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Santin Cave, il monitoraggio ambientale misura l’impatto delle visite sull’arte rupestre

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Uno studio pubblicato su Geosciences analizza temperatura, anidride carbonica e particolato nella grotta cantabrica. I dati indicano che la gestione degli accessi deve considerare la ventilazione stagionale e i tempi di recupero del microclima.

Conservazione preventiva nelle grotte con arte rupestre

La gestione delle grotte con pitture preistoriche richiede dati ambientali ad alta risoluzione. Un recente studio dedicato alla Santin Cave, in Cantabria, Spagna settentrionale, ha valutato la risposta del sistema sotterraneo a visite sperimentali controllate. Il lavoro, pubblicato nel 2026 sulla rivista Geosciences, propone un metodo basato su un anno di osservazioni in condizioni indisturbate e su successive prove di accesso regolato.

L’obiettivo è distinguere le normali oscillazioni naturali dagli effetti prodotti dalla presenza umana. In una grotta decorata, anche variazioni limitate possono modificare l’equilibrio dell’aria e delle superfici. La respirazione dei visitatori introduce calore, vapore acqueo e anidride carbonica. Il movimento può inoltre rimettere in sospensione particelle e favorire il trasporto di microrganismi.

Santin Cave e i settori con pitture paleolitiche

La Santin Cave si trova presso Velo, nel comune di Piélagos. La cavità si sviluppa in calcari e calcareniti cretacici. La planimetria conosciuta raggiunge circa 205 metri. Le gallerie sono disposte prevalentemente lungo una direttrice nord-ovest sud-est e si sviluppano quasi su un unico livello.

Le pitture sono organizzate in due complessi. Il Conjunto I si trova a circa 75 metri dall’ingresso, in una sala più ampia della galleria principale. Il Conjunto II è collocato a circa 120 metri dall’ingresso e comprende diversi pannelli con simboli rossi attribuiti al Paleolitico. Il pannello principale misura circa 5 metri per 1,5 e presenta due fregi verticali.

L’accesso alla grotta è attualmente limitato da un cancello metallico. Le autorità locali e regionali hanno valutato la possibilità di inserire il sito in un’offerta di turismo culturale sotterraneo. Prima di qualsiasi apertura, lo studio sottolinea la necessità di definire una base ambientale affidabile.

Monitoraggio ambientale ad alta risoluzione

La prima fase della ricerca ha seguito la grotta per un intero ciclo annuale, dal novembre 2021 al novembre 2022. Sono stati registrati temperatura dell’aria, umidità relativa, concentrazione di CO2 e radon. Altri sensori hanno misurato le condizioni termiche in diversi punti delle gallerie.

La temperatura media interna è risultata di 13,45 °C. L’umidità relativa è rimasta prossima alla saturazione. I settori vicini all’ingresso hanno mostrato una maggiore influenza delle condizioni esterne. Le gallerie profonde, dove si trovano le pitture, sono apparse molto più stabili. Le oscillazioni termiche annuali nei punti associati ai complessi decorati sono state comprese tra 0,04 e 0,07 °C.

Il comportamento dei gas ha evidenziato due fasi stagionali. Da novembre ad aprile la ventilazione è più attiva e la CO2 nelle zone interne si mantiene generalmente tra 800 e 850 ppm. Dalla tarda primavera l’aria esterna più calda riduce gli scambi. La concentrazione media mensile di CO2 è arrivata a 1.249 ppm in giugno e a 1.405 ppm in luglio. Nello stesso periodo è aumentato anche il radon.

Visite sperimentali e risposta del microclima

La seconda fase si è svolta dal 26 al 28 giugno 2023, durante il periodo di ventilazione ridotta. Sono stati simulati diversi scenari di visita. Il primo giorno sono entrati tre gruppi di cinque persone. Il secondo giorno si sono alternati gruppi di cinque e sei visitatori. Il terzo giorno sono entrati consecutivamente gruppi composti da sette, sette, otto e sei persone.

I ricercatori hanno misurato l’aumento prodotto da ogni gruppo, il segnale residuo prima dell’ingresso successivo, il recupero parziale tra le visite e il tempo necessario per il ritorno alle condizioni precedenti.

Nel settore più vicino all’ingresso, il passaggio ha prodotto anomalie termiche contenute, tra 0,01 e 0,02 °C. Nei pressi delle pitture la risposta è stata più evidente. L’aumento medio ha raggiunto 0,11 °C nel Conjunto I e 0,28 °C nel Conjunto II. Il valore massimo registrato è stato di 0,37 °C. Il settore più interno ha mostrato anche tempi di recupero più lunghi.

CO2 e particolato come indicatori di gestione

L’anidride carbonica ha evidenziato il comportamento cumulativo più chiaro. Nel Conjunto I gli incrementi giornalieri associati alle visite hanno raggiunto 268 ppm il 27 giugno e 368 ppm il 28 giugno. Nel Conjunto II sono stati misurati aumenti di 327 e 376 ppm.

Il recupero notturno è rimasto incompleto. Nel Conjunto I sono rimasti segnali residui di 127 e 212 ppm. Nel Conjunto II i valori residui sono stati di 120 e 94 ppm. Secondo gli autori, la CO2 può quindi rappresentare il principale indicatore operativo per modulare gli accessi nel breve periodo.

Anche il particolato sospeso è aumentato con l’intensità delle visite. Con gruppi distanziati di cinque persone, le concentrazioni sono rimaste inferiori a 300 particelle per litro. Due gruppi consecutivi di sei persone hanno portato il valore a 561 particelle per litro. La sequenza più intensa ha raggiunto 686 particelle per litro, con un tempo di recupero di 13,6 ore.

Gli autori precisano che per il particolato non era disponibile una serie storica completa in assenza di visite nel punto più sensibile. I dati devono quindi essere interpretati soprattutto come variazioni relative associate alla presenza dei visitatori.

Accesso pubblico e tutela del patrimonio

Lo studio sulla Santin Cave non propone soglie definitive valide per ogni grotta. I valori dipendono dalla stagione, dalla morfologia, dalla ventilazione, dalla posizione delle pitture e dalla sensibilità delle superfici. Le soglie individuate devono quindi essere considerate preliminari e specifiche per il sito.

La ricerca indica una procedura applicabile anche ad altri contesti. Prima occorre documentare il ciclo annuale senza visite. Poi si possono svolgere prove controllate con gruppi di dimensione diversa. Il monitoraggio deve proseguire durante e dopo ogni ingresso.

La conservazione preventiva delle grotte decorate passa così da una semplice limitazione numerica degli accessi a una gestione basata sulla risposta reale dell’ambiente. La Santin Cave mostra che i settori più stabili sono anche quelli più vulnerabili alle perturbazioni. Per questo, la fruizione pubblica richiede tempi di recupero, controllo della CO2 e una verifica continua delle condizioni sotterranee.

Fonti

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Grotta di Bianfu: scoperto il primo osso dell’avambraccio di un Denisoviano in Cina

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La Grotta di Bianfu nello Yunnan diventa il secondo sito più ricco di fossili di Denisoviano al mondo, dopo la Grotta di Denisova in Siberia, grazie al ritrovamento di un radio e altri resti umani del tardo Pleistocene medio.


Una scoperta che cambia la mappa dei Denisoviani

Una scoperta eccezionale arriva dalla Cina sud?occidentale: nella Grotta di Bianfu, nello Yunnan, i ricercatori hanno identificato il primo radio di Denisoviano mai trovato, insieme ad altri resti umani risalenti al tardo Pleistocene medio.

I Denisoviani sono un gruppo di ominidi arcaici noti quasi solo grazie al DNA. I fossili sono rarissimi, soprattutto quelli postcraniali. Per questo la scoperta di cinque resti denisoviani — tra cui due ossa parietali, un radio e due denti — è considerata un passo fondamentale per capire come vivevano e come erano fatti questi antichi parenti dell’uomo moderno.


Il metodo innovativo del team di Fu Qiaomei

Il team guidato da Fu Qiaomei (IVPP, Accademia Cinese delle Scienze) ha utilizzato una strategia innovativa per identificare i resti:

  • Pre?screening morfologico per selezionare i frammenti più promettenti tra oltre 60.000 frammenti ossei.
  • ZooMS, una tecnica proteomica che identifica le specie tramite peptidi del collagene.
  • Analisi paleoproteomiche complete su osso, dentina e smalto.

Tutti e cinque i campioni mostrano varianti proteiche specifiche dei Denisoviani, confermate anche da alberi filogenetici coerenti con i dati genomici. L’estrazione di DNA antico non è stata possibile, ma le proteine hanno permesso l’identificazione con sicurezza.


Il radio di Bianfu: un fenotipo a mosaico

Il frammento di radio (BFD771) è particolarmente importante: ha caratteristiche simili ai Neanderthal nella parte prossimale, ma la forma generale ricorda gli esseri umani moderni.

Un vero fenotipo a mosaico, che suggerisce adattamenti biomeccanici e comportamentali unici. Secondo i ricercatori, questa conformazione “probabilmente forniva vantaggi funzionali per una manipolazione leggera e precisa”.


La Grotta di Bianfu: cronologia e contesto ambientale

La Grotta di Bianfu, datata tra 167.000 e 134.000 anni fa, diventa così il secondo sito più ricco di fossili denisoviani al mondo, dopo la celebre Grotta di Denisova in Siberia.

Durante lo stadio glaciale MIS 6, il clima relativamente mite dello Yunnan potrebbe aver favorito la sopravvivenza a lungo termine di queste popolazioni. Gli scavi hanno restituito anche più di 1.300 utensili litici e ossa animali con tracce di taglio, che raccontano le strategie di sussistenza dei Denisoviani nella regione.


Il sito di Denisova: la culla della scoperta

La Grotta di Denisova, situata nei Monti Altai in Siberia meridionale, è il luogo dove nel 2008 fu scoperto il primo resto attribuibile a questo gruppo di ominidi: un osso del dito di una mano.

Da allora, la Grotta di Denisova è rimasta l’unico sito con evidenze genetiche e fossili certe di Denisoviani, insieme a Neanderthal e umani moderni. Il nuovo ritrovamento nella Grotta di Bianfu amplia notevolmente la distribuzione geografica conosciuta di questi antichi umani.


Implicazioni per l’evoluzione umana

Questa scoperta colma una lacuna geografica cruciale e apre nuove prospettive sulla distribuzione, l’anatomia e l’evoluzione dei Denisoviani.

La Grotta di Bianfu conferma che i Denisoviani non erano confinati solo alla Siberia e all’altopiano tibetano, ma occupavano anche regioni più meridionali dell’Asia orientale.


Fonti

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Saqqara, scavata la mastaba di Yunmin e Iti: due cappelle della V dinastia tornano alla luce

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La mastaba di Saqqara, nota dall’Ottocento, è stata indagata da una missione egiziano-spagnola. Rilievi, iscrizioni e colori conservati aprono nuove prospettive sulla necropoli di Mariette e sulla vita amministrativa dell’Antico Regno.

Mastaba di Saqqara: lo scavo nella necropoli di Mariette

Una mastaba di Saqqara conosciuta in superficie da oltre un secolo e mezzo è stata oggetto di uno scavo archeologico sistematico. La scoperta riguarda la tomba doppia di Yunmin e di suo padre Iti, nella necropoli di Mariette, nel settore settentrionale del vasto complesso funerario di Saqqara, a ovest del Cairo.

La ricerca è stata svolta dalla missione egiziano-spagnola nata dalla collaborazione fra l’Universitat Autònoma de Barcelona e il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano. Il cantiere è attivo dal 2023. La prima campagna sul terreno è iniziata nel 2024, mentre gli ultimi lavori si sono svolti tra aprile e giugno 2026.

La mastaba di Saqqara risale alla fine della V dinastia, nel periodo del faraone Djedkare Isesi. Le cronologie riportate nelle comunicazioni istituzionali collocano questa fase dell’Antico Regno fra il 2494 e il 2345 a.C. Il monumento era stato riconosciuto nell’area esplorata da Auguste Mariette nel XIX secolo, ma non era mai stato scavato e documentato in modo approfondito.

Il caso mostra il valore delle indagini condotte anche in paesaggi archeologici studiati da lungo tempo. La lettura della topografia, delle strutture emergenti e dei rapporti fra edifici ha portato infatti a definire meglio non solo la tomba, ma anche il contesto urbano della necropoli.

Yunmin e Iti: funzionari dell’Antico Regno

La mastaba di Saqqara ha una piattaforma di medie dimensioni e due cappelle funerarie aperte sul lato orientale. La cappella settentrionale era destinata a Yunmin, mentre quella meridionale apparteneva a Iti.

Yunmin ricopriva incarichi di rilievo nell’amministrazione egizia. Le fonti lo identificano come giudice, direttore della corte e capo degli scribi incaricati di esaminare petizioni e reclami. La sua figura offre quindi un riferimento diretto alla gestione delle controversie e delle richieste rivolte all’apparato statale.

Iti, padre di Yunmin, era invece uno scriba collegato alla gestione delle terre agricole e delle offerte. La tomba congiunta permette di osservare, nello stesso monumento, due livelli dell’amministrazione e un possibile percorso di ascesa sociale dalla sfera territoriale a quella centrale.

La cappella di Yunmin conserva una facciata scolpita con testi funerari, una formula d’offerta e l’immagine del proprietario in posa formale. Questi elementi associavano il defunto alle pratiche cultuali necessarie alla sua commemorazione.

Rilievi e colori della mastaba di Saqqara

Le pareti della cappella di Yunmin sono decorate con rilievi di buona qualità. Le scene raffigurano attività agricole e processioni di portatori di offerte dirette alla tomba. Sono presenti anche animali, fra cui asini.

Un dato rilevante riguarda la conservazione della policromia. Diverse decorazioni hanno mantenuto i colori originali dopo più di quattro millenni. Nella cappella di Iti sono state individuate una falsa porta e pitture con scene di offerte; in questo ambiente una parte più ampia dei pigmenti risulta sbiadita.

La falsa porta era un elemento centrale dell’architettura funeraria egizia. Rappresentava il punto di passaggio simbolico attraverso il quale il defunto poteva ricevere offerte e partecipare al culto. Testi, immagini e architettura formavano quindi un unico dispositivo rituale.

La mastaba di Saqqara aggiunge dati sulle tecniche decorative, sui modelli architettonici e sulle forme di autorappresentazione delle élite della tarda V dinastia. Le immagini agricole non sono semplici scene di vita quotidiana. Nel contesto funerario evocano anche la continuità delle risorse e delle offerte destinate al proprietario della tomba.

Saqqara come paesaggio funerario e urbano

Il lavoro della missione non si concentra soltanto sui due ambienti funerari. Gli archeologi stanno analizzando l’organizzazione dello spazio circostante, il rapporto tra edifici e percorsi, le dinamiche del paesaggio e l’uso delle aree della necropoli.

In questa prospettiva, Saqqara non appare come una somma di tombe isolate. Era uno spazio frequentato per la costruzione dei monumenti, per il deposito delle offerte e per lo svolgimento dei culti funerari. Lo studio delle strade, delle aree aperte e delle relazioni tra mastabe può chiarire come questo settore sia stato progettato e utilizzato nel tempo.

Le ricognizioni cartografiche e la ricostruzione dell’assetto della necropoli hanno già indicato una mastaba non nota in precedenza e tracce di altre due strutture vicine. Le future campagne potranno verificare natura, cronologia e connessioni di questi edifici.

La documentazione completa delle cappelle di Yunmin e Iti e gli interventi di conservazione annunciati saranno essenziali per proteggere le superfici decorate. Il rinvenimento conferma che la ricerca a Saqqara può ancora offrire informazioni significative, anche nei settori registrati dalla tradizione archeologica ottocentesca.

Fonti

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Karahantepe, un uomo sul dorso di un leopardo 11.000 anni fa: cosa sappiamo davvero della nuova scoperta

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Una importante scultura neolitica è stata scoperta nel sito di Karahantepe, nella Turchia sudorientale. Raffigura un essere umano seduto sul dorso di un leopardo ed è stata trovata ancora nella sua posizione originaria all’interno di una piccola struttura. Il ritrovamento è autentico e recentissimo, ma sul suo significato l’archeologia, per ora, lascia aperte molte più domande che risposte.

Una figura umana siede sul dorso di un leopardo. La scena è stata scolpita nella pietra circa 11.000 anni fa e proviene da Karahantepe, uno dei grandi siti neolitici dell’Anatolia sudorientale, nella provincia turca di ?anl?urfa.

La scoperta è stata annunciata il 25 agosto 2026 dal ministro turco della Cultura e del Turismo Mehmet Nuri Ersoy e proviene dalla campagna di scavo attualmente in corso nel sito.

La scultura misura circa 70 centimetri di altezza e riunisce nello stesso manufatto una figura umana e un grande felino. Ma uno degli aspetti archeologicamente più interessanti non è soltanto ciò che rappresenta: è dove è stata trovata.

Una scultura ancora al suo posto

Secondo il comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo, l’opera è stata rinvenuta nel luogo in cui era stata lasciata circa 11.000 anni fa.

Si trovava su una panca in pietra che corre lungo la parete di una piccola struttura di circa tre metri di diametro, il cui pavimento era rivestito di pietre piatte.

È un’informazione fondamentale.

Un oggetto archeologico rinvenuto nel proprio contesto può raccontare molto più di un manufatto isolato. La posizione rispetto alle pareti, agli accessi, agli altri reperti e all’organizzazione dello spazio può contribuire a ricostruirne l’uso e, almeno in parte, il significato.

Nel caso della nuova scultura di Karahantepe, però, queste informazioni dettagliate non sono ancora disponibili.

Il Ministero la definisce una «scultura composita» realizzata secondo uno stile del quale nel sito non erano stati precedentemente trovati esempi.

Al momento dell’annuncio non risulta ancora pubblicato un rapporto scientifico completo sul ritrovamento che permetta di conoscere nel dettaglio la stratigrafia, la cronologia e la funzione della struttura e dell’oggetto.

Cosa significa quell’uomo sul leopardo?

È la domanda inevitabile, ed è anche quella alla quale, per ora, non possiamo rispondere.

L’immagine è potentissima: un essere umano sopra uno dei più grandi predatori dell’ambiente neolitico anatolico.

È facile vedere nella scena un’immagine di dominio dell’uomo sull’animale, oppure immaginare un significato rituale, religioso o mitologico. Potremmo pensare a un individuo particolare, a una figura sovrannaturale, a un racconto condiviso dalla comunità o a una rappresentazione simbolica del rapporto fra esseri umani e mondo selvatico.

Sono tutte possibilità, ma nessuna, allo stato attuale, è una spiegazione dimostrata.

Qui che la scoperta diventa particolarmente interessante.

Nel comunicato del 25 agosto il Ministero turco non attribuisce infatti alla scena uno di questi significati. Non parla di dominio sulla natura, né identifica la figura come divinità, sciamano o personaggio mitologico.

Il ministro Ersoy afferma invece che il ritrovamento apre «nuove domande» sulle fasi più antiche della storia umana.

Una formulazione prudente, almeno fino a quando il contesto archeologico non sarà pubblicato in modo più completo.

L’uomo e il leopardo: una relazione che ritorna

Il nuovo reperto non compare però in un vuoto iconografico.

A Karahantepe il rapporto fra figure umane e grandi felini è già documentato e proprio il confronto con le immagini precedenti rende questa scoperta particolarmente intrigante.

In altre rappresentazioni rinvenute nel sito il rapporto appare infatti rovesciato: è il felino a trovarsi sul dorso della figura umana.

Nella scultura scoperta nel 2026 accade il contrario.

È l’uomo a stare sul leopardo.

Non sappiamo se questa inversione possedesse un significato preciso per chi realizzò le immagini. Il confronto, tuttavia, pone una domanda affascinante: siamo davanti a episodi differenti di uno stesso racconto, a immagini rituali, a rappresentazioni di identità oppure a qualcosa che apparteneva a un sistema simbolico che oggi non siamo più in grado di decifrare?

Per il momento possiamo soltanto osservare la ricorrenza, ed evitare di trasformarla prematuramente in una bella narrazione.

Karahantepe e il mondo di Tas Tepeler

Karahantepe si trova nella regione di ?anl?urfa ed è uno dei siti compresi nel progetto archeologico Tas Tepeler, le “Colline di Pietra”, insieme a Göbekli Tepe e ad altri insediamenti preistorici dell’Anatolia sudorientale.

Gli scavi a Karahantepe sono iniziati nel 2019 e hanno restituito strutture monumentali, pilastri scolpiti, figure umane e numerose rappresentazioni animali.

Il sito appartiene a una fase cruciale della preistoria del Vicino Oriente, quando gruppi di cacciatori-raccoglitori stavano sperimentando nuove forme di aggregazione, costruzione monumentale e organizzazione sociale nel lungo processo che avrebbe accompagnato la nascita delle società neolitiche.

Le immagini hanno un ruolo sorprendentemente importante in questo mondo.

Felini, serpenti, uccelli rapaci, bovidi e figure umane compaiono ripetutamente nell’arte monumentale e negli oggetti della regione. Non sembrano semplici rappresentazioni naturalistiche: animali ed esseri umani vengono messi in relazione attraverso posture, associazioni e composizioni intenzionali.

Capire che cosa quelle immagini significassero è molto più difficile.

Non disponiamo di testi che possano spiegarle e interpretarle attraverso mitologie o religioni conosciute migliaia di anni più tardi rischia di proiettare sul Neolitico categorie che appartengono ad altre società.

Quegli “11.000 anni” richiedono ancora prudenza

Anche la cronologia merita una precisazione: il comunicato ufficiale parla di una scultura risalente a circa 11.000 anni fa. È quindi corretto utilizzare questa indicazione come datazione generale del reperto.

Non è ancora disponibile, nell’annuncio pubblico, una datazione scientifica dettagliata associata alla scultura, con l’indicazione della fase stratigrafica o di eventuali analisi radiocarboniche del contesto.

“11.000 anni” deve quindi essere letto, per il momento, come l’inquadramento cronologico comunicato dalle autorità archeologiche turche, non come una data assoluta del manufatto determinata con precisione all’anno.

È una distinzione lieve solo in apparenza.

Una scoperta che vale soprattutto per le domande che apre

La nuova scultura di Karahantepe è un ritrovamento eccezionale senza bisogno di attribuirle immediatamente un significato misterioso.

Sappiamo che una comunità vissuta nell’Anatolia sudorientale circa undici millenni fa scolpì una figura umana seduta sul dorso di un leopardo.

Sappiamo che quell’immagine non era un oggetto abbandonato casualmente: fu ritrovata su una panca, all’interno di una struttura organizzata e pavimentata.

Sappiamo inoltre che uomini e grandi felini erano già stati messi in relazione nelle immagini di Karahantepe.

Non sappiamo ancora perché:la motivazione è però un dato importante.

In archeologia una scoperta non diventa significativa solo quando più rapidamente riusciamo a darle un significato. A volte accade esattamente il contrario: è la capacità di conservare una domanda aperta, finché nuovi dati non permettono di restringere le possibilità, a rendere davvero prezioso un ritrovamento.

L’uomo sul leopardo di Karahantepe, almeno per ora, appartiene a questa categoria.

Fonte principale: Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia, comunicato del 25 agosto 2026; Anadolu Agency, 25 agosto 2026; Archaeology Magazine, 27 agosto 2026. La scoperta è stata annunciata nell’ambito degli scavi 2026 del progetto “Gelece?e Miras” (Patrimonio per il Futuro)

Il racconto della scoperta in Italia

La notizia è stata ripresa in Italia il 28 agosto da Il Giornale dell’Arte, che riferisce correttamente gli elementi principali del ritrovamento: la provenienza da Karahantepe, la datazione indicativa a circa 11.000 anni fa e la presenza di una figura umana sul dorso di un leopardo.

L’articolo introduce tuttavia anche interpretazioni che richiedono maggiore cautela rispetto ai dati finora resi pubblici. La posizione dell’uomo viene letta come possibile espressione di «dominio e controllo sulla natura» e la rappresentazione viene collegata a concetti di potere, virilità e autorità.

Sono ipotesi suggestive, ma non sono conclusioni archeologiche dimostrate dal ritrovamento.

Nel comunicato ufficiale del Ministero turco della Cultura e del Turismo del 25 agosto, queste interpretazioni non compaiono. La fonte primaria descrive la posizione delle due figure e il contesto della scoperta, sottolineandone l’eccezionalità, ma non attribuisce alla scena un significato preciso.

La distinzione è importante: dire che una figura umana è rappresentata sul dorso di un leopardo descrive ciò che possiamo osservare; affermare che quella figura domini il leopardo significa già interpretare l’immagine.

In attesa della pubblicazione scientifica completa del contesto, è quindi preferibile mantenere separate le due cose.

Fonte italiana: Il Giornale dell’Arte, «Una rara e particolare scultura di un leopardo risalente al Neolitico è stata scoperta in Turchia», 28 agosto 2026

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Cronache Ipogee di agosto: dal Canin alle grotte slovene, 38 pagine di speleologia

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Esplorazioni, memoria storica, speleosubacquea, grotte di ghiaccio e appuntamenti autunnali nel numero 8/2026 di Cronache Ipogee, periodico di informazione speleologica del Friuli Venezia Giulia.

È disponibile il numero di agosto 2026 di Cronache Ipogee, che in 38 pagine raccoglie attività, racconti, ricerche e iniziative della speleologia friulana, giuliana e delle vicine aree carsiche slovene. Il fascicolo propone un panorama molto ampio, dalla memoria storica alle esplorazioni sul Canin, fino agli appuntamenti legati alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo.

Il numero si apre con il ricordo di Sergio Derossi, speleologo del Club Alpinistico Triestino, protagonista di numerose esplorazioni sul Carso e sul Canin, oltre che alpinista, fotografo e illustratore.

Tra le pagine dedicate al territorio trova spazio anche la presentazione del volume “Contovello, il territorio, la storia e le sue grotte”, settimo contributo della serie dedicata alle cavità naturali del Comune di Trieste. Il lavoro descrive 47 grotte, oltre ad altre sette non catastate, inserendole nel più ampio contesto storico e geografico del borgo di Contovello.

Dal Carso si passa quindi all’alta montagna, con un racconto dal campo speleologico sul Canin, dove proseguono le esplorazioni di cavità dai nomi come “Trapa e Cola”, “Ernia” e “G1”. La zona viene descritta anche attraverso il paesaggio modellato dall’acqua e dagli antichi ghiacciai, fino alla Grotta del Ghiaccio del Leupa.

La speleologia oltreconfine è protagonista del diario dedicato al Matarsko Podolje, in Slovenia, con Jama v Zjati, Albinova Ledenica e Kramerjeva Pe?ina. L’Albinova Ledenica assume durante i periodi freddi un aspetto particolarmente suggestivo, con colate, stalattiti, stalagmiti e veli di ghiaccio che rivestono diversi settori della cavità.

Ampio spazio è riservato al Fontanon di Goriuda, dove il Club Alpinistico Triestino celebra venticinque anni di esplorazioni speleosubacquee. La grande risorgenza della Val Raccolana continua ancora oggi a porre importanti interrogativi esplorativi e conserva diverse prosecuzioni da verificare. Una troupe Rai ha inoltre seguito gli speleologi all’interno della cavità per un servizio previsto in autunno su Linea Bianca.

Completano il fascicolo la discesa nella Forra del Vinadia, le attività del Gruppo Grotte del CAT, racconti di storia speleologica e diversi appuntamenti per i mesi successivi. Tra questi, “Grotte Aperte”, in programma il 12 e 13 settembre nelle cinque grotte turistiche del Friuli Venezia Giulia, e la sedicesima edizione di Speleorando, dedicata quest’anno alle grotte e alla fauna cavernicola.

Le ultime pagine sono infine dedicate alla prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo, proclamata nell’ambito UNESCO grazie all’azione dell’Unione Internazionale di Speleologia, che nel 2026 accompagnerà anche la ripresa delle Giornate Nazionali della Speleologia. Un’occasione per riportare al centro il valore scientifico, ambientale e culturale del mondo sotterraneo e dei paesaggi carsici.

Fonte: Cronache Ipogee, n. 8, agosto 2026 – pagine di informazione speleologica per il Friuli Venezia Giulia.
Link: Cronache Ipogee

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Sotto l’Adriatico un territorio perduto: ricostruito il paesaggio delle comunità preistoriche

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Uno studio dell’Università di Southampton e e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ricostruisce pianure, lagune e antiche coste dell’Alto Adriatico tra 9000 e 4000 a.C. Una parte della preistoria europea oggi si trova sotto il mare

Sotto l’Alto Adriatico ci sono, certo, i fondali marini: ma c’è anche un paesaggio perduto.

Pianure, zone umide, lagune, delta e antiche linee di costa che migliaia di anni fa facevano parte del territorio frequentato dalle comunità preistoriche sono oggi nascoste sotto il mare.

Un nuovo studio dell’Università di Southampton e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS ha ricostruito l’evoluzione di questo paesaggio tra il 9000 e il 4000 a.C., durante il Mesolitico e il Neolitico.

Il protagonista della ricerca è proprio il territorio scomparso sotto il mare.

Geofisica per ricostruire un paesaggio invisibile

Lo studio, pubblicato su Quaternary Science Reviews, è firmato da Samuele Ongaro, Federica Donda, Emanuele Lodolo, Enrico Gordini, Rachel Bynoe e Fraser Sturt e si intitola Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications.

I ricercatori hanno combinato dati provenienti dalle carote di sedimento con nuovi dati geofisici ad alta risoluzione acquisiti dall’OGS, identificando gli antichi ambienti deposizionali e realizzando modelli dell’avanzamento del mare.

Ne emerge una geografia molto diversa da quella attuale: diverse generazioni di barriere costiere e zone retrostanti, lagune, paludi e delta. Questi ambienti si sviluppavano durante le fasi di rallentamento dell’innalzamento del mare e potevano essere successivamente sommersi durante nuove fasi di ingressione marina.

Non era quindi soltanto una costa che arretrava. Era un intero paesaggio che cambiava.

Terre frequentate dalle comunità preistoriche

La ricostruzione ha importanti implicazioni archeologiche. Le zone umide costiere dell’Alto Adriatico erano ambienti ricchi di risorse e potevano risultare particolarmente attrattive per i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico.

Con l’innalzamento del mare cambiavano però la posizione delle coste, le risorse disponibili e gli stessi territori abitabili. Il processo continuò anche nel Neolitico, mentre lungo l’Adriatico si diffondevano le comunità agricole.

La ricerca consente quindi di aggiungere all’archeologia terrestre una parte fondamentale della geografia preistorica oggi invisibile.

«Una porzione significativa dei territori frequentati dalle popolazioni antiche si trova oggi sott’acqua», osserva Federica Donda, geologa marina dell’OGS e coautrice dello studio. Per questo, sottolineano i ricercatori, i fondali devono essere considerati parte integrante del patrimonio archeologico.

Uno sguardo interessante anche dal Carso

La ricerca assume un interesse particolare anche per chi studia la preistoria dell’area carsica e nord-adriatica.

Le grotte e i ripari del Carso conservano testimonianze delle popolazioni preistoriche, ma il territorio nel quale quelle comunità si muovevano era molto diverso da quello che osserviamo oggi. Una parte delle pianure e delle antiche coste è stata progressivamente sommersa dall’Adriatico.

La nuova ricerca non stabilisce un collegamento diretto tra specifiche cavità carsiche e siti sommersi. Offre però uno strumento per ricostruire il paesaggio esterno nel quale vivevano e si spostavano le popolazioni preistoriche, restituendo alla ricerca territori che la geografia moderna ha cancellato dalla vista.

C’è infine una curiosa vicinanza geografica con il mondo speleologico: l’OGS, che ha acquisito i nuovi dati geofisici utilizzati nello studio, ha la propria sede a Borgo Grotta Gigante 42/C, a Sgonico, sul Carso triestino.

Dal Carso, dunque, la geofisica guarda sotto l’Adriatico per ricostruire un territorio che non possiamo più percorrere.

Oggi quel paesaggio è sotto il mare. Ma non è scomparso dalla storia.

Fonti

Ongaro S., Donda F., Lodolo E., Gordini E., Bynoe R., Sturt F., Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic: Inundation models, depositional environments, and potential archaeological implications, Quaternary Science Reviews, 2026.

Studio scientifico — Palaeolandscape reconstructions for the Northern Adriatic, Ongaro et al., Quaternary Science Reviews 391 (2026), 110206, DOI 10.1016/j.quascirev.2026.11020

https://eurekamag.com/research/109/299/109299924.php

Abstract MESO2025 di Samuele Ongaro

https://sfera.unife.it/bitstream/11392/2616850/1/2025_MESO25_abstract.pdf

Foto: Laguna di Grado. Il paesaggio lagunare attuale evoca gli ambienti di acque basse, zone umide e terre emerse ricostruiti dagli studiosi nell’Alto Adriatico preistorico. Foto: Gugganij / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0.

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Preistoria del Beigua, a Varazze Fabio Negrino racconta le antiche frequentazioni di Alpicella: dal Riparo di Alpicella alla Strada Megalitica

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Sabato 5 settembre 2026 al Festival Sinestesie un incontro dedicato alla preistoria del territorio del Beigua e al Museo dell’Alpicella. Nell’entroterra di Varazze il Riparo di Rocca Due Teste conserva le tracce di frequentazioni dal Neolitico all’età dei metalli, in un particolare ambiente di roccia non calcarea.

VARAZZE (SV) – Un viaggio nella preistoria del Beigua, tra archeologia, ambiente e testimonianze delle comunità che migliaia di anni fa frequentavano l’entroterra ligure. È il tema dell’incontro con Fabio Negrino, docente di Archeologia preistorica e Paleontologia all’Università di Genova e speleologo, in programma sabato 5 settembre alle 21 al Giardino delle Boschine di Varazze, nell’ambito del Festival Sinestesie.

L’appuntamento, intitolato “La preistoria del Beigua e il Museo dell’Alpicella”, offre l’occasione per riscoprire un sito particolarmente interessante anche per chi si occupa del rapporto tra uomo e ambienti naturali: il Riparo sotto Roccia di Fenestrelle, o Rocca Due Teste, nei pressi della frazione di Alpicella.

Un riparo preistorico tra le rocce del Beigua

Scoperto casualmente nel 1977 da Mario Fenoglio, il riparo fu interessato da campagne archeologiche a partire dal 1979. Si apre alla base di una parete caratterizzata da una marcata scistosità ed è costituito da una stretta piattaforma naturale lunga circa 22 metri e larga non più di quattro.

Particolarmente curioso dal punto di vista geomorfologico è un profondo inghiottitoio, associato a un affioramento roccioso, che interrompe la piattaforma all’incirca a metà e divide il riparo in due settori.

Non si tratta, tuttavia, di una grotta carsica. Il Parco del Beigua definisce infatti Rocca Due Teste come una delle rare testimonianze liguri di insediamento preistorico in ambiente di roccia non calcarea: una precisazione importante in ambito speleologico, perché permette di inserire il sito nel più ampio tema dell’utilizzo umano di ripari e cavità naturali senza attribuirgli impropriamente un’origine carsica.

Dal Neolitico all’Età del Bronzo

Gli scavi hanno restituito una stratigrafia articolata. Nel settore occidentale sono particolarmente importanti i materiali riferibili al Neolitico Medio, con ceramiche della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata. La quantità dei reperti suggerisce che la frequentazione non fosse semplicemente occasionale.

Il riparo conobbe successivamente altre fasi di utilizzo. Tra i reperti figurano ceramiche e manufatti riferibili all’Età del Bronzo, compreso uno spillone in bronzo; la documentazione archeologica indica una presenza particolarmente significativa anche durante il Bronzo Finale.

Un dato di notevole interesse è inoltre la scoperta di una sepoltura incompleta di un fanciullo. Il Comune di Varazze la segnala come un caso finora unico di questo tipo al di fuori delle aree del Finalese e dell’Albenganese-Val Pennavaira.

Il sito racconta quindi un rapporto con il riparo naturale protratto per millenni e modificatosi nel tempo, dall’insediamento neolitico alle frequentazioni successive.

I reperti nel rinnovato Museo dell’Alpicella

Una parte importante dei materiali rinvenuti negli scavi è oggi conservata nell’Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio” di Alpicella, intitolata proprio allo studioso e conoscitore del territorio che individuò Rocca Due Teste nel 1977.

L’esposizione raccoglie reperti provenienti dalle campagne archeologiche condotte tra il 1979 e il 1987 a Fenestrelle-Rocca Due Teste e Alpicella ed è stata completamente riallestita tra il 2025 e il 2026. Il percorso mette in relazione i reperti con il contesto archeologico, geologico e paesaggistico nel quale vissero le comunità preistoriche del Beigua.

Pietra verde e incisioni rupestri

Rocca Due Teste non è un episodio isolato. Il comprensorio del Beigua conserva numerose testimonianze di frequentazione preistorica. In particolare nell’area di Sassello sono stati rinvenuti manufatti, asce, accette e semilavorati in pietra verde, mentre il territorio conserva anche un articolato patrimonio di incisioni rupestri: coppelle, intagli, croci, canalette e altri segni prodotti in epoche differenti.

Il Parco ha creato anche l’itinerario “Alpicella Neolitica”, che collega idealmente l’esposizione archeologica, il sito di Fenestrelle e il territorio circostante. Dal paese il riparo è raggiungibile seguendo un sentiero che scende verso il torrente Teiro e attraversa il cosiddetto Ponte dei Saraceni.

È un paesaggio nel quale archeologia e geologia risultano strettamente intrecciate: proprio le caratteristiche naturali delle rocce e dei rilievi contribuirono a determinare i luoghi scelti dall’uomo preistorico per sostare e insediarsi.

La Strada Megalitica di Alpicella

Nel territorio di Alpicella si trova anche la suggestiva Strada Megalitica, inserita dal Parco del Beigua nell’itinerario escursionistico “Alpicella Neolitica”. Il tracciato, immerso nel bosco, presenta un tratto lastricato lungo poco più di cento metri, delimitato da grandi blocchi di pietra, e conduce verso un’area caratterizzata da massi infissi nel terreno. La particolare disposizione delle strutture e l’orientamento verso il Monte Greppino hanno fatto ipotizzare in passato possibili funzioni rituali o legami con il ciclo solare. Datazione e funzione restano tuttavia incerte, poiché la struttura non è stata oggetto di indagini archeologiche sufficienti a confermarne l’origine preistorica. La cosiddetta Strada Megalitica rimane quindi uno degli elementi più enigmatici del paesaggio archeologico del Beigua, da leggere con cautela accanto alle testimonianze preistoriche documentate di Alpicella.

Foto Fabio Negrino

L’incontro a Varazze

L’incontro con Fabio Negrino si svolgerà sabato 5 settembre 2026 alle ore 21 al Giardino delle Boschine, in Piazza San Bartolomeo 3 a Varazze. La partecipazione è gratuita.

La serata fa parte di Sinestesie – Festival Varazze, manifestazione dedicata all’incontro tra cultura, natura e differenti forme espressive.

Per gli appassionati di archeologia e speleologia, l’appuntamento rappresenta soprattutto l’occasione per conoscere meglio uno dei siti preistorici più interessanti dell’immediato entroterra ligure: un riparo naturale che, insieme ai reperti conservati ad Alpicella, testimonia una storia di frequentazioni umane lunga diversi millenni.

Fonti: Parco Naturale Regionale del Beigua; Comune di Varazze – Esposizione Archeologica Permanente “Mario Fenoglio”; programma Sinestesie – Festival Varazze.

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Grotta della Regina a Torre a Mare: il rilievo 3D riporta al centro una cavità costiera tra archeologia e mare

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La Grotta della Regina di Bari, a Torre a Mare, è stata studiata da Università di Bari e Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari: la documentazione 3D chiarisce morfologia, tracce di scavo e frequentazioni storiche del complesso costiero.

Grotta della Regina: una cavità naturale modificata nel tempo

La Grotta della Regina si apre sulla costa di Torre a Mare, poco a nord del porticciolo, nel territorio di Bari. È una cavità marina naturale, sviluppata nelle calcareniti costiere e profondamente trasformata dall’azione umana nel corso dei secoli.

Lo studio riunisce geologi, archeologi dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e speleologi del Gruppo Speleologico Vespertilio CAI Bari. Il lavoro ha migliorato la georeferenziazione del sito e ha descritto in modo specialistico sia gli ambienti ipogei costieri sia quelli sommersi.

La roccia affiorante appartiene alle calcareniti plio-quaternarie della Formazione della Calcarenite di Gravina. Questi depositi poggiano sul basamento mesozoico del Calcare di Bari. L’erosione marina ha contribuito all’apertura della cavità, mentre interventi successivi ne hanno modificato pareti, pavimenti, nicchie e accessi.

La Grotta della Regina non va quindi letta come una semplice grotta marina. Il complesso conserva una sovrapposizione di processi naturali e di segni antropici. Questo rende necessaria una lettura integrata, capace di collegare geomorfologia costiera, speleologia e archeologia del paesaggio.

Il toponimo della Grotta della Regina tra fonti e tradizione

Le fonti storiche più antiche non permettono un’identificazione certa della cavità con l’attuale nome. Alla fine del Settecento, Emanuele Mola descrisse lungo il lido di Torre Pelosa alcuni “antri artefatti” confinanti con il mare. Il riferimento è compatibile con le cavità antropizzate della zona, senza consentire una prova definitiva.

Il toponimo Grotta della Regina è legato soprattutto alla tradizione popolare. Questa associa il luogo a Bona Sforza, duchessa di Bari e regina di Polonia, vissuta tra il 1494 e il 1557. La connessione resta una tradizione locale e non un dato archeologico dimostrato.

Un primo contributo di taglio geografico e geomorfologico risale al 1936, con lo studio di Francesco Volpe sulla costa di Torre Pelosa. Negli anni Sessanta e Settanta la cavità fu poi considerata per le sue condizioni ecologiche e per la presenza di organismi marini, comprese spugne e alghe.

Rilievo 3D e fotogrammetria nella Grotta della Regina

La documentazione della Grotta della Regina ha impiegato rilievo topografico, fotogrammetria terrestre e aerea e ricognizione subacquea. Il modello digitale restituisce misure e dettagli con una precisione utile sia alla ricerca sia alla futura conservazione.

La superficie complessiva rilevata è di 189 metri quadrati. Di questi, 117 metri quadrati risultano calpestabili e 72 metri quadrati sono sommersi. L’altezza media passa da circa 1,80 metri nella parte posteriore a circa 2,5 metri nel settore anteriore. Le vasche d’acqua interne raggiungono una profondità di circa due metri.

Il rilievo ha reso più leggibili le regolarizzazioni delle pareti interne, le nicchie e le scale incise nella roccia. Le scale collegano la cavità con il pianoro soprastante. Sul pavimento sono state riconosciute anche tracce attribuibili a lavorazioni di cava e agli strumenti usati per estrarre conci.

Un R.O.V., cioè un veicolo filoguidato a controllo remoto, è stato usato per il rilievo fotogrammetrico negli specchi d’acqua interni ed esterni. Questa parte dell’indagine ha documentato elementi litici circolari e frammenti ceramici isolati. Fra essi compaiono pareti di vasi riferibili all’età del Bronzo, nella seconda metà del II millennio a.C., e anfore confrontabili con materiali dei vicini siti costieri.

Archeologia costiera e tracce di frequentazione

Le ricognizioni archeologiche effettuate tra il 2017 e il 2018 sul litorale di Bari-Torre a Mare hanno censito 233 Unità Topografiche Costiere in una fascia lunga circa sette chilometri. L’area attorno alla Grotta della Regina corrisponde all’UTC 62 e offre elementi per ricostruire una lunga storia di uso della costa.

Nel settore circostante sono state segnalate buche di palo, attribuite a capanne di età protostorica. Sono presenti anche sepolture scavate nel banco roccioso, reperti ceramici di varie epoche, scale per raggiungere la cavità e fronti di cava per l’estrazione di blocchi di calcarenite.

Di interesse è l’area di cava sul sopratterra della grotta. Una serie di solchi paralleli è stata interpretata come una fase di impostazione mai completata. La scarsa profondità dei tagli, la presenza di un solo concio estratto e l’assenza di ulteriori lavorazioni suggeriscono che il progetto sia stato abbandonato, probabilmente per problemi di stabilità legati al vuoto sottostante.

Sulle pareti interne della Grotta della Regina è presente un repertorio di graffiti. La loro classificazione e interpretazione è ancora in corso. Per questo non è possibile stabilire se siano legati a frequentazioni occasionali, pratiche con valore cultuale o a più fasi d’uso distinte.

Tutela, monitoraggio e ricerca interdisciplinare

La cavità è registrata nel Catasto delle Grotte e Cavità Artificiali della Puglia con il numero PU_29. Il contesto costiero è stato dichiarato di notevole interesse pubblico nel 1999. La normativa regionale sul patrimonio speleologico prevede il monitoraggio dello stato di conservazione e richiede autorizzazioni preventive per utilizzi diversi dall’attività speleologica, nel rispetto dei vincoli archeologici, naturalistici e paesaggistici.

L’attività di ricerca del 2020, sostenuta da fondi regionali, ha prodotto nuovi elementi per definire la storia geologica del sito, l’arretramento della costa e le possibili funzioni della cavità nelle diverse epoche. Ha inoltre previsto un percorso di monitoraggio archeologico e ambientale.

Per la Grotta della Regina, il risultato più rilevante è la disponibilità di una base documentaria verificabile. Il modello 3D non sostituisce le indagini stratigrafiche e le analisi dei materiali. Offre però una mappa accurata per programmare studi mirati, controllare lo stato delle pareti e confrontare nel tempo eventuali trasformazioni dell’ambiente costiero e sommerso.

Fonti

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Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri: nuove tracce dal Paleolitico al Medioevo

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Nel Finalese, le ricognizioni dello Speleo Club Gianni Ribaldone Genova tra il 2015 e il 2019 hanno segnalato materiali che ampliano il quadro delle frequentazioni umane nelle cavità. I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri richiamano la necessità di documentare, tutelare e studiare ogni contesto senza alterarlo.

Ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri e il paesaggio del Finalese

I ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri emersi nel quinquennio 2015-2019 restituiscono un quadro di lunga durata nel comprensorio di Finale Ligure e Borgio Verezzi, in provincia di Savona. Il contributo di Henry De Santis, presentato nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia del 2022, riunisce segnalazioni raccolte durante attività speleologiche e ricognizioni territoriali.

Non si tratta di campagne di scavo stratigrafico. I materiali erano visibili in superficie, in colluvi o in porzioni residue di deposito. Per questa ragione, le attribuzioni cronologiche indicate devono essere lette come ipotesi fondate su confronti tipologici, sullo stato di conservazione e sul rapporto con i siti noti dell’area.

Il Finalese possiede già una sequenza archeologica di riferimento di grande rilievo. La Caverna delle Arene Candide conserva un deposito che va dall’età tardo-romana al Paleolitico superiore. Il catalogo nazionale ricorda per la cavità fasi di frequentazione neolitica, dell’età del Rame, del Bronzo e del Ferro, oltre a contesti funerari e abitativi. [web:2]

In questo quadro, i nuovi ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri non definiscono da soli nuovi siti pienamente interpretati. Segnalano piuttosto punti del territorio nei quali potranno essere necessari controlli, verifiche e, quando autorizzate, indagini scientifiche mirate.

Paleolitico medio nell’Antro della Fettuccia

L’Antro della Fettuccia, nella valle Andrassa in località Le Manie, ha restituito un molare di cinghiale, resti ossei attribuiti a Equidae e una porzione di nucleo Levallois in selce locale. In una ricognizione successiva è stata individuata anche una tibia verosimilmente collegata al precedente metacarpale.

Le ossa sono fossilizzate e in parte concrezionate. Il contributo propone per il complesso una provenienza da un livello pleistocenico e un possibile riferimento al Paleolitico medio recente, o Musteriano. Il nucleo Levallois è un elemento importante perché rimanda a una tecnica di scheggiatura pianificata, nota in diversi contesti paleolitici dell’arco ligure.

Il dato si inserisce in un territorio nel quale la ricerca continua a confrontarsi con le testimonianze dei gruppi neandertaliani. Nel programma scientifico dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria del 2018 figurano, tra l’altro, studi su industrie musteriane dell’Arma delle Mànie e sui resti neandertaliani della Liguria occidentale. [web:8]

Neolitico medio e Vasi a Bocca Quadrata

Una parte consistente dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri descritti nel contributo è riferibile, con diversi gradi di certezza, al Neolitico medio. Nell’Arma di Caprazoppa sono stati raccolti frammenti ceramici, manufatti litici e un grosso ciottolo con tracce di ocra rossa. I frammenti fittili, per impasto e trattamento delle superfici, sono messi in relazione con la cultura dei Vasi a Bocca Quadrata.

Il confronto territoriale è significativo. Alle Arene Candide, intorno a 6000 anni prima del presente, è attestata una fase di intensa occupazione connessa alla cultura dei Vasi a Bocca Quadrata, seguita da ulteriori frequentazioni preistoriche. [web:2] Questo non autorizza a trasferire automaticamente la stessa cronologia a ogni reperto di superficie. Offre però un termine di confronto solido per valutare le evidenze del Caprazoppa e delle cavità vicine.

Nella Grotta della Valle, presso la Rocca di Perti, sono stati recuperati frammenti in pietra verde levigata, un ciottolo in arenaria con colorante rossastro e un’ansa a nastro orizzontale in ceramica scura. È soprattutto quest’ultima a essere considerata compatibile con la facies dei Vasi a Bocca Quadrata. I resti ossei di Ursus sp. e gli altri oggetti richiedono invece prudenza interpretativa.

Bronzo, Ferro e frequentazioni storiche

La sequenza prosegue nel tempo. Nella Grotta di Cima Castellaro, a Borgio Verezzi, erano presenti grossi frammenti di ceramica grezza con tracce di combustione e manufatti litici, tra cui una macina con un possibile macinello. La tipologia dei materiali sostiene una collocazione nella prima età del Ferro.

Nell’anfratto di Montesordo-Fosso Pianmarino sono stati segnalati circa trenta frammenti ceramici. Un orlo a tacche impresse, una parete con scanalatura e altri elementi permettono di ipotizzare una datazione tra la fine dell’età del Rame e l’inizio dell’età del Bronzo. L’Antro di Fronte alle Case Valle ha invece restituito ceramiche confrontabili con materiali dell’età del Bronzo finale dei siti vicini di Bric Reseghe e della Grotta del Sanguineto.

La Grotta II del Caprone pone un tema diverso. Nella saletta terminale affioravano resti ossei umani attribuibili ad almeno due individui, uno giovane e uno adulto. In assenza di manufatti diagnostici, il testo propone con cautela un possibile uso funerario in epoca pre-protostorica.

Anche le frequentazioni più recenti meritano attenzione. Nella Grotta del Mulo sono emersi cocci anforacei e una porzione di giara islamica iberica del XIII secolo, accanto a frammenti compatibili con produzioni preistoriche. Nel Grottino dell’Ulivo, quattro frammenti di maiolica arcaica monocroma sembrano appartenere a una coppa databile tra XIV e XV secolo. Le cavità risultano quindi luoghi riutilizzati in epoche molto distanti.

Tutela dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri

Il valore dei ritrovamenti archeologici nelle grotte liguri dipende anche dalla precisione con cui vengono segnalati. La posizione, il rapporto con il deposito e le condizioni del rinvenimento sono dati essenziali. La rimozione non controllata può cancellare informazioni che nessun reperto isolato riesce a restituire.

Il Codice dei beni culturali prevede che le cose di interesse archeologico rinvenute nel sottosuolo appartengano allo Stato. Chi effettua una scoperta fortuita deve denunciarla entro 24 ore alla Soprintendenza, al sindaco o all’autorità di pubblica sicurezza e deve conservarla lasciandola, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni del rinvenimento. [web:10]

Il caso finalese mostra il ruolo concreto della formazione dei gruppi speleologici. Riconoscere un osso fossilizzato, una ceramica diagnostica, un manufatto litico o un deposito rimaneggiato non equivale a formulare una diagnosi definitiva. Significa attivare una procedura di tutela e mettere i dati a disposizione delle autorità e degli specialisti.

La segnalazione tempestiva è anche una risposta al depauperamento causato dagli scavi clandestini. Nei contesti ipogei, fragili e spesso già alterati, il deposito archeologico è una fonte non rinnovabile. La collaborazione tra speleologi, Soprintendenza, forze di polizia e ricercatori resta quindi centrale per trasformare una scoperta casuale in conoscenza verificabile.

Fonti

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Grotta Battifratta, nuove ricerche tra clima, riti e frequentazioni nella Sabina preistorica

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Alla Grotta Battifratta di Poggio Nativo, nel Reatino, uno studio geoarcheologico pubblicato nel 2026 ricostruisce il rapporto tra dinamiche idroclimatiche, depositi carsici e presenza umana dal Neolitico all’età del Bronzo.

Grotta Battifratta e la valle del Farfa

La Grotta Battifratta si trova in località Casali di Poggio Nativo, lungo il versante sinistro della valle del Riano, piccolo affluente del Farfa. La cavità si apre in una scarpata di travertino attribuita al Sintema di Poggio Moiano, formato nel Pleistocene medio.

Oggi si presenta come un riparo sotto roccia collegato a un cunicolo che conduce a un ambiente interno. La morfologia attuale è il risultato di crolli, erosione e accumuli sedimentari. Alcuni collassi hanno sigillato settori della cavità e antichi accessi, contribuendo alla conservazione di parte del deposito archeologico.

La Grotta Battifratta era già nota per le indagini condotte negli anni Ottanta dall’Istituto Italiano di Paleontologia Umana. I saggi avevano individuato livelli di frequentazione riferibili al Neolitico e all’età del Bronzo. Dal 2021 il sito è tornato al centro delle ricerche con il Farfa Valley Project. Caves, people, and past environments, coordinato dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma e diretto da Cecilia Conati Barbaro.[1]

Archeologia della Grotta Battifratta

Le campagne recenti hanno ampliato in modo rilevante il quadro cronologico della Grotta Battifratta. Oltre alle attestazioni neolitiche e dell’età del Bronzo, sono emersi strumenti litici e reperti faunistici riferibili al Paleolitico medio. La sequenza documentata arriva poi fino alle fasi post-medievali.

Il sito conserva quindi tracce di utilizzi diversi e distanti nel tempo. L’attuale imbocco della cavità coincide con lo sbocco di un’antica sorgente, probabilmente stagionale. La disponibilità d’acqua può avere avuto un ruolo centrale nell’attrazione esercitata dal luogo sulle comunità preistoriche.

Nei livelli del Neolitico, datati tra la fine del VI e l’inizio del V millennio a.C., sono stati rinvenuti ceramiche, manufatti litici, resti faunistici e materiali botanici. Le ricerche hanno inoltre restituito resti umani e una statuina antropomorfa in argilla, datata a circa 7.000 anni fa. Il manufatto è oggetto di studio tecnologico e stilistico, per definirne tecniche produttive e possibili riferimenti culturali.[2]

I dati disponibili suggeriscono che la Grotta Battifratta non fosse usata solo per l’approvvigionamento idrico. Le evidenze archeologiche indicano pratiche funerarie e rituali associate ai livelli neolitici. Ceramiche decorate, utensili in selce e ossidiana, ornamenti in osso e resti di fauna sono stati esposti nel 2025-2026 nella mostra Acque nascoste. Grotte e riti nella preistoria della Sabina, al Museo Civico Archeologico di Rieti.[3][4]

Il nuovo studio sul clima

La principale novità emersa nel 2026 riguarda la pubblicazione di uno studio su Quaternary Science Reviews. Il lavoro, firmato da Luca Forti e da un gruppo interdisciplinare di ricercatori, analizza i depositi olocenici della Grotta Battifratta con un approccio integrato.

La ricerca combina dati di scavo, sedimentologia, micromorfologia, geochimica, mineralogia, micropaleontologia e datazioni radiocarboniche. L’obiettivo è capire come si sia formato il riempimento della cavità e in che modo clima, idrologia e attività umane abbiano interagito nel tempo.[5]

Per il Neolitico, lo studio riconosce brevi alternanze tra erosione e deposizione. Questi processi sono collegati a fasi di stabilità dei versanti, ruscellamento superficiale e riattivazioni episodiche del sistema carsico. Il deposito della Grotta Battifratta non rappresenta quindi un semplice accumulo di sedimenti. Registra anche le variazioni delle condizioni ambientali che modificavano l’accessibilità e la funzione della cavità.

Per l’età del Bronzo, le tracce di frequentazione risultano più limitate nello spazio e probabilmente episodiche. Gli autori collegano questa fase a pratiche pastorali e a una riorganizzazione del sistema idrologico carsico. In seguito si sviluppò una sedimentazione carbonatica a bassa energia, legata a condizioni differenti nella circolazione delle acque.[5]

Un archivio geoarcheologico sabino

La Grotta Battifratta conferma il valore delle cavità naturali come archivi complessi. Nei suoi sedimenti si intrecciano eventi di piena, erosione dei suoli, crolli, attività carsica e azioni umane. Ogni livello deve quindi essere letto attraverso il rapporto tra processi naturali e presenza antropica.

Le indagini paleoambientali in corso comprendono lo studio dei pollini, dei carboni, della fauna, dei sedimenti e delle materie prime impiegate per la produzione di strumenti e ceramiche. Queste analisi possono contribuire a ricostruire la vegetazione del passato, le risorse animali sfruttate e le strategie economiche delle comunità che frequentarono la valle del Farfa.

Nel caso della Grotta Battifratta, la ricerca speleologica sostiene direttamente l’archeologia. La conoscenza della cavità, delle sue morfologie, dei depositi e delle dinamiche idriche permette infatti di interpretare meglio la conservazione dei reperti e le trasformazioni del paesaggio preistorico della Sabina.

Fonti

Fonti
[1] Grotta Battifratta https://www.antichita.uniroma1.it/grotta-battifratta
[2] Rare clay figurine found in Lazio dating back 7000 years https://www.uniroma1.it/en/notizia/rare-clay-figurine-found-lazio-dating-back-7000-years
[3] In mostra a Rieti dal 25 ottobre le scoperte nel sito preistorico … https://sabap-met-rm.cultura.gov.it/in-mostra-a-rieti-dal-25-ottobre-le-scoperte-nel-sito-preistorico-della-grotta-battifratta/
[4] Acque nascoste. Grotte e riti della Sabina preistorica https://news.uniroma1.it/25102025_1700
[5] Catalogo dei prodotti della ricerca https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1766833
[7] Archeologia dell’edilizia storica e costruzione del documento archeologico. Problemi di popolamento mediterraneo. I. Un’archeologia del costruito per la storia del territorio medievale https://www.openaccessrepository.it/record/61640/files/fulltext.pdf
[8] Poggio Nativo – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Nativo
[9] Metamorfosi del paesaggio nella pianura fluviale mantovana (secoli VIII-XIII) https://revistes.ua.es/medieval/article/view/19812/pdf
[10] Chert sources, procurement strategies and mobility in central Italy … https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1760926
[11] Grotta Battifratta (Poggio Nativo, Rieti). Un nuovo progetto … https://air.unimi.it/handle/2434/1188955
[12] Discovered Neolithic statuette in Lazio – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/2023/05/18/scoperta-una-statuetta-nel-lazio/
[13] Lazio e Sabina 13 – Atti del Convegno. Roma 25-27 maggio 2022 https://edizioniquasar.it/products/lazio-e-sabina-13
[14] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/
[15] Atti del 6° Convegno Nazionale di Archeozoologia https://www.academia.edu/1499788/Atti_del_6_Convegno_Nazionale_di_Archeozoologia
[16] Scavi Archeologici alla Grotta di Battifratta: Un’Opportunità … https://www.scintilena.com/scavi-archeologici-alla-grotta-di-battifratta-unopportunita-per-gli-appassionati/07/10/
[17] The Farfa Valley Project: Grotta Battifratta https://www.ninatorp.com/battifratta.html
[18] Sinkhole: Quando la Terra Sprofonda https://www.scintilena.com/sinkhole-le-cause-delle-voragini-della-terra/10/04/
[19] Italia preistorica in grotta: a fine Ottobre il convegno di San … https://www.scintilena.com/italia-preistorica-in-grotta-a-fine-ottobre-il-convegno-di-san-lorenzo-bellizzi/10/03/
[20] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/page/1191/
[21] Sistemi informativi dinamici a supporto della documentazione archeologica per interventi in emergenza https://oaj.fupress.net/index.php/ra/article/download/14150/11981
[22] Cecilia Conati Barbaro https://research.uniroma1.it/researcher/7244b15667a9b712c877d48d8d089ace0c68ccc4c45dc8b862cd72ae
[23] Scoperta statuetta Neolitica nel Lazio – Preistoria in Italia https://www.preistoriainitalia.it/2023/05/18/scoperta-una-statuetta-nel-lazio/
[24] Grotta Battifratta, il nuovo studio lega clima e presenza umana nel … https://www.scintilena.com/grotta-battifratta-il-nuovo-studio-lega-clima-e-presenza-umana-nel-sito-di-rieti/05/11/
[25] Scavi nazionali https://www.antichita.uniroma1.it/scavi_nazionali
[26] Figurines – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/segnalazioni/statuine/
[27] Poggio Nativo, avviato il Progetto di scavo e valorizzazione delle grotte di Battifratta – Rieti Life https://www.rietilife.com/2021/07/13/poggio-nativo-avviato-il-progetto-di-scavo-e-valorizzazione-delle-grotte-di-battifratta/
[28] Reports – Prehistory in Italy https://www.preistoriainitalia.it/en/segnalazioni/
[29] A 7,000-year-old figurine may hold secrets about ancient rituals on … https://wildhunt.org/2023/05/a-7000-year-old-figurine-may-hold-secrets-about-ancient-rituals-on-the-italian-peninsula.html

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Due miniature in avorio di mammut: scoperte statuette di uccelli di 40.000 anni fa nella grotta di Hohle Fels

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Scoperta archeologica di statuette di uccelli in avorio di mammut nella grotta di Hohle Fels

Archeologi hanno portato alla luce due piccole sculture in avorio di mammut raffiguranti uccelli, datate a circa 40.000 anni fa, nella grotta di Hohle Fels, nel sud-ovest della Germania. [web:2][web:4]

Le due statuette, delle dimensioni di un pollice, rappresentano una delle espressioni più antiche e raffinate di arte figurativa dell’Era Glaciale. [web:6][web:8]

La scoperta è stata annunciata il 29 luglio 2026 al Museo di Preistoria e Arte dell’Era Glaciale di Blaubeuren, in Germania. [web:2][web:6]

Grotta di Hohle Fels e scavi archeologici nel Giura Svevo

La grotta di Hohle Fels si trova nel Giura Svevo, una regione montuosa della Germania sud-occidentale nota per i suoi importanti siti archeologici del Paleolitico superiore. [web:2][web:4]

Il sito fa parte di un’area protetta riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità»» UNESCO, che include diverse grotte con testimonianze di arte preistorica. [web:4][web:8]

Gli scavi nella grotta di Hohle Fels sono diretti da Nicholas Conard, archeologo dell’Università»» di Tubinga, che lavora sul sito dalla fine degli anni Novanta. [web:2][web:4]

Il team di Conard ha portato alla luce in passato alcuni dei manufatti più antichi e significativi dell’arte preistorica europea, tra cui la “Venere di Hohle Fels”, una statuetta femminile in avorio di mammut datata a circa 40.000 anni fa, e alcuni dei più antichi strumenti musicali conosciuti, come flauti realizzati con ossa di avvoltoio. [web:2][web:8]

Le nuove statuette di uccelli sono state rinvenute durante la campagna di scavo del 2025, nello stesso livello archeologico aurignaziano da cui provengono molti degli altri manufatti artistici del sito. [web:2][web:4]

Arte preistorica: statuette di uccelli in avorio di mammut di 40.000 anni

Le due statuette di uccelli sono state scolpite in avorio di mammut e misurano circa 2 centimetri di lunghezza, con uno spessore di circa 1 centimetro. [web:4][web:6]

Pesa ciascuna poco più di un grammo: una 1,3 grammi, l’altra 0,7 grammi. [web:4][web:6]

Sono le sculture più piccole finora scoperte nel sito di Hohle Fels, dove altre figurine animali dello stesso periodo sono generalmente tre o quattro volte più grandi. [web:4][web:8]

Una delle due statuette raffigura un uccello in posizione accovacciata, con il capo chino e le ali chiuse, in un atteggiamento che potrebbe essere interpretato come quello di un uccello che cova le uova. [web:2][web:4]

L’altra statuetta, parzialmente incompleta, mostra le ali parzialmente spiegate, come se l’uccello fosse in procinto di spiccare il volo, di atterrare o di compiere una parata di corteggiamento. [web:4][web:6]

Entrambe le sculture presentano dettagli anatomici accurati: testa, becco, occhi e, in un caso, tracce di piumaggio sono visibili nonostante le dimensioni ridotte. [web:2][web:4]

Scavi 2025 nella grotta di Hohle Fels: dettagli e interpretazioni

Le due statuette sono state trovate a circa 1,5 metri di distanza l’una dall’altra, nello stesso livello sedimentario aurignaziano, datato a circa 40.000 anni fa. [web:4][web:6]

La prossimità stratigrafica e stilistica suggerisce che possano essere state realizzate dalla stessa mano, o comunque nello stesso arco temporale e contesto culturale. [web:4][web:8]

Secondo gli archeologi, le statuette rappresentano probabilmente uccelli locali, forse della famiglia dei galliformi. [web:2][web:4]

In particolare, la statuetta dell’uccello accovacciato è stata confrontata con il fagiano di monte (ptarmigan, Lagopus sp.), un uccello diffuso nelle regioni fredde dell’Europa durante l’ultima glaciazione. [web:2][web:4]

La seconda statuetta potrebbe rappresentare un altro galliforme, come un gallo forcello o un uccello rapace, ma l’interpretazione resta incerta a causa dello stato frammentario del manufatto. [web:4][web:6]

Nicholas Conard ha sottolineato che le statuette dimostrano come i primi artisti del Paleolitico superiore fossero abili intagliatori di avorio, capaci di rappresentare motivi delicati in formato miniaturizzato. [web:2][web:4] “Le sculture non sono altamente stilizzate, ma includono molte caratteristiche specifiche e uniche”, ha dichiarato Conard. [web:2][web:4] “Qui l’artista ha registrato osservazioni dettagliate che ci permettono di considerare quale tipo di uccello sia rappresentato e cosa l’uccello potrebbe star facendo.” [web:2][web:4]

Importanza archeologica e simbolica delle miniature di uccelli

Le rappresentazioni di uccelli nell’arte aurignaziana del Giura Svevo sono estremamente rare. [web:4][web:8] Nella grotta di Hohle Fels e nei siti vicini, le figurine animali più comuni raffigurano mammuth, leoni delle caverne, orsi e cavalli. [web:2][web:4] La presenza di due statuette di uccelli, per di più di dimensioni così ridotte e con un livello di dettaglio così elevato, amplia il repertorio iconografico noto per questo periodo e questa regione. [web:6][web:8]

Gli archeologi non sono ancora in grado di stabilire con certezza la funzione di queste statuette. [web:4][web:6] Potrebbero essere state utilizzate come talismani personali, oggetti di ornamento corporeo o simboli di identità per l’individuo che le ha realizzate o possedute. [web:4][web:8] Alcuni ricercatori ipotizzano che possano aver avuto un ruolo in pratiche simboliche o rituali legate alla caccia, alla fertilità»» o alla rappresentazione del mondo naturale. [web:2][web:6]

La scoperta si inserisce in un quadro più ampio di sofisticazione cognitiva e culturale degli esseri umani moderni arrivati in Europa durante l’ultima glaciazione. [web:2][web:8] Conard sostiene che la capacità artistica e simbolica dimostrata a Hohle Fels e nelle grotte vicine possa aver contribuito al successo di questi gruppi umani in un ambiente difficile, favorendo la coesione sociale e la trasmissione di conoscenze. [web:2][web:8]

Esposizione e pubblicazioni scientifiche sulle statuette di uccelli

Le due statuette di uccelli in avorio di mammut sono attualmente esposte al Museo di Preistoria e Arte dell’Era Glaciale di Blaubeuren, dove rimarranno visibili al pubblico fino ad aprile 2027. [web:6] La descrizione scientifica dettagliata dei manufatti è stata presentata in un capitolo di un libro in lingua tedesca pubblicato nel 2026, curato dal team di scavo dell’Università»» di Tubinga. [web:2][web:4]

Un articolo tecnico completo è in corso di pubblicazione sulla rivista Archäologische Ausgrabungen in Baden-Wu”rttemberg, che raccoglie i risultati degli scavi archeologici condotti nella regione. [web:4][web:6] I ricercatori prevedono di approfondire lo studio delle statuette attraverso analisi del DNA sedimentario, esami microscopici delle tracce di lavorazione e confronti con altri manufatti in avorio del Paleolitico superiore europeo. [web:6][web:8]

Fonti

L'articolo Due miniature in avorio di mammut: scoperte statuette di uccelli di 40.000 anni fa nella grotta di Hohle Fels proviene da Scintilena.

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Chieti sotterranea, sopralluogo negli ipogei e nuove attività dello Speleo Club Chieti

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Il Comune valuta un circuito stabile per il patrimonio sotterraneo, mentre il gruppo speleologico prosegue tra sicurezza, ricerca mineraria e formazione

Il sottosuolo di Chieti torna al centro dell’attenzione istituzionale e speleologica.

Il 22 agosto il sindaco Giovanni Legnini, con gli assessori Luigi Febo e Chiara Zappalorto, ha effettuato un sopralluogo in alcuni ipogei del centro storico insieme a tecnici, ingegneri, geologi, archeologi e rappresentanti della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. Lo Speleo Club Chieti ha fornito il supporto operativo per l’accesso in sicurezza.

La visita riguarda un progetto più ampio: costruire una strategia di fruizione turistica e culturale stabile.

L’obiettivo non è limitato al recupero di singoli ambienti. Il Comune punta a collegare più siti in un circuito di visite guidate, con modalità ancora da definire insieme agli enti di tutela e alle professionalità tecniche.

Chieti sotterranea tra via Gizzi e Palazzo de’ Mayo

La ricognizione si è concentrata sull’ipogeo di via Gizzi e sul complesso di Palazzo de’ Mayo con la Via Tecta. Il primo si trova sotto via Marco Vezio Marcello ed è collegato a Palazzo Olivieri. Si tratta di una struttura idrica di epoca romana, impermeabilizzata con opus signinum, il tradizionale cocciopesto.

La presenza di acqua di falda costituisce uno degli aspetti tecnici più delicati. Prima di una possibile apertura al pubblico servono verifiche sul convogliamento delle acque, sulle condizioni strutturali e sulle caratteristiche degli accessi.

Il sistema di Palazzo de’ Mayo e della Via Tecta comprende cunicoli e gallerie sotto il Corso Marrucino. Gli ambienti, in larga parte recuperati e restaurati, mostrano la sovrapposizione di fasi romane, rinascimentali e ottocentesche. Il sottosuolo teatino conserva così una documentazione continua dell’evoluzione urbana.

Studi storici e gestione dell’acqua

Durante il sopralluogo l’archeologo Serafino Lorenzo Ferreri ha illustrato la documentazione storica e cartografica disponibile. Le prime ricostruzioni sistematiche risalgono alla fine dell’Ottocento, con i lavori di Vincenzo Zecca e dell’architetto Tommaso Antonio Mammarella.

La rete comprende cisterne, pozzi e cunicoli per la captazione e la distribuzione dell’acqua. Chieti, posta su una collina e priva di un’ampia rete di sorgenti superficiali, ha sviluppato nel tempo soluzioni sotterranee per l’approvvigionamento idrico.

Una ricognizione svolta nel gennaio 2026 sulla cisterna ottocentesca di piazza San Giustino ha aggiunto nuovi dati alla conoscenza della Chieti sotterranea. Gli speleologi hanno eseguito verifiche degli ambienti, analisi dell’atmosfera, osservazioni sulle strutture e documentazione con tecniche digitali. Il progetto comunale prevede interventi per accessi, illuminazione e sicurezza, con un finanziamento superiore a 460 mila euro nell’ambito del PNRR. Il cronoprogramma pubblicato indicava una possibile apertura sperimentale nell’autunno 2026, subordinata alla conclusione dei lavori e alle verifiche tecniche.

Il ruolo dello Speleo Club Chieti negli ipogei cittadini

Il sopralluogo del 22 agosto conferma il ruolo dello Speleo Club Chieti nella gestione tecnica degli accessi agli ipogei cittadini. L’attività speleologica non consiste soltanto nell’accompagnamento. Comprende la valutazione preliminare dei rischi, la progressione in ambienti ristretti, la documentazione degli spazi e il contributo alla definizione delle condizioni di fruibilità.

La sicurezza resta un requisito essenziale. Acqua, atmosfera, stabilità delle volte, sedimenti e accessi verticali devono essere esaminati prima di organizzare visite regolari. Una futura apertura dovrà inoltre stabilire capienza, percorsi, illuminazione, ventilazione, controllo degli ambienti e procedure di emergenza.

Le ricerche sulle miniere di bitume della Maiella

Tra le attività più recenti dello Speleo Club Chieti figura la collaborazione con il Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella, il GRAIM. Nel 2026 la ricerca si è estesa ai territori di Taranta Peligna e Lama dei Peligni, all’interno del Parco Nazionale della Maiella.

L’indagine mira a verificare la presenza di antichi siti di estrazione del bitume. Le ipotesi derivano da documenti d’archivio, pubblicazioni del Servizio Minerario e testimonianze orali. Nel 2025 sono state esplorate alcune grotte dell’area, senza che siano state ancora individuate miniere di bitume riconducibili con certezza alle indicazioni storiche. Le autorizzazioni per proseguire le ricerche risultano già ottenute.

Il lavoro si inserisce in un quadro più ampio. Il GRAIM ha censito circa venti complessi minerari e oltre cento ingressi tra miniere e sondaggi. Il patrimonio comprende gallerie su più livelli, binari, carrelli, bunker, impianti di carico e strutture industriali. La collaborazione con lo Speleo Club Chieti unisce esplorazione, rilievo, ricerca storica e documentazione dell’archeologia industriale.

La Grotta della Lupa e la memoria mineraria

Le attività del GRAIM e dei gruppi speleologici abruzzesi hanno portato anche allo studio della Grotta della Lupa, individuata all’interno di un antico sito minerario. La cavità è ancora oggetto di approfondimenti e costituisce un esempio del rapporto tra fenomeni naturali e trasformazioni legate all’estrazione.

Nel maggio 2026 il Museo Universitario di Chieti ha ospitato la mostra “Miniere della Maiella”, con fotografie, documenti, oggetti, rilievi cartografici e materiali audiovisivi. L’esposizione ha restituito visibilità alla storia del bacino minerario e alle comunità coinvolte tra Ottocento e Novecento. Le ricerche dello Speleo Club Chieti hanno contribuito alla conoscenza degli ambienti sotterranei collegati a questa storia.

Una palestra speleologica a Grotta Scura

Un’altra attività recente riguarda la palestra speleologica di Grotta Scura, a Bolognano, inaugurata l’11 luglio 2026 dallo Speleo Club Chieti “Alessio Carulli” APS-ETS. La struttura è stata dedicata a Enzo Bevilacqua, socio fondatore del club, scomparso nel 2022.

Il progetto ha previsto la rimozione di circa 350 vecchi spit e di altri ancoraggi installati nel corso degli anni. I fori sono stati richiusi con materiale lapideo e polvere di calcare. In seguito sono stati collocati ancoraggi destinati alle vie di esercitazione, sottoposti a prove di estrazione e accompagnati da una relazione tecnica.

La palestra speleologica è destinata alla formazione e alle esercitazioni tecniche, con autorizzazione degli enti competenti. Grotta Scura viene utilizzata da decenni per i corsi e per le simulazioni in ambiente ipogeo. Il sito ha anche interesse archeologico e naturalistico, per cui l’uso deve essere compatibile con la tutela della cavità.

Una rete da documentare e rendere accessibile

Le iniziative del Comune di Chieti e dello Speleo Club Chieti si muovono su piani collegati. Gli ipogei cittadini richiedono studi, manutenzione e controllo degli accessi. Le miniere della Maiella necessitano di censimento e conservazione della memoria materiale. Le palestre speleologiche offrono spazi per preparare gli operatori e i nuovi praticanti.

La possibile valorizzazione della Chieti sotterranea dipenderà dalla capacità di coordinare Comune, Soprintendenza, Parco Nazionale della Maiella, università, associazioni e tecnici. Un circuito stabile potrà essere attivato solo dopo la verifica delle condizioni di sicurezza e la definizione di un modello gestionale sostenibile.

Il sopralluogo del 22 agosto riporta quindi il tema al centro dell’agenda cittadina. La Chieti sotterranea non è soltanto una successione di ambienti ipogei. È un sistema di infrastrutture idriche, testimonianze archeologiche e percorsi storici che richiede documentazione scientifica, tutela e accessibilità regolamentata.

Fonti

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La fattoria più profonda del mondo a 1100 metri: miniere inglesi diventano laboratori agricoli

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Sperimentazione agricoltura sotterranea Boulby: lattuga e pak choi a 1100 metri di profondità

Nel North Yorkshire, in Inghilterra, un gruppo di ricercatori ha realizzato quella che viene descritta come la fattoria sotterranea più profonda del mondo.

A 1100 metri sotto la superficie, all’interno della miniera di Boulby vicino a Saltburn, sono state installate torri verticali dove crescono lattuga e pak choi, il cavolo cinese.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’Università»» di Sheffield e Farm Urban, un produttore alimentare con finalità sociali.

L’obiettivo non è sostituire l’agricoltura tradizionale, ma affiancarla con soluzioni innovative per colture che si adattano a condizioni controllate.

Agricoltura verticale miniere dismesse: ridurre consumi energetici con ambiente stabile

La stabilità dell’ambiente sotterraneo e la possibilità di riutilizzare infrastrutture già presenti potrebbero ridurre gli elevati consumi energetici associati alle tradizionali fattorie verticali.

Secondo i ricercatori, un singolo pozzo minerario di 7 metri quadrati potrebbe produrre circa 80 tonnellate di colture all’anno, otto-dieci volte il rendimento della stessa superficie di terreno agricolo.

Jacob Nickles, ricercatore dell’Università di Sheffield che guida il progetto, spiega che la questione cruciale riguarda la crescita della domanda mondiale di alimenti. «Dobbiamo raddoppiare la produzione alimentare entro il 2050 per sostenere la popolazione mondiale, afferma Nickles.

I sistemi di agricoltura verticale in ambienti sotterranei possono utilizzare fino al 98% in meno di acqua rispetto all’agricoltura tradizionale di campo, poiché i sistemi idroponici e aeroponici ricircolano l’acqua in circuiti chiusi.

La miniera di Boulby è ancora operativa ed è l’unica al mondo a produrre polialite, un fertilizzante agricolo.

Nello stesso complesso esiste una struttura scientifica finanziata dal governo britannico, dove si svolgono anche esperimenti per la ricerca della materia oscura.

Per raggiungere le coltivazioni sotterranee occorre rispettare due procedure di sicurezza, indossare caschi, abbigliamento ad alta visibilità e affrontare una discesa di circa otto minuti con l’ascensore originario della miniera, costruito più di 50 anni fa.

Riconversione miniere Italia Sulcis Iglesiente: da estrazione a musei e turismo industriale

In Italia, il discorso sulla riconversione delle miniere dismesse assume connotati particolarmente complessi, soprattutto nel Sulcis Iglesiente in Sardegna.

Questa regione concentra l’area più estesa per varietà e diffusione delle attività minerarie svolte negli ultimi secoli in Sardegna.

Il Parco geominerario storico ed ambientale della Sardegna è stato il primo ad essere riconosciuto dall’UNESCO in questo settore.

La Grande Miniera di Serbariu a Carbonia, chiusa negli anni sessanta, ospita oggi il Centro Italiano della Cultura del Carbone, con il Museo del Carbone che illustra la storia del carbone, delle miniere e dei minatori.

Il complesso è stato recuperato e ristrutturato a fini museali e didattici.

Il progetto per il recupero e la valorizzazione del sito ha reso fruibili gli edifici e le strutture minerarie che oggi costituiscono il Museo del Carbone, il Museo PAS Paleoambienti Sulcitani E.A. Martel, il Centro di Documentazione di Storia Locale e il Centro Ricerche Sotacarbo.

Carbosulcis, la società concessionaria della miniera di Monte Sinni nel Sulcis, ha messo a punto quattro progetti per sostituire l’estrazione del carbone, ormai dismessa da oltre cinquanta anni, con attività legate alla ricerca scientifica e alla innovazione tecnologica.

Il progetto “Aria” utilizza un pozzo di estrazione profondo oltre 500 metri per ricerche scientifiche sulla materia oscura.

Il progetto “Alga spirulina” utilizza l’acqua calda che risale dal sottosuolo per alimentare un fotobioreattore per la coltivazione delle alghe azzurre.

Il progetto “Energy storage” immagazzina energia da varie fonti rinnovabili. Il progetto “Liscivazione” utilizza gli enormi depositi di carbone inutilizzato per la produzione di fertilizzanti per l’agronomia biologica.

Riattivazione miniere dismesse potenziale estrattivo: criticità»» idrogeologiche e impatto falda acquifera

Nonostante le opportunità di riconversione, persistono proposte di riattivazione di miniere dismesse che hanno ancora delle potenzialità estrattive residue.

Questa prospettiva solleva preoccupazioni significative dal punto di vista idrogeologico e ambientale.

Secondo documenti ISPRA sul recupero e valorizzazione delle miniere dismesse, non basta far saltare e/o ostruire pozzi e gallerie per assicurare la sicurezza dei siti: spesso si registrano cedimenti del terreno e sollevamenti delle falde acquifere.

L’attività di realizzazione di gallerie o scavi e l’uso di tecniche che possono alterare le caratteristiche idrauliche della roccia potrebbero generare un impatto «sul funzionamento idrogeologico del sistema acquifero, inducendo anche un drenaggio delle eventuali falde sospese verso le sottostanti falde basali.

Questo porterebbe alla potenziale «scomparsa di eventuali sorgenti ad alta quota con conseguente impatto negativo sulle utenze, sugli habitat acquatici alimentati da queste fonti e sulla vegetazione sostenuta dalla presenza delle falde sospese.

L’immissione o mobilizzazione nell’ambiente di sostanze contaminanti avrebbe impatto negativo sulla qualità delle risorse idriche connesse con i fiumi, «coinvolgendo quindi tutti i Comuni della Val Taro e oltre.

In conclusione, «non si può escludere l’esistenza di una interconnessione idraulica tra le idrostrutture ofioliti che sarebbero direttamente coinvolte nell’attività mineraria di Corchia ed altre idrostrutture limitrofe.

Tale fenomeno potrebbe produrre un effetto domino in area vasta almeno fino alla barriera di permeabilità pedecollinare.

Miniere dismesse rischio idrogeologico Sardegna: 562 siti con pericolo ecologico-sanitario

Nella classificazione delle aree a rischio idrogeologico nel territorio sardo, la presenza di residui di attività minerarie porta a classificare i bacini sottesi come ad Elevato Rischio Idrogeologico.

Secondo indicatori ambientali ISPRA, 562 siti minerari dismessi o abbandonati presentano un grado di rischio ecologico-sanitario da medio ad alto.

In Sardegna, cessata l’attività»» estrattiva che a lungo ha tenuto viva l’economia di territori quali il Sulcis-Iglesiente-Guspinese, la tanto proclamata riconversione non è mai avvenuta completamente.

Il rischio crolli è anticipato dai cartelli sistemati attorno alle strutture.

Molti edifici storici delle miniere, ormai più simili a edifici bombardati, si arrendono impotenti anche alle piogge che ultimamente cadono con abbondanza.

Il Piano di monitoraggio della falda acquifera dell’Iglesiente, progettato da IGEA, prevede un sistema di monitoraggio della risalita della falda con pozzi minerari o piezometri, con postazioni di controllo distribuite in tutto l’anello del bacino idrogeologico.

Il monitoraggio permette di valutare le caratteristiche chimico-fisiche delle acque nel contesto del bacino idrogeologico dell’Iglesiente e l’eventuale influenza della falda sulla stabilità delle strutture minerarie sotterranee.

Scelte irreversibili miniere: compromettere falda acquifera profonda territori estesi

Le scelte di riattivazione estrattiva potrebbero risultare irreversibili e compromettere irrimediabilmente la falda acquifera profonda di interi grandi territori.

Per quanto riguarda la criticità al termine della concessione mineraria, la dismissione avverrebbe attraverso la chiusura mineraria degli stessi pozzi con il mantenimento della parte terminale del pozzo a protezione della falda sottostante.

Tuttavia, vista l’entità delle operazioni, non è previsto un piano di recupero al di là della semplice restituzione dell’area ad attività di tipo agricolo.

Questo scenario comporterebbe l’annullamento della protezione delle falde acquifere esistenti, che al di fuori della concessione mineraria rappresentano una fonte di acque utilizzabili sia per uso potabile che per irrigazione.

Si registrerebbe inoltre uno scarso miglioramento delle condizioni ambientali, tenuto conto che gli impatti attuali non risultano contenuti.

La legislazione regionale sarda sulla riattivazione di cave dismesse prevede che il progetto di riattivazione possa prevedere l’estensione della coltivazione su terreni non interessati da pregressa attività estrattiva nella misura massima del 40 per cento della superficie di cava dismessa.

Il recupero ambientale delle cave dismesse può prevedere la realizzazione di bacini di laminazione, di bacini di accumulo della risorsa idrica o bacini di ricarica della falda. In tal caso l’utilità»» delle opere deve essere attestata dall’autorità»» idrica competente.


Fonti

  1. The Guardian – Subterranean salad: underground farmers seek solution to food crisis in disused UK mines – https://www.theguardian.com/environment/article/2026/aug/22/underground-farm-uk-mines-food-crisis
  2. BBC – Boulby fertiliser mine becomes vertical farm growing salad – https://www.bbc.com/news/articles/ce85y5m11qqo
  3. Yahoo News UK – Subterranean salad: underground farmers seek solution to food crisis – https://uk.news.yahoo.com/subterranean-salad-underground-farmers-seek-070056498.html
  4. Vertical Farm Daily – This project will be the deepest vertical farm in the world – https://www.verticalfarmdaily.com/article/9822921/this-project-will-be-the-deepest-vertical-farm-in-the-world/
  5. Agritech Future – Beneath Britain: Could Underground Farming Reshape The UK’s Food Supply Resilience? – https://agritechfuture.com/smart-farming/beneath-britain-could-underground-farming-reshape-the-uks-food-supply-resilience/
  6. LinkedIn – Boulby Underground Laboratory’s Post – https://www.linkedin.com/posts/boulby-underground-laboratory_the-first-harvest-of-the-deep-underground-activity-7486329502671822849-JtI4
  7. ISPRA – Recupero e valorizzazione delle miniere dismesse (PDF) – https://www.isprambiente.gov.it/files/pubblicazioni/quaderni/ambiente-societa/9196_QAS3ultimocorretto.pdf
  8. Repubblica Parma – Riattivazione delle miniere di Corchia, studio UniPr mostra effetti negativi – https://parma.bologna.repubblica.it/cronaca/2023/06/14/news/riattivazione_delle_miniere_di_corchia_studio_unipr_mostra_effetti_negativi_sulla_valle_e_in_pianura-404441226/
  9. Clionet – Riconversione della Grande Miniera di Serbariu a Carbonia – https://rivista.clionet.it/volume-10-2026/riconversione-della-grande-miniera-di-serbariu-a-carbonia-il-museo-del-carbone/
  10. La Provincia del Sulcis Iglesiente – Nasce un progetto per rendere la Carbosulcis un potenziale modello di transizione ambientale – https://www.laprovinciadelsulcisiglesiente.com/2021/02/nasce-un-progetto-per-rendere-la-carbosulcis-un-potenziale-modello-di-transizione-ambientale/
  11. Gente e Territorio – Nuova vita per la miniera Monte Sinni – https://www.genteeterritorio.it/nuova-vita-per-la-miniera-monte-sinni/
  12. Wikipedia – Miniere del Sulcis-Iglesiente – https://it.wikipedia.org/wiki/Miniere_del_Sulcis-Iglesiente
  13. Museo del Carbone – Grande Miniera di Serbariu – https://www.museodelcarbone.it/en/
  14. Carbonia Iglesias – Miniere – Portale turistico informativo del Sulcis Iglesiente – https://www.carboniaiglesias.net/miniere/
  15. Il Fatto Quotidiano – Ex miniere sarde, un patrimonio immobiliare che va in pezzi – https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/01/03/ex-miniere-sarde-un-patrimonio-immobiliare-che-va-in-pezzi-dopo-la-riconversione-fallita-la-regione-non-vende-e-non-investe-sul-recupero/6437777/
  16. Regione Sardegna – Linee Guida Aree Min Dism (PDF) – https://www.regione.sardegna.it/documenti/1_39_20051010164819.pdf
  17. IGEA – Piano di monitoraggio della falda acquifera dell’Iglesiente – http://www.igeaspa.it/it/indagini.wp;jsessionid=D135AFED2978BEBC4D0C59B9738C32D3?frame5_item=2
  18. Edizioni Europee – L.R. 5 luglio 2019, n. 22. Nuova disciplina generale in materia di cave – https://www.edizionieuropee.it/law/html/213/pu4_02_006.html

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Agordo ai tempi delle miniere: storia, misteri ed esplorazione nella Valle Imperina

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Un incontro sulle miniere di Agordo tra archeologia mineraria, memoria sociale e cunicoli sotterranei

Le miniere di Agordo saranno al centro di una serata dedicata alla storia del territorio, alle cavità artificiali e alle vicende delle comunità che per secoli hanno vissuto intorno all’attività estrattiva. L’appuntamento è in programma giovedì 27 agosto, alle 20.30, al BarH – Chiosco Schievenin, nel Parco Capo.

A guidare l’incontro sarà Manuel Conedera, del Gruppo Speleologico CAI Feltre. Il tema della serata è “Agordo ai tempi delle miniere. Storie, misteri ed esplorazione”. L’iniziativa propone un viaggio nel sottosuolo dell’Agordino, attraverso documenti, testimonianze, strutture minerarie e percorsi sotterranei.

L’incontro sarà dedicato soprattutto alla Valle Imperina, nel territorio di Rivamonte Agordino, a circa tre chilometri da Agordo. Il complesso rappresenta uno dei principali esempi di archeologia mineraria delle Dolomiti bellunesi.

Miniere di Agordo e Valle Imperina: una storia lunga otto secoli

Le prime notizie documentarie sull’attività estrattiva della Valle Imperina risalgono al Quattrocento. Il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi indica il 1417 come l’anno della prima attestazione relativa al trasporto di rame verso Padova per la lavorazione. Altre fonti citano concessioni e documenti degli anni successivi.

La presenza di minerali nella zona potrebbe essere più antica. Alcune ricostruzioni ipotizzano una conoscenza dei giacimenti già in epoca romana, ma la datazione non è ancora definita in modo conclusivo. Per questo motivo, la storia delle miniere di Agordo deve essere ricostruita mettendo a confronto documenti, dati archeologici, resti degli impianti e tradizioni locali.

Il giacimento della Valle Imperina era costituito soprattutto da pirite cuprifera, dalla quale venivano ricavati rame e vetriolo. In quantità minore erano presenti anche minerali argentiferi. Durante il periodo della Repubblica di Venezia il rame aveva un’importanza strategica. Era utilizzato per la monetazione e per la produzione di bronzo destinato all’artiglieria e alla flotta.

Tra il Seicento e il Settecento la Valle Imperina raggiunse il massimo sviluppo. Il sito divenne uno dei principali centri di produzione del rame nell’area controllata dalla Serenissima. Secondo il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, alla fine del Settecento la produzione arrivava a coprire circa metà del fabbisogno veneziano e il complesso occupava circa 1.300 persone, considerando l’insieme delle attività minerarie e metallurgiche.[1]

Archeologia mineraria e tecniche di estrazione

La storia delle miniere di Agordo è legata a un sistema produttivo articolato. Il minerale veniva estratto nelle gallerie e poi sottoposto a cernita, frantumazione, arrostimento e fusione. Il processo richiedeva grandi quantità di legname e carbone.

La pirite cuprifera più ricca poteva essere inviata direttamente ai forni. Il materiale meno concentrato veniva invece sottoposto ad arrostimento lento. Le operazioni potevano durare diversi mesi. Il trattamento produceva anche vetriolo, impiegato nell’industria tintoria.

Nel Seicento fu introdotto l’uso della polvere da sparo per facilitare l’avanzamento degli scavi. L’innovazione consentì di raggiungere nuove porzioni del giacimento, ma rese più complessi i problemi di sicurezza e di stabilità delle gallerie.

La documentazione del Parco descrive anche l’introduzione, nel 1690, di tecniche per via umida. Il rame poteva essere recuperato dalle terre vergini mediante l’impiego di rottami di ferro. Questo procedimento migliorava il rendimento del minerale e riduceva la quantità di materiale destinato agli scarti.

Nel sottosuolo rimanevano pozzi, discenderie, gallerie di coltivazione, cunicoli di scolo e ambienti di servizio. Si tratta di cavità artificiali create per l’estrazione e la gestione delle acque. La loro lettura richiede competenze speleologiche, topografiche e storico-archeologiche.

Il lavoro dei minatori e la società agordina

Le miniere di Agordo non furono soltanto luoghi di produzione. Per diversi secoli costituirono il centro della vita economica e sociale dell’Agordino.

Nel 1609 il complesso dava lavoro a circa 400 persone tra minatori, rostitori e addetti ai forni. Nel 1801 gli addetti diretti erano circa 600. A questi si aggiungevano boscaioli, carbonai, trasportatori, commercianti e lavoratori impegnati nella fornitura di legname, carbone e generi alimentari.[1]

La miniera condizionava l’organizzazione del territorio. Il piccolo fondovalle della Valle Imperina era occupato da edifici produttivi, abitazioni, magazzini e strutture di servizio. Le persone vivevano vicino agli impianti e seguivano i ritmi dell’estrazione e della metallurgia.

Le condizioni di lavoro erano difficili. I minatori operavano in ambienti stretti, umidi e poco illuminati. Il rischio di crolli e allagamenti era costante. La presenza di gas e fumi derivati dai processi metallurgici aggravava i problemi sanitari e ambientali.

La necessità di combustibile modificò anche il paesaggio. La Repubblica di Venezia riservò alle miniere l’utilizzo dei boschi situati entro un determinato raggio. Le immagini storiche della valle mostrano versanti molto più spogli rispetto a quelli attuali. Il Parco collega questa trasformazione sia al consumo di legname sia all’inquinamento prodotto dalla lavorazione dei minerali.[1]

Dalla crisi alla chiusura del 1962

Il primato della Valle Imperina iniziò a ridursi nell’Ottocento. I progressi nelle tecniche di arricchimento e la disponibilità di grandi giacimenti oltreoceano provocarono un calo del valore del rame prodotto localmente.

Nel corso del XIX secolo il complesso passò attraverso diversi assetti amministrativi e proprietari. Dopo il periodo veneziano arrivarono le amministrazioni napoleonica e austriaca. Con l’Unità d’Italia, l’azienda statale fu ceduta a privati.

Alla fine dell’Ottocento la produzione venne orientata verso la pirite e i suoi derivati. La ditta Magni introdusse lavorazioni legate alla produzione di acido solforico. In seguito il complesso passò alla Montecatini.

La chiusura arrivò l’8 settembre 1962. Il giacimento non era necessariamente esaurito. La decisione fu legata soprattutto alla scarsa produttività e alla difficoltà di sostenere economicamente l’impianto. La cessazione dell’attività ebbe conseguenze sulla comunità locale e contribuì ai processi di emigrazione e spopolamento.

Dopo la chiusura, gli ingressi delle gallerie e il pozzo principale furono chiusi per ragioni di sicurezza. Il sito rimase a lungo in una condizione di abbandono. Nel 1989 il Comune di Rivamonte Agordino acquisì il complesso, avviando un percorso di recupero e valorizzazione.[2]

Gallerie, documenti e memoria del territorio

Oggi la Valle Imperina conserva resti di edifici e infrastrutture che permettono di ricostruire la filiera mineraria. Sono ancora riconoscibili i forni fusori, i magazzini, la centrale elettrica, le stalle, il carbonile, la polveriera, la fucina, gli impianti di lavorazione, gli uffici e alcune abitazioni.

Il complesso dei forni fusori ha origini risalenti al XVI secolo. L’ex edificio dei magazzini principali, costruito intorno al 1730, fu utilizzato in seguito come dormitorio e luogo di riunione. L’ex centrale idroelettrica ospita un centro visitatori del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.[1]

La documentazione storica si affianca alle esplorazioni speleologiche. In passato il Gruppo Speleologico CAI Feltre ha collaborato con il Parco e con il Gruppo Archeologico Agordino ARCA alla realizzazione del documentario “Dentro le miniere di Valle Imperina”. Gli speleologi hanno percorso pozzi e gallerie, comprese alcune zone crollate o invase dai detriti, documentando dall’interno la rete sotterranea delle miniere.[3]

Queste attività mostrano come la ricerca sulle cavità artificiali possa integrare fonti diverse. Le mappe minerarie, gli atti amministrativi, i resti degli impianti e i rilievi sotterranei contribuiscono alla ricostruzione di una storia complessa. La miniera diventa così un archivio fisico, nel quale ogni galleria conserva informazioni sulle tecniche di scavo, sui minerali estratti e sulle condizioni di lavoro.

L’appuntamento del 27 agosto

La serata al BarH – Chiosco Schievenin sarà dedicata a questo patrimonio storico e sotterraneo. Manuel Conedera accompagnerà il pubblico nell’Agordino minerario attraverso il rapporto tra storia locale, archeologia industriale, esplorazione e memoria sociale.

Il tema delle miniere di Agordo sarà affrontato partendo dalla Valle Imperina, ma con uno sguardo più ampio sul territorio. Le miniere hanno influenzato l’economia, il paesaggio, l’organizzazione degli insediamenti e le relazioni tra le comunità.

L’appuntamento è fissato per giovedì 27 agosto alle ore 20.30. La sede è il BarH – Chiosco Schievenin, al Parco Capo. La serata si propone come un momento di divulgazione dedicato alla montagna osservata dal suo interno, senza separare la dimensione naturale da quella storica e sociale.

Fonti

Fonti
[1] Centro Minerario di Valle Imperina https://www.dolomitipark.it/natura-e-storia/uomo/architetture/centro-minerario-di-valle-imperina/
[2] Museo delle Miniere della Val Imperina https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/museo/regioni/musei/museo-delle-miniere-della-val-imperina
[3] Belluno – Documentario sulle miniere di Valle Imperina https://www.scintilena.com/belluno-documentario-sulle-miniere-di-valle-imperina/07/21/
[5] Erudizione cittadina e fonti documentarie https://books.fupress.com/isbn/9788864538402
[6] Centro Minerario di Valle Imperina https://it.wikipedia.org/wiki/Centro_Minerario_di_Valle_Imperina
[7] La narrazione museale della civiltà contadina in un territorio di confine https://rivista.clionet.it/sito/wp-content/uploads/Clionet-2023_settembre_Beni-cluturali_Agosti.pdf
[8] La rinascita di Valle Imperina: andiamo in miniera, vi va? https://www.ilnordest.it/vivere-il-nord-est/turismo/miniere-valle-imperina-belluno-agordino-visita-cosa-sapere-e5da4c5j
[9] nuovi documenti su valle imperina http://www.archeoagordo.it/notiz%2021/laveder.htm
[10] Centro Minerario di Val Imperina – Agordino Dolomiti https://www.agordinodolomiti.it/it_IT/esperienze/cosa-vedere/storia/centro-minerario-di-valle-imperina/
[11] Un miglioramento produttivo della tecnica di http://www.archeoagordo.it/14/un_miglioramento_produttivo_.htm
[12] Miniere dell’Agordino https://www.concagordina.it/experience/cultura-e-tradizioni/miniere-agordino/
[13] Centro Minerario Valle Imperina https://www.falcadedolomiti.it/esperienze-o-idee-vacanza/centro-minerario-valle-imperina/
[14] Centro Minerario Valle Imperina: Home Page https://centrominerariovalleimperina.it/
[15] Museo di geologia paleontologia e mineralogia – Dolomiti Bellunesi https://www.visitdolomitibellunesi.com/it/pois/museo-di-geologia-paleontologia-e-mineralogia
[16] Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi: Centro Minerario e Miniere della Val Imperina Rive di Agordo, Centro Visitatori di Rivamonte Agordino, valle del Cordevole, DolomitiPark Dolomiten Dolomites, fotografie photo gallery fotogalerie https://www.magicoveneto.it/belluno/pndb/Miniere-Valle-Imperina.htm
[17] Visitare le Miniere di Val Imperina – Agordino Dolomiti https://www.agordinodolomiti.it/cosa-vedere/storia/centro-minerario-di-valle-imperina/visitare-le-miniere-di-val-imperina/
[18] Trattamento dei minerali piritici http://www.archeoagordo.it/17/enzo.htm
[19] Visite guidate https://centrominerariovalleimperina.it/visite-guidate/
[20] Corso di Laurea magistrale https://unitesi.unive.it/retrieve/e9601c93-e070-4eb0-bbb4-724f74bf1919/829534.pdf
[21] Ghost Mines for Geoheritage Enhancement in the Umbria Region (Central Italy) https://www.mdpi.com/2076-3263/13/7/208/pdf?version=1689071858
[22] Presentato in occasione del Pelmo d’oro il documentario sulle … https://www.scintilena.com/presentato-in-occasione-del-pelmo-doro-il-documentario-sulle-miniere-di-valle-imperina/07/30/
[23] La miniera di magnetite più alta d’Europa tra storia, gallerie e … https://www.scintilena.com/la-miniera-di-magnetite-piu-alta-deuropa-tra-storia-gallerie-e-memoria-di-valle/06/13/
[24] Valle Imperina Mining Center https://www.dolomitipark.it/en/nature-and-history/mankind/architectures/valle-imperina-mining-center/
[25] I minatori di Valle Imperina: una storia dal basso https://www.centrostudialetheia.it/migranti/i-minatori-di-valle-imperina-una-storia-dal-basso/
[26] Scintilena – Una luce nel buio – il giornale quotidiano della … https://www.scintilena.com/
[27] Le Miniere di Agordo Storie di Valle Imperina di Raffaello … https://www.agordinodoverinasconoledolomiti.it/le-miniere-di-agordo-storie-di-valle-imperina-di-raffaello-vergani/
[28] VALLE IMPERINA Gianfranco Mazzolli – Agordino https://www.agordinodoverinasconoledolomiti.it/valle-imperina-gianfranco-mazzolli/
[29] IL SITO MINERARIO DI VALLE IMPERINA A RIVAMONTE CHIUDEVA I BATTENTI SESSANT’ANNI FA (DOPO SECOLI) https://www.radiopiu.net/wordpress/il-sito-minerario-di-valle-imperina-a-rivamonte-chiudeva-i-battenti-sessantanni-fa-dopo-secoli/
[30] I minatori di Valle Imperina: una storia dal basso https://www.centrostudialetheia.it/tag/minatori/
[31] Centro Minerario di Valle Imperina – Alleghe – Falcade – Zoldo https://www.visitdolomitibellunesi.com/en/pois/centro-minerario-di-valle-imperina

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Grotte come archivi archeologici: la ricerca speleologica tra reperti, sedimenti e nuove tecnologie

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Il sottosuolo conserva la memoria umana

Le grotte come archivi archeologici rappresentano uno dei temi centrali della ricerca speleologica contemporanea. Gli ambienti sotterranei hanno accolto uomini e animali in epoche diverse, dalla preistoria alla protostoria fino all’età storica. Le tracce di queste frequentazioni possono comprendere manufatti, resti ossei, focolari, strutture, sedimenti e modifiche delle superfici interne.

La conservazione dipende dalle caratteristiche fisiche delle cavità. Temperatura e umidità relativamente stabili, protezione dagli agenti atmosferici e limitata trasformazione degli spazi possono ridurre i processi di alterazione. Le grotte come archivi archeologici non sono però contenitori neutrali: acqua, crolli, animali, radici, visitatori e attività clandestine possono modificare i depositi. Per questo ogni reperto deve essere interpretato insieme al contesto stratigrafico e geomorfologico.

Sedimenti e reperti per ricostruire il passato

I giacimenti ipogei aiutano a ricostruire aspetti diversi della vita umana. Manufatti e oggetti d’uso quotidiano indicano attività, tecnologie e scambi. Focolari e aree organizzate possono fornire informazioni sulle modalità di occupazione. Sepolture e deposizioni permettono di studiare pratiche funerarie e forme di comportamento rituale.

Anche ciò che non è stato prodotto dall’uomo ha un ruolo importante. I sedimenti registrano l’evoluzione dell’ambiente circostante. La loro composizione può essere collegata a fasi di trasporto idrico, crollo, ingresso di materiali dall’esterno o variazioni climatiche. Resti faunistici e pollini, quando conservati, contribuiscono alla ricostruzione del paleoambiente e delle relazioni tra comunità umane, animali e territorio.

In questa prospettiva, le grotte come archivi archeologici dialogano con paleontologia, geologia, climatologia, antropologia e biospeleologia. L’interpretazione richiede competenze integrate e una documentazione precisa delle quote, delle coordinate, delle unità stratigrafiche e delle condizioni di conservazione.

Il congresso di Ormea e la sessione archeologica

Il XXIII Congresso Nazionale di Speleologia “La melodia delle grotte” si è svolto a Ormea, in provincia di Cuneo, dal 2 al 5 giugno 2022. Gli atti sono stati pubblicati nelle Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, serie II, volume XLII, e sono disponibili online. [web:2][web:6]

La sessione scientifica “Le grotte come archivi archeologici” ha riunito dieci comunicazioni orali e quattro poster. Il programma ha incluso studi su siti già conosciuti, nuove segnalazioni, progetti di ricerca, tutela e valorizzazione. I contributi hanno interessato diverse aree italiane, con una presenza significativa di ricerche svolte nel centro-sud della Penisola. [web:12]

Tra i casi presentati figuravano il nuovo progetto archeologico e paleoambientale di Grotta Battifratta, nel territorio di Poggio Nativo, in provincia di Rieti, e le ricerche nella Grotta della Regina, a Bari-Torre a Mare. La sessione ha incluso anche studi sulla Grotta della Monaca, in Calabria, utilizzata per attività minerarie per circa ventimila anni, e su Grotta Romanelli, in Puglia, considerata un sito importante per la conoscenza del Quaternario mediterraneo. [web:12]

Altri contributi hanno riguardato la Grotta Altro Pianet, in provincia di Bergamo, la Grotta Bella di Avigliano Umbro, in provincia di Terni, la Grotta della Bàsura di Toirano e le grotte ossifere del versante italiano dell’arco alpino. I poster hanno affrontato anche i ritrovamenti fortuiti in grotte liguri, la relazione tra Valle del Giongo e archeologia, nuovi resti di Ursus spelaeus a Frasassi e la valorizzazione della grotta di Valdemino.

Rilievo tridimensionale e documentazione

La ricerca archeologica in grotta affianca allo scavo tradizionale strumenti digitali sempre più articolati. Fotogrammetria, laser scanner, sistemi SLAM e modelli tridimensionali consentono di registrare geometrie, superfici e rapporti spaziali con un livello di dettaglio elevato. Il modello 3D può servire per confrontare lo stato di un sito nel tempo, documentare aree difficili da raggiungere e creare materiali utili per la divulgazione.

La tecnologia non sostituisce il lavoro stratigrafico. Offre una base di documentazione che deve essere collegata a rilievi topografici, fotografie georeferenziate, descrizioni di campo e analisi di laboratorio. Una documentazione completa facilita anche la conservazione preventiva, perché consente di riconoscere spostamenti, erosioni o danneggiamenti.

Ritrovamenti fortuiti: cosa deve fare lo speleologo

La segnalazione dei ritrovamenti è una parte essenziale della tutela del patrimonio ipogeo. In Italia, l’articolo 90 del Codice dei beni culturali stabilisce che chi scopre fortuitamente un reperto o una struttura archeologica deve denunciarlo entro 24 ore alla Soprintendenza competente, al sindaco oppure all’autorità di pubblica sicurezza. [web:11][web:15]

Il rinvenitore deve lasciare il bene, quando possibile, nel luogo e nelle condizioni originarie. La rimozione è ammessa solo quando sia indispensabile per garantire sicurezza e conservazione immediata. È quindi opportuno non scavare, non pulire, non spostare e non divulgare pubblicamente la posizione precisa del ritrovamento prima del contatto con gli enti competenti.

Una segnalazione utile dovrebbe includere luogo, data, descrizione, fotografie senza manipolazione del reperto, coordinate o riferimenti topografici e indicazioni sulle condizioni ambientali. Le grotte come archivi archeologici conservano informazioni che possono andare perdute se un oggetto viene separato dal sedimento o dal contesto in cui è stato trovato.

Tutela e accesso responsabile

La protezione dei siti richiede collaborazione tra speleologi, archeologi, soprintendenze, enti locali e gestori delle aree protette. L’esplorazione può produrre dati importanti, ma deve rispettare autorizzazioni, sicurezza e fragilità dei depositi. Anche la divulgazione deve essere valutata con attenzione: immagini e risultati possono avvicinare il pubblico alla ricerca, mentre dettagli troppo precisi sulla localizzazione possono aumentare il rischio di saccheggio o vandalismo.

Il tema discusso a Ormea mostra una direzione chiara. Le grotte come archivi archeologici sono ambienti di ricerca, ma anche beni culturali da conservare. La qualità delle scoperte dipende dalla capacità di osservare senza alterare, documentare senza semplificare e comunicare senza esporre i siti a ulteriori rischi.

Fonti

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Concluso con successo il secondo appuntamento di “Esplora l’Ignoto” alla Grotta di Pian della Macina

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L’iniziativa di divulgazione speleologica del Team Argod ha richiamato numerosi appassionati nel cuore del carsismo garganico

Si è concluso il 21 agosto 2026 il secondo appuntamento di “Esplora l’Ignoto: avventura nel Sottosuolo”, iniziativa organizzata dall’associazione Argod nella Grotta di Pian della Macina, a San Nicandro Garganico. L’evento ha visto la partecipazione di numerosi visitatori guidati da speleologi esperti attraverso gli ambienti concrezionati della cavità³¹, in un percorso di scoperta del patrimonio carsico pugliese.

L’iniziativa rientra in un più ampio programma di valorizzazione del territorio comunale, sostenuto dal Comune di San Nicandro Garganico e dalla Pro Loco locale, con l’obiettivo di promuovere la conoscenza delle grotte archeologiche e delle formazioni carsiche che caratterizzano l’area del Gargano.

Il contesto carsico di San Nicandro Garganico

Dolina Pozzatina e grotte archeologiche nel cuore del promontorio

San Nicandro Garganico rappresenta uno dei centri più significativi per il carsismo in Capitanata, con un territorio caratterizzato da numerose depressioni, voragini e cavit๹ naturali. Il fenomeno carsico più importante è la Dolina Pozzatina, un grande anfiteatro naturale profondo oltre 100 metri, con un perimetro di 1850 metri, considerata la più grande dolina d’Europa.

Recenti rilevamenti dello SpeleoTeam Montenero hanno portato alla luce nella dolina frammenti risalenti al Paleolitico e pitture parietali in ocra rossa in una delle tre grotte censite all’interno della depressione. Il sito è stato proposto come geosito Unesco per il suo valore scientifico e naturalistico.

Il territorio comunale ospita inoltre il Sito Archeologico di Monte d’Elio, con le rovine dell’antica città medievale di Devia e la Chiesa di Santa Maria di Monte d’Elio, di stile romanico, con dipinti risalenti al XII-XIII secolo. Nell’area di Devia sono state ritrovate tracce di un villaggio dell’Et๹ del Bronzo, con legami possibili con l’insediamento di Torre Mileto.

Le grotte archeologiche di San Nicandro

Grotta dell’Angelo e frequentazione umana dal Paleolitico al Medioevo

La Grotta dell’Angelo, situata sul monte d’Elio a circa 150 metri sul livello del mare, è una cavit๹ carsica di grande interesse archeologico e storico. La grotta si apre con un grande antro semiellittico e si sviluppa orizzontalmente all’interno della collina, con diramazioni verso est e nord.

La denominazione deriva da un’antica tradizione che la identifica come uno dei tre luoghi di culto dell’Arcangelo Michele nel Gargano, probabilmente sin dal tempo dell’impero bizantino o della dominazione longobarda.

Gli scavi condotti nel 1967-1968 da Mara Guerri dell’Istituto di Paletnologia dell’Universit๹ di Firenze hanno portato alla luce resti biologici, selci e ceramiche dal Paleolitico al Medioevo. Il ritrovamento di tombe di età alto-medievale e la presenza di una pila circolare ricavata da un vano naturale confermerebbero l’uso cultuale della grotta, probabilmente adibita a chiesa. Sulla parete destra sono tuttora visibili alcuni graffiti.

La Grotta di Pian della Macina

La “perla nascosta del Gargano” con concrezioni di rara bellezza

La Grotta del Pian della Macina è considerata una delle più belle grotte del Gargano, situata nell’area centro-occidentale del promontorio. Nonostante le dimensioni ridotte, la cavit๹ racchiude qualità e bellezze paragonabili alla Grotta di Castellana, come sottolineato dallo speleologo Roberto Rota nel 1969.

La scoperta della grotta risale al 1905, come riportato da Luigi Vittorio Bertarelli, geografo e speleologo, fondatore del Touring Club Italiano. La cavit๹ prende il nome dal pianoro carsico denominato “Piano della Macina”, per la presenza di grossi blocchi calcarei simili a enormi macine.

Dal punto di vista morfologico, la grotta si presenta come una galleria in pendenza caratterizzata da stalagmiti di diverse dimensioni e imponenti colonne. Gran parte degli speleotemi presenti nei primi 20 metri appaiono di colore rossastro, a causa della presenza di ossidi di ferro e minerali argillosi nel suolo.

Sulla parete spiccano i “coralloidi”, forme globulari ramificate saldate alla parete da un sottile gambo. La prima camera si conclude con una saletta dove il rosso bruno di stalagmiti contrasta con il bianco latte di stalattiti sul soffitto.

Proseguendo verso nord-ovest si attraversa un passaggio angusto che conduce a un terrazzo naturale affacciato su un’imponente caverna. Si discende lungo uno scivolo-pozzo di circa 18 metri, dove alla base la cavit๹ raggiunge il suo apice di bellezza con concrezioni a canne d’organo che si estendono fino alla volta.

Per gli esploratori più determinati è possibile accedere a un’ultima camera tramite una strettoia, dove si trovano stalattiti eccentriche e infiorescenze di cristalli di calcite.

Il lavoro decennale del Team Argod

Valorizzazione del territorio carsico e divulgazione speleologica

Il Gruppo Speleologico ARGOD opera da anni nel territorio di San Nicandro Garganico per la valorizzazione e la divulgazione del patrimonio carsico locale. L’associazione ha promosso nel 2025 il 120? anniversario della prima esplorazione documentata della Grotta di Pian della Macina, con il patrocinio della Federazione Speleologica Pugliese.

L’iniziativa ha previsto visite tecniche per gruppi speleologici, un convegno di speleologia con mostra fotografica e aperture al pubblico con prenotazione obbligatoria. Il Team Argod gestisce inoltre il progetto “Diversamente Speleo”, un’iniziativa sulle orme della speleoterapia, che rappresenta la prima edizione pugliese in una delle grotte più affascinanti del Gargano.

L’associazione organizza regolarmente visite guidate alla Grotta di Pian della Macina, alla Grotta delle Streghe, alla Grotta di Monte Nero, alla Grotta dei Pilastri e ad altre cavit๹ del territorio, contribuendo alla conoscenza e alla tutela del patrimonio speleologico garganico.

Altre cavit๹ del territorio

Grotta delle Streghe e Grotta dei Pilastri nel sistema carsico comunale

Oltre alla Grotta di Pian della Macina e alla Grotta dell’Angelo, il territorio di San Nicandro Garganico ospita numerose altre cavit๹ di interesse. La Grotta delle Streghe, situata in località “Lampione”, è una cavit๹ carsica costituita da due ampie caverne disposte su due livelli, che ospita diverse colonie di pipistrelli.

La grotta ha alimentato miti locali legati alla presenza di streghe, da cui deriva la denominazione. Altre cavit๹ censite nel territorio includono la Grotta di Ciavarella, la Grotta di Pilamelardi, la Grotta Papaglione e la Grotta delle Colonne d’Ercole, ricca di concrezioni.

Il sistema carsico di San Nicandro Garganico comprende quasi 4.000 doline dislocate sul territorio, che costituiscono una delle concentrazioni più significative di morfologie carsiche epigee del promontorio del Gargano.

Fonti

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Grotta di Koskarli: 12.900 anni fa o 12.900 a.C.? La datazione da leggere correttamente

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Lo studio pubblicato su Antiquity indica un’occupazione epipaleolitica tra 12.900 e 12.000 cal BC: una cronologia che porta le tracce dei cacciatori-raccoglitori della grotta turca fino a quasi 15.000 anni fa

La scoperta della Grotta di Koskarli, nella regione orientale del Mar Nero in Turchia, ha suscitato grande interesse anche sulla stampa italiana. Nella diffusione della notizia è emersa una differenza importante nel modo di presentare la cronologia del sito: 12.900 anni fa oppure 12.900 a.C.?

Lo studio scientifico pubblicato il 10 agosto 2026 sulla rivista Antiquity è molto preciso: gli scavi hanno identificato nella grotta un’occupazione epipaleolitica in situ datata a circa 12.900–12.000 cal BC, cioè 12.900–12.000 anni calibrati avanti Cristo.

Questo significa che, espressa come distanza dal presente, l’occupazione risale approssimativamente a 14.900–14.000 anni fa.

Le datazioni al radiocarbonio riportate nello studio confermano questa cronologia: un campione di carbone è stato calibrato nell’intervallo 12.916–12.183 a.C., mentre un campione osseo ha restituito un intervallo di 12.413–12.070 a.C.

La precisazione non modifica l’importanza della scoperta, ma permette di collocarla correttamente nel tempo. Koskarli rappresenta infatti la prima indagine sistematica di un’occupazione epipaleolitica nella regione orientale del Mar Nero e costituisce un nuovo riferimento per lo studio dei cacciatori-raccoglitori del Pleistocene finale e delle loro connessioni regionali.

La grotta si trova nella valle del Sö?ütlü, circa 40 chilometri a sud di Trebisonda, a 1.030 metri di quota. Individuata nel 2019, è interessata da scavi sistematici dal 2024, condotti congiuntamente dal Museo di Trebisonda e dalla Karadeniz Technical University.

Grotta di Koskarli, panoramica delle aree interessate dagli scavi archeologici nel 2024. Foto: Çal??kan Akgül et al., Antiquity (2026), Fig. 2a, CC BY 4.0.

Nel deposito archeologico sono stati trovati un focolare conservato in situ, manufatti in selce e ossidiana, strumenti litici e oggetti di ornamento personale, tra cui un dente animale perforato e un frammento di palco di cervo lavorato.

Particolarmente interessante è anche l’industria litica, che presenta confronti con complessi dell’Anatolia, del Levante e del Caucaso. Gli studiosi mantengono prudenza nell’interpretazione di queste somiglianze, che potranno però contribuire alla ricostruzione della mobilità e della trasmissione delle tecnologie tra le comunità di cacciatori-raccoglitori alla fine dell’ultima fase glaciale.

La formula giornalistica “sito di 12.900 anni”, utilizzata anche da alcune testate che hanno ripreso la scoperta, rischia quindi di creare un equivoco: il riferimento scientifico è 12.900–12.000 cal BC. La fase più antica documentata a Koskarli ci porta dunque indietro di quasi 15.000 anni.

Fonti

  • Antiquity – Cambridge University Press: Koskarli Cave: excavations at an Epipalaeolithic site in the eastern Black Sea region of Türkiye
  • La Nuova Sardegna: Sito epipaleolitico di 12.900 anni trovato in una grotta – La scoperta archeologica è eccezionale
  • Scintilena: In Turchia scoperta la Grotta di Koskarli, un insediamento epipaleolitico datato tra 12.900 e 12.000 anni fa

Foto

Grotta di Koskarli, panoramica delle aree interessate dagli scavi archeologici nel 2024. Foto: Caliskan Akgül et al., Antiquity (2026), Fig. 2a, CC BY 4.0.

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Le Grotte di Sant’Angelo tornano a raccontare 7.000 anni di storia: appuntamento il 23 agosto a Cassano allo Ionio

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Un viaggio nel tempo tra archeologia e speleologia nel cuore della Calabria

Le Grotte di Sant’Angelo di Cassano allo Ionio (CS) riaprono le porte al pubblico con l’evento “Le Grotte Raccontano: dalla Preistoria ai nostri giorni”, in programma domenica 23 agosto 2026.

L’iniziativa propone tre turni di visita alle ore 18:00, 19:00 e 20:00, con posti limitati e prenotazione obbligatoria ai numeri 393 451 3339 e 393 445 3554. Il percorso sotterraneo è guidato simbolicamente da Donna Marsilia, figura emblematica del Pollino, che accompagna i visitatori attraverso sale e gallerie dove si fondono natura e archeologia.

Il complesso carsico di Sant’Angelo: un sistema ipogeo di rilevanza nazionale

Le Grotte di Sant’Angelo costituiscono il più esteso sistema carsico della Calabria, con uno sviluppo totale di 3,65 km e un dislivello di circa 100 metri. Il complesso è formato da una serie di cavità di origine carsica, ricche di concrezioni calcaree e gessose, che si sviluppano a partire da quota 435 m s.l.m. Il sito è gestito dal Centro Speleologico Regionale Enzo De Medici e rappresenta una delle principali attrazioni speleologiche e archeologiche del Mezzogiorno.

La genesi di queste cavità è legata a processi di speleogenesi da acido solforico, un fenomeno geologico che ha prodotto un pavimento disseminato di fratture, depressioni e pozzi di diverse profondità. All’interno di queste strutture si conservano abbondanti materiali archeologici, tra cui ceramiche, strumenti litici, resti faunistici e alcune ossa umane.

La frequentazione preistorica: dal Neolitico all’Età del Bronzo

Gli scavi archeologici condotti tra il 1978 e il 1982 hanno documentato una presenza umana continua nelle Grotte di Sant’Angelo a partire dal Neolitico Medio (V-IV millennio a.C.) fino alla fine dell’Età del Bronzo. Le stratigrafie hanno permesso di identificare quattro fasi principali di occupazione: Neolitico Medio-Tardo (strato IV, 5500-4000 a.C.), Età del Rame antica (strato III, 3700/3600-3300 a.C.), Età del Rame tarda-Età del Bronzo antica (strato II, 2350-2150 a.C.) ed Etಲ del Bronzo tarda (strato I, 1200-1100 a.C.).

Le grotte di Cassano furono sede stabile di comunità agricole neolitiche, offrendo un riparo sicuro e un ambiente adatto all’insediamento. In epoche successive, il sito fu frequentato da popolazioni dell’Età dei Metalli, con evidenze di attività rituali e funerarie.

La Grotta Pavolella: un raro esempio di cremazione neolitica

Uno dei ritrovamenti più significativi riguarda la grotta denominata “Pavolella”, dove è stata accertata una destinazione funeraria con un rarissimo esempio di cremazione in età neolitica. Gli scavi hanno restituito ceramica figulina acroma e ceramica dipinta a bande, oltre a ossidiana utilizzata per la produzione di lame, punte di frecce e monili.

Nel 2023 è stato pubblicato uno studio bioarcheologico e paleogenomico su una sepoltura neolitica insolita rinvenuta in una grotta del territorio di Cassano, caratterizzata da una deposizione prona, priva di equipaggiamento funerario e collocata ad alta quota, lontano da aree abitate. Questo ritrovamento rappresenta un caso unico per la preistoria dell’Italia meridionale e apre nuove prospettive sulle pratiche funerarie del Neolitico calabrese.

Le ricerche più recenti: ceramiche del IV millennio a.C. e nuovi scavi

Nel 2026 è stato pubblicato uno studio approfondito sulla ceramica preistorica del IV millennio a.C. proveniente dal complesso delle Grotte di Sant’Angelo. La ricerca, condotta su materiali recuperati nell’area denominata “Trivio” durante scavi effettuati nel 2017, valuta il potenziale di analisi cronologiche e funzionali approfondite sulla ceramica preistorica in contesti di grotta europei.

Lo studio mostra come i vasi preistorici di questa cavità riflettano i cambiamenti culturali osservati nel corso del IV millennio a.C. (Età del Rame) in Calabria e oltre. I contesti archeologici del “Trivio” offrono un’opportunità eccellente per sperimentare un approccio combinato, archeologico e scientifico, volto a ricostruire l’uso della ceramica nel complesso delle Grotte di Sant’Angelo attraverso il tempo.

Le recenti scoperte speleo-archeologiche a Cassano allo Ionio

Oltre alle Grotte di Sant’Angelo, il territorio di Cassano allo Ionio è oggetto di ricerche speleologiche e archeologiche continue. Nel maggio 2025 si è concluso il campo di ricerca speleologica “I Quadènè 2025”, organizzato dal Gruppo Speleo-Archeologico Aquila Libera con il patrocinio delle Terme Sibarite. L’iniziativa ha promosso esplorazioni e nuove connessioni nel sistema carsico del Monte San Marco.

Nel maggio 2026 si è svolta la quarta edizione consecutiva del campo internazionale di speleologia “I Cuadènè”, con la partecipazione di quattro gruppi speleologici italiani e tedeschi. Le ricerche hanno interessato il Complesso delle Grotte di Sant’Angelo, la Grotta dello Scoglio, la Grotta Zia Caterina (una delle cavità più profonde della Calabria, con 130 metri di dislivello), la Grotta dei Cappuccini e il Pozzo dei Monaci.

Nel marzo 2025 le Grotte di Sant’Angelo hanno riaperto al pubblico dopo un lungo periodo di chiusura, con un programma di visite guidate e iniziative di valorizzazione del patrimonio naturale e culturale locale. Il sito custodisce 3.650 metri di condotte sotterranee e 7.000 anni di frequentazioni umane attestate da ricerche e scavi archeologici.

L’evento “Le Grotte Raccontano”: un’esperienza narrativa immersiva

L’evento “Le Grotte Raccontano: dalla Preistoria ai nostri giorni” è stato proposto per la prima volta nell’ottobre 2025 e riproposto nel gennaio 2026, riscuotendo un notevole successo di pubblico. In ogni snodo sotterraneo, attori e guide danno voce ai protagonisti ideali delle diverse epoche, dalla preistoria fino ai giorni nostri, trasformando le cavit๲ in veri e propri palcoscenici di storia e mito.

Il biglietto d’ingresso è fissato a 9,00 euro per gli adulti e 5,00 euro per bambini e ragazzi (6-18 anni). Le visite sono organizzate con turni prestabiliti e la prenotazione è obbligatoria per garantire l’accesso al complesso.

L’importanza archeologica e speleologica del sito

Le Grotte di Sant’Angelo rappresentano un sito di prim’ordine sia per la speleologia sia per l’archeologia e la paleonatura dell’area sibarita. Il complesso carsico è stato frequentato dall’uomo sin dal Neolitico Medio, circa 6.000 anni fa, e offre un’opportunità unica per studiare l’interazione tra le comunità preistoriche e l’ambiente sotterraneo.

Durante gli scavi sono stati recuperati numerosi manufatti ceramici di uso quotidiano, alcuni vasi con simboli grafici ancora non decifrati e testimonianze di una frequentazione ad uso funerario. I ritrovamenti archeologici dimostrano come il complesso di grotte e caverne fosse utilizzato come spazio di insediamento per abitazioni, luoghi di culto e ripari in caso di invasioni e guerre, dal Neolitico fino ai tempi del Regno delle Due Sicilie.


Fonti

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Scoperte 25 tartarughe di pietra nella Grotta di In: il possibile rito epipaleolitico di Gedikkaya

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Circa 25 tartarughe di pietra rinvenute nella Grotta di ?n, presso Gedikkaya in Anatolia nord-occidentale, riaprono lo studio sui gesti rituali delle comunità epipaleolitiche e sul valore attribuito al paesaggio sotterraneo.

Il ritrovamento nella Grotta di ?n

Circa 25 tartarughe di pietra sono state recuperate nella Grotta di ?n, conosciuta anche come Gedikkaya Ma?aras?, nel distretto di ?nhisar della provincia turca di Bilecik. I reperti sono emersi durante la campagna di scavo condotta tra il 18 maggio e il 18 luglio da un gruppo di 14 archeologi, guidato da Deniz Sar? dell’Università Bilecik ?eyh Edebali.

Le piccole sculture sono in prevalenza di calcare. Alcune risultano ricoperte di argilla. L’esemplare maggiore misura all’incirca 30 centimetri in lunghezza e 20 in larghezza. La forma è spesso sommaria. Alcuni manufatti appaiono incompleti. Questo dato non indica necessariamente una minore abilità tecnica. Per gli archeologi può suggerire una produzione rapida, destinata a un gesto cerimoniale e non alla circolazione come oggetto ornamentale.

Le tartarughe di pietra sono state trovate infisse nel terreno vicino a strutture delimitate da disposizioni circolari. La posizione, e non solo l’immagine animale, è quindi decisiva per interpretare il ritrovamento. Le indagini, la conservazione e il restauro dei reperti proseguiranno presso il Museo di Bilecik e l’università che coordina gli scavi.

Tartarughe di pietra e cronologia epipaleolitica

Il contesto è attribuito all’Epipaleolitico. Le datazioni radiocarboniche disponibili per la grotta collocano i livelli più antichi in una sequenza compresa, a seconda dei campioni e delle aree indagate, tra circa 14.500 e 11.200 avanti Cristo. Espressa rispetto a oggi, la fase iniziale risale a circa 16.500 anni fa.

Non si tratta quindi di una singola data assoluta applicabile indistintamente a ogni tartaruga. È più corretto riferire la cronologia all’orizzonte archeologico nel quale le figurine sono state deposte. Questa distinzione è importante. Le analisi future dovranno definire con maggiore precisione la relazione tra ciascun oggetto, i sedimenti e le strutture circolari.

Gedikkaya conserva una lunga frequentazione. La ricerca scientifica ha documentato occupazioni epipaleolitiche, neolitiche e calcolitiche. La cavità è lunga circa 180 metri e si sviluppa nei calcari di Bilecik, tra Giurassico superiore e Cretaceo inferiore. L’ingresso guarda a nord e la grotta domina la valle del Sakarya. Il sito era stato riconosciuto come ricco di depositi preistorici nel 2017; le ricerche di salvataggio si sono svolte dal 2019 al 2023, prima della recente campagna universitaria.

Perché deporle nel buio della grotta

La domanda centrale è perché le tartarughe di pietra siano state collocate in una parte interna della cavità. La risposta più prudente è che furono verosimilmente oggetti di deposito rituale. La disposizione intenzionale attorno a elementi circolari e la loro infissione nel terreno rendono poco convincente l’ipotesi di un semplice accumulo domestico.

La grotta aveva già restituito indizi di pratiche non ordinarie. A circa 40 metri dall’ingresso, gli scavi precedenti hanno documentato un’area interpretata come fossa votiva: due file di pietre a semicerchio delimitavano il deposito attorno alla porzione superiore di una stalagmite, modificata intenzionalmente. Nel riempimento erano presenti oggetti in arenaria e osso, oltre a una figurina antropomorfa stilizzata.

Le tartarughe di pietra potrebbero quindi appartenere alla stessa tendenza a trasformare elementi naturali della grotta, nicchie, pietre e concrezioni, in riferimenti per pratiche collettive. Non è possibile definire il contenuto preciso del rito. Mancano iscrizioni e testimonianze dirette. È possibile, invece, dire che gli oggetti sembrano essere stati fabbricati e depositati per rendere visibile un’azione condivisa, forse legata alla memoria del gruppo, alla protezione, al territorio o ai cicli naturali.

Un’ipotesi discussa da Deniz Sar? riguarda anche il rilievo di Gedikkaya. Alcune figurine potrebbero richiamare il profilo della collina. Se questa lettura fosse confermata, le tartarughe di pietra indicherebbero un rapporto simbolico tra l’animale, la cavità e il paesaggio esterno. Per ora resta una proposta di lavoro, non una conclusione.

Il significato della tartaruga

Perché scegliere proprio una tartaruga? Gli studiosi segnalano che la figura dell’animale compare in contesti del Paleolitico superiore e della cultura natufiana del Vicino Oriente. Ciò non dimostra un identico significato a Gedikkaya. Mostra però che l’animale era disponibile come immagine riconoscibile nel repertorio simbolico di comunità preistoriche.

La tartaruga offre caratteristiche osservabili che possono avere favorito la scelta: il guscio protettivo, i movimenti lenti, la lunga durata della vita e il legame con suolo e acqua. Questi tratti possono aver suggerito idee di difesa, continuità o stabilità. Sono ipotesi interpretative, non traduzioni certe del pensiero epipaleolitico.

I confronti con le grandi religioni dell’antichità devono essere usati con cautela. Nell’induismo, Kurma è l’avatar tartaruga di Vishnu e sostiene il monte Mandara nel mito della zangolatura dell’oceano di latte. Nella tradizione cinese la tartaruga fu associata a cosmologia, longevità e pratiche divinatorie. Queste immagini sono molto più tarde e appartengono a società diverse. Non spiegano le figurine anatoliche. Aiutano solo a ricordare quanto la forma dell’animale abbia potuto assumere, in tempi e luoghi differenti, valori di sostegno, durata e relazione tra mondo terrestre e ordine cosmico.

Una ricerca ancora aperta

La scoperta aggiunge un nuovo insieme di dati allo studio dell’arte mobiliare e dei rituali nel passaggio tra la fine del Pleistocene e l’inizio dell’Olocene. Le tartarughe di pietra non autorizzano ancora a parlare di un culto definito, né di una religione organizzata nel senso moderno. Indicano però una scelta ripetuta e spazialmente strutturata.

Le prossime analisi dovranno chiarire le tecniche di lavorazione del calcare e dell’argilla, la provenienza delle materie prime, la successione delle deposizioni e l’eventuale presenza di residui o tracce d’uso. Sarà utile confrontare le figurine con la fauna rinvenuta nella grotta e con altri siti epipaleolitici dell’Anatolia e del Vicino Oriente. In questo quadro, la Grotta di ?n si conferma un sito rilevante per capire come le comunità di cacciatori-raccoglitori abbiano attribuito significati ai luoghi sotterranei.

Fonti

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