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Anche la Galleria Glori-Castellaro a Costacciaro: la memoria di una battaglia per la Valle Argentina

Október 30th 2026 at 09:58

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Tra le mostre del Raduno, un viaggio nelle gallerie della “diga fantasma” del Ponente ligure racconta il rapporto tra sottosuolo, geologia, grandi opere e difesa del territorio. Accanto, un’interessante esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici italiani

Tra le numerose mostre allestite al Raduno di Costacciaro ce n’è una che tocca un tema particolarmente caro a tutti gli speleologi: il rapporto tra conoscenza del sottosuolo, grandi opere, rischi ambientali e comunità che vivono il territorio.

È “La Galleria Glori-Castellaro. Un viaggio nel cuore della Valle Argentina”, un progetto dedicato all’esplorazione e alla documentazione della grande opera sotterranea incompiuta della Valle Argentina. Sulle tavole esposte a Costacciaro: un grande Lavoro degli Speleologi Ponente Ligure (SPL) e del G.S. Ligure A. Issel (ISSEL).

A presentare il lavoro Alessandro e Alessio Pastorelli, dello Speleo Club CAI Sanremo: Marco Marchesini, del G.S. Ligure A. Issel, e’ il geologo che ha ha fatto parte del gruppi di lavoro, condotto attraverso immagini, documentazione e osservazioni raccolte durante le ricognizioni nel sistema sotterraneo.

La mostra porta così in Umbria una storia ligure che Scintilena ha già seguito: quella delle grandi gallerie artificiali scavate nel Ponente ligure per un progetto idroelettrico mai completato.

Dentro la montagna, ciò che resta della diga

La Galleria Glori-Castellaro faceva parte del grande progetto della diga di Glori, pensato alla fine degli anni Cinquanta lungo il torrente Argentina.

Lo sbarramento previsto avrebbe raggiunto circa 80 metri di altezza e creato un invaso di circa 20 milioni di metri cubi d’acqua. I lavori iniziarono nel 1959 e lasciarono nel territorio un sistema sotterraneo imponente, con gallerie e altre infrastrutture legate alla futura opera.

Il progetto incontrò problemi tecnici e una forte opposizione della popolazione.

Dopo la tragedia del Vajont del 9 ottobre 1963, la mobilitazione nella Valle Argentina diventò ancora più intensa. L’11 novembre dello stesso anno migliaia di persone parteciparono alla protesta contro la diga, guidata dal sindaco di Badalucco Filippo Boeri.

Il progetto venne abbandonato, ma la storia non terminò allora. Ipotesi legate alla realizzazione di un invaso sono tornate nel corso degli anni, fino alle contestazioni più recenti e allo stop del 2024.

La diga non c’è.

Le sue gallerie, invece, sono ancora dentro la montagna. E speriamo restino li’, perchè spesso si sente oarlare di nuovo orogetti di DiGa, in un territorio e una roccia fragile.

Speleologia e memoria ambientale

La mostra di Costacciaro permette di guardare quelle gallerie non semplicemente come resti di archeologia industriale.

Il percorso ricostruisce l’inquadramento geografico della Valle Argentina, la complessa geologia dell’area, la storia del progetto e il suo contesto sociale.

Le immagini delle esplorazioni mostrano ciò che oggi rimane sottoterra: condotte, binari, strutture artificiali e rocce intensamente deformate, in ambienti nei quali, dopo oltre sessant’anni, l’acqua e i processi naturali hanno cominciato a modificare quanto era stato scavato dall’uomo.

Particolarmente interessante è la parte dedicata alla geologia. La Valle Argentina si trova in un territorio strutturalmente complesso, segnato da pieghe, faglie e fratture.

Conoscere ciò che si trova sotto i nostri piedi non è quindi soltanto una questione scientifica o speleologica. Diventa fondamentale quando sul territorio vengono progettate opere capaci di modificarne profondamente l’equilibrio.

Le gallerie Glori-Castellaro sono diventate così anche un luogo di ricerca, esplorazione e documentazione speleologica.

Entrarvi significa osservare ciò che rimane di un progetto incompiuto, ma anche conservare la memoria di una valle che più volte si è confrontata con l’ipotesi della costruzione di un grande invaso.

La battaglia contro la diga

Una parte della mostra è dedicata proprio al contesto sociale.

Fotografie, ritagli di giornale e documenti raccontano le manifestazioni contro la diga e una vicenda rimasta profondamente impressa nella memoria locale.

Tra le immagini compare anche il volume Per non dimenticare. L’opposizione della diga nella Valle Argentina, insieme alla documentazione delle mobilitazioni più recenti.

La storia di Glori, infatti, è tornata d’attualità più volte. Ancora nel 2023 nuove ipotesi legate alla realizzazione di un invaso hanno provocato proteste nella valle; nell’aprile 2024 il finanziamento ministeriale destinato allo studio di fattibilità è stato stralciato per l’assenza delle condizioni propedeutiche al progetto.

Per Scintilena questo è forse uno degli aspetti più significativi della mostra: il sottosuolo conserva anche le conseguenze delle scelte compiute in superficie.

Una galleria artificiale può diventare un documento storico. La geologia permette di leggere la complessità di un territorio. La speleologia può contribuire a documentare entrambe.

Palazzo Ducale, tra fotografie, collezioni e memoria speleologica

La Galleria Glori-Castellaro è soltanto una delle esposizioni ospitate a Palazzo Ducale, che durante il raduno di Costacciaro diventa uno dei punti d’incontro tra fotografia, documentazione e memoria della speleologia.

Negli stessi spazi si possono visitare “Sul limitare del buio” del GS Alpi Marittime CAI Cuneo e “Tracce invisibili” di Natasa Milosevic. Sono presenti inoltre la Federazione Speleologica Toscana, con il proprio stand e alcuni rilievi spettacolari (tra i quali la rappresentazione completa della pianta del Corchia e il rilievo della Carcaraia (ormai piu’ di 85 km!) e lo SpeleoFotoContest, e l’Associazione La Venta.

Un posto particolare spetta allo speleocollezionismo, presente con “Viaggio tra gli animali delle tenebre” di Isabella Abbona e con “I loghi dei Gruppi Grotte Italiani 2.0” di Alessandro Pastorelli per gli Speleocollezionisti Italiani.

Quest’ultima esposizione raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici disponendoli sulle rispettive regioni. Visti tutti insieme diventano quasi una grande mappa della speleologia italiana: gruppi storici, realtà ancora attive e sigle che appartengono ormai alla memoria del movimento speleologico.

“I loghi dei Gruppi Grotte Italiani 2.0”, curata da Alessandro Pastorelli per gli Speleocollezionisti Italiani, raccoglie gli stemmi dei gruppi speleologici disponendoli sulle rispettive regioni.

Una grande mappa della speleologia italiana: gruppi storici, realtà ancora attive e sigle che appartengono ormai alla memoria del movimento speleologico.

Anche la Liguria ha una storia più articolata di quanto possa apparire osservando soltanto gli stemmi presenti nell’esposizione. Dopo il 1974 in Liguria, ha raccontato Alessandro, sono nati, e in alcuni casi successivamente scomparsi, altri gruppi.

Tra questi il Gruppo Speleo Proteo di Castellaro, nato intorno al 1980 sulle ceneri dello Speleo Club di Sanremo del CTG e cessato nei primi anni Novanta. Il gruppo ha pubblicato anche un proprio bollettino, I Troglobi. Più recente è l’HSN Speleo di Pietra Ligure, fondato nel 1997 e rimasto attivo per pochi anni.

Sono particolari che trasformano una raccolta di stemmi in qualcosa di più di una curiosità.

Dietro ogni simbolo ci sono persone, esplorazioni, rilievi, pubblicazioni, riunioni, campi e grotte cercate per anni. Alcuni gruppi continuano il loro cammino, altri si trasformano o scompaiono, ma quello che hanno prodotto rimane nella storia della speleologia.

A Costacciaro, così, due mostre apparentemente molto diverse finiscono per raccontare qualcosa di simile.

Le gallerie di Glori-Castellaro conservano la memoria di un territorio. Gli stemmi conservano quella di chi il sottosuolo lo ha esplorato.

Fonti

Programma del raduno di Costacciaro – Mostre ed esposizioni – 2026.

Scintilena – La Galleria Glori-Castellaro: viaggio nel cuore della Valle Argentina – 22 agosto 2026
https://www.scintilena.com/la-galleria-glori-castellaro-viaggio-nella-valle-argentina/08/22/

Scintilena – Glori-Castellaro: viaggio nella Valle Argentina – 6 maggio 2026
https://www.scintilena.com/glori-castellaro-viaggio-nella-valle-argentina/05/06/

RaiNews TGR Liguria – Stop alla diga di Glori a Badalucco (IM) in Valle Argentina – 2 aprile 2024
https://www.rainews.it/tgr/liguria/video/2024/04/stop-alla-diga-di-glori-in-valle-argentina-3573f527-ac28-475f-8497-4cc8fed01616.html

Alessandro Pastorelli – comunicazione sulla storia dei gruppi speleologici liguri – ottobre 2026.

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  • Addio a Gianguido Guasco, “Grotta”: il ricordo dello speleologo imperiese
    Condividi Storico rappresentante del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, era appassionato di grotte, fotografia, video e radio. Claudio Bonzano lo ricorda come un personaggio fuori dagli schemi, sempre vicino ai compagni anche quando la malattia non gli permetteva più di esplorare Il 28 ottobre 2026 è morto Gianguido Guasco, per tutti semplicemente “Grotta”, figura conosciuta nell’ambiente speleologico imperiese e uomo dalle molte passioni. Gianguido Guasco è stato anche tra i soci fondator
     

Addio a Gianguido Guasco, “Grotta”: il ricordo dello speleologo imperiese

Október 30th 2026 at 07:31

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Storico rappresentante del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, era appassionato di grotte, fotografia, video e radio. Claudio Bonzano lo ricorda come un personaggio fuori dagli schemi, sempre vicino ai compagni anche quando la malattia non gli permetteva più di esplorare

Il 28 ottobre 2026 è morto Gianguido Guasco, per tutti semplicemente “Grotta”, figura conosciuta nell’ambiente speleologico imperiese e uomo dalle molte passioni.

Gianguido Guasco è stato anche tra i soci fondatori del Gruppo Speleologico del CAI di Imperia, realtà alla quale è rimasto profondamente legato.

A ricordarlo con poche righe, semplici e affettuose, è Claudio Bonzano del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, che ne restituisce soprattutto il carattere.

«Gianguido Guasco, vecchio rappresentante del Gruppo Speleologico Imperiese CAI, già affetto da una malattia invalidante, ha rappresentato un personaggio fuori dagli schemi, appassionato delle grotte e dedito alla fotografia».

Una passione per la speleologia che Gianguido aveva coltivato anche attraverso la scrittura. Nel 1972 il suo nome compare nella bibliografia speleologica ligure come autore di L’ossessione dello Sgarbu, dedicato allo Sgarbu du Ventu, il Buco del Vento del Monte Guardiabella, cavità esplorata dal Gruppo Speleologico Imperiese CAI.

La malattia gli aveva poi impedito di continuare a entrare nelle grotte, ma non di rimanere vicino al suo gruppo.

Bonzano ricorda che Gianguido, «provvisto batterista soprattutto in estate faceva parte di un complessino musicale ma a notte fonda raggiungeva le località ove il Gruppo lavorava portando sempre una aria di allegria».

Non potendo più esplorare cavità molto strette per via della corporatura, era sempre disponibile per le esigenze del Gruppo. La passione era tale che aveva trasformato la sua Fiat 1100 nell’auto del Gruppo, applicando sulle portiere il logo dell’associazione.

«Lascia un vuoto incolmabile», conclude Claudio Bonzano.

Anche il ricordo pubblicato a Imperia racconta un uomo conosciuto ben oltre l’ambiente speleologico: appassionato di radio CB, fotografia e video, capace di lasciare una traccia personale in chi lo aveva incontrato.

Scintilena e la Delegazione Speleologica Ligure si stringono con un grande abbraccio alla famiglia, agli amici e ai compagni del Gruppo Speleologico Imperiese CAI.

Arrivederci Gianguido, arrivederci “Grotta”.

Fonti

Claudio Bonzano – Gruppo Speleologico Imperiese CAI – ricordo di Gianguido Guasco – ottobre 2026.

Catasto Speleologico Ligure – Buco del Vento / Sgarbu du Ventu, LI619 – bibliografia: Gianguido Guasco, L’ossessione dello Sgarbu, 1972
https://www.catastogrotte.net/liguria/it/caves/view/623/

La Voce di Imperia – Imperia, addio a Gianguido Guasco, per tutti “Grotta”: appassionato di Speleologia, radio CB, fotografia e video – 29 ottobre 2026 – fotografia Marco Pesce

Il Secolo XIX – Oneglia piange Gianguido Guasco, anima jazz di San Giovanni – Laura Ivani – 29 ottobre 2026

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  • Abisso del Bifurto, Cerchiara rende omaggio agli speleologi che raggiunsero il fondo nel 1962
    Condividi Sessantaquattro anni dopo la storica esplorazione a ?683 metri, Giulio Gecchele è tornato sul Pollino. Sei alberi sono stati piantati presso l’Abisso in memoria degli esploratori di una delle grandi pagine della speleologia italiana Sessantaquattro anni dopo, Giulio Gecchele è tornato a Cerchiara di Calabria, ai piedi del Pollino, dove da giovane aveva partecipato a una delle esplorazioni più importanti della speleologia italiana del dopoguerra: quella dell’Abisso del Bifurto, conos
     

Abisso del Bifurto, Cerchiara rende omaggio agli speleologi che raggiunsero il fondo nel 1962

Október 30th 2026 at 04:30

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Sessantaquattro anni dopo la storica esplorazione a ?683 metri, Giulio Gecchele è tornato sul Pollino. Sei alberi sono stati piantati presso l’Abisso in memoria degli esploratori di una delle grandi pagine della speleologia italiana

Sessantaquattro anni dopo, Giulio Gecchele è tornato a Cerchiara di Calabria, ai piedi del Pollino, dove da giovane aveva partecipato a una delle esplorazioni più importanti della speleologia italiana del dopoguerra: quella dell’Abisso del Bifurto, conosciuto anche come Fossa del Lupo.

Venerdì 23 ottobre il Comune di Cerchiara di Calabria ha accolto Gecchele durante una seduta del Consiglio comunale dedicata agli speleologi protagonisti di quella stagione di esplorazioni. Alcuni dei compagni ancora in vita hanno partecipato in videocollegamento.

Al termine dell’incontro la delegazione ha raggiunto l’Abisso, dove sono stati messi a dimora sei alberi, uno per ciascuno dei sei speleologi che nell’agosto del 1962 affrontarono la discesa verso il fondo.

Nel 1961 fino a -440m

La storia era cominciata l’anno precedente.

Nel 1961 il Gruppo Speleologico Piemontese CAI-UGET di Torino aveva organizzato una spedizione nel Pollino, spingendo l’esplorazione del Bifurto fino alla profondità di circa 440 metri. La grotta continuava.

Un’immagine del film di Frammartino

Nell’estate successiva gli speleologi sono tornati a Cerchiara con l’obiettivo di completarne l’esplorazione.

Il bollettino Grotte del Gruppo Speleologico Piemontese, pubblicato nel 1962, conserva la relazione di quei giorni e permette di ricostruire direttamente le fasi dell’impresa.

Agosto 1962, verso il fondo

Il 6 agosto è iniziata la nuova esplorazione.

La squadra che ha proseguito verso il fondo era composta da Giulio Gecchele, Marziano Di Maio e Dario Sodero, del Gruppo Speleologico Piemontese; Gianni Follis, del GSAM di Cuneo; Giancarlo Pasini e Sergio Trebbi, del Gruppo Speleologico Bolognese.

Con loro sono scesi una quindicina di sacchi di materiale.

Le condizioni erano quelle della speleologia dell’epoca: progressione su scalette metalliche, grandi quantità di materiale da trasportare e lunghe permanenze sottoterra.

La relazione del GSP registra 60 ore di grotta per la fase esplorativa del 7, 8 e 9 agosto.

Il lavoro non si è concluso con il raggiungimento del fondo. Gli speleologi sono tornati nella cavità per completare il rilievo, esplorare alcuni pozzi laterali e recuperare il materiale. Una delle ultime operazioni di disarmo e rilievo è durata altre 20 ore consecutive.

Alla fine il dato topografico era stabilito: -683m di dislivello, circa 520 m di sviluppo rilevato secondo i dati pubblicati allora.

Per l’epoca era una profondità eccezionale e collocava il Bifurto tra le grandi cavità conosciute.

Una storia diventata cinema

Molti anni dopo quella spedizione ha trovato una nuova forma di racconto.

L’esplorazione del Bifurto ha ispirato Il Buco di Michelangelo Frammartino, film presentato nel 2021 alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio speciale della giuria.

Il film ha riportato all’attenzione del grande pubblico la speleologia dei primi anni Sessanta: le scalette, le corde, i sacchi, le lampade e soprattutto il rapporto tra gli uomini, la montagna e un vuoto sotterraneo del quale ancora non si conosceva il fondo.

Non è un documentario della spedizione, ma una ricostruzione cinematografica ispirata a quell’esperienza.

Nel 1962 sei speleologi raggiunsero il fondo dell’Abisso del Bifurto, a ?683 metri, completando una delle grandi esplorazioni della speleologia italiana. 64 anni dopo, Cerchiara rende loro omaggio con una cerimonia e sei alberi piantati nei pressi dell’Abisso, alla presenza di Giulio Gecchele

Sei alberi accanto all’Abisso

Oggi quella storia è tornata nel luogo dove era cominciata.

Dopo il Consiglio comunale del 23 ottobre, Gecchele e la delegazione hanno raggiunto il Bifurto. Nei pressi dell’ingresso sono stati piantati sei alberi in ricordo dei sei speleologi della squadra che raggiunse il fondo nel 1962.

Un segno semplice, rimasto sulla superficie proprio accanto al luogo nel quale, sessantaquattro anni fa, quegli uomini scesero per centinaia di metri nel sottosuolo.

E questa volta a raccontare il Bifurto non c’erano soltanto fotografie, rilievi e vecchi bollettini.

C’era ancora uno dei suoi esploratori.

Fonti

Gruppo Speleologico Piemontese CAI-UGET – L’Abisso di Bifurto, Grotte n. 19 – luglio-ottobre 1962
https://www.gsptorino.it/grotte/gr_019_1962.htm

Eco dello Jonio – Cerchiara di Calabria rende omaggio agli speleologi del Bifurto: una storia di coraggio e ricerca – 25 ottobre 2026
https://ecodellojonio.it/articoli/attualita/2026/10/cerchiara-di-calabria-rende-omaggio-agli-speleologi-del-bifurto-una-storia-di-coraggio-e-ricerca

LaC News24 – Quando la roccia incontra la memoria: l’Amministrazione di Cerchiara riabbraccia la storia dell’Abisso del Bifurto – 25 ottobre 2026
https://www.lacnews24.it/cultura/quando-la-roccia-incontra-la-memoria-lamministrazione-di-cerchiara-riabbraccia-la-storia-dellabisso-del-bifurto-chlh091b

Lo Scarpone – Club Alpino Italiano – Raccontare il buio. Così “Il buco” sbarca a Venezia – 2021
https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/raccontare-buio-il-buco-mostra-cinema-venezia/

Un’altra immagine del film di Frammartino

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  • Sotto il mare della Florida alla ricerca dei paesaggi perduti dell’Era glaciale
    Condividi Un articolo pubblicato il 23 ottobre 2026 da National Geographic racconta le ricerche archeologiche lungo le antiche coste oggi sommerse tra Texas e Florida. Sonar, carotaggi e immersioni cercano le tracce delle popolazioni che vivevano in questi territori migliaia di anni fa Un articolo di Nicolás Rivero, pubblicato da National Geographic il 23 ottobre 2026 con il titolo “Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies”, racconta una delle frontiere dell’archeologia subacquea
     

Sotto il mare della Florida alla ricerca dei paesaggi perduti dell’Era glaciale

Október 30th 2026 at 04:00

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Un articolo pubblicato il 23 ottobre 2026 da National Geographic racconta le ricerche archeologiche lungo le antiche coste oggi sommerse tra Texas e Florida. Sonar, carotaggi e immersioni cercano le tracce delle popolazioni che vivevano in questi territori migliaia di anni fa

Un articolo di Nicolás Rivero, pubblicato da National Geographic il 23 ottobre 2026 con il titolo “Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies”, racconta una delle frontiere dell’archeologia subacquea americana: la ricerca delle tracce lasciate dalle popolazioni preistoriche nei territori oggi sommersi tra Texas e Florida.

Durante e dopo l’ultima glaciazione, quando il livello del mare era molto più basso, la costa occidentale della Florida si estendeva fino a circa 100 miglia, oltre 160 chilometri, più al largo. Dove oggi c’è il mare esistevano pianure attraversate da fiumi e sorgenti, frequentate dagli esseri umani.

Con lo scioglimento dei ghiacci quei territori sono stati progressivamente sommersi. Oggi gli archeologi cercano sul fondo del mare ciò che resta di quei paesaggi e delle persone che li abitavano.

Un utensile di pietra sotto il fondale

Nel dicembre 2024, a circa cinque miglia dalla costa della Florida, l’archeologo Morgan Smith, professore associato di antropologia alla University of Tennessee at Chattanooga, ha partecipato a una ricerca subacquea sulle tracce dell’antica presenza umana.

Sotto circa 75 centimetri di sabbia e frammenti di conchiglie ha raggiunto uno strato di sedimento argilloso grigio-blu formatosi quando la zona era ancora terraferma.

Qui ha trovato uno strumento di pietra per raschiare risalente a circa 7.000 anni fa. Più in profondità, insieme a uno studente, ha recuperato anche un frammento di legno di circa 8.500 anni.

Il ritrovamento dimostra che sotto i sedimenti marini possono essersi conservati antichi suoli terrestri insieme alle testimonianze delle attività umane.

89 milioni di acri da esplorare

Il progetto di ricerca descritto da National Geographic interessa circa 89 milioni di acri di terre oggi sommerse, dal Texas alla Florida occidentale.

Quasi una dozzina di scienziati partecipano a un programma quinquennale che punta non soltanto a trovare manufatti, ma a ricostruire il paesaggio nel quale vivevano le popolazioni preistoriche.

I ricercatori analizzano scansioni sonar del fondale e profili del sottosuolo ottenuti mediante onde sonore. Le indagini hanno rivelato una rete di antichi canali fluviali sepolti sotto il mare, che in alcuni casi proseguono per chilometri oltre le attuali foci.

Sono luoghi molto interessanti per le ricerche archeologiche: lungo i corsi d’acqua si poteva pescare e cacciare e in alcune zone erano disponibili selce e altre rocce utilizzate per fabbricare utensili.

Sonar, carotaggi e immersioni

Individuate le aree più promettenti, le indagini possono proseguire con carotaggi del fondale. Lunghi tubi vengono spinti nei sedimenti per prelevare campioni degli strati sepolti e riconoscere superfici che un tempo erano esposte all’aria.

Gli archeologi cercano manufatti, schegge prodotte dalla lavorazione della pietra e altri indizi della presenza umana.

Alle prospezioni geofisiche si affiancano le immersioni, utilizzate in quest’area per la ricerca archeologica almeno dalla fine degli anni Ottanta.

Il fiume Aucilla e le tracce di 14.500 anni fa

Uno dei territori più importanti è il fiume Aucilla, a sud di Tallahassee.

Nel 2016, all’interno di una dolina sommersa a circa nove metri sotto la superficie del fiume, i ricercatori hanno trovato un utensile di pietra e ossa di mastodonte con tracce di macellazione umana datate a circa 14.500 anni fa.

Questi ritrovamenti hanno rafforzato le prove di una presenza umana in Nord America precedente alle cronologie tradizionalmente accettate in passato.

Nella stessa regione sono stati individuati altri siti sommersi, tra cui antichi accumuli di conchiglie e aree utilizzate per l’approvvigionamento e la lavorazione della pietra.

A 40 metri di profondità sull’antica riva di un fiume

National Geographic ricorda anche un’esplorazione effettuata nel 2009 dall’archeologo Andy Hemmings, dell’Aucilla Research Institute.

Seguendo verso il largo l’antico corso sommerso del fiume Suwannee, i ricercatori hanno raggiunto un punto situato a circa 125 miglia dalla costa settentrionale della Florida, soprannominato Thor’s Elbow, il “gomito di Thor”.

Hemmings è sceso fino a circa 40 metri di profondità, raggiungendo quella che migliaia di anni fa era la riva di un fiume.

Il tempo operativo a quella profondità era molto limitato. Hemmings ha lasciato alcune apparecchiature sul fondale con l’intenzione di tornare per effettuare carotaggi, ma una tempesta tropicale ha impedito la nuova spedizione e in seguito sono mancati i finanziamenti per proseguire. Il sito rimane ancora da studiare approfonditamente.

Le coste sommerse e l’arrivo dei primi americani

Queste ricerche possono contribuire a rispondere a una delle grandi domande dell’archeologia americana: quando e attraverso quali percorsi gli esseri umani sono arrivati nelle Americhe?

Gli studiosi discutono da tempo sul ruolo del ponte terrestre di Bering e sulla possibilità che alcune delle prime migrazioni siano avvenute seguendo le coste.

Gran parte delle linee costiere dell’ultima glaciazione si trova però oggi sott’acqua. Individuare siti lungo quelle antiche rive potrebbe quindi fornire nuove informazioni sui movimenti delle prime popolazioni americane.

Un mondo conservato sotto il mare

Le indagini permettono anche di studiare la risposta delle comunità preistoriche a profonde trasformazioni ambientali.

Circa 14.000 anni fa, durante alcune delle fasi più rapide dello scioglimento dei ghiacci, secondo National Geographic il mare poteva innalzarsi di circa 30 centimetri ogni dieci anni.

Fiumi e sorgenti hanno cambiato configurazione, le falde si sono sollevate e vaste porzioni delle pianure costiere sono state sommerse, costringendo le comunità a spostarsi verso l’interno.

Una parte di quel paesaggio è ancora conservata sotto il mare. Ricostruire gli antichi fiumi, individuare i suoli sepolti ed esplorarli significa recuperare testimonianze della preistoria rimaste per millenni sul fondo del Golfo del Messico.

Un archeologo subacqueo durante la documentazione di un sito sommerso nelle Florida Keys. Foto: NOAA / Wikimedia Commons.

Fonte

National Geographic – Nicolás Rivero, “Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies”, 23 ottobre 2026 Searching the Seabed for Florida’s Ice Age Societies | National Geographic
https://www.nationalgeographic.com/environment/article/mapping-texas-florida-coasts-ancient-american-archaeology

Foto di copertina: Il fiume Aucilla, in Florida, uno dei territori chiave per le ricerche archeologiche sulle prime popolazioni americane e sugli antichi paesaggi oggi in parte sommersi. Foto: Michael Rivera / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0

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