione di non comprometterne la funzionalità idrogeologica.

9. Monitoraggio e gestione integrata di sorgenti e interazione acque sotterranee–superficiali

9.1 Monitoraggio quantitativo e qualitativo

La gestione delle risorse idriche richiede reti di monitoraggio che includano sia corpi idrici superficiali sia sotterranei (sorgenti montane, falde freatiche, artesiane), con misure di portata, livelli piezometrici e qualità chimico?fisica e biologica.

Questi dati sono alla base della classificazione dello stato quantitativo e chimico degli acquiferi e dello stato ecologico e chimico dei corpi idrici superficiali.

In contesti carsici e complessi, il monitoraggio delle sorgenti con strumentazione continua (portata, temperatura, conducibilità) e studi specifici (traccianti, prove di portata) è indispensabile per calibrare modelli idrogeologici e per individuare tempestivamente segnali di inquinamento o di sovrasfruttamento.

Le conoscenze così acquisite devono essere integrate nelle pianificazioni di bacino e negli strumenti di protezione delle acque.

9.2 Pianificazione dei prelievi e protezione delle aree di ricarica

Le norme europee e nazionali stabiliscono che l’utilizzo delle risorse idriche superficiali e sotterranee deve garantire il mantenimento di un minimo deflusso vitale negli alvei e la conservazione degli ecosistemi connessi, evitando alterazioni significative del regime naturale.

Per i sistemi sorgentizi ciò implica limiti ai prelievi, in particolare nei periodi di magra, e valutazioni di impatto cumulativo di più captazioni.

Nei territori carsici, la definizione e la tutela delle aree di ricarica degli acquiferi è cruciale: regolamentare l’uso del suolo, limitare attività inquinanti, controllare discariche e scarichi, e istituire zone di protezione attorno alle sorgenti riduce significativamente il rischio di contaminazione.

La gestione integrata deve tenere conto della connessione rapida tra superfici di assorbimento e sorgenti, anche a grande distanza.

9.3 Educazione, partecipazione e ruolo della speleologia

La comprensione dei meccanismi che legano carsismo, acque sotterranee e sorgenti è essenziale per la consapevolezza pubblica e il coinvolgimento delle comunità nella tutela del territorio.

La speleologia, attraverso l’esplorazione e la documentazione delle grotte, contribuisce in modo determinante alla conoscenza dei sistemi carsici e alla definizione delle vie di circolazione delle acque.

Collaborazioni tra enti pubblici, gruppi speleologici, ricercatori e cittadini permettono di integrare dati scientifici e osservazioni locali, migliorando la base conoscitiva per le decisioni di gestione e valorizzando al tempo stesso il patrimonio naturale e culturale connesso alle sorgenti.

Progetti di educazione ambientale, monitoraggio partecipato e turismo sostenibile possono rafforzare questa sinergia.

10. Conclusioni e concetti chiave per lo studio delle sorgenti

Le sorgenti rappresentano il punto di incontro fisico e funzionale tra acque sotterranee e superficiali: sono lo scarico naturale delle falde e, al tempo stesso, la principale alimentazione dei tratti di testa della rete idrografica e del deflusso di base.

Comprenderne la genesi, la tipologia e la dinamica significa quindi comprendere una parte centrale del ciclo idrologico.

In ambienti carsici, le sorgenti assumono un ruolo ancora più delicato: altissima produttività idrica si accompagna a una marcata vulnerabilità all’inquinamento, alla rapida propagazione degli impatti e alla fragilità degli ecosistemi ipogei.

La tutela di queste sorgenti richiede misure preventive rigorose, monitoraggio continuo e una gestione integrata che tenga conto simultaneamente di acquiferi, corsi d’acqua superficiali e usi antropici.

Dal punto di vista applicativo, lo studio delle sorgenti con approcci idrogeologici, geochimici e biologici fornisce informazioni indispensabili per la pianificazione dei prelievi, la definizione dei deflussi ecologici, la protezione delle risorse idropotabili e la conservazione della biodiversità acquatica.

Per un percorso di studio e formazione, i concetti chiave da padroneggiare includono: struttura e funzionamento degli acquiferi, tipologie di sorgenti, dinamica portata?qualità, vulnerabilità agli inquinanti e strumenti di monitoraggio e gestione.

Di seguito le principali fonti utilizzate nello studio sulle sorgenti come punto d’incontro tra acque sotterranee e superficiali, con titolo, breve nota e link.

Fonti divulgative su sorgenti e falde

  • “Cos’è una sorgente d’acqua e come nasce” – In a Bottle
    Articolo divulgativo che spiega in modo semplice come si forma una falda freatica e in quali condizioni l’acqua sotterranea riaffiora come sorgente, con riferimenti anche alla definizione normativa di “acqua di sorgente”.inabottle
    Link: https://www.inabottle.it/it/territorio/sorgenti-acqua-definizione-tipologie
  • “Le sorgenti d’acqua, come nascono e le tipologie” – Acqua Sant’Anna
    Scheda divulgativa che descrive il ciclo dell’acqua, la formazione delle sorgenti e le principali tipologie, utile per inquadrare i meccanismi di infiltrazione e di emergenza in superficie.santanna
    Link: https://www.santanna.it/il-bicchiere-mezzo-pieno/le-sorgenti-dacqua/
  • “Le acque sotterranee: le falde e le sorgenti” – Arcangeli Pozzi
    Spiega il funzionamento delle falde freatiche e artesiane, la differenza tra falda libera e confinata, e il modo in cui l’acqua ritorna in superficie tramite pozzi e sorgenti, con un taglio introduttivo ma corretto dal punto di vista idrogeologico.arcangelipozzi
    Link: https://arcangelipozzi.it/2018/06/12/le-acque-sotterranee-le-falde-e-le-sorgenti/
  • “Acque superficiali e sotterranee – CAFC Educational”
    Scheda educativa (già richiamata nella ricerca precedente) che distingue acque superficiali e sotterranee e descrive in modo semplice i loro scambi e il ruolo delle sorgenti nel ciclo idrico.cafcspa
    Link: https://www.cafcspa.com/educational/acqua/acque-superficiali-sotterranee/acque-superficiali-sotterranee.html
  • “Le acque sotterranee” – Gruppo Mineralogico Paleontologico Euganeo (GMPE)
    Testo divulgativo che presenta i concetti di falda, permeabilità delle rocce e relazioni tra acque sotterranee e sorgenti.gmpe
    Link: https://www.gmpe.it/geomorfologia/acque-sotterranee

Fonti enciclopediche e di riferimento

  • Voce “Sorgente” – Wikipedia in italiano
    Voce enciclopedica che definisce la sorgente in senso idrologico, presenta le principali classificazioni (contatto, sfioramento, fessura, ecc.) e collega l’argomento alla circolazione delle acque sotterranee.wikipedia
    Link: https://it.wikipedia.org/wiki/Sorgente
  • Voce “Sorgente” – Enciclopedia Italiana Treccani
    Voce enciclopedica (richiamata in base alla ricerca precedente) che fornisce la definizione classica di sorgente, la distinzione in tipologie e alcuni cenni sul contesto geologico.treccani
    Link: https://www.treccani.it/enciclopedia/sorgente_(Enciclopedia-Italiana)/

Fonti tecnico?scientifiche e linee guida

  • “Groundwater-Surface Water Interaction in the Nera River Basin (Central Italy): New Insights after the 2016 Seismic Sequence” – Hydrology, MDPI
    Articolo scientifico che studia in dettaglio l’interazione tra acque sotterranee e superficiali nel bacino del Nera (area molto vicina alla tua zona), includendo il ruolo delle sorgenti e gli effetti di eventi sismici sulla circolazione idrica.mdpi
    Link: https://www.mdpi.com/2306-5338/8/3/97/pdf
  • “Combined Discharge and Thermo-Salinity Measurements for the Characterization of a Karst Spring System in Southern Italy” – Sustainability, MDPI
    Studio su un sistema sorgentizio carsico nel Sud Italia, in cui sono analizzate portate e parametri termo?salini per caratterizzare la dinamica dell’acquifero e le interazioni con l’ambiente superficiale.mdpi
    Link: https://www.mdpi.com/2076-3417/11/16/7595/pdf
  • “Multivariate Analysis Applied to Aquifer Hydrogeochemical Evaluation: A Case Study in the Coastal Significant Subterranean Water Body between ‘Cecina River and San Vincenzo’, Tuscany (Italy)” – Applied Sciences, MDPI
    Articolo che utilizza analisi idrogeochimiche per la caratterizzazione di acquiferi, utile per comprendere metodi e parametri usati nello studio delle acque di sorgente.mdpi
    Link: https://www.mdpi.com/2076-3417/11/16/7595/pdf
  • Linee guida di idrogeologia: approccio ai progetti – Ordine Geologi Toscana
    Documento tecnico che introduce i criteri di analisi idrogeologica, inclusi il ruolo delle sorgenti, il bilancio idrico e le relazioni tra acquiferi e corsi d’acqua.geologitoscana
    Link: https://www.geologitoscana.it/upldocumenti/3-idrogeo-supplemento-73.pdf
  • Capitolo “Caratteristiche idrogeologiche e risorse idriche” – Piano di bacino Basilicata
    Capitolo di piano che illustra la classificazione delle sorgenti, il funzionamento degli acquiferi e l’inquadramento idrogeologico regionale, utile come modello di analisi idrica di bacino.adb
    Link: http://www.adb.basilicata.it/adb/pstralcio/bilancioidrico/cap3.pdf
  • “Ambiente idrico e Suolo e Sottosuolo” – ISPRA
    Documento di ISPRA che descrive lo stato delle risorse idriche superficiali e sotterranee in Italia, con attenzione alle interazioni tra falde e corpi idrici superficiali.isprambiente
    Link: https://www.isprambiente.gov.it/contentfiles/00000600/617-tv-ambiente-idrico-suolo.pdf
  • “TIPO E COMPORTAMENTO DELLE SORGENTI” – Engeology
    Appunto tecnico che classifica le sorgenti (contatto, sfioramento, fessura, ecc.) e ne descrive il comportamento idrogeologico.engeology
    Link: https://www.engeology.eu/sites/default/files/news-attach/gestione_risorse_idriche_sotterranee.pdf

Fonti su carsismo, vulnerabilità e rischi ambientali

  • “Geologia e Carsismo” – Manuale online
    Scheda sul carsismo che illustra rocce carbonatiche, doline, grotte, circolazione ipogea e ruoli delle sorgenti carsiche nel deflusso delle acque.digilander.libero
    Link: http://www.digilander.libero.it/gsvcai/Manuale/m_7/m_75.htm
  • “Analisi conoscitiva – Regione Friuli Venezia Giulia” (parte idrogeologia e risorse idriche)
    Documento regionale che inquadra idrogeologia, sorgenti e vulnerabilità all’inquinamento dei sistemi acquiferi, con richiamo alla relazione tra acque sotterranee e superficiali.regione
    Link: (PDF) https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambiente-territorio/pianificazione-gestione-territorio/FOGLIA20/FOGLIA21/allegati/Analisi_conoscitiva.pdf
  • “Le acque sotterranee e sorgive” – Idrogeologia Quantitativa
    Pubblicazione storica in italiano che tratta in modo sistematico acque sotterranee e sorgive, con concetti di base ancora utili per lo studio idrogeologico.idrogeologiaquantitativa
    Link: https://www.idrogeologiaquantitativa.it/wordpress/wp-content/uploads/2009/11/Pubb_1969_Acque_sotterranee-e-sorgive.pdf
  • “L’interazione tra acque superficiali e acque sotterranee” – Appennino Settentrionale
    Scheda didattica sullo scambio falda–alveo, con esempi di tratti influenti/effluenti e ruolo delle sorgenti nelle portate di base dei corsi d’acqua.appenninosettentrionale
    Link: https://www.appenninosettentrionale.it/itc/?page_id=2284

Fonte locale sul carsismo e sulla vulnerabilità delle sorgenti

  • “Guida completa ai territori carsici e tutela ambientale – 99 cose da sapere se abiti in un territorio carsico” – La Scintilena
    Testo caricato nello spazio di lavoro che tratta fenomeni carsici (grotte, doline, sorgenti carsiche, inghiottitoi), vulnerabilità all’inquinamento delle acque sotterranee e rischi ambientali, con molte parti dedicate alla relazione tra acque sotterranee, sorgenti e qualità dell’acqua. 99 cose da sapere se abiti in un territorio carsico – Scintilena

L'articolo Sorgenti acque sotterranee: il punto d’incontro tra mondo ipogeo e rete idrografica proviene da Scintilena.

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