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    Condividi Due ragni simbolo degli ambienti ipogei scelti dalla Società Speleologica Italiana ETS per sensibilizzare sulla tutela della biodiversità sotterranea In occasione della Giornata mondiale della Biodiversità 2026, 22 maggio, la Società Speleologica Italiana richiama l’attenzione sul valore degli ecosistemi sotterranei, ambienti fragili e ancora poco conosciuti che custodiscono una straordinaria ricchezza di vita. Grotte, cavità e ambienti carsici ospitano infatti specie spesso invi
     

Giornata mondiale della Biodiversità: anche le grotte custodiscono specie preziose. I ragni Meta protagonisti del 2026

Máj 22nd 2026 at 17:52

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Due ragni simbolo degli ambienti ipogei scelti dalla Società Speleologica Italiana ETS per sensibilizzare sulla tutela della biodiversità sotterranea

In occasione della Giornata mondiale della Biodiversità 2026, 22 maggio, la Società Speleologica Italiana richiama l’attenzione sul valore degli ecosistemi sotterranei, ambienti fragili e ancora poco conosciuti che custodiscono una straordinaria ricchezza di vita.

Grotte, cavità e ambienti carsici ospitano infatti specie spesso invisibili agli occhi della maggior parte delle persone, ma fondamentali per gli equilibri naturali. Per il 2026 la SSI ha scelto come “Animali di Grotta dell’Anno” i ragni Meta bourneti e Meta menardi, due specie caratteristiche degli ambienti ipogei europei, note per le grandi tele sospese nelle zone d’ingresso delle grotte.

La scelta si inserisce nell’iniziativa “Animale di Grotta dell’Anno”, promossa dalla SSI ETS, associazione di protezione ambientale riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, con l’obiettivo di sensibilizzare pubblico, istituzioni e gestori delle cavità sull’importanza biologica e sulla conservazione degli ecosistemi sotterranei, particolarmente vulnerabili.

Per approfondire il progetto è disponibile sul sito della Società Speleologica, all’indirizzo https://animalidigrotta.speleo.it/ .

Questa sera, 22 maggio 2026, alle ore 21, la Commissione di Biospeleologia della Unione Internazionale di Speleologia organizza inoltre un webinar in diretta Facebook dedicato alla biodiversità sotterranea.

Diretta Facebook UIS Cave Biology Commission

L’iniziativa è stata rilanciata dal Gruppo di lavoro biologia della Società Speleologica Italiana ETS tramite una comunicazione diffusa da Fedele Messina, che augura buona visione.

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  • Biodiversità sotterranea, la Società Speleologica Italiana al centro della Giornata mondiale
    Condividi Grotte, biodiversità e specie ipogee Nella Giornata mondiale della biodiversità, la Società Speleologica Italiana ETS richiama l’attenzione sul valore del mondo sotterraneo. Per il 2026 ha scelto come “Animali di Grotta dell’Anno” i ragni Meta bourneti e Meta menardi, due specie legate agli ambienti ipogei europei.[1][2] Meta menardi e Meta bourneti La scelta riguarda due ragni che vivono nella zona crepuscolare delle grotte, dove luce e oscurità si incontrano. Sono specie tro
     

Biodiversità sotterranea, la Società Speleologica Italiana al centro della Giornata mondiale

Máj 22nd 2026 at 16:15

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Grotte, biodiversità e specie ipogee

Nella Giornata mondiale della biodiversità, la Società Speleologica Italiana ETS richiama l’attenzione sul valore del mondo sotterraneo. Per il 2026 ha scelto come “Animali di Grotta dell’Anno” i ragni Meta bourneti e Meta menardi, due specie legate agli ambienti ipogei europei.[1][2]

Meta menardi e Meta bourneti

La scelta riguarda due ragni che vivono nella zona crepuscolare delle grotte, dove luce e oscurità si incontrano. Sono specie troglofile, quindi capaci di vivere stabilmente in ambienti sotterranei senza essere del tutto separate dalla superficie.[1][3]

Meta menardi è più legata agli ambienti freschi e si incontra soprattutto nel Centro-Nord e in aree montane. Meta bourneti, invece, predilige contesti più miti e mediterranei, con temperature più alte.[3][1]

La campagna SSI ETS

L’iniziativa “Animale di Grotta dell’Anno” nasce per sensibilizzare pubblico, autorità e gestori delle cavità sull’importanza biologica delle grotte. La campagna punta anche a far conoscere ecosistemi poco studiati, ma molto vulnerabili, e a sostenere la tutela della biodiversità sotterranea.[1][3]

Secondo la SSI ETS, questi ragni rappresentano bene il rapporto tra ambiente di superficie e sottosuolo. La loro presenza aiuta a leggere lo stato di salute delle cavità e degli habitat carsici.[3][1]

Perché contano le grotte

Le grotte e gli ambienti carsici ospitano comunità di organismi adattati al buio, alle variazioni minime di temperatura e a risorse limitate. Sono ecosistemi delicati, nei quali anche piccoli disturbi possono avere effetti duraturi.[1][2]

Proteggere la biodiversità significa quindi proteggere anche le acque sotterranee, gli ingressi delle cavità e gli equilibri ecologici che si sviluppano nel sottosuolo. In questo quadro, Meta menardi e Meta bourneti diventano specie utili anche per raccontare la conservazione delle grotte.[3][1]

Informazione e conservazione

La SSI invita a seguire il progetto attraverso il portale dedicato animalidigrotta.speleo.it, dove sono raccolte informazioni sulla campagna e sulle specie coinvolte. L’obiettivo è rendere più visibile una parte della biodiversità che spesso resta fuori dallo sguardo del pubblico.[1][3]

Nel quadro della Giornata mondiale della biodiversità, il messaggio è chiaro: anche il sottosuolo va considerato parte della rete naturale da proteggere. Le grotte non sono solo luoghi di interesse speleologico, ma ambienti vivi, con specie, relazioni e fragilità proprie.[2]

Fonti
[1] Meta menardi e Meta bourneti: i nuovi “Animali di grotta dell’anno … https://www.scintilena.com/meta-menardi-e-meta-bourneti-i-nuovi-animali-di-grotta-dellanno-2026/01/29/
[2] Giornata mondiale della Biodiversità 2026 – ISPRA https://www.isprambiente.gov.it/it/news/giornata-mondiale-della-biodiversita-2026
[3] Meta 2026: i ragni di grotta diventano sentinelle del … – Scintilena https://www.scintilena.com/meta-2026-i-ragni-di-grotta-diventano-sentinelle-del-cambiamento-climatico/03/30/
[8] Meta Bourneti, ragno troglofilo delle grotte del Gargano – Scintilena https://www.scintilena.com/meta-bourneti-ragno-troglofilo-delle-grotte-del-gargano-caratteristiche-e-ciclo-di-vita/05/11/
[9] Scintilena – Notiziario di speleologia e del sottosuolo – Scintilena https://www.scintilena.com/category/0/page/565/?%2Fwp-admin%2Finstall_php&wpmp_switcher=desktop
[10] Sotto i Tuoi Piedi: Il Tesoro Invisibile dell’Italia – Scintilena https://www.scintilena.com/sotto-i-tuoi-piedi-il-tesoro-invisibile-dellitalia/05/08/
[11] La fauna selvatica del sottosuolo: La Venta celebra la biodiversità … https://www.scintilena.com/la-fauna-selvatica-del-sottosuolo-la-venta-celebra-la-biodiversita-delle-grotte-nella-giornata-mondiale-della-fauna-selvatica/03/03/
[12] Flash Archivi – Pagina 15 di 83 – Scintilena https://www.scintilena.com/category/flash/page/15/
[13] Un evento per la biodiversità delle grotte nella Giornata internazionale https://www.scintilena.com/biodiversita-delle-grotte-protagonista-online-per-la-giornata-internazionale-della-biodiversita-2026-il-22-maggio-un-evento-in-diretta-facebook-raccontera-il-ruolo-della-fauna-cavernicola-e-la-campagn/05/09/
[14] I gamberi di grotta, Animale di Grotta USA 2025: e chi sarà il … https://www.scintilena.com/i-gamberi-di-grotta-animale-di-grotta-usa-2025-e-chi-sara-il-prossimo/02/26/
[15] la biospeleologia di Luisa Dainelli al centro dell’evento UIS https://www.scintilena.com/giornata-mondiale-della-biodiversita-2026-la-biospeleologia-di-luisa-dainelli-al-centro-dellevento-uis/05/20/
[16] In stampa il numero 93 di Speleologia: da Frasassi all’Albania … https://www.scintilena.com/in-stampa-il-numero-93-di-speleologia-da-frasassi-allalbania-sulfurea-un-viaggio-nel-mondo-carsico/05/07/
[17] il 22 maggio il live della UIS Biology Commission – Scintilena https://www.scintilena.com/biodiversita-delle-grotte-e-giornata-internazionale-della-biodiversita-2026-il-22-maggio-il-live-della-uis-biology-commission/05/19/
[18] Biodiversità sotterranea: Luisa Dainelli tra i protagonisti dell … https://www.scintilena.com/biodiversita-sotterranea-luisa-dainelli-protagonista-dellinternational-day-for-biodiversity-2026/05/20/
[19] Giornata internazionale della biodiversità 2026: la speleologia … https://www.scintilena.com/giornata-internazionale-della-biodiversita-2026-la-speleologia-celebra-la-conservazione-delle-grotte/05/18/
[20] Proteggere il mondo sotterraneo: biodiversità delle grotte, servizi … https://www.scintilena.com/proteggere-il-mondo-sotterraneo-biodiversita-delle-grotte-servizi-ecosistemici-e-campagne-cave-animal-of-the-year/05/08/
[21] Towards the new Checklist of the Italian Fauna https://escholarship.org/content/qt0jv6h904/qt0jv6h904.pdf?t=rderzc
[22] META BOURNETI, IL RAGNO TROGLOFILO DELLE … https://www.facebook.com/61553617765697/posts/meta-bourneti-il-ragno-troglofilo-delle-grotte-del-gargano-che-prima-ama-e-poi-o/122234885822120592/
[23] RAGNI A KM ZERO / Ragno delle grotte ENG BELOW??? … https://www.instagram.com/p/DRPE-AvkjdI/
[24] Quaderni SSI 10 – Vita nelle Grotte – Speleologia http://www.speleo.fvg.it/index_htm_files/Quaderni%20SSI%2010%20-%20Vita%20nelle%20Grotte.pdf
[25] “Rilievo: tra Arte e Tecnica”: la SSI ETS ha rilanciato ad aprile il … https://www.scintilena.com/rilievo-tra-arte-e-tecnica-la-ssi-ets-rilancia-il-concorso-2026-dedicato-ai-cartografi-speleologi/05/16/
[26] HO TROVATO IL RAGNO DELLE GROTTE! : Meta menardi https://www.youtube.com/watch?v=IpgWzWkyo_E
[27] Giornata Mondiale della Biodiversità – CNR https://www.cnr.it/en/event/20568/giornata-mondiale-della-biodiversita
[28] Double dare: Climate change and volcanic activity threatens local … https://iris.unito.it/handle/2318/1941552
[29] Meta menardi (Latreille, 1804) https://www.araneae.it/species/menardi/2266/
[30] Camminate nella biodiversità 2026 in 25 Beni del FAI – Dove Viaggi https://viaggi.corriere.it/eventi/cards/camminate-biodiversita-2026-beni-fai/
[31] 22 aprile – Giornata della Terra In occasione della … – Instagram https://www.instagram.com/p/DXayyLdgbwl/
[32] Giornata mondiale della biodiversità – Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_mondiale_della_biodiversit%C3%A0

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    OPLATÍ SA NAVŠTÍVIŤ DEMÄNOVSKÚ ĽADOVÚ JASKYŇU? Táto oddávna známa jaskyňa je súčasťou Demänovského jaskynného systému, ktorý je s dĺžkou viac než 50 km najdlhším v Karpatoch. Poznal ju už Matej Bel, ktorý ju spomína v prvej časti svojho monumentálneho historicko-geografického diela v r. 1723. Okrem unikátnej mapy, ktorej autorom je Belov spolupracovník Georg Buchholtz, obsahuje aj náčrt dračej kostry... Práve Demänovská ľadovka bola a stále je jedinečným náleziskom „dračích“ kostí, ktoré v Belo
     

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OPLATÍ SA NAVŠTÍVIŤ DEMÄNOVSKÚ ĽADOVÚ JASKYŇU?

Táto oddávna známa jaskyňa je súčasťou Demänovského jaskynného systému, ktorý je s dĺžkou viac než 50 km najdlhším v Karpatoch. Poznal ju už Matej Bel, ktorý ju spomína v prvej časti svojho monumentálneho historicko-geografického diela v r. 1723. Okrem unikátnej mapy, ktorej autorom je Belov spolupracovník Georg Buchholtz, obsahuje aj náčrt dračej kostry... Práve Demänovská ľadovka bola a stále je jedinečným náleziskom „dračích“ kostí, ktoré v Belových časoch miestni odvážlivci zbierali pre ich nesporné liečivé účinky. Dnes už vieme, že „dračie“ kosti patria jaskynným medveďom, z ktorých posledné vyhynuli pred asi 24 000 rokmi. Jedna taká kostra „kráčajúceho draka“ tam na návštevníkov čaká.

Impozantné podzemné siene sú charakteristické akousi ponurou atmosférou (ideálny dračí brloh). K tomu iste prispieva aj časté čierne sfarbenie stien, stropov či výzdoby, čo spôsobili sadze z fakiel či dávnych požiarov. Túto bývalú vyvieračku Demänovky zdobia mohutné sitnrové stĺpy, či vysoké klenby. Časť stien je pokrytá stáročnými podpismi niekdajších návštevníkov. Hoci bez ľadu, je to krásna ukážka demänovského podzemia.













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  • Primo soccorso in grotta alle Gole del Nera: formazione UTEC Narni con CNSAS SASU Umbria
    Condividi A Narni una giornata di formazione sul primo soccorso in grotta alla Grotta dei Grilli, lungo il percorso ciclo pedonale delle Gole del Nera Formazione sul primo soccorso in grotta alla Grotta dei Grilli Domenica 24 maggio, alla Grotta dei Grilli, a pochi metri dal percorso ciclo pedonale delle Gole del Nera, si svolgerà una giornata dedicata al primo soccorso in grotta per gli speleologi del Gruppo Speleologico UTEC Narni.L’incontro è programmato nella fascia della mattina e
     

Primo soccorso in grotta alle Gole del Nera: formazione UTEC Narni con CNSAS SASU Umbria

Máj 22nd 2026 at 14:00

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A Narni una giornata di formazione sul primo soccorso in grotta alla Grotta dei Grilli, lungo il percorso ciclo pedonale delle Gole del Nera


Formazione sul primo soccorso in grotta alla Grotta dei Grilli

Domenica 24 maggio, alla Grotta dei Grilli, a pochi metri dal percorso ciclo pedonale delle Gole del Nera, si svolgerà una giornata dedicata al primo soccorso in grotta per gli speleologi del Gruppo Speleologico UTEC Narni.
L’incontro è programmato nella fascia della mattina e si concentrerà sugli aspetti pratici della gestione dell’emergenza in ambiente ipogeo, con particolare attenzione alle fasi che precedono l’arrivo delle squadre di soccorso organizzato.

La Grotta dei Grilli si trova lungo il tracciato ciclopedonale delle Gole del Nera, in un contesto naturalistico molto frequentato da escursionisti e ciclisti.
L’area è oggi uno dei principali punti di accesso al mondo sotterraneo del Monte Santa Croce, dove il Gruppo Speleologico UTEC Narni svolge da quasi 50 anni attività esplorative, divulgative e didattiche.


L’UTEC Narni e il percorso formativo su sicurezza e primo soccorso in grotta

La giornata rientra nel percorso formativo che l’UTEC Narni porta avanti da circa tre anni, strutturato in corsi di lunga durata, fino a sei mesi, con moduli dedicati alla conoscenza delle grotte, del mondo sotterraneo e alla sicurezza in grotta.
Questo approccio continuativo consente ai soci di consolidare nel tempo tecniche speleologiche, lettura dell’ambiente e consapevolezza dei rischi legati all’esplorazione ipogea.

All’interno di questo quadro, il tema del primo soccorso in grotta è diventato un pilastro della proposta formativa.
L’obiettivo è far sì che ogni speleologo sia in grado di reagire in modo ordinato e coordinato a un incidente, attivando tempestivamente la catena dei soccorsi e offrendo al ferito un supporto adeguato nelle prime fasi, spesso decisive.


CNSAS SASU Umbria e speleologi insieme per la sicurezza in grotta

La formazione sarà tenuta da tecnici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), tramite il Soccorso Alpino e Speleologico Umbria (SASU), struttura di riferimento regionale per gli interventi in montagna, in grotta e in ambiente impervio.


In caso di incidente, l’attivazione del SASU avviene tramite il sistema di emergenza sanitaria, con il coordinamento della centrale operativa del 118 e l’invio di squadre specializzate, anche medicalizzate, in grado di operare in contesti complessi.

La collaborazione tra gruppi speleologici e CNSAS SASU Umbria è considerata un elemento chiave per la sicurezza in grotta, perché permette di armonizzare le procedure tra chi frequenta le cavità per attività esplorative e chi interviene in caso di emergenza.
In quest’ottica, giornate dedicate al primo soccorso in grotta contribuiscono a diffondere una cultura dell’emergenza condivisa, basata su linguaggi e protocolli operativi compatibili.


Simulazioni di incidente e tecniche di gestione del ferito in grotta

Nel corso della mattinata alla Grotta dei Grilli è prevista una esercitazione con simulazione di incidente in grotta.
I partecipanti si confronteranno con scenari realistici, che serviranno a verificare tempi di reazione, capacità di valutazione e coordinamento delle manovre sul ferito in condizioni di limitata accessibilità e visibilità.

Tra le prove pratiche, il focus sarà sulla movimentazione del ferito lungo tratti angusti o verticali, tema centrale del primo soccorso in grotta, dove ogni manovra deve rispettare sia la sicurezza dell’infortunato sia quella dei compagni di squadra.
Saranno messe in pratica tecniche per fermare una emorragia, immobilizzare un arto, trattare un paziente con sospetto trauma cranico, stabilizzarlo e predisporlo al successivo trasferimento alle squadre di soccorso specializzate.

Un altro aspetto centrale sarà la gestione dell’ipotermia, che in grotta rappresenta un rischio concreto anche in caso di infortuni di media gravità.
Durante la giornata di formazione sul primo soccorso in grotta saranno illustrate modalità di copertura, isolamento dal suolo, utilizzo di teli termici e strategie di riscaldamento progressivo del ferito.


Primo soccorso in grotta e preparazione all’emergenza per gli speleologi

Gli organizzatori sottolineano come la preparazione di base sul primo soccorso in grotta non sia un ambito riservato a pochi specialisti, ma un patrimonio che dovrebbe far parte del bagaglio di ogni speleologo.
La capacità di riconoscere rapidamente la gravità di un trauma, comunicare in modo efficace con i servizi di emergenza e assistere il compagno in attesa del CNSAS SASU Umbria può fare la differenza in termini di esito e tempi di intervento.

In questo senso, l’allenamento alla gestione dell’emergenza in ambiente ipogeo va di pari passo con la prevenzione: pianificazione delle uscite, verifica delle condizioni dei partecipanti, attrezzatura adeguata e conoscenza delle vie di accesso e di fuga sono parte integrante della sicurezza in grotta.scintilena+1
La giornata alla Grotta dei Grilli contribuisce così a rafforzare un percorso in cui formazione continua, primo soccorso in grotta e collaborazione con il soccorso organizzato convergono verso un obiettivo comune: praticare la speleologia in modo sempre più consapevole e responsabile.

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  • Idrogeno naturale nello Scudo Canadese: dalle rocce antiche del Canada emerge una possibile nuova fonte energetica
    Condividi Uno studio pubblicato su PNAS misura per la prima volta il rilascio continuo di idrogeno naturale da una miniera vicino a Timmins, in Ontario, e indica un possibile uso energetico locale per miniere, industrie e comunità remote. La notizia è che il Canada dispone ora della prima misurazione diretta e continuativa di un serbatoio continentale di idrogeno naturale. Per il mondo del sottosuolo, il risultato sposta il tema dall’ipotesi geochimica alla valutazione concreta di una risorsa
     

Idrogeno naturale nello Scudo Canadese: dalle rocce antiche del Canada emerge una possibile nuova fonte energetica

Máj 22nd 2026 at 13:00

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Uno studio pubblicato su PNAS misura per la prima volta il rilascio continuo di idrogeno naturale da una miniera vicino a Timmins, in Ontario, e indica un possibile uso energetico locale per miniere, industrie e comunità remote.

La notizia è che il Canada dispone ora della prima misurazione diretta e continuativa di un serbatoio continentale di idrogeno naturale. Per il mondo del sottosuolo, il risultato sposta il tema dall’ipotesi geochimica alla valutazione concreta di una risorsa energetica.

Idrogeno naturale in Canada

Nel cuore dello Scudo Canadese, un gruppo di geochimici dell’Università di Toronto e dell’Università di Ottawa ha misurato direttamente la presenza, la concentrazione e l’accumulo nel tempo di idrogeno naturale, o idrogeno bianco, in rocce vecchie di circa un miliardo di anni. Le misure sono state raccolte in una miniera attiva vicino a Timmins, nel nord dell’Ontario, dove il gas fuoriesce spontaneamente dal sottosuolo e continua a farlo per anni. Il lavoro documenta quindi un rilascio reale e persistente di idrogeno naturale, non una semplice possibilità teorica ricavata da modelli.

Scudo Canadese e geochimica

Il dato più rilevante riguarda la continuità del fenomeno: i ricercatori hanno osservato che i fori di perforazione del sito rilasciano in media 0,008 tonnellate di idrogeno all’anno, cioè circa 8 chilogrammi per foro, e possono mantenere questo flusso per dieci anni o più. Estendendo il calcolo ai quasi 15.000 fori presenti nella miniera, il rilascio complessivo supera le 140 tonnellate annue di idrogeno naturale. Secondo le stime riportate dagli autori, questa quantità corrisponde a circa 4,7 milioni di chilowattora all’anno, un valore sufficiente a coprire il fabbisogno energetico annuale di oltre 400 abitazioni.singularityhub+1

Energia pulita e miniere

Lo studio collega la produzione di idrogeno naturale a reazioni geochimiche tra rocce e acque sotterranee profonde, un processo che avviene in modo spontaneo nella crosta terrestre. Gli autori spiegano che il Canada dispone di vaste aree, soprattutto nello Scudo Canadese, con rocce e minerali adatti a generare questo gas, e indicano gli stessi contesti geologici delle principali aree minerarie canadesi come luoghi dove la risorsa può essere cercata e valutata. Per questo l’idrogeno naturale viene descritto come una possibile fonte energetica locale, con un interesse immediato per miniere, poli industriali e territori lontani dalle grandi infrastrutture.

Idrogeno naturale e sottosuolo

Il valore industriale della scoperta appare chiaro se confrontato con l’uso attuale dell’idrogeno, impiegato su larga scala per fertilizzanti, metanolo e acciaio e prodotto oggi soprattutto con processi energivori basati su idrocarburi, con emissioni di monossido di carbonio e CO2. In questo quadro, l’idrogeno naturale potrebbe ridurre sia i costi sia la dipendenza dal trasporto di combustibili, perché produzione e utilizzo potrebbero trovarsi nello stesso distretto estrattivo o industriale. Gli autori indicano ricadute possibili per il Nord dell’Ontario e del Quebec, ma anche per Nunavut e Territori del Nord-Ovest, dove il tema dell’energia locale resta centrale per le attività produttive e per le comunità remote.

Ricerca PNAS 2026

Il lavoro non riguarda solo l’energia, perché l’idrogeno bianco era stato studiato finora soprattutto da microbiologi interessati alla biosfera profonda e all’astrobiologia, dato che questo gas può sostenere forme di vita microbica nel sottosuolo. Non a caso l’articolo si intitola Decadal record of continental H2 reservoirs reveals potential for subsurface microbial life and natural H2 exploration ed è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences il 18 maggio 2026. Il risultato centrale è semplice: sotto alcune delle rocce più antiche della Terra, l’idrogeno naturale non è più soltanto una voce promettente della geochimica del profondo, ma un flusso misurato nel tempo che ora può essere esplorato come risorsa del sottosuolo.

Fonte: https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2603895123

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  • Workshop sui chirotteri ai Monti Lucretili, confronto tra CRAS e veterinari sulla riabilitazione dei pipistrelli
    Condividi Al Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili un incontro dedicato alle linee guida per il recupero e la gestione dei chirotteri Si è svolto nel fine settimana, presso il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, il workshop dedicato alle applicazioni delle linee guida sul recupero e la riabilitazione dei chirotteri. L’iniziativa ha riunito operatori dei CRAS, veterinari, volontari e rappresentanti di enti impegnati nella conservazione della fauna selvatica. L’incontro è st
     

Workshop sui chirotteri ai Monti Lucretili, confronto tra CRAS e veterinari sulla riabilitazione dei pipistrelli

Máj 22nd 2026 at 12:00

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Al Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili un incontro dedicato alle linee guida per il recupero e la gestione dei chirotteri

Si è svolto nel fine settimana, presso il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, il workshop dedicato alle applicazioni delle linee guida sul recupero e la riabilitazione dei chirotteri. L’iniziativa ha riunito operatori dei CRAS, veterinari, volontari e rappresentanti di enti impegnati nella conservazione della fauna selvatica.

L’incontro è stato promosso dall’Associazione Tutela Pipistrelli e ha registrato la partecipazione di circa quaranta persone provenienti da diverse regioni italiane. Tra i presenti anche rappresentanti di importanti centri di recupero fauna selvatica, come quelli di Napoli e Rimini, oltre a veterinari umbri impegnati nelle attività di assistenza ai pipistrelli.

L’evento si è svolto in un clima di confronto tecnico e di condivisione delle esperienze maturate sul campo nella gestione dei chirotteri in difficoltà.

Recupero dei pipistrelli e formazione dei CRAS al centro del workshop

Secondo quanto riferito dagli organizzatori, il workshop ha affrontato diversi aspetti legati al recupero dei pipistrelli e alla loro gestione nei centri specializzati. I temi trattati hanno spaziato dalla legislazione sulla fauna protetta alla biologia dei chirotteri, fino alle pratiche di gestione in cattività e agli aspetti veterinari.

Particolare attenzione è stata dedicata alle zoonosi e alle procedure di sicurezza da adottare durante il trattamento degli animali. Durante gli interventi è stato ricordato come il rischio di trasmissione della rabbia sia molto basso, pur restando fondamentale l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale nelle attività di manipolazione dei pipistrelli.

Le relazioni tecniche hanno stimolato un confronto tra professionisti provenienti da realtà differenti. L’obiettivo comune è stato quello di uniformare le procedure operative e migliorare la collaborazione tra strutture di recupero, veterinari e associazioni di tutela ambientale.

Alessandra Tomassini: “Un incontro di alto livello con ottimi riscontri”

La presidente dell’Associazione Tutela Pipistrelli, Alessandra Tomassini, intervistata da Scintilena al termine del workshop, ha espresso soddisfazione per l’esito dell’iniziativa.

Tomassini ha spiegato che l’organizzazione dell’evento ha richiesto un notevole impegno da parte delle volontarie e dei volontari dell’associazione, coinvolti sia nella preparazione sia nella gestione delle attività durante il fine settimana.

È andata molto bene – ha dichiarato – con la partecipazione di molti CRAS importanti come quello di Napoli e Rimini, i veterinari dell’Umbria e numerosi professionisti del settore. È stato un incontro di alto livello e abbiamo ricevuto un ottimo feedback dai partecipanti”.

La presidente ha sottolineato anche l’interesse suscitato dagli argomenti affrontati durante le sessioni formative, in particolare quelli dedicati alla legislazione, alla biologia dei chirotteri, alla gestione veterinaria e alle zoonosi.

Conservazione dei chirotteri e nuove prospettive per il prossimo anno

Il workshop ai Monti Lucretili conferma il crescente interesse verso la tutela dei pipistrelli e il rafforzamento delle reti di collaborazione tra associazioni, centri recupero fauna selvatica e professionisti sanitari.

I chirotteri rappresentano una componente importante degli ecosistemi naturali e la loro protezione richiede competenze specifiche, aggiornamento continuo e procedure condivise. Occasioni formative di questo tipo contribuiscono a migliorare la qualità degli interventi di recupero e la gestione degli animali feriti o debilitati.

Secondo quanto emerso durante l’incontro, gli organizzatori stanno già valutando la possibilità di programmare un nuovo workshop il prossimo anno, con ulteriori approfondimenti dedicati alla conservazione dei pipistrelli e alle attività dei CRAS italiani.

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  • David Attenborough, 100 anni di natura: il volto che ha cambiato la divulgazione ambientale
    Condividi Dal 1957 ai nuovi documentari, Sir David Attenborough continua a raccontare biodiversità e natura a milioni di spettatori Compie 100 anni David Attenborough, figura centrale della divulgazione naturalistica mondiale e autore di una lunga stagione di documentari che hanno contribuito a cambiare il modo di raccontare la biodiversità, gli ecosistemi e il rapporto tra uomo e ambiente. Per oltre settant’anni, la sua voce e il suo stile narrativo hanno accompagnato milioni di persone a
     

David Attenborough, 100 anni di natura: il volto che ha cambiato la divulgazione ambientale

Máj 22nd 2026 at 11:00

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Dal 1957 ai nuovi documentari, Sir David Attenborough continua a raccontare biodiversità e natura a milioni di spettatori

Compie 100 anni David Attenborough, figura centrale della divulgazione naturalistica mondiale e autore di una lunga stagione di documentari che hanno contribuito a cambiare il modo di raccontare la biodiversità, gli ecosistemi e il rapporto tra uomo e ambiente.

Per oltre settant’anni, la sua voce e il suo stile narrativo hanno accompagnato milioni di persone alla scoperta della natura, trasformando il documentario naturalistico in uno strumento di conoscenza accessibile anche al grande pubblico. La ricorrenza è stata celebrata anche da BBC e dalla trasmissione Radio3 Scienza, che ha dedicato una puntata speciale alla sua vita e alla sua attività di divulgatore.

David Attenborough e la rivoluzione dei documentari naturalistici

La carriera di David Attenborough inizia quasi casualmente nel 1957 con il programma “Zoo Quest”. Da quel momento il divulgatore britannico costruisce un linguaggio televisivo nuovo, basato su immagini naturalistiche di alta qualità, rigore scientifico e una narrazione semplice ma precisa.

Serie come Life on Earth hanno segnato un passaggio importante nella storia dei documentari naturalistici. Per la prima volta il racconto della biodiversità veniva proposto con una struttura narrativa capace di coinvolgere un pubblico vastissimo, mantenendo attenzione ai contenuti scientifici.

Negli anni, Attenborough ha attraversato l’evoluzione tecnologica della televisione e della cinematografia naturalistica. Dalle prime riprese in pellicola ai moderni sistemi digitali, fino alle immagini in ultra definizione e ai droni utilizzati nelle produzioni più recenti, il suo lavoro ha documentato ambienti remoti, fauna selvatica e paesaggi fragili in ogni continente.

Il suo approccio ha influenzato generazioni di naturalisti, biologi, speleologi, zoologi e divulgatori ambientali. Molti ricercatori e professionisti della conservazione dichiarano di aver scelto il proprio percorso dopo aver visto i suoi programmi.

Biodiversità e conservazione ambientale al centro del racconto

Negli ultimi decenni, David Attenborough ha concentrato gran parte del proprio lavoro sui temi della crisi climatica, della perdita di biodiversità e della tutela degli ecosistemi.

Attraverso documentari e interventi pubblici, il divulgatore britannico ha raccontato gli effetti della pressione antropica sugli habitat naturali, portando all’attenzione internazionale questioni legate alla deforestazione, all’inquinamento marino e alla scomparsa di numerose specie animali.

Il suo contributo alla divulgazione scientifica è stato importante anche per la capacità di collegare il racconto della natura alla responsabilità collettiva verso l’ambiente. In molte produzioni recenti il tema della conservazione ambientale è diventato centrale, con particolare attenzione agli ecosistemi più vulnerabili.

Anche il pubblico interessato alla speleologia e agli ambienti sotterranei ritrova nel lavoro di Attenborough un metodo narrativo che valorizza l’osservazione scientifica e la documentazione dei fenomeni naturali. L’attenzione agli habitat poco conosciuti, alla biodiversità nascosta e agli equilibri ecologici richiama infatti molti aspetti della ricerca speleologica contemporanea.

“Secret Gardens” e i nuovi progetti a cento anni

Nonostante l’età, David Attenborough continua a lavorare a nuove produzioni. Tra i progetti più recenti figura Secret Gardens, uscita proprio in questi giorni.

La continuità della sua attività rappresenta un caso raro nel panorama della divulgazione scientifica internazionale. A cento anni, Attenborough rimane una delle figure più riconoscibili nel racconto della natura e della biodiversità.

La sua capacità di adattarsi ai cambiamenti dei media, mantenendo uno stile riconoscibile e scientificamente affidabile, continua a essere un riferimento anche nell’epoca delle piattaforme digitali e dei contenuti brevi.

La puntata speciale di Radio3 Scienza dedicata ai 100 anni di David Attenborough

La trasmissione speciale di Radio3 Scienza ha ripercorso le tappe principali della carriera del divulgatore britannico insieme alla naturalista e comunicatrice scientifica Chiara Ceci.

Nel corso della puntata si parla anche del festival Lector in Scienza, organizzato dalla Fondazione Giuseppe Di Vagno a Conversano, in Puglia, dal 7 al 9 maggio, con il concorso “In un cielo lontano” dedicato a Rossella Panarese.

La puntata è disponibile su RaiPlay Sound. https://www.raiplaysound.it/audio/2026/05/Radio3-Scienza-del-08052026-8371c322-a0d6-4518-92cc-d6c103fc9b39.html

L’eredità culturale di David Attenborough

L’opera di David Attenborough ha contribuito a rendere il documentario naturalistico uno dei principali strumenti di divulgazione scientifica contemporanea.

Il suo lavoro ha avvicinato il pubblico ai temi della biodiversità, della tutela ambientale e della conoscenza del pianeta. Un’eredità culturale che continua a influenzare il modo in cui la natura viene osservata, raccontata e studiata.

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  • Carta geologico-tecnica dell’Umbria: migliaia di accessi in un anno per la banca dati FAIR regionale
    Condividi Disponibile online la cartografia geologico-tecnica in scala 1:10.000 con oltre 34 mila aree geologiche e più di 60 mila frane censite La carta geologico-tecnica della Regione Umbria ha registrato, nel corso dell’ultimo anno, migliaia di visualizzazioni e download. Il dato conferma l’interesse verso uno strumento che mette a disposizione informazioni territoriali dettagliate in formato aperto e riutilizzabile. La banca dati è stata realizzata secondo i principi FAIR, acronimo di
     

Carta geologico-tecnica dell’Umbria: migliaia di accessi in un anno per la banca dati FAIR regionale

Máj 22nd 2026 at 10:00

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Disponibile online la cartografia geologico-tecnica in scala 1:10.000 con oltre 34 mila aree geologiche e più di 60 mila frane censite

La carta geologico-tecnica della Regione Umbria ha registrato, nel corso dell’ultimo anno, migliaia di visualizzazioni e download. Il dato conferma l’interesse verso uno strumento che mette a disposizione informazioni territoriali dettagliate in formato aperto e riutilizzabile.

La banca dati è stata realizzata secondo i principi FAIR, acronimo di Findable, Accessible, Interoperable e Reusable. Si tratta di un modello adottato nella scienza aperta per rendere i dati facilmente rintracciabili, accessibili e utilizzabili anche per nuove attività di ricerca e pianificazione territoriale.

La cartografia copre l’intero territorio regionale dell’Umbria alla scala di dettaglio 1:10.000 ed è disponibile attraverso il portale open data regionale.

Dati geologico-tecnici e frane: i numeri della cartografia regionale

La carta geologico-tecnica contiene informazioni relative a 34.132 aree geologico-tecniche differenti e a 60.262 fenomeni franosi censiti sul territorio umbro.

All’interno del database sono riportati anche gli ambienti di formazione, suddivisi in 8 categorie principali e articolati in 36 tipologie differenti. A queste si aggiungono 22 unità geologico-litotecniche riferite ai depositi di copertura e 15 unità relative al substrato geologico roccioso.

La classificazione include inoltre specifici riferimenti agli stati di addensamento e consistenza dei terreni. Sono infatti distinti 4 diversi stati di addensamento e 6 classi di consistenza.

Si tratta di informazioni utili per studi geologici, pianificazione territoriale, valutazioni ambientali, analisi geomorfologiche e attività tecniche collegate alla gestione del territorio.

Open data geologici in formato shapefile per ricerca e pianificazione

Uno degli aspetti più rilevanti del progetto riguarda la disponibilità dei dati in formato open. Il database può infatti essere scaricato come shapefile, formato ampiamente utilizzato nei sistemi GIS e nelle elaborazioni cartografiche professionali.

L’accesso aperto consente il riutilizzo delle informazioni da parte di professionisti, enti pubblici, università, ricercatori e associazioni impegnate nello studio del territorio.

Per il mondo della speleologia e del carsismo, la disponibilità di dati geologico-tecnici così dettagliati rappresenta anche un supporto importante per l’analisi delle aree carbonatiche, della stabilità dei versanti e delle dinamiche geomorfologiche regionali.

La diffusione di strumenti open data di questo tipo favorisce inoltre una maggiore condivisione delle conoscenze territoriali e può contribuire alla produzione di nuovi studi scientifici e applicazioni operative.

Cartografia geologica dell’Umbria: accessi e interesse pubblico

Il numero di accessi registrato nel primo anno di pubblicazione mostra come la carta geologico-tecnica abbia incontrato l’interesse di una platea ampia. I download e le consultazioni confermano l’utilità pratica di una banca dati territoriale dettagliata, aggiornata e disponibile senza restrizioni.

La possibilità di consultare dati geologici e geomorfologici su scala regionale rappresenta una risorsa significativa anche per attività di prevenzione del rischio idrogeologico e monitoraggio ambientale.

Dove scaricare la carta geologico-tecnica dell’Umbria

La carta geologico-tecnica regionale è disponibile sul portale open data della Regione Umbria:

Portale dati aperti Regione Umbria – Carta geologico-tecnica

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  • Giornata di avvicinamento alla speleologia con il CAI Jesi il 13 giugno
    Condividi Il Gruppo Speleologico CAI Jesi apre le porte ai nuovi interessati con una giornata dedicata alla scoperta del mondo sotterraneo Il Gruppo Speleologico CAI Jesi organizza per sabato 13 giugno una Giornata di Avvicinamento alla Speleologia, iniziativa pensata per chi desidera conoscere più da vicino il mondo delle grotte e delle attività speleologiche. L’evento si inserisce nel percorso che porterà al nuovo corso di introduzione alla speleologia promosso dal gruppo marchigiano. La
     

Giornata di avvicinamento alla speleologia con il CAI Jesi il 13 giugno

Máj 22nd 2026 at 09:00

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Il Gruppo Speleologico CAI Jesi apre le porte ai nuovi interessati con una giornata dedicata alla scoperta del mondo sotterraneo

Il Gruppo Speleologico CAI Jesi organizza per sabato 13 giugno una Giornata di Avvicinamento alla Speleologia, iniziativa pensata per chi desidera conoscere più da vicino il mondo delle grotte e delle attività speleologiche. L’evento si inserisce nel percorso che porterà al nuovo corso di introduzione alla speleologia promosso dal gruppo marchigiano.

La giornata è aperta a tutti, anche a chi non ha mai avuto esperienze in ambiente ipogeo. L’obiettivo è offrire un primo contatto con la speleologia, permettendo ai partecipanti di avvicinarsi alle tecniche di progressione e agli aspetti legati alla frequentazione del sottosuolo in sicurezza.

Speleologia e attività divulgativa nelle Marche

Negli ultimi anni le attività di divulgazione della speleologia hanno coinvolto un numero crescente di appassionati. Iniziative come questa rappresentano spesso il primo passo per chi vuole avvicinarsi alle esplorazioni sotterranee, alla conoscenza del carsismo e alla tutela degli ambienti ipogei.

Il Gruppo Speleologico CAI Jesi prosegue così la propria attività di promozione della speleologia nelle Marche, proponendo momenti dedicati sia alla formazione sia alla diffusione della cultura speleologica.

Durante la giornata saranno fornite alcune attrezzature di base. Gli organizzatori metteranno infatti a disposizione casco e illuminazione, strumenti indispensabili per affrontare in sicurezza l’ambiente di grotta.

Assicurazione e partecipazione alla giornata speleologica

Per i partecipanti non iscritti al CAI sarà richiesta una piccola quota assicurativa. La partecipazione consentirà di conoscere da vicino l’organizzazione di una uscita speleologica e di ricevere informazioni sul futuro corso di introduzione alla speleologia.

La giornata si rivolge sia ai giovani sia agli adulti interessati a comprendere meglio il mondo sotterraneo, le tecniche di progressione e gli aspetti naturalistici delle cavità.

Informazioni e contatti del Gruppo Speleologico CAI Jesi

Per informazioni aggiuntive o per partecipare alla Giornata di Avvicinamento alla Speleologia è possibile contattare Michael tramite WhatsApp al numero 3488662626.

L’iniziativa rappresenta un’occasione per conoscere da vicino l’attività del Gruppo Speleologico CAI Jesi e il percorso formativo dedicato ai nuovi speleologi.

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  • Il terribile contagio nella grotta di Baltzola in Spagna
    Condividi La febbre Q ha colpito più di cento visitatori durante la pandemia La grotta di Baltzola, nel valle di Arratia (Bizkaia), in Spagna, è stata teatro di uno dei più grandi focolai di febbre Q mai registrati in Spagna durante la pandemia. Più di cento visitatori sono stati contagiati dalla malattia, che ha causato 54 casi di neumonía e 27 ospedalizzazioni. La causa del contagio è stata individuata in un batterio comune tra il bestiame della zona rurale. L’episodio ha colpito i
     

Il terribile contagio nella grotta di Baltzola in Spagna

Máj 22nd 2026 at 08:00

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La febbre Q ha colpito più di cento visitatori durante la pandemia

La grotta di Baltzola, nel valle di Arratia (Bizkaia), in Spagna, è stata teatro di uno dei più grandi focolai di febbre Q mai registrati in Spagna durante la pandemia.

Più di cento visitatori sono stati contagiati dalla malattia, che ha causato 54 casi di neumonía e 27 ospedalizzazioni. La causa del contagio è stata individuata in un batterio comune tra il bestiame della zona rurale.

L’episodio ha colpito i visitatori della grotta a partire dalla fine del 2020, ma solo dopo Pasqua si è verificato un vero e proprio focolaio.

La grotta è stata chiusa al pubblico il 29 aprile 2021, quando il numero di casi aveva superato il centinaio.

Gli esperti hanno individuato in Coxiella burnetii la causa del contagio, un batterio presente nel bestiame della zona e che può essere trasmessa all’uomo attraverso gli aerosol prodotti nella grotta.

La situazione è stata monitorata dagli esperti che hanno sviluppato un ampio lavoro per individuare la fonte del contagio.

Sono state analizzate campioni di animali di sette fattorie vicine alla grotta, e il 26,5% delle analisi hanno dato esito positivo al batterio. In una seconda fase, gli animali esaminati sono stati 1.261, con un tasso di positività del 5%. La vaccinazione del bestiame è stata necessaria per contenere il contagio.

La grotta è stata riaperta al pubblico solo il 19 maggio 2022, dopo aver verificato che il livello di Coxiella burnetii era sceso a livelli considerati sicuri.

Il focolaio di febbre Q è stato uno dei più grandi mai registrati in Spagna e ha rappresentato un caso di studio per gli esperti, che hanno dovuto affrontare le difficoltà legate alla pandemia.

La mancata osservanza delle norme di sicurezza da parte dei visitatori ha contribuito alla diffusione della malattia.

Fonte El Pais: https://12ft.io/proxy?q=https%3A%2F%2Felpais.com%2Fsociedad%2F2023-07-22%2Fla-cueva-idilica-de-bizkaia-que-hizo-enfermar-por-fiebre-q-a-mas-de-100-visitantes-durante-de-la-pandemia.html

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  • Non solo Derinkuyu: in Cappadocia ci sono oltre 200 città sotterranee e una è più grande di tutte
    Condividi Scoperta nel 2013 sotto il centro di Nevsehir, la città ipogea più estesa della Cappadocia scende a 113 metri di profondità e non è ancora aperta al pubblico né completamente esplorata. Ecco un’ampia analisi del sito La Cappadocia non è solo un paesaggio spettacolare: è uno dei casi più straordinari al mondo di adattamento umano a una roccia vulcanica tenera, il tufo, trasformata per millenni in case, chiese, villaggi e città sotterranee. La tua traccia è sostanzialmente corretta,
     

Non solo Derinkuyu: in Cappadocia ci sono oltre 200 città sotterranee e una è più grande di tutte

Máj 22nd 2026 at 07:00

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Scoperta nel 2013 sotto il centro di Nevsehir, la città ipogea più estesa della Cappadocia scende a 113 metri di profondità e non è ancora aperta al pubblico né completamente esplorata. Ecco un’ampia analisi del sito

La Cappadocia non è solo un paesaggio spettacolare: è uno dei casi più straordinari al mondo di adattamento umano a una roccia vulcanica tenera, il tufo, trasformata per millenni in case, chiese, villaggi e città sotterranee. La tua traccia è sostanzialmente corretta, ma alcuni dettagli vanno precisati: più che “intere città scavate a mani nude”, si parla di complessi rupestri e ipogei scavati con strumenti nel tufo e ampliati in fasi diverse da più civiltà, con massima fioritura soprattutto in età bizantina.

Cappadocia: le città sotterranee scavate nel tufo vulcanico restano un unicum nell’architettura rupestre mondiale

Le antiche civiltà anatoliche trasformarono la roccia vulcanica tenera in abitazioni, chiese affrescate e sistemi difensivi ipogei. Un patrimonio di architettura rupestre che in Cappadocia non è mai smesso di vivere.


La geologia del tufo vulcanico come base dell’architettura rupestre in Cappadocia

Cappadocia Fairy Chimneys 

La Cappadocia, regione dell’Anatolia centrale in Turchia, deve la sua particolarità a un substrato geologico eccezionale. Il territorio è formato da spessi depositi di cineriti e ignimbriti, rocce vulcaniche tenere prodotte da eruzioni avvenute milioni di anni fa. L’azione dell’erosione eolica e idrica ha poi modellato queste formazioni nei profili inconfondibili noti come “camini delle fate”: alti pinnacoli di tufo che caratterizzano il paesaggio dell’altopiano anatolico.

Proprio la tenerezza del tufo ha reso possibile una pratica costruttiva del tutto particolare. Le popolazioni che si sono succedute in questa area — Frigi, Greci, Romani, Bizantini, Selgiuchidi — hanno scavato direttamente nella roccia abitazioni, magazzini, stalle, chiese e interi sistemi difensivi sotterranei. Rispetto all’edilizia tradizionale in muratura, lo scavo nel tufo richiedeva meno materiali e meno tempo, e garantiva un isolamento termico naturale: gli ambienti rimanevano freschi in estate e relativamente temperati in inverno, caratteristica decisiva su un altopiano con forti escursioni termiche.

Gli insediamenti rupestri censiti nella regione cappadoce sono oggi oltre 360, distribuiti su un vasto territorio. Questo dato testimonia come l’architettura rupestre non fosse una soluzione occasionale, ma un sistema insediativo diffuso e strutturato.


Chiese affrescate e villaggi rupestri: il paesaggio culturale stratificato della Cappadocia

Cave house interior 

Il fenomeno non riguarda solo la sopravvivenza materiale. A partire dal IV secolo d.C., in età tardoantica e poi in piena epoca bizantina, la Cappadocia divenne uno dei principali paesaggi religiosi del mondo cristiano orientale. Nelle pareti tufacee e nei coni dei camini delle fate furono ricavate centinaia di chiese, cappelle e monasteri rupestri, molti dei quali conservano cicli di affreschi di notevole qualità.

Lo studioso Robert Ousterhout ha censito almeno un migliaio di chiese scavate nel tufo cappadoce. Göreme, oggi Patrimonio dell’Umanità UNESCO, ne concentra alcune tra le più rappresentative. Accanto agli edifici religiosi, ogni villaggio rupestre comprendeva ambienti domestici, cucine con tracce di fumo sui soffitti, silos, cisterne e corridoi di collegamento tra i diversi volumi scavati.

La Cappadocia non va quindi letta come un monumento isolato, ma come un paesaggio culturale stratificato, dove si sovrappongono funzioni difensive, abitative, agricole e religiose accumulate nel corso di millenni. Questa complessità è ciò che ne giustifica il valore storico e il riconoscimento internazionale.


Derinkuyu: la città sotterranea scavata nella roccia per 18 livelli

Derinkuyu underground city 

Il caso più noto e più documentato di architettura ipogea cappadoce è la città sotterranea di Derinkuyu. La sua riscoperta avvenne nel 1963, quando durante lavori di ristrutturazione in una casa privata fu aperto un cunicolo che conduceva a un sistema sotterraneo di enormi dimensioni.

Derinkuyu si sviluppa per 18 livelli fino a una profondità di circa 85 metri. Le stime archeologiche indicano che potesse ospitare fino a 20.000 persone in caso di rifugio prolungato. Non si trattava di un semplice riparo temporaneo: la città sotterranea era dotata di cucine, dispense, ambienti di culto, spazi per l’istruzione, stalle e un sistema di pozzi che garantiva accesso alla falda idrica profonda.

La sicurezza degli accessi era garantita da grandi porte circolari in pietra, simili a macine, pesanti fino a due tonnellate. Queste porte potevano essere spostate su binari scavati nella roccia e bloccate esclusivamente dall’interno, impedendo l’accesso agli eventuali invasori. Il sistema di ventilazione era altrettanto sofisticato: pozzi d’aria collegavano i livelli più profondi con la superficie, rendendo vivibili gli ambienti anche durante soggiorni prolungati.

Le origini di Derinkuyu vengono ricondotte al I millennio a.C., con successive fasi di ampliamento in epoca bizantina. La città sotterranea era collegata tramite tunnel ad altri complessi ipogei della regione, tra cui Kaymakli, distante circa 9 chilometri.


Architettura rupestre ancora viva: le case-grotta abitate in Cappadocia oggi

Cave hotel pool 

Uno degli aspetti più significativi della Cappadocia rupestre è la sua continuità d’uso. A differenza di molti siti archeologici, le cavità scavate nel tufo cappadoce non sono rimaste abbandonate dopo la fine delle civiltà che le avevano create.

Ancora oggi, in paesi come Ortahisar e in diverse località della vallata di Göreme, alcune famiglie abitano in case-grotta dotate di servizi moderni inseriti nelle strutture rupestri storiche. Elettricità, acqua corrente, silos e depositi sono stati integrati nelle pareti di tufo originali, senza alterarne la struttura portante. La temperatura interna resta stabile anche nelle settimane più calde, confermando l’efficacia dell’isolamento naturale della roccia.

Parallelamente, molte grotte sono state convertite in strutture ricettive: hotel, ristoranti e spa ricavati nell’architettura rupestre cappadoce attirano ogni anno milioni di visitatori da tutto il mondo. Questa trasformazione ha portato nuove risorse economiche alla regione, ma ha anche sollevato questioni di conservazione legate all’impatto del turismo sulle strutture tufacee.

La Cappadocia rappresenta in questo senso un caso di studio per chiunque si occupi di paesaggi abitati, architettura ipogea e adattamento umano agli ambienti geologici: un territorio dove l’ingegno applicato alla roccia vulcanica ha prodotto soluzioni architettoniche che durano da tremila anni.


Fonti: Scintilena – Derinkuyu, il pozzo profondo della Cappadocia – Scintilena – Cappadocia sotterranea, spedizioni del Centro Studi Sotterranei – Scintilena – Derinkuyu, la città sotterranea che sfida il tempo – Wikipedia – Siti rupestri della Cappadocia – Wikipedia – Camini delle fate

Geologia e formazione

  • Come si sono formati esattamente i “camini delle fate” e perché alcuni hanno il cappello di roccia più scura in cima?
  • Quali vulcani hanno generato il tufo cappadoce e quando sono avvenute le eruzioni principali?
  • Esistono altre regioni nel mondo con una geologia simile che abbiano prodotto insediamenti rupestri analoghi?

Come si sono formati esattamente i “camini delle fate” e perché alcuni hanno il cappello di roccia più scura in cima?

Le eruzioni che hanno creato il materiale grezzo

Cappadocia fairy chimneys 

Tutto ha inizio tra 9 e 2 milioni di anni fa, quando i vulcani dell’Anatolia centrale — in particolare l’Erciyes Da??, l’Hasan Da?? e altri centri eruttivi minori — riversarono sull’altopiano enormi quantità di ceneri, lapilli e lava. Le ceneri si depositarono in strati spessi anche 150 metri, compattandosi per la temperatura e il peso in una roccia vulcanica tenera e porosa chiamata tufo (o ignimbrite). Su questi strati più morbidi, successive colate laviche depositarono rocce più dense e resistenti: basalto e andesite. Il risultato fu un altopiano a strati, con materiali di durezza molto diversa sovrapposti gli uni agli altri.


Il meccanismo dell’erosione differenziale

Il meccanismo che ha prodotto i camini delle fate è chiamato erosione differenziale: acqua, vento e gelo non erodono tutti i materiali alla stessa velocità. Dove il tufo era privo di protezione, l’erosione lo ha consumato velocemente, scavando valli, gole e pianure. Dove invece uno strato di basalto più duro fungeva da copertura, il tufo sottostante veniva protetto dall’erosione diretta. Nel tempo, il terreno circostante si è abbassato progressivamente, mentre le colonne protette dal cappello di basalto sono rimaste in piedi, isolandosi dal contesto e assumendo la tipica forma a pinnacolo rastremato verso l’alto.

In sintesi, il processo si può descrivere in tre fasi:

  1. Deposizione — strati alternati di tufo morbido e rocce dure (basalto) coprono l’altopiano anatolico per milioni di anni
  2. Erosione selettiva — pioggia, vento e gelo consumano il tufo privo di protezione, abbassando il piano di campagna
  3. Isolamento del pinnacolo — le colonne con copertura di basalto resistono e si stagliano nel paesaggio come torri naturali

Perché alcuni camini hanno il cappello scuro in cima

Cappadocia fairy chimneys 

Il “cappello” che si vede su molti camini delle fate è esattamente questo residuo di basalto o andesite, rocce vulcaniche molto più compatte e resistenti del tufo sottostante. Il colore più scuro è dovuto alla composizione mineralogica: il basalto è ricco di minerali ferrosi e magnesiaci che gli conferiscono tonalità grigio-scure, in contrasto con il tufo chiaro e giallastro sottostante.

La dimensione del cappello varia molto: cappelli grandi proteggono colonne più slanciate e alte, mentre cappelli piccoli o assenti portano all’erosione più rapida del pinnacolo. I camini senza cappello tendono ad avere una sommità arrotondata e sono in fase di erosione avanzata: col tempo collasseranno, riducendosi a colline basse e poi a pianura. Questo significa che il paesaggio cappadoce che vediamo oggi non è statico: i camini delle fate sono forme in evoluzione continua, destinate a scomparire e a essere rimpiazzate da nuove colonne man mano che l’erosione agisce su parti del plateau ancora intatte.


Hoodoo: il termine geologico corretto

In geomorfologia, queste formazioni si chiamano tecnicamente hoodoo — termine usato anche per strutture simili nel Bryce Canyon (Utah, USA) e in altre regioni del mondo con geologia analoga. La Cappadocia ne concentra una densità e una varietà eccezionali, grazie alla combinazione di eruzioni ripetute, strati con durezza diversa e un clima con inverni gelidi che accelera la disgregazione meccanica della roccia per cicli di gelo e disgelo.

Quali vulcani hanno generato il tufo cappadoce e quando sono avvenute le eruzioni principali?

I vulcani protagonisti: Erciyes e Hasan Da??

Mount Hasan 

I due vulcani principali responsabili della formazione del paesaggio cappadoce sono l’Erciyes Da?? (3.916 m s.l.m.) e l’Hasan Da?? (3.268 m s.l.m.), entrambi oggi in stato di quiescenza. L’Erciyes, conosciuto dai Romani come Mons Argaeus, è la montagna più alta dell’Anatolia centrale e copre un’area di circa 1.100 km²; le sue ceneri si sono disperse per centinaia di chilometri trasportate dai venti. L’Hasan Da?? è il secondo per dimensioni e ha contribuito con colate e depositi piroclastici all’edificazione degli stessi strati tufacei dell’altopiano.

Non si tratta però degli unici centri eruttivi: la regione era attraversata da una catena vulcanica più ampia che includeva anche l’Keciboyduran, il Göllü Da??, il Develi e il Melendiz. La catena vulcanica anatolica si estende da sud-ovest verso nord-est, con una continuità che raggiunge il confine armeno-iraniano dove si trova il Monte Ararat.


Le fasi eruttive principali

Aerial view of Cappadocia’s landscape with fairy chimneys. 

La storia vulcanica della Cappadocia si articola in fasi ben distinte, ricostruite dalla geologia moderna:

  • Circa 60 milioni di anni fa — Si sollevava la catena del Tauro nell’Anatolia meridionale, formando depressioni e bacini nell’altopiano centrale.
  • Circa 14 milioni di anni fa — Il collasso della litosfera, seguente alla subduzione tra la placca africana e quella eurasiatica, generò le prime grandi eruzioni esplosive nell’Anatolia centrale, dando origine agli stratovolcani principali.
  • Da 10 a 3 milioni di anni fa — Il periodo più intenso: grandi camere magmatiche collassarono producendo eruzioni catastrofiche di tipo ignimbritico, con depositi di ceneri e lapilli spessi anche 150 metri che colmarono le depressioni dell’altopiano.
  • Circa 5 milioni di anni fa — Il sollevamento della crosta innescò l’erosione fluviale dei depositi piroclastici, dando inizio alla scultura del paesaggio cappadoce come lo conosciamo.
  • Eruzioni più recenti — L’attività vulcanica non si è fermata con i grandi episodi. Studi recenti indicano che l’Hasan Da?? ha eruttato in modo esplosivo circa 9.000 anni fa (8.970 ± 640 anni fa secondo datazioni U-Th/He), un evento che sarebbe stato visibile dagli abitanti del sito neolitico di Çatalhöyük, a pochi chilometri di distanza. L’ultima attività documentata per l’area è un’eruzione collocabile attorno al 6880 a.C.

Cosa producevano queste eruzioni

Il materiale emesso non era uniforme, e questa varietà è fondamentale per capire il paesaggio:

  • Le eruzioni esplosive proiettarono nubi di cenere e lapilli che si depositarono in strati di tufo e ignimbrite, rocce tenere e facilmente erodibili
  • Le colate successive depositarono basalto e andesite, rocce dense e molto più resistenti
  • La sovrapposizione di questi materiali di durezza diversa è la causa diretta della formazione dei camini delle fate: il basalto protegge il tufo sottostante, mentre il resto dell’altopiano veniva consumato dall’erosione

L’ignimbrite cappadoce è tecnicamente una roccia riolitica, ricca di quarzo, con granulometria fine e struttura compatta quanto basta per resistere alla costruzione ma sufficientemente tenera da poter essere scavata con strumenti di bronzo o ferro. Questo è esattamente il fattore che ha reso possibile l’architettura rupestre di cui abbiamo parlato nei testi precedenti.


Un paesaggio ancora in evoluzione

Un dettaglio spesso trascurato: il vulcanismo cappadoce non è definitivamente concluso. Le eruzioni più recenti — piccoli coni di scorie — sono datate a poche migliaia di anni fa, e alcune modellizzazioni geologiche classificano ancora l’Erciyes e l’Hasan come vulcani quiescenti e non definitivamente estinti. Il paesaggio che vediamo oggi è il prodotto di 14 milioni di anni di eruzione e 5 milioni di anni di erosione — e il processo, anche se in modo impercettibile alla scala umana, continua.

Esistono altre regioni nel mondo con una geologia simile che abbiano prodotto insediamenti rupestri analoghi?

La risposta è sì: esistono altre regioni del mondo con geologie simili o comparabili che hanno prodotto insediamenti rupestri significativi. Nessuna però raggiunge la scala e la complessità della Cappadocia. Ecco un quadro comparativo articolato per aree geografiche.


Il tufo vulcanico in Italia: Matera e la Tuscia

Cave dwellings carved into the rock outcrop of Uçhisar, Cappadocia. 

Il caso geograficamente più vicino e geologicamente più confrontabile con la Cappadocia si trova in Italia. La Tuscia (Alto Lazio) è formata da depositi piroclastici vulcanici — prodotti dai vulcani laziali come il Vulsini e il Cimino — di natura simile al tufo cappadoce, anche se più compatto e resistente. In questa area si trovano insediamenti rupestri etruschi e medievali come Vitozza, considerata una delle città rupestri più grandi d’Italia, con oltre 200 grotte abitate documentate, colombaie e un sistema di cunicoli interconnessi.

Matera, in Basilicata, è l’altro caso italiano di rilievo mondiale. I suoi Sassi sono scavati in un tufo calcareo — non vulcanico come in Cappadocia, ma ugualmente tenero e lavorabile — lungo le pareti di una gravina profonda. Le abitazioni rupestri si sono sviluppate tra il XV e il XVI secolo e furono abitate fino al 1950, quando la popolazione fu trasferita per motivi igienico-sanitari. Patrimonio UNESCO dal 1993 e Capitale Europea della Cultura nel 2019, Matera è il parallelo italiano più diretto alla continuità d’uso abitativo cappadoce.


Petra e il Medio Oriente: la roccia arenaria dei Nabatei

Petra, in Giordania, è l’esempio più celebre di architettura rupestre su scala urbana al di fuori della Cappadocia. La capitale dei Nabatei fu scavata nell’arenaria rossa di Wadi Rum — non tufo vulcanico, ma una roccia sedimentaria ugualmente lavorabile. Nella sua fase di massimo splendore, tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., Petra ospitava circa 30.000 abitanti in un sistema integrato di tombe, templi, teatri, abitazioni e acquedotti scavati nella roccia.

La differenza fondamentale con la Cappadocia è di tipo geologico e funzionale: Petra è essenzialmente una città monumentale e funeraria, costruita in arenaria sedimentaria, non un sistema difensivo e abitativo in tufo vulcanico. Le due architetture rispondono a logiche diverse, anche se entrambe sfruttano la tenerezza della roccia locale.


Il Caucaso: Vardzia e la Georgia medievale

Vardzia, in Georgia, è uno dei casi più affascinanti di architettura rupestre medievale fuori dal mondo mediterraneo. Fondato nel XII secolo dalla Regina Tamar, il monastero-città è scavato nelle pareti di un’antica colata vulcanica basaltica lungo la valle del fiume Kura. Conta circa 3.000 ambienti distribuiti su 13 livelli, con chiese, refettori, sale del trono e un sistema di acquedotti interni. Il parallelo con la funzione difensiva e religiosa della Cappadocia è diretto.


L’Africa: Lalibela e le chiese monolitiche d’Etiopia

Lalibela, in Etiopia, rappresenta un caso unico nel panorama mondiale. Le sue chiese — risalenti al XIII secolo — non sono semplicemente scavate nella roccia, ma sono monoliti liberi: strutture interamente intagliate nel tufo basaltico rosso, staccate su tutti i lati dalla parete originale e poi lavorate all’esterno e all’interno. La più grande, Biete Medhani Alem, è considerata la più grande chiesa monolitica del mondo. La roccia utilizzata è un tufo vulcanico rosso simile per caratteristiche di lavorabilità al tufo cappadoce.


Il Nord America: Mesa Verde e i Cliff Dwellers

Mesa Verde, in Colorado (USA), offre un confronto interessante pur in un contesto geologico diverso. Gli insediamenti Anasazi, costruiti tra il 600 e il 1300 d.C., sfruttano le rientranze naturali nelle pareti di arenaria dei canyon per ricavare abitazioni, magazzini e strutture cerimoniali. Il più celebre, Cliff Palace, conta circa 150 stanze e 23 kiva (camere cerimoniali). Qui non si scava nella roccia ma si costruisce dentro nicchie naturali: è un adattamento rupestre più che un’architettura ipogea vera e propria.


Il confronto: cosa rende unica la Cappadocia

SitoRocciaTipo di interventoScalaContinuità d’uso
CappadociaTufo vulcanicoScavo ipogeo + rupestreOltre 360 insediamentiSì, ancora oggi
MateraTufo calcareoScavo rupestre in parete1 cittàFino al 1950
Tuscia/VitozzaTufo vulcanico lazialeScavo rupestreInsediamenti sparsiNo
PetraArenariaScavo monumentale1 cittàNo
VardziaBasalto vulcanicoScavo in parete1 complessoParziale
LalibelaTufo basalticoMonoliti intagliati11 chieseSì (culto attivo)
Mesa VerdeArenariaCostruzione in nicchiaVillaggi sparsiNo

La Cappadocia rimane unica per la combinazione di tufo vulcanico idealmente lavorabile, scala territoriale (oltre 20.000 km²), varietà tipologica degli insediamenti e continuità d’uso millenaria. Nessun altro sito al mondo concentra insieme città ipogee multilivello, villaggi rupestri in parete, chiese affrescate e abitazioni ancora in uso su un territorio così esteso.

Storia e civiltà

Perché i Cristiani scelsero proprio la Cappadocia come rifugio e centro religioso?

Qual è stato il ruolo degli Ittiti nella nascita degli insediamenti rupestri cappadoci?

Come vivevano concretamente le comunità bizantine nelle chiese rupestri di Göreme?

Perché i Cristiani scelsero proprio la Cappadocia come rifugio e centro religioso?

La scelta della Cappadocia come rifugio e poi come centro spirituale del cristianesimo orientale non fu casuale. Convergono in questa regione almeno cinque fattori distinti — geografici, geologici, culturali, storici e intellettuali — che si sono rinforzati a vicenda nel corso di secoli.


La posizione geografica: crocevia e margine allo stesso tempo

La Cappadocia occupava una posizione paradossale nel mondo antico: era attraversata dalla Via della Seta, la principale rotta commerciale tra Roma e la Cina, il che la rendeva un punto di passaggio obbligato per mercanti, eserciti e idee. Allo stesso tempo era un altopiano interno, lontano dai centri di potere costieri, difficile da controllare militarmente e facile da usare come rifugio.

Questa doppia natura — connessa ma periferica — la rese ideale per comunità religiose che cercavano sia contatti con il resto del mondo sia protezione dall’autorità imperiale. Non a caso, tra i pellegrini presenti a Gerusalemme nel 33 d.C. durante la Pentecoste — descritti negli Atti degli Apostoli — figurano esplicitamente dei cappadoci: il seme del cristianesimo arrivò nella regione in modo molto precoce, portato da testimoni diretti.


Le persecuzioni romane: la roccia come protezione concreta

Crucifixion fresco located in the apse of the Tokal? Kilise church, Göreme, Turkey. 

Tra il II e il IV secolo d.C., le persecuzioni imperiali romane colpirono le comunità cristiane in tutto l’Impero. In Cappadocia, la roccia vulcanica offriva una risposta pratica e immediata: chiese scavate nel tufo non erano visibili dall’esterno, i cunicoli di fuga consentivano di sparire rapidamente, e le città sotterranee già esistenti potevano essere adattate a rifugi comunitari.

Tra il 303 e il 308 d.C., la pressione sulle comunità cristiane cappadoce raggiunse un picco durante la grande persecuzione di Diocleziano. In quel periodo i cristiani cappadoci usarono attivamente le cavità rupestri come chiese clandestine, sale di riunione e rifugi temporanei. La Cappadocia era abbastanza marginale rispetto ai centri di potere imperiale da rendere i controlli meno sistematici, e abbastanza ricca di roccia lavorabile da offrire nascondigli quasi illimitati.


I Padri Cappadoci: un centro intellettuale per scelta

Con l’Editto di Milano del 313 d.C., le persecuzioni cessarono — ma la Cappadocia non smise di essere un centro cristiano. La ragione fu la presenza di tre personalità intellettuali di primissimo piano, noti come Padri CappadociBasilio di Cesarea (329–379), suo fratello Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno.

Basilio nacque a Cesarea di Cappadocia (l’odierna Kayseri) e fu eletto vescovo della città nel 370. Scrisse le prime Regole monastiche dell’Oriente cristiano, codificando la vita comunitaria dei monaci e definendo i principi di preghiera, lavoro e carità che avrebbero guidato il monachesimo orientale per secoli. La sua Regola si adattava perfettamente agli spazi rupestri cappadoci: celle individuali modeste, refettori comuni, chiese piccole e funzionali, tutto ricavabile con relativa semplicità nel tufo.

Costruì inoltre vicino a Cesarea la Basileide, un complesso che includeva ospedale, ospizio per anziani e albergo per i poveri — un’infrastruttura sociale senza precedenti nel mondo antico — che Gregorio Nazianzeno paragonò per importanza alle sette meraviglie del mondo.


La crisi iconoclasta: un secondo rifugio

Christ Pantocrator fresco in Azize Barbara Kilisesi (St. Barbara Church), Göreme, Turkey. 

Nel VIII e IX secolo, la Cappadocia divenne un rifugio per una seconda ondata di perseguitati: i difensori delle icone (iconoduli), che si opponevano all’iconoclastia imperiale, la politica di Bisanzio che vietava il culto delle immagini sacre. Il territorio cappadoce, per la sua lontananza da Costantinopoli, offriva una relativa tolleranza. Paradossalmente, fu proprio questo periodo a produrre alcune delle decorazioni più ricche: i monaci iconoduli portarono con sé le tradizioni pittoriche bizantine più raffinate, affrescando le chiese cappadoce con cicli iconografici di alta qualità.


Le invasioni arabe: il rifugio si fa sotterraneo

A partire dal VII secolo, le razzie arabe sull’Anatolia centrale aggiunsero una nuova pressione alle comunità cristiane cappadoce. Le città sotterranee, già esistenti in forma rudimentale, furono ampliate e attrezzate per ospitare intere popolazioni per settimane. Derinkuyu fu usata come rifugio durante questo periodo, con il suo sistema di porte a mola, ventilazione e pozzi interni progettato esattamente per resistere a incursioni prolungate.

La sovrapposizione cronologica è significativa: le stesse cavità usate in epoca precristiana come rifugi difensivi divennero prima chiese clandestine durante le persecuzioni romane, poi monasteri organizzati in epoca bizantina, poi bunker durante le incursioni arabe, e infine furono usate ancora nel XX secolo durante le persecuzioni ottomane, prima dell’espulsione della popolazione cristiana nel 1923. La Cappadocia cristiana non fu quindi scelta una volta sola: fu ri-scelta in continuazione da comunità diverse che trovarono nella roccia la stessa risposta pratica a minacce storicamente differenti.

Qual è stato il ruolo degli Ittiti nella nascita degli insediamenti rupestri cappadoci?

La questione del ruolo degli Ittiti negli insediamenti rupestri cappadoci è uno dei punti storicamente più dibattuti e meno risolti dell’intera vicenda. La risposta onesta è che la loro presenza è documentata nella regione, ma il loro contributo diretto agli scavi è ancora oggetto di discussione tra gli archeologi.


Chi erano gli Ittiti in Cappadocia

Cappadocia rock-cut architecture 

Gli Ittiti dominarono l’Anatolia centrale dal XVII al XII secolo a.C., con capitale a Hattusa (l’odierna Bo?azkale), situata a circa 200 chilometri a nord-ovest del cuore della Cappadocia. La Cappadocia rientrava nel territorio diretto dell’impero ittita, e la regione era già abitata e sfruttata economicamente in quel periodo: le famose colonie di mercanti assiri — i k?rum — erano attive a Kaneš (l’odierna Kültepe, vicino Kayseri) già nel XX-XVIII secolo a.C., ben prima della massima espansione ittita.

Oggetti di fattura ittita sono stati rinvenuti in alcuni livelli degli scavi nelle città sotterranee cappadoce, in particolare nei siti di Derinkuyu e Kaymakli. Questo dato materiale è la base principale su cui si fonda l’ipotesi di una frequentazione ittita degli spazi sotterranei, ma il ritrovamento di oggetti non dimostra automaticamente che siano stati i loro produttori a scavare quegli ambienti.


Cosa dicono le fonti archeologiche

Il primo documento scritto che menziona esplicitamente insediamenti sotterranei in Cappadocia risale al 370 a.C., nell’opera dell’autore greco Senofonte, che nella sua Anabasi descrive abitazioni scavate nella roccia con ingressi dal basso. Questo testo è temporalmente successivo alla caduta degli Ittiti (XII secolo a.C.) e contemporaneo alla fase frigia.

Alcuni archeologi collocano le prime fasi di scavo intorno al 1200 a.C., in piena età ittita, sostenendo che le prime cavità abbiano avuto funzione di rifugio durante le invasioni dei Popoli del Mare, quegli stessi movimenti migratori che contribuirono al crollo dell’impero ittita stesso. La tesi è suggestiva e coerente con il contesto storico, ma non è supportata da prove stratigrafiche dirette e conclusive.


Il problema dell’attribuzione archeologica

La difficoltà principale è di metodo: il tufo cappadoce è stato riutilizzato, ampliato e modificato da ogni civiltà successiva, rendendo quasi impossibile isolare i livelli originali di scavo. Le città sotterranee come Derinkuyu non sono manufatti monofase ma sistemi cresciuti per addizioni successive nel corso di secoli.

La successione delle civiltà che hanno certamente operato in Cappadocia è questa:

  • Ittiti (XVII–XII sec. a.C.) — probabile frequentazione, presenza attestata da reperti
  • Frigi (VIII–VII sec. a.C.) — considerati i primi grandi costruttori dei tunnel principali secondo la maggioranza degli studiosi
  • Persiani (VI–IV sec. a.C.) — continuità d’uso documentata
  • Greci e Romani (IV sec. a.C.–IV sec. d.C.) — ampliamenti e nuove funzioni
  • Bizantini (IV–XIII sec. d.C.) — massima fioritura degli insediamenti religiosi rupestri

Il consenso attuale

L’opinione prevalente nella comunità scientifica è che gli Ittiti abbiano probabilmente usato cavità naturali o scavato rifugi rudimentali, ma che il sistema articolato di città sotterranee che conosciamo oggi sia il frutto del lavoro prevalente dei Frigi, con successive stratificazioni. Il Centro Studi Sotterranei di Genova, che esplora la Cappadocia dal 1991, non ha finora identificato livelli stratigrafici ittiti certi nelle città ipogee esplorate.

Detto questo, il ruolo degli Ittiti rimane aperto: il fatto che la Cappadocia fosse il cuore del loro territorio, unito ai ritrovamenti di reperti materiali, rende plausibile che le prime tracce di scavo nel tufo siano da attribuire a questa civiltà, anche se su scala molto più ridotta di quanto la tradizione divulgativa tende ad affermare.

Come vivevano concretamente le comunità bizantine nelle chiese rupestri di Göreme?

La vita delle comunità bizantine nelle chiese rupestri di Göreme è uno dei capitoli più affascinanti dell’intera storia cappadoce. Non si trattava solo di monaci isolati in preghiera: Göreme era un sistema monastico articolato e funzionante, con una struttura sociale, liturgica e produttiva precisa.


Le origini: perché i cristiani scelsero la roccia

Göreme Open Air Museum landscape showing eroded rock formations and visitors. 

Le prime comunità cristiane si insediarono in Cappadocia a partire dalla seconda metà del II secolo d.C., spinte dalle persecuzioni imperiali romane. La roccia offriva invisibilità: chiese e rifugi scavati nel tufo non erano percepibili dall’esterno, confondendosi con il paesaggio naturale. A partire dal IV secolo, dopo l’Editto di Milano del 313 d.C., la presenza cristiana si consolidò e divenne strutturata: la Cappadocia divenne uno dei centri intellettuali e religiosi del mondo cristiano orientale, grazie anche ai Padri Cappadoci — Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa e Gregorio Nazianzeno — che codificarono la vita monastica comunitaria e ne definirono le regole pratiche.

Basilio di Cesarea in particolare scrisse nel IV secolo le prime Regole monastiche dell’Oriente cristiano, che prevedevano una vita di comunità piuttosto che di isolamento eremitico. Questo principio influenzò direttamente l’organizzazione degli insediamenti rupestri cappadoci: non singole grotte-cella sparse, ma complessi integrati con chiesa, refettorio, cucine, celle e spazi formativi.


L’organizzazione concreta di un monastero rupestre

Interior of the Elmal? Kilise (Apple Church) rock chapel in Göreme, Turkey, featuring frescoes on the vaulted ceiling and walls, including a central Christ Pantocrator. 

Il Museo all’Aperto di Göreme è tecnicamente un aggregato di complessi monastici indipendenti, ciascuno con la propria chiesa e i propri spazi comunitari. La struttura tipo di un monastero rupestre cappadoce comprendeva:

  • La chiesa principale, spesso a pianta a croce greca, con naos, bema e abside scavate nel tufo, affrescate su ogni superficie disponibile
  • Il refettorio, sala comune con tavolo e panche interamente ricavati nella roccia, dove i monaci consumavano i pasti in comune in silenzio durante la lettura
  • Le celle individuali, piccoli ambienti con giaciglio di pietra inciso nel pavimento, nicchie per gli oggetti personali e una piccola finestra sull’esterno
  • Le cucine, riconoscibili dai soffitti anneriti dal fumo, con focolari a forma di cucchiaio scavati nel pavimento e piccoli canali per la rimozione delle ceneri
  • Le cisterne e i sistemi idrici, pozzi e canalizzazioni per la raccolta dell’acqua piovana integrati nella struttura
  • Il nartece (vestibolo d’ingresso della chiesa), dove erano sepolti i patroni laici e i donatori delle chiese

La vita quotidiana nei ritmi liturgici

La giornata dei monaci di Göreme era scandita dall’Ufficio Divino, il ciclo di preghiere comunitarie che si ripetevano sette volte al giorno secondo la tradizione orientale. Le chiese rupestri erano progettate per questa funzione: le dimensioni ridotte favorivano l’acustica del canto corale, e l’orientamento degli ambienti seguiva rigorosamente l’asse est-ovest liturgico con l’abside verso oriente.

Tra un momento di preghiera e l’altro, i monaci svolgevano lavori manuali: coltivazione dei terreni circostanti, produzione di olio nei frantoi rupestri, allevamento nelle stalle scavate nella roccia, e attività di copiatura e miniatura dei testi sacri. Alcune chiese di Göreme conservano ancora tracce di scriptoria rupestri, piccoli ambienti con nicchie per i codici e superfici lavorate per l’appoggio dei manoscritti.


Gli affreschi come strumento liturgico e didattico

Crucifixion fresco located in the apse of the Tokal? Kilise church, Göreme, Turkey. 

Gli affreschi che ricoprono le pareti delle chiese di Göreme non erano semplice decorazione. In una comunità dove molti fedeli erano analfabeti, i cicli pittorici narravano le storie della Bibbia e dei Santi in forma visiva, sostituendo i testi scritti nella catechesi. I programmi iconografici seguivano un ordine preciso: il Cristo Pantocrator al centro della cupola o della volta, gli Apostoli nelle pennacchie, le scene della vita di Cristo e dei Santi sulle pareti laterali, i donatori ritratti vicino all’ingresso.

La Karanl?k Kilise (Chiesa Buia) è il caso meglio conservato: il nome deriva dalla scarsità di aperture verso l’esterno, che ha protetto i colori dall’ossidazione. Gli affreschi dell’XI secolo conservano ancora una vivacità cromatica eccezionale, con lapislazzuli, ocre e rossi cinabro applicati su intonaco fresco secondo la tecnica del buon fresco. Paradossalmente, la quasi totale assenza di luce naturale — che rendeva questi ambienti difficili da usare — ha garantito la sopravvivenza della pittura per mille anni.


Il rapporto con la comunità laica circostante

I monasteri di Göreme non erano sistemi chiusi. Le comunità monastiche cappadoci, seguendo la regola basiliana, mantenevano un rapporto attivo con i villaggi rurali circostanti: i monaci esercitavano funzioni pastorali, gestivano scuole per i figli dei contadini, curavano i malati e amministravano le risorse idriche e agricole del territorio. Le tombe dei donatori laici all’interno delle chiese dimostrano che le famiglie del circondario finanziavano la costruzione e la decorazione degli edifici rupestri in cambio di messe votive e suffragio per i defunti.

Questa interdipendenza tra monastero e comunità rurale è la chiave per capire perché il sistema di Göreme sopravvisse per secoli: non era un’enclave religiosa separata dalla vita reale, ma un nodo centrale nell’organizzazione sociale, economica e spirituale dell’altopiano cappadoce.

Derinkuyu e città sotterranee

  • Come funzionava esattamente il sistema di ventilazione di Derinkuyu?
  • Esistono livelli di Derinkuyu ancora inesplorati o inaccessibili al pubblico?
  • Quante altre città sotterranee simili a Derinkuyu sono state scoperte in Cappadocia?

Come funzionava esattamente il sistema di ventilazione di Derinkuyu?

Il sistema di ventilazione di Derinkuyu è uno degli aspetti ingegneristici più analizzati e sorprendenti dell’intera città sotterranea. Funzionava senza alcun meccanismo artificiale, sfruttando principi fisici elementari ma applicati con grande precisione costruttiva.


I numeri del sistema

Looking down into a deep ventilation shaft at the Derinkuyu Underground City. 

Le ricerche hanno censito oltre 52 pozzi di ventilazione principali che attraversano verticalmente i livelli della città, e circa 15.000 bocchette e condotti secondari più stretti — la maggior parte con diametro di circa 10 centimetri — distribuiti nei livelli superiori. Il pozzo principale misurava circa 55 metri di profondità e aveva un diametro sufficiente da fungere anche da pozzo d’acqua: i pozzi di ventilazione e i pozzi idrici coincidevano spesso nella stessa struttura, con una doppia funzione.


Il principio fisico: tiraggio naturale per differenza di pressione

Il sistema non richiedeva alcuna fonte di energia esterna. Funzionava sfruttando la differenza di temperatura e pressione tra l’aria interna e quella esterna, lo stesso principio fisico che regola la ventilazione naturale nelle grotte e nelle caverne.

Il meccanismo si articolava così:

  • In estate: l’aria esterna più calda e meno densa tendeva a rimanere in superficie, mentre l’aria interna più fredda (tra 13 e 15 °C costanti) e più densa scendeva verso i livelli profondi. Questo creava un gradiente di pressione che aspirava aria fresca dall’esterno attraverso i pozzi, rinnovando continuamente l’ossigeno disponibile.
  • In inverno: il meccanismo si invertiva parzialmente, con l’aria interna relativamente più calda che risaliva verso l’esterno attraverso i condotti, trascinando con sé l’aria viziata dai livelli più profondi.
  • Il dislivello di 85 metri tra la superficie e il livello più profondo amplificava notevolmente l’effetto del tiraggio: più è grande la differenza di quota tra ingressi e uscite d’aria, più intenso è il flusso convettivo.

La distribuzione dei livelli in relazione all’aria

Derinkuyu underground city, a refuge for 20,000 from Byzantine-Arab wars, Mongol raids, Ottoman conquest. 

Il posizionamento degli spazi abitativi non era casuale ma seguiva la logica della ventilazione. I livelli superiori — meglio ventilati grazie alla maggiore densità di condotti e alla vicinanza alla superficie — erano destinati alle abitazioni e agli spazi di vita comunitaria, dove la qualità dell’aria doveva essere più alta. I livelli più profondi erano usati principalmente per lo stoccaggio di cibo, vino e olio: la temperatura costante e la ventilazione ridotta favorivano la conservazione degli alimenti.


L’accorgimento difensivo: pozzi non interconnessi

Un dettaglio tecnico particolarmente significativo riguarda la compartimentazione dei pozzi. Non tutti i condotti erano collegati tra loro: questa scelta limitava deliberatamente il rischio di un attacco chimico o biologico attraverso i pozzi stessi. Un eventuale invasore che avesse tentato di avvelenare l’aria o l’acqua attraverso un pozzo avrebbe contaminato solo il settore a esso collegato, senza compromettere l’intero sistema.

La stessa logica difensiva si applicava ai settori abitativi: la struttura elicoidale descritta dai ricercatori del Centro Studi Sotterranei mostra che i livelli erano organizzati in modo da poter essere isolati singolarmente, senza bloccare la circolazione dell’aria nel resto della città.


La gestione dei fumi e delle latrine

Un problema pratico critico per qualsiasi insediamento sotterraneo era la gestione dei fumi da cottura e dei rifiuti organici. A Derinkuyu le cucine erano strategicamente posizionate in prossimità dei pozzi di ventilazione principali, in modo che i fumi potessero essere convogliati verso i condotti ascendenti e smaltiti all’esterno. Le latrine erano anch’esse collocate vicino ai pozzi, con il duplice scopo di smaltire gli odori per via naturale e di evitare la contaminazione della falda idrica — il cui pozzo era tenuto fisicamente separato dai condotti fognari.


Un’infrastruttura progettata, non improvvisata

L’analisi tecnica del sistema porta a una conclusione precisa: Derinkuyu non è un rifugio improvvisato scavato in emergenza, ma un’infrastruttura sotterranea progettata in modo sistematico, dove ventilazione, idrologia, logistica degli spazi e difesa erano concepite come un sistema integrato fin dalle prime fasi di costruzione. Il fatto che il sistema funzioni ancora oggi — come testimoniano i visitatori che percorrono i livelli aperti al pubblico senza difficoltà respiratorie — dimostra la qualità dell’ingegneria originale.

Esistono livelli di Derinkuyu ancora inesplorati o inaccessibili al pubblico?

La risposta è decisamente sì: la parte visitabile di Derinkuyu rappresenta solo una frazione del complesso reale, e quanto rimane inaccessibile è considerevole.


Quanti livelli sono realmente visitabili

Derinkuyu underground city, a refuge for 20,000 from Byzantine-Arab wars, Mongol raids, Ottoman conquest. 

I numeri variano leggermente a seconda delle fonti, ma il quadro è chiaro. La città si sviluppa su 18-20 livelli fino a circa 85 metri di profondità, ma i livelli aperti al pubblico oscillano tra 8 e 11 a seconda dei periodi e delle autorizzazioni turistiche. Una stima ragionevole indica che circa la metà del complesso sia attualmente accessibile ai visitatori, lasciando una porzione significativa non fruibile.

I livelli inferiori — quelli oltre i 50-60 metri di profondità — rimangono chiusi per ragioni di sicurezza strutturale e per difficoltà logistiche legate alla ventilazione insufficiente nelle sezioni più remote.


Gli ingressi nascosti nel tessuto urbano

Potential schoolroom within the Derinkuyu underground city, featuring a barrel-vaulted ceiling and earthen floor. 

Uno degli aspetti più rilevanti, documentato direttamente dal Centro Studi Sotterranei di Genova durante le sue spedizioni in Cappadocia dal 1991, riguarda gli accessi nascosti nel centro abitato di superficie. Il primo conservatore del sito, Omer Demir, stimava l’esistenza di oltre 600 ingressi all’intero complesso distribuiti nelle abitazioni private della città moderna, anche se gli stessi ricercatori del CSS definiscono questa cifra “eccessiva e poco affidabile” in assenza di una ricognizione sistematica.

Quello che il CSS ha invece verificato direttamente è più concreto: diversi accessi alle zone periferiche del complesso sono stati documentati nei cortili interni di abitazioni private, in cantine, magazzini e, in almeno un caso, nascosto sotto i fornelli di una cucina moderna. Questi accessi sono abbandonati e non collegati al percorso turistico principale, ma fisicamente esistenti e raggiungibili.


I sistemi adiacenti: Derinkuyu non è uno solo

Un dato fondamentale spesso sottovalutato: Derinkuyu non è un unico complesso monolitico ma un insieme di sistemi sotterranei distinti, denominati dai ricercatori con sigle progressive (Derinkuyu 1, Derinkuyu 2, Derinkuyu 3, Derinkuyu 4). Il settore turistico corrisponde essenzialmente a Derinkuyu 1.

Il Centro Studi Sotterranei ha documentato in dettaglio almeno un sistema adiacente, Derinkuyu 4, che presenta la stessa struttura a fasce sovrapposte e la stessa logica elicoidale del complesso principale, ma risulta non collegato a quest’ultimo per via di tunnel oggi occlusi o parzialmente distrutti. Questi tunnel di collegamento tra i settori esistevano in origine, ma crolli, ostruzioni e rimaneggiamenti storici ne hanno interrotto la continuità.


I tunnel verso Kaymakli: quasi 9 km inesplorati

Stone passage with a circular door in the Derinkuyu underground city. 

Derinkuyu era collegata tramite un tunnel lungo circa 9 chilometri all’altra grande città sotterranea cappadoce, Kaymakli. Questo tunnel esiste ed è documentato, ma non è percorribile nella sua interezza: alcune sezioni sono crollate, altre sono allagate stagionalmente, e nessuna spedizione sistematica ne ha completato il rilievo integrale. La ricerca del CSS ha aperto alcune finestre su tratti parziali, ma la mappatura completa del collegamento tra i due complessi resta un obiettivo non ancora raggiunto.


Lo stato della ricerca

La situazione attuale è quella di un sito parzialmente esplorato e parzialmente gestito. Le autorità turche hanno aperto progressivamente nuovi settori nel corso degli anni, ma la priorità resta la sicurezza dei visitatori piuttosto che l’esplorazione scientifica sistematica. Il CSS di Genova e il gruppo O’MAG di Istanbul sono tra i pochi gruppi di ricerca con accesso autorizzato alle sezioni non turistiche, ma le esplorazioni procedono lentamente per via delle difficoltà logistiche e delle restrizioni imposte dalle autorità locali.

In sintesi, Derinkuyu è un sito ufficialmente aperto ma sostanzialmente incompiuto sul piano della conoscenza scientifica: quello che i visitatori vedono è una vetrina accuratamente allestita di un sistema molto più vasto, le cui dimensioni reali e la cui planimetria completa non sono ancora state determinate con certezza.

Quante altre città sotterranee simili a Derinkuyu sono state scoperte in Cappadocia?

La domanda tocca uno degli aspetti più dinamici della ricerca sulla Cappadocia sotterranea: il numero dei siti noti è elevato, le scoperte recenti sono clamorose, e la mappatura complessiva è ancora incompleta.


Il quadro generale: oltre 200 siti documentati

Le stime più citate indicano che in Cappadocia siano state scoperte e documentate circa 200 città sotterranee, distribuite su un territorio che si estende tra le province di Nev?ehir e Kayseri. Il Centro Studi Sotterranei di Genova e il gruppo O’MAG di Istanbul hanno georeferenziato con metodo sistematico 364 insediamenti sotterranei sull’altopiano anatolico, includendo sia le grandi città ipogee sia i complessi minori di villaggio.

La differenza tra le due cifre — 200 e 364 — dipende dalla definizione: la soglia di 200 si riferisce ai siti con caratteristiche propriamente “urbane” (più livelli, sistemi difensivi, acqua, depositi), mentre il dato del CSS include anche i sistemi più semplici, monolivello o con poche stanze collegate.

Di tutti questi, solo una decina sono accessibili al pubblico in modo regolare, e solo tre o quattro sono stati oggetto di studi sistematici approfonditi.


I siti principali noti e visitabili

Kaymakli

Situata a circa 20 km da Nev?ehir, Kaymakli è considerata la seconda città sotterranea cappadoce per importanza dopo Derinkuyu. Si sviluppa su almeno 8 livelli, dei quali solo 4 sono attualmente aperti al pubblico. Caratteristica distintiva di Kaymakli è la grande densità di corridoi e la presenza di stalle, depositi di vino e magazzini distribuiti in modo capillare su ogni livello. Era collegata a Derinkuyu attraverso un tunnel di 8-9 km. Kaymakli era strutturata per un uso prevalentemente agricolo e di stoccaggio, più che come rifugio militare puro.

Özkonak

A circa 15 km a nord di Avanos, Özkonak è una versione più compatta dei grandi complessi cappadoci. Presenta gli stessi elementi tipologici — porte circolari in pietra, depositi di vino, sistemi di ventilazione — ma su una scala più ridotta. Una caratteristica tecnica insolita è la presenza di fori nelle porte di pietra, interpretati come aperture per versare liquidi bollenti o olio contro gli assalitori che tentavano di forzare l’ingresso. È aperta al pubblico e meno frequentata dei siti maggiori.

Mazi (Maz?)

Mazi è uno dei siti meno noti ma più interessanti dal punto di vista tipologico. Il complesso presenta una struttura distribuita su più nuclei separati, con ingressi in più punti del territorio circostante. È stata interpretata come un sistema pensato per ospitare un singolo villaggio piuttosto che una popolazione urbana numerosa: i suoi spazi sono dimensionati per famiglie e piccoli gruppi, non per migliaia di persone.

Tatlarin

Scoperta più recentemente rispetto agli altri siti principali, Tatlarin si distingue per la presenza di sale di grandi dimensioni interpretate come ambienti di culto e spazi cerimoniali, assenti o più modesti negli altri complessi. Questo dato ha portato alcuni ricercatori a ipotizzare che Tatlarin avesse una funzione più specificamente religiosa rispetto alle città rifugio della Cappadocia meridionale.


La grande scoperta di Nev?ehir: il sito più grande di tutti

Derinkuyu Underground City 

Il dato più rilevante e meno conosciuto al grande pubblico riguarda una scoperta avvenuta nel 2013-2014, durante lavori di trasformazione urbana nel centro di Nev?ehir. Sotto la fortezza bizantina della città moderna fu identificata una città sotterranea di dimensioni mai viste prima in tutta la Cappadocia.

I dati diffusi dalle autorità turche sono impressionanti:

  • Profondità stimata: 113 metri (più di Derinkuyu, ferma a 85 m)
  • Estensione superficiale: circa 460.000 m² (46 ettari)
  • Tunnel principali: almeno 7 km di gallerie abbastanza ampie da transitarvi in automobile
  • Struttura: 11 quartieri distinti organizzati attorno alla fortezza
  • Età stimata: oltre 5.000 anni secondo le prime datazioni

Il sindaco di Nev?ehir dichiarò che rispetto a questa nuova città, gli altri complessi cappadoci non equivalevano nemmeno alla sua “cucina”. Da allora, tuttavia, il sito non è stato aperto al pubblico e i lavori di ricerca procedono lentamente, in parte per difficoltà finanziarie e in parte per la complessità di gestire uno scavo urbano attivo nel centro di una città moderna.


Il problema della mappatura: molto resta ignoto

Il quadro complessivo dei siti cappadoci è ancora incompleto per diverse ragioni:

  • Accessi privati: molti ingressi a complessi minori si trovano in proprietà private e non sono mai stati segnalati alle autorità
  • Crolli e ostruzioni: numerosi sistemi sono parzialmente o totalmente occlusi da crolli naturali o da interventi umani storici
  • Mancanza di risorse: la ricerca sistematica richiede mezzi tecnici (georadar, lidar, droni sotterranei) che non sono disponibili in modo continuo
  • Espansione urbana: la crescita delle città moderne ha coperto o distrutto porzioni di siti non ancora esplorati

Il Centro Studi Sotterranei ha documentato casi in cui nuovi ingressi a sistemi sconosciuti sono stati individuati casualmente durante lavori edilizi, esattamente come accadde a Derinkuyu nel 1963. Questo suggerisce che il numero reale di siti — compresi quelli ancora da scoprire — sia probabilmente superiore alle stime attuali.


Tabella dei siti principali

SitoLivelliProfonditàVisitabileNote
Derinkuyu18-20~85 mParzialmente (8-11 livelli)La più profonda nota
Nev?ehirn.d.~113 mNoLa più estesa, scoperta 2013
Kaymakli8+~30 mParzialmente (4 livelli)Collegata a Derinkuyu
Özkonak10~40 mCaratteristiche difensive peculiari
Mazi7~30 mStruttura per piccoli villaggi
Tatlarin2n.d.Possibile funzione religiosa

In sintesi, la Cappadocia sotterranea è un sistema molto più vasto di quanto la sola fama di Derinkuyu lasci intuire. La scoperta di Nev?ehir ha ridefinito la scala del fenomeno, e la ricerca in corso — speleologica, archeologica e geofisica — continua a produrre dati nuovi su un territorio che non ha ancora rivelato tutto.

Architettura e tecniche costruttive

  • Con quali strumenti si scavava il tufo nell’antichità?
  • Come venivano decorati gli affreschi nelle chiese rupestri e quali pigmenti si usavano?

Con quali strumenti si scavava il tufo nell’antichità?

Questa è una delle domande tecnicamente più precise sull’architettura rupestre cappadoce, e le ricerche recenti — in particolare attraverso l’analisi delle tracce degli utensili sulle pareti — hanno permesso di ricostruire le tecniche con un grado di dettaglio notevole.


Il vantaggio del tufo: roccia che registra ogni gesto

Cappadocia rock-cut architecture 

Il punto di partenza è la natura stessa del materiale. L’ignimbrite cappadoce — la varietà di tufo vulcanico dominante nella regione — è abbastanza tenera da poter essere lavorata con utensili relativamente semplici, ma sufficientemente stabile da non richiedere armature o puntellamenti durante e dopo lo scavo. Una caratteristica rara e preziosa dal punto di vista della ricerca è che su questa roccia rimangono impresse le tracce degli utensili con notevole precisione, consentendo agli archeologi di ricostruire quasi gesto per gesto le sequenze di lavoro.

Il ricercatore principale su questo tema è F.G. Öztürk, che nel 2009 ha pubblicato l’unico studio scientifico specifico sulle tecniche di scavo in Cappadocia, condotto attraverso un’intervista etnoarcheologica con un cavatore di tufo ancora attivo di nome Ahmet “Usta”. Le sue conclusioni mostrano una continuità sorprendente tra tecniche antiche e pratiche sopravvissute fino al XX secolo.


Gli utensili identificati

L’era pre-metallica: strumenti di pietra e osso

Nelle fasi più antiche degli scavi cappadoci — quelle attribuite al II millennio a.C. e oltre — gli utensili erano quasi certamente di pietra, osso e legno duro. La lavorazione del tufo con percussori di pietra era tecnicamente fattibile: la roccia si fende facilmente per colpi ripetuti, e le tracce di strumenti appuntiti senza bordo tagliente — riconoscibili per i segni a percussione puntiforme sulle pareti — sono state identificate in alcuni dei settori più antichi di Derinkuyu.


L’era del bronzo: le prime punte metalliche

Con l’arrivo del bronzo in Anatolia (III-II millennio a.C.) le possibilità tecniche migliorarono considerevolmente. Gli utensili principali nel periodo della massima espansione degli insediamenti rupestri erano:

  • Lo scalpello a punta (punch chisel): usato con percussione diretta per rimuovere il materiale in punti precisi, lasciando tracce a forma di piccole conche ravvicinate sulle superfici. È lo strumento identificato più frequentemente nelle analisi delle tracce murali.
  • Lo scalpello a lama piatta (flat chisel): utilizzato per regolarizzare le superfici dopo la sgrossatura, produceva solchi paralleli e superfici più lisce. Tracce di questo strumento sono visibili sulle pareti delle chiese rupestri di Göreme.
  • Il piccone (pick): strumento a doppia punta curva, usato per la sgrossatura rapida di grandi quantità di materiale. I segni arcuati lasciati dal piccone sono i più comuni su tutte le pareti dei corridoi di servizio.

L’età del ferro: la rivoluzione della durezza

Dopo il 1200 a.C., con la diffusione del ferro in Anatolia — proprio la regione da cui questa tecnologia si diffuse nel resto del mondo antico — gli strumenti di scavo diventano più resistenti, più affilati e più duraturi. La Cappadocia era nel cuore della metallurgia anatolica: la facilità nell’approvvigionamento di utensili in ferro contribuì probabilmente ad accelerare gli scavi più profondi e complessi.

Con gli utensili di ferro si diffusero due nuove tecniche:

  • Il cuneo con martello: tecnica ancora in uso nel Novecento. Si incidono una serie di fori ravvicinati nella roccia con un punteruolo, poi si inseriscono cunei metallici e si percuote progressivamente finché la roccia si fende lungo la linea prestabilita. Questa tecnica permetteva di staccare blocchi di forma regolare e di aprire corridoi diritti con grande precisione.
  • La sega a sgorbia: per le rifiniture più delicate, in particolare nei capitelli, nelle cornici e nelle nicchie liturgiche delle chiese rupestri bizantine.

La sequenza operativa degli scavi

Potential schoolroom within the Derinkuyu underground city, featuring a barrel-vaulted ceiling and earthen floor. 

Le ricerche di Öztürk e l’analisi del CSS sui complessi cappadoci hanno consentito di ricostruire la sequenza logica degli scavi nelle città sotterranee, in tre fasi principali:

Fase 1 — Pozzi verticali: il lavoro iniziava sempre dall’alto. Si scavano pozzi verticali stretti che raggiungevano il livello desiderato, servendo contemporaneamente da via di accesso per i lavoratori, da canale di evacuazione dei detriti e da futuro pozzo di ventilazione.

Fase 2 — Espansione radiale: da ogni pozzo si aprivano lateralmente i corridoi e le camere, procedendo in modo radiale. I detriti venivano portati in superficie attraverso il pozzo originale, trasportati con ceste o sacchi di pelle trainati da corde.

Fase 3 — Giunzione dei settori: i sistemi sviluppati da pozzi diversi venivano collegati tramite tunnel orizzontali scavati secondo la tecnica della faccia opposta — ovvero due squadre lavoravano dalla fine dei due corridoi avanzando l’una verso l’altra, guidate da segnali acustici e, probabilmente, da misurazioni con corde.


Quanto materiale veniva rimosso

Un calcolo approssimativo basato sulle dimensioni di Derinkuyu restituisce cifre impressionanti. Il volume totale del materiale rimosso dall’intero complesso è stato stimato in circa 250.000 metri cubi di roccia. Con utensili manuali e un’organizzazione anche molto efficiente, questo lavoro richiede centinaia di anni di attività continua — dato coerente con l’ipotesi che gli scavi si siano sviluppati per fasi successive nel corso di molti secoli.

Un operaio adulto con strumenti di ferro e bronzo poteva rimuovere mediamente 1-2 metri cubi di tufo al giorno in condizioni ottimali. Questo significa che, anche con squadre di 50 lavoratori impegnati contemporaneamente, scavare l’intero Derinkuyu avrebbe richiesto tra 7 e 14 anni di lavoro continuo. Si tratta di una stima molto approssimativa — lo scavo non era mai continuo — ma utile per capire la scala dell’investimento umano nella costruzione di questi complessi.


Chi scavava: lavoratori specializzati o comunità

Un’ultima questione aperta riguarda il profilo dei lavoratori. L’analisi delle tracce sulle pareti mostra una relativa regolarità tecnica nei settori centrali dei complessi — corridoi principali, sale grandi, spazi liturgici — e una qualità più irregolare nei settori periferici e nei livelli più profondi. Questo dato suggerisce la presenza di nuclei di lavoratori specializzati per i settori principali, affiancati da manodopera generica — probabilmente gli stessi abitanti della comunità — per le espansioni secondarie.

Lo studio pubblicato da Öztürk indica che le tecniche di scavo in Cappadocia erano così complesse da richiedere professionisti formati: non è possibile ottenere i risultati visibili nei complessi principali con semplice lavoro non qualificato. Questo implica l’esistenza di una tradizione trasmessa di generazione in generazione, probabilmente all’interno di famiglie o corporazioni di cavatori, che continuò attiva per millenni fino al XX secolo.

Come venivano decorati gli affreschi nelle chiese rupestri e quali pigmenti si usavano?

Questa è una delle aree meglio documentate scientificamente sull’arte cappadoce: nell’ultimo ventennio ricercatori italiani e internazionali hanno condotto analisi chimiche sistematiche sui pigmenti e sugli intonaci di undici chiese rupestri, producendo dati molto precisi.


Il supporto: la preparazione dell’intonaco sul tufo

Prima di qualsiasi pigmento, il problema tecnico fondamentale era ottenere una superficie idonea alla pittura su una roccia porosa e friabile. Il tufo cappadoce assorbe l’umidità in modo irregolare, rendendo difficile l’applicazione diretta dell’intonaco a base di calce.

Le ricerche condotte su 13 anni da un gruppo di ricerca italiano sulla Chiesa dei Quaranta Martiri a ?ahinefendi e sulla Nuova Tokal? Kilise a Göreme — pubblicate su riviste scientifiche peer-reviewed — hanno identificato quattro fasi macroscopiche di evoluzione della pittura cappadoce, ciascuna con tecniche preparatorie distinte. In tutte le fasi, la sequenza di base era la seguente:

1. Sgrossatura e pulizia della roccia — La parete veniva raschiata per rimuovere le parti friabili e creare una superficie uniforme. Spesso si incidevano solchi incrociati (incisure di aggrappaggio) per aumentare l’adesione degli strati successivi.

2. Primo strato (arriccio) — Una malta grossolana a base di calce e sabbia con aggiunta di paglia, fibre vegetali o frammenti ceramici macinati (chamotte), con funzione stabilizzante e di riempimento delle irregolarità.

3. Strato intermedio — Una malta più fine che livellava ulteriormente la superficie.

4. Tonachino o intonaco di finitura — Lo strato sottile e liscio, di calce pura o calce con polvere di marmo, sul quale venivano applicati i colori a fresco o a secco.


Affresco o a secco? Il dibattito tecnico

Crucifixion fresco located in the apse of the Tokal? Kilise church, Göreme, Turkey. 

Un punto su cui la ricerca ha prodotto risultati sorprendenti riguarda la tecnica di applicazione dei pigmenti. La pittografia tradizionale parlava genericamente di “affreschi cappadoci”, ma le analisi chimiche mostrano una realtà più complessa.

La tecnica del vero affresco (buon fresco) — in cui i pigmenti si applicano sull’intonaco ancora umido, legandosi chimicamente con la calce durante la carbonatazione — è documentata solo in alcune chiese e in alcuni periodi. In altri casi si sono trovate prove di tecnica a secco (a tempera), in cui i pigmenti venivano mescolati con un legante organico (uova, cera, colla animale) e applicati sull’intonaco già asciutto.

Le analisi Micro-Raman condotte da Pelosi et al. (2013) sugli affreschi di undici chiese cappadoce hanno identificato l’uso combinato di entrambe le tecniche:

  • La struttura iconografica principale (figure, sfondi, grandi campiture) veniva eseguita a fresco
  • Dettagli, ritocchi, iscrizioni e dorature erano aggiunti a secco dopo l’asciugatura dell’intonaco

Questo spiega perché nelle chiese cappadoce si trovano spesso zone con colori ben conservati accanto a zone con distacchi e perdite: le parti realizzate a fresco hanno resistito meglio, mentre le finiture a secco — meno legate chimicamente alla superficie — sono più soggette al degrado.


I pigmenti: l’analisi chimica

Le analisi più complete sono quelle condotte da Pelosi, Scano e collaboratori su undici chiese cappadoce, pubblicate su Preservation Science (2013), e quelle del gruppo di ricerca della Tokal? Kilise pubblicate su Archaeometry (2016-2019). I risultati identificano con precisione i minerali usati:

Rossi e arancioni

  • Ematite (Fe2O3Fe2?O3?): il pigmento rosso dominante in tutte le fasi, estratto localmente da giacimenti di ossido di ferro. Produce rossi intensi con variazioni dall’arancio al marrone a seconda della granulometria e del grado di idratazione.
  • Minio (Pb3O4Pb3?O4?): piombo tetraossido, usato per i rossi più vivaci e arancioni nelle fasi più tarde (X-XI secolo). Richiede importazione o lavorazione specializzata del piombo.

Gialli e ocre

  • Goethite (FeO(OH)FeO(OH)): ossido di ferro idrato, produce gialli e ocre. Disponibile localmente nella zona cappadoce.
  • Ocra gialla: variante impura della goethite, mescolata con argilla, molto comune nelle campiture di fondo.

Blu e verdi

  • Blu egiziano (cuprorivaite, CaCuSi2O6CaCuSi2?O6?): il primo pigmento sintetico della storia, prodotto riscaldando silice, calce e minerali di rame. La sua presenza nelle chiese cappadoce è prova di scambi commerciali a lunga distanza o di produzione locale in seguito a trasferimento tecnologico.
  • Azzurrite (Cu3(CO3)2(OH)2Cu3?(CO3?)2?(OH)2?): carbonato di rame blu, usato nelle fasi più tarde soprattutto per i cieli e i manti della Vergine.
  • Malachite (Cu2CO3(OH)2Cu2?CO3?(OH)2?): carbonato di rame verde, spesso usata per le vesti dei personaggi minori.

Bianchi

  • Biacca (bianco di piombo, Pb2CO3(OH)2Pb2?CO3?(OH)2?): il bianco principale nelle campiture e per la modulazione della luce sulle figure.
  • Calcite (CaCO3CaCO3?): usata sia nell’intonaco sia come pigmento bianco nelle aree meno elaborate.

Neri

  • Nero di carbone e nero di avorio: entrambi documentati come linee di contorno e ombre.
  • Manganese (MnO2MnO2?): trovato in alcune chiese della fase più antica come alternativa ai neri di carbone.

Il lapislazzuli: un caso speciale

Un dato di grande interesse storico riguarda l’identificazione di lapislazzuli (lazurite, Na8[Al6Si6O24]S3Na8?[Al6?Si6?O24?]S3?) in alcune delle chiese più ricche di Göreme, in particolare nella Karanl?k Kilise (Chiesa Buia). Il lapislazzuli è estratto principalmente in Afghanistan (miniere di Sar-e-Sang nel Badakhshan) ed era uno dei materiali più costosi del mondo medievale, venduto a peso d’oro.

La sua presenza nei blu brillanti della Karanl?k Kilise — che restano tra i più vivaci dell’intera arte rupestre medievale — è la prova diretta che i committenti di alcune chiese cappadoce avevano accesso a reti commerciali di altissimo livello. Non tutte le chiese potevano permetterselo: nelle chiese minori i blu erano ottenuti con azzurrite o blu egiziano, di costo molto inferiore.


Le fasi pittoriche: una storia in quattro atti

Lo studio di 13 anni del gruppo di ricerca italiano ha identificato quattro fasi distinte nella pittura cappadoce, ciascuna con caratteristiche tecniche e iconografiche proprie:

FasePeriodoCaratteristica tecnicaChiese rappresentative
FasePeriodoCaratteristica tecnicaChiese rappresentative
IIV-VII sec.Pittura sommaria, palette ridotta (ocra, rosso, nero) su intonaco grezzoChiese preconiaste
IIVIII-IX sec.Periodo iconoclasta: decorazioni geometriche e croci, assenza di figure umaneÇar?kl?
IIIX-XI sec.Piena fioritura: palette completa, lapislazzuli, raffinate modulazioni della luceTokal?, Karanl?k
IVXI-XIII sec.Diversificazione: coesistenza di botteghe di diverso livello, stile più narrativoElmali, Yilanl?

La conservazione degli affreschi: il ruolo del microclima

Un ultimo aspetto tecnico fondamentale riguarda la conservazione straordinaria di molti affreschi cappadoci. L’ambiente ipogeo ha creato condizioni ideali: temperature costanti, umidità relativa stabile, scarsa esposizione alla luce solare. La Karanl?k Kilise deve la sua eccezionale conservazione proprio all’assenza quasi totale di aperture verso l’esterno, che ha limitato l’ossidazione dei pigmenti per mille anni.

I progetti di restauro condotti dall’ICCROM (Centro internazionale per i beni culturali con sede a Roma) sulla Tokal? Kilise dal 2019 in poi hanno tuttavia evidenziato i rischi crescenti legati all’aumento del turismo: il calore corporeo, l’anidride carbonica e l’umidità prodotta dai visitatori alterano il microclima interno, accelerando il degrado degli strati pittorici. Questo ha portato all’introduzione di limitazioni agli accessi e a sistemi di monitoraggio ambientale continuo nelle chiese più fragili.

Cappadocia oggi

  • Quali sono le principali minacce di conservazione che oggi mettono a rischio le strutture tufacee?
  • Come si integra il turismo di massa con la tutela del patrimonio rupestre?

Quali sono le principali minacce di conservazione che oggi mettono a rischio le strutture tufacee?

Le minacce alla conservazione della Cappadocia rupestre sono documentate scientificamente con crescente preoccupazione. L’IUCN ha classificato il sito di Göreme come “buono con alcune preoccupazioni”, ma l’analisi di dettaglio rivela un quadro più complesso, in cui processi naturali e pressioni antropiche si sommano in modo difficile da gestire.


Il degrado del tufo: processi fisici e chimici

Cicli gelo-disgelo e gelificazione

Il tufo vulcanico cappadoce è una roccia porosa e igroscopica: assorbe acqua con facilità e la trattiene nella sua struttura microscopica. Quando la temperatura scende sotto zero — evento frequente sull’altopiano cappadoce, a circa 1000 metri sul livello del mare — l’acqua nei pori si espande del 9% nel passaggio allo stato solido, producendo una pressione meccanica che progressivamente frammenta la roccia dall’interno. Questo processo, noto come crioclastismo o gelificazione, è il principale agente di degrado fisico naturale sulle pareti esterne delle formazioni rupestri.

I cicli ripetuti di gelo e disgelo nel corso delle stagioni producono un effetto cumulativo: le pareti si desquamano in scaglie sottili, le cornici architettoniche si arrotondano progressivamente, i dettagli decorativi scompaiono. L’ICCROM ha documentato già nel 1995 che la velocità di deterioramento del tufo nelle chiese rupestri di Göreme era allarmante anche in assenza di turismo, e che i processi naturali da soli erano sufficienti a compromettere il patrimonio nel giro di secoli.

Erosione eolica e pluviale

Cappadocia rock-cut architecture 

Il vento che attraversa l’altopiano cappadoce trasporta particelle abrasive che lavorano le superfici tufacee come una carta vetrata in azione continua. Le piogge, relativamente rare ma intense in alcune stagioni, penetrano nelle microfessure già aperte dal crioclastismo e accelerano il processo di disgregazione. I Camini delle Fate sono la dimostrazione visibile e paradossalmente positiva di questo processo — le loro forme bizzarre sono il risultato di millenni di erosione differenziale tra il cappello di basalto duro e il corpo di tufo più tenero sottostante — ma lo stesso processo che li crea li sta anche progressivamente consumando.

Subsidenza e instabilità strutturale

Le città sotterranee e le abitazioni rupestri comportano un indebolimento progressivo della massa rocciosa sovrastante. A Zelve — l’ultimo villaggio rupestre abitato in Cappadocia — le autorità turche ordinarono l’evacuazione forzata nel 1950 per rischio di crollo imminente delle pareti. Il villaggio rupestre di Dimitre, nella provincia di Kayseri, fu evacuato nel 1966 per le stesse ragioni e non fu mai più rioccupato. La subsidenza non è un fenomeno statico: continua ad agire sulle strutture abbandonate, e le cavità non più presidiate dall’uomo sono a maggiore rischio perché non vengono né monitorate né manutenute.


Il turismo di massa: la minaccia crescente più documentata

La Cappadocia riceve oggi oltre 3 milioni di visitatori l’anno, una cifra in crescita esponenziale negli ultimi quindici anni. Questa pressione turistica genera effetti documentabili a più livelli.

Degrado microclimatico nelle chiese affrescate

All’interno delle chiese rupestri — ambienti confinati, piccoli, privi di ventilazione artificiale — ogni gruppo di visitatori produce calore corporeo, anidride carbonica e vapore acqueo. L’aumento di umidità e CO2CO2? altera il pH dell’aria a contatto con le superfici pittoriche, favorendo la formazione di efflorescenze saline che distaccano gli strati pittorici dall’intonaco. I progetti dell’ICCROM sulla Tokal? Kilise hanno misurato aumenti di temperatura di 3-4 °C e incrementi dell’umidità relativa superiori al 20% durante i periodi di maggiore affluenza, rispetto ai valori di base misurati a sito vuoto.

Vibrazioni da traffico e sorvolo di mongolfiere

Un impatto meno visibile ma tecnicamente rilevante viene dalle vibrazioni meccaniche prodotte dal traffico stradale nelle aree abitate adiacenti ai siti rupestri, e dal sorvolo a bassa quota delle mongolfiere turistiche. Il tufo, già indebolito dai processi naturali, è sensibile alle vibrazioni: studi condotti su strutture rupestri in contesti simili (Matera, Civita di Bagnoregio) hanno dimostrato che le micro-vibrazioni accelerano la propagazione delle fessure nelle pareti.

Erosione meccanica da contatto fisico

Il semplice tocco ripetuto di migliaia di visitatori sulle pareti affrescate o sulle superfici scolpite produce un’erosione meccanica misurabile. I pigmenti a tempera (applicati a secco sull’intonaco asciutto, come documentato nelle analisi dei laboratori italiani) sono particolarmente vulnerabili al contatto fisico, perché il loro legame con la superficie è meno solido rispetto ai pigmenti applicati a buon fresco.


I cambiamenti climatici: la nuova variabile

La Turchia ha sviluppato nel 2025 — con supporto dell’Unione Europea — una guida per la riduzione del rischio climatico nei siti patrimonio mondiale, che include un capitolo specifico sulla Cappadocia. Il documento identifica tre vettori climatici principali di minaccia:

  • Aumento delle precipitazioni estreme: eventi di pioggia intensa più frequenti aumentano il rischio di smottamenti e frane nelle valli tufacee, minacciando sia le strutture rupestri sia le infrastrutture turistiche circostanti
  • Aumento delle temperature: cicli gelo-disgelo più frequenti e più intensi in inverno accelerano il crioclastismo; le estati più calde e secche aumentano le tensioni termiche nella roccia
  • Siccità prolungate alternate a piogge intense: l’alternanza estrema causa contrazione e dilatazione ciclica della roccia, che nel tempo produce microframmentazioni strutturali difficili da rilevare prima del crollo

L’espansione urbana e le costruzioni abusive

Nev?ehir, la città principale della regione cappadoce, si trova direttamente sopra uno dei complessi sotterranei più vasti e ancora largamente inesplorati. La crescita edilizia della città moderna crea due problemi concorrenti: da un lato, le fondazioni degli edifici moderni danneggiano le strutture rupestri sottostanti; dall’altro, i carichi strutturali degli edifici accelerano la subsidenza delle cavità ipogee, aumentando il rischio di crolli sia in superficie sia in profondità.

Il fenomeno delle costruzioni abusive nelle aree di rispetto è stato segnalato in modo crescente: la pressione immobiliare legata al boom turistico spinge alla costruzione di alberghi, ristoranti e strutture ricettive in zone adiacenti ai siti protetti, riducendo le fasce cuscinetto e aumentando il rischio di interferenza con le strutture antiche.


Le risposte: monitoraggio, limitazioni e ricerca

Di fronte a questo quadro, le risposte istituzionali procedono su più fronti.

  • Limitazioni agli accessi: le chiese più fragili di Göreme sono aperte a rotazione o con numero massimo giornaliero di visitatori; la Karanl?k Kilise prevede ingressi contingentati
  • Monitoraggio ambientale continuo: sensori di temperatura, umidità e CO2CO2? installati nelle chiese principali dalla Direzione dei Musei turca e dall’ICCROM
  • Programmi di consolidamento strutturale: iniezioni di resine e malte compatibili nei punti di distacco, condotte da équipe specializzate italiane e turche
  • Documentazione digitale: campagne di scansione 3D e fotogrammetria per creare archivi digitali completi del patrimonio, utili sia alla ricerca sia come “backup” in caso di perdite irreversibili
  • Pianificazione del rischio climatico: il progetto europeo del 2025 prevede la creazione di una mappa di rischio integrata per tutti i siti cappadoci, con protocolli di risposta per eventi meteorologici estremi

Il nodo fondamentale rimane irrisolto: la principale fonte di finanziamento per la conservazione è il turismo stesso, ma è il turismo la principale minaccia antropica alla sopravvivenza del patrimonio. Questo circolo non è stato ancora affrontato con misure strutturali sufficienti.

Come si integra il turismo di massa con la tutela del patrimonio rupestre?

La questione del bilanciamento tra turismo e conservazione in Cappadocia è oggi uno dei casi studio più analizzati nel campo della gestione del patrimonio mondiale UNESCO, con dati quantitativi precisi che permettono di andare oltre le dichiarazioni di principio.


Il problema della capacità di carico: i numeri reali

Il punto di partenza di qualsiasi discussione seria è la capacità di carico dei siti, ovvero il numero massimo di visitatori che un’area può sostenere senza subire danni irreversibili. Uno studio pubblicato sugli Anais Brasileiros de Estudos Turísticos ha calcolato per la prima volta con metodo scientifico la capacità di carico fisica, reale ed effettiva dei tre siti cappadoci più visitati. I risultati sono inequivocabili:

  • Museo all’Aperto di Göreme (GOAM): capacità mensile sostenibile in estate ? 51.450 visitatori. La soglia è superata in tutti i mesi dell’anno tranne l’inverno.
  • Derinkuyu: capacità mensile sostenibile in estate ? 27.500 visitatori. La capacità fisica e sociale è superata in tutti i mesi dell’anno.
  • Kaymakli: capacità mensile sostenibile in estate ? 15.950 visitatori. Anche qui capacità superata in ogni mese.

Con oltre 3 milioni di visitatori annui distribuiti su un territorio di poche decine di chilometri quadrati, la Cappadocia è strutturalmente in overtourism cronico. L’IUCN ha registrato “alcune preoccupazioni per l’impatto eccessivo del turismo”, sottolineando la necessità urgente di studi aggiornati sulla capacità di carico per migliorare la pianificazione delle visite.


Il paradosso finanziario: il turismo che finanzia ciò che distrugge

Il nodo strutturale irrisolto è che i fondi per la conservazione vengono quasi interamente dal turismo stesso. Il Ministero della Cultura turco destina una quota dei proventi dai biglietti d’ingresso ai programmi di restauro, ma questa dipendenza crea un incentivo perverso: ridurre il numero di visitatori significa ridurre le entrate destinate alla tutela.

Questo paradosso è stato identificato anche dalla Commissione Nazionale UNESCO come uno dei problemi strutturali della gestione del patrimonio mondiale: il marchio UNESCO attrae turismo, il turismo genera fondi, ma genera anche degrado che consuma quei fondi. Il risultato è un equilibrio instabile in cui la conservazione insegue il degrado senza mai anticiparlo.


Le strategie adottate: contingentamento e zonazione

Contingentamento degli accessi

Le misure più dirette applicate a Göreme includono l’introduzione di limiti giornalieri agli ingressi nelle chiese più fragili. La Karanl?k Kilise — la più ricca di affreschi e la più vulnerabile — prevede un numero massimo di visitatori per turno, con ingressi contingentati e tempi di sosta limitati. Il sistema è però applicato in modo discontinuo e senza sanzioni efficaci nelle ore di punta.

Zonazione differenziata

Il Parco Nazionale di Göreme applica un sistema di zonazione che distingue tra:

  • Zone ad accesso libero: le valli e i percorsi esterni, dove l’impatto fisico è limitato e la capacità di rigenerazione naturale è maggiore
  • Zone a accesso controllato: i complessi monastici principali del Museo all’Aperto, con biglietteria e percorsi obbligati
  • Zone a accesso riservato: le chiese più fragili, aperte solo a ricercatori e a un numero limitato di turisti specializzati con guida autorizzata
  • Zone chiuse: settori con rischio strutturale elevato o in corso di restauro

Questa zonazione resta però parzialmente sulla carta: la pressione economica del turismo ha portato a deroghe frequenti, e il controllo effettivo sul territorio è insufficiente rispetto all’estensione del parco.


Il progetto CAVES TOUR: un modello europeo trasferibile

Un riferimento metodologico importante per la Cappadocia viene dal progetto CAVES TOUR, finanziato dal programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2021-2027 con oltre 1,7 milioni di euro. Pur riguardando grotte italiane e francesi, il modello sviluppato è direttamente applicabile alle chiese rupestri cappadoce.

Il progetto si articola su tre assi:

  1. Monitoraggio scientifico avanzato: sensori ambientali per temperatura, umidità, CO2CO2? e microbiologia, con raccolta dati in tempo reale
  2. Strategie di gestione sostenibile: definite in collaborazione tra enti gestori, comunità scientifica e amministrazioni locali, con indicatori di sostenibilità aggiornati trimestralmente
  3. Valorizzazione digitale dell’esperienza di visita: strumenti immersivi e interattivi che permettono di distribuire la domanda — offrendo un’esperienza di qualità anche a chi non accede fisicamente ai siti più fragili

Il terzo asse è quello più innovativo: la proposta è di creare esperienze digitali di alta qualità (ricostruzioni 3D degli affreschi, tour virtuali degli ambienti claustrali) che soddisfino la domanda dei visitatori meno specializzati senza richiedere l’accesso fisico ai siti originali.


Il modello Valle Camonica e le lezioni applicabili

La Valle Camonica, primo sito UNESCO italiano (1979), ha sviluppato nel tempo un modello di gestione del patrimonio rupestre che offre indicazioni concrete. Il Gruppo Istituzionale di Coordinamento (GIC), attivo dal 2006, riunisce Ministero della Cultura, Province, Comuni e associazioni scientifiche in un tavolo permanente con Piano di Gestione aggiornabile. La chiave del modello è la governance partecipata: le decisioni sull’accesso, sui percorsi e sui finanziamenti vengono prese collettivamente, non imposte dall’alto.

Applicato alla Cappadocia, questo modello richiederebbe un coordinamento tra Ministero della Cultura turco, municipalità di Nev?ehir e Göreme, comunità locali, tour operator e ricercatori — una struttura oggi assente o frammentata.


La sfida della mongolfiera: regolamentare l’iconico

Derinkuyu underground city, a refuge for 20,000 from Byzantine-Arab wars, Mongol raids, Ottoman conquest. 

Un caso paradigmatico della difficoltà di regolamentare il turismo cappadoce è quello delle mongolfiere. Göreme è una delle destinazioni mondiali più famose per i voli in mongolfiera — ogni mattina, nelle stagioni favorevoli, da 100 a 150 palloni sorvolano contemporaneamente le valli. Le mongolfiere sono diventate il simbolo fotografico della Cappadocia e una fonte di reddito primaria per decine di operatori locali, ma i ricercatori hanno documentato che le vibrazioni prodotte dai bruciatori a bassa quota e dall’eventuale vento indotto dai palloni accelerano il deterioramento delle formazioni tufacee più esposte.

Qualsiasi tentativo di limitare i voli si scontra con la resistenza degli operatori economici e con il fatto che le immagini delle mongolfiere sono centrali nel marketing turistico dell’intera regione. Il risultato è che nessuna regolamentazione efficace è stata ancora adottata, nonostante le raccomandazioni dell’IUCN.


Un confronto tra i principali approcci in uso

ApproccioVantaggioLimite
ApproccioVantaggioLimite
Contingentamento numericoRiduzione diretta del sovraffollamentoDifficile da far rispettare; penalizza i visitatori meno abbienti
Prenotazione obbligatoriaDistribuisce i flussi nel tempoOstacola il turismo spontaneo; richiede infrastruttura digitale
Zonazione differenziataProtegge le aree più fragiliReindirizza i visitatori su zone adiacenti, spostando il problema
Tassazione ambientaleGenera fondi per la conservazioneImpopolare; rischio di elusione se i controlli sono deboli
Esperienze digitali alternativeRiduce la domanda di accesso fisicoNon soddisfa tutti i visitatori; richiede investimenti in tecnologia
Governance partecipataCoinvolge tutti gli attoriLenta da costruire; richiede fiducia istituzionale consolidata

La posizione dell’UNESCO: monitoraggio senza misure vincolanti

Il Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO non ha classificato Göreme nella Lista del Patrimonio in Pericolo, ma la valutazione IUCN “buona con alcune preoccupazioni” è una soglia di allerta che richiede azioni preventive. L’UNESCO non ha poteri coercitivi sugli Stati membri: può raccomandare, richiedere rapporti, classificare in pericolo — ma la decisione finale spetta alle autorità turche.

Il nodo è che la classificazione “in pericolo” — pur essendo uno strumento di pressione diplomatica — viene spesso vissuta dai governi come un danno reputazionale che riduce il turismo, creando un ulteriore disincentivo ad ammettere la criticità della situazione. Il risultato è un’inerzia strutturale che la comunità scientifica internazionale, il Centro Studi Sotterranei italiano e l’ICCROM continuano a documentare senza che si traducano ancora in politiche sufficientemente incisive.

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  • 22 maggio Giornata della Biodiversità: Legambiente lancia il report con la “bussola del ripristino”
    Condividi Nel nuovo report presentato per la Giornata mondiale della Biodiversità, l’associazione ambientalista denuncia il ritardo italiano sugli obiettivi Ue e propone interventi Nature-Based Solutions per salvare gli ecosistemi degradati In occasione della Giornata mondiale della Biodiversità del 22 maggio, Legambiente ha presentato il report “Biodiversità a rischio 2026”, un documento che fotografa lo stato critico degli ecosistemi italiani e rilancia la necessità di accelerare gli interv
     

22 maggio Giornata della Biodiversità: Legambiente lancia il report con la “bussola del ripristino”

Máj 22nd 2026 at 06:00

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Nel nuovo report presentato per la Giornata mondiale della Biodiversità, l’associazione ambientalista denuncia il ritardo italiano sugli obiettivi Ue e propone interventi Nature-Based Solutions per salvare gli ecosistemi degradati

In occasione della Giornata mondiale della Biodiversità del 22 maggio, Legambiente ha presentato il report “Biodiversità a rischio 2026”, un documento che fotografa lo stato critico degli ecosistemi italiani e rilancia la necessità di accelerare gli interventi di ripristino ambientale. Al centro del dossier c’è la cosiddetta “bussola del ripristino”, uno strumento che individua per ogni ecosistema le soluzioni più efficaci per recuperare habitat e funzioni naturali compromesse.

L’Italia è sempre e ancora Ben lontana dagli obiettivi europei fissati al 2030 dalla Nature Restoration Law. La perdita di biodiversità continua infatti a interessare foreste, zone umide, ecosistemi costieri e ambienti agricoli, aggravata dagli effetti della crisi climatica, del consumo di suolo e dell’inquinamento. Le valutazioni di ISPRA indicano che quasi il 90% degli habitat terrestri si trova in uno stato di conservazione sfavorevole.

Per invertire la rotta, Legambiente punta sulle Nature-Based Solutions, ovvero interventi basati sui processi naturali: riforestazione, rinaturalizzazione dei corsi d’acqua, recupero delle dune costiere, tutela delle aree umide e incremento delle infrastrutture verdi urbane. Soluzioni che, oltre a favorire la biodiversità, aiutano a contrastare dissesto idrogeologico, erosione e ondate di calore.

Il report arriva in concomitanza con la Giornata mondiale della Biodiversità, istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare governi e cittadini sull’importanza della tutela degli ecosistemi. La ricorrenza ricorda l’adozione della Convenzione sulla Diversità Biologica del 1992 e richiama l’urgenza di proteggere specie, habitat e risorse naturali.

Tra tutti questi, tutelate anche da associazioni di protezione ambientale riconosciute, quali sono CAI e SSI ETS, ricordiamo, ci sono anche le grotte.

Fonti:

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  • Malonno: uno splendido Raduno organizzato là dove la roccia racconta storie antiche
    Condividi Il 29° Raduno Speleologico Regionale Lombardo si è svolto a Malonno (BS), in Valle Camonica, dall’11 al 12 aprile scorsi Dall’11 al 12 aprile 2026 Malonno ha ospitato il 29° Raduno Speleologico Regionale Lombardo, promosso dal Gruppo Speleo Camuno insieme alla Federazione Speleologica Lombarda. Le due giornate hanno richiamato speleologi da tutta la regione, trasformando il paese camuno in un punto d’incontro per racconti di esplorazione, progetti, video e amicizia sotterranea.
     

Malonno: uno splendido Raduno organizzato là dove la roccia racconta storie antiche

Máj 22nd 2026 at 05:00

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Il 29° Raduno Speleologico Regionale Lombardo si è svolto a Malonno (BS), in Valle Camonica, dall’11 al 12 aprile scorsi

Dall’11 al 12 aprile 2026 Malonno ha ospitato il 29° Raduno Speleologico Regionale Lombardo, promosso dal Gruppo Speleo Camuno insieme alla Federazione Speleologica Lombarda.

Le due giornate hanno richiamato speleologi da tutta la regione, trasformando il paese camuno in un punto d’incontro per racconti di esplorazione, progetti, video e amicizia sotterranea.

Sabato pomeriggio i gruppi presenti hanno presentato le proprie attività, condividendo esplorazioni, rilievi, ricerche e progetti. Il raduno si è confermato soprattutto un momento di incontro e confronto tra speleologi, accomunati — come spesso accade — dalla stessa “lingua sotterranea”.

La Federazione Speleologica Lombarda ha poi raccolto e pubblicato sul proprio canale YouTube diversi contributi video presentati durante il raduno. Tra questi, vi segnaliamo in calce i collegamenti a brevi sintesi:

foto @ F.Prizio

Particolarmente avvincente il racconto della miniera ritrovata di Pisogne, una vicenda che intreccia memoria locale, ricerca storica e perseveranza speleologica. La miniera, cancellata dall’alluvione del 1953 e ormai ritenuta perduta, è stata individuata nuovamente dagli speleologi dopo anni di ricerche sul territorio: una storia che sembra uscita da una leggenda alpina e che restituisce bene il senso del lavoro di esplorazione e documentazione svolto dai gruppi lombardi.

foto @ GS CAI Varese

Molto seguito anche l’intervento dei giovani del GS CAI Varese, che hanno mostrato al 29° Raduno Regionale della Federazione Speleologica Lombarda le ultime novità dal Campo dei Fiori e dallo Stelvio.

Durante il raduno, è stato presentato ( Speleologia in Lombardia – Raduno Regionale 2026 – Gli strumenti FSLo) anche l’intervento di Maurizio Miragoli, dedicato agli strumenti realizzati da FSLo, con un excursus tra personaggi di alto livello, tra i quali Cigna, Vanin, Lismonde, Badino e altri.

Per approfondire questi temi, mettiamo in fondo all’articolo tre fonti da consultare, tenendo anche conto che la Federazione ha già annunciato una successiva giornata tecnica organizzata presso la sede del Gruppo Grotte Milano CAI SEM, prevista indicativamente per il 13 giugno 2026.

La domenica è stata dedicata soprattutto alla dimensione associativa e federativa.

Dopo l’Assemblea della Federazione Speleologica Lombarda e il pranzo sociale, il pomeriggio è proseguito con momenti di confronto tra gruppi, discussioni sui progetti futuri e occasioni informali di incontro tra speleologi provenienti da tutta la regione.

Un finale più raccolto rispetto alle attività del sabato, ma importante per consolidare relazioni, idee e collaborazioni nate nel corso della due giorni camuna.

Perché Malonno?

Scegliere Malonno come sede del Raduno regionale ha avuto anche un valore simbolico. Qui, infatti, il sottosuolo e la pietra raccontano una storia molto più antica della speleologia moderna. La Valle Camonica custodisce uno dei più importanti patrimoni europei di arte rupestre, e anche il territorio di Malonno conserva testimonianze incise nella roccia che attraversano millenni.

Prendiamo spunto dal volume Preistoria in Valle Camonica (“Preistoria in Valle Camonica itinerari illustrati dei siti e dell’arte rupestre” – 1983 – Ausilio Priuli – ed. Museo didattico d’arte e vita preistorica): lungo il sentiero Garda–Fobbio–Rino di Sonico, si incontrano numerose rocce istoriate, accanto all’antica mulattiera che collegava i versanti della valle. Grandi lastre sono state ricavate nella roccia, e si affiancano a superfici ricoperte di coppelle, canaletti, figure antropomorfe, cruciformi e incisioni geometriche.

Particolarmente suggestivo il dosso Fobbio: lì, una grande roccia montonata appare quasi interamente coperta da coppelle di varie dimensioni, spesso unite da canaletti. Alcune risultano persino levigate, segno di un uso rituale protratto nel tempo. Le incisioni medievali e moderne si sovrappongono a quelle più antiche, creando una sorta di dialogo inciso nella pietra attraverso i secoli.

Questi luoghi erano probabilmente collegati a percorsi di culto e passaggio, riutilizzati nel tempo anche in epoca cristiana. Le antiche incisioni preistoriche sono tracce di continuità culturale: santificano luoghi la cui sacralità è stata dimenticata, ma che continuano a essere frequentati dalle comunità locali.

Anche in questo contesto, il Raduno lombardo di Malonno ha assunto un significato che va oltre il semplice incontro associativo: la speleologia, in Val Camonica, si inserisce in un paesaggio dove l’uomo ha lasciato segni profondi da migliaia di anni: incisioni, sentieri, miniere, cavità e luoghi di passaggio.

E’ un territorio dove l’esplorazione legge anche la memoria della montagna.

  • LISMONDE B. “Circulation d’air dans les réseaux souterrains à deux ouvertures”, in: “Colloque de Seyssins sur le Karst”, Fédération Francaise de Spéléologie, 1981, pp. 37–53
  • LISMONDE B. “Aérologie des systè mes karstiques”, in: Climatologie du Monde Souterrain T 2, Comité Départemental de Spéléologie Isère, 2002, pp. 1–362
  • BADINO G. “Fisica del clima sotterraneo” – Bologna : Istituto italiano di speleologia, 1995. – 136 p. https://www.speleo.lazio.it/home/wp-content/uploads/2019/04/fsl9.pdf

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  • Kam za kulturou v sobotu 23
    Kam za kulturou v sobotu 23. 5. 2026 od 19:00? Do Jeskyně Výpustek u Křtin u Brna. Správa jeskyní ČR spolupořádá koncert Lenky Dusilové SÓLO. Čeká vás výjimečný hudební zážitek, kde se propojí silný hlas, emoce a neopakovatelná akustika Jindřichova "koncertního" sálu. Atmosféra, kterou jen tak jinde nezažijete.✅ Předprodej na https://cavesounds.cz/ Lenka Dusilová (Feed generated with FetchRSS)
     

Kam za kulturou v sobotu 23

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  • Banát 2025
    Klasická podzimní výprava do podzimního rumunského Banátu proběhla v termínu 24. – 29. 10. 2025 v mini složení Kajman, Honza, Marika a maláči Nicolka a Karlík. Pro bádání jsme měli v merku jeskyni Potok, jinak byly na programu hlavně výlety do okolí českých vesnic. Pokračovat ve čtení “Banát 2025”
     
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  • Balkan Cavers’ Camp 2025
    Letošního balkánského setkání jeskyňářů v podzimníkm termínu se z naší skupiny zúčastnila pouze dvojice Kaman – Sirotek a M. a O. Frynovi. Tentokrát se camp konal v Bosně poblíž vesničky Smoljana. V okolí bylo ke shlédnutí několik velmi zajímavých jeskyní. Pokračovat ve čtení “Balkan Cavers’ Camp 2025”
     

Balkan Cavers’ Camp 2025

Október 12th 2025 at 21:32

Letošního balkánského setkání jeskyňářů v podzimníkm termínu se z naší skupiny zúčastnila pouze dvojice Kaman – Sirotek a M. a O. Frynovi. Tentokrát se camp konal v Bosně poblíž vesničky Smoljana. V okolí bylo ke shlédnutí několik velmi zajímavých jeskyní.

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  • Medúza 2025
    Hlavním cílem expedice bylo pokračování v průzkumech v nově objevených částech jeskyní Dalovica pecina a Gornji ponor, ke kterým došlo v minulém roce. Expediční tým byl opět pestrý a složený z českých a polských jeskyňářů z několika klubů. Smutným momentem letošní expedice balo, že nás poprvé v hostorii po příjezdu nepřivítal náš starý dobrý známý Mito dalovic, který letos v květnu zemřel. Za jeho podporu a přátelský přístup jsme jej navrhli na udělení Čestného uznání ČSS, které jsme na míst
     

Medúza 2025

September 12th 2025 at 17:27

Hlavním cílem expedice bylo pokračování v průzkumech v nově objevených částech jeskyní Dalovica pecina a Gornji ponor, ke kterým došlo v minulém roce. Expediční tým byl opět pestrý a složený z českých a polských jeskyňářů z několika klubů. Smutným momentem letošní expedice balo, že nás poprvé v hostorii po příjezdu nepřivítal náš starý dobrý známý Mito dalovic, který letos v květnu zemřel. Za jeho podporu a přátelský přístup jsme jej navrhli na udělení Čestného uznání ČSS, které jsme na místě předali jeho synovi Bojanovi a vyjádřili upřímnou soustrast celé rodině.

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  • Kačna jama 2025
    Letošní velké expedice do Kačne jamy ve Slovinsku se zúčastnili z naší skupiny Honza a Petr Šimon. Pokračovat ve čtení “Kačna jama 2025”
     
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  • Jarní úklid krasu
    Druhou dubnovou sobotu jsme se již tradičně zapojili do úklidu krasu. Tentokrát jsme se vybrali místo sběru odpadků okolo silnic úklid podzemí a to přesněji Starých skal – nejstarší známé části Sloupsko-šošůvských jeskyní. Pokračovat ve čtení “Jarní úklid krasu”
     
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