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‘Signora sarebbero 96 grammi, facciamo un etto?’
Finalmente è ufficiale, anche se ci sono voluti ben tre secoli di ricerche per confermare ciò che alcuni ricercatori del passato avevano già intuito.
Alcuni recenti studi, pubblicati negli ultimi giorni, hanno stabilito che quello che finora era stato considerato un’unica specie, il Proteo, è in realtà un insieme di addirittura nove specie diverse, distribuite dal Carso Giuliano fino alla Bosnia.
Ma facciamo un passo indietro, a
Finalmente è ufficiale, anche se ci sono voluti ben tre secoli di ricerche per confermare ciò che alcuni ricercatori del passato avevano già intuito.
Alcuni recenti studi, pubblicati negli ultimi giorni, hanno stabilito che quello che finora era stato considerato un’unica specie, il Proteo, è in realtà un insieme di addirittura nove specie diverse, distribuite dal Carso Giuliano fino alla Bosnia.
Ma facciamo un passo indietro, al 1762.
Fu Scopoli il primo ricercatore a trovare, in alcune sorgenti esterne alle grotte, degli strani animali allora completamente sconosciuti. Non poteva ancora sapere che stava osservando quello che, di lì a poco, sarebbe diventato uno degli animali più iconici e affascinanti del sottosuolo.
Laurenti, comprendendo l’importanza della scoperta, nel 1768 assegnò a quell’animale il nome di Proteo, facendo però, di fatto, un torto a Scopoli, al quale sfumò così la paternità della scoperta.
Una volta scoperto il Proteo e iniziate le ricerche nelle grotte, gli studiosi che si susseguirono nel tempo notarono alcune differenze tra le varie popolazioni, intuendo che potessero appartenere a specie differenti.
Alcune di queste differenze erano molto evidenti, altre decisamente più difficili da individuare. Proprio questa variabilità ha rallentato per molto tempo la possibilità di suddividere le diverse popolazioni di Proteo in specie distinte.
“Finalmente, grazie alle moderne tecniche di indagini genetiche e scheletriche operate dei colleghi dell’Università di Lubiana, diamo un’identità alle notevoli differenze, sempre osservate da tutti noi che incontriamo i protei nei nostri fiumi carsici”, afferma Nicola Bressi , coature del lavoro e curatore del Museo di Storia Naturale di Trieste.
Dopo le analisi genetiche, scheletriche e morfologiche, si è quindi arrivati alla definizione di queste nuove specie e una di queste, per dar giustizia a un torto di secoli fa, sarebbe bello possa essere dedicata a Scopoli.
Ma non finisce qui.
Nel nostro Timavo, a circa 300 metri sotto la superficie, le indagini condotte dai ricercatori sloveni, insieme alle più recenti ricerche dell’Università di Trieste, hanno evidenziato un fatto davvero straordinario: nelle acque del fiume sotterraneo sono presenti ben due specie di Proteo. Una tipica del Carso italiano, e un’altra che arriva dalla Slovenia ma che ha popolazioni stabili anche in alcuni siti italiani.
Una scoperta che aggiunge un altro tassello alla conoscenza di uno degli ecosistemi sotterranei più affascinanti e misteriosi del nostro territorio.
Marco Restaino della Società Adriatica di Speleologia aggiunge: “ora possiamo dire che, un anno fa, il Proteo da record documentato nella Grotta Luftloch appartiene alla specie propria del Carso Giuliano. Ma il vero colpo di scena delle ultime settimane è stato quello di aver trovato un altro esemplare da record, appartenente questa volta alla specie proveniente dalla Slovenia. Quest’ultimo esemplare, é ancora più grande del precedente e con un peso effettivo di 100 grammi, spaccati al decimo! Possiamo dire che il Timavo oggi custodisce il record di grandezza e peso di ambedue le specie!”
Dal punto di vista morfologico, i due esemplari che sono stati documentati di concerto con l’Università di Trieste, presentano differenze molto marcate, tanto da far ritenere già da tempo che appartenessero a due specie distinte. Per avere però una conferma scientifica definitiva, attendevamo i risultati delle analisi e le conclusioni degli studiosi che da molti anni si occupano della sistematica e della biologia del Proteo.
“Oggi questi risultati ci permettono finalmente di dare un significato preciso a differenze che avevamo osservato sul campo e di comprendere quanto sia ancora più complessa e articolata la biodiversità del nostro ambiente carsico” , afferma Chiara Manfrin , ricercatrice al Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Trieste, che ha presentato alla prima giornata internazionale del carsismo svoltasi a Postumia, i primi risultati completi di un lavoro promosso dalla Regione FVG, riguardanti la distribuzione del Proteo in Italia.
Ancora una volta è il nostro Carso, con il Timavo e il suo mondo nascosto, a ricordarci quanto poco conosciamo delle meraviglie che scorrono proprio sotto i nostri piedi.
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Bat box a Pavia e tutela dei pipistrelli al centro dell’incontro «Ali nella notte», annunciato con conferenza a Palazzo Mezzabarba e liberazione nel cortile di Palazzo Saglio.
L’incontro annunciato a Pavia
Una bat box a Pavia come punto di partenza per parlare di fauna urbana, recupero dei chirotteri e corretta informazione. È il tema dell’iniziativa «Ali nella notte – I pipistrelli tra scienza e leggenda», annunciata da Tutela Pipistrelli APS.
Secondo la comunicazione dell’a
Bat box a Pavia e tutela dei pipistrelli al centro dell’incontro «Ali nella notte», annunciato con conferenza a Palazzo Mezzabarba e liberazione nel cortile di Palazzo Saglio.
L’incontro annunciato a Pavia
Una bat box a Pavia come punto di partenza per parlare di fauna urbana, recupero dei chirotteri e corretta informazione. È il tema dell’iniziativa «Ali nella notte – I pipistrelli tra scienza e leggenda», annunciata da Tutela Pipistrelli APS.
Secondo la comunicazione dell’associazione, il Comune di Pavia ha invitato la realtà romana a intervenire come relatrice in un appuntamento collegato alla posa di una bat box. L’installazione farebbe parte di un più ampio progetto comunale dedicato alla salvaguardia della fauna selvatica.
L’incontro è indicato per il 18 settembre alle 19 nella Sala Consiglio di Palazzo Mezzabarba. Il programma annunciato prevede una conferenza stampa e, in seguito, la liberazione di pipistrelli nel cortile di Palazzo Saglio.
Al momento della verifica non è stata rintracciata una pagina istituzionale del Comune di Pavia indicizzata che riporti il programma completo. Restano quindi da attribuire all’annuncio di Tutela Pipistrelli la data, gli orari, l’esatta collocazione della bat box, le specie coinvolte nel rilascio e gli aspetti autorizzativi dell’operazione. Questa distinzione è utile per descrivere con precisione un’iniziativa che riguarda specie protette e attività specialistiche.
Il titolo scelto ha un precedente rilevante nel contesto cittadino. Il museo Kosmos dell’Università di Pavia ha dedicato nel 2021-2022 una mostra a pipistrelli, biologia, immaginario e conservazione. L’appuntamento annunciato riprende quindi un tema già presente nella divulgazione scientifica pavese.
Tutela Pipistrelli APS e il recupero dei chirotteri
Tutela Pipistrelli APS è nata a Roma nel dicembre 2012. Il sito dell’associazione indica la sede legale in via Valeria Moriconi 52 e una voliera presso Parsec Flor, in via della Marcigliana 532. Tra le finalità pubblicate figurano il raccordo fra ricercatori, mondo scientifico e pubblico, la divulgazione di informazioni corrette sui chirotteri e il dialogo con istituzioni, privati e Centri di recupero animali selvatici.
L’attività descritta non riguarda solo la comunicazione. L’associazione indica anche il primo soccorso, la gestione in cattività, la riabilitazione e il successivo rilascio degli individui idonei. Per gli animali non liberabili sono previste strutture di gestione adeguate. In questo quadro, una liberazione pubblica non va letta come un atto simbolico isolato. Se effettuata con le autorizzazioni richieste e dopo la valutazione sanitaria e comportamentale, rappresenta l’ultima fase di un percorso di recupero.
La presenza di operatori preparati ha anche un valore pratico per i cittadini. Un pipistrello trovato a terra, ferito o in difficoltà non dovrebbe essere raccolto e gestito in modo improvvisato. Le indicazioni vanno richieste ai soggetti competenti sul territorio, così da limitare lo stress per l’animale e adottare procedure corrette.
Bat box a Pavia: utilità, condizioni e monitoraggio
La prospettiva di una bat box a Pavia merita una lettura realistica. Una bat box è un rifugio artificiale. Non è un nido e non assicura che i pipistrelli la occupino subito. Può offrire cavità alternative dove gli habitat disponibili sono pochi, oltre ad avere una funzione educativa per chi vive e frequenta la città.
La sintesi di Conservation Evidence classifica la posa di rifugi artificiali per pipistrelli come intervento «likely to be beneficial», cioè probabilmente benefico. La valutazione riunisce 44 studi. Gli esiti non sono uniformi perché entrano in gioco disegno del manufatto, microclima, specie presenti, supporto, esposizione, paesaggio circostante e durata del controllo.
Un caso italiano riportato nella stessa raccolta aiuta a evitare promesse semplicistiche. In uno studio svolto dal 2007 al 2009, l’uso delle cassette variava dal 12 al 21% nel primo anno, saliva al 26-35% nel secondo e raggiungeva il 40% nel terzo. La frequenza d’uso aumentava con il tempo dalla posa e con l’altezza della cassetta. Si tratta di un risultato utile, non di una previsione automatica per ogni sito.
La revisione di Nathalie Ruegger, basata su 109 pubblicazioni, sottolinea che le cassette vanno programmate per il lungo periodo. Materiali durevoli, più modelli, diverse esposizioni e microclimi, installazioni in gruppi e manutenzione sono elementi da valutare. La stessa revisione richiama un punto essenziale: le bat box non possono diventare una giustificazione per rimuovere alberi con cavità potenzialmente utilizzabili dai chirotteri.
Per questo la bat box a Pavia avrebbe maggiore efficacia se accompagnata da monitoraggi non invasivi e da una strategia più ampia. Conservare alberi maturi e cavità, valutare i rifugi negli edifici, proteggere le aree di foraggiamento, limitare il disturbo e usare con prudenza l’illuminazione notturna sono azioni complementari. Nei siti sotterranei, inoltre, il Centro Regionale Chirotteri raccomanda di minimizzare rumore, fumo e altre fonti di disturbo.
Convivenza urbana e interesse speleologico
La bat box a Pavia collega un gesto visibile a una questione più ampia: la convivenza tra persone e chirotteri. In ambito urbano i conflitti possono nascere dalla presenza di colonie nei fabbricati o dal rinvenimento di giovani esemplari nel periodo estivo. Interventi frettolosi sui rifugi possono creare problemi agli animali e non risolvere la situazione nel tempo.
L’informazione scientifica serve a sostituire paure e leggende con comportamenti verificabili. In questo senso, l’incontro annunciato può mettere in relazione la cura del singolo animale, il rispetto dei rifugi e la gestione degli habitat cittadini. Anche per il pubblico speleologico il tema è vicino: grotte, cavità artificiali ed edifici storici possono ospitare chirotteri in periodi sensibili del loro ciclo biologico. La frequentazione e gli interventi devono quindi essere programmati con attenzione.
Rimangono alcuni dati da chiarire per definire l’iniziativa nel dettaglio: il modello e la posizione della bat box, il soggetto incaricato della manutenzione, le specie e il numero degli animali eventualmente liberati, la loro provenienza e la struttura che coordina le autorizzazioni. La disponibilità di queste informazioni consentirebbe di valutare nel tempo i risultati della bat box a Pavia e di collocarla in un programma urbano di tutela misurabile.
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La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico
Una revisione cambia il quadro del proteo
Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel
La revisione tassonomica del 2026 riconosce Proteus maurii tra le linee evolutive del Carso dinarico
Una revisione cambia il quadro del proteo
Il proteo non è un pesce. È un anfibio urodelo della famiglia Proteidae, adattato alla vita nelle acque sotterranee. Per oltre due secoli, la maggior parte delle popolazioni del Carso dinarico è stata ricondotta alla specie Proteus anguinus. Una revisione pubblicata nel 2026 sulla rivista Amphibia-Reptilia riconosce invece nove specie nel genere Proteus.
Lo studio, firmato da Christophe Dufresnes e collaboratori, integra dati genomici e filogeografici, morfologia, distribuzione, modellistica ambientale, valutazioni del rischio e analisi nomenclaturale. Il risultato non indica la comparsa improvvisa di nove animali distinti. Rende visibile una diversità evolutiva già suggerita da precedenti ricerche genetiche.
La revisione descrive il proteo come un esempio di microendemismo sotterraneo. Le nove specie occupano areali molto ristretti nel Carso dinarico, tra Italia nord-orientale, Slovenia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Il nuovo quadro modifica anche le priorità di conservazione.
Proteo, un anfibio stigionte del Carso dinarico
Il proteo è una salamandra acquatica. Vive in acquiferi, fiumi e laghi sotterranei, sorgenti carsiche e zone di contatto tra ambiente ipogeo ed epigeo. È uno stigionte, cioè un organismo strettamente associato alle acque sotterranee.
Il corpo allungato, la riduzione degli occhi, la pigmentazione generalmente scarsa e le branchie esterne persistenti sono adattamenti alla vita nel buio. La pedamorfosi consente all’animale adulto di conservare caratteri larvali. Il proteo vive e si riproduce in acqua senza completare la metamorfosi terrestre tipica di molte salamandre.
Il nome popolare “pesce delle caverne” è quindi improprio. La denominazione riflette l’aspetto e la vita acquatica, ma non la posizione sistematica dell’animale. Anche il dato sulla longevità, spesso indicata oltre il secolo, va riferito alla letteratura sul complesso storico di P. anguinus. Non può essere trasferito automaticamente a tutte le specie riconosciute nel 2026.
Nove specie e tre nuove descrizioni
La revisione riconosce nove specie di Proteus. Sei corrispondono a nomi già disponibili nella letteratura zoologica. Tre sono descritte formalmente nel nuovo lavoro.
Le specie riconosciute sono:
Proteus anguinus.
Proteus xanthostictus.
Proteus freyeri.
Proteus carrarae.
Proteus croaticus.
Proteus parkelj.
Proteus ikae.
Proteus bosniensis.
Proteus maurii.
Il proteo nero sloveno, Proteus parkelj, viene trattato come specie autonoma. La forma è caratterizzata da pigmentazione più marcata e da occhi maggiormente sviluppati rispetto alle forme bianche troglomorfe.
Le tre specie nuove sono P. ikae, associata all’Istria, P. bosniensis, riferita alla Bosnia nord-occidentale, e P. maurii, legata al Carso Classico. Il lavoro sottolinea che sei nomi erano già disponibili e sono stati recuperati attraverso una verifica storica della nomenclatura.
Proteus maurii, il proteo del Carso Classico
La nuova specie italiana è Proteus maurii. Il suo areale comprende le popolazioni del Carso Classico, nell’area del bacino sotterraneo del Timavo-Reka tra Italia e Slovenia. Il nome specifico rende omaggio al naturalista Edgardo Mauri, impegnato per anni nello studio e nella conservazione del proteo.
La diagnosi non dipende soltanto dall’aspetto esterno. Nel Carso Classico sono stati osservati individui bianchi e longilinei in grotta, ma anche esemplari più robusti e con tonalità dorate presso ambienti superficiali. La variazione fenotipica può dipendere dall’habitat e non basta a identificare una specie.
La delimitazione di Proteus maurii deriva dalla convergenza di più evidenze. I ricercatori hanno considerato la differenziazione genetica, la distribuzione geografica, la morfologia, l’ecologia e la storia dei nomi zoologici. È questo il principio della tassonomia integrativa.
Speciazione e acquiferi carsici isolati
Nel sottosuolo carsico, la continuità apparente del paesaggio non coincide con la connessione delle acque. Fratture, condotti, sifoni, cavità e sorgenti formano reti complesse. La riorganizzazione dei drenaggi, le catture fluviali e le variazioni del livello di base possono interrompere il flusso tra bacini diversi.
Il percorso evolutivo può essere ricostruito in modo semplice. Una popolazione ancestrale occupa le acque sotterranee. Un cambiamento del reticolo carsico isola alcuni gruppi. Il flusso genetico diminuisce. Deriva genetica, selezione e tempo producono lignaggi indipendenti.
Le grotte visitabili sono finestre su acquiferi più ampi. Due cavità vicine in superficie non sono necessariamente collegate in profondità. Due sorgenti lontane possono invece appartenere allo stesso sistema idrogeologico. Questa cautela è essenziale per interpretare la distribuzione del proteo.
Microendemismo e rischio di estinzione
L’abbandono del modello di una sola specie ampiamente distribuita ha conseguenze concrete. Quando tutte le popolazioni erano incluse in P. anguinus, la perdita di una sorgente poteva apparire come un declino locale. Se quella popolazione appartiene a una specie autonoma, lo stesso evento può rappresentare una perdita globale per il taxon.
L’abstract dello studio afferma che le nove specie sono in immediato pericolo di estinzione. La pubblicazione associa alla delimitazione tassonomica anche valutazioni di Lista Rossa e modelli di distribuzione. L’obiettivo è fornire una base per la gestione della conservazione a scala di specie.
Il caso di P. parkelj mostra la fragilità delle distribuzioni minime. Per il proteo nero sloveno viene indicata un’estensione di presenza di circa 3 chilometri quadrati, compatibile con una valutazione di In Pericolo Critico. P. bosniensis è riferito ai bacini superiori di Una e Sana, nella Bosnia nord-occidentale, con un’area occupata molto più piccola dell’estensione complessiva stimata.
Acquiferi carsici e pressioni ambientali
Il proteo dipende dalla qualità dell’acqua sotterranea. Gli acquiferi carsici sono vulnerabili perché l’acqua può infiltrarsi rapidamente attraverso fessure e inghiottitoi. I contaminanti possono transitare lungo i condotti e raggiungere sorgenti e habitat sotterranei con limitata filtrazione naturale.
Le pressioni principali includono nitrati, pesticidi, reflui civili, scarichi industriali, idrocarburi e rifiuti. Si aggiungono captazioni, emungimenti, cave, infrastrutture e cambiamenti nell’uso del suolo. Siccità e variazioni della ricarica possono modificare portate, livelli di falda e temperatura dell’acqua.
La tutela del proteo non può limitarsi al punto in cui viene osservato. Deve comprendere il bacino di ricarica, le connessioni idrogeologiche e le attività svolte in superficie. La documentazione sul progetto SOS Proteus richiama la necessità di integrare il monitoraggio chimico con quello ecologico delle acque sotterranee.
Monitoraggio e ruolo della speleologia
La conservazione richiede dati affidabili e raccolti con metodi a basso impatto. L’eDNA può rilevare tracce genetiche nell’acqua senza catturare direttamente gli animali. Le osservazioni standardizzate alle sorgenti, le fototrappole a infrarossi e il monitoraggio idrochimico possono completare il quadro.
La speleologia può contribuire alla conoscenza delle connessioni tra cavità, sorgenti e sistemi di drenaggio. Il lavoro sul campo deve rispettare protocolli rigorosi. Manipolazioni non necessarie, contaminazione delle attrezzature e divulgazione indiscriminata di località sensibili possono aumentare i rischi.
La gestione dovrebbe coinvolgere speleologi, idrogeologi, zoologi, enti gestori, laboratori genetici e comunità locali. Nessuna disciplina osserva da sola l’intero acquifero. La nuova tassonomia rende necessario coordinare le informazioni biologiche con la cartografia delle falde.
Una nuova scala per la conservazione
La revisione del 2026 modifica il modo di leggere il proteo. Non si tratta più soltanto di una specie simbolo del Carso dinarico, ma di un insieme di linee evolutive legate a sistemi sotterranei distinti. Proteus maurii porta questa revisione direttamente nel Carso Classico italiano.
Il punto centrale riguarda il rapporto tra specie e habitat. Una linea evolutiva isolata in un acquifero piccolo richiede una tutela commisurata alla sua distribuzione reale. La protezione della sorgente è importante, ma deve essere accompagnata dalla salvaguardia del bacino di ricarica e delle acque che lo alimentano.
Per la speleologia, il proteo conferma il valore scientifico delle cavità e delle sorgenti carsiche. Per la conservazione, mostra quanto la diversità sotterranea possa rimanere nascosta fino a quando genetica, idrogeologia e ricerca sul campo non vengono integrate.
Fonti
Dufresnes, C. et al. (2026), Olm sweet olm: unearthing nine species of Proteus hidden beneath the Dinaric Karst, Amphibia-Reptilia, DOI 10.1163/15685381-bja10266. URL: https://orbi.uliege.be/handle/2268/347905
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La biospeleologia documenta quattro microcoleotteri troglobi, ciechi e privi di ali, in quattro aree carsiche andaluse. La scoperta amplia le conoscenze sulla biodiversità sotterranea e richiama l’esigenza di tutelare cavità, fratture e acquiferi.
La biospeleologia aggiunge quattro nomi alla fauna cavernicola della Spagna meridionale. Francisco Javier Sánchez-Camacho e Pablo Barranco, dell’Università di Almería, hanno descritto quattro nuove specie del genere Tychobythinus, piccoli
La biospeleologia documenta quattro microcoleotteri troglobi, ciechi e privi di ali, in quattro aree carsiche andaluse. La scoperta amplia le conoscenze sulla biodiversità sotterranea e richiama l’esigenza di tutelare cavità, fratture e acquiferi.
La biospeleologia aggiunge quattro nomi alla fauna cavernicola della Spagna meridionale. Francisco Javier Sánchez-Camacho e Pablo Barranco, dell’Università di Almería, hanno descritto quattro nuove specie del genere Tychobythinus, piccoli coleotteri pselafini appartenenti alla famiglia Staphylinidae.
Lo studio è stato pubblicato l’11 agosto 2026 sulla rivista zoologica Zootaxa. Le nuove entità sono Tychobythinus eca, Tychobythinus mayorali, Tychobythinus lacilbulensis e Tychobythinus elvirensis. Tutte sono troglobie, cioè strettamente legate alla vita sotterranea, e per ora sono note solo dalle rispettive località tipo.
La ricerca nasce dal lavoro congiunto di specialisti e speleologi impegnati in cavità di quattro distinti distretti carsici dell’Andalusia. Il risultato non si limita a incrementare un elenco faunistico. Offre anche nuovi dati sulla distribuzione, sull’evoluzione e sulla vulnerabilità degli invertebrati adattati al buio.
Quattro Tychobythinus nelle grotte dell’Andalusia
Le quattro specie occupano aree geografiche separate e cavità con caratteristiche proprie. Tychobythinus eca è stato rinvenuto in tre grotte del carsismo in gesso di Sorbas, nella provincia di Almería. Tychobythinus mayorali proviene invece da una cavità della Sierra de Gádor, presso Almócita, sempre nella provincia di Almería.
Le altre due specie ampliano il quadro verso occidente. Tychobythinus lacilbulensis è stato descritto dalla Cueva del Cacao, nella Sierra de Grazalema, in provincia di Cadice. Tychobythinus elvirensis proviene dalla Sierra Elvira, presso Atarfe, in provincia di Granada.
La separazione tra le aree di ritrovamento è un dato importante. Le specie sotterranee hanno spesso capacità di dispersione molto ridotte e possono restare isolate per tempi evolutivi lunghi. In questi contesti, ogni massiccio carsico, sistema di fratture o complesso di cavità può conservare popolazioni differenziate, talvolta endemiche di un settore molto ristretto.
Il lavoro di Sánchez-Camacho e Barranco affronta anche il quadro complessivo del genere. Gli autori organizzano le 110 specie e sottospecie di Tychobythinus allora conosciute distinguendo 80 taxa con una qualche forma di sviluppo oculare e 30 taxa anoftalmi. Le quattro nuove specie aumentano in modo rilevante il numero delle specie del genere note per l’Andalusia.
Microcoleotteri adattati al buio
I pselafini sono coleotteri di dimensioni ridotte. Gli esemplari descritti in Andalusia misurano poco più di un millimetro. Questa scala rende necessarie tecniche di raccolta, osservazione e studio tassonomico molto accurate.
Le nuove specie mostrano caratteri ricorrenti negli organismi adattati alla vita ipogea. Gli occhi sono assenti. Le ali mancano. Le zampe e le antenne risultano allungate e portano numerose strutture sensoriali. La colorazione bruna e la conformazione del corpo completano un insieme di caratteri che permette di riconoscere il legame con l’ambiente di grotta.
In assenza di luce, la visione non offre un vantaggio funzionale. Il contatto con il substrato e la percezione di segnali chimici e meccanici diventano invece centrali. Antenne e arti più lunghi possono quindi contribuire all’orientamento e alla ricerca delle risorse in spazi complessi, tra sedimenti, fessure e depositi organici.
Questi coleotteri sono predatori di piccola taglia. Nell’ecosistema sotterraneo possono alimentarsi di altri minuscoli artropodi, come acari e collemboli. Il loro studio aiuta quindi a ricostruire reti alimentari poco visibili, nelle quali la disponibilità di materia organica è limitata e i rapporti tra specie possono essere molto specializzati.
Biospeleologia e biodiversità sotterranea
La biospeleologia studia gli organismi che vivono nelle grotte, nelle acque sotterranee e negli altri ambienti ipogei. Il suo campo di osservazione non coincide solo con le gallerie accessibili alle persone. Comprende anche fessure, pori, sedimenti e reticoli sotterranei che connettono la superficie, le cavità e gli acquiferi.
Per questo la scoperta di nuove specie ha un valore che supera la descrizione formale. Un troglobio noto da una sola cavità o da un solo settore carsico può diventare un indicatore della specificità biologica di quel sistema. La sua presenza segnala anche che le condizioni ambientali necessarie alla sua sopravvivenza sono rimaste sufficientemente stabili.
La biospeleologia è essenziale per colmare lacune di conoscenza. Gli ecosistemi sotterranei sono difficili da esplorare e molte specie restano sconosciute o sono rappresentate da pochi reperti. Le ricerche integrano osservazioni dirette, campionamenti mirati, studi morfologici e analisi genetiche. Metodi come il DNA ambientale possono affiancare le indagini tradizionali, soprattutto nelle acque e nei sedimenti dove gli organismi sono ardui da individuare.
Conoscere la fauna significa anche migliorare le decisioni di conservazione. Le grotte non sono ambienti isolati. Il loro equilibrio dipende dalla qualità delle acque di infiltrazione, dai suoli, dalla copertura vegetale, dalla gestione del territorio e dalla continuità delle fratture nella roccia. Una protezione limitata al solo ingresso della cavità rischia di non considerare l’intero habitat della fauna ipogea.
Minacce e monitoraggio nelle aree carsiche
Le specie troglobie possono risentire in modo marcato delle alterazioni ambientali. L’inquinamento delle acque sotterranee, le modifiche del drenaggio, l’urbanizzazione nelle aree di ricarica, le attività estrattive e le visite non regolamentate possono cambiare condizioni fisiche e biologiche costruite nel tempo.
Nei sistemi carsici, l’acqua può muoversi rapidamente attraverso inghiottitoi, condotti e fratture. Questo rende gli acquiferi vulnerabili all’arrivo di contaminanti dalla superficie. Le conseguenze riguardano sia la fauna stygobia, legata alle acque sotterranee, sia le comunità terrestri di grotta dipendenti dagli apporti esterni.
La biospeleologia fornisce strumenti concreti per individuare queste criticità. Il monitoraggio delle specie, associato a misure di temperatura, umidità, portata, conducibilità e qualità dell’acqua, permette di costruire una base informativa utile nel tempo. Le informazioni raccolte da speleologi, ricercatori, enti gestori e amministrazioni possono orientare limiti di accesso, protezione delle aree di ricarica e valutazioni degli interventi sul territorio.
La cautela è necessaria anche durante la ricerca. Per organismi rari e localizzati, il prelievo deve essere ridotto allo stretto indispensabile e accompagnato da una documentazione precisa. La ricerca biospeleologica richiede quindi un equilibrio tra necessità di conoscere e responsabilità di non alterare habitat fragili.
Un inventario ancora aperto
Le quattro nuove specie andaluse mostrano quanto il patrimonio biologico sotterraneo resti in parte da documentare. Cavità note da tempo possono ancora ospitare fauna non descritta, mentre le reti di microfratture e gli acquiferi celano comunità quasi impossibili da osservare senza metodi specifici.
Per la speleologia, il dato rafforza il ruolo delle esplorazioni condotte con attenzione ambientale e in collaborazione con la ricerca. Ogni segnalazione faunistica ben documentata può contribuire a definire distribuzioni, periodi di attività e priorità di tutela. Ogni nuova specie ricorda anche che la biodiversità non si concentra solo nei paesaggi visibili.
La ricerca pubblicata su Zootaxa colloca l’Andalusia tra le aree di particolare interesse per lo studio dei pselafini cavernicoli. Allo stesso tempo, offre un esempio del valore operativo della biospeleologia: riconoscere la diversità nascosta, interpretare i legami tra cavità e territorio, e fornire dati necessari per proteggere sistemi sotterranei di cui si conosce ancora solo una parte.
Fonti
Sánchez-Camacho, F. J.; Barranco, P. (2026), “New anophthalmous species of the genus Tychobythinus Ganglbauer, 1896 (Coleoptera: Staphylinidae: Pselaphinae) from southern Spain”, Zootaxa, 5866(2), pp. 201–230. DOI: https://doi.org/10.11646/zootaxa.5866.2.1
Giachino, P. M.; Piano, E.; Serena, F., contributo “Biospeleologia”, negli Atti del XXIII Congresso Nazionale di Speleologia – La melodia delle grotte, Ormea 2022, Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, serie II, vol. 42: https://www.congressospeleo2020.it/wp-content/uploads/2023/11/ormea2.pdf
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Dalla biodiversità australiana alla tutela dei sistemi carsici, una nuova data richiama l’attenzione su acqua, ricerca e patrimonio sotterraneo
Domani, 13 settembre 2026, si celebra per la prima volta la Giornata internazionale delle grotte e del Carso. La ricorrenza, proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO, sarà annuale e intende rendere più visibili ambienti sotterranei spesso poco conosciuti dal grande pubblico. L’obiettivo è collegare divulgazione, studio scientifico, p
Dalla biodiversità australiana alla tutela dei sistemi carsici, una nuova data richiama l’attenzione su acqua, ricerca e patrimonio sotterraneo
Domani, 13 settembre 2026, si celebra per la prima volta la Giornata internazionale delle grotte e del Carso. La ricorrenza, proclamata dalla Conferenza generale dell’UNESCO, sarà annuale e intende rendere più visibili ambienti sotterranei spesso poco conosciuti dal grande pubblico. L’obiettivo è collegare divulgazione, studio scientifico, protezione degli ecosistemi e gestione responsabile dei territori carsici.[web:2]
La Giornata internazionale delle grotte e del Carso arriva in un momento nel quale la conoscenza del sottosuolo assume un valore concreto. Grotte, sorgenti, acquiferi e paesaggi calcarei non sono soltanto luoghi di esplorazione. Custodiscono risorse idriche, biodiversità specializzata, dati geologici e tracce della presenza umana nel tempo.
Giornata internazionale delle grotte e del Carso: il primo appuntamento
La data del 13 settembre è stata designata dall’UNESCO come International Day of Caves and Karst, in sigla IDCK. La prima celebrazione internazionale si svolge a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre. Il programma riunisce una conferenza scientifica e una cerimonia ufficiale, con l’intento di porre in dialogo speleologi, ricercatori, amministratori e comunità locali.[web:2]
La scelta della Slovenia richiama anche la storia della disciplina. Il termine “carsico” deriva dal Carso, la regione storica a ridosso di Trieste nella quale si svilupparono studi sistematici sui fenomeni di dissoluzione delle rocce. Per estensione, il carsismo studia forme e processi prodotti soprattutto dall’azione dell’acqua su rocce solubili, con effetti visibili in superficie e nel sottosuolo.[file:1]
La Giornata internazionale delle grotte e del Carso non propone una celebrazione separata dalle questioni territoriali. UNESCO indica esplicitamente protezione, ricerca e gestione sostenibile come assi della nuova ricorrenza. Invita inoltre scuole, enti, associazioni e cittadini a organizzare visite, incontri, mostre e attività didattiche.[web:2]
Carso, acqua e archivi naturali nelle grotte
Un paesaggio carsico si forma nell’arco di tempi lunghi. L’acqua scioglie progressivamente rocce solubili e può modellare doline, inghiottitoi, condotti sotterranei, grotte, risorgenti e corsi d’acqua ipogei. Il calcare è il substrato più comune, ma il fenomeno può coinvolgere anche dolomia, marmo e altri materiali solubili.
La rilevanza di questi sistemi supera i confini delle aree di grotta. Secondo UNESCO, i paesaggi carsici e le cavità coprono quasi un quarto delle terre emerse e forniscono acqua potabile a oltre un miliardo di persone. Le stesse fonti sottolineano che le grotte conservano biodiversità sotterranea, archivi geologici e testimonianze della storia culturale umana.[web:2]
Questi dati spiegano perché la Giornata internazionale delle grotte e del Carso richiami anche la tutela degli acquiferi. Nei territori carsici l’acqua può muoversi rapidamente attraverso fratture e condotti. Una contaminazione in superficie può quindi raggiungere sorgenti e falde con tempi diversi da quelli osservati in altri contesti geologici. La prevenzione richiede conoscenza del bacino di alimentazione, monitoraggi e scelte compatibili con la fragilità locale.
Le grotte sono anche laboratori di ricerca. Geomorfologia, idrogeologia, geochimica, paleontologia, mineralogia e biologia studiano processi che trovano nel sottosuolo dati difficili da osservare altrove. Il materiale didattico della Società Speleologica Italiana ricorda che molte discipline geologiche utilizzano le grotte come ambiti di indagine e che la salvaguardia richiede di limitare le attività impattanti e il campionamento distruttivo.[file:1]
Australia’s Beautiful Caves e la biodiversità sotterranea
Nel quadro delle iniziative divulgative dedicate alla Giornata internazionale delle grotte e del Carso, è stato diffuso il word search “Australia’s Beautiful Caves”. La risorsa è stata organizzata da Cathie Plowman, vicepresidente australiana dell’organizzazione promotrice, con l’obiettivo di avvicinare ragazze, ragazzi e visitatori agli animali che vivono negli ambienti sotterranei.
Il gioco propone una geografia speleologica dell’Australia attraverso grotte, archi naturali, doline e cavità visitabili. Accanto ai nomi dei siti emergono alcuni temi biologici. Sono ricordati glow worms, grilli di grotta, pipistrelli, crostacei d’acqua dolce e altri organismi legati agli ecosistemi ipogei. Il messaggio è semplice: la grotta non è uno spazio vuoto, ma un habitat con equilibri propri.
Tra gli esempi indicati figurano la Cutta Cutta Cave, nel Territorio del Nord, associata alle tradizioni del popolo Jawoyn e segnalata come habitat del ghost bat, specie minacciata e carnivora. Gunns Plains Cave, in Tasmania, viene presentata come ambiente frequentato dall’ornitorinco e dal gambero d’acqua dolce minacciato. A Marakoopa Cave sono ricordati corsi d’acqua, glow worms, fossili, cristalli di calcite e vasche di calcite.
La selezione include anche siti che aiutano a comprendere la varietà dei processi. L’Archway Cave di Abercrombie, nel Nuovo Galles del Sud, è descritta come il più grande tunnel naturale ad arco in calcare dell’emisfero meridionale. Le Undara Caves, nel Queensland, mostrano invece un sistema sviluppato in lave basaltiche, non nel calcare, collegato a un’eruzione avvenuta circa 190.000 anni fa. Il percorso ricorda quindi che il mondo delle grotte comprende origini geologiche differenti.
Educazione e tutela per le grotte e il Carso
Il word search australiano è un esempio di comunicazione accessibile. Trasforma un elenco di luoghi e specie in uno strumento per parlare di habitat, geologia e comportamenti corretti. Questa dimensione educativa è coerente con la Giornata internazionale delle grotte e del Carso, che UNESCO invita a portare anche nelle classi per spiegare carsismo, acque sotterranee e biodiversità.[web:2]
La visita a una grotta turistica può diventare parte di questo percorso se accompagnata da informazioni chiare. Occorre seguire le indicazioni dei gestori, non uscire dai percorsi consentiti, evitare di toccare le concrezioni e non disturbare gli animali. Nelle cavità non attrezzate servono competenze adeguate, pianificazione e attenzione alla conservazione.
La Giornata internazionale delle grotte e del Carso offre quindi un riferimento comune per gruppi speleologici, parchi, musei, scuole e amministrazioni. Il valore della ricorrenza sta nel rendere riconoscibile il legame tra ciò che accade in superficie e ciò che si conserva sotto terra. Acqua, fauna, paesaggio e memoria culturale appartengono allo stesso sistema.
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Sabato 12 settembre alle 22:00, ora italiana, la Commissione di Biologia dell’Union Internationale de Spéléologie propone un incontro online dedicato alla storia e alle nuove frontiere della ricerca sulla vita sotterranea
Alla vigilia della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo dell’UNESCO, la UIS Biology Commission organizza l’incontro online “Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science”, dedicato alla biologia delle grotte e alle nuove prospe
Sabato 12 settembre alle 22:00, ora italiana, la Commissione di Biologia dell’Union Internationale de Spéléologie propone un incontro online dedicato alla storia e alle nuove frontiere della ricerca sulla vita sotterranea
Alla vigilia della prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo dell’UNESCO, la UIS Biology Commission organizza l’incontro online “Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science”, dedicato alla biologia delle grotte e alle nuove prospettive della ricerca scientifica negli ambienti sotterranei.
L’appuntamento è per sabato 12 settembre 2026 alle ore 22:00 in Italia (CEST), con una sessione online trasmessa in diretta sulla pagina Facebook della Commissione.
L’iniziativa si inserisce nelle celebrazioni della prima International Day of Caves and Karst, istituita dall’UNESCO e fissata ogni anno al 13 settembre. La proclamazione rappresenta un importante riconoscimento internazionale per grotte e territori carsici, ambienti presenti in tutti i continenti ma finora privi di una giornata mondiale specificamente dedicata alla loro conoscenza e tutela.
Con Life in the Dark, la Commissione UIS pone l’accento sul ruolo della biospeleologia. Lo studio degli organismi sotterranei non riguarda infatti soltanto la biodiversità delle grotte, ma si intreccia con idrologia, climatologia, geologia e sviluppo di nuove tecnologie.
Le forme di vita adattate all’oscurità permanente costituiscono inoltre modelli straordinari per comprendere i meccanismi dell’adattamento e dell’evoluzione e per indagare i limiti entro i quali la vita può esistere sulla Terra e, potenzialmente, in altri ambienti planetari.
L’evento vuole così collegare l’eredità della ricerca biospeleologica alle nuove frontiere della scienza delle grotte, portando la vita nel buio al centro della prima grande celebrazione internazionale UNESCO dedicata al mondo carsico e sotterraneo.
Biospeleologia, ricerca e riconoscimento UNESCO stanno molto bene insieme.
Quando: sabato 12 settembre 2026, ore 22:00 (ora italiana) Dove: online, in diretta sulla pagina Facebook della UIS Biology Commission Evento:Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science
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La UIS Biology Commission presenta a Mangalia l’evoluzione della campagna internazionale per la tutela della fauna ipogea; in Italia la Società Speleologica Italiana ha scelto i ragni di grotta come “Animali di Grotta 2026”
La UIS Biology Commission è presente alla 27a International Conference on Subterranean Biology (ICSB 2026), in corso a Mangalia, in Romania, con un poster dedicato all’evoluzione globale della campagna «Cave Animal of the Year [web:12] L’iniziativa, nata nel 2008
La UIS Biology Commission presenta a Mangalia l’evoluzione della campagna internazionale per la tutela della fauna ipogea; in Italia la Società Speleologica Italiana ha scelto i ragni di grotta come “Animali di Grotta 2026”
La UIS Biology Commission è presente alla 27a International Conference on Subterranean Biology (ICSB 2026), in corso a Mangalia, in Romania, con un poster dedicato all’evoluzione globale della campagna «Cave Animal of the Year [web:12] L’iniziativa, nata nel 2008 in Germania per impulso della Verband der deutschen Höhlen- und Karstforscher e.V. (VdHK), mira a trasformare specie sotterranee spesso poco conosciute in ambasciatori della conservazione degli ambienti ipogei. [web:31]
Il poster della UIS Biology Commission a Mangalia 2026
Il poster, intitolato «The global evolution of the “Cave Animal of the Year” campaign, è firmato da Ferdinando Didonna, Ana K. Celis, Luisa Andrea Imamura e Luisa Dainelli. [web:12]
Il lavoro illustra come la campagna tedesca sia divenuta un modello replicato in dodici Paesi: Australia, Austria, Brasile, Francia, Germania, Grecia, India, Italia, Messico, Spagna, Svizzera e Stati Uniti. [web:12]
L’obiettivo è creare una «sinergia globale-locale che unisca comunità speleologiche nazionali attorno a una specie simbolo scelta annualmente, per accrescere la visibilità»» pubblica della biodiversità»» sotterranea. [web:12]
La partecipazione della UIS Biology Commission alla conferenza romena è sostenuta da Luisa Dainelli, Research Fellow del CNR di Verbania Pallanza, che rappresenta la Commissione a Mangalia. [web:12]
L’ICSB 2026 si svolge dal 7 al 12 settembre e coincide con il quarantennale della scoperta della Grotta di Movile, sito di riferimento per la biospeleologia. [web:12]
UNESCO International Day of Caves and Karst 2026: il contesto della conferenza
La conferenza di Mangalia si inserisce in una settimana densa di appuntamenti per la comunità speleologica internazionale. [web:12]
Il 13 settembre 2026 cade la prima Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo (International Day of Caves and Karst, IDCK), proclamata dall’UNESCO nel novembre 2025 su proposta della Slovenia e dell’Unione Internazionale di Speleologia (UIS). [web:4][web:11]
Le celebrazioni ufficiali si svolgono a Postojna, in Slovenia, dal 10 al 13 settembre, con una conferenza scientifica e una cerimonia nella Grotta di Postumia. [web:2][web:8]
In questo quadro, la UIS Cave Biology Commission ha organizzato per il 12 settembre un incontro online intitolato «Life in the Dark: From Legacy to the Frontiers of Cave Science?, trasmesso in diretta Facebook. [web:7] L’appuntamento intende collegare la memoria scientifica della biospeleologia con le nuove frontiere della ricerca e le politiche globali di conservazione. [web:7]
Animale di Grotta 2026 in Italia: i ragni Meta menardi e Meta bourneti
In Italia, la campagna «Animale di Grotta dell’Anno?è»» coordinata dalla Società Speleologica Italiana (SSI). [web:29] Per il 2026 la scelta è ricaduta su due ragni di grotta del genere Meta: Meta menardi e Meta bourneti. [web:29] Queste specie sono considerate bioindicatori sensibili alle variazioni microclimatiche degli ambienti ipogei e il loro stato di salute riflette le condizioni ecologiche delle grotte. [web:29]
La selezione dei ragni di grotta come «Animali di Grotta 2026?sottolinea il ruolo di sentinelle del cambiamento climatico svolto da queste specie negli ecosistemi sotterranei. [web:29] La campagna italiana mira a diffondere conoscenze sulla biospeleologia e a promuovere azioni di tutela della biodiversità»» ipogea attraverso eventi, comunicazioni e attività di citizen science. [web:32]
La rete internazionale «Cave Animal of the Year e la sinergia globale-locale
La campagna «Cave Animal of the Year?si basa su un meccanismo semplice ed efficace: ogni Paese partecipante sceglie ogni anno una specie sotterranea da proporre come ambasciatrice della conservazione. [web:12] Questa strategia trasforma organismi poco noti al grande pubblico in simboli di campagne educative e di sensibilizzazione. [web:12] La rete internazionale coinvolge dodici nazioni, creando un ponte tra iniziative locali e una narrazione globale sulla vita sotterranea. [web:12]
La Germania resta il Paese di origine dell’iniziativa, con la VdHK che continua a coordinare la campagna nazionale e a fornire linee guida per le edizioni internazionali. [web:31] L’Italia partecipa attivamente attraverso la SSI, che integra la campagna con progetti di ricerca, monitoraggio e divulgazione. [web:29][web:32]
Biodiversità sotterranea e conservazione: il ruolo della biospeleologia
La biospeleologia studia gli organismi che vivono in ambienti sotterranei, dalle grotte carsiche alle cavità vulcaniche, fino agli acquiferi profondi. [web:12] Questi ecosistemi ospitano specie endemiche, spesso con adattamenti estremi come la perdita della vista e la depigmentazione. [web:20] La conservazione di questi habitat è cruciale per mantenere la diversità biologica e i servizi ecosistemici associati, come la depurazione delle acque sotterranee. [web:4]
La campagna «Cave Animal of the Year contribuisce a colmare il divario tra ricerca scientifica e percezione pubblica, rendendo accessibili temi complessi come la biospeleologia e la conservazione degli ipogei. [web:12] In questo senso, la scelta di specie carismatiche o ecologicamente significative aiuta a comunicare l’importanza della tutela della vita sotterranea. [web:29]
Eventi e iniziative per la Giornata Internazionale delle Grotte e del Carsismo 2026
Oltre alla conferenza di Postojna, numerosi eventi sono previsti in tutto il mondo per celebrare la prima IDCK. [web:8] In Italia, il calendario nazionale propone attività dall’8 al 19 settembre, con escursioni, conferenze e interventi di bonifica di cavità. [web:9] I Geoparchi UNESCO sono stati invitati a partecipare con iniziative dedicate alla valorizzazione del patrimonio carsico e alla promozione di pratiche sostenibili. [web:10]
La partecipazione della UIS Biology Commission all’ICSB 2026 e la presenza italiana alla campagna «Cave Animal of the Year si inseriscono in questo contesto di mobilitazione internazionale per la conoscenza e la protezione degli ambienti sotterranei. [web:12][web:29]
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Una femmina di Charinus ioanniticus osservata con i piccoli sul dorso nelle gallerie sotterranee. La popolazione, prima segnalazione di Amblypygi in Italia, continua a riprodursi nell’ex rifugio antiaereo triestino
La parola ad Alessandra Ressa
TRIESTE – Una femmina con i piccoli appena nati aggrappati al dorso.
È la nuova, straordinaria osservazione avvenuta nella Kleine Berlin di Trieste, dove da alcuni anni vive una popolazione di Charinus ioanniticus, piccolo aracnide app
Una femmina di Charinus ioanniticus osservata con i piccoli sul dorso nelle gallerie sotterranee. La popolazione, prima segnalazione di Amblypygi in Italia, continua a riprodursi nell’ex rifugio antiaereo triestino
La parola ad Alessandra Ressa
TRIESTE – Una femmina con i piccoli appena nati aggrappati al dorso.
È la nuova, straordinaria osservazione avvenuta nella Kleine Berlin di Trieste, dove da alcuni anni vive una popolazione di Charinus ioanniticus, piccolo aracnide appartenente all’ordine degli Amblypygi.
Una scoperta e una onferma: gli animali non si limitano a sopravvivere nelle gallerie artificiali dell’ex rifugio antiaereo,: riescono a completare al loro interno il ciclo biologico e a riprodursi.
La popolazione triestina di araccnidi , studiata scientificamente a partire dal 2019, rappresentò il primo ritrovamento documentato di un Amblypygi in Italia.A raccontarci la nuova osservazione e la singolare storia di questi abitanti del sottosuolo è Alessandra Ressa, dell’Ufficio Stampa del Club Alpinistico Triestino APS
.La parola ad Alessandra Ressa, quindi.
Nuovi nati nel buio della Kleine Berlin: si riproduce ancora il raro Amblypygi
Nuovo avvistamento nella galleria sotterranea: una femmina con i piccoli sul dorso conferma la capacità della colonia di riprodursi e adattarsi a un ambiente artificiale isolato
Silva de Miranda. Il lavoro, intitolato First record of Amblypygi from Italy: Charinus ioanniticus (Charinidae), venne pubblicato nel volume 18 di Arachnology, alle pagine 642-648, con DOI 10.13156/arac.2020.18.6.642. Le indagini condotte nella Kleine Berlin avevano permesso di riconoscere diversi individui di differenti dimensioni, oltre a numerose esuvie, cioè gli involucri lasciati dagli animali durante la muta, e avevano portato all’osservazione di femmine con uova e successivamente con le cosiddette praenymphae, i giovani che seguono la schiusa.
A prima vista Charinus ioanniticus può sembrare una creatura appartenente a un gruppo di animali molto più conosciuto e inquietante. Il corpo appiattito, i pedipalpi anteriori muniti di spine e soprattutto le lunghissime appendici che si muovono davanti all’animale gli conferiscono un aspetto che può ricordare contemporaneamente un ragno e uno scorpione. Dal punto di vista zoologico, tuttavia, gli Amblypygi costituiscono un ordine distinto degli aracnidi e presentano caratteristiche anatomiche proprie. L’ordine comprende oltre duecento specie e ha una distribuzione prevalentemente tropicale e subtropicale, risultando molto meno rappresentato nelle regioni temperate.
La caratteristica che colpisce maggiormente l’osservatore è rappresentata dal primo paio di zampe, che negli Amblypygi non viene utilizzato per camminare come le altre sei zampe locomotorie. Queste appendici sono diventate estremamente lunghe e sottili e svolgono soprattutto una funzione sensoriale, permettendo all’animale di esplorare l’ambiente attraverso il contatto e le vibrazioni. È proprio osservando un esemplare mentre mantiene queste appendici completamente estese che viene spontaneo pensare all’espressione “rizzare le antenne”, anche se, naturalmente, dal punto di vista anatomico non si tratta di vere antenne.
L’animale si muove con estrema cautela, utilizzando queste lunghe strutture sensoriali per esplorare ciò che lo circonda, mentre i pedipalpi, situati anteriormente e dotati di spine, partecipano alla cattura delle prede. A differenza di quanto potrebbe far pensare il suo aspetto, Charinus ioanniticus non possiede ghiandole velenifere associate ai cheliceri ed è considerato innocuo per l’uomo. Anche gli esemplari osservati nella Kleine Berlin sono descritti dagli studiosi come particolarmente timidi.
La presenza di Charinus ioanniticus nel cuore di Trieste rappresenta un caso particolarmente interessante dal punto di vista ecologico perché l’animale vive all’interno di un ambiente completamente artificiale. La Kleine Berlin è infatti un complesso di gallerie sotterranee realizzato durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, come rifugio antiaereo. Il sistema di cunicoli è rimasto in larga parte conservato e, dal 1996, è affidato al Club Alpinistico Triestino, che ne ha valorizzato il patrimonio storico rendendolo visitabile attraverso un percorso museale.
Proprio alcune caratteristiche fisiche delle gallerie sembrano aver creato condizioni favorevoli all’insediamento dell’aracnide. Gli esemplari sono stati osservati sulle pareti verticali, spesso in corrispondenza di concrezioni calcaree, fratture e superfici caratterizzate dalla presenza di umidità. Le ricerche scientifiche hanno evidenziato come gli animali siano stati osservati frequentemente coperti da piccole gocce d’acqua e come alcuni individui tendessero a rimanere nella stessa porzione di parete. Le caratteristiche del luogo, con elevata umidità, assenza di luce solare diretta e condizioni microclimatiche relativamente stabili, ricreano almeno in parte quelle che gli Amblypygi incontrano negli ambienti naturali sotterranei.
È proprio questo microambiente a rendere la Kleine Berlin un vero e proprio laboratorio naturale nel quale osservare il processo di adattamento di una specie a un ambiente molto diverso da quello esterno. Nel sottosuolo artificiale di Trieste l’animale trova infatti alcune delle condizioni fondamentali di cui necessita: oscurità pressoché permanente, umidità e una superficie verticale ricca di piccole irregolarità nelle quali può muoversi e trovare rifugio.
Quando la popolazione triestina venne studiata scientificamente, la sua presenza rappresentava un enigma biogeografico. Charinus ioanniticus era conosciuto nell’area mediterranea orientale, con segnalazioni provenienti dalla Turchia, dalle isole greche di Rodi e Kos e da altre aree del Mediterraneo orientale; nel 2019 era stata inoltre documentata la presenza della specie ad Atene, primo ritrovamento allora noto nell’Europa continentale. Gli studiosi avevano quindi già ipotizzato che la presenza in un ambiente urbano potesse essere collegata anche a un trasporto accidentale operato dall’uomo.
Per quanto riguarda Trieste, lo studio del 2020 prese in considerazione diverse possibili modalità di arrivo. Gli autori valutarono, tra le altre ipotesi, un eventuale trasporto accidentale associato a materiali speleologici o oggetti storici introdotti nel sistema sotterraneo nel corso degli anni, ma non trovarono collegamenti affidabili fra le attività speleologiche del CAT nelle aree in cui la specie era presente e l’arrivo dell’aracnide nella Kleine Berlin.
È proprio a questo punto che la storia della popolazione triestina diventa particolarmente interessante. Una delle ipotesi storiche considerate dagli studiosi riguarda infatti un possibile trasporto accidentale legato ai movimenti di uomini e materiali durante il periodo bellico dell’ultimo conflitto mondiale. L’ipotesi è compatibile con la biologia della specie e con il fatto che popolazioni di Charinus ioanniticus siano state individuate anche in ambienti artificiali e in prossimità di insediamenti umani, ma non è stato possibile dimostrare quale sia stato l’effettivo vettore che portò gli animali a Trieste. Per questo motivo non è corretto affermare come fatto acquisito che siano stati necessariamente i militari tedeschi in ritirata dalla Grecia a trasportare gli Amblypygi nelle casse di materiale militare. Gli stessi ricercatori che hanno studiato la popolazione hanno sottolineato l’impossibilità di stabilire quando siano arrivati i primi esemplari e attraverso quale mezzo.
Se l’origine della popolazione rimane incerta, ancora più interessante è ciò che è accaduto successivamente. La prima osservazione scientificamente documentata risale al 2019, ma gli studi condotti nei due anni successivi dimostrarono che nella galleria non era presente un individuo isolato. Furono riconosciuti esemplari adulti e giovani di diverse dimensioni, insieme a numerose esuvie, segno che gli animali completavano il proprio ciclo di crescita all’interno dell’ex rifugio antiaereo di Trieste. Le osservazioni ripetute di individui già riconosciuti e marcati dimostrarono inoltre che alcuni esemplari rimanevano nel sistema sotterraneo nel corso del tempo.
Ancora più significativa fu l’osservazione di femmine con uova e successivamente con giovani. Nello studio scientifico sono documentate, in particolare, una femmina con uova osservata il 6 luglio 2020 e una femmina con praenymphae osservata il 1° ottobre dello stesso anno.
La biologia riproduttiva di Charinus ioanniticus aggiunge un ulteriore elemento di interesse. La specie è nota per la capacità di riprodursi per partenogenesi in alcune popolazioni, cioè attraverso una riproduzione nella quale la femmina può produrre prole senza la fecondazione da parte di un maschio. La letteratura scientifica ha documentato questo fenomeno nella specie, in particolare nelle popolazioni di Rodi, anche se la modalità riproduttiva delle popolazioni di altre aree, compresa quella italiana, richiede valutazioni specifiche. È quindi più prudente parlare della popolazione triestina come di una popolazione costituita da sole femmine e capace di riprodursi, senza attribuirle automaticamente una modalità riproduttiva definitivamente dimostrata per ogni generazione.
La presenza, oggi, di una femmina con giovani sul dorso rappresenta quindi un’osservazione particolarmente interessante perché documenta nuovamente una fase riproduttiva all’interno della galleria e mostra che la popolazione continua a trovare nell’ambiente sotterraneo condizioni compatibili con il proprio ciclo biologico.
Il fatto che questi animali siano presenti nella Kleine Berlin da anni non significa che siano facilmente osservabili durante le normali visite. Gli Amblypygi hanno abitudini prevalentemente notturne e sono estremamente discreti; inoltre gli esemplari possono rimanere immobili sulle pareti per lunghi periodi, mimetizzandosi contro superfici grigie, concrezioni e zone d’ombra. La loro individuazione richiede quindi attenzione e conoscenza dell’habitat.
Per la Kleine Berlin, inoltre, la presenza di Charinus ioanniticus costituisce un ulteriore elemento di valore naturalistico che si affianca alla straordinaria importanza storica delle gallerie. Il rifugio non rappresenta quindi soltanto una testimonianza architettonica e militare del Novecento, ma è diventato nel corso dei decenni anche un ambiente nel quale una specie insolita ha trovato condizioni sufficientemente favorevoli per insediarsi e riprodursi.
L’osservazione del 28 agosto aggiunge dunque un nuovo tassello alla conoscenza della popolazione triestina di Charinus ioanniticus. La femmina con i giovani sul dorso non rappresenta semplicemente un’immagine curiosa o spettacolare, ma testimonia la complessità di un processo biologico iniziato almeno diversi anni fa e tuttora osservabile all’interno di una galleria artificiale.
La Kleine Berlin continua così a custodire due storie apparentemente lontanissime: quella degli uomini che nel 1944 scavarono e costruirono il rifugio sotterraneo e quella, molto più antica e silenziosa, dell’evoluzione di un aracnide capace di adattarsi all’oscurità, all’umidità e alla stabilità microclimatica del sottosuolo.
Quando un esemplare viene illuminato dalla luce di una torcia, quelle che sembrano antenne si distendono sulla parete e cominciano a esplorare lo spazio circostante. È un movimento lento, quasi impercettibile, ma racchiude una delle storie naturalistiche più singolari del sottosuolo triestino: quella di una specie mediterranea che, per ragioni ancora non completamente chiarite, è arrivata in una città dell’Alto Adriatico, ha trovato rifugio in una struttura costruita dagli uomini durante la guerra e, contro ogni previsione, ha trasformato quelle gallerie in una casa capace di sostenerne il ciclo vitale.
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La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo
Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MF
La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development (Elsevier), documenta per la prima volta la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio della Grotta delle Torri di Slivia, evidenziando il legame esistente tra attività umane in superficie e ambiente sotterraneo
Le microplastiche non si fermano alla superficie. Per la prima volta uno studio scientifico ha documentato la presenza di microplastiche (MPs) e microfibre (MFs) nelle acque di stillicidio di una grotta, dimostrando come l’inquinamento prodotto dalle attività umane possa raggiungere anche gli ecosistemi sotterranei più delicati.
Scintilena ne ha già parlato a inizio agosto, ma è interessante riproporre l’articolo.
La ricerca è stata condotta nella Grotta delle Torri di Slivia (Pejca v Lazcu), nel Carso Classico, in provincia di Trieste, ed è stata pubblicata sulla rivista internazionale Groundwater for Sustainable Development, edita da Elsevier.
I ricercatori hanno analizzato sette punti di campionamento, rilevando la presenza di particelle di origine antropica in quattro di essi. Oltre l’80% dei materiali individuati era costituito da fibre di cellulosa, prevalentemente cotone, mentre le microplastiche sono state riscontrate in tre punti, con la presenza di PET (polietilene tereftalato) e PU (poliuretano).
Secondo gli autori, le possibili fonti di contaminazione sono riconducibili a rifiuti abbandonati nelle doline, alla vicinanza di infrastrutture come autostrada e ferrovia, oltre che alle attività antropiche diffuse sul territorio. L’inquinamento verrebbe quindi trasferito nel sottosuolo attraverso le connessioni tra aria, acqua e suolo, tipiche degli ambienti carsici.
Lo studio sottolinea come la presenza di microplastiche e microfibre nelle acque di stillicidio possa rappresentare un potenziale rischio per le risorse idriche, gli habitat sotterranei e le specie che li popolano. Per questo motivo gli autori evidenziano la necessità di avviare monitoraggi multidisciplinari sempre più approfonditi, capaci di comprendere le relazioni tra superficie e ambiente ipogeo e di fornire strumenti utili alla conservazione degli ecosistemi carsici.
Lo studio è stato realizzato da Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, con la collaborazione del CNR-STIIMA, dell’Università di Trieste, di Biologia Sotterranea Piemonte – Gruppo di Ricerca e del gestore della Grotta delle Torri di Slivia, Corrado Greco.
Fonte: Valentina Balestra, Raffaella Mossotti, Luca Zini e Rossana Bellopede, Falling from the ceiling: first evidence of microplastic and microfibre pollution in cave dripping waters, pubblicato nel 2026 sulla rivista Groundwater for Sustainable Development, Volume 34, articolo 101669 (Elsevier)
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Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni in
Il 26 maggio 1986 gli speleologi superarono l’ostruzione che per decenni aveva nascosto uno dei più straordinari sistemi carsici del mondo. Tutto era cominciato da un indizio familiare agli speleologi: un fortissimo soffio d’aria proveniente dal sottosuolo.
C’era una grotta, ma sembrava finire quasi subito. E poi c’era quel vento.
La storia moderna della Lechuguilla Cave, nel New Mexico, ha qualcosa di profondamente speleologico: prima delle grandi gallerie, delle esplorazioni internazionali, delle spettacolari concrezioni di gesso e delle ricerche scientifiche, ci fu un indizio apparentemente semplice. Aria che passava attraverso un accumulo di detriti dove, in teoria, non avrebbe dovuto esserci altro.
Quarant’anni fa quell’intuizione portò a uno degli sfondamenti più importanti della speleologia moderna.
Una piccola grotta che non convinceva gli speleologi
Lechuguilla si trova nel Carlsbad Caverns National Park, nelle Guadalupe Mountains del New Mexico.
Prima del 1986 era considerata dal National Park Service una cavità di scarsa importanza. All’ingresso si apriva un pozzo di circa 27 metri, seguito da appena 122 metri di passaggi asciutti apparentemente senza prosecuzione. All’inizio del Novecento vi era stato estratto per un breve periodo anche guano di pipistrello.
Non sembrava esserci molto altro da vedere.
Ma dagli anni Cinquanta gli speleologi che visitavano la cavità notarono qualcosa di difficile da ignorare: dal fondo ostruito della grotta proveniva un forte vento.
Non esisteva un passaggio evidente. L’aria, però, suggeriva esattamente il contrario.
Se un volume così importante d’aria riusciva a muoversi attraverso i detriti, da qualche parte oltre quell’ostruzione doveva esserci spazio. E probabilmente molto.
Scavare seguendo il vento
Nel corso degli anni diversi speleologi tentarono di trovare la prosecuzione.
La svolta arrivò nel 1984, quando un gruppo di speleologi del Colorado ottenne dal National Park Service l’autorizzazione a scavare nell’ostruzione.
Non si trattò quindi di una scoperta improvvisa. Fu il risultato di un’intuizione coltivata per decenni e di un lavoro di disostruzione portato avanti con la convinzione che quel vento non potesse provenire dal nulla.
La letteratura speleologica statunitense descrive il flusso d’aria come eccezionale: in determinate condizioni il rumore proveniente dall’ostruzione ricordava quello di un treno merci sotterraneo. La polvere poteva essere sollevata e spinta verso l’alto lungo il pozzo d’ingresso.
Poi, il 26 maggio 1986, accadde quello che gli speleologi aspettavano.
L’ostruzione cedette verso la cavità sottostante e il gruppo riuscì a entrare in grandi gallerie percorribili.
Dietro quella frana non c’era semplicemente una prosecuzione.
C’era Lechuguilla.
Da poche centinaia di metri a centinaia di chilometri
Quello sfondamento cambiò completamente la storia della grotta.
Le esplorazioni partirono a un ritmo impressionante. Speleologi provenienti dagli Stati Uniti e successivamente da molti altri Paesi parteciparono alle campagne di esplorazione, rilievo e ricerca.
Secondo il National Park Service, sono stati cartografati oltre 233 chilometri di gallerie, con un dislivello che raggiunge 489 metri.
Il dato riportato nella pagina ufficiale del Parco è però riferito alla situazione del 2019 e deve quindi essere letto come un valore minimo consolidato, non necessariamente come la misura aggiornata dell’attuale sviluppo esplorato.
La National Speleological Society, presentando il volume Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, parla infatti di oltre 240 chilometri esplorati.
Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia.
Una grotta che ha cambiato anche la scienza delle grotte
Lechuguilla si è rivelata un ambiente sotterraneo eccezionale non soltanto per le dimensioni.
Le esplorazioni hanno incontrato enormi depositi di gesso e zolfo giallo, concrezioni e mineralizzazioni di straordinaria varietà: giganteschi “lampadari” di gesso, lunghissimi cristalli e filamenti, cannule, perle di grotta, balloon di idromagnesite ed eccentriche subacquee.
Alcune morfologie erano praticamente sconosciute prima dell’esplorazione della cavità.
Lechuguilla ha inoltre fornito elementi fondamentali per comprendere la speleogenesi ipogenica legata all’acido solforico nelle Guadalupe Mountains. La presenza di grandi quantità di gesso e zolfo ha contribuito a rafforzare un modello genetico molto diverso dalla classica dissoluzione del calcare operata dalle acque meteoriche provenienti dalla superficie.
La grotta è diventata così un enorme laboratorio naturale nel quale geologia, mineralogia, microbiologia e speleologia si incontrano.
I batteri di Lechuguilla e la resistenza agli antibiotici
Di un altro aspetto sorprendente della grotta Scintilena si è occupata recentemente, nell’articolo “Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici”, pubblicato il 28 marzo 2026.
In ambienti profondi e fortemente isolati di Lechuguilla sono stati studiati microrganismi dotati di meccanismi naturali di resistenza agli antibiotici, nonostante non fossero stati precedentemente esposti ai farmaci utilizzati dalla medicina moderna.
Queste ricerche hanno contribuito a mostrare come la resistenza agli antibiotici non sia esclusivamente una conseguenza dell’attività umana: alcuni dei meccanismi biologici che oggi osserviamo hanno origini molto più antiche.
È uno degli esempi più affascinanti di come una scoperta nata dall’ostinazione di alcuni speleologi davanti a una frana abbia finito per aprire nuove strade anche alla ricerca scientifica.
Il vento come promessa di vuoto
A quarant’anni dallo sfondamento del 1986, forse l’aspetto più suggestivo della storia di Lechuguilla rimane proprio il suo inizio.
Gli speleologi non vedevano la prosecuzione.
Non potevano conoscere le dimensioni del sistema che si trovava sotto di loro. Non avevano davanti una grande finestra nera o un pozzo inesplorato.
Avevano una frana e del vento.
Ma per chi esplora le grotte il movimento dell’aria può essere una misura invisibile del vuoto. Una corrente importante attraverso una strettoia, una fessura o un accumulo di detriti può raccontare l’esistenza di ambienti che ancora nessuno ha visto.
A Lechuguilla quell’indizio conduceva a uno dei più grandi sistemi sotterranei conosciuti.
Dopo decenni di tentativi e due anni di nuovi scavi, il 26 maggio 1986 gli speleologi riuscirono finalmente a seguirlo.
E il vento aveva ragione.
Fonti
National Park Service – Carlsbad Caverns National Park, Lechuguilla Cave. Fonte principale per la storia dell’ingresso, gli scavi iniziati nel 1984, lo sfondamento del 26 maggio 1986, sviluppo, profondità, mineralizzazioni e attività scientifica.
National Speleological Society, pubblicazioni e materiali dedicati alla Lechuguilla Cave e alla storia delle esplorazioni.
Patricia Kambesis, Sixty-Five and Still Going Strong, Journal of Cave and Karst Studies. Ricostruzione della storia delle esplorazioni nelle Guadalupe Mountains e del ruolo della scoperta di Lechuguilla.
Scintilena, Marina Abisso, Batteri delle profondità già resistenti agli antibiotici, 28 marzo 2026.
Scintilena, Per Natale regala un bel libro: Lechuguilla Cave: Discoveries in a Hidden Splendor, 9 dicembre 2023
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Uno studio condotto sul vulcano siciliano ha chiarito come due specie di ragni del genere Meta si dividano le grotte laviche in base all’altitudine e al microclima. I dati raccolti tra il 2020 e il 2021 mostrano che Meta menardi occupa le cavità più fredde e elevate, mentre Meta bourneti preferisce quote inferiori e temperature più miti.[1][2]
Ragni di grotta sull’Etna: Meta menardi e Meta bourneti si dividono per temperatura e altitudine
Biospeleologia e conservazione: il ri
Uno studio condotto sul vulcano siciliano ha chiarito come due specie di ragni del genere Meta si dividano le grotte laviche in base all’altitudine e al microclima. I dati raccolti tra il 2020 e il 2021 mostrano che Meta menardi occupa le cavità più fredde e elevate, mentre Meta bourneti preferisce quote inferiori e temperature più miti.[1][2]
Ragni di grotta sull’Etna: Meta menardi e Meta bourneti si dividono per temperatura e altitudine
Biospeleologia e conservazione: il riscaldamento globale potrebbe spingere Meta bourneti verso l’alto, minacciando le popolazioni relitte di Meta menardi nelle grotte laviche siciliane
Segregazione di nicchia nelle grotte laviche dell’Etna
Il genere Meta (Araneae, Tetragnathidae) include due tra i ragni più diffusi nella zona crepuscolare degli ambienti ipogei europei: Meta menardi e Meta bourneti. Entrambe le specie presentano un ciclo vitale che combina una fase dispersiva epigea e una fase sedentaria ipogea, spiegando la loro ampia distribuzione.[1][3]
Sull’Etna, recenti osservazioni avevano già segnalato la presenza di entrambe le specie, con Meta menardi limitata a poche grotte ad alta quota dove Meta bourneti risulta assente. Per comprendere i fattori ecologici alla base di questa segregazione, un team dell’Università di Torino ha condotto indagini di campo in 40 cavità vulcaniche tra il dicembre 2020 e il dicembre 2021.[1]
I risultati evidenziano un effetto dominante della temperatura nella separazione delle due specie lungo il gradiente altimetrico, che va dal livello del mare fino a 2.300 metri. Meta menardi colonizza grotte sopra i 1.200 metri (media 1.430 ± 110 m), con temperature interne intorno ai 10,1 °C e precipitazioni più elevate. Meta bourneti, invece, si trova generalmente sotto gli 800 metri (media 800 ± 330 m), in ambienti più caldi (13,7 ± 1,9 °C) e con minori precipitazioni.[1]
Nessuna delle due specie è stata rilevata oltre i 1.600 metri. Le grotte non colonizzate da ragni Meta risultavano generalmente più fredde di 8,0 °C e caratterizzate da precipitazioni ancora più abbondanti.[1]
Età del substrato lavico e habitat esterno: fattori secondari
Oltre a temperatura e altitudine, sono stati valutati anche l’età del substrato lavico e il tipo di habitat esterno alla grotta. Entrambe le specie tendono a colonizzare grotte formate in colate laviche antiche, superiori a 1.000 anni, spesso associate a vegetazione ben sviluppata come boschi o arbusteti.[1]
Tuttavia, l’analisi statistica non ha rivelato differenze significative tra le due specie rispetto all’età della lava o all’habitat circostante. Questi fattori sembrano quindi favorire la colonizzazione in generale, senza influenzare in modo differenziale la scelta tra Meta menardi e Meta bourneti.[1]
Riscaldamento globale e rischio per Meta menardi in Sicilia
Lo scenario attuale di riscaldamento globale potrebbe alterare significativamente questo equilibrio. Un aumento delle temperature medie favorirebbe l’espansione verso l’alto di Meta bourneti, specie più termofila, portandola a entrare in contatto con le popolazioni relitte di Meta menardi.[1][2]
Questa sovrapposizione potrebbe determinare competizione diretta o esclusione competitiva, con possibili effetti negativi sulla sopravvivenza di Meta menardi in Sicilia. Inoltre, lo spostamento verso quote superiori esporrebbe questa specie a maggiori rischi vulcanici, data la dinamica attività dell’Etna.[1]
Secondo gli autori, la popolazione siciliana di Meta menardi appare quindi destinata a essere progressivamente sostituita da Meta bourneti, con il rischio concreto di estinzione locale per la prima specie.[1]
Biospeleologia e conservazione: i ragni Meta come bioindicatori
La sensibilità di questi ragni alle variazioni microclimatiche li rende ottimi bioindicatori dello stato di salute degli ecosistemi sotterranei. La Società Speleologica Italiana ha scelto proprio Meta menardi e Meta bourneti come “Animali di Grotta dell’Anno” per il 2026, sottolineando il loro ruolo di sentinelle del cambiamento climatico negli ambienti ipogei.[2][3]
Monitorare la distribuzione di queste specie permette di cogliere precocemente gli effetti del riscaldamento globale sulle grotte, fornendo dati utili per strategie di conservazione mirate. La biospeleologia assume così un valore applicativo diretto nella tutela della biodiversità sotterranea.[2][3]
Ulteriori novità sugli studi dei ragni di grotta
Oltre allo studio etneo, recenti ricerche hanno approfondito la vulnerabilità dei ragni ipogei ai cambiamenti climatici. Una meta-analisi globale pubblicata nel 2026 conferma che il clima influisce su fisiologia, comportamento e disponibilità di habitat per le specie sotterranee, con effetti variabili a seconda del taxon e del contesto ecologico.[4]
In Italia, un dataset aperto sulle comunità di ragni sotterranei delle Alpi occidentali, pubblicato nel 2025, offre uno strumento prezioso per studi eco-evolutivi e per valutare la vulnerabilità di queste specie alle pressioni ambientali.[1][5][6]
Un altro studio del 2025 ha evidenziato come la riduzione dell’umidità, combinata con l’aumento delle temperature, possa ridurre drasticamente la sopravvivenza di artropodi di grotta, sottolineando l’importanza di considerare stress climatici multipli nella conservazione.[7]
Questi contributi confermano che i ragni del genere Meta, per la loro sensibilità e distribuzione, rappresentano modelli ideali per comprendere gli impatti del cambiamento climatico sugli ecosistemi sotterranei.[2][8]
Fonti
Nicolosi G., Piano E., Isaia M. (2022). Niche segregation in Meta spiders (Araneae, Tetragnathidae) on Mount Etna (Sicily, Italy). Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, s. II, 42, 2022.
The European Zoological Journal – “Evidence of population stress linked to droughts in cave-dwelling spiders: the case of Meta bourneti in north-western Italy” (2025) URL: https://doi.org/10.1080/24750263.2025.2536018
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Nuovi dati sulla biodiversità sotterranea nel Nord Piemonte
La fauna ipogea della Valle Strona è stata oggetto di un approfondito studio condotto da Denise Trombin ed Enrico Lana, ricercatori del gruppo Biologia Sotterranea Piemonte. Le indagini, avviate nel 2016 e proseguite negli anni successivi, hanno interessato 12 cavità naturali dell’area, portando a una caratterizzazione preliminare ma significativa della fauna sotterranea presente in questo settore del Nord Piemonte.
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Nuovi dati sulla biodiversità sotterranea nel Nord Piemonte
La fauna ipogea della Valle Strona è stata oggetto di un approfondito studio condotto da Denise Trombin ed Enrico Lana, ricercatori del gruppo Biologia Sotterranea Piemonte. Le indagini, avviate nel 2016 e proseguite negli anni successivi, hanno interessato 12 cavità naturali dell’area, portando a una caratterizzazione preliminare ma significativa della fauna sotterranea presente in questo settore del Nord Piemonte.
I risultati delle ricerche hanno permesso di triplicare le entità faunistiche conosciute rispetto alle sporadiche registrazioni pubblicate nel secolo scorso, identificando 46 taxa almeno a livello di genere e 36 entità a livello di specie.
Composizione faunistica e specie specializzate
La fauna ipogea della Valle Strona comprende organismi appartenenti a tre Phyla principali: Arthropoda, Chordata e Mollusca.
Gli Artropodi rappresentano il gruppo più ricco, con 7 classi, 16 ordini, 29 famiglie, 37 generi e 26 specie identificate. I Cordati presentano 2 classi con 3 specie totali, mentre i Molluschi sono rappresentati da 7 specie distribuite in 8 generi.
Tra le specie di maggiore interesse biologico spiccano alcuni elementi specializzati tipici della fauna ipogea alpina. Sono stati confermati la presenza di Alpioniscus feneriensis (Parona, 1880), un isopode troglobio, e dei generi Niphargus (Amphipoda) e Oroposoma (Diplopoda).
Il genere Niphargus, di specie non ancora identificata, è stato rilevato esclusivamente nella Caverna delle Streghe di Sambughetto, mentre Alpioniscus feneriensis è presente anche nella grotta Böcc dal Faij e nella grotta del Rio Bagnone 5.
Un’osservazione particolarmente significativa riguarda la prima segnalazione di Stafilinidi Pselafini in ambiente ipogeo nella Caverna delle Streghe, appartenenti alle specie Bryaxis collaris, B. kruegeri e Pselaphogenius quadricostatus. Sono inoltre degni di nota i ritrovamenti di Ischyropsalis carli nella Caverna delle Streghe e di Ischyropsalis dentipalpis nella Grotta dell’Alpe Ravinella.
Assenza significativa di Coleotteri specializzati
Un aspetto particolarmente interessante emerso dallo studio della fauna ipogea della Valle Strona riguarda l’assenza totale di Coleotteri specializzati appartenenti alle tribÙ dei Trechini e dei Leptodirini, nonostante questi siano presenti in altre aree vicine del Piemonte settentrionale.
Nelle zone limitrofe della Valle Sesia, del Biellese, della bassa Valle d’Aosta e del Torinese sono infatti documentati generi di Leptodirini come Archeoboldoria, Canavesiella e Dellabeffaella, completamente assenti nell’area di studio. Analogamente, i Carabidi Trechini fortemente specializzati dei generi Doderotrechus e Duvalius, che popolano le valli centro-meridionali del Piemonte e ricompaiono in provincia di Varese, non sono stati rinvenuti in Valle Strona.
Questa discontinuità degli areali distributivi rappresenta un elemento di notevole interesse biogeografico e richiede un’analisi approfondita delle cause storiche e ambientali che hanno determinato tale distribuzione.
Influenza delle glaciazioni pleistoceniche
La spiegazione più probabile per l’assenza di questi elementi specializzati risiede nella storia geologica e geomorfologica dell’area, in particolare nell’intenso effetto dei periodi glaciali durante il Pleistocene.
Secondo la classica teoria del cosiddetto “effetto Pleistocenico”, formulata da Barr e Holsinger nel 1985, le forme ancestrali avrebbero trovato rifugio negli ambienti stabili e umidi delle grotte durante i periodi di condizioni superficiali sfavorevoli. L’isolamento che ne è derivato avrebbe favorito fortemente le dinamiche di speciazione, caratterizzando le attuali biocenosi ipogee in termini di rarità, endemicità, genetica e troglomorfia.
L’analisi della carta GK500-LGM, preparata da SchlÜchter nel 2009, che mostra la massima estensione dei ghiacciai in Svizzera e in parte del territorio italiano durante l’ultima epoca glaciale (circa 24.000 anni fa), indica che l’area della Valle Strona non era coperta dal ghiaccio.
Tuttavia, secondo Motta (2014), l’area mostra segni di copertura glaciale durante il Pleistocene, in netto contrasto con i dati della cartografia svizzera. Cella e Ricci (1985) segnalano inoltre che nei pressi dell’ingresso della Caverna delle Streghe di Sambughetto sono rinvenibili grossi ciottoli di probabile trasporto glaciale.
Un’intensa pressione climatica durante i periodi glaciali del Pleistocene potrebbe spiegare la totale mancanza di elementi specializzati appartenenti ai Leptodirini e ai Trechini, modificando la distribuzione di questi organismi in modo permanente.
Le 12 cavità investigate
Le ricerche hanno interessato dodici cavità naturali dell’area: Caverna delle Streghe (PI2501), Grotta dell’Alpe Ravinella (PI2676), Balm del Diaulin (PI2836), Balm del Diau (PI2696), le sei Grotte del Torrente Bagnone (PI2825-PI2830), Bocc dal Faij (PI2677) e Grotta Cadente (PI2678).
La metodologia adottata ha previsto la ricerca diretta a vista all’interno delle cavità e nei pressi degli ingressi. Gli organismi sono stati fotografati e identificati in loco quando possibile; per i generi e le specie più rare sono stati raccolti campioni successivamente affidati agli specialisti per la determinazione tassonomica.
Classificazione biospeleologica: troglobi, troglofili e troglosseni
Per comprendere appieno la fauna ipogea della Valle Strona è utile approfondire la classificazione biospeleologica degli organismi cavernicoli, che distingue tre categorie fondamentali in base al grado di adattamento all’ambiente sotterraneo.
Troglobi
I troglobi sono organismi strettamente legati all’ambiente cavernicolo, capaci di riprodursi soltanto in esso e generalmente dotati di modificazioni morfologiche e fisiologiche che li rendono particolarmente adatti a vivere in condizioni di oscurit๹ permanente, atmosfera non ventilata, umidit๹ ambientale elevata e temperatura relativamente costante.
Questi animali mostrano gli adattamenti più spinti per la vita sotterranea: nascono, si riproducono e muoiono esclusivamente all’interno delle grotte o di ambienti similari. Presentano caratteristiche tipiche come micro- o anoftalmia (riduzione o assenza degli occhi), depigmentazione (perdita della colorazione), atterismo (riduzione delle ali negli insetti), metabolismo rallentato e sviluppo di organi sensoriali particolarmente sviluppati per compensare l’assenza di luce.
Nella fauna ipogea della Valle Strona, esempi di troglobi includono Alpioniscus feneriensis e le specie del genere Niphargus, completamente adattati alla vita sotterranea.
Troglofili
I troglofili sono organismi che, pur frequentando abitualmente l’ambiente cavernicolo, possono rinvenirsi anche in ambienti diversi da questo. Non presentano adattamenti anatomici o fisiologici particolari all’ambiente sotterraneo come i troglobi, ma hanno un bisogno vitale ponctuale del milieu souterrain.
Questa categoria si suddivide ulteriormente in due gruppi:
Subtroglofili: abitano le grotte regolarmente o solo in alcuni periodi della loro vita, ma rimangono legati alla superficie per alcune funzioni biologiche, come l’alimentazione. Esempi includono alcuni ditteri, limonidi e pipistrelli che frequentano le grotte solo in determinati periodi dell’anno o del giorno.
Eutroglofili: mostrano una netta preferenza per le grotte e particolari adattamenti comportamentali, pur non essendo completamente vincolati a tale ambiente. Possono abbandonare le cavit๹ per escursioni esterne in ambienti comunque idonei alle loro necessità biologiche.
Nella Valle Strona, specie come Trechus lepontinus e vari molluschi rientrano in questa categoria ecologica.
Troglosseni
I troglosseni (o trogloxeni) sono animali che fanno parte solo accidentalmente della fauna cavernicola. Appartengono a questo gruppo tutte quelle specie che normalmente vivono nell’ambiente epigeo e che entrano in grotta per caso: trasportati dalle acque meteoriche, dal vento, per caduta accidentale, per sfuggire ai predatori o per cercare fresco nei periodi estivi.
Questi organismi non sono in grado di stabilire una popolazione sotterranea permanente e la loro presenza nelle cavit๹ è episodica e non riproduttiva. Nella fauna della Valle Strona, diversi artropodi di superficie rientrano in questa categoria.
Prospettive di ricerca future
Gli autori dello studio sottolineano la necessità di proseguire le ricerche nella Caverna delle Streghe di Sambughetto e nelle altre cavit๹ della Valle Strona, con l’obiettivo di caratterizzare la fauna sotterranea con un maggior grado di dettaglio.
Le indagini future potranno contribuire non solo alla conoscenza della biodiversità ipogea dell’area, ma anche alla ricostruzione della storia geologica della Caverna delle Streghe e all’analisi delle dinamiche biogeografiche che hanno determinato l’attuale distribuzione della fauna ipogea nel Nord Piemonte.
La discontinuità degli areali distributivi osservata, con l’assenza di gruppi specializzati presenti nelle zone limitrofe, rappresenta un elemento di particolare interesse per la biospeleologia e la biogeografia delle Alpi occidentali, meritevole di ulteriori approfondimenti multidisciplinari.
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Venerdì 28 agosto passeggiata serale con esperti per conoscere da vicino la vita e le abitudini dei chirotteri
Venerdì 28 agosto, dalle 20:30 alle 23:00, la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, nel territorio di Borgo Val di Taro (Parma), ospita una Bat-Night, serata dedicata alla scoperta dei pipistrelli e della fauna notturna.
Accompagnati da esperti, i partecipanti potranno conoscere la vita segreta dei chirotteri e delle falene, approfondendone abitudini, caratte
Venerdì 28 agosto passeggiata serale con esperti per conoscere da vicino la vita e le abitudini dei chirotteri
Venerdì 28 agosto, dalle 20:30 alle 23:00, la Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, nel territorio di Borgo Val di Taro (Parma), ospita una Bat-Night, serata dedicata alla scoperta dei pipistrelli e della fauna notturna.
Accompagnati da esperti, i partecipanti potranno conoscere la vita segreta dei chirotteri e delle falene, approfondendone abitudini, caratteristiche e importanza per gli ecosistemi e per la nostra vita quotidiana. L’incontro prevede una breve passeggiata serale nei dintorni del Centro Visite della Riserva.
La partecipazione è gratuita, con iscrizione obbligatoria presso il Centro Visite. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare il numero 349 773 6093 tramite SMS o WhatsApp.
L’appuntamento è al Centro Visite della Riserva, località Predelle di Porcigatone, Borgo Val di Taro (PR).
Evento presso Riserva Naturale Regionale Oasi WWF dei Ghirardi, Borgo Val di Taro (Parma), Emilia-Romagna
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Un modello statistico ad alta affidabilità per prevedere l’habitat del coleottero cavernicolo
Uno studio recente ha applicato i modelli di distribuzione delle specie (SDM) per analizzare l’idoneità ambientale di Duvalius carantii, un coleottero ipogeo endemico delle Alpi sud-occidentali.
La ricerca, condotta da Marco Tolve dell’Università degli Studi di Torino insieme a Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Marco Isaia, ha utilizzato l’algoritmo MaxEnt per elaborare 31 occorrenze g
Un modello statistico ad alta affidabilità per prevedere l’habitat del coleottero cavernicolo
Uno studio recente ha applicato i modelli di distribuzione delle specie (SDM) per analizzare l’idoneità ambientale di Duvalius carantii, un coleottero ipogeo endemico delle Alpi sud-occidentali.
La ricerca, condotta da Marco Tolve dell’Università degli Studi di Torino insieme a Pier Mauro Giachino, Elena Piano e Marco Isaia, ha utilizzato l’algoritmo MaxEnt per elaborare 31 occorrenze georeferenziate della specie, ottenendo un modello predittivo con prestazioni elevate (AUC medio 0,907) [web:2][file:1].
I risultati indicano che quattro fattori spiegano la distribuzione attuale di D. carantii: la temperatura media annuale (38,6% di importanza), la distanza dai ghiacciai pleistocenici del Last Glacial Maximum (40,1%), l’escursione termica media diurna (17,5%) e la stagionalità³² delle precipitazioni (3,7%) [file:1]. Nel complesso, temperatura e distanza dai ghiacciai antichi spiegano quasi l’80% dell’idoneità bioclimatica del coleottero ipogeo.
Metodologia e risultati del modello di distribuzione
Il team di ricerca ha calibrato il modello all’interno dell’area accessibile (M-area), costruendo un buffer di 30 km attorno ai punti di occorrenza noti. Sono state utilizzate 19 variabili bioclimatiche da WorldClim, dati di elevazione e la distanza dalle masse glaciali pleistoceniche ricostruite da Ehlers et al. (2011), con anelli di distanza di 1 km [file:1].
L’area prevista dal modello si sovrappone agli areali di altre specie di Duvalius in Italia e Francia, oltre a Doderotrechus spp. nel settore settentrionale. Questa sovrapposizione di nicchia bioclimatica suggerisce un’elevata vicarianza geografica tra le specie di coleotteri sotterranei delle Alpi occidentali, con areali profondamente modellati dalle dinamiche glaciali del Pleistocene [file:1].
Vicarianza ecologica e variabilità intraspecifica
Un aspetto interessante emerso dallo studio riguarda due località occidentali che non rientrano nell’area predetta come idonea. Questo dato apre nuove linee di ricerca sulle dinamiche che hanno plasmato l’areale attuale di Duvalius carantii e sulle relazioni con le specie ecologicamente vicarianti vicine [file:1].
I ricercatori sottolineano la necessità di specifici studi tassonomici e morfologici sulla variabilità di D. carantii per chiarire i pattern di variabilità intraspecifica ancora non scoperti. L’approccio SDM si conferma uno strumento fondamentale per indagare aspetti ecologici, biogeografici, evolutivi e conservazionistici della fauna ipogea [file:1][web:2].
Classificazione della fauna cavernicola: troglobi, troglofili e troglosseni
La biospeleologia classifica gli organismi che frequentano le grotte in tre categorie principali, basate sul loro grado di adattamento all’ambiente ipogeo. Questa classificazione, proposta originariamente da Schiner nel 1854 e perfezionata da Racovitza nel 1907, rimane uno strumento utile per comprendere l’ecologia sotterranea [web:3][web:8].
Troglobi: i veri cavernicoli obbligati
I troglobi (o troglobionti) sono organismi perfettamente adattati alla vita ipogea e incapaci di svincolarsene. Presentano adattamenti morfologici e fisiologici marcati: sono anoftalmi (privi di organi visivi funzionali), depigmentati, con zampe e antenne allungate e organi sensoriali specializzati [web:10][web:12][file:1]. Compiono l’intero ciclo vitale all’interno delle grotte e rappresentano lo stadio evolutivo più avanzato di adattamento all’ambiente sotterraneo. Duvalius carantii rientra in questa categoria, essendo un coleottero ipogeo endemico strettamente legato all’habitat cavernicolo [file:1].
Troglofili: organismi con legami parziali con la grotta
I troglofili sono organismi presenti con regolarità³¹ nelle grotte ma non obbligatoriamente legati ad esse per l’intero ciclo vitale. Questa categoria si suddivide in due gruppi:
Subtroglofili: abitano le grotte regolarmente o solo in alcuni periodi della vita, ma rimangono legati alla superficie per alcune funzioni biologiche (ad esempio per nutrirsi). I pipistrelli rappresentano un esempio classico di subtroglofili [web:15][web:18][file:1].
Eutroglofili: mostrano una netta preferenza per le grotte e possiedono adattamenti morfologici e fisiologici particolari, pur potendo vivere e in alcuni casi riprodursi anche nell’ambiente epigeo [web:4][web:12].
I troglosseni (o trogloxeni) sono organismi la cui presenza in grotta è sporadica e accidentale. Vi capitano per caduta, trasporto passivo da parte dell’acqua o altri meccanismi involontari. Sono incapaci di stabilire una popolazione sotterranea e non entrano a far parte dell’ecosistema cavernicolo in senso ecologico [web:9][web:13][web:14]. Possono costituire un importante apporto di nutrimento per la fauna ipogea, ma non sono considerati parte integrante della comunità sotterranea.
Implicazioni per la conservazione e la ricerca futura
Lo studio di Duvalius carantii si inserisce in un contesto più ampio di applicazione degli SDM alla fauna ipogea. Nonostante i modelli di distribuzione delle specie abbiano visto un aumento esponenziale delle pubblicazioni negli ultimi anni, gli SDM relativi ad artropodi sotterranei sono rimasti in ritardo rispetto a quelli per organismi epigei [file:1][web:2].
La ricerca evidenzia come le transizioni climatiche passate abbiano avuto un’influenza profonda sulla fauna sotterranea, guidando la colonizzazione ipogea e plasmando i pattern distributivi attuali. La distanza dai ghiacciai pleistocenici emerge come fattore determinante, confermando il ruolo delle dinamiche glaciali nel modellare la biodiversità³² cavernicola delle Alpi sud-occidentali [file:1][web:3].
Fonti
Tolve M., Giachino P.M., Piano E., Isaia M. “Habitat suitability of Duvalius carantii (Sella 1874) (Coleoptera, Carabidae: Trechini)”. XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, Ormea (CN) 2-5 giugno 2022. Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia s. II, 42, 2022.
Phillips S.J., Anderson R.P., Schapire R.E. (2006). “Maximum entropy modeling of species geographic distributions”. Ecological Modelling, 190(3-4): 231-259. https://doi.org/10.1016/j.ecolmodel.2005.03.026
Mammola S., Leroy B. (2018). “Applying species distribution models to caves and other subterranean habitats”. Ecography, 41(7): 1194-1208. https://doi.org/10.1111/ecog.03532
Sket B. (2008). “Can we agree on an ecological classification of subterranean animals?”. Journal of Natural History, 42(21-22): 1549-1563. https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/00222930801995762
HowStuffWorks. “The Three Types of Cave Life”. https://science.howstuffworks.com/life/biology-fields/cave-biology1.htm
Subterranean Biology. “Towards a biologically meaningful classification of subterranean organisms”. https://subtbiol.pensoft.net/article/9759/
Museo Civico di Storia Naturale di Trieste. “Sala La Grotta”. https://museostorianaturaletrieste.it/visita/ambienti-e-microcosmi-del-carso/sala-la-grotta/
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Un metodo non invasivo per il monitoraggio di Speleomantes ambrosii e nuove ricerche ampliano le conoscenze sulla fauna ipogea
Stime più affidabili per la conservazione dei geotritoni
Stimare quanti geotritoni vivano in una grotta è più complesso di quanto possa suggerire un semplice conteggio. Gli individui possono restare nascosti nelle fessure, spostarsi tra pareti e detriti oppure risultare meno attivi in condizioni ambientali non favorevoli. Il numero osservato durante un so
Un metodo non invasivo per il monitoraggio di Speleomantes ambrosii e nuove ricerche ampliano le conoscenze sulla fauna ipogea
Stime più affidabili per la conservazione dei geotritoni
Stimare quanti geotritoni vivano in una grotta è più complesso di quanto possa suggerire un semplice conteggio. Gli individui possono restare nascosti nelle fessure, spostarsi tra pareti e detriti oppure risultare meno attivi in condizioni ambientali non favorevoli. Il numero osservato durante un sopralluogo non coincide quindi necessariamente con l’abbondanza reale della popolazione.
Lo studio presentato al XXIII Congresso Nazionale di Speleologia, svolto a Ormea dal 2 al 5 giugno 2022, affronta questo problema applicando il metodo del doppio osservatore a tre popolazioni di geotritone di Ambrosi, Speleomantes ambrosii. La ricerca è stata realizzata da Giacomo Rosa, Andrea Costa, Fabrizio Oneto e Sebastiano Salvidio, con il coinvolgimento del DISTAV dell’Università degli Studi di Genova e del Gruppo Speleologico Ligure Arturo Issel.
Il protocollo utilizza modelli N-mixture multinomiali. Questi modelli consentono di stimare l’abbondanza tenendo separata la quantità reale di animali dalla probabilità che ciascun individuo venga rilevato. Il metodo non richiede il riconoscimento individuale e può essere svolto durante un unico sopralluogo.
Geotritone di Ambrosi, il caso delle tre grotte liguri
Le tre cavità studiate si trovano nella provincia della Spezia e hanno uno sviluppo lineare rispettivamente di 15, 27 e 39 metri. Ogni grotta è stata suddivisa in sezioni di un metro. Le sezioni comprendevano le due pareti laterali e il soffitto, diventando repliche spaziali per l’analisi statistica.
Gli osservatori hanno contato 202 geotritoni nella prima grotta, sette nella seconda e 34 nella terza. Le stime corrette dell’abbondanza sono risultate pari a 207 individui nella prima cavità, con intervallo di confidenza al 95% tra 185 e 231; sette nella seconda, con intervallo tra due e 13; e 35 nella terza, con intervallo tra 24 e 46.
La probabilità di osservazione è stata superiore allo 0,80 in tutti i siti. Il risultato indica che, in quelle condizioni di campionamento, la maggior parte degli animali presenti era rilevabile. La differenza tra i conteggi diretti e le stime è stata quindi contenuta, anche se il modello ha permesso di quantificare l’incertezza associata ai dati.
Perché il doppio osservatore riduce i costi
Il metodo del doppio osservatore presenta alcuni vantaggi rispetto alla cattura-marcatura-ricattura e al campionamento per rimozione. Queste tecniche possono richiedere più visite, personale dedicato, attrezzature e autorizzazioni specifiche. La manipolazione degli anfibi aumenta inoltre la necessità di adottare rigorose procedure igieniche per ridurre il rischio di trasmissione di patogeni.
Nel protocollo ligure, due operatori lavorano nello stesso momento e registrano gli individui rilevati. Le osservazioni vengono poi analizzate in modo da stimare la probabilità di rilevamento. Il sistema è economico e non richiede marcature fisiche. Per questo può essere adatto a programmi di monitoraggio a lungo termine, a condizione che le visite siano standardizzate e che siano rispettate le autorizzazioni previste per le specie protette.
Il metodo non sostituisce ogni altra tecnica. La scelta dipende dalla domanda di ricerca. Se l’obiettivo è seguire sopravvivenza, crescita o spostamenti individuali, la foto-identificazione o la cattura-ricattura possono fornire informazioni aggiuntive. Se l’obiettivo principale è stimare l’abbondanza con un basso impatto, il doppio osservatore può essere una soluzione efficace.
Dal conteggio alla foto-identificazione spaziale
Le ricerche più recenti stanno ampliando il quadro metodologico. Nel 2025 uno studio su una popolazione ligure di Speleomantes strinatii ha applicato la cattura-ricattura spaziale, o SCR, a 104 individui riconosciuti attraverso il disegno ventrale. Il lavoro ha analizzato l’uso dello spazio, l’attività stagionale e le differenze tra maschi, femmine e subadulti.
Le femmine hanno percorso in media 0,60 metri al giorno, contro 0,22 metri rilevati per i maschi durante il monitoraggio. Gli animali sono risultati più attivi in estate e hanno mostrato una preferenza per le zone interne della cavità e per le pareti più rugose. La griglia permanente e la localizzazione precisa delle osservazioni hanno permesso di collegare la presenza dei geotritoni alla struttura dei microhabitat.
La foto-identificazione evita, in alcuni casi, la marcatura fisica. Le immagini possono inoltre fornire misure biometriche, informazioni sulla colorazione e dati sulla condizione corporea. Il riconoscimento fotografico deve essere accompagnato da procedure coerenti, perché illuminazione, angolazione e qualità delle immagini possono influenzare il confronto tra individui.
Il monitoraggio nazionale tra 2021 e 2024
Un dataset pubblicato nel 2024 raccoglie quattro anni di monitoraggio su 66 popolazioni di Speleomantes, in ambienti sotterranei e di superficie. Il progetto ha prodotto 3.836 immagini di alta qualità e comprende le otto specie conosciute del genere, distribuite nell’Italia continentale, a San Marino e in Sardegna, oltre a popolazioni ibride.
Le attività hanno seguito uno sforzo di campionamento standardizzato. Gli operatori hanno registrato dati demografici, peso, lunghezza, sesso, classe di età, presenza di parassiti e malformazioni. Le immagini sono state calibrate con riferimenti cromatici e metrici. La lunghezza muso-cloaca è stata utilizzata per distinguere giovani e adulti, evitando di basarsi soltanto sulla lunghezza totale, che può essere alterata dalla perdita e dalla rigenerazione della coda.
Il dataset può essere integrato con studi precedenti e, per alcune popolazioni, estendere la serie temporale fino a sette anni. Una serie ripetuta è essenziale per distinguere le normali variazioni stagionali da un reale declino demografico. Il monitoraggio consente inoltre di individuare cambiamenti nella condizione corporea e nella frequenza di parassiti o malformazioni.
Nuove informazioni dalle popolazioni italiane
Nel 2024 è stata descritta una nuova popolazione di Speleomantes italicus nel territorio di Valle Castellana, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Sono stati osservati due individui in ambiente epigeo, a 933 metri di quota, in un’area prossima al limite meridionale della distribuzione della specie in Abruzzo.
La segnalazione amplia le conoscenze sulla distribuzione locale e richiede ulteriori sopralluoghi per definire l’estensione della popolazione. Gli autori hanno evidenziato la necessità di verificare la presenza di altre microstazioni e di eventuali habitat sotterranei vicini. Nelle aree ai margini dell’areale, anche pochi nuovi siti possono avere un valore rilevante per la conservazione.
Un altro studio pubblicato nel 2025 ha analizzato l’abbondanza stagionale di Speleomantes flavus, endemico del massiccio del Monte Albo, in Sardegna. Gli individui tendevano a concentrarsi in settori relativamente freddi e umidi, non lontani dall’ingresso. L’abbondanza è stata messa in relazione con temperatura, umidità, illuminamento e presenza di invertebrati potenzialmente utilizzabili come prede.
Minacce, patogeni e qualità dell’habitat
I geotritoni dipendono da condizioni microclimatiche ristrette. La respirazione cutanea richiede superfici umide e aria con elevata umidità relativa. Alterazioni della copertura forestale, riduzione dell’umidità, aumento delle temperature e modifiche degli ingressi delle cavità possono ridurre la disponibilità di rifugi idonei.
La diffusione di patogeni rappresenta un ulteriore elemento di attenzione. Un’indagine nazionale sul fungo chitrido Batrachochytrium dendrobatidis ha analizzato 1.274 tamponi cutanei appartenenti a 18 specie di anfibi, rilevando il patogeno in 13 specie e in 56 località note dell’Italia peninsulare e della Sardegna. Il dato non dimostra automaticamente un impatto sui geotritoni, ma sostiene l’utilità di una sorveglianza sanitaria coordinata.
Durante le visite in grotta sono necessarie disinfezione delle attrezzature, separazione dei materiali tra siti e riduzione della manipolazione. Le procedure devono essere definite con ricercatori, enti gestori e gruppi speleologici. La tutela riguarda anche la cavità nel suo insieme, perché umidità, suolo, detrito organico e vegetazione esterna sono parte dello stesso sistema ecologico.
Una rete di dati per le grotte italiane
Il doppio osservatore, la foto-identificazione e i modelli N-mixture o SCR rispondono a domande diverse ma complementari. Il primo metodo stima l’abbondanza riducendo l’effetto degli individui non rilevati. La foto-identificazione segue gli individui senza necessariamente ricorrere a marcature invasive. La cattura-ricattura spaziale aggiunge informazioni su densità, movimenti e uso dei microhabitat.
Per rendere confrontabili i risultati servono protocolli condivisi. Devono essere registrati almeno data, orario, temperatura, umidità, superficie osservata, numero di operatori, condizioni della cavità e posizione degli animali. Le coordinate dei siti più sensibili possono essere rese meno precise nei dataset pubblici, così da limitare il rischio di disturbo o raccolta illegale.
Le nuove ricerche confermano che il monitoraggio dei geotritoni non è soltanto un esercizio di conteggio. È uno strumento per valutare la qualità dell’ambiente sotterraneo, riconoscere segnali precoci di cambiamento e orientare le decisioni di conservazione. Per le grotte italiane, la continuità delle osservazioni e la collaborazione tra università, parchi, enti locali e speleologi restano elementi centrali.
Fonti
Rosa G., Costa A., Oneto F., Salvidio S., “Optimizing monitoring of an endemic terrestrial salamander (Speleomantes ambrosii): comparing cost-effectiveness of different methods for abundance estimation”, Biologia, 2022. URL: https://link.springer.com/10.1007/s12210-022-01099-0
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Ricerche speleologiche e monitoraggio dei chirotteri indicano le cavità dei Lessini Vicentini come rifugi importanti per Rhinolophus ferrumequinum e Rhinolophus hipposideros
Uno studio dedicato alla presenza dei rinolofidi nei Lessini Vicentini documenta il ruolo delle cavità carsiche per la conservazione dei pipistrelli in Veneto. La ricerca, realizzata da Andrea Pereswiet-Soltan con il Club Speleologico Proteo di Vicenza, è stata condotta nell’ambito del progetto “Ruolo ecologico-
Ricerche speleologiche e monitoraggio dei chirotteri indicano le cavità dei Lessini Vicentini come rifugi importanti per Rhinolophus ferrumequinum e Rhinolophus hipposideros
Uno studio dedicato alla presenza dei rinolofidi nei Lessini Vicentini documenta il ruolo delle cavità carsiche per la conservazione dei pipistrelli in Veneto. La ricerca, realizzata da Andrea Pereswiet-Soltan con il Club Speleologico Proteo di Vicenza, è stata condotta nell’ambito del progetto “Ruolo ecologico-funzionale delle principali cavità dei Lessini Vicentini per la chirotterofauna”.
Il progetto è stato finanziato dalla Federazione Speleologica Veneta e si è sviluppato nel triennio 2009-2011. L’indagine ha riguardato otto tra le maggiori grotte dell’area compresa attorno all’Altopiano Faledo-Casaron. L’attenzione si è concentrata su due specie appartenenti alla famiglia Rhinolophidae: il rinolofo maggiore, Rhinolophus ferrumequinum, e il rinolofo minore, Rhinolophus hipposideros.
Rinolofidi e grotte: specie sensibili al disturbo
I rinolofidi sono tra i pipistrelli più facilmente osservabili negli ambienti sotterranei. Il loro comportamento, con gli individui appesi liberamente alle volte e spesso avvolti nelle ali, li rende riconoscibili durante i controlli speleologici.
La loro fisiologia li rende sensibili alle variazioni del microclima. Sono specie stenoterme e risentono degli aumenti di temperatura provocati dalla presenza umana, dall’illuminazione artificiale e dalla modifica della ventilazione naturale. Durante l’ibernazione, un risveglio forzato può determinare un consumo rilevante delle riserve energetiche accumulate in autunno.
I rinolofidi selezionano in genere ambienti umidi e relativamente stabili. Per l’ibernazione preferiscono microambienti con temperature comprese, secondo il testo dello studio, tra 7 e 10 °C. La scelta della zona della grotta dipende dalla morfologia della cavità, dalla circolazione dell’aria e dalla disponibilità di nicchie con condizioni costanti.
Il monitoraggio nei Lessini Vicentini
La ricerca ha utilizzato tre principali metodologie: catture con reti mist-net, monitoraggio bioacustico e controlli visivi all’interno delle grotte. Nel lavoro presentato vengono analizzati soprattutto i dati ottenuti attraverso il monitoraggio acustico e le osservazioni dirette.
Il rilevamento bioacustico è stato svolto con un bat detector Pettersson D500x. Nei mesi di aprile e giugno le registrazioni sono state effettuate dal tramonto alla mezzanotte. A luglio e novembre il monitoraggio è stato esteso all’intera notte.
Il dispositivo registrava automaticamente file della durata di cinque secondi. Ogni sonogramma contenente almeno tre impulsi di ecolocalizzazione veniva considerato un contatto di presenza. I dati sono stati poi sommati per le diverse ore di registrazione e per le due specie considerate.
Le grotte analizzate presentavano caratteristiche ambientali diverse. Il Buso della Pisatela, la Grotta dei Partigiani, il Buso del Vento e la Tana del Tasso avevano ingressi piccoli, collocati all’interno di boschi cedui con presenza di alberi maturi. La Grotta della Stria e il Buco del Soglio si trovavano invece in prossimità del limite tra bosco e aree aperte.
Il Buso della Rana aveva un ingresso ampio e alto, rivolto verso un ambiente più aperto. La cavità risultava sottoposta a una forte pressione antropica, per la frequentazione da parte di speleologi ed escursionisti.
Il ruolo del Buso della Pisatela
I risultati hanno evidenziato una diversa distribuzione dell’attività notturna tra le cavità. Rhinolophus hipposideros ha mostrato una maggiore attività presso le grotte collocate all’interno del bosco, un ambiente favorevole alle attività di foraggiamento della specie.
La presenza acustica non sempre coincideva con il numero di esemplari osservati durante il giorno o durante i controlli invernali. In alcune cavità, come la Grotta dei Partigiani, la Tana del Tasso e il Buso del Vento, l’attività notturna era significativa, mentre gli individui osservati all’interno risultavano pochi.
Il Buso della Rana ha registrato una maggiore attività di Rhinolophus ferrumequinum. Durante i controlli sono stati osservati con regolarità esemplari appesi nella cavità. Gli avvistamenti di rinolofo minore sono risultati più sporadici.
Il sito più importante è risultato il Buso della Pisatela. La grotta ha mostrato una consistente attività notturna nel periodo estivo e una presenza numerosa durante l’inverno. Il 7 marzo 2020 sono stati osservati quattro rinolofi maggiori e 67 rinolofi minori.
La morfologia articolata della cavità potrebbe spiegare la sua rilevanza. La presenza di numerosi ambienti interni permette ai pipistrelli di selezionare microclimi differenti e di trovare zone adatte all’ibernazione.
Durante le registrazioni notturne di luglio, circa due terzi dell’attività si concentravano tra il tramonto e la mezzanotte. Il dato potrebbe essere collegato non solo all’uscita serale per il foraggiamento, ma anche a interazioni sociali, pause temporanee, abbeveramento o cattura di insetti sulle pareti della grotta.
Il Buco del Soglio e la pressione della fruizione
Il Buco del Soglio ha mostrato una presenza relativamente costante delle due specie, anche se con numeri contenuti. Gli individui osservati si aggiravano intorno alle dieci unità. La cavità può quindi avere un ruolo nell’ibernazione dei pipistrelli, pur non ospitando una colonia numerosa.
Lo studio evidenzia una possibile criticità. La sistemazione del sentiero di accesso e la messa in sicurezza dell’interno della grotta, realizzate in occasione delle iniziative per il centenario della Prima guerra mondiale, hanno migliorato la fruizione umana della cavità. Sarebbe necessario verificare se questi interventi abbiano modificato la presenza dei pipistrelli.
Il caso mostra un principio importante per la gestione delle grotte: la rilevanza di un sito non dipende soltanto dal numero di animali presenti. Anche pochi individui possono indicare l’utilizzo della cavità come rifugio stagionale. Questo aspetto è particolarmente importante per i rinolofi, che possono occupare le volte in modo disperso e risultare meno visibili durante i controlli.
Le azioni in Italia contro il disturbo nelle grotte
In Italia la riduzione del disturbo dei pipistrelli nelle grotte frequentate dagli speleologi si basa su una combinazione di norme, monitoraggi e misure gestionali.
Le principali azioni adottate o previste sono:
chiusure stagionali delle cavità durante l’ibernazione e il periodo riproduttivo;
limitazione degli accessi nei siti Natura 2000 e nelle aree protette;
autorizzazione preventiva per ricerca, monitoraggio e interventi tecnici;
installazione di cancelli o griglie progettati per consentire il passaggio dei pipistrelli;
divieto di illuminare direttamente gli animali e gli ingressi delle grotte;
regolamentazione del numero di visitatori e delle dimensioni dei gruppi;
registrazione delle visite e accompagnamento da parte di personale formato;
monitoraggio bioacustico, conteggio degli individui e controllo degli ingressi;
coinvolgimento di chirotterologi nelle decisioni di gestione;
informazione rivolta a speleologi, escursionisti, gestori e amministrazioni locali.
Un esempio concreto è rappresentato dalle misure adottate per la Grotta de Su Coloru in Sardegna. Il piano di gestione prevede il divieto di accesso dal 15 novembre al 31 marzo, durante l’ibernazione, e dal 1° maggio al 30 agosto, durante il periodo riproduttivo. Sono inoltre vietati l’illuminazione degli ingressi, la sosta, la fotografia e la produzione di rumori vicino agli animali svernanti o in riproduzione. Le visite sono consentite in periodi prestabiliti, con registrazione, accompagnamento e numero massimo di partecipanti.[1]
Le linee guida ISPRA sottolineano la necessità di censire i rifugi, raccogliere dati comparabili e programmare i monitoraggi in modo da evitare che la ricerca produca un disturbo superiore ai benefici conoscitivi. Il monitoraggio può comprendere osservazioni presso il rifugio, conteggi all’involo, rilevamento ultrasonoro e archiviazione dei dati in banche dati dedicate.[2]
Norme, responsabilità e buone pratiche speleologiche
La tutela dei pipistrelli deriva dalla Legge 157/1992, dal D.P.R. 357/1997 e successive modifiche, dalla Direttiva Habitat 92/43/CEE, dalla Convenzione di Berna e dall’Accordo EUROBATS. Tutti i chirotteri europei sono sottoposti a protezione e i loro siti di riproduzione e riposo non devono essere danneggiati o distrutti.
Nel caso di attività che possano incidere su un sito Natura 2000, può essere necessaria la Valutazione di Incidenza Ambientale. Il quadro normativo si integra con i piani di gestione delle ZSC e delle ZPS, con i regolamenti dei parchi e con le disposizioni regionali.
Per gli speleologi, la prevenzione del disturbo comincia prima dell’ingresso in grotta. È necessario verificare la presenza di divieti o chiusure temporanee, consultare i gestori del sito e segnalare eventuali osservazioni di pipistrelli agli enti competenti. Durante l’esplorazione occorre mantenere la distanza dagli animali, evitare di illuminarli direttamente, non fotografarli da vicino e ridurre rumori e soste nelle aree occupate.
Le chiusure fisiche devono essere progettate con attenzione. Una griglia non corretta può ostacolare il volo, modificare la ventilazione o alterare il microclima della grotta. Le soluzioni chirotterofile, con spazi adeguati e valutati da specialisti, devono impedire l’accesso umano senza creare una barriera per i pipistrelli.[1][3]
Una gestione basata sui dati
Il lavoro sui Lessini Vicentini mostra come la collaborazione tra speleologi e chirotterologi possa produrre informazioni utili alla conservazione. Le grotte non sono soltanto luoghi di passaggio o ambienti da esplorare. Sono rifugi, aree di foraggiamento, siti di svernamento e possibili luoghi di interazione sociale.
Per il Buso della Pisatela, e più in generale per le cavità dei Lessini Vicentini, sarebbe utile proseguire il monitoraggio in più stagioni. I dati raccolti nel periodo 2009-2011 e le osservazioni successive costituiscono una base per verificare l’evoluzione delle presenze, gli effetti della frequentazione e l’eventuale cambiamento delle condizioni microclimatiche.
Una gestione efficace non richiede necessariamente l’esclusione permanente degli speleologi. Richiede, prima di tutto, accessi programmati, periodi di chiusura biologica, comportamenti corretti e decisioni fondate su monitoraggi ripetuti. In questo modo la ricerca speleologica può continuare a contribuire alla conoscenza degli ambienti sotterranei senza compromettere i rifugi dei pipistrelli.
Fonti
Andrea Pereswiet-Soltan, “Cenni sulla presenza dei rinolofidi (Chiroptera: Rhinolophidae) nei Lessini Vicentini (Veneto, Italia)”, in La melodia delle grotte, Memorie dell’Istituto Italiano di Speleologia, serie II, volume 42, 2022. Testo fornito per la redazione.
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Chirotteri, conservazione e ricerca in Lombardia: dal Life Gestire 2020 al monitoraggio delle colonie e al progetto LIFE NatConnect2030
Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia rappresenta uno dei principali strumenti regionali per la conservazione dei pipistrelli e dei loro habitat.
Approvato con deliberazione del Consiglio regionale n. 1028 del 17 dicembre 2018, il documento è nato da un percorso partecipato che ha coinvolto enti pubblici, ricercatori, associazioni, ges
Chirotteri, conservazione e ricerca in Lombardia: dal Life Gestire 2020 al monitoraggio delle colonie e al progetto LIFE NatConnect2030
Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia rappresenta uno dei principali strumenti regionali per la conservazione dei pipistrelli e dei loro habitat.
Approvato con deliberazione del Consiglio regionale n. 1028 del 17 dicembre 2018, il documento è nato da un percorso partecipato che ha coinvolto enti pubblici, ricercatori, associazioni, gestori di aree protette e mondo speleologico.
Il Piano è stato sviluppato nell’ambito del progetto europeo LIFE IP Gestire 2020, coordinato da Regione Lombardia.
L’obiettivo era rafforzare la tutela della biodiversità lombarda attraverso una migliore conoscenza delle specie, la formazione degli operatori e la realizzazione di interventi concreti sul territorio.[1][2]
Un piano partecipato per la conservazione dei chirotteri
Il documento regionale prende in esame 28 specie di pipistrelli presenti in Lombardia in modo stabile o occasionale.
Per ciascuna specie sono stati raccolti dati sulla distribuzione, sull’ecologia, sull’uso degli habitat e sullo stato di conservazione.
Il Piano individua inoltre le pressioni che possono compromettere la sopravvivenza delle popolazioni.
Tra queste figurano il disturbo nei rifugi ipogei, la chiusura inadeguata delle grotte, la ristrutturazione degli edifici, la perdita di alberi maturi e deperienti, la riduzione degli insetti disponibili e l’inquinamento luminoso.
Il percorso di elaborazione ha coinvolto anche la Federazione Speleologica Lombarda.
In tre incontri pubblici e tecnici sono stati coinvolti circa 50 speleologi e rappresentanti del settore. Il confronto ha permesso di definire misure specifiche per le cavità naturali e artificiali.
Tra le azioni previste rientrano:
la formazione degli speleologi sul riconoscimento e sulla gestione dei chirotteri;
la redazione di manuali tecnici;
l’integrazione dei dati sulla biodiversità nel Catasto regionale delle grotte;
l’adeguamento dei regolamenti per la fruizione degli ambienti ipogei;
la definizione di regole per le attività speleologiche nelle aree Natura 2000;
il monitoraggio dei rifugi riproduttivi, invernali e di swarming.
Il Piano è stato successivamente recepito negli strumenti regionali di pianificazione.
Gli indirizzi sulla tutela dei pipistrelli sono confluiti nel Piano Territoriale Regionale e nel Regolamento Edilizio Tipo.
Le informazioni sulle priorità, sui costi e sulle misure necessarie sono state utilizzate anche per il Prioritised Action Framework, approvato dalla Regione Lombardia nel 2021.[1][3]
Dal Piano agli interventi nelle grotte
Una delle applicazioni più concrete del Piano è stata il progetto Sos.Chiro, realizzato nel 2021 dal Parco Regionale Campo dei Fiori.
L’intervento ha riguardato quattro cavità della ZSC “Grotte del Campo dei Fiori”: Grotta di Cima Paradiso, Büs del Remeron, Grotta XXV Aprile e Grotta Totò il Magnifico.
I cancelli preesistenti sono stati sostituiti con strutture progettate per consentire il passaggio dei pipistrelli e la circolazione dell’aria. Sono state inoltre realizzate staccionate perimetrali.
Il monitoraggio successivo ha documentato il ritorno dei chirotteri in alcune cavità che erano rimaste inutilizzate per diversi anni.
Nella Grotta di Cima Paradiso, per esempio, il passaggio degli animali è stato rilevato dopo un’assenza che durava da oltre 50 anni.
La progettazione delle chiusure deve essere valutata caso per caso. Le indicazioni tecniche del Piano ricordano che alcune specie, come il miniottero (Miniopterus schreibersii), possono reagire negativamente anche alla presenza di cancelli permeabili.
Quando possibile, è quindi preferibile limitare l’accesso umano con recinzioni esterne, senza modificare l’ingresso della cavità.[4]
I risultati del monitoraggio 2022-2023
Le attività più recenti disponibili sono quelle realizzate tra la primavera del 2022 e l’autunno del 2023 nell’ambito dell’azione D3 di LIFE Gestire 2020.
Il monitoraggio ha interessato 18 siti lombardi, tra grotte, miniere, edifici storici, chiese, darsene e aree di passaggio migratorio.
Sono state valutate 16 colonie estive, autunnali o invernali di importanza regionale e, in alcuni casi, nazionale.
Le indagini hanno utilizzato conteggi all’involo, telecamere a infrarossi, rilevatori ultrasonori e campionamenti bioacustici.
La rete territoriale ha coinvolto esperti, Guardie ecologiche volontarie, speleologi e personale degli enti gestori.[5][6]
Il confronto con il precedente monitoraggio regionale del 2017-2018 ha prodotto un quadro articolato:
quattro colonie hanno mostrato un aumento degli individui;
cinque colonie sono risultate sostanzialmente stabili;
cinque colonie hanno evidenziato una diminuzione;
per una parte dei siti il confronto non è stato possibile per mancanza di dati omogenei.
Tra i risultati più rilevanti emerge quello della Miniera di Zu, in provincia di Bergamo. Nel 2022 sono stati stimati circa 870 pipistrelli, appartenenti con ogni probabilità a tre specie di interesse comunitario: rinolofo maggiore, vespertilio di Capaccini e miniottero.
Nel 2017 erano stati conteggiati 254 individui. L’incremento autunnale è quindi risultato superiore al 300 per cento, anche se la stabilità dell’ingresso è condizionata dal rischio di crolli.
Alla Grotta Buco del Frate, in provincia di Brescia, sono stati rilevati circa 400 individui appartenenti ad almeno quattro specie dell’Allegato II della Direttiva Habitat.
Il sito è considerato di importanza nazionale. La presenza del rinolofo maggiore, che in passato formava colonie numerose, resta invece molto ridotta rispetto ai dati storici.
Nel Bucone di Tremezzo, sul Lago di Como, sono stati conteggiati circa 385 vespertili di Capaccini. Il dato è inferiore ai circa 600 individui rilevati nel 2017.
La colonia è quindi considerata un elemento da seguire con attenzione, anche per la presenza di lavori infrastrutturali nell’area della variante della Tremezzina.
A Palazzo Gallio, a Gravedona, il monitoraggio del 2023 ha registrato una nursery di rinolofo maggiore composta da 39 adulti e 16 giovani.
Alla Rocca Castello di Romanengo, in provincia di Cremona, la colonia di vespertilio smarginato ha raggiunto 152 individui nel luglio 2023, compresi 33 giovani.
Nuove segnalazioni e migrazione attraverso le Alpi
Il monitoraggio regionale ha prodotto anche nuove informazioni sulla distribuzione dei pipistrelli in Lombardia.
Due colonie riproduttive di vespertilio smarginato sono state individuate in edifici storici delle province di Cremona e Lecco tra il 2018 e il 2021.
Nel 2023, inoltre, un gruppo speleologico ha segnalato una colonia nell’Abisso Spino, in provincia di Brescia.
La cavità è stata inserita tra i siti di monitoraggio regionale e ha confermato la presenza di più specie, tra cui rinolofo maggiore, vespertilio smarginato, vespertilio criptico e orecchione bruno.
Un risultato particolarmente significativo riguarda il Passo di Spino, nell’Alto Garda Bresciano. I rilevamenti hanno documentato per la prima volta in Lombardia un passaggio migratorio di pipistrelli attraverso l’arco alpino. Sono state identificate tre specie migratrici a lungo raggio: pipistrello di Nathusius (Pipistrellus nathusii), pipistrello soprano (Pipistrellus pygmaeus) e nottola di Leisler (Nyctalus leisleri).[5]
Il barbastello (Barbastella barbastellus) non è stato invece rilevato nei transetti della Valle Camonica, come già accaduto nel monitoraggio precedente. La specie è stata però individuata nella Riserva Naturale Monticchie, durante le indagini per la revisione delle misure di conservazione delle Zone Speciali di Conservazione.
Dalle ricerche a LIFE NatConnect2030
La conclusione di LIFE Gestire 2020 non ha interrotto le attività di conservazione. Dal 2024 è operativo LIFE NatConnect2030, progetto europeo della durata di nove anni, con Regione Lombardia come capofila e 16 partner istituzionali e scientifici.
Il progetto dispone di un budget superiore a 46 milioni di euro e interessa 843 siti Natura 2000 distribuiti nell’Italia settentrionale. Le attività comprendono il ripristino degli habitat, il rafforzamento della connettività ecologica, l’adattamento ai cambiamenti climatici, il contenimento delle specie aliene invasive e il miglioramento della governance della Rete Natura 2000.[7]
Per i pipistrelli lombardi, LIFE NatConnect2030 rappresenta la prosecuzione del lavoro avviato con il Piano d’Azione. La collaborazione tra Regione, Federazione Speleologica Lombarda e Istituto Oikos punta a mantenere attiva la rete di monitoraggio delle grotte e a migliorare la gestione dei rifugi.
La partecipazione degli speleologi resta essenziale. Le cavità naturali sono spesso difficili da raggiungere e richiedono competenze tecniche specifiche. Le osservazioni raccolte durante le esplorazioni possono fornire indicazioni su specie presenti, stagionalità, accessibilità e condizioni del microclima.
Il monitoraggio deve però essere svolto con protocolli condivisi. Nei periodi di ibernazione e riproduzione, rumori, luci e passaggi ravvicinati possono causare un consumo energetico elevato o l’abbandono della colonia. La conoscenza del sito deve quindi precedere ogni intervento, compresa l’installazione di cancelli, la manutenzione degli ingressi e la regolamentazione degli accessi.
Una panoramica delle scoperte recenti
Le principali evidenze emerse dagli studi lombardi più recenti possono essere così riassunte:
la Lombardia ospita 28 specie di chirotteri, con una presenza distribuita tra ambienti ipogei, edifici storici, boschi, corsi d’acqua e aree agricole;
il monitoraggio 2022-2023 ha interessato 18 siti regionali;
la Miniera di Zu ha registrato un forte aumento degli individui rispetto al 2017;
il Buco del Frate resta un sito di importanza nazionale, con almeno quattro specie dell’Allegato II;
il Bucone di Tremezzo ospita una colonia rilevante di vespertilio di Capaccini, in calo rispetto al precedente rilievo;
nuove colonie di vespertilio smarginato sono state documentate in edifici storici;
l’Abisso Spino ha aggiunto un nuovo sito ipogeo alla rete regionale;
il Passo di Spino ha fornito i primi dati lombardi su una rotta migratoria attraverso le Alpi;
la presenza del barbastello resta difficile da rilevare in alcuni settori montani, mentre la specie è stata confermata in altre aree regionali;
il progetto LIFE NatConnect2030 sta proseguendo il lavoro di monitoraggio, formazione e gestione integrata degli habitat.
Il quadro complessivo non è uniforme. Alcune colonie mostrano segnali positivi, mentre altre evidenziano riduzioni o necessità di controllo. Il Piano d’Azione per i Chirotteri in Lombardia ha fornito una base comune per leggere questi cambiamenti e orientare gli interventi.
La conservazione dei pipistrelli dipende dalla continuità dei monitoraggi, dalla tutela dei rifugi e dalla collaborazione tra istituzioni, ricercatori, speleologi e comunità locali.
Fonti [1] Piano d’azione per i chirotteri in Lombardia https://www.regione.lombardia.it/content/dam/rl/canali-tematici-servizi/06-ambiente-e-territorio/05-biodiversita/piani-azione-specie-di-interesse-comunitario/allegati/piano-di-azione-per-i-chirotteri-in-lombardia.pdf [2] 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt 29-Pipistrelli-troglofili.ppt.txt [3] DELIBERAZIONE N° XI / 5028 Seduta del 12/07/2021 https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2021/07/Quadro-di-Azioni-Prioritarie-PAF-per-Natura-2000-in-Lombardia-per-il-quadro-finanziario-pluriennale-2021-2027-aggiornato-luglio-2021.pdf [5] N https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2019/12/A13-SCHEDE-TECNICHE-DI-INTERVENTO-CHIROTTERI.pdf [6] [PDF] LIFE GESTIRE 2020 Nature Integrated Management to 2020 https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2024/03/D3_Deliverable-IV-interim-report_monitoraggio_chirotteri_2023.pdf [7] Aggiornamento sullo stato di conservazione dei chirotteri in … https://naturachevale.it/news/aggiornamento-sullo-stato-di-conservazione-dei-chirotteri-in-lombardia-materiali-evento-11-dicembre-2023/ [8] Il progetto LIFE NatConnect2030 | Natura che vale https://naturachevale.it/news/il-progetto-life-natconnect2030/ [10] Notulae to the Italian alien vascular flora: 13 https://italianbotanist.pensoft.net/article/85863/download/pdf/ [11] life gestire 2020 – Bandi e Servizi – Regione Lombardia https://www.bandi.regione.lombardia.it/servizi/servizio/bandi/dettaglio/ambiente-energia/parchi-aree-protette/programma-regionale-interventi-territoriali-salvaguardia-biodiversit-life-gestire-2020-RLT12020010785 [12] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc [13] Monitoraggio e allertamento – Regione Lombardia https://www.regione.lombardia.it/sicurezza-e-protezione-civile/pianificazione-allertamento-e-gestione-emergenze/monitoraggio-e-allertamento [14] Analyses of occurrence data of protected insect species collected by citizens in Italy https://natureconservation.pensoft.net/article/12704/download/pdf/ [15] Direttiva nitrati – regione.lombardia.it https://www.regione.lombardia.it/agricoltura/direttiva-nitrati [16] Notulae to the Italian native vascular flora: 10 https://italianbotanist.pensoft.net/article/60743/download/pdf/ [17] Monitoraggio case e ospedali di comunità e servizi erogati https://www.regione.lombardia.it/sanita/monitoraggio-dei-servizi-sanitari/monitoraggio-case-e-ospedali-di-comunit–e-servizi-erogati [18] Black Soldier Meal in Feed Could Adversely Affect Organic Broiler Meat Quality When Used for the Total or Half Replacement of Diet Proteins https://www.mdpi.com/2674-1164/3/2/7/pdf?version=1711081614 [19] Agricoltura https://www.regione.lombardia.it/agricoltura [20] La – Piattaforma di Valutazione dei Rischi Naturali (PVR) https://www.regione.lombardia.it/sicurezza-e-protezione-civile/pianificazione-allertamento-e-gestione-emergenze/monitoraggio-e-allertamento/ser-piattaforma-valutazione-rischi-naturali-pvr [21] Il Sistema di Monitoraggio alle Emissioni – Regione Lombardia https://www.regione.lombardia.it/ambiente-e-territorio/autorizzazione-ambientali/autorizzazione-alle-emissioni-in-atmosfera-da-attivita-produttive/il-sistema-di-monitoraggio-in-continuo-alle-emissioni-in-lombardia [22] UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI PARMA https://www.repository.unipr.it/bitstream/1889/6147/5/Lelli.pdf [23] LIFE Gestire 2020 https://www.wwf.it/cosa-facciamo/progetti/life-gestire-2020/ [24] Dal monitoraggio costante la scoperta del nuovo virus … https://www.izsler.it/2022/10/31/dal-monitoraggio-costante-la-scoperta-del-nuovo-virus-del-pipistrello-in-lombardia/ [25] allertaLOM – Home Page – Regione Lombardia https://www.allertalom.regione.lombardia.it/homepage [26] Lombardia, presentato LIFE NatConnect 2030 per la tutela … https://www.scintilena.com/lombardia-presentato-life-natconnect-2030-per-la-tutela-dei-pipistrelli-nelle-grotte/12/11/ [27] Gruppi di ricerca | Department of Civil Engineering and … https://dicar.dip.unipv.it/en/node/246 [28] Materiali del workshop “La conservazione dell’erpetofauna: esperienze e prospettive” – 30 ottobre 2025 | Natura che vale https://naturachevale.it/news/materiali-del-workshop-la-conservazione-dellerpetofauna-esperienze-e-prospettive-30-ottobre-2025/ [29] New Alien Plant Taxa for Italy and Europe: An Update https://www.mdpi.com/2223-7747/13/5/620/pdf?version=1708931258 [30] Pubblicati i dati finali dei report nazionali 2019-2024 delle Direttive … https://naturachevale.it/news/pubblicati-i-reporting-nazionali-2019-2024-delle-direttive-habitat-e-uccelli/ [31] Innovative Photonic Sensors for Safety and Security, Part I: Fundamentals, Infrastructural and Ground Transportations https://www.mdpi.com/1424-8220/23/5/2558/pdf?version=1677313954 [32] Contributo Semestre Aperto a.a. 2026-27 https://portale.unipv.it/it/didattica/corsi-di-laurea/ammissioni/corsi-di-laurea-magistrale-ciclo-unico-medicina-e-chirurgia-e-odontoiatria-e-protesi-dentaria/contributo-semestre-aperto-aa-2026-27 [33] Building Greener Cities Together: Urban Afforestation Requires Multiple Skills to Address Social, Ecological, and Climate Challenges https://www.mdpi.com/2223-7747/14/3/404 [34] Gruppi di ricerca https://dicar.dip.unipv.it/it/ricerca/gruppi-di-ricerca [35] Prevalence and risk factors associated with cat parasites in Italy: a multicenter study https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC8441231/ [36] Regolazioni dell’invarianza idraulica e idrologica in Italia https://unitesi.unipv.it/handle/20.500.14239/33161 [37] Use of Mechanical Chest Compression for Resuscitation in Out-Of-Hospital Cardiac Arrest—Device Matters: A Propensity-Score-Based Match Analysis https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10342898/ [38] | Dipartimento di Sanità Pubblica, Medicina Sperimentale e … https://spmsf.dip.unipv.it/it/node [39] The Use of Antimicrobials in Italian Heavy Pig Fattening Farms https://www.mdpi.com/2079-6382/9/12/892/pdf [40] Piano degli studi https://tecnichelaboratoriobiomedico.cdl.unipv.it/it/studiare/piano-degli-studi [41] New Record of Encarsia protransvena and Confirmed Occurrence of Encarsia hispida (Hymenoptera: Aphelinidae) as Parasitoids of Singhiella simplex (Hemiptera: Aleyrodidae) in Italy https://www.mdpi.com/2075-4450/16/1/40 [42] Laboratori – Dipartimento di Scienze della Terra e dell’Ambiente https://terraeambiente.dip.unipv.it/it/dipartimento/risorse-musei-e-laboratori/laboratori-0 [43] Survey on Urinary Levels of Aflatoxins in Professionally Exposed Workers https://www.mdpi.com/2072-6651/9/4/117/pdf [44] Informazioni Utili (Guide e modulistica) https://dbb.dip.unipv.it/it/didattica/informazioni-utili-guide-e-modulistica [45] Canine Distemper Virus in Sardinia, Italy: Detection and Phylogenetic Analysis in Foxes https://www.mdpi.com/2076-2615/14/21/3134 [46] CHIROTTERI – Natura che vale https://naturachevale.it/chirotteri/ [47] Documents https://naturachevale.it/documenti/ [48] News | Natura che vale https://naturachevale.it/news/ [49] Il Rapporto grandi carnivori in Lombardia per l’anno 2023 https://naturachevale.it/news/il-rapporto-grandi-carnivori-in-lombardia-per-lanno-2023/ [50] Natura che vale | Biodiversità, ricchezza della Lombardia https://naturachevale.it/ [51] natura che vale https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2024/01/Programma-chirotteri.pdf [52] [PDF] Bollettino Ufficiale Serie Ordinaria n. 40 – Naturachevale https://naturachevale.it/wp-content/uploads/2020/10/PAF-Lombardia-2021-2027-Burl.pdf [53] Pipistrelli e Grotte: I Chirotteri Come Custodi della … https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-i-chirotteri-come-custodi-della-biodiversita-negli-ambienti-carsici/01/03/ [54] Chirotteri in grotta: tre lezioni online gratuite della … https://www.scintilena.com/chirotteri-in-grotta-tre-lezioni-online-gratuite-della-federazione-speleologica-lombarda/07/06/ [55] Pipistrelli e grotte nel Corridoio carsico di Antioquia https://www.scintilena.com/pipistrelli-e-grotte-nel-corridoio-carsico-di-antioquia-la-distanza-dalle-cavita-non-spiega-da-sola-luso-dellhabitat/08/18/ [56] Documenti – Natura che vale http://www.naturachevale.it/documenti [57] Attività formative integrative https://stp.cdl.unipv.it/it/studiare/attivita-formative-integrative [58] | Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Lazzaro Spallanzani” https://dbb.dip.unipv.it/it/node [59] Notice Board | Master’s degree in … https://wpir.cdl.unipv.it/en/notice-board [60] Attività didattica | Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali https://scienzepolitichesociali.dip.unipv.it/it/node/623 [61] Laboratori, corsi pratici e attività di campo https://agrifood.cdl.unipv.it/it/studiare/laboratori-corsi-pratici-e-attivita-di-campo
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Le registrazioni acustiche di Nycteris thebaica documentano per la prima volta con solide evidenze la specie e l’intera famiglia dei Nycteridae in Europa. I ricercatori ipotizzano sull’isola una piccola popolazione finora sfuggita ai monitoraggi: ora la sfida è individuarne i rifugi e ricostruirne l’origine.
Per quasi due secoli è rimasto un fantasma nella zoologia siciliana. Non un animale estinto e neppure, necessariamente, un nuovo arrivato dall’Africa: potrebbe essere sempliceme
Le registrazioni acustiche di Nycteris thebaica documentano per la prima volta con solide evidenze la specie e l’intera famiglia dei Nycteridae in Europa. I ricercatori ipotizzano sull’isola una piccola popolazione finora sfuggita ai monitoraggi: ora la sfida è individuarne i rifugi e ricostruirne l’origine.
Per quasi due secoli è rimasto un fantasma nella zoologia siciliana. Non un animale estinto e neppure, necessariamente, un nuovo arrivato dall’Africa: potrebbe essere semplicemente un pipistrello così difficile da rilevare da essere rimasto fuori dai radar della ricerca.
Ora una serie di registrazioni effettuate a Pantelleria fornisce la prima evidenza solida della presenza in Europa di Nycteris thebaica, specie africana conosciuta in inglese anche come Egyptian slit-faced bat, il pipistrello egiziano dalla faccia fessurata.
La scoperta è descritta nello studio “A ghost from the past: Acoustic evidence for the long-overlooked occurrence of the African bat Nycteris thebaica in Europe”, pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Global Ecology and Conservation da Danilo Russo, Luca Cistrone, Andrea Biddittu e Mirjam Knörnschild.
Il risultato è particolarmente importante perché non aggiunge soltanto una specie alla chirotterofauna europea: Nycteris thebaica rappresenta anche il primo membro della famiglia dei Nycteridae documentato con solide evidenze in Europa.
Un fantasma che viene dal passato
Il titolo, “A ghost from the past”, non è casuale: la storia affonda le radici nella letteratura zoologica siciliana dell’Ottocento, nella quale comparivano indicazioni della possibile presenza di pipistrelli riconducibili al genere Nycteris.
Quelle antiche segnalazioni, tuttavia, non potevano essere verificate in maniera affidabile: mancavano esemplari conservati e informazioni sufficientemente precise per stabilire con certezza l’identità degli animali osservati.
Per quasi 200 anni le indicazioni sono quindi rimaste sospese tra storia della zoologia e mistero.
Le registrazioni effettuate a Pantelleria riportano oggi sorprendentemente alla luce quel vecchio interrogativo.
Il pipistrello che “sussurra”
Uno degli aspetti più affascinanti della scoperta riguarda proprio il modo in cui l’animale è stato individuato.
Nycteris thebaica è adattata a volare lentamente e molto vicino al terreno, anche in ambienti complessi. Soprattutto, utilizza segnali di ecolocalizzazione estremamente deboli.
Per questa caratteristica appartiene a quei pipistrelli che vengono definiti “whispering bats”, letteralmente pipistrelli che “sussurrano”: questo comportamento potrebbe aver contribuito a renderne tanto difficile l’individuazione con i normali sistemi di monitoraggio acustico.
Durante un monitoraggio passivo condotto a Pantelleria, i ricercatori hanno rilevato alcuni segnali insoliti: l’anomalia li ha spinti a modificare il metodo di ricerca.
I rilevatori sono stati collocati a meno di mezzo metro dal terreno e impostati con un’elevata sensibilità, in modo da intercettare i debolissimi ultrasuoni emessi da animali che volano a bassa quota: la nuova strategia ha funzionato.
Le registrazioni hanno restituito richiami di ecolocalizzazione con caratteristiche compatibili con quelle di Nycteris thebaica. Ma non soltanto.
Sono state rilevate anche vocalizzazioni sociali e, in almeno una sequenza, segnali riconducibili alla presenza contemporanea di due individui in volo.
Non è un semplice visitatore africano
È un dettaglio particolarmente importante: la presenza di più individui e di vocalizzazioni sociali rende meno convincente l’ipotesi di un unico pipistrello arrivato accidentalmente dall’Africa.
I ricercatori ritengono plausibile che a Pantelleria possa esistere una piccola popolazione residente, rimasta fino a oggi inosservata proprio a causa delle particolari caratteristiche ecologiche e acustiche della specie.
In altre parole, il pipistrello potrebbe non essere arrivato adesso, ma essere lì da molto tempo.
E’ un’ipotesi che rende ancora più significativo il richiamo alle misteriose segnalazioni zoologiche del XIX secolo.
Pantelleria, ponte tra Africa ed Europa
La scoperta accende nuovamente i riflettori anche sulla straordinaria posizione biogeografica di Pantelleria.
L’isola vulcanica si trova nel Canale di Sicilia, tra la costa nordafricana e la Sicilia, in una posizione cruciale per comprendere gli scambi faunistici tra Africa ed Europa.
Gli autori dello studio prendono in considerazione anche una prospettiva paleogeografica.
Durante le fasi glaciali del passato, quando il livello del Mediterraneo era più basso di quello attuale, le distanze di mare aperto tra le terre emerse del Canale di Sicilia risultavano ridotte.
Pantelleria e altre terre del Mediterraneo centrale potrebbero quindi avere svolto il ruolo di “stepping stones”, vere e proprie pietre di guado biogeografiche che avrebbero facilitato la dispersione verso nord di specie provenienti dall’Africa.
La popolazione di Nycteris thebaica individuata a Pantelleria potrebbe quindi rappresentare una presenza periferica di origine africana molto più antica di quanto si possa immaginare.
Per stabilirlo saranno però necessarie ulteriori ricerche.
Ora bisogna trovare i rifugi
Le registrazioni acustiche sono solo l’inizio della ricerca.
Uno dei prossimi obiettivi sarà infatti individuare i rifugi utilizzati dagli animali, verificare le dimensioni della popolazione e ottenere dati che permettano di confermarne anche geneticamente l’origine.
Sarà poi importante capire se Nycteris thebaica sia presente esclusivamente a Pantelleria oppure se piccole popolazioni possano essere sopravvissute inosservate anche in altre isole del Canale di Sicilia o nella stessa Sicilia.
La ricerca dovrà infine chiarire lo stato di conservazione di questa popolazione e valutarne le possibili minacce.
Tra quelle prese in considerazione dagli studiosi figurano gli incendi e la presenza di gatti domestici liberi di vagare, potenziali predatori di animali che, per le loro abitudini di volo a bassissima quota, potrebbero risultare particolarmente vulnerabili.
La scoperta insegna anche un metodo di ricerca
La storia del “fantasma” di Pantelleria contiene anche una lezione metodologica che va oltre la scoperta di una singola specie: quando un animale non viene rilevato, infatti, non significa necessariamente che non esista. Può anche significare che non lo stiamo cercando nel modo giusto.
Nel caso di Nycteris thebaica, è stato necessario cambiare prospettiva: abbassare i rilevatori quasi fino al terreno, aumentarne la sensibilità e mettersi in ascolto di segnali molto più deboli di quelli normalmente registrati durante i monitoraggi dei pipistrelli.
Il dettaglio tecnico ha trasformato un’anomalia acustica in una scoperta biogeografica, e lascia aperta una domanda affascinante: quanti altri “fantasmi” potrebbero essere ancora presenti nel Mediterraneo, semplicemente perché non abbiamo ancora imparato ad ascoltarli?
Grazie ad Henry De Santis, presidente dello Speleo Club Ribaldone, per aver l’articolo pubblicato sulla Sicilia, da cui è partita la ricerca delle fonti scientifiche alla base di questo articolo.
Fonti e approfondimenti
Russo D., Cistrone L., Biddittu A., Knörnschild M. (2026), A ghost from the past: Acoustic evidence for the long-overlooked occurrence of the African bat Nycteris thebaica in Europe, Global Ecology and Conservation, 70, e04377. DOI: 10.1016/j.gecco.2026.e04377 – https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2351989426003276?via%3Dihub
Ein Geist aus der Vergangenheit: Seit zwei Jahrhunderten übersehene afrikanische Fledermaus in Europa entdeckt, comunicazione sulla ricerca pubblicata da VBIO – Verband Biologie, Biowissenschaften & Biomedizin in Deutschland.
Pantelleria, torna il “fantasma del passato”: trovata la presenza di un animale, è l’unica presenza in Europa, La Sicilia.